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POLITICA
31 marzo 2019
GIAPPONESITA'
Ho una grande stima del Giappone e dei giapponesi, ma alcuni dei motivi di questa stima hanno delle controindicazioni. Accettiamo, per meglio spiegarci, la distinzione freudiana fra es, io e superio. L’es è ciò che siamo per così dire in quanto animali: fisiologia e istinti; l’io è ciò che, a nostro parere, effettivamente siamo; il superio è ciò che dovremmo essere, e a volte, nel silenzio della nostra mente, ci giudica con severità. Noi italiani abbiamo un notevole io e un piccolo superio, i giapponesi invece hanno un superio talmente ingombrante da essere opprimente. 
Il superio nasce dall’educazione familiare e scolastica, la quale a sua volta è influenzata dalla società: dalle sue istituzioni, dalla sua storia, dalla sua religione, da tutto ciò che fa di un italiano un italiano e di un giapponese un giapponese. Se il superio giapponese è così forte, è perché il Giappone è da molti secoli un Impero unitario, retto da un imperatore tenuto a dare ai suoi sudditi l’esempio del senso del dovere. Il popolo dunque è sempre stato tenuto insieme da un senso di appartenenza, da un “noi” nettamente separato dai vicini (per esempio dai coreani e dai cinesi, sentiti del resto come inferiori). Non da un mare, ma da un oceano. Un italiano si sente in primo luogo un individuo in lotta con gli altri italiani; un giapponese si sente innanzi tutto un giapponese, che ha dei doveri nei confronti degli altri giapponesi. Esattamente come loro li hanno nei suoi confronti. L’italiano è un individuo, come lo è il singolo leopardo, il giapponese è il membro di una comunità, come lo è la formica. 
In ogni giapponese è radicato il sentimento dell'incondizionata aderenza alle regole fondamentali del vivere comune. E in primo luogo il sentimento dell'onore. Forse un occidentale ha difficoltà a capire il significato di questa parola, leggermente fuori moda. L’onore è la coscienza e il sentimento della propria dignità; il sentito dovere di corrispondere ad un modello di correttezza, di lealtà, di coraggio ed anche di umiltà. L’uomo d’onore preferirà cento volte dire “Ho sbagliato” - in Giappone a questa dichiarazione a volte seguiva il seppuku, – che “Ho mentito”. Chi ha sbagliato e si suicida è un uomo d’onore, chi ha mentito e continua a vivere, ha perduto la faccia. 
Ovviamente questi modelli aulici non sono la regola per il giapponese medio, ma il giapponese medio sa che questi sono i modelli. Negli esami universitari si dà agli studenti una pagina con i quesiti ed essi pongono quel foglio a faccia in giù, dinanzi a loro, in attesa del segnale di inizio. Nessuno sbircia il suo contenuto, perché sarebbe giudicato un essere spregevole dai suoi colleghi. È questa moralità collettiva che fa del Giappone una fortezza etica. 
In subordine a questo dovere fondamentale c'è quello della cortesia. Persino negli incontri di arti marziali, la prima cosa da fare è un inchino all'avversario. In quell’antica civiltà sanno che i rapporti fra gli uomini sono difficili, e la gentilezza è un lubrificante che, temperando le asprezze, nasconde le punte dell’emotività che potrebbero ferire e permette un’ordinata vita sociale. Si evita persino di rispondere “no” ad una domanda. 
I giapponesi hanno capito che la cortesia non toglie nulla all’energia. La lama del samurai non è meno tagliente perché chi la maneggia è cerimonioso. E invece, nei nostri dibattiti televisivi, noi non porgiamo la palma della vittoria a chi ha superato in argomenti e intelligenza il suo avversario, ma chi ha la voce più tonante. 
Il mondo giapponese tuttavia non è privo di controindicazioni. L’io di ognuno, quello che è diverso da tutti gli altri, in Giappone finisce col restare intrappolato nell’io sociale. In ogni occasione è come se ciascuno si chiedesse: “Come si comporterebbe una persona perbene al mio posto?” Il risultato è che il senso del dovere tende a trasformasi in coscienza della propria inadeguatezza e in mancanza di libertà. Perfino in sentimento di colpa per ciò che è profondamente personale e dunque non condiviso dagli altri. 
L’uomo veramente libero sente di far parte della classe superiore e non soffre troppo di scrupoli. Non segue umilmente le regole di tutti, perché  sente di avere anche il diritto di giudicarle, quelle regole. In definitiva si attribuisce il diritto di essere il legislatore di sé stesso. Perfino quando – per quieto vivere – osserva le leggi del suo Paese, lo fa per pragmatismo, non per sincera adesione a tutti i loro dettati. Si riserva il diritto di dire al vigile urbano: “Ho imboccato un senso vietato e pagherò l’ammenda. Ma questo divieto è stupido”.
Queste stesso ragioni, vissute col segno meno, fanno sentire in colpa i giapponesi che hanno la tentazione di comportarsi liberamente. Un romanzo come “Il fucile da caccia”, di Yasushi Inoue, è pieno di questi slanci trattenuti, di queste parole non dette, di questi tormenti inconfessati. Fino a trasmettere al lettore un sentimento di angoscia costante, e perfino di sotterranea asfissia. Il torto dei giapponesi è quello di ritenere incontestabilmente valide le regole del loro vivere sociale. È sano inchinarsi ad esse quasi fossero sacre? L’obbedienza acritica alle regole dettate da altri non è una virtù. L’occidente ha inventato la democrazia perché, se Marsia è stato scorticato vivo per aver osato sfidare Apollo, è anche vero che gli dei non sono riusciti a piegare Prometeo e Capaneo.
Forse, psicologicamente, è più sano il mondo occidentale. Io sono ateo, non ho fiducia nell’amministrazione della giustizia, considero ogni sconosciuto un furfante (fino a prova contraria) e non stimo la morale corrente. E ovviamente non mi levo il cappello neppure dinanzi alle leggi, a cominciare dalla Costituzione. Tuttavia mi rimane l’onore occidentale e  un’accettabile considerazione sociale, anche per la buona immagine che ho e voglio avere di me stesso. Posso anche essere considerato un law abiding citizen, uno che non viola le leggi, ma lo faccio per quieto vivere, non per fideistica adesione. L’unica fideistica adesione la riservo a me stesso, perché sono l’unico me stesso, finché sono vivo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
31 marzo 2019




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POLITICA
30 marzo 2019
SIAMO PIU' STUPIDI DEI NOSTRI PADRI?
Nel 1987 il prof.James Flynn pubblicò uno studio dal quale risultava che, tra il 1947 e il 1972 il QI, Quoziente d’Intelligenza dei ragazzi, era notevolmente aumentato. Propose questo dato alla comunità scientifica e molti altri studiosi si occuparono del problema, confermando la cosa. Nei Paesi sviluppati, l’intelligenza media aumentava, tanto che ci si convinse dell’esistenza di un “effetto Flynn”. Purtroppo, continuando a monitorare questi risultati, ci si è accorti che, a partire da un certo momento, l’effetto si è capovolto: nel senso che, fra il 1970 e il 1993, i risultati sono stati sempre più deludenti. E così si è parlato di un “effetto Flynn capovolto”. Insomma diventiamo sempre più stupidi.
La prima cosa da dire è che la misurazione e la stessa definizione dell’intelligenza sono argomenti contestabili. Tra il serio e il faceto, qualcuno fra gli scienziati ha definito l’intelligenza “ciò che misurano i test dell’intelligenza”. A dire la verità, anch’io sono del parere che è impresa vana voler misurare l’intelligenza “naturale”, distinguendola da quel di più che aggiunge ad essa la preparazione culturale. La cultura, se ci si fa caso,  è “coltura”: il cervello insomma è come un campo che dà più o meno frutti secondo che sia coltivato o no. Inoltre i risultati  concreti dell’intelligenza, ci aggiungo di mio, sono profondamente influenzai dall’equilibrio mentale, dal coraggio e dall’ontestà di accettare la verità, anche quando è imprevista o sgradita, dall’esperienza, e da altri fattori ancora. In sintesi, se un test del QI stabilisse che sono un genio o un cretino, non crederei né all’una affermazione, né all’altra.
Questi test hanno un ulteriore limite. Volendo misurare l’intelligenza e non la cultura, tendono ad essere a struttura matematica. A quanto pare si pensa che la logica funzioni anche in assenza di cultura,  quasi che anche il selvaggio sia capace di ragionare matematicamente. Invece, a mio parere, anche la mentalità matematica è cultura. Ché anzi, se gli insuccessi scolastici in matematica sono così frequenti e clamorosi, è perché ai professori hanno insegnato la matematica, e non come si insegna la matematica. E così ci sono persone colte che si confondono se si sentono chiedere di operare mentalmente una sottrazione. La loro convinzione di essere degli incapaci – ché questo gli hanno insegnato - è così forte, che produce in loro il  rifiuto aprioristico dell’ostacolo. Sono come un cavallo che rifiuta di saltare un metro. 
Con tutti questi limiti, rimane il fatto che chi supera molto bene i test sull’intelligenza è più bravo di chi non li supera. Se, in quale misura, in che direzione, si può anche discutere, ma non raccomando a nessuno di sentirsi dare del cretino da un computer. E allora, come va che prima diventavamo tutti più intelligenti e ora diveniamo tutti più stupidi? Una spiegazione l’avrei. 
Gli anni prima del 1947 sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Anni di fame, di stenti, di pericoli. Anni dominati, più che dai problemi intellettuali, dai problemi della sopravvivenza. Non certo il momento più favorevole per lo sviluppo dell’intelligenza astratta. Tutto il contrario degli anni seguenti. Non soltanto finironoì la fame e i lutti, i bombardamenti e gli esodi, ma tutta l’Europa ebbe voglia di riprendersi, di ritrovare la prosperità e la gioia di esistere. La stessa scuola, benché spesso funzionasse spesso in condizioni pessime (in Italia molti edifici erano stati distrutti o danneggiati) era ancora seria. Se non si studiava si era bocciati e nessuno era traumatizzato. Allorail termine “traumatizzato” non esisteva e si diceva: “asino”. Il risultato era che un ragazzo con la licenza elementare ne sapeva di più di uno che oggi abbia ottenuto la Licenza Media. 
Ma questa situazione non è durata. Raggiunta la prosperità, il mondo sviluppato si è seduto. È arrivato al punto che moltissimi laureati di oggi non conoscono più la Tavola Pitagorica. Ammesso che sappiano che sette per nove fa sessantatré (perché gli suona nelle orecchie) potrebbero rimanere afasici se gli chiedessero: “Quanto fa nove per sette?” E la mano correrebbe alla calcolatrice. A forza di essere assistiti nei minimi compiti, stiamo diventando sempre più stupidi. Si dice che la funzione sviluppi l’organo. A quanto pare, per il cervello, noi stiamo verificando l’ipotesi opposta. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       30 marzo 2019



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POLITICA
28 marzo 2019
IL FUTURO DELLA LEGA
Di fronte ai grandi successi, le persone d’esperienza, piuttosto che entusiasmarsi, cominciano a chiedersi quali fondamenti abbiano e dunque quali prospettive. Indimenticabile al riguardo Letizia Ramorino. Quando le riferivano i trionfi del figlio, la madre di Napoleone reagiva costantemente con le parole: “Pourvu que ça dure”, purché duri. Non durò.
Il successo della Lega è innegabile. Qualche anno fa questo partito periclitava al 4%, poi ha superato Forza Italia col 17% dei voti e ora, andato al governo, quei voti li ha addirittura raddoppiati, almeno nelle intenzioni. Prima aveva all’incirca la metà dei voti del Movimento 5 Stelle, ora ha oltre il 50% in più di loro, sempre nelle intenzioni. Strabiliante. E strabiliante è anche l’equilibrio di Matteo Salvini che, in queste condizioni, non si monta la testa e raccomanda ai suoi di rimanere calmi. A quanto pare, quell’uomo è capace di raccontare agli altri le peggiori bugie, ma non le racconta a sé stesso. Quando i consensi salgono troppo velocemente, altrettanto velocemente rischiano di calare. I “grillini” ne sanno qualcosa. 
Il successo della Lega ha una firma leggibile: Matteo Salvini. Un uomo la cui linea politica è caratterizzata dal pragmatismo. Mentre la tendenza della sinistra è quella di partire dall’ideologia per applicarla alla realtà; mentre i Cinque Stelle non hanno idee, e seguono soltanto le pulsioni della plebe, incluse quelle irrazionali  irrealizzabili, Salvini si chiede che cosa desideri la gente, di importante e di fattibile. Importante, perché diversamente non se ne può fare un cavallo di battaglia; fattibile perché non basta promettere, se poi si va al governo, bisogna realizzare. Così, mentre in Italia diluviavano le parole buoniste o rassegnate riguardo all’immigrazione clandestina, lui si è reso conto di due cose: che gli italiani la pensavano del tutto diversamente e che dire no all’immigrazione dipendeva soltanto da un atto di volontà. E su questo programma ha puntato tutti suoi gettoni. Il successo è comprensibile. Per una volta gli italiani si sono sentiti ascoltati. Si sono visti promettere qualcosa e – oh, miracolo! - quella cosa l’hanno vista realizzata. Salvini ha tirato diritto mentre tutti gli altri frenavano o, echeggiando Giuseppe Giusti – gridavano: “Ohibò”. 
Ma in futuro? Quando ci si sarà abituati al fatto che dopo tutto l’immigrazione basta frenarla e si vive tranquilli? E quando economicamente l’Italia andrà ancora peggio? Qui bisogna avere le idee chiare. Per secoli i geometri si sono arrovellati sulla quadratura del cerchio perché reputavano il problema molto difficile ma non insolubile. È stato necessario aspettare il 1882 perché Lindemann dimostrasse che il problema non era difficile, ma insolubile. E il problema italiano si può risolvere o no? 
Noi abbiamo una doppia difficoltà. Da un lato problemi praticamente insormontabili, come il nostro debito pubblico e la concorrenza straniera,  dall’altro un popolo affetto da un inguaribile sinistrismo sotterraneo. Col loro statalismo, il loro collettivismo, il loro moralismo di facciata unito all’immoralità sostanziale, la loro interpretazione invidiosa del successo altrui, gli italiani rendono impossibili quelle politiche che potrebbero fare uscire dalle secche la nazione. Dunque attualmente la salvezza della Lega potrebbe consistere soltanto nella caduta immediata del governo e in un suo ritorno all’opposizione. 
Il successo di Salvini è dovuto ad una prodezza, ma le prodezze a ripetizione non esistono. Non soltanto allo stupore subentra l’abitudine, ma alla fine del percorso c’è spesso Waterloo. Qualcuno dirò che il passato ci ha fornito l’esempio di partiti che sono rimasti grandi per decenni. Ma ciò è dipeso dalla loro diversa natura e da circostanze differenti. Alcuni partiti parareligiosi, come il partito comunista, hanno beneficiato più delle speranze che offrivano che di realizzazioni. Infatti, quando sono stati messi alla prova, sono rimasti al potere trasformandosi in dittature. Altri, come la Democrazia Cristiana, sono vissuti della paura dei comunisti e spendendo il denaro dei figli e dei nipoti. Laddove il popolo è pragmatico e alieno da grandi speranze, come nella Gran Bretagna, il two party system non produce tanto l’alternarsi dei successi del governo, quanto l’alternarsi della delusione del popolo che sposta il voto sul partito all’opposizione. Perché la realtà è costantemente inferiore alle speranze. 
Proprio non si riesce a prevedere un duraturo successo, per la Lega. Innanzi tutto, se l’attuale governo non cadrà presto, la Lega sarà fatalmente coinvolta nel disastro dei “grillini” e comunque non potrà sfuggire ai problemi politici ed economici di fine anno (legge di stabilità). Ciò basterà per ridimensionarne drasticamente la popolarità. 
Il massimo che si possa augurare alla formazione di Matteo Salvini è di rientrare in una coalizione di centrodestra, rimanendo all’opposizione. Il successo arriderà soltanto ai partiti che saliranno sul carro del potere se e quando un’Italia convalescente comincerà a risalire la china. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
27 marzo 2019
 




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POLITICA
27 marzo 2019
IL GOVERNO - MA NON L'ATTUALE - È IL PROBLEMA
La fragilità dell’attuale maggioranza è evidente e la prognosi più frequente è che l’esecutivo durerà fino alle elezioni europee di maggio. Tanto che ci si chiede soprattutto quale partito gli “staccherà la spina”. E tuttavia è possibile che la questione sia più futile di quanto non sembri. Il problema non è tanto quello di sapere quando questo governo cadrà, quanto quello di capire quale governo accetterebbe di subentrargli. Infatti la situazione appare disperata. Da ogni nuovo esecutivo il popolo si aspetta dei miracoli – di solito annunciati nel discorso col quale si chiede la fiducia  - e invece, nel nostro caso, il miracolo sarebbe quello di non affondare. 
Dopo anni ed anni di rinvii, di polvere sotto il tappeto, di escamotage e di “clausole di salvaguardia”, non abbiamo più vie di scampo: l’economia del Paese boccheggia e per la “finanziaria” del 2020 sono necessari  molti miliardi che non abbiamo. Non soltanto è inutile che il popolo speri in chissà quali regali, ma la grande impresa sarà quella di  attuare i provvedimenti richiesti per mantenere fede agli impegni ed evitare che le Borse ci facciano dichiarare fallimento. 
Ma quanti italiani capiscono queste necessità? Se farà il necessario, il governo in carica a dicembre sarà odiato e mandato al più presto a casa. Se invece  non riuscirà ad evitare il fallimento dell’Italia, sarà ovviamente stramaledetto. Quale persona ragionevole accetterebbe un simile incarico, col rischio di essere considerato il becchino della patria? Quando Tajani e lo stesso Berlusconi pregano Salvini di “staccare la spina” al più presto a questo governo bisogna sperare, per la loro salute mentale, che stiano mentendo. Noi non siamo inglesi. Se un Churchill nostrano ci promettesse “lacrime e sangue” noi l’inseguiremmo coi forconi. “Chi l’ha detto che questo Hitler sia veramente il satanasso che descrive lui? Meglio la resa”.
Nella primavera del 2018 Matteo Renzi ha avuto ragione. Era evidente che il Paese aveva bisogno dell’opposto di un governo dei Cinque Stelle. E poiché per un tale governo non c’erano i numeri, non era intelligente  associarsi ad un’impresa che si sapeva votata al fallimento. Magari, assistendo allo spettacolo, non si sarebbero sgranocchiati popcorn, come al circo, ma il buon senso voleva che si lasciasse a questi nuovi barbari  l’intera responsabilità del risultato.
Oggi i giornali e la politica si occupano d’altro, ma è come raccontare barzellette durante la veglia del cadavere. Il  disastro è sotto gli occhi di tutti i competenti. Ne danno prova i dati economici, lo stato dei rapporti internazionali, e i risultati delle “amministrative” che certificano la montante delusione degli stessi “grillini”. L’unica cosa di cui gli italiani sono contenti è la fine della manfrina buonista secondo cui non c’era modo di opporsi all’immigrazione incontrollata. Ma una rondine non fa primavera. Soprattutto non dà lavoro ai disoccupati, e non rilancia l’economia. A fine 2018 la procedura d’infrazione fu evitata per un pelo, ed ora che le condizioni economiche obiettive sono notevolmente peggiorate come si confezionerà una legge di stabilità? La volta scorsa l’Europa è intervenuta a frenare gli slanci inflazionistici dell’Italia ma la prossima volta non si tratterà di frenare nuove concessioni, si tratterà di stringere la cinghia fino all’asfissia soltanto per pagare il conto degli impegni assunti. E per evitare (se ci riusciremo) soluzioni rovinose come un pesante aumento dell’Iva. Chi accetterebbe di tenere la barra, con un simile programma? 
Né si può ipotizzare una “soluzione Monti”. Quel governo, che pure permise all’Italia di superare un difficile momento, è oggi universalmente esecrato. Dunque, a parte il fatto che probabilmente non troverebbe i voti necessari,  qualunque politico al quale  si proponesse di formare un governo di salute pubblica avrebbe il diritto di rispondere: “Per farmi sputare addosso da tutti? Che i “veri amici del popolo” diano la prova delle loro capacità”.
Ecco perché i problemi attuali sembrano futili. Quelli importanti ricadranno sul governo in carica in novembre e dicembre. Gli allegri governanti di oggi hanno aggravato, piuttosto che tentato di risolvere, i problemi dell’Italia. Hanno seguito l’esempio di Luigi XV: “Après moi le déluge”. E allora perché non dovrebbe piovere su di loro, piuttosto che su altri? 
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
        27 marzo 2019



