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POLITICA
30 luglio 2019
OBBEDIENZA E RISPETTO IN DEMOCRAZIA
Ci sono concetti che stanno bene insieme e convivono come parenti stretti. Ma a volte si tratta di parentele fittizie. Due di questi concetti sono l’obbedienza e il rispetto. Non è raro sentir dire che “bisogna obbedire alle leggi e rispettarle”. E invece questo è uno sfondone.
L’obbedienza non è né un sentimento né un giudizio di valore: è un comportamento. Se in automobile vedo il cartello di divieto di accesso e cerco un’altra strada, non è perché abbia giudicato quel divieto opportuno,  ma perché non voglio pagare un’ammenda. E dal suo lato lo Stato, se ho imboccato il senso vietato, mi punisce indipendentemente dalle mie ragioni, quand’anche fossero plausibili.
Il rispetto è tutt’altra cosa. Un uomo civile sa che alcune istituzioni stanno alla base di un’ordinata convivenza nella società. Dunque rispetterà – astrattamente – il complesso delle leggi, l’organizzazione statale e l’amministrazione della giustizia. Rispetterà anche un giudice competente e scrupoloso, una particolare norma che tuteli la libertà, un professore che reputa fonte di grande cultura, ma non si priverà di giudicare una determinata legge demenziale, un determinato magistrato un imbecille e un determinato professore un emerito ignorante.
Il rispetto è qualcosa che non si può imporre. Socrate può accettare la condanna a morte perché osserva le leggi della sua città, ma non può rispettare la sentenza che lo condanna perché sa benissimo di essere innocente. Mentre forse la rispetterebbe se sapesse di averla meritata.
Purtroppo questa distinzione non è evidente per tutti. Dopo una sentenza assurda – e Dio sa se ce ne sono state – i fanatici della magistratura dicono che “bisogna rispettare le sentenze”. Ma questo è accettabile soltanto se, per “rispettare”, si intende obbedire. Se invece per “rispettare” si intende “considerare giuste e sensate” tutte le sentenze, si dice una sciocchezza. E lo dimostra in primo luogo il legislatore che ha previsto più gradi di giudizio, e non l’avrebbe fatto se tutte le sentenze fossero state perfette.
La distinzione fra obbedienza e rispetto si estende ad altri campi, in particolare alla democrazia. Questo regime – come ha proclamato un Premier inglese di non secondaria importanza – ha difetti tanto gravi e numerosi, da poter essere definito pessimo. E infatti soltanto chi non ne conosce i meccanismi, chi non frequenta le persone che lo incarnano (i regimi “camminano sulle gambe degli uomini”), chi non sa come vengono confezionate le leggi (e qui soccorre una famosa frase di Bismarck), insomma soltanto chi non ha una conoscenza tecnica della democrazia può reputarla una meravigliosa forma di governo. Invece il competente spesso non riesce a trattenere l’indignazione, la denuncia, l’invettiva. 
Ma quel famoso Premier aggiungeva un’osservazione importante: la democrazia è innegabilmente un pessimo regime ma gli altri rsono ancora peggiori. Dunque bisogna tenersi ben stretta la nostra forma di governo non tanto in considerazione dei suoi straordinari meriti, ma in considerazione degli straordinari demeriti degli altri regimi.
Quando finalmente ne vedono gli enormi difetti, gli idealisti della democrazia si lanciano a sognare qualche cambiamento. L’uomo forte, l’autocrazia, il regime militare. Semplicemente perché danno per scontato che, anche dopo queste innovazioni, loro conserverebbero la libertà di parola, la libertà di espatriare, la libertà di cambiare governo. Insomma, a forza di goderne, credono che i benefici della democrazia siano connaturati alla natura umana. E che regimi oppressivi come quelli del passato siano impossibili. Errori esiziali. Una delle cause della Seconda Guerra Mondiale, e del suo svolgimento, almeno nella prima parte, è stata la convinzione francese che il mondo non avrebbe mai più voluto combattere una guerra e che le spese per gli armamenti fossero soldi sprecati. Contro la guerra e contro l’oppressione politica non bisogna mai abbassare la vigilanza. 
Se mi si permette un paragone “schifoso”, la democrazia è come la funzione escretiva. Si tratta di qualcosa che puzza, che sporca e che a volte ci crea problemi, ma chi ignora che, senza la funzione escretiva, la morte è assicurata entro breve tempo? Dunque bisogna tenersela cara, curarla e considerarla una cosa necessaria. Non c’è contraddizione fra il massimo rispetto per la democrazia, e la critica anche acerba dei singoli governanti. Quando ci si permette di criticare i massimi politici, quando si chiede di cambiare governo (secondo le leggi), si applicano i principi fondamentali della democrazia. Gli autocrati inamovibili sono la caratteristica delle dittature. 
Per concludere, è inutile chiedermi, come ha fatto qualcuno, di rispettare i governanti, soltanto perché li hanno eletti gli italiani. Io non li destituirei con la forza, se anche lo potessi, ma ho tutto il diritto di considerare l’attuale esecutivo uno dei peggiori che l’Italia abbia avuto. Forse il peggiore. E dunque non lo rispetto. Obbedisco alle sue leggi e di più non mi si può chiedere. 
Per me, a partire da un certo livello di funzioni, il mondo si divide fra coloro che sanno usare i congiuntivi e coloro che li sbagliano.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
 



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POLITICA
29 luglio 2019
L'ORIGINE DEL MALE E IL MANICHEISMO
L’idea che la realtà sia dominata da un Dio buono e da un Dio cattivo, in costante conflitto, è estranea alla mentalità occidentale contemporanea. Dopo quasi duemila anni di Cristianesimo, la convinzione generale è che ci sia un solo Dio, infinitamente buono. Ma questa convinzione lascia scoperto il problema del Male. 
Il Male – sotto forma di sofferenza, malattia, guerra, morte – esiste eccome. E non si capisce come sia sorto, se si pensa che tutto deriva da un Dio infinitamente buono e senza concorrenti. Né più chiaro è come mai Egli permetta che esso dispieghi spesso e incontrastato le sue immense forze. Nel Settecento Voltaire ironizzava pesantemente, ma non senza ragione, sul “Disastro di Lisbona”, cioè sul terremoto che distrusse totalmente la città e i cui enormi danni arrivarono fino in Marocco. Quanto a noi contemporanei, non possiamo non pensare ad Auschwitz e agli altri “mulini” di morte del periodo nazista.
I teologi ovviamente si sono occupati del problema e lo hanno risolto (?) sostenendo che Dio non è colpevole del Male, perché del male sono colpevoli gli uomini, che fanno un cattivo uso del loro libero arbitrio. Dunque della Shoah sono colpevoli i nazisti, non Dio. Ma chi è colpevole del terremoto del 1755 e dell’enorme quantità di morti provocati da quell’evento, bambini inclusi? E ancora: se Dio ha creato gli uomini per farli felici (bonum est diffusivum sui) che bisogno aveva di regalargli il libero arbitrio, col quale potevano mettersi nei guai, come effettivamente hanno fatto? Quale padre, potendolo, non evita di regalare una motocicletta da trecento all’ora ai figli? E un padre onnipotente non approfitterebbe  delle suw capacità per togliere ai figli anche il desiderio, della motocicletta? Ma oggi non è questo il problema che interessa.
Il problema che si vuole discutere qui è se gli uomini pensano veramente, e non soltanto a parole, che ci sia un solo Dio oppure hanno convinzioni simili ai tanti che, nell’antichità, credevano nell’esistenza di un Dio buono e di un Dio cattivo. Fra cui i devoti di Mani.
La prima iconstatazione è che tutti attribuiscono a Dio, manifestando gratitudine, gli eventi positivi che avrebbero potuto essere negativi  e non lo sono stati. Se crolla un ponte su un fiume, e il treno che doveva passarci sopra viene fermato in tempo, si dice che centinaia di passeggeri “non sono morti per miracolo”. E così si attribuisce a Dio l’intervento che ha fermato il treno. Ma se inmvece il disastro si verifica? In questo caso tutti parlano di Malasorte, di Destino, di Sfortuna, e la cosa non ha senso. Perché né l’inesistente Destino, né l’inesistente Malasorte hanno voluto la morte di quei passeggeri. E chi l’ha voluta, allora? 
Le conseguenze di una possibile risposta a questa domanda sono tutt’altro che trascurabili. Infatti, se si dice che il ponte è crollato a causa della sua vetustà o della sua cattiva manutenzione, se cioè si mette in gioco la causalità materiale, è facile riconoscere che anche l’albero caduto sulla via ferroviaria, fermando il treno prima che arrivasse sul ponte, è caduto per la stessa causa materiale e non per miracolo. E se invece si insiste a dire che gli avvenimenti positivi (lo scampato pericolo del treno, la guarigione da un cancro, la pioggia che salva dalla siccità e mille eventi di questo genere) si sono verificati per miracolo, è segno che , quando non si verificano, Dio non è intervenuto. Forse non poteva intervenire. O infine il Dio del Male è stato più forte di lui. 
Malgrado il monoteismo ereditato dall’ebraismo, l’esigenza di ipostatizzare il Male facendone un soggetto attivo è stata tanto forte da creare la figura di Satana, del Maligno, del Diavolo. Ora, a parte che non si vede che cosa gliene venga, al Diavolo, dei bambini morti nel terremoto del 1755, se Dio è onnipotente, perché ha tollerato questo antagonista, un antagonista che induce al male coloro che Dio ama e Lui stesso ha creato per avere il piacere di renderli felici?
Nell’antichità tanto i pagani quanto gli ebrei e i cristiani ipotizzavano delle divinità facili alla collera. Le violenze degli dei greci non si contano. Le Dieci Piaghe d’Egitto, l’annegamento dell’intero esercito egiziano nel Mar Rosso, la distruzione di Sodoma e Gomorra, ci parlano di un Dio (quello nostro) che non sarebbe alieno dal punire gli uomini senza distinguere i colpevoli dagli innocenti. Ovviamente tutto ciò è assolutamente contrario alla sensibilità contemporanea, ed oggi nessuno osa far risalire a Dio un evento immenso e tragicamente negativo come l’epidemia di “Spagnola”. Ma questo aver tolto l’influenza negativa di Dio sulla Terra ha contemporaneamente lasciato scoperto il lato negativo della realtà, e la gente lo riempie come può. 
Qualcuno pensa che Dio non può tutto. Qualcun altro dice “che ha le sue ragioni” (quali, se si pensa ad Auschwitz?). Qualcuno afferma pensoso che se Dio non è intervenuto non ha inteso intervenire, ma allora a che serve il fatto che sia buono? E a che serve che lo si preghi, se poi tutto sembra abbandonato all’inesorabile legge di causalità?
Forse i manichei non avevano tutti i torti. La loro realtà, dal punto di vista teologico, era molto più comprensibile della nostra. Tanto che si potrebbe concludere sostenendo che, se si ha un punto di vista teistico, la soluzione più logica è quella del conflitto fra un Dio buono e un Dio cattivo. Se invece si è atei, basta riconoscere che le cose seguono la legge di causalità. Una legge che niente e nessuno turba: né quando ci favorisce né quando ci uccide. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
29 luglio 2019



