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ARROGANZA CRIMINALE

 

ARROGANZA CRIMINALE

L’articolo di Adriano Sofri, sul foglio dell’11 settembre 2008[1], ha di che lasciare perplessi. Il giornalista sbriga la sua vicenda processuale con poche parole: “Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio”. E se lo dice lui, tanto basta. Chi merita una condanna è invece tutta la pubblicistica: “il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto”. E per questo Sofri passa a ristabilire la verità.

La prima è che Lotta Continua non fu un’organizzazione terroristica. Infatti, il processo “si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato”. Ma queste parole sono peggio che azzardate. Quest’uomo attribuisce alle Corti d’Assise la capacità di stabilire se sì o no un’organizzazione politica sia terroristica o no e poi gli nega quella di stabilire chi è colpevole di omicidio. Che è come riconoscere ad un chirurgo di saper operare al cervello e negargli la capacità di fare un’iniezione.

La giustizia penale si fonda, almeno nelle intenzioni, su fatti concreti e prove reputate inconfutabili: essa non può formulare l’accusa di terrorismo se non dispone degli elementi necessari per sostenerla. Ma ciò non vale né per la politica né per la verità storica, che non si limitano a ciò che si può dimostrare in un’aula di giustizia. Le responsabilità politiche di Lotta Continua e dei suoi fiancheggiatori (grandi intellettuali inclusi) non sono per nulla piccole. Sofri stesso dice: “Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno”. Con chi? Calabresi?

Non è dunque chissà che successo l’imputazione di solo tre persone “nonostanti (nonostante per l’occasione ha cessato di essere una preposizione ed è diventato un participio presente) le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia”. Le motivazioni delle sentenze fanno stato riguardo al dispositivo, non altro. Riguardo ai moventi delle azioni criminali, soprattutto quando queste azioni sono collegate a gruppi politici, l’ultima parola spetta alla storia.

L’autore dell’articolo concede poi che l’assassinio di Calabresi non fu un’impresa commendevole, “purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo”. Secondo lui, Lc fece “un’opposizione decisa ed efficace” al terrorismo. Cosa che stupisce. È comunque difficile ammettere che, se Lc predicò la violenza, lo fece non per terrorizzare la parte avversa, ma per incoraggiarla al dialogo.

“Se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero”. Che se ne prenda nota: bisogna vergognarsi di queste affermazioni, non di essere stati condannati come mandanti di un omicidio premeditato.

Sofri difende poi il famoso appello firmato da decine di intellettuali che pare sia stato una legittimazione ideale e preventiva dell’omicidio Calabresi. “Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi”. Anche chi allora firmò oggi vede quell’infame documento come una manifestazione di follia collettiva mentre invece si trattava, ci dice Sofri, di un’analisi generosa della situazione e della personalità del commissario. Che poi, in un momento di distrazione, fu assassinato.

“L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali…” Ancora una volta Sofri, quando gli conviene, si richiama alla realtà processuale. Invece, dal punto di vista politico e sociale, l’origine di certe azioni deve risalire anche a chi le ha sostenute intellettualmente. Si sarebbe avuta, la Rivoluzione Francese, senza l’Illuminismo?

“L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”. La violenza torbida e cieca dello Stato Italiano. La violenza torbida e cieca della Polizia di Stato. La violenza torbida e cieca del commissario Calabresi, contrapposta alla visione irenica ed idealistica di chi uccide a tradimento. C’è molto da imparare, da questo articolo. Le vittime del terrorismo non sono le persone che sono state uccise, sono i terroristi. Anche perché, sostiene Sofri, l’assassino a volte, oltre ad essere una vittima, è anche un uomo buono: “Fu dunque un atto terribile: questo [però] non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie…. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime”. Come si vede, non si è né frainteso né esagerato.

Adriano Sofri, con questo articolo, conferma l’impressione di sovrumana arroganza che ha sempre dato. Questo inqualificabile emulo di Capaneo è sostenuto e vezzeggiato da una sinistra che ha troppi scheletri nel suo armadio spirituale per dirgli il fatto suo: ma se fosse di destra non ci sarebbero anatemi a sufficienza. I Soloni si straccerebbero le vesti fino alla biancheria intima.

