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giannipardo1@gmail.com
POLITICA
30 maggio 2020
LA SCUOLA ITALIANA

Ho tanta stima di Angelo Panebianco che ho letto un suo articolo(1) anche se parlava di scuola. L’illustre editorialista scrive fra l’altro che la maggior parte della gente trova l’argomento noioso e poco importante, anche perché molti non hanno figli o questi figli non sono più in età da andare a scuola. Sembra mi conosca personalmente. Io ci aggiungerei, di mio, che il problema è senza soluzione e senza speranza.
La scuola italiana è semplicemente un disastro. Se si limitasse ad insegnare poco e male, non sarebbe gravissimo. Gravissimo è che rilasci titoli di studio come se la gente avesse acquisito conoscenze e dati che non ha acquisito. E questa è la conseguenza di un modo infantile di ragionare che si ritrova in altri campi. Per esempio nel denaro.
La domanda: “Quanto valgono cento euro?” è una domanda stupida. Perché cento euro non valgono assolutamente niente. La domanda giusta è un’altra: “Che cosa comprano cento euro?” e questa sì ha senso. Infatti un biglietto di banca fuori corso non compra nulla, anche se in eccellenti condizioni e a suo tempo avrebbe comprato molta roba. Come il biglietto da mille lire a lenzuolo di prima della Seconda Guerra Mondiale. Infatti la domanda deve anche comprendere il “quando”. Perché in tempo di inflazione ciò che compravano in gennaio cento unità di moneta non corrisponde a ciò che quel denaro potrebbe comprare in dicembre.
In sé, a meno che non circolino monete d’oro, è come se il denaro non esistesse. Ciò che esiste è la ricchezza, che è cosa diversa. Il denaro è più o meno un titolo di credito corrispondente a questo schema: “Ho coltivato cavolfiori, li ho dati via, e fino ad ora non ho ricevuto ricchezza in cambio. Ma mi hanno solo dato queste banconote ed esse costituiscono una promessa: posso sempre trasformarle in ricchezza, in proporzione al valore in esse specificato”. Ecco che cos’è il denaro.
Ma non tutti lo capiscono. Il ladro pensa che il biglietto da cento euro sia una ricchezza in sé e non si accorge che non ha rubato un pezzo di carta, ha rubato il sudore di colui che quel biglietto se l’era guadagnato. Il derubato aveva diritto a dei beni, e non li ha avuti, e il ladro che li ha avuti ha rubato il lavoro di qualcun altro.
Per essere più chiaro, richiamerò un concetto della linguistica. Se dico “Passami il coltello”, e un commensale mi passa il coltello, non mi ha passato la parola “coltello”, ma ciò cui la parola fa riferimento. In linguistica la parola “coltello” è il significante, l’oggetto è il “significato”. Se invece, a forza di usare la parola, crediamo che la parola “coltello” possa servire a tagliare, stiamo ingannando noi stessi. .
Non mi si venga a dire che nessuno potrebbe credere qualcosa del genere: moltissima gente pensa che il denaro sia la ricchezza e non lo è. Pensa che qualunque laureato in medicina sia capace di curare tutte le malattie e che qualunque professore di lettere conosca bene la lingua italiana, e anche questo non è vero. Insomma – ecco torno a Panebianco – l’Italia scambia il titolo di studio con lo studio. Ed è questo che ha rovinato la scuola italiana. Le prove  sono innumerevoli.
Nessun genitore va dal Preside a protestare contro il professore che insegna poco e promuove tutti, mentre sono legioni i genitori che protestano contro i docenti che insegnano molto e all’occasione bocciano. Se soltanto si capisse che il prodotto della costosa “industria scuola” è il sapere, i genitori dovrebbero protestare contro i professori che promuovono senza insegnare: perché non hanno consegnato il “prodotto” che è stato loro pagato.
E parliamo delle raccomandazioni. Che senso ha chiedere di promuovere qualcuno che non lo merita, che senso ha chiedere il rilascio di un diploma che non corrisponde alle conoscenze del suo titolare? Chi viaggerebbe su un aereo pilotato da me, avendo io il diploma di pilota, se poi non saprei pilotare nemmeno un aquilone? E chi accetterebbe di essere curato da un medico che ha ottenuto la laurea perché all’università si sono resi conto che, se non gliel’avessero data, ne avrebbe riportato un trauma? E tuttavia la scuola si commuove ogni giorno sui ragazzi che hanno problemi psicologici perché la maestra gli ha dato un brutto voto. E infatti nella scuola elementare si parla di tornare ai giudizi, nella speranza, anzi, nella certezza che i bambini non siano in grado di capirli. E comunque, alla fine dell’anno, non vanno forse promossi tutti?
Nella vita tutti cercano la massima competenza. Un qualunque muratore, un qualunque idraulico o un qualunque ferroviere, se deve farsi operare, chiede quale sia il miglior chirurgo della città. E verrebbe voglia di chiedergli: “Ma tu meriti di essere operato dal miglior chirurgo della città? Chi ti credi di essere?” Il fatto è che, quando ci si aspetta una prestazione, la si vuole di alto livello. Invece, quando si tratta di un attestato scolastico, basta il simbolo e la sostanza non conta affatto. Si vuole il diploma di ragioniere, non la competenza per svolgere il lavoro di ragioniere.
La scuola italiana è passata da un massimo ad un minimo. Quando era seria, i ragazzi che uscivano dal liceo classico, dopo essersi rimpinzati di tre letterature, due lingue morte, storia e filosofia, risultavano poi i migliori medici e i migliori ingegneri. Perché capivano i testi che leggevano. Mentre i test Invalsi dimostrano oggi che i ragazzi non sono in grado di capire un testo anche elementare. Prima la scuola dava una cultura e la capacità di allargarla, oggi non dà né la cultura né la capacità di acquisirla.
La scuola italiana non è una fabbrica di sapere, è un teatro in cui si recita la farsa dell’insegnamento.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
29 maggio 2020
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=500392464_20200529_14004&section=view



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POLITICA
29 maggio 2020
L'ONORE PERDUTO DELLA MAGISTRATURA
Non so chi scriva i titoli di “Repubblica” ma dev’essere una persona coraggiosa se ha posto sopra un articolo di Carlo Bonini queste parole: “L’onore perduto della magistratura”. Bonini sostiene che questo drammatico evento si è verificato a causa della cattiva figura che le ha fatto fare Luca Palamara con l’intercettazione delle sue conversazioni con tanti colleghi. Di fatto quel titolo è doppiamente falso: perché la magistratura non può perdere l’onore, finché c’è una parte di magistrati – che presumo sia la maggioranza – composta da specchiati galantuomini. E poi perché, se qualcuno pensava che tutti i magistrati fossero modelli di virtù, di intelligenza e perfino di cultura giuridica, sarebbe segno che non li ha frequentati. Ma avendo a che fare con persone che si esprimono in modo suggestivo, è meglio andare alla sostanza.
Bonini non è un demente. Essendo un giornalista di “Repubblica”, ha sempre saputo ciò che oggi espone con meraviglia. Dunque, se assume questo atteggiamento è per “cavalcare la tigre”, per porsi dal lato dei lettori indignati, dicendo “noi” mentre in realtà – se non lui, almeno “Repubblica” – ha sempre fatto parte di “loro”. 
Tutta la sinistra ha non soltanto tollerato ma applaudito l’eccesso di intercettazioni come quelle che hanno inguaiato Palamara e la magistratura, e lo ha fatto nella convinzione che esse avrebbero sempre colpito i suoi avversari politici. Quando Palamara dice che bisogna andare contro Salvini, e distruggerlo, per così dire, anche se penalmente innocente, che altro dice, che altro fa, se non quello che per decenni ha fatto la magistratura politicizzata contro Berlusconi? Di che si meraviglia, di che si indigna, Bonini? Qualcuno ha dimenticato i nomi di Andreotti, Del Turco, Mannino, Mastella e mille altri? Quant’è lunga la lista dei politici accusati dai magistrati, indagati e processati per anni, fino a scomparire dall’orizzonte, per poi essere assolti con formula piena, ma “a babbo morto”? Francamente, il giornale di Bonini non è il pulpito adatto, per la predica moralistica. 
Ci dovremmo piuttosto indignare ancora una volta noi, per una sinistra radical chic che ha sempre negato l’esistenza delle “toghe rosse” e della magistratura politicizzata, semplicemente perché il fenomeno era utile alla sua parte politica.
Quanto agli intrighi e alle raccomandazioni, molti forse ignorano che, una volta entrati in magistratura, che si sia intelligenti o stupidi, colti o ignoranti (anche in diritto), attivi o battifiacca, si fa carriera. Nel senso che, col passare del tempo, si progredisce come qualifica. Tanto che tutti alla fine hanno il grado di consiglieri di Corte di Cassazione, anche se in vita loro non sono mai entrati nel Palazzaccio di Piazza Cavour. Un tempo, quando il grado iniziale della carriera era quello di Pretore, è perfino avvenuto che un magistrato, divenuto pretore nella sua cittadina di provenienza, abbia ritenuto utile non spostarsi mai, arrivando ai più alti gradi, come qualifica, e tuttavia rimanendo eternamente pretore, come funzioni. Ed io, da giovane, mi grattavo la zucca. Dal momento che tanti erano qualificati per divenire Presidente di Corte d’Assise, come venivano scelti, in concreto, quelli che esercitavano questa funzione? E lo stesso per le Sezioni della Cassazione, e non parliamo dei Presidenti di Sezione. Ma nessuno mi rispondeva. 
La realtà era (ed è) che gli incarichi di prestigio dovrebbero andare ai magistrati più meritevoli, ma in realtà – seppure cercando di escludere quelli chiaramente “immeritevoli” – il CSM li ha sempre conferiti considerando i curricula ma soprattutto le raccomandazioni, i mercanteggiamenti, le correnti della magistratura di provenienza, le idee politiche e via dicendo. Tutte cose che non si possono certo confessare in pubblico. Purtroppo un “trojan”, essendo un aggeggio elettronico, non ha questi riguardi, e il povero Palamara (“povero” soltanto nel senso di “tradito dal suo cellulare”) è divenuto il simbolo del male in magistratura. È soltanto avvenuto che, per una volta, l’arma è scoppiata in mano a colui che la brandiva.
Troppi dimenticano che gli interlocutori del reprobo si dimostravano per la maggior parte “suoi simili”. Insomma, non c’è spazio per l’indignazione. Sarebbe come se qualcuno dicesse di avere scoperto con meraviglia che un professore d’università è diventato tale perché raccomandato da un “barone”. O che la tale prostituta non è vergine. 
Non si dovrebbero indignare i giornalisti di sinistra contro i magistrati, si dovrebbero indignare gli italiani contro i giornalisti di sinistra che hanno tenuto il sacco a un gruppetto di magistrati poco corretti ma molto utili ad una certa parte politica, sul piano nazionale.
Ma parliamo anche delle colpe degli italiani in generale. In questo campo i nostri connazionali tendono a ritenere tutti i magistrati disinteressati, integerrimi, al di sopra delle parti, infallibili e a stento umani. E chi ha collaborato a fargli credere che, quando i magistrati accusano qualcuno, l’accusato è sempre colpevole? Quale altro articolo comprende, il codice penale di Marco Travaglio? Chi ha sempre amato l’idea di affidare ai magistrati la guida del Paese? “Il Fatto Quotidiano” si è addirittura creato una platea di lettori semplicemente avallando ogni indagine, ogni sospetto, ed essendo il megafono delle Procure. 
Effettivamente c’è da indignarsi, ma soprattutto pensando a un Paese che, malgrado ogni smentita, si fa delle illusioni sui magistrati. E se ne fa anche su una classe politica che nel 1993, abolendo per viltà l’immunità parlamentare (di cui non ha capito la funzione storica e politica) ha consegnato con mani e piedi legati la vita pubblica all’ultimo dei Pm di provincia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
28 maggio 2020




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POLITICA
29 maggio 2020
750 MILIARDI, SUBITO, ALL'ITALIA
Il turista deve stare molto attento, quando effettua degli acquisti, e in particolare non dovrebbe comprare MAI nei negozi per turisti. La ragione è semplice. Il commerciante che opera in una cittadina ha tutto l’interesse a trattare bene i suoi clienti perché spera di farne degli acquirenti stabili. Viceversa chi vende qualcosa al turista sa che non lo rivedrà mai più. Dunque, se riuscirà a fargli pagare la merce il doppio del prezzo normale, non per questo il turista tornerà da un altro Paese a reclamare. Nello stesso modo, se i politici abbondano in promesse irrealizzabili, nel corso della campagna elettorale, è perché, una volta eletti, anche se mancano alla parola data sono inamovibili per cinque anni. Ma la situazione cambia quando sono al governo e la “scadenza” della promessa è ravvicinata. In quel caso, il rischio di squalificarsi agli occhi di tutti è grave e potrebbe avere notevoli conseguenze. Fino alla caduta del governo. 
L’ineffabile Giuseppe Conte e i suoi ministri si trovano a guidare il Paese in un momento peggio che drammatico, a causa di un “fermo” economico durato mesi e le cui conseguenze diverranno presto fin troppo chiare a tutti. In queste condizioni, un politico coraggioso come Winston Churchill prometterebbe “lacrime e sangue”, e un politico avveduto non farebbe nemmeno un quarto delle promesse che ha fatto Conte. 
Questo fino a ieri. Ora invece Ursula von der Leyen ha proposto un piano mirabolante in base al quale, soprattutto ai Paesi più colpiti dalla pandemia, sarà diviso un totale di 750 miliardi. La sensazione che il governo ha dato a tutti è che, se l’Europa diviene così generosa, è merito nostro. Noi che abbiamo tanto coraggiosamente insistito per ottenere questo risultato, anche se non si vede che coraggio ci voglia, essendo in bisogno, per chiedere ad alta voce piuttosto che a bassa voce. 
Comunque tutti hanno strombazzato la manna di 750 miliardi, come se fosse la soluzione di ogni problema, la fine di un incubo, la possibilità di rilanciare tutti i Paesi europei verso il futuro e la felicità. Tanto che da noi il problema di cui s’è cominciato a discutere riguarda il modo di spendere quei soldi, essendo noto che l’Italia spesso non ha saputo utilizzare i fondi che le offriva l’Ue. 
Torniamo sulla Terra. Se il governo fosse composto da persone serie non avrebbe dovuto permettere che la gente si illudesse tanto. E infatti è opportuno vedere come stanno le cose in concreto.
1 Quella della von der Leyen è una proposta, nulla di più. Per arrivare ad una decisione concreta bisognerà discuterne prima a giugno e poi anche oltre, a lungo, se non si troverà un accordo. Per questo accordo – val la pena di sottolinearlo – è richiesta l’unanimità, e già oggi Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia si dichiarano contrari. In particolare alle erogazioni a fondo perduto, su cui tanto conta l’Italia. 
2 La somma di 750 miliardi si compone di 500 miliardi di regali e 250 di prestiti. Questi vanno restituiti. Il grande vantaggio è che chi si impegna è l’Europa, ma prestiti rimangono.
3 Poiché gli aiuti vanno distribuiti secondo la partecipazione al Pil europeo, l’Italia dovrebbe avere il 13% abbondante, cioè 105 miliardi; invece, per favorirci, ci danno una somma di circa 172 miliardi. Domanda: ma se danno di più a noi, daranno di meno a qualcun altro, no? Siamo sicuri che questo qualcun altro sarà d’accordo?
4 Come farà l’Ue a raccogliere queste centinaia di miliardi? Pare che saranno emessi dei titoli di debito firmati per così dire dall’Europa. E questa è la parte facile. Anche se mi chiedo chi restituirà questi miliardi. Ma già si sa che un’altra quota sarà raccolta mediante tasse europee. Cioè aumentando le tasse dei membri dell’Unione. E anche qui bisognerà vedere che cosa dicono i singoli Stati. 
5 Interessante è pure vedere come saranno concessi i prestiti a basso tasso d’interesse. Infatti, a fronte di questo vantaggio, la concessione sarà condizionata da una serie di adempimenti. Gli Stati devono presentare un piano dettagliato di come intendono utilizzare i prestiti, specificando a quali riforme si impegnano a realizzare, e accettando che le somme siano erogate a mano a mano che dai controlli risulti che le promesse sono state mantenute. Non sono impegni dappoco. Sappiamo quante volte l’Italia ha parlato di riforme e quante riforme ha effettivamente condotto a buon fine. 
6 Qualcuno si chiederà quando si vedranno arrivare questi soldi, e qui cominciano le dolenti note. Innanzi tutto, ricordiamolo, il piano non è stato ancora né discusso né tanto meno approvato dagli Stati che hanno un’opinione diversa. In secondo luogo, non è detto che la discussione si esaurirà in poco tempo. In ogni caso, si parla di mesi. Inoltre è già previsto che le somme non saranno versate subito, ma nel corso di quattro o cinque anni, e non a partire dal 2020 ma dal 2021. Dunque fino alla fine dell’anno dobbiamo cavarcela da soli. Infatti, per il 2020, con uno sforzo l’Ue ha stanziato undici virgola cinque miliardi per l’insieme dei membri dell’Unione.
7 In conclusione, il tripudio nazionale è sembrato un po’ esagerato. Questi denari, o parte di essi, se arriveranno, arriveranno a poco a poco, e a partire dall’anno prossimo. In secondo luogo, è allarmante il fatto che si parli di contributi a fondo perduto, perché a fondo perduto significa che qualcuno li regala. E chi è questo generoso signore? Non so più chi, facendo i calcoli e considerando che l’Italia, oltre ad essere fra i beneficiari, sarebbe anche fra i contribuenti, è arrivato alla conclusione che il nostro Paese potrebbe ragionevolmente sperare in un netto di ventisei miliardi in cinque anni. Chi pensa che con simile somma si salva l’Italia è più ottimista di me. 
In ogni caso, è troppo presto tanto per essere pessimisti quanto per essere ottimisti. Dobbiamo aspettare i negoziati e la loro conclusione. Fino ad allora – e comunque per il 2020 – siamo soli e nessuno ci aiuta, salvo la Bce (se la Germania non la blocca) e salvo il Meccanismo Europeo di Stabilità, se l’Italia decide di approfittarne. 
In realtà sarebbe bello se il governo, smettendo di sognare, cominciasse a pianificare un notevole taglio delle spese per rilanciare l’economia, diminuendo poi le tasse e riformando la burocrazia. Ma per questo ci vorrebbe il coraggio di Churchill, non il fazzoletto nel taschino.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 maggio 2020 



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POLITICA
27 maggio 2020
LUCA PALAMARA È INNOCENTE
Un articolo di Francesco Damato(1), su Italia Oggi del 27 maggio, dà notizia del disgusto del noto e stimato magistrato Alfonso Sabella, a proposito delle intercettazioni di cui sono stati protagonisti Luca Palamara e i suoi sfortunati interlocutori. “Sui giornali – ha detto Sabella -   leggo dialoghi che mi fanno vergognare di chi veste la mia stessa toga”. E Damato, per certi organi della magistratura associata, parla di “conventicole di potere”, e addirittura “cosche” che finiscono col comandare più dei politici, in “un conflitto permanente e oggettivo d’interessi. Anche se la colpa è dei politici, che questo loro strapotere hanno tollerato”. 
Damato conferma poi che essi influenzano le carriere dei magistrati, i quali non vengono promossi a funzioni di alto livello per merito ma in base alle amicizie e agli appoggi politici. Infatti lo stesso Sabella, pur coperto di allori professionali, si appresta ad andare in pensione essendo rimasto “magistrato di primo livello”. Da soli non si va lontano. 
L’articolo gronda indignazione, e non si può che condividere il sentimento di Damato. Ma il sentimento soltanto, non il giudizio. Infatti lui stesso  scrive che il “Troyan” (l’intercettazione più aggressiva e totale via telefonino) “potrebbe fare di chiunque di noi un mostro”. E questo dà alla faccenda tutto un altro senso.
 Ammettiamo che il dr.Sabella sia un’eccezione. E infatti nessuno nega che ci possano essere, anzi ci siano, magistrati integerrimi. Ma non ci si può aspettare di risolvere un problema sociale con un’eccezione (a meno che non si tratti di Atatürk). Dunque c’è da pensare che se, al posto di Palamara, ci fosse stato il dr.Marapala o il dr.Pamalara, il risultato non sarebbe stato diverso. In un mondo in cui si fa carriera a via di intrighi e raccomandazioni, è normale che chi arriva al vertice sia pratico di raccomandazioni e intrighi. Ed è anche inevitabile che li trovi normali. Perché è il mondo in cui è vissuto fino a quel momento.
Ecco in che senso Luca Palamara è innocente. È innocente come il professore che promuove un alunno perché gliel’ha raccomandato un amico o un potente cui non poteva dire di no. La maggioranza dei professori è costituita da docenti che, una volta o l’altra, o magari ad ogni fine anno scolastico, hanno promosso qualche asino perché raccomandato.
Insomma Palamara si è comportato male, come si comportano male i suoi interlocutori. Come si comporta male (in questo campo) la maggior parte dei magistrati, e la stragrande maggioranza degli italiani. Insomma, chi dovrebbe moralizzare chi? Quis custodiet ipsos custodes? Qui siamo tutti nella stessa barca. Un uomo del popolo, appreso che un suo parente professore non accettava mai raccomandazioni, gli disse sarcastico: “Bravo. E così ti giochi gli amici”. Questa è l’Italia, Un’Italia in cui i Sabella rimangono al primo livello.
Ecco perché la soluzione proposta da lui e da Carlo Nordio per l’elezione del Consiglio Superiore della Magistratura mediante sorteggio, l’“unico sistema non controllabile dalle correnti che hanno dimezzato la giustizia”, non serve a niente. O piuttosto – il M5s docet – serve a mandare al comando personaggi neppure capaci di fare carriera per raccomandazione. Senza dire che se costoro, fino a quel momento, non hanno ancora subito pressioni (non avendo abbastanza potere per “fare favori”) cominceranno a riceverne e, da bravi italiani, non perderanno l’occasione di farsi degli amici.
L’ho sempre detto, da noi si impara a barare sin dalla scuola elementare, dove è lecito copiare e dove nessuno dev’essere bocciato. E ora si riparla di abolire i voti (umilianti!) e tornare ai giudizi, in modo che nessuno si veda bollare con un quattro o un tre. A proposito: nell’anno in cui fui costretto a non mettere voti ma a stilare giudizi, scrissi su un compito: “Il regolamento scolastico mi vieta di prenderla a calci” Chissà, se l’avessi scritto oggi, mi avrebbero licenziato.
Circa sessant’anni fa chiesi ad una ragazzina francese se mai copiasse il compito, a scuola. Non so se oggi sia cambiato qualcosa, in quel Paese, ma lei ne fu scandalizzata. “E perché?”, le chiesi. “C’est malhonnête”, è disonesto, mi rispose. Né diversa sarebbe la risposta di un giovane giapponese. Se un giorno un ragazzino italiano risponderà così, anch’io sarò spietato con Luca Palamara. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
     27 maggio 2020



