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IL CORPO "COME LABORATORIO"

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Chi è sganciato dalla mentalità medievale e religiosa prova da prima un certo fastidio, a sentir parlare del “corpo” come se fosse qualcosa di estraneo; qualcosa con cui bisogna convivere; qualcosa da utilizzare magari come un laboratorio, ma sempre e comunque come qualcosa di diverso da “noi”. Per i credenti questo noi è l’anima immortale; per altri, è un io non meglio definito, sostanzialmente incomprensibile; per chi ha mentalità scientifica invece non bisognerebbe dire “il mio corpo” - come se si fosse i possessori di qualcosa  e ci fosse dall’altra parte qualche cosa di posseduto – ma semplicemente “io”. L’espressione giusta non è: “il mio corpo” ma: “io corpo”. Parlare di un possibile “contatto perduto” con esso è assurdo: quel contatto lo si perde eccome, ma con la morte.

L’uomo è un unicum. A chi dovesse lodare il nostro equilibrio è giusto rispondere: “Non soffro né d’insonnia né di cattiva digestione. Mi è dunque facile essere più sereno di altri”. I cinesi ponevano la sede dell’anima nello stomaco e i siciliani chiamavano proprio quell’area appena sopra la cintura “la bocca dell’anima”.  È difficile discutere di metafisica se si hanno conati di vomito o se si è intontiti dopo una notte d’insonnia. Del resto i francesi usano dire che “ventre affamé n’a pas d’oreilles”, ventre affamato non ha orecchie. L’espressione “unità psicofisica” è quella che meglio rende l’idea di ciò che è un essere umano. E bisognerebbe precisare che il prefisso “psico” non rimanda né ad un’anima immortale (il cui stesso concetto esula dal campo scientifico) né ad un concetto di “spirito” che non significa niente ed ha meno quarti di nobiltà del concetto di “anima”: il prefisso distingue solo le funzioni cerebrali dalle altre.

Non si può vedere il corpo come laboratorio: è l’unica realtà. Per questo bisognerebbe raccomandare a tutti di non bere troppo, di non drogarsi, di non commettere imprudenze in auto, di non essere sovrappeso. L’idea che ci si possa comportare da egoisti nei confronti del corpo (“pagherà lui”) è profondamente sciocca: pagheremo noi. Perché noi siamo lui. E se per qualche tempo – la gioventù – possiamo assurdamente sperare che la vita – e la fisiologia – non ci presentino il conto, col tempo è fatale che ciò avvenga. La signora che a vent’anni amava presentarsi come dark lady e aveva le dita marrone per la nicotina, a cinquanta si ritrova con un colorito giallastro e la pelle incartapecorita. Né diversamente vanno le cose per chi esagera con le abbronzature: a parte il rischio di cancro, la pelle si dissecca e diviene meno splendente. Si è passati da un Settecento in cui le signore andavano in giro con l’ombrello nei giorni di sole (ombrello da ombra), a ragazze che si abbrustoliscono al sole nella speranza che i loro occhi blu contrastino a sufficienza con la loro pelle di mulatte. Ciò che dice il dermatologo non ha importanza.

Se l’uomo è il suo corpo, deve curarlo come un violinista cura il proprio violino. Deve imparare che l’alcool è un veleno: non deve privarsene ma deve bere poco. Del resto lo insegna anche l’economia: per il principio delle utilità marginali decrescenti, il miglior sorso è il primo. Già il secondo vale di meno, e così di seguito. Dunque bisogna limitarsi ai primi sorsi: si avrà il massimo piacere col minimo di veleno. E si potrà anche guidare l’auto senza rischi. Bisogna poi incoraggiare l’esercizio di quelle attività fisiche che sono soddisfacenti e non hanno controindicazioni: il sesso, in primo luogo, e poi lo sport. Bisogna non trascurare la manutenzione e fare periodicamente il tagliando.

Chi sa di essere un corpo, chi sa che esso è fragile, chi sa che morirà un giorno (ed anzi prima del prevedibile, se non si comporta bene), può incamminarsi verso la saggezza anche per via fisiologica. Curerà ciò che fa star bene dal punto di vista psichico - l’equilibrio mentale, l’affetto delle persone care, l’amicizia, l’amore, la lettura, la musica, i minuti piaceri che rendono bella la vita in una cornice di quieta saggezza - ma non dimenticherà il dato fondamentale, cioè che tutto questo ruota intorno ad un corpo sano e, soprattutto, vivo.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it Chi vuol essere sicuro che il suo commento mi giunga, oltre ad inserirlo nel blog, me lo spedisca al superiore indirizzo e-mail.

6 novembre 2008

Pubblicato il 17/11/2008 alle 13.51 nella rubrica Diario.

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