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POLITICA
25 marzo 2019
CHE COSA SEGUIRA' LA FINE DEL CAPITALISMO
Il “Corriere” da notizia dalla visita in Italia del prof.Wolfgang Streeck, illustre sociologo già direttore del Max Planck Institute per lo Studio delle società. Il titolo annunciava una sua teoria sulla fine del capitalismo e confesso che mi aspettavo idee più originali di quelle che ho letto nell’articolo a lui dedicato(1). Purtroppo il sociologo è “collocato saldamente nella sinistra politica tedesca” e si vede. Dice che il capitalismo è entrato nella «fase finale» per le sue contraddizioni interne,  ed è chiara l’eco delle parole di Karl Marx.  Non diversamente da quando dice che “Il capitalismo sta nell'investire capitale per creare più capitale per più investimento”. Per non dire che, secondo lui, il capitalismo del libero mercato non può convivere con la democrazia. Che infatti, in Gran Bretagna, non s’è mai vista. 
Che delusione. Ma andiamo a ciò che ha detto d’interessante sulla fine del capitalismo. Streeck sostiene che il sistema socio-economico attuale si avvia verso una grande crisi perché non è sostenibile nel lungo termine. Il capitalismo comunque non perirà colpito al cuore da una coltellata ma in seguito a mille feritine. Ad ognuna di esse si poteva forse mettere rimedio, ma tutte insieme sono letali.
Le ragioni del crollo sono ammirevolmente riassunte in questa progressiva e  irresistibile triade: “declino della crescita, crescente disuguaglianza e aumento del debito - pubblico, privato e complessivo”. Ma la teoria diviene discutibile subito dopo, non appena ci si chiede che cosa seguirà questo drammatico momento.
Streeck , che forse non osa sperare nel ritorno del comunismo, sogna almeno il socialismo. Naturalmente lo sogna senza i difetti che esso ha già denunciato in passato, ma questo discorso è stato fatto infinite volte, e inutilmente,  a proposito del comunismo. Senza i suoi difetti l’Unione Sovietica sarebbe stata libera e ricca. L’unico socialismo esistente è quello reale. Quello al cui fallimento stiamo assistendo. 
Ma l’orizzonte del professore è limitato dalle teorie di Marx. Il sistema attuale “non sarà necessariamente seguito dal socialismo e da un altro ordine definito, ma da ‘un duraturo interregno’, da un ‘periodo prolungato di entropia sociale’, in sostanza di disordine”. Un caos in cui prevale un “irragionevole edonismo competitivo”, dice mestamente. La sua fantasia è incapace di andare oltre un pregiudizio dirigista. Sembra pensare che gli uomini, per sopravvivere, debbano forzatamente abbracciare una teoria economia. Che, se non fossero guidati dallo Stato, non saprebbero come produrre ricchezza. E questo è completamente falso. Gli uomini creano ricchezza perché hanno interesse a farlo, e l’interesse non ha bisogno di essere predicato.
Ma per argomentare compiutamente devo partire da lontano. Il capitalismo non è stato inventato dagli economisti classici. Essi lo hanno soltanto “constatato” e “descritto”, cercando di capirne le regole. Marx invece non si è limitato ad osservarlo: ha sostenuto che andava cambiato. Bisognava sostituire il capitalismo privato col capitalismo di Stato, attuando, dopo la rivoluzione borghese, la rivoluzione proletaria. Il mondo occidentale ha rigettato le teorie di Marx e tuttavia ha introdotto sempre maggiori elementi di dirigismo statale nel capitalismo privato. Non ha seguito i dogmi economici di Marx ma ha aderito ai sentimenti del comunismo. La nostra società ha sposato il socialismo ma s’è tenuto il comunismo come amante, fino a creare quello che chiamerei un “capitalismo privato che ha mala coscienza”. Lo si è visto mille volte, Per esempio, tutti gli scontri in materia di salario, sono stati visti come la giusta protesta dei lavorator per i loro diritti calpestati, o meglio, per dirla col linguaggio di Marx, come una lotta contro lo sfruttamento dei proletari. E lo Stato poteva non essere al loro fianco?
Per molti decenni il risultato non è stato negativo. Il progresso della tecnologia e il boom demografico hanno a lungo permesso che il sistema funzionasse e così si è creato sempre più benessere. Oltre alla fideistica convinzione che sarebbe andata sempre meglio. Finché impercettibilmente ma inesorabilmente, il sistema ha cominciato a rallentare, fino a giungere, all’inizio del Terzo Millennio ad una stasi di cui non si vede la fine. A mio parere, nei Paesi sviluppati ciò è dipeso  dall’enorme aumento della pressione fiscale. È stato infatti necessario finanziare uno Stato vorace e onnipresente e alla fine si è messa tanta sabbia negli ingranaggi che la macchina ha cominciato a rallentare. E, in Italia, a fermarsi. 
L’errore è consistito nell’intervento statale. Un sistema libero, guidato dagli interessi individuali e limitato soltanto dal codice penale, riesce seriamente a individuare ed eliminare il guasto prima che divenga metastasi. Se una linea produttiva è superata dalla tecnologia o dalla concorrenza estera, il mercato la elimina senza pietà. Invece, secondo la mentalità contemporanea, quello stesso Stato che prima ha tassato a morte le imprese, quando esse rischiano di fallire, e buttare sul lastrico gli operai, è intervenuto a salvarle, con i soldi dei cittadini. E così ha falsato il libero mercato ed ha impoverito il Paese. Il caso dell’Alitalia ha toccato le vette dello scandalo. Lo Stato, cercando di correggere gli errori del proprio dirigismo, ha iniettato nella società ulteriori dosi di dirigismo. Da almeno mezzo secolo si ha l’impressione che lo Stato corra continuamente a destra e a manca a turare falle, riuscendo soltanto, con un diluvio di interventi e di leggi,  a complicare la vita del Paese in modo inimmaginabile. Lo dice lo stesso Streeck, quando parla di “un continuo lavoro di riparazione” da parte dello Stato. Quello Stato, dico io, che si è creduto il medico, mentre era esso stesso la malattia. 
Così, nel nostro “socialismo reale”, l’erario ha avuto un sempre maggiore più bisogno di denaro ed ha reagito con una tassazione di rapina. Per giunta non riuscendo neppure ad applicarla seriamente e creando vittime del fisco ed evasori felici. Un disastro . 
Se fosse liberata dall’intervento dello Stato programmatore, la società tornerebbe al suo stato naturale; quello che osservarono Adam Smith e David Ricardo. Forse Streeck non si è reso conto che il capitalismo privato non è una “teoria”, come il marxismo: è la posizione di “default” dell’economia, il suo equilibrio stabile. Gli esseri umani, lasciati liberi, si comportano da capitalisti. Il sistema non è esente da difetti, ma la differenza è che il socialismo, volendo la perfezione, alla lunga crea miseria, mentre la libertà economica, col suo “irragionevole edonismo competitivo”, crea ricchezza.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
24 marzo 2019
 (1)Corriere della Sera - La Lettura - Danilo Taino - 24/03/2019 pg. 5 N.382 - 24 marzo 2019. Forse leggibile anche in http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=429167500_20190324_14004&section=view



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POLITICA
23 marzo 2019
UNA PIAGA DEL NOSTRO TEMPO: L'OBESITA'
Un ex diplomatico americano (James Hansen) mi fornisce alcuni dati interessanti: la percentuale di americane obese è del 41,5%, e un altro 27,5% è sovrappeso. Il totale ci porta al 69%. Insomma quasi tutte. E il bello è che le femministe americane o danno la colpa di questo dramma agli uomini oppure dicono che “obeso è bello”. Ma su questo si può leggere il divertente articolo di Hansen, in calce. A me interessa fornire un’ipotesi sul fenomeno. 
Come è noto, l’uomo esiste da milioni di anni. E ovviamente in questo lungo tempo si è notevolmente evoluto. Ma altrettanto ovviamente questa evoluzione è insignificante in un tempo molto breve: diciamo centomila anni. E figurarsi ventimila. Da ciò possiamo dedurre che l’uomo attuale è identico, come fenotipo, a quello di ventimila anni fa. Naturalmente la vita che conduceva l’uomo di quel tempo è molto diversa dalla vita di oggi. Ma mentre sono cambiati moltissimo l’ambiente e le comodità, non è cambiata la natura fisiologica dell’uomo. Dunque abbiamo la stessa fame che aveva il nostro progenitore. La differenza è che abbiamo una totalmente diversa disponibilità di cibo. Oggi possiamo mangiare finché non siamo sazi mentre allora la fame era la compagna di ogni giorno. Infatti non si facevano certo pasti regolari. La caccia un giorno poteva andare benissimo e un giorno poteva andare malissimo. La conseguenza era che da un lato  si mangiava poco e male, dall’altro, quando c’era la possibilità di ingozzarsi, era bene farlo. Perché non si sapeva quando sarebbe stato il prossimo pasto. 
Purtroppo, come conseguenze di tutto ciò, noi abbiamo una fame sproporzionata rispetto al nostro dispendio energetico: infatti non passiamo certo la giornata a percorrere i campi o le foreste in cerca di prede e di frutti; inoltre crediamo erroneamente di avere sempre il diritto di mangiare finché siamo sazi, mentre in natura ciò avveniva saltuariamente. Se non vogliamo ingrassare, a partire da una certa età non dovremmo mai sentirci sazi, alzandoci da tavola. Altrimenti saremo inevitabilmente obesi. Non bisogna “fare una dieta” per dimagrire, bisogna accettare l’idea di alzarsi da tavola “costantemente” insoddisfatti. 
Ma non è facile. Rimanere magri in una società in cui tutto congiura a farci ingrassare è da eroi. E queste imprese della volontà non sono più di moda. Un tempo la sobrietà e l’autodominio erano raccomandati, ora queste virtù sono dimenticate, quando non giudicate obsolete. La società dei consumi del resto si regge più sui consumi che sullo stoicismo. Chi mai spenderebbe un euro per fargli pubblicità? Il bambino è ingozzato da mane a sera e tutta la famiglia è al suo servizio concedergli tutto ciò che può desiderare. Non si insegna più a nessuno a resistere alla fame, al freddo, alla fatica. Quando queste cose sono occasionalmente inevitabili, l’individuo si trova spiazzato e si sente vittima di un’ingiustizia. Perché le difficoltà non hanno mai fatto veramente parte della sua vita. Il giovane spartiate veniva educato per divenire un guerriero, il giovane contemporaneo per divenire un cliente di pizzeria. 
In questa totale estraneità al concetto stesso di stoicismo, si nasconde una tremenda insidia. L’uomo moderno non è preparato all’idea che dovrà affrontare un nemico: sé stesso. Non essendo abituato a resistere alle tentazioni negative, diviene schiavo delle sue pulsioni. Senza chiarezza di idee, senza dominio di sé e senza maturità, diviene infelice e si rifugia in un piacere facilmente disponibile: quello del cibo. Con le conseguenze negative che non sono in primo luogo estetiche: il vero danno è alla salute e all’aspettativa di vita.  
Il caso delle donne aggiunge ulteriori particolarità. La stessa società che offre loro cibo a volontà (magari pieno di grasso e di zuccheri), presenta immagini di donne desiderabili e magrissime. Con le curve, certo, ma  soltanto nei punti giusti. Ma avere quella linea comporta continue privazioni, soprattutto appena arrivate ai trent’anni. Quando magari si ha una famiglia da mandare avanti, dei figli che danno problemi, la difficoltà di conciliare casa e lavoro e, non raramente, una certa stanchezza coniugale. Tutto un quadro già abbastanza negativo per sé. Diviene difficile accettare che il breve momento in cui ci si siede a tavola debba divenire anch’esso un motivo di sofferenza e di frustrazione. Così, mentre la bilancia continua a dare progressive cattive notizie, arriva il momento in cui tante donne si rassegnano a non essere né magrissime né desiderate. 
Poi veleggiano stancamente per strada, divenendo quasi delle caricature, ma sarebbe crudele ridere di loro. Le obese sono le fallite del sesso e della felicità.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 marzo 2019


 Gli stranieri che visitano gli USA sono spesso colpiti dalla prevalenza dell’obesità che trovano—e anche dalla seconda impressione, che il fenomeno sia più presente tra le donne. Già nel 2016, secondo il National Institute of Health, la proporzione della popolazione femminile americana che rientrava nella definizione di obesità superava il 41,5%, mentre un altro 27,5% era solo “in sovrappeso”. Insieme, il 69% delle donne americane potevano essere descritte come “fisicamente abbondanti”… Il futuro non promette meglio. Sempre nel 2016 il tasso di obesità tra i maschietti del gruppo d’età tra i 6 e gli 11 anni era del 7%, mentre quello delle coetanee femmine superava il 18%. C’è da temere l’arrivo di una nuova e ancora più ampia generazione di americane “plus-size”. L’associazione tra il peso in eccesso e il femminismo radicale negli Stati Uniti non viene negata neppure dalle attiviste più accese—che però spesso danno la colpa agli “oppressori” maschi: un’ipotesi corrente è che le donne mangino di più nel tentativo di proteggersi dal “male gaze”, lo “sguardo lascivo” maschile. Cioè, ingrasserebbero appositamente per pararsi dai desideri degli uomini. Oltre a spostare il discorso femminista negli Usa sul tema della “bellezza interiore”, la crescente massa corporea del movimento ha anche innescato il tentativo di trovare aspetti positivi—”grasso è bello”—nel sovrappeso e di considerarlo una forma di rivolta contro i canoni di bellezza “artificialmente imposti” dagli uomini. L’autrice Laura Brown, nel suo “Fat Oppression and Psycotherapy” dichiara che l’obesità offrirebbe perfino dei vantaggi per la salute, almeno nel senso che restando grasse si evitano i pericoli—bulimia, anoressia, depressione e ansia—insiti nel tentativo di aderire a standard di bellezza convenzionali. Sono tematiche che hanno portato all’emergere del fat feminism, un’importante tendenza della cosiddetta “quarta onda” del femminismo anglosassone. L’idea è che, avendo ottenuto le necessarie protezioni legali, il movimento dovrebbe ora concentrarsi sulle percezioni sociali. Ha ottenuto una prima vittoria quando la Mattel, molto criticata per il concetto di bellezza femminile espressa dalla bambola Barbie, ha lanciato all’inizio del 2016 la “Curvy Barbie” dalle forme più massicce. Presente solo nel mercato Usa, dopo vendite dapprima positive non ha salvato le fortune delle famosa bambola, in declino dal 2009. L’associazione tra femminismo e peso in eccesso è concessa a tal punto che le attiviste anglosassoni tendono ad assumersene i meriti, seppure in maniera rovesciata, come nel caso della Presidente della “Food Board” della Città di Londra, Rosie Boycott, che si è recentemente fatta una sorta di autocritica per il suo attivismo nel liberare le donne dalle cucine di casa per mandarle nel mondo del lavoro e, di conseguenza, nel mondo malsano del fast food. Rispondendo a una domanda sul ruolo del femminismo nell’attuale epidemia di obesità, Ms. Boycott ha risposto di sentirsi “parzialmente responsabile” per la “lost generation” di quelle che consumano cibi industriali. “Ho detto loro: ‘Non state in casa a preparare i pasti... Così farete strada’. Invece abbiamo perso tutto… Hanno smesso tutte di cucinare”. Indipendentemente dai meriti o demeriti, ciò che allarma è che, secondo i dati, l’obesità femminile nel mondo anglosassone prevalga—di molto—sul semplice sovrappeso. Che imparino i maschi oppressori…
James Hansen




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POLITICA
21 marzo 2019
IL PUNTO DI VISTA ETOLOGICO SULL'UOMO
Immaginiamo di fare un viaggio su un pianeta extrasolare in cui c’è una popolazione intelligente quanto noi, anche se differente da noi in quasi tutto. E lì qualcuno ci chiede: ma come sono questi uomini, questi esseri come lei? Sono buoni o cattivi, avidi o generosi, morali o immorali? Quali sono le loro pulsioni fondamentali? Le domande sarebbero molte, ma le perplessità, al momento di rispondere,  sarebbero anche più numerose. Perché a ciascuna delle domande, qui sulla Terra, gli altri probabilmente darebbero risposte differenti dalle nostre. Il campo è del tutto opinabile.
Se quel viaggiatore fossi io, so che risponderei con mentalità da etologo. L’etologo è colui che crede d’avere, come primo compito, non quello della valutazione, ma quello dell’osservazione. Non chiama gelosia il fatto che il leone escluda gli altri maschi dall’accoppiamento. E non chiama slealtà il fatto che parecchie leonesse collaborino per abbattere una sola preda, magari un cucciolo. L’etologia prescinde dalla morale. Ma è sicuro che, se ci fosse un altro essere umano accanto a me, direbbe a quegli extraterrestri: “Non gli date ascolto. L’uomo è qualcosa di diverso, rispetto a tutti gli animali. E per cominciare non è un animale”. Avrebbe ragione?
Secondo molti sì, ma io mi permetto di ribadire il mio punto di vista. Il fatto che l’uomo sia più intelligente degli altri animali, che possegga un linguaggio elaboratissimo, che sia ‘faber’ come nessun altro, sono cose verissime. Ma non vanno oltre il dato offerto da queste frasi. Essere il più intelligente non significa essere diverso, significa essere migliore. Il cane è più intelligente della talpa, ma qualcuno direbbe mai che è “qualcosa di diverso” dalla talpa? Esattamente come animale è il cane e animale è l’uomo. A me sembra chiaro che la convinzione che l’uomo sia qualcosa di diverso, rispetto agli animali, rifletta più che altro la stima di sé. Un adeguamento al vocabolario che contrappone uomo e animali, ma non fornisce certo una dimostrazione di questa opposizione. 
Fra l’altro, la nostra superiorità sugli animali è incontestabile in campo mentale, ma lo è forse in tutti i campi? La maggior parte dei grandi mammiferi corre più veloce di noi; molti di loro hanno un fiuto decine di volte più fine del nostro (per non parlare degli orsi, campioni in questo campo); i gatti hanno una migliore visione notturna; l’aquila distingue un topo in un prato da cento o duecento metri d’altezza. Per non parlare di quel cretino dello squalo che tuttavia possiede sensi incomparabili. Noi battiamo gli animali nell’intelligenza, loro ci battono in molti altri campi. Ma ciò significa soltanto che ciascuno ha la sua specializzazione.
E c’è un secondo motivo, per fermarsi all’etologia. Una considerazione morale, letteraria, idealistica dell’umanità si scontra con la realtà. Quando di un criminale si dice che è stato “inumano” si dice una sciocchezza. Se quel comportamento fosse stato inumano, il criminale non avrebbe potuto tenerlo. E se lo ha tenuto, inumano non è. Nessuno dice che tutti, o la maggioranza, si comportino così, ma ciò dimostra una grande variabilità di comportamenti, nulla di più. Invece il punto di vista morale vorrebbe poter dire che gli uomini normali si comportano bene, mentre coloro che si comportano male sono l’eccezione o la patologia della specie. E non è vero. Ad esempio, gli uomini, a differenza di altri animali, non rifuggono dalla violenza intraspecifica. E questo sia al livello artigianale e dilettantistico (delitto) sia al livello industriale e organizzato (guerra). 
L’essere umano, come tutti gli animali, ha degli istinti. Tuttavia, a causa del suo più elevato livello mentale,  diversamente da loro ha comportamenti meno stereotipati. Fino a differenze impressionanti. Il nostro istinto di riproduzione va dal vagheggiamento della donna angelicata alla violenza carnale e al sadismo. L’istinto di conservazione è occasionalmente contraddetto dal suicidio. Ma, considerando la media, i comportamenti negativi sono più marginali che prevalenti. 
Se lo si adotta programmaticamente, il punto di vista etologico  offre il vantaggio di non stupirsi più di nulla. Di non indignarsi, di non essere delusi, di non sognare più di cambiare l’umanità.  Un simile progetto è destinato al fallimento. La Chiesa si è battuta per millenni contro l’istinto sessuale come fonte di piacere, ed ha sempre perso. Addirittura, con Papa Francesco, ha tendenza a gettare la spugna. 
Contro l’istinto sessuale, contro l’istinto di dominazione, contro l’egoismo, la pigrizia e tutto ciò che costituisce la natura dell’“uomo prevalente”, nel lungo termine si perde sempre. Non c’è riuscito il socialismo reale, non c’è riuscito nemmeno l’omicidio di massa, come in Cambogia, con i Khmer Rossi. Si può turbare l’equilibrio, ma poi il pendolo torna al centro. All’uomo come lo vede l’etologo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 marzo 2019 