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POLITICA
26 maggio 2020
QUANT'È GENIALE L'ECOBONUS?
      Quando lo Stato interviene nell’economia, crea sperperi e disastri. Se qualcuno obietta che non  è necessariamente così, gli rispondo che ha ragione: non è necessariamente così. Ma è andata sempre così in Italia. Diciamo da sessant’anni. E a me bastano per avere paura di quei progetti “et dona ferentes”, cioè anche quando sono regali. Come quando i greci si presentarono a Troia col bel cavallo di legno.
Ma ogni semplice opinione non può e non deve essere assoluta. Seguendo l’aureo principio di Karl Popper, cerco di vedere io stesso perché, in questo caso, potrebbe realmente trattarsi di una brillante operazione economica, da parte dello Stato. Per farlo metterò il cervello in prima marcia. O forse anche meglio, in retromarcia, per tornare indietro dalle mie convinzioni più radicate.
Sembra che, con l’ecobonus, a partire da luglio, lo Stato offra a tutti i cittadini di ristrutturare la loro casa, di impiantare pompe di calore ed altro, a condizioni di estremo favore. Il cittadino paga questi lavori, per esempio per l’importo di centomila euro e poi lo Stato gli rimborsa l’intera somma in cinque anni, non in contanti, ma in termini di imposte non pagate. Ammettendo che il cittadino paghi ogni anno 25.000€ di imposte. Dal momento che lo Stato per cinque anni gli rimborsa un quinto di centomila euro, cioè ventimila euro, quel cittadino ogni anno pagherà (25,000 - 20.000) cinquemila euro soltanto di imposte. E non basta. Se il cittadino non vuole aspettare i rimborsi (per esempio perché è molto anziano) è anche prevista la possibilità di presentarsi in banca per lo sconto di quel credito. La banca gli dà subito novantamila euro, per dire, e diviene titolare del credito di cento. Dunque non è vero che lo Stato rimborsa soltanto mediante detrazioni di imposte. 
In realtà tutti aspettano i decreti attuativi per sapere se lo Stato ha parlato sul serio. Infatti un’altra possibilità è che il cittadino si metta d’accordo con l’impresa che dovrà realizzare i lavori, l’impresa anticipa tutte le spese e il cittadino le passa il credito con lo Stato. Il proprietario della casa ottiene un enorme vantaggio di circa centomila euro, le imprese, i professionisti, gli operai, i produttori di condizionatori ed altro materiale fanno affari, e l’economia, che prima era ferma, finalmente gira. Inoltre tutto questo movimento provoca un gettito per l’erario, per le imposte dirette e indirette che sarebbero pagate. Una pacchia. 
Il ragionamento sembra imbattibile perché, dice qualcuno, è vero che lo Stato rinuncia a un gettito erariale, ma se quei lavori non si fossero effettuati, non sarebbe nemmeno sorto il dovere di pagare le tasse su quei lavori.  Purtroppo questa osservazione non sta in piedi, infatti è come se lo Stato rinunciasse alle imposte che si sarebbero pagate su quei lavori e non è così. Ammettiamo che i lavori costino centomila euro, tasse comprese. Se lo Stato rimborsa tutto, rimborsa anche le tasse su quei lavori. Dunque l’ulteriore sgravio delle imposte dovute dal cittadino (o il denaro che gli si versa) è una partita, negativa, per lo Stato, del tutto nuova. Questo ragionamento è essenziale, e val la pena di rifarlo da principio. 
Il cittadino decide di fare lavori per centomila euro, sui quali va pagato il 20% di Iva (in realtà l’Iva per questi lavori è di meno). Secondo un calcolo rozzo, allo Stato, dei suoi 100.000€ tornano indietro 20.000€, più l’Irpef che pagano tutti quelli che realizzano i lavori sugli ulteriori guadagni, diciamo un altro 20%, sicché in totale lo Stato sui centomila sborsati 40.000€ gli sono tornati indietro. e ne ha sborsato 60.000 (il reale costo dei lavori “esentasse”).
Va sottolineato che il cittadino le imposte sui lavori le ha comunque pagate, in quanto sono incluse nei centomila euro, e lo sgravio riguarda le imposte che, per altri capitoli, avrebbe comunque dovuto pagare. Senza dire che – si ripete – se di fatto non ha imposte da pagare, lo Stato quel denaro glielo deve dare in contanti; e se non glielo desse, il cittadino potrebbe sempre farselo dare dalla banca, girandole il suo credito.  Dunque non è affatto vero che lo Stato fa un’operazione a costo zero. Su centomila euro non perde centomila euro, perché una parte gli torna indietro a titolo di imposte, ma il “bulk”, la maggior parte della somma, la sborsa eccome. È concepibile che lo Stato attui questa operazione per il rilancio dell’economia, ma gli costerà un bell’aggravio sul debito pubblico, dato che al solito farà l’operazione in deficit. Girando il conto a figli e nipoti.
La mia tesi può essere dimostrata prendendo il problema “dall’altra estremità”. Tralasciamo di considerare quanto ci perde o ci guadagna lo Stato. Il cittadino ci guadagna di avere dei lavori gratis in casa (dai nuovi condizionatori d’aria, o pompe di calore che siano, ai pannelli fotovoltaici, alle coibentazioni, alle ristrutturazioni antisismiche e via dicendo) il tutto, nel caso ipotizzato, per un controvalore di centomila euro. E se lui ci guadagna centomila euro, qualcuno deve perdere centomila euro. 
Ad essere precisi, dal momento che lo Stato si riprende una parte delle somme con le imposte, il cittadino beneficia di centomila euro, mentre lo Stato sborsa, di netto, tra sessanta e settantamila euro. Denaro che, contraendo debiti,  pone a carico dei cittadini, inclusi quelli che non possono mettere sul tavolo centomila euro per far partire l’operazione.  Per uno Stato che vorrebbe favorire “gli ultimi”, andiamo bene. Non sarebbe stato meglio diminuire le imposte sulle imprese, in modo da permettergli di fare migliori profitti, e permettere anche la sopravvivenza delle imprese marginali, che oggi sono fuori mercato? Almeno avrebbe contratto dei debiti (per far fronte al minore gettito fiscale) ma a favore di tutti i cittadini, non dei più abbienti. Inoltre se le imprese fanno buoni profitti, la concorrenza si farà più agguerrita, e ne beneficeranno i committenti, cioè i cittadini. E l’economia ripartirà. 
L’operazione potrebbe essere profittevole anche per lo Stato. Se l’economia gira bene, il gettito fiscale aumenta, perché un fisco esoso impoverisce anche lo Stato, secondo quanto dimostrato dalla famosa “curva di Laffer”. Curva che poi è un elementare principio di scienza delle finanze, vecchio come il cucco. Quando io frequentavo l’università, credo si chiamasse “principio della redditività dell’imposta”, derivante dall’incontro fra l’aliquota massima e il gettito massimo, se non vado errato.
Come suona un famoso detto, ogni volta che qualcuno ottiene una somma di denaro che non avrebbe dovuto avere, c’è qualcuno che non ha una somma di denaro che avrebbe dovuto avere. Anche in economia, nulla si crea e nulla si distrugge. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
25 maggio 2020
P.S. Poiché però un carissimo amico non è del mio parere, sarò grato a chi mi dimostrerà che ho torto.



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POLITICA
24 maggio 2020
L'INCERTO FUTURO FINANZIARIO DELL'EUROPA
L’Italia spende da sempre più di quanto incassa e dunque ha bisogno di contrarre debiti. Se si rivolgesse alle Borse, dato il notevole rischio che comporta prestare soldi a un Paese che ha già uno stratosferico debito pubblico, dovrebbe pagare alti interessi. Basti pensare a quanto avvenuto nel 2011.  Per una fiammata di Borsa, il nostro spread con i titoli tedeschi schizzò a 570 punti base. Ciò significava che, per trovare compratori per i nostri titoli, dovevamo offrire il 5,7% di interessi in più dei titoli tedeschi. Ammettendo che essi rendessero l’1,5%, l’Italia avrebbe dovuto pagare un interesse annuo del 7.2%. E poiché già con uno spread intorno ai 200 punti base, oggi paghiamo da sessanta a settanta miliardi l’anno, pagando quegli enormi interessi, presto non ce l’avremmo fatta più. E saremmo falliti. Attenzione, il verbo “fallire” non è usato come un’immagine: anche gli Stati possono fallire. L’Argentina ha già dichiarato fallimento un paio di volte, e l’ultimo della serie è il Libano. 
Mario Draghi intervenne col Quantitative Easing e da allora, per salvare l’Italia, la Bce compra i nostri titoli. Al riguardo le domande sono molte: con quali soldi? con quali interessi? con quali effetti? Proviamo a chiarire.
La Banca Centrale non ha denaro proprio, dunque effettua gli acquisti con denaro “fresco di stampa”. Cioè la zecca europea l’autorizza a comprare come se il denaro l’avesse. La foglia di fico, per questa operazione, è che la Bce, ogni volta, si offre di comprare titoli di tutti gli Stati dell’eurozona, secondo la loro richiesta e secondo una percentuale massima stabilita per ciascuno di loro. Per l’Italia è il 14% circa, per la Germania il 27% circa, e così via. Solo che la Germania non ha bisogno di questo favore, sicché di fatto la Bce finanzia soprattutto l’Italia. Però, da tempo, la Bce non rispetta più quella proporzione (14%, 27% ecc.) e l’aiuto all’Italia è evidente e confessato. Benché in contrasto con i trattati dell’Unione. Per non dire che quel denaro costituisce inflazione, bestia nera della Germania, dai tempi di Weimar. 
Vediamo come funziona tecnicamente la cosa. L’Italia emette dei titoli e li offre sul mercato borsistico. Perché i compratori li comprino devono trovare conveniente l’interesse, e dunque quelli offerti dall’Italia (Paese indebitatissimo) dovrebbero essere molto alti. Poiché però essi, come in ogni mercato, risultano dalla domanda e dall’offerta, la Bce, offrendosi di comprare titoli, ne fa aumentare la domanda e per conseguenza fa diminuire il tasso d’interesse. Ciò spiega come mai il nostro spread sia relativamente basso.
Ma allora, dirà qualcuno,  l’Unione Europea non è che ci perda, col Quantitative Easing, perché l’Italia paga degli interessi. E invece non è così. La Bce compra i titoli, l’Italia le corrisponde un interesse ma quell’interesse la Bce, cortesemente, glielo gira. Sicché, alla fine della fiera, abbiamo una Unione Europea che presta denaro all’Italia a interesse zero, pur sapendo che l’Italia non glielo restituirà mai. Cioè glielo regala. Così l’Italia ha già avuto centinaia di miliardi, e questi miliardi sono stati il frutto di un’inflazione che va a carico di tutti gli Stati dell’eurozona, ma a solo vantaggio di coloro che approfittano del QE. Si immagini con quale gaudio dei Paesi che non ne beneficiano.
E ci sono altri effetti. Il costo del denaro (il “costo del denaro” è il livello di interessi che le banche chiedono a privati e imprese per concedere prestiti) è inferiore , molto inferiore a quello che dovrebbe essere, se l’andamento dei mercati non subisse le deformazioni indotte dalla Bce. L’Italia paga interessi molto inferiori a quelli che pagherebbe se non ci fosse il Quantitative Easing, ma i tassi sono anormalmente bassi e i piccoli investitori italiani non ricavano quasi niente dai loro risparmi. La cosa è grave perché è il risparmio privato, che finanzia l’impresa quotata in borsa, e quando non è ricompensato con un adeguato interesse, perché mai il privato dovrebbe investirlo in azioni, per giunta col rischio che la Società fper azioni allisca? E infatti i promotori finanziari non sanno che cosa proporre ai loro clienti. Tutto è organizzato in modo che il risparmiatore non ricavi nulla dal suo denaro e debba anzi temere che lo Stato glielo rubi con qualche patrimoniale.
Va segnalato che questo stato di cose danneggia soprattutto i pensionati tedeschi. Costoro non hanno pensioni molto alte ed avevano l’abitudine di arrotondare le loro entrate con gli investimenti in borsa. Ma questi investimenti che oggi non  gli rendono niente e infatti amerebbero impiccare Draghi. Inoltre sanno che la Germania non ricava nessun utile dal QE (che nel tempo condurrà ad una dannosa inflazione) mentre tutti la considerano talmente solvibile che si accontentano addirittura di tassi negativi, pur di acquistare i suoi titoli. Non sto scherzando: pagano la Germania perché glieli venda: e credo siamo all’interesse negativo dello 0.40%. Ancora una distorsione del mercato
Qualcuno può chiedere: se il risparmio privato è paralizzato, chi finanzia attualmente le imprese? Facile, le banche, ma per il motivo sbagliato.  Esse ottengono il denaro da prestare alle imprese dallo Stato, praticamente a interesse zero. E anche questa è una distorsione del mercato. Perché lo Stato quel denaro semplicemente lo stampa, ancora una volta facendo una concorrenza sleale ai risparmiatori.
La Germania, a quanto pare, si è stancata di tutte queste distorsioni. Sia perché non ne beneficia, sia perché esse perpetuano situazioni irregolari e artificiali che una volta o l’altra scoppieranno. Con danni enormi. Per questo la Corte Costituzionale di Karlsruhe ha gridato altolà alla Bce, dandole tre mesi per cambiare strada. Se mai volesse o potesse 
Ecco le attuali prospettive. La Bce avrebbe tutta la buona volontà di continuare come prima (lo ha detto chiaramente Christine Lagarde) ma il suo problema è che, se la Germania la molla, non potrà farlo. Se la Germania smette di stare al gioco – dicono tutti i competenti - salta la Bce,  salta il Quantitative Easing, e si salvi chi può. Ma appunto: la Germania può farlo? È o no obbligata ad obbedire alla Corte di Giustizia Europea (CGE), la quale ha dichiarato che il Quantitative Easing è conforme ai trattati?
La risposta non è uguale per tutti i Paesi. La Francia deve obbedire alla CGE perché ha inserito la sua autorità nella propria costituzione, ma la Germania non ha fatto altrettanto. Per essa la suprema autorità non è la CGE  ma la Corte di Karlsruhe, e a questa deve obbedire il governo tedesco. La Germania può fare quello che vuole, perché è la più forte e perché la sua Corte è sovrana. Che cosa si può prevedere, in queste condizioni? Prevedere è un gran brutto mestiere: consuma le meningi e fa fare cattiva figura. Dunque segnalerò soltanto alcuni principi generali. 
In caso di naufragio tutti sono in pericolo. Ma la situazione è diversa secondo che si disponga o no di una scialuppa di salvataggio. La Germania si salva comunque, perché può sopravvivere sia in seno all’Ue sia uscendone. Al massimo avrà maggiori difficoltà ad esportare le sue merci. E questo ragionamento vale anche per tutti i Paesi con i conti in ordine, a cominciare dai Paesi Bassi. Già questo significa che questi Paesi non hanno interesse a partecipare al Recovery Fund, perché l’operazione si riassume nel fatto che tutti i Paesi pagano ma soltanto quelli più indebitati incassano. E quelli che non incassano perché dovrebbero pagare? Soprattutto quando il principale di questi Paesi, la Germania, è tanto arrabbiato per la situazione attuale? Io sono convinto che quella della Merkel con Macron è stata una comparsata, per fare apparire la Germania “buona”, lasciando all’Olanda, all’Austria e ai Paesi Nordici l’incarico di fare la “faccia feroce”. In democrazia nessun leader può andare contro l’unanime sentimento della sua nazione.
Naturalmente tutto ciò che è stato scritto fin qui, per molti, sarà completamente falso, in base all’aureo principio per cui “È troppo brutto per essere vero”. Se gli basta, prosit.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
23 maggio 2020 -




