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DALL'ATEISMO AL PAPA


Molti, parlando di qualcuno che giudicano negativamente,  dicono: “È un immorale. Non crede nemmeno in Dio”. Queste parole nascondono molti errori.
Il primo errore è la confusione tra etica e religione. Questa formula regole morali ma non è che senza di essa quelle regole non esistano. La loro molla fondamentale è infatti la vita in comunità: come le formiche, come i leoni e come le scimmie, l’uomo è un animale sociale e non trarrebbe vantaggi da questa condizione se non avesse regole. I romani erano ben poco religiosi ma non per questo erano insensibili alla morale; i giapponesi hanno sempre avuto un tale rispetto del gruppo che “perdendo la faccia” (cioè la stima sociale), perdono anche il gusto e il diritto alla vita; né è diventata immorale la Russia sovietica, quando l’ateismo è divenuto dottrina di Stato. Chi non rispetta i genitori, chi manca alla parola data, chi aggredisce fisicamente gli altri è giudicato male sempre e dovunque.
Se tuttavia qualche tolleranza si può manifestare per la confusione tra etica e religione - dato che questa, lungi dal contraddire la morale, la sacralizza - meno ammissibile è la confusione di idee in teologia.
L’esistenza di Dio non è né un dato oggettivo né un dato evidente. Si ha il diritto di avere la propria opinione ma il credente non può irridere l’ateo e l’ateo non può irridere il teista. In questo campo ogni atteggiamento troppo risoluto contraddice la filosofia e la razionalità.
Molti tuttavia, dopo avere affermato che Dio esiste, credono che non ci sia molto da aggiungere e invece rimane da provare la cosa più difficile: e cioè che Dio si occupi delle vicende umane (“humana negotia”, come le chiamava Grozio). Un autentico odiatore della religione come Voltaire, infatti, da un lato credeva in Dio, dall’altro ha fatto molto sarcasmo sull’esistenza della Divina Provvidenza. Anche per un pensatore non insignificante come Aristotele Dio esisteva ma non si occupava degli uomini. Dunque, niente giustizia finale, niente inferno, niente paradiso, nessun intervento nella realtà. E nessuna possibilità di religione, visto che la religione è l’insieme dei rapporti con Dio. La religione può esistere a partire dal momento in cui non solo si crede in Dio, ma si crede in un Dio che si occupa degli uomini.
Un Dio provvidenziale, tuttavia, non dà luogo ad una sola religione. Se per il cristiano la sola fede fondata sulla verità è la sua, altrettanto, per non parlare che dei grandi monoteismi, possono pensare l’ebreo e il musulmano. Il Cristianesimo non è un’evidenza, è una religione positiva che può sembrare innegabile per chi in essa è stato allevato, ma che tale non appare a chi è nato qualche centinaio di chilometri più in là. Ancor meno ovvio è il Cattolicesimo. Se il Papa afferma una data cosa, questa non solo non vale né per l’ateo né per il buddista, ma non vale neanche per il cristiano in quanto tale: vale solo per i cattolici. Solo costoro riconoscono l’autorità del Papa.
Il problema è più complesso di come normalmente appare. Dopo avere distinto la morale dalla religione, bisogna ancora chiedersi in successione: esiste Dio? Se Dio esiste, si occupa degli uomini? Se si occupa degli uomini, qual è la religione che realizza il giusto rapporto con Lui? Se è il Cristianesimo, questo si fonda sulla Scrittura liberamente interpretata o sull’autorità del Papa? C’è molto da studiare, molto da discutere e non basta certo affermare che la verità è quella che pensiamo noi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it


16 novembre 2008

Pubblicato il 16/11/2008 alle 17.12 nella rubrica Diario.

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