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POLITICA
20 marzo 2019
VECCHI E GIOVANI, OGGI E DOMANI
C’è stato un momento della mia vita in cui ho aspettato che una vecchia signora morisse. Non l’odiavo affatto, ché anzi non l’avevo mai vista, ma una certa situazione giuridico-economica si sarebbe sbloccata soltanto con la sua morte. Del resto, fare il calcolo di ciò che sarebbe conseguito a quella fine non era impresa né malevola né peregrina: la povera donna aveva novant’anni ed era paralizzata a letto. Non era certo indelicato pensare alla sua morte.
Ma la signora compì novantuno anni. Novantadue. Novantatré, ed era sempre lì. Costava alla famiglia un bel po’ di denaro, perché aveva bisogno di due badanti, ma compì anche i novantacinque anni. I novantasei. Insomma cominciai a convincermi che fosse immortale. Per farla breve, prima di morire compì cento anni.  Racconto questa storia perché è indicativa di come reagiamo emotivamente ai fatti della vita. Se un episodio assolutamente sicuro comincia a tardare troppo, sotto sotto si insinua il sospetto che forse non si verificherà mai. O comunque si verificherà troppo tardi per avere effetto sul quadro che noi avevamo previsto. 
A queste considerazioni ho pensato, nel momento in cui leggevo che Matteo Salvini propone la flat tax per le famiglie con meno di cinquantamila euro di reddito annuo. Questa somma corrisponde a più di quattromila euro lordi al mese e dunque la quasi totalità delle famiglie, disponendo di un reddito inferiore, dovrebbe beneficiare del nuovo provvedimento e, per rimpiazzare il mancato gettito fiscale, sarebbe necessaria una somma spropositata. Una somma di denaro, che lo Stato italiano assolutamente non ha. e non può recuperare, né tagliando le spese (mai nessuno c’è riuscito), né recuperando somme mirabolanti dalla lotta all’evasione fiscale (mai nessuno c’è riuscito), né aumentando le tasse (in questo sono riusciti tutti, ma è inutile frustare un cavallo morto). 
Insomma, assolutamente non ci sono i soldi per una simile operazione. Al contrario, probabilmente, saremo obbligati dall’Europa ad operare una manovra correttiva, per la quale non si sa dove andare a grattare il fondo del barile. Non che parlare di ulteriori regalie e spese, dovremmo ricordarci che in agguato, in fondo alla strada, ci aspetta il crollo economico del Paese. 
Questo crollo, per come la vedo io, è come la morte della vecchia signora. Se ci sono tutti i presupposti perché un evento si compia; se – per così dire – è del tutto inevitabile, c’è poco da discutere: bisogna rassegnarsi al fatto che avverrà. Certo, se poi passano gli anni e l’evento non si verifica, molti cominciano a pensare, comprensibilmente, che non si verificherà mai. Che colui che ne parla è semplicemente uno iettatore. Forse non vale la pena di occuparsene, forse basta comprare un corno rosso. Addirittura si possono promettere al popolo sussidi in modo da campare senza far nulla, si possono offrire posti di lavoro in un Paese con milioni di disoccupati, si possono abbassare le tasse mentre lo Stato già paga sessanta miliardi l’anno su un debito pubblico che corrisponde al 133% del prodotto interno lordo. Cioè tutta la ricchezza che l’Italia crea in un anno e quattro mesi di attività produttiva.
E allora uno si stanca. Se ragionare e far di conto è attività da empi, ed anzi, come direbbero al piano terra, da iettatori, allora va bene, siamo d’accordo: tutto va bene. Se l’Europa ci  bastona e ci richiede provvedimenti amarissimi, se le Borse ci strangolano, se le agenzie di rating ci declassano, che importa? Noi – imperterriti seguaci di Mussolini – tireremo diritto. O “diritti”, come dicono quelli che escono dalle scuole attuali.
E così noi vecchi diciamo ai giovani che hanno ragione. Siamo dei gufi del malaugurio. Non ci rimane che toglierci di torno, anche per evitargli il costo di tenerci ancora in vita. Ma loro ci rimproverano di essere ancora vivi, non ci rimproverano la cosa peggiore che abbiamo fatta: avere dato all’Italia la mentalità che è ancora la loro. Una mentalità contro la quale non si ribellano affatto. Perché anche a loro sembra giusta. Sicché, in fin dei conti, noi ne avremo beneficiato, loro ne pagheranno il conto, ma se lo meritano, perché non sono migliori di noi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 marzo 2019 




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POLITICA
18 marzo 2019
L'INSICUREZZA DELLA SICUREZZA
Per l’aereo caduto in Etiopia si fa un’ipotesi agghiacciante, e cioè che l’incidente sia stato causato da un software programmato per evitare che accadano incidenti. La possibilità è stata presa in considerazione perché un incidente dalle modalità del tutto simili si è verificato per un aereo, identico come fabbricante e come modello, caduto in Indonesia. 
Un aeroplano di solito viaggia in orizzontale. Poi, quando deve atterrare, magari cento chilometri prima, comincia a perdere quota, tenendo l’aereo col muso verso il basso, come un’automobile che proceda in discesa. Quando invece decolla, tiene il muso verso l’alto, come abbiamo visto tutti in migliaia di filmati. L’aereo ha interesse a raggiungere al più presto una certa altezza, sia per evitare gli ostacoli a fine pista, sia perché prima arriva ad alta quota, prima comincerà a consumare meno carburante. Ma ecco il problema: fino a che punto l’aereo può cabrare, cioè impennarsi?
Un autobus che procede in salita può superare certe pendenze, ma oltre una certa inclinazione il motore non sarebbe più capace di fare andare avanti il veicolo e questo si fermerebbe. La stessa cosa avviene per un aereo. Se l’angolo verso l’alto è eccessivo, l’aeroplano non avrà più la forza di proseguire l’ascesa e si “fermerà”. Purtroppo la sua strada è l’aria, e giunto a questo momento, chiamato “stallo”, non sarebbe più governabile. Infatti i suoi impennaggi non fenderebbero abbastanza aria per rispondere ai comandi del pilota e l’aeroplano probabilmente cadrebbe a vite, come una foglia morta. E sarebbe la fine per tutti.
Ciò potrebbe verificarsi  perché il pilota è inesperto, perché ha perso i sensi, perché vuole suicidarsi o per qualunque altra ragione e dunque, per la sicurezza dei passeggeri,  il fabbricante sogna di rendere l’errore “impossibile” e inventa un software automatico che obbliga l’aereo a calare il muso, in modo da evitare lo stallo, quand’anche il pilota volesse opporsi. E qui sorge un nuovo problema. E se fosse il software, a guastarsi? In questo caso, il computer “penserebbe” che l’aeroplano rischia lo stallo, mentre in realtà procede in orizzontale, lo obbligherebbe a rimettersi in quella che crede sia la posizione corretta, ma in realtà lo farebbe puntare verso il suolo, con le disastrose conseguenze che abbiamo visto. 
Il problema non riguarda soltanto gli aeroplani ma tutti i sistemi di sicurezza. Quando si vuole essere sicuri che non accada una cosa, si rischia che ne capiti un’altra, altrettanto grave o peggiore. Prima dell’abbattimento delle Torri Gemelle di New York, la cabina di pilotaggio era aperta. Poi dei terroristi hanno potuto prendere il controllo di quattro aerei contemporaneamente e abbiamo avuto il più grande attentato che si ricordi. Allora si è rinforzata e chiusa la porta della cabina, in modo che nessun estraneo possa entrare in essa, se i piloti la chiudono. Solo che poi, sulle Alpi, un pilota tedesco, rimasto momentaneamente solo,  ha deciso di suicidarsi mandando l’aereo a sbattere contro una montagna. E nessuno, neanche il comandante, momentaneamente uscito dalla cabina, ha potuto fermarlo. La cabina, come da programma, è rimasta inaccessibile, fino alla strage senza superstiti. E allora, come la teniamo, aperta o chiusa, quella porta? 
Torniamo all’episodio recente. Se oggi creassero un software che impedisce al pilota di puntare diritto verso la terra, e poi questo meccanismo si guastasse, il computer potrebbe impedire all’aereo di atterrare, o addirittura farlo andare in stallo. Il risultato sarebbe lo stesso: la morte per tutti. Né si può permettere al pilota d’intervenire, perché un pilota può anche volersi suicidare, mentre un computer non avrà mai questa tentazione. 
Il problema è finalmente chiaro. La sicurezza di cui sogna la gente non esiste. La vita non è mai a rischio zero e non c’è una soluzione definitiva. Si può soltanto scegliere quale rischio correre e bisogna prepararsi a perdonare chi si occupa di queste cose. Sia che si tratti di chi prepara software che impediscono incidenti, sia che si tratti degli operatori che, per sbaglio, provocano disastri. Anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale la coperta rimane troppo corta, per prevedere tutto. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
18 marzo 2019




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POLITICA
17 marzo 2019
IGNORANZA BENEFICA
Ricordate la storia del brutto anatroccolo? Il senso di quella fiaba è che a volte, all’inizio, si considera inferiore qualcuno che un giorno si rivelerà superiore; si prende per negativa una cosa positiva. Nella mia vita c’è stato un anatroccolo del tutto imprevisto: la sensazione della mia ignoranza. 
Tutto è cominciato con una forma di stupore. Da ragazzo mi capitava spesso di essere immerso in un’evidenza corale – qualcosa che tutti conoscevano bene, vedevano nello stesso modo e giudicavano nello stesso modo – mentre io dovevo confessare che non ne sapevo niente, e proprio per questo non osavo pronunciarmi. Naturalmente ne ricavavo una sorta di senso di inferiorità. Quasi invidiavo le certezze altrui. Ma questo non bastava per farmi assumere lo stesso atteggiamento degli altri. Perché su tutto prevaleva la mia coscienza di non saperne abbastanza e la mia diffidenza nei confronti dei giudizi del prossimo.
Questo atteggiamento è rimasto costante anche quando sono cresciuto. Per esempio, non ho mai capito perché si debbano disprezzare le prostitute. Che cosa gli si rimprovera? Di far merce del loro corpo? Ma non è quello che fanno tutti i lavoratori manuali, tutti coloro che sudano, per guadagnarsi da vivere? E comunque, a me che importa, di come si guadagnano da vivere? E infatti, quando mi è capitato di averci a che fare, ho sempre dato loro del lei, anche quando erano “nell’esercizio delle loro funzioni”. Facendo ridere i miei amici, ma non per questo cambiando comportamento.
Fra l’altro, ho sempre trovato ridicola la distanza fra la retorica del lavoro (quello che “nobilita l’uomo”) e la prostituzione. Nell’unico anno in cui ho insegnato nella Scuola Media inferiore, mi sono sentito così umiliato da ciò che ero costretto a fare per vivere, che la parola “prostituzione” non mi faceva più paura. Era la sensazione che avevo. Mi prostituivo per tre-quattro ore al giorno e infine, al suono dell’ultima campana, era come se il mio spirito, simile a quello di una prostituta, facesse una doccia per eliminare le tracce di quel basso servizio. 
E così è andata per gli omosessuali. Non ho avuto molto a che fare, con loro. Una paio di volte, di fronte a qualche goffo approccio, ho reagito gentilmente, col sorriso, facendo capire che non ero interessato. E una volta è stato con un prete. Sarò duro e calloso, ma invece di riportarne i famosi “traumi” di cui si riempiono la bocca (e forse la tasca) i giornali, ho soltanto sentito pietà per quel pover’uomo frustrato.
Non ho mai capito, né da ragazzo né in seguito, la stramaledizione degli omosessuali. Della sessualità altrui non mi importa assolutamente nulla. Al contrario sono eternamente rimasto grato, fino a non dimenticarlo mai, a un omosessuale che, a me ragazzino, fabbricò con le sue mani una maschera da sub: un pezzo di vetro sagomato ovale, e una camera d’aria ritagliata in modo da potersi stringere da un lato al vetro e dall’altro prolungarsi in due strisce annodate dietro la nuca. Non mi chiese mai nulla, non mi toccò con un dito, mi regalò un meraviglioso strumento per le mie immersioni, soltanto per farmi piacere. Non fosse che per lui, non dirò mai male degli omosessuali in quanto tali.
La mia ignoranza mi ha reso estraneo a tutto ciò che la gente crede ovvio senza chiedersi se sia ovvio. Il mio anatroccolo mentale si è trasformato in un cigno. Ho adottato, pressoché naturalmente, il “dubbio metodico” cartesiano. 
Così, invece di irridere chi aveva gusti diversi dai miei, mi sono posto il problema della feroce ostilità all’omosessualità, tanto corrente quand’ero ragazzo. Un’ostilità di primo acchito incomprensibile, come quella nei confronti della masturbazione, dell’onanismo (la pratica del coitus interruptus) e perfino della volontà di non avere figli. È evidente che l’estrema ostilità dell’umanità nei  confronti di questi comportamenti nasce da un’unica causa: la paura dell’estinzione della specie umana. Quando la fame era all’ordine del giorno, quando la vita era breve, quando la mortalità infantile era altissima, l’istinto della specie ha spinto tutti ad avere quanti più figli era possibile. Dunque chi era omosessuale, chi disperdeva il suo seme, chi non metteva al mondo dei figli, mancava al suo dovere nei confronti della specie. Un peccato mortale che, ancora oggi in Iran, qualche demente pensa sia degno di meritare l’impiccagione. 
Ebbene, se smontiamo la severa considerazione dell’omosessualità nei suoi elementi costitutivi, come non vedere che essa oggi è assolutamente assurda? Se un pericolo corre oggi il pianeta Terra è quello dell’iperantropizzazione, non quello dell’estinzione della specie umana. Senza arrivare all’impiccagione di chiunque abbia avuto più di quattro figli – che sarebbe il giusto contrappeso alle impiccagioni iraniane per sodomia – una cosa è certa: fanno meno danno alla collettività gli omosessuali di coloro che fanno figli per poi non essere in grado di nutrirli e tirarli su. I bambini affamati del terzo mondo mi indignano meno dei loro genitori. 
Molti anni fa ho letto – non so nemmeno se fosse vero, ma poco importerebbe - che in Giappone era vietato comprare un’automobile, a meno che non si potesse dimostrare di disporre di una rimessa o di un posto auto. Nello stesso modo tutti – per amore dei bambini – si dovrebbero rendere conto che non basta metterli al mondo, bisogna poi essere in grado di allevarli. E se non si è in grado di farlo, è delittuoso imporre loro una vita di stenti. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
      16 marzo 2019



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POLITICA
16 marzo 2019
LAMENTO SULLA PATRIA DI CHURCHILL
Lo spettacolo che sta dando il Regno Unito mi addolora. Da sempre ho un amore speciale, per quel Paese, anche se non me ne nascondo i limiti. E sono parecchi. Ma i meriti superano i demeriti. 
In questi giorni sono costretto a dissotterrare un concetto che spesso si dimentica. Molti, sul Continente, accanto ad un’ingiustificata antipatia per i britannici, coltivano miti sulla loro ragionevolezza, sul loro self-control, sul loro pragmatismo. Certo, gli inglesi quelle qualità cercano di dimostrarle. Ma anche loro sono umani e occasionalmente sono capaci di passioni irragionevoli, di azioni insensate, di incomprensibili eccessi. Se il gentiluomo di Rudyard Kipling è spesso esistito, non sono lontani dall’“inglesità” neppure gli hooligans del calcio. La rissa annegata nella birra del pub fa parte delle tradizioni e se in un dissenso qualcuno spara la famosa domanda: “You’re calling me a liar?”, “Mi stai dando del bugiardo?”, non ci vuol molto perché scorra il sangue. Il pugilato non è nato nelle public school, è nato nelle strade inglesi
Ma qui stiamo parlando della Brexit, dirà qualcuno, non di operai avvinazzati. Parliamo di Westminster. Di scranni sui quali si sono seduti personaggi illustri e indimenticabili. E infatti c’è di che essere tristi. E tuttavia  al riguardo ho la tentazione di azzardare una spiegazione.
Noi continentali teniamo molto conto dell’opinione altrui. L’idea di essere considerati degli originali, di renderci ridicoli, in una parola la paura che la nostra diversità si possa tramutare in disprezzo, fa sì che l’aggettivo  “eccentrico”, in italiano, abbia una connotazione negativa. Gli inglesi invece considerano una sorta di dovere il distacco dall’opinione corrente e la capacità di sorprendere il prossimo. Soprattutto se sono ricchi, famosi o importanti. Del resto, è una faccia del loro famoso humour. Per questo sono capaci di comportamenti irragionevoli. Forse è un eccesso di cielo grigio e di pioggerella sottile che li induce ad essere colorati, anticonformisti e infine, come nel caso della Brexit, irrazionali. Raramente si è vista, come in questa occasione, una tale coralità nell’atteggiamento infantile. Non voglio questo, non voglio quello, e non voglio neanche il loro opposto. Voglio soltanto dire di no, e chi se ne frega delle conseguenze. Rright or wrong, what I said. O forse ciò che mi capiterà di dire domani. 
Purtroppo stavolta gli amici che siedono nelle Houses of Parliament stanno giocando col destino dei loro connazionali. Con la stabilità e la prosperità del loro Paese. Sembrano in preda ad una sorta di indomabile delirio, come avessero improvvisamente peduto il contatto con la realtà. E non è la prima volta. Negli Anni Trenta, quando le nuvole si addensavano nel cielo e la Germania si riarmava pericolosamente, Londra continuò a sperare nell’appeasement. A credere che il diavolo non fosse così brutto come lo si dipingeva. Non si comportò dunque in maniera ancora più irresponsabile di come stia facendo oggi? 
In quegli anni, malgrado l’evidenza delle ambizioni e delle violenze di Hitler, la Gran Bretagna  ebbe l’incoscienza di non prepararsi allo scontro. Ancora nel 1938 sperò di potersela cavare con i sorrisi e le firmette di Neville Chamberlain a Monaco. Ormai è storia vecchia, ma chi avrebbe detto, nel 1940, che l’Inghilterra sarebbe stata capace di resistere a Hitler, e perfino di battere nei cieli una Luftwaffe che da anni si preparava a dominare i cieli? 
Gli inglesi, messi alle strette, furono ridotti a confidare nella flotta, nelle tempeste della Manica, e in Dio. Poi, certo, ci fu la gloriosa “Battaglia d’Inghilterra”, con l’epico commento di Churchill in lode dei giovani piloti inglesi, di cui tantissimi perirono: “Never was so much owed by so many to so few”, “Non c’è mai stato un debito tanto grande di tantissimi verso pochissimi”. Ma quel detto fa ancora oggi correre un brivido nella schiena, perché ci fa misurare l’entità del miracolo. E poi i britannici dettero la prova di una sorta di eroismo collettivo, oggi francamente improbabile. 
L’Inghilterra ragionevole, pragmatica, prosaica, perfino, mise a rischio per insipienza la propria indipendenza e la propria libertà. Si salvò con un’epopea che forse rappresenta il punto più alto della storia inglese, ma ciò non toglie che gli inglesi siano stati pazzi, veramente pazzi, in quegli anni Trenta. Se Dio non avesse avuto pietà di loro, se non gli avesse mandato Winston Churchill, che da sempre aveva tenuto gli occhi aperti, forse la Gran Bretagna sarebbe stata un’altra Francia, un’altra Danimarca, un’altra colonia.
In questi giorni Theresa May sta mostrando una volontà di ferro, una resistenza coriacea che stupisce, in una donna. Ma stupisce soltanto chi non sa che le donne, per sopravvivere, devono essere più forti degli uomini. Tanto che è molto, molto imprudente sfidare personaggi come Indira Gandhi, Golda Meir o Margaret Thatcher. Se sono arrivate ad un posto di comando, è perché per anni sono vissute a pane e battaglie. E proprio per questo, anche se la sua figura allampanata non suscita simpatie, non si può che augurare alla signora May quel successo che, fino ad ora, le è sfuggito. Per il suo bene, ma soprattutto per il bene di un Paese che ha un posto d’onore nel nostro cuore.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 marzo 2019 



