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politica interna
6 giugno 2011
IL BERLUSCONISMO NON ESISTE
Secondo un detto, se ci danno dell’asino per due volte abbiamo il diritto di offenderci ma se ci danno dell’asino per la terza volta, è bene che ci mettiamo a ragliare. Oggi in Italia tutti parlano del superamento del berlusconismo, della crisi del berlusconismo, della fine berlusconismo ed è dunque bene chiedersi che cosa ci sia di vero.
Nessun fenomeno politico è eterno. Se Silvio Berlusconi, dopo oltre tre lustri di notevole vita politica, fosse archiviato, non ci sarebbe da stupirsi. Un tempo molti temevano di “morire democristiani” e la Dc è morta e sepolta. Come morta e sepolta è quell’Unione Sovietica che sembrò una roccia per oltre settant’anni. Tutto finisce. Per il Cavaliere invece si è arrivati ad una tale monomania che, se domani gli venisse un coccolone e uscisse dalla scena “con i piedi davanti”, molti sciocchi direbbero: “Finalmente ce l’abbiamo fatta!”
È possibile che il berlusconismo sia finito. È possibile che non sia finito. Comunque per prima cosa bisogna chiedersi che cosa si intenda con questo termine.
Silvio Berlusconi non è né un grande politologo né un grande economista. Che si sappia, non ha elaborato nessuna nuova teoria. Nel 1994 ha vinto contro il Pds solo perché ha raccattato la vecchia bandiera del liberalismo. Se oggi il bipolarismo italiano è passato dal dilemma liberalismo-socialismo al dilemma berlusconismo-antiberlusconismo non è perché queste due ultime categorie siano politologiche, ma a causa della straordinaria capacità di quell’uomo di coagulare il consenso intorno a sé. A sinistra sono convinti di poter battere i liberali solo battendo Berlusconi, a destra sono convinti che gli ex comunisti si possono contrastare solo riuscendo a farlo vincere ancora.
La realtà vera è che esiste un elettorato di centro-destra che per decenni ha sostenuto la Democrazia Cristiana, che nel 1994 ha inaspettatamente sconfitto la sinistra, e che non sparirebbe se domani sparisse Berlusconi. Fra l’altro, la sinistra si è fatta forte della vecchia accusa di dittatura (mossa a suo tempo anche a Pericle e a De Gaulle), e quell’accusa fa leva sull’antipatia che i molti anonimi sentono per chi è centrale nella fama. John Lennon ne è addirittura morto. Ma chi dice che un centro-destra con un Segretario Politico efficace, anche se non superiormente carismatico, sarebbe un bersaglio più facile? La sinistra sarebbe costretta a parlare di programmi ed oggi, dopo che è morta l’utopia comunista, non è facile.
Non esiste il berlusconismo: esiste Silvio Berlusconi. Esiste una maggioranza sufficientemente solida. Quante probabilità ci sono che la legislatura si interrompa prima, tenendo presente che essa si interrompe con un voto di sfiducia in Parlamento? Pochine. E allora, di che crisi si sta parlando?
Qui si entra nel vivo del problema. Mentre da un lato ci sono i “numeri” del Parlamento e dall’altro la grande massa del popolo italiano che pensa agli affari suoi, in mezzo c’è una classe politica e giornalistica che si parla addosso dalla mattina alla sera e finisce col vivere in un mondo immaginario. Se tutti insieme dicono che Berlusconi è finito, Berlusconi è finito. Se tutti insieme dicono che dopo le elezioni di Milano e Napoli, o dopo un referendum riuscito, il governo si dovrebbe dimettere, loro sono convinti che ciò avverrà. Dimenticando che la maggioranza non ha nessuna intenzione di andare a casa. E allora?
Silvio Berlusconi ha inanellato un bel po’ di gaffe, come è suo costume; forse non è al meglio della sua parabola politica; sopravvive fra mille difficoltà, come qualunque Presidente del Consiglio. Infine la sua maggioranza è stata strapazzata, alle ultime amministrative. E allora? Anche se ha perduto qualche penna vi aspettate che il pollo, invitato ad entrare da vivo nel forno, lo faccia?
In Italia assistiamo ad una infinita, stucchevole logomachia. Il governo, salvo errori, dovrebbe durare in carica fino al 2013. In quell’anno, o Berlusconi si candida ancora o non si candida più. Inoltre, o vince il centro-destra o vince il centro-sinistra, come sempre è avvenuto. Dov’è la notizia? Che c’è da discutere tanto appassionatamente, come se stesse per crollare tutto? Ecco perché stiamo toccando altissimi livelli di noia.