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POLITICA
23 maggio 2020
LE MOI EST HAISSABLE
“Le moi est haïssable”, l’io è odioso. Questa affermazione di Blaise Pascal andrebbe studiata nel contesto, per sapere che cosa intendeva quel pensatore. Ma esaminarla da sola consente di meglio sapere che cosa noi stessi pensiamo dell’argomento. 
Ovviamente, l’io in sé non può essere odioso perché questo corrisponderebbe ad odiare sé stessi, cosa contraria all’istinto di conservazione. Dunque il “moi” di cui parlava Pascal è quello in relazione al “tu” e ancora peggio al “voi”. È l’“io” come autore di cronache personali insipide o come dispensatore di opinioni banali. Il peggior uso che si possa fare di quel pronome è per raccontare i propri problemi di salute, i propri ricordi, o – peggio ancora – vicende di parenti e amici di cui all’interlocutore non importa assolutamente nulla. 
Accingendosi a parlare, chiunque dovrebbe chiedersi:  “Ma gli interessa, ciò che sto per dire? Per caso ho già parlato molto? Gli ho lasciato il tempo di dire la sua?” Molta gente simili domande non se le pone mai ed è infatti noiosissima. Un autentico castigo di Dio.
Qualcuno obietterà che siamo tutti interessati alla nostra salute e che dunque raccontare com’è andata la nostra malattia non costituisce un argomento futile. Giusto. Ma tutti siamo interessati alla nostra salute, non a quella altrui. Quella altrui semplicemente ci annoia. Ne sono così sicuro che, quando mi chiedono: “Come stai?” rispondo invariabilmente: “Bene, grazie”, anche se sto male. Perché sono certo che l’altro in realtà non ha nessuna curiosità, al riguardo. In questo senso sono più saggi gli inglesi che usano più spesso chiedere “How do you do?”, più o meno il nostro “Come va?” che “How are you?”, “Come sta?” Questa seconda domanda è infatti pericolosa: e se poi l’altro ce lo dice, come sta?
Per secoli, la coscienza che il nostro io interessa soltanto a noi - e a nostra madre, finché è viva - è stata così chiara, che i testi in prima persona, per parlare di sé, sono stati l’eccezione. Al punto che Cesare, dovendo raccontare come aveva condotto la guerra delle Gallie, ha scritto in terza persona, “Caesar iussit”, Cesare comandò questo e quello, come se Cesare non fosse stato lui. E lo stesso, se non ricordo male, fece Tucidide, che pure partecipò personalmente alla Guerra del Peloponneso. E dire che se, quando parla di sé, il Padre della Storia avesse usato la prima persona, sarebbe stata una goccia nel mare delle centinaia di pagine del suo capolavoro.  Lo stesso Montaigne, nel Cinquecento, se scrive i suoi Essais (Saggi) in prima persona, non è per parlare di sé (ne parla pochissimo) ma per parlare dell’uomo in generale a partire dall’analisi di sé. La sua è quasi una forma di umiltà, come per dire: “Io ci provo, e potrei anche sbagliare. È soltanto un tentativo”. Un tentativo di centinaia di pagine.
Ovviamente esistono testi in prima persona che non potrebbero essere diversamente, per esempio le lettere di Cicerone o quelle di Seneca, le poesie di Catullo e via dicendo. Ma qui è l’argomento stesso che richiede la prima persona. Viceversa l’idea di fare arte parlando di sé, raccontandosi, vantandosi o compiangendosi, si è fatta strada molto lentamente. Per infine esplodere, col Romanticismo. La Francia in questo campo ha avuto uno strano destino. Ha avuto un precursore, J.-J.Rousseau, ed è tuttavia giunta al Romanticismo in ritardo, nientemeno nel 1830, proprio per la forza che la tradizione classica aveva in quel Paese. Ma poi è stata una slavina, fino a dare il disgusto ai “realisti”, sia in prosa (Flaubert) sia in poesia (i Parnassiens).
Questo io che si crede interessante perché vibra, ride, ama, piange, si confessa, ha invaso le letterature, e fatto credere a chiunque che, raccontando la storia della propria vita, potrebbe divenire un romanziere. E purtroppo questo protagonismo dell’io borghese (penso ai romanzi di Jane Austin) ha avuto dignità di arte e di protagonismo nel dramma borghese, nelle canzoni, nei film popolari ed oggi praticamente in ogni sede. Al punto che non bisognerebbe mai chiedere a qualcuno, incontrandolo, come sta. Anzi, nella maggior parte dei casi, avvistato un conoscente, bisognerebbe cambiare marciapiede in tempo.
L’io è sempre stato importuno, ma ora è diventato haïssable. Nel suo Seicento, Pascal non avrebbe potuto immaginare un mondo come il nostro. Lui si lamentava allora, e non aveva idea di quante ragioni in più avremmo avuto noi di odiare il “moi”. 
Sempre sperando che in questo campo facciamo parte delle vittime e non dei colpevoli.
      Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
21 maggio 2020
GENTE DI SINISTRA
In tutte le democrazie si ritrovano due tendenze di base: in Italia parliamo di destra e sinistra, in Inghilterra di conservatori e laburisti, in America di democratici e repubblicani. In effetti si direbbe che, più che di due tendenze politiche, si tratti di due diversi atteggiamenti antropologici. Giorgio Gaber infatti ha potuto ironizzarci saporitamente con la sua canzone su destra e sinistra, e non per caso ha cominciato con lo stabilire che la vasca  da bagno è di destra e la doccia di sinistra, il culatello di destra e la mortadella di sinistra. E l’impressionante moltiplicazione degli esempi dimostrava che la distinzione non si fonda soltanto su una posizione politica, ma su una visione della vita. 
A naso si potrebbe dire che il discrimine è questo: la destra si ancora al pragmatismo, la sinistra all’ideale. E come è ovvio, se spinte all’estremo, ambedue le tendenze sono sbagliate, mentre ambedue sono plausibili se adottate nella giusta misura. Ma l’equilibrio è un’Araba Fenice, perché ognuno lo pone dove lo porta il cuore. O il portafogli. 
La questione è dunque complessa e in democrazia si impone l’obbligo della tolleranza. Un liberale arrabbiato deve avere all’occasione cari amici di sinistra delirante, cui perdona volentieri le loro imbecillità, come loro gli perdonano il suo inammissibile cinismo. E tuttavia, più o meno chiaramente, ambedue le fazioni riconoscono che la sinistra è più “digeribile”, più “presentabile”, più “elegante”. Ammettiamo che si stia parlando di bambini affamati dell’Africa Nera. Ecco la domanda: è più elegante l’uomo di destra che sospira, sconsolato: “Quante tragedie per le quali non possiamo far niente nel mondo!”, o l’uomo di sinistra che subito dice: “Ma bisognerebbe attivarsi! Fare una colletta! Creare un fondo!”.  Ovvio, non c’è partita. E anche quando si fanno notare all’uomo di sinistra tutte le difficoltà concrete di una simile iniziativa, a cominciare dalle dimensioni di certi problemi, l’idealista è vincente: “Allora è meglio non far niente? Sarà una goccia d’acqua, ma per un assetato è sempre meglio di niente”. E chi può resistere alla poesia di una goccia d’acqua?
 L’uomo di sinistra teme l’intelligenza come una tentazione del demonio. Vede il realismo come una diserzione dal dovere di combattere per l’ideale e una scusa per fare i propri interessi. E per questo si crede dispensato dal confutare gli argomenti del suo contraddittore. Gli basta intimare: “Vade retro!” E poco ci manca si faccia il segno della croce.
Il riferimento alla croce non è casuale. Il Cristianesimo è nato come religione dei poveri, degli ultimi, dei reietti. E poiché aveva come canone di base la mansuetudine, ha visto la salvezza degli sfortunati non nella rivoluzione proletaria – come poi la vedrà Marx – ma nel miracolo, nella Divina Provvidenza, nella volontà di Dio.  Quel Dio che veste i gigli meglio di Salomone e nutre gli uccelli che non zappano, non mietono, e tuttavia sono vivi e cantano ogni giorno la gloria del Signore. Un economista farebbe notare che gli uccelli lavorano da mane a sera per procurarsi il cibo ma, si sa, gli economisti sono spesso di destra. 
In Italia si sono coniugate, al peggio, tutte  queste tendenze. Il Paese ha una tradizione cattolica che nessun Protestantesimo ha messo in discussione. Non che i princìpi del Protestantesimo siano molto diversi, ma il semplice fatto che, con la sua dialettica, Martin Lutero abbia negato la validità di certi istituti della Chiesa, ha riabilitato la ragione, elevandola al rango di giudice supremo. E infatti il movimento protestante si è presto scisso in mille sette:  il primato della ragione, mentre dava il  diritto di contestare il Papa, dava anche quello di contestare Martin Lutero.
La santa irragionevolezza cattolica ha da noi radici profondissime. È ovvia la condanna del ricco, come tale immorale e candidato all’inferno. La nostra sentitissima tradizione umanistica ci fa giudicare di rango inferiore l’economia e la scienza. Da noi le uniche attività degne di un vero intellettuale sono la teologia, la letteratura, la poesia, l’arte, la filosofia. Tutte cose inadatte a migliorare la produzione industriale. 
Questa mentalità, coniugata con la superiorità sociale e mondana dell’Italia del Rinascimento, ha spinto il modello ideale dell’italiano – il Cortegiano di Baldassarre Castiglione – a sentirsi superiore a chiunque non abbia i suoi stessi ideali e la sua stessa eleganza. Chi fa dei calcoli, chi è interessato al denaro, è inferiore. Il vero signore a queste cose non bada. La regina d’Inghilterra ha la sua faccia su tutte le banconote ma non una di quelle banconote si troverà mai nella sua borsetta. 
Naturalmente l’uomo di sinistra rimane un uomo, e dunque sarà avido di denaro come tutti ed anche peggio, perché di suo ci metterà l’arroganza. La sua ipocrisia lo obbligherà a nasconderlo e a mantenere un atteggiamento superiore, nobile e generoso, quando si tratterà di programmare spese altrui, cioè dello Stato, cioè dei contribuenti.
E il peggio non è questo. Se sull’uomo di sinistra l’influenza si fosse limitata alla religione e alla tradizione umanistica, forse avrebbe potuto rimanere benevolo e tollerante.  Purtroppo il “genio” italiano – ce lo ha spiegato Dante – è caratterizzato dalla faziosità. Una faziosità che esclude il fair play che si insegnava sui prati di Eton e Oxford, e si tinge di odio mortale. Basti pensare a guelfi e ghibellini, fiorentini e pisani, meridionali e settentrionali, uomini di destra e uomini di sinistra. E soprattutto da questi ultimi nei confronti dei primi. Non perché essi siano particolarmente malvagi, ma tutto gli predica la loro superiorità morale. E infatti hanno la più cristallina buona coscienza. Essi non combattono gli avversari perché avversari, ma perché rappresentano il Male, mentre loro rappresentano il Bene. 
Se a tutto questo si aggiunge la tendenza al conformismo, la volontà di mondarsi dalle colpe del fascismo, l’interesse (perché si è sostenuti dall’intellighenzia), lo snobismo, l’amore della sceneggiata, l’immoralità di fondo dell’italiano, si ha un ritratto spaventoso di uno degli essere più nocivi che abbia prodotto l’umanità. Elegante e crudele come una donnola. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      15 maggio 2020



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POLITICA
20 maggio 2020
CONTE, PRESIDENTE DELLA DECADENZA
Paolo Mieli non è l’ultimo venuto e ci ripete da mesi, per iscritto ed oralmente, che il governo Conte non cadrà. Perché non conviene a nessuno che cada e per altre ragioni che ogni volta si premura di enumerare. E ogni volta non mi convince. 
Ognuno ha i suoi difetti. Io soffro della convinzione che tutto ciò che è illogico, assurdo, sbagliato, debba implodere, per una ragione o per l’altra. Un po’ l’idea dipende dall’esperienza: se a volte rovinano i ponti ben costruiti, figurarsi quelli fatti male. E un po’ dipende dal fatto – di cui mi dolgo – che il wishful thinking ha tendenza a trasformarsi in previsione.
Comunque a sostegno del mio scetticismo ci sono esempi che, non risalendo alla storia antica, saranno ben presenti a parecchi italiani. Il secondo governo Prodi (se non vado errato) era eccessivamente composito e comprendeva pericolosi rappresentanti della sinistra delirante. Così mi chiedevo come potesse stare in piedi quella nociva armata Brancaleone. Infatti non durò e cedette il posto ad una maggioranza di segno opposto. Gli italiani “avevano già dato”.
Altro esempio. Matteo Renzi – non ci posso far niente – mi è sempre stato tendenzialmente simpatico. Mi sembra dotato di un cervello pronto, di un’attenzione vigile, di una ridanciana giovialità. Ne farei volentieri un amico. Ovviamente il suo essere ridens non gli impedisce di essere una iena; ma la mia venerazione per Machiavelli mi rende simpatiche anche le iene. 
Poi però il suo vino divenne aceto e l’uomo di Rignano cominciò a commettere una serie di errori imperdonabili, di quelli che destinano ad una sconfitta fatale. Peccò troppe volte di quell’“eccesso” (hybris) che gli dei non perdonano. Disprezzava ostentatamente il prossimo e si presentava così spesso in televisione che al solo vederlo avrei tirato una scarpa contro lo schermo. Di questo passo, mi dicevo, andrà a sbattere. Cosa che avvenne nel dicembre del 2016. Gli italiani in coro lo ridimensionarono e lo resero perdente. E di nuovo simpatico. 
Oggi il caso si ripresenta, peggiorato, nella persona di Giuseppe Conte.
Va detto innanzi tutto che il semplice compararlo a Prodi e Renzi è un onore eccessivo. La differenza fra i tre personaggi è enorme. Prodi è un vero professore d’università, non soltanto uno che “è arrivato ad avere una cattedra”. È stato il capo non di un partito, ma addirittura di una coalizione che ha portato al governo, battendo per ben due volte Silvio Berlusconi. Insomma, se soltanto imparasse a parlare, invece di farfugliare in modo inaudibile e confidenziale, ascolterei persino quello che dice. 
Quanto a Renzi, il minimo che si possa dire è che, come certi fuoriclasse dell’automobilismo, ha cominciato giovanissimo a vincere Gran Premi. Senza il sostegno di nessuno ha avuto una carriera politica di cui sarebbe fiero anche il più ambizioso degli uomini. Giuseppe Conte invece non è nessuno, non ha speciali meriti, non ha compiuto imprese memorabili, ed è soltanto capace di recitare la parte della persona importante. Finché non cala la tela. Non ha speciali torti ma è al posto sbagliato. Io mi reputo una persona perbene, ma non per questo potrei sostituire il tenore nella Traviata. Per quello bisogna avere una voce che non ho.
Mieli sostiene che la forza di Conte nasce dal fatto che nessuno oggi ha la possibilità, e nemmeno l’interesse, ad eliminarlo e tuttavia non condivido il suo ottimismo. Se già non si può scommettere sulla solidità di chi è comunque qualcuno, come nel caso di Prodi, o di chi è per sua natura un conquistatore, come Renzi, come si potrebbe scommettere sulla permanenza alla testa del governo di uno che è lì perché ha vinto alla lotteria? 
Conte non ha le dimensioni dello statista.  Non potrebbe averle neppure se la natura lo avesse molto dotato in questo senso (cosa che si è ben guardata dal fare): perché non ha avuto il tempo di farsi le ossa, in politica. Ha soltanto imparato a sfilare dinanzi alle telecamere, a schivare le domande scomode col politichese o l’arroganza, e non a guidare il Paese. Ha scambiato per certificazione del destino la congiunzione astrale che ha fatto sì che l’Italia, non volendo andare alle elezioni (per ragioni finanziarie personali dei parlamentari, non per altro), sia disposta persino a far finta che Conte sia il Presidente del Consiglio. 
Quando qualcuno è il segnaposto di un altro, non dovrebbe mai dimenticare che chi l’ha messo lì potrà sempre dirgli di accomodarsi fuori, non appena non servirà più. Una soluzione non può essere durevole se l’unica ragione per cui la si accetta è che, sul momento, non se ne ha a portata di mano una migliore. Una moglie infelice volerà via non appena un altro uomo le farà una proposta appena appena accettabile. 
Nel caso dell’Italia tutti dicono che, in questo momento, una crisi di governo sarebbe demenziale. Che sia vero o no, poco importa, perché da sempre del bene del Paese non gliene frega niente a nessuno. Se qualche Erostrato di passaggio pensa di ricavare dalla caduta del governo il minimo vantaggio, il governo non durerà un giorno di più. Senza dire che il sullodato Conte sembra impegnato - con alacre, entusiastico slancio - a rendersi del tutto insopportabile. Compare troppo spesso in televisione, si dà importanza, con la mutria di chi comanda, fa promesse impossibili, e mente a tutto spiano. Il popolo, almeno per qualche tempo, è facile da ingannare. Quando qualcuno promette mari e monti, si dice: “Intanto sosteniamolo, chissà che qualcosa di buono, magari la metà, effettivamente non ce ne venga”. Ma Dio protegga il malcapitato, se sembra non mantenere per niente le promesse. E Conte ha accumulato tutti i presupposti perché ciò avvenga. 
I libri di storia saranno costretti a parlare di lui, perché per dovere di completezza parlano di chiunque sia stato a capo del governo. Ma mi chiedo con quali espressioni sarcastiche liquideranno questo indossatore ciarliero e fatuo. Ho letto un libro sugli imperatori romani e durante la decadenza furono tanti che l’autore dedicava in media una pagina e mezza ciascuno. Forse per Conte basterà la mezza. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      19 maggio 2020



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POLITICA
19 maggio 2020
LA MUSICA NON È EGUALITARIA
La musica è essenzialmente arte. E in questo è unica. La letteratura per esempio non è essenzialmente arte. Un romanzo vale per le emozioni estetiche che suscita, per come è scritto, ma anche per le idee che contiene. Al punto che si è potuto parlare di Bildungsroman, romanzo formativo, educativo. Cosa che certo non potrebbe fare una pura emozione. 
La letteratura partecipa sia dell’arte sia del pensiero e combina la forma artistica col contenuto intellettuale. Al punto da poter giudicare le due cose separatamente: il tale romanzo contiene ottime riflessioni, ma è scritto in modo pedestre, oppure è scritto in modo mirabile ma in fin dei conti non dice niente. Nel romanzo perfetto (“Madame Bovary”) sono da applaudire sia la forma sia il contenuto, mentre per “Mastro Don Gesualdo” l’arte è immensa ma la lingua scelta è peggio che discutibile, infarcita com’è di inutili sicilianismi. In questo campo l’interferenza fra arte e contenuto è notevolissima. 
Il balletto vale per l’eroica eleganza dei gesti, ma esiste sempre una trama. Nessun balletto va esente da un titolo e da un tema. Vuole sempre “dire” qualcosa, seppure con il linguaggio del corpo. Né dal tema si può prescindere nella pittura o nella scultura. Infatti, quando la pittura si è allontanata da un soggetto identificabile, ed è divenuta astratta, è anche divenuta incomprensibile per il grande pubblico. Ed è morta. 
In questo la musica si distingue da tutte le arti: non ha argomento e non può averlo. La musica descrittiva – penso a Debussy, penso a Respighi - di descrittivo ha solo il titolo, perfettamente arbitrario. Certo esistono differenze, certe musiche sono veloci ed altre lente, alcune carezzevoli ed altre aggressive, ma il messaggio rimane vago e a volte contraddittorio. Un adagio può essere vissuto come triste fino alle lacrime o dolce fino all’estasi, secondo lo stato d’animo dell’ascoltatore. Nella musica c’è soltanto la forma.
Ma questo non impedisce le contaminazioni e si può coniugare musica e contenuto, per esempio nella canzone. E fra parole e musica ci può essere uno squilibrio, come in letteratura: una canzone può avere parole sublimi e musica brutta, o viceversa. E comunque le parole rimangono secondarie, se è vero che tanti amano le canzoni americane, pur senza capire una parola. 
Ma il limite di questa forma d’arte popolare tanto in voga è che essa rimane sostanzialmente una monodia, come agli inizi della musica. Dunque è primitiva, e rimarrà sempre un genere minore, in confronto alla complessità, alla ricchezza, alla varietà di timbri e di risultati che può offrire una composizione per orchestra. La canzone sta alla quinta sinfonia di Caikovskij come una barzelletta sta a “Delitto e Castigo” di Dostoëvskij.
Riguardo alla coniugazione di musica e parlato, il massimo tentativo si è avuto , col melodramma. Purtroppo i testi delle opere sono spesso banali, popolari, pesantemente romantici e in sostanza deplorevoli. Gli appassionati ne declamano cantando passaggi come se fossero epici, degni dei poemi di Omero, e in realtà nella maggior parte dei casi sono ridicoli. al punto che “melodrammatico” è divenuto un aggettivo irreparabilmente negativo. 
Per esistere e trionfare la musica non ha bisogno delle parole. Quanto più la si ama, tanto meno si desidera essere infastiditi da qualche messaggio che non sia la musica stessa. Anche ad ammettere che si sia disposti a compiangere Violetta, non ci si può commuovere sulla sua sorte per tutta la vita. 
Solo la musica resiste a infiniti ascolti. Tutti abbiamo ascoltato infite volte, e continueremo ad ascoltare, i “Brandeburghesi” di Bach. E per questo si avrebbe la tentazione di dire a Giacomino Puccini: “Queste melodie della Bohème sono straordinarie. Perché non le usi per una sinfonia, o anche per due o tre sinfonie, visto che sei così ricco?” Ma questo è un discorso da incompetenti. Quasi tutti sono capaci di trovare un motivetto per una canzone, o un’aria d’opera, mentre scrivere una bella sinfonia è un altro paio di maniche. E infatti in questo campo non ci sono novità di rilievo dai tempi di Mahler. 
Tra una melodia e una sinfonia corre la stessa differenza che c’è tra il titolo di un romanzo e lo stesso romanzo. Musorgskij ha scritto i “Quadri di un’esposizione” per pianoforte (e già non è facile) ma è Ravel che, orchestrando quel testo , ha creato l’opera più acclamata. Scrivere per orchestra - cioè per il massimo della musica - è talmente difficile che raramente si hanno contemporaneamente, come nel grande Beethoven, grandissime capacità melodiche e grandissime capacità di orchestrazione. Perfino uno straordinario genio della melodia come Schubert ha scritto orchestrazioni elementari, mentre legioni di autori capacissimi di ottime orchestrazioni, ma non ispirati in campo melodico, sono rimasti oscuri. 
L’ascolto della musica, protratto per innumerevoli decenni, conduce ad una sorta di sfrondamento del di più, dell’inutile, e per dirla tutta del cattivo gusto da cui tanta musica è afflitta. La gente si stupisce della venerazione che i competenti hanno per Bach e non comprende che, mentre Giuseppe Verdi rappresenta un progresso rispetto alla canzone, Bach rappresenta la musica in sé, quella che non ha bisogno di null’altro che di sé stessa. Quella che dà il massimo del godimento astratto e non inquinato. Con lui non si piange su qualcuno, non si gioisce con nessuno e non si è innamorati di nessuno. O, più esattamente, si è innamorati della musica. Come avviene con il dio della musica, Mozart, o con Brahms, e con gli altri giganti. Naturalmente non si dice che qualunque pezzo di costoro sia un capolavoro – neanche Mozart ha composto soltanto capolavori – ma le opere mirabili sono tante che si può passare la vita a immergersi nell’oro che ci hanno lasciato Settecento e Ottocento. 
Per ascendere a questa orgia di piacere si richiede un orecchio che naturalmente ama la musica (alcuni è come se fossero sordi) e poi un ascolto di ore, ogni giorno, fino a fare di questo miracolo la colonna sonora della propria esistenza. Quanto ai rumori che si sentono in giro, e che tanti chiamano musica, ci si sente come gastronomi cui sia offerto del pane raffermo con sopra olive ammuffite.
L’amante della grande musica non fa apostolato. Fra stucchi e ori si rimpinza di straordinarie leccornie mentre gli altri, in giardino, si saziano di junk food. A ognuno quello che può capire, e che dunque merita. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 maggio 2020



