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POLITICA
28 febbraio 2019
M5S . UNA SERIE D'ERRORI - 2 Fine
I sacri testi
Altro errore del Movimento è quello di credere che i sacri testi abbiano più autorità della realtà. Se una cosa è scritta nel “Contratto di governo” è giusta quand’anche la realtà dicesse che essa è sbagliata. Come pare dicesse Lenin, “Se la realtà ci dà torto, ebbene, tanto peggio per la realtà”. 
Questo è un errore che è costato carissimo a miliardi di persone, nel mondo islamico. I musulmani credono che realmente Dio abbia mandato un angelo a dettare il Corano a Maometto, e per conseguenza chiunque dubita di una frase di quel testo sbaglia. O, più sbrigativamente, sia degno di morte. Purtroppo, quel testo insegna anche l’abbandono alla volontà di Dio, e la conseguenza è stata l’inerzia di interi popoli. Fino a rimanere molto indietro nel cammino della civiltà. Invece gli Occidentali sono per temperamento più pragmatici. Anche se nel Vangelo è scritto che l’uomo non si deve preoccupare di ciò che mangerà o degli abiti con cui si vestirà, perché Dio penserà a loro, di fatto hanno creato un’agricoltura e un’industria estremamente produttive, fino a dotarsi di tutto ciò che rende comoda la vita in quell’Occidente in cui i musulmani desiderano venire, dovesse loro costare la vita.  Forse i “grillini” sono musulmani. E se il ministro Tria dice che, se l’Italia non mantiene fede ai patti internazionalI, come per esempio a proposito del treno veloce fra Torino e Lione, nessuno più vorrà concludere contratti con l’Italia, che gli risponde il ministro Toninelli? Che nel “Contratto di govereno” la realizzazione del Tav non è compresa. Dunque “che Tria se ne faccia una ragione”. In altri termini, noi che non crediamo più molto al Vangelo, dovremmo credere ciecamente al “Contratto di governo” che Toninelli  sostiene inginocchiandosi in direzione della Mecca.
Errori politici autoinvalidanti.
Fra gli errori politici del Movimento ce ne sono alcuni che sarebbero apparsi evidenti anche ad un bambino, e soltanto un fanatismo quasi-religioso poteva indurre ad ignorare. In una democrazia governa chi ottiene almeno il 51% dei seggi in Parlamento. Ma questo “chi” ben raramente può essere un solo partito, e dunque la regola andrebbe così modificata: “Governa la coalizione che ha ottenuto il 51% dei seggi”. E quando mai potrebbe andare al governo un Movimento che ha, come principio di fede, per preservare la propria purezza, quello di non allearsi con nessuno? In queste condizioni, o si condanna eternamente ad avere una mera funzione di testimonianza politica, o si condanna all’incoerenza e all’infedeltà nei confronti degli elettori, alleandosi ad altri partiti dopo le elezioni, pur di andare al governo. Il Movimento – che non è un partito, attenzione, altrimenti somiglierebbe agli altri, no? - ha scelto questa seconda strada, e molti elettori bigotti ne sono stati scontenti. L’errore è stato quello di predicare, prima, un principio assurdo.
Il governo del cambiamento 
La lista dei principi (e degli errori) dei Cinque Stelle sembra infinita, e a volerla ripercorrere tutta, si rimane sempre col dubbio di averne dimenticato qualcuno. Ma forse non importa, perché tutti gli errori si riportano ad un peccato originale: quello di aver fatto nascere il Movimento non su una base razionale, politologica ed economica, ma su una base puramente mitologica, quasi disincarnata e religiosa. “Governo del cambiamento” non significa nulla, se non si dice in quale direzione va il cambiamento, se esso sia possibile, e come possa essere concretamente realizzato. Diversamente si cade nei vacui proclami di un personaggio ben poco consistente come Barack Obama, quando diceva: “Yes we can”. Che significa, che “possiamo farlo”? Perché la prima cosa che potremmo fare è una rapina in banca, di cui forse nessuno ci sarebbe grato. Ma, direbbe quel Presidente: “Io intendevo altro. Che noi possiamo fare ciò che voi ritenevate impossibile”. Anche qui applausi, ma meglio precisare. Se no il programma potrebbe essere la rapina di prima, più qualche omicidio. Dunque poniamo la domanda a Luigi Di Maio, e al suo “Governo del cambiamento”. Che cosa ritenete che per voi sia possibile, mentre non lo era per altri? Il reddito di cittadinanza? Ma voi credete dunque che fare debiti sia soltanto un atto di coraggio di cui i vili non sono capaci? Guardate che ne sono stati capaci tutti, dagli Anni Settanta in poi, fino al disastro attuale.
