.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
30 maggio 2019
IL POSTO DI LAVORO NON È SACRO
Se qualcuno ha visto i recenti numeri di “Fratelli di Crozza” ricorderà che si concludono con una parodia di Vittorio Feltri, presentato come un vecchio sboccato, immorale e brutale, che parla assolutamente fuori dai denti. Un selvaggio. Il sottotesto di quell’atteggiamento – che del resto il falso Feltri mette spesso in evidenza  – è che, quando si è vecchi, ci si può permettere di dire qualunque cosa. Soprattutto se la si considera “fattuale”. E allora, poiché anch’io non sono più un ragazzino, approfitterò di questa libertà.
Se c’è una cosa sacra, sono i posti di lavoro. Si parla di una fusione, di un rischio di fallimento, di una delocalizzazione? La prima preoccupazione dei sindacati, delle televisioni, dei giornali, insomma di tutti, è che siano “salvaguardati i posti di lavoro”. Le imprese private sono responsabili dei loro soldi, dei loro bilanci e dei loro progetti, ma a patto che non diminuiscano i posti di lavoro. Non sembrano avere nemmeno il diritto di fallire - come se lo facessero per capriccio - perché ciò metterebbe in pericolo i sacrosanti livelli occupazionali.
Tutto ciò è assurdo. Vietare alle imprese di licenziare personale o addirittura di fallire sarebbe un po’ come vietare alla gente di morire. Con la differenza che mentre la resurrezione, malgrado qualche illustre esempio, non è divenuta pratica corrente, molta gente crede che si possano far risuscitare tutte le imprese morte affidandole allo Stato. Cioè tenendole in piedi col denaro dei contribuenti. E poi ci si meraviglia se alla fine, con una simile mentalità, non si riesce più ad uscire dalla crisi economica? 
Tutto ciò merita un “coming out” alla Feltri. Ed ecco che, come i vecchi sparano un rumore mal sorvegliato, io sparo un’affermazione demenziale: i posti di lavoro non sono sacri. Un lavoro si può averlo e si può non averlo. Lo si può trovare e lo si può perdere. Si può essere assunti e si può essere licenziati. Come avviene a milioni di muratori, di baristi, di elettricisti, di parrucchieri. Tutta gente che merita a pieno titolo la qualifica di “lavoratore” ma di cui i sindacati, le televisioni, i giornali e le anime belle si disinteressano totalmente. Che il lavoro lo trovino o lo perdano, che con esso si paghino dei lussi o riescano a stento a nutrire la loro famiglia, alla società non gliene importa niente. Se il proprietario della panetteria dice al commesso: “Quella è la porta”, il poveraccio è licenziato.
La “sacertas” del posto di lavoro esiste soltanto quando i lavoratori sono centinaia o, ancor meglio, migliaia. Se poi sono anche ben vestiti e ben retribuiti (anche se l’impresa è in rosso da decenni, come l’Alitalia) neanche l’arcangelo Michele riuscirebbe a scacciarli da un immeritato Eden. Gli unici posti di lavoro veramente sacri sono dunque quelli dei “numerosi e sindacalizzati”. Costoro sono praticamente sempre salvati dal licenziamento a spese dei contribuenti. Per loro il governo si attiva e non per solidarietà umana: soltanto per interesse politico. Per evitare disordini e cattiva stampa. Per viltà. 
Così gli unici padri di famiglia protetti dallo Stato sono coloro che rumoreggiano in piazza, quelli che reclamano fantomatici “diritti”, insomma un vero stipendio per un finto lavoro. E così ogni occupato deve mantenere non soltanto la sua famiglia, ma anche lo Stato, i falsi invalidi, i disoccupati veri e i disoccupati falsi. E poi ci meravigliamo dell’interminabile crisi. 
Il vero rimedio a questo disastro è la piena occupazione. Quando i disoccupati sono pochi, il lavoro si trova facilmente, e addirittura si è in condizione di scegliere. Se non si riesce ad ottenere questa situazione ottimale, la seconda migliore soluzione è la totale licenziabilità, in modo da realizzare la massima mobilità. Per rendersene conto, basta fare un ragionamento. Ammettiamo che il proprietario di quella panetteria abbia un pessimo carattere e licenzi un commesso solo per uno sgarbo. Certo non potrebbe sognarsi di farlo se la sua fosse una grande impresa o l’Amministrazione dello Stato, ma dal momento che quel commesso non è protetto da nessuno, lo può mandar via. Domanda: è in pericolo un posto di lavoro?
Se la panetteria non aveva bisogno di quel commesso, il posto di lavoro economicamente non esisteva e si è soltanto razionalizzata l’impresa. Se viceversa quel commesso era necessario, il proprietario dovrà correre ad assumerne un altro. Dunque il posto di lavoro non si è perso, un commesso c’era prima e un commesso c’è dopo. Non è la stessa persona, ma “i livelli occupazionali” non sono cambiati. E c’è un’altra conseguenza. Chi dice che il nuovo assunto non sia un commesso migliore di quello che è stato licenziato? E chi dice che, essendo migliore, se un giorno fosse lui stesso a voler lasciare il posto, non sarebbe il proprietario ad offrirgli un salario migliore, pur di trattenerlo? 
La licenziabilità comporta una migliore selezione dei lavoratori, mentre oggi, in particolare nell’Amministrazione dello Stato, esistono incarichi in cui tre persone fanno il lavoro che in un’impresa privata fa uno soltanto. L’avere fatto un idolo del posto di lavoro ha drammaticamente impoverito il Paese. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
29 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/5/2019 alle 5:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
29 maggio 2019
SALVINI E L'EMPATIA
Se si chiedesse di definire l’empatia, molti sarebbero in difficoltà. Eppure è semplice: è la capacità di mettersi nei panni altrui. La sua totale mancanza – per esempio essendo indifferenti mentre si è crudeli – è prova di tendenze criminali.
L’empatia è anche uno strumento che ci può aiutare a capire il comportamento assurdo di qualcuno, semplicemente pensando che, se sembrasse assurdo anche a lui, non si comporterebbe in quel modo. Il padre musulmano che uccide la figlia perché vuole vivere all’occidentale suscita in noi un tale senso di orrore, da vederlo come un mostro. Ma lo è? La realtà è probabilmente che gli hanno messo in testa l’idea che vivere all’occidentale condanni inevitabilmente all’inferno. Così lui preferisce sapere sua figlia morta ma in paradiso. A questo punto potremmo non soltanto condannare lui, ma comprendere anche la necessità di impedire quel genere di predicazione. Meglio tappare la bocca a un imam fanatico che accettare l’uccisione di un’adolescente senza colpa.
Mettersi nei panni degli altri è per i politici un dovere imposto non tanto dall’etica quanto dall’interesse. Come si può avere successo, se non si sa che cosa gli elettori desiderano? E come sapere che cosa desiderano, se non ci si mette nei loro panni? Anche se la cosa non sempre è facile. Lo stesso popolo soggiace infatti a degli idola morali. Se un politico chiedesse all’uditorio se desidera la totale liberalizzazione della pornografia, riceverebbe un coro di no. E tuttavia moltissimi di quelli che hanno gridato “no”, nel segreto della loro casa, si deliziano con i siti porno. È il fenomeno che ha reso famosa la scena con Paolo Villaggio, quando dichiara che il film “La corazzata Potemkin” è “Una cagata pazzesca”. La risata del pubblico è liberatoria proprio perché milioni di spettatori si sono annoiati a morte, assistendo a quell’opera, ma non hanno osato dirlo. Il politico deve andare oltre il perbenismo di facciata per capire ciò che il popolo pensa realmente. E a quel pensiero fare appello. È ciò che ha saputo fare Matteo Salvini.
Per molti decenni da un lato la pruderie esteriore e bigotta della Democrazia Cristiana, dall’altro la severità etica della sinistra, hanno imposto al popolo di venerare cose di cui era vietato dire male. Fu una prima, opprimente versione della political correctness. Ma il colmo si è avuto recentemente, con il dovere dell’accoglienza nei confronti degli immigranti. Un dovere che la nostra Costituzione (questa sorta di Corano) impone nei confronti di centinaia di milioni di persone, dal momento che lo estende a tutti coloro che, nel loro Paese, non fruiscono delle nostre libertà democratiche. Cioè quasi all’intero orbe terracqueo. 
Non soltanto l’intera Italia ufficiale ha sostenuto queste idee, ma la sinistra al potere ha preteso che non esistesse nessun mezzo per porre fine all’invasione. E il popolo subiva inerme questa celebrazione della “Corazzata Potemkin” . Poi è arrivato Salvini il quale ha detto:  “Basta. Non dico di sparare con i cannoni a chi si profila all’orizzonte, ma in Italia entrerà soltanto chi diciamo noi”, e il popolo ha votato in massa per chi finalmente gridava queste parole. 
Ecco il fascino di Salvini. Lui non si è posto come maestro di morale, inguaribile errore della sinistra. Si è invece fatto interprete di ciò che gli italiani realmente volevano, al di là del buonismo nazionale o religioso, e che lui ha percepito con la sua stupefacente empatia. Gli italiani erano tanto stanchi di quell’atteggiamento giulebboso da accettare anche la volgarità e la rozzezza di Salvini come altrettante manifestazioni di autenticità. Lui si è presentato in tutto simile a un popolano qualunque e per questo è stato votato a valanga.
Il popolo, malgrado qualche manifestazione di buonismo conformista, manda i suoi rappresentanti in Parlamento perché facciano i suoi interessi, non perché gli insegnino la morale e la political correctness. Tutto un mondo fittizio di cui non se ne può più. Ecco perché la comparsa di Salvini è stata sentita come liberatoria. 
Purtroppo questo smascheramento delle sovrastrutture non è attivabile all’infinito. In futuro Salvini farebbe bene a non sbagliare nell’interpretazione del subconscio popolare. Soprattutto non dovrebbe dimenticare che molti dei vantaggi che la massa amerebbe avere non sono possibili e soltanto un demagogo può prometterli rischiando il contraccolpo della delusione. Per esempio le sue ultime proposte sulla flat tax sono semplicemente demenziali.
L’Italia ha un disperato bisogno di senso del reale. Per esempio dovrebbe capire che si possono abbassare le tasse soltanto se si tagliano i servizi e i posti di lavoro inutili. Ma in questo campo è inutile nutrire speranze. 
Salvini ha avuto successo con l’immigrazione, ma presto si accorgerà che non si può avere lo stesso successo col fisco, col debito pubblico, con l’Europa, con le riforme. Con i mille guai dell’Italia. Perché a questi mali nessuno vuole seriamente mettere rimedio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      29 maggio 2019. 



permalink | inviato da Gianni Pardo il 29/5/2019 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
28 maggio 2019
SALVINI DEVE VINCERE LA PACE
La vittoria di Matteo Salvini alle elezioni europee di domenica richiama alla mente un problema che si ripresenta costantemente nella storia: non basta vincere la guerra, poi bisogna vincere la pace. La guerra è soltanto la prosecuzione della politica con altri mezzi, come ha giustamente scritto Karl von Clausewitz. E ciò significa che, se la politica è sbagliata, la stessa vittoria non produrrà gli effetti desiderati. 
Ne fornisce un buon esempio la storia romana. Cesare Ottaviano – già malaticcio di suo – fu tutt’altro che un fulmine di guerra. Ma fu uno straordinario politico. A diciannove anni fu capace di mettere nel sacco gente con molti più anni ed esperienza di lui. Era uno che magari non vinceva la battaglia ma poi vinceva la guerra. Adattabile, pragmatico, dissimulatore,  crudele o magnanimo secondo come gli conveniva, e machiavellico secoli prima che nascesse ser Niccolò, questo ragazzo fu una forza cui nessuno seppe resistere. Per giunta non soltanto non finì male, come tanti prima e dopo di lui, ma fu sempre onorato, morì nel suo letto e alla sua epoca la tradizione elevò un monumento, parlando di “età augustea”. La lode che un vangelo tributa a Giovanni il Battista - Inter natos mulierum, non surrexit major Johanne Baptista – è del tutto sproporzionata per quello strano personaggio. Sarebbe stato giusto dire: “Non sorse mai, fra coloro che sono fra i nati dalle donne, qualcuno di più grande di Augusto”.
Fare le pulci a chi ha vinto è da frustrati, ma non vedere le difficoltà che li aspettano è da ciechi. E nel caso di Matteo Salvini queste difficoltà sono di tali proporzioni che ignorarle sarebbe ingeneroso. Infatti, se dovesse fallire, bisognerà ricordarsene proprio per esprimergli umana comprensione. Oggi la sua vittoria scintilla al sole come l’abbaglio di mille elmi d’argento, ma forse nessuno saprebbe indicare in che modo metterla a frutto. 
I problemi fondamentali sono due: con quali alleati prendere il potere e che cosa farsene. Se è vero che, come ha scritto Tucidide, nessun vincitore crede mai alla fortuna, è anche vero che nessun popolo perdona al  suo capo di aver perduto, quali che siano le scuse che può addurre. Salvini non può governare seriamente col Movimento 5 Stelle perché esso ha un problema di sopravvivenza: o questo, per farsi valere, gli mette i bastoni fra le ruote, e potrebbe essere lo stesso Salvini a liquidarlo; oppure gli si accoda, rassegnandosi al ruolo di socio di minoranza, e in questo caso potrebbe essere la stessa base del Movimento a dissociarsi dal governo. Già non si sa quale sarà il ruolo di Luigi Di Maio, dopo questa fenomenale batosta. Il contatto con la realtà del governare lo ha ferito a morte. Il suo partito sembra aver esaurito la spinta propulsiva: quella capacità di creare illusioni e offrire semplicistiche speranze che ha sedotto tanta gente. 
