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  <updated>2013-05-23T13:11:22Z</updated>

    
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        <title type="html"><![CDATA[GUARDATEVI DAL FAR DEL BENE]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>È necessario premettere che i medici statunitensi pagano altissimi premi alle assicurazioni. Infatti, se qualcosa va male, gli americani sono molto propensi a fargli causa e i giudici a condannarli. E poiché la medicina a volte è una scienza esatta fino ad un certo punto, di casi discutibili - e dunque di rischi - ce ne sono molti.</div><div>Un tempo queste notizie avevano un sapore esotico, oggi invece le leggiamo come attuali e riferite non agli Stati Uniti, ma al nostro Paese. Gli italiani si avviano a cercare un colpevole per qualunque danno, per qualunque incidente, per qualunque cosa vada male. Può mai morire, in ospedale, un giovane di ventiquattro anni? Ci deve per forza essere un colpevole. Né i cittadini sono lasciati soli, in ciò: li ha seguiti entusiasticamente una magistratura che, malgrado un ritardo inammissibile nella repressione dei reati denunciati, sembra andare a cercarne altri. Magari per fatti che, a lume di buon senso, non somigliano a crimini. Un ottimo esempio è la condanna dei geologi per il sisma dell’Aquila: è stato affermato il principio giuridico (non sismologico) secondo cui i terremoti si possono prevedere. E chi non lo fa è colpevole di omicidio colposo. Corollario: a scanso di responsabilità, qualunque sismologo intervistato prevederà il “big one” in qualunque posto e in qualunque giorno di qualunque anno.&nbsp;</div><div>Ora la collezione si è ampliata col fatto di cronaca seguente(1): una suora preside è stata condannata a ventiquattro giorni di arresti domiciliari e venticinque mila euro di risarcimento per lesioni colpose: infatti ha rimproverato un paio di ragazzini di tredici anni perché avevano fumato e uno di loro si è buttato dalla finestra, rimanendo invalido al 90%. Anche la scuola - forse colpevole di avere delle finestre - è stata condannata a pagare 300.000 € come provvisionale. “Provvisionale” significa che la somma potrebbe essere parecchio più alta.</div><div>I commenti sono sconsolati. E non riguardano quest’ultima sentenza, dopo tutto in linea con la moda attuale: riguardano le conseguenze della nuova mentalità. Mentre le persone generose ed inesperte continueranno a mettersi nei guai (e ad essere condannate) i più furbi e i più cinici eviteranno tutte le occasioni di “responsabilità”. Perché mai mettere un brutto voto ad un alunno, se poi lui potrebbe suicidarsi? Voto minimo sei. Che poi si esca dall’esame di Stato pressoché analfabeti, che i ragazzi abbiano perduto anni nei banchi per non imparare quasi nulla, è cosa senza importanza. Saranno contenti gli alunni, le famiglie, i giornali e le anime belle. Todos Caballeros.</div><div>La preside emiliana ha forse voluto evitare che quei ragazzini contraessero il cancro ed ha sbagliato fino a meritare la reclusione. In futuro, se ha buon senso, lascerà che gli adolescenti si iniettino l’eroina in classe. Un medico non tenterà una manovra disperata, per salvare il malato, se poi potrà essere accusato di averne così affrettato la morte di dieci minuti. Infatti giuridicamente questo “anticipo” costituisce omicidio. E il pompiere in bilico sulla scala non indurrà il malcapitato sul balcone del quarto piano a salirvi: infatti se nella manovra quello cadesse, anche lui sarebbe condannato per omicidio colposo.</div><div>Se si ragiona con questa mentalità, si costringono le persone migliori a non dare mai una mano al prossimo. Il rischio che una buona intenzione si risolva in un imprevedibile danno c’è sempre. Meglio non trattenere per la mano chi sta per cadere nel burrone: gli si potrebbe provocare una slogatura ed essere poi dichiarati colpevoli di lesioni colpose.</div><div>Questa società tende a diseducare i giovani, a perdonare gli scervellati e i criminali, e ad essere severa fino alla persecuzione con galantuomini fallibili, certo, ma pieni di buona volontà. Persone che a volte fanno soltanto il loro dovere.</div><div>La cosa più stupefacente è infine che questa tendenza sociale, applaudita da tanti, è giuridicamente erronea. Il codice penale non reputa colpevole né chi agisce per salvare qualcun altro da un pericolo attuale (stato di necessità, art.54) né chi agisce nell’adempimento di un dovere (art.51), perfino se le circostanze sono erroneamente supposte (art.59). Il professore che valuta “1” un compito di matematica disastroso adempie il proprio dovere. E se quel compito poteva essere da “3”, e lui invece in buona fede lo valuta da “1”, ha ancora adempiuto il proprio dovere: anche se il ragazzo si suicida. Di quella morte è colpevole solo chi l’ha voluta.&nbsp;</div><div>L’esimente, come è ovvio, cade in caso di colpa grave, ma ciò significa che il medico deve essere punito se commette un errore macroscopico, non per qualunque evento pressoché imprevedibile. O prevedibile dopo gli attenti studi e i calmi esami di quei periti del magistrato che, nell’accettare l’incarico, richiedono tre mesi di tempo per presentare la loro relazione.&nbsp;</div><div>Bisognerebbe amministrare la giustizia penale con maggiore prudenza. E a volte, si direbbe, con maggiore competenza.&nbsp;</div><div>Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>23 maggio 2013</div><div>(1)http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2013/21-maggio-2013/studente-13enne-si-butto-finestra-maestre-pie-preside-condannata-2221244062716.shtml&nbsp;</div><div><br></div>            
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        <published>2013-05-23T13:10:00Z</published>
