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POLITICA
27 giugno 2019
ISTANBUL PUO' ANCORA RISORGERE?
Le civiltà, ha scritto il poeta Paul Valéry, sono mortali. E infatti molte sono morte. Ma alcune di loro sono nate sul sito dove precedentemente si erano sviluppate altre civiltà, quasi fosse un terreno fertile per quel miracolo. Per esempio, il Rinascimento sullo stessa penisola di Roma. E altre, addirittura, sono risorte decine di secoli dopo essere morte: basti pensare che oggi c’è un Paese la cui lingua ufficiale è l’ebraico. 
Se consideriamo il punto di vista politico, la civiltà romana è definitivamente morta. Ma, diversamente dalla civiltà faraonica, pure durata migliaia di anni, la civiltà romana ha lasciato tanti figli e tante tradizioni, da chiedersi se non si sia trattato di una morte apparente. Roma non è più caput mundi, ma il latino – per non parlare del suo alfabeto - è la base di alcune delle più importanti lingue; il diritto romano ha influenzato il mondo intero;  la civiltà romana è stata tanto apprezzata e tanto rimpianta, da prolungarsi in  simulacri viventi, come il Sacro Romano Impero. E comunque Roma è viva nell’apprezzamento della minima traccia che essa ha lasciato nei territori più lontani, da Volubilis, in Marocco, al Vallo di Adriano, all’Anatolia. Gli inglesi, che pure tanto gelosi sono della loro indipendenza, venerano i resti delle loro poche strade romane. Per non parlare delle terme di Bath.
Una morte apparente può anche darsi sia quella della civiltà greca. Troppa parte della nostra cultura è legata a quel piccolo territorio, se è vero che, come ha scritto il Fisher nella sua famosa “Storia d’Europa”, “L’Europa è figlia dell’Ellade”.
Siamo tutti abituati a considera l’Egeo un mare essenzialmente greco, ed in effetti esso lo fu, tuttavia con una precisazione. Mentre il territorio che stava ad occidente di esso era l’Europa, il territorio che stava ad oriente era l’Asia. Oggi questa parola ci fa pensare a territori sconfinati, fino al mar del Giappone, ma allora l’Attica era in Europa e l’isola di fronte, Lesbo, era in Asia. Ma un’Asia che parlava greco. E così, dopo essere andato ripetutamente in pellegrinaggio nella Grecia europea, sono andato in pellegrinaggio nella Grecia Asiatica. Un’Asia in cui trovare Bisanzio, Troia, Efeso.
Sapevo che, ciò facendo, sarei andato in Turchia, ma accettavo la cosa come una inevitabile condizione: Ankara è la guardiana di quei resti che comunque rispetta e conserva forse con maggiore cura di quanto facciamo noi, malati di un eccesso di ricchezza. Dalla Turchia moderna non mi aspettavo certo molto. Troppo recente era la storia ottomana. La consideravo un Paese molto meno occidentale di altri. Infatti, un’eternità prima, ero stato in Tunisia, e l’avevo trovata impregnata fino agli occhi di civiltà francese. Ero stato in Marocco, un Paese musulmano, ma con una sua dignità di vecchia monarchia tollerante. Del resto “Maghreb” significa occidente, e quella parola è anche l’etimologia di “Marocco”. E invece la Turchia fu capace di sorprendermi. 
Sto parlando del 1996 o forse del 1997. Istanbul era piena di moschee e la sua reggia, Topkapi, parlava di sultani, di eunuchi, di tirannia e perfino di crudeltà, ma per il resto nella città si respirava la libertà. Istanbul era Europa. Le ragazze giravano in minigonna, Istiqlal, la famosa strada, era inquinata dal rumore del heavy metal che usciva dai negoziacci di musica pop, e tutto spingeva a sentirsi a casa. Quel Paese aveva veramente girato pagina, dopo la sconfitta del 1918. Avevo davanti agli occhi il risultato di una rivoluzione operata dall’alto, da un coraggioso genio della politica come Mustafà Kemal, Atatürk. Un eroe animato dall’indomabile volontà di riscattare la sua patria e rilanciarla nella storia. La nazione era talmente impregnata del suo messaggio, che tutti gli orologi pubblici erano inesorabilmente fermi alle 9,05, l’ora della sua morte. Ancora quasi sessant’anni dopo.
Mi sono subito sentito pieno d’ammirazione per questo Paese che, simile in ciò al Giappone, aveva improvvisamente compreso di avere sbagliato strada ed aveva avuto il coraggio di imboccare quella giusta. Ma sotto la mezzaluna rossa le resistenze furono più forti che a Kyoto. L’Impero, dopo l’irruzione del Commodoro Perry nella baia di Tokyo, fu spinto dal suo Imperatore – praticamente un dio – ad abbracciare la modernità. Mentre Atatürk non dimenticò mai le radici tradizionali e musulmane del suo Paese. Infatti, non fidandosene, incaricò i militari di intervenire nella politica, ogni volta che la rivoluzione kemalista fosse stata messa in pericolo. E così andò per molti decenni. 
Naturalmente non mancarono le critiche delle anime belle occidentali.  I nostri maestri della purezza democratica non potevano ammettere che la democrazia fosse rimessa sui suoi binari da persone in divisa, anche se poi queste, ad operazione completata, rientravano nelle loro caserme. A Parigi o a Londra la cosa era inammissibile, e dunque doveva essere inammissibile anche ad Ankara. La solita lungimiranza degli intellettuali.
Così a poco a poco i militari persero potere e coraggio, ci fu una volta in cui non ebbero la forza di reagire, e alla lunga ebbero ragione i retrogradi. Con Recep Tayyip Erdogan la rivoluzione kemalista fu a poco a poco cancellata. Chiunque non fosse d’accordo col nuovo sultano, o rischiasse di non esserlo, finiva in galera. I giornali non erano più liberi, anche i giornalisti erano facilmente sbattuti in pensione, o andavano prudentemente in esilio. La religione ridiveniva un’importante componente dell’anima nazionale. Si votava ancora, certo, ma si sarebbe detto che il popolo, invece di essere allarmato da questo ritorno al passato, ne fosse contento. Quasi avesse ritrovato la sua vera anima campagnola, bigotta, antidemocratica. E poiché il nuovo sultano veleggiava col favore di una sorta di boom economico, era difficile opporsi al governo. 
La modernità sembrava una causa persa. La nuova Turchia non aveva più l’ideale della libertà laica e repubblicana. Sognava al contrario di essere la potenza egemone di tutti gli Stati sunniti, di cui sposava perfino i pregiudizi e la retorica più insulsa. Per esempio rinnegando la lunga e proficua alleanza con Israele. 
Naturalmente, durante tutti questi anni sono stato a chiedermi se il kemalismo fosse stato un sogno. E come fosse possibile che un intero popolo che non aveva neppure conosciuto la Turchia di prima di Mustafà Kemal potesse riabbracciarne usi e costumi. Incluso il peggio di essi. Le civiltà sono mortali, mi dicevo, ma non possono essere morti tutti i turchi che ho conosciuto io, nel mio primo viaggio. Allora la nostra guida, un giovanotto cristiano nella Turchia musulmana al 97%, mi ricordò che nel suo Paese non sarebbe stato permesso avere un partito chiamato “Democrazia Cristiana”. E appunto, mi dicevo, che ne è stato, di quel giovane? Come hanno vissuto i laici turchi questo ritorno a un Medio Evo che anche loro avevano soltanto studiato sui libri?
Sono tornato altre due volte in Turchia, un Paese che non riuscivo a non amare, finché mi sono rassegnato: la Turchia che avevo amato io era morta. E infatti non ci sono più tornato. E tuttavia non riuscivo a rassegnarmi,  il rovello non cessava. Se non era morta l’anima turca retriva, malgrado un’ottantina d’anni di kemalismo, come poteva essere morta l’anima kemalista, solo per una ventina d’anni o poco più di Erdogan? Bastava la galera per gli intellettuali, per i giornalisti, per i militari e perfino per i magistrati, per far dimenticare tutto un mondo laico e democratico?
Così mi son rimesso, quasi per gioco, a ripercorrere la vicenda gloriosa di questa parte del mondo. Prima ci fu Bisanzio, un po’ sotto l’egemonia greca, un po’ sotto l’egemonia del “Grande Re”, cioè della Persia. Poi questa città essenzialmente greca divenne greco-romana. Nel senso che, se il greco rimase la sua lingua ufficiale, il latino fu certo molto noto, quando dal IV Secondo  Bisanzio divenne Costantinopoli, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente. E tale rimase per oltre mille anni, fino al 1453. Da allora quel bastione della cultura occidentale dimenticò le sue radici e la sua storia e Costantinopoli divenne Istanbul. Non parlò più greco, non ebbe più aneliti democratici, non ebbe più la cultura giuridica romana, divenne orientale e tirannica a tutti gli effetti, come se il Grande Re avesse vinto secoli dopo la propria morte. E tuttavia quella civiltà aveva abbastanza forza, in sé, per sopravvivere alla propria morte e alla più totale disfatta del Sultano che l’aveva ereditata. Con Atatürk sembrava partita per un altro giro della storia. Tanto che io stesso non capivo che cosa aspettasse l’Europa a riaccoglierla nel suo seno. La Turchia si era volta di nuovo ad Occidente, pensavo, e se quell’esperimento era già durato tanto a lungo, si poteva anche pensare che sarebbe durato ancora per secoli, senza neppure avere bisogno della tutela dei militari. Mi sbagliavo. Erdogan è riuscito a ritrovare le radici orientali, medievali ed oscurantiste di quel grande Paese, fino a fargli fare un salto indietro di secoli. Ma se a lui è riuscita questa impressionante piroetta verso il peggio, chi dice che i turchi non si pentano di questa avventura, chissà che non si accorgano di quanto sia bella la libertà, condizione che si apprezza soprattutto quando la si perde?
Le recenti elezioni comunali di Istanbul potrebbero essere un presagio fausto, in questo senso. Quella che fu Bisanzio, e a lungo una Costantinopoli che parlava greco, anche se era stata la prima a lanciare la carriera di Erdogan, votandolo suo sindaco, è stato la prima a stancarsene. Oggi questo politico autoritario, che sembrava imbattibile, ha subito la sua prima sconfitta. Infatti è stato abbastanza sciocco da dar retta si suoi consiglieri, quelli che forse hanno sperato che la prima sconfitta, dovuta a poche migliaia di voti, fosse stata un errore. Hanno richiesto una seconda votazione e stavolta la sconfitta si è trasformata in disfatta.  Erdogan l’imbattibile è stato battuto, e dal momento che la Turchia è in piena crisi economica e finanziaria, k0avvenire è divenuto incerto. 
Se in futuro la Turchia ritroverà la sua democrazia e il suo kemalismo, vorrà dire che quel militare visionario, missionario dell’impossibile, aveva visto giusto: persino un Paese arrivato all’ultimo livello della decadenza, meritava un uomo come lui ed era disposto a seguirlo. Tanto che oggi, finalmente senza la tutela dei militari, potrebbe riprendersi la democrazia. Se invece permettrrà a Erdogan di completare la repressione del dissenso, fino agli eccessi dei sultani di un tempo, sarà segno che la Turchia non era degna di Kemal, e che l’Europa dovrà tenerla lontana ancora per qualche secolo. 
Il Turco non sarà più il pericolo che fu per tanto tempo, ma certo rimarrà un estraneo pericoloso. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      27 giugno 2019



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POLITICA
24 giugno 2019
ENRICO IV, AMLETO E SALVINI
Il protagonista politico dell’Italia attuale è senza dubbio Matteo Salvini. Dunque sarebbe importante conoscere le sue intenzioni, i suoi programmi, i suoi progetti. E noi cittadini li conosciamo? Proprio no. Il marziano appena arrivato dal suo pianeta potrebbe pensare che ciò avvenga perché il detto Salvini è un tipo talmente riservato da tenere sempre nascoste le sue carte. E invece noi saremmo costretti a dirgli che quell’uomo manifesta il suo pensiero anche più volte al giorno, in contesti diversi. Purtroppo ottiene il ben noto effetto di saturazione. Data la quantità di informazioni che ci fornisce, e dato che queste informazioni sono sempre nuove e magari in contraddizione con le informazioni precedenti (per non parlare della contraddizione con i dati di fatto), in fin dei conti nessuno sa che cosa pensa di fare, che cosa dice sul serio e che cosa dice per vedere l’effetto che fa. Quando mente e quando è sincero. Quando fa finta di non sapere le cose più ovvie, e quando realmente non le sa, dimostrando una preoccupante mancanza di competenza. Matteo Salvini è una mina vagante, senza segni di nazionalità. Non si sa nemmeno contro chi esploderà, se esploderà, e addirittura potrebbe esplodere facendo saltare in aria chi l’ha deposta in mare. 
Tutto ciò non risulta da un ricercato esercizio di scetticismo a 360 gradi. Si ricava dalla lettura quotidiana degli editoriali. Chi non legge i giornali potrebbe magari pensare che, se non ha chiare le intenzioni del nostro Ministro dell’Interno, è perché non si è informato. E al contrario chi i giornali li legge, o almeno legge gli editoriali, è cosciente di saperne anche meno di lui. Infatti persino i massimi competenti sono costretti ad astrologare, a consultare il volo degli uccelli e le viscere delle vittime sacrificali. O, volendo essere meno cruenti, i fondi di caffè. Gli editorialisti si chiedono dottamente se quell’uomo voglia far cadere il governo o no; se voglia divenire primo ministro o preferisca averne i poteri senza averne le responsabilità, come avviene attualmente. E poi, vuole o no far cadere il governo? Già non si sa se gli converrebbe o no. Perché sul dopo impera la caligine più spessa che si possa immaginare. L’attuale procedura d’infrazione è uno scherzo in confronto a ciò che ci aspetta a fine anno. Salvini si sentirebbe disposto a firmare la prossima legge di stabilità, impresa che spaventerebbe una cooperativa di Ercoli?
La situazione è spaventosa e uno ragionevolmente si aspetterebbe l’atteggiamento prudente di chi si chiede come limitare i danni, secondo le varie ipotesi. E invece Salvini promette che spenderà trenta miliardi per introdurre la flat tax, poi che ne spenderà dieci, oppure quindici, sempre per lo stesso scopo e comunque in deficit. Come se fosse certo che basterà chiederli (ai mercati) per ottenerli, mentre il nostro rating è a un passo dal livello spazzatura. Come se quindici miliardi per la tassa piatta (prendiamo la somma media), più altri ventitré per sventare l’aumento dell’Iva, più un’altra decina non ricordo per quale impegno, non ammontassero a 48 miliardi.  Quarantotto miliardi diviso sessanta milioni, quanti siamo noi italiani, fanno ottocento euro a testa. Tremiladuecento per una famiglia di quattro persone. Domanda: siamo sicuri che, se ci presentassimo in banca a chiedere un prestito, otterremmo tutti un prestito di tremila euro, per la nostra famiglia? E chi pensa mai che i mercati reputino l’Italia più solvibile di quanto siamo solvibili tutti noi, in media?
Ma ecco, come nel gioco dell’oca, torniamo alla casella di partenza. Salvini parla sul serio o prende per i fondelli noi italiani e tutte le autorità comunitarie? È pazzo o si finge pazzo? A sentirlo sembra più demente dell’Enrico IV pirandelliano, e infinitamente più folle dell’arguto, acuto e occasionalmente tremendo  Amleto.
Altro elemento di sbalordimento: di solito chi imbroglia, chi racconta fandonie, fa il possibile per evitare la verifica. Così, chi predice la fine del mondo non l’annuncia per una o due settimane dopo, ma per un giorno di tre o quattro anni dopo. Giusto il tempo di riscuotere i benefici di quella profezia. Chi invece pronostica la sventura a brevissima scadenza si procura facilmente lo scherno del prossimo. Dunque Salvini che parla imperterrito di grandi spese in deficit quando nel giro di una settimana o due Bruxelles ci potrebbe notificare il precetto (il decreto ingiuntivo ce l’ha già notificato), che cosa crede, di cavarsela dicendo che scherzava?
“Questo articolo non mi dice nulla di nuovo”, potrebbe dirmi un amico. Ed avrebbe ragione. Ma ad una cosa serve: a rassicurarlo. Se non ha capito niente dell’attuale situazione politica non è perché sia un imbecille. O – se è un imbecille – lo è con milioni di colleghi, inclusi fra loro il sottoscritto e i migliori commentatori politici dei giornaloni. Non è consolazione da poco. Io per primo ne avevo bisogno.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
23 giugno 2019



