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POLITICA
21 giugno 2020
HO INTERA SFIDUCIA NELLA GIUSTIZIA

C’è in giro un’idea sbagliata e perniciosa, che tuttavia è condivisa da folle innumerevoli di persone semplici e perbene: quella secondo cui non si possa negare l’evidenza. Questo pregiudizio dipende da due cose: in primo luogo, dal fatto che l’evidenza è sensoriale. Se A vede un cane, di solito anche B vede un cane. E del resto l’etimologia di evidenza risale a “vedere”. In secondo luogo, se ad A una cosa appare chiara, pensa in buona fede che dovrebbe apparire chiara anche a B. E qui si sbaglia di grosso. Le menti più fine dell’umanità si sono date alla filosofia e non ci sono due filosofi che vadano interamente d’accordo. Anzi, ogni filosofo reputa – anche se non lo scrive – che i suoi colleghi siano una manica di imbecilli.

L’evidenza logica non è tale per tutti. L’evidenza morale non è tale per tutti. L’evidenza estetica non è tale per tutti. L’evidenza giuridica non è tale per tutti. Il buon senso ci deve insegnare piuttosto a dubitare del valore probatorio dell’evidenza sensoriale che ad essere sicuri del valore probatorio delle evidenze logiche, morali, estetiche e giuridiche. Tutto ciò è particolarmente vero per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia. Mentre per gli interessati la ragione o il torto sono soggettivamente evidenti, oggettivamente sono in contrasto e uno dei due certamente si sbaglia. 

Nel corso del tempo la civiltà ha elaborato un sistema giudiziario che riposa fondamentalmente su due pilastri: la legge scritta e la terzietà del giudice. La legge scritta offre un quadro di riferimento (il Tatbestand, dicevano i giuristi tedeschi) sicché si può sapere in anticipo come il codice regolamenta certi fatti. Chi sottrae la cosa mobile altrui commette un furto ed è condannato alla restituzione del maltolto e al carcere. Forse ancor più importante è la terzietà del giudice perché, non essendo personalmente coinvolto nella controversia, esiste la speranza che il suo punto di vista sia meno influenzato dai suoi interessi e dalla sua affettività. 

E tuttavia anche questi presìdi sono tutt’altro che a tenuta stagna. La legge può essere poco chiara, può essere interpretata in un modo o in un altro, o può addirittura essere scavalcata da un giudice scorretto. Quanto alla soggettività del decidente, si tratta di un uomo che non vive sulla Luna e dunque ha le sue idee politiche, religiose, morali. Per non parlare delle sue esperienze personali. Siamo sicuri che il giudice che deve decidere sulle conseguenze familiari ed economiche di un divorzio non sarà influenzato dalla qualità della sua propria vita matrimoniale? Come mi diceva un’amica avvocata: “!l migliore cliente è quello che ha evidentemente torto. Se riuscirò a fare qualcosa per lui, mi ringrazierà. Se invece ha ragione e il giudice gli dà ragione, non mi dirà nemmeno grazie; e se gli dà torto, se la prenderà con me”.

Ecco perché, a sentir qualcuno dire che, in vista di un procedimento penale, ha “intera fiducia nella giustizia”, c’è da sentirsi accapponare la pelle. L’ipotesi più benevola è che menta e dica una frase politicamente corretta. Se invece è sincero, si tratta di un incompetente da compiangere. Non sa ciò che potrebbe capitargli. 

Interessante è, al riguardo, l’opinione dei professionisti del diritto. Qualunque penalista e qualunque magistrato sono letteralmente terrorizzati all’idea di essere processati per una contravvenzione. La cosa è stata portata a livello teorico da Francesco Ferrara (ripreso poi da Piero Calamandrei e mille altri, con piccole variazioni): “Se mi accusassero di avere rubato la Torre di Pisa, intanto mi darei alla latitanza”. La prima volta che ho letto questa frase, mi è sembrata eccessiva. In seguito mi sono sempre chiesto quale sarebbe stato il miglior posto per nascondermi.

L’innocenza evidente non esiste. E se esiste per me, non è detto che esista per te, per un terzo e soprattutto per il giudice. Il rischio c’è sempre. Del resto, se l’innocenza fosse evidente, nessun innocente sarebbe mai rinviato a giudizio. E il semplice fatto che lo sia fa svanire quell’evidenza. Per non parlare della lunga lista di innocenti condannati, da Socrate fino a processi che hanno fatto vacillare governi, come il caso di Alfred Dreyfus.

La situazione dell’Italia, in questo campo, è particolarmente dolorosa. Non soltanto abbiamo avuto legioni di magistrati che si sono sentiti incaricati di una missione storica, che hanno voluto far progredire il Paese verso una palingenesi morale e sociale ed hanno per questo piegato la funzione giurisdizionale all’interesse politico di parte. Non soltanto abbiamo avuto una serie di condanne ingiuste ma soprattutto abbiamo avuto una serie di assoluzioni giuste ma precedute da detenzioni ingiuste, da calvari processuali durati decenni, da vite distrutte senza ragione. Si pensi all’ex ministro Calogero Mannino. accusato di ogni nefandezza e processato per ventotto anni per alla fine essere assolto. Per non parlare di altri casi, come quello di Bruno Contrada, Enzo Tortora, e perfino del grande magistrato Corrado Carnevale.

Nessuna posizione processuale - per esempio l'innocenza in un processo penale – è talmente evidente ed incontestabile da poter fare a meno di difendersi. Nessun avvocato serio dirà mai al suo cliente;: "Stia tranquillo, il giudice non può che darle ragione". E la stessa legge, prudentemente, impone anche all'innocente conclamato ed evidentemente calunniato, l'obbligo di avere un difensore. 

La tesi di un'evidenza processuale è assurda. Se la regola è che chi tampona un’altra auto ha torto, il tamponato non dovrebbe nemmeno denunciare l’incidente all’assicurazione. Ma io l’ho fatto, ed ho fatto bene, perché è risultato, non so come,  che i torti erano divisi a metà. Sarebbe bello se gli italiani conoscessero la differenza fra verità storica e verità giudiziaria.

Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 

19 giugno 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/6/2020 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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