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POLITICA
30 aprile 2019
CHI HA VINTO LA SECONDA GUERRA MONDIALE?
In Italia circolano due idee importanti, in materia di storia. La prima è che la Seconda Guerra Mondiale l’hanno vinta gli americani, la seconda che gli italiani, con la Resistenza, hanno scacciati i nazisti dall’Italia del Nord. La seconda affermazione è così platealmente falsa che non val la pena di occuparsene. Più o meno come se ci chiedessero ­di discutere la tesi che Giulio Cesare si sia suicidato. Quanto alla prima, è vera  se intendiamo che anche gli americani hanno vinto la guerra, è falsa se intendiamo che senza di loro la guerra si sarebbe perduta. Per dimostrare compiutamente questa tesi, un articolo non basterebbe. Ma qui non si ha l’ambizione di convincere nessuno. Si espone una tesi. 
La Seconda Guerra Mondiale è cominciata nel settembre del 1939, ed è stata caratterizzata da una serie di sconvolgenti vittorie di Adolf Hitler su tutti gli scenari di guerra. Sembrava che nulla potesse resistere alla Wehrmacht. Gli Stati cadevano uno dopo l’altro come birilli e l’idea tedesca di avere inventato un nuovo tipo di guerra, la Blitzkrieg, la guerra-lampo, sembrava dimostrata. È vero che la Germania si era trovata ad affrontare, in quel primo periodo, nazioni militarmente “piccole”, e infatti – a quanto sembrava – Hitler non aveva osato affrontare la Francia, benché formalmente i due Paesi fossero già in guerra.  Del resto, nella Guerra Mondiale precedente, era stato proprio sulla Francia che il Kaiser s’era rotto i denti. Ma poi, col 1940, Hitler ruppe gli indugi e la conquista della Francia si rivelò di una tale facilità, da umiliare per sempre quel grande Paese.
Hitler era il dominatore dell’Europa. La sorte della stessa Gran Bretagna appariva questione di settimane o al massimo di mesi. Mussolini, dichiarando la guerra alla Francia già battuta, commise un’azione vile e disonorevole, ma non assurda. Anche gli italiani che lo applaudivano pensavano, insieme con lui, di beneficiare furbescamente di una grande vittoria senza combattere nessuna guerra. 
Forse era vero che in quel momento nessuno era in grado di battere l’esercito tedesco sul terreno. Ma molti dimenticarono che, oltre la terra, c’era il mare, e la flotta inglese era ancora un osso duro, e ciò rese l’invasione dell’Inghilterra – cui Hitler pensò molto, molto seriamente – più difficile del previsto. Il dilemma era: sbarcare in forze su un singolo punto, e così esporsi alla reazione della flotta inglese che si sarebbe anch’essa concentrata su quel punto, fino a rendere praticamente impossibili i collegamenti e i rifornimenti dell’eventuale testa di ponte, o sbarcare in più punti, ma le forze degli invasero sarebbero state meno concentrate e i difensori inglesi, anche se largamente impreparati alla guerra, avrebbero avuto la possibilità di rigettare a mare i tedeschi. Così, di rinvio in rinvio, quella progettata invasione divenne sempre meno probabile, e la Gran Bretagna guadagnava tempo prezioso. 
Rimaneva la guerra psicologica. Hitler cominciò a bombardare la popolazione civile, sperando di piegarne il morale e di indurre gli inglesi, se non alla resa, ad un accordo col Reich. Fu così che si trovò a combattere non sulla terra o sul mare , ma nei cieli di Londra e del Sud dell’Inghilterra. Siamo nell’estate del 1940, a quasi un anno dall’inizio della guerra, e ancora non abbiamo parlato degli americani. 
In quell’epica battaglia, al prezzo di una strage di eroi, pochi piloti con pochi aerei finirono con l’infliggere tali perdite alla Luftwaffe, che Hitler dovette interrompere quell’operazione che, partita come una passeggiata, si era rivelata una trappola infernale. Come ringraziamento dell’intera nazione ai piloti, scrisse Churchill: “Never was so much owed by so many to so few”  mai un tanto grande debito fu contratto da così tanti verso così pochi. Un epitaffio degno delle Termopili. 
Ad un anno dall’inizio della guerra, Hitler, padrone del Continente, si trovava a fronteggiare non un’isola – fino a poco tempo prima del tutto impreparata alla guerra - ma l’immenso impero inglese: quello che colorava di rosa tutti gli atlanti geografici del tempo. Hitler non aveva potuto tagliare la testa dell’Idra, ed ora non si trovava ad affrontare anche i suoi enormi tentacoli: il Canadà, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa, l’India, quella marea umana che poi vedemmo arrivare in Europa nel 1943 e negli anni seguenti. Tutta l’azione di De Gaulle, a partire dal 1940, tese a fare la stessa cosa con l’impero francese, ma il Generale non ebbe successo per l’insipienza degli alti comandi francesi. Gli inglesi non potevano pensare di avere vinto la guerra. Ma sapevano almeno di non averla già persa, ed erano determinati a combattere fino all’ultimo uomo e fino all’ultima donna.   
Lo scontro dunque proseguì e Hitler ebbe la pessima idea di attaccare la Russia. Mentre il conflitto si era esteso  al Nord Africa, e qui i tedeschi scoprirono che gli inglesi e i loro alleati erano in grado di combattere anche sul terreno, mentre gli italiani erano così male armati, da rappresentare più un peso che un sostegno. Già prima i nostri connazionali avevano attaccato la Grecia (tanto per presentarsi come vincitori di qualcosa) ed erano riusciti a farsi battere dai greci. Tanto che i tedeschi erano stati costretti a correre in loro soccorso, al costo di ritardare la campagna di Russia e fino a ritrovarsi a combattere in inverno con l’equipaggiamento inizialmente previsto per l’estate. 
La guerra contro la Russia, malgrado qualche successo iniziale, mostrò presto la sua difficoltà e si rivelò quasi impossibile da vincere. I russi erano stati colti di sorpresa, con l’Alto Comando decimato dalle criminali “purghe” staliniane, ma dimostrarono presto di essere disposti a morire a milioni, per difendere la loro patria. Le battaglie, le avanzate e le ritirate si succedevano, con grande dispendio di uomini e di mezzi, ma non se ne veniva a capo. Stiamo parlando dell’estate del 1941 e la guerra infuriava su tutti i fronti. Degli americani , sul terreno, neanche l’ombra: inviavano soltanto rifornimenti agli inglesi e ai russi.
Nel dicembre del 1941, oltre due anni dopo l’inizio della guerra, il lampo della Blitzkrieg era un lontano ricordo, e nessun profeta avrebbe potuto dire come sarebbe andata a finire. Fu allora che i giapponesi ebbero la bella idea di Pearl Harbour, provocando l’entrata in guerra degli Stati Uniti, cui anche la Germania dichiarò la guerra. 
Ovviamente, nei primi di gennaio del 1942 la macchina bellica americana non poteva certo essere a punto. Infatti per molto tempo era prevalso l’isolazionismo e non era affatto certo che l’America sarebbe entrata in guerra. Ma fu proprio nel 1942 che,  mentre gli americani cominciavano appena a pesare sul conflitto, fu tecnicamente vinta la guerra. 
Non lo dico io, lo dicono i fatti e lo dice un famoso storico americano, William Shirer, il cui libro, “The Rise and Fall of the Third Reich”, è divenuto un classico, per tutti gli studiosi di quel periodo storico. In un capitolo, il Ventiseiesimo, intitolato in inglese “The Turning Point” (se non ricordo male) e in italiano “La grande svolta”, ha scritto: “Insieme a El Alamein, e agli sbarchi anglo-americani nel Nordafrica, Stalingrado segnò il grande capovolgimento di tutta la Seconda Guerra Mondiale. La marea delle conquiste naziste che riversatasi su gran parte dell’Europa, fino alle frontiere dell’Asia sulla Volga, e in Africa fin quasi al Nilo, ormai cominciava a rifluire, non si sarebbe più rinnovata. I tempi delle grandi offensive-lampo tedesche, con migliaia di carri armati e di aerei che spargevano il terrore tra le file degli eserciti nemici facendoli a pezzi, erano tramontati. Certo, vi sarebbero state ancore alcune disperate offensive locali – a Kharkhov, nella primavera del 1943, nelle Ardenne, nel periodo natalizio del 1944 – ma facevano parte di un’azione soltanto difensiva, svolta dai tedeschi con grande tenacia e grande valore nei due anni successivi, gli ultimi della guerra. Non er più Hitler ad avere l’iniziativa: era passata nelle mani dei suoi nemici, e in esse restò”. 
Naturalmente, l’intervento americano fu tutt’altro che insignificante. Gli Stati Uniti erano anche allora un gigante economico e tecnologico, e mentre gli inglesi facevano la guerra “al risparmio”, gli americani potevano largheggiare e usare il cannone anche per ammazzare una mosca. Il loro intervento sicuramente accelerò e rese più facile la vittoria sulla Germania, e fu importantissimo per la ripresa del Continente, dopo le distruzioni e le spese della guerra, da cui l’Inghilterra uscì letteralmente spossata. Ma Hitler la guerra la perse negli anni fra il 1939 e il 1942, mentre il periodo che seguì, dal ‘43 al ‘45, testimoniò soltanto la follia di Hitler e la sua volontà – testuale – di distruggere la Germania per punire i tedeschi di non aver saputo vincere la guerra.
Non sto farneticando io, farneticò Hitler. Mentre nella Prima Guerra Mondiale la Germania si arrese senza nemmeno essere invasa, perché i generali tedeschi evitarono alla Germania ulteriori perdite e ulteriori lutti, con Hitler si andò avanti finché la truppe russe furono a Berlino. A che cosa servirono gli ultimi mesi, anzi, gli ultimi anni della guerra, se non a far soffrire i tedeschi e il resto degli europei? Siamo alla follia criminale. 
Quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia, nel 1943, chi poteva ancora pensare che l’Asse avrebbe vinto la guerra? Quando gli Alleati sbarcarono in Normandia, e siamo nel giugno del 1944, che senso aveva combattere ancora? 
A conti fatti, almeno tecnicamente, la guerra fu vinta dal Commonwealth, e dalla determinazione ingles, negli anni dal 1939 al 1942. Il massimo apporto, a questa loro vittoria, fu dato dai russi che perdettero molti milioni di uomini combattendo contro Hitler, e fiaccandone l’energia. Si sarebbe potuto comprendere che un Alto Comando tedesco conservasse ancora qualche speranza, dopo quei giorni, ma presto avrebbe dovuto capire che la guerra era perduta e il meglio che si potesse fare sarebbe stato limitare le conseguenze negative della sconfitta. Invece, come detto, il conflitto andò avanti, senza significato e senza dubbi sull’esito.
Sono sempre stato e rimango filoamericano. Ringrazio gli statunitensi per il loro grande e fattivo intervento in guerra. Li ringrazio per il cibo che distribuirono (insieme con gli inglesi) nei territori da loro occupati e li ringrazio per avere rispettato le nostre donne e i nostri beni. Li ringrazio anche per aver contribuito a ridarci la democrazia, ma – per quanto riguarda la vittoria su Hitler – prima di pensare a loro penso agli inglesi. Semplicemente perché è andata così. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
30 aprile 2019




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POLITICA
29 aprile 2019
L'IDENTITA' EUROPEA
Nel progettare – anni fa - la propria Costituzione, l’Europa rifiutò di menzionare, accanto ad altri elementi comuni,  le nostre “radici cristiane”. Fu un errore, dovuto a quell’ingenuo laicismo che, nato con l’Illuminismo e rafforzato dal materialismo marxista, è ancora abbastanza operante per ottenere questo risultato. 
L’identità è ciò che siamo, non ciò che ci piacerebbe essere. Rinnegare  le propri radici è stupido perfino quando le si sono strenuamente combattute, fino a credere di essersene del tutto liberati: infatti, se abbiamo dovuto combatterle con forza, è segno che erano gran parte di noi e difficilmente una gran parte di noi, anche se amputata, potrebbe non lasciare tracce. 
Un ottimo esempio è Nietzsche. Questo filosofo è profondamente anti-cristiano, ma è tale non perché fanatico o cieco dinanzi agli apporti artistici e culturali di questa religione, ma perché ha visto i guasti che essa poteva provocare. Ed ecco un’ovvia osservazione: non sarebbe stato tanto critico, col Cristianesimo, e forse non ne avrebbe neppure parlato, se fosse vissuto in un Paese buddista. Per non dire che personalmente era figlio di un pastore protestante. 
Dunque Nietzsche è estremamente – e perfino dolorosamente – cosciente di quanto la civiltà europea sia legata a quella religione. Se egli la critica, è perché essa colpevolizza l'uomo e  va contro il principio della vita ("eros"). Piega l’individuo alla schiavitù della colpa e dei rimorsi. Se Nietzsche vagheggia l’Ellade – e siamo ancora e sempre in Europa - è perché in essa crede di ritrovare il meglio della mentalità europea, nella direzione dell’eros e della libertà.
Benedetto Croce aveva ragione, quando diceva che “non possiamo non dirci cristiani”. Perché lo siamo anche noi atei. Philip Roth, nel “Lamento di Portnoy”, parla infinite volte di masturbazione, in certe pagine fino alla mania. Come non vedere che in questo egli è ebreo e, per così dire, cristiano? Tutti i suoi libri vogliono essere una rottura delle convenzioni sociali e della morale corrente, e quale pratica è stata fra le più condannate della masturbazione, dai tempi remoti della Bibbia fino al presente? In un mondo in cui del sesso fosse stata condannata soltanto la patologia, non ci vorrebbe nessun coraggio a parlare di masturbazione, di adulterio, di sodomia e di qualunque altra pratica non pericolosa e liberamente consentita. 
La profondità delle nostre radici si ritrova persino nella mentalità scientifica, nata in Europa con Talete, con Archimede, con Aristotele, e perfino con la mitologia greca. Questa infatti è un insieme di favole (è questo il significato della parola “mito”) ma sono favole che danno una spiegazione dei fenomeni naturali. E se la spiegazione fantastica non vale nulla, vale ancora molto l’averla cercata. Questo bisogno di darsi conto del reale ha dato all’Europa la sua preminenza nel mondo. La scienza è un prodotto italiano, inglese, francese, non giapponese o cinese, per quanto grandi siano state quelle due civiltà. 
Ci si potrà rimproverare di essere stati un Continente bellicoso e dominatore, e la storia della conquista del Sud e del Centro America non ci fa onore. E tuttavia, in fin dei conti, abbiamo regalato all’umanità più cose positive che cose negative. Infatti il mondo intero ha copiato i nostri modelli. In questo siamo stati figli non indegni dell’Impero Romano, quel Superstato che non si limitava a conquistare territori ma li romanizzava. Se oggi l’Africa ha un alfabeto comprensibile a tutti, se conosce due lingue di importanza mondiale come l’inglese e il francese, se ha una speranza di giungere un giorno alla democrazia, è imitando quei modelli europei di cui ha almeno nozione. 
Riconoscere le nostre radici non significa ignorare i nostri limiti e le nostre colpe. Non possiamo essere troppo severi col fanatismo religioso degli altri perché abbiamo conosciuto le guerre di religione. Non possiamo essere severi con l’assolutismo, perché abbiamo avuto secoli interi di assolutismo, e la macchia della Shoah non infanga soltanto i tedeschi, infanga tutti noi, come tutti siamo infangati dall’interminabile tirannia staliniana, in pieno Ventesimo Secolo. Dunque non ci porremo a modelli di virtù, cosa che del resto nessuno può permettersi. Ma possiamo e dobbiamo riconoscerci per quello che siamo; figli dell’Ellade, figli di Roma, figli del Cristianesimo. Rinnegare il Cristianesimo è tanto stupido quanto rinnegare l’Illuminismo e la Scienza. Fa parte di noi. Sforziamoci piuttosto di conservare ciò che di positivo ci ha dato tutto il nostro passato, cercando di emendarci dai suoi lati negativi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       28 aprile 2019