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POLITICA
28 luglio 2019
IL SAPORE DELLA DEMOCRAZIA
Il vantaggio di essere vecchi (uno dei tanti, il primo è quello di non essere ancora morti) è la capacità di ricordare non soltanto i fatti del passato ma, per così dire, il loro sapore. E questo può essere molto utile.
Dall’unità d’Italia fino al fascismo la grande massa del popolo non era molto informata e in buona misura non era nemmeno alfabetizzata. Pochissimi leggevano i giornali e pochissimi seguivano seriamente la vita politica. Si sapeva che a Roma c’era un Parlamento, che votando vi si mandavano dei deputati e dei senatori, ma per così dire non molto di più. La politica si faceva a Roma e nell’immensa periferia se ne subivano soltanto gli effetti.
La democrazia era dunque veramente “rappresentativa”, nel senso che i votanti  per la maggior parte, non avevano un’idea esatta di ciò di cui si occupava il governo. Essi speravano soltanto che i personaggi che avevano contribuito a mandare a Roma si comportassero bene e facessero i loro interessi. 
In realtà la politica era quella di sempre, e rimaneva valida la massima di Bismarck secondo cui: “Quanto meno la gente sa di come si fanno le leggi e le salsicce, tanto meglio dorme”. Ma apparentemente i parlamentari e i ministri sembravano superiormente competenti, dotati di un potere grandissimo e presumibilmente ben preparati a gestirlo.
La sensazione che abbiamo oggi, in Italia, è del tutto diversa, se non opposta. La democrazia è tanto poco rappresentativa, che molti credono possibile, anzi normale, che si passi alla democrazia diretta. L’intero popolo, magari via internet, deciderà quali leggi approvare e quali respingere. E poiché il popolo non è affatto qualificato a discutere seriamente di diritto, di economia, di trattati internazionali e via dicendo, di fatto la politica è invasa da un vociare confuso in cui si colgono occasionalmente slogan, insulti, semplificazioni da accapponare la pelle, grida di odio, e proposte demenziali. Insomma ogni sorta di enormità che può uscire dalla bocca di un ignorante maleducato.
Come non bastasse, la distanza fra i rappresentanti e i rappresentati si è annullata. Vedendo tutti i giorni personaggi come Salvini e Di Maio in televisione, la maggior parte della gente li “incontra” più spesso dei vicini di pianerottolo. Nessuna aura di autorità o di diversità li circonda. Sono proprio come noi e non migliori di noi. Dunque possiamo inveire contro di loro se ci sono antipatici, o possiamo approvarli con un “like” se proclamano gli stessi slogan sommari che usiamo noi al bar. 
Il politico di massimo successo del momento, Matteo Salvini, è tanto volenterosamente inserito in questa corrente, da vestirsi come i ragazzacci, da parlare in maniera volgare, non rifuggendo né dal turpiloquio né dalle più becere semplificazioni. Non è il leader illuminato che guida verso il meglio il vascello del Paese, è il capo della claque cui indica di volta in volta se deve gridare osanna o crucifige.
A questo punto, stranamente, si è manifestato un chiaro sentimento di “già visto” (non dico déjà vu perché, visto come lo pronunciano, significherebbe “già voi”). La tecnologia ci ha resi tutti visibili e compresenti, e la nostra democrazia è passata da rappresentativa a diretta. È come se fossimo in piazza, ad Atene, nel V Secolo a.C. E forse è anche peggio. Infatti ad Atene non contavano le donne (assenti), gli schiavi, e i cittadini del contado che, non avendo tempo o interesse a fare chilometri per partecipare alle assemblee, rimanevano a casa loro. Dunque, già allora, non si tratta di tutti i cittadini, ma di una parte di loro, la più informata. Mentre nella nostra democrazia veramente tutti possiamo prendere la parola, sia sparando una sciocchezza su qualche social forum, sia disseminando “like” o “dislike” a destra e a manca.
E a questo punto si vede quante sciocchezze può decidere un’assemblea popolare, quante ingiustizie può perpetrare (per esempio con l’ostracismo), arrivando persino ad applaudire una guerra demenziale e totalmente ingiustificata come quella contro Siracusa. Una spedizione che si è conclusa col massimo disastro subito da Atene. Una disfatta che probabilmente ha più che propiziato la sconfitta nella Guerra contro Sparta. Un’assemblea tanto sconsiderata da essere riuscita a fornire a un figlio di buona donna come Alcibiade sufficienti giustificazioni per tradire la sua patria e collaborare – oh quanto efficacemente – col nemico. 
La democrazia diretta – a parte la grande conquista della libertà - non può vantare grandi successi. E la nostra presenta svantaggi persino in confronto a quella greca. Ad Atene si discuteva in pubblico, e non a base di slogan. L’oratore cercava di convincere i concittadini a seguirlo e aveva il tempo di esporre compiutamente la sua idea. Nella sbrigativa, televisiva, internettiana Italia attuale, bisogna esporre la propria idea con pochissime parole, più o meno quante ne consente un forum. Tempo fa ce n’era uno – forse c’è ancora – che imponeva di condensare il proprio pensiero in 150 caratteri o giù di lì. Si tenga presente che l’Ave Maria supera i duecento. Poi, se si parla, non si riescono ad allineare due frasi, che già si è interrotti da qualcuno, che si sovrappone e non per dire una parola o due, ma tutto un discorso. Che nessuno capisce.
Ecco ciò che disorienta tanti anziani cittadini. Siamo stati educati nella democrazia rappresentativa, un mondo in cui chiunque avesse soltanto rischiato di sbagliare un congiuntivo avrebbe fatto meglio a cambiare mestiere, e ci troviamo improvvisamente a vivere nell’Atene di venticinque secoli fa. Anzi, in un ambiente più selvaggio. Allora non c’erano né microfoni né amplificatori e se Pericle poteva far sentire il suo parere, era perché, mentre lui parlava, centinaia o migliaia di cittadini stavano zitti. Se lo sarebbe potuto permettere, oggi? Vittorio Sgarbi, se fosse stato di parere diverso, gli avrebbe permesso di completare il suo discorso?
Siamo passati dalla democrazia, governo del popolo, all’oclocrazia, governo della plebe. E a questo punto non dovremo più stupirci di nulla. Nemmeno di finire schiavi nelle latomie.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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27 luglio 2019
QUALCUNO È - O FA - IL PAZZO
Un tempo, molti decenni fa, c’è stato nel cinema un topos, cioè un soggetto ricorrente: A cerca di far impazzire B inducendolo a credere che non percepisce correttamente la realtà, mentre è A che scientemente la falsifica. Indimenticabile, al riguardo, il film “Angoscia”, del 1944. Un compassato Charles Boyer usa questo trucco per spingere Ingrid Bergman ad ammettere di essere demente. Lei (invento, naturalmente) ha posato un dato oggetto su un mobile? E quando va a riprenderlo non c’è più. “Tu non l’hai affatto messo lì. Io ero qui, l’avrei visto. Proprio non sai più quello che fai”, dice il marito, che l’ha messo altrove. Il film era tanto in linea col suo titolo da risultare indimenticabile.
Qualcosa del genere si è avuto più tardi con “Les Diaboliques”, di Henri-Georges Clouzot, o con quei film in cui qualcuno scompariva, e tutti dicevano che non era mai esistito. Ricordo in particolare un film in cui una coppia sale su una nave da crociera, il marito scompare e tutto l’equipaggio insiste a dire alla moglie che si è imbarcata da sola. La spiegazione, alla fine, era che l’uomo aveva manifestato i sintomi di una malattia pericolosissima e contagiosissima e l’equipaggio non aveva voluto allarmare gli altri passeggeri (e annullare la crociera). Per non dire che in questo campo c’è un precedente famoso ne “La vida es sueño” di Calderón de la Barca. Anche se qui lo scopo della finzione è tutt’altro.
Se tornano in mente simili vecchie trame è perché la realtà che abbiamo sotto gli occhi è talmente diversa da ciò che crederemmo normale che più d’uno è indotto a chiedersi: “Sono pazzo io o sono pazzi loro?”
Per esempio, Matteo Salvini e Luigi Di Maio si scambiano una tale quantità di insulti ed accuse che nasce il dubbio: “Sono sinceri quando sono nemici (e allora perché non si separano?) o sono sinceri quando si rappacificano (e allora che cosa ottengono, trasformando la vita del governo in una costante pagliacciata?)” Né sono rassicuranti parecchi altri personaggi. Il Presidente Conte, per esempio, è una comparsa che cerca di passare per un protagonista o ha qualche asso nella manica che io non ho visto? È uno che ha il potere di decidere, o è uno le cui parole, come affermato recentemente da Salvini, “contano meno di zero”?
E c’è di peggio. Salvini continua a parlare di un taglio delle tasse che alle persone sane di mente (o che si reputano tali) appare del tutto impossibile. Non ci sono i soldi per evitare che ci sequestrino la casa (leggi Iva al 25%) e lui sogna di comprare una Rolls Royce perché l’ha promessa ai suoi figli? Con quale coraggio ipotizza ancora spese in deficit, quando il debito pubblico – come ammoniscono le agenzie di rating - rischia di farci andare a fondo senza ulteriori incoraggiamenti? È pazzo lui o sono pazzo io? Oppure la verità è che lui scherza ed io sono tanto imbecille da non capire che ci ta soltanto prendendo per i fondelli? E il ministro Tria, che pure dicono sia una persona seria, con quale coraggio rimane al suo posto? Si ripromette di mandare tutti al diavolo, al momento opportuno, oppure conta di cedere su tutta la linea, e che importa se l’Italia affonda nel Mediterraneo? Ormai bisogna aspettarsi di tutto.
Ecco la mia personale soluzione per tutti questi interrogativi. Io non sono pazzo. Se qualcuno dice e fa pazzie, non sono io. E se questi attori sul proscenio non sono pazzi, è segno che fingono. E io sarei uno sciocco a prenderli sul serio. Dunque aspettiamo di vederli sbattere contro la realtà, come è già avvenuto col TAV. Con la differenza che il TAV era già votato e finanziato, mentre la flat tax, e le tante altre spese di cui si straparla, l’Italia non può permettersele. Soltanto provarci potrebbe provocare una catastrofe. Ma poi, se non sappiamo come disinnescare il diabolico aumento dell’Iva, cui ci siamo solennemente impegnati per iscritto; se nessuno sa dire dove e come trovare ventitré miliardi soltanto per questo, con quale audacia si può bestemmiare pronunciando ancora la parola deficit? Ma già, i pazzi non la pagano nemmeno quando uccidono.
Non essendo in grado di trovare una soluzione per la mia patria, mi chiudo nella torre dello stoicismo. Mi tengo stretto il mio buon senso, le mie evidenze, la mia Tavola Pitagorica, e tutto ciò mi permette di porre la vicenda politica attuale nell’ambito del Teatro dell’Assurdo. Male che vada, avrò preservato la mia integrità mentale dagli Charles Boyer del momento.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      27 luglio 2019



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POLITICA
25 luglio 2019
IL PERICOLO DELLA NOIA
A Roma ci sono giornalisti chiamati “retroscenisti”. Professionisti specializzati nel fiutare l’aria, riferire dicerie, ottenere anonime confidenze, origliare alle porte e rivelare segreti. Ovviamente chi, come me, scrive leggiucchiando distrattamente qualche giornale, dispone di una quantità molto inferiore di informazioni. E tuttavia risiedere altrove, e perfino occuparsi d’altro, può non essere uno svantaggio: infatti l’insufficiente specializzazione, se non ci permette di cogliere il particolare insignificante, ci spinge tuttavia a non perdere di vista ciò che è evidente.
C’è un bellissimo proverbio che insegna: “if all you have is a hammer, everything looks like a nail”, se tutto ciò che avete è un martello, tutto sembra un chiodo. Se andate dal neurologo, vi dirà che il malanno è psicosomatico, se andate dal gastroenterologo, penserà per prima cosa alla vostra digestione, e via dicendo. Ecco perché non bisognerebbe disprezzare il medico generico. Se è bravo, nei casi difficili vi manderà dallo specialista giusto, invece di vedervi già come un chiodo.
Per quanto mi riguarda, pur essendo disposto sia ad ammettere che mi sbagli, sia a riconoscere una migliore verità, devo dire che su Giuseppe Conte non ho cambiato opinione. L’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri recentemente ha più volte fatto la voce grossa e molti commentatori gli hanno attribuito un maggiore peso, una maggiore autorità. Qualcuno ne ha addirittura parlato come uno dei vertici del poligono del potere. E tuttavia per me rimane un nessuno. Non per disprezzo, e neppure per antipatia: semplicemente perché non sono cambiati i dati di fatto della situazione. 
Mentre molti hanno l’impressione che il suo potere sia enormemente aumentato, a me sembra che sia enormemente aumentata, rispetto a qualche mese fa, la sua capacità di darla a bere. I giornalisti sono capaci di essere impressionati dalle parole e dagli atteggiamenti di questo personaggio, mentre io continuo a chiedere “where is the beef?”, dov’è la sostanza? Di quali strumenti negoziali dispone, Conte? Quale danno può provocare, quale bene può salvare, con le sue sole forze? L’unico serio potere che ha è quello di dimettersi, ma proprio di questo non ha voglia. Dunque?
Prendiamo il più recente esempio. Sono passate soltanto poche ore da quando il Presidente Conte ha detto che il Tav si farà. Ha anche precisato che costerebbe più non farlo che farlo e il M5s, o più esattamente l’ala più oltranzista di esso, seguita anche da Luigi Di Maio, si è stracciata le vesti. “Noi ci opporremo fino alla fine. Ci batteremo, a morte. Ci piegheremo soltanto dinanzi al Parlamento”, come se non sapessero da sempre che il Parlamento, Lega inclusa, è risolutamente pro Tav. 
Qualcuno potrebbe dire: “Avete visto quanto è coraggioso Conte? Ha tagliato la testa al toro, senza neppure avere paura dei Cinque Stelle, che pure gli hanno offerto la poltrona su cui è seduto”. Ma tutto questo è da ingenui. Da sempre i competenti sanno che il Tav si farà, perché è impossibile evitarlo, sia per motivi economici, sia per i trattati internazionali, sia infine perché esso dipende da leggi che l’Italia ha già votato, da tempo. Dunque è soltanto successo che - nell’imminenza di una decisione inevitabile, credo per venerdì – Conte ha fatto finta di decidere, e i Cinque Stelle, dopo aver fatto finta di credere che abbia deciso Conte e non loro , fanno finta di opporsi in Parlamento. E – si badi – lo fanno senza sconfessare Conte, che dunque ha giocato sul sicuro. 
Nello stesso modo, è fatua tutta la discussione su Salvini, Savoini, la mozione di sfiducia personale, e tutto il resto della diatriba. I motivi di indegnità o le accuse di tradimento hanno effetto quando si ha la voglia e la possibilità di far cadere il governo. Se invece si ha interesse a mantenerlo in piedi, si è disposti ad accogliere fra i colleghi, in Senato, il cavallo di Caligola. I francesi dicono che chi vuole annegare il suo cane lo accusa di avere la peste, ma la peste, che sia reale o immaginaria, è meno importante della volontà di annegare la povera bestia. Nello stesso modo, per il nostro governo, si ha un bel gridare ogni giorno alla crisi inevitabile. La vera risposta al problema potrebbe darla soltanto chi sapesse quali vere ragioni militano a favore della sua persistenza e quali a favore della sua caduta. Una volta saputo quali ragioni pesano di più, conosceremmo l’immediato futuro. Il resto è soltanto noia.
E, a proposito della noia, i giovanotti al governo farebbero bene a rifletterci. Questa non è una passione forte come l’indignazione o un sentimento devastante come l’odio, ma non per questo è meno pericolosa, Qualcuno ha detto che quando la Francia si annoia, fa una rivoluzione. E anche le rivoluzioni partite per ridere possono trasformarsi in eventi epocali. 
A forza di annoiarci con le loro baruffe da bettola (linguaggio da bettola incluso), i signori attualmente al governo potrebbero mettersi nei guai. Coloro che non ne possono più, di loro, oggi sono soltanto alcuni milioni. Ma continuando così potrebbe insorgere una tale massa di cittadini da spazzarli via tutti. L’Italia, per molti decenni, è stata estremamente vischiosa nelle sue preferenze elettorali: ma ora è divenuta addirittura volatile e imprevedibile. Se l’elettorato nel giro di qualche mese ha dimezzato i Cinque Stelle, e moltiplicato per due la Lega, quanto esiterebbe a dimezzare  gli uni e gli altri, e passare a qualcosa di diverso?
Chissà che la voglia di un ritorno al buongusto e alla cultura non possa improvvisamente cambiare il panorama politico.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
23 luglio 2019
FORSE ODOACRE È GIA' A ROMA
Tucidide visse una sessantina d’anni e partecipò alla guerra del Peloponneso, durata più di vdue decenni. Anzi, su di essa scrisse un libro tanto apprezzato e mirabile, da farlo definire “il padre della storia”. Titolo che nessuno mai gli ha contestato. Ma se Tucidide fosse nato in Italia, nel 1950, che cosa avrebbe potuto raccontare, di interessante? 
Questo concetto è stato esposto al grande pubblico dal personaggio impersonato da Orson Welles nel mai dimenticato film “Il terzo uomo”, di grande successo nel 1949. Welles dice al coprotagonista Joseph Cotten che in Italia, nel Cinquecento, non si contarono i complotti, i tradimenti, gli assassini e ogni sorta di nefandezza. E in quel tempo l’Italia ebbe il Rinascimento, mentre la Svizzera rimase in pace e che cosa inventò? L’orologio a cucù.
Non mancò  chi fece notare che l’orologio a cucù fu inventato in Germania, ma il concetto è entrato nella mente di tutti. La pace è la cosa migliore che si possa desiderare, e non stupisce che quella parola entri nel saluto arabo (Salam) ed ebraico (Shalom). Ma, vista la penuria di avvenimenti appassionanti, non è il miglior soggetto per un racconto. 
Ciò anche per un altro motivo: alla gente, quando mancano i grandi fatti, i piccoli fatti sembrano grandi. Col risultato che i giornali scritti o parlati sono pieni di notizie futili, fatterelli che saranno certamente dimenticati fra qualche mese o al massimo qualche anno. Chi si è nutrito di storia distingue benissimo ciò che è importante da ciò che non lo è. Sicché la cronaca di un Paese di serie B come l’Italia risulta di una noia mortale.
Persino un avvenimento di valore epocale – per esempio la caduta dell’Impero Romano d’Occidente – può divenire noioso e insignificante, se si svolge tanto al rallentatore, da diventare impercettibile. Noi costringiamo (più esattamente, “lostringevamo”) gli studenti ad imparare a memoria la data di questo avvenimento , ma coloro che abitavano a Roma nel 476 d.C. probabilmente avranno preso l’arrivo di Odoacre come un fatto da mettere nel mazzo, col resto dei passaggi di quell’interminabile decadenza. 
Qualcosa del genere avviene per l’economia italiana, la cui degenerazione è inarrestabile. Sembra un tumore maligno, ribelle ad ogni cura, di cui il corpo non muore nel giro di un paio di mesi ma soffre, ogni giorno peggiorando un poco, per anni.  Sicché ci si stanca di parlarne. E se un giorno l’organismo dovesse crollare, il commento, a proposito del defunto, sarebbe più o meno una scrollata di spalle: “Si sapeva che era malato”.
Ma l’Italia non morirà. È sopravvissuta a oltre due millenni e mezzo di malgoverno, figurarsi se non supererà un momentaneo ritorno all’età della pietra economica. Ce l’ha fatta l’Argentina, ce la faremo anche noi. Ma nell’attesa, benché l’ascesso al molare ci faccia soffrire, e benché sappiamo che l’estrazione ci farà molto male malgrado l’anestesia, non ci rimane che sfogliare qualche vecchia rivista che mai compreremmo in edicola. Tanto, per quanto noiosa,  è sempre meno noiosa, e comunque meno irritante, della politica attuale.
Leggevo recentemente che Galli Della Loggia ha perso la voglia di parlare di politica. E dire che è il suo mestiere. Forse – e non potremmo dargli torto – non riesce a riconoscere nel teatrino romano ciò che ha conosciuto nei libri. A Roma non stanno facendo la storia, la stanno subendo. L’alternativa è entrare nella rissa da comari, ma alcuni non ne hanno il temperamento, oppure parlarne come fosse una cosa seria, col rischio che si arrivi ad un imprevisto effetto di Batracomiomachia. Certo, si potrebbe ancora scherzarci su, per chi ne è capace. Ma chi, malgrado tutto, ama il suo Paese, può avere difficoltà a ridere, quando ha voglia di piangere.
Proviamo dunque a goderci questo tempo di pace. Se non possiamo farlo apprezzando ciò che esso ci offre di positivo, dal momento che ci offre così poco, possiamo farlo pensando a quanto di negativo non ci infligge. Per esempio la ragionevole certezza che moriremo in un letto, e non sotto le macerie di una casa bombardata. Bisogna sapersene contentare.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 luglio 2019