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POLITICA
15 marzo 2019
MARX E L'UTILITA' DELLO SCAMBIO
La lettura di una monografia su Karl Marx(1) si è rivelata talmente sorprendente, su un punto della sua teoria, che ho letto alcune pagine almeno tre volte, per essere sicuro di avere capito bene.
Marx nega l’utilità dello scambio. Un principio che per me è sempre stato un’innegabile evidenza economica(2). In sintesi: ammesso che un oggetto costi dieci euro, chi lo compra preferisce l’oggetto a dieci euro, chi lo vende preferisce dieci euro all’oggetto. E dopo la compravendita ambedue sono contenti dell’affare fatto. Si chiama utilità dello scambio. In altri termini, benché abbiano scambiato x contro y, e pur essendo certo che, in termini monetari, x=y, dopo lo scambio è come se il primo avesse x+v, e il secondo y+v, dove “v” è il valore in più attribuito a ciò che si ottiene (diversamente non si avrebbe lo scambio). Dunque è vero che nello scambio di merci di pari valore (anche il denaro è una “merce”) si ha un pareggio, ma Marx non considera che da sola la parità di valore commerciale non determina lo scambio. Se ho in tasca dieci euro, e un libro costa dieci euro, ma io non ho voglia di leggerlo, non lo comprerò. Se lo compro, è segno che il piacere di leggerlo vale più di dieci euro, e quel “di più” si chiama utilità dello scambio. Sorprendentemente, Marx non sembra d’accordo. Provo a dimostrarlo con una citazione. 
Secondo il saggio citato (Pag.110),  “Ogni produttore-possessore di merci le scambia con altre (con la mediazione del denaro) che hanno lo stesso tempo di lavoro incorporato. Di conseguenza, nel mercato, nella circolazione delle merci, ogni produttore esce con lo stesso valore con cui è entrato, avendo solo cambiato tipologia della merce trasportata; portava grano, che aveva in eccesso, ed ora ha lo zucchero, di cui aveva bisogno. Potremmo dire che torna a casa col suo, non porta via niente di niente”. Tutto ciò è completamente falso. Se, scambiando le merci, non ne ritraesse nulla, non scambierebbe le merci. E se le scambia, è segno che ne ritrae un vantaggio. Un surplus di ricchezza.
Quando ho letto questa teoria di Marx, mi sono chiesto se non avessi le traveggole, ma lui prosegue il suo ragionamento applicandolo per giunta in modo asimmetrico al rapporto di lavoro. 
Prima ha parlato di colui che ha delle merci (o denaro) da scambiare al mercato. Poi parla del lavoratore, che ha soltanto la sua prestazione da offrire. E qui si ha lo scambio lavoro-salario, che, secondo Marx, è simile e conforme agli altri scambi. Dunque avviene (o dovrebbe avvenire) sulla base che x è uguale a y, in termini di valore (o di denaro). Il capitalista, per produrre, ha bisogno di macchine e di operai. Egli (Pag.111) “Realizza uno scambio mercantile conforme alla legge del valore. In questa operazione non si appropria di valori altrui, esce con lo stesso valore con cui è entrato, sebbene sotto forma di macchine e di forza lavoro”. Descrive questa (irrealistica) ipotesi per dimostrare che, se il capitalista fosse onesto, non dovrebbe guadagnare nulla. E già questo è sbagliato. Chi compra o vende, non esce dal mercato con lo stesso valore, diversamente nemmeno ci sarebbe andato. Ma andiamo avanti.
Il capitalista acquista macchine, lavoro e produce beni che poi vende. Marx vede dunque tre fasi: il capitalista prima è acquirente di mezzi di produzione (con uno scambio che secondo lui, essendo sempre alla pari, non gli procura nessun vantaggio), poi è venditore (con uno scambio che secondo lui, essendo sempre alla pari, non gli procura nessun vantaggio), e dunque quand’è che guadagna? Guadagna, secondo Marx, quando paga l’operaio meno della ricchezza che quello produce col suo lavoro (lucrando il plusvalore). Da qui lo sfruttamento del lavoratore, il suo risentimento, la lotta di classe e in prospettiva la rivoluzione mondiale. Mai tanta intelligenza fu usata per dire sciocchezze.
Il capitalista diviene più ricco quando compra i macchinari, diversamente non li comprerebbe, quando paga gli operai, diversamente non li pagherebbe, e quando vende la merce prodotta, diversamente non la venderebbe. Ognuno di quegli scambi, liberamente operati e desiderati, ha aumentato la ricchezza complessiva. Sono più ricchi coloro che gli hanno venduto i macchinari, gli operai che hanno ricevuto il salario liberamente pattuito e coloro che hanno comprato le merci prodotte. 
Del resto, come mai Marx non si accorge di essere entrato in contraddizione con sé stesso? Se ogni scambio è a somma zero, come mai soltanto lo scambio lavoro-salario non sarebbe a somma zero? Forse, direbbe Marx, perché bisogna pure spiegare la ricchezza finale del capitalista. Ma le risposte sono due: in primo luogo, non c’è nessun mistero, tutti si arricchiscono; in secondo luogo, se il capitalista si arricchisce di più, è perché la sua personale “produzione” (quella derivante dallo “spirito imprenditoriale”) sul mercato vale di più della capacità di lavorare con le proprie braccia. Infatti guadagna molto di più, per un’ora, il ginecologo o il dentista, del semplice operaio. Perché la sua prestazione è più richiesta. Senza dire che il dentista non corre il rischio di fallire, mentre il capitalista/imprenditore  rischia il suo denaro, se sbaglia il modo di condurre la sua azienda.
Così risulta peregrina ed infondata la perorazione finale che il saggista riferisce, attribuendola a Marx (Pag.113): “Precisamente così si risolve il mistero di questa valorizzazione e della continua crescita del capitale: si fa a spese dello sfruttamento del lavoratore, pagandogli la forza lavoro al suo valore di merce, al suo valore di produzione, e non al valore che questa forza lavoro realmente aggiunge. La ricchezza del padrone, che genera la sua povertà, proviene dal suo lavoro. Lo scontro di classe si rivela inevitabile, dal momento che il capitalismo non può esistere senza valorizzare il capitale, e ciò implica inesorabilmente lo sfruttamento. Pertanto la tesi della lotta di classe e della necessità della rivoluzione resta così fondata oggettivamente nella logica del capitalismo”. Questo è un delirio derivante da una premessa erronea: l’idea che lo scambio sia a somma di ricchezza zero. E dimenticando che, agli occhi del lavoratore, il salario vale più della sua prestazione, diversamente si terrebbe la prestazione e rifiuterebbe il salario, esattamente come avviene per qualunque altro scambio.
Mai avrei creduto che un secolo di marxismo fosse fondato su un errore così banale. Ma la mia ignoranza potrebbe avermi indotto in errore e – appunto per questo – sono qui pronto ad ascoltare chi avrà la bontà di correggermi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 marzo 2019 
(1)Marx, dall’agorà al mercato, di José Manuel  Bermudo, Editore Hachette Fascicoli s.r.l. Milano 2015.
(2) https://giannip.myblog.it/2019/03/12/massaie-e-coccodrilli-qualche-concetto-deconomia/




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POLITICA
14 marzo 2019
DEL TAV NON SI È PARLATO ABBASTANZA
Si è parlato fin troppo del fatto che il Tav si dovesse fare o non fare, ma non si è parlato abbastanza del fatto che quella discussione era sul nulla. E per questo non poteva avere né vincitori né vinti. L’enorme diatriba è stata soltanto una enorme operazione di disinformazione. E proprio di questo non s’è parlato abbastanza. 
Poiché tutto questo sembra un gioco di parole, mi spiegherò meglio. Immaginiamo che ci sia un uomo molto malato e che i medici al suo capezzale si accapiglino, a lungo, sulla terapia da adottare. Poi qualcuno fa notare che, sin da prima che si mettessero a discutere, il malato era morto, e dunque la discussione è inutile. E ciò malgrado, si continua a discutere della terapia per guarirlo. Ebbene, ecco il punto, per come l’ho capito io: si è parlato a lungo di fare o non fare il Tav, mentre non si è parlato abbastanza del fatto che la discussione è inutile, in quanto la cosa è già decisa.
Che cosa si è fatto credere, agli italiani? 1) Che l’undici marzo si dovesse decidere se realizzare o non realizzare il Tav, in Italia; 2) Che dalla decisione, sulla quale Movimento 5 Stelle e Lega erano su posizioni opposte, dipendeva la sopravvivenza del governo; 3) Che ambedue i partiti erano così fermi nella loro posizione, da essere risoluti a non fare marcia indietro, quali che potessero essere le conseguenze; 4) Che la situazione è stata risolta dal nostro Primo Ministro Giuseppe Conte, il quale – con una lettera inviata alla Telt – ha messo in chiaro che per il momento non si decideva niente, e che l’Italia si riservava di ritirarsi dal progetto, senza spese e risarcimenti da pagare.  5) Che la Telt si è piegata all’ingiunzione dell’Italia, tanto che tutto è stato rinviato e il governo è salvo, mentre il M5s canta vittoria. 6) E comunque, anche ad ammettere che il Tav non sia stato definitivamente affossato, su quell’opera deve pronunciarsi il Parlamento o lo stesso popolo, con un referendum.
Ebbene, non ci si crederà, ma tutte queste affermazioni sono false. Riprendiamole ad una ad una. Primo punto. L’undici marzo non si trattava di pubblicare i bandi per la realizzazione del Tav in Italia, ma la pubblicazione dei bandi per la dimostrazione di interesse a partecipare alla gara (”Avis de marchés”) per la realizzazione del tunnel in zona francese. Gara i cui appalti saranno pubblicati in seguito. Questa è una decisione sulla quale, ovviamente, l’Italia non aveva e non ha alcuna autorità. E infatti l’organo direttivo della Telt (la società italo-francese, con sede a Parigi, che dovrebbe realizzare l’opera) ha votato all’unanimità per la pubblicazione degli  “Avis de marchés” e tutto è andato come previsto. Semplice routine. 
Secondo punto. Dalla decisione non dipendeva affatto la sopravvivenza del nostro governo, perché la decisione stessa non era presa in Italia e non riguardava l’Italia. Riguardava l’adempimento, da parte della Francia, degli impegni assunti . Dunque in Italia – e questo vale per il terzo punto - non ci potevano essere né vinti né vincitori. I vincitori e i vinti ci saranno quando starà all’Italia decidere qualcosa sul Tav, ammesso che ne abbia la facoltà, non prima. 
Quarto punto. La Telt non si è piegata a nessuna ingiunzione, per l’eccellente ragione che ha semplicemente attuato quanto previsto da sempre, senza nessuna modificazione. A che cosa avrebbe dovuto o potuto opporsi? Né ha molto senso parlare del fatto che l’opera possa e debba essere ridiscussa. Infatti può essere ridiscussa e conseguentemente perfino annullata, senza spese, ma  con l’unanime accordo di Italia, Francia e Commissione Europea. E noi sappiamo benissimo che al contrario l’Europa e la Francia sono risolutamente favorevoli alla realizzazione. l’Italia con chi discuterà, la cosa, con sé stessa? 
Punto quinto. Semplicemente falso.
Punto sesto, ecco una versione da ignoranti. I referendum sono vietati dalla Costituzione quando riguardano trattati internazionali.  E qui si tratta appunto di un trattato internazionale, ratificato a suo tempo dal Parlamento italiano. Per revocarlo con un referendum bisognerebbe nientemeno cambiare la Costituzione, in modo da renderlo possibile, e questo  con una procedura lunga e macchinosa. Neanche a parlarne. Oltre tutto il Parlamento a maggioranza è per il Tav (Pd e Forza Italia sono a favore), e comunque non ci sarebbe tempo prima dei bandi italiani, che dovranno per forza essere pubblicati fra sei mesi. A meno di pagare somme astronomiche, e parliamo di miliardi. Per non parlare della nostra rispettabilità internazionale.
Rimane un’ultima domanda. Come mai ci hanno propinato tante panzane? La risposta è semplice. Il Movimento 5 Stelle, dopo tante sconfitte e tante marce indietro, aveva bisogno di dimostrare ai suoi elettori che manteneva i suoi impegni elettorali. E allora ha combattuto una battaglia immaginaria, raccontandoci anche di averla vinta. Con ciò ha dimostrato il più melmoso cinismo e la più totale fiducia nella nostra ignoranza. Questo partito, che ha tanto gridato “Onestà, onestà”, ci ha mentito a tutto spiano. Quella battaglia non poteva vincerla né questo governo, né nessun altro governo, perché l’Italia si è già pronunciata a suo tempo, firmando trattati internazionali e ratificandoli in Parlamento.
Il Movimento pensa dunque che i nodi non verranno mai al pettine?  
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
 
Chi non crede ai dati sui quali si fonda il mio articolo legga il “Corriere della Sera”: https://www.corriere.it/politica/19_marzo_09/tav-lettera-l-ora-presa-giro-0b7909fa-42a4-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml 




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POLITICA
13 marzo 2019
MASSAIE E COCCODRILLI-2
Il lavoro è entrato anche in un’altra interessante discussione: la valutazione dei beni. I pensatori del Settecento distinguevano il valore d’uso di una merce dal suo valore di scambio. Il valore d’uso dello zucchero consiste nel fatto che preferiamo un tè zuccherato a un tè amaro. Il prezzo di un chilo di zucchero può variare nel tempo, ma il nostro piacere del tè zuccherato (cioè il nostro valore d’uso) rimane invariato. Ma se, per il singolo, il valore d’uso è pressoché costante, il valore di scambio di ogni merce varia col tempo e con le circostanze (variazione dei prezzi). Se un chilo di zucchero vale tre chili di grano, diremo che il valore di scambio fra le due derrate ha il rapporto uno-tre. Poi, se lo zucchero diviene scarso, il suo valore di scambio aumenta (e ci vorrà più grano per averlo), e viceversa se diviene abbondante. Il valore di scambio di una merce è misurato con i termini del baratto, o col denaro, che quella merce costa. 
Alla ricerca di un elemento obiettivo per determinare il valore di una merce, David Ricardo - uno dei fondatori dell’economia classica e dunque uno dei miei idoli - ricorse all’idea che questo valore oggettivo fosse la quantità di lavoro necessaria a produrlo. Metro che, essendo sganciato, almeno teoricamente, dal valore di scambio (nel senso che è costante) è “incorporato” nella merce. Secondo Ricardo, in un’economia di mercato equilibrata, valore d’uso e valore di scambio (prezzo) tendono a convergere. Non intendo rivedere le bucce di Ricardo, non me lo potrei permettere, ma se non credo in  niente sarò pure autorizzato a muovere obiezioini.
Innanzi tutto, non vedo a che scopo ricercare il valore oggettivo delle merci. Non serve a niente, e per giunta non è nemmeno detto che un valore oggettivo esista. Quanto al valore d’uso è troppo soggettivo per essere usato come metro del valore oggettivo della merce. Né mi sembra che lo stesso lavoro sia un buon metro, in materia di valore. Se camminando trovo una pepita d’oro da cinquanta grammi, come lavoro mi sarà costata soltanto la fatica di abbassarmi a raccoglierla e come valore di scambio andremmo a parecchie migliaia di euro. Il lavoro “incorporato” in essa è insignificante.  Inoltre il tempo e la fatica necessari alla produzione di un bene variano molto nel tempo e nello spazio. Filare la lana con un fuso di legno significava produrre poco filo in molto tempo, mentre una moderna filanda produce moltissimo filo in poco tempo. Il valore dei beni misurato con il lavoro “incoroprato” in essi, è fuorviante. Il contadino del Burundi che gratta la terra con la zappa si affatica come uno schiavo e ricava poco dalla terra; l’americano della “Corn belt” coltiva i cereali con macchinari moderni, sta comodamente seduto e produce infinitamente più grano del contadino del Burundi. Il lavoro incorporato in un quintale di grano del Burundi è costato molto più sudore di quello incorporato in una tonnellata americana ma non per questo potrà essere venduto ad un prezzo maggiore.
Il riferimento alla fatica del produttore  - oggi così frequente - risponde a mio parere a un pregiudizio morale, che del resto presumo Ricardo non avesse affatto. La gente sarebbe capace di pensare che bisognerebbe rimunerare più generosamente la merce che è costata molto lavoro rispetto a quella che è costata poco lavoro. Perché essa ha “più valore”. Ma è un errore. In questo campo ho ricevuto una lezione indimenticabile. Parlando con un amico del più e del meno mi è capitato di dire che avevo per le mani una traduzione di lingua francese, e mi sentivo come un ladro perché, venendomi molto facile, andavo come un treno. Quasi mi limitassi a copiare il testo. Soprattutto procedevo molto più speditamente che se la traduzione fosse stata di lingua inglese. Forse, dicevo,  dovrei proporre uno sconto al committente. Il mio amico mi smentì con sdegno: “Dici sciocchezze. Al contrario, dovresti chiedere di più. Se per il francese vai tanto veloce significa che sei estremamente competente e il tuo lavoro sarà ottimo. Dunque meriti di essere pagato di più per il francese che per l’inglese”. Aveva perfettamente ragione. Al cliente non importa quanta fatica è costato il lavoro, gli importa soltanto la qualità del risultato.
Non credo nel tempo di lavoro incorporato nella merce come misura del suo valore. Non credo al valore morale del lavoro come elemento che debba influenzarne la remunerazione. Rimane soltanto il valore più pedestre: il prezzo , quale lo determina il mercato. E questo elemento mi basta e avanza, per orientarmi . Il resto è letteratura. 
Tutto ciò vale, al passaggio, per sorridere ancora una volta della nostra Costituzione, quando dice che il lavoro deve “in ogni caso” assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una vita dignitosa”. Al datore di lavoro del genere di vita della controparte non importa assolutamente nulla, come al lavoratore non importa nulla sapere se i produttori della merce che compra al supermercato siano stati sufficientemente remunerati, per fargli avere quel prodotto a quel prezzo. 
Il lavoro non deve assicurare niente a nessuno, a parte la remunerazione al lavoratore e la prestazione al datore di lavoro. Il loro quantum – in un mercato libero – dipende dalla domanda e dall’offerta. Se nel villaggio c’è un solo idraulico ed avete la casa allagata, quell’artigiano potrà richiedere qualunque prezzo e voi dovrete pagarlo. Se invece nel villaggio ce ne sono quattro, cioè troppi, voi potrete tirare sul prezzo, magari fino a non assicurare una vita dignitosa a quell’artigiano e alla sua famiglia. Se poi vi facesse pena, dategli un buon consiglio: che cambi mestiere o luogo di residenza. 
Quando si tratta di denaro, la realtà è spietata. E sono spietati anche i moralisti. Costoro sono molto generosi col denaro degli altri o dello Stato, ma al loro badano come tutti gli altri. Nessuno pagherebbe a ciglio asciutto un prezzo abnorme solo per fare vivere dignitosamente la famiglia dell’elettricista o del tappezziere. La realtà non ha mai letto la Costituzione Italiana.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
13 marzo 2019, fine
Ho letto qualche pagina su Marx e mi riservo di commentarla. Si direbbe che il filosofo di Treviri, nel caso del lavoro  dipendente (che è un caso particolare di scambio) - capisca l’utilità del capitalista (e la chiama plusvalore) e non capisca l’utilità del lavoratore, che per lui è sfruttato. Se ho capito bene, siamo all’assurdità più completa. Ma mi riservo di scrivere un autonomo articolo, al riguardo.




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12 marzo 2019
MASSAIE E COCCODRILLI. QUALCHE CONCETTO D'ECONOMIA
Due articoli
I concetti fondamentali dell’economia divengono astrusi quando si nutrono di coordinate cartesiane, di formule matematiche, di termini tecnici e di teorie complesse. Ma di solito tutto ciò si ha quando si parla di macroeconomia. Quando invece si scende sul quotidiano, e si accenna a quella che, con disprezzo, si chiama “l’economia della massaia”, tutto diviene non soltanto chiaro, ma anche difficilmente contestabile. Se due negozi molto simili vendono la stessa merce a prezzi diversi, si può star sicuri che tutte le massaie del mondo, inclusi i professori universitari di economia, se devono comprare qualcosa, lo faranno nel negozio dove costa meno. Questo perché, al livello di base, l’economia è una legge universale. Chi, per spostarsi nello spazio cerca di seguire la linea retta, perché è la più breve, fa una scelta econimica. La stessa che fa il leone quando può rubare la preda alle iene, invece di cacciarla da sé. È proprio partendo da questa mentalità terra terra che si potrà capire qualcosa di più della ricchezza e del lavoro. 
Per la ricchezza, molti sono convinti che, se qualcuno è molto ricco, e molti altri sono poveri, ciò può essere avvenuto per una sola ragione: perché il primo ha rubato qualcosa ai secondi. Ma è proprio così? Se un tizio sta morendo di fame ed ha soltanto un secchio d’acqua, e un altro tizio ha parecchio da mangiare, ma sta per morire di sete, è ovvio che, procedendo ad uno scambio, staranno meglio tutti e due. Se qualcuno compra un giornale è chiaro che per lui, in quel momento, il giornale vale più di due euro, mentre per l’edicolante il giornale vale meno di due euro, e cedendolo al cliente fa un affare. Quando lo scambio è volontario, dopo lo scambio ambedue i contraenti sono più contenti di prima, e ciò significa che ambedue sono “più ricchi” di prima, non uno più ricco di prima e uno più povero di prima. La ricchezza non è un dato costante, tale che ogni scambio deve essere a somma zero. Dopo lo scambio, tutti i soggetti  saranno più ricchi, e questo in base al principio economico denominato, appunto, “utilità dello scambio”. Del resto ci sono “utilità” che si possono regalare senza che si diminuisca la quantità di ciò che si aveva: per esempio il sapere. 
Il pregiudizio della ricchezza costantemente a somma zero è talmente stupido, che sarebbe capace di smentirlo un rinoceronte. Il bestione permette agli uccelli di stargli in groppa e nutrirsi dei suoi parassiti, esattamente come il coccodrillo tiene la bocca aperta perché un uccello vada, cibandosene, liberandogli i denti dai residui di cibo. Pachidermi, coccodrilli e pennuti sanno di avere interesse allo scambio e sanno anche che nessuno si “impoverisce”, con esso. 
Le cose non vanno diversamente fra gli uomini. Quando Henry Ford ha l’idea di lanciare la Ford T per motorizzare l’intera America, non deruba nessuno. A conclusione dell’operazione lui si sarà arricchito, ma migliaia di operai avranno avuto un lavoro e migliaia di americani avranno avuto un’automobile, anche se piccola e spartana. Ford ha “creato”, non “spostato” ricchezza. E a lui deve andare la gratitudine della nazione, non l’invidia o la condanna. Chi non capisce l’utilità dello scambio (a dir poco, ma si potrebbe dire molto di peggio) non sa nulla di economia.
Purtroppo questo genere di errore si estende anche al mondo del lavoro. Salvo che nel caso della schiavitù e dei lavori forzati, anche quello tra prestazione d’opera e remunerazione è un libero scambio a conclusione del quale nessuno è sfruttato, ma ambedue i contraenti sono più ricchi. Può essere vero che ciascuno tiri la corda dalla sua parte, come in ogni negoziato, ma alla fine, se si accetta il patto, è segno che, anche se esso è un po’ sbilanciato, conviene ancora ai contraenti, diversamente non l’accetterebbero.
Su questo punto non si insisterebbe mai abbastanza. Immaginiamo un primitivo che sia il miglior cacciatore del suo villaggio. Quest’uomo un giorno fa ad un collega molto meno abile di lui questa proposta: “Tu vieni con me a caccia, mi porti le frecce, le lance, le corde, vai a prendere la preda quando la colpisco, mi aiuti a trasportarla a casa. E io in compenso ti darò un terzo della carne”. Se l’altro accetta abbiamo un contratto di lavoro. Prima domanda: costui è stato costretto ad accettarlo? Certamente no. E da che cosa è nato il contratto? Dal fatto che è utile a tutti e due. Infatti in conclusione saranno ambedue più ricchi di prima.
È questa convenienza che ha fatto nascere il lavoro dipendente. Sicché è assolutamente stupido parlare di “creazione di posti di lavoro”. Il lavoro non nasce da una sorta di volontà divina (“Fiat!”, cioè: “Sia fatto!”, come poteva esprimersi l’Onnipontente). Nasce da un accordo fra le parti, in cui ognuno persegue il proprio interesse. . 
 Ovviamente in una società sviluppata e complessa, come quella dei grandi Paesi industrializzati, ci sono molte altre componenti. Il fisco, in primo luogo. Le spese per previdenza e assistenza. L’avidità dei datori di lavoro, con i loro cartelli (vietati dalla legge) e l’avidità dei lavoratori, con i loro sindacati, ma alla fine della fiera se, malgrado tutti questi ostacoli, il lavoro conviene, si avrà l’occupazione. Se invece non conviene, si ha la disoccupazione. Si possono studiare le ragioni del fenomeno e giudicarlo comunque si voglia, ma una cosa è chiara: lo si potrà risolvere soltanto rendendo di nuovo conveniente il lavoro, sia per il datore di lavoro sia per il prestatore d’opera. Sarà un proverbio banale, ma è proprio vero che si possono portare i cavalli all’abbeveratoio ma non si può obbligarli a bere. Nel caso del lavoro, è ancora più semplice: i cavalli hanno sempre sete, e l’unico problema è quello di non annullare la convenienza del lavoro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      1. Continua