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POLITICA
27 aprile 2019
I VALORI DELLA RESISTENZA
In uno degli innumerevoli discorsi che hanno celebrato il 25 aprile si è sentita per l’ennesima volta questa frase: “I valori della democrazia sono i valori nati dalla Resistenza”. Non ho badato all’autore della sentenza, perché quel concetto l’ho sentito ripetere per settant’anni. Cercarne l’autore sarebbe come cercare chi ha detto che “Il potere assoluto consente ogni arbitrio”. E tuttavia fra le due frasi c’è una differenza: la seconda è vera. 
Per essere sicuri che parliamo della stessa cosa, bisogna che ci mettiamo d’accordo su che cosa sono i valori. Io li definirei “principi fondamentali”, ma il Devoto-Oli è molto più loquace: “4. Nel linguaggio filosofico, il termine è generalmente contrapposto al ‘fatto’, in quanto questo è indifferente mentre quello ‘importa’ allo spirito umano (il ‘fatto’ è l’essere, il valore  è il ‘dover essere’)”. E così via per altre righe ancora. E tuttavia, per quanto riguarda la democrazia, continuo a credere che basti parlare di principi fondamentali.
La democrazia è il governo del popolo. Cosa che fu pressoché vera nelle polis greche, anche se già allora il popolo  (poche migliaia di persone, in piazza) si limitava a decisioni di ordine generale. E ovviamente indicava chi dovesse in concreto governare. Ma questa “democrazia diretta” è ovviamente impossibile in una grande nazione moderna, con milioni di cittadini. Qui si può avere soltanto la democrazia rappresentativa: il popolo elegge i suoi rappresentanti e sono poi costoro che legiferano ed esprimono il governo. 
Questo è il meccanismo essenziale della democrazia, ma non si può dire che esso esaurisca le caratteristiche essenziali di questo tipo di regime. Infatti bisogna che le elezioni siano libere e che le decisioni sono prese a maggioranza. Bisogna che il popolo sia informato delle diverse tesi, e da questo nasce l’esigenza della libertà di parola. Bisogna che i rappresentanti del popolo non siano soggetti all’arbitrio dei magistrati e da questo deriva la loro immunità. E infine, già in tempi più remoti di Montesquieu, la separazione dei poteri. 
In materia di problema della conoscenza, qualcuno ha detto brillantemente: “Forse non sono in grado di definire un cavallo, ma quando ne vedo uno, so che è un cavallo”. Nello stesso modo si potrebbe definire la democrazia “il tipo di regime dell’Inghilterra, anche se ne esistono varianti”. Come esistono morelli, bai e cavalli bianchi.
Se tutto questo è vero, si può definire il Fascismo una democrazia? Certamente no. Anche ad ammettere che, ad un certo momento, il regime fruisse di un notevole consenso nazionale, non per questo volle mai correre il rischio di essere sconfitto nelle urne. Al vertice dello Stato c’era Benito Mussolini e di rimuoverlo o di sostituirlo non se ne parlava neppure. Non era assicurata la libertà di parola e l’antifascista rischiava il lavoro e il confino, a meno che non fuggisse all’estero. Né si può dire che sia stata votata da un libero Parlamento la massima decisione, l’entrata in guerra nel 1940. Dunque chi è per la democrazia deve necessariamente essere antifascista.
Al riguardo va però precisato un punto, su cui spesso in molti sorvolano. L’autocrazia va condannata non perché farà sicuramente il male del popolo, ché anzi a volte può fargli del bene, ma perché può fare del male al popolo senza per questo essere rimossa dal potere. E infatti il massimo pregio della democrazia è il fatto che il governo possa essere mandato via da un voto di sfiducia del Parlamento.
A questo punto ci si può chiedere: che c’entra la Resistenza con i valori democratici? Il regime democratico esisteva prima della Resistenza e prima del Fascismo. Nei regimi democratici europei si aveva libertà di parola, prima della Resistenza, i governi si mandavano a casa anche prima della Resistenza. La Resistenza non ha inventato niente. Né basta essere stati contro il Fascismo per avere inventato i valori della democrazia, diversamente basterebbe essere contro le malattie per dichiararsi inventori della medicina. Oltre al Fascismo, ci sono la monarchia assoluta, il Direttorio, la dittatura comunista, l’oligarchia, la teocrazia e via dicendo. I valori della democrazia sono qualcosa di positivo, non qualcosa di negativo, cui si giunge per esclusione.
Come se non bastasse, la maggioranza dei partigiani non erano sinceri democratici: erano comunisti e dunque il regime che desideravano era la dittatura del proletariato. Erano contro il Fascismo, ma non a favore della democrazia e dei suoi valori. Come avrebbero potuto dunque fondarli, se la prevista guerra civile, per attuare la rivoluzione proletaria con le armi, fu evitata per la stessa azione di Togliatti e il peso degli Stati Uniti nella faccenda?
La democrazia ci fu suggerita dai vincitori, gli Alleati, e senza alcuna difficoltà, perché dopo tutto si trattava di riprendere le istituzioni che avevamo prima dell’avvento del Fascismo. 
La Resistenza non ci dette i valori democratici, non liberò l’Italia del Nord (per battere l’esercito tedesco erano necessari ben altri avversari, ben armati) e fu tutt’altro che senza macchia e senza paura. Il libro di Giancarlo Pansa, “Il Sangue dei Vinti”, ha finalmente smentito la retorica partigiana. Per non dire che la democrazia si fonda sul rispetto della legalità, e la lotta partigiana fu illegale, perché violava le vigenti leggi di guerra.
Se proprio l’Italia volesse “rimuovere”, in senso psicoanalitico, il peggiore momento della sua storia, farebbe bene a non parlare mai del trentennio 1918-1948. Storicamente non sarebbe onesto, ma ci risparmieremmo il diluvio di bugie che ci inonda da tre quarti di secolo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
26 aprile 2019
LA CISTERNA COPERTA DELLA FIDUCIA
Se, come riserva d’acqua, si ha soltanto una cisterna coperta, bisogna stare attenti al consumo. Ma se si tratta di un contenitore di molti metri cubi, anche sprecando un po’, alcuni penseranno sempre che rimanga parecchia acqua. Perfino se qualcuno li avverte che è un’imprudenza, rispondono che si procede così da molto tempo e acqua ce n’è ancora. Perché mai dovrebbe finire ora? Ed è una risposta stupida. Se l’acqua nella cisterna è una quantità finita, il fatto di averla un po’ sprecata non corrisponde a dire che non finirà mai, corrisponde a far sì che finisca prima. 
In campo finanziario l’italia si è comportata in modo demenziale da circa mezzo secolo e i mercati hanno sempre avuto fiducia in noi e da questo molti hanno dedotto che si può andare avanti così indefinitamente. Se siamo arrivati fin qui aumentando il debito pubblico – dicono gli scervellati - e non c’è cascato il cielo sulla testa; se sono decenni che sforiamo ogni anno il bilancio, e non siamo mai falliti; se da tanto tempo sborsiamo disinvoltamente dai sessanta ai settanta miliardi l’anno per i debiti sui titoli pubblici, e a quanto pare ce lo possiamo permettere, perché non dovremmo continuare così, come hanno fatto tutti i governi prima di noi?
Se la cisterna della fiducia delle Borse fosse scoperta, potremmo ogni tanto scandagliarla e vedere quanta ne rimane. Ma è coperta e la nostra unica certezza è che non sono una quantità infinita né la tolleranza delle autorità europee né, soprattutto, la fiducia dei mercati. Bisogna aspettarsi che tutto possa improvvisamente divenire drammatico, vedendo che il secchio è risalito asciutto.
L’Italia non riuscirà mai a ripagare il suo enorme debito pubblico (circa centocinquantamila euro a famiglia). Dunque finirà col lasciare i suoi creditori con un palmo di naso. Ma nel frattempo – finché non sarà obbligata  a rimborsare i debiti e finché non dichiarerà fallimento – paga begli interessi: attualmente, il 2,5%. E perché allora io stesso non compro Titoli di Stato? Semplicemente perché, dal momento che l’Italia potrebbe fallire in qualunque momento, nessuno mi garantisce che mi restituirà il capitale. E questa considerazione non è soltanto mia personale. E infatti, se tutti gli Stati offrono un interesse tanto più alto quanto più lontana è la scadenza, è perché quanto più lontana è la scadenza, tanto più probabile è che lo Stato nel frattempo sia fallito, che la moneta abbia subito una forte inflazione, che sia scoppiata una guerra e che il mondo sia stato messo sottosopra. Infatti investono in titoli di Stato italiani soprattutto coloro che (come le banche) non sono persone fisiche che rischiano i loro propri soldi. 
Il mercato finanziario internazionale, riguardo ai titoli di Stato, si regge su questo equilibrio: “Se investo in titoli di Stato, rischio di perdere il capitale; ma se non investo in Titoli di Stato, mi privo di buoni interessi; e allora rischio. Tanto, il disastro non è per domani”. Tutta l’abilità consiste nell’incassare gli interessi e ricuperare il capitale prima che lo Stato dichiari la propria insolvibilità. E poiché questa previsione, come tutte quelle riguardanti il futuro, è incerta, in realtà basterà che un giorno qualcosa o qualcuno allarmi gli investitori, perché tutto il sistema salti in aria e l’Italia dichiari fallimento.
Come si vede, siamo appesi al fiuto, alle impressioni, alle previsioni e in definitiva all’emotività  dei cosiddetti esperti. Purtroppo la materia è tutt’altro che scientifica. Né si può sperare un aiuto dai computer, ché anzi questi sono programmati per amplificare l’emotività degli operatori di borsa. Il software dice al pc: se il tale titolo scende al di sotto di questa quotazione, vendi. Il che corrisponde a dire che, se prima vendevano dieci o venti, poi potranno essere mille, nel giro di qualche secondo. fino al crollo del titolo.
Quando si tratta di Borse, ci si accorge dell’irreparabile dopo che si è verificato. Né possiamo sperare in segni premonitori, perché in questo caso c’è coincidenza fra segni premonitori e cause scatenanti. Al primo allarme, tutti vendono, senza pietà.
Nella loro allegra incoscienza, alla fine del 2018 gli attuali governanti si intestardivano a parlare di un deficit del 2,4%, Poi l’aumento del tasso d’interesse richiesto dai mercati per comprare i nostri titoli di Stato balzò da un modesto e miracoloso 1,25% in più rispetto ai titoli tedeschi a più del doppio, al 3% e più, e l’Europa fece capire a Roma che rischiavamo il fallimento a breve. Così i nostri eroi, rimangiandosi le rodomontate contro l’Europa e contro le Borse, hanno fatto una marcia indietro tanto precipitosa quanto vergognosa. E ciò perché? Perché un interesse del 3% parla di grande sfiducia nell’Italia. Un passo in più, in quella direzione, può condurre alla diserzione delle “aste” in cui vendiamo i nostri titoli. Con conseguente fallimento. 
Ecco perché siamo spaventati, pensando alla fine del  2019. È stupido dire: “Come hanno fatto i precedenti governi faremo anche noi”. Perché sotto il coperchio la cisterna della fiducia è andata svuotandosi e non sappiamo a che punto è. La nostra situazione non dipende da noi, dipende dai mercati. E questi non ci avvertono del momento in cui il secchio ritornerà asciutto . È solo essendo disperatamente prudenti che possiamo sperare di allontanare, se non evitare,  quel fatale momento. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 aprile 2019



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POLITICA
24 aprile 2019
LA FESTA DELLA LIBERAZIONE
È normale che proviamo a non farci imbrogliare dal prossimo. Ma questo sforzo deve essere esteso anche ad un aggressore imprevedibile: noi stessi. Sia perché potremmo essere tentati di  abbellire la realtà in nostro favore, sia perché potremmo alla fine credere una menzogna soltanto perché (alla Lenin) ci sarà stata ripetuta tante volte, da aver fatto rovinare le nostre difese mentali. 
Sono stato bambino in un mondo in cui non si poteva essere che fascisti. Poi ho passato una vita assistendo all’eterna guerra mai vinta e archiviata contro il fascismo,  tentando sempre di tenere la testa fuori dall’acqua dei possibili condizionamenti. E una domanda che mi sono posto più volte è stata: ma se avessi avuto vent’anni nel 1930, sarei stato fascista anch’io?
È giusto avere il dubbio, dal momento che moltissimi galantuomini, inclusa la folla di coloro che poi divennero comunisti, e che allora avevano quell’età, sono stati fascisti: da Montanelli a Scalfari, da Fanfani a Giorgio Bocca, da Giorgio Albertazzi a Dario Fo. Non quattro sprovveduti, come si vede. Ovviamente, se fossi stato fascista, mi sarei ampiamente perdonato. È difficile che un giovane abbia i dati e il coraggio per andare controcorrente nel fiume del presente. 
E tuttavia penso che non sarei stato fascista. Credo che il mio temperamento mi avrebbe precluso ogni forma di unanimismo, di retorica, di illusione, di menzogna. Se da sempre non vedo il nostro Risorgimento come un’epopea (stante la lunga serie di sconfitte accumulate) come avrei potuto chiamare Rivoluzione la Marcia su Roma, quando si trattò di una gita in treno, conclusa con l’approvazione del Re? Come avrei potuto realmente compiacermi dell’Impero, quando avevamo gli scarti delle colonie, conquistati non sempre facendo bella figura sul campo di battaglia? Come dimenticare Adua? L’Italia guerriera non era più guerriera delle comparse dell’Aida. I gerarchi con la pancetta che fingevano di essere degli atleti mi avrebbero fatto ridere, ed avrei trovato patetico il Duce sul cavallo bianco. Molti sventolavano bandiere sul carro vincente del regime, ed io non sono mai stato bravo a sventolare bandiere. E questo quando il fascismo trionfava. Poi è cominciata la serie inenarrabile delle nostre tragedie, dalle leggi razziali allo scontro con i francesi, sul Moncenisio (a Francia già vinta), dalla sconfitta contro la Grecia, che avevamo aggredito noi, alla Libia, alla Russia, fino al marasma del 1943 e al disonore nazionale coniugato sull’intero setticlavio,
Se in qualcosa tutto ciò poté influire, sulla mia formazione, fu nella direzione di non credere mai alla retorica nazionale. Principio che mi è stato anche più utile del previsto, in quanto, dal 1943 in poi, la retorica nazionale ha soltanto cambiato di segno. Sono passato da Roma che ritrovava il suo spirito guerriero per riappropriarsi il suo eterno destino imperiale, a un Paese  che non è mai stato fascista, non è mai stato alleato dei nazisti, non ha mai partecipato ai loro crimini. Il nuovo catechismo insegna che il fascismo è il male assoluto, non ha mai fatto né mai avrebbe potuto fare una singola cosa buona, e per giunta è un male che non è mai morto, nel senso che ancora oggi siamo tutti in trincea per lottare contro di esso. Baggianate monumentali. Ed io, per più di settant’anni,  ogni volta che la radio, la televisione, i giornali, l’ufficialità, mi versavano nella mente una bugia, mi sono costretto a ripetere mentalmente: “Non è vero”. “Non è andata così”. “Questa propaganda è degna del fascismo”.
La semplice verità è che abbiamo perso ignominiosamente una guerra cui non avremmo dovuto partecipare, per giunta schierandoci dalla parte sbagliata, e alla fine della quale abbiamo assistito alla liquefazione dell’esercito italiano, alla fuga del Re da Roma, al marasma nazionale. 
E da quel momento, invece di batterci il petto, invece di cercare di migliorare seriamente il nostro livello morale e civile, ci siamo ubriacati di bugie. L’Italia non è mai stata fascista. L’Italia ha vinto la guerra insieme con gli Americani (gli inglesi, chissà perché, erano spariti dalla storia, mentre sono stati i veri vincitori della Seconda Guerra Mondiale). l’Italia ha vinto la guerra contro il Nazismo, i partigiani hanno liberato l’Italia Settentrionale, ed erano i paladini della libertà, quando in realtà, per la maggior parte, erano comunisti, e auspicavano che in Italia comandasse Stalin. Ma già, i partigiani erano buoni e i repubblichini cattivi, mentre in realtà erano cattivi tutti, come avviene nelle guerre civili. 
Infine, cosa che nessuno dice mai, secondo le Convenzioni di Ginevra i partigiani meritavano la morte senza processo, mentre tedeschi e repubblichini agivano in conformità a quelle norme. In guerra è permesso combattere ed anche uccidere, ma soltanto in divisa e con le armi ben in vista. 
Per  me il 25 aprile, se celebra il ricordo della guerra, è la ricorrenza di una tremenda, devastante, tragica sconfitta della mia Patria. Per fortuna siamo stati invasi da due popoli civili che ci hanno incoraggiati a scegliere il regime democratico. E ciò mentre metà dell’Europa era ridotta in schiavitù da quello Stalin invocato da tanti dei nostri partigiani. Più comunisti di Togliatti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      25 aprile 2019 



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POLITICA
24 aprile 2019
IL SEGRETO
Il segreto va accuratamente mantenuto. Quando è necessario. Quando è richiesto. Quando lo consiglia il buon gusto. Quando lo impone il perdono verso i nostri simili, visto che anche noi abbiamo bisogno di perdono. Va tenuto perfino quando lo si apprende per caso,  per rispetto dell’intimità altrui. Bisogna reprimere l’ingenuo e stupido sentimento di potenza che dà l’atto di rivelare qualcosa che gli altri non sanno. Che cosa ci si guadagna a far sapere che una bella donna porta la dentiera? 
Noi viviamo in un’epoca guardonistica e screanzata. I giornali non si vergognano di avere delle rubriche di “indiscrezioni” e ”retroscena”, addirittura ci sono gli specialisti, i “retroscenisti”. E i lettori, ovviamente, non si vergognano di leggerle. I rotocalchi sono in agguato per sorprendere il momento in cui il vento solleva la gonna di una celebrità, o se un uomo politico, durante una solennità, ha un colpo di sonno. Grande rivelazione, il vento solleva le gonne e le celebrazioni fanno calare il sonno. Ma è soltanto una scusa per irridere chi è andato più lontano o più in alto di noi. Una compensazione da frustrati. 
Le buone maniere sono il balsamo della vita associata. Se un uomo ha sulla spalla della giacca una piuma d’uccello depositata lì dal vento, un capello bianco o – peggio ancora – biondo, mentre lui è bruno, il maleducato lo avverte e ride. Il beneducato rimuove l’oggetto quasi distrattamente, senza una parola, mentre il vero gentiluomo quegli oggetti non li vede. Esattamente come non sente nulla, e nemmeno trasalisce, se a qualcuno scappa un rumore fisiologico.
La verità è come l’ossigeno: allo stato puro è un veleno. Tutti abbiamo il diritto di criticare un amico, ma se qualcuno andasse a dirgli che cosa abbiamo detto di lui, quante amicizie si romperebbero? Se qualcuno venisse a dirmi in che modo un amico mi ha criticato, perdonerei più facilmente l’amico maldicente che il delatore. Zizzania ne cresce a sufficienza da sola. 
Coloro che pretendono che tutto sia rivelato, che non ci siano segreti, che non ci sia nulla da nascondere, sono degli stupidi. Credono di non avere segreti, e invece li hanno eccome. Se non fosse così, non ci sarebbero porte nei gabinetti, e in materia di sesso vige un pietoso segreto universale. 
Nessuno può dire l’intera verità sul proprio conto e non si può imporre agli altri di dirla. Andando in giro vestiti, nascondiamo cose meno vergognose di altre che pure fanno parte del nostro passato. E a volte del nostro presente. Il coraggio della verità – che non è un coraggio dappoco – dobbiamo averlo nei confronti di noi stessi. Spogliare il prossimo delle sue povere difese è un atto di vigliaccheria.  E parlare di “public’s right to know”, diritto del pubblico di sapere, come fa oggi il New Yoik Times International Edition, è un assurdo. Una legittimazione dell’indiscrezione, il sigillo giuridico per il buco nella parete della cabina balneare. 
Il pubblico ha diritto di conoscere ciò che viene detto in Parlamento, ma il governo è tenuto più a governare bene che a rendere conto per filo e per segno del suo operato. Secondo una celebre massima di Bismarck, meno la gente sa di come si fabbricano le salsicce e di come si confezionano le leggi, meglio dorme. Il popolo pretende dei governanti onesti ed incorrotti, ma quale popolo sarebbe fiero di avere avuto dei governanti onesti e in buona fede che lo hanno condotto al disastro, piuttosto che un son of a bitch, come forse era Winston Churchill, che però salvò la sua patria dalla schiavitù?
Un caso particolarmente interessante è quello del segreto di Stato. Il singolo cittadino è tenuto al rispetto della legge, e questa gli impone di non mentire e di non uccidere. Ma queste regole valgono per gli Stati? Evidentemente no. Gli Stati infatti applicano le leggi agli altri, non a sé stessi. E se è nell’interesse della nazione violare qualcuna delle regole, lo Stato non dovrà esitare a farlo. 
Solo gli incompetenti immaginano il Leviathano simile ad una mite pecorella. A volte il politico si trova dinanzi ad una scomoda decisione. Se si comporta secondo la morale, non fa l’interesse della sua patria. Se va pubblicamente contro la morale per il bene della nazione, avrà la gratitudine degli storici ma sarà disprezzato dai contemporanei. L’unica soluzione, per il buon politico, e per il Paese, è quella di essere all’occasione immorale ma in segreto: in modo da cumulare il vantaggio del Paese e quello della sua propria buona fama. 
Ecco perché chi – come Julian Assange - viola un segreto di Stato merita di essere punito severamente. Perché danneggia la nazione intera. Per non parlare del segreto di Stato in caso di guerra. Se i massimi strateghi decidono una certa azione di sorpresa, è ovvio che, se il nemico ne fosse a conoscenza, la sorpresa svanirebbe e molti soldati sarebbero uccisi senza nessun vantaggio. Ecco perché, in un caso del genere, la pena di morte è giustificatissima. 
Da qualunque lato si guardi la questione Assange, si tratta di un personaggio negativo. Non so quanto male abbia fatto al suo Paese, ma mi basta la possibilità che l’abbia fatto, per desiderare che finisca in galera, e non per qualche mese. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
23 aprile 2019 