L’alleanza col Movimento ormai non può essre né solida né produttiva, Salvini potrà governare soltanto se troverà altri alleati. Col 34% (ammesso che le future elezioni politiche lo confermino) si conta molto, ma non si governa. E, come se non bastasse, l’Italia fronteggia problemi come quello del lupo, della capra e dei cavoli. Per non dire che il programma di Salvini è incompatibile col Movimento, col centrodestra e col centrosinistra. Ed anche con l’Europa. Ecco il problema della pace. Chi si alleerà con chi, per formare il nuovo governo, e per fare che cosa?  
E questa è soltanto la metà del problema. L’altra è sapere come affrontare (ed eventualmente con chi) il rebus economico di fine anno. Per questo non basterebbe nemmeno aver conquistato il 51% dei voti. Infatti quella percentuale non farebbe nascere dal nulla i molti miliardi necessari già soltanto per scongiurare l’aumento dell’Iva. Per non parlare degli investimenti pubblici di cui tanti favoleggiano per rilanciare l’economia. Dimenticando che l’ultima volta in cui abbiamo fatto scintille, col “Miracolo economico”, non l’abbiamo fatto con i capitali di Stato, ma con la libertà economica..
Tributiamo dunque al vincitore il dovuto applauso e tuttavia, senza arrivare allo iettatorio “memento mori” con cui i romani affliggevano i trionfatori, auguriamo a Salvini che la corona d’alloro non si trasformi in una corona di spine.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
28 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 28/5/2019 alle 9:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 maggio 2019
CHE COSA SI PUO' DEDURRE DALLE ELEZIONI
Prima, quanto meno qui in Italia, abbiamo avuto settimane, anzi un paio di mesi almeno, di stagnazione delle notizie e delle attività, in attesa di questa ordalia del 26 maggio. Ora abbiamo i risultati, sia per l’Europa, sia per l’Italia, e sono tanti da far girare la testa. Tutti ci chiediamo che cosa dobbiamo dedurne e che cosa avverrà. Troppa carne al fuoco. Perfino i sesquipedali dibattiti su tutte le reti televisive e sui giornali sono così numerosi, e comportano una tale alluvione di parole, che alla fine si realizza quel fenomeno per cui un eccesso di informazione si risolve in un’assenza di informazione. 
Per tutte queste ragioni, se siamo frastornati, se abbiamo la sensazione di non capire niente, se non abbiamo idea di ciò che avverrà, ci dobbiamo consolare: non soltanto non siamo gli unici, ma la maggior parte degli altri sono nelle nostre stesse condizioni. E allora, rinunciando alle analisi approfondite e alle previsioni giustificate, contentiamoci di capire ciò che è evidente oggi, lunedì mattina.
In Europa, fino a qualche giorno fa, ci si chiedeva se queste elezioni non avrebbero messo a rischio la politica europea o la sopravvivenza della stessa Unione. Nessuno poteva escludere che, in un soprassalto di rabbia, gli europei da un lato volessero punire Bruxelles per i problemi di cui soffrono, dall’altro si aggrappassero al sovranismo, come alla possibile formula del futuro. Anche se sarebbe stata soltanto il ritorno a un pericoloso passato. 
Soprattutto questo sentimento – di speranza o di paura, secondo i casi – era forte in Italia, dove il partito che rappresenta questa idea era previsto come il più forte. Matteo Salvini più di una volta ha detto che, con queste elezioni, la Commissione Europea avrebbe perso potere e l’Italia, mussolinianamente, avrebbe “fatto da sé”. Non si starà qui a discutere quanto questo progetto fosse serio o semplicemente possibile, una cosa è certa: oggi l’Europa non corre questo rischio. Tutto è prevedibile, ma non un governo europeo sovranista e Salvini sarà costretto a parlare d’altro. I nostri problemi dovremo discuterli o con Bruxelles o con le Borse. Con i pugni sul tavolo al massimo ci faremo male alle mani.
In Italia si è certificata ad abundantiam una chiara tendenza che qualcuno sperava non fosse così risoluta. E invece la Lega, col suo 34%, straccia un M5s dimezzato e ridotto al 17%.  Il Movimento è divenuto  terzo partito dietro ad un Pd che si dava per morto e che oggi risale al 22%, distanziandolo di cinque punti. Un’enormità di consensi: quanti ne sarebbero bastati per far entrare in Parlamento, a Bruxelles, un autonomo partito, dal momento che lo sbarramento è al 4%. 
È un terremoto, ma un terremoto le cui conseguenze non sono oggi esattamente prevedibili. Infatti si possono ragionevolmente allineare soltanto interrogativi. La legislatura potrebbe continuare (anche perché 34+17 fa 51%)  ma ovviamente la Lega peserebbe più di prima. E non sarebbe certo scongiurato, per il Movimento, il pericolo di essere bruscamente licenziato, in qualunque momento alla Lega apparisse utile rompere. Essa ha infatti un biglietto vincente per il prossimo governo, qualunque sia; mentre il partito che fu di Beppe Grillo non ha neanche l’indirizzo di una casa di riposo. 
La Lega potrebbe anche chiedersi se le convenga essere al potere alla fine dell’anno, nel momento più economicamente drammatico per l’Italia. Potrebbe addirittura commettere il delitto di provocare la crisi in coincidenza con la formulazione della nuova legge di stabilità, in modo da non assumersene la responsabilità. Né si può escludere che la legislatura finisca bruscamente, o perché qualcuno lo ha voluto, o a causa di un incidente imprevisto. In ogni caso, non si sa ancora quale nuova coalizione potrebbe sostituire l’attuale. Il centrodestra risulta rafforzato, ma la situazione rimane fluida. Qui non ci rimane che incrociare le dita.
Quanto al Movimento, bisogna chiedersi come reagirà a questa bruciante caduta di consensi. Il ridimensionamento era stato annunciato dalla lunga serie di sconfitte alle amministrative, ma nessuno l’aveva previsto così pesante e per giunta a livello nazionale. Luigi Di Maio riuscirà a rimanere seduto su quella poltrona troppo grande per lui, da cui gli pendono i piedi? E il Movimento rimarrà unito o si spezzerà in due tronconi, uno massimalista di sinistra, e uno moderato filocentrista? Per tutto questo non rimane che aspettare.
Un’epitome di perplessità. Ma il lunedì mattina, mentre ancora non si è smaltita la sbornia di numeri, forse non offre di più.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/5/2019 alle 7:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 maggio 2019
COME VIENE VISSUTA UNA LINGUA
Rispetto agli altri innamorati delle lingue ho un vantaggio: parto dalla totale ignoranza tecnica di che cos’è una lingua. Ed è bene che spieghi che cosa intendo. 
Una sessantina di anni fai dialetti francesi se non erano morti, agonizzavano. I cittadini parlavano francese con un accento regionale, ma francese. Perfino in Bretagna, dove esisteva una lingua celtica del tutto incomprensibile per i francesi, il bretone resisteva soltanto nel popolo e più spesso in campagna. Nello stesso periodo in Italia l’italiano era la lingua due. Una lingua straniera nota a tutti e usata nelle occasioni ufficiali o parlando con persone di altre regioni, ma assolutamente tutti – per esempio in Sicilia, anche nelle grandi città – parlavano in dialetto, lingua uno. Anche nei coltissimi licei classici, gli alunni fra loro parlavano costantemente in dialetto. Gli stessi professori  che con gli alunni parlavano un italiano forbito (con un tremendo accento regionale) fra loro parlavano in dialetto . L’italiano non era mai una lingua spontanea e i dialettismi erano considerati un peccato mortale. Se un siciliano avesse detto: “Stasera mi leggo un libro. A me diverte questo genere di serata” forse sarebbe stato impiccato sulla pubblica piazza. Mentre oggi simili orrori si sentono in tutta la penisola. E ciò perché l’italiano – o ciò che ne è rimasto – è divenuto per tutti l’idioma naturale, spontaneo e incontrollato che era per me il siciliano. 
È questo il mio vantaggio. Non soltanto ho appreso l’italiano come lingua due, ma so anche come vive la propria lingua uno che non ne ha mai conosciuto la grammatica. L’essere di madre lingua siciliana mi permette di esporre il punto di vista dell’ignorante, di chi non ha nessuna conoscenza tecnica dello strumento che usa. Le parole fluiscono dalla mia bocca o entrano nelle mie orecchie direttamente come pensiero. Ad esempio, ero largamente adulto quando mi sono accorto che in siciliano non esiste il tfuturo. Quasi non ci credevo: “E allora come facciamo, per esprimere il futuro?” Ho formulato alcune frasi, per esempio “domani vado al cinema, “dumani vaiu o cinima”, comprendendo che il futuro – come spesso in inglese – si deduce dal contesto. È un futuro sostanziale in un presente grammaticale. Altra particolarità: come in francese e inglese, il verbo essere vuole l’ausiliario avere, così “sono stato” diviene “ho stato”, cioè “aia statu”. Il verbo dovere non esiste ed è sostituito dal verbo avere: “iddu m’ha pavari” (lui mi deve pagare) e così di seguito. Insomma soltanto da adulto ho scoperto che il siciliano ha una grammatica diversa dall’italiano e soprattutto che io, che parlo correntemente quel dialetto, non la  conosco. 
Tutto ciò è anche servito a spiegarmi perché tanta gente commette continuamente errori che mi fanno saltare sulla sedia. I miei connazionali parlano la loro lingua materna e dunque, letteralmente, non sanno quello che dicono. Il  99% non esita a dichiararci:  “Io di questo non ne parlo”, senza rendersi conto di avere detto: “Io di questo di questo non parlo”. I molti che usano una struttura del tipo: “A me diverte sentir parlare il Commissario Montalbano” non si rendono conto di avere usato un complemento di termine al posto di un complemento oggetto. Ma già, complemento di termine, complemento oggetto, differenza tra aggettivo e avverbio, e cose del genere, ormai sono diventate domande da quiz televisivo. Con effetti disastrosi per il concorrente. 
 L’ignoranza corrente dell’italiano è una conseguenza della battaglia vinta contro la scuola e contro il latino (“lingua inutile”). Quando, prima della maturità, avevamo speso otto anni a studiare latino, dovevamo per forza avere la coscienza tecnica delle lingue. Per sapere che il moto a luogo in latino si esprimeva con “in” o “ad” e l’accusativo, dovevamo prima sapere che cos’era un moto a luogo. Il latino era una così approfondita riflessione sulla lingua da trasformarci in tecnici anche dell’italiano. E infatti noi dinosauri guardiamo ai più giovani come a dei barbari.
Una lingua diviene corretta non quando è parlata ma quando è anche studiata. Ciò spiega come mai a volte dei francesi chiedevano a me se quello che avevano scritto era corretto. Io ero sbalordito ed anche fiero che avessero una simile stima di me, uno straniero. Ma poi ho capito che non avevo nulla di cui inorgoglirmi: io quella lingua l’avevo imparata soprattutto leggendo (e percependone tecnicamente la struttura) dunque avevo della lingua scritta una conoscenza maggiore di quegli artigiani.
In conclusione forse dovrei esprimere una maggiore tolleranza, per gli italiani attuali. Poverini, parlano la loro lingua come io parlo il mio dialetto. Non hanno studiato latino e per giunta non leggono neanche in italiano. Così il degrado della nostra lingua è velocissimo.  Per noi un testo del Settecentoè quasi scritto in una lingua straniera, mentre per un francese un testo del Seicento suona, con poche differenze, come un testo contemporaneo. E non è un caso. Nel 1635,fondando l’Académie Française,  Richelieu le assegnò come primo compito la protezione della lingua francese. Noi invece, piuttosto che correggere gli errori, li legittimiamo. Oggi quasi nessuno dice “adempiere il proprio dovere”, si preferisce “adempiere al proprio dovere”, e non si sa perché. Adempiere è un verbo transitivo. Anche i fenomeni “evolvono”, mentre prima “si evolvevano”,. In compenso, in questo stravolgimento casuale di verbi riflessivi, “ci si mangia un panino”. Un riflessivo che va bene soltanto per il fegato. 
Sentiamo continuamente orrori a volte comici. Moltissimi confondono augurare e auspicare (fino a dire: “Ti auspico un grande successo”), paventare per spaventare, il gergo della malavita e la lingua da usare in un telegiornale: così il delinquente è stato “incastrato” dalle registrazioni, poi è stato “pizzicato” dalla polizia ed ha “cantato”. Per non parlare del linguaggio infantile usato per gli adulti che anche a cinquant’anni hanno una mamma, mentre anche gli ottantenni, invece di orinare, fanno pipì. E  immagino che il loro proctologo si occupi della “pupù”.
Sì, siamo proprio nella merda. Parola italianissima.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
23 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/5/2019 alle 15:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 maggio 2019
IL GOVERNO CADRA'? IL PUNTO DI VISTA DI FREUD
Il governo cadrà o durerà? I motivi per l’uno o per l’altro esito sono numerosi e consistenti. E val la pena di indicarne almeno alcuni. 