Il reddito di cittadinanza
E parliamone, di questo reddito di cittadinanza. Innanzi tutto la somma ipotizzata per finanziarlo è stata dimezzata, e il Movimento ha sostenuto che il progetto non cambiava. Il che è semplicente pazzesco. Corrisponde a sostenere che si comprino le stesse cose con cento euro e duecento euro. Poi la somma (teoricamente) promessa è sproporzionata, se è vero che molta gente non la guadagna neppure sgobbando. E a quel punto, se ne avesse la possibilità, non sarebbe normale che scegliesse la disoccupazione finanziata con 780€, piuttosto che un duro lavoro che ne rende settecento?
Ma già, il progetto condiziona il sussidio ad una tale quantità di controlli, che da un lato i possibili beneficiari si sentiranno vessati al di là del sopportabile, dall'altro sarà necessario assumere migliaia di nuovi impiegati (illicenziabili anche quando il loro incarico avrà termine) il cui costo divorerà buona parte del denaro che era destinato ai “poveri”. Ma appunto, questi poveri sono veramente tali? I disoccupati sono quelli che non lavorano o quelli che lavorano in nero? Recentemente, appoggiandosi a notizie di giornali,  Maurizio Crozza ci ha informati in un suo spettacolo che, secondo la Guardia di Finanza, sono falsi nove poveri su dieci. I nuovi impiegati incaricati dei controlli avranno un bel lavoro da fare. E forse anche i giudici penali. 
Nessuno dice che non ci siano poveri, in Italia: ma certo sono più numerosi coloro che cercano di fregare lo Stato che i veri indigenti. L’inevitabile risultato sarà che i giornali strepiteranno denunciando sussidi concessi ad imbroglioni che non li meritavano, e sussidi non concessi a veri poveri che li meritavano. Si immagini con quale profitto politico per il Movimento che tanto ha voluto questo rovinoso provvedimento. 
Inoltre, Di Maio e compagni vivono come se il futuro non arrivasse mai. Sono capaci di dire: “Il primo maggio il sole sorgerà a sud-ovest” come se quel giorno non dovesse arrivare mai a sbugiardarli.  Infatti, a proposito del reddito di cittadinanza continuano a dire che entrerà in funzione il primo aprile (se non ricordo male) mentre ancora non hanno completato nemmeno un terzo o un quarto di ciò che è necessario per farlo funzionare. Non solo non sono stati assunti i controllori, ma non è stato nemmeno pubblicato il bando, o quello che è, per assumerli. E, una volta assunti, non bisognerà spiegargli quello che devono fare, facendogli seguire un lungo corso? E coloro che dovranno insegnarglielo l’hanno a loro volta già imparato? E quando, dove? Ma veramente c’è gente capace di credere che da fine febbraio ad inizio aprile si possano fare miracoli? E dall’altra parte,  veramente c’è chi pensa che la gente si accorgerà, in aprile, in maggio, in giugno, che le promesse non sono state mantenute?
Il blocco del lavoro
Si può guardare al momento presente con occhi stralunati, perché la stessa evidenza è divenuta incredibile. Come si possono bloccare tutti i grandi cantieri, in un momento in cui il Paese è in recessione, e di tutto avrebbe bisogno salvo che di un fermo del lavoro? Come si può facilitare il pensionamento degli anziani – in odio alla legge Fornero, e chissà perché bisognerebbe odiare una legge lodata da tutti i competenti, in Italia e all’estero – quando nel nostro Paese la piramide delle età si è capovolta e presto ci saranno più vecchi da nutrire e curare che giovani che lavorano e possono pagare per loro?