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POLITICA
23 giugno 2019
NOVE PER NOVE NOVANTANOVE
Immaginate un’Accademia di Matematica di rinomanza nazionale, tale che essere membri di essa sia un grande onore, e immaginate pure che, fra le condizioni per esservi ammessi, vi sia un esame in cui il candidato deve dimostrare di essere in grado di rispondere prontamente a qualunque incrocio della Tavola Pitagorica. Sarebbe surreale, naturalmente. Ma cesserebbe di esserlo se si dimostrasse che, a volte, i massimi competenti sono incapaci di tenere conto del fatto che otto per sette fa cinquantasei e non cinquantotto. E così , a cascata, poi sbagliano problemi matematici ben più complessi e importanti.
La complessità non esime dal dovere di tenere conto delle evidenze elementari. Infatti, in caso di contrasto, cadono le teorie, non le evidenze elementari. Gli esempi a sostegno di questa piana osservazione sono moltissimi. Prendiamo l’economia marxista. Ammettiamo per ipotesi che, leggendo il Kapital e gli altri scritti di Marx, si sia pieni di ammirazione per questo pensatore. Ciò non toglie che in tutti i Paesi in cui si  è tentato di applicare la sua teoria si sia provocata un’immensa miseria. Dunque in concreto, quella teoria è sbagliata. E colui che si rifiutasse di studiare Marx non sarebbe come il Cardinale Bellarmino che si rifiuta di avvicinare l’occhio all’oculare del telescopio di Galileo, ma uno che ha ben guardato in quel telescopio e non ha visto traccia delle affermazioni di un ciarlatano. 
In geometria la retta può permettersi il lusso di essere infinita, perché è un ente fondamentale della geometria euclidea e nessuno ha mai preteso che esista realmente. Viceversa, un’economia che impoverisce non ha giustificazioni, perché la sua funzione essenziale è quella di creare ricchezza in concreto. Diversamente bisognerebbe essere disposti ad accettare l’affermazione che il cianuro sia un medicinale salvavita benché chi l’assume muoia.
Questo realismo intellettuale è ciò che può indurre a fermarsi alle prime pagine di un libro che esponga le teorie di Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Il nome è impressionante ed impressionante è pure la sua teoria fondata sullo spirito. Purtroppo, se l’ingenuo chiede: “E che cos’è, questo spirito? E Hegel come dimostra che esiste?” non riceve una risposta soddisfacente. E allora ha tutto il diritto di fermarsi alla pagina cui è arrivato. Un po’ come se, all’Accademia di Matematica di cui si diceva, chiedesse di essere ammesso un matematico la cui teoria è fondata sul fatto che nove per nove faccia novantanove. 
La caratteristica delle teorie suggestive ma infondate è quella di essere basate su spiegazioni complesse, intese a scoraggiare i troppo curiosi. Se non basta si accenna a qualcosa di incomprensibile, dii superiore al nostro intelletto e in fin dei conti ci si chiede di accettare ciò che ci era stato detto da principio, e su cui avevamo sollevato dei dubbi. 
Se qualcuno dice (per la verità l’ha detto un Papa, nel 1950) che, dopo la morte, Maria è stata assunta in cielo insieme col suo corpo, sarà pur lecito chiedere dove si trova attualmente quel corpo. Cioè in quale parte del cielo che abbiamo sulle nostre teste. Né si può rispondere che è stata assunta “in modo spirituale”, perché ciò è contraddittorio con l’affermazione che è stato il suo corpo, ad essere “assunto”, e non soltanto la sua anima. E il corpo è essenzialmente materiale, mentre è spirituale proprio “ciò che non è materiale”. Eppure queste contraddizioni non turbano i credenti. Essi vogliono credere e tanto basta. Ma loro dovrebbero farci il sacrosanto favore di non contestare la nostra razionalità. Noi lasciamo loro la loro Fede, loro devono lasciarci la nostra razionalità, e non pretendere che la loro Fede sia razionale. In questo caso non lo è nemmeno secondo la distinzione teologica tra materiale e spirituale.
Un ultimo esempio che riguarda l’attualità. L’intera Italia è convinta – e lo è da oltre mezzo secolo – che l’economia si rilancia con gli investimenti pubblici. E infatti ci ha provato per oltre mezzo secolo, fino a metterci sul groppone un debito pubblico mostruoso. Ebbene, è sì o no lecito dubitare di una teoria che, con la spesa pubblica, ha prodotto un simile problema? Ma come contrastare una convinzione universale di cui nessuno si sente in dovere di dimostrare la fondatezza? Essa è tanto “evidente” che neppure l’esperienza negativa riesce a scalfirla.
Forse quegli ateniesi che hanno condannato a morte Socrate non avevano tutti i torti. Chi pensa con la sua testa, chi crede più all’evidenza che alle teorie, è empio. Mette in discussione gli dei e corrompe la gioventù.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 giugno 2019




