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IL MORALISTA ANTIFASCISTA

 

Il moralista, in senso corrente, è uno che “fa la morale” agli altri e questa, come dice la sua etimologia, è l’insieme di regole di comportamento determinate dalle abitudini di un popolo.

La morale tuttavia è spesso inglobata in una religione: per questo in Europa si può parlare di “morale cristiana”. La conseguenza è che per i credenti la norma non è più derivata dalle abitudini di un popolo ma dalla rivelazione e dal magistero della Chiesa. Se, per ipotesi, moltissimi reputassero morale il suicidio in quanto autopunizione, per la Chiesa esso rimarrebbe condannabile perché, per la sua dottrina, l’uomo non ha il diritto di disporre della propria vita: neanche se reputa di meritare la morte. La Chiesa ammette che buona parte della sua morale coincide con quella che chiama morale naturale ma nondimeno fonda la validità di quelle norme sull’autorità della sua stessa dottrina.

 La conseguenza di tutto ciò è che se un sacerdote dice a qualcuno: “Tu non hai il diritto di ucciderti”, “Tu non hai il diritto di masturbarti”, “Tu non hai il diritto di divorziare”, l’interessato non ha a sua volta il diritto di replicare: “Fatti gli affari tuoi”. Perché, per il sacerdote, gli affari suoi sono la salvezza delle anime. E dunque anche quella di colui che si masturba o divorzia. La risposta giusta è: “Mi scusi, padre, ma io non sono credente. Dunque le sue regole per me non valgono. Su di me la Chiesa non ha nessuna autorità”.

 Se, riguardo al miscredente, non può fare il moralista nemmeno il sacerdote, figurarsi se può farlo qualcuno che fonda le proprie convinzioni solo su se stesso. E tuttavia la quantità di questi audaci, in giro, è sorprendentemente alta. Tutti sono pronti a riprendere la Gelmini se va a sostenere gli esami in Calabria invece che nella sua Milano; Fini se fa il bagno dove è vietato (e si dichiara pronto a pagare la multa); Berlusconi se scherza con le donne e, a sinistra, Fassino se è contento che la sua fazione scali una banca o Prodi se cerca di favorire un parente. Quasi che i moralisti, poveri angeli, non abbiano mai copiato a scuola, non abbiano mai parcheggiato dove è vietato, non abbiano mai cercato una raccomandazione. In Italia si ha questo costante iato tra il livello morale medio – che è piuttosto basso – e il livello morale che si pretende dagli altri. Si arriva a chiamare Andreotti mafioso e delinquente solo perché per certi reati è scattata la prescrizione, si sputa sulla tomba di Craxi dimenticando che c’è stato un periodo in cui tutti i partiti, inclusi quelli di sinistra, hanno nuotato a proprio agio nella corruzione. Per non parlare del Pci  che ha anche beneficiato per anni dei finanziamenti di un paese che apparteneva ad un’alleanza militare nemica di quella cui apparteneva l’Italia. E invece Craxi rimane l’uomo nero, mentre tutti i comunisti suoi contemporanei, da Napolitano in giù, sono casti e puri.

 Il colmo di questo moralismo d’accatto, interessato ed ipocrita, si raggiunge quando non ci si limita ad applicare al prossimo la più severa delle morali (mentre non la si applica a se stessi) ma addirittura si inventa un nuovo tipo di “peccato” imperdonabile. Dal 1943 il peccato imperdonabile è il fascismo. Basta chiamare qualcuno “fascista” perché lo si sia completamente squalificato, peggio che se avesse ucciso. Infatti i brigatisti rossi, una volta scontata la loro pena, sono ascoltati in conferenze, sono compresi nelle loro motivazioni e nei loro errori, e sono trattati con indulgenza, da intellettuali scrittori di libri. Mentre uno che dica “sì, sono stato fascista, ci credevo, ci ho creduto fino al 1944”, quello no, non è perdonabile. Neanche dieci, venti, cinquant’anni dopo. Come, è stato fascista? Se almeno, dopo, fosse diventato comunista, come Dario Fo o Giorgio Bocca (personaggi che hanno riversato nel loro antifascismo lo stesso ottuso fanatismo di quando erano fascisti), avremmo tutti potuto chiudere un occhio: ma osa ricordarsi di essere stato fascista? Pretende di affermare di essere stato in buona fede, in quell’errore? E come si può essere fascisti in buona fede?

 Il moralista antifascista è una sorta di mostro. Non ha una religione, dietro di sé, a meno che l’antifascismo sia esso stesso una religione, cosa che è lecito sospettare: tutto quello che ha, dietro di sé, è solo l’interesse della propria fazione. Se infatti fosse contro il totalitarismo sarebbe anche anticomunista, e non lo è. Se fosse contro i crimini nazisti sarebbe anche contro i crimini dello stalinismo, e non lo è. Se fosse per la libertà, che il fascismo ha gravemente conculcato, sarebbe anche contro il socialismo reale, che la libertà l’ha assassinata almeno per settant’anni, se vogliamo dimenticare la Cina e soprattutto la Corea del Nord, che l’assassinano ancora oggi.

 Se il moralista antifascista fosse per la verità ammetterebbe che migliaia di giovani, allevati nel culto di Mussolini e privati del diritto di ascoltare voci critiche, dunque non educati alla democrazia, possano avere difeso perfino col loro sangue un regime liberticida, un regime alleato di Hitler. I partigiani aspettavano di vedersi offrire dagli Alleati la vittoria su un piatto d’argento, i soldati di Salò erano degli illusi, dei perdenti che combattevano per una causa persa, e sbagliata per giunta.

 Ma il moralista antifascista non ha bisogno di dimostrare nulla. Ha creato lo stereotipo per cui, identificato il reprobo, basta gridare al fascista e stracciarsi le vesti. Basta esclamare: “Ha bestemmiato!” e si può contare che la folla preferirà Barabba.

 Questo grande sacerdote dell’impostura ha sostenuto per decenni la più lunga delle dittature europee e, in seguito, non ha avuto neanche la decenza di pentirsi. Ma lui non è stato fascista o, nel caso, l’ha dimenticato. In fondo, di che deve pentirsi?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

9 settembre 2008

Pubblicato il 10/9/2008 alle 18.30 nella rubrica Diario.

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