Ma già, questo corrisponde all’idea che si segnalava prima. Per i Cinque Stelle la ricchezza si produce da sé, e lo Stato ha soltanto la preoccupazione di distribuirla. Se possibile generosamente. Speriamo che qualcuno, prima di promuoverli e mandarli in Terza Elementare, gli spieghi che non è così.
La quantità di assurdità cui questo governo ci fa assistere è tale che mentre prima erano soltanto i più avvertiti a pronosticare che sarebbe finita male, ora pare se ne stia accorgendo anche la massa. Moltissimi non vanno a votare, altri vanno a votare ma dimostrano d’avere perso la voglia di protestare e di sperare che il Movimento Cinque Stelle possa fare qualcosa per loro. Le elezioni regionali, una dopo l’altra, ci dicono questo. La gente sarà pure stupida, come pensano (giustamente) i demagoghi, ma non c’è nessuno abbastanza scemo da non capire quando lo toccano nel portafogli. E la recessione è qualcosa che tocca una troppo grande quantità di italiani, perché non se ne veda l’effetto nelle urne. 
E allora, dove va, l’Italia? Se la protesta si affloscia, se torniamo ai partiti di prima – quelli che ci hanno portati ad una situazione che ha determinato una comprensibile protesta – chi ci dice che staremo meglio? Non soltanto non si vede la luce in fondo al tunnel ma, come si dice: “E se quella che crediamo di vedere fosse un treno che ci viene incontro e ci travolgerà?”
Personalmente reputo che il nostro modello socio-economico è sbagliato e dovremmo tornare ad un modello liberale e liberista, ma sono anche convinto che gli italiani non vorranno neanche sentirne parlare. E allora?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2-Fine
26 febbraio 2019



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POLITICA
27 febbraio 2019
M5S, UNA SERIE DI ERRORI - 1
Le cause degli attuali – e futuri – problemi del M5s vanno ricercate nella sua stessa essenza e nella lunga lista dei suoi errori. Questo, in un certo senso, giustifica la dirigenza di quel partito: infatti nessun pilota, per quanto bravo, vincerà una gara se ha una macchina pessima. E figuriamoci quando il pilota è lungi dall’essere bravo. 
Mancanza di cultura e progetto
Il M5s non è nato nella mente di un politico. Il competente, anche quando non è un genio, conosce “le regole dell’arte”, cioè beneficia della propria e dell’altrui esperienza. Sa per esempio che certe soluzioni, anche se a prima vista sembrano ottime, non vanno adottate, perché si è già visto che poi si rivelano sbagliate. Per esempio quando, nel 1993, si è svirilizzata l’immunità parlamentare, si è creduto di fare un passo verso la moralizzazione del Parlamento, e così si è data l’ultima parola alla magistratura, in politica. Ma l’incompetente non si fida della cultura. Non conosce la storia di quell’istituto, non ne comprende la funzione e aspetta di fare sulla sua pelle l’amara esperienza di quell’errore. L’ignorante, non essendo avvertito, è costretto a rifare tutta la strada da principio, perdendo tempo e provocando danni. E dire che bastava studiasse un po’.
Tutta l’impostazione politica del Movimento Cinque Stelle sembra improntata a dei discorsi fatti in trattoria, fra i fumi delle sigarette e dell’alcool. Infatti praticamente tutti i loro articoli di fede sono sbagliati.
Uno vale uno
Cominciamo dalla prima regola, “uno vale uno”, cioè qualunque uomo vale quanto qualunque altro uomo. Questa è vera democrazia, secondo il Movimento. Un bel principio, non c’è che dire. Soprattutto per chi teme di valere meno degli altri. Ma se in aereo il pilota si sente male, lo sostituiremo con uno qualunque dei passeggeri, magari il più onesto, o ringrazieremo Dio che ci sia un secondo pilota? E se questo esempio appare paradossale, chi dice che guidare un Paese sia più facile che guidare un aereo?  