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POLITICA
22 giugno 2019
IL PROFESSORE CERCA LAVORO
Il giovane si presentò nell’ufficietto che gli era stato indicato di malavoglia da un operaio. Entrato si trovò di fronte il padrone del cantiere, attorniato da scartoffie, computer, telefoni, classificatori, tanto che pareva non ci fosse posto per altro. Per fortuna c’era una sedia per i visitatori e il candidato la guardò con desiderio. Ma era troppo beneducato per sedersi senza essere invitato. Rimase dunque in piedi, finché l’uomo dietro il tavolo non gli lanciò un semplice: “Allora?”
- Io Antoine Mba. Lavorò, disse il nuovo venuto. E l’imprenditore lo guardò con occhio critico. Era nero come la pece e la vecchia tuta blu che costituiva tutto il suo vestiario non riusciva a nascondere quanto quel giovane fosse vigoroso e ben fatto. Comunque sembrava pieno di dignità. Gli fece segno con la mano di sedersi.
- Travail, ripeté il giovane, temendo di non essere stato capito e azzardando un tentativo col suo francese. Gli andò meglio del previsto. Il padrone non soltanto conosceva e parlava benissimo il francese, ma fu immediatamente lieto di avere l’occasione di usare quella lingua che in anni lontani gli era stata molto familiare. Così la conversazione fluì senza intoppi.
Il giovane era solo, in Italia, e non aveva un lavoro. Non desiderava né mendicare, se pure con la scusa di lavare parabrezza ai semafori, né adattarsi ad attività al limite della legalità. Infine non voleva sopravvivere a stento su una panchina pubblica, mangiando a spese delle Caritas. Cercava lavoro ed era disposto a qualunque attività. “Sono in buona salute, robusto, e non pretendo la luna”.
Il cavalier Perini, anche se produceva laterizi, aveva fatto studi regolari, addirittura arrivando alla maturità classica, e questo lo rendeva particolarmente sensibile al modo di esprimersi. Quel negraccio parlava bene. Le sue frase erano ben costruite e, se pure involontariamente, gli era capitato all’occasione di usare espressioni che un uomo che avesse fatto soltanto le elementari non avrebbe certo usato. Così, dopo avergli detto che malauguratamente in quel momento il suo personale era al completo (cosa perfettamente vera) proseguì dicendo:
- Posso permettermi di chiederle che studi ha fatto?
- Niente di tecnico, rispose il giovane, pensando che forse Perini un posto l’avrebbe avuto, per qualcuno che fosse stato – per dire - perito elettrotecnico.
- Niente di tecnico, e dunque?
- Laurea in lettere, disse l’uomo, quasi a malincuore. Al mio Paese, naturalmente. Perché me lo chiede?
- Ma perché si vede, ragazzo mio. Qui lei è un errore.
- Una persona non può essere un errore, replicò fermo il nero.
Perini, senza neanche chiedergli il suo parere, aprì il piccolo frigorifero da ufficio alla sua sinistra, gli porse un bicchiere di plastica e una lattina d’aranciata. Poi servì sé stesso e proseguì:
- Il suo posto è al suo Paese, dove lei è un professore e soprattutto un essere umano, non un nero. Del suo francese qui non importa niente a nessuno, quello che tutti vedono per prima cosa è che lei è veramente nero. Senegalese?
- Senegalese, sì.
- Qui, senza sua colpa e, badi, senza colpa degli italiani, lei è un diverso. Prevedibilmente un inferiore. Dunque la vittima predestinata di ingiustizie, anche da parte di persone che culturalmente valgono meno di lei. Chi gliel’ha fatto fare, a venire? Questo non è il paradiso. È un posto in cui si riesce a vivere, ma a volte anch’io vorrei emigrare, mettermi in pensione, andare a coltivare banane e papaya in qualche isola del Pacifico. Senza dire che una persona di buon senso nemmeno dovrebbe darle un lavoro.
Ci fu una pausa, durante la quale il giovane lo studiò con attenzione. Quell’uomo evidentemente non era malevolo, e allora perché aveva detto quell’ultima frase? Non bastava che gli dicesse, come aveva già fatto, che non aveva un lavoro per lui? Ma proprio questo l’autorizzava a non fargli sconti.
- Perché dice una cosa del genere? Una persona di buon senso dovrebbe essere razzista?
- Ma no, che dice! sorrise Perini. Ascolti. Se io assumessi un senegalese analfabeta avrei da fare con uno che già al suo Paese è stato trattato più o meno come un asino o un cavallo. Se invece faccio sudare come un cavallo un professore di lettere, questo professore di lettere alla lunga non potrà non odiarmi. Perché lui non è al suo posto, e questo errore – vede che ci ritorniamo? - alla fine si tramuta in rancore. Rancore contro di me, contro l’Italia, contro tutti. E se io la faccio capo operaio, gli stupidi ex colleghi si sentiranno vittime di un’ingiustizia: “E noi dobbiamo essere comandati da quel negraccio?” Se io in un momento di collera do del cretino a un mio operaio, quello penserà che sono un maleducato e approfitto del fatto che lui di questo lavoro ha bisogno. Ma se do del cretino a lei, siamo sicuri che anche a lei non verrà il mente che forse con un bianco non me lo sarei permesso?
- Ma in questo modo non usciremo mai dai pregiudizi!
- E chi mai le ha promesso che ne saremmo usciti? Le dirò anzi che io cerco di non assumere donne, handicappati, omosessuali e chiunque sia un pelo diverso dalla media più banale. Non voglio fastidi. Non sono nato per migliorare l’umanità. Me la cavo appena, per quanto riguarda me stesso.
- Dunque lei è contro l’immigrazione dall’Africa.
- Nel modo più risoluto.
- E contro l’immigrazione dei musulmani.
- Assolutamente sì. Soprattutto loro.
- Io sono musulmano. Le sembro un terrorista?
- Non dica sciocchezze. E comunque quello non è l’unico “difetto” dei musulmani.
- Insomma, disse il negro, chiaramente irritato: di una persona come me non le va bene niente. Il meglio che potrei fare sarebbe sparire da questa stanza e andarmene via dall’Italia col primo aereo. Se potessi permettermelo.
Perini scosse la testa, quasi trattenendosi dal ridere.
- Ma non si faccia cattivo sangue! Gli scappò in italiano. Il fatto era che non ricordava una frase francese equivalente. Finché non gli tornò in mente: “Ne vous faites pas de mousse!”
- Non soltanto non ho niente contro di lei personalmente, ma la trovo una persona simpatica e beneducata. Tanto che esitavo se darle venti euro per aiutarla almeno per oggi, o se invitarla con me in trattoria, dal momento che è quasi ora di pranzo. Anzi, sa che le dico? Che farò ambedue le cose.
Del negro, se fosse stato di un altro colore, si sarebbe detto che era arrossito. Si vedeva chiaramente che non sapeva che cosa dire. Perini venne in suo soccorso:
- Vede, io non ho assolutamente niente contro l’individuo. Ma come posso assumere una giovane donna se poi, quando partorisce, lo Stato vuole che una buona parte delle spese me le assuma io, che non l’ho ingravidata, pagandola mentre se ne sta a casa sua? E allora niente donne. Io me la cavo dicendo che questo è una lavoro gravoso, per uomini, ma la realtà è che non assumerei donne neanche se avessi un salone da parrucchiere. E mi creda, le donne mi piacciono. Ma mi piacciono a titolo individuale, non professionale. 
- La ringrazio dell’invito a pranzo, ammise il giovane francamente. Mangerò con piacere, un vero pasto, seduto a un tavolo come una persona civile. Ma devo aggiungere che lei è il più fottuto individualista che abbia mai incontrato. Per lei la società è zero, la solidarietà è zero, il resto dell’umanità è zero, a meno che una persona non le sia simpatica a titolo individuale.
- Esattamente, sorrise Perini, per nulla turbato dalla filippica.  Sembrava anzi uno che si fosse sentito lodare. Per me che lei sia bianco, nero o verde, non importa. E non m’importa neppure la sua religione. Mi importa che lei sia una persona con cui posso comunicare. Magari un giorno discuteremo di Rousseau che per me è stato uno peste, mentre per lei…
- Non si preoccupi. Anche per me.
- Vede? Sono convinto che avremo più cose da dirci di quante ne abbiamo con i nostri connazionali. Ma andiamo via, è proprio l’ora di pranzo. Continueremo la conversazione a tavola. 
E così dicendo si calcò in testa il cappellaccio di paglia che pendeva da un chiodo, e un attimo dopo stava chiudendo a chiave l’ufficio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/6/2019 alle 12:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 giugno 2019
QUOD PLERUMQUE ACCIDIT
Nel diritto penale, il dolo è l’intenzione di fare qualcosa che la legge vieta. La colpa è invece la rimproverabilità di un’azione che, pure non mirando a violare una legge, quella legge ha violato. Chi spara per uccidere, agisce con dolo. Chi si distrae mentre guida e  ammazza qualcuno, voleva solo guidare ma ha ucciso. E il reato ascrittogli è “omicidio colposo”.
Fin qui è tutto chiaro. La legge richiede che ogni cittadino agisca con prudenza, con perizia, osservando leggi e regolamenti. Ma a che livello?
Prendiamo un medico che cura un malato secondo le sue nozioni di abilitato alla professione medica. Se il malato muore e si può affermare che invece un luminare della medicina avrebbe saputo fargli superare quella crisi, possiamo dire che il medico è stato imperito e dunque è colpevole di omicidio colposo?
Tutto dipende dalla sensibilità sociale. Una società realista sa che da un medico generico ci si può (e ci si deve) aspettare la competenza di un medico generico. Se invece si parte – come oggi tutti fanno – dal principio che “quella morte si poteva evitare”, quasi nessun medico potrebbe sfuggire alla condanna per omicidio colposo. E questo è profondamente ingiusto. Ogni conducente di autobus sa guidare, ma non per questo potrebbe sostituire vantaggiosamente Hamilton o Vettel. 
Oggi  il povero medico non ha scampo. I consulenti tecnici d’ufficio hanno tutto Il giudice, rinviando la responsabilità ai c.t.u. (consulenti tecnici d’ufficio) che hanno avuto tutto il tempo e l’agio di esaminare il caso. Infatti per la loro perizia richiedono tre mesi. Poi arrivano alla conclusione che la dottrina medica per quel caso prevedeva una diversa terapia,  e il giudice, appiattendosi sul parere dei tecnici, crocifigge il povero sanitario. Dimenticandoche, se bisognasse condannare chiunque non si è comportato nella maniera teoricamente più esatta, dovrebbero essere condannati tutti i giudici la cui sentenza è poi riformata in Appello o in Cassazione.
Dire, come tutti fanno, “Quella morte poteva essere evitata”, è una stupidaggine. Ammettiamo che ci sia un incendio in un cinema e uno spettatore muoia nella ressa. Si poteva evitare quella morte? Certamente. Sarebbe bastato chiudere sei mesi prima tutti i cinema del Paese. Sembra eccessivo? Ma si può essere sicuri che non scoppierà mai un incendio, in un cinema?
In Italia dei giudici hanno condannato dei sismologi (grazie al cielo soltanto in primo grado) soltanto per aver detto che, di solito, la scossa di terremoto più forte è la prima. Perché, hanno argomentato i primi giudici, se non l’avessero detto (benché il dato sia pacifico, in sismologia) la gente non sarebbe rientrata nelle case e non sarebbe morta a causa della seconda scossa di terremoto. Quella volta il mondo intero ha riso di noi.
La società è regredita a livelli tribali. Se è morto qualcuno, bisogna ammazzare qualcuno: lo stregone che non ha saputo guarirlo, o non ha fatto i sortilegi giusti; il primo che passa e soprattutto chiunque astrattamente avrebbe potuto impedire l’evento. E infatti, quando l’imputato è assolto, la gente dice sarcastica: “Insomma, non è morto nessuno”. Oppure: “E così mio figlio l’hanno ammazzato una seconda volta”. Qui non si giudica il dolore della famiglia, ma un’intera società propensa a considerare ogni assoluzione un’ingiustizia.
Se il Paese non fosse impazzito, se i magistrati fossero un po’ meno proni all’opinione pubblica, bisognerebbe richiedere dall’imputato la normale prudenza del bonus pater familias. E nulla di più. Il comportamento normale, quod plerumque accidit, quello che accade nella maggior parte dei casi, dicevano i romani. Dunque non una prudenza estrema, non una perizia estrema, non un’osservanza maniacale delle regole, ma la prudenza, la perizia e l’osservanza delle regole delle persone normali. 
Bisognerebbe evitare l’attuale caccia alle streghe. Bisognerebbe finirla con l’idea che ogni volta che succede una disgrazia ci deve assolutamente essere un colpevole . Perché non sempre è così, e perché non c’è nessun dio affamato di sangue che richiede il sacrificio di qualcuno per essere placato.
Vivere è rischioso, ecco tutto. E il primo dovere di ciascuno di noi è quello di guardare dove mette i piedi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
20 giugno 2019
FARE DEBITI NON È UN AFFARE
L’Italia è molto indebitata e il governo vorrebbe essere autorizzato a contrarre ulteriori debiti con le Borse. Bisogna tuttavia chiedersi come faremo a pagare gli interessi, considerando che già nel 2018 ci sono costati 65 miliardi di euro (più di quanto spendiamo per la Pubblica Istruzione). Insomma rimane l’impressione che, mentre i singoli, se pensano ai loro propri debiti, si rendono conto di ciò di cui parlano, una volta che si passa a un problema nazionale, è come se il concetto divenisse fumoso e inafferrabile.
Debito, in origine è il participio passato del verbo dovere. Poi la parola è divenuta anche aggettivo, come nell’espressione “a tempo debito”. L’essenza della cosa non è tanto il trasferimento di una somma di denaro da un soggetto all’altro – infatti potrebbe anche trattarsi di un regalo – quanto il fatto che, col debito, chi ha ricevuto il denaro è tenuto a restituirlo. E per questa parte, fra privati, società per azioni, persone giuridiche o Stati non ci sono differenze. La regola è sempre la stessa: chiunque contrae un debito è tenuto a restituirlo. 
Ciò ovviamente non significa che il debito sia sempre onorato. Ed è questa la ragione per cui non tutti possono fare debiti perché, per farli, bisogna che il futuro creditore sia fiducioso nella restituzione. Dunque esprimersi come se si fosse sempre sicuri di trovare chi ci farà credito, come si fa pubblicamente in Italia, è una sciocchezza.
Fra l’altro è anche possibile che il debito non sia onorato, nemmeno da chi realmente intendeva restituirlo, ma quando ciò avviene sono sempre problemi per tutti. Del resto il debito non si estingue nemmeno con la morte del debitore, nel senso che gli eredi, se accettano l’eredità, accettano anche di pagare i debiti del de cuius. Naturalmente c’è il caso di colui che, avendo contratto troppi debiti, sparisce dalla circolazione e fa di tutto per non farsi trovare. Ma da un lato ciò non estingue il suo debito, dall’altro il creditore farà sempre tutto il possibile per soddisfarsi, in primo luogo mettendo all’incanto tutti i beni del debitore su cui riesce a mettere le mani. La sintesi è semplice. Un debito richiede un rimborso e il creditore, a meno che non si tratti di una somma irrisoria, farà sempre tutto quanto in suo potere per ottenerlo.
Per quanto a prima vista sembri che chi soffre di più, in caso di mancato adempimento dell’obbligazione sia il creditore (che perde il suo denaro) in realtà chi finisce col soffrirne di più è il debitore. Infatti il creditore perde una somma che poteva permettersi di perdere, mentre il debitore è inseguito dal creditore, dalla legge, e – nel caso della bancarotta fraudolenta – deve prendere in seria considerazione anche il carcere. Proprio per questo, soprattutto quando il debito è grandissimo, il debitore in difficoltà comincia a lambiccarsi il cervello:  “Come posso evitare i guai dell’insolvenza senza pagare il mio debito?” In realtà potrebbe subito smettere di strapazzare la sua immaginazione: non c’è nessun modo. Qualche dilazione, qualche concordato sì, ma non molto di più. Contrarre grandi debiti corrisponde pressoché certamente a prepararsi un avvenire molto difficile.
Ma questo lo sanno tutti. E tuttavia, quando si si tratta di un’intera comunità nazionale ubriaca di demagogia e di promesse impossibili, si prendono sul serio i rimedi più fantasiosi. In realtà ha tante possibilità di trovare chi le risolva i problemi quante ne avrebbe qualcuno che fermasse la gente per la strada chiedendo: “Ha diecimila euro da regalarmi? Mi creda, ne ho bisogno”.
 L’Italia sogna da decenni di vivere di debiti, lasciando ad altri la patata bollente del rimborso. Quando cominciarono a spendere come pazzi, i nostri governanti dicevano: “con il boom demografico, ci saranno molti più contribuenti che potranno rimborsare i debiti”. Poi invece c’è stato lo “sboom” demografico. “Col tempo l’Italia sarà sempre più ricca, e il debito, proporzionalmente, sarà sempre più piccolo”. Ma l’Italia è ferma – se non sta andando indietro – da dieci anni. “Del nostro debito si faranno carico i nostri figli e i nostri nipoti”, non pensando che, a parte ogni considerazione morale, potremmo perfino fallire prima. “Del nostro debito finirà col farsi carico l’Europa”, ma l’Europa ha sempre detto e continua a dire di no. “Creiamo una moneta parallela”, ma i trattati ce lo vietano, per non parlare della reazione dei mercati.  “Emettiamo Minibot”, idem. “Usciamo dall’euro”, ma la lista delle controindicazioni è tale che anche i più esagitati non ne parlano più. 
Tutte le soluzioni sono sbagliate, salvo il pagamento del debito. Dire: “Noi non paghiamo e poi che fanno, ci sculacciano?” è stupido. Se ce la potessimo cavare con una sculacciata, voterei anch’io per questa soluzione. In realtà, o noi rimborsiamo il debito a poco a poco, facendo tutti i sacrifici che sarà necessario fare, o accettiamo tutti i guai che comporta il fallimento. E poiché l’accettazione di questa piana verità implica la rinuncia ai sogni, e gli italiani non vogliono rinunciarvi, non ci rimane che accettare la prospettiva dei guai che comporta il fallimento.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 giugno 2019




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POLITICA
19 giugno 2019
SEMPER MACULOR
Credo che fino a metà luglio, e forse oltre, sarà inutile leggere i giornali. Infatti tutto ciò che viene detto, da parte di tutti, potrebbe essere una bugia. Dunque sembra del tutto inutile esaminare e commentare quanto dicono i politici e gli economisti, a tutti i livelli. È come se vi chiedessero: “Quanto fa esattamente il numero che ho in mente io moltiplicato per il numero che ha in mente quel bugiardo di mio fratello?”
Anzi, al riguardo vi propongo un giochino che, diversamente dal quesito precedente, ha una soluzione. Su un’isola vivono bianchi e neri. I bianchi dicono sempre la verità, i negri mentono sempre. Nella nebbia passa una piroga con tre isolani e un tizio, da riva, chiede: “Siete neri o siete bianchi?” Il primo risponde: “Sono bianco”. La risposta del secondo si perde nel rumore delle onde e l’uomo da riva chiede: “Come hai detto?”.  Il terzo dice: “Ha detto che il primo è nero, lui è bianco e anch’io sono bianco”. Che cosa sappiamo del colore dei tre? Ve lo dico alla fine.
Torniamo alle cose serie. Le dichiarazioni di Matteo Salvini sono demenziali. Parla come se l’Italia non soltanto fosse priva di debiti ma come se avesse soltanto il problema di decidere in che modo spendere i suoi soldi per rilanciare l’economia. E poiché quell’uomo è tutt’altro che un demente, bisogna pensare che menta sapendo di mentire. Forse vuol provocare la crisi di governo. Forse vuol far scoppiare l’euro. Forse vuol provocare una crisi di Borsa. Quali sono le sue vere intenzioni? Io non lo so. E per questo non ne parlo.
Le dichiarazioni del governo italiano – e stavolta bisogna metterci dentro Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Giovanni Tria, per non parlare di tutti gli altri che hanno voce in capitolo – sono demenziali. Non si può dire: “Spenderemo un’iradiddio di miliardi, ma rimarremmo all’interno delle regole”, perché questo è contraddittorio. O l’una cosa, o l’altra. O ci state prendendo in giro quando parlate di tassa piatta (per gli italiani che non conoscessero l’italiano: flat tax), di salario minimo, di quota cento e di reddito di cittadinanza, per non parlare dell’assunzione di migliaia di consulenti del lavoro (navigatori, per gli italiani che non conoscessero l’italiano navigator) ed altre spese più o meno inutili, oppure ci state prendendo in giro quando dite che non volete fare altri debiti. 
E la farsa si prolunga anche con i Minibot, che non servono a risolvere il problema del debito dello Stato: infatti, se i beneficiari li usano per pagare le tasse, allo Stato viene a mancare il corrispondente gettito fiscale. Tanto valeva pagare le imprese in contanti. Perché i Minibot sono moneta a fronte di niente, come i bigliettini del Monopoli. Ed è comico sentirsi rispondere che vanno emessi perché  “sono nel Contratto di governo”. Sicché, se in quel contratto avessero scritto che il trenta giugno ci sarà un nubifragio su Roma, il tempo si farebbe un dovere di obbedire? 
E il Ministro Tria, che di quella compagnia di giro sembra l’unico che abbia ancora una certa stima della Tavola Pitagorica, si arrampica sugli specchi per frenare la deriva demenziale. Ma i risultati sono ancora una volta comici. Le sue smentite sono deboli e per giunta sono a loro volta smentite dagli altri vertici del governo. ¿E una persona che ha ancor il ben dell’intelletto dovrebbe mettersi a dedurre qualcosa da questo guazzabuglio?
Come non bastasse, non ci si può fidare neanche delle autorità europee. Ci sono assolutamente tutti gli elementi per dare il via alla più severa procedura d’infrazione, e dunque – soprattutto dopo le dichiarazioni di Salvini & Cie – al riguardo non ci dovrebbe né potrebbe esserci il minimo dubbio. Ma quella procedura potrebbe produrre un terremoto in Europa, e dunque anche gli altri governi potrebbero rimangiarsi la parola. Non che sia probabile, ma è possibile: e quando si ha da fare con dei politici, la prudenza non è mai troppa. Allora a che scopo commentare uno scenario che forse non si verificherà, dando così ragione agli imbroglioni e agli sbruffoni? Come ha scritto Lutero: “Quotiens cum stercore certo, aut vinco, aut vincor, semper ego maculor”, ogni volta che combatto contro la merda, o vinco, o sono vinto, sempre mi macchio.
E allora, cercando di dimenticare i guai del presente, torno alla mia storiella. Il primo che ha risposto dalla piroga, se fosse stato un bianco, avrebbe detto: “Sono bianco”. Ma se fosse stato un negro, mentendo, avrebbe detto la stessa cosa. Dunque di lui non sappiamo nulla. Ma il terzo, dal momento che il secondo non può che aver detto: “Sono bianco”, quando ha detto: “Ha detto che è bianco” ha detto la verità, dunque lui personalmente, il terzo, è bianco. E quando ha aggiunto “anch’io” ha dichiarato – lui che dice la verità – che il secondo è bianco. Dunque i tre sono: nero, bianco, bianco. Come si vede, gli indovinelli sono molto più semplici da risolvere della politica italiana. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
19 giugno 2019.  



