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LA MACCHIA SUL MURO

L'errore trionfa perché si presenta con un aspetto plausibile. Dunque un pensiero emotivo, approssimativo, sfocato, è quello che ne è più facilmente vittima. Pesa di più un chilo di paglia o un chilo di ferro? Chi dice immediatamente “un chilo di ferro” lo fa perché ha solo messo insieme le parole “paglia” e “ferro”, non perché abbia seriamente esaminato il senso della frase. Nello stesso modo, tutti preferiscono il benefattore all’industriale dimenticando che questi, creando lavoro, fa vivere molte famiglie. Qui, addirittura, un chilo di paglia pesa più di un chilo di ferro.
 In questi giorni siamo assaliti dalla sensazione che mentre non riusciamo a vedere sul muro che una macchia di umidità tutti vi stiano riconoscendo il volto di Padre Pio. E tutti stanno vedendo in Barack Obama molte cose che non ci riusciamo a scorgere. Il prossimo presidente degli Stati Uniti non può essere un imbecille - altrimenti non sarebbe arrivato dove è arrivato - ma non ci si può entusiasmare per un’incognita. La retorica tribunizia, le dichiarazioni generali e “buoniste” sono strumenti di campagna elettorale ma quando la suggestione svanisce, e il polverone si deposita, le cose sembrano diverse. Le stesse folle che prima hanno applaudito fanno del sarcasmo sul passato. Gli italiani trovano ridicolo Mussolini e molti si stupiscono dell’efficacia dell’istrionismo di Hitler: ma molti di questi critici avrebbero probabilmente fatto parte degli entusiasti che oggi irridono. Forse l’applauso andrebbe riservato al passato. Al grande De Gaulle di Colombey les Deux Eglises. All’attore che si inchina alla fine della rappresentazione, non a quello che si presenta sulla scena.
Quando il risultato è ormai irrimediabilmente negativo le giustificazioni sono esili. “Noi credevamo che sarebbe stato un capo eccellente. Aveva detto cose bellissime”. Ma questo non dovrebbe mai bastare per credere in qualcuno, a scatola chiusa. Diversamente non si avrebbe il diritto di criticate i milioni di italiani che hanno seguito Mussolini.
Per fortuna, gli Stati Uniti non corrono nessuno di questi pericoli. Inoltre in campagna elettorale tutti non possono che parlare, promettere questo e quello, e dunque alla fine si sceglie il meno cattivo, il meno infido, il meno pericoloso. Ma lasciarsi andare a scene di giubilo, dopo l’elezione, è assurdo come andare a festeggiare solo perché si è comprato un biglietto della lotteria.
Bisogna sperare con tutte le proprie forze che il nuovo Presidente si riveli all’altezza del suo compito. Che aiuti il suo Paese ad uscire dalla situazione di crisi in cui si trova. Che sia capace di realizzare magari metà di ciò che ha promesso. E per questo bisognerà sostenerlo anche quando gli entusiasmi dei superficiali saranno sbolliti.
In una famosa poesia, Vigny parla di Mosé che, avendo compiuto la propria missione, è talmente stanco del peso del comando, da chiedere a Dio la grazia di morire. Gli succede dunque Giosuè: “Marchant vers la terre promise,/ Josué s'avançait pensif et pâlissant, / Car il était déjà l'élu du Tout-Puissant » ; camminando verso la terra promessa, Giosuè s’avanzava pensoso e pallido/perché era già l’eletto dell’Onnipotente. Chi prende sulle proprie spalle il peso di un’enorme responsabilità non ha di che tripudiare. Deve impallidire per la paura.
A Barack Obama più che congratulazioni bisognerebbe esprimere fraterna comprensione e promesse di collaborazione. Perché, se non dell’Onnipotente, è l’eletto della più forte nazione della Terra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 novembre 2008


Pubblicato il 8/11/2008 alle 15.27 nella rubrica Diario.

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