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EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI

EMIGRANTI, PIRATI, RICATTATORI
L’operazione navale con cui le motovedette italiane hanno riportato 277 emigranti sulle coste libiche, da cui erano partiti, ha avuto grandi consensi da parte della maggioranza degli italiani e ha fatto levare grandi proteste da sinistra. Da sinistra e da parte di quegli organismi, come l’Onu, che personalmente non fanno niente ma sanno sempre quello che dovrebbero fare gli altri. Quale può essere l’atteggiamento di una persona razionale e tuttavia non insensibile alle ragioni dell’umanità?
Il problema ha un ambito generale. Se qualcuno ha sete, non ha che da bere acqua. Se viceversa ha il cancro, la chemioterapia ha pesantissime controindicazioni e per giunta non sempre contrasta adeguatamente la malattia. Ciò malgrado, chi si asterrebbe dal curarsi con la chemio, solo perché si perdono i capelli e si hanno parecchi altri malanni?
Un rimedio non cessa di essere consigliabile solo perché ha anche conseguenze sgradevoli: la sua positività dipende infatti da un bilanciamento tra vantaggi e svantaggi. Proprio per questo è sciocco stare a sottolineare lungamente i lati spiacevoli: o si dimostra che essi prevalgono sui benefici oppure si può smettere di parlarne.
Nel caso degli emigranti rimandati in Libia, è vero, si frustrano le speranze di centinaia di poveracci; è vero, qualcuno sfugge a regimi infami e vorrebbe chiedere asilo politico (ma pare possa farlo anche presso le autorità italiane in Libia); è vero, in Libia queste persone potrebbero essere trattate malissimo e magari essere rimandate a morire nel deserto. Ma se questa politica italiana fosse mantenuta, il flusso degli emigranti dall’Africa verso l’Italia cesserebbe, e non ci sarebbe più nessuno rimandato in Libia, nessun emigrante frustrato, nessun emigrante mandato a morire nel deserto. La sofferenza di quei 227 e di quegli altri che dovessero mettersi in mare in queste settimane sarebbe un alto prezzo da pagare, ma da pagare per evitare che altri emigranti muoiano in mare a centinaia, come è avvenuto, o che vengano a vivere una vita di stenti, quando non di criminalità, in Italia.
Non è l’unico caso in cui la pietà e la moderazione fanno incancrenire il problema. Se non si cedesse ai ricattatori, i primi ricattati pagherebbero un prezzo altissimo ma la pratica criminale cesserebbe. Infatti mancherebbe il profitto che ne è la molla. Fra l’altro, non va dimenticato che a volte il ricattato paga e non per questo evita il male minacciato, inclusa l’uccisione dell’ostaggio.
Né diversamente vanno le cose per i pirati al largo del Corno d’Africa. Anche qui, si fanno mille discorsi per non adottare la politica più semplice: basterebbe sparare dall’alto delle navi sui barchini dei pirati e tutto finirebbe dall’oggi al domani. Pratica dura, magari eccessiva verso dei ladri del mare che tuttavia non vengono per uccidere? Sarà, ma questo sistema farebbe cessare la pirateria, mentre gli attuali rimedi sono inefficaci.
E poi, non sono gli stessi pirati che hanno minacciato di uccidere i marinai, se il riscatto non è pagato? O se, Dio liberi, qualcuno avesse in mente di intervenire nelle loro basi?
C’è naturalmente da preoccuparsi della vita degli innocenti marinai già in loro mano. Ma anche a questo riguardo è facile osservare che, se si fosse reagito con questa durezza sin dalla prima volta, quei pochi marinai – anche se è doloroso dirlo - sarebbero stati solo una controindicazione: innanzi tutto non è detto che, mancando il profitto, i pirati avrebbero messo ad esecuzione la loro minaccia, e, comunque, dopo non ci sarebbero stati altri arrembaggi. Se invece si è molli, il numero dei marinai prigionieri dei predoni aumenta, come è di fatti aumentato, e nulla assicura che una volta o l’altra non ci sia un massacro.
Quando, per non pagare un piccolo prezzo, se ne paga poi uno più grande, non si dimostra buon senso. Ma questa è una qualità di cui l’epoca contemporanea non sembra abbondare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

Pubblicato il 8/5/2009 alle 10.24 nella rubrica Diario.

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