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POLITICA
16 giugno 2019
LA SOSTENIBILITA'
Quasi tutti sono in grado di stare su un solo piede. Dunque la cosa è possibile. Ma chi si fidasse troppo di questa affermazione sarebbe presto deluso: infatti dopo qualche secondo o poggia per terra l’altro piede o cade. 
L’osservazione è pedestre (quant’altre mai) ma ovvia: non sempre ciò che è possibile è sostenibile. E tuttavia l’esatta valutazione del tempo, in materia di sostenibilità,  non è da tutti. Mentre  il bambino vive annegato nel presente e raramente si pone il problema del dopo, l’adulto e il vecchio si proiettano nel futuro, tanto da essere sempre preoccupati per ciò che avverrà. Quando le malattie sono un’esperienza ben nota, e la stessa morte una prospettiva non inverosimile, i vecchi si allontanano dai piaceri momentaneamente positivi, come le ubriacature, e si volgono ai piacere che si possono avere a lungo e che, soprattutto, non fanno male: dormire, ascoltare musica, sorseggiare tè, conversare con gli amici, leggere.
Col tempo si impara che la bellezza – come la giovinezza – non è sostenibile nel tempo e che l’amore non è al prezzo della bellezza: è al prezzo dell’amabilità. Anche la felicità è al prezzo del buon senso, del buon carattere stabile, e perfino di qualità cui non si bada a sufficienza, come il humour e, ovviamente, l’intelligenza. Perché si può essere amabili a quindici come a settantacinque anni, mentre giovani si è per un ventennio. Lo stesso successo è un infìdo compagno di strada. Chi non ama tanto il successo, quanto la conquista di un sempre  nuovo successo, non avrà mai pace. E dal momento che la serie dei successi fatalmente si fermerà ad un dato livello, ciò costituirà per l’interessato  una frustrazione: “Perché si è inceppato, il meccanismo? Perché non sono andato oltre?” Chi esagera difficilmente sarà felice perché, per sé stessa, l’esagerazione è insostenibile. 
Questo genere di considerazioni bussa con insistenza, nella nostra mente, a proposito dei due onnipresenti, ineffabili protagonisti della politica attuale, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Costoro  esagerano continuamente, in tutte le direzioni. Si vedono troppo, fino ad essere importuni prima ancora che aprano bocca. Passano continuamente il segno in materia di promesse, di bugie e di cattivo gusto. Peccano nel linguaggio e nella demagogia. Hanno un totale disprezzo della verosimiglianza,  dell’intelligenza degli italiani e perfino di quell’implacabile realtà che li attende al capolinea.
 Ovviamente a queste critiche potrebbero rispondere sbandierando gli applausi e i voti ricevuti. Per non parlare – nel caso della Lega – dei mirabolanti risultati delle elezioni europee. I Dioscuri (come qualcuno li chiama, offendendo la mitologia greca) trattano le loro cariche politiche come enormi giocattoli con cui fare baccano. Sfrecciano sopra le teste dei concittadini facendo ciao ciao con la manina e amano immaginare i cittadini come bambini poveri e vagamente invidiosi che li guardano col naso in su, mentre loro se la godono sulla giostra. 
Lo spettacolo è deprimente. E c’è da compiangerli, pensando alla situazione in cui si troverà uno come Di Maio, una volta sbolliti i fumi dell’alcool. Probabilmente passerà dei mesi a chiedersi come è successo che, mentre un momento prima sedeva su un trono, ora sta sulla paglia insieme con Matteo Renzi. Il quale per giunta, in confronto a lui, è un gigante.
Il successo stabile dipende da ben altri comportamenti. Dovrebbero tutti andare a scuola da personaggi come Angela Merkel. Per non parlare, andando indietro nel tempo, di Konrad Adenauer, o di quell’autentico, straordinario genio che fu Talleyrand. 
Viviamo un’epoca sguaiata, smodata, e perfino maleducata. L’ignoranza non è più una vergogna, ma un diploma di autenticità e di vicinanza al popolo. La demagogia più sfacciata, quella che nega la più ovvia realtà, è presentata come coraggiosa promessa. Siamo alla catena di S.Antonio dei rilanci. E dal momento che la razionalità non ha più corso legale, al Salvini di turno non si può opporre nulla. Mentre ruotano entusiasticamente come dervisci impazziti, non rimane che aspettare: le loro stesse vertigini li abbatteranno. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
16 giugno 2019



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POLITICA
14 giugno 2019
CONVERSAZIONE CON GLI AMICI
Gli amici se ne saranno accorti. I miei articoli non sono più quotidiani e spesso non trattano di politica. In verità, io continuo a scrivere articoli, anche di politica, e poi li butto nel cestino. O nella memoria del computer, che molto gli somiglia. La ragione è che mi sembrano inutili, banali, ripetitivi, in una parola noiosi. Più o meno come mi sembrano noiosi gli articoli dei grandi editorialisti. Questi a volte mettono a fuoco, con sapienza, un minuto particolare della nostra attualità nazionale, ma inevitabilmente lasciano da parte il problema centrale: dove stiamo andando, di questo passo? Che ne sarà di noi? Ci avviamo al happy ending o alla catastrofe? Domande per le quali nessuno ha la risposta. Anche perché raramente un governo fu più cangiante, proteiforme, incostante, inconsistente, mutevole, umorale e disorientato di quello attuale.
Per giunta coloro che sono al potere danno la sensazione di non accorgersi della serietà del momento. Al più alto livello continuano a litigare come se la macchina dovesse guidarsi da sola, e loro potessero occuparsi degli affari loro. Il treno corre a duecento all’ora, non si sa se la linea ferroviaria sia sgombra, e i responsabili continuano a discutere sulle pizze da ordinare o sulle liti dei figli. Un momento si abbracciano e parlano dei regali che si faranno a Natale, un momento – quando sono in vena di essere beneducati – si mandano al diavolo. Ma anche questo è stato detto e scritto cento volte. E poiché non sembra ci sia modo di svegliare la comunità nazionale da questa ipnosi, non rimane che attendere il botto finale, il momento in cui l’esplosione sarà abbastanza forte da proiettarci morti o vivi in qualche prato distante decine di metri. Chissà, forse allora si percepirà per intero la follia di non aver provato ad occuparsi del problema quando ancora si era in tempo.
Oggi Cassandra deve tacere. La sua voce vale quanto il suo silenzio, e forse meno. Un solo esempio e – badate – si parla di numeri, non di opinioni. Per disinnescare l’aumento dell’Iva, a fine anno, sono necessari ventitré miliardi. Dove sono questi soldi? Li abbiamo? Ecco una domanda che sembra non interessare minimamente a Matteo Salvini. Questi  ha solo il problema di spendere altri trenta miliardi per la tassa piatta. Forse il suo ragionamento è più semplice del mio: “Ho bisogno di ventitré miliardi per l’Iva e non li ho. Allora, nello stesso modo come spenderò ventitré miliardi che non ho, potrò anche spenderne cinquantatré, ché tanto il finanziamento è uguale per ambedue le partite: zero per ventitré fa zero esattamente come zero per cinquantatré”, E dovremmo occuparci di deliri contabili di questo genere?
Poi uno si mette a fare ipotesi fantascientifiche: vuoi vedere che l’intenzione di Salvini è quella di far saltare in aria l’intera Italia? Questo , dopo tutto, è meno delirante del programma di spendere cinquantatré miliardi che non si hanno. Ma se così fosse, perché non ci avverte? Non crede che avremmo il diritto di dire la nostra, al riguardo? O reputa che non abbiamo il diritto di mettere il naso negli affari nostri?
Come avrebbe detti Giacomino Leopardi: “Ove per poco il cor non si spaura”. Ed io  perché mai dovrei tediarvi con i miei incubi? Soprattutto considerando che personalmente non ho molto tempo da vivere, e dunque nemmeno da soffrire. Comunque vada, a me è andata meglio dei giovani attuali. Io ho profittato di un’Italia spendacciona, felice e incosciente mentre, insieme ai miei coetanei vi lascerò in eredità un’Italia disastrata e il conto da pagare. 
Non vedo perché per giunta dovrei fare l’uccello del malaugurio. Dunque, buon divertimento e siate felici. Il sole continua a splendere
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 giugno 2019



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POLITICA
13 giugno 2019
LA DECOSTRUZIONE
Un giovane semianalfabeta (intendo col Diploma di Scuola Media Inferiore) vedendomi disponibile al dialogo, mi ha chiesto: “Io vorrei conoscere meglio me stesso. Che libro mi consiglia?” Non sapendo che cosa dire, ho dato la risposta più sincera: “Proprio non saprei”. Ma mi è rimasta sullo stomaco la domanda. Che deve essere proprio difficile. Infatti, secoli prima di Cristo qualcuno ha scritto sul frontone del tempio di Apollo, a Delfi, gnothi sautòn, conosci te stesso.
Ripensandoci, il problema è doppio. Infatti alla domanda: “ Chi sono?” da un lato sarebbe corretto rispondere: “Sono un essere umano”, dall’altro questa potrebbe essere considerata una risposta evasiva. La domanda infatti sostanzialmente era: “Chi sono io in particolare?” 
Come se non bastasse, le eventuali risposte aprono la porta a un’altra serie di domande. Da un lato: “E quali sono le caratteristiche dell’essere umano?”, dall’altro: “Ciò che ho affermato riguardo a me stesso corrisponde a verità?” In fondo, se il dio Apollo comandava gnothi sautòn, era perché pensava che non ci conoscessimo.
Se siamo vecchi e sereni, abbiamo convissuto per tanti anni con noi stessi da essere diventati buoni amici. E l’argomento ha perso interesse. È più utile tentare di rispondere alla domanda: “Chi sono, in quanto essere umano?” Anche perché rispondere non è impresa da poco.
Tutti concordiamo nell’idea che siamo mammiferi superiori, più o meno della classe dei primati, discendenti da ominidi più o meno vicini agli essere umani attuali. Ma personalmente comincio a divergere dall’opinione corrente non appena, completata quella descrizione, aggiungo: “e nient’altro”, mentre la maggior parte dei miei simili parte da quel dato per parlare di tutto ciò che di serio ed importante riguarda l’uomo. Tanto da rendere inadeguata la definizione di mammifero. 
Ecco il punto. Per me l’uomo è il più intellettualmente evoluto  degli animali, ma nulla di più. Per comprenderlo veramente, la difficoltà non è tanto sapere ciò che bisogna aggiungere alla definizione tassonomica, quanto ciò che bisogna togliere dalle illusioni correnti, considerando le infinite sovrastrutture che la società ha accumulato sul nostro conto. 
E qui siamo costretti a svoltare nella metafisica. Non si può discutere con colui che è seriamente religioso e crede in un Dio provvidenziale che si occupa della sorte di ognuno di noi. Non per disprezzo o pregiudizio, ma perché lui ha una Fede, e fede significa fiducia, non razionalità. Per lui l’uomo è figlio di Dio, ha un’anima, e se si è comportato bene andrà in Paradiso, dopo la morte. Per lui Dio sa tutto, vede tutto, si occupa di tutto, e può intervenire su tutto, solo che lo voglia. Insomma ha una sua concezione della realtà che sarebbe vano voler rimettere in discussione. Ecco perché premetto che sto per parlare a coloro che sono lontani da questa mentalità.
Nel mondo dell’homo sapiens come lo vedo io, non c’è nessun dio. L’homo sapiens non ha un’anima e dopo morto è una carogna come lo è la carogna di un cane o di uno gnu. Noi non siamo destinati né alla giustizia né all’ingiustizia. Nella vita può andar bene ai buoni e male ai cattivi o bene ai cattivi e male ai buoni. Possiamo avere molto più o molto meno di ciò che meritiamo, in tutte le direzioni. Se ci comportiamo con intelligenza e correttezza, le cose ci andranno meglio che agli altri, ma non sempre. Insomma siamo immersi in una società in cui non vige nessuna regola e impera da un lato la causalità, dall'altro la casualità. In un miscuglio inestricabile.
Ecco perché la grande fatica dell’orientamento nella realtà non è tanto quella di “imparare” tutto ciò che si crede a torto sia la realtà, ma quella di disimparare, di dimenticare, di “decostruire” l’immenso edificio delle nostre illusioni. Tutto ciò che si insegna ai bambini tende a disorientarli. Gli si insegna che chi è mite, chi obbedisce, chi è “buono” avrà ogni fortuna, mentre chi è “cattivo” avrà ogni sfortuna. E il bambino, l’adolescente, il giovane ci mette una vita a capire che non è vero. Al bambino bisognerebbe dire: “Comportati bene se no ti punisco in modo da fartene pentire. Poi, quando sarai tu il più forte, deciderai tu che cosa è bene e che cosa è male”. Lezione dura ma non ipocrita. 
Sicuramente non bisogna insegnare a porgere l’altra guancia perché, se questa fosse la regola, nella savana non si salverebbe nessuno. Bisogna insegnare non tanto a porgere l’altra guancia, quanto a non dare il primo schiaffo. “Noi siamo animali sociali, e se tratterai male il prossimo, il prossimo tratterà male te: la cosa non ti conviene”. Ecco una lezione etologica che è, nello stesso tempo, morale e fondata.
Ma per arrivare a tutto questo non bisogna avere idola. Bisogna essere capaci di vedere nella realtà ciò che realmente c’è, e non ciò che ci potrebbe o ci dovrebbe essere. In questo modo da un lato si sarebbe corazzati contro le disillusioni, dall’altro si potrebbe essere dei modelli di virtù, soltanto per avere scoperto che, comportandosi da galantuomini, in fin dei conti si vive meglio che cercando continuamente di barare. 
Questa decostruzione dei miti, degli idola, delle illusioni, dei pregiudizi, è l’impresa di una vita. Io l’ho cominciata da ragazzo e non ho mai avuto a pentirmi dei risultati. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
12 giugno 2019
 