La pubblicistica italiana fa pensare a quei mentecatti che annunciano la fine del mondo, si buttano persino ad indicarne la data, e poi sono giustamente dimenticati.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
6 giugno 2011




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5 giugno 2011
LO STATO PUO' RILANCIARE L'ECONOMIA?
Il liberale è uno che non ama lo Stato e non se ne aspetta niente di buono. Uno che, se l’Amministrazione fa qualcosa di positivo, per prima cosa si chiede quanto costi al contribuente. E se non sarebbe meno costoso lasciarla ai privati.
L’esempio di massima chiarezza è la Sanità Pubblica. Senza andar lontano, mia moglie spende capitali in dentisti, oculisti, radiografie, ecografie ecc., dopo avere pagato, e continuando a pagare, per la Sanità Pubblica. Che la curerebbe, forse male, comunque fra molti mesi.
La maggior parte della gente tuttavia non teme l’intervento dello Stato e lo invoca ad ogni piè sospinto. Se un ciclista sbatte la testa e muore, chiede che sia reso obbligatorio il casco anche per chi pedala in città. Se dei bambini naufragano nel Mediterraneo per colpa di genitori imprudenti (morti anche loro), si chiede che cosa faccia lo Stato italiano per questi piccoli stranieri. Non si finirebbe mai. Un tempo, quando erano di moda le femministe, forse seriamente, forse per ridere, si parlò di “orgasmo di Stato”. Ma anche gli scherzi, insegna Freud, sono sentieri verso la verità.
I liberali e gli statalisti, a volte designati come “uomini di destra” e “uomini di sinistra”, hanno mentalità inconciliabili. Ambedue i gruppi tuttavia riconoscono che alla loro posizione ci sono dei limiti. Gli statalisti non possono ragionevolmente chiedere che lo Stato curi il prato delle ville private, i liberali non possono chiedere che la scuola sia a spese degli alunni o che l’esercito e la polizia siano affidati a Società per Azioni.
Partendo da queste posizioni ragionevoli, si può proporre il tormentoso interrogativo: lo Stato può dirigere l’economia? Lo Stato ne è responsabile? Lo Stato è colpevole, se c’è una recessione?
Lo statalista autentico - malgrado i risultati storicamente raggiunti - risponde sì a tutto e sogna l’Unione Sovietica. Il liberale non osa più sperare in uno Stato che si faccia interamente i fatti suoi ma si chiede che cosa esso dovrebbe fare in concreto. La materia è controversa e si può esprimere solo un’opinione.
L’andamento dell’economia di una nazione è in primo luogo determinato dal carattere e dal livello culturale dei suoi abitanti. Sullo stesso territorio si può essere ricchi (israeliani) o poveri in canna (palestinesi). Poi molta influenza ha il sistema politico. Se esso è collettivista e statalista (maoismo) si possono avere carestie che uccidono milioni di cinesi. Se invece il sistema politico è liberista, gli stessi cinesi possono arricchirsi rendendo la loro nazione una potenza economica mondiale. E la riprova si ha oggi in Corea, dove quella del sud, con poco Stato, è una potenza economica, e quella del Nord,  veterocomunista, rischia carestie.
I dati di base sono due: il primo è che il popolo non può essere facilmente modificato. Non si può rendere l’Uganda come l’Olanda solo dando all’Uganda un governo olandese. Il secondo è che lo Stato può avere una grande influenza ma, a parere di chi scrive, solo negativamente. Se Mao Tse Tung avesse permesso ai cinesi di vivere e operare come gli è stato permesso con Deng Tsiao Ping, essi avrebbero lavorato già allora come lavorano oggi. E nessuno sarebbe morto di fame. Ma non è lasciando gli ugandesi liberi come i cinesi che realizzeranno un miracolo economico.  
Da questo schema si deduce che chi – come avviene in Italia – chiede allo Stato di “rilanciare l’economia”, chiede l’impossibile. La cosa avrebbe un senso se si dimostrasse quale freno (da abolire) lo Stato stia già imponendo ad essa. In questo caso avrebbe un senso l’idea che allentandolo la macchina giri più veloce. Ma non si tratterebbe di chiedere al governo di fare qualcosa, gli si chiederebbe di smettere di fare qualcosa.
Un esempio fin troppo facile è la diminuzione della pressione fiscale. È semplicemente banale dire che, abbassando i costi di produzione, si sposta il limite economico permettendo alle imprese marginali di sopravvivere. Ma per diminuire la pressione fiscale bisogna ridurre i servizi dello Stato, e se a questo non si è disposti, è inutile chiedere allo Stato di rilanciare l’economia.
Sarebbe bello, fossimo nella nazione di cui parlava Jonathan Swift, vedere la gente che chiede una riduzione delle prestazioni dello Stato. Purtroppo, l’Italia non è quell’immaginario Paese ma anche in esso i più saggi non erano gli uomini, erano i cavalli. Non abbiamo molte speranze.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
4 giugno 2011




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5 giugno 2011
L'ISLAM DISTRUGGERA' SE STESSO?
