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TRE CASI

TRE CASI

Eluana Englaro – G8 di Genova – Leoluca Orlando

La decisione della Cassazione, che permette l’interruzione dell’alimentazione forzata di Eluana Englaro ha scatenato, come era prevedibile, una tempesta etico-giuridica. Tutto ruota intorno a questa domanda: che considerazione dobbiamo avere di un corpo umano definitivamente privo di coscienza? Le questioni riguardanti l’accanimento terapeutico, il diritto di rifiutare le cure, l’alimentazione, il testamento biologico e tutte le altre sono secondarie rispetto a quella centrale: l’uomo ha il diritto di disporre della sua vita o solo Dio può disporne? E c’è una seconda domanda: si può considerare “vita umana” quella incosciente, quella puramente fisiologica?

In filosofia, che solo Dio possa disporre della vita umana è una tesi insostenibile, in quanto non si può dimostrare l’esistenza di Dio. Ci ha rinunciato persino Immanuel Kant, credente. Dal punto di vista etico, la soluzione è scritta nei mores, nei costumi: se la società la pensa in un dato modo, quello è il modo “etico”. Ancor meno la tesi si può sostenere dal punto di vista giuridico, dal momento che Dio e la religione sono ambiti estranei al diritto. Dunque il problema non è né giuridico né etico: è religioso. Chi crede – in modo più o meno ortodosso – la penserà in un modo, chi non è religioso la penserà nel modo opposto.

Religiosa è pure la considerazione della vita come intangibile - anche quando è puramente fisiologica - al di fuori e al di là di qualunque interesse personale: quando cioè manca, ormai per sempre, il titolare di quella vita, colui che poteva dire “io”. Si rispetta la vita in quanto tale, al di fuori di ogni fredda razionalità.

I giudici di Genova hanno assolto i vertici della polizia per i fatti della caserma Diaz, successivi ai disordini del G8. In questi casi, coloro che hanno una mentalità partigiana, la sentenza l’hanno scritta molto prima che il processo incominciasse. Per questo, se poi la sentenza in concreto non corrisponde a quella già stabilita, gridano “vergogna!” e considerano scandaloso il verdetto dei giudici. Come se esso contrastasse con una verità evidente e certificata: da loro. La verità in sé non ha cittadinanza, nel diritto. Esiste la realtà processuale e nel dubbio bisogna rispettare la sentenza dei magistrati. Se si vuole uscire dal dubbio, almeno personalmente, bisognerebbe leggere l’intero fascicolo, come faranno i giudici d’appello. Ma nessun altro lo farà. Dunque meglio fermarsi al dubbio: se non si può avere fiducia nei giudici a scatola chiusa, non si ha neppure il diritto di non credere loro, a scatola chiusa.

Per prassi politica, la Presidenza delle Commissioni di garanzia è affidata ad un membro dell’opposizione. Stavolta l’opposizione ha proposto il nome di Leoluca Orlando e la maggioranza lo ha dichiarato inaccettabile, chiedendo una rosa di nomi fra cui scegliere. La minoranza è stata irremovibile. Alla quarantaduesima o quarantatreesima la maggioranza ha votato per un altro uomo del Partito Democratico (della minoranza, dunque), e lo ha eletto. Ora l’intera minoranza grida al colpo di mano, al regime, all’offesa alla democrazia. In realtà, l’appartenenza di quel presidente all’opposizione è frutto di una prassi (non di una legge) e si fonda su un principio di fair play. Se la minoranza, venendo meno al proprio dovere di fair play, propone un candidato del tutto inaccettabile, è chiaro che la maggioranza ha il diritto di opporsi. Se, al bar, offriamo di pagare il caffè ad un collega, non è che costui abbia il potere di invitare a nostre spese altri cinque colleghi. L’opposizione è andata al di là dell’ammissibile. Ha tirato troppo la corda e questo è un errore, più che di Di Pietro, che come sempre cerca lo scontro, del Pd, che non ha saputo ribellarsi a questa prevaricazione. Parlare di colpo di mano o di regime, ora, fa sorridere. Basta consultare un buon dizionario per vedere che il colpo di mano è per sua natura improvviso ed imprevedibile. Qui, invece, dopo oltre quaranta votazioni, tutto è stato prevedibile: soprattutto era prevedibile la mancanza di energia di Veltroni, ancora una volta a rimorchio del tribuno della plebe.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it 14 novembre 2008

Pubblicato il 14/11/2008 alle 13.59 nella rubrica Diario.

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