I motivi per la rottura sono i più evidenti. I due partiti della coalizione sono diversi in tutto: programmi, ideali, storia politica (i “grillini” non ne hanno alcuna), e per giunta devono fronteggiare una situazione economica di cui non sono colpevoli, ma che hanno contribuito ad aggravare. Le prospettive hanno sbocchi disastrosi o dolorosi, di quelli che condannano all’impopolarità. Inoltre i due leader non hanno stile o forse sono convinti che la volgarità, la demagogia e l’approssimazione paghino più che il realismo e la ragionevolezza
Dunque assistiamo a una rissa continua. Un chiasso da comari in lite che potrebbe da solo portare alla rottura. Si sa, quando si lotta per gioco, finisce che l’escalation della violenza trasformi il gioco in guerra. Ce n’è ad abundantiam perché si rompa. Ma la realtà spesso va contro ciò che ci sembrava ovvio. Avendo esaminato un coleottero estremamente massiccio e pesante, con delle ali esili e corte, un ingegnere aeronautico decretò: “Questa bestia non potrà mai volare”. Ma di fatto il coleottero vola. E analogamente il collante del potere (e, nel caso del M5s, la quasi impossibilità di ritrovarlo dopo averlo perduto) opera potentemente per tenere insieme i litiganti che ogni due o tre sberle si giurano eterno amore.
Fra un anno i commentatori condannati dal Fato a far finta che ne sanno molto più dei loro lettori, diranno che “era ovvio che accadesse” ciò che è accaduto. Basterebbe riprendere una delle due serie gli argomenti sopra esposti, per indovinare che cosa scriveranno. Ma sarà la solita profezia del passato. Quello che noi tutti ameremmo conoscere è il futuro, ed esso è  tutt’altro che ovvio, come ci insegna il coleottero. Per esso al massimo possiamo scommettere, ma non con la presunzione di chi dice: “Andrà così”, come fanno i temerari. Si può scommettere seguendo il sistema dei bookmaker anglosassoni, senza essere sicuri di nulla:  “Io attribuisco alla caduta del governo entro un anno tre possibilità su cinque, tu gliene assegni solo due, e allora se cade entro un anno tu mi dai due, se non cade io ti do tre. 
Per fortuna, in questo gioco delle probabilità, un trucco freudiano ci fornisce l’opinione degli interessati, Matteo Salvini e Luigi Di Maio pubblicamente dichiarano; “Questo governo durerà tutta la legislatura”, anche se dietro la schiena tengono  il coltello con cui potrebbero assassinarla domattina. E invece quello che pensano realmente lo rivelano per via indiretta, come avviene col lapsus o col “mot d’esprit” del caro Sigmund. Di Maio insulta e provoca Salvini ma poi aggiunge che il governo non cadrà. Matteo Salvini, uomo tutt’altro che mite, per il momento incassa, contando di restituire i colpi con gli interessi in futuro, e tuttavia anche lui assicura che il governo non cadrà. Che significa tutto ciò? Semplicemente che ambedue pensano che il governo cadrà (se non lo pensassero non ne parlerebbero) ma sin da oggi vogliono far credere che sarà per colpa dell’altro.
Come quel marito che diceva: “Io non voglio rompere la famiglia, soltanto perché ho un’amante. Se vuole, che se ne vada mia moglie”, mentre questa diceva: “Io non voglio rompere la famiglia soltanto perché mio marito ha un’amante, ma un amante me lo sto cercando anch’io”. Chi chiamerebbe questo rapporto “amore eterno”?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
22 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/5/2019 alle 10:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 maggio 2019
PERPLESSITA' SULLA SEA WATCH
C’è una notiziola, sentita per caso, che potrebbe avere la sua importanza. La Sea Watch 3, la nave che fino ad avant’ieri era alla fonda dinanzi a Lampedusa, dopo avere trasbordato gli emigranti su alcune motovedette italiane, è stata sequestrata. Conseguentemente è stata indirizzata verso il porto di Licata, dove andrà ad affiancarsi alla nave Mare Ionio, anch’essa sequestrata per  analoga vicenda.
Riguardo a queste vicende ho tante di quelle perplessità che chiedo lumi a tutti. La prima domanda  riguarda il contrasto fra il Ministro dell’Interno e la magistratura: che cosa prevedono le leggi, in un caso come quelsto? Mi sembrerebbe infatti gravissimo che un politico si arroghi un potere che non ha, ma non meno grave mi sembrerebbe che, avendo lui quel potere, si vedesse poi scavalcato dall’ordine di un funzionario di Stato come è un qualunque magistrato. Come mai nessuno accusa pubblicamente l’uno o l’altro? D’accordo, io sono un ignorante. Ma lo sono anche tutti gli altri? O sono improvvisamente diventati muti? Come mai nessuno ha scritto un rigo per indicare quale norma di legge ha applicato il Procuratore di Agrigento? Come mai nessuno ci ha fatto ridere indicando quale stupidaggine abbia detto Matteo Salvini,quando ha  ipotizzato di denunciare il magistrato? E se non era una stupidaggine, perché i giornali non sono indignati, dinanzi alla tracotanza di un Procuratore della Repubblica? 
Pare impossibile che tutti siano pronti a sproloquiare su qualunque argomento e poi, in un caso del genere, non si cominci col vedere che cosa dicono le leggi. Anche perché, se esse non esistono, e la decisione è politica, l’ordine dato dal Procuratore di Agrigento costituirebbe un evidente abuso di potere. Dunque, a costo di iessere ripetitivi: : qual è la norma che regge il caso?
Parlando in generale, nessuna nave ha il diritto di attraccare in un nostro porto senza il nostro consenso. Nessuno straniero può varcare la frontiera se l’Italia non glielo consente. Non soltanto egli deve presentare un documento di identità valido, ma il nostro Paese può vietargli di entrare anche se quel documento ce l’ha, in base al proprio discrezionale criterio di opportunità. Per entrare negli Stati Uniti io stesso, il cittadino incensurato di un Paese appartenente da sempre alla Nato, ho dovuto ottenere un visto. Cioè un permesso ad personam, rilasciato da funzionari di Washington che avrebbero ben potuto negarmelo. Dunque i migranti irregolari possono essere respinti o perché sforniti di documenti; o, singolarmente, per motivi di opportunità;  o in base ad una legge che permette l’ingresso soltanto a turisti in possesso di denaro sufficiente per il soggiorno previsto. A New York, prima di farmi uscire dall’aeroporto, mi hanno fotografato, mi hanno preso le impronte digitali, mi hanno chiesto in che albergo sarei andato a dormire e a momenti mi chiedevano che numero di scarpe porto.  In conclusione, non si può credere che il Procuratore di Agrigento sostenga che bisogna accogliere chiunque si presenti. Né quella nave era in pericolo: il mare non era grosso ed essa poteva benissimo riportare i presunti naufraghi in Libia, o depositarli a Malta, oppure in Tunisia, oppure andare a portarli in Olanda, visto che la nave batte bandiera olandese. Salvini, a naso, ha perfettamente ragione, giuridicamente. Ma, ammesso che abbia torto, perché non ci si dice perché ha torto?
E poi ci sono delle perplessità un po’ meno formali. Ammettiamo che il Procuratore di Agrigento abbia ordinato quello sbarco per motivi umanitari. Dunque perché d’accordo con l’Organizzazione Non Governativa Sea Watch. Ma se così fosse, perché poi sequestra la nave? O condivide quel trasporto di migranti, e la Sea Watch è un’organizzazione umanitaria, oppure sospetta quella nave di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e allora i migranti vanno respinti. Per esempio costringendo la nave a lasciare le acque italiane, dopo avere arrestato il capitano.
Non basta. È vero che l’azione della magistratura è sembrata contro Salvini e a favore della Sea Watch, ma se poi la nave è sequestrata e tenuta in un porto italiano per un tempo lunghissimo, come già è avvenuto per la Mare Ionio, siamo sicuri che la magistratura italiana sia benevola verso l’o.n.g.? Respingendo il natante e costringendolo a dirigersi altrove, i migranti sarebbero comunque arrivati in Europa e la nave sarebbe stata libera. Attualmente invece la prodezza di entrare nelle acque territoriali italiane, benché diffidata dal farlo, è costata alla Sea Watch la perdita della nave o – ad andar bene – la disponibilità di essa per parecchi mesi, come avvenuto per la Mare Ionio. E chi dice che lo Stato italiano non passi dal sequestro alla confisca? Non so in che misura il traffico di immigranti clandestini sia assimilabile al contrabbando, ma la legge sul contrabbando prevede la confisca e la distruzione dei mezzi di trasporto usati per commettere quel reato. A questo punto le o.n.g. sarebbero tanto ricche da continuare a fingere di salvare dei naufraghi , sapendo che ogni attracco in un porto italiano gli costa una nave?
La funzione dei giornali dovrebbe essere quella di informare i cittadini, non di partecipare alla rissa quotidiana. E questo vale anche per la Chiesa, per l’Onu, per le anime belle, per il governo e per i giuristi. È tanto difficile farci sapere come stanno le cose? E se non lo sanno, perché non si informano? Urgono risposte.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      



permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/5/2019 alle 8:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 maggio 2019
UN POPOLO INTELLIGENTE MA STUPIDO
La sovranità appartiene al popolo. Queste parole del primo articolo della Costituzione Italiana oggi sono un’ovvietà. Qualcuno chiederebbe: “E a chi volete che appartenga?”
Eppure l’esercizio della sovranità non è cosa semplice: essendo il supremo comando, è anche la suprema responsabilità; e, mentre l’autocrate risponde delle sue decisioni alla storia, (o ai congiurati che lo assassinano) il popolo non ne risponde a nessuno e le paga in prima persona. La Costituzione ha cercato di proteggerlo da sé stesso, aggiungendo che la sovranità dovrà esercitarla “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma il popolo ha anche il diritto di mettersi nei guai, provando ad adottare per esempio la democrazia diretta, e magari internettiana.  
Ciò che la Costituzione intendeva, con quella limitazione, è che la massa non ha la competenza per governare e dunque deve necessariamente delegare questo compito ai suoi migliori rappresentanti. E tuttavia questo problema si inquadra in in un ambito più vasto. 
La democrazia è il miglior regime inventato dall’umanità ma ciò – come aveva ben visto Voltaire - nella misura in cui il popolo è colto e maturo. E infatti, nella maggior parte degli Stati islamici e spesso altrove, la democrazia, anche se tentata, non attecchisce e finisce col volgersi in autocrazia. Ecco perché Oriana Fallaci aveva torto, quando rivedeva le bucce del governo di Reza Pahlavi. Questi aveva perfettamente ragione obiettandole che non avrebbe dovuto sperare di trovare, in Iran, una democrazia come quella inglese. 
In questo quadro, come è sistemata l’Italia? Male, si direbbe. Il Paese, benché sinceramente democratico, prevalentemente colto (se contrapponiamo cultura ad analfabetismo) e composto da persone sveglie, ha dei difetti che lo mettono in pericolo, in particolare un’insufficiente percezione della realtà. 
Per esempio, quando si tratta di valutare sé stessi, gli italiani sembrano soffrire di una forma di schizofrenia. Per evitare il disprezzo di sé, sono capaci di immaginarsi vincitori della Seconda Guerra Mondiale e il 25 aprile di ogni anno festeggiano la “Liberazione”: come se loro fossero stati oppressi da non si sa chi. E a nessuno viene da ridere. Mentre in realtà l’Italia era stata fascista finché le cose andavano bene, al punto che gli Alleati pretesero da noi, come dalla Germania, la “resa senza condizioni”. Questa “rimozione” della storia richiederebbe un Piano Marshall per pagare un esercito di psicoanalisti.
Purtroppo pecchiamo anche  nella direzione opposta. Di contro a questa assurda autoassoluzione, pensiamo di essere il Paese più corrotto del mondo, di avere un alto tasso di criminalità, di essere degli incapaci e insomma che tutti sono migliori di noi, una giaculatoria di ingiustificate autofustigazioni. Ma poi, ulteriore piroetta, ci assolviamo da queste pecche dando la colpa di tutto al malgoverno. Come se non lo avessimo eletto noi e come se i suoi componenti non fossero nostri connazionali. 
Presi ad uno ad uno, siamo individualisti, scaltri, e capacissimi di proteggere i nostri interessi anche a costo di andare contro la legge. Quando invece si tratta dell’amministrazione dello Stato, dimentichiamo il buon senso e diventiamo idealisti, estremisti, collettivisti e, in una parola, stupidi. Vorremmo uno Stato perfetto e onnipresente, amministrato da angeli non italiani, capace di guidarci e accudirci dalla culla alla tomba. Insomma un’Amministrazione che si faccia carico (gratis), di tutti i nostri problemi. Il risultato è che uno Stato parassitario ci carica di tasse e non ci fornisce ciò che ci aspettavamo. Infatti ha, come prima spesa, l’autofinanziamento.
A tutto questo si è recentemente aggiunto un fenomeno, prova finale del delirio. Dopo avere voluto lo Stato com’è, ci siamo talmente arrabbiati contro di esso da chiederne la fine. Come chi dicesse: “Basta, voglio un altro universo”. E questo è ciò che hanno offerto i Cinque Stelle, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Si può dire del popolo italiano quello che un amico inglese diceva di suo figlio: “È tanto stupido quanto è intelligente”. Ed era molto intelligente. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/5/2019 alle 13:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 maggio 2019
SALVINEIDE
Per uno che è ateo, materialista e determinista, l’uomo è, se non una macchina, un essere immerso, come tutto il resto dell’universo, nella catena causale. Questa catena, almeno dal nostro punto di vista, è influenzata da una casualità prospettica (perché noi non possiamo avere nozione di tutte le cause operanti), ma l’altra componente è ciò che il singolo è. Se ama le motociclette e per temperamento è imprudente, per lui è più probabile che per un altro morire in un incidente. 