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POLITICA
23 aprile 2019
LA VALUTAZIONE DI SÉ
Un amico, da sempre un frequentatore dell’alta borghesia di Milano, mi ha scritto a proposito di Enrico Cuccia una cosa interessante: quell’uomo era inattaccabile perché incorruttibile e perché “ispirato da una mostruosa supervalutazione di sé”.Questo collegamento tra un’adamantina virtù – il disinteresse pecuniario – e una grandissima autostima, è interessante. 
Ogni uomo porta avanti la propria vita fra difficoltà e compromessi. Fra imprescindibili necessità e piccole vigliaccherie. E così, non di tutte le nostre azioni ci potremmo vantare in pubblico. Ecco che cosa intendeva Terenzio con le parole: “Nihil humanum a me alienum puto”, non reputo estraneo a me nulla che sia umano. Ed è al contrario questo sentirsi diversi e superiori che rende i moralisti da strapazzo spregevoli. Per non parlare dei giustizialisti, accigliati imbecilli digiuni di diritto. Tutti costoro pontificano e dimenticano che, scavando bene, anche nella vita dei santi si trovano magagne. Non per caso, nei processi per la beatificazione, in Vaticano, c’è un “Avvocato del Diavolo”. Le magagne saranno magari perdonate, ma non per questo giudicate inesistenti.
Nel momento in cui l’individuo si trova dinanzi al bivio su come comportarsi, pesa molto l’opinione che ha di sé. Se si sa debole e disprezzato sarà portato anche a barare: tanto non ha nessuna immagine di sé da difendere. Se anche si sacrificasse per un bel gesto, non per questo gli altri lo stimerebbero o gliene renderebbero merito. I maschilisti, per esempio, hanno sempre accusato le donne di essere bugiarde, dimenticando che non hanno mai concesso loro la parità. E se una donna rischia di ricevere uno schiaffo, per aver detto il vero, perché non dovrebbe mentire? Per fortuna, almeno nelle società evolute, tutto questo è sempre meno attuale.
All’altro estremo c’è ì’uomo che può permettersi una tale opinione di sé da non piegarsi a nessuna lusinga – ecco l’indifferenza di Cuccia per il denaro – e a nessuna minaccia. De Gaulle, durante l’attentato del Petit Clamart, mentre la sua auto era crivellata da colpi d’arma da fuoco, rimaneva diritto, al suo posto, e soltanto alla fine cedette all’implorazione delle sue guardie del corpo di non offrire un così comodo bersaglio. Dinanzi all’alternativa tra morire e inchinarsi ai terroristi, il Generale sceglieva la morte. Né diversamente si comportarono molti alti ufficiali italiani che, durante la Prima Guerra Mondiale, visitando il fronte, per dare ai fanti l’esempio del coraggio, si esponevano al nemico, in piedi col binocolo al di sopra della trincea. Finendo spesso ammazzati dai cecchini austriaci. Tanto che l’Alto Comando dovette vietare quella pericolosissima esibizione. Non servivano soltanto i fanti, servivano anche i generali.
La “mostruosa ipervalutazione di sé” può a volte essere un errore: non tutti siamo De Gaulle e neanche Enrico Cuccia. Ma una cosa è certa: se i giapponesi sono in media molto più onesti di noi, è perché nello spirito della nazione c’è la dignità del singolo. Questi non deve “perdere la faccia” (cioè l’onore) neanche se ne va della sua vita. Noi italiani invece sappiamo di avere di fronte un nemico scorretto e ben poco preoccupato dell’onore: e per questo lo preveniamo, facendo i furbi per primi. Per non parlare della Cosa Pubblica e dei governanti, che giudichiamo nel modo più severo. La “Cosa Pubblica” (“Res Publica”) era la religione dei romani, mentre in un certo sSd l’unica cosa da prendere sul serio non era la Cosa Pubblica, ma la Cosa Nostra. Perfino l’arte ha consacrato questi principi. Nel film di Monicelli, “La Grande Guerra”, due fanti si comportano da bugiardi, da vigliacchi e da imbroglioni senza scrupoli, cercando di salvare la ghirba. Soltanto quando il loro tradimento, a favore degli austriaci, comporterebbe la morte dei commilitoni, affrontano la morte. Ma lamentandosi e senza credersi degli eroi. 
Noi italiani possiamo essere pronti a morire per gli amici, ma difficilmente ci sacrificheremmo a morire per la nazione. Che infatti, in questo senso non esiste. In Italia non c’è un popolo, c’è un insieme di sessanta milioni di individui, più o meno in lotta fra loro. Forse una dose di ipervalutazione di noi stessi non ci farebbe male.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      23 aprile 2019 



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POLITICA
22 aprile 2019
LA SIRIA IMPARTISCE LEZIONI
Bashar al Assad, se pure con notevoli aiuti esterni, ha vinto la guerra civile. Ora, tornata la pace, il governo siriano si oppone con tutti i mezzi – leali e sleali – al ritorno dei 5,5 milioni di espatriati. Che quei poveracci desiderino ritrovare la loro casa, i loro terreni (quando li possedevano) e, insomma, la loro vita normale, è ovvio. Ma è interessante osservare la ragione per la quale il governo scoraggia questi ritorni, e nel modo più risoluto. 
Da molto tempo la Siria ha una popolazione mista, dal punto di vista religioso: una maggioranza sunnita, una minoranza sciita, e un gruppo dominante alawita. Gli alawiti sono una setta sciita. Ciò spiega il sostegno che l’Iran sciita ha offerto contro gli insorti, prevalentemente sunniti. 
Naturalmente, per la maggior parte, i rifugiati all’estero sono sunniti. E il Paese che ne ha accolti di più – per fratellanza religiosa – è stato la Turchia. Ankara sperava di vederli tornare in Siria da vincitori, ma comunque pensava che il soggiorno di quei tre milioni e passa di siriani sul suolo turco sarebbe stato temporaneo. E lo stesso vale per il Libano. Ora invece, stante il rifiuto di Damasco di riaccoglierli, rischiano di doversene far carico a tempo indeterminato. E questo precedente potrebbe in futuro scoraggiare l’accoglienza di coloro che fuggono via dalle guerre. 
Questi fatti comunque illustrano alcune verità che, nell’epoca contemporanea, tendiamo a dimenticare. Il potere può essere spietato ed è del tutto infondata la convinzione che gli uomini contemporanei siano meno crudeli dei loro progenitori. L’uomo non cambia. 
Bisogna riconoscere che fra i principali motivi della guerra civile c’è stata l’ostilità dei sunniti nei confronti di un governo sostanzialmente sciita. Cosa che spiega anche l’appoggio dato agli insorti dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. Ora, con la fine della guerra, si offre ad Assad la possibilità di riequilibrare in parte la composizione della popolazione in proprio favore. Tenendo lontani cinque milioni di sunniti, ed accettando eventualmente immigrati cristiani o almeno sciiti (cui potrà anche regalare i beni rapinati ai rifugiati) si troverà a dominare una popolazione meno ostile e tendenzialmente più fedele al governo. Ovviamente farà ciò al prezzo di depredare milioni di persone, di farne degli sbandati, di lasciarli in balia di governi estranei che potrebbero anche divenire ostili, insomma al prezzo di un crimine contro l’umanità come quelli che abbiamo conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale, ma di questo poco si cura. Chi vuole può lasciarsi andare a condannare nel modo più severo il governo di Damasco, ma l’indignazione dei terzi non cambierà nulla. Assad non si lascerà intimorire dalla reazione internazionale, la quale fra l’altro potrebbe anche non esserci, e non arrivare neppure alle orecchie dei lettori di giornali. Assad potrebbe tenersi indisturbato il frutto di questa rapina.
Ma è giusto vedere anche le colpe delle vittime. Non bisogna infatti dimenticare che in tutte le legislazioni sono previste pene severissime per chiunque insorga deliberatamente contro lo Stato. Il Libro Secondo del nostro mite Codice Penale, nella parte in cui tratta “Dei delitti in particolare”, non comincia dall’omicidio, dalle lesioni personali e men che meno dal furto: comincia dai “Delitti contro la personalità dello Stato”. In altri termini, il potere repressivo dello Stato ha come primo interesse quello di tutelare il suo committente. Chi mette in pericolo l’integrità o l’indipendenza dello Stato, soggiace alla pena della reclusione non inferiore a dodici anni (art.241). E sarà condannato all’ergastolo se “porta le armi contro lo Stato”(art.242). O a morte (a morte, sissignori) se esercitava un’alta funzione. 
In Occidente ci siamo abituati all’idea che sia un diritto andare contro lo Stato, anche con la violenza (si vedano i sabati dei “gilets jaunes”, in Francia), ma in ogni tempo il potere ha reagito ferocemente contro chi lo ha attaccato. Per secoli e millenni, chi ha osato farlo ha saputo che la scommessa prevedeva il potere, in caso di vittoria, o la morte, in caso di sconfitta. Ecco il senso del passaggio del Rubicone. L’atteggiamento attuale, per il quale ci si aspetta che, constatato l’esito, si dica “abbiamo scherzato”, è del tutto estraneo all’esperienza storica. 
Se Assad sta approfittando della situazione per attuare una sorta di pulizia etnica, l’unica differenza rispetto al passato (e al futuro, se mai gli arabi vincessero sugli israeliani) è che i cittadini sgraditi egli non li ha uccisi, e non li ha neanche deportati, visto che se ne sono andati volontariamente. Insomma ai rifugiati poteva anche andare peggio. Mi rendo conto che questo punto di vista forse farà accapponare la pelle a molta gente, ma è soltanto il punto di vista della storia, in coerenza con la natura umana.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
Pasqua 2019




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POLITICA
20 aprile 2019
CAMPANE A MORTO
Quasi non l’avrei creduto possibile: mai vista una simile concordanza fra tante illustri testate. Il Corriere, per cominciare, il Sole24Ore, con due editoriali, la Repubblica con tre, la Stampa con due e, ovviamente, Libero, tutti predicono che questo governo è sull’orlo del baratro, che sta per cadere, che non può durare. Quasi come fosse una certezza. Se non sapessi quanto sono difficili le profezie (soprattutto quelle riguardanti il futuro, diceva Mark Twain) dinanzi ad un simile coro non potrei che inchinarmi. In realtà, pur ammirando il coraggio di tanti giiornalisti, non oso associarmi al coro. E scusatemi se la prendo alla lontana.
Una volta, ero appena adolescente (l’unico momento in cui sono stato credente), mi sono trovato a discutere con un seminarista del peccato mortale e dell’inferno. Io gli dicevo che mi sarebbe sembrato se non normale almeno comprensibile che si condannasse ad un’eterna sofferenza chi in vita si era comportato veramente male. Ma la Chiesa ci insegnava che Dio comminava l’inferno anche per la bestemmia, peccato mortale, e chiedevo se ci fosse proporzione, tra qualche parola sconsiderata, se pure offensiva, e una condanna tanto tremenda.
Il mio amico era intelligente e, come si diceva una volta, loico. Ammetterai, cominciò, che è più grave dare del cretino al proprio professore che al proprio fratello, o dare della puttana a una madre badessa che a una compagna di classe. Insomma l’insulto è tanto più grave quanto più grande è la dignità della persona offesa. Ora, dal momento che la dignità di Dio è infinita, infinita è pure la gravità della bestemmia. Incontestabile. Tanto che la risposta giusta, un paio d’anni dopo, si rivelò l’abolizione di un Dio tanto suscettibile.
Ma un concetto andava salvato. La conseguenza di certe premesse vale quanto valgono i soggetti coinvolti. Se una coppia ha fondato il proprio legame sulla più totale veridicità, una sola menzogna incrinerà il rapporto, per quanto bello fosse. Chi è stato deluso, se ha preso sul serio quel patto (vagamente assurdo e inumano) sarà tenuto alla rottura. Ma, se in una coppia abbondano le bugie, gli inganni, i tradimenti, le rotture e le riconciliazioni, che senso avrebbe buttare all’aria tutto per una scappatella in più? 
Lega e Cinquestelle si scambiano accuse, minacce, insulti. E se parlassero seriamente, se fossero coerenti, se per loro le parole avessero veramente un peso, sarebbero tenuti alla rottura. Ma sono hidalgos? Basti vedere come sparano le affermazioni più inverosimili, e quanto facilmente promettono cose impossibili. Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione si sarebbe forse suicidato, se fosse stato pubblicamente sbugiardato; questi politici invece, se gli si dimostra che hanno mentito, che hanno detto una sciocchezza, che si sono contraddetti, risponderebbero convintamente: “Embeh?, sarebbero capaci di rispondere. Prima mi è convenuto dire quella cosa, e l’ho detta; ora non mi conviene più e dico altro. Se siete più bravi di me, fatevi eleggere e governate”. 
Insomma abbiamo da fare con persone che non hanno dignità. Naturalmente qualcuno che ha almeno leggiucchiato Machiavelli potrebbe obiettare che nessun serio politico ha dignità. E c’è del vero, in questo. Lo diceva anche il grande Niccolò. Ma il Segretario proseguiva dicendo che il Principe, se non ha nessuna virtù, lo stesso deve apparire come uno che le ha tutte. Il suo sforzo deve essere tale che, in fin dei conti, forse gli conviene averle sul serio, quelle virtù. 
Quello che oggi è venuto meno, lo stesso dovere dell’apparenza. Quel ritegno, e persino quell’ipocrisia che, secondo La Rochefoucauld, sonoi “l’omaggio che il vizio tributa alla virtù”.Proprio in questa sede è stata criticata un’orripilante frase di Di Maio, e si sopravvive. Una signora la cui competenza economica è più che dubbia può buttare in faccia ad un economista del calibro di Carlo Padoan: “Questo lo dice lei”, quasi parlasse col suo salumiere. E se qualcuno fra i maggiorenti aggrottasse la fronte, udendo le parole della coraggiosa signora, la maggior parte dell’elettorato dei Cinquestelle risponderebbe col solito: “Embeh? Erano di parere diverso”.
Ecco perché le zuffe attuali, nel governo, non sono da prendere sul serio. Con i personaggi che presidiano la scena, c’è da attendersi di tutto. Potrebbero litigare e separarsi per sempre per un nonnulla, come potrebbero riconciliarsi e abbracciarsi dopo aver trattato l’interlocutore da mafioso e sua madre da bagascia. Tanto, siamo nella suburra. Andiamo a bere un bicchiere insieme. il contratto non è stato toccato.
La loro inaffidabilità è tale da non potere contare nemmeno su quella Stella Polare che funziona con tutte le persone equilibrate: l’interesse personale. Nel loro caso vale il detto di Voltaire: “Non è vero che tutti gli uomini agiscono per interesse. Se fosse vero, ci sarebbe modo di mettersi d’accordo con loro”.
La realtà potrebbe benissimo contraddire i migliori politologi e potrei perfino esserne dispiaciuto. Dispiaciuto, ma non sorpreso. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 aprile 2019



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POLITICA
19 aprile 2019
UN SINTOMO: LA LIBIA
Una domanda che molti si porranno distrattamente: “Ma che sta succedendo, in Libia?”
L’atteggiamento disinteressato è comprensibile. In primo luogo, se non ce ne vengono dei fastidi, chi comanda in Libia è cosa che non ci riguarda. In secondo luogo, la situazione è confusa, e la stessa domanda corrisponde a dire: “Non che me ne importi molto, ma non ho capito che avviene. Voi sì?”
La realtà è che siamo in molti, a non capirci niente. Esiste tutto un gioco in cui si incontrano e si scontrano parecchi fattori. C’è una questione di legalità: Sarraj è sostenuto dall’Onu, Haftar no; di potenze: confinanti o lontane, schierate – almeno teoricamente – con l’uno o con l’altro campo: una situazione  sulla quale prevale, e con largo margine, la forza militare. 
Paolo Mieli, sul Corriere, insiste sul fatto che avremmo il dovere di stare dal lato del potere legittimo, e non vede che sta parlando di un dato ininfluente. Se Haftar, da solo o perché sostenuto da altri, prenderà il potere a Tripoli, nel giro di qualche mese la Libia sarà unificata sotto questo “uomo forte”. Se invece Sarraj riuscisse a resistere, Haftar dovrebbe ritirarsi nei suoi quartieri, e rischieremmo comunque una partizione della Libia, secondo nuove linee di frontiera. Una cosa è sicura: dal momento che, di fronte alla forza, la legalità in politica internazionale non vale niente, non rimane che aspettare di vedere come si concluderanno gli scontri sul terreno. 
Ciò che del resto stanno facendo anche le grandi potenze. Il sostegno della Francia ad Haftar sembra fatto prevalentemente di parole, e quello dell’Italia a Sarraj addirittura di mormorii. Quanto agli Stati Uniti, secondo una politica cominciata da Obama (e proseguita entusiasticamente da Trump), visto che non sono coinvolti i loro interessi, non appena si è visto Haftar all’orizzonte, i pochi militari americani, temendo di farsi accidentalmente male, si sono imbarcati e sono spariti. 
Certo, se l’Europa invece di essere un club litigioso e sostanzialmente impotente, sapesse parlare con una voce sola  - e possibilmente la voce del cannone - la sorte della Libia sarebbe decisa a Bruxelles o a Strasburgo. Ma l’Europa non ne è capace. La Libia è il caso esemplare di un mondo disordinato, in cui non esistono neppure grandi alleanze capaci – sia pure nel loro interesse – di imporre una certa sistemazione. L’egemonia è una prevaricazione a carico dei più deboli, ma spesso offre loro un bene che non saprebbero conquistarsi da soli: la pace. 
Un’ultima nota riguarda la terminologia usata in questi frangenti. Per la Libia qualcuno ha parlato di “guerra civile”. Evidentemente è passato molto tempo, da quando l’Europa sapeva molto chiaramente che cosa fosse una guerra. La Libia è un Paese non molto sviluppato, non molto popolato, e certamente non molto forte, in cui si scontrano due fazioni in quella che è poco più di una rissa. I telegiornali parlano commossi di oltre duecento morti, fra cui anche dei bambini (come se le bombe avessero il dovere, o la possibilità, di schivarli), dimenticando quanti morti ci sono stati nella battaglia della Somme o a Verdun. Quanto alla guerra civile, per sapere che cos’è, chiedere agli spagnoli. 
Se tutto ciò è vissuto come allarmante, è perché il nostro disarmo morale, il nostro atteggiamento imbelle ci fanno temere il minimo alito di vento. Noi speriamo sempre che siano altri ad occuparsi della nostra sicurezza. Dimentichiamo – noi italiani che calpestiamo il loro stesso suolo – che i romani persero l’impero quando rinunciarono a combattere per sopravvivere e affidarono la loro difesa agli stessi barbari. 
Il mondo va avanti a caso. Sembrano salvarsi da questo marasma soltanto Paesi che per la loro forza economica e militare (Stati Uniti), oppure per il loro peso complessivo, sostenuto da una guida forte e unitaria, come la Cina, non esitano ad agire per i loro propri interessi. E fra i forti dobbiamo mettere la Federazione Russa, non tanto per il suo potenziale economico (francamente trascurabile) quanto per la determinazione e la spregiudicatezza di una guida politica che la fa pesare molto più di quanto dovrebbe. Esattamente il contrario di ciò che avviene per l’Europa: un gigante economico castrato dalla sua decadenza. Un continente discorde per temperamento e imbelle per vocazione.
Noi assistiamo da puri spettatori all’intera storia del mondo. Ci limitiamo a sperare che il destino ci risparmi, che altri cavino le castagne dal fuoco, e ci facciamo forti della nostra debolezza, del nostro pacifismo, della nostra superiore moralità. In altri termini siamo come un cane randagio, in attesa che qualcuno ci metta il guinzaglio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 aprile 2019 