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POLITICA
11 marzo 2019
JACQUES BREL E GEORGES BRASSENS
Jacques Brel e Georges Brassens non sono soltanto due autori di canzoni. Sarebbe come definire Galileo e Einstein “due fisici”. Quei due artisti sono stati entrambi così ricchi, così significativi e geniali, da far parte a pieno titolo del mondo della cultura. Hanno soprattutto realizzato un’anomalia, un miracolo: quello della poesia largamente condivisa, fino a lasciare un’impronta viva e indimenticabile nella società. Le loro opere hanno ispirato molti libri e tesi di laurea.  
Citarli insieme è un errore. Li lega il sesso maschile, la lingua usata e la morte precoce, specie per Brel che non arrivò a cinquant’anni. Nient’altro. Uno è belga, l’altro francese. 
I temi che sembrano avere in comune (prevalentemente l’insofferenza per il conformismo, il disprezzo per la società borghese, l’avversione per il potere) sono in realtà generazionali, oltre a far parte di un armamentario connaturato a tutti gli artisti che non siano artisti di corte. Sono abiti collettivi. Uno, Brel, li indossa distrattamente; per l’altro, Brassens, sono troppo stretti. 
Per il poeta belga l’aspetto personale ed esistenziale prevale di gran lunga su quello sociale. È vero che Brel con Les bourgeois ha composto una delle sue opere più riuscite, ma non è “la borghesia” che gli interessa, quanto piuttosto il suo lato filisteo nel racconto dell’evoluzione/involuzione, a seconda dei punti di vista, dei tre amici protagonisti della canzone, da ribelli irridenti e scanzonati a sussiegosi notai. Lui stesso apparteneva ad una famiglia borghese, che abitava una “grande maison”. Gli zii che ricorda (Mon enfance), sono “repus”, satolli, appagati del solo benessere materiale e incapaci di comprendere i sogni di un bambino: “mes oncles repus m’avaient volé le Far West” (i miei zii satolli mi avevano rubato il Far West). Non c’è alcuna valutazione di carattere politico in queste parole, ma la presenza di un ipersensibile che di mestiere fa il poeta. 
Solo apparentemente diverso è il caso di Brassens. L’artista francese è attento al perdente, all’emarginato, al reietto, ma non c’è in lui alcun intento rivoluzionario né idealmente palingenetico. Dirà esplicitamente che “morire per delle idee” (Mourir pour des idées) non fa per lui. È troppo anarchico per accontentarsi di una generica avversione al potere; dell’adesione agli schemi dei poeti maledetti che lui stesso ama; dell’acquisizione di formule e invettive che stanno bene sulla bocca di tutti. Il disprezzo ostentato per i gendarmi e gli slogan (“mort aux vaches”) rimangono moduli non appartenenti alla sua cifra più autentica, che è quella della più totale libertà. Lui stesso è un uomo fuori dagli schemi: visse per una dozzina d’anni in condizioni estreme, senza elettricità, senza acqua calda, senza servizi igienici, e si mostrò fino alla fine indifferente alle lusinghe del denaro e persino della considerazione degli altri. È un poeta randagio che deve poter scandalizzare, con la violenza del gorilla (Le gorille); toccare, con la mitezza di cenere dell’immortale Martin (Pauvre Martin), il vinto dei vinti, ignaro della sua stessa vita; emozionare, con la nostalgia del ricordo che riscalda il cuore, nella Chanson pour l’Auvergnat. (Chanson pour l’Auvergnat).
 In generale, quindi, il tema sociale costituisce per entrambi gli autori una costruzione esterna che mal si concilia con la parte più intima e autenticamente poetica del loro sentire. 
Per Brel è protagonista l’io, per Brassens l’umanità.
 
 
Brel è la passione viva, l’uomo senza armi di fronte alla vita. È il poeta della nudità e dell’eccesso. Osa dire quello che gli altri tacciono. Ci vuole partecipi e ci rende complici. È il gladiatore dell’anima che conduce ad ogni esibizione un gioco mortale. Le sue “guerre”, come lui stesso le ha definite nella canzone dedicata all’amico Jojo (Jojo), comportano una fisicità destinata di solito alla vita privata: sudore, lacrime, tremiti, agitazione, grido, simulazione dell’orgasmo negli applausi deliranti che suscitava, nella frenesia della condivisione che sollecitava. Chi accetta il suo gioco ne esce maltrattato. Brel ha bisogno di questa empatia bruciante, di questo coinvolgimento indecoroso e doloroso, fino ad un’autoesaltazione che gli si perdona perché si è temuto per lui. Il poeta, l’interprete e l’uomo coincidono. 
Non è mai leggero. I temi che gli sono più congeniali, (l’amicizia, l’amore, il dolore, la morte, i vecchi) sono sempre segnati da un sentimento di sconfitta che diventa di volta in volta amarezza, rimpianto, commozione, implorazione, nostalgia, ribellione aperta, mai ironia lieve, tanto meno sorriso. Piuttosto, una sorta di sarcasmo acre e devastante ispira certe sue composizioni al di fuori dei temi citati, rendendole urticanti e persino inadatte ad essere definite canzoni (Ces gens-là, Les bonbons, ecc.). 
Brel è un poeta visionario, quindi ricchissimo di immagini e di inventiva. Il rischio che corre è quello della sovrabbondanza e persino del cedimento sul piano della coerenza. E infatti le sue composizioni presentano qualche sfocatura. Prendiamo per esempio una delle sue canzoni più intense e drammatiche: Le dernier repas. Perché mai un re seduto sul trono dovrebbe aspettare “le sue vestali”? perché l’uomo che sta per morire dovrebbe voler vedere “qualche cinese in guisa di cugino”? Ma poi, quando l’uomo dice “nella mia pipa brucerò i miei ricordi d’infanzia, i miei sogni incompiuti, i miei resti di speranza”, ci tocca con la semplicità della grande poesia, e le parole dei versi che conducono alla fine della canzone (“poi guarderò il sommo della mia collina, che danza, che si indovina, che finisce per sprofondare”) ci fanno condividere, nell’incertezza della luce rimasta, la nostalgia straziante della vita che sta per spegnersi. Non siamo lontani dalla sommità: “E la lucciola errava appo le siepi”, dice Leopardi, e ugualmente ci fa piangere. 
E, nella famosissima Amsterdam, perché i marinai dovrebbero girare nella loro rude danza “come soli sputati”? Ma si è disposti a perdonare a Brel i soli sputati e qualche altro verso non felice, per poi ricordare per sempre gli incontenibili e incontinenti marinai di Amsterdam e i loro denti capaci di masticare la fortuna, di staccare a morsi la luna dal suo asse, di divorare i cordami. Non si erano mai viste in una canzone parole del genere, così come Ne me quitte pas e Le plat pays possono competere, vincendo, con qualsiasi poesia d’amore. 
Tanto per sfiorare un altro tema, “Est-ce d’avoir trop ri que leur voix se lézarde quand ils parlent d’hier” (è per avere troppo riso che la loro voce si spezza, “si crepa”, quando parlano di ieri) è un verso sublime, con un verbo sublime a comparare le crepe che si aprono nei muri con la voce che si spezza nella nostalgia del passato. Brel lo ha inventato per parlare dei vecchi, in una poesia/canzone che è difficile ascoltare fino alla fine, per eccesso di commozione. È quello che Brel voleva. È l’effetto che produce la condizione umana mostrata e condivisa. 
Gli amici sono parte di lui, non come idea astratta, ma con i loro nomi, Jef, Pierre, Jojo, Fernand. Con le loro debolezze, con la morte, che se li porta via. “Lui nella sua ultima birra-bara(1)/io nella mia nebbia/lui nel suo carro funebre/io nel mio deserto”, così dice il giorno dei funerali di Fernand (Fernand). E ancora “Muoio dalla voglia/di svegliare delle persone/ti inventerò una famiglia/proprio per il tuo seppellimento/e poi se io fossi il Buon Dio/credo che non sarei contento di me/lo so si fa ciò che si può fare/ma c’è modo e modo./ Sai, ritornerò/ritornerò spesso/ in questo puttana di campo/in cui devi riposarti/l’estate ti farò ombra/berremo silenzio/alla salute di Costanza/che irride la tua ombra”. 
“Adesso piangerò”, dice, semplicemente, alla fine. Brel vuole sempre condividere. Ma ha pianto tutto il tempo. I suoi versi sono un’autentica marcia funebre, e la musica è adeguata.
J’arrive (arrivo), dice in un’altra canzone che ha lo stesso titolo (J’arrive), parlando della sua morte imminente, “ma quanto avrei desiderato ancora una volta trascinare le mie ossa fino al sole, fino all’estate, fino alla primavera, fino a domani”. E ancora “ma perché io, perché ora, perché già e dove andare”. Avrebbe desiderato “ancora una volta riempire di stelle un corpo che trema e cadere morto bruciato d’amore, il cuore in cenere”. Ecce Homo. Vinto ed esposto. La sua corona di spine è quella di tutti. È terribilmente nostro fratello.

(1)Il temine “bière” è identico per “birra” e “bara”. L’autore fa un gioco di parole intraducibile. Scegliendo “ultima birra” si esclude il significato di bara, scegliendo “ultima bara” si dice qualcosa di illogico.

Alcuni titoli: Le plat pays, Ne me quitte pas, La chanson des vieux amants, Le dernier repas, Les bourgeois, Amsterdam. J’arrive, Jef, Jojo, Fernand, Mon enfance, Quand on n’a que l’amour, Grand Jacques, L’ivrogne, Voir un ami pleurer. 


Si entra in un mondo dai parametri differenti parlando di Brassens.
Siamo di fronte a un artista schivo, solitario, anarchico per formazione e per scelta di vita, mai in cerca di consenso. 
Come di Brel si percepisce innanzi tutto la passione, di Brassens si coglie subito una lingua “diversa” da quella di tutti gli altri: colta, ricca, piena e mordace. Molto difficile. L’ha inventata lui. Il suo francese è rivolto non tanto alla vasta comunicazione quando alla funzione cui esso deve rispondere nel mondo poetico dell’autore. E per questo egli non si cura dei destinatari, prova ne sia che gioca su tutti i registri. Oltre al francese normale, usa quello periferico: i termini colti, gli aggettivi rari, gli avverbi sorprendenti. Dal francese alto scende alla lingua familiare – forse la più usata – e poi, giù giù, fino all’argot, al gergo. Come non bastasse, del gergo è capace di impiegare non soltanto quello corrente, ma anche quello in voga anni prima. Infine, a coronare questo edificio linguistico, in linea con la sua adesione al Medio Evo, si serve di parole ormai andate fuori dall’uso, che soltanto i francesi colti capiscono, per aver letto Montaigne o Rabelais. Tutto ciò significa che la comprensione della lingua di Brassens implica una completa immersione nel mondo francese a tutti i livelli di cultura e di epoca. Una condizione non del tutto frequente. Lo straniero colto, che conosce mediamente la lingua, può aspirare ad una comprensione di non più dell’ottanta per cento dell’opera di Brassens. Difficilmente ne percepirà la complessità e insieme il fascino sui generis, come se le sue composizioni fossero state riscaldate dal fiato del tempo e insieme fossero sorprendentemente nuove. Come se avessero attraversato le biblioteche e i mercati, riportandone il sapore della vita e il profumo della favola atemporale.
L’uomo Brassens non entra in sintonia con il pubblico. Arriva, si accompagna con la chitarra e se ne va dopo un breve inchino. Ci lascia con i suoi personaggi, con i suoi bozzetti squisiti, con i suoi colti e avveduti understatement, con le sue vertiginose invenzioni e allusioni, con l’ironia a volte dolce a volte amara, con il pianto e il rimpianto sempre contenuti, ma non per questo meno toccanti. È graffiante, irriverente fino allo sberleffo, non risparmia invettive, insulti, epiteti politicamente scorretti, bestemmie attenuate e turpiloquio. A volte esagera e il buon gusto ne risente. Ma in genere seduce chi lo ascolta, via via che si entra nel suo mondo e nelle sue parole. Dà sempre l’impressione di un livello in più da conquistare. Brel è “étalé” (esibito), Brassens è “à découvrir”(da scoprire). Brel è squarciato e ci fa piangere sulle sue inequivocabili ferite, che sono anche le nostre. Brassens allunga verso di noi i tentacoli della sua intelligenza e del suo disincanto. Lui la condizione umana non la rappresenta. La dà per scontata e la supera nelle sue nostalgiche o dolenti ironie, (Les copains d’abord, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète) nei suoi indimenticabili paradigmi (Pauvre Martin) nei suoi giochi, a volte veri e propri nonsense, (La cane de Jeanne).
Non ci sono sfocature in Brassens. Le parole sono sempre funzionali, secondo le intenzioni dell’autore, pur nella loro difficoltà. La sua è una poesia autenticamente intellettuale, e l’accento ribelle è imbrigliato da una metrica e un classicismo scrupolosi. La sua versificazione perfetta è frutto di uno studio di anni e di una accurata opera di limatura. Tuttavia egli non appare mai né un letterato né un vuoto funambolo, ma un vero poeta che delle parole si serve per esprimere l’emozione che il racconto della vita comporta.
La poesia di Brassens non è esente da difetti. Una certa disuguaglianza di livello, in primo luogo. Accanto ad autentici capolavori, come Pauvre Martin, Chanson pour l’Auvergnat, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète, L’orage, Putain de toi, Le parapluie, Une jolie fleur, vivono canzoni più di maniera. E poi, il modulo medievale scelto per la rappresentazione della donna non ammette deroghe, e questa coerenza diventa nello stesso tempo un’ingessatura. La donna è vista come fanciulla leggiadra, come appetibile contadinotta, come immagine astratta nella sua grazia, come generico oggetto di desiderio, come esplicita compagna di sesso egoista, dominatrice, perfino crudele (“sputava sulle mie violette e faceva cattiverie ai miei gatti”), mai come essere umano dotato di anima e volontà proprie. L’intero universo femminile si riduce a un’unica dimensione: quella di “pretesto” per il poeta che se ne serve nei suoi mille giochi e fuochi d’artificio e a volte non nasconde il suo ironico commento: “Per l’amore non è necessario chiedere alle ragazze di avere inventato la polvere da sparo”. Certo, si tratta dello schema a cui l’autore è fedele fino in fondo ma, ugualmente, in un poeta della ricchezza di Brassens (per giunta insofferente degli schemi), la mancanza di una sola canzone o poesia d’amore si avverte.

Alcuni titoli: Pauvre Martin, Chanson pour l’Auvergnat, Supplique pour être enterré sur la plage di Sète, Les copains d’abord, L’orage, Putain de toi, Le parapluie, Une jolie fleur, Mourir pour des idées, Je me suis fait tout petit, Dans l’eau de la claire fontaine, La mauvaise réputation, Philistins, Le temps ne fait rien à l’affaire, Jeanne, La chasse aux papillons, Les sabots d’Hélène, J’ai rendez-vous avec vous.    
 
Qualcuno, dopo aver ascoltato Le plat pays, mi ha detto: “Il testo è molto bello, la musica è piatta come il Paese rappresentato”. 
Nessuna meraviglia. I testi hanno un valore molto elevato in entrambi gli artisti ed era difficile trovare linee melodiche che fossero all’altezza. Non è che la musica non ci sia, soprattutto in Brel che si avvale anche dell’orchestra: manca l’emozione musicale, non c’è il motivo che rimane in mente come di solito avviene per le canzoni che tutti conoscono, non c’è l’attacco che determina la commozione e la voglia di cantare. Nessuno “canticchia” le canzoni di Jacques Brel, nessuno si serve del tema per fare delle variazioni, perché il contenuto emozionale di quelle canzoni sta altrove, è in quello che comunicano le parole. 
Ancora più netto è il contrasto che si rileva in Brassens. Privata delle parole, la musica di questo autore appare monotona: marcette, ballate, accordi, in linea con la funzione di puro accompagnamento che le attribuivano i trovatori e i menestrelli. In genere, essendo elementari, i motivi sono facilmente individuabili e servono ad identificare le canzoni cui si riferiscono, per richiamarne alla mente le parole e cercare di cantarle insieme all’autore. Ma, se ascoltata da lontano, la musica di Brassens può risultare persino irritante. E può avvenire anche che alcune canzoni, come ad esempio Les amoureux des bancs publics, dal testo dolceamaro e certo non insignificante, o la divertente Auprès de mon arbre, finiscano col diventare sgradite perché la musica è risolutamente brutta.
Non vedo però perché si debba cercare in questi artisti quello che non hanno voluto darci. Le loro composizioni sono “giuste” così. La musica la possiamo trovare nella vastissima produzione sinfonica e cameristica dei secoli scorsi e nelle bellissime canzoni di “musica leggera”, da quelle napoletane dell’ ‘800 agli standard americani, a Gershwin. Oltre che nelle raffinate invenzioni dei miti del jazz. 
Brel e Brassans sono molto più che autori di canzoni: ci danno le emozioni della mente e del cuore, come tutti i poeti. 
  Alida Pardo, alida.pardo@libero.it