Di Daniel Greenfield, 30 maggio 2011
Parlando al congresso, Netanyahu ha detto che l’Islam militante minaccia l’Islam. Come se esistesse qualcosa come una forma non militante di Islam. Un’ideologia che fu aggressivamente espansionistica fin dalla nascita. E tuttavia è vero che l’espansionismo lo minaccia.
Non è soltanto la militanza che minaccia l’Islam, ma la sua mancanza di senso delle proporzioni. Se i nazisti si fossero contentati di una serie di purghe domestiche e di un po’ di espansionismo territoriale, oggi forse starebbero ancora amministrando uno Stato fallito e in decadenza. Una nuova storia, riguardante gli anni ’70 e ’80, forse parlerebbe di proteste popolari contro la disastrosa economia del Nazionalsocialismo. Ma Hitler e i suoi accoliti mancavano di senso delle proporzioni. Quando essi si buttarono nell’invasione della Russia, in una guerra africana e in una battaglia aerea contro l’Inghilterra, con una dichiarazione di guerra all’America… si fregarono. E la loro ideologia morì con loro.
Se un’ideologia che combatte una guerra simultanea praticamente in ogni continente suona come qualcosa di familiare, anche questa dovrebbe. La nuova crociata islamica  è anch’essa arrogante e troppo estesa. Anch’essa è convinta che vincerà ogni battaglia perché è suo destino vincere. Che la sua connaturata società la rende imbattibile. E che i suoi nemici sono dei vigliacchi facilmente ingannati e ancor più facilmente battuti.
I petrodollari e i jihadisti si sono scaraventati in conflitti in tutto il mondo. I Paesi musulmani corrono ad acquisire armi nucleari, anche se questo mette le loro proprie popolazioni sulla linea di fuoco di una guerra nucleare. Il terrorismo musulmano sta trasformando l’immigrazione in un argomento che riguarda la sicurezza nazionale e la Sharia sta facendo allarmando perfino molti liberals. L’arroganza e la hybris della crociata islamica per un nuovo califfato si è fatta troppi nemici troppo velocemente. E conta sulla complicità e il denaro dell’Occidente. Questo rimane un punto debole. Se i musulmani si fossero concentrati su rivoluzioni nazionali, la maggior parte del mondo li avrebbe lasciati fare. I Paesi occidentali hanno perso ogni entusiasmo per interventi armati a favore dei tiranni. E se gli uomini d’affari stranieri possono imparare a convivere con Dubai e l’Arabia Saudita, possono anche accettare trasformazioni simili in Egitto e in Siria. I musulmani avrebbero potuto mettere insieme un califfato praticamente senza obiezioni dall’estero. Ma al contrario essi hanno perso più tempo a concentrarsi sulla conquista piuttosto che sulla rivoluzione.
Come un giocatore dilettante che diviene rosso per le proprie vincite, gli imam e i mullah si sono gonfiati di orgoglio ed hanno deciso che non potevano perdere. Essi non si sarebbero limitati a buttar giù i loro propri Paesi, al contrario avrebbero legato i Paesi e li avrebbero tirati giù tutti insieme. Usando il terrorismo per intimidire e ricattare l’Occidente. E poi usare questo come una leva per cambiare il regime. E la cosa sta funzionando abbastanza bene, fino ad ora. Ma bisogna ricordare che la maggior parte dei piani di battaglia funziona quando il nemico si difende appena.
Gli islamisti stanno mettendo insieme troppi nemici troppo velocemente, per considerare che cosa avverrebbe se questi nemici si unissero contro di loro. Hanno speso troppo tempo ridendo sarcasticamente della dipendenza occidentale dal loro petrolio e dalla loro immigrazione per pensare a che cosa avverrebbe il giorno in cui il tubo dell’oleodotto e il tubo dell’immigrazione fossero chiusi. Come i nazisti, stanno perdendo troppo tempo a spostare puntine da disegno sulla carta geografica per prendere nota di tutti i posti in cui stanno avanzando, tutte le guerre che stanno combattendo e tutte le moschee che stanno costruendo, per avere il tempo di accorgersi quanto tutto questo li renda vulnerabili.
La Fortuna arride all’aggressore che prende l’iniziativa. Ma questo solo fino a quando non esagera. Perché allora è la controparte, che prende l’iniziativa.