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POLITICA
19 aprile 2019
DI MAIO DIXIT
È concepibile che si giudichi un uomo da una sola delle sue frasi? La risposta sembrerebbe dover essere negativa e tuttavia l’intero Occidente ha giudicato Ponzio Pilato da una sola frase. Se si ha in mano la vita di una persona, e la si giudica innocente, non si può permettere che sia uccisa, dicendo: “Me ne lavo le mani”. Anche più correntemente, se un imputato di omicidio ammette di aver commesso il fatto ma si giustifica affermando: “Dio mi ha ordinato di farlo” o è uno schizofrenico o è un abietto simulatore. Certo quella frase peserà, nel suo processo, a suo favore o contro di lui. Perché da sola definirà la sua qualità. 
Ora noi ci troviamo dinanzi ad un caso del genere. Leggiamo sul “Corriere” queste parole di Di Maio: “Abbiamo detto che l’Iva non aumenterà. Se Tria punta ad aumentarla, si può dimettere”. 
Queste parole sono come un tema di concorso nazionale, nel senso che chi deve svolgerlo, se è preparato, potrebbe scrivere non un testo di mille parole, ma un intero libro, sopra di esse. Infatti potrebbe anche dipingere un quadro a tutto tondo della mentalità di colui che le ha pronunciate.
Cominciamo da principio. Da anni l’Italia viola le regole comunitarie e spazza la polvere sotto il tappeto promettendo di compensare tutto, con sforzi raddoppiati, l’anno seguente.  Questi patti sono stati chiamati “clausole di salvaguardia”. Il giochetto si è già ripetuto un paio di volte, ma non c’è da farsi illusioni. A parte il fatto che le condizioni attuali non sono identiche alle precedenti, il creditore che ha già concesso delle dilazioni è sempre meno propenso a concederne altre. E infatti, per come stanno attualmente le cose, a fine anno o aumentiamo drammaticamente l’Iva, fino a rastrellare da una nazione. già tartassata dal fisco e in piena crisi, tanto denaro da raddrizzare la barca, oppure, se troviamo (dove?) ventitré miliardi  di euro, l’Europa ci dispenserà dall’aumento pattuito. Si tratta di trattati internazionali, scritti e sottoscritti dall’Italia, di valore assolutamente cogente, checché dica qualunque Di Maio. 
Il ministro dell’economia Giovanni Tria, in Parlamento, ha soltanto ricordato questi dati, precisando che – non essendo ancora stati reperiti i ventitré miliardi necessari per togliere la spoletta alla bomba – allo stato attuale l’aumento dell’Iva è previsto per l’inizio dell’anno prossimo. 
Ed ora torniamo alle parole di Di Maio. “Abbiamo detto che l’Iva non aumenterà”. Un futuro lineare e semplice corrisponde o ad una previsione scientifica (“L’astronave è sulla rotta giusta e atterrerà regolarmente”) oppure ad una promessa che va però completata specificando ciò che si farà per ottenere quel risultato. Diversamente si è aperta la bocca e le si è dato fiato. O forse Di Maio pensa che l’economia mondiale penda dalle sue labbra e, intimidita, si darà da fare per impedire un fatto che darebbe fastidio al M5s?
Quanto alla seconda frase, è un capolavoro di scorrettezza. Dire che Tria punta ad aumentare l’Iva è come dire che il collega medico punta intenzionalmente a far morire il malato. Roba da querela. Mentre nella specie Tria – proprio in base a dati obiettivi – ha detto che l’attuale traiettoria della navicella spaziale, in mancanza di correzioni di rotta, al rientro sulla Terra andrà a schiantarsi al suolo. È concepibile che si adottino provvedimenti per impedire questo esito, ma finché ciò non avviene, la previsione scientifica è inesorabile, come sono inesorabili le leggi della fisica. Naturalmente questo non vuol dire  che si punti alla morte degli astronauti, caro Di Maio, vuol dire soltanto che non basta auspicare la loro salvezza, se poi non si fa nulla per renderla possibile. Attribuire a Tria un’intenzione che non ha, che nessun galantuomo potrebbe avere, è commettere veramente una mala azione. È attribuire ad altri comportamenti inconcepibili, o forse concepibili soltanto per chi li ipotizza.
Infine il botto finale: “Se è così, si dimetta”. Un capolavoro. Queste parole significano forse che le clausole di salvaguardia scatteranno se c’è Tria al ministero dell’economia, e si faranno da parte, svanendo nell’aria sottile, se Tria se ne va? Ma dove vive il nostro Ministro dello Sviluppo? Crede che quelle clausole siano un affare personale di Tria e che, scomparso lui, scompariranno anch’esse? Si rende conto che se quel ministro fosse costretto alle dimissioni per avere detto una piana verità, ciò potrebbe essere interpretato  come l’intenzione dell’Italia di non tenere fede ai patti sottoscritti, con possibile, rovinoso terremoto borsistico, spread alle stelle e magari il default del Paese?
Non sempre è facile concludere schivando le querele. Ma forse non è necessario strapazzarsi, quando i fatti parlano da sé. Credo di ricordare che, in nessun momento della tragedia, Shakespeare dica: “Guardate quanto è cattivo Riccardo III”. Si limita a farlo agire e parlare. E anche qui le parole di Di Maio ci dicono non soltanto chi è, e quanta competenza abbia in materia di economia, ma anche – volendo essere ottimisti sul suo livello mentale – che stima abbia dell’intelligenza degli italiani. E in che misura sia eventualmente capace di approfittare della loro disinformazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 aprile 2019



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POLITICA
18 aprile 2019
UNA POSSIBILE INTERPRETAZIONE DEL PRESENTE
Non è vero che tutte le nazioni sono uguali ed hanno pari difetti e pari qualità, pari capacità e pari tendenze. Senza nessuna punta di razzismo, è lecito dire “i tedeschi sono così”, “i francesi sono cosà”, e via di seguito. Infatti non se ne fa una questione di razza, ma una questione di sviluppo storico, di imprinting e in fin dei conti di condizionamento dei singoli.
I greci del mondo classico non credevano molto al merito personale. Soprattutto in campo morale. La loro Divina Commedia sono i poemi omerici di cui, nello stesso mondo classico, molte persone colte conoscevano a memoria brani interi. Talmente essi erano fondamentali nella loro cultura. E proprio in questi poemi possiamo scorgere i punti di riferimento dell’anima greca. 
Il vincitore è Achille, ma Achille vince perché non è del tutto umano. Perché è invulnerabile. Perché è favorito dagli dei. E non ha altri meriti, oltre quello del suo poco rischioso valore guerriero: è irascibile ed egoista. È violento, suscettibile, e in una parola poco amabile. Ma ciò malgrado è l’eroe vincente, perché così ha voluto il Fato. Mentre Ettore è anch’egli un eroe, ma non è invulnerabile. Il suo valore deriva dal suo coraggio, dalla sua capacità di affrontare il pericolo pur sapendo di correre dei rischi. E non basta: è anche un buon figlio, un buon marito e un buon padre. E tuttavia, qual è la sua sorte? Quella di essere ucciso da Achille. Perché nel duello questi, per giunta, è favorito dalla divinità che lo protegge. Per i greci dunque essere ammirevoli moralmente non serve a sopravvivere. E infatti chi è il loro eroe nazionale? Non Achille, perché non si può pretendere di avere sempre gli dei al proprio fianco. E neppure Ettore: è Ulisse. Colui che fa prevalere la Grecia su Troia con l’inganno, non vincendola in battaglia. 
Ulisse non è particolarmente morale. Tutta la sua storia, sia nell’Iliade, sia nell’Odissea, è la storia di un furbo che riesce a cavarsela nelle peggiori situazioni: che si tratti di Polifemo, delle sirene o della Maga Circe. E non per merito di qualche divinità. Se per vent’anni non riesce a tornare nella sua Itaca è perché la sua mancanza di morale è eccessiva (hybris) al punto da offendere gli dei. Nettuno non gli perdona non tanto di avere accecato suo figlio Polifemo, quanto di averlo irriso, dopo. 
La caratteristica dei greci è stata quella di non essersi allontanati molto dal loro io – un io umano, troppo umano, avrebbe detto Nietzsche – e di non soffrire di un eccesso di superio. Infatti nemmeno oggi sono particolarmente affidabili. E non è un caso che Nietzsche abbia ritrovato nella Grecia classica quella liberazione dell’anima umana dai legacci ebraico-cristiani che per secoli hanno ammorbato l’aria dell’Europa. I greci avevano il coraggio di essere sé stessi e di legittimare le loro peggiori tendenze. Del resto avevano reso umano, e composto di “peccatori”, perfino il loro Olimpo. 
L’Italia, come tendenza di fondo, è più greca che germanica. È vero, i romani della Repubblica erano più vicini ai tedeschi che ai greci, ma già nel I Secolo a.C. abbiamo visto lo scatenamento delle ambizioni, degli egoismi, delle crudeltà. Neanche Roma, pur avendo avuto un altissimo funzionario a guardia dei costumi, il Censore, è stata un modello di moralità. Per non dire che poi è arrivata a grecizzarsi, ad orientalizzarsi, a scadere in tutti i sensi, col basso impero. I greci almeno erano abbastanza individualisti da amare la democrazia, mentre la Roma degli ultimi secoli non ebbe istituzioni diverse da quelle persiane, di quel Grande Re - tiranno orientale - che i greci aborrivano. 
Questi i due “Paesi caldi” che hanno dato forma mentale all’Europa e, in buona misura, al mondo intero. Ma poi sono nati i grandi “Paesi freddi” del Nord. Forse qui gli uomini sentivano di avere un nemico comune, una Natura ben poco sorridente ed anzi brutale, contro la quale bisognava far gruppo. Infatti già i germani quali ce li descrive Tacito sono più uniti e soprattutto più morali, come popolo, di quanto fossero i romani. E questa tendenza alle virtù – che ancora oggi rende gli olandesi tanto più onesti di noi, in media – col tempo è divenuta insofferenza nei confronti del Papato. Impossibile perdonargli la sua avidità, la sua ipocrisia, il suo tradimento degli ideali cristiani. Lutero è nato in Germania e non poteva nascere in Italia, dove del resto la sua Riforma non attecchì. E le caratteristiche della Riforma sono interessanti da parecchi punti di vista. Soprattutto per capire le differenze fra Nord e Sud d’Europa. 
I greci erano pronti ad accettare che si vincesse o si perdesse per volontà degli dei, e questo costituiva dopo tutto un discarico di responsabilità. Perfino la furbizia contrapposta alla lealtà si giustifica con la volontà di contrastare un destino avverso. Avverso senza ragioni morali: magari per il capriccio di un dio. E contro un destino immorale è lecito barare. Con Lutero invece sparisce questa comoda scorciatoia. C’è un solo Dio, ed è il dio della moralità. Non esiste più la confessione: si risponde dei peccati direttamente a Dio, a tu per tu, senza intermediari e senza la possibilità di una finta assoluzione, concessa da un peccatore come noi. 
I nordici sono più morali di noi perché non concepiscono un fatalismo come quello di cui sono vittime i musulmani (che in fin dei conti sono dei perdenti nati, per questo). Ognuno sa di essere responsabile dei propri risultati, agli occhi di Dio e agli occhi dei concittadini, che non perdonano facilmente chi infrange le regole accettate. E chi si arricchisce onestamente, contrariamente a quanto leggiamo nel Vangelo, è stimabile anche agli occhi di Dio. .
Naturalmente queste correnti sono spesso sotterranee e inconsce. Né queste grandi nazioni vivono ed agiscono in vaso chiuso. La Riforma, pur non attecchendo in Italia, anche da noi provocò una forte reazione morale, con la Controriforma. E analogamente gli ideali sociali e comunitari che nell’Ottocento sorsero prima in Francia ed ebbero il loro culmine in Germania, con Marx, col tempo si diffusero anche in Italia. Col socialismo nella prima metà del Ventesimo Secolo (e del socialismo, seppure “nazionale”, fa parte anche il fascismo) e con il comunismo nella seconda metà. 
Gli italiani si allontanavano dalla religione – anche se una religione più formale che sostanziale -  per essere sempre più preoccupati del bene comune, del riscatto dei poveri, dell’uguaglianza, e perfino della morale (soprattutto pubblica, cioè altrui). A questo quadro però corrispondevano le classi superiori, mentre il popolo coglieva, di questo movimento, soprattutto la parte economica: e per cominciare l’aumento dei salari. 
Così il Paese, nei lunghi anni che vanno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a una decina d’anni fa, è vissuto con un double standard. La classe colta, se pure senza rinunziare a nessuno dei suoi privilegi, si è ammantata dei massimi ideali della sinistra, mentre la classe inferiore ha mirato al sodo ed ha creduto sdi potere sfruttare uno Stato che si dichiarava in dovere di essere generoso. Per questo chiedeva sempre più vantaggi. Col risultato che, finché c’è stato grasso da eliminare, la democrazia si è retta senza grandi scossoni, malgrado il contrasto fra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. La prima che faceva finta di essere cristiana e il secondo che faceva finta di essere comunista. 
Ma quando infine il debito pubblico è divenuto tale che bastava una mossa sbagliata in più e sarebbe stata la catastrofe, quando non si è potuto spendere più di quanto lo Stato incassava (ché anzi lo Stato era costretto a spendere meno di quanto incassava, perché una buona parte delle sue risorse se ne andava per pagare gli interessi sull’enorme debito pubblico accumulato) è cominciata la vera scontentezza popolare. Da oltre dieci anni si parla di crisi economica, in tutta l’Europa, ma soltanto in Italia essa è arrivata ad essere una crisi di sistema. Infatti il popolo italiano ha smesso di credere in tutti gli idola precedenti. Da tempo non era più cristiano – se mai lo è stato, al di là delle forme – ora non crede più nemmeno nel socialismo, nel comunismo e nella stessa democrazia. 
Il Movimento di Grillo corrisponde a questa delusione, a questa rabbia, a questo nichilismo senza argini. La classe dirigente ha raccontato fandonie – l’eterno progresso, l’eterna prosperità, un welfare regale – e merita di essere annichilita. Così tutto è rimesso in discussione, perfino il mondo moderno, e qualcuno ha osato vagheggiare una “decrescita felice”, senza accorgersi che soltanto la prima parte della formula, la decrescita, era possibile. Si sono messi in discussione persino i vaccini, quasi tornando ai tempi di Pasteur e Jenner. Perché neanche la scienza ha più avuto voce in capitolo. La competenza, che pareva un presidio incrollabile, è contestata. “Se i competenti ci hanno condotto qui, abbasso la competenza”. Né può indurre in errore l’insistita e ripetuta richiesta di “Onestà, onestà, onestà”. Infatti l’onestà che si invoca è, ancora e sempre, quella altrui. Molti di quelli che hanno invocato l’onestà sarebbero disposti a fingersi poveri per ottenere il reddito di cittadinanza. 
Il popolo italiano improvvisamente si è liberato dai complessi che gli avevano imposto ed ha gettato via la maschera. ”Mi dite che devo essere cristiano, che devo essere comunista, che devo sacrificarmi per il prossimo, ma io ho il coraggio di dirvi che non sono così. Sono ateo, egoista, consumista, pragmatico. Se possibile, voglio avere vantaggi senza faticare. E certo non sono disposto a condividerli con persone troppo abbronzate, che francamente disprezzo. E che comunque disturbano me, nel mio quartiere. Mentre nel vostro non vengono”. 
Il popolo italiano è arrabbiato e si sente finalmente libero di protestare contro tutto e tutti. Con  l’entusiasmo dell’omosessuale che fa coming out, finalmente si riconosce per quello che è. Rigetta disinvoltamente tutte le autorità, tutti gli occhiacci, tutte le condanne e tutti gli sdegni nazionali e internazionali. È un momento di follia, ma anche di liberazione. La contestazione di un superio imposto dall’esterno in favore di un realistico io. Purtroppo però questo non aiuta gli italiani e non li aiuterà, perché hanno tendenza a buttare nello scarico il bambino insieme con l’acqua sporca.
Appendice politica attuale. 
Un amico, l’ingegner Nicola De Veredicis, mi ha chiesto: “E allora come mai il Pd, in questo contesto che sembra contraddire tutto ciò che la sinistra ha predicato per decenni, ha ancora il coraggio di dichiararsi contro l’immigrazione, tanto sgradita al popolo? È ovvio che questo rischia di fargli perdere dei voti, piuttosto che acquistarne”. Giusto. Ma forse i dirigenti del Pd sono convinti che il loro elettorato non sia sparito. Lo credono confuso, arrabbiato, perfino momentaneamente accasato in altri partiti, ma ancora da recuperare. Cosa che potrebbe avvenire quando il popolo si accorgerà che l’Italia ha imboccato una strada sbagliata. E poiché la sinistra non riesce a concepire una società migliore di quella socialista, raccoglie da terra una vecchia bandiera umanitaria e la sventola, nella speranza che susciti antiche nostalgie. 
Le previsioni non sono molto fauste. Tutto dipende da quanto quei dirigenti abbiano visto bene. Se l’elettorato di sinistra ancora esiste e se è ancora capace di prendere sul serio i vecchi ideali, il Pd potrebbe star seminando oggi per mietere domani. Se invece la crisi si risolverà riconoscendo che bisogna adottare un nuovo modello economico-sociale, saranno vincenti coloro che questo modello avranno identificato per primi, facendosene gli alfieri. Ma oggi costoro non si vedono, nemmeno all’orizzonte. 
Forse il momento topico, la grande svolta, si avrà dopo il grande lavacro di una crisi spietata. Dopo anni di sofferenze. Forse, spinti dalla necessità, invece di tornare al passato e ai suoi miti, riusciremo ad imboccare la via del futuro. Una cosa è certa: non sarà gratis. Il biglietto per questo viaggio potrebbe essere fra i più alti mai pagati. . 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
17 aprile 2019




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SOCIETA'
17 aprile 2019
OTTOCENTOMILA
In Libia c’è uno scontro tra milizie che i media italiani, in mancanza di notizie hanno ribattezzato guerra civile. Il capo di Tripoli, per ottenere aiuto, ha detto che c’è il rischio per l’Italia si imbarchino ottocentomila persone fra cui centinaia di ex terroristi  dell’Isis ed altri delinquenti.
A questo punto, il nostro ruspante Ministro degli Interni Matteo Salvini ha intimato alle navi militari di impedire l’arrivo di questa fiumana di persone. I militari hanno protestato che loro non ricevono ordini dal Ministro dell’Interno, ma dal Ministro della Difesa, e molti, in primis i dirigenti del M5s, hanno dato ragione agli ammiragli. Naturalmente c’è da pensare che Salvini, prima di dare ordini ai militari, avrà pure chiesto ai suoi collaboratori se poteva permetterselo. Ma ammettiamo pure che abbia sconfinato e che gli altri ne abbiano approfittato per assestargli una bastonata sul muso.
Questo lo stato della lite quotidiana. Ora si può dubitare che in Libia ci sia una guerra civile; si può dubitare che, nel caso, abbandonerebbero il Paese ottocentomila persone (su quanti natanti possono imbarcarsi ottocentomila persone? Quante navi da crociera della flotta Costa possono noleggiare?); si può dubitare che troverebbero il denaro per pagarsi la traversata; si può dubitare (come dicono le anime belle) che, una volta giunti in Italia, dall’Italia sarebbero poi redistribuiti (e accettati) dagli altri Paesi europei; si può dubitare che tanti terroristi siano ansiosi di venire in Italia, anche perché l’Isis ha perso la guerra, quelli che fuggirebbero di prigione sono noti per nome e cognome e in Italia finirebbero al fresco); si può dubitare che Salvini abbia il diritto di chiudere i porti a coloro che fuggono da una guerra (ammesso che ci sia una guerra) e che possa dare ordini alle navi militari. Ma si possono anche trascurare tutti questi singoli punti e andare alla sostanza politica della faccenda.
Che abbia ragione o che abbia torto, Salvini fonda il suo successo sullo stop all’immigrazione, quella che tanto piaceva all’establishment (quello che abita ai Parioli, dove non ci sono migranti) e tanto poco piaceva agli italiani. Questi ultimi non credevano affatto che non si potesse dire di no, Salvini ha effettivamente detto di no, e gli italiani hanno raddoppiato le intenzioni di voto per la Lega. Questi i fatti, comunque li si vogliano giudicare. Ora i magistrati di Trapani, di Catania e di altrove cercano di ostacolare Salvini, denunciandolo per ogni sorta di reati e il M5s, in perdita di velocità, cavalca la tigre, nella speranza di limitare il successo della Lega. I mass media sono dalla parte di chi critica Salvini e questi potrebbe trovarsi in gravi difficoltà, soprattutto se cominciassero ad arrivare non ottocentomila, ma ottantamila migranti e gli altri Paese europei – come è prevedibile – rifiutassero di prendersene ognuno qualche decina di migliaia. 
E da qui può partire un ragionamento terra terra. Ammettiamo che Salvini abbia torto, giuridicamente. Ammettiamo che la sua intimazione alla Marina Militare sia illegittima. Ma era illegittimo anche il passaggio del Rubicone, da parte di Cesare. E tuttavia, quando arrivò a Roma, invece di essere messo a morte, come prescriveva la legge, finì con l’essere nominato “dittatore a vita”. La logica della politica non è la logica giudiziaria. E se la legge prevalesse sulla politica, invece di essere alla Terza Repubblica, come dicono gli ottimisti, saremmo ancora ai Re di Roma.
Dunque è facile vedere che la mossa di Salvini è fatta per piacere alla gente, non ai giuristi, e per conseguenza, o i suoi oppositori non riusciranno a fermarlo, e per lui sarà un altro motivo di successo; oppure riusciranno a fermarlo, e per la gente Salvini sarà considerato una sorta di martire e non sarà tenuto responsabile di nulla, checché accada in seguito. E così aumenterà ancora i propri consensi. Se poi – addirittura – si dimettesse e facesse cadere il governo, si risparmierebbe le inevitabili critiche che attendono chi ha voluto governare senza tener conto dei “numerini”. Non dimentichiamo che, soltanto per evitare l’aumento dell’Iva (ammesso che ci riesca) il governo dovrà trovare una ventina di miliardi quest’anno e ancor più l’anno prossimo. 
Proprio non capisco il Pd, il M5s e tutti quelli che mettono i bastoni fra le ruote di Salvini. Non interessa se costui abbia ragione o torto: quello che è sicuro è che fa la volontà del popolo, per quanto riguarda i migranti, e che chi lo contrasta perderà consensi. Dunque, ad ammettere che la sua ostinazione nel parlare di “porti chiusi” sia un errore, l’unica cosa da fare è non contrastarlo e lasciargli l’intera responsabilità nazionale e internazionale del suo atteggiamento. Se è vero che semina vento, che raccolga tempesta. 
Ma poi questo governo non ha avuto il coraggio di andare contro il popolo quando ha chiesto provvedimenti sbagliati e rovinosi per le nostre finanze, come il reddito di cittadinanza e “quota cento”, e dovrebbe andare contro il popolo per provvedimenti a costo zero, approvati da un’impressionante percentuale della popolazione?
Ho fatto bene a non darmi alla politica. È chiaro che non ne capisco niente. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      17 aprile 2019