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POLITICA
10 marzo 2019
CHE COSA SI È VERAMENTE DECISO PER IL TAV
Sono convinto che molti non hanno capito niente, di ciò che è stato deciso per il  Tav. In particolare che cosa si è fatto per passare dal pericolo che il governo cadesse, se Di Maio o Salvini non avessero fatto un passo indietro, alla tranquillità attuale, per la quale va tutto bene madama la marchesa. E la prima cosa da dire è che non ci ho capito niente neanch’io, fino a stamattina. Ora dispongo di uno spiraglio di luce e lo condivido con gli amici.
Tutto parte da un articolo di Marco Imarisio, sul Corriere della Sera, che riporto integralmente in calce perché, se qualcosa non dovesse corrispondere a verità, non se ne dia a me la colpa. E se non mi limito ad invitarvi a leggere quel testo, è perché a volte non mi sembra sufficientemente chiaro.
Procediamo con ordine. La questione di cui si parlato in questi giorni, fino a mettere a rischio la tenuta del governo, “Cedi tu ché tanto io non cedo in nessun caso”, è stata quella dei “bandi”. I “bandi di gara”, ovviamente, sono la richiesta alle imprese di offrire la loro collaborazione, per l’esecuzione dei lavori del Tav. Bandi sì, bandi no. E come è finita?
La domanda è stata posta troppo presto. Infatti, come scrive Imarisio, “I bandi di gara, appalti da 2.3 miliardi, [sono] per la costruzione dei 45 chilometri della tratta francese del tunnel di base”. In altri termini, che essi siano pubblicati o non siano pubblicati, la cosa non influenza i lavori in Italia. Questi non sarebbero comunque subito partiti, quale che fosse stata (e sarà) la decisione riguardante la Francia. 
Ora vediamo più da vicino in che cosa consistano questi bandi di gara. Nel caso specifico, essi consistono in due successivi passaggi. In un primo momento la società incaricata dei lavori del tunnel, in questo caso la Telt, fa sapere in giro che ci sono questi lavori da fare e che raccoglierà i nominativi delle imprese che desiderano partecipare ed eseguire una parte di quei lavori. In un secondo momento – sei mesi dopo – la Telt invierà alle società prescelte i capitolati d’appalto sulla base dei quali le imprese potranno partecipare alla gara. Tutto questo deve essere ben chiaro. 
Dunque, che cosa si deve decidere al più tardi domani, lunedì 11 marzo? La pubblicazione da parte della Telt dell’invito alle imprese a presentare la loro candidatura per l’esecuzione dei lavori. E che cosa ha fatto Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per bloccare “i bandi” e far contenti i Cinquestelle? Semplice. Ha scritto una lettera alla Telt “diffidandola” dall’inviare i capitolati. E la Telt è stata facilmente d’accordo, dato che l’invio dei capitolati è previsto fra sei mesi, quando sarà stilato l’elenco delle imprese ammesse alla gara. In questa occasione si limiterà a pubblicare gli “Avis de marchés” (avvisi di mercati). E che cosa sono gli “Avis de Marchés”?
Questo per me è stato un passaggio essenziale. Infatti non mi fido mai, quando si tratta di lingue straniere. Dunque sono andato a cercare “avis de marché” su Google, e tutte le traduzioni rinviano a “bandi” per concorrere a delle imprese di lavoro. Bisogna digitare “avis de marché” nulla riga “questa esatta parola o frase” e si otterranno parecchie conferme di ciò che è stato appena scritto. Un link fra gli altri: “https://context.reverso.net/traduzione/francese-italiano/avis+de+march%C3%A9”. Dunque è sicuro che la Telt pubblicherà gli avis de marchés ed è sicuro che gli avis de marchés sono i bandi, seppure soltanto la prima parte della procedura, come previsto da sempre. Per conseguenza, la “diffida” di Conte a non inviare i capitolati sarà suonata, in Francia, come l’ingiunzione a non fare ciò che essi non avevano nessuna intenzione di fare. Più o meno come dire ad un eterosessuale di astenersi dal sesso omosessuale. Che obiezione avrebbe potuto fare, la Telt, se era stabilito da sempre che sarebbe andata così?
A questo punto qualcuno potrebbe dire: d’accordo, ma tutto questo riguarda il lato francese del tunnel. Conte e compagni hanno bloccato i bandi per l’Italia. Ma neanche questo è vero.  “I 5 Stelle – scrive Imarisio sul “Corriere della Sera” - fingono di esultare per aver fermato i bandi di gara italiani, in realtà previsti per il 2020”. E allora, di che si è discusso, in tutti questi giorni?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 marzo 2019 


Tav e lettera, l’ora della presa in giro
«Giovanotto... carta, calamaio e penna, su avanti, scriviamo». «Un momento!» «Signorina, veniamo, veniamo noi con questa mia addirvi...».
Scegliete a libero piacimento se far interpretare Totò oppure Peppino, i due fratelli Caponi originali, a Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, o viceversa. Ma l’effetto rimane uguale. Nella loro lettera, indirizzata a Telt, la società incaricata di realizzare la Tav, ma in pratica rivolta alle malefemmine Francia ed Europa, i due epigoni moderni si esibiscono in un testo da azzeccargarbugli che non cambia nulla, non decide nulla su questa benedetta Tav. Una colossale presa in giro, con la complicità un po’ ipocrita della Lega, che certo non ne esce bene. 
“Noio vulevàn savuar”. Nel mondo, se non conosci le lingue sei fregato. E Di Maio-Conte, modestamente, le conoscono. Nella lettera che la presidenza del Consiglio invia a Telt, siccome la parola “bandi di gara” è diventata un’altra ossessione dei Cinque Stelle, ecco la gran trovata. I bandi di gara, appalti da 2.3 miliardi per la costruzione dei 45 chilometri della tratta francese del tunnel di base, non si chiamano più così. Palazzo Chigi diffida Telt dall’invio alle imprese dei capitolati, che in realtà rappresentano la fase successiva a quella iniziale del lancio della gara. Telt risponde che sarà così. Ma per salvare i finanziamenti europei legati ai bandi,Il Consiglio di amministrazione procederà a pubblicare gli “avis de marchés” per i lotti francesi del tunnel. E come si chiama in francese la prima fase dei bandi di gara? Avis de marchés, ovvero inviti a presentare la candidatura. Tra sei mesi, secondo il diritto d’Oltralpe, si deciderà quali imprese hanno diritto a partecipare, e solo allora verrà il momento di mandare i capitolati con la spiegazione in dettaglio dei lavori richiesti.  A quel punto, Telt chiederà ai governi italiano e francese che intendono fare. Ma anche questa non è una conquista, e neppure una novità. L’azienda aveva già fatto sapere a dicembre della propria disponibilità a procedere in questo modo. 
Che farsa. I 5 Stelle fingono di esultare per aver fermato i bandi di gara italiani, in realtà previsti per il 2020. I veri militanti No Tav vedono invece compiersi quel passo iniziale mascherato però da un fumoso giro di parole, e questa volta sarebbero i più autorizzati a sentirsi presi per i fondelli. Chi sostiene l’opera rimane come prima, tra coloro che son sospesi. Ma il governo nella sua interezza può trionfalmente scavallare le elezioni europee, tanto poi si vedrà, non importa se esponendo il nostro Paese all’ennesima figura da peracottari. Firmato, i fratelli Caponi, che siamo noi. 
Marco Imarisio




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POLITICA
10 marzo 2019
CUORE E RAGIONE DISCUTONO DEL GOVERNO
Le persone normali discutono i fatti politici con gli amici. Io, che non esco di casa se non per andare al supermercato, non posso discutere con le cassiere, che hanno altro da fare, e dunque mi confido con voi. Forse anche per chiedere aiuto. Perché non so che pesci prendere ed è una sensazione angosciosa, per uno abituato a vivere col Sole nel cervello.
Si tratta del governo, ovviamente. E ne abbiamo già parlato più volte. Ma stavolta veramente siamo stati a un passo dalla crisi ed ha senso chiedersi: “Ma io personalmente, che cosa desidero, che il governo cada o che il governo non cada?” 
In questi casi scoprire che non si è capaci di dare una risposta chiara e risoluta è umiliante. Si ha un bel dire che il problema è complesso, che le conseguenze sono da un lato positive e dall’altro negative, alla fine quella domanda non tollera lunghi discorsi. Vvuole un “sì” o un “no”. Giusto. Ma chi osa decidersi? Forse bisogna soltanto ammettere che la soluzione desiderabile non è ragionevole, e ciò che è ragionevole non è desiderabile.
Nel giudicare la realtà, sono affetto da un violento pregiudizio morale. Ogni volta che qualcuno ha gravi torti, ne desidero la rovina con tutte le mie forze. Quand’anche fosse necessario pagare alti prezzi. Quando gli americani attaccarono l’Iraq, nel 2003, mi chiedevo come tutti se fosse una buona idea e sostenevo che soltanto il tempo avrebbe finito col dare una risposta incontestabile. Ma questo razionalmente. Sentimentalmente ero entusiasta perché desideravo con tutto il cuore che Saddam Hussein, emulo del Duca Valentino, pagasse per i suoi innumerevoli crimini.
Poi i fatti si sono incaricati di dimostrare che avevo torto. Non nel senso che Saddam Hussein fosse un gentiluomo, questo era impossibile, ma nel senso che l’Iraq non era maturo per la democrazia. Forse quell’orrendo tiranno era il più adatto al Paese. 
Il desiderio non sempre è un buon consigliere. Nella situazione attuale, il comportamento politico dei Cinque Stelle è tale da meritare, se non l’impiccagione, come per Hussein, certo l’esclusione perpetua dalla politica, aggiungendoci, se possibile, la damnatio memoriae. Dunque desidero fervidamente di veder cadere il governo e di veder scomparire all’orizzonte questa Armata Brancaleone. Un’accozzaglia di incapaci capaci di tutto, in particolare di danneggiare gravemente la nazione. Ma se questo dice il sentimento, che cosa dice la ragione?
La ragione è molto più prudente. E forse anche più perfida. La caduta di un governo nocivo è sempre una benedizione, quando esso può essere sostituito da un governo benefico. Ma è possibile, questo? Se ne può dubitare. Innanzi tutto, la situazione è troppo degradata per metterci rimedio con gli strumenti normali. In secondo luogo, se la situazione richiedesse, per il suo raddrizzamento, strumenti drastici e anormali, il popolo italiano sarebbe d’accordo per adottarli? Sicuramente no. Cambiando il governo prima si sarà condannato un governo inetto, e poi si condannerà un governo che non sarebbe stato inetto, se lo si fosse lasciato fare. E così la fredda ragione ci dice: “Nella situazione attuale, il meglio è che questo governo raccolga ciò che ha seminato”. In questo modo non soltanto pagherà l’intero conto del suo modo di governare, ma non fruirà della scusa di non avere avuto il tempo di attuare il suo programma. Tutto ciò (forse) insegnerà agli italiani quanto sia pericoloso affidarsi agli arruffapopolo incompetenti e ai visionari semi-analfabeti. Ovviamente in questo caso il prezzo da pagare sarebbe altissimo, ma siamo sicuri che ci sia modo di evitare di pagarlo, chiunque sia al governo? 
Inoltre la ragione potrebbe aggiungere: “Ardevi dal desiderio di punirli? E chi ti dice che la massima punizione, per loro, non sia rimanere al potere?” Ed è vero. Il tempo potrebbe anche essere severo con Salvini, il cui cattivo gusto demagogico grida vendetta dinanzi all’Altissimo.
Così finalmente ho le idee chiare. L’economia, la politica e la decenza morale, perfino, richiederebbero che questo governo vada via. Ma sarebbe fargli un favore. E sarebbe  fare un favore agli italiani digiuni di economia e di politica, quelli che hanno votato per il Movimento 5 Stelle e potrebbero ancora trovargli delle scusanti. Così mi rimangio (inghiottendo a fatica) la mia voglia di veder cadere il governo e tifo per Di Maio e Salvini. Per favore, mettetevi d’accordo, a costo di fare o di non fare il Tav: tanto al punto in cui siamo all’inferno possiamo andarci anche a bassa velocità. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 marzo 2019 




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POLITICA
9 marzo 2019
PARDO RIMBECILLISCE
C’è un verbo italiano che pensavo, invecchiando, mi potesse riguardare, una volta o l’altra: rimbecillire. Non ci sarebbe da vergognarsene: tutto il corpo invecchia e il cervello è una parte del corpo. Uno supera gli ottant’anni, ha di che congratularsi con se stesso per non essere morto prima, ma in inglese l’aggettivo “senile” (s-nail) già da solo significa “affetto da demenza senile”. Per non parlare del pericolo dell’Alzheimer. 
Quello che non m’aspettavo, avendo almeno fino ad ora schivato l’Alzheimer, era che il verbo rimbecillire fosse anche un verbo transitivo. Cioè rendere imbecille qualcuno, come il verbo inglese “stultify”. E purtroppo è quello che mi sta capitando.
Quando l’età e gli acciacchi sconsigliano il jogging ed altri sport strapazzosi, e nel contempo il pensionamento offre una notevole libertà dagli impegni, è normale che ci si dia alla lettura e ci si tenga informati sui fatti del giorno. Naturalmente, se per formazione ci si disinteressa del pettegolezzo, di delitti e della cronaca cittadina, fatalmente finisce che ci si occupi di politica nazionale e internazionale, di economia e, all’occasione, di storia, dal momento che il passato è la premessa del presente. E non potendo comprare dieci giornali al giorno (sia per la spesa, sia per la distanza dell’edicola, considerando le nostre capacità motorie) è naturale che si divenga affezionati clienti delle rassegne stampa, televisive e radiofoniche. E fin qui tutto bene.
Il guaio comincia quando anche le rassegne stampa più professionali e più politiche, come quella famosa di Radioradicale (sempre ringraziamenti, a quella benemerita emittente) cominciano più a rimbecillirci che ad informarci. Non è che lo facciano apposta, certo. Giornalisti come Massimo Bordin o Marco Taradash meritano tutta la nostra stima. Anche perché, essendo all’occasione apertamente faziosi, ci offrono un prodotto onesto ed equilibrato. Purtroppo negli ultimi mesi, evidentemente non per colpa loro, gli amici di Radioradicale mi stanno facendo sentire un imbecille. Ecco ciò che avviene. Il giornalista di turno comincia a parlare di ciò che contengono i giornali. Parte dal primo e il mio cervello automatico reagisce con un secco: “Questo non m’interessa”. E stacca. Aspetto che si cambi articolo e, mentre il primo parlava di Di Maio, questo parla di Salvini. E il mio cervello, secco: “Questo non m’interessa”. E stacca. Poi riesco a sentire qualcos’altro, lo capisco, ma mi dico: “Che stupidaggine”. E stacco. Insomma il fatto è che, non raramente, dopo quasi un’ora e mezza di ascolto, mi accorgo di non avere capito niente. E non è essere imbecilli, questo?
Per legittima difesa, e per aggrapparmi a quel che resta della mia autostima, sono così costretto a dividere le mie sedici ore di veglia in quattordici ore e mezzo in cui sono una persona normale e un’ora e mezzo in cui sono un imbecille. Per giunta un imbecille con Schlechtes Gewissen, mala coscienza. Vuoi vedere che anch’io scrivo cose che fanno sentire il prossimo un po’ più imbecille di quanto non fosse quando ha cominciato a leggere le mie righe? Che l’imbecillità sia contagiosa?
Mi rimane solo la flebile speranza che il colpevole sia il maggiordomo. Intendo né io, il primo sospettato, né i giornalisti che si occupano della rassegna stampa, ma le vicende narrate. Se le beghe, le prese di posizione, le dichiarazioni, le promesse e persino le zuffe dei politici sono tanto noiose da intontirci, non potrebbero essere loro, i colpevoli? I francesi chiamano i fatti totalmente privi di senso “des histoires à dormir debout”, storie da farvi addormentare in piedi. Ora, se io ascolto la rassegna stampa a letto, posizione tanto più comoda, per dormire, è strano che finisca col distrarmi? È un miracolo quando non riprendo sonno, pur avendo già avuto la mia razione di sonno notturno.
Per esempio, riguardo al Tav sono arrivato alla tentazione di andare a Lourdes, se necessario su una sedia a rotelle, per implorare la grazia che non me ne parlino più. La facciano, non la facciano, buttino giù il governo o rilascino a Luigi Di Maio il diploma di “deliciae humani generis”, come a Tito, ma basta, per favore, basta. Come del resto ha detto il ministro Toninelli, “Che ci andiamo a fare, a Lione?” Precorso in questo atteggiamento dai giacobini che, volendo decapitare Lavoisier, a chi segnalava la grande qualità di quell’uomo, risposero : “La République n’a pas besoin de savants”, la Repubblica non ha bisogno di scienziati. 
E forse io dovrei seguire questi grandi esempi. Forse dovrei non ascoltare più la rassegna stampa e interessarmi al Festival di Sanremo. Insomma, a cose serie. Tanto, se l’Italia crolla come un edificio fatiscente, farà abbastanza rumore perché ne sia informato.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
       9 marzo 2019



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POLITICA
8 marzo 2019
L'ALTA VELOCITA' NON È SOLTANTO UN PO' INCINTA
Una vecchia battuta diceva di una ragazza che era incinta, “ma soltanto un po’”. Lo scherzo irride la pretesa che si possa mediare su tutto. Mediare significa incontrarsi a metà strada, ma se a volte c’è un medio (“Mi devi cento, dammi cinquanta”) a volte non c’è. E invece molti sono convinti che la mediazione sia in ogni caso una cosa virtuosa, ed è una stupidaggine. Se qualcuno ha rubato cento, come potrebbe essere “giusto” che restituisca soltanto metà della refurtiva?
E tuttavia è una battaglia difficile da vincere. Quando c’è una controversia, i terzi cominciano col sostenere che “la ragione non è mai tutta da una parte”. E questo è falso. È così in generale, ma escludere a priori che uno possa avere interamente ragione e l’altro interamente torto corrisponde a dire che, nella faccenda della crocifissione, anche Gesù ha avuto i suoi torti. Bisogna avere il coraggio di tagliare il nodo gordiano, di ragionare risolutamente, quando è il caso. E ciò vale, per esempio, a proposito del Tav. 
Al riguardo, non c’è una via di mezzo. O la nuova linea Torino-Lione si realizza, o non si realizza. E, quanto alle caratteristiche, a parte il fatto che sono già state ampiamente studiate, i tunnel moderni si fanno in un certo modo e basta. Quanto alla famosa valutazione costi-benefici, è ovviamente una presa in giro. Innanzi tutto perché in passato ne sono già state fatte sette od otto, anche a livello europeo. E poi è uno specchietto per le allodole perché in un’opera del genere conta la politica, cioè la visione che si ha del futuro. Nessuno, oggi,  può affermare che quell’opera sarà sicuramente utile, come nessuno può affermare che sarà sicuramente inutile. Si prevede che sia l’una cosa o l’altra, ma l’ultima parola la dirà  il tempo. Oggi nessuno si sognerebbe di dichiarare inutile l’Autostrada del Sole, ma se quando l’hanno fatta ci fossero stati i No-Tutto attuali, quanti di loro non avrebbero detto che era inutile, che serviva soltanto per i signori con le macchine di grossa cilindrata che non volevano avere il fastidio di dover seguire piccole automobili di proletari o puzzolenti autocarri? 
Bisognerebbe avere il coraggio di dire alla controparte: “Risparmiami le tue opinioni. Che vinca il più forte, colui che batte l’altro al braccio di ferro politico”. Ma – dirà qualcuno – nel nostro caso si correrebbe il rischio di far cadere il governo. Ebbene, che c’è di strano? Fa parte del gioco. Per questo si è detto “vinca il più forte”. E il più forte è colui che non teme neanche la caduta del governo. 
Tutte le ore perse a negoziare e discutere sono state e sono chiaramente inutili, sin da principio. Salvini si è troppe volte dichiarato a favore del Tav per fare marcia indietro senza perdere la faccia. Inoltre, se cade il governo, ha ancora la possibilità di tornarci insieme col centrodestra. Di Maio e i Cinque Stelle, invece, hanno già dovuto tante volte rimangiarsi gli impegni, che farlo anche sul Tav potrebbe provocare un terremoto, nella base ed anche in Parlamento. E per giunta l’eventuale caduta del governo per loro si tradurrebbe in un addio al potere probabilmente definitivo. I “grillini” non hanno, né attualmente né in prospettiva, soluzioni di ricambio. Sono in una posizione negoziale molto più debole di quella della Lega e per loro ogni scelta risulta costosissima. Inoltre in politica il fatto di essere in difficoltà maggiori della controparte non autorizza affatto ad aspettarsi un trattamento di favore. La politica è una savana in cui ci si mangia l’un l’altro senza il minimo scrupolo e senza mal di stomaco. 
Per come la vedo io, Di Maio e i Cinque Stelle, se Salvini non cede, il problema lo devono discuterlo fra loro, non con lui o con Conte. Non sono costoro la loro la controparte. La controparte è il loro stesso elettorato. E il futuro del Movimento.
Come si diceva all’inizio, il compromesso non sempre è possibile e, se Salvini manterrà la sua posizione, i Cinque Stelle non potranno che cedere. Magari orgogliosamente dichiarando finita l’esperienza del governo giallo-verde, uscendo di scena e dall’intera commedia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      8 marzo 2019



