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L'IO COME PATOLOGIA

 Tutti abbiamo uno stomaco, ma se non abbiamo fame non ci pensiamo. E nessuno si occupa dei propri denti, a meno che non abbia mal di denti: ecco perché si parla di “silenzio degli organi”. Le diverse parti del nostro corpo si segnalano alla nostra attenzione solo quando c’è qualcosa che non va: è precisamente questa la funzione del dolore fisico.
Se consideriamo l’io come una parte di noi, possiamo chiederci se la coscienza di esso sia un dato patologico. Come è ovvio, l’ipotesi patologica è esclusa ogni volta che il pensare a se stessi sia provocato dalla vita stessa: se qualcuno ci chiede come ci chiamiamo o come stiamo di salute, non possiamo evitare di pensare a noi stessi. Diverso è il caso di chi si occupa spesso di sé, chiedendosi se per caso non sia un fallito, se stia bene di salute (ipocondria) o se sia sufficientemente rispettato e apprezzato. La frequente coscienza dell’io, specialmente se colorita di autocompiacimento o di autocompianto, potrebbe essere patologica.
Nessuno amerebbe essere considerato un inferiore ma, ugualmente, non è normale stare a chiedersi perché un vicino ci ha salutati distrattamente. Chi è sano di mente neanche se ne accorge. Al massimo commenta: “Chissà che gli passa per la mente!” Viceversa, l’insicuro comincerà a chiedersi se sì o no si deve offendere per quel tipo di saluto; se quell’atteggiamento sia o no un segnale che il vicino voleva inviargli; se c’è un’altra spiegazione ancora peggiore. Questo uomo fa cento ragionamenti non per vedere se abbia qualcosa da rimproverarsi, ma per vedere se la sua vanità sia stata ferita. Infatti pretenderebbe d’essere ammirato e riverito senza riserve da quel vicino come da tutti.
Occuparsi spesso della propria posizione nella società, redigere continui bilanci, con lutti e trionfi intimi, non serve a niente. Fra l’altro, l’uomo suscettibile non si occupa dei minimi avvenimenti per dedurne qualcosa di positivo, e dunque migliorarsi, ma solo per sapere se per caso non abbia difeso con sufficiente energia quel capolavoro della natura che è lui stesso. Ha un’eccessiva considerazione di sé minata dal sospetto che gli altri non la condividano.
Un atteggiamento ugualmente anormale è quello di chi non nutre alcun dubbio sul proprio superiore valore e si perde spesso nell’estasiata contemplazione di sé. Questo genere di uomo è convinto che tutto ciò che gli capita sia reso interessante, e quasi mitologico, dal fatto che lo abbia visto protagonista. Si racconta dunque volentieri e crede con questo di fare un favore agli altri: quale argomento potrebbe essere più interessante? Una persona di questo genere è un’autentica disgrazia.
L’uomo equilibrato raggiunge il quasi completo oblio di sé. Chi sostituisce uno pneumatico bucato, chi legge un giornale, chi bada a friggere un uovo, pensa alla ruota, alla notizia, alla frittata. Il suo io è silente come sono silenti, se non ha male, le sue ginocchia e i suoi reni. La persona normale in società non sta a chiedersi se stia facendo o no tappezzeria, se gli altri lo stiano ammirando o criticando: si limita a vivere. Segue distesamente il proverbio, “male non fare, paura non avere”.
Pensare spesso a se stessi è come avere una spia rossa che occhieggia sul cruscotto.
Gianni Pardo,
www.pardo.ilcannocchiale.it
12 gennaio 2008

Pubblicato il 4/9/2008 alle 16.47 nella rubrica Diario.

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