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POLITICA
17 maggio 2020
CASSANDRA SI OCCUPA DI ECONOMIA
Se l’economia vi annoia, per oggi “passate”, e ci sentiamo domani o dopodomani. Detto fra noi, l’economia annoia anche me e, come se non bastasse, a volte non è facile capirla. Ma ne va delle nostre personali finanze, della nostra vita quotidiana, e di una possibile tragedia continentale. A causa di tutto ciò che potrebbe avvenire nei prossimi mesi.  Sarò grato a chi mi correggerà, se commetterò qualche errore. 
I
Tutto ruota intorno alla Banca Centrale Europea. Come è noto in Europa alcuni Paesi sono molto indebitati – l’Italia più di tutti, la Grecia essendo ormai “sistemata” – tanto che è certo che non potranno rimborsare il debito. Ma gli interessi sul debito pregresso devono pagarli, se non vogliono fallire. Purtroppo perfino la somma da pagare per gli interessi è tale che ad un certo momento i mercati, in particolare per quanto riguarda l’Italia, hanno dubitato che potesse pagarla ed hanno cominciato a chiedere tassi d’interesse altissimi per compensare questo rischio. Ciò è avvenuto in occasione della crisi del prime rate americano, cioè quando è fallita la banca Lehman Brothers. E cioè quando – credo nel 2011 – Mario Draghi ha detto che la Bce avrebbe fatto “whatever it takes”, qualunque cosa sia necessaria, per parare il colpo. 
Ciò che fece Draghi, e che la Bce ha fatto da allora, è stato questo: i Paesi indebitati hanno bisogno di prestiti sia per pagare gli interessi sui debiti pregressi, sia per i nuovi deficit annuali cui vanno incontro. Cioè, non che potere rimborsare il debito pubblico, sono “obbligati” ad aumentarlo. In queste condizioni gli interessi andrebbero alle stelle se qualcuno (la Bce) non offrisse prestiti a basso interesse (o addirittura a interesse zero) facendo una concorrenza imbattibile a coloro che offrono prestiti, le Borse in particolare.
E così è avvenuto. I Paesi hanno continuato ad indebitarsi ma con un creditore speciale, la Bce, che ha queste caratteristiche: non chiede interessi e il denaro che offre non lo attinge dal risparmio dei clienti (come di solito fa una banca) ma più semplicemente lo stampa. Come un falsario. Come si giustifica tutto questo? Semplice. In primo luogo, se non ci fosse la Bce, il “servizio del debito” diverrebbe così oneroso che probabilmente Italia, Francia e Spagna fallirebbero, l’euro scoppierebbe e con esso la stessa Unione Europea. In secondo luogo la Bce si crede giustificata - mentre immette tanto denaro falso nell’economia - con la (presunta) “necessità” di creare inflazione, fino ad ottenere un tasso d’inflazione annuo del 2%. Dunque è come se dicesse: “Sì, creo denaro falso, a fronte di niente, puramente ‘inflazionario’, ma non volevamo raggiungere l’inflazione del 2%? Dunque la mia opera è meritoria in ogni senso”.
Questo è quello che in filosofia si chiama “paralogismo”, un ragionamento solo apparentemente esatto. In realtà falso come un biglietto da due dollari. Perché sono sbagliate le premesse. In primo luogo, ogni volta che si falsa il mercato, si finisce col pagarla. Cara. Questa è una legge economica naturale e dunque eterna. In secondo luogo è altrettanto vero che qualcuno la paga sempre, per il denaro inflazionario. In terzo luogo, riducendo i tassi d’interesse a zero, si castiga il risparmio, una delle molle fondamentali dell’economia, tanto che la nostra Costituzione si è premurata di dichiarare che lo proteggerà in tutte le sue forme (Art.47). E al contrario oggi da un lato i risparmiatori europei non sanno che fare dei loro soldi, dall’altro non soltanto non ricavano niente dal loro risparmio ma vivono nell’ansia che lo Stato glielo rubi (“patrimoniale”). Tutto ciò non serve all’industria e alla vita economica in generale.
 Infine e soprattutto, chi ha detto che un’inflazione del due, del tre o del trenta per cento sia un bene? L’ “inflazione” subita dall’oro in seguito alla scoperta dell’America fu dovuta all’improvvisa maggiore disponibilità di quel metallo, cioè di una merce, e questa è un’inflazione naturale, in economia. Ma con la cartamoneta a corso forzoso, se aumenta il circolante, ciò non è affatto dovuto all’aumento di disponibilità di carta, e soprattutto non c’è limite, all’aumento di circolante. Si è visto a Weimar. O più recentemente in Turchia. Dunque si può falsare il mercato, a favore di alcuni (non particolarmente meritevoli) e a carico di altri (non particolarmente colpevoli). Con danni che i tedeschi non hanno mai dimenticato. Che l’inflazione artificiale al 2% sia un bene è un pregiudizio come un altro.
Non basta. Se la Bce crea denaro inflazionario, ciò va a danno dell’euro e a beneficio dei Paesi che ricevono quel denaro artificiale. Traducendo: a favore di Spagna, Francia e soprattutto Italia, e a danno di Paesi come la Germania e degli altri che non hanno bisogno di attingere a prestiti. E questo squilibrio non può durare, perché le sua conseguenze, presto o tardi, saranno tragiche. Fra l’altro perché quello squilibrio aumenta sempre e il collasso diviene fatale. Infatti qualche settimana fa la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe ha detto basta. E qui si apre il secondo capitolo. 
II
Che effetto può avere, questa decisione? I competenti dicono: la Corte di Giustizia Europea, già anni fa, ha stabilito che l’attività della Bce è legale e corrisponde agli scopi di quell’istituto. Ora la Corte tedesca ha detto il contrario, ma la Corte tedesca è sottoposta alla Corte di Giustizia e dunque il suo giudizio non conta affatto.
Pia illusione. La Corte di Giustizia europea ha un potere sopraordinato al Conseil Constitutionnel francese perché questo principio i francesi hanno inserito nel loro ordinamento giuridico. Viceversa i tedeschi non hanno fatto altrettanto e la loro Corte Costituzionale è la loro autorità suprema. Il governo tedesco deve obbedire in primo luogo alla sua Corte Costituzionale, non all’autorità comunitaria. Dunque il problema si sposta e diviene un altro: L’Europa non può imporsi alla Germania; la Germania non può imporsi (giuridicamente) all’Europa: come finisce il match?
Come finiscono tutti i match: con la vittoria del più forte. La Corte tedesca ha dato alla Bce tre mesi di tempo per dimostrare l’indimostrabile (e cioè che la sua attività è conforme ai suoi fini d’istituto) e dunque è come se avesse detto: “O la smettete o vi faccio smettere io”. Purtroppo, la Bce non può smetterla ed è facile dimostrarlo. 
Tra il giugno di quest’anno e il marzo del 2021, salvo errori, vengono a scadenza prestiti concessi a Italia, Francia e Spagna, per 720 miliardi di euro. Facciamo che di quei 720 miliardi l’Italia ne abbia ricevuto 300 (cioè 40%, essendo il Paese più indebitato): chi crede possibile che entro meno di un anno possiamo restituire trecento miliardi, soprattutto quando siamo intenzionati a chiederne all’incirca altri duecento per fronteggiare la crisi del Covid-19? Cinquecento miliardi quando non sappiamo trovarne qualche decina, come in questi giorni, per i provvedimenti più urgenti? Ma scherziamo?
In realtà la Bce non soltanto dovrà allungare i termini di quelle scadenze, concedendo di rimborsare il debito vecchio e di contrarne uno nuovo a copertura del vecchio, ma dovrà darci altro denaro. Conclusione, lo scontro, entro i tre mesi, è inevitabile. E che cosa potrà fare la Germania?
Semplice. Potrà non limitarsi a dire: “Io non ho bisogno di prestiti, grazie”, ma anche: “Non avete il diritto di inflazionare la mia moneta. Dunque o la smettete o mi ritiro dall’euro”.
Già la prima mossa – una dichiarazione di sfiducia nella Bce – potrebbe allarmare i mercati, con conseguenze inimmaginabili. Ma soprattutto la semplice minaccia che la Germania esca dall’euro potrebbe provocare un terremoto. Infatti, se l’euro è rimasto stabile in tutti questi anni, malgrado la continua emissione di denaro puramente cartaceo, è stato perché dietro di esso ci sono state e ci sono le solide economie dei Paesi con i conti in ordine. Se invece la Germania minaccia di uscirne, se i mercati pensano che dietro l’euro ci sono soltanto le economie dei Paesi tecnicamente falliti (come in primo luogo l’Italia) potrebbero richiedere pagamenti in dollari invece che in euro, col conseguente crollo della quotazione di questa moneta, spread a livelli stratosferici, provocando un disastro della ex zona euro. Mentre la Germania, a bordo del suo ritrovato marco, veleggerebbe verso lidi sicuri. L’unico problema sarebbe che le sue esportazioni subirebbero un colpo durissimo, perché le merci tedesche improvvisamente rincarerebbero del 20 o 30%: ma è anche vero che oggi sono sottovalutate, e questo spiega l’indebito surplus di esportazioni della Germania. Comunque sarebbe un riequilibrio salutare perché, come detto prima, ogni artificiale squilibrio dei mercati prima o poi si paga.
III
La conclusione di questo articolo è semplice. Non soltanto abbiamo la prospettiva di un tracollo economico a causa del fermo di tre mesi dell’economia italiana, fermo dal quale molti non si riprenderanno. Non soltanto non riceveremo un euro dal sognato e inesistente Recovery Fund, ma può darsi che non riceviamo neanche denaro dalla Bce, col reale rischio di un fallimento borsistico. E se la Bce ci finanzia, rischiamo di perdere l’euro, o per lo meno la sua attuale quotazione in borsa, con conseguenze inimmaginabili, vicine a quelle di un conclamato fallimento. Riusciranno i nostri eroi a metterci una pezza prima che scadano i tre mesi? Personalmente, prima di essere scettico, confesso che non riesco ad immaginare quale possa essere la pezza. Fino ad ora il mio pensiero è andato a San Gennaro e Babbo Natale.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  




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POLITICA
16 maggio 2020
LA POLITICA NELLA PANDEMIA
Da mesi non si parla che del Covid-19 e da mesi questo argomento mi annoia a morte. Soprattutto perché quel virus, a mio parere, è stato affrontato  nel modo sbagliato. Nel caso di una pandemia il problema non è soltanto come combattere il morbo: bisogna anche combattere le conseguenze sociali di quel morbo. 
Se, nel caso di una pandemia, la migliore risposta medica è la quarantena, è inutile dire che “tutti devono stare in quarantena”. Questa non è una soluzione. Perché è soltanto la risposta tecnica e il problema non è soltanto sanitario. Infatti non soddisfa tutte queste altre domande: “Devono stare chiusi in casa anche i pompieri? I poliziotti? Gli infermieri? I contadini? E soprattutto: i medici?” Significherebbe infatti rischiare la morte fra le fiamme, dare via libera ai delinquenti, non avere nulla da mangiare e perfino mancare di cure. Infatti i medici giustamente penserebbero a proteggere la loro salute, prima della nostra. Dunque il principio per il quale “tutti devono stare in quarantena” è stupido e inapplicabile. 
Quella che è stata fatta è una considerazione di buon senso, ma a quanto pare il buon senso non è poi quella cosa corrente che si potrebbe credere. E comunque non se ne trova molto dalle parti di Palazzo Chigi.
Dal momento che il problema è di ordine generale, è bene affrontarlo a monte delle considerazioni particolari. Una celebre citazione così suona: “Se la sola cosa che hai è un martello, il mondo ti sembrerà un chiodo”. Cioè ognuno di noi vede il mondo secondo la sua formazione mentale. Se qualcuno è triste, l’endocrinologo cercherà una causa ormonale, lo psicologo una causa psicologica, un letterato dirà che quel signore è soltanto sensibile al dolore del mondo. Ecco il pericolo della specializzazione. Ed ecco anche l’importanza del medico di famiglia. Se soltanto è in grado di indirizzare il paziente allo specialista giusto, sarà veramente un buon medico. Mentre se il paziente decide da sé chi è la persona che può guarirlo, può darsi che sbagli professionista e questi, pur prodigandosi in perfetta buona fede, non potrà fare molto per lui. Perché l’errore è a monte. Nella diagnosi generica. 
Nel caso di una pandemia non bisogna lasciarsi suggestionare, come ha fatto il governo italiano, dal fatto che si tratta di una malattia e le malattie le curano i medici. Perché i medici hanno soltanto un martello e danno la risposta tecnica: per loro la soluzione è che nessuno incontri nessuno, e questo eviterà il contagio. Il resto esula dalla loro competenza. Ma nella realtà quella soluzione è impossibile. E dunque il politico dovrà tenere conto del parere dei tecnici, ma non seguirlo pedissequamente. 
Il governo di un Paese ha il dovere di assicurare l’ordine pubblico, le forniture alimentari, l’inumazione dei morti, la giustizia, la circolazione delle merci e insomma tutti i servizi essenziali. E non basta. Non è lecito adottare tutti i provvedimenti capaci di ridurre assolutamente al minimo le vittime del morbo perché, se il costo è la miseria dell’intero Paese, bisogna capire che è un prezzo troppo alto. Dunque non si tratterà di assicurare soltanto la sopravvivenza del massimo numero di cittadini, ma anche la sopravvivenza economica della nazione. 
In Italia invece ci siamo ubriacati di virologia, come se fosse l’unico problema. Senza considerare che il fermo di tutte le attività è un suicidio economico, un colpo dal quale milioni di operatori potranno non riprendersi in tempi prevedibili. Fra l’altro, come mai non si è pensato, sin dal primo momento, che del problema non ci libereremo né in due mesi né in quattro, né in otto? L’unica risposta è il vaccino e non l’avremo prima di molti mesi. Poi bisognerà produrlo in miliardi di copie, infine farlo pervenire a tutti, farselo iniettare e aspettare che faccia effetto. E in tutto questo tempo, se il Paese è fermo, chi ci nutrirà, chi ci proteggerà, chi manterrà il nostro livello di vita e persino di civiltà?
Sin dal principio avrebbe dovuto essere chiaro che, per parecchio tempo, bisognerà convivere col Covid-19. Perché è fatalmente ciò che faremo. Dunque bisognava dire ai cittadini: “Signori, c’è in giro un virus a volte mortale. Siamo tutti a rischio ma non possiamo farci niente, il Paese non si può fermare. Tutti siete dunque invitati a vivere come prima ma, se non volete morire prematuramente, dovete essere estremamente prudenti, a titolo individuale, in questo e quest’altro modo. Proteggetevi al massimo. Lo Stato vi impone un solo obbligo: chi esce di casa deve indossare una mascherina, perché avete tutti il diritto di suicidarvi, ma non di contagiare il prossimo. Chi sarà sorpreso senza mascherina farà una settimana di galera, senza processo”. Punto. 
Ecco perché può sostenersi che il Covid-19 è stato affrontato nella maniera sbagliata. Probabilmente il governo si è appiattito sul parere degli esperti per paura della nostra invadente magistratura. “Se i medici dicono che la pandemia va combattuta in un certo modo, e noi stabiliamo un altro modo, e ci sono decine o centinaia di morti in più, vuoi vedere che questi magistrati ci mettono in galera?” Preoccupazione comprensibile e meritata, per una classe politica che ha fatto strame della separazione dei poteri e si è consegnata mani e piedi legati alla magistratura. Ma che non corrisponde a governare il Paese. Un capo militare non può condurre la guerra soltanto sulla base dei possibili morti in battaglia. Il suo primo dovere non è quello di risparmiare vite umane, il suo primo dovere è quello di vincere la guerra. Risparmiare vite era il massimo dovere fino al momento in cui la guerra poteva essere evitata ma, una volta cominciata,  l’alternativa è spesso fra la vittoria e la morte. 
Nello stesso modo il governo italiano avrebbe dovuto accettare l’alea di un certo numero di morti e l’alea di una certa quantità di danni economici, cercando la soluzione di compromesso meno dolorosa per il Paese. Non quella più esatta dal punto di vista medico. Perché, in buona salute, si può ancora morire di fame. 
Il compito della politica è quello di essere coraggiosamente pragmatica. Essa deve ricercare un bilanciamento delle esigenze, ben sapendo che ogni soluzione non è priva di sfrido, e a volte quello sfrido è costituito dalla vita di persone in carne ed ossa. Ma, come in una guerra, non si può rifiutare la battaglia perché sta piovendo. O perché ci siamo dimenticati di indossare la maglia di lana. À la guerre comme à la guerre,. E se la rivoluzione – come diceva Lenin - non è un pranzo di gala, figurarsi la guerra. O la stessa pandemia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 maggio 2020



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POLITICA
14 maggio 2020
FLAUBERT ROMANTICO
Se si fossero potute fare lezioni di letteratura francese con le battute, avrei così riassunto tutto ciò che c’era da dire su Gustave Flaubert: “C’était un orphelin du Romantisme”, un orfano del romanticismo. 
Victor Hugo era nato per il Romanticismo e ad esso aderì clamorosamente, fino alla più totale mancanza di senso critico. Invece la personalità di Flaubert fu interamente plasmata da un rifiuto del Romanticismo. Non che non lo amasse visceralmente, ché anzi si potrebbe dire che per Flaubert il Romanticismo fu la prostituta segreta di cui fu sempre e invincibilmente innamorato. Ma ne aveva visto le conseguenze e non poteva che condannarlo. In questo senso il suo libro sacro è “Madame Bovary”. Anche l’ “Éducation Sentimentale” non è affatto un romanzo tenero col Romanticismo, ma di nessuno dei due protagonisti Gustave avrebbe detto, come di Emma: “Madame Bovary c’est moi”.
Flaubert ha visto la falsità, peggio, l’ingenuità del Romanticismo; il suo disconoscimento della realtà effettiva; l’eccessivo amore di ciò che sarebbe bello fosse; l’inganno che ne costituisce la trave portante e nascosta. Troppi non sanno, o dimenticano, che la parola Romanticismo è collegata all’aggettivo “romanzesco”. È dunque un atteggiamento dell’anima che tradisce un rifiuto della prosa, della vita quotidiana normale, della mancanza di fantasia e di sogno che caratterizza  le nostre esistenze. Quando il romanzo è romanzesco abbandona la verosimiglianza per aderire al sogno. La differenza fra Perrault che racconta la vicenda di Cenerentola e il Romanticismo è che Perrault avvisa i bambini che si tratta di una favola. Invece, quando sforna l’insipido “Pretty Woman”, Hollywood lo fa con immagini a colori e in movimento; con esseri umani veri; raccontandoci una storia – peggio, facendocela vedere – come se fosse avvenuta. E noi contemporanei abbocchiamo come allocchi. 
E dire che lo schema mostra la corda fin da principio. Nessuna ragazza passa mai da sguattera a regina. Se, tornando da Parigi, Sabrina è così trasformata da fare innamorare sia William Holden che il suo coriaceo fratello Humphrey Bogart, è perché non è mai stata la figlia dell’autista, è stata sempre Audrey Hepburn, con la sua finezza, col suo portamento da regina e la sua eleganza di gatta. La stessa Julia Robers in “Pretty Woman” è tutt’altro che credibile, come prostituta.
Ma torniamo a Flaubert. Questo romanziere amava il bello fino ad esserne definito “il martire”, in quanto era capace di perdere una giornata per scrivere una pagina. Ma quella pagina, alla fine del parto, contrariamente a tanto ciarpame della letteratura romantica, era assolutamente perfetta. E con questo veniva rinnegato platealmente lo spontaneismo romantico. Quell’atteggiamento stupidamente autoindulgente, convinto che per creare bastasse lasciarsi andare, forse una lontana eco dell’istinto tanto stimato da Rousseau. 
Flaubert amava il sogno ma se lo vietava, anche perché ne conosceva i guasti. Ma questo distanziamento da molti non fu capito. E a “Madame Bovary” fecero nientemeno un processo per immoralità. Senza accorgersi che Gustave non condivideva nulla degli errori della protagonista. Se dal racconto non conseguiva una stentorea condanna morale era perché questo era estraneo ai fini dell’arte e comunque niente poteva impedire all’autore di sentire un’immensa pietà per quella sfortunata donnetta. Lui la capiva fino alla feccia, mentre i moralisti vedevano in lei soltanto un’adultera, una moglie ingrata nei confronti di un marito buono e paziente. Emma aveva tentato, sia pure nella maniera sbagliata e colpevole, di mettere un po’ di vera bellezza nella sua vita e, a differenza di Flaubert, non aveva saputo difendersi dal Romanticismo. 
È difficile obbligarsi a credere che la realtà è soltanto quella che vediamo, che la gente è com’è,  e che tutto l’immaginario che troviamo nell’arte, nel cinema e perfino nella retorica è falso. Assolutamente falso. L’amore non è affatto quel fenomeno corrente, cui tutti soggiacciono almeno una volta nella vita, cui tutti hanno diritto e che, in fondo, è a portata di mano. Di fatto, l’amore è normalmente un annebbiamento della vista che si paga carissimo. È vero, ciò non significa che non esista il grande amore. Ma la questione è un’altra: quanto è probabile non che lo si viva, ma anche soltanto che lo si incontri nella realtà? È come chiedere: è possibile che un artista sia immenso nella tragedia come nella commedia, che il suo genio spazi dalla poesia all’umorismo, e che sia adorato da milioni di persone, per secoli? La risposta è sì: si chiama William Shakespeare. Ma da qui a credere che possiamo incontrare uno Shakespeare ad ogni angolo di strada, ce ne corre. 
Ecco l’errore di Emma Bovary. Lei era pronta a vestire gli uomini reali con i panni indossati dai personaggi dei suoi sogni. Un errore che Flaubert non commise ma non per questo si rassegnò alla vita com’è. Chi nasce romantico rimane romantico, anche se del Romanticismo diviene nemico. Un po’ come i religiosi ferventi che rischiano di diventare eretici, ma mai estranei alla religione. Un pedone è uno che fa chilometri perché non ha un’automobile. Mentre l’uomo primitivo non è un pedone, cammina e basta, non gli manca niente. 
Il vero ateo è uno cui manca Dio. E Flaubert portò per tutta la vita il lutto dell’inesistenza del mondo sognato da Emma Bovary. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
14 maggio 2020