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POLITICA
21 luglio 2019
LA CRISI A SORPRESA
L’immensa noia che provocano le baruffe tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il tedio mortale del solito dilemma, se il governo cada e quando, non impediscono che questi argomenti rimangano importanti. Se si trattasse di affari loro, non ce ne occuperemmo più di quanto ci occupiamo delle vicende matrimoniali dei divi di Hollywood. Ma si tratta di affari nostri, delle nostre vite. E in fin dei conti può far rabbia che non se ne venga a capo. Arrivando alla fine a pensare che questi giovanotti dimostrino una totale indifferenza per i nostri sentimenti e perfino per le possibili conseguenze in Borsa. Esiste persino la possibilità che ci facciano continuamente preoccupare pur essendo perfettamente risoluti a non mollare l’osso: la crisi non ci sarà.
Ma ecco in questo campo anche l’esperienza ha da dire la sua. Giocare all’incidente è pericoloso, anche quando si è dei professionisti del rischio. Stiamo parlando degli stuntmen, cioè di coloro che in italiano (lingua morta) una volta si chiamavano cascatori. Questi coraggiosi giovani realizzano per lo schermo quei salti, quelle passeggiate sui cornicioni, quelle cadute da cavallo, insomma affrontano tutti quei pericoli che gli attori – persone normali – non potrebbero mai permettersi. Naturalmente gli stuntmen sono grandi atleti, allenati e capaci di prodezze da far rizzare i capelli in testa, e tuttavia la scena che più temono è quella che a noi spettatori può parere banale, perché l’abbiamo vista mille volte: quella di un uomo che, per qualsivoglia ragione, è avvolto dalle fiamme. Perché anche se il cascatore è adeguatamente vestito per resistere a quell’inferno, anche se la scena dura pochi secondi, anche se tutti stanno intorno con gli estintori per spegnere le fiamme nel tempo stabilito, si sa che un incidente si può sempre avere, e scherzare col fuoco si conclude con la morte dell’incauto. La morale della favola è che, quando si pensa che si è calcolato il pericolo al cento per cento, poi si può scoprire che esso era del centodieci per cento, con conseguenze fatali.
I nostri eroi al governo, quand’anche avessero messo in conto di darsi schiaffi e sberle da Commedia dell’Arte, e perfino ginocchiate finte da “wrestling” (lotta libera, per gli attardati) non dovrebbero ignorare che, se si gioca con i pugni, c’è caso che scappi un pugno vero, con vero naso rotto. Loro giocano alla lite e alla rottura, e una volta o l’altra la rottura si potrà provocare senza che loro l’abbiano voluta, non per quel giorno, comunque. È così che vanno le cose nella vita. L’imprevisto è sempre in agguato. Avevo un amico che guidava in modo spericolato, persino per me, che al volante non sono mai stato un agnello. Eppure non ricordo che abbia avuto un incidente. Un giorno invece, mentre ritto su uno spuntone di roccia, guardava dall’alto il panorama della Valle del Bove, sull’Etna, la roccia – evidentemente friabile – ha ceduto, lui ha sbattuto la testa ed è morto. Così, assurdamente. Cadendo dai suoi piedi. Figurarsi se rimane vero che chi semina vento raccoglie tempesta.
Dunque, crisi sì, crisi no? Noi non lo sappiamo. Probabilmente non lo sanno nemmeno loro. E non lo sa nemmeno il destino, per l’ottima ragione che non esiste. Così continuiamo a navigare a vista. Mentre quelli che dovrebbero reggere il timone giocano a carte, litigando continuamente, certi come sono che è importante sapere solo chi vincerà la partita a scopone, e non dove andrà a sbattere la barca.
Ovviamente se ne potrebbe concludere che Salvini, Di Maio, e tutti i loro soci, sono degli irresponsabili. Ma non per questo abbiamo il diritto di disprezzarli o rimproverarli. Infatti non sono più colpevoli di coloro che li hanno eletti. Se l’Italia ha potuto votare al 32,7% per il Movimento 5 Stelle, è segno che merita  ministri come Bonafede o Toninelli.
Molta gente è convinta che votare non serve a niente. Perché il voto non cambia la politica. In questo milioni di persone hanno ragione: nel senso che da anni non vedono un vero statista, qualcuno che sappia finalmente rimettere l’Italia in carreggiata, liberando le sue forze represse o anchilosate. Ma il fatto che non è apparso un genio della chirurgia, non ci autorizzava ad affidarci ai guaritori. E se lo facciamo, poi dobbiamo prendercela con noi stessi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 luglio 2019
P.S. Oggi, sul “Corriere della Sera”, un articolo di Giuseppe Conte sul problema dell’autonomia delle regioni del Nord Italia. Se esprime l’opinione sua, non conta più di della mia. Dunque non leggerò l’articolo. Se esprime l’opinione dei Cinque Stelle, che potrebbero votare sì o no, perché non lascia scrivere l’articolo a Luigi Di Maio? È vero che neanche in quel caso lo leggerei, ma almeno sarebbe colpa mia.
G.P.



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POLITICA
20 luglio 2019
LA PERCEZIONE DELLA BELLEZZA
Molti pensano che la bellezza sia qualcosa di oggettivo. Pensano che una cima di montagna innevata sullo sfondo di un cielo aggressivamente blu o un tramonto fiammeggiante e drammatico sono cose che saranno trovate belle da chiunque. Perché effettivamente lo sono. Ed è un errore. Come un cieco non può apprezzare un quadro,  nello stesso modo non può apprezzarlo chi non è stato educato a capire l’arte. Il primo è un cieco fisiologico, il secondo un cieco funzionale, in materia di pittura. Nello stesso modo, se per alcuni un concerto per violino e archi di Bach è un godimento supremo, per altri è soltanto rumore. Fastidioso per giunta. Sicché diviene inutile chiedere se quelle cose siano oggettivamente belle o no. La bellezza non esiste in natura, come non esiste l’umorismo. La bellezza esiste quando si incontrano qualcosa che i competenti giudicano “bello” e una persona capace di apprezzarla. Di oggettivo non c’è molto.
A questo punto sarebbe facile concludere che ci sono i fortunati che percepiscono la bellezza, e gli sfortunati (o ignoranti che sia) che non la percepiscono. In realtà neanche questo è vero. Perché l’educazione alla bellezza (o all’intelligenza, che è per così dire la bellezza del pensiero) si trasforma in una sorta di pantografo, o di lente d’ingrandimento, per cui si gode di più se c’è da godere, ma si soffre di più se c’è da soffrire. Chi è sordo alla musica non godrà e non soffrirà né se è costretto ad ascoltare Mozart o gli Heavy Metal, mentre l’innamorato di musica classica, condannato ad ascoltare gli Heavy Metal, potrebbe arrivare alla depressione.
I veri fortunati sono coloro che hanno la sensibilità per la bellezza, e che hanno sia l’occasione di godere di questa bellezza, sia il modo di sfuggire alla corrispondente bruttezza. E la condizione non è sempre facile da realizzare. Chi privatamente fosse un grande competente di musica di Mozart, ma lavorasse come cassiere in un supermercato, potrebbe essere costretto ad ascoltare musica pop da mane a sera, avendo come unica tregua gli avvisi commerciali o i messaggi per i commessi.
E tuttavia si può trarre da tutto quanto precede una deduzione significativa. Se non si ha l’occasione di apprezzare la bellezza, passi. Ma se si ha l’occasione di imparare ad apprezzarla, e si ha una ragionevole possibilità di evitare la corrispondente bruttezza, è un immenso spreco non approfittare di quel godimento.
Prendiamo la musica, che è un buon esempio perché la si può ascoltare a casa propria e non è difficile evitare la non-musica. Ciò posto, tutti coloro che non capiscono la musica classica, che sono fermi al tam tam della giungla, cioè alle canzoni contemporanee, e ai “concerti” che attirano decine di migliaia di sordi musicali, non hanno nemmeno idea di che cosa perdono. Si beano di un acquario con i pesci rossi e ignorano che esiste l’oceano.
Nella scala di chi comprende la grande musica classica strumentale, la cosiddetta musica che piace ai giovani si pone più o meno come lo scarabocchio di un bambino su un muro rispetto a un quadro di Vermeer. Ma non c’è modo di spiegare a chi non ne ha neppure l’idea che, al di là dello strepito metallico di pessime chitarre elettriche c’è un mondo di armonie, di contrappunti, di ritmi, una varietà infinita di espressioni. Più o meno quante ne permette il linguaggio umano. E molti è come se non andassero oltre “La vispa Teresa”. 
Anche nel campo della bellezza del pensiero ci sono grandi spazi di cui molti non hanno nemmeno idea. Anche se è vero che, in materia, se non si è avuta la fortuna di avere seguito in gioventù solidi studi classici, si parte oggettivamente – e forse invincibilmente – svantaggiati. Per fornire un esempio, tutti ci occupiamo di morale, dalla mattina alla sera, quando condanniamo o approviamo i comportamenti del prossimo, o i nostri stessi comportamenti. E lo facciamo sulla base di principi che, in generale, condividiamo con gli altri. Sono i costumi del nostro tempo, i nostri mores, parola da cui deriva morale. Ma è lo studio della storia e della filosofia che insegnano quanto quei mores siano discutibili, come siamo annegati nel nostro condizionamento e come possiamo liberarcene.  
Quando ho letto Nietzsche è stato come se qualcosa mi fosse esploso in mente. Non che approvassi tutte le sue idee, lungi da ciò, ma la sua capacità di analisi e di contestazione dell’ovvio mi fecero capire che, per anni, ero stato immerso nel “sonno dogmatico” di cui parlava Kant. In un paio di righe isolate, Nietzsche spara questo interrogativo: “Fin dove osi pensare?” Ed io mi sono accorto che, fino ad allora, non avevo osato abbastanza. In questo aprirsi dei cieli della libertà e dell’intelligenza, non c’è una suprema bellezza intellettuale? E non è da compiangere, chi non ha mai avuto queste emozioni?
Certo, a questo punto l’inevitabile contatto con la stupidità ci farà soffrire anche di più, ma forse possiamo imparare la tolleranza e la comprensione del prossimo, pensando che noi stessi siamo stati addormentati per parecchio tempo. E soprattutto che il primo valore, nell’esistenza, non è né la bellezza né l’intelligenza, ma l’amore. E l’amore ce lo può dare anche uno stupido. O un cane. E anche al cane bisogna dire grazie.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 luglio 2019 



