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POLITICA
3 ottobre 2019
ABBASSO CARLO MAGNO
Il lamento sulla scuola è universale. Da quando esistono statistiche internazionali, e l’Italia viene classificata sempre malissimo, si è cominciato a rendersi conto che il nostro sistema educativo non funziona. I nostri giovani escono dalle scuole secondarie con un diploma e molti sono ancora “analfabeti funzionali”. Del resto, lo si nota anche essendo lontani dagli istituti scolastici: basta ascoltare i giornalisti televisivi, e gli errori non si contano. Soprattutto fanno orrore le parole orecchiate, sintomo del fatto che si legge poco e non si ha una conoscenza tecnica della lingua. Diversamente nessuno direbbe “una manciata di secondi”, “paventare” per fare paura, “inerme” per inerte, “piuttosto che” per “come anche” e cose simili, con una tale frequenza da indurre una persona colta a sentirsi straniera, in questo Paese.
Da tutto ciò si deduce che bisognerebbe salvare la scuola. Investendo di più nell’educazione  – dicono - migliorando i sussidi educativi, i laboratori, l’informatizzazione. Ovviamente bisognerebbe riqualificare i docenti ed anche pagarli meglio, per avere una migliore selezione, invece di avere coloro che si contentano di una paga di operaio non specializzato. E si potrebbe continuare, senza mostrare di avere visto il nocciolo del problema.
Il nocciolo del problema è un altro: non è quello che si insegna, è quello che si impara. Se la scuola offre molto, ma non chiede niente per promuovere i ragazzi all’anno seguente, essi non impareranno (quasi) niente, salvo alcuni appassionati che forse sarebbero divenuti persone colte anche standosene a casa.  Viceversa, se un professore carogna non spiega mai (e contravviene al suo dovere) ma interroga e boccia sulla base di ciò che i ragazzi possono imparare sul libro di testo, otterrà migliori risultati di un eccellente professore che spiega benissimo ma promuove tutti. Infatti può anche succedere che, mentre lui spiega, dispensando perle di cultura, il ragazzo del quarto banco studi il libro di testo per poter rispondere al professore battifiacca. O incapace di spiegare.
Tutto il guaio (dal famoso Sessantotto in poi) nasce dalla lotta contro il nozionismo e contro lo sforzo di imparare richiesto agli alunni. E dire che è anche questo il significato di “studio”, come del resto si vede anche in un’espressione come “studiarsi di essere chiari”.
L’avere estromesso dalla scuola la severità, e con essa il latino, la storia, la filosofia e la geografia corrisponde ad avere una società di analfabeti culturali. Non capisco perché non tolgano dai programmi anche la matematica, sostituendola con “Storia delle telenovelas”. Del resto, chissà quanti applausi riceverebbe questa frase, nei talk show: “Sopprimiamo la matematica. Io non l’ho mai capita. Anzi, nessuno la capisce. Richiede studio e non serve a niente. Ma chi diamine l’ha inventata?
In questo i ragazzi francesi sono più fortunati e più radicali dei nostri. Poiché a loro insegnano che la scuola l’ha inventata Carlo Magno, sanno chi maledire. I nostri, poverini, non possono avere neanche questa innocente soddisfazione. Perché non hanno mai sentito parlare di Carlo Magno.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/10/2019 alle 10:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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