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POLITICA
10 giugno 2019
I FIGLI DI SALVINI E QUELLI DEGLI ALTRI
“Se le regole europee mi dicono di non dare da mangiare a mio figlio che ha fame io che faccio? Secondo me viene prima mio figlio e i miei figli sono 60 milioni di italiani”. Ecco che cosa ha risposto Matteo Salvini quando gli hanno parlato della procedura d’infrazione che l’Europa sta aprendo contro l’Italia, e degli eventuali vincoli che essa ci imporrebbe. 
Quando ho letto questa frase, da prima non ho potuto commentarla, perché le lacrime di commozione erano tali che vedevo lo schermo tutto appannato. Quando finalmente mi sono ripreso – ma non è stato facile - ho ritrovato la forza di rispondere a questa epica tesi.
Immaginiamo che Salvini abbia dei figli affamati, e non abbia il denaro necessario per comprare loro del cibo. Si trova in strada, circondato da circa ventisei, tra ristoranti e pizzerie, ma da un lato, come detto, non ha soldi, dall’altro i ristoratori, temendo che l’italiano passi a vie di fatto, stanno sulle loro soglie pronti a difendere i loro esercizi. Se necessario aiutandosi l’un l’altro. In che modo Salvini può costringere gli altri Paesi dell’eurozona a nutrire i suoi sessanta milioni di figli?
Scendiamo sul concreto. Se l’Italia spende in deficit, aumenta il proprio debito pubblico e questo potrebbe portarla al fallimento (anche se di solito lo si chiama più elegantemente default). Ora Salvini potrebbe dire: “Ma se falliamo sono fatti nostri, no?” Il fatto è che, appunto, non lo sono. Perché, partecipando all’area euro, si tratta di fatti comuni. Se l’Italia vuole fallire a suo piacimento , esca prima dall’euro e, per far buon peso, anche dall’Unione Europea. Ma finché non lo fa un suo eventuale fallimento provocherebbe una gravissima crisi, ed ecco perché l’Unione Europea, esercitando un legittimo diritto di autodifesa,  ci vuole imporre di non contrarre ulteriori debiti.
Ma non è l’unico motivo. Ce n’è un altro, precisamente economico,  che rende insulso il discorso di Salvini. Immaginiamo che l’Europa – totalmente impazzita - dica all’Italia: “Fai tutti i debiti che vuoi. Fra l’altro ho parlato con le Borse, e il globo terracqueo si è impegnato a non farti fallire”. Sembra un sogno e tuttavia avverrebbe che, immettendo sempre più denaro nel sistema, l’euro si inflazionerebbe. Di poco o di molto, non importa. Quello che importa è che, quando uno Stato immette in circolo denaro inflazionistico, i primi prenditori di quel denaro acquistano le merci al prezzo di prima – cioè prima che i prezzi abbiano il tempo di aumentare – mentre i percettori di reddito fisso, avendo lo stesso denaro di prima,  quando il prezzo aumenta comprano più caro le merci, e dunque ne acquistano meno. In altri termini, il vantaggio che ricevono i primi prenditori è pagato dagli ultimi prenditori. Ecco perché l’inflazione conduce i poveri alla disperazione, come vediamo in Venezuela.
Tornando al caso dell’euro, se l’Italia spendendo e spandendo in deficit, immette denaro a fronte di niente nell’area euro, di questo denaro falso profittano i sessanta milioni di figli di Salvini, ma lo scotto lo pagano le altre decine di milioni di figli che appartengono agli altri ventisei Paesi dell’area euro. Domanda per Salvini: lui che parla tanto di legittima difesa riconosce che quei ventisei padri hanno più diritto di difendere il cibo dei loro figli di quanto abbia lui il diritto di sottrarglielo con la forza?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      10 giugno 2019



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POLITICA
9 giugno 2019
MINIBOT PER MINIECONOMISTI
Il denaro è un facilitatore degli scambi. Il barbiere che ha passato ore a tagliare capelli, alla fine, avendo incassato del denaro, va a comprarsi da mangiare e a fare benzina. Il denaro che lui versa ai commercianti corrisponde, sostanzialmente, al valore del lavoro fatto. Un baratto mediato dalle banconote. Il denaro misura impersonalmente il valore di una prestazione, e la incorpora nel biglietto di banca, che costituisce dunque un credito nei confronti  della collettività. 
È proprio questo che distingue il denaro stampato dallo Stato da quello del falsario. Il denaro del privato onesto corrisponde ad una quantità di ricchezza che egli ha prodotto col suo lavoro, mentre il falsario non offre nulla in cambio di ciò che compra con la moneta falsa. Per questo è un ladro. Attenzione, come questo ladro si comporta anche lo Stato quando stampa moneta in eccesso rispetto a quella che ottiene col fisco. Perché la moneta che gli danno i cittadini è frutto del loro lavoro (ed è un credito reale) mentre quella che lo Stato stampa in eccesso è moneta a fronte di niente. Moneta che provoca inflazione, cioè diminuzione del valore della moneta circolante, e dunque costituisce anch’essa un furto perpetrato contro la collettività. 
I titoli di Stato non sono moneta, sono titoli di credito. Bot significa Buono Ordinario del Tesoro e si tratta cioè di una cartella che il risparmiatore compra, versando soldi allo Stato, il quale dal suo lato si impegna a restituire quella somma, più gli interessi, dopo il tempo stabilito. Per questo si parla di Bot a sei mesi, a un anno, a dieci anni. In sostanza, il privato concede un prestito a interesse allo Stato e lo Stato si indebita, vendendogli quella cartella.
Ora ammettiamo che lo Stato stampi Bot di piccolo taglio, diciamo da mille euro,  e poi dica agli imprenditori cui deve del denaro: “Ti sono debitore di 75.000€. Ti va se ti do 75 Minibot, scadenza cinque anni, interesse del 2%? Se li accetti, abbiamo regolato il nostro conto. Se non li accetti dovrai aspettare che abbia la disponibilità finanziaria per pagarti”. Come si configura tutto ciò, dal punto di vista economico? 
Che non si tratti di un pagamento, è evidente. Infatti quei Bot non sono moneta dello Stato, e la prova ne è che il detentore può darli in pagamento soltanto se qualcuno è disposto ad accettarli, oppure può disfarsene vendendoli in Borsa al prezzo di mercato (non al valore facciale). Essi sono essenzialmente una promessa di pagamento, con una dilazione compensata da un interesse.  Ma se così è, lo Stato indebitato era e indebitato resta. Si è soltanto ulteriormente indebitato dell’importo dell’interesse per comprare tempo, e alla fine comunque dovrà pagare in euro. Né i furbi possono pensare che Bruxelles o le Borse non contino quelle somme come parte del debito. Perché parte del debito sono e restano.
Ma ora ammettiamo che lo Stato dica: io ti pago in Minibot, e tu potrai usarli per pagare chiunque: le tasse allo Stato, le merci ai tuoi fornitori, e tutti i tuoi acquisti: nessuno avrà il diritto di rifiutarli. In questo caso lo Stato avrebbe emesso una moneta parallela. Infatti la moneta dello  Stato è caratterizzata dal “corso forzoso”, cioè dall’obbligo per tutti di accettarla come mezzo di pagamento. Ecco perché Mario Draghi ha lapidariamente scomunicato i Minibot dicendo che o si tratta di ulteriore debito o si tratta di una moneta parallela, dunque illegale. È ovvio: se lo Stato si mette a pagare le sue iniziative, i suoi dipendenti e chiunque voglia con i Minibot, aumenta il suo debito. E il nostro è già astronomico.
Ma – si dirà – i destinatari possono rifiutare quei Minibot, pretendendo di essere pagati in euro, unica moneta a corso forzoso dell’Italia. Giusto. Ma la legge può essere cambiata. E se lo Stato la cambiasse, per imporre i Minibot, avrebbe emesso una moneta parallela. Illegale.
Da qualunque lato si affronti il problema, si torna alla dicotomia di Draghi. Per giunta la moneta parallela – formalmente uguale all’euro (Bot da mille euro uguale dieci biglietti da cento euro) - varrebbe meno dei biglietti da cento euro, e dunque tutti tenderebbero a disfarsene al più presto, sicché in giro si vedrebbero soltanto Minibot (legge di Gresham, la moneta cattiva fa sparire la buona dal mercato).
Nell’attuale confusione (molti commenti e pochi dati) ho anche sentito un’affermazione la cui enormità mi fa dubitare della sua fondatezza. Qualcuno diceva che questi Minibot sarebbero titoli senza scadenza. E allora sarebbero evidentemente moneta. Infatti un biglietto da cento euro non ha scadenza e addirittura, se è danneggiato o troppo vecchio, la Banca d’Italia è tenuta a cambiarlo con uno nuovo, gratuitamente. Ma, se così stessero le cose, non si tratterebbe evidentemente di un altro tipo di biglietto di banca, per gli italiani? E questi biglietti di banca non aumenterebbero il debito italiano, oltre a violare le regole comunitarie? E perché i mercati non dovrebbero tenerne conto, quando si tratta di valutare la solvibilità dell’Italia?
Meraviglia che idee così balorde possano essere sostenute da persone che parevano serie e che nessuno abbia abbastanza carità cristiana per chiamare il 118.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 giugno 2019 
P.S. I nostri governanti, nel loro aprioristico sostegno ai Minibot, si fanno forti del fatto che essi siano “inclusi nel Contratto”. E dovrebbero convincere me, che non credo nemmeno a ciò che è scritto nel Vangelo, nel Corano e in “Das Kapital”?




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POLITICA
8 giugno 2019
CAMBIARE L'EUROPA. GIUSTO. MA COME?
Una cosa che si sente dire ogni giorno è che l’Europa sarà pure necessaria, e sarebbe un errore lasciarla, ma non va bene com’è. Va cambiata. Va riformata. Va adeguata e rinnovata. E se lo dicono tutti dovrebbe essere vero. Purtroppo, dire che si è stanchi di qualcosa e si desidera di meglio, non è nemmeno la metà del discorso. È da quando siamo usciti dal Paradiso Terrestre che siamo insoddisfatti della nostra situazione. Se essa dipende da noi, ci lamentiamo della sfortuna di non essere in grado di porvi rimedio; se dipende dagli altri, non troviamo scuse per la loro infingardaggine, la loro stupidità, e magari il loro interesse a nostro danno. 
Lamentarsi è contemporaneamente umano e inutile. Dirci che l’Europa “andrebbe cambiata” è un abuso del nostro udito. Cominceremo a drizzare le orecchie soltanto quando qualcuno ci dirà in che direzione, con quali sistemi, a quali costi e con quali controindicazioni. E ci indichi anche il modo di ottenere il consenso dei cittadini, dal momento che, quando si cambia qualcosa, alcuni sarebbero più felici di prima, mentre altri si sentirebbero danneggiati e dunque non sarebbero d’accordo. 
Un po’ tutti i politici fanno immaginare che l’Europa abbia più potere di loro e sia la vera responsabile del nostro scontento. Certo, qualunque organizzazione fa cose buone e cose cattive, ma l’Europa agisce sempre col consenso degli Stati interessati (anche il nostro) e comunque non può essere responsabile né della nostra disoccupazione né degli enormi interessi che paghiamo sul nostro debito pubblico (65 miliardi, nel 2018). Ce l’ha ordinato Bruxelles di contrarre tutti quei debiti?
L’Europa ha il grande merito di avere realizzato una vasta zona di libero scambio, il cui effetto positivo non dipende da una particolare politica economica ma dal principio dell’utilità dello scambio. Con i dazi o, peggio, con l’autarchia, pagheremmo più caro molte merci. E infatti nessuno, salvo i meno informati, è contro questa libertà di commercio. Quando si parla di cambiare l’Europa, ci si riferisce ad altro senza dire che cosa. Semplice chiacchiericcio. 
Se  l’Europa deve essere cambiata, bisogna innanzi tutto che i politologi indichino la direzione da prendere; poi i tecnici devono dire se è possibile ottenere quei risultati, e con quali mezzi. Si tratta infatti di mettere le mani in un organismo enorme in cui soltanto dei professionisti di altissimo livello sono capaci di orientarsi, prevedendo accettabilmente (e non perfettamente, questo è impossibile) a quali controindicazioni si va incontro. In questo mondo non c’è spazio per gli economisti da bar.
In ogni modo, bisognerebbe sciogliere il nodo fondamentale dell’Unione, e cioè la sua natura ibrida. Se essa vuole essere pressoché esclusivamente una Zollverein, cioè una zona di libero scambio, non si vede perché dovrebbe avere una moneta unica, cosa che crea inestricabili problemi di governance delle diverse economie e  fa pensare a molti, se pure a torto, che è questo impegno comune che toglie loro la libertà di mettere rimedio ai loro problemi economici. 
Se viceversa si pensa – molto giustamente – che l’Europa conterebbe molto più nel mondo se avesse un’amministrazione unica dell’economia (non della sola moneta), delle forze militari assolutamente unificate, e una politica internazionale centralizzata, allora la direzione dovrebbe essere opposta. Bisognerebbe rinunciare alla maggior parte della propria sovranità. Gli stati rimarrebbero, certo, come sono rimasti i cantoni della Svizzera e come sono rimasti i cinquanta Stati degli Stati Uniti, ma da un lato saremmo molto più forti e molto più sicuri, dall’altro i problemi economici più gravi – per esempio quelli dell’Italia – sarebbero di colpo risolti. Perché di essi si occuperebbe l’Europa, sempre che essa ci accetti nell’Unione rafforzata. 
Qualcuno potrebbe chiedere perché l’Europa non cominci proprio da questo, dal salvare l’Italia. Si dimentica che, se l’Europa fosse unita, da un lato garantirebbe il nostro debito pubblico, dall’altro ci imporrebbe politiche tali che il nostro debito comincerebbe a poco a poco a scendere, fino a non costituire più un pericolo. Se oggi è una bomba che ticchetta, è perché esso è enorme e noi non facciamo nulla di serio per farlo diminuire. 
Forse, a tutti coloro che parlano di cambiare l’Europa, basterebbe chiedere a bruciapelo: “Volete abolire l’euro, mantenendo il mercato comune, o volete che l’Europa diventi un grande Stato federale?”
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 giugno 2019
IL PROBLEMA DEI COMMENTI SI QUESTO BLOG
Da parecchio tempo mi viene segnalata la difficoltà/impossibilità di inserire dei commenti su questo blog- Poiché il “giro” di coloro che sono interessati ai commenti è limitato, propongo quanto segue.
1 Tutti i commenti sono inviati a giannipardo1@gmail.com.
2 Tutti coloro che sono interessati ai commenti, sia per inserirli, sia soltanto per leggerli, mi inviino il loro indirizzo email, che io inserirò in una speciale mailing list “Commenti”.
3 Ricevuto un commento, lo inoltrerò a tutti coloro che sono inclusi nella mailing list. 
4 Ovviamente i commenti saranno indirizzati a tutti col sistema “ccn”, con conoscenza nascosta,  in modo che il loro indirizzo non possa essere visto o usato da terzi e neppure, autonomamente, da coloro che inseriscono commenti. A meno che il proprio indirizzo non sia usato come firma, nel quale caso sarà inviato insieme col testo.
5 Se il sistema del blog riprenderà a funzionare – cosa che vi prego di segnalarmi, eventualmente – la nostra rete privata sarà eliminata.
Gianni Pardo