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POLITICA
19 luglio 2019
CAMILLERI
De mortuis nil nisi bonum, dei morti non si dovrebbe dire nulla, a parte i loro meriti. Ma grazie al cielo il latino non è più di moda e dunque di Andrea Camilleri posso parlare in tutta franchezza. Anche perché i suoi meriti sono numerosi (e oggettivamente preponderanti) mentre le mie critiche sono forse soltanto personali, frutto di idiosincrasie che gli altri possono benissimo non condividere.
Il primo merito di Camilleri è il successo. L’Italia ha un esercito di scrittori che sono tali solo per sé stessi e per i loro intimi. Uomini e donne che, sperando in un miracolo, hanno pubblicato, a loro spese e presso un editore sconosciuto, tremila copie di un libro che nessuno ha comprato. La qualifica di scrittore suscita ormai, in primo luogo, un moto d’ironia. E, proprio per questo, dinanzi a qualcuno che ha venduto milioni di copie, abbiamo non il diritto, ma il dovere di gridare: “Signori, finalmente un vero scrittore!” 
E non si tratta soltanto di un exploit statistico o finanziario. Se si ottiene un tale successo, è segno che si è risposto ad un’esigenza del grande pubblico Si è indovinata la temperie del tempo. Si è prodotto ciò che la gente aspettava. Dunque, tanto di cappello a Camilleri. La prima qualità di uno scrittore è avere dei lettori.
Detto questo, debbo però dire che, quando c’è una puntata del Commissario Montalbano, lascio la stanza. Grazie al cielo abbiamo più di un televisore, e una caterva di libri che non ho ancora letto. Il mondo di Camilleri mi irrita al di là del sopportabile.
Innanzi tutto non ne sopporto la lingua. Camilleri che, nel recente monologo televisivo su Tiresia, si è mostrato uomo di grande cultura e di grande sensibilità artistica, per Montalbano ha inventato un gergo che non è né italiano né siciliano, né siciliano arcaico né siciliano moderno. Una lingua ammiccante e inverosimile, in cui persone che riescono a parlare di problemi psicologici o legali, poi chiamano “picciotta” una giovane donna che nella Sicilia di oggi tutti chiamerebbero ragazza o, volendo proprio parlare in dialetto, “carusa”. Per me l’effetto “colore locale” va completamente perso, proprio perché quella lingua non è parlata né in Italia né in Sicilia. 
Altro difetto del mondo di Montalbano è lo sfondo. Da un lato il regista sceglie scorci monumentali da lasciare abbagliati per la loro bellezza, dall’altro li mostra costantemente deserti, come se fossero fondali e non posti in cui vive una brulicante umanità. Confesso che, da siciliano, pur conoscendo Modica, Noto ed altri bei posti, ignoravo che nel sud-est della Sicilia ci fosse tanta bellezza. Da rimanere a bocca aperta. Purtroppo questa bellezza diviene patinata, da dépliant turistico, talmente è priva di umanità. Anche se sarei contento se, nell’ora di punta, potessi andare in auto come si procede a Vigata, a tutte le ore. E invece a Palermo, mi dicono, si ha la più bassa velocità media urbana delle grandi città italiane. Ma forse Palermo non è in Sicilia.
Altro difetto insopportabile: le macchiette. Con quale coraggio Camilleri ha potuto creare un personaggio come Tatarella? Assurdo, ridicolo persino nel suo simil-falsetto, imbecille, e inoltre ripetitivo nelle gag (la porta che sbatte) e negli stilemi,“(di persona personalmente”)? Da abile conoscitore del pubblico meno raffinato, Camilleri sa che esso è felice quando può prevedere la scena seguente, e dunque è disposto a sorridere per l’ennesima volta. Ma una persona che ha un minimo di gusto non può non sentirsi provocata. Questo è basso populismo artistico. La casalinga di Vigevano, o – se è per questo – di Vigata, sarà contenta di sapere in anticipo che il medico legale (buonanima, purtroppo) accoglierà Montalbano trattandolo da seccatore e parlandogli dei suoi “cabasisi”, ma lo spettatore normale ha quasi voglia di dire al regista: “Sì, ma ora basta”.
Avendo esattamente compreso il livello del pubblico televisivo, o dei suoi lettori, Camilleri non rifugge dagli stereotipi. Così ripete l’eterno topos dei superiori emeriti imbecilli. Certo, così si accarezza secondo il verso del pelo l’esercito degli inferiori frustrati, ma si offende la verità. Fra i superiori ci sono dei cretini, ma che cosa prova che la loro percentuale sia superiore a quella degli inferiori?
 Perfino qualche strizzata d’occhio allo spettatore, quando si vuol mostrare un Montalbano pressoché ecologico, diviene una stonatura. Gli si attribuisce una casa così vicina al mare da poterla usare come cabina balneare. Quella terrazza non è poetica, è ciò che meglio corrisponde all’idea platonica di abusivismo edilizio. 
E questo non è il peggio. Il peggio sono le donne. Camilleri le vede come le vedeva un giovanotto siciliano negli Anni Trenta del secolo scorso. Esse sono soltanto di due categorie: o giovani procaci, che fanno pensare soltanto al sesso, o anziane e grasse massaie intente a cucinare. Le uniche due attività per le quali, a parere di Camilleri, perfino un cervello femminile è sufficiente. E questo stereotipo è talmente possente che persino quando deve creare per Montalbano una fidanzata, Camilleri – da quel provinciale che forse è rimasto – ne fa una ragazza del nord. Ma neanche lei sfugge alla regola: infatti è una perfetta oca. Camilleri le donne le ha soltanto sognate. Ma forse i suoi erano incubi. 
La Sicilia che si rappresenta è vagamente ottocentesca, e nondimeno tutte le donne sono sottoposte al fascino irresistibile di Montalbano. Anche se poi lui non si comporta come James Bond (andiamo, siamo pur sempre a Vigata!). Si vede chiaramente che Camilleri, proiettivamente, vorrebbe avere il fascino di ambedue questi investigatori, l’elegantissimo Sean Connery e il tarchiato ma virilissimo Zingaretti.
In conclusione, Camilleri è stato un grande scrittore popolare, molto abile e per questo da stimare. Basti pensare a quanti farebbero carte false per avere la metà del suo successo. Ma rimpiangerlo come un grande artista, chiamarlo maestro, parlarne quasi come di una perdita irreparabile della nostra letteratura, questo no. Non bisogna renderlo ridicolo con lodi sproporzionate. Non è rispettoso.
È vero, io non l’ho avuto in simpatia. Ma quando ho saputo che aveva perso la vista, ne sono stato addolorato. E il suo monologo su Tiresia, quell’altro grande cieco, mi ha toccato profondamente. Perché Camilleri, se non fu un grande artista, certo fu un uomo sensibile, aperto ai sentimenti e ai colori del mondo. E questi ultimi infine gli furono negati.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
19 luglio 2019



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POLITICA
19 luglio 2019
OMICIDIO D'AMORE
Tema ricorrente: “L’amavo, non mi amava, l’ho uccisa”. Inutile citare casi particolari. È un episodio tanto frequente che anche chi non leggesse i giornali non potrebbe evitare di sentirselo raccontare da quel grande cortile che sono le televisioni.
Benché annegato nel kitsch della cronaca nera, il dolore dell’abbandono da parte della persona amata, soprattutto se improvviso, soprattutto se in favore di una terza persona, è fra le cose più dure da sopportare. Non è un caso se un genio come Shakespeare ha messo questo infortunio fra i cinque o sei che, nel famoso soliloquio, “Essere, o non essere”, fanno mettere in dubbio che valga la pena di continuare a vivere. 
Così è un topos della letteratura criminale quello dell’innamorato abbandonato che non si dà pace, sente la sua vita distrutta e distrugge quella della “colpevole”. La folla potrebbe addirittura farne una speciale fattispecie di omicidio, come ha scioccamente preteso per quello “stradale”. In realtà è forse soltanto un caso psichiatrico. Intendiamoci, non si sta dicendo che l’omicida abbia diritto all’infermità mentale, cioè che  bisognerebbe dichiararlo non colpevole per incapacità di intendere e di volere. Questi assassini – come ormai è di rito dire - “devono marcire in galera”. Ma potrebbe essere interessante capire i loro meccanismi mentali. Anche per parlare in primo luogo a nome dei milioni di esseri umani che hanno fatto questa triste esperienza e non per questo hanno torto un capello a chicchessia. Infatti “The pangs of despriz’d love”, per riprendere il monologo di Amleto, gli spasimi dell’amore non apprezzato possono indurre a gesti estremi ma nelle persone normali non lo fanno. E ciò perché le persone normali capiscono alcune cose elementari, anche se piuttosto dure da ammettere. 
In primo luogo, posso dire: “Io sono mio”, ma lo sono nella misura in cui riesco a dominarmi. Quanto agli altri, non sono miei in nessun caso. Né se lo dico io, né se sono stati tanto pazzi da dirlo loro stessi.  Il fatto che qualcuno, abbandonandoci magari con noncuranza,  ci abbia inferto una coltellata la cui ferita non accenna a rimarginarsi, non ci dà nessun diritto. Nemmeno quello alla protesta. Ognuno è padrone di vivere la propria vita come vuole e del resto, che senso avrebbe piangere, inveire, rivendicare diritti, se è ovvio che l’amore non si può imporre? Si può portare un cavallo all’abbeveratoio, ma non si può costringerlo a bere.
Per molti, il momento in cui sono abbandonati dalla persona di cui credevano di non poter fare a meno è il momento in cui nascono alla vita adulta. Il momento in cui gli diviene finalmente chiaro che sono degli individui  isolati e non parte di un tutto. Non esiste nessun cordone ombelicale. Mamma gatta morirebbe per i suoi cuccioli, ma appena crescono li manda via a sberle, a procurarsi da sé il loro topo. Grande saggezza della natura.
L’evidenza della frontiera fra noi e gli altri; fra ciò che noi sentiamo e ciò che sentono gli altri; fra ciò che è nostro diritto e ciò che è loro diritto, e soprattutto dell’equivalenza di questi diritti, è una conquista dell’età adulta. Il bambino può pensare che, se dà un calcio al papà, questi lo rimprovererà ma certo non gli darà a sua volta un calcio da adulto. Crescendo invece deve imparare che, se provoca un elefante, questo risponderà con una forza da elefante. In tutta legalità. In natura non è prevista nessuna franchigia per l’aggressore.
Purtroppo, chi è stato troppo amato dai suoi genitori, chi è stato viziato, chi ha avuto un’infanzia e un’adolescenza troppo facili, si crea l’idea che la realtà dovrà sempre avere per lui un occhi di riguardo. È capace di dire con infantile, solipsistico egoismo: “Tu sei mio perché a me piace averti”. E non si accorge che questa è una tale colossale stupidaggine che può condurre anche al delitto. Per poi a passare decenni dietro le sbarre, in un posto in cui – finalmente – nessuno avrà per lui speciali riguardi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
18 luglio 2019
SALVINI MINACCIA CONCRETAMENTE LA CRISI
I film d’azione, spesso divertenti scacciapensieri, sono quelli in cui il protagonista, da solo, o al massimo con un paio d’amici, fa un’autentica strage di nemici. Ogni colpo un morto (non un ferito) e presto dei morti si perde il conto. L’esagerazione stessa delle prodezze, l’inverosimiglianza delle dimensioni dell’impresa, fanno sì che il film risulti leggero. I morti del resto sono tutti fatti secchi senza soffrire. Anzi, non sono neppure morti. È chiaro che sono comparse capaci di spettacolari salti all’indietro, dei poveracci amici dei buoni e dei cattivi tutti pagati dallo stesso produttore per mettere su uno spettacolo di marionette. Ci si danno botte da orbi strizzando nel contempo l’occhio allo spettatore, connivente e sorridente.
Nella vita le cose vanno diversamente. Qui a volte si ammazza qualcuno con un pugno, senza neppure volerlo. Per non dire che un solo colpo di pistola provoca un enorme allarme, altro che epiche battaglie con decine e decine di morti.
E c’è di più: perfino le parole pesano più di quanto si pensi.  Per un’espressione impropria, percepita come razzista, un ministro può essere costretto alle dimissioni, la carriera di un politico può essere distrutta, una vita intera può essere distrutta. 
Detto tutto ciò, si può porre la domanda: il governo attuale fa pensare alla dialettica democratica di un Paese civile o a un mediocre film d’azione, in cui tutto sa di cartapesta? Ci si minaccia, ci si insulta, si arriva alla rissa, ci si spara, con più detonazioni che durante la Seconda Guerra Mondiale e alla fine si conclude: “Eravamo su Scherzi a Parte”. Precisando che il governo durerà ancora a lungo, magari fino alla fine della legislatura, perché abbiamo un programma, abbiamo un “contratto”, abbiamo dei doveri verso gli elettori. Doveri che, immaginiamo, non li fanno dormire la notte.
Questo governo non arriva nemmeno al livello dei film d’azione. Questi infatti, almeno, non annoiano. Mentre le baruffe fra Lega e Movimento 5 Stelle hanno stufato tutti. Le minacce non spaventano nessuno, e nessuno più prende sul serio questi mediocri attori.
Ecco perché non val la pena di commentare gli ultimi avvenimenti, le ultime peggio che drammatiche dichiarazioni, le ultime cannonate. Perché se non sono a salve lo sapremo quando produrranno gli effetti delle cannonate, e non soltanto un molesto rumore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 luglio 2019