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        <title type="html"><![CDATA[IL SILENZIO DEI CARABINIERI]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div><div>Negli anni scorsi a volte si leggevano classifiche riguardanti la fiducia dei cittadini italiani nelle istituzioni. Pressoché invariabilmente ai primissimi posti, o al primo posto, c’erano i Carabinieri.</div><div>La cosa può sorprendere, in un Paese come il nostro, in cui la legge e la sua osservanza sono viste come un fastidio; come qualcosa da evitare con mille furbizie; come una norma “esagerata”, che le persone di buon senso applicano ma non troppo esattamente. L’Italia, sorridono gli stranieri, è il Paese in cui il cartello recita: “È severamente vietato fumare”. Ciò che corrisponde a dire che se c’è scritto soltanto “È vietato fumare” – come in Francia scrivono “Défense de fumer” e in Germania seccamente “Nicht rauchen” – si intende che è meglio evitare di accendersi una sigaretta, ma se si entra con la sigaretta accesa, si può anche finire di fumarla. Sarebbe un peccato gettarla a metà.</div><div>Questa mentalità è condivisa almeno dal novanta per cento dei nostri connazionali: ma nel residuo dieci per cento ci sono i Carabinieri. Il loro rispetto per la legge - e la severità con cui l’applicano - li ha fatti persino passare per stupidi. È questa l’origine delle infinite barzellette che li riguardano. In Germania scherzano sulla stupidità delle biondine e sulla pigrizia degli impiegati di Stato, in Italia si scherza sulla balordaggine dei Carabinieri, anche se poi sono loro stessi che quelle barzellette le collezionano e le pubblicano. Chiede il comandante: “Dimmi, funziona il lampeggiatore?” “Ora sì, ora no, ora sì, ora no, Signor Comandante”. Nell’umorismo si nasconde la verità, diceva Sigmund Freud: il Carabiniere sempliciotto è troppo onesto per dire che un apparato intermittente funziona.</div><div>Con i Carabinieri, se appena sono in torto, gli italiani sanno di non avere speranze e tuttavia li amano: perché quando subiscono un torto, quando hanno paura della violenza, quando si fa sul serio, il pensiero corre a loro. La Giustizia è lenta, remota, inaffidabile. I Carabinieri invece ci sono e se si ha bisogno di loro arrivano di giorno o di notte che sia, pronti ad affrontare l’emergenza. Abbiamo perfino letto, più volte, che un carabiniere fuori servizio ha affrontato da solo dei rapinatori armati, riuscendo a metterli in fuga o addirittura ad arrestarli.&nbsp;</div><div>E tuttavia c’è un secondo importante motivo, per questo prestigio dell’Arma. Sui giornali leggiamo che i Carabinieri hanno arrestato l’assassino della donna uccisa nel parco, hanno arrestato il famoso capobanda latitante, hanno sgominato una cellula di terroristi, ma mai una volta che si faccia il nome di chi ha avuto l’intelligenza di scoprire il colpevole o il coraggio di affrontare i criminali. I Carabinieri sono anonimi. Si riconoscono solo dalla bandoliera bianca. Perché si sappia il nome di un milite dell’Arma, bisogna che sia ucciso da un pazzo o da un delinquente.&nbsp;</div><div>Il risultato di questa impersonalità, per la quale ogni militare è come se facesse in anticipo dono al Corpo di tutti i meriti che potrebbe acquisire, ha come risultato che la stima per le prodezze di uno si estenda a tutti. In ogni singolo Carabiniere gli italiani vedono il rappresentante di un organismo coeso e per nulla malato di narcisismo, verso il quale sentono un’innegabile gratitudine. Anche se a volte, molto umanamente, soffrono della sua severità.</div><div>Questo atteggiamento li differenzia molto da quei pochi magistrati, soprattutto inquirenti, che non solo sono citati con nome e cognome, ma fanno di tutto per divenire delle star dei media. Il risultato è che plana su di loro il sospetto di voler approfittare della carica per mettersi in mostra, per fare carriera e magari passare in politica. E ciò produce un secondo effetto negativo: mentre, per merito di alcuni, i Carabinieri sono tutti stimati, i magistrati, per colpa di alcuni, sono guardati con stima molto minore.</div><div>Se tutti i pm fossero costretti ad un rigoroso anonimato, non trarrebbero alcuna notorietà da inchieste tanto clamorose quanto azzardate. E forse commetterebbero meno follie.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>2 maggio 2013</div></div><div><br></div>            
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        <published>2013-05-20T15:48:00Z</published>
        <updated>2013-05-20T15:48:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[QUANDO BERLUSCONI NON CI SARA' PIU']]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>In Italia il contrasto fra destra e sinistra è tanto acre che Angelo Panebianco ha potuto parlare di “guerra civile fredda”. Da vent’anni questa guerra si combatte riguardo a Silvio Berlusconi ma le sue radici sono ben più profonde. Il Cavaliere è stato importante perché ha ripetutamente azzerato le speranze di vittoria della sinistra ed è normale che ognuno odi ciò che gli impedisce la realizzazione dei propri desideri. Ma, assente quell’uomo, la guerra civile finirà? Il pessimismo sembra più ragionevole della speranza.&nbsp;</div><div>Il contrasto fra destra e sinistra in Italia &nbsp;non è fra due programmi politici ma tra due visioni della realtà. Un po’ come avviene fra pigri e attivi, fra freddi e appassionati, fra giovani e vecchi. I gruppi rivali non riescono a capacitarsi dei gusti e delle idee della controparte e addirittura finiscono col considerarla imbecille o in mala fede. Il discrimine non è fra diverse concezioni politologiche ma tra accettazione della realtà e anelito ideale. I partigiani della sinistra sono i paladini del bene. Sono per l’uguaglianza, per la pace, per la conservazione dell’ambiente, per l’accoglienza degli stranieri, per il perdono di chi sbaglia, per la riduzione dell’orario di lavoro, per l’aumento della paga a chi ha retribuzioni inadeguate, per il soccorso ai malati, ai disoccupati, agli ultimi. La necessità di conseguire ad ogni costo questi risultati è tanto grande che ci si può disinteressare dei mezzi indispensabili per ottenerli. Chi rischia la vita nell’incendio non dà certo indicazioni tecniche: chiede soltanto di essere salvato. E del resto Marx ha detto: “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.