Per il singolo è del tutto impossibile conoscere il futuro, ma qualche previsione si può azzardare. Memorabile, in questo campo, il momento in cui Gianfranco Fini prese a fare la guerra a Berlusconi. Memorabile perché evidentemente quella strada non aveva sbocco e bastò aspettare per averne conferma. Fini fu letteralmente cancellato dalla realtà. La legge di causalità aveva fatto l’intero suo corso.
Oggi ci si può chiedere quale potrà essere il futuro di Matteo Salvini, che ha ereditato, o piuttosto preso in mano, un partito pressoché agonizzante e gli ha ridato nuova vita. In breve ha realizzato il miracolo di rivitalizzare la Lega, portandola ad un risultato elettorale mai visto, sopravanzando Forza Italia. Un’impresa pressoché napoleonica. In seguito, pur essendo alleato di un partito di incompetenti scervellati, è riuscito a sopravvivere un anno e l’ha fatto cavalcando un solo cavallo, il contrasto all’immigrazione. Ma era un cavallo di battaglia, perché gli italiani erano esasperati. Infatti ha più che confermato quel miracolo, col raddoppio – nelle intenzioni di voto - del già mirabolante esito delle elezioni. Un uomo eccezionale, dunque. Ma è lecito chiedersi in che misura il suo temperamento lo destini ad un successo duraturo. 
Sono esistiti personaggi che il successo se lo sono costruito piano piano, nel corso di molti anni, senza mai sbagliare una mossa, senza mai doversi rimproverare un maldestro atto di spontaneità. Il massimo esempio è stato Giulio Andreotti. Un uomo dall’approccio mite e benevolo, dotato di humour, che si poteva persino sottovalutare, e che invece era così presente a sé stesso, così cosciente di chi aveva di fronte e della situazione in cui si trovava, che proprio non c’erano rischi che sbagliasse una parola. La sua freddezza era tale che non sarebbe stato difficile immaginarselo mentre dava del lei alla sua stessa immagine nello specchio. Andreotti era veramente “per tutte le stagioni”, nel senso positivo che Shakespeare dava a questa espressione. 
Viceversa sono esistiti uomini di successo simili a cavalli da corsa, dal carattere impetuoso e vincente. Capaci di imprese memorabili, ma anche di imprudenze, eccessi, errori. Alessandro Magno, per esempio, era tutt’altro che un esempio di equilibrio. Per non parlare di Hitler, personaggio – oltre che criminale – passionale, visionario, squilibrato, collerico, paranoico. Ha accumulato tanti errori che sarebbe stato stupefacente un duraturo successo, non una tragica fine. E infatti, se non si fosse ucciso, sarebbe stato certamente impiccato.
Salvini non ha il temperamento di Andreotti. È un attore eccessivo, esplosivo, fiammeggiante. Oltre che (volutamente?) fin troppo volgare. Tutto ciò, normalmente, dovrebbe condurlo alla rovina in breve tempo. Ma, a differenza di Fini, sembra intelligente. Non nel senso che Fini fosse uno stupido, ma nel senso che la sua intelligenza si coniuga col buon senso. Salvini è pragmatico e in questo campo – se pure con uno stile opposto – somiglia ad Andreotti. Se si accorgesse di avere imboccato una strada sbagliata, non esiterebbe a fare marcia indietro, forse perfino a chiedere scusa. Infatti come Stella Polare ha uno sconfinato amore per sé stesso e nessuna ideologia. 
Queste qualità ne fanno un personaggio sostanzialmente imprevedibile. Se, seguendo il suo temperamento, si rovinasse con le sue stesse mani (per esempio apparendo troppo in televisione, parlando troppo, scrivendo troppo sulla Rete, commettendo qualche clamorosa gaffe) nessuno potrebbe stupirsene. Anzi, diremmo tutti che era fatale finisse così, date le premesse del suo carattere. Ma è anche vero che questo camaleonte, accortosi che la demagogia, l’aggressività e, ancora una volta, l’eccesso, non pagano, sarebbe capace di mutare improvvisamente pelle, divenendo ragionevole, mite, rassicurante e serio. In questo caso tutti scriveremmo che era da prevedere: la maschera del demagogo volgare ed eccessivo l’ha indossata soltanto finché il pubblico l’ha applaudita. Dunque, quale che sia l’esito, meglio non scrivere: “Ve l’avevo detto”. Perché nessuno potrebbe dircelo. Nel suo caso, a parte gli imprevisti della Fortuna (come sempre del tutto determinanti), in futuro sarà più forte il suo temperamento o il suo cervello? Il cavallo o il cavaliere?
Questo mattatore è vagamente shakesperiano, nel senso di colorato, eccessivo e pressoché paradigmatico. La sua stessa rozzezza, per esempio, è grandiosa, classica, quasi sofoclea. Nel lungo termine egli è soltanto un interrogativo. Nel breve, ci si chiede come uscirà da questa scena. Infatti se, come dicono tutti, questo governo non durerà, egli dovrà immediatamente trovare o una collocazione politica, o comunque una linea di comportamento per far fronte ai colossali problemi di fine anno. E stavolta non bisognerà comprare popcorn, ma qualche chilo di calmanti e ansiolitici. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      19 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/5/2019 alle 9:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 maggio 2019
DELITTO DI FORMAZIONE MAINSTREAM
Da sempre, in materia di scuola, si gioca sul contrasto fra formazione e informazione. Tutti, sulla scia di Montaigne che diceva di preferire “une tête bien faite” a “une tête bien pleine” (una testa ben fatta a una testa ben piena) si sono sbracciati a dire che la scuola deve formare, non informare. E così l’informazione è stata tradotta in nozione, la nozione in informazione inutile e il tutto in un concetto universalmente esecrato: il nozionismo. 
La lotta contro il nozionismo è stata vincente. Oggi infatti molti laureati non hanno nessuna traccia di questo difetto e credono che le colonne d’Ercole siano quelle che fece crollare un gigante israeliano, quello che disse: “Muoia Maciste con tutti i Maccabei”. Purtroppo, la realtà non si lascia incantare dalle formule e nei fatti continua a chiedere come si possa formare una testa, se quella testa non è orientata nel tempo (storia), nello spazio (geografia), e nella logica (matematica). 
La formazione è il coronamento dell’informazione ben digerita e condita di riflessioni critiche. Una testa ben vuota non sarà mai una testa ben fatta. Montaigne, per parte sua coltissimo,  sarebbe sicuramente d’accordo, lui che bambino ha parlato latino prima che francese. 
La capacità di riflessione critica dovrebbe essere la missione finale di tutta la scuola. I docenti dovrebbero essere obbligati per legge a non essere mai filogovernativi. Oppure, essendolo, a non dimostrarlo. La scuola non assolve il suo compito proclamando con passione le idee universalmente accettate ma al contrario spiegando come è potuto avvenire che persone perbene e in buona fede abbiano potuto essere antisemite e a favore delle leggi razziali. Questo è capire la storia, non condannare il passato secondo i parametri del presente. Solo in questo modo si possono mettere in guardia i ragazzi contro le idee sbagliate. Ai fascisti bisognerebbe spiegare come si può essere comunisti, e ai comunisti come si possa essere fascisti. Del resto non sarebbe difficile, dal momento che ambedue sono ideologie estremiste e semplicistiche. Oltre che intolleranti. A tutti bisognerebbe ripetere: “Non ridete della caccia alle streghe. Se foste vissuti allora, tutti voi ci avreste creduto, come ci credevano tutti. Allenatevi a pensare che ciò che dicono tutti potrebbe essere falso”.
Io ho insegnato in classi in cui l’unico anticomunista ero io. Così ai ragazzi dicevo ridendo: “So che voi mi considerate fascista, perché non sono di sinistra. Ma durante il fascismo, essendo un liberale,  io sarei stato antifascista, mentre voi, pensandola tutti nello stesso modo, sareste stati fascisti”.
Per tutte queste ragioni mi ha addolorato la notizia di una professoressa palermitana sospesa dal servizio e dallo stipendio per quindici giorni per non avere impedito che i suoi studenti creassero un video in cui si paragonava Salvini a Hitler, e il suo decreto sicurezza alle leggi razziali. Quella donna avrebbe potuto essere una mia allieva, cioè una cara ragazza allineata sulle idee dei suoi compagni comunisti. Forse non ha avuto neanche un solo professore che le abbia insegnato ad essere per principio contro il mainstream, quale che sia. Ma questa professoressa, a cui probabilmente nessuno mai ha insegnato il pensiero critico, come potrebbe insegnarlo a sua volta? E come potrebbe immaginare che ciò che è stato ovvio per tanti decenni (per esempio che tutti i politici di destra sono antidemocratici e possibilmente criminali) possa ad un certo momento divenire anatema? Lei stessa avrà anche insegnato che i partigiani erano buoni (tutti) e i repubblichini cattivi (tutti), che i partigiani hanno vinto la guerra contro i nazisti e che l’Italia non è mai stata fascista, ma soltanto vittima del fascismo. Insomma tutta la serie di falsità su cui si regge il conformismo.
D’accordo, la docente non è una ragazzina, ma avere oggi sessant’anni significa avere avuto quindici anni nel 1974 e posso certificarvi, perché c’ero, che in quel tempo i ragazzi, salvo alcuni coraggiosi disadattati, erano comunisti. Perché questo gli insegnavano i docenti. E se qualcuno non era nemmeno socialista, era considerato un fascista. 
La professoressa di Palermo è un po’ come quei giapponesi che, perdutisi e rimasti soli nella giungla, non si sono arresi e sono stati pronti a combattere inesistenti americani ancora anni dopo che la Seconda Guerra Mondiale era finita. Perché nessuno li aveva avvertiti. Forse quella signora ha incoraggiato i ragazzi a dire peste e corna di Matteo Salvini come forse un tempo lei è stata incoraggiata a dir male di Giorgio Almirante. E nessuno l’ha avvertita in tempo che, una volta al potere, la destra può essere intollerante come la sinistra. 
Una scuola formativa sarebbe una scuola in cui, invece di insegnare un ragionamento esatto, si esponesse un ragionamento inesatto, invitando i discenti a scoprire dov’è il difetto.  Il primo che ha detto che “la verità è inconoscibile” si sarà creduto intelligente. Ma veramente intelligente è stato colui che ha distrutto l’intero scetticismo chiedendo: “Ma è vero che la verità è inconoscibile?” Perché a questa domanda non si può rispondere né sì né no.  In ambedue i casi si distrugge lo scetticismo. Viva i greci dell’antichità, non fosse altro che per avere avuto uomini così.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 18/5/2019 alle 6:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
17 maggio 2019
COSTRETTO A PROFETARE
Carlo Guastamacchia, un amico alla cui affettuosità non potrei mai dire di no, mi sfida con queste parole: “I tuoi ultimi scritti sono inconfutabili cahiers de doléances, dai quali deduci quadri apocalittici mai dettagliatamente descritti”; “Per favore mi (ci) sai descrivere cosa si verificherà il giorno del tracollo?”
Potrei rispondergli che non lo so, ma sono abbastanza umile per tentare di spiegarmi. Anche se, quando si parla di futuro, il dubbio riguarda soltanto la percentuale di errore.
Comincerò con un parallelo. Immaginiamo un commerciante chiaramente in dissesto. Presto non avrà più credito con i fornitori, sicché dovrà chiudere l’impresa. E per sapere questo non occorre la Sibilla. Ma che cosa in concreto accadrà dopo, nessuno può dirlo. Innanzi tutto potrebbe non succedere quasi nulla. I creditori potrebbero rassegnarsi: che ci guadagneranno a richiedere il fallimento? In questi casi i chirografari rimangono a becco asciutto e sarà grasso che cola se si riuscirà a pagare lo Stato e il curatore. Ma qualcuno potrebbe non rendersi conto che questo è l’esito inevitabile, e tentare la carta giudiziaria. Oppure avere ragione di credere che ci sia ancora qualcosa da spremere, da quell’uomo. O infine potrà essere seriamente arrabbiato  col fallito, a causa della sua malafede, e richiedere il fallimento quanto meno per punirlo. Come saperlo prima?
Non basta. Di che fallimento si tratterà? Un normale fallimento o il magistrato ravviserà una bancarotta? E poi, semplice o fraudolenta, per la quale è obbligatorio il mandato di cattura? Le incognite sono molte. Una sola cosa è certa: il commerciante non avrà di che divertirsi. Dunque non è che la Sibilla non sia stata capace di specificare le conseguenze negative della situazione: è soltanto che la loro configurazione concreta dipenderà da molti fattori. Ma sulla loro drammaticità non ci sono dubbi.
L’Italia è indebitatissima. I creditori sono sempre meno disposti a farle credito. È questo che denuncia l’aumento del differenziale rispetto agli interessi richiesti per i titoli tedeschi. Questi sono appetibili anche se non rendono niente, i nostri si avviano a tassi intorno al 3%, cioè un’enormità, considerando che ogni anno piazziamo sui mercati qualcosa come quattrocento miliardi di euro di cartelle. E se noi insistiamo a far aumentare il debito, potremmo arrivare al momento in cui gli investitori non si sentiranno di rischiare il loro capitale, nemmeno se offriamo interessi altissimi. E a questo punto non saremmo in grado di far fronte alle nostre necessità. Nel senso che non avremmo euro a sufficienza per pagare i titoli in scadenza. Oltre che per comprare petrolio, e non solo petrolio, dal momento che dipendiamo dalle importazioni per mille cose, dal caffè alle automobili. 