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POLITICA
18 luglio 2019
SALVINI MINACCIA CONCRETAMENTE LA CRISI
I film d’azione, spesso divertenti scacciapensieri, sono quelli in cui il protagonista, da solo, o al massimo con un paio d’amici, fa un’autentica strage di nemici. Ogni colpo un morto (non un ferito) e presto dei morti si perde il conto. L’esagerazione stessa delle prodezze, l’inverosimiglianza delle dimensioni dell’impresa, fanno sì che il film risulti leggero. I morti del resto sono tutti fatti secchi senza soffrire. Anzi, non sono neppure morti. È chiaro che sono comparse capaci di spettacolari salti all’indietro, dei poveracci amici dei buoni e dei cattivi tutti pagati dallo stesso produttore per mettere su uno spettacolo di marionette. Ci si danno botte da orbi strizzando nel contempo l’occhio allo spettatore, connivente e sorridente.
Nella vita le cose vanno diversamente. Qui a volte si ammazza qualcuno con un pugno, senza neppure volerlo. Per non dire che un solo colpo di pistola provoca un enorme allarme, altro che epiche battaglie con decine e decine di morti.
E c’è di più: perfino le parole pesano più di quanto si pensi.  Per un’espressione impropria, percepita come razzista, un ministro può essere costretto alle dimissioni, la carriera di un politico può essere distrutta, una vita intera può essere distrutta. 
Detto tutto ciò, si può porre la domanda: il governo attuale fa pensare alla dialettica democratica di un Paese civile o a un mediocre film d’azione, in cui tutto sa di cartapesta? Ci si minaccia, ci si insulta, si arriva alla rissa, ci si spara, con più detonazioni che durante la Seconda Guerra Mondiale e alla fine si conclude: “Eravamo su Scherzi a Parte”. Precisando che il governo durerà ancora a lungo, magari fino alla fine della legislatura, perché abbiamo un programma, abbiamo un “contratto”, abbiamo dei doveri verso gli elettori. Doveri che, immaginiamo, non li fanno dormire la notte.
Questo governo non arriva nemmeno al livello dei film d’azione. Questi infatti, almeno, non annoiano. Mentre le baruffe fra Lega e Movimento 5 Stelle hanno stufato tutti. Le minacce non spaventano nessuno, e nessuno più prende sul serio questi mediocri attori.
Ecco perché non val la pena di commentare gli ultimi avvenimenti, le ultime peggio che drammatiche dichiarazioni, le ultime cannonate. Perché se non sono a salve lo sapremo quando produrranno gli effetti delle cannonate, e non soltanto un molesto rumore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 luglio 2019



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POLITICA
17 luglio 2019
IL MISTERO CONTE
Sarò duro di comprendonio, ma Giuseppe Conte per me è un mistero. Recentemente minaccia, fa la voce grossa, rivendica i suoi poteri, mette in riga i suoi vice (soprattutto Salvini, ovviamente, dal momento che Di Maio è il suo dante causa). In una parola – lo registrano tutti i giornali – si comporta come fosse il Presidente del Consiglio. E non ci sarebbe niente di male, se lo fosse. E io non smetto di chiedermi: “Ma come fa a dimenticare che non lo è?”
Il Presidente del Consiglio dei Ministri è il cittadino incaricato dal Presidente della Repubblica di formare il nuovo governo. Ma questa formula astratta somiglia a quest’altra: “Giuridicamente nulla impedisce a un povero di comprare una Rolls Royce”. Nulla, certo. Nello stesso modo, se il Presidente della Repubblica incarica di formare il nuovo governo uno che non ha nessun particolare potere, l’incaricato avrà la carica formalmente, ma non l’avrà sostanzialmente. La vera carica di Presidente del Consiglio dei Ministri nasce dalla forza, dall’avere in pugno il partito più votato e in parte la coalizione di partiti che, costretti dalle circostanze, lo hanno mandato dal Presidente della Repubblica. 
Nel caso dell’attuale governo non è stato possibile avere un vero Presidente del Consiglio. Perché Di Maio ha posto il veto su Salvini e Salvini l’ha posto su Di Maio. E poiché di quella figura apicale, a termini di Costituzione, non si poteva fare a meno, si è messo un cappello sulla sedia. Ma quella sedia non mai stata occupata. A questo punto Conte può fare la faccia feroce quanto vuole, la realtà è quella che è. L’organigramma istituzionale è il seguente.
Al sommo c’è il Presidente Mattarella che passa il suo tempo a sperare che i ragazzi non facciano troppi danni. E personalmente fa quel che può.
Poi c’è Salvini, il quale è a capo del partito più votato alle recenti europee. Qualcosa che non dimentica mai. E infatti tutti sanno che potrebbe far cadere il governo sol che schioccasse le dita. Naturalmente le schioccherà quando penserà che la cosa gli convenga, ma in che situazione si troverà il giorno dopo è qualcosa cui preferiamo non pensare. Mai amati i film Horror. Ma una cosa è certa: Salvini dispone di un potere reale. Forse non fa cadere il governo per coinvolgere il Movimento nella prossima legge di stabilità, evitando che tutta l’impopolarità ricada sulla sola Lega.
Poi c’è Di Maio, che mi fa pensare a un famoso aneddoto. In un teatro lirico di provincia, il loggione fischiava ripetutamente il baritono, finché questi perse la pazienza e sbottò: “Fischiate me? Sentirete il tenore”. Il caso è chiaro: giovane è stato scelto in mancanza di meglio. Forse perché si presentava in modo decente dal punto di vista fisico e vestimentario. Ma non ha fondato il partito e non lo domina. Se domani Grillo e Casaleggio lo sconfessassero non gli rimarrebbe che fare le valigie. Se cadesse il governo, per lui sarebbe finita E non solo per lui. Non si vede quale altro Presidente del Consiglio nominerebbe ministro Toninelli.
E il resto del Parlamento? Marmaglia. Un momento: dimenticavo proprio Giuseppe Conte. 
Il caso di quest’uomo mi ricorda quello dei tanti che sono stati troppo coinvolti dalla parte recitata, fino ad agire in conformità ad essa e non in conformità al loro vero io. Nella pièce di Musset, Lorenzaccio dei Medici, che si è squalificato agli occhi di tutti apparendo complice del tiranno (mentre vuole soltanto avvicinarlo per ucciderlo) alla fine si rende conto che non potrà più riavere il suo onore. E uccide il tiranno, perché ormai è l’unica cosa pulita rimasta nella sua vita. Altro esempio, quello del falso Generale Della Rovere, che alla fine prende tanto sul serio il ruolo, da comportarsi e morire eroicamente, come avrebbe fatto il vero Generale. Forse per questo qualcuno ha detto: “Sorridete, anche artificialmente, stirando la bocca, e vi accorgerete che in parte state veramente sorridendo”.
Se teniamo conto di ciò, Conte diviene comprensibile. La parte gli ha preso la mano e lui dimentica che Salvini potrebbe rimandarlo alla sua università con un cenno del capo. E non per suo demerito, soltanto perché non è un vero Presidente del Consiglio. Ché anzi, proprio per questo una persona prudente non avrebbe accettato l’incarico. E se malgrado tutto l’avesse fatto, si sarebbe poi attenuto all’imperativo categorico - quasi una religione - di mantenere un profilo basso. Avrebbe schivato i giornalisti, avrebbe parlato poco, magari non avrebbe parlato per niente, come un vero cappello. 
E questo fa venire in mente un altro aneddoto. Un pulcino in Siberia stava per morire di freddo. Una vacca compassionevole lo raccattò e lo depositò in una grande, morbida e calda torta di merda che aveva appena scodellato. Il pulcino cominciò a riprendersi e per la gioia cominciò a fare: “Pio pio!” Un lupo affamato lo senti e ne fece un solo boccone. Morale: quando sei nella merda, tieni il becco chiuso.
Se Di Maio, andando a nuove elezioni,  ha qualche speranza di essere rieletto parlamentare, Conte, nel Movimento, incontrerà sempre l’ostilità di Di Maio. Perché questo ragazzo aspirava a divenire il Presidente del Consiglio dei Ministri (sic), e certo non spianerà la strada al suo possibile concorrente.
Il panorama politico è deprimente. Non rimane che la giustizia della storia e, prima di essa, l’ordalia di Dicembre.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 dicembre 2019



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POLITICA
16 luglio 2019
LA COSMOGONIA CI PRENDE IN GIRO
Perché tutto gira? Girano le galassie intorno a un centro, girano le stelle, gira il sole, girano i pianeti, girano anche i satelliti. Chi gli ha dato l’avvio perché tutti girino?
Io comincio osservando la mia tazza di tè. Sono un gran  bevitore di tè e so che il tè macchia. Perfino la porcellana. Per questo, visto che sul fondo rimane sempre qualche traccia di polvere di tè, ho preso la buona abitudine, una volta bevuta una delle mie innumerevoli tazzone, di metterci un po’ d’acqua, per diluire quel fondo, e dare un avvio di rotazione per pulire un po’ anche le pareti basse della tazza. E qui è nato il problema della cosmogonia.
Infatti, facendo roteare quel po’ d’acqua con i residui di polvere di tè, avviene che, a mano a mano che la rotazione si smorza, il residuo di polvere di tè si deposita al centro del fondo della tazza, A volte, nel momento in cui va concentrandosi, creando quei bracci che, in astronomia, caratterizzano le galassie cosiddette “a spirale”. Dunque, mi sono detto, è così che si sono formate le galassie. E perché – mi sono chiesto – quel residuo va a depositarsi al centro?
La mia risposta è stata: in periferia si ha la massima velocità e ciò trascina con sé i residui di tè, che sono un po’ più pesanti dell’acqua.  A mano a mano che la velocità rallenta, rallenta sempre di più al centro, rimanendo sempre più veloce in periferia. Sicché tutto ciò che è vicino al centro, non più sostenuto dalla velocità, va a fondo, mentre tutto ciò che ancora riesce a ruotare non va a fondo. Ovviamente alla fine cadrà qualcosa anche in periferia, ma l’impressione generale – provare per credere – è che tutta la sporcizia si sia fermata al centro del fondo della tazza. 
Come è ovvio, su scala planetaria il procedimento è estremamente lento, ed è questa la ragione per la quale Newton non ha detto sciocchezze, con la sua gravitazione universale. La materia, finché riesce a roteare, crea un vortice (anche se lentissimo) ma a mano a mano rallenta, cade verso il centro, e crea una stella. Infatti sono l’enorme pressione e l’enorme calore che si generano al centro di quella materia, quelli che innescano, a loro volta, la fusione nucleare e lo splendore del Sole..
Su scala umana, la Terra ruota costantemente alla stessa distanza dal Sole, ad una velocità sufficiente per non sfuggire all’attrazione di quell’astro e nel frattempo non tanto bassa da andare a cadere su di esso. Ma su scala cosmica, la Terra finirà col cadere sul Sole, esattamente come il Sole finirà con l’esplodere. 
La mia tazza di tè mi ha spiegato la gravitazione universale e la forma delle galassie, ma non ha risposto alla mia prima domanda: perché tutto ruota?
E si badi, questa rotazione non è uno scherzo. Se l’equatore è lungo all’incirca quarantamila chilometri, chi sta fermo su un punto dell’equatore, nell’arco delle ventiquattro ore, percorre quarantamila chilometri. Il che corrisponde a dire che quel signore, da fermo, è andato costantemente a 1.666 kmh, superiore di circa 300 kmh alla velocità di un jet supersonico.
Del resto, se non fosse così, e la Terra fosse lentissima, e ci mettesse un mese a fare un giro su sé stessa, la temperatura scenderebbe durante la lunga notte ad un livello tale, che cesserebbe di esistere qualunque forma di vita.
Ma che cosa ha fatto girare così la Terra? Ad ammettere che si sia formata accumulando, con la sua attrazione, materia sparsa nell’universo (del resto ancora oggi cadono asteroidi), e ammesso che essa cadendo, abbia dato una spinta per la rotazione, come mai sarebbe caduta sempre dal lato che accelerava la rotazione, e non dal lato che l’avrebbe rallentata?
E ammesso che comunque, per una causa che non conosco, il materiale sia caduto sempre dal lato che accelerava la rotazione, come mai ci sono due pianeti, Venere e Urano, che girano in senso inverso rispetto a tutti gli altri, nel nostro sistema solare? 
Ne ho, di dubbi. Ma la statistica vuole che fra i miei amici ce ne siano più colti di me. E per questo aspetto lumi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
16 luglio 2019