Hitler si reputava abbastanza furbo per prendere la Renania, per inglobare l’Austria e per impossessarsi delle ricchezze industriali della Cecoslovacchia col consenso dei suoi vecchi nemici. Poi, con i bombardieri che volavano sopra Londra e i carri armati molto addentro al territorio russo, il Terzo Reich e i suoi alleati sembravano inarrestabili. Ma pochi anni dopo le truppe nemiche stavano stringendo in una morsa Berlino. Ecco il problema, quando si pensa che si vincerà perché si è destinati a vincere. Quando finalmente ci si accorge in quale inestricabile guaio ci si è messi, è troppo tardi.
Alla fine del 1941, la Germania prendeva l’iniziativa contro quell’America che l’ultima volta aveva determinato un’inversione della marea. È difficile trovare un caso più chiaro di oblio completo delle lezioni di una guerra cui pure Hitler aveva partecipato.  Ma i nazisti erano giunti al potere negando le lezioni politiche, militari ed economica della Prima Guerra Mondiale. L’asserzione che la Germania aveva perso perché era stata tradita la condannava a perdere una seconda volta.
Gli islamisti soffrono dello stesso problema. La negazione della storia li condanna a ripeterla tutta da capo. La loro asserzione che gli Stati islamici sono immuni dai problemi sociali ed economici degli Stati secolari significa che le loro aspirazioni per un califfato crolleranno trasformandosi in zuffe e guerre civili. E la loro credenza che i guerrieri islamici siano migliori dei normali membri di tribù armati di mitra e bazooka si è dimostrata falsa in innumerevoli campi di battaglia. Il mito del terrorista suicida è l’ultimo ricorso di un’ideologia illusoria che cerca di negare le proprie umane vulnerabilità.
La purezza della dottrina razziale e religiosa non corrisponde all’onnipotenza. E l’espansionismo islamico ha il dovere di imparare di nuovo la stessa lezione che la Seconda Guerra Mondiale dispensò agli aggressori. Il califfato e il Terzo Reich sono le visioni di maniaci e di demagoghi che cercano di rimettere indietro le lancette dell’orologio verso un passato mitico. Costruiscono castelli di sabbia su una spiaggia insanguinata.
Gli ossessivi progetti di costruzioni coi petrodollari di Dubai hanno qualcosa che ricorda Albert Speer. Grandissime costruzioni prive di gusto per mostrare la grandeur di un regime, pur nel momento in cui ne rivelano la mancanza di gusto e di creatività. E la propria sotterranea insicurezza. L’ossessione dei  nazisti, dei comunisti ed ora dei musulmani per la costruzione di inumane e gargantuesche strutture rivela qualcosa dell’insicurezza che sta dietro la violenza. Coperture gigantesche di cemento ed acciaio realizzate da uomini cattivi terrificati dal loro proprio essere mortali.
Le insicurezze conducono alla grandiosità. Le aggressive riprese di Leni Rifenstahl che descrivevano l’uomo ariano come più che umano, o il martire islamico che volentieri uccide se stesso per la Jahad condividono un comune disprezzo per l’umanità. E dietro il disprezzo la codarda paura di essere soltanto umani.
L’ambizione del califfato nasconde la propria stessa putrefazione. I graffiti sui muri che rappresentano i martiri li trasformano in musei della paura. La grandiosità di una Jihad in tutto il mondo non è l’opera di persone dal forte pensiero, ma di persone deboli. La Jihad non è in marcia perché è forte, ma perché è incapace di offrire qualsivoglia soluzione reale ai problemi interni della nazione. Tutto ciò che i gruppi islamici offrono sono servizi sovvenzionati e mance in cambio del sostegno popolare. Lo stesso trucco da quattro soldi che ogni governo islamico ed anche non islamico usa.
Come quella nazista e comunista, anche l’utopia islamica è insostenibile. Il sogno di uno sciocco curato da avidi ladri e difeso da crudeli macellai. E come loro aumenta la propria credibilità estendendo il conflitto. Ponendosi come la forza della luce che si oppone alle tenebre. E come loro, l’Islam distrugge le società di cui si impossessa per continuare una guerra che non ha scopo se non quello di nascondere la stupidità delle sue dottrine e l’incompetenza dei suoi visionari.
La connaturata instabilità sociale dell’Islam rende necessario il suo espansionismo. Così come l’instabilità economica del Nazionalsocialismo rese necessaria la Notte dei Cristalli e l’invasione della Polonia per l’élite nazista. O i fallimenti economici del Comunismo Sovietico resero inevitabile il suo espansionismo. La forte ideologia guerresca di una nazione non fallisce internamente finché non fallisce anche esternamente.
La Jihad islamica è un’instabilità sociale truccata da espansionismo mediante la forza bruta. Debolezza che finge di essere forza. Gli avvenimenti in Iran hanno mostrato che i regimi islamici non sono più stabili di quelli secolari.  Alla fine l’avidità dell’oligarchia che governa e il fanatismo dei suoi religiosi finisce con l’andare a sbattere contro la barriera della frustrazione e della collera pubblica.