A questo punto l’Europa potrebbe cercare di salvarci, ipotesi uno, oppure, ipotesi due, potrebbe buttarci fuori dall’euro e dall’Unione Europea. Sempre che abbia questa scelta, infatti la decisione potrebbero prenderla autonomamente i mercati. Comunque partiamo dalla prima ipotesi. Ammettendo che l’Unione abbia la forza e la volontà di salvarci, è ovvio che non lo farebbe gratis (1). Infatti l’unica ragione per farlo sarebbe che il fallimento dell’Italia sarebbe molto costoso anche per gli altri Paesi. E per conseguenza, in tanto ci aiuterebbe, in quanto il non aiutarci le costerebbe anche di più. Se la Francia – per dire – ha trecento miliardi di euro in titoli italiani, è ovvio che sarebbe disposta ad affrontare soltanto un sacrificio inferiore a trecento miliardi. Cinquanta miliardi? Ma quei miliardi dovremmo pagarli noi. 
E poiché anche la Germania ed altri Paesi hanno i nostri titoli, è chiaro che, per tenerci la testa fuori dall’acqua, e per ricuperare in parte i loro soldi, ci chiederebbero di cedergli il volante. Da un giorno all’altro avremmo la scelta tra essere un Paese fallito, cui nessuno fa credito, oppure un Paese che ha svenduto la propria indipendenza ed è eterodiretto. Bruxelles, non Roma, capitale. 
Quanto all’ipotesi due, cioè il fallimento puro e semplice appena delineato, non credo sia necessario descriverne le conseguenze. Basta pensare alle conseguenze del fallimento privato. Oggi paghiamo il petrolio con l’euro, una moneta forte. Domani, tornando alla lira, dovremmo lo stesso pagare in euro o in dollari, e questi euro e questi dollari dovremmo “comprarli” con la nostra lira svalutata. Al cambio che stabiliscono i mercati. Se, per ipotesi, la nuova lira valesse mezzo euro, la benzina domani costerebbe l’equivalente di tre euro a litro. E chi soffrirebbe di più sarebbe senza alcun dubbio chi vive di reddito fisso: lavoratori dipendenti e pensionati. Sto parlando non di appetito ma di fame, sgradevole compagna di viaggio.
Ma forse mi sbaglio. Forse Salvini è il più grande economista di tutti i tempi e non soltanto ci salverà da questi tristi scenari, forse ci condurrà, al di là del Mar Rosso, nella Terra Promessa.
In conclusione, sarà pur vero che non ho indicato e non indico una precisa Via Crucis, per quanto riguarda il futuro dell’Italia. Le strade che si possono imboccare sono parecchie. Ma ciò che importa sapere è che sia la padella sia la brace sono scottanti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
16 maggio 2019
(1) https://www.corriere.it/?refresh_ce-cp, “Non pagheremo i debiti dell’Italia”. Altolà dell’Austria (e anche della Ue).



permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/5/2019 alle 6:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 maggio 2019
GRIGIO PIU' NERO NON DA' BIANCO
Ero giovane, quando è uscito il film di Hitchcock “Psycho”, e sono stato avvertito: “Stai attento, è un film bellissimo ma terribile. C’è addirittura chi sviene per l’emozione. E poi il finale è del tutto imprevedibile”. 
La proiezione confermò le indicazioni ricevute, ma l’imprevisto fu la mia delusione: l’epilogo non mi sembrava razionale. Era un modo di risolvere un “mystery” uscendo dalla verosimiglianza. Come se in un romanzo di Agatha Christie alla fine si scoprisse che la vittima è stata uccisa da un licantropo.
Lo so che Hitchcock è uno straordinario genio del cinema e del giallo, e tale l’ho stimato anch’io, che ho molto goduto dei suoi film. Ma su Psycho non ho cambiato opinione. C’è un limite a tutto. Come disse Napoleone, “Dal sublime al ridicolo, non c’è che un passo”. E nello stesso modo, tra la suprema ammirazione per la soluzione del mistero e il sorriso di sarcasmo per la trovata insulsa, c’è meno di un passo.
La considerazione non vale soltanto nell’arte. Quando una situazione reale si ingarbuglia sempre più, è vano sperare che la soluzione possa essere positiva e brillante. È raro che dall’affastellarsi delle negatività possa nascere la positività. La maggior parte delle volte, come è normale, dalla confusione nasce un esito abborracciato, scomposto e largamente sgradevole. Proprio a proposito di Napoleone basta del resto ricordare come si passò da una situazione in cui si era ubriachi di egualitarismo, di democrazia e di laicismo, agli eccessi selvaggi del Terrore e fino a sfociare in un’autocrazia che non si contentò di chiamarsi monarchia ma addirittura Impero. Una farsa grandiosa in cui un ex tenente d’artiglieria si fece incoronare dal Papa, o più esattamente si incoronò da sé in presenza del Papa, reputato soltanto un utile ornamento per tale cerimonia.
A tutto ciò si pensa – fatte le dovute differenze di scala fra i giganti e i nani – guardando alla situazione politico-economica italiana. Convergono in questo 2019 tanti di quei problemi in attesa di soluzione, con tanti personaggi in conflitto, che proprio non si riesce ad immaginare una soluzione salvifica. Non esiste nessuna spada che possa tranciare questo nodo di Gordio. In primo luogo perché i problemi sono obiettivi, e questi richiedono soluzioni obiettive, che non si intravvedono. La nostra situazione economica, il nostro debito pubblico, gli impegni presi con le “clausole di salvaguardia”, il nostro fisco eccessivamente pesante, le difficoltà che hanno le nostre imprese per sopravvivere e, non ne parliamo neppure, per far fronte alla concorrenza, sono tutti fattori che non si possono esorcizzare. 
I nostri governanti non sono dei geni – non mi strapazzo per dimostrarlo – ma, quand’anche lo fossero, non potrebbero far niente. E per giunta, dimentichi del resto del mondo, essi non fanno che litigare. Non si accorgono di non essere in grado di risolvere i problemi che li attendono, ma quel ch’è peggio sembrano non rendersi conto della loro esistenza. Come i bambini  viziati dicono: “E se arriva l’Uomo Nero io gli do un pugno sul muso”. Continuano a “parlare a spiovere”, come pare dicano a Napoli, non solo complicando la situazione politica fra loro, ma facendo impennare lo spread, tornato nei dintorni dei trecento punti. Quel livello che già l’anno scorso li spinse a cambiare la legge di stabilità. Allora le autorità europee li spinsero a tornare indietro con la coda fra le gambe, ma il peggio è che, cinque mesi dopo, siamo nella stessa situazione di prima: debito che continua ad aumentare, recessione, economia asfittica e spread che sale. E per giunta piove, direbbe Groucho Marx.
Essere ottimisti in questo caso sarebbe come esserlo mentre il Titanic a poco a poco affonda e non ci sono scialuppe per tutti. Bisognerebbe essere capaci di sperare che l’iceberg si trasformi in un’enorme carrozza di Cenerentola, che salva quasi duemila persone.
Rimane soltanto un dubbio: è meglio avere gli occhi aperti e capire ciò che sta succedendo, o essere degli imbecilli incoscienti? Di quelli che, quando infine non possono negare il pericolo, continuano a sperare che “una soluzione si troverà”. 
Come se a Dio dovesse “parere brutto” far soffrire quei bravi ragazzi degli italiani.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/5/2019 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 maggio 2019
LA DROLE DE GUERRE
Tanto in francese – l’aggettivo “drôle” – quanto in inglese – l’aggettivo “funny” - hanno il doppio, se non triplo, significato di buffo, strano e persino inquietante. E infatti, se c’è una cosa che non è buffa è la guerra. Ma la Francia fu formalmente in guerra con la Germania dal settembre 1939, e fino al maggio del 1940 non accadde nulla. È forse normale una guerra dichiarata in cui nessuno spara un colpo, in cui nessuno attacca il nemico, e si sta lì ad aspettare che qualcosa accada? Ecco perché, sul momento ed anche dopo, la Francia designò quel momento storico come “la drôle de guerre”, la strana guerra. Per tutti quei mesi la nazione – impreparata al conflitto – sperò di non essere realmente coinvolta. 
In realtà la guerra, più che “buffa”, era inquietante. La quiete significava soltanto che Hitler voleva avere le mani libere di operare altrove. E che fosse stupido rintanarsi dietro la Linea Maginot (come se i tedeschi non potessero, come nella Grande Guerra, affrontare la Francia passando dal Belgio) la storia lo dimostrò ad usura. Non soltanto rendendo schiava la Francia per quattro anni, ma assestandole un tale colpo, che essa non fu mai più la Grande Potenza che era stata prima.
Se il bollettino meteorologico annuncia tempesta, è stupido rassicurarsi alzando gli occhi e vedendo che il cielo è ancora azzurro. Se la diagnosi parla di cancro, non basta rispondere che ci si sente ancora benissimo. Quando sono riunite tutte le cause perché un fenomeno si verifichi, il fenomeno si verifica. Ma il fascino della bonaccia prima della tempesta è pressoché irresistibile e confesso di esserne stato vittima anch’io. All’università, tre mesi prima dell’esame la data mi pareva tanto lontana che ogni scusa era buona per non studiare. Poi, un mese prima, cominciavo a dedicare un’oretta a quella dannata materia, finché la data era così vicina che ero alla disperazione. Nell’ultima settimana arrivavo a studiare anche quattro o cinque ore al giorno (per me, una prestazione da record) e infine, regolarmente, non dormivo la notte prima degli esami, sperando di riuscire a scongiurare la mia prima bocciatura. 
Ovviamente il fenomeno è più grave quando in questo modo si comporta uno Stato, ma purtroppo in politica vige la filosofia secondo la quale, se il popolo si lamenta di non avere abbastanza luce, basta accendere la candela da ambedue le estremità. È vero, così si consumerà a grandissima velocità, ma che importa? Per i politici l’essenziale è passarla al prossimo governo prima di scottarsi le dita. 
Ed è così che si comporta l’attuale governo. Ha ereditato un Paese disastrato, con un’economia ferma da dieci anni, e ciò anche quando il resto del mondo e dell’Europa si è rimesso in moto. Ma se l’attuale governo non ha colpa per il passato, ha certamente una grave responsabilità per il futuro. Chi assume il comando mentre la nave imbarca acqua, non ha la responsabilità della falla ma non per questo può limitarsi a non allargarla.
Ed invece è esattamente ciò che fa il governo giallo-verde. Non soltanto non ha invertito la tendenza, ma se qualche rimedio ha proposto, è stato un rimedio peggiore nel male: la prosecuzione della politica di “deficit spending”, delle regalie, dell’assistenzialismo e, in sostanza, dell’aumento del debito pubblico. E in questa situazione di drammatico abbassamento del barometro, che cosa annuncia Matteo Salvini? Che lui di uno sforamento del deficit oltre il 3% sul pil, se ne frega. Se c’è da spendere, si deve spendere e poi si vedrà. 
E noi vedremo che aumenta il servizio del debito, che rischiamo la procedura d’infrazione (o quella per debito eccessivo), il fallimento e l’espulsione dall’euro, se non dall’Unione Europea. Per non parlare dell’Iva al 25%. E tutto questo non chissà quando, ma entro la fine dell’anno. Con quale coraggio ci si può comportare da incoscienti a questo punto? 
È vero che, come notava qualcuno, questa gente non è da prendere sul serio. Ciò che dice oggi è capace di smentirlo domani, ciò che ha detto la mattina può essere il contrario di ciò che dice  la sera. Ma ciò significa che siamo guidati da irresponsabili. Non capiscono che le parole, da sole, sono capaci di far aumentare lo spread. E infatti ieri esso è arrivato a 280 punti base e oggi a 290  
A meno che il senso di tutto queto non sia che, dopo aver fatto danni per un anno, i nostri campioni intendano passare la mano ad un altro governo, per dichiararsi non colpevoli della tragedia finale. 
Se una società per azioni fosse guidata come è stata guidata l’Italia dal 1963 (primo centrosinistra), sarebbe fallita da un pezzo. E se i dirigenti del Paese fossero trattati come gli imprenditori privati, per loro si profilerebbe l’accusa di bancarotta fraudolenta. Reato per il quale è obbligatorio di mandato di cattura. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
15 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/5/2019 alle 11:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 maggio 2019
IL FASCISMO NON È MORTO
Immagino di essere fra i pochi ancora vivi che hanno avuto il tempo di essere fascisti. Di essere Figlio della Lupa non m’importava nulla, ma aspettavo di divenire Avanguardista. Infatti adoravo i pantaloni alla zuava. Invece Mussolini perse la guerra, arrivarono gli Alleati con le jeep, la gomma americana e interi capitali da spendere con le puttane, e di pantaloni alla zuava non si parlò più. Almeno così credevo io.
E non solo io. I “grandi” parlavano della guerra al passato e non capivano che diamine volesse fare Mussolini, con l’aiuto di quattro ragazzacci. Era evidente che non avrebbero cavato un ragno dal buco. Agli alleati i soldi e gli armamenti uscivano anche dagli occhi e il fascismo, che già era materia di barzellette mentre ancora il Federale poteva fare paura, dopo il 1943 passò dall’umoristico al patetico. Infine si asciugò come una macchia d’acqua al sole.
Almeno, così si visse la cosa da queste parti. L’intera Italia Meridionale, con una saggezza e un pragmatismo che risaliva ai greci e a quei magliari dei fenici, desiderava soltanto archiviare la guerra, riempirsi finalmente la pancia, ritrovare, se non i lussi, almeno le piccole soddisfazioni di un tempo: il caffè fatto col caffè, e non con l’orzo, il pane bianco, la cioccolata. Sperando sempre che la casa lasciata in città non fosse stata distrutta dai bombardamenti.