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POLITICA
14 aprile 2019
LA SATURAZIONE
Che gli esseri umani siano capaci di sbagliare non è una notizia. Ci muoviamo infatti in una foresta inestricabile di cause ed effetti e non sempre riusciamo a prevedere l’effetto delle nostre azioni. Ciò che invece stupisce è il fatto che si siamo capaci di ripetere esattamente gli stessi errori che, qualche tempo prima, abbiamo visto commettere e pagare. Ammesso che Hitler volesse più “spazio vitale” per il Reich, perché non si è accontentato della Polonia? Perché attaccare la Russia, dopo l’infelice esperienza di Napoleone?
Vale anche per la vita quotidiana. Sposare una donna divorziata può essere un affare, ma è difficile che sia un affare sposare una donna che ha già avuto tre mariti. Certo, potrebbe essere stata sfortunata, una volta. Magari due. Ma è più probabile che sia una peste lei, se anche il terzo marito è scappato. Se in un certo posto tutti inciampano, cominciamo a guardare dove mettianmo i piedi. 
Abbiamo sotto gli occhi un esempio significativo. Matteo Renzi aveva un bel faccino, un eloquio scorrevole e convincente ed era incontestabilmente simpatico. Quando è comparso sulla scena sembrava il giovane attore cinematografico che, prima che appaia la parola “Fine”, realizzerà l’impossibile. E infatti il giovane è passato da un trionfo all’altro. Ma poi ha cominciato a vedersi troppo spesso in televisione; ha parlato troppo e troppo spesso si è vantato di successi inesistenti.  Quando infine ha cominciato ad imperversare giorno e notte in televisione, per venderci la sua riforma costituzionale, è arrivato il momento in cui l’intera nazione l’ha giudicato insopportabile. Così la bella promessa della politica italiana si è trasformata. da “uno che sarà”, a “uno che fu”. Non sarebbe ovvio che tutti prendano buona nota del fenomeno?
Invece la stucchevole figura di Di Maio e il faccione di Salvini compaiono continuamente e troppo a lungo sullo schermo televisivo. Spesso, anche cambiando programma, uno si ritrova lo stesso personaggio nell’altra rete. Se prima era Di Maio, dopo è Salvini. O viceversa, ma senza tregua. Ora addirittura i media ci infliggono le loro storie sentimentali, con annesse foto. Non è ovvio che finiranno col pagarla? Come non pensano che – come avverte un vecchio proverbio - “il troppo è come l’insufficiente”? 
Non è che Matteo Renzi sia improvvisamente divenuto un imbecille, il fatto è che, se appena compare sullo schermo, la risposta emotiva mia è: “Oh, no!” E presto potrebbe essere la reazione di tutti.
La saturazione è quasi sempre irreversibile. E se questo è vero per un politico di talento come Salvini, personaggi come Di Maio, Toninelli, Bonafede e soci dovrebbero rendersi conto che, se cade il governo, nel giro di ventiquattr’ore rientreranno nel più definitivo anonimato.  All’idea di rivederli, la prevedibile reazione sarà: “Oh, no! Basta!”
Ovviamente tutti costoro potrebbero difendersi dicendo che la colpa è dei giornalisti che li inseguono per filmarli e porgli domande. Ma dovrebbero rendersi conto che quei giovani col microfono in mano non gli fanno un favore. Non li inseguono perché sono importanti, li inseguono perché è il loro mestiere e domani li schiferebbero senza scrupoli, se il filmato non si vendesse. 
Al riguardo è indimenticabile un episodio. Enrico Cuccia, forse il più famoso banchiere italiano, non concedeva interviste. Una volta un giornalista d’assalto lo sorprese per la strada e prese a camminargli accanto, ponendogli domande. Cuccia camminava, in assoluto silenzio, ma l’altro non la smetteva. Domande su domande, con l’attesa della risposta. La scena è andata avanti per tutto il percorso e Cuccia, alla fine, non ha nemmeno salutato. “Domandare è lecito, rispondere è cortesia”, dice un proverbio. 
Se ci si accorge che si compare troppo spesso in video, bisogna uscire da una porta secondaria. Oppure salutare con la manina e sparire. E invece questo governo sembra volersi scavare la fossa con le sue mani. Presenza smodata. Ricerca costante dell’evento cui associare la propria faccia (alla Pertini a Vermicino, per intenderci). E poi vanterie come se piovesse. Provvedimenti demenziali spacciati per toccasana nel momento stesso in cui la gente legge indici economici catastrofici, previsioni nere, in presenza di uno spread raddoppiato e di una crescita negativa. Uno sforzo diuturno di rendersi antipatici. In questi casi, a meno di avere una faccia bella e simpatica come quella del ministro Alfonso Bonafede, l’epilogo è fatale.
Ma alcuni continuano a credere che il miglior posto per accendersi una sigaretta sia nella penombra di una polveriera. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
aprile 2019




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POLITICA
11 aprile 2019
NETANYAHU E LA PACE ISRAELO-PALESTINESE
La vittoria di Benjamin Nethanyahu è stata salutata con un moto di delusione da chi sostiene la causa dei palestinesi. Netanyahu ha bloccato da anni i colloqui di pace e la sua rielezione non migliora certo le prospettive. Ma se quel primo ministro chiude ai palestinesi non bisogna chiedersi se è giusto o ingiusto bisogna chiedersi se fa o no l’interesse degli israeliani. Se Netanyahu avesse veramente chiuso la porta in faccia alla pace, sarebbe una sorta di criminale, e gli ebrei sarebbero degli sciocchi a sostenerlo: ma la realtà è diversa.
Israele, pur tenendo il coltello dalla parte del manico, ha sempre fatto pgni sforzo per arrivare alla pace: proprio perché le conveniva. Nel 1993 Shimon Peres arrivò a stringere pubblicamente la mano ad Yassir Arafat, in presenza di un Bill Clinton che stava tra loro come il gran sacerdote nello sposalizio della Vergine di Raffaello. Immagino che Peres per superare il disgusto avrà ingoiato un chilo di tranquillanti, e tuttavia la pace non si è avuta, né allora né dopo. 
A conclusione della Guerra dei Sei Giorni (1967) ai palestinesi è stata promessa la rivincita. Questione di settimane. Forse un paio di mesi. Invece sono passati oltre cinquant’anni e siamo al punto di partenza. Ciò perché quei poveracci, abbandonati perfino dalla Giordania (che ha rinunciato ad averli come cittadini) sono stati sempre mal consigliati. Mentre Israele, da vincitrice, ha cercato disperatamente la pace, i palestinesi, da vinti, sono stati sobillati da chi non soffriva sulla propria pelle la condizione di paese occupato, fino ad avanzare richieste irricevibili.
In maggioranza i palestinesi sono gente laboriosa e pacifica: ma non hanno mai avuto leader ragionevoli. Da fuori tutti soffiavano sul fuoco dell’odio, e i leader sono sempre stati degli estremisti e perfino dei criminali. A cominciare da Arafat per finire oggi con Hamas. E Gaza nel mondo è uno dei posti peggiori in cui vivere. Dunque i palestinesi sono stati resi irragionevoli e ciò ha finito col bloccare tutti i negoziati. Fino ad arrivare  all’accettazione di Israele del fatto che sono inutili. 
Poi per decenni i palestinesi – come sempre spinti da chi non ci perdeva nulla – hanno cercato di piegare gli israeliani col terrorismo. Tutte le forme di crudeltà contro gli inermi di cui oggi parla il mondo, dai dirottamenti aerei alle stragi di innocenti con auto-bomba, dai terroristi suicidi all’attacco di commando per sparare all’impazzata su degli inermi, tutto è stato inventato per applicarlo contro Israele.E allora il mondo assisteva indifferente: era un affare israelo-palestinese. 
Ma il tempo è passato e gli israeliani, avendo capito che non si poteva avere un rapporto normale con i palestinesi, hanno edificato un muro che li tenesse lontani. Ciò ha reso Israele un Paese pacifico come pochi. Nessun attentato da tempo, se non qualche imparabile atto di terrorismo individuale, e comunque niente di serio o di allarmante. Ovviamente le anime belle europee hanno criticato quel muro, come se fosse immorale avere una porta blindata in un quartiere di ladri. E nel frattempo, mentre quel terrorismo che prima era sembrato un affare israelo-palestinese è sparito proprio dalla Palestina, quel cancro si è spostato nelle grandi capitali europee, fino a stragi assurde come quella di Nizza, di Parigi, di Madrid, di Mumbay, e di tanti altri posti. Ora saremmo lieti noi, di poter erigere un muro per tenere lontano chi ci vuole uccidere. 
I palestinesi hanno sbagliato tattica. Prima hanno chiesto assurdamente una vittoria a tavolino dopo aver perso sul campo di battaglia, poi non soltanto non hanno accettato la pace ma, non avendo armi leali da opporre a Tsahal, si sono dati al terrorismo. Così Israele si è arroccata sempre più, fino a togliere loro ogni arma. 
I palestinesi   sono come quei proprietari di case che, volendole vendere a cento, resistono per anni, sul mercato, fino al momento in cui sono costretti a svenderle, rimpiangendo di aver perso l’autobus quando gli offrivano ottanta. Ma di realismo, nel mondo arabo, non ce n’è mai stato molto. 
Ormai gli israeliani la pace la vorrebbero, ma non ne hanno più bisogno; mentre i palestinesi ne avrebbero bisogno ma hanno soltanto imparato a rifiutarla. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
11 aprile 2019



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POLITICA
10 aprile 2019
ERISTICA
“Di vaccini parlo soltanto con chi è laureato in medicina”, ha detto un famoso clinico. Con ragione. Ci sono campi così specialistici che già il loro linguaggio li rende esoterici. Se i matematici di professione hanno difficoltà a capire la teoria della relatività, come volete che dica qualcosa di plausibile chi ha difficoltà con le quattro operazioni?
E tuttavia, come ha detto qualcuno , “Non è importante avere ragione, è importante vedersela dare”. E ciò corrisponde a dire che, dal punto di vista pragmatico, verità e bugia hanno lo stesso valore: l’essenziale è che convincano. 
Non è un caso che tutti i patrizi romani studiassero diritto e retorica. Diritto per il cursus honorum, cioè per fare carriera nell’amministrazione pubblica; retorica, cioè la buona lingua e l’arte di parlare in pubblico, per convincere l’uditorio. Gli esseri umani infatti sono più sensibili alla suggestione che al ragionamento. Dovendo dimostrare che un delitto è tremendo non bisogna descriverlo, bisogna mostrare una fotografia. Non è un caso che Antonio, per sollevare la plebe contro i congiurati, abbia mostrato la toga di Cesare intrisa del suo sangue. L’orrore di un delitto raccontato bisogna rappresentarselo mentalmente, una toga inondata di sangue è qualcosa che si vede. 
Per risultare convincenti bisogna essere bravi con gli esempi e i paragoni. La teoria è astratta, mentre l’esempio è concreto, quasi “visivo”. Inoltre, dal momento che sembra parlare d’altro, il paragone suscita nell’ascoltatore minori resistenze. Se si dice che i figli che si comportano male vanno scacciati di casa, molti cercheranno di obiettare: “I figli sono sempre figli, abbiamo sempre dei doveri verso di loro, bisogna piuttosto cercare di riconquistarli”. Per questo è bene partire senza urtarli, dicendo: “Noi amiamo i nostri figli. Sono carne della nostra carne, e sangue del nostro sangue. Sono, come l’acqua, una condizione fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità.  Ma berremo per questo l’acqua di un pozzo avvelenato?” Qui l’artificio tecnico consiste nell’aprire un largo credito alle opinioni dei futuri oppositori, per poi incastrarli con l’ultima frase, altrettanto innegabile.
Per non dire della potenza dell’umorismo. Chi riesce a ridicolizzare l’avversario ha già vinto. In questo campo Voltaire si rivelò un maestro. Rousseau gli mandò il suo scritto sul buon selvaggio e Voltaire gli rispose d’aver trovato quel testo tanto convincente che si sarebbe volentieri rimesso a camminare a quattro zampe, se la mancanza d’esercizio e l’età avanzata non gliel’avessero reso impossibile. Certe battute da sole valgono un trattato. Per esempio questa, di Margaret Thatcher: “Il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri”. 
Invece troppi annoiano il prossimo e non si occupano a sufficienza del punto di vista dell’ascoltatore. Non tengono conto del fatto che tutti hanno tendenza a distrarsi ed annoiarsi. Se si sprecano i primi secondi per fare una premessa si è perduto l’autobus. Bisogna cominciare con l’enunciare la propria tesi nel modo più stringato possibile, accompagnandola, con la migliore prova a disposizione,. Poi, se si è ottenuta l’attenzione del prossimo, si potrà illustrare più compiutamente il proprio punto di vista. Chi annoia non convincerà mai nessuno.
In generale può essere un buon consiglio cominciare “fuori tema”. Il problema condominiale è il riscaldamento ed ecco che uno comincia parlando di Montezuma e di Pizarro. Se è abbastanza artista da narrare bene l’episodio, e abbastanza abile per applicarlo al problema, ha fatto un affare. L’essenziale è che si sia suggestivi. Volendo convincere qualcuno a fare testamento, bisogna dire: “Se una madre ha tre figli litigiosi, gli regala una torta e li invita a mettersi d’accordo o la divide lei stessa, per evitare che litighino?”
La frase del grande clinico, che non parla con chi è laureato in medicina, è dunque sbagliata. Se è convinto (giustamente) che i profani non siano in grado di discutere di vaccini, deve rifiutarsi di partecipare a un talk show. Perché in quella sede tutti credono di avere diritto alla parola. Se proprio non era previsto che se ne parlasse, dovrebbe dire soltanto: “I tecnici sono di questo parere”.  E se qualcuno obiettasse: “Ma io non sono d’accordo”, dovrebbe rispondere sorridendo: “Purtroppo la scienza non tiene conto del Suo parere”. 
Ma non bisognerebbe mai partecipare mai ad un dibattito con degli ignoranti. Come suona un vecchio detto, ”I terzi potrebbero non notare la differenza”. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
3 aprile 2019




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POLITICA
9 aprile 2019
SMETTETELA DI AIUTARE SALVINI
La Alan Kurdi, la nave dell’organizzazione non governativa tedesca Sea Eye, dinanzi al divieto di entrare nelle nostre acque territoriali per sbarcare migranti sul suolo italiano, ha cambiato rotta e si dirige verso Malta. Spera di avere migliore accoglienza, anche se le esperienze precedenti non sono incoraggianti. Ma l’o.n.g. non ha rinunciato a scagliare “la freccia del parto” contro il ministro Salvini. Questi “umilia le persone” e “sfrutta tutto e tutti per ottenere il massimo vantaggio possibile da questa situazione”. Ma va detto che la situazione non l’ha creata il ministro: l’ha creata la Sea Eye. 
In realtà è l’intero comportamento della Sea Eye ad essere sbagliato. In primo luogo non ha effettuato un salvataggio di naufraghi, ma un cambio di natante, per usarne uno più adatto all’alto mare. Infatti i migranti – che non avrebbero certo tentato di traversare il Mediterraneo su un gommone e non sono stati raccolti da una nave di passaggio: la Sea Eye era in quel tratto di mare con la precisa intenzione di raccogliere migranti e portarli in Europa, attraverso l’Italia. Forse addirittura su appuntamento, Non sarebbe nemmeno la prima volta. Dunque il suo lamento è scorretto. Si può comprendere la sua intenzione di aiutare l’emigrazione di quei poveracci, ma perché dovrebbe imporne a dei terzi l’accoglienza? E perché dovrebbe ottenere dagli italiani o dai maltesi acqua, cibo ed altri rifornimenti? L’intrapresa è sua e non si vede perché altri dovrebbero pagare tutto a piè di lista. 
E tuttavia ciò è secondario rispetto ad un’altra considerazione. Tutte le organizzazioni di questo genere sembra non si rendano conto che Matteo Salvini su questo argomento ha l’intera Italia, dietro di sé. E che proprio per avere attuato questa politica le intenzioni di voto per il suo partito sono più che raddoppiate. Dunque, se lo accusano di ogni possibile reato, se lo dichiarano malvagio e inumano, non fanno che aumentare i suoi consensi. Sopra l’aureola del salvatore della Patria gliene mettono una seconda: quella di vittima dei falsi buonisti e dei benefattori a spese altrui. 
Pure chi non è d’accordo con la politica di Salvini deve ammettere che questo non è il miglior modo per contrastarla. Oggi come oggi, dichiararsi favorevoli all’immigrazione incontrollata e alluvionale corrisponde a spararsi sui piedi, e che la sinistra continui a farlo è un’occasione di mestizia. Gli ex comunisti non hanno rinunziato al vecchio pregiudizio di avere il diritto di insegnare a tutti che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. E il partito “docente” non cambia politica nemmeno se l’intero popolo la pensa in un altro modo,. Come diceva Lenin: “E se la realtà ci dà torto, tanto peggio per la realtà”. Solo che Lenin poteva dirlo perché era un dittatore, mentre Zingaretti non può ordinare agli italiani come votare. 
Per l’Italia il governo in carica è una disgrazia.  Dunque sostenerlo, come fa la Sea Eye, è delittuoso. Ed è delittuosa anche la politica del Pd. Questo partito è già in gravi difficoltà e si associa ad una causa che, non importa se giusta o sbagliata, è invisa alla massa. Dunque allontana ulteriormente il momento in cui avremo un’opposizione credibile.
La politica non è una religione le cui verità rivelate vanno imposte al popolo. È questo l’errore commesso dai sovietici, talmente convinti della giustezza delle teorie di Marx da averle inflitte alla Russia, e poi all’intera Europa Orientale, per decenni. Al prezzo di infinite tragedie. In molti speravamo di essere guariti da questi fanatismi, ma a quanto pare sono ancora possibili ricadute. 
La politica è l’arte del possibile e deve trarre insegnamento dalla realtà: invece noi seguiamo ciecamente vecchi dogmi. L’intera Europa è malata e i rimedi che si propongono sono quelle stesse ricette di sinistra che l’hanno fatta ammalare. La Francia e l’Italia – che per molti decenni hanno avuto i due più grandi partiti comunisti del mondo libero - hanno statalizzato almeno metà dell’economia ed hanno cercato di farla prosperare con spese assistenziali e investimenti pubblici in deficit. Così oggi hanno ambedue un debito pubblico che rischia di farle fallire. E qual è la ricetta univesalmente proposta? Gli investimenti pubblici in deficit. In queste condizioni qualunque futuro guaio non sarà immeritato. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 aprile 2019 