Uno vale uno nega la natura, la realtà, il buon senso. Se già i lupi hanno un capobranco, se perfino nelle condizioni della più forzata uguaglianza, come nelle carceri, fra i detenuti nascono dei capi, si vuole andare contro la natura? Lasciati liberi, gli uomini un capo se lo scelgono. E se quel capo è saggio, fanno un affare. Del resto il capo naturale comanda senza opprimere. Basti pensare a Pericle e ad Ottaviano, che faceva finta di essere soltanto il consigliere del Senato ed era il padrone dell’Impero. Ancora oggi Putin guida la Russia senza essere né lo zar né un dittatore. Ecco perché il M5s, non che contrastare l’avvento di un vero capo, avrebbe dovuto disperatamente cercarsene uno bravo. E invece ha lasciato spazio a personaggi inconcludenti e pericolosi come Alessandro Di Battista, o a giovanotti inadeguati come Luigi Di Maio. Per non parlare del rischio che in concreto il Movimento sia diretto, dall’esterno, da un privato che non ha nessuna legittimazione per farlo. 
L’opportunità di un capo non è dimostrata soltanto dalla natura, ma è provata anche dalla razionalità.  Se dieci persone devono agire tutte insieme, la loro azione sarà più  efficace se lo fanno alla spicciolata e  senza coordinarsi, o se il più abile di loro espone un piano intelligente cui tutti devono collaborare?
E se questo vale nei campi più triviali, si vuole che non valga in quella difficilissima arte che è la politica? Proprio qui quasi mai uno vale uno. Neville Chamberlain, quello che ha fatto rischiare alla Gran Bretagna di divenire una provincia del Terzo Reich, valeva dunque quanto Winston Churchill, quello che  ha vinto una guerra che il suo Paese ha affrontato essendo militarmente impreparato, a parte la flotta? Senza De Gaulle, o con Pétain,  la Francia avrebbe concluso la guerra ottenendo un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'Onu? E, per andare più indietro nel tempo, senza Ottaviano Roma avrebbe conosciuto il felice periodo della Pax Augustea? Non bisogna essere contrari al capo, bisogna essere contrari al capo inadeguato, e ringraziare il Cielo quando si ha un capo che merita di essere tale.   
La sfiducia nell’establishment
Un’altra regola, la sfiducia nell’establishment. Questa sfiducia è apparsa come evidentemente giustificata. La situazione di crisi in Italia dura da decenni e quell’establishment non è affatto riuscito a risolverla. Ma, se la diagnosi è giusta, la terapia è sbagliata. Non è perché il medico non ha saputo guarire la piaga che la guariremo coprendola di escrementi, invece che badare all’asepsi. O dobbiamo rinnegare anche l’apporto prezioso, e pagato con grande sacrificio personale, di Semmelweiss? Di fronte ad un male che non si riesce a guarire, o si trova un medico migliore, o si riconosce che la medicina è impotente: comunque, non è prendendo a calci un paralitico che lo si indurrà a camminare speditamente. 
E non era questo il senso di una brutale legge di stabilità che dilatava ulteriormente il nostro debito pubblico, annunciando la cosa come una conquista nei confronti dei nemici europei? E se questo non è il colmo dell’ignoranza economica, che cos’è?
La sfiducia nella competenza
Ma la sfiducia del M5s nei confronti della competenza è stata un articolo di fede. Al punto che si è estesa a campi impensati, come la scienza più consolidata. La campagna anti-vaccini, ad esempio, è nata dalla sfiducia nella medicina, e c’è da trasecolare, se si pensa che in passato contro di essi si manifestò la più grande diffidenza, fino a doversi arrendere dinanzi all’evidenza dei risultati. Ma già, questa gente ha sfiducia nella cultura e nella storia. Per gli ignoranti anche il sistema eliocentrico è una novità che è lecito mettere in discussione. 