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POLITICA
14 luglio 2019
IL COMODO BUON SENSO DEL SUD
I terroni non hanno molte fortune, ma una certamente sì: sono autorizzati a dire male dei terroni. Anzi, peggio: a dire la verità. 
I test “Invalsi” sui risultati scolastici dimostrano che, in generale, la scuola italiana è cattiva, ma nel Sud è addirittura pessima. Si parla di “analfabetismo” in matematica, si dice che i ragazzini calabresi non capiscono un testo scritto in italiano, e via dicendo. E può essere interessante dare una spiegazione di questo divario. 
Certamente non si tratta di differenze fra razze. Già non esiste una razza italiana, figurarsi una razza italiana del Nord che si possa contrapporre a una razza italiana del Sud. Insomma i meridionali non sono più stupidi dei settentrionali. Se differenze ci sono – e ci sono – hanno altre cause.
Una storiella racconta che in un villaggio decisero di offrire del vino a quelli che non potevano permetterselo. Misero dunque una botte al centro della piazza e invitarono tutti quelli che possedevano vigne, o erano abbienti, a versarvi del vino, durante la notte. La mattina seguente si ebbero due notizie, una buona e una cattiva. La buona notizia fu che la botte era piena, la cattiva che era piena d’acqua. Perché ognuno aveva pensato che “gli altri” avrebbero messo dell’acqua, e nessuno aveva voluto essere l’unico ingenuo che aveva sprecato il suo vino.
Il civismo non nasce soltanto dal sentimento del dovere del singolo, ,a anche dalla convinzione che anche gli altri sentono quel dovere. E per questo ognuno si vergogna, all’idea di violare una legge che tutti rispettano. Se viceversa il singolo è convinto che tutti gli altri si comportano senza tenere il minimo conto del bene comune (e ciò senza correre il minimo rischio) si comporterà male anche lui, e lo farà con la serene coscienza di chi cerca di “non essere più fesso degli altri”. 
Il civismo è il risultato del condizionamento di una società che ha subito una lunga e positiva azione statale, fino ad avere un buon livello morale. Ecco perché il Nord, di fronte ad una Chiesa venale e ipocrita,  ha sentito il bisogno della Riforma. Ecco perché la Svezia o la Finlandia hanno un livello morale medio superiore a quello italiano. E non parliamo del Sud.
Il nostro Meridione è stato pressoché sempre una colonia e, quando non lè stato una colonia è stato comunque “sgovernato”. Fino a creare una frattura insanabile fra il singolo e la comunità. Gli amici sono “Cosa Nostra”, lo Stato è “Cosa Loro”. Dunque una caratteristica fondamentale del meridionale è una serena amoralità. Cosa che si riflette nel mondo della scuola.
Nell’ultimo mezzo secolo la retorica ufficiale (alias “stupidità corrente”) ha infinite volte affermato che i bambini vanno trattati come statuette di fragile baccarat. Che non vanno né rimproverati né, men che meno, bocciati. Ne potrebbero riportare dei traumi psichici. E comunque gli rovineremmo le vacanze estive. Si è detto compuntamente che l’intera classe deve viaggiare, come i convogli in mare, alla velocità del più lento. Insomma si sono dette tante di quelle sciocchezze, che alla fine i docenti per la maggior parte si sono rassegnati ad una nuova realtà, diversa da quella degli Anni Cinquanta, cioè l’era pre-Sessantotto. Il tempo barbaro in cui per essere promossi bisognava studiare. Dopo la coraggiosa liberazione dall’oppressione nozionistica, dopo l’esperienza del diciotto politico e degli esami di gruppo all’università, anche la Scuola Secondaria è arrivata a promuovere i “maturandi” al 97%. Prima, quando si studiava, la percentuale era molto più bassa, poi, quando l’esame divenne una benedizione urbi et orbi, tutti bravi. Salvo uno su trentadue.
E come reagirono i docenti, a tutto ciò? I migliori, quelli nutriti di un inossidabile e incongruo senso civico, resistettero fin dove poterono, per esempio al Nord, rischiando l’impopolarità, le proteste dei genitori, i ricorsi al Tar e tutti i fastidi che può avere una persona malvagia. Ché tale – si è detto – è un professore che boccia, anche se il ragazzo lo merita.
Al Sud le cose andarono diversamente. “¿I genitori, la società, i giornali, il Ministero, lo Stato vogliono che promuoviamo, fino a vietarlo nelle scuole elementari. Ebbene, perché mai dovremmo resistere? Forse che lo stipendio è commisurato a quanto imparano i ragazzi? E soprattutto, a me. chi me lo fa fare?” I siciliani, in questo campo, somigliano agli inglesi: solo che estendono il pragmatismo all’intero comportamento umano, senza limiti morali, religiosi, politici o di qualsivoglia genere. 
Dunque, dal punto di vista pragmatico, hanno ragione, se promuovono anche gli asini. Addirittura se agli asini danno i volti alti che al Nord non osano dare. L’Italia merita l’ignoranza del Sud. Chi gioca a fare il buonista non deve lamentarsi delle conseguenze di ciò che ha invocato. Chi chiama “bimbi” i ragazzi di dieci anni non deve meravigliarsi se si comportano da irresponsabili. Chi si preoccupa del “trauma psichico” di un ragazzo svogliato che il docente umilia per spronarlo, deve tenersi il ragazzo senza trauma psichico ma anche senza nozioni. Infine, chi dice che – come sosteneva Don Milani – non bisogna bocciare nessuno, perché si bocciano i figli dei poveri e degli ignoranti, mentre i figli dei signori sono sempre promossi, non può meravigliarsi se un mondo di “tutti promossi senza meritarlo” è poi composto di cittadini che il titolo di “asino” lo meritano. E si nega ai figli dei poveri il beneficio di una scuola seria.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
10 luglio 2019
QUESTIONE DI VOLONTA' POLITICA
Premetto che, Matteo Salvini non mi è simpatico. E, se è per questo, non mi è simpatico neppure Donald Trump. Ma i politici sono come i giocatori di calcio: se segnano, sono bravi; se sono belli ed intelligenti, ma non segnano, sono brocchi. Un politico deve soltanto evitare di rendersi insopportabile, per esempio a forza di arroganza, come Matteo Renzi, ma all’antipatia si sopravvive. E infatti, dopo avere detto che Matteo Salvini mi è antipatico , aggiungo che personalmente ne sostengo l’azione. Il leader leghista seriamente ha scelto un unico argomento, l’immigrazione clandestina, e su quello campa alla grande.
Lasciamo stare il Papa che almeno  ha un suo speciale dante causa, se esiste. Ma tutti gli altri, gli uomini del Partito Democratico, molti giornali e molti intellettuali, come non capiscono che gli italiani l’immigrazione indiscriminata non la gradiscono? Come non capiscono che più si alleano con gli idealisti scervellati , più si allineano con i preti e i magistrati disposti a violare le leggi pur di andare contro Salvini, e più Salvini ha il sostegno dei cittadini? A volte si direbbe che non abbiano la minima nozione di democrazia. Il popolo effettivamente sbaglia, a volte, ma chi sono i governanti per disobbedirgli? Non è forse per obbedire al popolo che da un anno ci teniamo un governo di dilettanti e d’incompetenti? Non si può dimenticare questo sacrosanto principio soltanto perché un Ministro dell’Interno parla come un bullo di borgata.
E tuttavia sono talmente tanti quelli che riescono a boicottare l’azione di Salvini che alcuni dicono: “Se neanche lui riesce a porre un argine all’immigrazione irregolare, è segno che l’impresa è impossibile. Dunque è stato stupido tentarla”.
Obiezione, Vostro Onore. Ci sono mali senza rimedio, per esempio il cancro al pancreas, ma ad altri si può mettere rimedio, solo che si abbia il coraggio di affrontare un’operazione chirurgica. Nello stesso modo, ciò che frena Salvini non è un’impossibilità, ma l’insufficiente volontà politica della sua maggioranza. Basterebbero due semplici provvedimenti:
 I: Qualunque natante entri nelle acque territoriali italiane malgrado un preciso divieto delle autorità nazionali, viene sequestrato e venduto all’asta a profitto dello Stato. Oppure distrutto, come si fa con le imbarcazioni e i veicoli serviti al contrabbando. 
II: Chiunque venga salvato in mare potrà sbarcare a Lampedusa. Da quel momento risiederà in un centro di raccolta fino al rimpatrio nel Paese da cui proveniva il suo natante o a quello corrispondente alla sua nazionalità. Se no rimarrà a Lampedusa, con l’obbligo di accettare l’offerta di lavoro che lo Stato dovesse fargli per rifarsi delle spese del suo vitto e alloggio. 
A quel punto nessun natante oserebbe avvicinarsi alle nostre acque territoriali. Chi arrivasse a Lampedusa – salvo chi ottenesse asilo politico - rischierebbe di rimanerci invischiato. La spesa sarebbe notevole soltanto per breve tempo. Conosciuta la sorte di chi cerca di entrare in Italia illegalmente, nessuno ci proverebbe. Per far ciò, o qualcosa di simile, è soltanto necessaria la volontà politica. Del resto, basterebbe ricordare che la famosa “legge del mare”, della quale tutti si riempiono la bocca, impone di salvare dalla morte i naufraghi, non di accoglierli nel proprio Paese. Il riaccompagnamento a casa loro sarebbe un gentile regalo dell’Italia.
Le autorità italiane mi ricordano quei genitori disperati che non sanno come dominare i figli, dimenticando che, nei loro confronti, dispongono di tutte le briscole, dal due all’asso. Non è necessaria nessuna violenza e nessuna crudeltà: basta un po’ di coerenza e di fermezza. L’unica arma dei figli, nei confronti dei genitori,  è che costoro sono deboli, cedevoli e contraddittori. Nessuno si ostina a sbattere contro un muro, perché un muro, quando dice no, è no. Se i figli incontrassero dei “no” che non cambiano mai, capirebbero che significa quella parola. Nella realtà, come dicono gli anglosassoni, non considerano “no” una risposta. E allora prego, signori migranti,  si accomodino. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
8 luglio 2019 



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POLITICA
9 luglio 2019
TUTTI CONTRO LA RAGGI
Un mesto articolo del “Corriere della Sera”(1) ci dice che Virginia Raggi, la sindaca di Roma, non è in rotta di collisione col Movimento 5 Stelle soltanto perché la collisione si è già avuta. Il giorno in cui è caduta l’ultima goccia - quella che fa traboccare il vaso - è stato l’otto maggio, quando la Raggi si è dimostrata d’accordo con l’assegnazione di una casa popolare ad una famiglia rom. Lei pensava di difendere degli emarginati, semplicemente perché avevano titolo giuridico, mentre Di Maio e compagni quel giorno avevano deciso di cavalcare la tigre. 
Comunque il casus belli è secondario. Il fatto è che la giovane sindaca e il Movimento non si parlano più. A quanto pare i pentastellati – con l’unica eccezione di Alessandro Di Battista - non aspettano e non desiderano che di vederla cadere. Perché è diventata “indifendibile”. Ed è vero: effettivamente la capitale è in condizioni pietose, soprattutto per quanto riguarda l’immondizia e i trasporti. 
Chi non fa parte del Movimento, e non lo ha nemmeno votato, non ha molta voce in capitolo per distribuire torti e ragioni. Ma forse in questa vicenda ci sono delle evidenze che sfidano la faziosità. Infatti il Movimento non ha nessun diritto, nemmeno teorico, di condannare Virginia Raggi. 
Durante la campagna acquisti del calcio tutti i dirigenti fanno il possibile per accaparrarsi i migliori attaccanti e i migliori difensori. Ma immaginiamo che i dirigenti di una società usino un criterio diverso: non vogliono i migliori giocatori, ma i giocatori più belli. E infatti mettono su una squadra di marcantoni. Purtroppo, sin dalla prima partita, gli Adoni cominciano ad incassare tanti goal, da provocare l’ilarità di tutto il mondo del pallone. Ma sono colpevoli i giocatori? Se si è scelto il criterio della bellezza, rimproverare ai ragazzi di non avere altri meriti è assurdo. 
Nel caso della Raggi, basterà osservare che i criteri del Movimento sono stati due. Motivo di esclusione, l’aver fatto parte di “quelli là”, cioè l’aver già fatto politica, col rischio di esserne divenuti dei professionisti. Cioè dei competenti. Motivo di scelta, solo uno: l’onestà. Fra l’altro i due criteri sono stati elevati al livello teorico, sostenendo che uno vale uno, e cioè che quello che ha fatto e fa il migliore politico può farlo, e meglio, il primo che passa, purché sia onesto. Ora la Raggi non era una professionista della politica e, per quanto ne sappiamo, si è sempre comportata da persona perbene. In cosa è venuta meno al suo giuramento?
Inoltre, per difenderla sarebbe facile notare che per raddrizzare le sorti della capitale sarebbe stato necessario non un professionista, ma addirittura un genio della politica, dell’amministrazione e della finanza. E non è detto che sarebbe bastato. Come si può rimproverare ad una giovane donna di non esserci riuscita? Qualcuno potrebbe dire che lei stessa non avrebbe dovuto accettare la carica, non essendone all’altezza, ma questa è un’idea liberale. Il Movimento invece ha detto che uno vale uno, purché sia onesto.
È a Beppe Grillo, a Casaleggio padre, e a tutti coloro che si sono atteggiati a profeti di questa nuova politica, che bisogna rimproverare di avere ingannato la Raggi. E di avere detto scemenze colossali. Scegliendo i dirigenti dalla strada, come agli albori del neorealismo cinematografico, non era ovvio che si sarebbero affidati compiti importanti a degli incompetenti e perfino degli ignoranti? I tedeschi con la spazzatura creano energia elettrica, e si fanno pagare per accettare i nostri scarti, mentre a Roma la spazzatura è stata affidata a ratti, gabbiani e cinghiali, per fortuna incensurati.
La Raggi non va assolta per non aver commesso il fatto, ma perché il fatto non costituisce reato. Lei ha messo nell’adempimento dei suoi compiti tutta la sua onestà e tutta la sua buona volontà: e tanto dovrebbe bastare. Il sistema del Movimento legittima i congiuntivi sbagliati di Di Maio e le dichiarazioni di Toninelli, che fanno tremare le colonne del tempio. Perché essere severi soltanto con la Raggi? Lo stile del Movimento prescinde da tutto, salvo che dalle sue utopie morali. Lo si è visto quando, dopo la caduta del Ponte Morandi, il nostro Primo Ministro Giuseppe Conti, professore universitario di diritto, ha detto che, per l’attribuzione dell responsabilità della Società Autostrade, non era necessario attendere le sentenze della magistratura. Dunque non soltanto il Movimento non impone la conoscenza del diritto, ma impone, a chi per caso lo conoscesse, di dimenticarlo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 luglio 2019
(1)https://www.corriere.it/cronache/19_luglio_07/sconfessata-suoiattaccata-avversarila-solitudine-raggi-41990576-a0e6-11e9-b20c-12356eab285e.shtml