</div><div>L’attenzione si è dunque spostata, per la sinistra, dal dovere al diritto, dal merito al bisogno, dalla punizione al premio. Ad esempio, per millenni si è accettato che la scuola fosse noiosa e faticosa e si è pure accettato che chi non imparava fosse un asino e andasse bocciato. Poi ci si è detti che, se la scuola fosse più interessante di un gioco, se il docente sapesse far appassionare gli alunni alla materia, questi non avrebbero più bisogno di studiare. Forse non chiamerebbero più l’apprendimento “studio” (che significa sforzo) ma divertimento. Insomma se un alunno non sa ed è bocciato, la colpa non è sua, ma dei suoi professori. I primi ad esserne convinti sono i genitori. E la scuola va come va.</div><div>Se metà della nazione ha questa mentalità, non può certo mettersi d’accordo &nbsp;con la metà che segue principi del tutto diversi: ognuno deve avere ciò che merita, nel bene come nel male; chi non studia deve essere bocciato; il problema non è la distribuzione della ricchezza ma la sua produzione; il denaro non cade dal cielo ed appartiene a chi l’ha guadagnato; “ogni volta che qualcuno ottiene un’utilità che non ha prodotto c’è qualcuno che non ottiene un’utilità che ha prodotto”. Il benestante può fare la carità ma è assurdo che lo si guardi come un ladro e lo si voglia depredare. Insomma lo Stato deve imporre poche tasse e lasciare che ognuno provveda a sé stesso. Può costringere i cittadini ad &nbsp;assicurarsi contro la responsabilità civile automobilistica e contro l’infermità e la vecchiaia, ma non deve occuparsi di tutto, con costi rovinosi e mantenendo un esercito di burocrati pressoché nullafacenti: gente per la quale, mentre lo stipendio è un diritto indefettibile, si può mandare un amico a timbrare il cartellino.</div><div>È chiaro che queste due metà della nazione non potranno mai scendere a patti. Dalla caduta del fascismo il Paese è stato in mano agli idealisti, i quali prima hanno tolto qualcosa a chi aveva per darla a chi non aveva (indipendentemente da meriti e demeriti), poi hanno scoperto che potevano dare senza togliere, cioè facendo debiti, e hanno fatto un buco corrispondente al 130% del pil. Infine Prodi ha “portato l’Italia in Europa”, e con l’euro da un lato essa non può contrarre nuovi debiti, dall’altro deve pagare circa settanta miliardi l’anno per interessi. E assolutamente non sa come uscire dalla recessione.&nbsp;</div><div>Forse bisognerebbe che una buona parte dei sognatori – tutta l’intellighenzia del Paese, i giornali, le università, la Chiesa, i sindacati, la Scuola – si convertisse alla mentalità prosaica dei bottegai. Orrore, avete detto dei berlusconiani? Meglio tenersi la recessione. E forse l’Apocalisse.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>19 maggio 2013</div>            
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        <published>2013-05-20T13:17:00Z</published>
        <updated>2013-05-20T13:17:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[PRIGIONIERI DEL PASSATO]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <div>Il “Corriere” ci parla di un corteo organizzato dalla Fiom - con in testa &nbsp;Maurizio Landini e Gino Strada - contro le politiche di austerità, per “il diritto al lavoro, all'istruzione, alla salute, al reddito, alla cittadinanza, per la giustizia sociale e la democrazia”. E basta leggere queste parole per capire che forse l’Italia non uscirà mai più dalla sua crisi. Dopo tutto ciò che è avvenuto, si chiede ancora il “diritto” a un mare di cose. Si dimentica che queste promesse, anche quando fanno parte della retorica della Costituzione, sono soltanto aspirazioni. E comunque non basta chiedere certi vantaggi, bisogna anche che l’erario abbia i fondi per dispensarli. In particolare, che diamine significa “diritto al reddito”? Che qualunque cosa uno faccia, anche niente, deve essere pagato? In quale Paese delle Fate si è mai vista, una cosa del genere?</div><div>Non è strano che, in queste condizioni, il Pd non partecipi ufficialmente al corteo: fra i tanti esaltati, in quel partito c’è ancora qualcuno che tenta di ragionare. Tuttavia, se manca la sottoscrizione ufficiale, non per questo mancano coloro che vogliono segnalare il loro paleocomunismo utopistico: orgogliosamente presenti Matteo Orfini, Sergio Cofferati, Fabrizio Barca, il disoccupato Ingroia e Paolo Ferrero. Quest’ultimo ha anche detto queste alate parole: “Qui c'è il popolo che vuole cambiare e lo ha chiesto anche alle elezioni, ma il Pd sta impedendo questo cambiamento assieme al Pdl”. Quale cambiamento, per fare che cosa, con quali costi, con quali finanziamenti? Ferrero non l’ha detto. Sono particolari triviali. Del resto, anche Landini “rivendica il cambiamento”. Basta quello dei calzini? Altra fondamentale rivelazione: “C’è bisogno di rimettere al centro il lavoro”. Dimenticando che purtroppo, prima di rimetterlo al centro, bisognerebbe che ci fosse. E quali operai assume, oggi, la Fiom?</div><div>Questi grandi economisti hanno anche una soluzione per l’attuale crisi: “Occorre il blocco licenziamenti e la riforma degli ammortizzatori sociali, con l'estensione della cassa integrazione facendo pagare a tutti un contributo”. Tutti chi, i lavoratori che non beneficiano della cassa integrazione? Se invece si tratta dei cittadini Landini potrebbe anche accorgersi che sono già oppressi da un numero sufficiente di tasse e imposte. Il blocco dei licenziamenti di cui parlano è poi quello per cui il sig.Rossi, salumiere, che non può più pagare il commesso, se lo deve tenere lo stesso; e poiché non ce la fa ad andare avanti, chiude. Come hanno chiuso decine di migliaia di negozi e di piccole imprese. Sicché il lavoro non lo perde solo il commesso, ma anche il bottegaio.&nbsp;</div><div>&nbsp;Se Landini voleva parlare della grande industria, il ragionamento non cambia. La Tavola Pitagorica vale a tutti i livelli. Il lavoro si conserva non in quanto lo si blocca, ma in quanto continua a convenire al datore di lavoro tenersi il prestatore d’opera. Se l’impresa va in rosso, il fallimento non lo blocca nessuno. Ma dal momento che nell’Unione Sovietica non andava così, Landini non riesce a capirlo. Infatti insiste: Bisogna “introdurre il reddito di cittadinanza per combattere la precarietà”. Perfetto. Dove si trovino i soldi per questo reddito è un particolare secondario.