Errore. Non avevamo capito niente. Non era affatto vero che il fascismo aveva perso la guerra. Il fatto che gli alleati avessero risalito l’intera penisola, il fatto che De Gaulle e il Generale Leclerc avessero sfilato lungo gli Champs Elysées, il fatto che i russi fossero arrivati a Berlino, talmente distrutta che sembrava spianata col mattarello, erano tutte illusioni ottiche. Il fascismo aveva più teste dell’Idra, era più immortale degli dei dell’Olimpo, e se per caso qualcuno credeva di averlo ridotto in cenere, rinasceva dalle ceneri come la mitologica Fenice.
Prima avevamo vissuto sereni sotto il fascismo, dovendo pagare soltanto lo scotto di un regime parolaio e ridicolo, poi avevamo assistito impassibili a quello che credevamo il suo trapasso, e non sapevamo che soltanto dopo saremmo vissuti con l’angoscia di questo potere immortale e insidioso. I migliori di noi lottavano contro il fascismo, avvinghiati con esso in una lotta mortale, come Ercole e Caco. O era Anteo? Poco importa. La nostra fortuna era che decine e decine di milioni di partigiani, da tutte le montagne, sparavano a valle contro sparuti gruppi di nazisti terrorizzati. In una lotta senza tregua e senza fine.
Tutti siamo capaci di un singolo atto d’eroismo, ma oggi la nazione è chiamata all’eroismo della Resistenza, cioè l’eroismo ultradecennale, quasi secolare. Si deve continuare a lottare anche quando si è stanchi, anche quando è passata un’eternità dall’ultima volta che abbiamo avvistato il nemico, e soprattutto quando ci illudiamo di averlo vinto. 
Ormai, da oltre settant’anni, abbiamo capito che questa guerra non potrà mai essere vinta. Possiamo sopravvivere soltanto se manteniamo integra la nostra vigilanza. Se ci dichiariamo antifascisti almeno un paio di volte al giorno prima dei pasti. Se proclamiamo di non voler condividere uno scompartimento di treno con uno il cui bisnonno una volta gridò: “Viva il Duce!” Soprattutto se accettiamo che l’Italia sotto il fascismo soffrì più degli ebrei ad Auschwitz. Infatti il fascismo, lo hanno stabilito legioni di studiosi (e guai ad ipotizzare il contrario) semplicemente non poté fare una singola cosa buona, nemmeno per sbaglio. Bisogna riconoscere che esso annullò la democrazia tanto completamente che, una volta abbattuto, l’Italia non sapeva più che cosa fosse. Non riusciva a ricordare che regime avesse, prima del 1922, e i partigiani sono stati costretti ad inventare un tipo di regime nuovo, fondato sui valori della Resistenza: cioè la democrazia. Un tipo di regime ignoto a tutti i governi contemporanei e del passato.
Che difficile impresa, questa lotta contro il fascismo. E che forza deve avere questa ideologia, se in un Paese di sessanta milioni di abitanti che pensano al lavoro, alle tasse e, se gli rimane tempo, al calcio, un gruppetto di scalmanati, dopo essersi riuniti in un ascensore, riesce a mettere la nazione in pericolo semplicemente con un saluto romano.
Per fortuna i valori della Resistenza, essendo resistenti, resistono. L’essenziale è essere antifascisti, poi è permesso tutto. I partigiani, per esempio, erano in larga parte sostenitori di Stalin, ma Stalin era antifascista e tanto bastava. Probabilmente, se il Diavolo si fosse proclamato antifascista, sarebbe stato preferito a quel manesco fascista dell’Arcangelo Gabriele.
Forse è meglio che mi fermi. Comincio a smarrirmi. Per questo cerco almeno di salvarmi l’anima con alcune professioni di fede: sono contro l’eresia monofisita e contro le streghe; riconosco che l’Italia ha sbaragliato il nazismo, ridando la libertà all’Europa; ammetto che il cambiamento climatico – che non ho nemmeno visto, ma se è per questo non vedo nemmeno i fascisti – è colpa di Mussolini; ammetto che i fascisti vanno condannati senza processo, perché i processi, nel loro caso, sarebbero una perdita di tempo. Come i libri di De Felice. Infine ammetto, perché l’ho visto con i miei occhi, che dal 1943 al 1944 si scoperse che prima, in Italia, non c’era stato nemmeno un fascista e la guerra l’ha perduta il solo Mussolini.
Ma ciò non impedisce ad uno sterminato esercito di ombre fasciste di minacciarci. Nessun dorma. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/5/2019 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
10 maggio 2019
L'IRAN E LA BASE DELLA MORALE
L’Iran ha dichiarato che riprenderà l’arricchimento del suo uranio, cioè il procedimento per procurarsi la bomba atomica. Normalmente una notizia dovrebbe provocare allarme, ma non stavolta. Infatti nessuno ha seriamente creduto che avesse smesso. 
L’Iran lavora da anni a questo progetto e annuncia la propria intenzione di cancellare Israele dalla faccia della terra. Gerusalemme, già da anni potenza atomica, ha scongiurato le grandi potenze di porre un limite all’aggressività di Teheran, dal momento che una guerra nucleare farebbe molto più dei sei milioni di morti israeliani. La caccia all’ebreo non è più gratuita. Ma bisogna riconoscere che l’impresa era ed è più che difficile. Anche per questo, anni fa, Obama scelse la via del negoziato: Teheran, in cambio di vantaggi economici (fine dell’embargo) si impegnò a rinunciare all’arma atomica ma Israele, così come tutte le persone di buon senso, non credette affatto alla buona fede dell’Iran. Era sicura che quel Paese, mentre otteneva notevolissimi introiti petroliferi, avrebbe proseguito nascostamente il suo programma nucleare.  Ma ad Obama e agli ingenui europei (ingenui ma interessati a fare affari) piaceva troppo dire: “Abbiamo salvato la pace”. E così Israele gridava nel deserto. 
Tutto ciò finché a Washington non è arrivato Trump. Il nuovo Presidente, come aveva promesso, non soltanto ha rinnegato il trattato ma ha addirittura minacciato di corpose sanzioni economiche le imprese europee che violassero l’embargo imposto all’Iran. E quanto all’attuale minaccia di Teheran, farà spallucce come tutti gli altri: “Non è una novità”.  E infatti non c’è nessun allarme.
I musulmani soffrono di un deficit di credibilità. Ciò dipende anche dal Corano che, mentre biasima la bugia fra credenti, l’autorizza nei confronti degli infedeli. Così l’europeo medio si fida sempre della parola dei giapponesi e mai della parola dei musulmani. Sarà esagerato ma è così. E questa vicenda induce a considerazioni di ben più vasto raggio. 
In natura la violenza fra individui dello stesso gruppo è raramente mortale. Ciò, infatti, sarebbe contrario agli interessi della specie. Purtroppo invece fra gli esseri umani la violenza è frequente e la società ha da sempre cercato di proteggere i più deboli, addirittura creando un tabù a protezione dei bambini e delle donne. Ma poiché è stato difficile trovare un motivo valido per contraddire la legge della giungla, ha cercato un fondamento indiscutibile e metafisico: il comando di Dio. Sul Sinai il Roveto Ardente non dice a Mosè che l’uomo non deve uccidere per questa o per quella ragione, si limita a imporre seccamente: “Tu non ucciderai”. E perfino: “La vendetta è mia”. Cioè: “Se c’è da raddrizzare un torto, della violenza mi occupo io” 
Ovviamente, la realtà non mostra abbastanza spesso l’intervento di Dio. La sua assenza infatti è stata particolarmente notata ad Auschwitz. Così la società contemporanea, tendenzialmente miscredente, si trova dinanzi ad uno scomodo dilemma: o accetta la morale per conformismo (ed è una ben povera base) o è costretta a riconoscere la legittimità del bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. 
E tuttavia personalmente avrei una soluzione. Se vietare i reati per motivi morali è poco efficace, si può provare a dimostrare che sono contrari al nostro interesse. La sanzione della bugia, come abbiamo visto, è la perdita di credibilità. Teoricamente, l’Iran stavolta potrebbe addirittura essere stato sincero e leale, ma gli avversari pensano che non ci si può fidare della parola degli ayatollah e ciò li costringe a prepararsi per gli scenari peggiori. Inclusi quelli più nocivi per Teheran. E non è un caso unico. Se la monarchia giapponese e la monarchia inglese sono durate tanto a lungo, è perché i loro sovrani si sono comportati con moderazione. Alla fine la stima per loro ha fatto sì che nessuno osasse contestarli e loro stessi evitassero di comportarsi da tiranni. Hilter invece è andato a scuola da Caligola e così ha provocato la sua rovina. Se invadendo la Russia si fosse comportato generosamente, sarebbe stato accolto come un liberatore dalla tirannia di Stalin. Viceversa, da quel criminale stupido che era, si comportò in modo spietato nei confronti della popolazione civile (che disprezzava) fino ad indurla alla più risoluta resistenza. I palestinesi, stupidamente sobillati dagli altri arabi, hanno adottato contro Israele il terrorismo più sleale e più immorale. E che cosa ne hanno ricavato, dopo tanti decenni? Israele s’è chiuso a riccio, e oggi è uno degli Stati più sicuri del mondo, mentre i palestinesi non hanno guadagnato né un centimetro di terra, né un’oncia di indipendenza, né un soldo di vantaggi economici. Sono dei perdenti su tutta la linea, e Gaza vive di carità. Se invece avessero cercato la collaborazione con i vincitori, avrebbero beneficiato del boom economico israeliano e la Palestina avrebbe potuto essere uno degli Stati più prosperi e potenti del Vicino Oriente. 
La base della morale è la semplice constatazione che l’uomo onesto vive meglio del disonesto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 maggio 2019




permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/5/2019 alle 5:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 maggio 2019
ITALIA ULTIMA PER CRESCITA, INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE
La situazione economica del nostro Paese è estremamente difficile. Per far fronte alle scadenze di fine anno, avremmo bisogno di decine e decine di miliardi, che non abbiamo e non sappiamo dove andare a prendere. I geni che ci governano parlano di impossibili “tagli alle spese”,  di vendita di beni immobili, di lotta all’evasione fiscale e di altre fanfaluche, e questo mentre progettano altre spese, per esempio la flat tax, che darebbe una bella botta alle entrate dell’Erario. A letto abbiamo un morente per setticemia e i due due dottori discutono se iniettargli escrementi o liquami. Loro sono degli asini, ma è anche vero che perfino un luminare non saprebbe che fare. Il peggioramento è stato tollerato troppo a lungo. 
Nel corso degli anni, per rientrare nei ranghi, l’Italia ha fatto all’Europa delle promesse che non ha mantenuto, rinnovandole e all’occasione aggravandole con impegni ancora più grandi (clausole di salvaguardia). Ora di noi non sono stanche soltanto le autorità comunitarie, cominciano ad esprimere la loro insofferenza anche alcuni Stati e non possiamo aspettarci nessun aiuto. È di questi giorni la dichiarazione del cancelliere austriaco Kurz che ha rimproverato all’Europa di essere troppo tollerante con i Paesi che non rispettano le regole di bilancio. 
L’Europa dichiara che l’Italia è ultima per crescita, investimenti e occupazione(1) e potrebbe decidere per una procedura d’infrazione. Un provvedimento che ci farebbe piuttosto male, se è vero che, per evitarlo, perfino i nostri baldi Dioscuri l’anno scorso hanno fatto una precipitosa marcia indietro, con la coda fra le gambe. Ma potrebbe andar peggio. Le autorità potrebbero scegliere la procedura per eccesso di debito pubblico e in questo caso, per quel che ho capito, l’Italia sarebbe “commissariata” e Bruxelles prenderebbe nelle sue mani la guida dell’economia del nostro Paese. E se a questo affronto l’Italia sovranista dicesse di no, sarebbe tutto risolto? Purtroppo no. 
Obbedendo all’Europa indurremmo i mercati a pensare che la situazione italiana è in mani sicure e tutto potrebbe stabilizzarsi. Se invece dicessimo di no, le Borse potrebbero pensare che siamo al prologo del default e punirci con uno spread stratosferico. O addirittura non sottoscrivere più i nostri titoli di Stato. Col risultato di farci fallire. E non stiamo parlando di un tempo vagamente futuro, stiamo parlando del giugno prossimo. 
Di fronte a simili prospettive qualunque buon padre di famiglia penserebbe a come risparmiare e trovare i soldi per le scadenze. Invece nel governo si parla costantemente di nuove spese in deficit, per esempio l’autonomia fiscale delle regioni settentrionali. Siamo ai liquami per curare la setticemia. Intendiamoci: se Salvini dicesse che non c’è nessuna ragione per la quale i lavoratori del nord devono finanziare i meridionali “infingardi” la tesi sarebbe razionale. Ma dal momento che i cittadini votano anche al Sud, la tesi diviene: “Facciamo contento il Nord, ma non scontentiamo il Sud, mantenendo i servizi coi soldi dello Stato”. Soldi che non ci sono. E dire che questo doveva essere, per il nostro Premier, un “anno belissimo”. 
Tutti i provvedimenti di cui vanno cianciando i nostri governanti richiedono soldi, soldi, e ancora soldi. E questo mentre Fitch ci valuta un gradino sopra la spazzatura: quotazione, questa, che corrisponde a dire alle Borse: “Non comprate questi titoli”. E nel frattempo i Dioscuri (o sono Eteocle e Polinice?) non si chiedono come si possa salvare l’Italia. ma soltanto quando gli convenga far cadere il governo. 
