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CHI È UN ARTISTA

Dimmi il nome di un artista. Mozart. Vedo che li riconosci. Ed io, sono un artista?
Qui le cose si complicano infinitamente. Non solo si parla di arte anche per il vasaio, ma dall’artigiano a Mozart non c’è un salto: c’è tutta una sfumatura di attività, senza scalini e senza interruzioni. Artista è Mozart ma artista è anche Johann Nepomuk Hummel, che non molti conoscono, o addirittura Leopolod Kozeluh, di cui non ha sentito parlare quasi nessuno. E tuttavia Kozeluh è un artista più grande di quasi tutti quelli che scrivono romanzi, racconti, poesie per sé stessi o su qualche blog. O che, ancora peggio, pubblicano a spese loro tremila copie del loro capolavoro.
Naturalmente nessuno può dimostrare né che il singolo sia un genio misconosciuto né che sprechi la carta su cui scrive. Moltissimi non hanno la possibilità di farsi conoscere. Il nostro è un mondo in cui molti scrivono e quasi nessuno legge. La gente, se proprio deve leggere, compra il libro scritto dal famoso attore, dal famoso calciatore, dal famoso assassino. In ogni modo da qualcuno che è già celebre. Come dicono gli editori sinceri, prima divieni famoso e poi pubblichi, non è perché hai pubblicato che diventerai famoso.
Questa situazione è da disperazione per chi avrebbe amato fare dell’arte – nel senso più alto – la propria attività. E soprattutto per chi sentiva di avere qualcosa da dire e qualcosa da dare. Ma bisogna farsene una ragione. Bisogna anzi vedere se il problema dell’autovalutazione non si possa risolvere diversamente.
In primo luogo, per ragioni statistiche, le probabilità che noi siamo dei veri, grandi artisti, sono molto remote. Facciamo che solo un romanziere su mille sia un vero, grande artista: a questo punto, l’ipotesi che quell’uno su mille siamo noi è peggio che azzardata. Se lo pensassimo rischieremmo di avere l’atteggiamento rancoroso di chi ha subito un’ingiustizia, di chi è invidioso del successo altrui (ovviamente immeritato), di chi ha di sé un’idea che nessun altro condivide. Dunque, in mancanza di un successo concreto, rinunciamo all’idea di definirci artisti. Né ci può bastare il plauso dei familiari o degli amici. E neppure il fatto che ci abbiano pubblicato qualcosa da qualche parte. Dopo appena qualche settimana, e molto prima che la carta ingiallisca, quell’opera sarà caduta nell’abisso dell’oblio.
Non esiste nemmeno la possibilità di sapere se quell’oblio lo meritiamo. Quand’anche fossimo dei geni misconosciuti, le probabilità che i posteri vadano a ricercare le nostre opere, per rivalutarle e metterci su un piedestallo, sono molto remote. Meglio non prendere in considerazione l’ipotesi. Maint joyau dort enseveli, ha scritto Baudelaire, più di un gioiello dorme sotterrato.
Bisogna essere indulgenti con coloro che si presentano al prossimo con l’aria di aspettarsi che l’altro rimanga abbagliato. Bisogna sforzarsi di non sorridere di tutti coloro che si credono poeti perché usano aggettivi impensati, perché vanno a capo prima che finisca il rigo, perché credono di avere dei sentimenti che nessuno ha. Non hanno ancora sbattuto contro la realtà. Agli occhi disincantati di chi non si fa illusioni somigliano un po’ al bambino che recita quattro versi di auguri per il nonno e crede, dinanzi agli applausi e ai baci, di avere compiuto una grande impresa.
L’atteggiamento dell’adulto sano, quando crea, è quello di chi sa che non ne ricaverà nulla, se non il piacere di quel momento. Il viaggio è più importante della meta. Le probabilità di grande successo sono troppo basse perché sia saggio occuparsene.
A chi ci chiede se siamo degli artisti, dobbiamo rispondere: “Nel dubbio, no”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

13 novembre 2008


Pubblicato il 13/11/2008 alle 16.15 nella rubrica Diario.

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