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POLITICA
7 marzo 2019
BABBO NATALE MANCA ALL'APPUNTAMENTO
Attualmente i giornali sono pieni della decadenza, della contrazione, della perdita di voti e di appeal  del Movimento 5 Stelle. Non tutti sono lieti di questo fenomeno, ma esso rimane innegabile. Lo dicono i risultati di tutte le elezioni regionali; lo dicono i sondaggi; lo dicono perfino gli indicatori economici che certificano il fallimento – fino ad ora, e prevedibilmente anche nel prossimo futuro – dell’azione di governo. E tuttavia rimane lecito interpretare questo fatto in modo diverso dal solito. Un modo che in parte discolpa lil Movimento.
Partiamo dalla “decadenza” della sinistra. Negli Anni Settanta del secolo scorso era nozione corrente, fra gli intellettuali, che si stesse avvicinando a grandi passi il momento in cui si sarebbero avverate le profezie di Marx. Il percorso del comunismo appariva accidentato e marchiato da autentiche tragedie, come lo stalinismo o i massacri cambogiani, ma rimaneva inarrestabile, del resto in coerenza con le teorie “scientifiche” di Marx. Anche per questo tanti o votavano per i comunisti o si proclamavano comunque di sinistra. L’umana tendenza a salire sul carro del vincitore toccava uno dei suoi apogei. I più sciocchi davano addirittura del fascista a chiunque non fosse di sinistra. Come stupirsene? È il classico “pensiero corale”. Meno di mezzo secolo prima l’intera Italia era stata fascista e tutti l’avevano dimenticato. Ora erano tutti convintamente di sinistra.
Poi, proprio a partire dal momento in cui era sembrato che il comunismo fosse a un passo dal trionfo finale, a poco a poco cominciò ad andare sempre indietro, con un’improvvisa e travolgente accelerazione con l’implosione dell’Unione Sovietica . Quella religione subì un colpo irreparabile. Fu perfino costretta a cambiare nome e a mimetizzarsi da socialismo. Ciò non le impedì tuttavia di continuare ad essere il sottotesto di un’ideologia fondata – come il Romanticismo – su una forma di sensibilità e perfino di etica. Molti dei capisaldi del marxismo erano stati smentiti dalla storia ed erano caduti, ma persisteva una “mentalità di sinistra” i cui connotati  erano in linea con quell’“umanesimo marxista” che rimaneva la parte più decente, anche se utopica,  del comunismo. Da allora i partiti di sinistra possono perdere le elezioni, ma non perdono la loro anima, e una resurrezione è sempre possibile.
Molto di quanto si è detto può essere affermato – se pure in forma più blanda - anche a proposito del liberalismo. Il liberalismo corrisponde più da vicino alla natura umana normale, ed è pressoché spoglio di ogni ideologia, a parte l’amore della libertà. È più antico del marxismo e probabilmente esisterà sempre perché è la posizione di default di quel politikòn zoon che è l’uomo.
Viceversa il caso è del tutto diverso quando la spina dorsale di un partito è  una conclamata utopia o uno stato d’animo momentaneo. Infatti le emozioni non durano a lungo, e le utopie finiscono con l’entrare in contrasto con la realtà, sbriciolandosi nello scontro; si pensi al socialismo utopistico francese dell'Ottocento. Tutti i tentativi di creare nuovi tipi di società – anche quelli dei santoni religiosi –  si concludono regolarmente con un fallimento. E quelli che riescono a durare per qualche tempo, come le feroci e sanguinarie dittature stalinista e cambogiana, lo fanno esercitando la più spietata violenza e prescindendo completamente dal consenso del popolo. 
Lo sfaldarsi del Movimento 5 Stelle dunque non è soltanto colpa della sua dirigenza. Questa è incompetente e raccogliticcia, ma quand’anche fosse stata piena di buon senso e intelligenza, non avrebbero potuto fare molto di meglio. Perché sono insostenibili i presupposti politici del partito. Se si avesse la pazienza di allineare i principi fondamentali del suo programma, si vedrebbe che essi offrono soltanto un’alternativa: o non sono applicabili, o provocano danni, e in ambedue i casi il popolo condanna il partito, dimenticando che esso stesso l'ha votato proprio in nome di quel programma. Ma così va la politica. 
Il popolo non perdona i partiti che raddrizzano la barca con provvedimenti impopolari e figurarsi se può essere clemente con i partiti che commettono gravi errori e peggiorano la sua vita quotidiana. Sono fortunati per qualche tempo i partiti che approfittano dei momenti di bonaccia per viziare gli elettori ma poi torna inevitabilmente il tempo delle vacche magre e chi si trova a governare non deve aspettarsi la gratitudine del Paese. Neanche se salva la baracca.
I partiti “emozionali” fanno parte della teratologia della politica. Se dunque ad un certo momento, come l’Uomo Qualunque, si sgonfiano, non c’è da stupirsi. Chi va a caccia dell’unicorno torna a casa senza avere nemmeno un coniglio, nel carniere. Tutti abbiamo ogni tanto la tentazione di sognare, ma la realtà è implacabile e al sogno segue inevitabilmente il risveglio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
7 marzo 2019




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POLITICA
6 marzo 2019
SONO STANCO DI DIR MALE DEL M5S
Sono stanco di dir male dei Cinque Stelle e per questo proverò a dirne bene. Del resto, quel partito ha molti meriti e molte qualità, ed è onesto riconoscerli. 
Per cominciare, il Movimento è egalitario. Ciò significa che non soltanto tratta tutti nello stesso modo, ma non attribuisce capacità diverse ai cittadini in base alle loro qualificazioni professionali. Del resto si sa che la scuola tende più a formare che ad informare e infatti attualmente gli studenti lasciano la scuola secondaria “formati” ma senza sapere niente, perché sapere qualcosa non è di alcuna utilità. 
Proprio per questo i competenti dovrebbero smetterla di darsi delle arie. Pretendono di saperne di più soltanto perché hanno titoli di studio, mentre i rappresentanti del Movimento, anche a livello ministeriale, non hanno studiato e non per questo sono inadatti alla carica. Infatti sono stati alla scuola della vita. Sono capaci di andare allo stadio, di prendere un ascensore, di comprare un paio di ciabatte al supermercato e perfino di lanciare idee nuove in politica. Per esempio potrebbero proporre: “Aboliamo le ringhiere dei balconi che limitano la nostra libertà. Del resto non somigliano alle grate delle carceri?” Oppure: “Dal momento che non ci devono essere differenze fra uomini e donne, anche gli uomini dovranno tutti portare il reggiseno”. Questo fra l'altro contribuirebbe al fatturato di quelle benemerite industrie. 
Il Movimento certo non manca di idee. Per esempio, quando i dirigenti hanno scoperto che potevano mandare le loro donne di servizio a far la spesa nei giorni feriali,  hanno proposto di chiudere i supermercati la domenica. Fra l'aItro così obbligano gli impiegati a riposarsi e nel contempo provano a liberarli da quella deleteria brama di denaro che li spingeva a lavorare anche nel giorno del Signore. 
E per arrivare a questi grandi progetti non hanno dovuto scomodare i competenti, confermando così che lo studio è una cosa inutile. Né possiamo dimenticare che, secondo Lenin, sarebbe bastata la sua cuoca, per sapere come si governa. Anche se è vero che non ci sono più le cuoche di una volta. E infatti l’Italia si è dovuta contentare di Danilo Toninelli, un uomo dagli occhi pensosi e forse sognanti, per non dire che ha dei magnifici occhiali.
L’egualitarismo del Movimento comunque è un vero dono del cielo. È qualcosa di coraggioso, di radicale, di giacobino. Spira in esso il vento di quegli ideali che incendiarono la Bastiglia. Esso offre finalmente la dovuta parità a coloro che amici e colleghi considerano degli asini. Oggi lo status asinino non impedisce più di divenire assessore, sindaco o ministro. Da noi la cuoca di Lenin è Presidente del Consiglio dei Ministri. 
La dottrina del Movimento presenta i suoi vantaggi anche in economia. Dal momento che uno vale uno, che si abbia un milione o un miliardo di euro, sempre uno è, e questo è molto utile in sede di reperimento dei fondi per i grandi programmi del Movimento. . È così che è riuscito a regalarci il reddito di cittadinanza, per la tenacia dell’ottimo Luigi Di Maio: uno che non salta mai un taglio di capelli, che sfoggia completi di classe e facesse bella figura dovunque. Anche se temo che il condizionale “facesse” stavolta sia sbagliato. 
Anche nel campo dei lavori pubblici il Movimento è innovatore. Per cominciare, è risolutamente contro le opere inutili, per esempio ponti, strade, edifici. Ma – dirà qualcuno - ci saranno pure ponti, strade ed edifici che non sono inutili. Ed è vero. Infatti il Movimento ha stabilito un preciso criterio distintivo: sono utili le opere che piacciono a Toninelli. Il metodo è scientifico, chiaro, incontestabile e di facile applicazione.
Il Movimento è poi contro la crescita. Questa è una mania contemporanea contro la quale è giusto reagire con tutte le proprie forze. A parte il fatto che la crescita dei capelli neri, per una donna che si tinge i capelli da bionda, è una bella seccatura, chi dice che la gente tenda ad avere sempre di più? La stessa gente, direte voi. Ma che c’entra, che importa ciò che pensa la vostra gente? Nella piattaforma Rousseau si sono dichiarati contro la crescita 84 su 140 intervenuti nella discussione, ben il sessanta per cento.
Il Movimento contribuisce in modo possente alla cultura sostanziale del Paese. I suoi rappresentanti – i quali, in omaggio al principio che uno vale uno, valgono ognuno quanto il vostro pompista o il vostro barista – aderiscono tuttavia ad una filosofia. Infatti la sede centrale del loro partito si chiama “Rousseau”. Uno che di decrescita felice se ne intendeva. Anche se il buon selvaggio non poteva più decrescere perché era già nudo ed affamato. Comunque nessuno, nel Movimento, ha letto una riga di Rousseau. Tanto che parecchi “grillini” credono che in realtà si tratti di un italiano, un signor Russo, che in Francia ha cambiato accento e grafia del suo cognome. 
La politica economica del Movimento poi è una sorta di capolavoro. Prima del suo arrivo al potere  l’Italia declinava. Aveva un debito pubblico altissimo, una disoccupazione preoccupante, un fisco pesante e mille altri malanni. Appena al governo ii “grillini” si sono attivati per cambiare tutto ciò. Convinti che i mali del passato siano stati la conseguenza della malvagità e della vigliaccheria dei precedenti politici, hanno avuto il coraggio di realizzare , quattro mesi dopo il loro insediamento, un miracolo che non era riuscito nemmeno a Gesù Cristo: hanno abolito la povertà. Stalin, non altrettanto bravo, si era limitato ad abolire per legge (nel senso di punire penalmente) la disoccupazione, ma la povertà se l'era tenuta. Abolendo la povertà il Movimento invece ha risolto anche il problema della disoccupazione, perché chi non è povero non ha bisogno di lavorare.  
Comunque sia, questo atto di governo diverrà un'icona delle conquiste dell’umanità ed è giusto celebrarlo ricordandone il geniale artefice. Era il settembre del 2018 e dopo ore ed ore di lavoro – era già notte – Luigi Di Maio apparve sul balcone di Palazzo Chigi e annunciò alla folla in attesa,  simile agli ebrei che aspettavano Mosè ai piedi del Sinai: “Abbiamo abolito la povertà”. Mirabile sintesi. In bocca ad un altro, il proclama sarebbe potuto suonare incredibile ma Di Maio, come avrebbe dettp il Marcantonio di Shakespeare, è  uomo d’onore. E così molti, dimenticando i vantaggi della decrescita, furono felici. 
Non io, purtroppo. Rimasto un po’ indietro, mi ero lasciato convincere dal progetto della decrescita felice e avevo progettato di spogliarmi di tutti i miei averi, come San Francesco. E ora? Dopo tutta questa fatica non avrei nemmeno avuto diritto al titolo di povero? E pensare che, se avessi insistito, forse avrei corso il rischio di essere abolito. 
Ma ormai è cambiato tutto. Il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha detto che il 2019 sarà un anno "bellissimo", e forse non saranno aboliti soltanto i poveri, ma anche quelli così così, e saremo tutti ricchi e biondi. 
Per la verità, gli indicatori economici, nazionali e internazionali, annunciano tempesta. Ma non sono da prendere sul serio. Le loro tesi sono tendenziose, interessate e denigratorie del Movimento.  Recessione, crisi, miseria? “Questo lo dice lei”, risponderebbe Laura Castelli, Sottosegretaria d'assalto al Ministero dell'Economia. Et de hoc satis.
In campo sanitario il Movimento è contro i vaccini nei giorni dispari, a favore nei giorni pari, e la domenica è a favore dei vaccini, ma annacquati. Nessuna precisa imposizione. L’obbligo è flessibile e si può ianche nvertire l'ordine dei giorni dispari e dei giorni pari. 
Questa è una meritoria risposta all’oppressione scientifica. A lasciarli fare, i competenti non ci concederebbero alternativa. Invece in questo modo possiamo scegliere, possiamo avere o non avere una malattia, possiamo contagiarla o non contagiarla al prossimo, possiamo far sopravvivere o morire i nostri figli e i loro compagni di classe. Ecco la vittoria sull’arroganza degli scienziati. Meglio prendere esempio da quello studente di Oxford che, nel Settecento, si vide chiedere se fosse il Sole a girare intorno alla Terra o l'inverso e rispose saggiamente: "A volte l’una, cosa, a volte l'altra". L'Inghilterra è la vera patria della democrazia.
Il Movimento, oltre che maestro di economia, è un grande maestro di morale. Per questo ha sempre avuto l’idea che allearsi con qualcuno, prima delle elezioni,(per vincerle), o dopo le elezioni (per formare una coalizione di governo) fosse assolutamente contrario all’etica. Ciò avrebbe costituito una contaminazione, nel senso più settico del termine. Un modo di entrare nello sporco  gioco dei partiti. Non per niente l’organismo si chiama movimento e non partito. Così, a lungo ha detto di tendere al 51% dei voti, una volta o l’altra. Ma visto che quei voti non sono arrivati né l'una, volta, né l’altra, vinte le elezioni del 2018 il Movimento, riconfermando così i suoi principi, si è alleato con la Lega: infatti la Lega è una Lega, mica un partito. E proprio per questa ragione in futuro, se necessario, il Movimento potrà allearsi anche con Forza Italia e Fratelli d’Italia, dal momento che nessuna di queste forze si chiama partito. Per il Pd si aspetta soltanto che cambi il significato della sigla, da Partito Democratico a Proposta Democratica. 
So che questo testo è già troppo lungo e dovrei mettere punto. Ma mi accorgo che non ho ancora lodato l’attuale Ministro di Grazie e Giustizia Alfonso Bonafede. Anche se forse l’omissione nasce dalla mia coscienza di essere inadeguato a cantarne i meriti giuridici ed estetici. Altri momenti storici hanno conosciuto autentiche glorie giuridiche, come il Corpus Iuris Iustinianeum, o il Codice Napoleone, ma nell'epoca moderna nulla è comparabile alle sue riforme, in particolare nel diritto penale. Molti ci prepariamo a studiarle ed apprezzarle nei lunghi anni di detenzione che egli ci procurerà con reati di cui ancora non abbiamo idea, che tuttavia ci consentiranno, come avvenne a Severino Boezio, di trasformare in riflessione e creazione quel tempo che per altri sarebbe soltanto di crudele espiazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
5 marzo 2019
VIVA L'ITALIA!
C’è una crudele verità che riguarda i mariti sfortunati. Ciò che c’è di veramente doloroso nella loro situazione non è tanto il fatto che la moglie vada a letto con un uomo che non è suo marito. Infatti la cosa non può essere eccezionale, dal momento che tanti mariti vanno a letto con donne che non sono le loro mogli e non è probabile che tutte loro siano zitelle o vedove. Quello che rende veramente triste la sorte dei mariti traditi è il fatto di non saperlo. E ciò mentre tutti ne parlano, sottovoce, e ne ridono, mentre il pover’uomo continua magari a colmare di gentilezze la fedifraga.
Considerando che l’infortunio potrebbe capitare a tutti, sarebbe bello se tutti ci astenessimo da questa forma di perfido divertimento. Ma sarà più facile perdonarci se la vittima ci mette del suo, per rendersi ridicolo. Se, per esempio,  malgrado fatti evidenti e persino franche rivelazioni, si ostina a negare l’infortunio. È l‘argomento di una famosa commedia di Fernand Crommelynck, “Le cocu magnifique”, il magnifico cornuto. 
Il “cocu” è un’esagerazione scenica ma è vero che un po’ tutti, finché possono, cercano di non vedere ciò che non gli piace. È umano. Una donna obesa si definisce “robusta” e, se proprio non ne può fare a meno, “sovrappeso”. “Io obesa? Mica peso duecento chili!” Ma del resto, siamo sinceri, se l’umanità fosse afflitta da una vera chiarezza di visione, riguardo a sé stessa, ne soffrirebbe la sopravvivenza della specie.
Tutto ciò vale per popoli interi e in particolare per noi italiani. Noi viviamo in vaso chiuso. Il Paese ha confini poco permeabili e la maggior parte del territorio è circondata dal mare. Dunque abbiamo pochi contatti con i vicini di casa. Inoltre non parliamo nessuna lingua straniera, non leggiamo testi che non siano in italiano e spesso, andando all’estero, andiamo in gruppo con la guida, perché da soli non sapremmo come fare. Ciò fa sì che la nostra idea dell'Italia, e soprattutto l'idea dell’idea che gli altri si fanno dell'Italia, sia del tutto falsata. 
Per fortuna. Come i mariti traditi, ci è utile non sapere come stiano le cose. Fra l’altro, essendo personalmente simpatici, tutti ci sorridono. Così pensiamo di essere stimati più o meno quanto gli altri, anzi èiù di tanti altri. E invece. Invece il livello di disprezzo di cui è fatto oggetto il nostro Paese è tale da indurre perfino me a protestare. Non in nome dell'Italia, in nome della verità. 
Vedere considerare una nazione come la nostra, che tanto ha dato al mondo, soltanto come un Paese di voltagabbana, di pulcinella, di traditori, di piccoli imbroglioni, di vigliacchi, mi ha fatto veramente male. In Francia, volendo dire che Mitterand era falso come un biglietto da due dollari, si limitavano a chiamarlo “il fiorentino”. Quando ho fatto notare ad una signora inglese – che era molto severa con i tedeschi – che durante la guerra anche noi italiani avevamo avuto le nostre responsabilità, mi rispose sorridendo: “Gli italiani? Ma gli italiani sono un popolo d’artisti. Lo sapevamo che non erano fatti per la guerra. Nessuno ce l’ha con gli italiani”. Come se in guerra fossimo andati con le pistole ad acqua. In Francia ho visto gente che, soltanto perché ero in grado di capire le minime sfumature di ciò che dicevano, stava attenta a come parlava, ma era evidente che nessuno aveva dimenticato niente, a partire dalla dichiarazione di guerra del 1940. Se qualche espressione di simpatia ho colto, è stato per il modo come abbiamo amministrato la piccola parte di Francia invasa dagli italiani. Rispetto a quella invasa dai tedeschi, era un’oasi di libertà. Si sa, noi italiani non facciamo niente secondo il regolamento.
L'Italia è un Paese che nessuno prende sul serio, al punto che ne beneficiamo in termini di benevolenza. Ci si perdonano cose che non si perdonano ad altri, come a dei ragazzi che l’età rende naturalmente irresponsabili. E quando penso a tutto questo, ho la sensazione di sprofondare senza appigli, come Alice nel pozzo di Wonderland. 
L’Italia merita di essere considerata peggio di come pensano gli italiani ma gli stranieri esagerano nella direzione opposta. Tanto che, all’estero, ho la tentazione di difenderla. Poi lo scoraggiamento mi vince. Se c’è una battaglia persa in partenza è quella contro il pregiudizio. Del resto, anche coloro che hanno una grande stima dell'Italia - per la sua importanza nell’arte, nella musica, nella letteratura e perfino nella scienza (basti dire che ne siamo praticamente gli inventori) - pongono sempre una cesura nettissima fra il nostro passato e il nostro presente. L’Italia? È un Paese bellissimo, da ammirare e poi andar via. È il Paese delle vacanze. 
E dire che forse siamo i veri vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Se non avessimo costretto Hitler a ritardare la campagna di Russia per venirci a salvare dalla sconfitta contro la Grecia, chissà che quel criminale non avrebbe vinto la guerra. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
4 marzo 2019
ANCORA A PROPOSITO DEI DEBITI
Rispetto al problema di chi pagherà di debiti del mondo, un amico mi ha posto interessanti interrogativi. Che lezione trarre, moralmente, da una situazione in cui chi si è comportato male, prima della catastrofe, se l’è almeno goduta, e chi si è comportato bene, prima, non per questo starà meno male degli altri? Qui la risposta è semplice. Non soltanto non sempre la vita è giusta, ma nessuno ci ha mai promesso che lo sarebbe stata. Inoltre, se al prodigo a volte va bene e al prudente va male, ancor più spesso avviene l'inverso.
E che giudizio dare degli Stati che si sono comportati come il figliol prodigo, spendendo soldi che sanno di non poter mai restituire? mi chiedeva. Semplicemente – rispondevo - osservando che gli Stati sono un’astrazione. E in concreto quelli che si sono comportati da delinquenti, indebitando l’erario fino alla catastrofica situazione attuale, sono esseri umani che lo hanno fatto per interessi politici ed elettorali. La democrazia guarda al breve, non al lungo termine. E nel breve termine gli Stati opportunisti, imbroglioni e scialacquatori sono sommersi dagli applausi, mentre gli Stati che risanano i conti sono spesso visti come nemici del popolo. Basti vedere in che termini oggi si parla della Legge Fornero.
Ma soprattutto, scriveva il mio amico, come possiamo dir male di questo genere di spesa, se tutti gli “esperti” (le virgolette sono sue) dicono che non c’è crescita senza indebitamento? E questo vale anche e soprattutto per gli imprenditori. A quanto dicono, senza credito (e corrispondente debito) non ci sarebbe progresso economico. Io contesto tutte queste affermazioni.
A mio parere, che non ci possa essere crescita senza indebitamento è un pregiudizio di coloro che, stravolgendo Keynes e le sue teorie, applaudono gli Stati che distribuiscono regali per vincere le elezioni. Basti vedere che ci sono Paesi, come la Svizzera, praticamente senza debito pubblico, e che tuttavia non hanno le pezze sul sedere.
Né il principio vale per l’economia privata. Non è vero che “Gli imprenditori devono indebitarsi, se vogliono la crescita”. Ma per confutare queste affermazioni dobbiamo metterci comodi.
Se un’impresa è florida ed ha raggiunto le dimensioni ottimali, non si vede perché dovrebbe crescere ulteriormente. Conosciamo tutti la favola della rana che voleva divenire grande come il bue. Quella dell'indefinita espansione sembra il sogno di un workaholic maniaco del successo. Prima che la distruggessero, la Fiat è stata per anni la più grande industria italiana, più o meno sempre con le stesse dimensioni, e se la cavava benissimo.
Ma vediamo se è tecnicamente vero che in tanto ci si può espandere, in quanto si facciano dei debiti. Immaginiamo che una grande industria abbia un fatturato x e pensi di poterlo radoppiare con nuovi macchinari. Per poterli comprare contrae un debito con una banca, ottiene il denaro, compra le macchine, e comincia a rimborsare il debito in tre anni. Questo è lo schema che dicono normale.  
Purtroppo non sempre va tutto bene. Il mercato per esempio potrebbe cambiare e l’aumentata produzione potrebbe rivelarsi più uno svantaggio che un vantaggio. Fino alle più drammatiche conseguenze economiche. 
Ipotizziamo invece un altro schema. Un imprenditore non contrae nessun debito, comincia a mettere da parte ogni anno una parte del profitto, e tre anni dopo, quando avrà raccolto l’intera somma necessaria, comprerà i macchinari. Quale sarebbe la differenza?
In primo luogo, comprerebbe i macchinari quando ha il denaro per comprarli e dunque, o farà un affare, se potrà incrementare il fatturato, o non farà un affare, ma non fallirà, se il mercato diverrà sfavorevole. Lui al massimo avrà qualche macchinario in più del necessario mentre quello che ha contratto debiti potrebbe fallire.
Inoltre, chi contrae un debito paga degli interessi su quel debito mentre chi accumula denaro in vista della spesa, fino al momento del pagamento incasserà degli interessi sul proprio denaro investito in Borsa. 
In conclusione, chi fa debiti per la crescita vuole semplicemente anticipare il momento della crescita, e stima questa crescita talmente conveniente, da potersi caricare la spesa per gli interessi . Ma se sbaglia la previsione? Viceversa, chi aspetta di avere i soldi per l’investimento, ritarda il momento della crescita, ma attua l’operazione a ragion veduta e senza rischi.
Dunque l’indebitamento non è un’imprescindibile necessità: è soltanto una scelta imprenditoriale, in base alla quale accollarsi o no un rischio. In generale, l’uomo prudente preferisce avere i soldi prima di spenderli. 
A questo punto qualcuno dice che per l’imprenditore è praticamente impossibile accantonare le somme per i nuovi acquisti. Bella obiezione. E se non può accantonarle prima, come mai potrebbe pagarle dopo, per rimborsare il debito? Chiaramente, si tratta di pregiudizi.
Ecco perché anche i famosi “investimenti pubblici”, per rilanciare l'economia, sono spesso una costosa chimera. La spesa è certa, il rilancio no. E poiché lo Stato è un pessimo imprenditore, l'unica speranza del galantuomo è che esso non prentenda di riuscire là dove non sono riusciti i privati. Perché diversamente provocherà, come in Italia, spese improduttive e un debito pubblico mostruoso.
La politica di non spendere il denaro che non si ha è quella della Svizzera, la quale non soltanto ha un debito pubblico risibile ma, l'anno scorso, ha avuto un superavit del bilancio pubblico di molto superiore al previsto. Ci si aspettava un surplus di 0,3 miliardi di franchi e si è avuto un surplus di 2,9 miliardi. Mentre per il 2019 è previsto un surplus di 1,3 miliardi. È permesso a un Bertoldo come chi scrive preferire il piatto buon senso dei filistei svizzeri alla brillantezza economica italiana?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
      4 marzo 2019