L’esportazione della stessa instabilità e della stessa violenza fanatica nelle nazioni occidentali attraverso l’immigrazione può far barcollare il mondo libero. Ma molto più probabilmente porterà ad una reazione violenta. Ed è esattamente ciò che sta cominciando ora ad avvenire.  I socialisti occidentali hanno bisogno degli immigranti, ma anch’essi hanno i loro limiti. E questo limite sarà raggiunto quando si renderanno conto che l’immigrazione islamica e la violenza rende nullo e vuoto il loro sogno di una nuova Europa e di un mondo unito sotto la legge internazionale. Anche senza questo, le loro utopie di welfare state hanno una durata di vita limitata. E quando queste utopie crollano, esse non saranno di grande utilità agli immigrati. O per la violenza che essi portano con sé.
L’Islam sta spingendosi troppo oltre. I suoi successi politici hanno infiammato il suo senso del destino. Ma la politica cambia col tempo. E diversamente da ciò che avviene in una società tecnologica e con un esercito competente, il vantaggio politico e la ricchezza che vengono dalla dipendenza dal petrolio sono insieme vulnerabili e sottoposti a rapidi cambiamenti. La ruota della storia sta girando. E mentre i musulmani sono convinti che stia girando nella loro direzione, farebbero bene a ricordarsi che i gloriosi giorni della dominazione che essi stanno tentando di ritrovare arrivarono alla loro conclusione per qualche ragione. E che il righello della storia colpisce più duramente le nocche delle dita di coloro che rifiutano di imparare le sue lezioni. E che essi sono divenuti attualmente i suoi peggiori alunni.
Trad. dall’inglese di Gianni Pardo
La tesi è discutibile ma indubbiamente ricca di spunti.




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3 giugno 2011
QUANDO È MORTO OSAMA BIN LADEN?
Già meno di un anno dopo l’attentato alle Torri Gemelle dubitavo seriamente che Osama Bin Laden fosse vivo. Anche se prudentemente non l’ho mai scritto (e per questo nessuno mi ha rimproverato il mio errore) sono stato intimamente convinto che Bin Laden fosse morto. Insomma ho sbagliato. L’occasione è opportuna per riflettere sugli errori che si possono commettere ragionando su dati incompleti e sulla lezione degli avvenimenti successivi.
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In passato, l’idea che il capo carismatico dei terroristi fosse morto non era soltanto un wishful thinking o, per dirla in italiano, un pio desiderio. Era la conseguenza di molti ragionamenti(1) il cui centro era: come mai, dopo un successo tanto sonoro, Osama non approfitta della fama acquisita per guidare il jihadismo internazionale? Il suo silenzio, e per così dire la sua assenza, facevano pensare ad un uomo che si fosse sacrificato per tutta la vita per pagarsi una crociera intorno al mondo e, venuto il momento, si rifiutasse di salire a bordo. Era facile arrivare alla conclusione che non potesse.
Invece era vivo. Ora non rimane che capire come siano realmente andate le cose.
L’invasione dell’Afghanistan non poteva eliminare il terrorismo e non poteva cambiare la mentalità di un Paese che, anche dopo aver perso la guerra, è sostanzialmente dominato dagli estremisti Taliban. Essa è però riuscita a togliere ad al Qaeda un territorio in cui muoversi liberamente e questo ne ha limitato la capacità organizzativa. Nessun Paese islamico è infatti lieto di avere all’interno un gruppo integralista per il quale qualunque governo che non sia teocratico è abusivo. Per gli integralisti la stessa monarchia saudita non è sufficientemente musulmana: e infatti è stata vittima di attentati.
Fuggendo dall’Afghanistan Osama è probabilmente sparito dalla scena perché la “caccia” che gli hanno dato gli Stati Uniti, sin dall’undici settembre 2001, è stata più efficace ed implacabile di quanto si sia creduto nello stesso Occidente. Pur protetto dal Pakistan, il fanatico barbuto ha saputo che ogni sua apparizione, ogni sua comunicazione, ogni sua manifestazione di vita  sarebbero state un enorme rischio. Washington non eccelle nella humint (lo spionaggio attraverso l’attività delle spie) ma eccelle nella sigint (lo spionaggio nelle comunicazioni, sigint infatti deriva da “signals” e “intelligence”) e ciò probabilmente lo ha paralizzato. Al Qaeda ha pressoché smesso di essere la “sua” organizzazione per divenire una sorta di marchio internazionale in cui ogni gruppo poteva agire liberamente, fregiandosi del logo per la pubblicità. Si è infatti parlato di “Al Qaeda in franchising”.