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POLITICA
13 maggio 2020
L'ECOLOGIA MEGLIO DELLA BIRRA
Lezione immortale. Ero ragazzo e il cinema era “il” divertimento per antonomasia. Nella calda estate siciliana, quello all’aperto era anche una benedizione. 
Ricordo anche che a quei tempi giravano fra i sedili di ferro ragazzini che vendevano ceci abbrustoliti, semi secchi di cocomero e leccornie del genere. E c’erano anche quelli che miravano alla sete degli spettatori e vendevano gazzose. Purtroppo le gazzose sono una bevanda da poveri e per questo – con qualche improbabile reminiscenza parigina – loro le chiamavano “sciampagnette”. Ma rimanevano gazzose e per questo cercavano di convincere i possibili clienti gridando un indimenticabile slogan: “Sciampagnetti, ca su megghiu d’a birra”.
Io ero un ragazzo povero e infatti non compravo né i ceci né le sciampagnette. In compenso riflettevo e dal fenomeno ricavai un principio immortale: se, per dire che una cosa è buona, la si paragona ad un’altra, è segno che quell’altra è migliore. Conclusione aristotelica di questo sillogismo in Barbara, la birra è migliore della gazzosa.
La regola mi rese impermeabile a molte suggestioni. Mia madre mi annunciava trionfante: “Stasera carciofi, lo sai quanto sono buoni!”, ed io le rispondevo paziente, per l’ennesima volta: “Mamma, i carciofi piacciono a te, non a me. Li mangerò, perché qui non si usa alternativa, ma non sono buoni. Mi meraviglio che siano considerati commestibili”. Anche questo è un principio aristotelico inconcusso: mai lasciarsi suggestionare.  “Se ti dicono che la Luna è quadrata, tu guardala e dici che è tonda. E se ti prendono per pazzo, poco male”. Tanto, nel mio caso, tutti lo facevano già.
Così, con i miei principi appresi per strada (quasi avessi incontrato Socrate invece di futuri Di Maio), mi oriento in campi ben più ardui. Per esempio l’ecologia. Che tutti dobbiamo rispettare la Terra non c’è dubbio. Dice un bel proverbio francese: chi vuole andare lontano non strapazza il suo cavallo. E poiché come Terra ne abbiamo una sola, meglio che duri. Ma quando vedo qualcuno che, per risolvere i problemi della nazione, mi viene a vantare l’economia verde, con annessi costosi investimenti, la mia mano corre alla pistola, come avrebbe detto la buonanima di Göbbels. L’economia sostenibile, l’economia circolare (io di circolare avevo visto solo la Luna), le fonti rinnovabili, le automobili elettriche e via dicendo, più che allettarmi, mi allarmano. Come mai, mi chiedo subito, fanno tanta pubblicità a queste cose? Come mai le dichiarano belle, buone, convenienti e, per dirla in sintesi, dovute e inevitabili nei “lendemains qui chantent”? Vuoi vedere che sono come le sciampagnette?
Da quando son nato – ed è un bel pezzo – non ho mai sentito vantare in pubblico il bacino delle donne, fronte retro. Eppure ho visto tanti uomini con gli occhi lucidi di desiderio nel contemplare sia il lato A che il lato B. E il perché è ovvio. Sarà pure sconveniente parlare dell’attrattiva pesantemente sessuale di certe zone del corpo femminile ma ciò non toglie che quell’attrattiva sia così forte da non essere nemmeno dissimulabile. Credetemi, non ha bisogno di pubblicità. 
E allora, io che stravedo per gli ilei femminili, mi chiedo: “Perché diamine mi vantano tanto l’auto elettrica? Un’auto con quattro motori invece di uno, che non puzza, non fa rumore, si può usare quando le altre auto sono vietate e il resto, dev’essere l’ideale, qualcosa di imbattibile dalla concorrenza”. Ma sapete tutti qual è la verità. Quella dannata automobile costa un fottio di soldi e dopo dieci anni bisogna quasi ricomprarla, tanto costa cambiare le batterie. Per giunta non ci sono in giro abbastanza colonnine per ricaricarla. Ovviamente aspettando un’oretta o due. Ecco perché mia madre l’avrebbe vantata come i carciofi. Mia madre che non mi ha mai vantato i ravioli di ricotta alla siciliana, cosparsi di zucchero.
Non mi venite a parlare di economia verde. Se fosse qualcosa di positivo, nessuno la vanterebbe. Salvo i poeti, chi vanta mai il verde dei prati, che pure è tanto bello? Per non parlare degli ilei delle donne
La pubblicità è per gli allocchi. Quando non è seriamente informativa è più che altro un segnale d’allarme: quel prodotto non vale la birra.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
11 maggio 2020



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POLITICA
10 maggio 2020
GERMANIA E ITALIA A CONFRONTO
Chi non ha studiato storia pensa che in Europa lo Stato più importante sia la Germania. Poi magari pensa alla Russia, anche se alla Russia di qualche decennio fa. Infine non dimentica il Regno Unito, la Francia e – visto che qui risiediamo – l’Italia. I più attenti infine si ricordano della Spagna. Invece, chi ha studiato la storia dell’Europa, mette al primo posto la Francia, insieme alla Spagna, all’Austria e all’Inghilterra. L’Italia, pur essendo per molto tempo al primo posto come civiltà e arte, è stata soltanto terra di conquista. E la Germania? Non pervenuta. 
Ancora all’epoca delle guerre napoleoniche, la Germania contava poco. Fu soltanto nella seconda metà del XIX Secolo (ieri, direbbero gli storici) che la Prussia riuscì a realizzare l’unione della Germania. Nacque così un’importante potenza europea che ebbe la sua consacrazione prima a Sadowa, quando batté l’Austria, e infine nel 1870,quando batté la Francia e le strappò l’Alsazia e la Lorena. 
Purtroppo quest’ultima vittoria dette alla testa alla Germania e avvelenò l’Europa. La Francia si rodé il fegato per decenni, fino alla rivincita – e alla vendetta – della Prima Guerra Mondiale. Ma, se la Francia sbagliò nel coltivare il sogno di umiliare la Germania, (realizzandolo poi col Trattato di Versailles del 1919) la Germania non fu da meno, perché da quel momento sognò di vendicare la sconfitta del 1918. Da prima soffrì il peso delle riparazioni esagerate richieste dal trattato – fino alla tragedia economica della Repubblica di Weimar, nel 1923 - poi non tenne conto delle clausole del trattato, si riarmò, coltivò sogni di rivincita e infine si affidò a Hitler. Con le conseguenze che sappiamo.
La Germania degli Anni Venti non credeva veramente di essere stata vinta (perché il suo territorio non era stato invaso), e sognava rivincite. Al contrario, la Germania del 1945 ha appreso la lezione del passato e non ha avuto dubbi, riguardo alla sconfitta. Del resto la totale distruzione del Paese non ne consentiva. Settant’anni prima, ebbra della sua vittoria sulla Francia, la Germania si era creduta imbattibile, dopo la Seconda Guerra Mondiale non ebbe più grilli per la testa. Pur di avere la pace, subì a lungo la divisione del Paese in due e comunque non progettò mai di riconquistare i territori di cui era stata amputata, per compensare la Polonia dei territori che le aveva rubato la Russia. Infine, e così veniamo all’economia, con la Repubblica di Weimar aveva imparato che cos’era un governo dissennato in campo economico e la tragedia dell’inflazione. In seguito è stato come se l’articolo uno della sua nuova costituzione fosse : “Mai più l’inflazione”. 
Nella mentalità germanica contemporanea, l’economia va guidata con la semplicità e la saggezza di una massaia. Mai fare il passo più lungo della gamba. La ragionevole guida del Paese fu stavolta favorita dalle potenze vincitrici. A loro volta ammaestrate dalle conseguenze della ferocia del Trattato del 1919,  si mostrarono miti, in materia di riparazioni (salvo la Russia) e addirittura aiutarono la ricostruzione della Germania. Così essa in poco tempo si leccò le ferite, ricominciò a lavorare freneticamente e intraprese una rinascita economica che, nel giro di qualche decennio, sbalordì il mondo.
Ecco perché chi è giovane e non ha studiato storia mette la Germania al primo posto in Europa. Perché da quando è nato ha visto soltanto questo. Purtroppo, questa Germania che per mezzo secolo, dal 1945 al 1995, è stata saggia, forse come contropartita del permesso alla riunificazione, ha poi commesso un errore esiziale, per essa e per tutti noi: ha collaborato alla nascita dell’euro. 
Ma qui bisogna intendersi. Una unione doganale – cioè l’abbattimento delle barriere tariffarie – è una benedizione, per l’economia. Si favorisce la divisione tecnica del lavoro e con essa l’abbassamento del costo (e dunque del prezzo) dei beni. Viceversa più Stati indipendenti non possono avere un’unica moneta, a meno che questa non sia l’oro in lingotti. Se dunque, oltre a costituire l’unione doganale, gli Stati europei si fossero confederati fino ad avere un unico governo centrale, come gli Stati Uniti o la Svizzera, l’euro sarebbe stato un’eccellente innovazione. Ma senza quell’unificazione, la moneta unica ha imposto costi e squilibri sempre più pesanti, fino a trasformarsi in una bomba a orologeria. È fatale che Stati indipendenti e sovrani – e qui parleremo soltanto della Germania e dell’Italia – adottino politiche giuridiche, fiscali, sociali ed economiche diverse.  E il risultato finale non può che essere la deflagrazione. 
Riprendiamo la storia. La Germania ha avuto come dogma fondamentale il più fermo rifiuto dell’inflazione e dei debiti; l’Italia invece ha sempre avuto come dogma (falsamente keynesiano) che la politica migliore, quella più favorevole al popolo e agli ultimi, sia quella della spesa facile, anzi facilissima, come se l’erario potesse attingere al pozzo di S.Patrizio. Quando poi questa politica danneggiava anche le esportazioni, si svalutava la moneta nazionale in modo da riallinearla al suo reale potere d’acquisto, permettendo alla nazione di rimanere competitiva nei mercati internazionali. 
E così è andata per decenni. Purtroppo anche l’Italia – sbagliando ancor più pesantemente della Germania – pur non rispondendo ai parametri richiesti, entrò nel progetto dell’euro. Forse sperava che, con i vincoli imposti dalla nuova moneta, avrebbe potuto moralizzare la vita pubblica del Paese e raddrizzare una volta per tutte il timone dell’economia.  Forse sperava anche di contribuire all’unione politica dell’Europa. Certo non ottenne niente di ciò che sperava. Soltanto il ritorno dei centesimi nella vita quotidiana.
Con l’euro l’Italia non ha cambiato la sua folle politica di spesa pubblica. Abbiamo dissimulato l’inflazione aumentando il debito pubblico a livelli esponenziali e attualmente siamo al 135% del prodotto interno lordo. Ma non basta: presto, dicono, in conseguenza del Covid, saremo al 150-160% del pil. Sempre che le Borse e l’Unione Europea ci permettano di indebitarci a questi livelli senza farci fallire. Prosit.
Nel frattempo, lungo il ventennio dell’euro, la Germania ha continuato a sorvegliare la sua circolazione monetaria e a lavorare indefessamente. Il risultato è stato che, mantenendo relativamente bassi salari e stipendi, ha prodotto una enorme ricchezza. Così le merci tedesche sono state ottime e a prezzo competitivo, fino ad inondare l’Europa e il mondo. In fondo è come se il loro prezzo fosse scontato. Così la loro convenienza travolge gli ostacoli della concorrenza straniera e la Germania scoppia di salute. In sintesi, i tedeschi vivono al di sotto delle loro possibilità e, come qualcuno che spende meno di quanto guadagna, si arricchisce; mentre noi viviamo al di sopra dei nostri mezzi fino a rischiare il fallimento.
La nostra economia è scervellata. Usiamo una moneta forte che non è nostra mentre, se avessimo la nostra lira, chissà quale sbilancio ci sarebbe con l’euro o con la Deutsche Mark. Esattamente lo sbilancio che rischiamo se usciamo dalla moneta unica. Intanto, nella situazione com’è, persino i prodotti del nostro turismo sono venduti ad un prezzo superiore al loro reale valore. Il risultato è che su un terreno in cui siamo e restiamo sostanzialmente imbattibili, siamo battuti dalla Spagna e dalla Francia. Quest’ultima, addirittura, è il primo Paese europeo per turismo, pur avendo così poco da mostrare. 
Con i nostri sindacati, con la nostre leggi dissennate e socialisteggianti – quando non filocomuniste – non abbiamo più attirato capitali, abbiamo fatto fuggire le industrie dall’Italia, e abbiamo imboccato la china della decadenza economica. Ciò malgrado, abbiamo continuato a vivere al di sopra dei nostri mezzi e ci siamo infilati nel vicolo cieco di un debito pubblico astronomico da cui non si riesce nemmeno ad immaginare come usciremo. 
Ecco spiegata l’attuale tragedia dell’Europa. La soluzione sarebbe la fine concordata dell’euro e probabilmente anche dell’Unione Europea. Dal momento che nessuno vuole rinunciare alla sua sovranità, che ciascuno viva in linea con la sua produzione di ricchezza. E se questo non piace, che si proceda ad un’unione politica tanto improvvisa quanto brutale di tutti gli Stati europei. Ma si giunga ad una soluzione razionale, perché quella attuale è irrazionale e insostenibile. 
Purtroppo si direbbe che gli europei vedano la luce soltanto quando ne sentono il calore e prima di correggere la rotta vogliano sbattere il naso contro qualche scoglio. Sempre che, dopo, possano ancora virare.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
10 maggio 2020



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POLITICA
8 maggio 2020
MAFIOSI INELUTTABILI
L’antipatia che sento per il ministro della giustizia, Alfonso Bonefede, è così forte che, nei panni di un terzo, non mi crederei nemmeno se scrivessi che Bonafede è bipede. La mia viscerale animosità è tale che lo trovo perfino brutto, un po’ come mi capita con Barbara Streisand. Solo che la Streisand è forse il più bell’usignuolo dell’umanità e, quando canta, mi basta guardare altrove, mentre nel caso di Bonafede, tolto l’audio e guardando altrove, non rimane più niente. Ma che posso farci se, nel suo caso, ai miei occhi non si salva né il video né l’audio?
Tutto ciò posto, se dicessi che Bonafede è innocente di qualcosa, qualunque giudice potrebbe non occuparsi del caso e andare in ferie: quell’uomo è al di sopra di ogni sospetto. Se lo dice Pardo, possiamo anche canonizzarlo. In realtà per me non è da canonizzare. Non soltanto esiste (o dovrebbe esistere) l’assoluzione per insufficienza di prove, ma, se un cretino malefico è ingiustamente accusato di omicidio, bisognerà assolverlo. Non per questo però cambierà la qualifica. Un cretino malefico era, e un cretino malefico resta.
La storia con Nino Di Matteo. Il (tristemente) famoso pm Di Matteo lo ha accusato di avergli proposto la nomina a capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e di avere cambiato opinione per non scontentare i boss della mafia. Ora, non soltanto l’accusa non è dimostrata, ma non è neppure dimostrabile. Io volevo comprare un’automobile marca Nissan, poi mio cognato me l’ha sconsigliata, ma io so che mio cognato non capisce niente di automobili e gli ho detto “Sì sì”, per farlo contento. Ma poi l’auto mi è stata sconsigliata da mio cugino, che in materia di automobili è un’autorità, ed io ho lasciato perdere la Nissan ed ho comprato una Kia. Naturalmente, Di Matteo potrebbe dire che ho obbedito a mio cognato, ma che ne sa, lui, di mio cugino? E soprattutto, se sta a me comprare una Nissan, una Kia o una Rolls Royce, devo rendere conto a lui, della mia scelta finale? Dice: “Ma l’aveva promesso a me!” Embeh, non è questo quello che si chiama “cambiare opinione”?
Ma la sostanza vera della crel (si scrive “querelle”) è un’altra. L’Italia dai tempi della Roma arcaica ad oggi, salvo il periodo che va all’incirca dal 500 a.C. al 1945 d.C., funziona in base al fas e al nefas. Ciò che è nefas (da cui nefasto) è “no” a tutti gli effetti, in tutte le direzioni, con la più vigorosa capacità transitiva o di contagio che dir si voglia. Se è nefas il signor Tizio, per esempio perché è fascista, è nefas anche sua moglie, suo figlio, suo nipote e il suo fox terrier. Né basterà che muoia, perché la tabe del nefas è ereditaria. L’unica salvezza è che qualcuno della famiglia si converta. Per esempio, se il fox terrier si dichiara di sinistra, o ancor meglio comunista, come fecero Scalfari, Bocca, Dario Fo, e tanti altri, tutto è perdonato. Chi invece non si converte, come Giorgio Albertazzi, rimane fascista e nefas. Sarà stato pure uno dei nostri migliori attori di tutti i tempi? Poco importa, è stato in primo luogo, e in secondo luogo, e in tutti i luoghi possibili, soltanto un inqualificabile fascista. 
Ebbene, nel campo del nefas, da molti decenni, si è inserita la mafia. Intendiamoci, è un’associazione delinquenziale e a volte criminale, ed è normale che lo Stato la combatta. Quello che però lo Stato e lo stesso Rocco (quello del “Codice Rocco”) non potevano prevedere era che, come il fascismo, essa divenisse nefas a tutti gli effetti. Dal momento che, vivendo sulla stessa isola, anche se è la più grande regione d’Italia, si è comunque a contatto di gomito, noi siciliani siamo tutti mafiosi. Inutile stare a negare la cosa. Si sa, negare di essere mafiosi, è una delle regole della mafia: si chiama omertà. Dunque, se un siciliano dichiara di essere mafioso è mafioso, e se nega di essere mafioso è omertoso, e dunque è mafioso. Probabilmente, in quanto palermitano, è mafioso anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma non bisogna dirlo. Non perché il fatto non sia vero (ha forse negato di essere palermitano?) quanto perché esiste il reato di vilipendio al Presidente della Repubblica, ed è inutile correre rischi. 
Ma la mafia non esiste soltanto in Sicilia. Basti dire che il capo della mafia lombarda è Silvio Berlusconi, notoriamente milanese. L’imprenditore meneghino – impresa risibile, ma doverosa per un mafioso, ha negato di essere un mafioso, confermando dunque di esserlo – ma ha perfino dato lavoro ad un tizio che anni prima era stato condannato per mafia. E pare persino che lo salutasse, quando lo incontrava, nelle stalle. 
Dunque l’accusa di mafia può essere lanciata contro chiunque, con qualche riserva soltanto per i norvegesi e i neozelandesi. E una volta lanciata, essa è come un “missile à tête chercheuse”, un missile con autopuntamento, che segue l’obiettivo e lo cerca, anche cambiando traiettoria,  anche se quello si sposta, fino ad essere infallibile. Coloro che sono specializzati nel maneggio di questi missili ultra-progrediti si chiamano giustizialisti. I giustizialisti sono così bravi, nell’uso di queste armi, che Berlusconi è stato affondato e Marco Travaglio lo chiama da sempre mafioso, anzi ne ha tanto schifo, in quanto mafioso, che non scrive nemmeno il suo cognome per intero, lo chiama B., per non contaminarsi. 
Il guaio delle armi troppo sofisticate è però che a volte esplodono nelle mani di chi vorrebbe servirsene. Per esempio Bonafede è un giustizialista,  ma anche Di Matteo lo è, e dunque, se il secondo lancia contro il primo l’accusa di essere sensibile ai messaggi dei mafiosi, dunque amico dei mafiosi, dunque mafioso e, in quanto ministro, capo dei mafiosi, Alfonso Bonafede è il capo dei mafiosi d’Italia. E dovrebbe dimettersi non solo da ministro ma anche da deputato e, per dirla tutta, da essere umano. I fascisti erano Untermenschen, prova ne sia che i veri comunisti sostenevano che “uccidere un fascista non è reato”, ma eliminazione di un essere nefas. Dunque disinfestazione. E, come ai fascisti, ai mafiosi non deve essere consentita difesa. Se Di Matteo dice che Bonafede è mafioso, Bonafede è mafioso. Il fatto che io reputi questa accusa cervellotica e infondata dimostra soltanto che sono amico di Bonafede e, sotto sotto, sono mafioso anch’io. 
E poi, perché “sotto sotto”? Non sono forse siciliano? Non mi toccate Alfonso. Lo so che non apparteniamo alla stessa cosca, lui appartiene a quella di Mazara del Vallo mentre io sono un mafioso dell’est, ma il ministro rimane lo stesso “Cosa Nostra” e fruisce della protezione della Cupola. Avviso ai naviganti. 
Quanto al nominato Di Matteo Antonino, che la magistratura non si occupi della sua eventuale calunnia a carico del ministro. Il detto Di Matteo, essendo nato a Palermo, è un mafioso. E, se è un infame, se ne occuperà l’autorità giudiziaria interna della Mafia, con i metodo spicci ma infallibili che le sono propri. Che c’entra l’Italia?.
Voscenza benedica.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
8 maggio 2020
ALCUNI CHIARIMENTI SULLA BCE
Un articolo di Carlo Cottarelli(1) fornisce qualche dato sulla Bce. 
Come spiega il noto esperto, gli acquisti della Banca Centrale Europea non sono acquisti della Banca Centrale Europea. La Banca d’Italia offre sul mercato, poniamo, dieci miliardi in Btp, e chi li compra? Non i mercati; non gli investitori internazionali; non i privati e neppure la Bce. Tenetevi forte: li compra la Banca d’Italia, autorizzata dalla Bce. Come se io dicessi di aver dipinto un bel quadro, di averlo venduto a me stesso per ventimila euro e per questo ora avessi ventimila euro, che prima non avevo. Sembra un discorso da pazzi, ma nessuno tratta da pazze la Banca d’Italia o l’Unione Europea. Comunque di questo si tratta. Nessuno finanzia la Bce per comprare i titoli italiani e la Bce non compra i titoli italiani: è soltanto l’Italia che è autorizzata a emettere i titoli di debito e a spendere il denaro ottenuto “vendendoli” a sé stessa. Per questo si dice che le banche nazionali “acquistano” i titoli di credito autorizzati dalla Bce, e per questo la Germania minaccia di non acquistare i suoi titoli. Se vi sembra il gioco delle tre carte, al mercato delle vacche, non è colpa mia. 
Dunque la Banca d’Italia non compra e non vende niente. Finge di avere del denaro che non ha, contrae un debito con sé stessa (che va però ad aggiungersi al nostro debito pubblico) e quel denaro (frutto di semplice, autorizzata inflazione) lo passa all’Italia, che così può spenderlo. Col consenso dell’Europa. Ecco tutto. 
E dire che si poteva semplificare tutto autorizzando l’Italia a stampare quei soldi, ché di questo in fondo si tratta. Ma già, questo sarebbe stato un aiuto a fondo perduto all’Italia, a spese degli altri Paesi dell’eurozona. Bisognava – almeno formalmente – mascherare l’operazione, registrandola come debito. Probabilmente – sempre che io non sbagli – i titoli che l’Italia ha stampato e finge di avere venduto, sono poi passati alla Bce, la quale solo in questo senso può affermare di averli “acquistati”. Di fatto da un lato le sarebbero stati regalati, dall’altro si sa che l’Italia non li pagherà mai. O li sostituirà con titoli di nuova emissione. Ma tutto il linguaggio è contorto e contraddittorio. Tutto sa di truffa.
Va anche detto che in linea di principio vige un meccanismo detto “capital key” (se non lo scrivessimo in inglese nessuno lo capirebbe) per il quale l’“autoacquisto” è possibile solo in misura limitata, corrispondente alla quota proporzionale consentita dell’ammontare totale dell’operazione attuata dalla Bce. Mi spiego: ammesso che la Bce  autorizzi “autoacquisti” per un totale di cento miliardi, l’Italia può acquistare soltanto quattordici miliardi, perché il suo quantum percentuale di acquisti sul totale è del 14% o poco meno. La Germania ha diritto al 27%. Ma di quegli acquisti la Germania non ha affatto bisogno e dunque che senso ha la sua minaccia di sospenderli? Mistero. Soprattutto visto che – scrive Cottarelli -  “la Banca d'Italia, continuerebbe gli acquisti di titoli di Stato italiani”. Ma qui Cottarelli mi sembra ottimista. Difficilmente la Corte Costituzionale tedesca parla a vanvera. Qualcosa quella minaccia significherà pure. Fra l’altro perché il denaro immesso in circolo non inflaziona soltanto l’euro italiano ma l’euro di tutti i Paesi dell’eurozona. 
Inoltre da tempo la Bce non rispetta il “capital key” e per giunta, recentemente, a causa della pandemia, ne ha ancor più largamente superato i limiti. E anche di questo, scrive Cottarelli, la Corte tedesca chiede conto. 
Ma più grave è il rimprovero generale. La Germania accusa la Bce di avere superato i limiti del suo mandato, quali sono contenuti nell’art.5 del Trattato sull’Unione Europea. Essa avrebbe violato il criterio della “proporzionalità”, che finalmente Cottarelli spiega. Dal 2015 la Bce ha infatti effettuato “acquisti” per 2.500-2.600 miliardi e purtroppo, come scrive Cottarelli, secondo la Corte di Karlsruhe “operazioni di tale dimensione consentono ai governi di finanziarsi a tassi molto inferiori a quelli di mercato e migliorano i bilanci delle banche, riducendone l'esposizione a titoli pubblici ad alto rischio. Inoltre, tassi di interesse troppo bassi penalizzano i risparmiatori e le compagnie di assicurazione e consentono la sopravvivenza di imprese decotte. La Bce avrebbe operato quindi con interventi tali da non essere proporzionati, visti i loro effetti su altri aspetti dell'economia, rispetto al suo mandato strettamente legato alla politica monetaria”. 
L’autorizzazione che la Corte di Giustizia Europea avrebbe rilasciato alla Bce, per questi interventi, come ha scritto la Corte di Karlsruhe, sarebbe dunque “sbagliata in modo manifesto”. La pesantezza dell’attacco apre comunque, che sia volontariamente o involontariamente, un altro fronte. Può una corte nazionale discutere le decisioni della Corte di Giustizia Europea, che è soprannazionale? E se lo fa la Corte tedesca, non possono farlo tutte le altri Corti? Giuste domande. Ma si dimentica che, come avrebbe insegnato La Fontaire, “la raison du plus fort est toujours la meilleure”, il più forte ha sempre ragione. Dunque la voce della Germania deve essere ascoltata. L’impressione generale è che essa sia pericolosamente stanca di essere menata per il naso. Come – immagino – il lettore di queste righe.
Entità statali diverse, sottoposte a leggi e fiscalità diverse, oltre che a una diversa conduzione dell’economia, non possono avere la stessa moneta. Un treno non può essere composto di vagoni che viaggiano a velocità diverse. Se proprio insiste, si rompe. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 maggio 2020
P.S. Prometto di non parlare più di questo argomento, salvo avvengano grandi fenomeni finanziari. 