La sfiducia nei politici
Ovviamente questa sfiducia non poteva non estendersi ai politici, soprattutto in un’epoca in cui si reputa stupidamente che lo Stato debba essere responsabile di tutto e debba risolvere tutti i problemi. La conseguenza di questo atteggiamento è stata in primo luogo il criterio di reclutamento. Non si è richiesta la preparazione culturale di base e la cooptazione di coloro che già avevano acquisito una competenza, ma la gioventù, l’essere simpatici sul Web, l’onestà, la buona volontà. Tutte qualità che non bastano nemmeno a fare un suonatore di clarino o un elettricista. E infatti molti personaggi dei Cinque Stelle sono stati ironicamente definiti dalla stampa “scappati di casa”. Ragazzotte e ragazzotti disoccupati senza arte né parte, che non si vede in che modo potrebbero esercitare responsabilmente e fattivamente attività di governo. Fino al ridicolo di certe gaffe di Toninelli o della signora Castelli che hanno fatto la felicità dei comici.
Non più di due mandati
Ma l'avversione verso la competenza ha portato ad un'altra delle regole demenziali dei "grillini": il divieto di più di due mandati. Quasi si dicesse: "Non soltanto reclutiamo degli incompetenti, ma ci guardiamo dal rischio che diventino competenti mandandoli a casa dopo che avranno imparato qualcosa". E infatti già ora parlano di cambiare questa regola, anche perché attualmente il primo della lista che ne sarebbe la vittima, se cadesse il governo, sarebbe Di Maio. 
Purtroppo, il rischio che corre il Movimento è quello che, correggendo prima questo errore, e poi quell’altro, e riconoscendo che certe cose sono troppo costose per poterle fare, ci si accorga che, cambiando questo e cambiando quello, alla fine l'unico vero, utile cambiamento, sarebbe la sparizione del Movimento stesso. Ma torniamo alla nostra enumerazione.
La paura delle novità
Altro errore fondamentale del Movimento, ancora questo ben radicato nella natura umana, è la paura della novità. Non a caso il loro "sacro blog", come lo chiama Massimo Bordin, si è autodenominato Rousseau. Infatti con Rousseau condivide un'illusione che rimonta alla più  alta antichità, e cioè che l'uomo primitivo fosse felice e che tornando alle sue condizioni di vita staremmo tutti meglio. Dimenticando che quel poveraccio lavorava dall’alba al tramonto per riuscire a sopravvivere e moriva in media intorno ai trenta/quarant’anni. Se quello era il loro genere di felicità, preferisco il mio, da ottantenne col frigorifero pieno e l’aria condizionata. 
Ma nulla si può contro l’illusione del ritorno alle origini. La pulsione è così forse che, quando la massa si sente infelice, e vuole ribellarsi, non lo fa in direzione del nuovo e del diverso, ma nella direzione dell’antico. La parola rivoluzione ha questo significato. La rivoluzione è proprio quella della Terra intorno al Sole, e l’anelato cambiamento è il ritorno al punto di partenza. Ritorno che si è visto anche in parecchie eresie cristiane – per esempio quella catara – in cui la Stella Polare, nella ribellione alla Chiesa,  era il ritorno alla semplicità del Vangelo.