&nbsp;</div><div>In Italia si crede che fare politica sia chiedere soldi allo Stato: ecco perché non usciremo più dalla crisi. Beppe Grillo, molti, molti anni fa, fu scomunicato dalla Rai perché scherzò così: “In Cina sono tutti socialisti? E allora a chi rubano?” Nello stesso modo gli italiani dimenticano che quando chiedono soldi allo Stato li chiedono a se stessi, facendogli fare un giro costoso nella burocrazia. E quando non è così, quando lo Stato fa regali prendendo denaro a prestito, si arriva al debito pubblico attuale. Purtroppo non possiamo più dilatarlo e siamo alla disperazione: infatti non conosciamo altri modi di governare e di vivere.&nbsp;</div><div>Sul palco, per il comizio finale, Nichi Vendola, Stefano Rodotà (il mancato equilibratissimo Presidente della Repubblica), Sandra Bonsanti e la politologa Fiorella Mannoia. Alla manifestazione hanno aderito anche Rifondazione Comunista, Pdci, Movimento Cinque Stelle, IdV, Rivoluzione civile, studenti, Anpi e associazioni ambientaliste. Insomma tutti coloro che sono troppo nobili e morali per ragionare. Manca Dario Fo.</div><div>Dopo la Rivoluzione Francese i nobili avrebbero voluto che il calendario fosse rimesso al 1788 e Talleyrand, il cui senso del reale era da campionato del mondo, sorrideva sarcastico: “Ils n’ont rien appris, ni rien oublié”, non hanno dimenticato niente di come vivevano prima e non hanno imparato niente dagli avvenimenti successivi al 1789. Insomma erano condannati ad essere cancellati dalla società – come furono – per la loro incapacità di capire com’era cambiato il mondo. La storia si ripete, ma stavolta a non capire nulla sono i sanculotti.&nbsp;</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>18 maggio 2013</div><div><br></div>            
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        <published>2013-05-19T07:51:00Z</published>
        <updated>2013-05-19T07:51:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[SGRADITA, DUNQUE INCOSTITUZIONALE]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>La Corte di Cassazione (sentenza 12060) ha giudicato “non manifestamente infondata” la questione di costituzionalità dell’attuale legge elettorale e per questo ha trasmesso gli atti alla Consulta. Nella motivazione leggiamo: “è dubbio che l'opzione seguita dal legislatore costituisca il risultato di un bilanciamento ragionevole e costituzionalmente accettabile tra i diversi valori in gioco”. E in questo la Suprema Corte non può che avere ragione: con qualunque legge elettorale quel bilanciamento è - più che dubbio - certamente imperfetto. La legge elettorale che faccia contenti tutti non può esistere. La legge è sempre pessima, per i partiti che da essa non sono favoriti. E dunque teoricamente è sempre anticostituzionale.</div><div>Più interessante è il lungo brano centrale della motivazione, che si cercherà di tradurre in italiano. “Si tratta di un meccanismo premiale che, da un lato, incentivando (mediante una complessa modulazione delle soglie di accesso alle due Camere) il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, contraddice l'esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o i partiti che ne facevano parte ne escano (con l'ulteriore conseguenza che l'attribuzione del premio, se era servita a favorire la formazione di un governo all'inizio della legislatura, potrebbe invece ostacolarla con riferimento ai governi successivi basati un coalizioni diverse); dall'altro esso provoca una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio è in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l'altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura”.&nbsp;</div><div>La legge Calderoli assicura un forte premio di maggioranza e per raggiungerlo si formano delle coalizioni, ma ciò – a parere della Cassazione – va contro la governabilità, cioè la stabilità del governo, “stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o i partiti che ne facevano parte ne escano”. Giustissimo. Ma altrettanto vale per il sistema proporzionale puro e per qualunque altro sistema. Anche se un singolo partito ottenesse il 60% dei voti, chi gli impedirebbe dopo di scindersi? Anche con la proporzionale le coalizioni si scioglievano eccome. Senza dire che i partiti facevano ciascuno campagna per sé e le coalizioni si formavano dopo le elezioni: sicché i cittadini, votando, non avevano la più pallida idea del tipo di governo che avrebbero poi avuto. Inoltre la stabilità era tutt’altro che assicurata, se è vero che gli esecutivi duravano in media undici mesi. La legge elettorale perfetta non esiste.</div><div>Lo scioglimento della coalizione vincente, sostiene ancora la Suprema Corte, può ostacolare la formazione dei governi successi. Giusto, ma non c’è niente di strano. Quando in Parlamento cambiano gli equilibri, si aprono le trattative per un nuovo governo. E del resto proprio a questo scopo la Costituzione statuisce che i parlamentari esercitino la loro funzione senza vincoli di mandato. E che la formazione del nuovo governo sia facile o difficile non è questione da risolvere giuridicamente.</div><div>Il premio di maggioranza, scrive la Corte, “provoca una alterazione degli equilibri istituzionali”. Non degli equilibri istituzionali, della rappresentatività degli eletti: ma questa è una scelta deliberata. L’equilibrio impossibile, in materia di leggi elettorali, è tra rappresentatività (Parlamento che corrisponde ad un’esatta fotografia degli umori politici del Paese) e governabilità (sistema che dà ai partiti vincitori un margine per essere al riparo da troppi agguati). La rappresentatività è ottima, ma è anche la ragione per la quale i governi, al tempo della “proporzionale” pura, duravano così poco.</div><div>Quanto al fatto che la maggioranza “beneficiaria” del premio sia poi “in grado di eleggere gli organi di garanzia” che restano oltre la fine di quella legislatura, si tratta di un normale esercizio del potere. Il governo Berlusconi s’è tenuto per anni un Presidente della Repubblica per il quale non aveva votato e che proveniva dal partito avverso. Non vorremmo che la novità sia che si teme che vinca il Pdl, la prossima volta.</div><div>La Suprema Corte può non gradire l’attuale legge elettorale; può scriverlo anche in una sentenza; può anche darsi che il “Porcellum” sia una cattiva legge, ma ciò non vuol dire che si tratta di una legge sospetta di anticostituzionalità. In questo campo la coperta è sempre troppo corta. Forse che nel sistema inglese non sono sacrificate praticamente tutte le opinioni che non siano dei conservatori o dei laburisti? Quante volte abbiamo visto il partito liberale di quel Paese avere in Parlamento una rappresentanza ridicolmente bassa, se confrontata con la percentuale di voti ottenuti alle elezioni? Il fatto è che in Inghilterra si è sempre preferita la governabilità alla rappresentatività. È vero che lì non corrono il rischio di dichiarare incostituzionale una legge, per l’ottimo motivo che non hanno una costituzione scritta. Quei fortunati.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>17 maggio 2013</div><div><br></div>            