(1)La Stampa - CARLO COTTARELLI - 07/05/2020 pg. 1 ed. Nazionale

EUROZONA LA SOLA BCE NON BASTA DOPO LA SENTENZA TEDESCA
Bundesverfassungsgericht. È il nome, non proprio facile da pronunciare, della Corte Costituzionale tedesca che martedì scorso ha pubblicato una sentenza di non poco conto per il futuro dell'Unione europea. Certo, le conseguenze economiche e politiche di tale sentenza non sono ancora chiare. I mercati finanziari hanno per ora reagito in modo misurato: il tasso di interesse sui Btp è aumentato solo di 20 punti base. Ma, talvolta le implicazioni economico-politiche di certi eventi emergono solo nel tempo. Vale quindi la pena di guardare la sentenza da vicino. La sentenza riguarda le operazioni di Quantitative Easing (QE), ossia gli acquisti di titoli, soprattutto pubblici, da parte della Bce. Questi acquisti sono intrapresi per stimolare l'economia: quando la Bce compra titoli dalle banche, la liquidità di queste ultime aumenta il che permette un aumento dei prestiti. P PAGINA er capire le implicazioni della sentenza, è anche utile ricordare che gli acquisti della Bce sono eseguiti dalle banche centrali nazionali: solitamente la Bundesbank compra bund tedeschi, la Banca d'Italia Btp italiani e così via. Nella sua sentenza, la corte tedesca afferma, prima di tutto, che decidere sulla legittimità del QE, e implicitamente sulla legittimità di altre politiche della Bce o di altre istituzioni europee, non spetta solo alla Corte di Giustizia europea, che a fine 2018 aveva sancito che il QE era legittimo. Spetta anche alle corti nazionali, almeno quando la Corte europea prenda decisioni che siano sbagliate "in modo manifesto". Già di per sé questa affermazione è molto pesante perché, se accettata, lascerebbe spazio a un intervento di ogni corte costituzionale nazionale riguardo al funzionamento delle istituzioni europee. Venendo alla sostanza della decisione, la corte tedesca pone dei paletti per l'ammissibilità del QE. Dice che il QE non viola in modo manifesto il divieto di finanziamento monetario degli Stati (uno dei capisaldi delle regole sul funzionamento della Bce), ma solo se rispetta certi vincoli: tra questi ci sono il tetto del 33 per cento agli acquisti di ogni tipo di titolo e il fatto che gli acquisti per ogni Paese devono avvenire in proporzione alla "capital key" (la quota di ogni Paese nel capitale della Bce). Il problema è che la Bce ha di recente eliminato o attenuato tali vincoli rispetto agli acquisti di titoli lanciati quest'anno in risposta alla pandemia. La sentenza non si applica al nuovo programma di acquisti: formalmente riguarda solo i vecchi programmi. Ma è chiaro che la sentenza vincola informalmente anche il futuro. Insomma, la Corte dice sì al QE ma con dei limiti. Il limite più importante riguarda però l'entità degli acquisti. La critica è qui basata su un principio fondamentale dell'Unione europea, quello della "proporzionalità". Questo termine è usato per indicare che "il contenuto e la forma dell'azione dell'Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati" (articolo 5 del Trattato sull'Unione europea). In sostanza, la Corte tedesca dice che il volume e la durata delle operazioni di QE intraprese a partire dal 2015 (2500 miliardi in pochi anni) sono tali da avere implicazioni che vanno ben al di là delle attività di politica monetaria. Operazioni di tale dimensione consentono ai governi di finanziarsi a tassi molto inferiori a quelli di mercato e migliorano i bilanci delle banche, riducendone l'esposizione a titoli pubblici ad alto rischio. Inoltre, tassi di interesse troppo bassi penalizzano i risparmiatori e le compagnie di assicurazione e consentono la sopravvivenza di imprese decotte. La Bce avrebbe operato quindi con interventi tali da non essere proporzionati, visti i loro effetti su altri aspetti dell'economia, rispetto al suo mandato strettamente legato alla politica monetaria. Non entro nel merito di queste argomentazioni, anche se mi sembra davvero curioso che la corte tedesca si accorga che la politica monetaria, influenzando i tassi di interesse, abbia effetto su diversi aspetti del funzionamento dell'economia (è quello che gli economisti chiamano il "meccanismo di trasmissione della politica monetaria"). Ma tant'è. Sulla base di queste argomentazioni la Corte tedesca chiede alla Bce di spiegare perché ritenga che gli obiettivi monetari del QE siano "proporzionati" rispetto agli effetti economici e fiscali che causano. Se non c'è una risposta soddisfacente, la Bundesbank dovrà sospendere gli acquisti di titoli di Stato tedeschi e vendere, gradualmente, i titoli già acquistati. Inoltre il parlamento tedesco e la Bundesbank dovranno vigilare perché la Bce rimanga in futuro nei limiti del proprio mandato. Non è chiaro cosa accadrebbe se la Bce non fornisse una spiegazione convincente. Una sospensione degli acquisti di titoli di Stato tedeschi da parte della Bundesbank, non ci toccherebbe. La Bce, tramite la Banca d'Italia, continuerebbe gli acquisti di titoli di Stato italiani, che è quello che per noi conta. Inoltre, come notato, la decisione della corte tedesca non riguarda gli acquisti effettuati attraverso il nuovo programma di QE introdotto dopo la pandemia. Ma resta una conseguenza importante: come minimo la Bce troverà, di fatto, più difficile aumentare gli acquisti del QE in futuro. E senza la possibilità di aumenti negli acquisti, in risposta per esempio a un aggravarsi della crisi economica, l'area euro potrebbe restare senza un'adeguata rete di protezione. Ultima considerazione: tutto questo rende anche più urgente che in passato introdurre finanziamenti per combattere la crisi che non coinvolgano la Bce. Le obbligazioni per la ricostruzione (recovery bond) per finanziare il fondo per la ricostruzione (recovery fund) avrebbero proprio questo scopo. Attendiamo quindi la proposta della Commissione europea sulle caratteristiche di queste obbligazioni, proposta che dovrebbe arrivare a giorni. -



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POLITICA
7 maggio 2020
UNA CASCATA DI DUBBI
Sulla “Repubblica” del 6 maggio, Carlo Bastasin scrive: “Nel 2020 il nostro Paese farà emissioni lorde di titoli di Stato per 550 miliardi,ma, grazie agli acquisti della Bce, le emissioni nette per le quali dovrà cercare privati disposti ad acquistare i suoi titoli saranno forse ‘solo’ 30 miliardi”. 
Cerco di capire. Lo Stato emette titoli per 550 miliardi, 30 spera di ottenerli da privati, e ne rimangono 520. Ma (1) quanti di questi 520 sono acquistati dalla Banca Centrale Europa? Tutti? Metà? Duecento? Dal momento che attualmente, negli acquisti, non si tiene conto delle quote predeterminate (27% Germania e 14% Italia, per quel che ricordo) (2) qual è lo sbilancio fra quote predeterminate e quote effettive, e quanto ha avuto la Germania?
Inoltre la Corte Costituzionale tedesca ha insistito sulla proporzionalità, ma non s’è capito se si tratta della proporzione degli acquisti della Bce (27% e 14%, fra Germania e Italia, per esempio) o della proporzionalità fra gli scopi istituzionali di quella Banca e quanto in concreto fatto. Ovvio che in questo caso (3) non si sarebbe dovuto parlare di proporzionalità ma di “conformità ai doveri e agli scopi istituzionali”.
Pare si rimproveri alla Bce di cercare di realizzare una politica economica, mentre avrebbe dovuto limitarsi alla politica monetaria. Ma che differenza si fa fra politica economica e politica monetaria? In che modo la politica monetaria potrebbe essere indipendente dalla politica economica? Qual è (4)l’elemento discriminante? E come identificare a quale categoria appartiene l’attività borsistica della Bce?
Comunque, se in tutto l’anno, secondo Bastasin, dovremo “cercare” di rastrellare soltanto 30 miliardi per mezzo degli acquisti dei privati (e “cercare” è un verbo che implica sforzo) è segno che, se buttassimo sul mercato non tutti i 520 miliardi ma anche soltanto 100 o 200 miliardi, non troveremmo acquirenti. È così (5)? Perché se così fosse saremmo già falliti. 
E ancora, come mai si parla tanto di spread, se tutto il problema si riduce a 30 miliardi, mentre 520 li comprerà in ogni caso la Bce (6), accettando magari un interesse risibile? Come mai si è detto tante volte che, se lo spread superasse  600 o 700 punti base, per l’Italia il Servizio del Debito (pagamento degli interessi) diverrebbe insostenibile (7) e dovremmo dichiarare fallimento? È ciò che si è verificato nel 2011 (8), quando lo spread arrivò improvvisamente a 570 punti base. e quanti miliardi riguardava, quello spread?
Inoltre, che cosa intende dire la Corte Costituzionale tedesca quando ipotizza la mancata partecipazione della Germania agli “acquisti” di titoli sovrani? Se stiamo attenti al significato delle parole, la Germania o l’Italia non acquistano titoli ma, al contrario, li vendono. È la Bce che li acquista. Che significa dunque che la Germania non partecipa agli acquisti della Bce, (9) che non la finanzia per questi acquisti? A questo punto sarebbe risibile la solenne affermazione di alti funzionari europei che hanno detto che la Bce è un’istituzione indipendente. Indipendente anche dai finanziamenti come lo è qualcuno cui la banca non ha concesso un mutuo?
E se la Germania non vende i suoi titoli alla Bce, la sua mancata partecipazione alle vendite (non agli acquisti) facendo mancare la proporzionalità fra le quote, ne impedirà la vendita anche per gli altri Paesi o tutto finirà con l’astensione della Germania (10)? Questa del resto non ha alcun bisogno di trovare chi acquisti i suoi titoli, visto che li vende anche con interessi negativi.
Le differenze sono notevoli. Mancando il finanziamento tedesco, la Bce non potrebbe aiutare nessuno mentre, mentre se la Germania non vende i suoi titoli, alla Bce fa un favore (11). A meno che (ancora un’ipotesi) non si intenda dire che, mentre fino ad ora la Germania ha autorizzato la “stampa” di euro a fronte di niente, per sostenere i Paesi indebitati, domani potrebbe opporre il suo veto (12)?
Riguardo al fatto che lo strumento con cui la Bce effettua i suoi acquisti è “denaro stampato” (semplice inflazione) abbiamo, fra le altre cento fonti, ciò che scrive l’Economist Espresso di oggi: “Germany’s constitutional court cast a cloud over the European Central Bank’s quantitative easing programme, in which the bank prints money to buy government bonds”. “Prints” è un verbo che non si presta ad equivoci. Significa che la Bce il denaro lo “stampa”, come si stampa il denaro falso, o comunque come lo stampa la Zecca, non raccolto attraverso contributi degli Stati membri dell’Unione. Su tutto questo sarebbe bello avere le idee chiare (13), anche perché sappiamo che, dai tempi della Repubblica di Weimar, la Germania considera l’inflazione come un incubo.
E comunque non si tratta soltanto della Bce. Abbiamo dubbi su tutte le altre sigle. Il Meccanismo Europeo di Stabilità per tutti (14), il Sure (15) per la disoccupazione, il Pspp (16), il Pepp (17), l’OMT (18), e il possibile Recovery Fund (19 e non parliamo dei corona virus e degli Eurobond (20), perché pare che siano tramontati all’orizzonte. Una volta per tutte, per ognuna di esse sarebbe bello sapere chi finanzia queste istituzioni,  di quale capitale dispone ognuna di esse e chi l’ha fornito. Perché diamine devo essere soltanto io l’unico imbecille che non ha tutti questi dati? Non è eccessiva, tanta oscurità? Si tratta di non svegliare il cane che dorme dell’opinione pubblica o al contrario di dati che sono chiari a tutti e non a me?  Qualcuno è in grado di sciogliere tutti questi dubbi? Ringrazio anticipatamente.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 maggio 2020



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POLITICA
6 maggio 2020
IL SENSO DELLA DECISIONE DI KARLSRUHE
La decisione della Corte Costituzionale tedesca ha dato luogo a molti commenti, alcuni anche molto tecnici ed eruditi. Il fatto è che le istituzioni europee sono così complicate, così intrecciate e, per così dire, così incomprensibili per l’uomo comune, che alla fine l’ignoranza di tutti diviene incolpevole. Uno quasi si chiede se non sia addirittura voluta. Io ci ho messo mesi, a sapere come funziona la Bce, e forse non l’ho ancora capito. Fra l’altro tutti indulgono nel brutto vizio di esprimersi per acronimi, quando si tratta di designare organi e progetti con nomi sesquipedali, e alla fine non si sa di che parlano. Per chi desiderasse avere un’informazione più completa riporto comunque, in nota, un articolo dell’Ansa di oggi(1) e, a proposito di acronimi, chiedo a tutti i lettori, prima di leggere il testo, se sappiano che cosa sono il Pspp e il Pepp. 
Proprio per tutte queste ragioni, viaggiando al di sopra (o al di sotto) delle technicalities, val la pena di risolvere un problema generale: le deliberazioni assunte a livello di Unione Europea debbono o possono prevalere su quelle assunte a livello nazionale, quand’anche il soggetto nazionale fosse la Corte Costituzionale di un dato Paese?
Sembra una discussione importante ed invece è futile: un Paese come la Germania è un Paese sovrano o soltanto il membro di una Federazione di Stati? La risposta è ovvia. Mentre le capitali del Wisconsin o del North Dakota devono inchinarsi al potere di Washington, perché gli Stati Uniti, e non il Wisconsin o il North Dakota, sono uno Stato sovrano, Berlino o Roma non appartengono ad uno Stato soprannazionale e possono ancora fare quello che vogliono. Poi possono eventualmente pagare pegno, se qualcuno riesce ad imporgli di pagarlo, ma impedire che agiscano a modo loro nessuno può farlo. Appunto perché, fino a nuovo ordine, l’Italia e la Germania sono Stati sovrani. 
Ciò posto, la maggior parte dei problemi sono risolti. Nel caso di un contrasto non fra l’Italia e la Germania (un Welter non si batte mai contro un Peso Massimo) ma tra la Germania e l’Unione Europea, chi ha il coltello dalla parte del manico? E più precisamente, dal momento che qui nessuno parla di atti di violenza: chi è che ha bisogno dell’altro? Nell’organizzazione nata dal Trattato del Nord Atlantico (la Nato, per citare un altro acronimo) è più l’Europa che ha bisogno dell’America che l’inverso. E questo peserà sempre, quali che siano i termini del trattato stesso. 
Nella politica internazionale si va regolarmente al sodo, nel modo più brutale. Parecchi Stati europei sono già pesantemente indebitati e, a causa della pandemia, potrebbero essere indotti o costretti a indebitarsi molto di più. Al riguardo i problemi sono due: le Borse sono disposte a far credito? E se sì, con quali tassi di interesse? Se l’Unione Europea (sostenuta dalla Germania) interviene per garantire i grandi Stati indebitati, le Borse faranno credito e perfino con interessi bassi. Se invece la Germania non lo fa (per non essere un giorno costretta a pagare “les pots cassés” il costo disastroso dell’operazione) le Borse potrebbero non comprare i titoli offerti sul mercato. Oppure richiedere interessi esorbitanti, col rischio di mandare a gambe all’aria un Paese come l’Italia. E qui è chiaro il punto fondamentale: nessuno può costringere la Germania a tenere il comportamento che ci conviene. 
Ecco la situazione attuale. Anche ad essere vero che formalmente la Corte Costituzionale tedesca ha un’autorità inferiore a quella del corrispondente organo europeo, una cosa è certa: ha il potere di dare ordini “giuridici” al governo tedesco. E questo, da parte sua, potrebbe essere felice di dover obbedire; perché sa che questo è il sentimento corale dell’intera Germania. Del resto è comprensibile: in quel Paese è passata l’idea che si chiede alla Germania di regalare soldi agli altri, e che sia vero o no importa poco. Quale governo può dire ai propri contribuenti: “Stringete la cinghia, ché dobbiamo fare un regalo al nostro vicino di casa”? Se fosse detto agli italiani, gli italiani direbbero in coro “sì”? Berlino deve rispondere ai tedeschi secondo come loro hanno capito il problema.
Dunque tutte le discussioni giuridiche, tutte le precisazioni tecniche , tutti i distinguo sono inutili. Qui si tratta di volontà politica. La Germania ha sì o no interesse ad aiutare economicamente i Paesi in difficoltà? Più esattamente, è disposta a garantire i loro debiti o regalare loro ingenti capitali a fondo perduto? Tutto dipende da ciò che deciderà in concreto Berlino. Le discussioni politiche, e perfino quelle giuridiche, sono inutili. Il problema potrebbe essere riassunto in termini ancor più volgari: nei prossimi mesi ed anni arriveranno dei soldi, dal Nord, o dovremo cavarcela da soli?
Ecco le risposte che aspettiamo. La sentenza della Corte Costituzionale tedesca potrebbe essere la rondine che non fa primavera, ma è anche vero che a primavera, nel Nord, tornano le rondini.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 maggio 2020