Dunque i "grillini" si chiedono a che servono i viadotti, i ponti, i gasdotti, le gallerie, e persino le industrie. Per la loro la parola più sacra è “no”, e ne hanno una vera libidine. Opporsi a qualunque cambiamento non può che corrispondere alla via della morale e della purezza. Per loro, la ricchezza si crea da sé e allo Stato rimane soltanto il compito di distribuirla. I ricchi paghino le tasse e i poveri vivano a spese dei ricchi. Come questo progetto possa funzionare non è questione che li riguardi: gli basta pensare che esso sia "morale" per applaudirlo e sostenerlo. Né riescono a concepire che, se il Paese si inabissa nella recessione, ciò avvenga anche per colpa loro. “Per colpa nostra? Forse che ci abbiamo guadagnato qualcosa, personalmente, forse che abbiamo rubato un solo euro? Noi vogliamo soltanto che il Paese sia più buono e più giusto”. E del resto, quand’anche l’Italia divenisse ancor più povera, chi dice che per questo sarebbe più infelice, e non ritornerebbe invece alla serenità di una vita frugale e forse agreste? Quei profeti non hanno forse parlato di “decrescita felice”? Infatti attualmente abbiamo una grande crescita  (non è vero?) e siamo infelici.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
1-Continua



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POLITICA
25 febbraio 2019
L'ANATRA PUO' INGANNARCI
Detti, massime, proverbi. Pillole di saggezza miste ad umorismo. O – almeno – così amerebbero descriversi. E invece bisogna guardarsene, distinguendo quelli che dicono realmente qualcosa, e quelli che non dicono niente e rinviano a qualcosa. Meglio essere chiari. Avverto comunque che tutte le citazioni sono “a memoria” e potrebbero essere imperfette
Nella categoria dei detti che realmente dicono qualcosa si situano parecchie delle massime di La Rochefoucauld. Quando il “moraliste” scrive che “tutte le virtù si perdono nell’egoismo come tutti i fiumi si perdono nel mare” afferma qualcosa di molto chiaro, e cioè che il comportamento di quasi tutti gli uomini è dominato dall’egoismo. Cosa che vale anche e soprattutto per coloro che si riempiono la bocca di ideali. Infatti, quando poi gli ideali entrano in conflitto con gli interessi, sono spesso gli  interessi che vincono. Lo stesso vale per quest’altra massima: “I vecchi biasimano moralmente i peccati che non sono più in grado di commettere”. Anche questa idea vale per sé e non rinvia a nulla. Quasi dicesse: “Se non ci credete, controllate”. 
Al contrario non serve a niente un famoso detto arabo (sempre che sia un detto arabo): “Allah, dammi la forza di sopportare i mali che non posso evitare; Allah, dammi la forza di contrastare i mali che posso contrastare; Allah, dammi la saggezza di distinguere gli uni dagli altri”. Ottimi principi, ma se Dio non mi dà quella forza, a che mi sarà servito sapere che è inutile lottare contro l’inevitabile, ed è stupido non lottare contro l’evitabile?
Per non parlare dei proverbi che si contraddicono: “L’unione fa la forza” e “La pentola in comune non bolle mai” o anche: “Meglio soli che male accompagnati”. Il singolo è lasciato dinanzi al dilemma se associarsi o agire da solo. 
I detti e i proverbi per la maggior parte non valgono affatto quanto le massime di La Rochefoucauld, che non per caso è il campione della categoria. Infatti la fortuna delle correnti “pillole di saggezza” non nasce tanto dal loro intrinseco valore quanto dal desiderio di molti di avere risposte semplici a problemi complessi. Invece bisognerebbe dirsi una volta per tutte che la realtà ha il brutto vizio di essere complessa. Non si può generalizzare. Bisogna esaminare ogni caso per sé stesso, con pazienza ed umiltà. 
Mogli e buoi dei Paesi tuoi? Un buon consiglio, ma soltanto se significa che, quando si associa la propria vita ad uno straniero o ad una straniera, bisogna ben considerare il peso del diverso condizionamento culturale e sociale. Nulla dimostra che, soltanto perché uno dei due è nato e vissuto all’estero, non si possa essere felici a lungo insieme. Prudenza non significa rifiuto pregiudiziale. Ma anche queste mie ultime parole hanno un brutto sapore di ovvietà.
Queste riflessioni sono nate dal fatto che ho ritrovato l’originale di un’espressione tante volte sentita, e che trovo particolarmente saporita: “If it looks like a duck, swims like a duck, and quacks like a duck, then it probably is a duck”. Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra, starnazza come un’anatra, probabilmente è un’anatra. Il detto significa che dalla concretezza si può risalire alla definizione, e non è necessario partire da quest’ultima. Se nessuno ha detto che Guglielmo è un egoista, ma io posso dimostrare che in parecchie occasioni si è comportato da egoista, come non concludere che Guglielmo è un egoista? Se mancava soltanto l’etichetta, gliela appiccicheremo noi.