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        <title type="html"><![CDATA[JEU DE DUPES]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>Enrico Costa, capogruppo del Pdl in commissione Giustizia, ripropone il problema della limitazione delle intercettazioni telefoniche. “Proprio ieri, dice, nell'Ufficio di presidenza della commissione, ho chiesto che sia data la priorità a quei provvedimenti che erano già stati approvati da una parte del Parlamento, in primis le intercettazioni e la responsabilità civile dei magistrati, in materia di giustizia”. Anna Rossomando, del Pd, anche lei della Commissione Giustizia, ha replicato: “Il tema delle intercettazioni non è certamente una priorità nell'ambito delle importanti riforme che attendono i cittadini per l'efficienza della Giustizia”. Più tranchant Felice Casson: “Sulle intercettazioni telefoniche il Pdl vuole arrivare allo scontro”.</div><div>Sulla materia del contendere basterà dire che si praticano più intercettazioni in Italia che in tutti gli Stati Uniti. E la differenza non è piccola. Inoltre questa pesca a strascico per trovare dei reati costa al contribuente somme spropositate. La sinistra non vuole modificare nulla perché, sentendosi favorita dai magistrati per mettere in imbarazzo (e se possibile in galera) i nemici politici, poi a sua volta protegge le toghe checché dicano o facciano. Senza nessun riguardo per i terzi innocenti le cui conversazioni private, in barba al segreto istruttorio, vengono date in pasto al pubblico. Ma questo è secondario. Se entra nel tritacarne con cui si vuole annullare un avversario, il cittadino normale non pesa nulla.&nbsp;</div><div>Tutto ciò è risaputo. Né si intende convincere nessuno di coloro che dalle intercettazioni si aspettano la vittoria della sinistra e al passaggio la moralizzazione del Paese. Dunque è più utile riflettere sulle parole sopra riferite: 1) Il tema delle intercettazioni è una priorità? 2) Sollevandolo si vuole arrivare allo scontro?</div><div>Quando Enrico Letta ha presentato alle Camere il suo governo, ha esposto un programma tanto vasto (dunque impreciso) e tanto poco chiaro riguardo al suo finanziamento (dunque irrealizzabile) che la fiducia è stata concessa sul nulla. Non su un programma ma su un governo ritenuto necessario per evitare le elezioni immediate. Ciò posto, che senso ha dire: “Non è una priorità”? Quali sono le priorità? Per il Pdl l’abolizione dell’Imu è anche più di una priorità, tanto che sostiene di averla concordata prima della fiducia e oggi ne fa una ragione per rimanere al governo o per farlo cadere: e tuttavia il Pd probabilmente riuscirà ad impedire in tutto o in parte l’abolizione di quell’imposta. Il Pdl magari non può dimostrare che una legge sulle intercettazioni sia una priorità, ma il Pd non può dimostrare che non lo sia. Il dilemma non riguarda le priorità ma se una cosa la si vuol fare oppure no.</div><div>Interessante è pure l’obiezione di Casson, il quale parla di “arrivare allo scontro” come se fosse una cosa scandalosa e non normale vita politica. Noi abbiamo al governo una coalizione di cani e gatti - momentanea, necessitata - che evidentemente resisterà finché uno dei soci non penserà che gli conviene scioglierla. È stato sempre così e sarà sempre così. &nbsp;L’atteggiamento severo e indignato di Casson sfiora il ridicolo: sembra dire che chi fa politica a muso duro e magari fa cadere il governo è spregevole e condannabile. Questa è un’ingenuità da osteria. E poiché quel magistrato non sembra cliente abituale di quelle mescite, o è annebbiato dal fanatismo o gioca coscientemente al moralista. In politica è “lecito” ben di peggio.</div><div>In realtà anche in episodi insignificanti come quello in questione assistiamo ancora una volta al sistema della doppia morale. In pubblico ci riempiamo la bocca della più alta etica, in concreto siamo attaccati come ostriche al nostro personale interesse e siamo cinici e privi di scrupoli come signori rinascimentali. Ci differenziamo da loro soltanto per una minore propensione all’omicidio.</div><div>Ovvio che il Pdl si permetta di tirare la corda. Lo fa, come qualunque altro partito, per normale cinismo: infatti eventuali elezioni col Porcellum attualmente gli farebbero avere un’enorme maggioranza alla Camera. Altrettanto ovvio che il Pd non voglia ciò per lo stesso motivo, non per il bene del Paese. Ovvio che il Pd non abbia voluto modificare il Porcellum durante l’anno di Monti, perché sperava di beneficiarne, come in effetti ne ha beneficiato (sia pur per un pelo). Ovvio che ora esso parli di cambiare il Porcellum assolutamente come prima cosa da fare: perché ora ha paura che ne benefici il Pdl. Ma tutto ciò non si può dire.</div><div>In Italia pratichiamo un continuo “jeu de dupes”: cioè una partita in cui tutti cercano di ingannare tutti. I politici ingannano gli elettori, gli elettori per partigianeria si ingannano vicendevolmente e per farla completa ingannano se stessi, ubriacandosi di una morale pubblica da cui personalmente sono molto lontani.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>15 maggio 2013</div><div><br></div>            
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        <published>2013-05-16T11:09:00Z</published>