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POLITICA
7 luglio 2019
QUANTO DURERA' QUESTO GOVERNO?
La durata dell’attuale governo è una costante degli argomenti politici. E per questo ci si aspetterebbe un più o meno unanime consenso, al riguardo. Invece la maggior parte è assolutamente sicura che questo esecutivo non durerà a lungo – la primavera prossima sembra un orizzonte invalicabile – mentre una parte minore, ma non meno risoluta, pensa che esso durerà a lungo, probabilmente l’intera legislatura, tanto forte è l’interesse della maggioranza a farlo durare. A questo punto la prudenza consiglia di non prendere posizione. Inutile scegliere una soluzione per poi avere una possibilità su due di proclamare: “ Ve l’avevo detto”. Per questo, basta gettare in aria una monetina.
Il meglio che si possa fare è esaminare quali ragioni militano in favore dell’uno o dell’altro esito, premettendo però che già in questo programma è insito un errore: quello di esaminare la situazione sulla base dei dati attuali, mentre nulla ci dice quali saranno i dati obiettivi fra sei mesi, un anno o due anni. Dati che potrebbero essere tanto diversi da quelli attuali, da giustificare una soluzione che oggi si giudicherebbe assurda. 
Il primo dato a favore della durata del governo è l’inverosimile successo elettorale del Movimento 5 Stelle alle elezioni del marzo 2018. La Democrazia Cristiana poteva permettersi di cambiare governo e Presidente del Consiglio una volta l’anno o quasi perché il successivo governo, se non era zuppa, era pan bagnato. Le stesse elezioni politiche producevano spostamenti impercettibili, tanto che le grandi sorprese mancavano regolarmente. In quarant’anni si ricordano le elezioni del 1948 e del 1953 (che più che una sorpresa costituirono un sospiro di sollievo) e le elezioni del 1976, perché fecero temere una futura vittoria del Pci. Ora invece il Movimento 5 Stelle tiene stretto in mano il suo 32,7% del 2018 perché sa benissimo – come si è visto in tutte le successive elezioni – che quella percentuale non la rivedrà mai più. Già allora il Movimento non la meritava, ma dopo la prova concreta del governo, essa è divenuta lunare. Se cade il governo, il prossimo non includerà il M5S; e se si interrompe la legislatura, almeno la metà dei parlamentari “grillini” non tornerà alla Camera o al Senato. Anche a non essere vero, è comunque ciò che, prudentemente, pensano nel Movimento. E per conseguenza ogni mattina rinnovano la colla sugli scranni, prima di rimetterci sopra le terga.
Naturalmente c’è un limite, a questa resistenza. Innanzi tutto, ciò che essi non farebbero mai potrebbe farlo qualcun altro. Un altro che si chiama Matteo Salvini. Quando questi si convincesse che gli conviene far cadere il governo o interrompere la legislatura, non esiterebbe un instante. E purtroppo non sappiamo quale sarebbe il momento o la causa che gli consiglierebbero questa azione. In questo campo i commentatori si limitano a ragionarci su, senza giungere a nessuna seria conclusione.
In secondo luogo Salvini potrebbe tirare la corda fino a porre il Movimento dinanzi all’alternativa di piegarsi e snaturarsi, accettando di votare un provvedimento che è la negazione stessa dei suoi ideali, o far cadere il governo.   Se l’idea di abbandonare il potere non è allettante per Di Maio e compagni, è anche vero che, tradendo le fondamenta stesse del Movimento, si precluderebbero  ogni futuro politico. E lo precluderebbero anche al loro partito. Come sapere in anticipo se preferirebbero la padella o la brace? Soprattutto pensando che Salvini potrebbe usare questo stratagemma o per strappare un provvedimento che conviene soltanto alla Lega, o per far cadere il governo addossandone poi la colpa agli alleati.
E questi sono soltanto i fattori interni. Poi c’è sempre il macigno dell’economia. Tutti sono stati contenti del fatto che l’Italia sia riuscita ad evitare, per la seconda volta in sette mesi, la procedura d’infrazione, ma dimenticano che queste due vicende hanno dimostrato che abbiamo un governo di Pulcinella. Ambedue le volte, dopo mille rodomontate e mille minacce granguignolesche, i nostri eroi si sono rimangiati i programmi confermati fino al giorno prima e si sono allineati con la coda fra le gambe a ciò che imponeva Bruxelles. Niente di disonorevole, se prima fossero stati zitti, ma sparare vanterie e programmi titanici per poi rifiutarsi di salire sul ring al momento della sfida, e  mentre tutto il pubblico guarda, non è che sia un bello spettacolo.
La seconda cosa che si dimentica, è che probabilmente l’Europa non ha creduto una parola delle nostre rassicurazioni. Ma aveva interesse a far finta di crederci. E ciò perché da un lato non è che fosse chissà che grande sforzo, concedere qualche mese in più, soprattutto pensando che la severità avrebbe potuto avere conseguenze negative nei mercati per tutta l’Europa. E poi attualmente si parlava di soli sette miliardi. La resa dei conti – ineludibile, quella, “incontournable”, dicono i francesi - è in programma per l’autunno. Allora non ci saranno santi o barili di cui raschiare il fondo. Allora si tratterà non di sette e mezzo, ma del banco, un banco di decine di miliardi – tra quaranta e cinquanta – e non c’è modo di ottenerli con un gioco di prestigio. Ecco quando potrebbe cadere il governo. Perché – a quanto sembra oggi – o non sarà in grado di affrontare il problema (chi lo sarebbe?) o lo affronterà e ne ricaverà un’impopolarità tanto immeritata (perché il problema nasce da decenni di imprudenze) quanto devastante. Speriamo che la gente si limiti ai forconi.
E con questo non abbiamo preso in considerazione i fattori ’imprevisti. Fattori che mi fanno sorridere di coloro che dichiarano chiusa la finestra della elezioni anticipate. Tiresia era cieco, ma ci azzeccava.Molti invece ci vedono, ma evidentemente non guardano al passato. Nessun governo ha mai programmato di cadere, e tuttavia moltissimi sono caduti, anche quando meno se l’aspettavano. 
Il caso e le sorprese sono spesso ignorati dai libri di storia per le scuole, quasi che il Buon Dio avesse messo le nostre vicende su un binario obbligato. In realtà, tra follie, casualità, combinazioni e imprudenze, la storia va avanti come un cieco ubriaco.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 luglio 2019




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POLITICA
6 luglio 2019
LA SINISTRA NON COMPRENDE IL POPOLO
Un articolo del Wall Street Journal
Una persona ha perso l'elezione contro Donald Trump. Hillary Clinton ha scritto un libro riguardo a questa dolorosa esperienza. "Ciò che è avvenuto". Una nota dedicata a quei candidati democratici alla Presidenza che lavorano per evitare di ripetere la disfatta della signora Clinton: rileggete il suo capitolo intitolato "Strade di Campagna".
Perfino i commentatori liberal esprimono qualche allarme riguardo al hara-kiri di massa che il campo democratico ha commesso sul palco del dibattito della settimana scorsa, almeno per gli argomenti riguardanti la sanità e l'immigrazione. Essi ammoniscono sommessamente che 150 milioni di americani hanno l'assicurazione della sanità privata e non accetteranno senza protestare la sua eliminazione. Fanno notare che è possibile che una significativa maggioranza di americani sia simultaneamente a favore di un processo di cittadinanza legale, opponendosi nel contempo alle frontiere aperte.
Tuttavia, ciò che manca in tutte queste parole è la minima menzione dell'altra categoria dell'estremismo ideologico della settimana scorsa, il cambiamento climatico. Del tutto l'opposto. L'élite intellettuale si sta molto lamentando del fatto che i candidati non abbiano avuto più tempo per promettere ai loro spettatori piani radicali per far fronte a questa minaccia "esistenziale". Questa potrebbe rivelarsi la scommessa più autolesionista dei democratici nel 2020.
Chiedete all'ultima perdente. Molte delle scuse della signora Clinton per la sua sconfirtta sono difficili da prendere sul serio, ma il suo libro dedica un capitolo al commento del suo massimo rimpianto. Nel marzo del 2016, nel municipio dell'Ohio, la signora Clinton si vantò sul palco che la sua amministrazione aveva l'intenzione di "mandare fuori mercato un mucchio di minatori di carbone e imprese del carbone. I repubblicani usarono questo argomento alla grande, e la signora Clinton riconosce che ciò le provocò un immenso danno presso i votanti della classe operaia. 
Il candidato Barack Obama disse praticamente la stessa cosa nel 2008, quando promese di "far fallire" l'industria del carbone. Se la cavò perché la politica del cambiamento climatico fu bloccata a Washington, e pochi riconobbero questa minaccia. Al momento in cui arrivò la sig.ra Clinton l'industria e i lavoraori avevano sofferto anni di regolamenti climatici estremamente oppressivi. Trump ha promesso che li avrebbe liberati, ed ha mantenuto la promessa.
Questo rende l'argomento ancora più letale per i democratici, stavolta. Parecchie fasce del Paese ora comprendono la sofferenza economica di un regime di clima, che essi hanno visto applicato da Obama attraverso i suoi decreti regolamentari. Ogni democratico ha promesso che ne avrebbe fatto una priorità, ed essi hanno questo modello di Obama. Trump renderà chiaro che l'elezione di un democratico garantisca un immediato ritorno ad economie rurali in lotta per sopravvivere.
Il Presidente avrà un consenso ancora maggiore quando spiegherà le ineludibili realtà delle proposte in questo campo, la maggior parte delle quali fanno apparire inconcludenti le ambizioni di Obama e di Clinton riguardo al clima. Obama era ostile al carbone, alle pipeline ed a qualche perforazione in alto mare. Ma nello stesso tempo egli ha furbescamemte (se non in silenzio) permesso la rivoluzione dell'estrazione via fracking per favorire ed aiutare a mantenere a galla un'economia in rallentamento. Questi democratici non hanno una simile tolleranza; i loro piani sono assassini spietati dei posti di lavoro.
Elizabeth Warren, per esempio, promette di imporre una moratoria su tutte le nuove perforazioni in mare o in terra sin dal suo primo giorno in carica .- mettendo fuori gioco una notevole percentuale della produzione statunitense di petrolio e gas. Decine di migliaia di posti di lavoro e miliardi di royalty per i governi degli Stati e per quello federale svanirebbero. Bernie Sanders metterebbe al bando tutte le perforazioni offshore, e bandirebbe anche l'energia nucleare. Altri candidati si nascondono dietro appelli alle emissioni "zero assoluto" per certe date, ma l'effetto è lo stesso. Realizzare quegli obiettivi cancellerebbe interi settori: perforazioni, raffinazione, terminali di gas liquido, installazione di pipeline, manifattura e tutto l'indotto che sostiene queste aree
I leader democratici inizialmente ci assicurarono che il New Deal Verde era un (inverosimile) progetto. Ma i piani reali dei candidati rendono chiaro l'impressionamente controllo governativo necessario per far funzionare l'agenda del clima. Perfino Joe Biden la scorsa settimana ha promesso di eliminare tutti i camioncini diesel dei suoi sindacalisti, spiegando che desiderava mezzo milione di stazioncine di ricarica e un "futuro di auto esclusivamente elettriche" nel 2030. Vedete l'effetto che può avere ciò nel Michigan e nella Pennsylvania rurali.
I democratici sono coscienti che tutto ciò è veleno per i votanti della classe operaia che essi hanno bisogno di riconquistare. Ecco perché la maggior parte aggiunge la promessa di investire miliardi per "riqualificare" intere comunità. Ma i proprietari terrieri, i lavoratori delle fattorie e gli allevatori non desiderano essere le cavie dell'esperimento della sinistra verde, e non si fidano dei politici portatori di vaghe promesse per creare lavori "rinnovabili" per loro, un giorno.
Sembra che i democratici allegramente non si rendano conto del risultato politico di questo approccio massimalista, localmente e globalmente. I votanti dello Stato continuano a rigettare le iniziative elettorali per le carbon taxes (tasse sulle emissioni NdT). I "Quiet Australians" (gli Australiani silenziosi) recentemente hanno strigliato gli allarmisti del clima rieleggendo il Primo Ministro conservatore Scott Morrison. La Francia ha speso mesi lottando contro i "gilet gialli", che protestano per i costi del carburante e le tasse.
I votanti si interessano di immigranti e sanità. Ma l'agenda climatica del 2020 è un diretto assalto alle cose cui tengono di più: il lavoro, la prosperità, l'elettricità e i prezzi della benzina, le scelte individuali. I democratici mettono le mani in queste cose a loro rischio e pericolo politico.
Write to kim@wsj.com. 
Traduzione di Gianni Pardo. Non dispongo di altri dati sull'articolo, che riporto in calce..