(1) La Corte costituzionale tedesca ipoteca il quantitative easing. Con una sentenza che può avere grosse conseguenze su come l'Europa uscirà dalla crisi del coronavirus e gestirà l'enorme mole di debito lasciata sul campo: i giudici danno tre mesi di tempo al Consiglio direttivo per "una nuova decisione che dimostri che il 'Pspp' non è sproporzionato nei suoi effetti economici e di bilancio". Altrimenti la Bundesbank non potrà più parteciparvi. Alla fine, il nodo da sciogliere resta sempre lo stesso: se la Bce - usando l'espressione della presidente Christine Lagarde - sia qui per "chiudere gli spread" oppure no. Che, letta da Karlsruhe, equivale a dire se la Bce, mentre combatteva la deflazione ieri, e lo shock da lockdown oggi, non stia facendo finanziamento monetario ai Paesi ad alto debito.
La Bce non dovrebbe avere grosse difficoltà a dimostrare di aver agito legittimamente con il 'Pspp', il programma di acquisti di debito pubblico varato da Mario Draghi nel 2015. Il Consiglio direttivo, convocato appositamente , "prende nota" della decisione dei giudici ma è fermo: la Bce "rimane impegnata a fare qualunque cosa necessaria, nel suo mandato", per la stabilità nei prezzi ma anche perché questo obiettivo si realizzi in tutti i Paesi. E ricorda ai giudici tedeschi che "la Corte di giustizia dell'Unione europea, nel dicembre 2018, stabilì che la Bce agisce nel suo mandato".
Il 'Pspp' rappresenta oggi solo un quarto degli acquisti di titoli pubblico: c'è il 'Pepp', il programma per l'emergenza pandemica, che in poco più di un mese ha acquistato 118 miliardi di debito. E' per questo che il ministro dell'Economia Gualtieri ha detto che "la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica", visto che conferma la legittimità di fondo del 'Pspp' e "non riguarda in nessun modo" il 'Pepp'. Ma il verdetto fa balzare a 244 lo spread italiano, l'elefante nella stanza di ogni discussione sugli acquisti di debito della Bce. Concentrati da settimane sull'Italia che ha assorbito il 40%, contro una quota che, determinata dal 'peso' dell'Italia nel capitale Bce ('capital key'), sarebbe del 17%. La sentenza, infatti, rischia di avere un impatto sull'operatività della Bce.
La cancelliera Angela Merkel, secondo la Dpa, avrebbe detto che i giudici hanno mostrato chiaramente alla Bce i suoi confini. Vitor Constancio, ex vicepresidente della Bce con Draghi, vede il "grosso rischio" che la sentenza apra a un'ondata di nuovi ricorsi in Germania finendo per coinvolgere il 'Pepp'. Christine Lagarde ha nei fatti assicurato che il Pepp avrebbe tenuto a bada gli spread deviando dalla 'capital key'. Ma sono proprio queste deviazioni - che ad oggi rappresentano l'unico freno a una spirale del debito in Paesi come l'Italia - ad essere nel mirino della Corte tedesca. La Bce, poi, con il 'Pspp' ha finora mantenuto in bilancio i circa 2.300 miliardi di debito pubblico dei Paesi dell'Eurozona acquistato, rinnovando con nuovi acquisti i bond che man mano giungevano a scadenza. E promette di farlo finché servirà. Anche qui i giudici mettono un'ipoteca. Che rischia di far tramontare definitivamente l'ipotesi che possa essere la Bce, in definitiva, a farsi carico del conto salatissimo delle due crisi, quella del 2008 e quella attuale, tenendo il debito in eterno o persino comprando bond perpetui.
Significative le parole di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere Bce: i giudici rilevano "un margine sufficiente di sicurezza al finanziamento monetario dei governi", "sosterrò gli sforzi per soddisfare questo requisito". E poi ci sono le conseguenze istituzionali. A partire dal monitoraggio della Bce demandato dai giudici a Parlamento e governo tedesco, paradossale vista la storia tedesca: tanto che il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, è costretto a ricordare che "la Bce è un'istituzione indipendente. La sua indipendenza è alla base della politica monetaria europea".
Le parole di Olaf Scholz, ministro delle Finanze tedesco, tradiscono l'imbarazzo di Berlino: "proprio in questi giorni, in cui a causa della pandemia siamo di fronte a uno sforzo notevole, la moneta unica e la politica monetaria comune ci tengono uniti in Europa". E poi c'è l'umiliazione, sul piano giuridico, inflitta alla Corte di giustizia europea, la cui sentenza del 2018 a favore della Bce è giudicata dai colleghi tedeschi "insostenibile". Tanto da costringere un portavoce della Commissione Ue a riaffermare "il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali". 




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vita da impiegato
6 maggio 2020
BURRASCA IN VISTA
I lettori non sempre danno la giusta importanza alle notizie che apprendono. Mi chiedo quanta gente abbia oggi badato al fatto che la Corte Costituzionale tedesca, con un voto pressoché unanime (7 su 8) ha messo in serio dubbio che la Bce, con i suoi acquisti per il Quantitative Easing, sia rimasta entro i limiti dei suoi poteri istituzionali. 
Secondo quanto leggo nel sito dell’Ansa, “l'Alta Corte ha affermato che la Bundesbank non potrà più partecipare ai programmi di acquisto dei titoli di Stato, se la Banca centrale europea non chiarirà che la sua azione è ‘proporzionale’” (cioè proporzionata ai suoi compiti istituzionali, sostenendo implicitamente che li ha largamente superati). 
Come si vede, nessun messaggio felpato o allusivo, ma un ultimatum in piena regola. Secondo quanto leggo ne “L’Inkiesta”, a firma di Andrea Fioravanti, la Corte richiede (entro tre mesi, è detto espressamente)  “una dimostrazione comprensibile e comprovata che i 2600 miliardi spesi per comprare i titoli di Stato siano stati necessari. Tradotto: la Bce deve chiarire che non sta facendo politica economica, andando oltre i suoi poteri”. E la Germania – lo si afferma chiaramente -, in caso di risultato negativo si ritirerà dal piano di acquisti. 
La Bce, afferma la Corte, è autorizzata dai trattati a porre in essere una politica monetaria, ma non una politica economica. E questa, a mio umile parere,  è una distinzione impossibile: la politica monetaria è da sempre una parte della politica tout court. Dunque non bisogna tanto porre l’accento sul fatto che si pretende dalla Bce una prova di correttezza, quanto piuttosto constatare che il Bundesverfassungsgericht disapprova l’aiuto generoso fornito fino ad ora ai Paesi in difficoltà, andando oltre i trattati. Se alza la voce non è in nome del formalismo giuridico, è per frenare la discesa lungo questa china. 
Se la Germania fosse ancora oggi d’accordo sull’aiuto indiscriminato – modello Draghi - da fornire per esempio all’Italia, non si occuperebbe certo delle quote di prelievo e della puntuale applicazione dei trattati. È perché il mancato rispetto delle quote di capitali ottenibili. in base ai trattati è funzionale alla posizione politica che ha assunto, che la Corte lo nota. Ed è vero che la Germania ha diritto a un 27% dei fondi erogati, l’Italia ad un 14%, e invece “a marzo la Bce ha comprato 12 miliardi di titoli di Stato italiani e solo 2 miliardi in Bund”. Questa non è un’opinione, è un fatto, e la Corte Costituzionale tedesca potrebbe farsene forte. 
Certo, bisognerà trovare una composizione fra tutte queste opposte esigenze (sempre che ci si riesca) ma non si può non sottolineare una sorta di cambiamento di clima, Un cambiamento dalle conseguenze opposte a quelle che tanti si aspettavano. Dal momento che l’Europa è stata investita dall’uragano pandemia, molti hanno ipotizzato un grande sforzo dei Paesi ricchi per sostenere i Paesi poveri e invece le cose potrebbero stare all’opposto. Fino ad ora – per così dire in tempo di pace – i Paesi del Nord hanno consentito che si “sforasse” qui e là, per sostenere i Paesi in difficoltà (l’Italia lo è sempre) ma ora che, per forza di cose, questi stessi Paesi, e in particolare l’Italia, avranno bisogno di ingenti capitali per far fronte all’emergenza (e si tratterà di capitali presi in prestito, o costituenti semplicemente inflazione dell’euro) a Berlino si saranno detti: “Qui bisogna dare l’alt e mettere le cose in chiaro. Noi non ci sveneremo per l’Italia o la Spagna e non permetteremo neppure una forte inflazione dell’euro. Che quei Paesi trovino al loro interno le risorse per far fronte all’emergenza. Dopo tutto, sono affari loro e ognuno è responsabile di sé stesso”. 
La decisione della Corte di Karlsruhe, al di là di ogni preciso significato giuridico, economico o politico, ha il senso di un cambio di strategia. La stessa quasi unanimità della decisione sta ad indicare che quell’organo intende rispecchiare non soltanto la legalità, ma anche lo stato d’animo del popolo tedesco. Mentre gli italiani sognano di Recovery Fund, o perfino di aiuti a fondo perduto (regali) in Germania si pensa a chiudere i rubinetti dei prestiti e a ridimensionare il sostegno borsistico della Banca Centrale Europea. Insomma, non più whatever it takes, per esempio in difesa dell’Italia, ma “whatever is within the limits of the treaties”, qualunque cosa sia nei limiti dei trattati. 
Forse soltanto oggi è veramente finita l’era Draghi e la meteo prevede burrasca.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 maggio 2020




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POLITICA
5 maggio 2020
FANTADIALOGO
L’altra sera Pietro Senaldi, in televisione, facendo una domanda a Matteo Renzi, ha detto en passant, di Giuseppe Conte, che “non è un genio”. Renzi gli ha risposto invitandolo ad avere più rispetto per il Presidente del Consiglio, e la cosa è finita lì. Ma se è permesso giocare con la fantastoria, si può così inventare il seguito del dialogo.
S – Giuseppe Conte, che non è un genio…
R – La prego d essere più rispettoso del Presidente del Consiglio, non fosse altro che perché è il Presideinte del Consiglio.
S – Ed io ho detto che non è un genio. E allora chiedo scusa. Non sapevo che fosse un genio. Anzi, guardi, lo dico nel modo più chiaro: il nostro Presidente del Consiglio è un genio.
R – Peggio la toppa del buco. Dicendo che è un genio lei fa chiaramente dell’ironia.
S – Non sapevo fosse così facile fare dell’ironia sull’intelligenza di Conte. E poi in realtà non so a che altezza sia, quella sua qualità. La prossima volta che mi capiterà di parlarne dirò semplicemente: “Giuseppe Conte, dell’intelligenza del quale non ho notizia…”
R – Anche questa è ironia. Ed anche pesante. “Non ho notizia” significa anche “penso che quell’intelligenza non esista”
S – Ma io non l’ho detto. È difficile farla contenta, sa, senatore Renzi? Io ho cominciato col presumere che Conte fosse una persona normale, non un cretino ma neppure un genio, e per questo ho detto che non è un genio. Lei non è stato contento. Lei pensa che è un genio?
R- Non ho detto questo. Ma detto come l’ha detto lei…
S - Ora andiamo ad indagare sul tono. Posso essere franco? Comincio a pensare che tutti avete una tale cattiva opinione, del nostro Presidente del Consiglio, che qualunque accenno alla sua intelligenza scatena uno tsunami di ironie. Come se si parlasse della bellezza di Anna Mazzamauro, peraltro eccellente attrice, o della timidezza di Vittorio Sgarbi.
R - Le lascio l’intera responsabilità di queste illazioni, caro Senaldi.
S - Ed io le lascio la sua ipersensibilità, quando si tratta dell’intelligenza di Giuseppe Conti,. Lei deve stare attento. Rischia di dire quello che pensa.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
5 maggio 2020
DUE MOLLICHINE KING SIZE
1 Dopo aver subito per due mesi un diluvio di divieti, di raccomandazioni, di comandi, di minacce e comunque di parole, tutti i giornali e tutte le televisioni ci hanno detto che, allentati un po’ i freni con la famosa “Fase 2”, non è successa nessuna catastrofe. E nemmeno un caos in materia di ordine pubblico, con una grandinata di sanzioni poliziesche. Tutti pensano – soprattutto lo pensa lo stesso governo – che questo successo derivi dalle norme emanate, ma non può essere così. Se si trattasse soltanto di leggi, gli italiani ne avrebbero tenuto il conto che di solito tengono delle leggi. Ci siamo capiti.  
In realtà il successo, tanto della “Fase 1” quanto della “Fase 2”, nasce molto semplicemente dalla paura. Giornali e televisione ci hanno detto che il contagio era facilissimo, che il virus poteva essere letale e che la migliore contromisura era quella di rimanere tappati in casa. Ergo, siamo rimasti tappati in casa. Anche quando ci hanno detto che potevamo uscire. Se piovesse a dirotto e nessuno disponesse di un ombrello, sarebbe necessaria un decreto del Presidente del Consiglio o un’ordinanza del Sindaco, per aspettare che spiova? Mia moglie, che ammette apertis verbis di non avere voglia di rimanere vedova, se soltanto mettessi il naso fuori di casa mi farebbe rinchiudere per demenza senile.
2 George Brassens racconta in una canzone che, avendo visto un contadino rincorrere un ladro di mele, gli fece lo sgambetto. Brassens aveva torto, i ladri di mele vanno arrestati. Ma il punto di vista di un poeta si può comprendere in altro modo. Quando qualcuno incorre nei rigori della legge, ha l’occasione di soffrire tanto che presto, per le anime sensibili, la soddisfazione perché “giustizia è fatta” si tramuta in pietà. Anch’io non gioisco mai dei guai giudiziari altrui. Ma riesco a non piangere quando il guaio capita a chi prima era salito sul pulpito per condannare tutti. Sono contro il rogo per chiunque, ma un po’ meno appassionatamente per Girolamo Savonarola e, quasi per nulla, se l’avesse meritato, per Torquemada.
L’introduzione serve per spiegare come mai, io che di solito spero che non si parli di diritto penale, mi meraviglio che non se ne parli in un’occasione come quella attuale, in cui non si tiene conto di un reato per il quale la legge prevede anni di carcere. Il fatto è presto detto.
Il ministro Alfonso Bonafede pare intendesse nominare il famoso pm Nino Di Matteo capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ma poi la carica andò ad un altro. In televisione, da Massimo Giletti, il magistrato ha accusato il ministro di averlo messo da parte perché intimidito dai boss della mafia. In altri termini, Bonafede avrebbe fatto un favore ai detenuti in regime di carcere duro. La stima per l’attuale classe dirigente non rischia di soffocarmi e, di solito, per cose del genere, mi piacerebbe che tutto si risolvesse in una bolla di sapone. Si sa, i ragazzi parlano senza riflettere. Ma Bonafede è un piccolo Torquemada e Di Matteo un altro Torquemada, neanche tanto piccolo. E allora vado a prendere il Codice Penale. 
Se il Ministro della Giustizia cambia un atto conforme ai suoi doveri d’ufficio per compiacere dei delinquenti, attua un illecito del quale dovrebbe essere chiamato a rispondere  dinanzi al giudice penale. Ma se, evidentemente, il fatto non fosse vero? In questo caso, dal momento che, con la sua denunzia in pubblico, il dr. Di Matteo avrebbe commesso un atto dal quale potrebbe derivare per il ministro il pericolo di un’azione penale, lo stesso Di Matteo dovrebbe essere perseguito per il reato di calunnia. O l’uno, o l’altro, dovrebbero subire un processo penale. E invece di un’azione penale non si parla. Ho il diritto di stupirmene? 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
4 maggio 2020
L'EUROPA CONDIVIDE GIA' IL NOSTRO DEBITO
In un recente articolo l’Economist ha esposto, quasi en passant, un concetto forse evidente per i competenti, ma non per i profani e comunque non per me. I titoli di Stato offrono un interesse e le banconote no, ma questa differenza è tanto più marcata quanto più è alto l’interesse . Se invece gli interessi sono vicini allo zero che differenza rimane fra titoli di Stato e denaro? Praticamente nessuna. Se lo Stato paga interessi bassi o nulli sui titoli di Stato è come se avesse messo in circolo moneta. 
Per giustificare il titolo, e il suo collegamento con quanto scritto dall’Economist, bisogna cominciare col correggere alcune affermazioni correnti. Anche mie. Infatti, dopo essermi informato con due autorità in materia (parlo di notevoli funzionari dell’Unione Europea) è risultata falsa l’affermazione corrente secondo cui la Bce compra i titoli italiani http://www.ilcannocchiale.it/member/blog/post/post.aspx scaduti nel mercato borsistico secondario. I titoli venuti a scadenza sono invece  rimborsati dalle banche centrali dei vari Paesi, e ciò, spesso – come nel caso italiano - con titoli di nuova emissione. 
In realtà, “la Bce acquista i titoli italiani direttamente dalla Banca d’Italia”. E nel bilancio l’Italia deve scrivere quelle stesse somme in rosso, perché si tratta di debiti che vanno ad aggiungersi al debito pubblico.
Se ci si chiede perché mai la Bce compri quei titoli (di fatto nelle condizioni di qualunque altro operatore di Borsa) la risposta è semplice. La quotazione dei titoli e il valore degli interessi richiesti dipendono dalla domanda e dall’offerta. Facendo aumentare la domanda, con i suoi acquisti la Bce contribuisce a tenere alta la quotazione dei titoli e bassi gli interessi da pagare. Favorendo i Paesi debitori. Il Quantitative Easing è stato lanciato a questo scopo.
Nessun regalo diretto, dunque. La Bce si limita a modificare (a “falsare”, direbbe un liberista) la situazione borsistica. Infatti cambia il valore di mercato di una merce (i titioli) aumentandone la domanda. Il problema vero è un altro: dov’è che la Bce trova il denaro per gli acquisti?
Se fosse una banca normale, il suo denaro deriverebbe dai depositi dei clienti. Ma la Bce non è una banca con clienti privati. Anche ad ammettere che disponga di depositi delle banche centrali dei Paesi dell’eurozona, questi depositi non possono essere tali da permettere il Quantitative Easing. Infatti, se i Paesi depositanti disponessero di tanto denaro, non avrebbero bisogno di emettere nuovi titoli di Stato. 
La Bce effettua gli acquisti con denaro fresco di stampa. Ma questo denaro è frutto di un atto di volontà, va ad aggiungersi al circolante e costituisce pura inflazione. Non rappresenta il controvalore di ricchezza prodotta, è “falso”, e tuttavia da qualche tempo è invalsa la teoria, per me incomprensibile, che l’inflazione sia una cosa buona. Addirittura da perseguire. Draghi per esempio puntava ad un’inflazione del 2%. 
È comunque evidente che l’inflazione fa diminuire il potere d’acquisto della moneta. Se c’è un’inflazione del 2% è come se i cento euro che un cittadino ha in tasca fossero divenuti surrettiziamente novantotto. Con l’inflazione la Bce diminuisce il potere d’acquisto anche dei cittadini italiani, ma c’è un’importante differenza; mentre col Quantitative Easing gli italiani pagano meno interessi sui loro titoli del debito pubblico (e stiamo parlando di decine di miliardi) i Paesi con i conti in ordine hanno il danno dell’inflazione, senza averne il beneficio  perché gli interessi sui loro titoli sono già bassi. Quelli tedeschi perfino sotto lo zero. Dunque è strano che gli Stati danneggiati da questo giochetto non si siano opposti. 
La verità è che il mondo della Borsa è così astruso, che si possono realizzare operazioni corsare senza che nessuno se ne accorga. Mario Draghi ha detto “whatever it takes” e avrebbe dovuto dire: “whatever it costs to Germany and other solvent states”. Ma a quel punto i tedeschi, gli olandesi ed altri cittadini sarebbero insorti. Per non dire che il QE ha incoraggiato gli Stati indebitati ad indebitarsi ancora di più. Forse per questo recentemente Christine Lagarde aveva detto che questo salasso doveva finire. Purtroppo l’ha detto al momento sbagliato ed è stato come dire in pubblico ad un uomo che sua moglie gli fa le corna.
Qualcuno potrà dire che, rispetto alla massa rappresentata dalla circolazione dell’euro, un centinaio di miliardi è poca cosa. Ma sono anni che la Bce continua a comprare titoli per migliaia di miliardi e dunque non si tratta affatto di poca cosa. E poi, dato che la manovra beneficia soltanto i Paesi più indebitati, ha ragione l’Economist quando scrive che di fatto, con l’intervento della Bce, è come se i Paesi dell’eurozona avessero da tempo cominciato a farsi in parte carico del debito dei Paesi più finanziariamente  esposti. Concetto interessante, soprattutto nel momento in cui tanti accusano l’Europa di mancanza di solidarietà. 
In passato la Germania ha inutilmente tentato di frenare gli astronomici acquisti della Bce e se non ha insistito a sufficienza sarà stato per non rischiare di far fallire i Paesi più indebitati. Ma se questo è vero, i cosiddetti “Paesi del Nord” farebbero bene ad avere le idee più chiare. Se vogliono salvarci, che paghino i nostri debiti e che si svenino, se necessario. E se invece, giustamente, lo trovano assurdo, perché hanno cominciato a farlo negli anni scorsi? Perché hanno dato mano libera a Draghi? Non lo sanno che i cattivi debitori sono sempre un pozzo senza fondo? 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
2 maggio 2020