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POLITICA
6 giugno 2019
NON VORREMMO ESSERE NEI NOSTRI PANNI
Il nostro governo ha ricevuto la risposta al documento richiesto qualche giorno fa, e questa risposta è la peggiore che potevano darci: la Commissione Europea ritiene la procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia “giustificata”. È la prima volta che l’Europa si appresta ad applicare questa procedura.
Nell’autunno dello scorso anno ci è stata minacciata la procedura “per infrazione” delle regole comunitarie – non per debito eccessivo - e il nostro governo, dopo decine di proclami aggressivi e gladiatori, mandò Tria a negoziare la resa. Il deficit previsto fu ridotto dal 2,4% al 2% (col gioco delle tre carte scrissero 2,04%, per conservare il “4”, quattro  decimillesimi in più). Purtroppo l’andamento dell’economia è stato peggiore del previsto, e non siamo stati in grado di mantenere nemmeno quel 2%. E questo contribuisce a rendere giustificata la procedura d’infrazione. 
Ma c’è di peggio. Come si diceva, stavolta la Commissione ci preannuncia una procedura “per debito eccessivo”. E qui, a naso, le cose divengono anche più difficili. Chi infrange le regole può promettere di comportarsi bene e non infrangerle più. Chi ha un debito eccessivo, invece, ha soltanto la possibilità di ridurlo (usando miliardi sonanti a questo scopo) o, malissimo che vada, a non aumentarlo. Ma già questo significa scordarsi tutti i provvedimenti di cui sogna l’attuale governo.  Non basta: tutto questo entro il nove luglio. Noi che non siamo capaci di raddrizzare la rotta in un anno, stavolta dovremmo riuscirci in un mese. Chi ci crede alzi la mano. E tuttavia, o l’Italia obbedisce all’Europa o sono guai. O forse sono comunque guai. Probabilmente è per questo che sia Salvini sia Di Maio riconfermano i loro impegni: perché sono già nella melassa fino al collo, e possono anche affondare cantando l’inno nazionale.
Ma cerchiamo di essere analitici. Se l’Italia obbedisce, può scordarsi a tempo indeterminato la parola “deficit”. Non ci sarà un euro per tutti i progetti faraonici di cui si è parlato, e bisognerà rimangiarsi i provvedimenti stupidi e dannosi varati fino ad ora, ma di cui gli scervellati menano vanto. Né ci sarà un euro per finanziare la tassa piatta. Se denaro non ne abbiamo e l’Unione ci vieta di chiederlo in prestito, come potremmo – anche volendo - aumentare il debito pubblico? Con quale denaro si potrebbe fare il minimo sforamento, intendendo con questo la minima spesa in deficit? Non è nemmeno necessario che Bruxelles ci imponga in concreto qualcosa, basta che dichiari che il nostro debito non è affidabile, che essa in ogni caso non ci sosterrà, e i mercati non avranno più fiducia in noi.
E non basta. A fine anno, se soltanto vogliamo disinnescare la clausola di salvaguardia che ci impone di aumentare l’Iva (presto al 25%), abbiamo bisogno di una trentina di miliardi. E se non possiamo spenderli in deficit, se cioè non possiamo ottenerli in prestito, e dobbiamo tirarli fuori dalle nostre tasche, con prelievi forzosi da parte dello Stato, come sopporteremo questo sforzo? Soltanto per l’Iva si tratta di cinquecento euro a testa, dunque di duemila euro per una famiglia monoreddito di quattro persone. Ma, come si dice nel Sud, non si può cavare sugo da una pietra.
E allora facciamo che lasciamo aumentare l’Iva. Ma questo aumento corrisponde ad un aumento di prezzo del 3 o 4% di tutto ciò che è gravato di Iva. E si sa che l’Iva si paga anche sui servizi funebri. Insomma non ne scampiamo neanche morendo. Allegria.
Attualmente siamo alle raccomandazioni, efficacemente riassunte da Corinna de Cesare sul Corriere(1), e basta leggerle per rendersi conto che se, per alcune di esse, l’Italia non è disposta a seguirle, per la maggior parte si tratta di autentiche impossibilità pratiche. Insomma, se l’Europa parla seriamente, in luglio si avrà sicuramente la procedura d’infrazione per debito eccessivo. E bisogna dunque chiedersi quali saranno le ulteriori conseguenze. Purtroppo, pur cercando notizie sui giornali, regna la nebbia. Qualcuno – che spero ne capisca più di me – ipotizzava le seguenti soluzioni: o una maxi multa di tre miliardi e mezzo di euro, o l’arrivo della Troika (commissariamento economico dell’Italia da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale) o l’espulsione dall’area euro. Ammettiamo che abbia ragione. La multa mi sembra inverosimile. Sarebbe come obbligare chi è in crisi iperglicemica a mangiare mezzo chilo di cassata siciliana. L’espulsione dall’euro non mi pare sia prevista nei testi da me intravisti, ma potrebbe verificarsi per ragioni obiettive. Se i mercati attaccano l’Italia, e questo attacco coinvolgesse l’Europa, questa per salvarsi potrebbe mollarci. Rimane la Troika, per cinque anni o più. E in quel caso ci potremmo porre un problema che probabilmente si pongono molti cinesi: è meglio avere un governo dittatoriale che non provoca disastri economici o un governo che ci assicura sia politicamente che economicamente la libertà di avviarci al default?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 giugno 2019

(1)Corinna de Cesare
Le raccomandazioni
I nodi sono arrivati al pettine. E leggendo le raccomandazioni di Bruxelles all’Italia, i nodi sono sempre gli stessi. «Il debito italiano resta una grande fonte di vulnerabilità per l’economia» ha sottolineato l’Ue e le recenti «misure, con il trend demografico avverso, capovolgono in parte gli effetti positivi delle riforme pensionistiche del passato e indeboliscono la sostenibilità a lungo termine» delle finanze. Finanze danneggiate, com’è noto, anche dall’ «aumento dei tassi d’interesse dei titoli di Stato osservato nel 2018 e 2019». Ossia lo spread, tornato oggi ad aumentare.
Abbassare il debito
La regola del debito insomma «non è stata rispettata» nel 2018, nel 2019 e non lo sarà nel 2020, e quindi «è giustificata», secondo l’Ue, l’avvio di una procedura per debito eccessivo. L’Italia deve avviare necessariamente un cambio di rotta su questo ed altri punti, secondo la Commissione europea. «Le recenti politiche dell’Italia hanno inflitto danni — ha spiegato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis —. L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante e la crescita si è quasi interrotta». 
Bruxelles si aspetta che il debito italiano salga sia nel 2019 sia nel 2020 oltre il 135%, anche a causa di «un avanzo primario in discesa, e privatizzazioni non raggiunte». E dunque, «sebbene restino limitati i rischi di rifinanziamento nel breve termine, il debito pubblico resta una fonte di vulnerabilità». 
Combattere l’evasione
Come abbattere il debito secondo Bruxelles? Usando le entrate inattese, spostando la tassazione dal lavoro ma soprattutto combattendo l’evasione. È questo un punto su cui l’Ue insiste in particolar modo sottolineando l’importanza di rafforzare l’uso di pagamenti elettronici e abbassare la soglia per i pagamenti in cash. Solo così, secondo la Commissione, si va nella direzione della lotta all’evasione, purtroppo ancora molto diffusa in Italia. 
Secondo le statistiche del ministero dell’Economia, solo 38.291 persone dichiarano redditi superiori a 300.000 euro. A fronte di un total tax rate, l’insieme di tasse e contributi pagato da un’azienda in Italia superiore al 60%. E la pressione fiscale con l’ultima legge di bilancio è cresciuta dal 41,9 al 42,3%. 
Ridurre la tassazione sul lavoro
Una delle raccomandazioni dell’Ue è quella di abbassare la tassazione sul lavoro. L’Ocse ha di recente diffuso il rapporto Taxing wages 2019 dedicato al cuneo fiscale, da cui emergono i differenziali esistenti tra i 36 Paesi che fanno parte dell’Organizzazione. Il cuneo fiscale misura di fatto la differenza tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e la corrispondente retribuzione netta del lavoratore. Ebbene, l’Italia si colloca nelle prime posizioni: nel nostro Paese un lavoratore standard single e senza figli a carico è sottoposto a un cuneo fiscale del 47,9%. La percentuale è composta per il 16,7% di imposte personali sul reddito e per 31,2% di contributi previdenziali che ricadono in parte sul lavoratore (7,2%) e in parte sul datore di lavoro (24,0%). Il terzo posto dell’Italia è un gradino sotto il secondo posto della Germania (49,5%) e uno sopra il quarto della Francia (47,6%). 
Attuare le riforme pensionistiche
Per Bruxelles il rallentamento economico «spiega solo in parte l’ampio gap» nel rispetto della regola del debito invece la «retromarcia» su alcune riforme pro-crescita del passato, come quella delle pensioni, ha avuto un ruolo importante. Il riferimento è a «Quota 100», l’operazione fortemente voluta dal governo 5 stelle-Lega e su cui Luigi Di Maio ci ha tenuto subito a sottolineare su Facebook: «Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!». 
 




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POLITICA
5 giugno 2019
L'AUTO-SOSPENSIONE
Luca Palamara si è auto-sospeso dall’Associazione Nazionale Magistrati. Ieri cinque membri del Consiglio Superiore della Magistratura si sono auto-sospesi. Questi titoli del Corriere della Sera, al di là delle note vicende, inducono a porsi ancora una volta l’interrogativo: ma che cos’è, questa auto-sospensione? La prima risposta è molto semplice: è un istituto giuridico che  non esiste. Ma poiché se ne parla tanto, può essere utile definirlo, e per farlo partiamo dalla sospensione. 
La sospensione è l’atto col quale un’autorità amministrativa ingiunge ad un dipendente di astenersi dalla sua attività istituzionale, cioè dal fare il suo normale lavoro. Per esempio se un ospedale vuole punire un suo medico in seguito ad un grave sospetto, ad una seria infrazione della legge o a una intollerabile mancanza disciplinare, lo sospende. Da quel momento quel professionista non potrà più curare i malati, e ciò fino alla eventuale revoca della sospensione o ad un provvedimento più grave, per esempio il licenziamento. 
Ciò dimostra che la sospensione può avere parecchie facce. Nel caso del medico ospedaliero, se il sospetto è quello di gravi mancanze professionali o deontologiche, se cioè c’è il grave sospetto che egli sia un cattivo medico, la sospensione ha evidentemente lo scopo di impedirgli di fare ulteriori danni. Se viceversa egli è passato a vie di fatto col Direttore dell’ospedale, la sospensione avrà il significato di una punizione e di una minaccia di ancor più gravi provvedimenti. Insomma la sospensione va esaminata nel caso concreto, perché secondo le circostanze può avere significati diversi.
L’auto-sospensione consiste invece nell’annuncio, dato dall’interessato, che in conseguenza degli eventi in cui è implicato, si comporterà come se la sua Amministrazione lo avesse sospeso. E questo atteggiamento – benché di moda, prova ne sia che è nata una parola per designarlo – in fondo è sorprendente. Se l’amministrazione da cui il funzionario o il professionista dipende non ha ritenuto opportuno sospenderlo dal servizio, perché mai dovrebbe ritenerlo opportuno il funzionario o il professionista?
L’annuncio può avere diverse finalità. La prima è la volontà di dimostrarsi così sensibili ai doveri morali da dire: “Voi mi sospettate ma non mi sospendete. Io sono così severo che, se qualcuno fosse sospettato della stessa cosa, lo sospenderei. E per cominciare, dunque, sospendo me stesso”. Ma questo atteggiamento è criticabile per parecchi versi. Se la mossa è destinata ad accreditare l’auto-sospeso come persona di particolare sensibilità etica, ciò è in contrasto con i fatti di cui è accusato. È quasi un volersi presentare non soltanto come innocente, ma come persona che, del tutto all’opposto, è ancor più della media alieno dall’irregolarità di cui è accusato. Ma questo è un paralogismo. Se un capoufficio è accusato di atti di libidine violenti (basta che abbia toccato il sedere di una impiegata) non sarà certo una scusante, per lui, se afferma che da mesi non fa nemmeno l’amore con sua moglie. Perché la reazione del pubblico accusatore potrebbe essere sarcastica: “Ma allora vada a toccare il sedere di sua moglie, invece di quello delle impiegate”. 
Una seconda critica nasce da uno squilibrio giuridico. Se l’autorità non sospende qualcuno, l’interessato dovrebbe esserne contento e, se si trattasse di un altro, dovrebbe battersi perché non sia sospeso, dal momento che la sospensione, come la carcerazione preventiva, si risolve in una punizione anticipata, prima che sia accertata la colpa.
Da qualunque lato la si esamini, l’auto-sospensione è qualcosa che non funziona. Chi si reputa innocente non dovrebbe auto-sospendersi ma, se possibile, dovrebbe fare appello contro questa decisione. Fra l’altro, chi si auto-sospende sottrae indebitamente le proprie prestazioni all’ente da cui dipende e questo è contrario alla deontologia. Anche nel caso in cui si sia disposti a rinunciare allo stipendio. Infatti (per il principio economico dell’utilità dello scambio) se il datore di lavoro gli ha dato quel posto, è perché pensa di ricavarne un’utilità superiore a quella che gli dà in termini di paga.
E infine, al di sopra di tutti gli altri, c’è un problema di buon gusto. Se mi accusano di rapina – reato odioso – non è che, per difendermi, devo proclamarmi un novello Francesco Saverio o una novella Madre Teresa di Calcutta. Basta che dimostri, se mi riesce, di non aver commesso quel delitto. Invece auto-sospendersi tende a darsi un’esagerata aureola di virtù, dimenticando che la società non va in cerca di santi o di eroi, ma di galantuomini che non violano il codice penale. 
In uno stato liberale ed evoluto, bisognerebbe tenere separata la morale e l’amministrazione della giustizia. Riguardo al singolo, in tanto si può affermare che abbia violato il codice penale, in quanto sia intervenuta sentenza definitiva. Punto. E chi crede alla propria innocenza, è a quell’innocenza che deve aggrapparsi, sperando che la magistratura la riconosca.
Insomma, sarebbe bello se questa commedia dell’auto-sospensione avesse onesta e definitiva sepoltura.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com  
       4 giugno 2019




