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POLITICA
15 giugno 2020
CERCARE LA TORTA CHE SI È GIA' MANGIATA
Lucrezia Reichlin è una specialista di economia. Fra tanta gente che parla a vanvera, leggere gli articoli di una giornalista che sa quel che dice, è un vero piacere. Ciò non impedisce di dissentire, naturalmente. Soprattutto perché la macroeconomia è così intrecciata con la politica che cessa di essere quella scienza fatta di evidenze che creò Adam Smith. Così diviene una sorta di fede contro cui perfino l’esperienza è impotente. Si è visto nell’Unione Sovietica, dove per settant’anni si è seguita una teoria devastante.
La Reichlin esamina(1) la situazione dell’Europa nel periodo post Covid-19 e non appare molto ottimista. Pensa che nel 2020 le conseguenze del fermo imposto all’economia per tre mesi saranno pesantissime. E non prevede che le cose saranno facili negli anni successivi. In questo panorama fa eccezione la Germania perché ha predisposto grandi difese. Infatti ha messo in cantiere “un bazooka di 130 miliardi per i prossimi due anni che ammonta al 3% del prodotto interno lordo (Pil) tedesco”; e ciò, conclude, “dovrebbe servire da ispirazione” agli altri Stati europei. Fra l’altro Berlino ha abbassato di tre punti l’Iva fino a dicembre, e anche questo sarà molto utile. 
“La Germania è il primo Paese in Europa ad adottare misure di stimolo al di là dell'emergenza Covid, volte a sostenere la domanda in questa nuova fase”, e la politica economica tedesca potrebbe essere benefica anche per gli Stati vicini. In particolare per l’Italia. “Questo effetto verrebbe moltiplicato se anche altri pensassero a misure simili” ma purtroppo l’Italia potrebbe adottare analoghe misure soltanto se adeguatamente aiutata dal Recovery Fund, i cui finanziamenti potrebbero cominciare ad arrivare nel 2021. E non nei primi mesi. Comunque, scrive la Reichlin, “Questa volta la Germania ha aperto la via a politiche keynesiane aggressive. Che questo serva di ispirazione all'euro-gruppo per un coordinamento tra Paesi che vada in questa direzione”. Leggendo tutto questo testo alla fine uno si chiede: “Ma allora veramente l’imperatore è vestito ed io soltanto lo vedo nudo?”
Secondo la teoria di John Maynard Keynes, in occasione di una crisi congiunturale lo Stato deve sostenere anche in deficit la domanda. Può commissionare grandiose opere pubbliche in modo da distribuire una grande quantità di salari e i lavoratori disoccupati, avendo finalmente denaro da spendere (la “domanda”) rilanciano la produzione di ricchezza. Ed ecco superata la crisi. Ma nel seguire questo piano non bisogna trascurare quelle parole: “in occasione di una crisi congiunturale”. Non sempre coloro che si sono appellati a Keynes hanno ricordato queste parole. Il presupposto perché il “moltiplicatore” keynesiano funzioni è che l’organismo sia sano, tanto da poter tollerare una spesa in deficit, e sia in condizioni tali che, con una piccola spinta, sia in grado di riprendere il ritmo di prima. 
In Italia invece i governi hanno avuto le mani bucate e a gennaio il nostro debito pubblico navigava intorno al 134% del prodotto interno lordo (la ricchezza prodotta in un anno dalla nazione). E ora si parla di un balzo al 155-160%. Per decenni, facendo finta di non aver capito la teoria, i governi hanno applicato il meccanismo del “moltiplicatore” keynesiano pressoché costantemente, senza tener conto che, se il moltiplicatore non funziona nell’anno x, nulla dimostra che funzionerà nell’anno x+1. E nel nostro caso, siamo più o meno all’anno x+40.
L’Italia è, dopo la Grecia, il caso più drammatico, ma gli altri “Paesi del Sud” non stanno poi tanto meglio. Quella Francia che pretende al ruolo di potenza leader dell’Unione, insieme alla Germania, ha un debito pubblico intorno al 100% del suo pil. Ed anche la Spagna ha un debito molto alto. In altri termini, proprio tutti i Paesi che avrebbero bisogno di una manovra come quella tedesca non se la possono permettere. Perché non hanno le riserve che ha la Germania. Né la sospensione del patto di stabilità può essere considerata una panacea. Infatti la richiesta di nuovi prestiti rischia di incocciare nell’indisponibilità delle Borse a comprare i nostri titoli, non ritenendoci affidabili. Finché si è parlato con (eccessiva) fiducia del Recovery Fund, gli spread sono rimasti moderati, ma non è detto che questo stato d’animo si mantenga. Se il tempo passasse, le resistenze aumentassero, e la Germania riuscisse ad imbrigliare la generosità spendereccia della Bce, che cosa avverrebbe? Le Borse non sono il Pozzo di San Patrizio. Se fosse così, l’Argentina non sarebbe fallita quasi dieci volte.
Forse i suggerimenti della Reichlin non possono essere seguiti. Camminare speditamente e poter saltare sono cose bellissime, ma proporle a un paralitico è quasi crudeltà. La signora avrebbe soltanto dovuto dire che, se i Paesi ricchi fossero disposti a fare immensi regali a quelli indebitati, se questi fossero capaci di cambiare politica, di attuare grandi riforme, e di fare buon uso del denaro ricevuto, ci si potrebbe salvare tutti insieme. Se, se, se. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)Corriere della Sera - Lucrezia Reichlin - 14/06/2020 pg. 1 ed. Nazionale.



permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/6/2020 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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