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POLITICA
3 maggio 2020
EXCEPT MY LIFE
Quando Polonio prende congedo da Amleto (Atto II. Scena II) questi gli risponde che, privandolo della sua presenza, non potrebbe sottrargli nulla di cui potrebbe fare più volentieri a meno, “salvo la vita, salvo la vita, salvo la vita…” aggiunge però. Polonio, che probabilmente non ha capito la risposta, ripete il suo saluto e va via. 
In questa scena Amleto gioca a fare il pazzo e probabilmente anche per questo, e perché lo reputa effettivamente uscito di senno, il vecchio non gli chiede il significato di quelle parole finali. Ma lo spettatore sa che Amleto finge ed è anzi persona di spirito. E così si rimane a chiedersi che senso avessero quelle parole.
Anzitutto le riporto in originale, per evitare che il lettore si chieda se le ho tradotte bene: “Yu cannot, Sir, take from me anything that I will not more willingly part withal – except my life, except my life, except my life…”
Letteralmente Amleto dice che è molto contento di separarsi da Polonio, anche se gli piacerebbe di più separarsi dalla vita. Ma nella confusione del momento il tutto suona come se dicesse: “Mi dispiace separarmi da lei quasi quanto mi dispiacerebbe separarmi dalla vita”. E questo è inverosimile. Non soltanto Amleto disprezza Polonio, ma più tardi sarà perfino contento di averlo ucciso, anche se per sbaglio. Né lo stesso Polonio può pensare di essere tanto amato dal principe, che non gli ha in passato risparmiato sarcasmi. E comunque la prima frase è inequivocabile: “Niente mi potrebbe fare più piacere che liberarmi della sua presenza, caro Polonio”.
Ma con quel finale deve necessariamente acquistare un altro significato.
Ricordiamo che Amleto vuole passare per pazzo e può voler dire una frase insensata. Vediamo se essa diviene sensata ribaltandola, come se Amleto avesse detto: “Caro Polonio, andandosene lei mi priva di una delle cose cui tengo di più, a parte la vita”. Ecco una frase normale, anche se iperbolica. Ma in questo modo avremmo ribaltato il senso delle prime parole, non delle ultime tre, che per giunta ripete tre volte.
È evidente la precisa intenzione di disorientare gli ascoltatori, sicché la frase potrebbe avere insieme questi due significati. Amleto vuole mandare al diavolo Polonio. E su questo non ci sono dubbi. Ma mentre la prima parte del commiato è ambigua e irridente, nel momento in cui mette la presenza di Polonio sul piano della vita, nella conclusione manifesta un’autentica disperazione. Ecco il senso complessivo:  “Tu mi togli la tua presenza, di cui non m’importa nulla. Ma, se mi togliessi la vita, forse mi faresti ancor più piacere. Perché non ne posso più dei miei dubbi e delle mie angosce”. 
Ovviamente lo spettatore non ha il tempo di analizzare tutto questo. Ed è proprio l’effetto che Shakespeare voleva ottenere. Nelle orecchie rimane l’ironia (“Non sai che piacere mi fai andando via”) e la tristezza di quelle parole: “fuorché la vita, fuorché la vita…” E infatti poco dopo, all’inizio del Terzo Atto, abbiamo il famoso monologo: “To be or not to be”.
E tuttavia, anche il dilemma “essere o non essere” non è detto che sia il centro della tragedia. Amleto non è scontento della vita. È capace di amicizia, e lo dimostra il rapporto con Orazio. È capace d’amore filiale per suo padre. È capace d’amore per Ofelia, anche se le circostanze non gli permettono di dare libero corso a questo sentimento. È capace di lealtà, quando non vorrebbe uccidere Laerte. Ha interessi intellettuali ed artistici, si vedano i consigli sulla recitazione che dà agli attori. Insomma, se nella sua vita non ci fosse quell’orribile omicidio, e il dovere di vendicare il padre assassinato, non vivrebbe nell’angoscia. Il vero dubbio non è “to be or not to be”, ma “to kill or not to kill”. Ed è un dubbio che vive con tale intensità da non riuscire a risolverlo nemmeno alla fine della tragedia. Infatti uccide lo zio soltanto quando, sapendosi morente, non vuole perdere l’ultima occasione di vendicare suo padre. Ma è come se la vita gli forzasse la mano, non come se fosse realmente uscito dai suoi dubbi. 
In questa tragedia Shakespeare, a parte ogni altro merito dell’opera, dimostra l’altezza del suo genio nella scelta dell’argomento. Otello o Macbeth rappresentano dopo tutto due passioni correnti, la gelosia e l’ambizione. Ma scrivere una tragedia sul dubbio, sull’angoscia di un orribile dovere da compiere, ecco qualcosa di veramente insolito. E sublime. Per un analogo atto di coraggio artistico, si può citare, fra i pochi, Molière, quando sceglie di ridicolizzare la religione ipocrita (Tartuffe) e addirittura l’eccesso di virtù (Le Misanthrope). 
Dinanzi a questi giganti dell’arte ci si rende conto della disperata povertà del nostro presente. Non soltanto è morta la poesia (e l’epica ancor prima della lirica) ma nell’Ottocento il dramma borghese ha sostituito la tragedia. Che è come dire il nostro presente ha perduto la dimensione della grandezza.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
25 aprile 2020



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POLITICA
2 maggio 2020
IL DILEMMA INSANABILE
Nel dibattito nazionale c’è un equivoco di fondo che avvelena l’aria. Come comportarsi dinanzi al problemi posti dalla pandemia e dall’economia? In particolare: aprire tutto, chiudere tutto? Probabilmente, se il dibattito ad un certo momento diviene acido ed aggressivo è perché ciascuno non accetta di prendere in considerazione gli altri punti di vista, perché si crede in possesso di un principio indiscutibile. Ma è indiscutibile?
Ecco un’affermazione incontestabile: “Se la vita della propria madre dipende da un trapianto di cuore, si ha il dovere di fare tutto il possibile per farglielo avere”. Di primo acchito si direbbe che non si possa dire nulla in contrario. Ma la domanda può essere posta in altro modo: “Se la vita della propria madre dipende da un trapianto di cuore, si ha il diritto di uccidere qualcuno per strappargli il cuore e farlo impiantare nel costato della propria madre?” I principi astratti in fin dei conti vanno confrontati con la realtà. 
Vale anche nel momento attuale. Bisogna fare in modo che nessuno muoia a causa della pandemia, non c’è dubbio. Bisogna fare in modo che nessuno muoia di fame, e cioè che l’economia nazionale non si fermi del tutto, non c’è dubbio. Ma chi si fa forte di uno soltanto dei due principi, chiudendo gli occhi sulle ragioni dell’altro, non fa un servizio né alla propria intelligenza né al proprio Paese. L’applicazione integrale dell’uno o dell’altro porta infatti a conseguenze inaccettabili: occupandoci soltanto della pandemia moriremo di fame, occupandoci soltanto dell’economia moriremo a causa della pandemia. È così difficile da capire? Il problema non è quale principio adottare- ma quale compromesso raggiungere.
Se si è d’accordo con questo approccio, alcune cose divengono chiare. Per cominciare, non bisognerebbe mai usare espressioni impegnative – e insostenibili – come “in perfetta sicurezza”. In perfetta sicurezza un corno. Se appena siamo ancora vivi, ci saranno altri contagi. Ci siamo tutti commossi sull’abnegazione di quei medici che nelle prime settimane, per combattere l’epidemia, sono morti. Certo meritano tutta la nostra ammirazione e tutta la nostra gratitudine, ma sono morti per farci vivere. E se ci saranno dei morti perché è stata riaperta una fabbrica non sarà lo stesso? Perché non dovremmo dire che quegli operai “sono morti per farci vivere”, e per far vivere le loro famiglie?
Troppa gente vede nell’economia lo strumento attraverso il quale alcuni vogliono arricchirsi. In realtà, quasi tutti non vogliono arricchirsi ma procurarsi il pane e il companatico. Pane e companatico che spariscono all’orizzonte quando non si ha più un lavoro, quale che sia, anche quello di espurgo dei pozzi neri. Se abbiamo fame, e se non abbiamo denaro per comprare da mangiare ai nostri figli, non dobbiamo imbracciare con entusiasmo la vanga, accettando il lavoro di becchini? Io lo farei, se ne avessi le forze. Da giovane laureato ho disperatamente cercato un lavoro in Francia, offrendomi come manovale. La realtà va accettata per quello che è.
Il dibattito nazionale sulla “riapertura” non dovrebbe viaggiare sui binari dell’assoluto, ma sul bilancio morti-ripresa, confinamento-libertà, responsabilità dei singoli-tutela da parte dello Stato. Bisognerebbe abbandonare la pudicizia e non dire: “Apriamo le fabbriche, naturalmente in sicurezza”. Bisognerebbe dire: “Apriamo le fabbriche, purché il  costo in termini di infettati e di morti non divenga inaccettabile”. Ma gli infettati e i morti vanno messi nel conto. Anche per evitare che di loro si facciano forti coloro che, disponendo di un reddito fisso e invariabile, sono intransigenti. Quelli che, come Giuseppe Conte, non accettano meno della “perfetta sicurezza”.
Il compromesso è quello che farà accettare la chiusura degli stadi, e la soppressione delle partite di calcio, perché il rischio di contagio è immenso.  Ma che non si ostina a tenere chiusi i negozi, le fabbriche, il settore del turismo e via dicendo. Primum vivere, appunto. 
Inoltre ai cittadini non bisognerebbe dire: “Obbedite perché lo Stato tutela la vostra salute”, ma: “Lo Stato riconosce il vostro diritto di rompervi l’osso del collo, ma non quello di contagiare gli altri. Dunque alla vostra salute dovete pensare voi, ma a quella degli altri pensiamo noi, e se non mettete la mascherina, quando serve, vi sbattiamo al fresco”. La Stato non è una mamma che ci raccomanda di metterci la maglietta di lana, lo Stato arresta colui che ce l’ha rubata e ce la restituisce. 
Ricordiamoci inoltre che quando si raggiunge un compromesso accettabile, esso è accettabile sulla base dei dati di cui si dispone al momento. E l’esperienza successiva può anche imboccare un’altra strada. Lo Stato sin dall’inizio deve dire: “Abbiamo ottenuto un compromesso accettabile e speriamo che l’esperienza non ci contraddica. Se avverrà, apporteremo le correzioni necessarie. Nessuno è infallibile”.
Oggi ciascuno si crede coraggioso se assume una posizione da estremista. Invece il vero coraggio è quello di riconoscere che non può esistere una soluzione univoca e a tenuta stagna. Il pragmatismo è d’obbligo e, in ogni modo, ci aspettano tempi duri. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
1° maggio 2020




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/5/2020 alle 6:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 maggio 2020
IL POPOLO ITALIANO NON SEMBRA COMPOSTO DA ITALIANI
Le nubi che si addensano sul futuro dell’Italia mi rattristano come la previsione di un lutto. E sono sopraffatto dal rimpianto per ciò che la mia Patria poteva essere e non è. Se almeno fossimo un popolo di sciocchi, o di idealisti, capirei. Invece gli italiani, presi individualmente, poco ci manca perché siano prodotti di lusso. Certo non più dal punto di vista culturale, dati i mirabili risultati conseguiti dalla scuola “sessantottina”, ma dal punto di vista dell’intelligenza applicata, del “pensiero laterale”, della mancanza di pregiudizi, sono spesso eccezionali. Il popolo italiano somiglia ad un cesto nel quale si ammonticchino anelli d’oro, capolavori letterari, smeraldi, orologi da polso, miniature, banconote e cristalli veneziani, per alla fine accorgersi che è pieno di patate.
Le nostre qualità sono così evidenti che non val la pena di illustrarle. Soprattutto pensando che spesso si manifestano superando condizioni avverse. Il mistero da chiarire è quello del contrasto fra i nostri meriti individuali e i nostri immensi difetti in quanto collettività.
 Premetto che i paragoni non possono essere fatti con Stati piccoli e privi di un grande passato. Nell’epoca attuale (e per questo non menziono l’Austria) l’Italia, per la sua storia e per le sue dimensioni, in Europa si può mettere a confronto soltanto con Spagna, Francia, Germania e Inghilterra. Tre su quattro di questi Stati, diversamente da noi, sono stati a lungo monarchie unitarie. Due cattolici e due protestanti, anche se la Germania non interamente e l’Inghilterra a modo suo. Infine tutti e quattro, dai tempi dell’Impero Romano, hanno avuto una storia in salita, nel senso che hanno avuto sempre più importanza, mentre l’Italia ha avuto una storia in discesa, fino all’insignificanza.
Il fatto di essere stata a lungo un Paese suddiviso in piccoli Stati, nessuno in grado di pesare seriamente in Europa, ha seminato nell’anima di noi italiani il Dna della dipendenza e della sconfitta. È triste doverlo dire, ma gli inglesi o i francesi trattengono a stento un sorriso, se gli si parla dell’esercito italiano. Se noi italiani siamo lungi dal sentirci dei guerrieri è perché la nostra storia è piena di sconfitte. E perché non abbiamo nessuna fiducia nei nostri capi. I francesi battevano immense coalizioni perché avevano una totale fiducia in Napoleone; i nostri soldati invece si sono sempre sentiti poco considerati, male armati e spendibili anche senza scopo. Così sono morti come gli altri, con in più il rischio di essere irrisi. Si pensi alla campagna dell’Africa Settentrionale, durante la Seconda Guerra Mondiale. Il risultato è che dal punto di vista del peso internazionale sentiamo di non contare nulla. Le esperienze, dal Risorgimento in poi, hanno soltanto confermato il peggio che pensiamo di noi.
Ma gli italiani, più ancora di sé stessi, disprezzano i loro governanti. Costoro non hanno mai avuto la statura dei grandi sovrani e sono stati troppo spesso pronti ad azzuffarsi fra loro. Magari chiamando poi in soccorso le potenze straniere, come se non fosse ovvio che alla fine ci avrebbe perso l’Italia.
Per l’italiano medio lo Stato è un’entità, se non nociva, senza importanza. Chi lo governa pensa innanzi tutto agli interessi della propria fazione, quando non al suo proprio. Ecco perché il cittadino non sente nessun obbligo di lealtà, nei suoi confronti. Persino l’evasione fiscale è considerata una forma di legittima difesa. Da noi l’individuo è in lotta contro l’intera collettività, in quella guerra di tutti contro tutti di cui parlava Hobbes.
Riguardo a questa caratteristica italiana per contrasto val la pena di ricordare una teoria di Montesquieu. Nell’Esprit des Lois egli scrive che, mentre la molla fondamentale della dittatura è la paura, la molla fondamentale della monarchia è il senso dell’onore. I cittadini obbediscono al re perché il loro onore richiede che essi gli siano devoti e il re è anch’egli obbligato dal suo onore a non abusare del suo potere ed anzi ad agire per il bene del popolo. In Francia nessuno ha riso, leggendo questa tesi, come si sarebbe riso in Italia. Non per caso i francesi che non amavano François Mitterrand, per condannarlo senza appello, lo chiamavano “le Florentin”, il fiorentino.
In Italia lo Stato non è né stimato né amato. È soltanto un concorrente avido e sleale da cui guardarsi. In Sicilia, dove il governo è stato assente come protettore, e presente come esattore, si è vista con favore la Mafia perché, almeno, era “Cosa Nostra”, non “Cosa Loro”.
Al livello morale della nazione non è stata utile nemmeno la religione. Mentre nel Nord il Protestantesimo ridava vita all’etica del cittadino in quanto membro di una comunità (fino agli eccessi calvinisti della Svizzera) in Italia la Chiesa è rimasta ricca, ipocrita, perfino simoniaca. Il Papa somigliava troppo agli altri sovrani, e a volte in peggio.  Così si è accentuata la divaricazione rispetto agli altri popoli. Il cittadino è rimasto credente, soltanto perché  voleva salvarsi l’anima; ma non raramente ha accoppiato alla religione un acido anticlericalismo. Magari il parroco era una persona per bene, ma il cardinale? Uno che non si vergognava di autodefinirsi “principe della Chiesa”, confessando la sua natura di ambizioso, che esempio costituiva?
Come cittadini gli italiani si sono sempre sentiti orfani. Ottenuta la democrazia, hanno avuto dei governanti che provenivano dal popolo, per subito scoprire che ne avevano i vizi, non le qualità. A cominciare dal disinteresse per il bene comune. Così la situazione non rischia certo di cambiare in meglio. I politici, sapendo di essere a priori considerati immorali e non potendo contare su nessun ideale, cercano di conquistare il consenso promettendo vantaggi materiali e appena possono distribuiscono posti di lavoro fasulli (ma pagati con soldi veri), inventano sussidi e regalie, a costo di fare debiti e coltivano l’idea che si possa vivere a spese dello Stato. Persino la Costituzione ha fatto credere che si possa avere “diritto alla casa”, come se lo Stato potesse regalarne una ad ogni cittadino. Ma già, in materia di diritti non ci siamo fatto mancare nemmeno il “diritto al lavoro”. Il fatto che poi lo Stato deluda questi sogni non lo rende certo più amato.
Le case degli italiani sono linde e non raramente eleganti (lontana eredità del nostro Rinascimento) le strade italiane sono sporche e piene di buche. Gli italiani considerano la spesa per la difesa inutile perché, pensano, se c’è una guerra, o ci difende un possente alleato o noi la perdiamo. La scuola va male, ma tanto a che serve? L’essenziale, per avere un reddito assicurato, non è meritarlo, è avere le amicizie giuste. Soltanto i più forti si avventurano nella libera impresa ma sanno di avere tutti contro. Lo Stato li considera come nemici o, ad andar bene, come vacche da mungere.
La vita pubblica è di livello talmente basso che i politici cercano di avere successo coltivando i peggiori pregiudizi degli italiani. Per esempio, sposano l’assioma che chiunque sia ricco è tale perché ha saputo rubare, imbrogliare, intrallazzare meglio degli altri. Tanto che la cosa moralmente più giusta sarebbe impiccarlo a un lampione e dividersi i suoi beni. Né la Chiesa ha mai contraddetto queste idee, se nel Vangelo si sostiene che il ricco è uno che preferisce la propria corruzione alla salvezza dell’anima. È più facile che una gomena passi per la cruna di un ago che un ricco entri in Paradiso.
Noi abbiamo uno Stato che disprezza il merito e coltiva l’invidia. L’imprenditore dovrebbe lavorare sedici ore al giorno ma soltanto per creare posti di lavoro e guadagnare quanto i suoi operai. Se invece diviene ricco, è segno che ha rubato ed ha evaso le tasse. Cosa, quest’ultima, in buona parte vera perché lo Stato pone spesso l’imprenditore dinanzi all’alternativa di imbrogliare o fallire.
Gli italiani nel prossimo futuro potrebbero pagare a caro prezzo i difetti della loro collettività. Perché a titolo individuale sono eccellenti soggetti ma come popolo sono il peggio del peggio. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
30 aprile 2020




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