        <updated>2013-05-16T11:09:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[DIFESA DI ILDA BOCCASSINI]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>Se difendessi Ilda Boccassini in qualunque contesto, come giurista, come magistrato, come bella donna o in chissà quale altro campo, chi mi conosce rischierebbe di cadere dalla sedia. Ciò non impedisce che l’amore per la verità deve essere più forte dell’antipatia che si può sentire per qualcuno. E stavolta la Boccassini merita di essere difesa.</div><div>Innanzi tutto un avvocato gode dell’immunità, per tutto ciò che può dire durante l’arringa. Diversamente come farebbe il legale della parte civile a dare del delinquente, dell’assassino, del sadico e chi più ne ha più ne metta ad un imputato che magari dopo viene assolto, dalla Corte d’Assise? E lo stesso vale per l’avvocato dell’accusa chiamato Pubblico Ministero.</div><div>In secondo luogo, quando si parla per ore ed ore, non si può esercitare un ferreo controllo su ogni singola parola che si dice. E proprio per questo, a suo tempo, è stato di esecrabile cattivo gusto rimproverare a Silvio Berlusconi (laureato in giurisprudenza) di avere parlato di “Romolo e Remolo”. Questo è un semplice errore di pronuncia, non come un titolo del Corriere della Sera di oggi: “Chieti: Figlio strozza la madre e l’uccide”. Perché qui l’errore è concettuale, non si può uccidere due volte la stessa persona. E tuttavia nessuno tratterà il Corriere della Sera come la Gazzetta degli Analfabeti.&nbsp;</div><div>Dunque bisognerà perdonare alla Boccassini di avere detto che Ruby è “furba di quella furbizia orientale propria della sua origine”. Il magistrato è stato accusato con qualche eccesso di razzismo e di ignoranza in geografia, tanto che si avrebbe voglia di invitare i critici alla calma. Per l’accusa di razzismo, è lecito fare spallucce. Non ci si può attaccare a cose tanto insignificanti. Del resto, “levantino” non è forse sinonimo di “truffaldino, ingannevole, infido, sleale”?</div><div>Più interessante è l’accusa di ignoranza in geografia. Innanzi tutto è vero che la stessa parola Marocco corrisponde a Maghreb, che a sua volta significa “Occidente”. Ma nell’Ottocento, quando l’Oriente fu di moda, soprattutto in Francia e in letteratura, si convenne di chiamare “Orient” tutto ciò che era arabo, musulmano, levantino e presentasse i connotati folkloristici ed etnici di quel genere. Proprio per questo l’Oriente della letteratura comprendeva anche il Nordafrica. Flaubert ad esempio ha scritto un “Voyage en Orient” in cui è inclusa la visita all’Egitto. Senza dire che il romanzo Salammbô, orientaleggiante, è ambientato nell’attuale Tunisia. Nessuno può sapere se il lapsus della Boccassini dipenda da ignoranza di geografia o da questa sorta di tradizione di derivazione francese. Certo non c’è da farne un casus belli. Questa era forse l’unica cosa perdonabile della sua arringa.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>14 maggio 2013</div><div><br></div>            
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        <published>2013-05-14T13:47:00Z</published>
        <updated>2013-05-14T13:47:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[LA CAPRA, I CAVOLI E L'ITALIA]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <div>L’espressione “salvare capra e cavoli” nasce da un problema infantile. Un uomo deve passare un fiume insieme con un lupo, una capra e dei cavoli. Ma non può portarli tutti insieme e deve evitare che la capra mangi i cavoli o il lupo mangi la capra. Saltiamo alla conclusione. Si portano, sorvegliandoli, capra e lupo. Si torna indietro con la capra e si ripassa il fiume con i cavoli. Infine si va a prendere la capra: e così si salvano capra e cavoli. Ma se la condizione fosse quella di passare con un solo carico alla volta il problema non avrebbe più soluzione. Purtroppo pare che sia questa la situazione dell’Italia.</div><div>1.<span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>L’euro è una moneta sopravvalutata e questo rende difficili le esportazioni. Per farlo bisogna fruire di condizioni speciali che rendano le merci appetibili malgrado l’alto valore dell’euro. Questa condizione è vera solo per la Germania. Invece l’Italia, come altri Paesi, non sa più come fare. Ma di svalutare l’euro non si parla neppure.</div><div>2.<span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>Dal momento che l’unione non sta dando i risultati sperati, i Paesi inclusi nell’area euro potrebbero organizzare un ritorno alle monete nazionali. Forse è facile, forse è difficile, forse è tecnicamente impossibile, certo è che in Europa di questa soluzione non si parla neppure.</div><div>3.<span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>L’Italia non ha la libertà di manovrare la propria moneta e dunque non può svalutare. Ciò le avrebbe consentito di divenire competitiva nei confronti degli altri Paesi e di diminuire il peso del debito pubblico: infatti con quella manovra è come se togliesse una buona percentuale del valore dei crediti detenuti dai possessori di titoli di Stato (furto). Ma è una manovra che si sarebbe dovuta effettuare a poco a poco nel tempo. Oggi invece i detentori stranieri dei nostri titoli hanno tutto l’interesse a che il nostro debito sia denominato in euro e non svalutato.</div><div>4.<span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>L’Italia singolarmente non può uscire dall’euro, sia perché i trattati non lo prevedono, sia perché si autoinfliggerebbe una crisi mostruosa. Crollando la fiducia, tutti i creditori si precipiterebbero a svendere i titoli in loro possesso e nessuno comprerebbe i titoli di nuova emissione. Il Paese dovrebbe dunque dichiarare la bancarotta. Le merci importate (petrolio, grano, caffè, cotone, metalli, e tutto il resto) subirebbero rincari fino al 40% e insomma sarebbe un disastro. Ecco perché nessuno parla seriamente di uscire dall’euro.</div><div>5.