Il principio ha un indiscutibile valore. Del resto si riaggancia al famoso “rasoio di Ockham”, secondo il quale se, per un fatto, c’è una spiegazione semplice, logica e credibile, prima di cercarne un’altra bisogna contentarsi di quella. Ma il rasoio di Ockham fa parte dei principi utili o dei principi inutili? A mio parere, fa parte dei principi inutili. Da un lato è inutile, come dice un proverbio francese, “cercare mezzogiorno quando sono già le due”, dall’altro la prima impressione può farci sbagliare. Dunque sta a noi distinguere se siamo dinanzi ad un’accettabile verità o al rischio di essere superficiali e sbagliare. E non posso certo andare a chiedere lumi ad Ockham. Soprattutto perché è morto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 febbraio 2019 




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POLITICA
23 febbraio 2019
ATHENS AND JERUSALEM
Cari Amici, 
mi è stato mandato da un cortese corrispondente un testo di uno dei fondatori della geopolitica, George Friedman. Testo, che ho trovato interessante, ma sul quale non sono stato del tutto d’accordo. E poiché egli ha chiesto ai lettori di inviargli le loro eventuali osservazioni, è quello che ho fatto. 
Di seguito troverete il mio testo inglese, il mio testo italiano e infine l’articolo di Friedman, che ovviamente dovreste leggere per primo. Ma poiché il totale impegnerebbe parecchio tempo, ciascuno si regoli come crede. 
Gianni Pardo

      ATHENS AND JERUSALEM
What George Friedman writes is, as always, interesting, yet it seems questionable in its starting point. The idea of looking for the origin of the European mind, and of the importance that Europe has had in the world,  is of course to be appreciated, but one can object to the starting point of this enquiry. Friedman makes his analysis begin in the I Century a.C., and on the contrary it should begin largely before. As for Greece, at least at the IX Century b.C. and as for Rome with the chasing of the Etruscan kings, i.e. in the VI Century b.C. It seems appalling that one could oversee the presence of Rome, in this context.
Even if the Roman mind was greatly influenced by the Greek one, it stays true that, if Europe has known the Greek culture it depends on Rome. Without Rome, maybe Europe would never have known the Greek culture. Without Greece there would not have been Italy, as for culture, but without Rome there would not have been a Europe as we know it. Probably there would not have been a Great Britain, with its sensitiveness for freedom, with its sense of the State, with its pragmatism and its tendency to constitute an empire. The Roman mentality was much more matter of fact than the Greek one. No wonder that, in the world, the Roman law has been by and far the most influential. I imagine that Friedman has the intention of speaking of that later, but I don’t see why we should not begin from the beginning.
Second point. As I see it, Friedman gives too much importance to Jerusalem. Jerusalem belonged to the periphery of the empire, and Rome hardly perceived its very existence, if not as a little spot capable of creating some trouble. Until the final punishment, with the diaspora. 
It is true that Christianism, little by little, conquered Rome and “was in command” thereafter, from the middle of the IV Century until the Renaissance. But it was not the final victory. To begin with, by becoming Roman, Christianism became also intellectual, what certainly was not in Jerusalem. Then, as Friedman himself says, Rome tried to reconcile the narrow and self-righteous Jewish horizon with the Greek philosophy (gnosticism, in particular) and, above all, Aristoteles. Thomas Aquinas was aristotelic to the point that, even today, they say that the philosophical structure of Christianism is “aristotelic-thomist”. All that does not seem very Jewish.
 Another important difference is that Hebraism is not Catholic, i.e. it does not have the tendency to become universal and to convert other ethnic groups to Hebraism. A proof of this is that convertions to Hebraism are not encouraged, and in addition they are submitted to a lot of exams and conditions, whereas Christianism, right from the start, presented itself as being universal. Exactly as universal was Rome, that was in no sense a racist power. 