Originale 
One person has lost an election to Donald Trump.Hillary Clinton wrote a book about that painful experience, “What Happened.” Note to all those Democratic presidential contenders working to avoid repeating Mrs. Clinton’s failure: Review her chapter called “Country Roads.”
Even liberal commentators are expressing some alarm over the mass hara-kiri the Democratic field committed on stage in last week’s debate, at least on the issues of health care and immigration. They are gently warning that 150 million Americans have private health insurance and won’t take kindly to its elimination. They note that it is possible for a significant majority of Americans to be simultaneously in favor of a path to legal citizenship and opposed to open borders.
Yet missing in all these words to the wise is any mention of last week’s other category of ideological extremism: climate change. Quite the opposite. The intellectual elite is griping that the candidates didn’t have more time to wow viewers with their radical plans for tackling this “existential” threat. This may prove the most self-defeating Democratic bet of 2020.
Ask the last loser. Many of Mrs. Clinton’s excuses for her loss are hard to credit, but her book devotes a chapter to the comment she most regrets. At a March 2016 town hall in Ohio, Mrs. Clinton bragged on stage that her administration was “going to put a lot of coal miners and coal companies out of business.” Republicans used this to great effect, and Mrs. Clinton acknowledges it did her huge damage among working-class voters.
Candidate Barack Obama said much the same in 2008, when he vowed to “bankrupt” the coal industry. He got away with it because climate-change policy was gridlocked in Washington, and few recognized his threat. By the time Mrs. Clinton came along, the industry and workers had suffered years of crushing climate regulations. Mr. Trump promised to liberate them, and he has followed through.
Which is what makes the issue even more perilous for Democrats this time. Swaths of the country now understand the economic pain of a climate regime, which they watched Mr. Obama implement through regulatory fiat. Every Democrat has vowed to make it a priority, and they have that Obama blueprint. They don’t need Congress. Mr. Trump will make clear that the election of a Democrat guarantees an immediate return to struggling rural economies.
The president will get even more traction explaining the inescapable realities of this field’s proposals—most of which make Obama-Clinton climate ambitions look meager. Mr. Obama was hostile to coal, pipelines and some offshore drilling. But at the same timely he shrewdly (if quietly) allowed the fracking revolution to thrive and help keep the laggard economy afloat. These Democrats have no such tolerance; their plans are extreme job slayers.
Elizabeth Warren, for instance, promises to impose a moratorium on all new offshore and onshore drilling leases her first day—taking a significant percentage of U.S. oil and gas production offline. Tens of thousands of jobs and billions in royalties for federal and state governments: gone. Bernie Sanders would ban all offshore drilling, and also ban nuclear energy. Other candidates hide behind calls for “net zero” emissions by certain dates, but the effect is the same. Hitting those targets would erase entire sectors—drilling, refining, liquid-natural-gas terminals, pipeline installation, manufacturing and all the industries that support those areas.
Democratic leaders initially assured us the Green New Deal was a (far-fetched) blueprint. But the real candidate plans make clear the awesome government control necessary to make a climate agenda work. Even Joe Biden vowed last week to take away all his union members’ gas- or diesel-powered pickup trucks, explaining he wanted 500,000 charging stations and a “full electric-vehicle future” by 2030. See how that plays in rural Michigan or Pennsylvania.
Democrats are aware this is toxic for the working-class voters they need to win back. That’s why most lead with patronizing promises to invest tens of billions to “retrain” entire communities. But ranchers, farmers, factory workers and wildcatters don’t want to be the guinea pigs of the left’s green experiment, nor do they trust politicians who come bearing vague promises to create “renewable” jobs for them one day.
Democrats seem blithely unaware of the political record of this full-on approach—locally and globally. State voters continue to reject ballot initiatives for carbon taxes. “Quiet Australians” recently rebuked climate alarmists by re-electing conservative Prime Minister Scott Morrison. France has spent months wrestling with the “yellow vests,” who protest fuel costs and taxes.
Voters care about immigration and health care. But the 2020 climate agenda is a direct assault on the things they prize most—jobs, prosperity, electricity and gasoline prices, individual choice. Democrats go there at their political peril.
Write to kim@wsj.com.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/7/2019 alle 8:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 luglio 2019
IL BRADISISMO VERSO L'ABISSO
Il commentatore – se non l’editorialista – è qualcuno che, di fronte agli eventi, sente in sé una reazione intellettuale che reputa degna di comunicare al prossimo. In questo campo la migliore definizione l’ha forse data, parlando di sé, Victor Hugo, quando si è definito “l’écho sonore du siècle”, l’eco sonora del secolo. Grande poeta, Hugo, ma per fortuna l’Ottocento francese ha avuto storici migliori di lui. 
Il grande commento richiede comunque una grande azione. Tucidide non sarebbe stato il genio che è stato se si fosse occupato di gossip a Hollywood. Perché neanche un genio può far brillare l’argilla come un diamante. È di fronte agli avvenimenti che richiedono grandi interpretazioni che rifulge l’arte dello storico. O addirittura del filosofo della storia. 
Purtroppo, accanto ai momenti napoleonici, esistono i decenni – a volte i secoli – di storia minore, al sapore di “business as usual”. Quei lunghi anni che costituiscono l’incubo degli studenti, perché, se obbligati a studiarli, saprebbero di dover imparare avvenimenti insignificanti, con attori insignificanti, soltanto per superare l’esame. E poi buttare il libro.
Spesso, il fatto che ci si stia occupando del presente ci fa esagerare il valore di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Se fosse annunciato per domani l’aumento del 40% del prezzo della benzina, tutti faremmo un salto sulla sedia. Ma – onestamente – quanto interesserebbe un simile avvenimento allo storico del 2050?
Ecco perché, se non si ha un’acuta sensibilità per il presente o se, ponendolo sul piano del lungo termine, lo si dichiara insignificante, in questi momenti si sarebbe lieti di poter “marcare visita”, darsi malati, non esserci per nessuno. Se lo spettacolo è troppo scadente, benché a colori e su grande schermo, è comprensibile che si rimpianga la propria poltrona, magari per rileggere una tragedia di Sofocle.
È il dramma dell’Italia e perfino dell’Europa attuale. Si potrebbe pensare che stiamo correndo verso il disastro, ma non è così. Ché anzi, se fosse così, forse sarebbe meglio. Forse qualcuno si sveglierebbe e cercherebbe di metterci rimedio. La realtà è che non stiamo affatto correndo. Il nostro è un bradisismo verso l’abisso. Il nostro continente, e l’Italia in primis, sembrano accettabilmente prosperi, accettabilmente potenti, accettabilmente democratici. Ma sempre meno. Dicono che una rana, in una pentola d’acqua fredda, si lasci bollire se si fa salire la temperatura a poco a poco. Sono sicuro che è una fandonia: non appena la rana avrà caldo, salterà via. Ma è vero il principio: se un fenomeno è troppo lento, di fatto diviene impercettibile. Chi direbbe, guardando la lancetta delle ore, che essa è in continuo movimento?
Così il bradisismo della nostra decadenza ci fa dormire sonni tranquilli. Soprattutto durante una tormenta di ipocrisia come quella che ci affligge. Gli uomini, immorali come sempre, fanno a gara a chi si mostra più idealista, più intransigente, più morale. La logica non vale niente. Si parla di aiutare tutti i bisognosi dell’Africa, dimenticando quanti sono loro e quanti siamo noi. E quanti disoccupati abbiamo, soprattutto fra i giovani. Siamo tutti lì a roteare la scimitarra contro la corruzione ma corriamo tutti a raccomandare i nostri figli per non farli bocciare (Dio non voglia che rinuncino a una parte della loro ignoranza!), e vorremmo che tutti i conflitti e tutti i problemi fossero risolti dai magistrati. Come se la legge potesse tutto e come se  coloro che l’amministrano fossero infallibili. Tutto un mondo di deliri incrociati in cui il buon senso ammutolisce, sapendo di non avere interlocutori.
L’Europa prima minaccia all’Italia la procedura d’infrazione per debito eccessivo, poi ci ripensa. Forse il nostro debito non è eccessivo, forse avevano visto male. Nel frattempo i nostri eroi modello Matteo Salvini, fino al giorno prima dichiarano “Noi tireremo diritto”, e poi non parlano più dei loro faraonici progetti, modello tassa piatta, e miracolosamente trovano sette miliardi e mezzo per pareggiare i conti. E l’Europa fa finta di crederci. Ma ci rinvia a ottobre. Chissà come sarà il nostro debito, a ottobre. Chissà come sarà la nostra Iva, a dicembre. 
Comunque il bradisismo avrà l’ultima parola. Visto che c’è gente che racconta la storia della rana nella pentola, racconto io un apologo siciliano. Un tizio aveva avuto dalla sua asina un puledrino che era un amore. E per gioco, ogni mattina lo prendeva in braccio e lo sollevava da terra. Ma il  puledro cresceva e diveniva sempre più pesante. Finché sollevarlo divenne una fatica improba e una certa mattina, per lo sforzo, invece di sollevare l’asino, l’uomo cadde a terra, stroncato da un infarto. Così l’Italia e l’Europa che hanno esaurito le possibilità che offriva il loro modello di società, vivono per inerzia, sull’abbrivio di una civiltà morente. 
È questo che condanna i grandi imperi. Nel V secolo dopo Cristo, Roma era ancora sfavillante di marmi. Era l’immagine stessa della civiltà e della potenza. Ma soltanto l’immagine. Perché i marmi non sanno combattere, e ormai non sapevano farlo neppure i romani. Dunque erano destinati ad inchinarsi ai barbari. E fu quello che avvenne quando il bradisismo ebbe una accelerazione e si chiamò terremoto.
Gianni Pardo



permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/7/2019 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 luglio 2019
COME PERDERE SUL ROSSO E SUL NERO IN ECONOMIA
Discutere le leggi dell’economia è vano quanto discutere la legge di gravità. Ma questa frase non si adatta ad ogni genere di economia. Si adatta a quella della massaia che spende bene i suoi soldi al mercato, cercando di avere il meglio col denaro che ha. Senza mai rischiare la fame e senza mai rischiare il fallimento.
Non si adatta affatto invece alla macroeconomia, l’economia in cui mette le mani lo Stato. Questa ha tutta un’altra logica, che ha ben poco a che vedere con la mentalità della massaia. Lo Stato ha il potere di battere moneta, di rubare, di prevaricare, di delinquere ed anche di fallire. Infatti non maneggia soldi suoi ed è guidato da gente che ha come sola preoccupazione quella di indovinare se riuscirà a galleggiare bene dopo le prossime elezioni. Il popolo, il futuro della nazione, la sorte dei cittadini cui si sono fatte tante promesse, tutte balle. Persino quando un uomo di Stato, non un piccolo politico da quattro soldi, pensa di fare qualcosa di grandioso per il Paese, non lo fa per il Paese, ma per la propria gloria. Per la propria vanità. Tanto che, quando si riesce ad identificare qualcuno la cui personalità non rientra nel quadro tremendo che si è delineato, come Charles De Gaulle, si sa di essere di fronte ad un indimenticabile gigante della storia.
Ma torniamo all’economia. Questa, dal punto di vista dello Stato (qualunque Stato)  non deve rispondere ai principi più ovvi – per esempio che non si può spendere più denaro di quanto si abbia – perché, per quanto riguarda il denaro, lo Stato ha il potere di crearne quanto ne vuole. E lo fa sottraendo ricchezza, con l’inflazione, a chi se l’è guadagnata, per darla a chi non se l’è guadagnata. Se si accorge che i singoli agiscono per il loro interesse (esattamente come i politici) cerca di demonizzarli, di educarli, di punirli. Lo Stato prima della ricchezza del popolo pensa al suo riscatto morale. Così tenta in tutti i modi di falsare il mercato per motivi etici. Il risultato è che mentre un euro nelle mani di una massaia rende il massimo del suo valore, un euro nelle mani dello Stato spesso è sprecato, a spese della comunità. Ma, anche se glielo si fa notare, lo Stato non batte ciglio: il valore morale delle sue intenzioni vale più delle conseguenze per i poveracci che questi lussi morali non possono permetterseli.
Purtroppo, quando la società si accorge di tutto ciò, non pensa affatto a cambiare strada. Pensa che lo Stato debba intervenire ancora di più nell’economia. Pensa che bisogna punire ancor più severamente chi fa i propri interessi, anche se in quel modo crea più ricchezza per il Paese. Perché “in generale” siamo tutti idealisti, e “in concreto” siamo tutti egoisti. Ma siamo fregati dalla suggestione del punto di vista “generale” e non osiamo dichiararlo sbagliato. Anche se poi, se qualcuno lo fa, come Salvini, lo sommergiamo sotto una valanga di voti.
Ecco un esempio. La società italiana produce un numero insufficiente di laureati e una parte di questi laureati, magari i migliori, vanno poi a lavorare all’estero. E ci rimangono. Bisogna ricordare che, per portarli alla laurea, lo Stato ha speso molti soldi, infinitamente di più di ciò che gli studenti pagano come tasse universitarie. Se così non fosse, non esisterebbe il numero chiuso in medicina: basterebbe assumere più professori, costruire nuovi immobili, creare nuove aule universitarie, aprire nuovi laboratori, moltiplicare le cliniche universitarie e via dicendo. Fra l’altro sarebbe una manna per i posti di lavoro. Invece lo Stato, parlando degli studenti, dice: “Non me ne posso permettere più di tanto, e così scelgo i migliori”. Solo che poi questi migliori, una volta divenuti dottori, vanno all’estero. E i nosocomi italiani – è su tutti i giornali – hanno carenza di personale. Ipotizzano di richiamare in servizio i medici in pensione, di chiedere aiuto ai medici militari o agli specializzandi. Sicché oggi è come se noi preparassimo con grande cura e spese dei prodotti alimentari di lusso che poi mandiamo all’estero perché gozzoviglino, gratis, i cittadini di altri Paesi. Mi chiedo quante migliaia di medici italiani operino in Gran  Bretagna.
Nel frattempo – anche questo è su tutti i giornali – siamo sommersi da un’alluvione di immigrati clandestini, per la maggioranza analfabeti o comunque senza un mestiere. Qual è il significato economico di tutto ciò?
La società italiana paga male i laureati. Forse pensando alla famosa uguaglianza di Beppe Grillo, secondo la quale uno vale uno. Ho così saputo che Albert Einstein non vale più di me, e la cosa mi ha molto consolato. In compenso quella stessa società cerca di pagare i poveri più di quanto offrano i datori di lavoro, per esempio stabilendo salari minimi, punendo il lavoro nero, e via dicendo. 
Ma qual è il risultato finale di questi due fenomeni? Per i laureati non c’è modo di fermarli. Non soltanto l’Italia è un Paese libero da cui ci si può allontanare se soltanto lo si vuole. Ma anche a rendere difficili gli espatri, come faceva l’Unione Sovietica, non è che poi il risultato sia stato la prosperità. Dunque i professionisti vanno dove li si tratta meglio e li si paga meglio, secondo l’economia della massaia. Nel frattempo i migranti arrivano a decine di migliaia perché con la metà del salario minimo europeo nutrono sé stessi e le famiglie lasciate a casa molto meglio che se fossero rimasti in Africa o nell’Europa orientale. Ma non basta. Dal momento che, per quelle che sono le condizioni obiettive dell’economia italiana, i poveri sono ancora troppo ben pagati, gli immigranti vanno ad occupare il vero posto di lavoro che offre la società italiana: cioè, a parte la delinquenza,  il lavoro in nero, per una paga inferiore al giusto. Inferiore al giusto persino per i nostri standard. E questo senza nessuna garanzia riguardo agli infortuni, alle malattie, all’invalidità e alla vecchiaia. L’economia, ed anche la giustizia, vorrebbero che i poveri “regolari” fossero pagati un po’ di meno, e i lavoratori “irregolari” fossero pagati un po’ di più, perché i due tipi di lavoro dovrebbero convergere. Quando Di Maio parla di salario minimo di nove euro l’ora (che non si permettono nemmeno Paesi più ricchi di noi) non sa che sta predicando la creazione di una casta di privilegiati, quelli che avranno un posto nelle nuove condizioni, mentre molte imprese dovrebbero chiudere, non potendosi permettere una mano d’opera così cara (considerando anche lo schiacciante cuneo fiscale). 
L’intervento dello Stato per motivi asseritamente morali ma in sostanza demagogici, distorce la realtà economica, fino ad ottenere il contrario del risultato sperato. L’Italia, moralmente impettita e pronta a dare lezioni a tutti, proclama che i poveri dovrebbero essere pagati bene e poi tollera che migliaia e migliaia di poveracci senza arte né parte vivano ai margini della società, e della legalità, sperando di lavorare per chi, correndo qualche rischio legale, è disposto a sfruttarli. Ma si fa pagare anche il rischio. E la nostra società buonista riesce a non vedere chi coltiva i nostri campi e raccoglie la nostra frutta, per un salario da negrieri. 

Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/7/2019 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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