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POLITICA
3 giugno 2019
CONTE RUGGISCE, MA FORSE PER FINTA
“Servono chiarimenti o rimetterò il mandato”. Queste sono le parole che il Corriere della Sera mette in bocca a Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di oggi pomeriggio. Premetto che non ho ascoltato il discorso perché, senza offesa, il personaggio mi risulta indigeribile. Aggiungo pure chenon mi fido delle virgolette dei giornali. Ma stavolta, a leggere il resoconto di Paolo Decrestina (che riporto sotto) devo riconoscere che quel titolo risponde alla sostanza di ciò che Conte ha detto, anzi la edulcora. E tuttavia rimango del mio parere: meglio avrebbe fatto a star zitto. Se ho notoriamente una pistola scarica e me ne sto buono in un angolo, nessuno mi noterà. Ma se provo a minacciare gli altri,  mi espongo inutilmente al ridicolo.
Giuseppe Conte deve rassegnarsi al fatto che la sua carica è fittizia. Dal momento che è arrivato a quel posto “per grazia ricevuta”, e non per forza propria, è lui che deve obbedienza ai suoi danti causa, e non il contrario. Non sono loro che devono rendere conto a lui, è lui che deve rendere conto a loro. E, proprio a causa di questi presupposti, alle sue parole si possono dare soltanto tre interpretazioni.
In primo luogo, potrebbe aver ricevuto il mandato di fare un grande favore a coloro che l’hanno nominato. Lui fa finta di esigere impegni e chiarimenti; i due Vice glieli danno; lui fa finta di esserne insoddisfatto, si dimette e cade il governo. Il senso della cosa sarebbe che tutti e due i Vice (o magari il solo Salvini) gli hanno detto che vogliono interrompere la legislatura e sarebbero lieti di farlo cadere  senza tentare di addossare all’altro partner la responsabilità della cosa. Per non avvelenare l’aria più di quanto sia già avvelenata, e forse per non danneggiarsi tutti e due. Conte invece questo risultato può ottenerlo senza correre nessun rischio ed anzi facendo per una volta la figura di uomo forte.
In secondo luogo, Conte potrebbe essersi montato la testa e dirsi che, se pure è vero che non ha nessun autonomo potere, ha almeno quello di dimettersi. E questa è una potente arma di ricatto. Ma per quanto potente essa possa essere, non lo è abbastanza per modificare seriamente il comportamento di uno o di tutti e due i massimi azionisti del governo. Se essi non vogliono farlo cadere potrebbero fornire al Presidente del Consiglio una serie di volenterose bugie e a lui non rimarrebbe che far finta di crederci. Se viceversa avessero in mente la prima ipotesi, potrebbero approfittare dell’occasione per mandarlo al diavolo, obbligarlo a dimettersi, e togliersi il problema del casus belli per andare a nuove elezioni. 
Rimane infine l’ipotesi - vagamente psicopatologica - che Conte non si sia affatto consultato con loro e abbia deciso di fargli questo maxi-dispetto. Cioè di mandarli a casa, lui che non era (e non è) nessuno. Ma questa ipotesi è la meno verosimile. In primo luogo, sarebbe un atto di slealtà - o addirittura di tradimento - considerando l’onore che gli è stato fatto, pressoché gratuitamente. La stizza per essere stato considerato una sorta di burattino (come detto ad alta voce nell’assemblea di Bruxelles) non è una scusante, perché quando ha accettato l’incarico sapeva benissimo in quale condizione si metteva. D’altro canto, chi gli dice che il suo maxi-dispetto, per quanto imprevisto, non sia accolto dagli interessati come un’ottima occasione per risolvere una situazione imbrogliata?
La verità è che ci sono situazioni in cui non bisognerebbe mai cacciarsi perché non c’è modo di uscirne bene. Se la legislatura continuerà, si penserà che il suo è stato il ruggito del topo. Se si fermerà, si dirà che lui ha fatto finta di chiedere chiarimenti, mentre in realtà ha obbedito all’ordine di far cadere il governo. Se infine ci si convincesse che il suo è stato un fallo di reazione del tutto ingiustificato, l’Italia lo giudicherebbe malissimo, come uno che ha fatto fallire l’impresa per cui lavora soltanto perché al mattino gli hanno fatto trovare il posacenere sporco.
Lo dicevo io che la cosa migliore che Conte avrebbe potuto fare, oggi, come in tutti gli altri giorni, era tenere la bocca chiusa. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
Comunque, in calce, ciò che riferisce il Corriere della Sera.
https://www.corriere.it/politica/19_giugno_03/governo-conte-non-vivacchio-o-si-avanti-o-rimetto-mandato-salvini-maio-dicano-se-continuare-0813f6b4-8618-11e9-a409-fe3481384c64.shtml#
Governo, Conte: «Non vivacchio, o si va avanti o rimetto il mandato. Salvini e Di Maio dicano se continuare»
Il premier parla nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Chiedo alle forze politiche una risposta chiara, inequivoca e rapida. Il Paese non può attendere». La replica del vice premier leghista: «Vogliamo andare avanti»
Paolo Decrestina  
Ultimatum. Senza dubbio un ultimatum. Senza perifrasi, senza termini masticati tra il politico e il giuridico: «Non vivacchio, o si va avanti o rimetto il mandato». E questo aut aut è diretto alle forze politiche che sostengono il suo governo, o ancora meglio ai suoi leader: «Chiedo una risposta chiara, inequivoca e rapida. Il Paese non può attendere».
La conferenza 
Il premier Giuseppe Conte parla da Palazzo Chigi, nel corso dell’attesa conferenza stampa organizzata nel tardo pomeriggio, a mercati chiusi. Conte rivendica l’azione del suo governo, un governo che sarà «del cambiamento fino all’ultima ora» della sua sopravvivenza, anche se non «posso sapere quanto durerà, visto che non dipende solo da me». Ricorda il giorno del suo giuramento davanti al Capo dello Stato, rivendica i provvedimenti intrapresi, da attuare e sorvegliare, ma ammette anche di aver «sottovalutato» gli effetti sull’esecutivo di questa perenne e lacerante campagna elettorale. «Personalmente resto disponibile a lavorare nella massima determinazione di un percorso di cambiamento. Ma non posso compiere questa scelta da solo. Le due forze politiche devono essere consapevoli del loro compito. Se ciò non dovesse esserci non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi. Molto semplicemente rimetterò il mio mandato».Salvini: «La lega c’è’»
E mentre il premier è ancora davanti ai giornalisti, il suo vice Matteo Salvini già commenta su Facebook le sue parole. «Noi non abbiamo mai smesso di lavorare, evitando di rispondere a polemiche e anche insulti, e gli Italiani ce lo hanno riconosciuto con 9 milioni di voti domenica». Non solo: «Noi siamo pronti, vogliamo andare avanti e non abbiamo tempo da perdere, la Lega c’è».
La leale collaborazione
Secondo Conte i provvedimenti che il governo deve mettere in campo «richiedono visione, coraggio, tempo, impongono di uscire dalla dimensione della campagna elettorale e entrare in una visione strategica e lungimirante, diversa dal collezionare like nella moderna agorà digitale». Il presidente del consiglio parla più volte di «leale collaborazione», e cioè che «ciascun ministro si concentri sulla propria materia senza prevaricare su scelte che non gli competono suscettibili di compromettere in prospettiva la credibilità dell’intero esecutivo». Leale collaborazione significa che «se ci sono questioni politiche lo si dice rispettando la grammatica istituzionale, parlando in modo chiaro e non lanciare messaggi ambigui sui giornali». Leale collaborazione vuol dire che «se il ministro dell’Economia e il presidente del consiglio dialogano con l’Ue per evitare una procedura d’infrazione che ci farebbe molto male, le forze politiche non intervengono ad alterare quel dialogo riducendo quella trattativa a terreno di provocazione». 
Ancora clima acceso
Da palazzo Chigi si è perfettamente consapevoli che il clima elettorale non si è ancora spento, ed è un clima «che non giova all’azione di governo». «La Lega ha riscosso un successo significativo e i 5 stelle ne sono usciti penalizzati» dalle europee, spiega Conte. «Trattandosi di una consultazione europea non ha ricadute dirette nella distribuzione delle forze rappresentate nel nostro parlamento, ma le forze politiche sono comunità di donne e uomini e quindi i risultati provocano esaltazione nei vincitori e delusione negli sconfitti».
Un ciclo serrato
L’esperienza di governo ha dovuto convivere con «un ciclo serrato di tornate elettorali e ne ha risentito il clima di coesione delle forze di governo», ricorda Conte che poi ammette: «Io stesso avevo sottovalutato questo aspetto. In particolare il voto delle europee, molto complesso, ha accreditato l’immagine di uno stallo nell’attività di governo: questa è una falsità, il governo ha continuato a lavorare perché è iniziata la fase due, dopo la fase 1. Abbiamo svolto un lavoro di squadra incredibile con i vicepremier, con i ministri e sottosegretari e i parlamentari di maggioranza che anche in contesti delicati hanno operato con grande abnegazione. Anzi, auspico un loro maggiore coinvolgimento in futuro avendo apprezzato la competenza professionale ed esperienza civile».
Le fasi del governo
Dalla fase 1 alla fase 2, e cioè una stagione di riforme: contratti pubblici, codice civile, sostegno alle disabilità con l’ambizione di realizzare una azione semplificatrice del quadro legislativo. «Vogliamo una giustizia sempre più rapida, più vicina ai cittadini», insiste Conte. «Stiamo lavorando per ammodernare il sistema infrastrutturale con ricadute per l’intero indotto e con effetti positivi su tutto il settore», aggiunge. «Il nostro cantiere riformatore è aperto e stiamo lavorando per attuare l’autonomia differenziata e io stesso intendo dare massimo impulso al lavoro in corso, per trasferire competenze alle regioni avendo cura di evitare che il legittimo processo riformatore aggravi il divario tra nord e Sud».
Dalla Ue alla Tav
I temi all’ordine del giorno sono diversi. Prima di tutto la Ue: «La prossima manovra dovrà mantenere un “equilibrio dei conti” perché le regole europee rimangono in vigore finché non riusciremo a cambiarle». Poi la flat tax: «Ragiono di una più complessiva e organica riforma del fisco perché la rimodulazione delle aliquote deve inserirsi in un percorso più complessivo, perseguendo una giustizia tributaria più efficiente, su cui lavoro con il ministro Bonafede. Lavoreremo senz’altro alla flat tax ma c’è una riforma organica del fisco di cui il Paese ha bisogno, che attende da anni», risponde Conte. E infine la Tav: «C’è un contratto di governo. Poi c’è un metodo di lavoro: non ci si sveglia dall’oggi a domani e si dice si fa così. Non è che per mesi si attende l’analisi costi-benefici senza discutere e poi si dice `bisogna farla punto´. Non funziona così», sottolinea molto chiaramente il premier. «Siccome c’è un accordo e delle leggi del Parlamento molto responsabilmente ho parlato con Macron e poi mandato il mio ministro dal ministro francese. Un altro passaggio ci sarà a breve con la Commissione Ue. All’esito di queste conclusioni trarremo le fila. O trovo un’intesa con la Francia e la Commissione europea o il percorso è bello e segnato». 
Le opposizioni
Dure le critiche delle opposizioni: «Governo alle prese con il `Gioco del cerino´ tra Conte, Lega e M5S per vedere a chi affibbiare la responsabilità di far cadere il Governo prima di dover affrontare la legge di Bilancio. Lo avevamo purtroppo previsto, quando già nel 2018 denunciavamo che il Governo non sarebbe stato in grado di affrontare la nuova legge di Bilancio per le spese insensate sostenute e per la mancanza di una strategia di crescita economica», commenta il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. «Da Giuseppe Conte ci aspettavamo parole di verità che non ci sono state», sottolinea Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia. «Ci aspettavamo una assunzione di responsabilità per una economia paralizzata e non c'è stata. Ci aspettavamo che assumesse un approccio da Presidente del Consiglio, quale dovrebbe essere secondo Costituzione, invece continua a sentirsi il mero esecutore di un finto contratto. Conte - conclude - ha rievocato Don Abbondio, i due bravi sappiamo chi sono». Per il segretario del Pd Nicola Zingaretti, invece, è «molto grave» che il presidente Conte abbia detto cose di questa gravità in diretta Facebook e non in parlamento o davanti al presidente della Repubblica. Conte si rechi subito in parlamento a riferire le cose che ha detto», ha aggiunto Zingaretti, «perché gli italiani stanno pagando caro questa situazione con lo spread che oscilla tra 289 e 290 punti. Stiamo bruciando milioni di euro ogni giorno». 
Paolo Decrestina 




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POLITICA
3 giugno 2019
NOTA ALL'ARTICOLO PRECEDENTE
Se parlassi di me per il piacere di parlare di me, sarei soltanto un seccatore. Ma se, per una volta, sul modello di Michel de Montaigne, esaminassi me stesso come semplice “échantillon”, “modello”, “pattern” d’umanità o, come si dice anche, “case history”, in modo che ciascuno possa applicare quel singolo caso a un problema generale, allora parlare di me potrebbe essere perdonato.
Ho un caro amico, per giunta vitale ed ottimista per temperamento che, a proposito del mio articolo “Grandi uomini, grandi problemi”,  mi ha scritto: “C’è qualcosa, nel tuo ragionamento, che va oltre la realtà, con un pessimismo troppo difficile per avverarsi”. Gli avrei potuto cordialmente rispondere che il pessimismo non è plausibile secondo che sia verosimile o inverosimile, ma secondo che sia giustificato o ingiustificato. Ma poi ho pensato che forse lui mi sospettava di un punto di vista preconcetto per cui, di fronte ad ogni incertezza, io svolto verso il peggio. E allora ho deciso di esplicitare come funziona il mio cervello.
Premetto che non sempre, quando mi metto a scrivere, so già a quale conclusione arriverò. A volte il problema mi piace e mi siedo al computer con una curiosità: “Ed io che ne penso?” Non è un paradosso. L’intuizione è un conto – e in quel caso si può essere ottimisti o pessimisti – l’analisi è un altro paio di maniche. In questa bisogna dar conto di ogni passaggio, ed ogni passaggio invalido invalida a sua volta l’intero iter.
Nel caso specifico sono partito da una prima, sgradevole constatazione: proprio non so che ne sarà dell’Italia nel breve e nel medio termine. E non lo sanno nemmeno i migliori editorialisti. Ma del presente abbiamo qualche indicazione: e allora partiamo da questo. L’Italia è tanto esasperata da aver abbandonato i grandi partiti tradizionali per volgersi al nuovo. Mentre per molti decenni il risultato delle elezioni è stato lo spostamento di qualche punto da un partito all’altro, oggi questa esasperazione si è espressa nella disponibilità ad affidarsi a formule nuove, per quanto inaffidabili . Si veda al riguardo il voto al M5s e contemporaneamente la disponibilità a cambiare drasticamente parere nel giro di qualche mese: col tracollo di quello stesso M5s. La conseguenza è una totale imprevedibilità del futuro. 
Né può dirsi che questa instabilità sia del tutto una novità. L’Inghilterra, dai tempi di Carlo I, non mette in dubbio la propria libertà, noi invece prima della Prima Guerra Mondiale ci siamo divisi fra pacifisti e interventisti; poi fra comunisti e squadristi; infine ci siamo affidati all’uomo forte Mussolini e abbiamo perso la guerra; abbiamo cercato di imbucarci fra i vincitori ma questi ci hanno mandati al diavolo;   ma noi non ce ne siamo dati per intesi, ci siamo proclamati lo stesso vincitori; divenuti tutti antifascisti, abbiamo abbracciato la democrazia ma per anni abbiamo continuato a flirtare con l’Unione Sovietica, immaginando che sostituendo Mussolini con Stalin sarebbe andata meglio. Cioè dimostrando di non avere capito niente della differenza fra democrazia e dittatura.
No, veramente l’Italia non somiglia alla Gran Bretagna. E infatti, dopo una decennale crisi economica, siamo ancora ad una svolta, senza neanche sapere che cosa desideriamo, se non un vago ”star meglio”. E allora, seguendo la mia riflessione, sono arrivato a questo punto: non abbiamo fiducia nei vecchi partiti, non speriamo più molto dal M5s, l’unico che riceve molti voti è Matteo Salvini. E che si aspettano, da lui, i nostri connazionali? Che sia lui l’uomo forte?
Se è così, l’esperienza dice che, nella stragrande maggioranza dei casi, le dittature hanno effetti gravemente negativi. E tuttavia, qual è stata la massima obiezione che gli amici hanno fatto, in passato, al mio preventivo pessimismo riguardo ai Cinque Stelle? Eccola: “I tuoi famosi competenti ci hanno portato dove siamo. E allora proviamo anche costoro, peggio non potranno fare”. Ragionamento sbagliato, ma suggestivo. E suggestivo potrebbe essere anche oggi ipotizzare che Salvini, da uomo forte, ci tiri fuori dai guai. Infatti “gli uomini deboli” e democratici non ce l’hanno fatta. 
Bene, mi sono detto. Adottiamo l’ipotesi improbabile, quella dell’uomo forte benefico. Ciò risolverebbe il problema? E qui la risposta è stata semplice. Noi abbiamo accumulato una tale quantità di problemi che proprio non si vede come risolverli. Facendo zapping, proprio ieri sera ho  sorpreso Fabio Fazio che chiedeva a Carlo Cottarelli come avrebbe risolto i problemi finanziari di fine anno se fosse stato lui il Presidente del Consiglio dei Ministri. E il professore, strizzando gli occhi e facendo ridere tutte le piegoline del suo viso, ha detto: “Io andrei a Lourdes”.
Bene, seguendo il mio ragionamento anch’io andrei a Lourdes. E se questo è il colmo del pessimismo, che qualcuno lo contraddica spiegando a Cottarelli (e a me, che ascolto in un angolo) che cosa dovrebbe fare per tirare fuori l’Italia dal guaio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 giugno 2019 