Una conseguenza ulteriore della caccia che gli davano Stati Uniti è stata quella di mostrare Osama Bin Laden non come un coraggioso combattente della jihad ma come un coniglio che metteva al di sopra di tutto la propria sopravvivenza. Lui che aveva mandato decine di persone a suicidarsi come kamikaze, personalmente metteva la propria vita molto al di sopra della santa causa. E questo ha contribuito ad esautorarlo. Si è visto che quell’uomo preferiva sopravvivere divenendo un semplice latitante che guidare la propria organizzazione se pure con il rischio di essere ucciso.
Al Qaeda è stata anche vittima del proprio successo. Come accade a quei romanzieri il cui primo libro è un best seller mondiale, ha debuttato con un colpo di scena inimitabile e irripetibile e ciò l’ha resa celebre d’un sol colpo ma l’ha anche costretta a fare di meglio, in seguito, oppure ad accettare l’inevitabile decadenza: soprattutto di fronte ad un antiterrorismo che nel frattempo ha registrato notevoli progressi.  Col tempo Al Qaeda si è trasformata più in una fonte di  fastidi – come quelli che tutti subiamo negli aeroporti – che in una protagonista della storia contemporanea. Il terrorismo organizzato, su grande scala, ha perso la partita.
Bin Laden non è stato ucciso per ciò che era e faceva oggi, ma per ciò che era stato e aveva fatto in passato. Soprattutto per dare una soddisfazione ai parenti delle vittime dell’Undici Settembre e agli americani in generale. Dal punto di vista storico-politico è come se oggi avessero ucciso un cadavere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
2 giugno 2011


(1)Mi si deve consentire di autocitarmi, per chi volesse sapere che cosa scrivevo, perché si tratta di un mea culpa. Né posso rinviare al blog su cui allora pubblicavano le mie cose, perché i suoi fondatori lo hanno chiuso.
  OSAMA BIN LADEN È VIVO?
In un articolo non firmato della "Stampa" del 22 febbraio 2003, dal titolo "OSAMA - Sulle orme del Profeta" ci viene raccontato come quell'uomo sia divenuto un'icona, ancorché segreta e spesso vietata, in tutto il mondo islamico. Dalle sue parole al mistero della sua residenza, dal suo abbigliamento che lo fa assomigliare a Maometto alla sua predicazione contro gli infedeli, tutto  ne fa un'immagine degna di venerazione. Non dissimile, aggiungiamo, da quella di Ernesto Guevara, perfino nella creazione di magliette con la sua faccia.
Non c'è da stupirsi. Poco importa la realtà, quando la leggenda è più significativa: l'epopea non può essere prosaica.
Tuttavia la domanda che più solletica la riflessione razionale è: l'oggetto di questa venerazione è una persona reale o una fantasia? Più brutalmente, Osama è vivo o morto?
I devoti vorrebbero che i loro eroi, positivi o negativi, fossero immortali. Il desiderio è così forte che a volte si nega l'evidenza. C'è stata gente che, arrampicandosi sugli specchi, ha a lungo creduto vivo Hitler o infine, pur avendone visto il cadavere e i funerali, divi cinematografici o cantanti come Elvis Presley. E nel caso di Osama Bin Laden bisogna essere ancor più prudenti del solito: perché da un lato non abbiamo il cadavere, dall'altro molta gente è interessata a crederlo vivo ed operante. Ciascuno sostiene la tesi che gli conviene, ma si può anche tentare di esaminarle freddamente.
A favore della tesi che Osama Bin Laden sia vivo si dice che non ne è stata provata la morte e si narrano storie avventurosa sulla sua fuga dall'Afghanistan. È un ottimo argomento che può purtroppo essere rovesciato: all'anagrafe esiste il certificato di morte, ma esiste anche il certificato d'esistenza in vita. E in questo caso il secondo certificato manca. Quel signore potrebbe essere vivo, certo: ma potrebbe anche essere morto. Ritorno alla casella di partenza.
Un secondo elemento a favore della tesi dell'esistenza in vita di Bin Laden sono i video e le cassette diffusi dopo la sua scomparsa: ma anche questo argomento non è sufficiente. Da quando esistono il cinema e il magnetofono né l'immagine né la voce sono, di per sé, prova dell'esistenza in vita. Quando i sequestratori devono provare l'esistenza in vita dell'ostaggio lo fotografano con un giornale recente dinanzi al petto. E nel caso di Osama Bin Laden sono in tutti i casi mancati quei riferimenti all'attualità che provano almeno fino ad un certo momento storico l'esistenza in vita. Questo saudita invece parla sempre in generale, in maniera profetica ma ben poco ancorata al presente. Questo è inquietante e prova poco, per l'esistenza in vita.
