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"I COPIONI"

“I COPIONI”

Al recente concorso per magistrati, in quel di Milano, è scoppiato un putiferio perché parecchi candidati avevano codici commentati, appunti e altri testi da cui copiare. Per non parlare di alcuni commissari compiacenti. Tutto questo in misura così vasta da provocare molte denunce e, infine, da far scoppiare uno scandalo.

Nel linguaggio familiare i “copioni” non sono i testi degli spettacoli ma coloro che copiano il tema o il compito di matematica. Non si può arrivare a chiamarli “un’istituzione”, in Italia, perché sono tutt’altro che dei modelli, ma sono sempre esistiti e fanno parte del paesaggio. Nessuno ha timore di confessare di avere fatto il furbo, a scuola. Molti addirittura si vantano degli stratagemmi utilizzati. Se per stabilire che cosa è morale e che cosa non lo è ci si attiene ai mores, in Italia copiare non è immorale. L’unica cosa che si biasima con qualche severità è il comportamento di quella carogna che “non passa la copia”.

A questi atteggiamenti concreti, accettati come ovvi, si contrappone naturalmente la morale idealistica. Il docente (che magari ha ottenuto il posto copiando il compito), parla di dovere, di onestà, di virtù a livelli eroici (Attilio Regolo!) e i ragazzi imparano che nella vita bisogna riempirsi la bocca di belle cose. Solo per la facciata. In realtà, nulla incide sul sacrosanto diritto di fare il proprio interesse; e che questo interesse sia conforme o contrario alle leggi non ha nessuna importanza. La doppia morale da noi comincia con i calzoni corti.

Il fenomeno ha anche un altro aspetto. Forse perché i professori di lettere hanno a suo tempo copiato il compito di matematica, forse perché i professori di matematica a suo tempo hanno copiato il compito di latino, anche dal lato della cattedra c’è una sorta di benevolenza, per questi illeciti. Chi è sorpreso a barare se la cava con un rimprovero, forse con una diminuzione di voto, di sicuro non è squalificato: in fondo è uno come gli altri. Uno che si è lasciato scoprire[1].

Tutto questo, coniugato con l’eccessiva tenerezza che in Italia si ha nei confronti dei giovanissimi (i nostri bambini sono i più rumorosi e viziati d’Europa), fa sì che la scuola italiana sia una scuola d’ipocrisia. Le regole non sono inflessibili. Se un vigile urbano osasse elevare contravvenzione al sindaco, ne parlerebbero tutti i giornali. Attribuivano ai Borboni di Napoli un motto amarissimo: “agli amici tutto, ai nemici la legge”: ma è un motto che fotografa tutta l’Italia. Con questo condizionamento, perché stupirsi se al concorso per divenire magistrati molti hanno fatto come al solito, fino ad arrivare all’attuale scandalo nazionale?

Il ministro Alfano ha detto che ci vuole un provvedimento che impedisca a chi ha tentato di copiare di partecipare in futuro a qualunque concorso per divenire magistrato. Forse in questo modo punirà qualcuno ma non eliminerà certo la cattiva abitudine. Bisognerebbe cambiare mentalità, cominciando dalle scuole elementari. Bisognerebbe, alle scuole medie, trattare il furbo da disonesto e alle scuole superiori bisognerebbe essere ancora più severi. Che speranze ci sono, in questo senso? Nessuna. Fra l’altro, tutti gli alunni hanno un padre e una madre pronti a difenderli. In ogni caso. Se necessario dinanzi al Tar, spalleggiati da giornali con la lacrimuccia preconfezionata e pronti a scrivere un corsivo irridente.

Se li avessimo interrogati, i candidati al concorso ci avrebbero detto che essi baravano perché erano lì da studenti, non da magistrati. Avevano dunque il normale diritto di copiare. Poi, certo, una volta divenuti giudici, avrebbero applicato la legge severissimamente.

Agli altri.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

30 novembre 2008

Comunico agli interessati che da oggi WWW.CAPPERI.NET ha ripreso le pubblicazioni. 

 



[1] Eccellente al riguardo una vecchia storiella.

Un ragazzo ha avuto uno nel compito di matematica e la madre va a protestare col professore. Questi afferma che il ragazzo ha copiato e provoca così la domanda: “Come può dirlo? Un compito di matematica o è giusto o è sbagliato”.

“Giusto, dice il professore. Ma nel compito c’erano tre quesiti, e quello di suo figlio è identico a quello del suo compagno di banco, che in matematica è bravino”.

“E allora? È identico perché è esatto”.

“Ha ragione. E – vede? – identico anche il secondo quesito. Ma c’è il terzo quesito”.

“E quello è sbagliato?”

“No. Per il terzo il suo compagno di banco ha scritto Non sono capace di risolverlo”.

“E mio figlio?”

Neanch’io”.

Pubblicato il 30/11/2008 alle 18.36 nella rubrica Diario.

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