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POLITICA
8 aprile 2019
CONTE NON È NESSUNO
Ogni volta che qualcuno, in Italia, vuol parlare di ansia e sospensione, si butta sull’inglese e parla di “sàspens”. Ogni volta che qualcuno dice “sàspens”, io dico, a bassa voce, “s-spèns”. Perché quella è la pronuncia giusta. Come mai tanta cura, come mai una tale programmata e costante reazione ad un innocente errore come tanti? Non voglio che mi entri nelle orecchie una parola inesistente. Non voglio abituarmi a considerare normale ciò che è anormale. Perché spesso non si tratta soltanto di piccoli errori. Qualcuno ha detto che una bugia ripetuta infinite volte diviene verità e ne prende il posto. Dunque l’unico modo per contrastare un monotono errore, una monotona bugia, è ripetere mentalmente la smentita, con uguale testardaggine e uguale costanza. Sento “pèrformans”? Ed io ripeto: “p-fòrmans. Dicono “manàgement”? Ed io: “mànagment”. Per decenni. Per infine essere costretto ad indignarmi sentendo “flet tax”. Dio mio, la vocale è la stessa: o “flet tex”, o “flat tax”, mentre in realtà è “flaet taex”, con la “a” inglese, che non è né “a” né “e”. Ma poi, questo inglese gliel’ha prescritto il medico?
La ripetizione ha una sua pericolosa suggestione. C’è stato un momento in cui l’Europa ha ripetuto e ripetuto il concetto di “razza ebraica”, mentre una razza ebraica non è mai esistita. Eppure così si è passati da “esiste una razza ebraica”, a “loro sono di razza ebraica e noi no”, per infine concludere: “ammazziamoli”.
Quello di reagire immancabilmente alle inesattezze è un esercizio faticoso, ma è l’unica maniera di non darla vinta alla pubblicità, all’ignoranza, alla demagogia. Per esempio, sentiamo dire che il Presidente del Consiglio dei Ministri è Giuseppe Conte. E infatti lo si aspetta all’uscita, lo si ascolta, lo si intervista, lo si filma e si manda in onda il prezioso risultato. Ed io, ogni volta , ripeto senza la minima animosità: “Non è nessuno”. 
Non ce l’ho affatto con lui. Per quanto ne so, Giuseppe Conte è un professore universitario di diritto (tanto di cappello), un avvocato, parla inglese, veste benissimo, è garbato. Non è parlando del prof.Conte chei direi: “Non è nessuno”. 
Partiamo dalla Costituzione: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Come si vede non si tratta di funzioni da poco. Il primo comma sembra mettere sullo stesso piano da un lato il presidente, dall’altro tutti gli altri ministri e il secondo gli affida la scelta dei ministri. La Costituzione gli dà tanta importanza perché immagina che egli sia alla testa di una maggioranza parlamentare, un politico che determinerà l’azione dell’intero governo. Se tutto questo è vero, in che misura Giuseppe Conte rientra in questo quadro? La risposta è semplice: in nessuna. 
Questo Primo Ministro pesa meno dei suoi vice e anche meno di semplici personaggi come Giorgetti. Non ha scelto lui i ministri, che anzi ha fatto lui stesso parte del pacchetto scelto dai Di Maio e Salvini. È lui che deve avere la loro fiducia, non loro la sua. Insomma questo signore non è il capo del governo perché non è più forte del governo, non ha un suo potere politico, non può minacciare nessuno e non può certo determinare la linea politica del governo. È un facente funzione, un portavoce. Un cappello su una sedia vuota. 
Non è colpa sua. Chiunque fosse stato scelto al suo posto sarebbe nelle condizioni in cui è lui. Dunque, dicendo: “Non è nessuno” non si vuole disprezzare quell’uomo, si intende dire che non è il Presidente del Consiglio dei Ministri descritto dalla nostra Costituzione. Ciò posto, se qualcosa si può addebitare al prof.Conte, è che lui tutto ciò sembra dimenticarlo. Concede interviste e, parlando del governo, dice “noi”, mentre per la costituzione dovrebbe dire “io” e per la realtà né “io” né “noi”. L’art.95 della Costituzione recita infatti: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”. Ora c’è qualcuno in Italia che reputi che la politica generale del Governo sia determinata da Giuseppe Conte?
A Conte può essere rimproverato il fatto che ci costringa a ricordare continuamente come stanno le cose, s-spèns, non sàspens. Invece di tendere alla visibilità, dovrebbe tendere all’ombra. Invece di concedere interviste, dovrebbe star zitto. Dovrebbe provare a farsi dimenticare. Una donna non è responsabile delle sue brutte gambe, ma è responsabile di mettersi in minigonna.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       8 aprile 2019



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POLITICA
7 aprile 2019
L'ICONOCLASTIA DELLE BUSSOLE
Il Titanic è andato a fondo nel 1912. Più di cent’anni fa. E tuttavia nessuno dimentica quel naufragio. Sia per la qualità della nave, sia per il numero di vittime, sia soprattutto per l’indicibile tragedia di centinaia di persone che sapevano di dover morire di freddo, nelle acque gelide dell’Atlantico, fra non molto tempo. E che sapevano di non poter far nulla per salvarsi. 
Quegli sfortunati non avevano nemmeno con chi prendersela. Non con il capitano, innocente. Non con i fabbricanti del transatlantico che, con ragione, l’avevano dichiarato inaffondabile, e che non potevano immaginare una lama di coltello che ne avrebbe squarciato per lungo la fiancata, annientando tutte le loro previsioni. Né potevano essere colpevoli gli scienziati per non avere ancora inventato il radar, un congegno, forse l’unico, che avrebbe realmente potuto evitare quel disastro. Il Titanic è rimasto impresso nelle menti di tutti come icona della tragedia che si vive ineluttabilmente. Ad occhi aperti, in tutto il suo orrore, e senza riuscire a sfuggirle. 
Qualcosa di simile sembra stia avvenendo in Europa. Una sorta di crollo contemporaneo di regole, valori, linee guida. Come si fossero guastate tutte le bussole. Un esempio l’abbiamo in Spagna col caos politico, e l’assurdo indipendentismo catalano, alimentato dall’eccessiva tolleranza precedente. Un altro esempio lo abbiamo dove meno ce lo saremmo aspettato, in quella Gran Bretagna che per secoli è stata maestra di pragmatismo e di democrazia, e che oggi sembra aver perso il primo e dimenticata la seconda. 
Ma ancora peggio del Regno Unito siamo messi noi italiani perché, mentre la nave inglese va senza meta incontro al mare aperto, noi nella nebbia intravvediamo già l’iceberg. E non per questo il capitano cambia rotta. Fra l’altro abbiamo scoperto con terrore che non c’è un capitano. Siamo tutti passeggeri e ognuno cerca di salvarsi ricavando dalla situazione la massima utilità personale, senza rendersi conto che la massima utilità la ricaverebbe dalla massima utilità comune. Ma questo non c’è modo di spiegarlo. Le stesse parole sembrano incartarsi in un ironico mulinello del vento. 
E allora per rendere chiaro il concetto scendiamo sul concreto. All’interno del governo la lite è ogni giorno più conclamata. Prima molti hanno creduto che fra i due partiti lo scontro fosse  una sceneggiata o un gioco delle parti, magari in vista delle elezioni europee. Ora aumenta sempre più il numero di coloro  che credono si sia arrivati alla vera zuffa, in cui non sono nemmeno sclusi i colpi sotto la cintura. E molti si chiedono per quanto tempo ancora il governo potrà sapravvivere.E tuttavia la domanda più angosciosa è un’altra. Se cade il governo, chi, e con chi, governerà l’Italia? Chi firmerà la prossima “legge di stabilità”, e che contenuto avrà? Come reagiranno le autorità europee, le Borse, e soprattutto gli italiani? I nostri politici si battono per avere il miglior titolo sui giornali di domani, e sembrano non accorgersi dell’enorme problema dei prossimi mesi.
Forse tutto ciò dipende, in Italia come in Europa, da una epocale crisi di valori. Il pensatore più dichiaratamente irreligioso dell’Occidente, Voltaire, era politicamente favorevole alla religione. Ovviamente non credeva all’azione di Dio nella vita umana, e considerava la fede un’aberrazione dello spirito, ma era contento che il popolo, oltre a temere il gendarme, cioè la forza dello Stato, temesse anche il “gendarme interno”, instillato nella sua coscienza dal timor di Dio. La religione era un cumulo di falsità, e tuttavia una regola per il popolo. Poi l’Illuminismo ha quasi annichilito la fede ma Jean-Jacques Rolusseau è riuscito a farla sopravvivere trasformandola  nel referente sentimentale di un indistinto buonismo, una “forma della sensibilità”. Così l’ha disancorata dalla dottrina (un po’ come fa ai nostri tempi Papa Francesco) ed ha tolto all’uomo la bussola . Insomma Nietzsche ha finalmente avuto ragione: Dio è morto e con lui anche il gendarme interno. 
L’uomo si è sentito libero, ma anche privo di guida. E questo è stato soltanto l’inizio. Imboccata la china iconoclasta, l’umanità occidentale ha cominciato a distruggere non soltanto gli altari, ma la democrazia rappresentativa; l’autorità dei maggiorenti; l’autorevolezza dei tecnici e perfino la scienza. Nella sua furia oggi non risparmia nulla, trova sia meritorio distruggere tutto, perfino una scuola seria, perfino la lingua italiana, perfino la buona educazione. Siamo alla contestazione per la contestazione.  Ciò che prima aveva valore deve essere distrutto perché ha il torto di essere ancora vivo. E da questo l’anarchia, il caos, la spaventosa ignoranza anche dei cosiddetti laureati. L’Italia merita a pieno titolo la definizione di nave senza nocchiero in gran tempesta. Con quel che segue. 
Ognuno si comporta come se non avesse la responsabilità di nulla. Come se il pane che mangiamo e la libertà di cui godiamo dovessero esserci assicurati non si sa da chi. Siamo come dei bambini piccoli in braccio a papà, lui ci sostiene e noi gli diamo calci, ché tanto certo non ci lascerà cadere. Perniciosa illusione. Anche i transatlantici inaffondabili possono finire in fondo all’oceano. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
4 aprile 2019
L'IMPOSSIBILE FINE DELLA FOLLIA
Se ciò che sta avvenendo a Londra avvenisse a Roma non avremmo difficoltà a capirlo. Non soltanto l’Italia è un Paese unito da poco, ma certo non ha le secolari tradizioni democratiche inglesi. Inoltre noi siamo da sempre – ce lo ha insegnato Dante – una nazione litigiosa. Per noi è quasi più facile allearci con un estraneo contro nostro fratello, che con nostro fratello contro un estraneo. Insomma, l’Italia produce non raramente individui superlativi, ma come nazione, per parecchi versi, non facciamo il peso contro altri Paesi europei. 
Come se non bastasse, il carattere nazionale di noi “continentali” non ci favorisce. Mentre la Germania ha inventato il Romanticismo e – purtroppo – il nazismo, l’Inghilterra ha inventato una democrazia che si tiene il re, e soprattutto la locomotiva a vapore. Cioè  sul continente cerchiamo la soluzione astratta e generale; su quell’isola si cerca una soluzione che “vada abbastanza bene”, duri a lungo e non crei troppi problemi. Gli inglesi sono caratterizzati da un grande pragmatismo, tanto che una volta si diceva che in Inghilterra si era liberi di far tutto, “salvo dir male della Regina e far spaventare i cavalli delle carrozze”. 
Purtroppo stavolta, nella vicenda della Brexit, gli inglesi si stanno comportando come noi e peggio di noi. Dov’è dunque finito il loro pragmatismo? Dove sono le loro fenomenali capacità di compromesso, la loro ricerca di una soluzione non perfetta ma soltanto “abbastanza buona”? Attualmente i vari gruppi – i conservatori, i laburisti, i deputati nordirlandesi, per non parlare degli scozzesi – sono risoluti a non rinunciare al loro punto di vista, crolli il mondo: cioè che si finisca con l’adottare una non-soluzione (no deal) che tutti, in Gran Bretagna come nell’Unione Europea, reputano pessima. Come si spiega tutto questo? È vero che questa soluzione è stata ieri respinta, ma con un solo voto di maggioranza su oltre seicento. Insomma la moneta è caduta testa ma poteva benissimo cadere croce. 
Riguardo a questa insolita ventata di follia albionica, si possono fare soltanto delle ipotesi. Ipotesi che il tempo potrebbe anche smentire ma che può lo stesso essere interessante esaminare, partendo da un dato generale. Quando in una discussione che deve obbligatoriamente avere uno sbocco pratico ci si intestardisce a morte sulla propria posizione non significa che si è assolutamente convinti della bontà del proprio punto di vista, perché questa convinzione l’hanno anche coloro che alla fine accettano un compromesso. La differenza è che, quando si rifiuta ogni soluzione intermedia, è perché si è disposti ad accettare anche il vericarsi dell’ipotesi peggiore. 
Chi teme seriamente l’ipotesi peggiore ha tendenza a fermarsi almeno un momento prima del burrone. Chi viceversa è arrivato ad un tale grado di esasperazione da non temere più nulla, nemmeno il suicidio, rimane fermo nelle sue posizioni. Quasi pensasse: “Peggio di come va assolutamente non può andare. Dunque, eventualmente, muoia Sansone con tutti i filistei”. 
Se questa ipotesi ha qualche fondamento, se ne deduce che gli inglesi non stanno discutendo della Brexit quanto del sistema politico britannico. Accanto alla volontà di far sì che il Paese adotti la soluzione che loro preferiscono, c’è la subordinata: “Oppure buttiamo tutto all’aria”. 
Proprio noi italiani, noi che abbiamo votato per oltre il 32% a favore dei demenziali “grillini”, e che, ancora oggi, non vediamo alternativa all’attuale governo, dovremmo capire gli inglesi. Gli italiani non sono stati stupidi per un terzo (33%) come hanno detto le urne. Si rendevano perfettamente conto che il M5S aveva le idee confuse, era composto da incompetenti, aveva programmi rovinosi o inapplicabili. E infatti non votavano perché esso “facesse qualcosa”, ma perché esso “distruggesse qualcosa”. Mandasse a casa i politici precedenti, facesse la guerra all’establishment in blocco, andasse perfino contro le istituzioni, sia nazionali che europee. Insomma una forma di esasperato nichilismo che richiedeva più il falò della casa comune che la sua ristrutturazione. 
E allora, se questa è la situazione italiana, se questa è la situazione inglese, e se queste sono le situazioni, non del tutto dissimili, in Spagna e in Francia, per non parlare dell’Ungheria, non c’è da pensare che sia in crisi il modello ritenuto universalmente valido, almeno per tutta la seconda metà del Ventesimo Secolo? 
Verso la fine di quel secolo Francis Fukuyama, non riuscendo ad intravvedere nessun sostanziale cambiamento nel futuro delle democrazie, ipotizzava “la fine della storia”, cioè l’assenza di grandi novità. E invece ecco che vent’anni dopo abbiamo forse una diversa ipotesi: forse è vero che le grandi nazioni, pur molto scontente della loro situazione, non riescono ad immaginare nuove istituzioni e nuove soluzioni, ma sono abbastanza folli per volere lo stesso il cambiamento, ad ogni costo. Anche al costo di buttar giù tutto, senza neanche sapere come ricostruirlo. 
Forse Fukuyama ha commesso un errore, parlando di “fine della storia”. In realtà questa non ci sarà mai, perché mai ci sarà la “fine della follia”. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
4 aprile 2019




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POLITICA
3 aprile 2019
PICCOLA NOTA SULL’EDITORIA E RACCONTO ESEMPLARE

Leggiamo sul “manifesto”(1) che  “La direttrice della collana ‘Cadre noir’ la linea ‘gialla’ di una delle più importanti case editrici francesi, ‘Le Seuil’, ha deciso di sospendere la pubblicazione dell'ultimo libro di Cesare Battisti già pronto per la stampa. A suo dire, dopo la confessione degli omicidi commessi dall'autore una quarantina di anni fa, mandare il romanzo di Battisti in libreria sarebbe in questo momento ‘indecente’ ”.  E il testo continua condannando questa decisione: è inaccettabile che “un'opera di fiction, un brano musicale, o qualunque altra espressione artistica possa essere interpretata come apprezzamento assolutorio della biografia del suo autore”. Ci dispiace per il “manifesto”, ma chi scrive quelle righe non ha mai avuto seriamente a che fare con le case editrici. 
Un libro non viene pubblicato per assolvere o condannare il suo autore (questo è vero), e neanche perché sia un capolavoro o una schifezza. Un libro viene pubblicato soltanto perché l’editore spera di venderlo bene e guadagnarci. Perché il suo autore, poco importa che ciò avvenga perché è un santo o un omicida seriale, sollecita la curiosità del pubblico. Non soltanto un romanzo o un saggio sono una merce come la mortadella, ma vengono “consumati” meno onestamente della mortadella. L’insaccato è giudicato dal suo sapore e il giorno dopo, se il cliente l’avrà apprezzato, tornerà a comprarlo, magari consigliandolo agli amici. Il libro invece non si vende, neanche se fosse ottimo, in primo luogo perché nessuno lo assaggia. E, in previsione di questo, nessun editore lo pubblica. Dunque l’editoria applica irremissibilmente il noto principio: “divieni famoso e pubblica un libro”, non “pubblica un libro e diventerai famoso”. 
Cesare Battisti è diventato famoso come terrorista ed ha pubblicato dei libri. Magari buoni, è possibile. Ma non li avrebbe pubblicati se non fosse stato un pluriomicida per motivi politici, coccolato dagli “intellos” parigini. E se ora la funzionaria del “Seuil” parla di non pubblicarlo, non è per motivi morali: semplicemente si rende conto che scrivere “Le Seuil” sulla copertina del libro oggi potrebbe fare cattiva pubblicità alla casa editrice. E ci viene a parlare di indecenza? E non è stata un’indecenza, se così lei la pensa, pubblicare prima gli altri libri? Ci risparmi la predica. La politica editoriale del “Seuil”, come di tutte le case editrici, è puramente commerciale. E nessuno gliene fa una colpa. O forse soltanto quella di non avere letto La Rochefoucauld e di prenderci per allocchi.
Queste osservazioni meritano tuttavia un poscritto. Qualcuno infatti potrebbe obiettare che, se fosse veramente come dico io, non si pubblicherebbe mai lo scritto di un autore ignoto. Giusto. Ma la pubblicazione avviene quando l’editore si lascia convincere dal suo fiuto che, con un adeguato lancio, quel libro si venderà bene e renderà bene. In altri termini, il libro “parte” se l’editore è importante, se è in grado di lanciarlo, se è in grado di comprargli “comparsate” televisive o perfino qualche recensione benevola su giornali importanti. Oltre naturalmente alle spese materiali di stampa, rilegatura e distribuzione. Tutte cose al di là dei mezzi di un singolo autore. E ciò spiega – insieme con la scarsità di opere importanti di autori ignoti – il fatto che si pubblichino libracci tradotti, soltanto perché si sono venduti bene in America. Se uno sconosciuto signor Alighieri proponesse la Divina Commedia ad un editore non si sentirebbe neppure dire di no: semplicemente non riceverebbe risposta. 
Che io l’abbia sempre pensata così lo dimostro anche con un racconto scritto molti anni fa, che chiunque può leggere qui di seguito, se ha tempo da perdere.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1) http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=430842817_20190403_14004&section=view