<span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>Una soluzione di lungo respiro si avrebbe se l’Italia avesse annualmente un tale surplus di produzione di ricchezza non solo da pagare gli interessi sul debito pubblico (attualmente 70/80 miliardi di euro) ma da rimborsare cento miliardi sui duemila che dobbiamo: in questo modo si eliminerebbe il problema del debito pubblico in vent’anni. Ma, a parte il fatto che la soluzione più ottimistica richiede due decenni, l’Italia è in grado di produrre un tale surplus di ricchezza? Non scherziamo. Già si reputa troppo caro il Ponte sullo Stretto, che costerebbe meno di cinque miliardi, e c’è per giunta il contributo dei finanziamenti privati.&nbsp;</div><div>6.<span class="Apple-tab-span" style="white-space:pre">	</span>Ultima ipotesi: non si svaluta l’euro; non si scioglie l’unione monetaria; non si torna alla lira e non la si svaluta; non si ha un surplus di ricchezza per rimborsare il debito pubblico. Insomma si rimane nella situazione in cui si è. È possibile questo? La risposta è purtroppo negativa. Siamo in una gravissima recessione; tutte le cause che l’hanno provocata sono ancora presenti, il debito pubblico continua a salire e non si intravede nessuna modificazione per il futuro. L’attuale ottimismo delle Borse - l’ha detto anche il famoso finanziere George Soros - non ha nessuna giustificazione: “la luna di miele dei mercati sull’Italia non può durare”; “In queste condizioni l’Italia non può risollevarsi”. Se ci fosse una crisi di fiducia – e di questo passo fatalmente ci sarà – non solo le autorità europee non ci vorrebbero salvare, checché abbia detto Mario Draghi, ma soprattutto assolutamente non potrebbero farlo. È stata una tragedia sostenere la Grecia – spingendola alla disperazione e sull’orlo della rivoluzione – e tuttavia è un piccolo Stato con un prodotto interno lordo corrispondente più o meno a quello della Lombardia. L’Europa non avrebbe abbastanza denaro per salvare l’Italia anche perché, se si verificasse una crisi di fiducia, questa non investirebbe solo l’Italia ma il Portogallo, la Spagna e infine anche la Francia, che va ogni giorno peggio.&nbsp;</div><div>Il governo Letta ha sbandierato alle Camere un programma che farebbe sognare il più prosaico degli uomini e la gente si aspetta mari e monti. Ma i pragmatici continuano a chiedere: “Con quali soldi farete tutto ciò?” Forse Letta è stato sedotto dall’offerta della prestigiosa carica attuale. In realtà una persona ragionevole dovrebbe rifiutarsi di guidare un autobus che corre diritto verso il burrone.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>12 maggio 2013</div><div><br></div>            
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        <published>2013-05-13T08:37:00Z</published>
        <updated>2013-05-13T08:37:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[EPIFANI, SEGRETARIO NELLA NEBBIA]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>Guglielmo Epifani è il Segretario del Pd, ma è un prodotto deperibile. Non va consumato dopo l’autunno. La data di scadenza coincide infatti col congresso del Partito. Si potrebbe pensare che in fondo un segretario eletto per cinque o sei mesi abbia poca importanza: male che vada non avrà il tempo di fare danni. E invece non è così.</div><div>L’esperienza ci ha insegnato che chi ha un compito “temporaneo” a volte sa usarlo come trampolino per ben altra carriera. Una carica vale quanto colui che la occupa. Non solo ci sono stati “papi di transizione” che poi hanno fatto la storia, ma Enrico Mattei, avuto il mandato di liquidare un’impresa di Stato, la trasformò in una delle più importanti del mondo. Dunque bisogna essere molto prudenti, e ciò non deve suonare come una critica al Segretario. Se egli riuscisse realmente a capeggiare il partito e portarlo alla vittoria, divenendo magari uno di quei coordinatori carismatici che sembrano inamovibili, sarebbe un uomo superiore che avrà tutto il diritto di fare ciò che farà.&nbsp;</div><div>Il punto è che se ne può dubitare. La nomina sembra nata sotto i peggiori auspici. Siamo nell’era televisiva e il pover’uomo, con la sua aria di serio intellettuale, non è telegenico. Sembra un pubblico ministero dispeptico e bilioso cui un accesso di riso (mai visto fino ad ora) per mancanza di allenamento potrebbe provocare un aneurisma. Non è colpa sua ma, accanto ad un Silvio Berlusconi con sorriso incorporato, sembra un menagramo. Né si può dire che lo favorisca la carriera. Si è segnalato come capo della Cgil, cioè di un’ipersinistra pressoché irragionevole, quella che sembra costantemente affetta da tentazioni di sfascismo. E se questa fosse la sua posizione ancora oggi, il Segretario potrebbe essere sentito soltanto come il capo di una fazione del Pd, quella della sinistra oltranzista.</div><div>Il partito è profondamente diviso, al suo interno, e sarebbe stato necessario un nome che suonasse come elemento unificatore. Sempre che di un simile nome si disponga e sempre che l’unificazione sia possibile. Infatti il Pd è in parte di sinistra e in parte di centro; in parte di sinistra comunista e in parte di sinistra socialdemocratica; in parte è religioso ed anzi cattolico, in parte è laico e laicista. Dunque il problema non è tanto il nome del Segretario “traghettatore”, quanto l’interrogativo riguardante la politica che si intende fare. Sarebbe bello sapere se si vuole veramente sostenere il governo Letta, alleato con Berlusconi, o se si aspetta la prima occasione per buttarlo giù. E in caso di nuove elezioni, se la sua bandiera sarebbe quella del moderatismo socialdemocratico o quella dell’estremismo utopico e populista per fare concorrenza al M5S. E per decidere tutto ciò forse sarebbe stato necessario non aspettare l’autunno.</div><div>Ecco perché le dimissioni di Pier Luigi Bersani e l’elezione di Epifani non hanno senso. Non è che il primo sia stato un imbecille che ha ridicolizzato il Partito. Aveva un mandato preciso e inderogabile: o quell’alleanza col M5S, a qualunque costo, anche perdendo settimane, oppure…&nbsp;</div><div>Già: oppure che cosa? Andare a nuove elezioni non si poteva, perché il Presidente della Repubblica, nel semestre bianco, non poteva sciogliere le Camere. Allearsi con Berlusconi era vietato. Presentarsi in Parlamento e chiedere la fiducia senza avere i numeri non era ragionevole e comunque Napolitano non lo permetteva. Si pretendeva che Bersani facesse dei miracoli? Alla fine non gli è rimasto che dimettersi, ma la colpa è stata sua o di tutto il partito? E quel partito che allora ha dato un mandato impossibile, al Segretario, ora che mandato intende dare, ad Epifani?</div><div>A sinistra sembrano non capire che si sceglie un uomo per attuare un programma, non perché è calvo o ha i capelli. Ciò che non ha saputo fare Bersani neanche Epifani avrebbe saputo farlo. E ciò che potrebbe fare Epifani anche Bersani saprebbe farlo. È il partito che deve sapere quello che vuole. È il partito che deve assumersene la responsabilità. Le dimissioni di Bersani sanno molto di invio del capro nel deserto. Anzi, di sacrificio umano per implorare dagli dei un segno su ciò che bisogna fare. Un segno che non si è certo visto, nell’elezione di Epifani.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div><div>11 maggio 2013</div><div><br></div>            