Già. far cadere il governo: e poi? Di tecnici non si parla neppure, perché è divenuto sacramentale dire peste e corna del governo Monti e della Fornero. Ma anche le altre ipotesi provocano un moto d’orrore. M5s e Pd? Mai sia. Lega e Berlusconi? Salvini ha detto su tutti i toni di non voler tornare con lui e, comunque, avrebbero i voti? Un secondo governo gialloverde? E allora perché rompere questo? Nuove elezioni? E chi dice che fornirebbero una soluzione diversa? Soprattutto, chi dice che, mentre non c’è nessuno al timore, non si vada a sbattere, tutti quanti siamo?
In questo momento, per salvarci dovremmo avere un governo capace di imporre ai cittadini una politica di lacrime e sangue. Invece abbiamo questi magliari che continuano a promettere la Luna, e credono di esorcizzare i trattati internazionali con dichiarazioni gladiatorie del tipo: “L’Iva non aumenterà. E basta”. Che stanchezza. Anzi: che disperazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
7 maggio 2019
(1) Titolo di testa del Corriere della Sera on-line, annunciando il rapporto Ue pubblicato il 7/5/2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/5/2019 alle 17:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
6 maggio 2019
BUGIE E FASCISMO
Naturalmente ognuno ha diritto non soltanto alle proprie opinioni, ma anche alle proprie impressioni: la mia è quella di essere sommerso dalle bugie ufficiali. E sono talmente stupido da rettificarle senza tregua, nella mia mente: “Questo non è vero”, “Questo non è vero”, “Quest’altro non è vero”. Fino a togliere l’audio, quando parlano certi politici, per non affaticare inutilmente le mie orecchie e il mio cervello.
Però si direbbe che il resto del Paese la pensi diversamente. Basta leggere i giornali per vedere che il governo gialloverde gode di una sufficiente fiducia per andare avanti. Dunque anche smerciando bugie dalla mattina alla sera si ha successo e si conserva il potere? Domanda notevole. Quasi di portata storica. Cui si può provare a dare qualche risposta. 
La prima me la regalò l’ing.Natasha Stefanenko, molti anni fa, quando era ancora fresca di Russia. Le chiesero come mai il regime permettesse la proiezione dei film americani in cui si vedeva una società opulenta, sideralmente lontana da quella con cui i sovietici si dovevano confrontare ogni giorno, e la giovane rispose che nessuno credeva niente di ciò che vedeva al cinema. Quella società era ovviamente immaginaria. I governanti americani raccontavano balle ai loro cittadini dalla mattina alla sera, esattamente come il Kremlino le raccontava a loro. Insomma il loro governo aveva talmente mentito, che i russi non soltanto non credevano a ciò che gli raccontava Mosca, ma nemmeno a quello che gli altri governi raccontavano ai loro cittadini. Questo nichilismo della verità ha avuto pochi confronti e lo lasceremo da parte.
In Italia le menzogne, le promesse eternamente ripetute, le rosee previsioni, gli auto-elogi e le auto-celebrazioni, tutte le ottimistiche fantasticherie di cui Salvini e Di Maio inondano le orecchie degli italiani, hanno finito col creare una realtà parallela. La gente dice: “Quella che vediamo fa schifo ma pare che, a giorni, magari fra un paio di mesi, tutto si aggiusterà. Ce l’hanno detto tante volte che, se non proprio il 100%, almeno qualcosa ci dovranno pur dare”. Poi, stavolta come le altre volte, arriva la delusione. Per fortuna, in democrazia c’è modo di sfogarsi: ogni tanto ci sono le elezioni, il governo cattivo viene mandato a casa, se ne crea uno nuovo (buono, questa volta) e si ritorna alla casella di partenza. 
Comunque, almeno finché non cade il governo, le bugie pagano eccome. E tuttavia anche con questa distinzione, rimane vero che non bisogna esagerare. Dove c’è la libertà di stampa non bisogna arrivare agli apici orwelliani della Russia Sovietica. Fino ad un certo livello, le bugie si riesce a dimenticarle; oltre un certo livello, divengono esplosive e fanno saltare in aria tutta la baracca. 
Prendiamo il nostro Paese. Gli italiani sono convinti che i politici sono una manica di bugiardi, di corrotti, interessati in primo luogo al loro personale utile. Arrivano persino ad esagerare, in questo giudizio negativo. Ma poi, per sostituirli, chiamano al governo uomini non molto diversi dai precedenti, perché il mercato non offre altro. Dopo tutto si sa che il sistema democratico è pessimo, ma il mondo non offre di meglio. Dunque rassegnazione e business as usual.
Ma quando un regime per vent’anni spara bugie e crea illusioni, per poi far precipitare la nazione nel baratro della più nera realtà, le cose cambiano. Se questo avviene, non soltanto le bugie non sono più perdonate, ma ne nasce una damnatio memoriae appassionata e fanatica, con connotazioni religiose, che nel nostro caso si chiama antifascismo.
E questa idea ha gettato un fascio di luce sulla realtà. Spesso mi ero chiesto come mai gli italiani, pressoché totalmente digiuni di storia, si appassionino tanto al fascismo, nato e morto rispettivamente circa cento e ottant’anni fa. Ed ora ho trovato la risposta: non gli hanno ancora perdonato il cumulo di bugie che il regime gli rovesciò addosso, seguito dal disastro della Seconda Guerra Mondiale. E allora - proseguono le mie riflessioni - non è impossibile che se, per esempio a fine anno, ci troveremo in braghe di tela, e la quantità di bugie fino ad ora usate apparirà nella sua enormità, ci sarà una reazione analoga. Proprio non vorrei che gli italiani confondessero l’inadeguatezza della nostra classe politica con i naturali difetti della democrazia. Perché a quel punto potrebbero desiderare qualcosa di diverso e questo sarebbe tremendo. Infatti non capirebbero che, dopo quasi ottant’anni di antifascismo, starebbero vagheggiando un ritorno al fascismo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 maggio.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 6/5/2019 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 maggio 2019
L'AUTOMOBILE ELETTRICA
Sono nato miscredente e non sono mai riuscito credere a nessun tipo di mito. È da sempre che proporrei all’Imperatore di rivestirsi ché rischia un raffreddore, per non parlare delle risate del popolo. E qual è il segreto di una simile impermeabilità all’illusione? Semplicemente l’accettazione di ciò che vedo. Di ciò che capisco, di ciò che mi sembra vero e per cominciare verosimile. Se la sopravvivenza dell’anima al corpo appare fantastica, e tutte le esperienze portano ad escludere che qualcosa di vivo rimanga dopo che si è morti, la cosa più semplice e coraggiosa è ammettere che, dopo la morte, siamo morti. E basta. Non è più difficile di così. È vero, qualcuno per qualche tempo ci ricorderà, qualcuno leggerà perfino parole nostre, ma sarà “vivo” il ricordo, sarà “vivo” il foglio di carta al quale abbiamo confidato quei pensieri, ma noi personalmente saremo morti. E ciò butta all’aria la cattedrale degli auto-inganni, a cominciare dalla religione.
Se l’umanità si ubriaca di illusioni è perché i nostri pensieri non ci sono indifferenti. Nel momento in cui si affacciano alla nostra mente sono sono facilmente accolti o facilmente rifiutati secondo che ci facciano piacere o dispiacere. Se ci dicono che siamo immortali, benché ogni messaggio della realtà smentisca questa stupidaggine, abbiamo tendenza a crederci. Se ci dicono che non c’è nulla oltre ciò che vediamo, che la vita non ha senso, e che realmente moriremo, come tutti, diciamo “Ohibò” e rigettiamo queste evidenze. Ovviamente usando l’aureo argomento logico per il quale simili affermazioni sono “troppo brutte per essere vere”. Alla più banale delle verità l’umanità preferisce il più inverosimile dei sogni.
E dire che ci sono delle evidenze incontrovertibili. Nulla impedisce teoricamente di costruire un’automobile a vapore. Ma chi si metterebbe, la mattina, ad accendere il fuoco, portare l’acqua all’ebollizione, per poi fermarsi dopo ogni po’ di strada per rimettere sotto i tubi della caldaia nuovo combustibile per tenere acceso il fuoco? Sorridete? E infatti il progetto è stato abbandonato già nell’Ottocento. Ma, attenzione, non altrettanto buon senso si mostra a proposito dell’auto elettrica, quella che a suo tempo partecipò al ballottaggio con l’auto a vapore e l’auto a benzina. Allora si abbandonò il progetto perché le batterie pesavano troppo, concedevano all’automobile un’insufficiente autonomia,e comunque richiedevano un tempo troppo lungo per la ricarica. Ora invece, dopo oltre un secolo di impressionante progresso tecnologico, le batterie pesano troppo, concedono all’automobile un’insufficiente autonomia e comunque richiedono un tempo troppo lungo per la ricarica. 
Quello che è cambiato è che oggi c’è l’ecologia è l’automobile elettrica deve ad ogni costo essere adottata. Abbiamo il dovere di considerarla migliore. Proprio non si capisce perché mai gli automobilisti di tutto il mondo non si precipitino a comprarla. E i difetti di cui abbiamo parlato? “Li risolveremo”. Può essere, ma non sono stati ancora risolti. Chi avrebbe potuto prevedere, all’inizio del Novecento che, dopo un secolo, soltanto per mettere in moto il motore, avremmo ancora avuto a bordo batterie pesantissime, di breve durata e all’occasione richiedono ore di ricarica? Se quei problemi non sono stati risolti in tanti decenni, chi ci assicura che lo saranno in futuro? E comunque, non sarebbe normale comprare l’automobile dopo che li avranno risolti, non prima che li risolvano? 
Tutto ciò che si è riusciti a fare è stato produrre batterie al litio, costosissime e adatte a piccoli usi, come i telefonini. Le stesse batterie per le auto elettriche, avanzatissime e costosissime (circa il 40% del costo dell’intera automobile) richiedono comunque un lungo tempo di carica e non assicurano una sufficiente autonomia. Insomma siamo al punto di partenza. 
Inoltre l’automobile elettrica non è economicamente concorrenziale: né come autonomia né, soprattutto, come prezzo. Dunque è come se non esistesse. Cercare di venderla è come proporre gazzose al posto del vino, al doppio del prezzo. E infatti la Tesla, la più famosa fabbrica di automobili elettriche, è drammaticamente in rosso per miliardi di dollari(1). Semplicemente non riesce a vendere le sue automobili e sopravvive soltanto  perché l’umanità non vuole rinunciare all’auto elettrica che, anche se tecnicamente ed economicamente non esiste, ha il dovere morale di esistere come noi abbiamo il dovere morale di comprarla. 
Quell’auto non regge la concorrenza. Se per ognuna negli Stati Uniti è stato proposto un gigantesco incentivo di quasi diecimila dollari (a carico del contribuente) è ovvio che si sia invogliati a comprarla. Ma quell’automobile dovrebbe costare 40.000$ e pagarla dunque 30.000. Se invece costa più di centomila dollari, che importa che la sia possa comprare a novanta, se con trenta si ha un’eccellente auto a benzina, con maggiore autonomia e senza tempi di ricarica?
Non ho nulla contro l’auto elettrica. Anzi, se sarò ancora vivo, la comprerò e me la godrò. Quando esisterà. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=435662552_20190504_14004&section=view



permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/5/2019 alle 5:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 maggio 2019
THE EXECUTIONER
I giornali riferiscono che il Primo Ministro Giuseppe Conte ha ingiunto al sottosegretario Armando Siri di dimettersi. Infatti, se non lo farà prima, spontaneamente, sarà lui stesso a proporre la sua espulsione al prossimo Consiglio dei Ministri. Il linguaggio usato è stato ultimativo e secondo alcuni addirittura ruvido. Certi giornalisti si spingono a presentare Conte come risoluto e, per così dire, autonomo e decisionista. Quasi a proclamare un altolà alla pretese egemoniche della Lega di Matteo Salvini. E al riguardo c’è di che rimanere peggio che perplessi. Quell’avvocato è stato scelto per quel posto esclusivamente perché Salvini non permetteva a Di Maio di occuparlo, e Di Maio non permetteva a Salvini di occuparlo. E poiché, a termini di Costituzione, la sedia non poteva rimanere vuota, ci si è messo sopra un cappello. 
Non sono parole sprezzanti nei confronti dell’avv.Giuseppe Conte, personaggio beneducato e gradevole. Ma la prudenza avrebbe dovuto sconsigliargli di accettare l’offerta. Il posto di Presidente del Consiglio è come la corona dei pesi massimi: non si attribuisce al più bello ma a chi ha battuto gli altri pesi massimi, sul ring. La sua autorità nasce dalle vittorie e, se queste mancano, non c’è certificato o bollo che possa sostituirle. Nel caso di Conte, se il Premier non è l’esponente più forte della coalizione più forte, rischia sempre di essere un uomo di paglia. Quale che sia l’’eloquio e l’abbigliamento. 
Se proprio desiderava accettare il titolo, la cosa migliore che Conte avrebbe potuto fare sarebbe stata gioire dei tappeti rossi, delle comparsate internazionali, delle photo opportunities, e per il resto tacere e farsi dimenticare. Ma la carne è debole e, se uno si vede appiccicare sulla manica il grado di generale senza neppure avere fatto il servizio militare, la tentazione di dare ordini agli uomini in divisa è irresistibile. Conte oggi strapazza rudemente Siri come se fosse realmente il padrone del governo e con questo si dà la zappa sui piedi. 