 

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

12 settembre 2008

 

 



[1]

“Il Foglio”, 11 settembre 2008

Mario Calabresi, sulla Repubblica di ieri, rendeva ampio conto di un incontro fra le vittime del terrorismo venute da ogni parte del mondo a New York per iniziativa del segretario delle Nazioni Unite. Lo stesso Mario Calabresi, in memoria dell’omicidio di suo padre, vi ha portato la voce delle vittime italiane dei cosiddetti anni di piombo, e le proprie riflessioni. Desidero muovere la più ferma obiezione a questa considerazione dell’omicidio di Luigi Calabresi. Lo faccio a doppio titolo. Il primo, titolo tutt’altro che invidiabile, di condannato come mandante di quell’omicidio. Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa verità non si attenua di un millimetro col passare del tempo, e col mio passare il tempo di tanti anni in galera e da prigioniero; per di più, come mostra una sola occhiata al paesaggio di rovine contemporaneo, in una mera dilapidazione. Il secondo è il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto, in qualunque angolo di strada ci trovassimo. Io tornerò distesamente, in un libro, se me ne basteranno le forze, sulla vicenda di Pino Pinelli e di Luigi Calabresi, che diventò anche la mia. Ma in questo caso non è della mia persona che si tratta. Il processo – tutte le sue innumerevoli puntate – contro di noi per l’omicidio Calabresi esordì, ormai vent’anni fa, ventilando una responsabilità in solido di Lotta Continua e dei suoi formali (e supposti) organi dirigenti, ma si sbrigò a abbandonare, già in istruttoria, questa strada temeraria, e si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato. Questo è rimasto, nonostanti le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull’intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia. Ma, direte, l’espediente giudiziario per circoscrivere l’accusa e ottenere la nostra condanna, non toglie niente alla sostanza civile e morale di quell’evento. Certo: purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo. Mario Calabresi accenna alle difficoltà che le stesse Nazioni Unite incontrano nella definizione di terrorismo – per ragioni faziose, peraltro, assai più che per la complicazione e l’elusività del tema. Considero terrorismo l’impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini. In questo senso in Italia un terrorismo c’è stato, e ha trovato in Lotta Continua, nella manciata d’anni in cui volle esistere, fra molti errori e fraintendimenti e cattive azioni, un’opposizione decisa ed efficace. Parlo dell’avversione ai terroristi, non di quella per gli ex terroristi che anima oggi tanti coraggiosi. Io personalmente ebbi in LC un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale. Ora, se l’omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un’affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c’erano, in qualunque angolo di strada si trovassero. Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, “donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno”. Con Pino Pinelli, con Luigi Calabresi, non fu così. Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno. Per la strage di piazza Fontana – di cui tutto si sa, salvo che per i servi sciocchi – furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici, quegli stessi che erano stati accusati a torto della serie di attentati che da mesi preparavano il 12 dicembre da cui l’Italia uscì stravolta. Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa. Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza – io oggi tendo a credere di no, ci tornerò a suo tempo – fu, non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco, anche chi non riuscì e non riesce a credere al suicidio di Pinelli era in buona fede. Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un’inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentò il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello. L’omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Fu un atto terribile: e nato in un contesto di parole e pensieri violenti ereditati, e ravvivati, che ammettevano, per esaltazione o per rassegnazione, l’omicidio politico, come nel giudizio dell’indomani, quello sì scritto da me. Non vorrei mai averlo scritto, soprattutto non vorrei mai che fosse stato fatto. Ma chi potrebbe non provare lo stesso rimpianto e rimorso? Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c’era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori. Io non riesco a condividere la frase che un mio amico e compagno di allora ripete come un esorcismo – “non si può essere ex assassini”. Certo che si può. Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie, e che non se ne prenda, ciascuno per la propria parte, chi ce l’ha, una corresponsabilità. I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime. Le vittime, infatti, sono state tante, e di tante diverse e opposte ferocie, e la spirale che le travolse – non certo solo di “neri” e “rossi” – sembra aver depositato, a una così enorme distanza, un’idea e soprattutto un sentimento più unilaterale e rancoroso che mai, ad onta delle buone intenzioni e dei monumenti e dei giorni del ricordo. Io cerco di tenere a bada i cattivi sentimenti, provo pena di fronte alle contrapposizioni rinnovate fra i morti nostri e i loro, e tuttavia non riesco a impedirmi, quando leggo della lettura pubblica della Costituzione svolta dalla signora Gemma Capra al cospetto del Capo dello Stato, di chiedermi se qualcuno, un’autorità qualunque, abbia invitato la signora Licia Pinelli a leggere in pubblico la Costituzione. Forse è avvenuto e io non lo so. So che Licia Pinelli dice che non vorrà mai leggere il libro di Mario Calabresi. Questo volevo dire oggi, per obiettare alla posizione espressa da Mario Calabresi nel prezioso incontro alle Nazioni Unite. Mi dispiace: argomenti come questo hanno bisogno di spazio e delicatezza, e sopportano male la risposta del giorno dopo. Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.

di Adriano Sofri

 

 

Pubblicato il 12/9/2008 alle 15.57 nella rubrica Diario.

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