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        <published>2013-05-11T15:18:00Z</published>
        <updated>2013-05-11T15:18:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[MACHIAVELLI, MARK TWAIN E BEPPE GRILLO]]></title>
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          <![CDATA[
		  <div>La grandezza dei personaggi storici non dipende esclusivamente dalle loro caratteristiche intellettuali e caratteriali. Lo ha detto Machiavelli. Per il grande successo, la virtù - cioè il valore - è essenziale ma non basta: ci vuole anche la fortuna, intesa come una congiuntura favorevole. Un personaggio di Mark Twain, arrivato in paradiso, chiese di conoscere il più grande condottiero di tutti i tempi e gli fu indicato un droghiere del Massachussetts che in vita sua non aveva capeggiato neanche una rissa da bettola. Perché non ne aveva mai avuto l’occasione. Tanto che era morto senza sapere nemmeno lui di essere superiore a Tamerlano e Gengis Khan. Machiavelli avrebbe sorriso del racconto, ma non avrebbe rigettato quella fantasia: l’ipotesi era conforme alla sua teoria.</div><div>Cesare andò coscientemente a cercarsi in Gallia l’occasione della gloria militare, ma se Napoleone non avesse saputo trasformare il comando della campagna d’Italia nel trampolino di lancio della sua carriera di genio militare, di lui forse non avremmo mai sentito parlare. Ci sono al contrario personaggi che non hanno saputo dire di sì alla Storia che si era offerta loro come una bella donna poco seria. Un ottimo esempio è Mario Segni che ad un certo momento fu a capo dell’Italia che voleva cambiare e tuttavia presto sparì dalla scena. Mancò totalmente d’energia e non seppe approfittare di quel bastone di maresciallo. Né diversa fu la sorte di Mino Martinazzoli. Questi, convinto che la Dc fosse morta, credette che ne fosse anche sparito l’elettorato e lasciò l’occasione di capeggiarlo a Silvio Berlusconi. Il quale sappiamo come ha saputo sfruttarla.</div><div>Può darsi che abbiamo un terzo esempio, sotto gli occhi: Beppe Grillo. Naturalmente, finché la vicenda non è conclusa, potremmo sempre avere delle sorprese. Ma le avvisaglie non sembrano di buon auspicio.</div><div>Il comico ha fondato il suo successo su una critica spietata e contemporaneamente divertente del nostro sistema politico e della nostra società. Questo è un ottimo punto di partenza. Se si convince il popolo che un certo edificio è pericolante e da abbattere, si può ottenere che consenta di sostituirlo con uno nuovo. Ma sono necessari da un lato un progetto per il nuovo edificio e dall’altro che siano rispettati gli edifici circostanti. Perché se la gente si convince che si rischia di abbattere non un edificio ma l’intero quartiere e forse l’intera città, i controinteressati diverranno così numerosi e coalizzati che il successo si trasformerà in disfatta.</div><div>Grillo è andato fortissimo finché ha portato alla Camera e al Senato decine di suoi parlamentari. A questo punto però non ha capito che, salvo contestare il sistema democratico (distruggere l’intera città), bisognava inserirsi nel gioco delle alleanze e dei compromessi. Ha scelto al contrario di rilanciare sempre, alzando costantemente la posta fino a chiedere il piatto tutto per sé. Il suo radicalismo infantile – “Non ci alleiamo con nessuno”, “Tutti i vecchi politici a casa”, “Distruggiamo tutti i partiti” – pur nel momento in cui il Pd aveva l’acqua alla gola e avrebbe venduto sua madre pur di allearsi con lui, ha costituito quell’eccesso che gli dei puniscono. Dio sa quanto controvoglia, il Pd ha dovuto allearsi col Pdl e questo potrebbe costituire una svolta epocale senza ritorno.&nbsp;</div><div>Nel caso (improbabile) la nuova maggioranza riuscisse a fare qualcosa di buono, l’opposizione del Movimento 5 Stelle sarebbe insignificante e poco ascoltata. Le sue critiche, soprattutto se acide ed esagerate, come è nello stile del demagogo, dimostrerebbe la vocazione di quel partito e del suo leader allo “sfascio” e, per così dire, all’anti-italianità. Nel caso invece il governo cadesse e si andasse a nuove elezioni, non è detto che a Grillo andrebbe meglio. Non potrebbe certo contare sulla gratitudine degli elettori del Pd: questi non dimenticheranno che è a causa sua se non si è fatto il governo Pd-M5S, è a causa sua che hanno dovuto baciare il rospo, è a causa sua che si va a nuove elezioni. E gli stessi ex elettori di centro-destra che prima hanno votato per Grillo perché esasperati e perché credevano il Pdl spacciato, potrebbero rendersi conto che quel voto è servito soltanto a mettere l’Italia in difficoltà. Insomma il partito di Grillo potrebbe scendere a percentuali molto inferiori. E qualche tendenza in questo senso si è già constatata, sia nei sondaggi sia in qualche elezione.</div><div>Beppe Grillo potrebbe rientrare nella schiera dei condottieri mancati. Il droghiere del Massachussetts ne fece parte perché il caso non gli fornì la minima occasione, Beppe Grillo perché ebbe un’occasione d’oro ma gli mancò la virtù.</div><div>Gianni Pardo, giannipardo@libero.it</div>            
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        <published>2013-05-09T10:41:00Z</published>
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