MEL NAVAC

Uno può essere nato a Troina, in provincia di Enna; essere figlio di un piccolissimo proprietario terriero; chiamarsi per giunta Carmelo Scornavacca, ed essere lo stesso una persona intelligente.
L’intelligenza è una qualità che può creare problemi, a chi vuole definirla. Gli scienziati, per cominciare, ne distinguono parecchi tipi e in fin dei conti non sanno come misurarla. Per Carmelo comunque è più semplice dire che, sin da ragazzino, riusciva in tutto. Andava bene a scuola, anche se studiava meno degli altri. Era un leader naturale fra i bambini. Li batteva tutti, per esempio quando si trattava di far volare gli aquiloni – e in quel paese a oltre mille metri d’altezza era raro che non soffiasse il vento – ma era lo stesso molto amato. Infatti non si vantava mai, non irrideva mai colui che aveva battuto ed anzi era prodigo di consigli: “A to cumeta”, il tuo aquilone, gli spiegava in dialetto, “non vola bene per questa e quest’altra ragione. Aspetta che lo aggiustiamo”.
Ma Carmelo il periodo della sua fanciullezza non amava ricordarlo: era stato soltanto un momento di preparazione. Un prezzo da pagare prima di poter spiccare il salto e andare a vivere a Catania, a casa dello zio Mario, per frequentare le scuole secondarie superiori. 
Zio Mario non si era mai sposato perché – amava dire citando Alberto Sordi – “non aveva mai voluto mettere un’estranea in casa”. A maggior ragione aveva avvertito il fratello che ospitava suo figlio ma rifiutava di essere suo tutore. E lo stesso discorso fece al ragazzo quando andò a prenderlo alla stazione degli autobus: 
“Ti avverto, gli disse, a casa, di te, ti dovrai occupare tu stesso. Marietta certo non si può occupare di farti da balia. Sappi anche che questa città è un covo di serpi e alla tua età potresti commettere un sacco di sciocchezze. Per giunta io – l’ho già detto a tuo padre - non ti sorveglierò. Non mi curerà che tu studi, non ti annuserò la bocca per vedere se hai fumato, ti lascerò le briglie sul collo e se esageri mi limiterò a rimandati a casa. O in albergo, se tuo padre te lo paga. Chiaro?”
Carmelo, anche se non aveva ancora compiuto quindici anni, aveva il senso della responsabilità. Sicché lo rassicurò: “A me basta avere un tetto sulla testa e qualcosa da mangiare. Per il resto, sarò io stesso il mio tutore. So perfettamente che il mio futuro me lo devo costruire da me”. E mantenne la parola. Non soltanto non dette mai problemi, allo zio, ma questi, col passare del tempo, si dimostrò più tenero di suo padre. Una volta che glielo disse, lo zio sorrise: “Ma che dici! Tu non sai che fortuna hai avuto, ad avere un padre come mio fratello Antonio. È l’uomo più sano di mente che io abbia conosciuto”. E dal momento che lui personalmente era uno psichiatra, era un parere che contava.
Quando non se ne hanno ancora venti, gli anni scorrono lentissimi ma Carmelo non si annoiava certo. Tolte le ore della scuola, e tolte quelle dello studio – che per nulla al mondo avrebbe sacrificato – frequentava i compagni, giocava al calcio, discuteva di politica, corteggiava le ragazze, si mise perfino a studiare la chitarra. E quando si accorse che aveva bisogno di prendere lezioni a pagamento, non chiese certo denaro allo zio: dette lezioni private, con l’aureola del fenomeno il cui voto minimo, in tutte le materie, era otto.
Ottenuto cum laude il diploma di scuola secondaria, si pose il problema della facoltà universitaria da scegliere. Per lo zio Mario – il primo col quale ne parlò – il problema non si poneva: “Qual è la materia che ti piace di più?” “La filosofia”. “E allora iscriviti in filosofia”. Ma non era così semplice. Quando, venuto il periodo delle vacanze, Carmelo se ne tornò nella sua Troina, suo padre a quel progetto fece un salto. Lo guardò sbalordito e quando riprese fiato gli dette distesamente del cretino. “E poi che mangi?” Infine, con somma sorpresa di Carmelo, gli citò un proverbio cinese: “Chi sposa una donna bella è come uno che compra un campo per guardare il cielo”.
-Che significa?
-Che la filosofia puoi studiarla quanto vuoi, senza per questo farne il tuo miserabile mestiere. All’università devi andare per imparare un mestiere, un mestiere se possibile lucroso. Che so, medicina. Economia e commercio. Biologia. Chi ti impedisce poi di leggere quel che vuoi?
-Ma a me piacciono gli studi umanistici.
-E allora studia legge. È la facoltà di chi non sa che facoltà scegliere.
Fu così che Carmelo, rispettando il parere di suo padre, si iscrisse nella facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania: Siculorum Gymnasium, ateneo che si vantava di essere stato fondato nel 1434, il primo della Sicilia. Da competere quasi con Bologna.
Il diritto fu una sorpresa. A scuola gli erano piaciute tutte le materie (tranne la chimica, a causa della professoressa Calandra, alla quale aveva votato il culto dell’odio) all’università scoprì che andava matto per il diritto romano, e per il diritto costituzionale, e per il diritto privato, persino per la scienza delle finanze. La solita bulimia. E anche qui il voto più frequente, sul suo libretto, fu trenta.
Si laureò in quattro anni (come usava allora), naturalmente con centodieci e lode, e uscì dall’Aula Magna annunciando lieto agli amici: “Visto? Sono finalmente sono passato dalla condizione di studente a quella di disoccupato!”
Mentre già si dava da fare per vedere a quale concorso di Stato potesse partecipare, suo zio Mario, vedendo che Carmelo non chiedeva un soldo a nessuno ma aveva problemi persino per andare a prendere una pizza con gli amici, gli propose, nell’attesa del famoso “concorso”, un lavoro non degno di lui, ma che intanto lo avrebbe reso autonomo. Infatti era amico di un dirigente di un supermercato disposto ad assumerlo per l’estate. Fu così che Carmelo, che nei supermercati era entrato soltanto per fare la spesa, si ritrovò commesso. E il lavoro gli piacque. 
“Sei un dongiovanni della vita”, gli disse suo zio. “Ti piace qualunque cosa. Ti avessero offerto di dirigere un bordello, avresti detto che dirigere un bordello è il più bel mestiere del mondo”.
-È un’esperienza interessante. E comunque la cosa più brutta è non avere soldi.
-Homo sine pecunia imago mortis, aveva sentenziato lo psichiatra. Neanche lui aveva dimenticato i suoi anni di liceo.
Carmelo non rimase a lungo commesso, perché presto divenne cassiere. Poi, anche in forza del suo titolo di studio, passò al reparto acquisti e dopo qualche mese ne divenne il capo. Fu notato dai dirigenti della catena alimentare, cominciò a guadagnare proprio bene e da quel momento divenne sempre più improbabile la partecipazione al famoso “concorso”. Una volta che aveva accennato con i suoi dirigenti alla possibilità di lasciare quel lavoro, questi si erano fatti in quattro per dimostrargli che sarebbe stato un errore, prospettandogli che avrebbe fatto carriera, nell’impresa, e dipingendogli gli impiegati di Stato come grigi travet. Insomma dimostrarono in tutti i modi che tenevano a lui. Il ragazzo che voleva iscriversi alla facoltà di filosofia stava forse per divenire un uomo d’affari. 
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Come spesso avviene, le più importanti decisioni finiamo con l’adottarle per caso. Non diversamente da come è spesso per caso che abbiamo incontrato la donna che poi diviene la nostra compagna per tutta la vita. Tre anni dopo che era entrato in un supermercato come commesso, aveva fatto tanta carriera da essere diventato il responsabile della sede di Siracusa. E da temere anche di divenire workaholic, un intossicato del lavoro. Un uomo prosaico, il cui scopo e la cui funzione nella vita erano quelle di aumentare il giro d’affari di quella struttura. No, questo non doveva avvenire, decise una domenica. Se il Presidente Reagan aveva detto che sarebbe stato un “President from nine to five”, dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, anche lui poteva fare altrettanto. 
Fu così che decise di tirare i remi in barca. Al supermercato avrebbe dedicato otto ore al giorno, non di più. E se in questo modo – in base al principio di Peter – avesse dimostrato che non meritava alcuna promozione, tanto peggio. Non abbisognava di più denaro di quello che guadagnava. Per anni aveva mirato almeno all’otto, al liceo; poi al trenta, all’università; ora doveva imparare a mirare al sei. Lo pagavano bene, e bene avrebbe fatto il suo dovere, ma nulla di più, senza zelo. Il sei si chiama anche “sufficienza”.
Prese gusto a programmare la propria vita futura. Doveva in primo luogo dedicare più tempo a Linda, sua moglie, che proprio lo meritava. Alla lettura, se non voleva realmente divenire “il sig.Direttore”. E perché non riprendere la chitarra? Anche se la distanza siderale che lo separava dai grandi solisti lo scoraggiava. Forse avrebbe dovuto dedicarsi alla fisarmonica. Ma soprattutto dovevano occupare il primo posto Linda e la lettura: “Non sono quello che voleva iscriversi in filosofia?”
Mantenne la parola e si accorse che, oltre a leggere, gli piaceva scrivere. Così cominciò con qualche articolo, che Linda trovò interessante. “Scrivi meglio dei giornalisti professionisti”, commentò. Lui le dette un bacio - chiedendole di non insistere, se no le avrebbe creduto – e tuttavia quel passatempo quasi gli prese la mano. Anche se quei suoi scritti finivano invariabilmente in archivio, sorprese Linda scrivendo anche articoli di costume, commenti politici, riflessioni sulla vita, e perfino ricordi d’infanzia. 
Ma presto si stancò della realtà. Di quella ne aveva a iosa col suo lavoro. Dunque  passò ai racconti e infine, inopinatamente,  pose mano a un romanzo. Le pagine presero ad accumularsi, e lui non sapeva in che modo quelle vicende si sarebbero concluse. “Ma proprio non hai una trama, in testa?”, gli aveva chiesto Linda. “Me la racconteranno i personaggi in cerca d’autore, aveva risposto. Questa storia mi terrà compagnia per mesi”.
Ma la vita, ancora una volta, decise al suo posto. La sua catena di supermercati attraversava un periodo problematico. Forse a causa della congiuntura economica nazionale, giungevano echi dalla Francia – cui la catena faceva capo – secondo i quali forse Parigi avrebbe amato ritirarsi dall’Italia. Inoltre i clienti, invece di aumentare, avevano tendenza a diminuire, anche se per questo Carmelo una spiegazione l’aveva: la causa erano certe scelte, riguardo alle linee di vendita che lui aveva vanamente cercato di contrastare.
E cominciò a preoccuparsi. Quando un’impresa chiude, la fanteria di solito rimane al suo posto, anche perché un un edificio che è stato costruito per essere un supermercato probabilmente rimarrà un supermercato. Anche se con un’altra ragione sociale. Viceversa per i dirigenti non c’è nessuna garanzia. Bastava che effettivamente la sua catena si ritirasse da Siracusa, perché  quel supermercato riaprisse con un direttore diverso da lui. Magari semplicemente perché amico dei nuovi padroni. Doveva proprio trovare una soluzione prima di essere costretto a farlo.
Di mettersi a studiare e fare un concorso, non se ne parlava neppure. Erano passati anni, dalla laurea, e non aveva voglia di riprendere quegli studi. Senza dire che avrebbe comunque subito una riduzione delle entrate. Come farla accettare a Linda? Forse avrebbero dovuto accontentarsi di una casa più piccola, forse avrebbero dovuto ridurre le spese correnti, ormai piuttosto cospicue… No, era meglio approfittare della sua nuova competenza come direttore di un’impresa.
Fu così che cominciò a pensare d’aprire un suo supermercato a Noto. C’era una notevole zona scoperta, con un bacino d’utenza che avrebbe potuto rivelarsi eccellente, ed era una buona occasione: ma per aprirlo erano necessari dei capitali, e lui certo non disponeva di somme tanto grandi. Si mise a fare il giro delle banche, ma gli servì soltanto per scoprire che anche una buona idea, perfino quando tutti la giudicano tale, non per questo induce il prossimo ad aprire la borsa dei denari. La banca sarebbe stata lieta di prestargli la somma necessaria, se soltanto lui avesse potuto offrire adeguate garanzie. Ma lui aveva soltanto la sua villa e gli altri due appartamenti che nel frattempo aveva comprato a Siracusa. Robetta. E per il momento non gli restava che continuare a lavorare come al solito.  nel supermercato, sperando che durasse. 
Ma non durò. Improvvisamente la sua catena di supermercati si ritirò dall’Italia, il suo stesso punto vendita chiuse - col solito corollario di sfilate di disoccupati per le vie della città, intervento dei politici e tutto il resto – e lui si ritrovò disoccupato. Tanto che cominciò a vivere dei suoi risparmi. 
Naturalmente tutti parlavano dell’opportunità di riaprire il supermercato, sia per non lasciare senza paga le decine di persone che vi lavoravano, sia per i molti clienti del vicinato, e infine – anzi, soprattutto - perché era un’occasione di guadagno, per chi avesse saputo farci.
Fu qui che Carmelo ebbe il suo colpo di fortuna. Una piccola banca che voleva farsi strada, sapendolo disponibile e stimandolo, si accontentò delle poche garanzie che poteva offrire, e si dichiarò disposta a finanziarlo generosamente, in cambio di una partecipazione minoritaria nel capitale.
Non erano passati sei mesi che Carmelo Scornavacca, uno che mai avrebbe pensato di divenire un imprenditore, si era ritrovato proprietario e direttore di un supermercato. Ma all’occasione era disposto a divenire cassiere, commesso, sorvegliante o elettricista. Doveva riuscire ad ogni costo a pagare le rate del mutuo. E presto i risultati si videro. Non soltanto il supermarket ritrovò la sua precedente clientela ma sotto la sua guida fece molti più affari di prima. “Volevo divenire un filosofo ed ecco che se un genialità sto rivelando, è negli affari, come Voltaire”, si diceva lui mestamente. Infatti, malgrado il successo e la prosperità, il denaro non lo allettava molto.
E tuttavia, se lui non amava il denaro, il denaro amava lui. In capo a qualche anno non soltanto aveva ripagato il debito con la banca, ma l’ingranaggio lo aveva costretto ad aprire anche a Noto quel supermercato al quale aveva pensato un tempo. Prima fece la spola tra Siracusa e Noto, poi ripensò ancora una volta a Ronald Reagan. Come faceva, quel diavolo d’uomo, ad essere Presidente from nine to five? Il segreto non poteva essere che uno: la capacità di scegliere i collaboratori e il coraggio di delegare. 
Ci riuscì. Trovò un direttore come si deve, la macchina prese ad andare avanti con i suoi propri mezzi, e lui divenne sempre più ricco. Tanto che, visto che si presentava una buona occasione, aprì un supermercato a Catania. E poi a Gioia Tauro, a Salerno, a Palermo, a Torre Annunziata, infine in tutta l’Italia. 
Si guardava allo specchio e non si riconosceva. Tanta gente, nel mondo, ha difficoltà a sbarcare il lunario; tanti imprenditori tentano disperatamente di aumentare il loro giro d’affari, e lui, senza strapazzarsi, sembrava azzeccare ogni mossa. “Mi sento Gastone, il cugino fortunato di Paperino”.
La sua fortuna – come essere umano - era però quella di avere mantenuto la sua decisione di tanto tempo prima: non doveva lavorare più di otto ore al giorno. “Il Capo, spiegava ai nuovi dirigenti che assumeva, è un buon Capo se sa scegliere i collaboratori, se sa avere fiducia in loro, e se sa delegare. Voi mi sembrate le persone giuste, ma devo avvertirvi che, nel caso mi sbagliassi, salterete voi, non io. Io non posso sorvegliarvi e non intendo farlo. Ma vi giudicherò dai risultati”. 
E tuttavia, da bravo Gastone, anche in questo era fortunato. Salvo in un caso al quale preferiva non pensare, i suoi dirigenti e tutto il suo personale lo rispettavano, come lui li rispettava. L’enorme macchina funzionava senza uno scossone, e lo spirito di serena collaborazione la pervadeva fino all’ultimo fattorino. Fra l’altro lui non permetteva a nessuno di essere arrogante, come non lo era lui per primo, neanche col ragazzotto appena assunto.
A questo punto si ricordò dell’Impero Romano. Una delle principali cause della sua decadenza, e infine del suo crollo, furono le sue dimensioni. Quando le cose si mettono male, i piccoli mammiferi sopravvivono, i dinosauri scompaiono. Decise dunque di non incrementare le dimensioni della sua impresa, per non lavorare di più e per non incappare nei difetti dei dinosauri. Anzi, cominciò a vendere qualcosa, e a ricavare un reddito dagli investimenti, in tutto il mondo. Era ormai miliardario e, per quanto riguardava la sua catena di supermercati, aveva soltanto il problema di prendere le decisioni strategiche. A titolo personale, aveva soltanto quello di occupare le otto ore al giorno, e forse anche qualcuna in più, che si era riservato.
Da tempo aveva ripreso a scrivere il suo famoso romanzo, quello di prima che avesse il problema di inventarsi un nuovo lavoro, ma andando avanti lo aveva amato sempre meno. Finché decise di considerarlo soltanto un allenamento. Un tempo aveva deciso che la trama l’avrebbero scritta gli stessi personaggi? Bene, stavolta non ce l’avevano fatta. Così cominciò un nuovo romanzo, con una trama perfetta e completa, elaborata, sulla base di un’idea centrale, durante una notte d’insonnia.
E stavolta fu l’innamoramento. Era così contento di ciò che scriveva che non vedeva l’ora di mettersi al computer. E scriveva, scriveva, scriveva tanto che il romanzo fu pronto in due mesi, correzioni e tre riletture incluse.  Personalmente ne era tanto soddisfatto, che stentava a nasconderlo. “Sono diventato narcisista, io che mi vantavo di non esserlo?” Ma anche Linda ne era entusiasta: “Finalmente questa è letteratura. Non è un saggio, non è una tesina universitaria, non è un apologo. Bravo!” Ma come fidarsi del giudizio di una persona che ti vuol bene da decenni?
Così, assunto un nome di fantasia, e dando come indirizzo quello di un suo supermercato, inviò il manoscritto ad un editore. Non ricevette risposta. Stupito, scrisse di nuovo per chiedere notizie, e infine ricevette una lettera, evidentemente pre-scritta, in cui gli si spiegava che quel romanzo “non rientrava nei programmi editoriali della Casa”. Aveva sbagliato editore. Dunque provò con un altro, ma ottenne lo stesso risultato. Un terzo si disse entusiasta del testo ma disposto soltanto a stamparlo “a spese dell’autore”. “E per questo, gli rispose lui, basta una qualunque tipografia”. Fece ancora qualche tentativo e infine si rassegnò. Vicolo cieco.
Passò un anno e gli rinacque la voglia di scrivere. Anche stavolta si ritrovò, lui uomo maturo, in preda ad una sorta di furore creativo. Il testo andava avanti da solo, tanto velocemente, che stentava a tenergli dietro. I personaggi stavolta facevano il loro dovere, tanto che una volta, scrivendo una scena commovente, si sorprese a piangere. Quasi che veramente assistesse a qualcosa che avveniva al di fuori di lui, e che lui si limitava a registrare, sul computer. 
Parecchie settimane dopo il fiume giunse al mare. “E ora il lavoro dell’artigiano”. Quel lavoro che Flaubert conosceva così bene.  Pagina dopo pagina, anzi, paragrafo dopo paragrafo, tolse ripetizioni, sveltì delle frasi, eliminò ambiguità, cancellò qualche goffaggine, e cercò di arrivare a quella perfezione che si chiama semplicità. Naturalmente, finito il lavoro, lo riprese da capo. Come diceva il grande Buffon, “le génie est une longue patience”, il genio è una lunga pazienza.
Solo quattro mesi dopo poté fermarsi, e guardare a ciò che aveva fatto, come un pittore che si allontana dal cavalletto, per dare un giudizio d’insieme sull’opera che ha terminato: “Comunque, non potrei mai scrivere qualcosa di migliore”. Non nel senso che quel libro fosse un incontestabile capolavoro, ma corrispondeva così esattamente al suo ideale che, in ogni modo, per lui era il massimo. Dunque non resistette alla voglia di riprovarci, con gli editori, e ricominciò con la catena dei no. 
Uno, due, tre, finché l’ottavo fu condito da una lettera personale dell’editore. Evidentemente una persona gentile, questo signore gli diceva che il testo gli era veramente piaciuto ma che nel mondo dell’editoria ciò non voleva dir nulla. Se gliel’avesse pubblicato – perché in fondo era questo, il suo mestiere – lui avrebbe sprecato il suo denaro e l’autore si sarebbe soltanto ritrovato con migliaia di libri invenduti. Avrebbe soltanto potuto regalarli agli amici, che li avrebbero accettati con l’aria di fargli un piacere. Se lui fosse stato un famoso calciatore – gli spiegava – se fosse stato una celebrità dello spettacolo, forse perfino un noto pluriomicida, forse il suo romanzo sarebbe stato un successo. Anche se fosse stato di molto inferiore a quello che gli aveva mandato. Invece, essendo lui uno sconosciuto, non aveva speranze. “La regola fondamentale dell’editoria non è: pubblica un libro e diverrai celebre ma divieni celebre e pubblica un libro”. La conclusione fu lapidaria: “Se oggi un ignoto signor Dante Alighieri volesse pubblicare il suo poema, potrebbe farlo soltanto a spese sue. Per poi invadere la sua cantina con le tremila copie invendute del suo inutile libro”.
Le considerazioni dell’editore gli fecero capire che dell’editoria, fino a quel momento, non aveva capito niente. Ma lo indussero anche ad una considerazione generale, proprio partendo da Dante. Il sig.Alighieri era un onesto borghese, iscritto alla corporazione di medici e speziali, che coltivava il piacere della poesia. E infatti, anche appoggiandosi sulla sua enorme cultura, aveva scritto una Divina Commedia che, oltre ad essere un’opera di fantasia e di fede, era anche una sorta di giudizio universale degli antichi e dei contemporanei. Reputava l’opera ben fatta e questo era anche il parere dei contemporanei. Ma quanto valeva, oggettivamente? Per “oggettivamente” bisognava intendere questa domanda: la “Commedia” sarebbe stata dimenticata qualche anno dopo la sua morte, quando non ci sarebbero più stati né l’autore né gli amici cui l’aveva fatta leggere, oppure sarebbe stata considerata per secoli e secoli un capolavoro immortale, sul quale si sarebbero curvate legioni di studiosi, fino a creare la corporazione dei “dantisti”?
Il dubbio era interessante. Dante come doveva considerare sé stesso, uno sciocco rimatore che si chiedeva se per caso non fosse un genio, o uno che – come Mozart – non si rendeva conto di essere uno dei giganti dell’arte di tutti i tempi? La letteratura francese, in questo campo, offre un esempio indimenticabile. Corneille, grande artista, da vecchio venne in uggia a tutti e fu praticamente dimenticato. Viceversa, nello stesso periodo, a teatro aveva un successo straordinario un autore, tale Quinault, che sul momento avrebbe avuto tutto il diritto di considerare sé stesso un genio. Invece che cosa hanno decretato i secoli seguenti? L’amareggiato e dimenticato Corneille fu un genio immortale, Quinault soltanto un nome per specialisti della materia.
Ora chi era lui, un poveraccio afflitto da un cognome ridicolo, uno che aveva fatto i soldi ma era tanto sciocco da credersi un romanziere, oppure un artista che pure valeva qualcosa e che l’infame sistema della pubblicità contemporanea condannava all’oscurità? 
Questo interrogativo, che avrebbe dovuto chiudergli per sempre tutte le porte, gli fece al contrario avere un’idea: “Se l’editoria, come sembra, è questione di marketing, io parto favorito. Perché il marketing è la mia competenza professionale. Se è così che il pubblico ragiona, bisognerà soltanto lisciarlo secondo il verso del pelo. E da ciò nacque un progetto grandioso. Bastava ribaltare il discorso del sig.Alighieri.
“Io, poteva dirsi Dante, non so se la Divina Commedia sia un’opera sbagliata, in ritardo sui tempi, noiosa e pedante o se è un capolavoro immortale. Naturalmente, se l’opera è sbagliata, Dio è stato gentile con me, quando mi ha lasciato nel dubbio. Ma se fosse un capolavoro, che me ne farei della gloria, quando sarò morto? Che ne saprò dell’apprezzamento dei posteri, capaci di dedicarmi vie, piazze, scuole, banconote, e di proclamarmi poeta nazionale?”
Ecco, pensava Carmelo: fatte le dovute proporzioni, questo ragionamento poteva applicarlo a sé stesso. Non aveva scritto la Divina Commedia ma, se l’avesse scritta, secondo quell’editore non avrebbe avuto maggiore fortuna. E allora avrebbe ribaltato il sistema col suo denaro e la sua abilità di professionista della distribuzione. Si sarebbe fabbricato il successo con la tecnologia pubblicitaria e si sarebbe goduto in vita tutti gli omaggi che un Dante contemporaneo potrebbe soltanto sognare. Rideva già di una società che avrebbe indotto a giudicare lui un genio, mentre magari lasciava nell’ombra un genio vero. Così, programmò la beffa con molta cura. 
Innanzi tutto, sempre obbedendo agli imperativi del marketing, decise che chiunque si fosse chiamato Carmelo, e per soprammercato Scornavacca, al massimo poteva vendere salumi. O ancor meglio latticini. Dunque raccolse un pezzettino di ognuno di quei nomi e di “Carmelo” si salvò soltanto “Mel” - Mel come Mel Gibson - e del lungo e prosaico Scornavacca sopravvisse il centro, “Navac”. Un nome di assonanza mitteleuropea, quasi Novak. Questo Mel Navac era nato da qualche parte e viveva da qualche parte, naturalmente, ma certo non poteva avere niente a che fare con la Sicilia terrosa e provinciale di Troina o Siracusa. Anche il titolo del romanzo, che era stato semplicemente “La strada di Armando”, divenne “Bagliori nella notte”.
Poi comprò una piccola casa editrice di Brescia, con tutto il suo personale, e la lasciò vivacchiare per qualche mese, quasi facendosi ignorare. Infine, ordinò al direttore di Brescia di preparare cinquantamila copie del manoscritto che gli inviava. Edizione di lusso, mi raccomando, e che non si preoccupasse delle spese.
Nel frattempo si mise in contatto con una delle migliori agenzie di pubblicità del Paese e organizzò – ancora una volta senza lesinare sulle spese – il lancio in grande stile del romanzo: quasi fosse l’opera molto attesa di un celebre scrittore. La pubblicità sui giornali e in televisione fu così efficace che, prima ancora che il libro fosse in vendita, la gente cominciò a chiederlo nelle librerie. Infine, se pure con molta cautela, si mise in contatto con qualche famoso critico, che sapeva non insensibile agli omaggi monetari, gli mandò il testo in anteprima e nel frattempo gli allungò sottobanco una busta ben gonfia, assicurandosene le critiche entusiastiche. 
La curiosità era divenuta nel frattempo enorme, e lui la coltivò a suon di centinaia di migliaia di euro. Non appena enormi pile del suo libro apparvero nelle librerie, organizzò un premio letterario, intitolandolo a quel libro. Pagando profumatamente, sollecitò qualche dibattito in televisione sul valore e il significato del romanzo, sia in senso letterario che in senso sociologico o addirittura filosofico, e insomma fece tanto baccano da creare ex nihilo un caso nazionale. 
Ancora una volta – come pareva fosse suo destino – l’iniziativa concepita in pura perdita si rivelò un affare. Ben presto non soltanto ricuperò tutte le spese affrontate, ma dovette far uscire una seconda e una terza edizione. E altro denaro guadagnò concedendo i diritti per la traduzione in altri tre Paesi europei. 
Anche in un altro senso le cose andarono meglio del previsto. Il successo di critica del suo romanzo andava infatti al di là di ciò che lui stesso aveva organizzato. Il libro piaceva sul serio, tanto che la curiosità rispetto al suo autore divenne enorme e i giornalisti si misero alla caccia del misterioso artista. Il direttore di Brescia tenne la bocca ermeticamente chiusa (ne andava del suo posto di lavoro) ma non altrettanto fece qualcun altro. Forse ognuno sperava di ricavarne qualcosa, certo è che, mettendo insieme a poco a poco i pezzi del puzzle, la verità venne a galla: il genio ignoto era un miliardario, un magnate della distribuzione commerciale. Mel Navac, nientemeno, era Carmelo Scornavacca. Qualche risata su quel nome e quel cognome fu inevitabile ma, come dicono gli anglosassoni, nulla ha più successo del successo. Non soltanto gli furono perdonati nome e cognome, ma tutti presero a chiamarlo signor Navac. Scornavacca rimase un cognome utile soltanto per amministrare i supermercati o per farne una domanda da quiz televisivo. Era nato Mel Navac: un autore di successo che aveva l’hobby di fare i miliardi con i supermercati. 
Carmelo tuttavia non rinnegava il buon senso contadino di suo padre e cominciò ad essere infastidito da questa beffa che aveva ormai i contorni della verità. Decise dunque che Carmelo Scornavacca doveva vendicarsi di Mel Navac e così, mentre prima aveva fatto di tutto per nascondersi, cominciò ad accettare tutti gli inviti, fino a divenire un personaggio televisivo. “Stasera avremo il piacere di avere con noi Mel Navac, il notissimo autore…”
Grande successo, grande curiosità, ma anche molta meraviglia. Come, mente tutti lo lodavano e l’apprezzavano, lui diceva soltanto di avere fatto uno scherzo all’Italia? Forse era in quel momento, che voleva scherzare, dicendo quell’assurdità, non quando aveva scritto quel libro che aveva fatto riflettere tanta gente, e di cui parecchi si erano addirittura dichiarati ammaestrati a meglio vivere!
Mel scoprì che distruggere un successo è tanto difficile quanto ottenerlo. Già soltanto provandoci si fece una fama d’originale, di siciliano paradossale, quasi di un emulo di Oscar Wilde, e ciò fece semmai aumentare le vendite del suo libro: ecco uno che non si era montato la testa; ecco uno che riconosceva che i soldi servono anche per avere il successo nel campo dell’arte (una cosa che consolò intere legioni di presunti artisti squattrinati); ecco uno che diceva la verità, anche quando non gli conveniva. Vediamo che ha scritto.
Il gioco andò avanti così per qualche mese, finché una sera Mel non si trovò a faccia a faccia con Andrea Saglietti, il famoso critico che lui mai avrebbe tentato di avvicinare, tanto aveva fama di severo e di incorruttibile. Il conduttore del talk show gli chiese anzi:
-Caro Navac, non ha paura di incontrare Saglietti? Lo sa che ha la fama di demolitore di miti?
-Non ho paura, gli rispose sereno. In primo luogo perché non sono un mito, in secondo luogo, il parere di un uomo onesto e al di sopra di ogni sospetto è sempre da rispettare. Può essere erroneo, quel parere, perché siamo tutti fallibili: ma ha il pregio di essere in buona fede.
Saglietti si limitò a sorridergli ironico, e ad accennare un inchino. 
Quando infine venne il suo turno, e il conduttore gli chiese di commentare il fenomeno Navac, il critico si aggiustò gli occhiali sul naso, si sistemò comodo nella poltroncina e guardando Mel negli occhi esordì: 
-Lei, caro Navac, mi fa l’onore di reputarmi onesto e in buona fede. Ed io dovrei in qualche modo ricambiare la cortesia. Confesso invece che mi sarebbe più simpatico se fosse più capace di accettare la verità. Anche quando non è quella che si aspettava.
-Chi glielo dice, che non ne sono capace? protestò Mel. Se lei afferma che il mio romanzo fa pena, accetterò questo sua opinione senza discutere. Se poi lei avrà anche la bontà di motivare le sue osservazioni negative, sarò lieto di studiarle con attenzione. Io venero la realtà.
-Proprio di questo dubito. 
E a partire da questo momento Saglietti proseguì con calma, come un fiume che va tranquillo verso la sua foce:
-Che lei, caro Navac, sia nutrito di buone letture, e perfino di cultura classica, si vede dal suo libro. Per questo non si offenderà se le chiedo una minuzia: ricorda la Patente, del suo conterraneo Pirandello?
-La storia di quello che voleva la patente di iettatore, come no?
-Esattamente. Anche il povero Totò ne fece una brillante macchietta. Bene, lei da tempo si batte per avere la patente di finto genio. Di imbroglione della letteratura. Di autore di una beffa epocale. Dunque ha difficoltà ad ammettere una umile verità: lei è un vero artista ed ha scritto un eccellente romanzo.
Se Mel avesse avuto qualcosa in bocca, gli sarebbe certo andata di traverso. Invece fu tanto sorpreso che si limitò a sgranare gli occhi, come avesse visto un fantasma. Saglietti sorrise:
-Le pare tanto strano? Non ci può essere ogni tanto qualcuno che scrive un bel libro?
-Un bel libro? E allora come mai tutti gli editori me l’hanno rifiutato? 
Mel era sufficientemente indignato per non potersi trattenere dal continuare, parlando con tono appassionato:
-Come mai il successo è venuto da una campagna di marketing fatta da un professionista del ramo, se così posso definirmi? Sono un genio se sono ricco, sono un fesso se sono povero? Lei stesso il mio libro non l’avrebbe degnato di uno sguardo, se gliel’avessi mandato a casa prima della pubblicazione. Lo confessi.
-Ha ragione, ricevo un mare di spazzatura. E il suo libro non l’avrei nemmeno cominciato. Ma ciò non impedisce che, nel suo caso, avrei sbagliato. Mentre avrei reagito correttamente nella stragrande maggioranza degli altri casi. Vede, la questione non è se il suo successo a lei piaccia o non piaccia. E non è nemmeno quella di sapere in che modo l’ha ottenuto. L’unica cosa che importa – almeno a mio parere, per quello che vale – è che Lei questo successo l’ha meritato. La sua beffa non è per niente riuscita.
A Mel scappò quasi da ridere:
-Pensa che saremmo qui, con le telecamere intorno, se non mi fosse riuscita?
Saglietti sorrise come uno che ha la migliore briscola in mano:
-Caro Navac, la sua argomentazione non vale nulla. Lei si definisce un competente di marketing, e facciamo anche di pubblicità. Ma allora Lei m’insegna che una buona pubblicità fa vendere accettabilmente un prodotto medio, fa vendere con grande successo un buon prodotto, ma assassina velocemente un cattivo prodotto: infatti suscita aspettative che sono subito deluse. Ognuno dice al suo vicino: “Guardatene, fa schifo, sono soldi buttati” e nel giro di qualche giorno non soltanto quel prodotto non si vende più, ma rovina l’immagine dell’industria che lo produce. Se dunque la sua beffa, come la chiama lei, è riuscita, è perché non era una beffa. Lei meritava il successo che ha avuto, e non l’avrebbe avuto se non l’avesse meritato.
Mentre ancora Mel cercava quel che avrebbe potuto rispondere, il pubblico scoppiò in un applauso tanto fragoroso che a Mel, imbarazzato, non rimase che alzarsi e accennare un paio d’inchini. 
Gianni Pardo 2003