Si può ancora citare, a favore dell'esistenza in vita di Bin Laden, la sua recente - o recentemente pubblicata - dichiarazione a favore dell'Irak. Ma non si può dimenticare che già oltre dieci anni fa c'è stato uno scontro Stati Uniti-Iraq. E se ne poteva dunque parlare già allora. Né il fatto che gli americani abbiano ammesso la sua esistenza in vita in questa occasione prova qualcosa. Quella dichiarazione gli conviene (tanto che qualcuno l'ha chiamata quella "pistola fumante" che essi cercavano) e può darsi che non ne mettano in evidenza la vaghezza proprio per questo. Infine non si può dimenticare che una voce si può facilmente imitare. Gli imitatori del povero Totò non potrebbero prendere un autobus tutti insieme: non c'entrerebbero.
È vero che da anni esistono procedimenti scientifici per verificare se una voce appartiene veramente ad una persona, qualcosa come un'impronta digitale sonora: ma in questo caso nessuno ha affermato d'aver fatta questa prova e che essa ha avuto esito positivo. Qualcuno, addirittura, ha parlato d'una tecnica di puzzle per cui, date parecchie registrazioni di una voce, si può costruire un nuovo testo con quelle stesse parole, assemblate in maniera diversa. Ma questa, per la verità, sembra fantascienza. Rimane però il fatto che Osama Bin Laden avrebbe potuto dissipare ogni dubbio registrando una video cassetta in cui maneggiava una copia recente del New York Times.
E ora si vedano le ragioni che fanno pensare che quell'uomo sia morto.
Erostrato, per conquistarsi fama immortale, bruciò un famoso tempio. Non uccise nessuno e tuttavia quella fama immortale (d'eccezionale cretino) se la procurò. Osama ha ucciso, mediante i suoi sicari, circa tremila persone, per giunta nel modo più orrendo e televisivo che si possa immaginare. Se ne deduce che oggi farebbe notizia anche il suo cambiamento di lacci da scarpe. Quest'uomo si è creata, vita natural durante (appunto), la più alta tribuna del pianeta. Alle prossime elezioni Bush potrebbe essere sconfitto, ma per quella data lui sarebbe ancora Osama Bin Laden. Egli sarà per sempre il grande aggressore dell'Occidente cristiano; colui che da solo ha provocato una guerra e un cambiamento storico della politica statunitense; il vendicatore dei musulmani; il grande, intransigente devoto di Allah, quello stesso dio vincente che guidava gli Arabi fino a Poitiers e Vienna. Ebbene, è ragionevole pensare che quest'uomo, in possesso di questo carisma e di questa tribuna, non li usi per i suoi scopi? Che tutto si limiti a qualche cassetta mal registrata, vaga e sostanzialmente insignificante?
Osama Bin Laden è un criminale a capo di criminali ma non c'è ragione di pensare che sia uno scemo. Inoltre è certamente un fanatico musulmano che in buona fede conduce la sua battaglia: i paranoici sono i primi a credere a quello che dicono. Si pensi a Hitler. Ebbene, a questo punto non si capirebbe perché Osama Bin Laden non guidi coloro che sono disposti a combattere in suo nome e a seguire le sue direttive. Per via di emissari segreti e soprattutto facendo pubblicare recenti, credibili video cassette da Al Jazeera.
A favore dell'ipotesi della sua morte c'è la sua inerzia. Che Guevara ha rinunziato ad un posto di ministro per fomentare la rivoluzione in altri paesi mentre  Osama Bin Laden non dovrebbe rinunziare a nulla, per farlo, visto che già oggi vivrebbe nascondendosi: perché mai dunque non dovrebbe far nulla, per la sua causa, neanche incoraggiare i combattenti disposti a morire per essa? Non si può certo pensare che la sua fede nell'islamismo sia meno fervente di quella del Che nel comunismo.
Concludendo, bisogna dire tuttavia che l'essere in vita, come direbbe Kant, è una verità a posteriori. Tutti i ragionamenti possibili non provano né che è in vita né che è morto. Bisogna stare contenti al quia, come diceva Dante.
giannipardo@libero.it
22.02.'03




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CULTURA
2 giugno 2011
DUE MASSIME
Come non ci sono analfabeti, quando si tratta di leggere le banconote, non ci sono incompetenti quando si parla di interessi.
Nessuno Stato rinuncerebbe mai alla vittoria per non commettere un’illegalità.
                      Gianni Pardo



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politica interna
1 giugno 2011
Il "PORCELLUM" SERVE AL PD
Molti commentatori, esagerando, parlando di sconfitta del berlusconismo. Bersani, Franceschini ed altri danno prova della loro capacità di sognare pretendendo le dimissioni del governo. Ma altri, non sappiamo se ancora più pessimisti, affermano che abbiamo assistito alla sconfitta del bipolarismo.