Sappiamo tutti che quell’avvocato è stato innalzato a quella carica dal Movimento 5 Stelle e ad esso risponde. Sappiamo tutti che in tanto si permette di strapazzare Siri e di dargli ordini, in quanto tutto ciò gliel’ha ordinato Di Maio. Teoricamente sarebbe dunque nelle condizioni del boia che, pure nel momento in cui tortura o uccide qualcuno, è innocente di ciò che fa. Svolge infatti la sua incolpevole attività di subordinato, rimanendo una persona perbene, come il famoso Sanson.
L’unica avvertenza, per rimanere incontaminato esercitando un mestiere tremendo, è di non aver l’aria di fare volentieri ciò che fa. Del resto, nei secoli si è avuto il buon senso di imporre al boia una “cagoule”, una sorta di passamontagna nero da cui emergono soltanto gli occhi: proprio per farne una figura anonima e quasi un simbolo della severità della giustizia. Se egli si toglie la cagoule e, prima di vibrare frustate o far cadere la mannaia, fa la morale al condannato, o lo tratta rudemente, non è più un “executioner”, un esecutore, come gli inglesi chiamano il boia, è qualcuno che sottoscrive personalmente ciò che fa. E se ne assume dunque la responsabilità. Diviene qualcuno che prende piacere a fare una cosa che in molti susciterebbe ripugnanza. 
Ciò è soprattutto in un campo, come quello politico e giudiziario, in cui abbiamo visto Enzo Tortora condannato a dieci anni sulla base delle accuse di un gaglioffo; Andreotti a lungo perseguitato con imputazioni tanto infamanti quanto ridicole e calunniato persino nella motivazione della sentenza assolutoria;  Craxi stramaledetto dall’intera nazione per aver fatto ciò che tutti avevano fatto, e infiniti politici processati per anni per essere infine assolti, quando la loro carriera politica era stata annichilita. Se proseguisse la sua attuale carriera, come ha dichiarato di non voler fare, Conte domani potrebbe trovarsi ad essere accusato, da innocente, dei peggiori crimini e si ritroverebbe accanto, forse, soltanto la penna di qualche ignoto commentatore, oltre che la solidarietà umana di quelle persone che non riescono, per temperamento, ad essere dalla parte del boia, quali che siano le colpe, vere o false, del condannato. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       3 gennaio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/5/2019 alle 5:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 maggio 2019
L'ASSURDO DEL DEFICIT SPENDING
Giulio Sapelli, economista e notevole esponente del M5s, oltre che storico e accademico italiano, come lo definisce Wikipedia, recentemente ha dichiarato con convinzione che l’unico modo per salvare l’Italia è un coraggioso piano di deficit spending. A suo parere bisognerebbe mettere denaro a valanga nelle tasche degli italiani, affinché essi spendano, ciò induca le imprese a produrre i beni richiesti e conseguentemente si rilanci l’economia. 
Sapelli non ha detto niente di nuovo. Dalla prima metà del XX Secolo, fraintendendo la teoria di John Maynard Keynes (la cui manovra era congiunturale e non strutturale) furoreggia la teoria secondo cui è necessario spendere il denaro preso a prestito per rilanciare l’economia. La pensano così ancora oggi non soltanto Salvini e Di Maio, ma tutti i politici, tutti i giornali, tutti gli intellettuali e tutti quelli che partecipano ai talk show. E tutti parlano di interventi pubblici. Infatti moltissimi ce l’hanno a morte con l’Europa che non ci permette di fare ulteriori debiti. Né gli interessa sapere che l’Europa lo fa per salvare l’euro, e noi stessi dal fallimento. 
Il deficit spending è una monumentale baggianata. Molti ritengono che la manovra keynesiana abbia funzionato (forse perché correttamente applicata) in occasione della crisi economica del 1929, e può darsi. Certo è stato un successo esiziale. Infatti da allora tutti hanno interpretato la teoria come un incoraggiamento a gettare sistematicamente il denaro dalle finestre per imprese balorde o per regalie elettorali. E i risultati sono stati disastrosi. Basta guardare l’Italia “keynesiana”. Questa povera nazione si è caricata sul groppone un debito pubblico stratosferico e da anni non riesce ad uscire dalla crisi in cui si è cacciata. Il bello è che l’establishment, per salvarla, ripropone le stesse politiche che l’hanno affossata: i sussidi e gli investimenti pubblici. 
Per rilanciare l’economia sono attualmente in campo due teorie. Secondo quella prevalente l’economia ripartirà se lo Stato darà denaro da spendere alla gente. Naturalmente denaro fresco di stampa (inflazione) oppure denaro preso a prestito dalle Borse. Questa pratica si chiama tecnicamente “Incentivazione della domanda aggregata di beni e servizi”. 
Altri suggeriscono di facilitare la produzione di beni (per esempio diminuendo le tasse sulle imprese) in modo che la gente compri a buon prezzo i beni prodotti e l’economia ne risulti rilanciata. In questo concordando con la teoria di Keynes. Ma ne è diverso il presupposto. Infatti non si deve dare denaro alla gente perché compri (questa spinta fa parte della natura umana); è necessario che la gente spenda essendosi prima procurata il denaro occorrente lavorando, e cioè producendo anch’essa ricchezza. 
La teoria che bisogna partire dalla produzione di ricchezza si chiama del °supply side”, perché opera “dal lato della fornitura” (o dell’offerta) cioè dal lato della produzione di ricchezza, non dal lato della spesa. È il lavoro che produce la ricchezza, non l’acquisto di beni con denaro altrui. Cosa che, per quanto ne so, si ha in tre casi: furto; acquisto a debito ; acquisto con denaro inflazionario (cioè banconote stampate dallo Stato a fronte di niente. Cosa che corrisponde a un furto a carico dei precedenti detentori di quella moneta). Comprare qualcosa, in un’economia sana, corrisponde a scambiare ricchezza contro ricchezza, non ricchezza contro carta(moneta).
La teoria del deficit spending ha un’altra falla: in tanto si può spendere denaro altrui, in quanto qualcuno ce lo presti. E se non si è solvibili non si trova nessuno. Chi non ci crede, chieda a qualunque barbone all’angolo della strada. E le cose non vanno diversamente quando debitore è uno Stato. Se gli investitori temono che da un momento all’altro quello Stato fallisca, non gli prestano un centesimo. Se reputano che sia almeno capace di pagare gli interessi, per compensare il rischio gli chiederanno un interesse più alto che ad altri Paesi meno a rischio (spread), ma il fallimento sarà soltanto posticipato. Infatti, non appena i creditori dubiteranno del pagamento degli interessi, nessuno concederà nuovi prestiti e il Paese – che ormai ne dipende - fallirà. Ecco il rischio che corre l’Italia. Una generosa politica di deficit spending a tempo indefinito, come immaginano tanti sciocchi, è assurda. Gli investitori mica sono obbligati a prestarci denaro. Prima o poi temeranno di perdere il loro capitale e non ci presteranno un soldo. Con conseguente default. 
La stessa politica di tirare avanti finché si può, pagando interessi sempre più onerosi, ha un costo rovinoso. Il Paese ne è strangolato e lo stesso alla fine non eviterà l’esito drammatico. Oggi noi paghiamo da sessanta a settanta miliardi di euro l’anno di interessi sul debito e questi esborsi ci succhiano la vita come un immortale verme solitario. Si pensi a quali spese ci potremmo permettere, con quelle somme, se non finissero nelle tasche dei creditori. Tutto ciò in conseguenza della follia dei nostri padri e del loro deficit spending. E noi oggi dobbiamo sperare che gli investitori accettino i nostri regali perché, se soltanto smettessero per un mese, falliremmo. 
Chi contrae un debito troppo grande fa del creditore il suo padrone. E se il privato disonesto, non rimborsandolo, può ancora fregare il prossimo, lo Stato insolvente non sfugge alla punizione e la fa pagare ai suoi cittadini.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       1° maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/5/2019 alle 7:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 maggio 2019
SIGISMONDO DI MAIO
Com’è strana la vita. Da un lato l’attualità sembra già vecchia se risale a due o tre giorni, dall’altro la letteratura ci fa sentire contemporanei esseri umani di secoli o persino di millenni fa. Forse è l’ennesima versione del contrasto fra Parmenide ed Eraclito, fra l’essere immobile e l’irrefrenabile divenire. Fra una natura umana eterna, e un fluire di avvenimenti sempre nuovi, sempre diversi, sempre imprevedibili.
Il nostro modo di vedere la realtà cambia. Da giovani gli anni sembrano un tempo molto lungo. Da vecchi si comincia a dubitare della propria memoria: “È stato due anni fa? O tre?” Poi risulta che è stato cinque o sei anni prima. Come se due, sei o dieci anni fossero la stessa cosa. Quel tempo è comunque passato in un lampo.
Considerazioni che tornano in mente, insistenti, a proposito di Luigi Di Maio. Questo giovane è privo di qualsivoglia background, se non una confusa militanza politica in un partito dalle idee confuse, o forse soltanto – e sempre confusamente – palingenetiche. Tuttavia, a forza di gridare “vaffanculo” (ché questa era l’ideologia politica del suo mentore), “onestà” e “cambiamento”, senza aver vinto delle elezioni, senza aver conquistato un elettorato, e senza aver nemmeno conquistato la dirigenza del suo partito, ma soltanto per grazia ricevuta, è stato catapultato da signor nessuno ad aspirante Primo Ministro di un grande Paese come l’Italia. È quasi per sfortuna che è divenuto soltanto Vice Primo Ministro, ma è rimasto comunque capo del primo partito politico della nazione. Più o meno la persona più importante d’Italia. C’è da chiedersi se non si stia sognando.
Se una ragazza appena passabile arriva prima al concorso per Miss Italia, mentre le concorrenti arrivate seconda, terza e quarta, sono largamente più belle di lei, la colpa della nomina non è sua, ma della giuria. Lei aveva il diritto di concorrere e l’eccesso di onore ricevuto non le è imputabile. 
Analogamente, non si può rimproverare a Di Maio l’eccesso di onori ricevuti. Perché mai avrebbe dovuto rifiutarli? Chi di noi li avrebbe rifiutati? Ciò non toglie però che la vicenda sembra inventata da un soggettista cinematografico ( ricordate “Una poltrona per due”?). La gente infatti a volte si chiede: “Che ha fatto Elisabetta II, per essere regina, a parte essere figlia di suo padre?” e questo le fa pensare che qualunque altra massaia avrebbe potuto fare altrettanto bene. 
L’osservazione è in parte vera e in una parte ancora maggiore sbagliata. Elisabetta non è stata una massaia fino a trent’anni per poi divenire improvvisamente regina. È nata col programma di poter divenire regina. È stata educata culturalmente, umanamente, politicamente, giuridicamente e in tutti gli altri modi possibili, a quel ruolo. È come se avesse frequentato la facoltà universitaria di “reginologia” dall’età di quattro anni. E infatti sua sorella Margaret non era della stessa pasta. Come sua nuora Diana, nata per essere un personaggio alla Paris Hilton. Elisabetta, per sbagliare, doveva mettercela tutta, un po’ come suo zio Edoardo. 
Ciò significa che l’essere proiettati da nulla al vertice è avventura da non augurare a nessuno. Perché, come il vincitore della lotteria non ha la cultura del denaro (e spesso lo perde), nello stesso modo chi viene sparato nella stratosfera può ridiscendere sulla terra alla stessa velocità. 
Sembra la trama de “La vida es sueño” dello spagnolo Calderón de la Barca (1600-1681). Sigismondo è destinato a divenire un orrendo tiranno e suo padre, Basilio, per impedire che questo destino si compia, lo fa rinchiudere in una torre, senza mai farlo uscire, nell’ignoranza del suo destino. Poi un giorno lo addormenta e lo fa risvegliare a palazzo, dove il giovane si trova ad avere una nuova identità. Non è più un prigioniero, anzi è destinato a regnare. Ma poi si comporta così male, secondo la profezia, che suo padre fa l’operazione inversa e lo fa risvegliare nella condizione di prima. La parentesi reale è stata soltanto un sogno. 
Funzioni eccezionali, affidate a chi non è adatto ad esercitarle, non possono essere che transitorie. Tanto che l’interessato, se proprio non fa la fine di Masaniello, si ritrova dopo poco tempo in una condizione normale, resa anormala da quella parentesi fortunata.
Ecco perché le continue apparizioni di questo Sigismondo Di Maio ispirano dopo tutto una grande pietà. Il giovane non è colpevole del destino che l’ha improvvisamente proiettato tanto in alto, ma è destinato a pagare il costo della ricaduta, perché nessuno può resistere alla forza di gravità. Quanto meglio sarebbe stato un piccolo successo nella sua scala, per esempio trasformare l’impresa paterna più o meno artigianale in una società per azioni. Ci sarebbe stato di che gonfiare il petto per orgoglio e di che vivere nell’agio e nel rispetto dei terzi. Invece chiunque decada da un trono sarà sempre un fallito, quale che sia il suo status.  
Personalmente vedo Di Maio oggi esattamente come l’avrei visto dieci o quindici anni fa e come probabilmente sarà fra dieci anni. Avrei preferito per lui che il destino fosse meno stravagante e meno beffardo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 maggio 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/5/2019 alle 9:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
aprile        giugno

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Non riesco nemmeno io ad inserire un commento. Chi volesse farlo lo inserisca in calce all'identico articolo, rinvenibile su giannip.myblog.it Prendete comunque nota dell'indirizzo giannip.myblog.it per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile. Per comunicazioni, giannipardo1@gmail.com.