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/4/2019 alle 13:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 aprile 2019
BATTUTO IN CINISMO
Non pensavo potesse avvenire ma si è verificato. Un amico mi ha fatto notare che forse non ho un sufficiente senso del reale. Ecco di che si tratta. Ho notato che in passato si sono accumulati tanti debiti e tanti rinvii (a volte condensati in “clausole di garanzia” che costano oltre venti miliardi, come nel nostro caso) che  a nessun governo converrà essere in carica nel momento in cui i nodi verranno al pettine. Per l’Italia, il momento in questione sarà a fine anno, quando bisognerà scrivere e votare la legge di stabilità per il 2020. 
Naturalmente, chi sarà obbligato a firmarla ne ricaverà soltanto un’enorme impopolarità. Il fatto che sia immeritata, che essa sarebbe ricaduta su chiunque fosse stato al potere, alla gente non importerà. E proprio per questa ragione ho augurato a questo governo di durare almeno fino alla prossima Befana. È giusto che mieta ciò che ha contribuito a seminare. Quanto ai partiti all’opposizione, il loro mestiere è quello di chiedere al governo di andare a casa. Essi dovrebbero invocare nuove elezioni e dichiararsi pronti a salvare il Paese: ma naturalmente soltanto per la facciata. In realtà dovrebbero pregare il buon Dio che sia questa maggioranza ad affrontare la tempesta di fine anno. Anche per vaccinare il popolo contro il populismo e l’incompetenza. 
Queste le mie idee, e dicendo ciò mi credevo veramente “cattivo”, un campione della Schadenfreude (il piacere di godere dei mali altrui). Ma l’amico di cui vi dicevo mi ha fatto osservare che così trattavo i politici all’opposizione da persone ragionevoli, e nulla è meno sicuro. A suo parere, a costoro interessa andare al governo non per risolvere i problemi dell’Italia, e neppure per ottenere quel modesto compenso che è l’applauso dei cittadini: gli importa andare al potere per avere il potere. Per ricavarne vantaggi personali. Vantaggi che otterranno anche se il Paese va in malora e se il popolo li stramaledice. Ed effettivamente questo punto di vista è più pessimistico del mio. Mi confesso battuto. Ma prima di arrendermi oso avanzare un’ultima obiezione, anch’essa cinica: siamo sicuri che questi politici farebbero il loro interesse?
Scontentare un po’ i propri concittadini non distrugge la carriera di un politico, ma ci sono dei limiti. Se si arriva alla vera impopolarità, come nel caso – per fare un nome – di Gianfranco Fini, la risurrezione non è prevista. Un governo che scontenta gravemente i cittadini è presto mandato a casa, e il singolo politico ne riporta una tale cattiva fama da precludersi ogni futuro. Si pensi al governo Monti. Non ha fatto miracoli ma ha raddrizzato il timone in un momento drammatico. Anche ad ammettere che Mario Monti, “il prof.Sottutto”, sia stato comprensibilmente antipatico (ma fra i politici si è visto di peggio) come si spiega la stramaledizione della professoressa Fornero, la cui legge è stata universalmente considerata provvidenziale? La stessa “quota cento”, su cui tanto ha battuto Salvini, ne mette il costo a carico degli interessati e per il resto non rinnega la legge Fornero. E dire che in campagna elettorale Salvini aveva solennemente e ripetutamente promesso che l’avrebbe abolita. Cionondimeno, converrebbe oggi alla signora Fornero darsi alla politica? La legnosa ma incontestabile signora torinese può sperare che i libri di storia si toglieranno il cappello, dinanzi al suo nome, ma sarà ancora viva per leggerli? E quale politico di mezza tacca - come tutti quelli attualmente su piazza - si occuperebbe seriamente di ciò che diranno i libri di storia, fra un secolo o due? La maggior parte è giustamente convinta che i libri non si ricorderanno di loro nemmeno nelle note. E allora? Proprio non conviene andare al governo per adottare provvedimenti impopolari.
Ecco perché invito il mio amico a scendere con me tutti i gradini possibili del cinismo. D’accordo, i politici non vanno al potere perché intravvedono la possibilità di salvare il Paese, soprattutto in un momento, come questo, in cui appare insalvabile. Vanno al governo nel loro proprio, personale interesse. Ma siamo sicuri che siano abbastanza intelligenti per identificarlo? Lo capiscono che guidare un fallimento non corrisponde all’interesse di nessuno? E che non corrisponde all’interesse del politico nemmeno andare a fare la cosa giusta, come l’ha fatta la signora Fornero? Insomma, che in queste condizioni rischiano di giocarsi il loro intero futuro in politica?
Io tendevo a pensare che i politici fossero sufficientemente intelligenti per sperare, insieme con me, che al potere rimanessero i Cinque Stelle e la Lega; il mio amico non gli attribuisce nemmeno questa intelligenza. Chissà, forse ha ragione lui.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/4/2019 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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