Il berlusconismo è un problema secondario rispetto al bipolarismo e dunque sarà bene occuparsi del più importante. Gli scenari politici sono tre.
1. Il brutale sistema maggioritario inglese permette di sopravvivere a due soli partiti. Anche quando c’è un terzo partito che in percentuale di voti è notevole, il two party system fa sì che come rappresentanza parlamentare scompaia o sia ininfluente. Diverrebbe essenziale solo se un giorno riuscisse a battere uno dei due “grandi” (è già avvenuto in passato, se non ricordiamo male). Normalmente questo sistema non consente affatto un’accurata rappresentanza in Parlamento degli orientamenti politici della nazione. Il bipartitismo assicura soltanto una grande stabilità.
2. Nel bipolarismo il mondo politico si divide tendenzialmente in bianco e nero e, salvo eccezioni, il governo è formato dalla coalizione (bianca o nera) che ottiene la maggioranza dei voti. Questo meccanismo è favorito dal premio di maggioranza che toglie importanza ai piccoli partiti.
3. Il sistema proporzionale puro manda in parlamento i rappresentanti anche dell’un per cento degli elettori. In un teorico Paese in cui ci fossero dieci partiti di cui nessuno “scomunicato” (dunque niente bianco e niente nero) il potere apparterrebbe a un gruppo qualunque di quei partiti che ottenesse la fiducia in Parlamento. Questo rispecchierebbe esattamente l’elettorato ma si passerebbe più tempo a negoziare che a governare la nazione. Un partito piccolo che per ipotesi appartiene alla coalizione “bianca” può infatti contribuire a formare una maggioranza con quella “nera” se essa gli offre grandi vantaggi. Giustificherà questo “tradimento” con le più nobili ragioni ideologiche ma in realtà si venderà al migliore offerente.
L’Italia ha vissuto a lungo un “bipolarismo imperfetto”, nel senso che da un lato governava costantemente la Dc, con gli alleati che sceglieva di volta in volta, e dall’altro, almeno formalmente, non governava mai il Pci, “scomunicato” in partenza. Caduta l’Unione Sovietica e caduta la scomunica, il bipolarismo è divenuto perfetto. Da oltre quindici anni abbiamo due coalizioni, una intorno a Berlusconi e l’altra intorno agli eredi del Pci, che sono ambedue andate al governo.
Ora alcuni pensano speranzosi che sconfitto Berlusconi (ammesso che sconfitto sia) si esca anche dal bipolarismo. Dunque bisognerebbe andare al modello 3. Ma questo non pare verosimile e non sarebbe comunque una buona notizia.
In campo politico gli italiani tendono all’intolleranza, al massimalismo e al proprio interesse. I loro partiti sono eco di questa mentalità e tendono al frazionismo: proprio perché non accettano la prevalenza della maggioranza interna o non si rassegnano alla violazione di uno dei piccoli principi che reputano importanti. Di scissione in scissione si arriva ad una tale pluralità di partiti che da un lato non si riesce più a governare (basti pensare alla durata dei governi prima del 1994), dall’altro la politica diviene un mercato delle vacche. Come si può impedire a chi sa di essere l’ago della bilancia di vendere caro il proprio appoggio? Ed ecco che qui prevale la terza caratteristica: la sensibilità all’interesse.
Il sistema proporzionale porta alla corruzione politica e all’ingovernabilità perché corrisponde esattamente alla natura partigiana, faziosa e litigiosa dell’elettorato. Se venisse meno il bipolarismo non ci sarebbe da essere contenti: oggi ci sono due grandi poli d’attrazione (il Pdl e il Pd) e i “piccoli” devono o allinearsi con essi o contentarsi di azioni di disturbo. Sicché il governo, bene o male, può governare. Se invece si cedesse al proporzionale puro, si tornerebbe all’anarchia della Quarta Repubblica francese.
Esiste tuttavia un argine a questa tendenza: ed è, a meno di cambiamenti, la tanto vituperata legge elettorale. Essa assegna un grande premio di maggioranza alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa e questo assicura la stabilità: si veda la situazione di Prodi alla Camera, pur dopo un pareggio nelle urne (differenza di sei decimillesimi). È nell’interesse del Pdl e del Pd che per questa parte la legge non venga toccata. Speriamo che la sinistra, pur maledicendola in pubblico per fare contento l’uditorio, se la tenga ben stretta in concreto: non si sega il ramo su cui si è seduti. E infatti nel biennio prodiano nessuno pensò di cambiarla.
Se poi invece Bersani e i suoi amici parlano seriamente, si avvererà il detto antico secondo cui Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. Purtroppo, si può perdere anche l’Italia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
1 giugno 2011

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