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POLITICA
3 giugno 2019
GRANDI UOMINI, GRANDI PROBLEMI
Il futuro è incerto, ma non sempre nella stessa misura. In conseguenza del pasticcio inestricabile della Brexit, in Inghilterra si è molto preoccupati riguardo alla situazione economica: ma nessuno si chiede se domani ci sarà o no una democrazia. Il regime è fuori discussione. Invece in Italia, per decenni, ad ogni elezione si è temuto di essere ad un passo dall’entrata nell’orbita di Mosca, come è avvenuto in Cecoslovacchia nel 1948. Un’angoscia di ben diverso spessore.
Del resto l’Italia è sempre stata piuttosto instabile. Malgrado un esito felice, il suo Risorgimento ha avuto un corso disastroso. Sessant’anni dopo si è affidata ad un Benito Mussolini che, senza essere quel mostro che certa sinistra amerebbe dipingere, ha sospeso la democrazia ed ha infine portato la nazione alla più umiliante sconfitta di tutti i tempi. E non è bastato. Malgrado questa crudele vaccinazione, più o meno metà degli italiani ha desiderato di essere governata prima da Stalin, poi dai suoi successori. 
Comunque, nei sessant’anni che vanno dalla guerra agli inizi del Terzo Millennio, bene o male l’Italia si è abituata alla democrazia.  Sembrava avesse capito che, come insegnava Churchill, essa sia un pessimo regime, e tuttavia il migliore su piazza. Purtroppo, questo idillio è finito. Innescata dal sotterraneo malgoverno dei decenni precedenti, si è prodotta da noi una tale crisi economica cda cui non siamo più stati capaci di uscire e che ha provocato gli effetti psicologici di una guerra perduta. 
Il popolo italiano ha perso la fiducia nelle istituzioni. È  stato sempre più irritato, sempre più nichilista, sempre più disposto a buttare all’aria tutto. E di questo stato d’animo si è fatta interprete una sorta di jacquerie. Milioni di persone sono stati sedotti da un Movimento il cui messaggio era semplicistico e radicale: “Buttiamo giù tutto e ripartiamo da capo, con una classe dirigente interamente nuova. Forse incompetente ma almeno onesta”. Ovviamente, soltanto un Paese annebbiato dalla collera poteva prendere sul serio un simile programma, ma l’Italia era appunto un Paese annebbiato dalla collera. E infatti i consensi sono andati lievitando, fino alle ultime elezioni politiche del 2018, quando il M5s ha avuto il 31,7% dei voti. E con questo siamo al presente.
Alla prova del governo, ovviamente, il risultato dei Cinque Stelle è stato disastroso e gli italiani hanno dimezzato i suoi voti, alle recenti “europee”. La botta è stata tale che nessuno pensa che il Movimento avrà mai, in futuro, i consensi del 2018. E probabilmente, se cade il governo, non tornerà mai più al potere. Ma tutto questo non ci consola abbastanza. Infatti, mentre non ha più fiducia nel nuovo partito, l’Italia continua a non avere fiducia nei vecchi partiti, e non sa dove andare. Si è affacciata persino la tentazione dei popoli immaturi: quella di affidarsi all’uomo forte, in questo caso Matteo Salvini. Infatti questi ha realizzato il capolavoro di farsi sentire come il capo di un partito nuovo nel momento stesso in cui guidava il partito più vecchio in Parlamento. 
Per come sembra, Matteo Salvini non aspira alla dittatura. Se così fosse, ci sarebbe da essere angosciati, visti i risultati conseguiti dai dittatori. Ma qualcuno potrebbe citare le poche eccezioni in cui questo esito non è stato pessimo. Infatti sono esistiti “uomini soli al comando” che sono durati per anni ed anni ed hanno lasciato un ottimo ricordo di sé. La posterità ha talmente ammirato Pericle da parlare dell’ “età di Pericle”, appunto, come di una sorta di miracolo. Un successivo, luminoso esempio è quello di Ottaviano Augusto: uomo equilibrato, abilissimo, capace di mantenere la pace e il consenso per decenni. E infatti anche per lui si parla di “età augustea”. Più recentemente De Gaulle ha salvato la sua patria dal disastro per ben due volte. Il vero successo politico è quello consacrato dalla durata, non quello che danno gli applausi momentanei.
E con questo dobbiamo chiederci quale sarà il nostro futuro. Al riguardo le incertezze sono fondamentalmente due: il carattere di Salvini e la situazione obiettiva. Il leader leghista – per come appare – è un uomo rozzo, brutale, incolto. Le sue idee sono semplicistiche come sono semplicistiche le soluzioni che propone. In materia di economia dimostra una totale ignoranza e sembra incapace di far di conto. Infine, da peso mosca, sfida tutti i pesi massimi di passaggio. Sembra un folle demagogo. Ma lo è? 
A parte il fatto che il suo successo depone in favore di un fortissimo senso del reale, lo stesso eccesso pressoché caricaturale del personaggio fa pensare ad una recita molto riuscita. Cosicché, se Salvini fosse il quasi-dittatore d’Italia, e se la situazione fosse normale, potremmo persino sperare in una buona guida del Paese. Purtroppo però la situazione non è normale. 
Le scadenze che attendono l’Italia – a partire da ciò che ci comunicherà Bruxelles il 5 giugno – sono tali che il popolo dovrà necessariamente soffrirne. Ed anche molto. Né le cose miglioreranno col passare dei mesi, perché a fine anno ci sarà il redde rationem degli scorsi anni. Inoltre ora l’Europa è nettamente mal disposta nei nostri confronti. Gli altri partner europei non sono inclini a tollerare ulteriormente la dissennatezza economica italiana e dunque, quand’anche Salvini avesse l’equilibrio di Pericle, l’abilità di Augusto e l’energia di De Gaulle, i prossimi mesi renderanno ancor più ribelle e ancor più arrabbiato il popolo italiano. Esso si dichiarerà deluso da Salvini, senza rendersi conto che questi non sarà tanto colpevole di non aver mantenuto le promesse, quanto di averle formulate, nel suo delirio di Rodomonte. Ma dinanzi ai portafogli vuoti, non ci saranno scuse che tengano.
Difficilmente la meteora Salvini avrà una lunga durata. E la grande incertezza dipende dal fatto che non si vede una soluzione, per il futuro. Il popolo non capisce che siamo nella condizione di qualcuno che per anni ha fatto debiti ed ha spazzato la polvere sotto il tappeto. Ora i creditori vogliono la libbra di carne shakespeariana e non c’è via d’uscita. È vero che, alla resa dei conti, i creditori rimarranno con un palmo di naso, ma il prelievo del pound of flesh non per questo sarà meno doloroso.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       2 giugno 2019



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POLITICA
1 giugno 2019
CHE COSA HA VERAMENTE SCRITTO TRIA A BRUXELLES
Chi – per carenza di informazioni o di formazione – spesso non comprende ciò che avviene intorno a lui, reputa che “capire” significhi “essersi fatta un’idea”. E per questo spesso gli basta leggere i titoli dei giornali. Per chi invece è abituato a capire veramente (o almeno a sapere di non aver capito) non ha nessuna importanza ciò che dicono i giornali, le televisioni o i cosiddetti “esperti” nei talk show. Se viene votata una nuova legge sulla legittima difesa, va a leggere il nuovo testo, e lo confronta col vecchio. Allora avrà un’opinione – se è sufficientemente competente – sul fatto che la legislazione sia cambiata in peggio o in meglio.
Ora sappiamo che l’Ue prevede di applicare all’Italia una procedura d’infrazione e, prima di pronunciarsi, ha chiesto se ha spiegazioni o giustificazioni da addurre. Le due procedure (infrazione alle regole o per debito eccessivo) sono cose talmente serie che la prima – la meno grave delle due – ha indotto il governo, alla fine dello scorso anno, a fare una precipitosa marcia indietro sul deficit previsto (dal 2,4% al 2%). Purtroppo non siamo stati nemmeno in grado di mantenere questo 2% (pare che siamo già al 2,4%) ed ora si profila il ben più grave rischio della procedura per debito eccessivo. Per debito eccessivo si intende: “tale che i mercati potrebbero pensare che l’Italia non sia in grado di far fronte ai suoi debiti”, e conseguentemente, pesantissimo intervento dell’Unione Europea nel governo dell’Italia. Ma torniamo al presente. 
L’Ue europea è “preoccupata per l’andamento del debito pubblico italiano”, come scrive il “Corriere della Sera”, e chiede informazioni. A questa improrogabile richiesta, all’ultimo momento utile (qualche decina di minuti prima della mezzanotte del 31) il nostro ministro dell’’economia, Giovanni Tria, ha risposto con un breve testo seguito da un altro più lungo, di cinquantotto pagine. Di quello breve il Corriere ha pubblicato (in foto) la parte detta “essenziale”. E questa parte viene qui diligentemente copiata, aggiungendovi dei numeri che rinviano ai commenti. 
Il Parlamento ha invitato1 il Governo a riformare2 l’imposta sul reddito delle persone fisiche3, nel rispetto4 degli obiettivi di riduzione del disavanzo5 per il periodo 2020-2022 definiti nel Programma di Stabilità. Inoltre il Parlamento ha invitato1 il Governo a evitare6 gli aumenti delle imposte indirette6 per il 2020 individuando alternative idonee a garantire il suddetto miglioramento strutturale7.
Di conseguenza (…) il Governo sta elaborando un programma complessivo di revisione della spesa corrente8 comprimibile9 e delle entrate anche non tributarie10.
Fin qui Tria, con l’approvazione dei due partiti che formano la coalizione di governo ed anche del nostro autorevole Presidente del Consiglio dei Ministri. E questo testo sarebbe comico, se non fosse triste.
Già le giustificazioni dell’Italia non dovrebbero indicare i provvedimenti emessi, dovrebbero indicare i loro effetti concreti, ma qui addirittura non abbiamo neanche l’approvazione dei provvedimenti. Il Parlamento invita(1) il Governo a riformare(2) l’imposta sul reddito delle persone fisiche(3) cioè l’Irpef, quella che paghiamo con la dichiarazione dei redditi. Ma in primo luogo gli inviti non sono cogenti, e in diritto questa sarebbe acqua fresca. Poi il Parlamento non dice al Governo in che misura e neppure in che direzione devono andare quelle riforme. Teoricamente potrebbe anche trattarsi di un aggravio delle tasse che paghiamo con la dichiarazione dei redditi. E sappiamo benissimo che non questa è l’intenzione di Salvini. Dunque si tratta di parole generali che potrebbero significare qualunque cosa. E Bruxelles dovrebbe contentarsene? 
Inoltre, affermare che ciò dovrà avvenire nel rispetto(4) degli obiettivi di riduzione del disavanzo(5) è un azzardo che va chiarito. Infatti, se si profila un provvedimento in deficit (come hanno proclamato sia Salvini sia, ora, Di Maio) un provvedimento in deficit non rispetta affatto quegli obiettivi e aggrava la situazione del debito pubblico. Dunque questo rispetto potrebbe essere impossibile. Diverso sarebbe stato il caso se Tria avesse scritto: “sempre che ciò sia possibile rispettando...”, ma, appunto, non è quello che ha scritto. E Bruxelles dovrebbe contentarsi di impegni così vaghi, labili e contraddittori? Infatti il disavanzo(5) è proprio lo sbilancio fra entrate ed uscite. Esattamente quella malefica pratica che fa aumentare il debito pubblico. Dunque o si rispettano gli obiettivi, evitando il disavanzo, o si spende in deficit. 
Ma il Parlamento ha anche invitato(1) il Governo a evitare(6) gli aumenti delle imposte indirette. Quando si parla di imposte indirette si parla di Iva e a questo riguardo si deve ricordare che l’attuale Governo gialloverde si è impegnato ad aumentarla drammaticamente, a fine anno, se non intervengono correttivi. Ma dire a qualcuno che deve evitare qualcosa è sprecare il fiato. Che senso ha dire: “Evita di essere povero e infelice, è meglio essere ricchi e felici”? Tria avrebbe dovuto dire a Bruxelles in che modo l’Italia troverà i ventitré miliardi o quello che sono per evitare l’aumento dell’Iva. E avrebbe fatto piacere anche a noi saperlo. 
Comunque Tria continua parlando di alternative idonee(7). Altra frase che non significa niente. È come se si dicesse che un tumore maligno si guarisce con le terapie idonee ad ottenere questo effetto. “Diamine, verrebbe da dire. Ma dimmelo, quali sono queste terapie!”
Infine il Governo “sta elaborando un programma”(8). E come potrebbe ciò bastare a Bruxelles, se non sa, primo, qual è questo programma, secondo, se sarà effettivamente applicato e, terzo, se avrà gli effetti sperati?
E poi qual è la spesa “comprimibile”(9)? Non si sa che tutti sono d’accordo per il taglio delle spese che convengono agli altri, mentre giudicano immorali e inammissibili quelle che toccano loro? Le spese non si dividono in comprimibili e incomprimibili, ma in “quelle che lo Stato riesce ad effettuare e quelle che lo Stato non riesce ad effettuare”. E fino ad ora, per anni, malgrado cento spending review, non si è riusciti a cavara un ragno dal buco. 
Lo stesso vale per le entrate non tributare(10), che sarebbero la vendita dei beni immobili dello Stato. Un conto è annunciarle, un altro riuscire a portarle in porto, senza svendere il patrimonio dello Stato. E infatti in Italia nessun competente ha preso sul serio questa fonte di finanziamento (una tantum) dello Stato. E se non è stato preso sul serio in Italia, perché dovrebbe esserlo a Bruxelles)?
La conclusione è semplice: Bruxelles non terrà nessun conto di questa lettera. E se ne tenesse conto, sarebbe per motivi suoi, nel suo interesse, non nel nostro. Perché l’Italia non ha fornito nessuna valida ragione per evitare una delle due procedure d’infrazione.
Il cielo è piuttosto nuvoloso.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
1° giugno 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 1/6/2019 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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