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POLITICA
3 marzo 2019
ELLE APOSTROFO ANAZIONALITA'
James Nansen è un ex diplomatico americano che vive da decenni in Italia, tanto da scrivere un eccellente italiano, ed è una delle rare persone con cui si può parlare delle proprie nazioni senza incontrare mai denigrazione o autodenigrazione. Recentemente, avendo confermato il mio amore per gli Stati Uniti, ho parlato del “lato provinciale e patriottico (per non dire bigotto) di certa America”, e lui mi ha scritto: “Anch’io trovo il mio paese a volte ‘provinciale e bigotto’. Il patriottismo di maniera però non mi sorprende quanto l’anazionalismo italiano, unico nella mia esperienza anche rispetto agli altri paesi europei”. 
Il concetto di “anazionalismo” è interessante e sono grato a James di avermelo regalato. Sappiamo tutti che cos’è il nazionalismo; sappiamo che cos’è l’internazionalismo e sappiamo anche che ambedue sono forme di amore: una per il proprio Paese, una per tutti i Paesi. L’“anazionalismo” invece sarebbe una forma di insensibilità allo stesso concetto di nazione. Il francese internazionalista dice all'Italiano: "Io sono francese, tu sei italiano, ma io ti tratto esattamente come se tu fossi francese". L'italiano invece dice al francese: "Non ho capito quello che hai detto. Ma perché parli in modo così strano, non conosci l'italiano?"
Il concetto di nazione ci riporta innanzi tutto ad un dato geografico. Se un lattante pakistano o argentino è adottato da una coppia inglese, crescendo sarà un perfetto inglese, non un pakistano o un argentino. Dunque la nazionalità è l'insieme della lingua, della cultura, degli usi e in generale dell'imprinting  che si riceve vivendo in un dato posto. Il dato è accentuato dalla percepita differenza con gli altri, dalla coscienza di un "noi" rispetto a "loro", anche quando si parla la stessa lingua, come avviene tra valloni e francesi, austriaci e tedeschi, spagnoli e messicani. Addirittura, per quanto riguarda la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, accennando al diverso modo di pronunciare l’inglese, si dice scherzando che sono due Paesi "separati dalla stessa lingua".
Come mai noi italiani avremmo un così basso sentimento nazionale, soprattutto considerano che l’italiano lo parliamo soltanto noi? Il punto è probabilmente che il sentimento di nazionalità, oltre che nascere dall'imprinting di cui si diceva, nasce dall’adesione intima, a una data nazionalità. L’austriaco sa che l'Austria di oggi è un nulla, rispetto a ciò che è stata prima del 1918, ma non può avere complessi nei confronti dei tedeschi. Costoro sono dei parvenu, sulla scena internazionale, tanto che la loro ricchezza e la loro potenza non compensano certo la storia gloriosa di Vienna. Inoltre gli austriaci possono stimare il loro Paese perché è ben amministrato, pulito, civile, decente. Una delle difficoltà che incontrò il Risorgimento, nel Lombardo-Veneto, fu che i benpensanti italiani non erano affatto scontenti dell’amministrazione austriaca. Recentemente si è parlato di “Roma ladrona”, mai in passato si è parlato di “Vienna ladrona”.
Così arriviamo al nostro anazionalismo. L'Italia, in quanto Paese unito, non ha la stessa storia gloriosa dell’Austria o della Francia. Lo Stato attuale è giudicato inefficiente e corrotto, con una Pubblica Amministrazione capace di farsi odiare. Infine, pur parlando la stessa lingua, l’italiano  non sente di avere molto in comune con gli abitanti delle altre regioni. Già tutto il meridione non si sente italiano allo stesso titolo dei piemontesi o dei lombardi. Non soltanto l’unificazione dell'Italia è recente, ma è stata fatta senza la partecipazione del popolo. Inoltre è stata seguita da una repressione violenta che ha ulteriormente separato le due parti della nazione. Come se non bastasse, i settentrionali disprezzano i meridionali e questo accentua il sentimento di "noi" e "loro". 
Ma questa tendenza alla separazione si manifesta anche all’interno dei due grandi blocchi Nord-Sud. Un tempo l'accento veneto di una donna, a Milano, faceva pensare che si avesse a che fare con una cameriera. Al minimo cambiamento di accento o di abitudini, rinasce il sentimento di "noi" e "loro". I siciliani sono compagni di sfortuna con i calabresi, ma li giudicano diversi e inferiori. Fino ad una frammentazione estrema della nazione, ad uno sbriciolamento che, passando dal campanilismo, sfocia nel puro individualismo. 
Noi italiani ci troviamo per caso a vivere qui, e siamo soltanto i coinquilini della penisola. Né abbiamo una grande stima della nostra Patria. L’ultimo dei pericoli che corre l'Italia è quello dello sciovinismo. Ché anzi, uno dei motivi del successo del comunismo, in Italia, è stato il suo programmatico internazionalismo. Con l’internazionalismo da noi pioveva sul bagnato. Se potessero, gli italiani farebbero emigrare l’Italia, con Alpi, Mediterraneo e tutto, fino ad attaccarla a qualche altro Paese, se possibile grande, ricco e vincente. 
Non soltanto l'Italia nel suo complesso non ha neppure il sentimento di nazionalità, ma la personale separatezza del singolo dal resto della comunità è così forte, che non ci costa nulla dire il peggio dell’Italia. Perché la cosa non ci riguarda. Gli abitanti degli altri Paesi tendono a distinguere "noi" olandesi da "loro", i tedeschi; l'italiano tende a distinguere sé stesso da tutti gli altri.
L’amico James Nansen ci ha azzeccato. Noi siamo “anazionali”. Ovviamente, chi ha un minimo di cultura non può non essere pieno di stima per il contributo che questo piccolo Paese – a lungo diviso – ha dato alla civiltà. Ma questo ha ben poco a che vedere con l'Italia attuale. Si tratta di un patrimonio universale come la vittoria dei greci sui persiani a Maratona, la scoperta dell’America o l’Illuminismo. Per non parlare del lascito di Roma.
Del nostro contributo a quella civiltà che abbiamo perso per strada - dai tempi di Dante fino ad oggi - abbiamo conservato soltanto la litigiosità, la capacità di dividerci in fazioni per poi azzuffarci da mane a sera.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 marzo 2019



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POLITICA
2 marzo 2019
CHI PAGHERA' I DEBITI DEL MONDO?
Qualcuno ha posto una bella domanda: se il mondo intero è sommerso dai debiti pubblici, chi è il creditore? Se scoppiando ciò che chiamerò fenomenale “inflazione congelata” si avesse uno tsunami economico planetario, chi pagherebbe il conto?
Prima di rispondere bisogna precisare che cosa intendo con “inflazione congelata”. Se lo Stato concede aumenti salariali o finanzia lavori pubblici con denaro preso a prestito dai mercati (emettendo titoli pubblici) immette nel circuito più denaro di quanto ne incassa col fisco. Si ha dunque, accanto al denaro corrispondente alla ricchezza prodotta, consumata e scambiata, una massa di denaro “fermo”, in quanto detenuto dai risparmiatori che per il momento non intendono spenderlo, come non lo spendono le banche che lo usano come garanzia della loro solvibilità. 
Già a questo punto bisogna fare un’osservazione elementare. Ammettiamo che il “denaro fermo” di un Paese corrisponda al prodotto interno lordo di un anno, come è il caso della Francia. Ovviamente, se quel denaro fosse improvvisamente riversato nel mercato (per esempio perché i detentori, temendo un’inflazione, desiderano trasformarlo in beni prima che si svaluti) l’immediata conseguenza sarebbe un’enorme inflazione e dunque (almeno) il dimezzamento del valore del denaro circolante. Questo pericolo è scongiurato soltanto finché la gente si contenta di una cartella che la dichiara creditore dello Stato. Se invece si allarmasse, con le conseguenze già indicate, chi pagherebbe il conto? Si pensi che nel mondo la quantità di questa “inflazione congelata”, considerando i debiti pubblici e i risparmi privati, è in media addirittura maggiore di quella italiana (qualcuno dice da cinque a sei volte maggiore). Dunque non stiamo parlando di un’eventuale tragedia italiana, ma di un problema che riguarda il pianeta Terra.
La prima, ovvia constatazione è che se, improvvisamente, un piccolo risparmiatore, e un paio di miliardi di piccoli e grandi risparmiatori come lui, a un certo momento si dicessero: “Tanto vale che mi compri qualcosa, con questo denaro”,  tutto andrebbe a catafascio. Perché tutti si accorgerebbero di non averlo affatto, quel denaro. Avrebbero soltanto qualche inutile pezzo di carta. E così abbiamo saputo che la domanda posta da principio - “chi pagherà per quei debiti?” - non è quella giusta. Quella giusta è: “Quei debiti saranno rimborsati?”. E la risposta è: “No. I creditori resteranno con un palmo di naso”.
Qualcuno però ha notato che la Terra è unica e dunque, se essa è indebitata, non può esserlo che con sé stessa. Sembra un’osservazione acuta, ma val la pena di fare un esame più da vicino. Immaginiamo una famiglia in cui il figlio maggiore lavora e mette denaro da parte, mentre il minore non guadagna, spende molto e fa debiti per una somma simile a quella messa da parte dal fratello. Se improvvisamente lo Stato fallisce, per la famiglia non succede niente, perché va in pareggio. Ma per i due figli le cose vanno ben diversamente. Il maggiore non s’è goduta tutta la ricchezza che ha prodotto, e il suo credito si è volatilizzato, mentre il minore si è goduta una ricchezza che non ha prodotto, ed il suo debito si è volatilizzato. Ambedue sono nella condizione di nullatenenti, ma non con lo stesso stato d’animo. 
E così abbiamo chiarito il mistero. Se un giorno questa enorme bolla di debiti scoppierà, saranno fortunati i debitori, gli scialacquatori, gli irresponsabili, e la pagheranno cara i prudenti, i risparmiatori, i creditori di qualunque genere. Avranno fortuna coloro che posseggono beni, non denaro ma appartamenti, gioielli, terreni, quadri di valore. Qualunque cosa che si possa dare in cambio di qualcos’altro. Mentre saranno alla disperazione i percettori di reddito fisso come i pensionati e gli impiegati, i creditori di denaro e, ovviamente, i detentori di Buoni del Tesoro.
Sembra strano, ma questo destino non è del tutto immeritato. I furbi, a conti fatti, sono gli irresponsabili che riescono a godersi la vita prima del diluvio. Mentre chi è prudente e pensa al futuro può essere la vittima di una realtà che a volte si diverte ad essere immorale. Esopo ci narrò la favola della cicala e della formica, e forse ci indusse in errore. La Fontaine invece, da grande poeta e uomo di mondo, visse a Parigi ospite di famiglie ricche (che se lo contendevano, talmente era persona gradevole) e per questo cominciò la sua favola con le parole: “La fourmi n’est pas prêteuse, c’est là son moindre défaut”, alla formica non piace prestare denaro, ecco il più piccolo dei suoi difetti. 
Questi discorsi sembrano apocalittici perché, viziati dalla stabilità dell’euro, abbiamo dimenticato che cos’è l’inflazione. Una volta, prima di Craxi, si arrivò al 22% annuo. Chi viveva di reddito fisso inseguiva trafelato, e a volte affamato,  i primi prenditori del denaro nuovo. Del resto, durante la guerra e nell’immediato dopoguerra,  i panettieri e i macellai erano i signori, gli impiegati dello Stato i pezzenti.
Purtroppo per lui, il galantuomo non è capace di sprecare. Dunque aspetta che il denaro glielo sottragga lo Stato o l’inflazione, forse per conservare la magra soddisfazione di non averlo buttato dalla finestra e di poter dare la colpa a qualcun altro. Mentre la cicala se l’è goduta. Ma nessuno cambia la propria natura. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
2 marzo 2019




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POLITICA
1 marzo 2019
IL VINO DI SALVINI
Tutti i giornali hanno riportato una risoluta dichiarazione di Matteo Salvini secondo la quale lui “mai ritornerà col centrodestra”. E l’hanno commentata adeguatamente. Perdendo il loro tempo. Infatti, per evitarsi una fatica inutile, sarebbe bastato ricordarsi che non ha senso chiedere all’oste se il suo vino è buono. 
Quel detto non si limita ad una sorridente constatazione, ma ha una sua precisa logica. L’oste non è un enologo, non ha interesse a mostrarsi competente e a dare un corretto giudizio sul suo vino: ha soltanto interesse a venderlo. E chi mai direbbe che la propria merce è cattiva? Nello stesso modo, per Salvini, la domanda giusta non è: “Pensa veramente ciò che dice? E perché lo dice?” ma: “Ci guadagnerebbe o ci perderebbe, se affermasse qualcosa di diverso?” Insomma, se si vuole arrivare ad un briciolo di verità, bisogna badare più alla qualità della merce, con giudizio autonomo, che alle parole di chi ne parla.
Attualmente Salvini è al governo, e questo è sorretto da una comoda maggioranza, nella quale tuttavia la Lega ha una quota minoritaria. Dunque non potrebbe sperare in nulla di meglio. Soprattutto dal momento che – anche a causa delle recenti elezioni regionali e di ciò che dicono i sondaggi – attualmente la Lega ha nel governo un peso molto maggiore di quello che giustificherebbe il suo numero di deputati e senatori. Dunque il vino attuale è buono. Ottimo. Tanto da non pensare di cambiarlo. 
Qualcuno a questo punto potrebbe dunque pensare che Salvini sia sincero, in ciò che dice, ma sarebbe una conclusione superficiale. La sincerità, la spontaneità e l’ingenuità sono difetti che un bravo politico non si può permettere, e Salvini è un bravo politico. Nel momento in cui pronuncia quelle parole, non si pone per nulla il problema della loro verità. Gli basta sapere che è utile dirle, attualmente, per rassicurare i suoi partner di governo. Poi, dopo le elezioni europee o anche prima, se succede qualche incidente, o in ogni caso in qualunque momento ciò gli dovesse convenire, cambierà musica. Né teme di offendere Berlusconi, con quelle parole. Perché se domani al Cavaliere converrà allearsi di nuovo con lui, non esiterà a farlo. E se invece non gli converrà, lo manderà al diavolo condendo l’invito col ricordo che lui “mai” sarebbe tornato col centrodestra. Neanche Berlusconi è un chierichetto.
Salvini in futuro si alleerà con Berlusconi, oppure con il Pd, oppure con ciò che resterà dei Cinque Stelle, oppure col Diavolo e perfino, superata qualche perplessità, con l'Acqua Santa. In questo senso è un genio. D’Alema è stato un notevole politico, ma col difetto di essere di sinistra. Berlusconi è stato un bravo politico, ma col difetto di essere un liberale. E questo più o meno vale per tutti. Invece Salvini è ateo. Non ha un’ideologia politica, non ha una teoria economica, non è per il Nord e non è per il Sud, non ha amici e non ha nemici, ha soltanto ambizioni personali. E ciò lo rende prezioso. Dal momento che ha come Stella Polare il proprio interesse, e questo interesse sarà meglio servito da un grande successo che da un grande insuccesso, si chiederà sempre che cosa gli farà riscuotere più applausi.  Ciò ne fa un inguaribile pragmatico e dunque l’unico sufficientemente privo di pregiudizi o scrupoli per fare la cosa giusta al momento giusto. Anche se fino ad un momento prima avesse detto il contrario. 
Matteo Salvini – sia detto a sua lode - è il politico più amorale che si veda in giro. Tanto amorale da riuscire ad allearsi con un partito, come quello fondato da Grillo, che ha principi pressoché religiosi, del tutto avulsi dalla realtà e perfino autolesionistici. Principi contrari, in particolare, a quelli che Salvini ha professato fino a questo momento, ma cui è disposto a rinunciare anche per meno di un piatto di lenticchie. Questo politico non è un essere umano normale, è una sorta di grimaldello. Uno strumento indifferente alla propria legalità e preoccupato soltanto della propria efficacia. 
Naturalmente ha una coscienza, come ogni essere umano sano di mente, ma essa non interferisce col suo comportamento. Prendiamo la sua demagogia. Se io fossi nei suoi panni, da quello stupido che sono, ogni tanto mi bloccherei: “No, questo non lo dico. Questa panzana è troppo grossa. E se mi ridessero dietro mi vergognerei come un ladro”. Invece Salvini da un lato ha più fiuto di me, e conosce meglio di me le dimensioni delle stupidaggini che la gente è disposta ad ingoiare, dall’altro, nel caso per una volta facesse cilecca, e i giornali lo condannassero per quello che ha detto, lui tirerebbe diritto. “Mi andrà meglio la prossima volta. E poi la gente comunque dimentica. Qual è il problema di oggi?”.
Ecco, se fossi così pazzo da darmi alla politica, e mi vedessi battuto da un Di Battista, o da un Alfonso Bonafede, forse cadrei in depressione. Se viceversa mi battesse Salvini, correrei a stringergli la mano dicendo: “È sempre giusto che vinca il migliore, e il migliore sei incontestabilmente tu”. 
Ma io non voterò per lui.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
1° marzo 2019



permalink | inviato da Gianni Pardo il 1/3/2019 alle 6:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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