Finally, whereas the layer of Hebraism-Christianism has been very important between the IV and the XV Centuries a.C., the “western” mind started with Homerus and. after the interruption I have spoken of, started recovering stamina with Humanism  and Renaissance. So as to reach, in the contemporary times,  a substancial lack of interest for religion. Exactly as it happened in republican and imperial Rome, until Constantine epoch.
For the Hebrews all that was worth knowing was written in the Bible, for the Greeks it was written in the world, and it was by knowing the world, not the Holy Scripture, that man would known more about it. Empedocles, Archimedes, Eratostenes and many more have been the first scientists of mankind.The Greek mythology itself constitutes an attempt of fantastic explanation of all natural phenomena, and this – if it false as an explanation – shows nevertheless an authentic thirst of an explanation of those phenomena. Not to quote Aristoteles’ contribution to all kinds of science. So much that, even today, the history of most sciences begins with Aristeteles’ opinion and writings in that field. 
The Greeks were the first to feel the drive towards science. A drive that most other people didn’t perceive.  
In a word, I disagree with Friedman (an  author that I have been reading for years, that I appreciate and respect)  when he wishes to speak to us of Athens and Jerusalem. As the origin of the Eutopean mentality. In my eyes, our world is the son of Athens and Rome.
Gianni Pardo, Italy

Testo italiano
      
Quello che Friedman scrive è, come sempre,  interessante, ma mi sembra discutibile nell’impostazione generale. Giusto ricercare l’origine della mentalità europea e dell’importanza che l’Europa ha avuto nel mondo, ma mi sembra sbagliato il punto di partenza di questa ricerca. Friedman fa cominciare la sua analisi dal I Secolo, mentre essa dovrebbe cominciare molto prima. Per la Grecia almeno all’Ottocento avanti Cristo, e per Roma con la cacciata dei re etruschi, e siamo ancora nel Sesto Secolo a.C. Non vedere che c’è Roma, in tutto questo contesto, mi sembra veramente strano. 

Benché la mentalità romana sia stata grandemente influenzata da quella greca, rimane vero che se l’Europa ha conosciuto la cultura greca è stato a causa di Roma. Senza Roma l’Europa forse non avrebbe conosciuto la Grecia. Senza la Grecia non ci sarebbe stata l’Italia, culturalmente parlando, ma senza Roma non ci sarebbe stata l’Europa come la conosciamo. Forse non ci sarebbe stata nemmeno la Gran Bretagna, col suo senso di libertà, col senso dello Stato, col suo pragmatismo e con la sua tendenza a costituire un impero.La mentalità romana era molto più concreta di quella greca. Non è un caso che, nel mondo, il diritto romano sia stato senza dubbio il più influente. Immagino che Friedman si riservi di parlare di tutto ciò dopo, ma non vedo perché non cominciare da principio. 
Secondo punto: a mio parere, Friedman dà troppa importanza a Gerusalemme. Gerusalemme faceva parte della periferia dell’impero, e Roma quasi non  si accorgeva di essa, se non come piccolo posto capace di dare fastidio. Fino alla definitiva vendetta, con la diaspora. 
È vero che il Cristianesimo, a poco a poco, conquistò Roma e “imperò” poi, dopo la metà del Quarto Secolo, fino al Rinascimento. Ma non fu una vittoria definitiva. Innanzi tutto, divenendo romano, il Cristianesimo divenne anche intellettuale, quello che certo non era a Gerusalemme. In secondo luogo, come dice lo stesso Friedman, Roma cercò di conciliare lo stretto e bigotto orizzonte ebraico con la filosofia greca (lo gnosticismo, in particolare) e soprattutto Aristotele. Tommaso d’Aquino fu talmente aristotelico che, ancora oggi, si dice che la struttura filosofica del Cristianesimo è “aristotelico-tomista”. Tutto ciò non mi sembra molto ebraico. 
Altra differenza importante. L’ebraismo non è “cattolico”, cioè non tende ad essere universale e a convertire altre etnie all’ebraismo. Il “popolo eletto” è soltanto quello, ed ebrei si è soltanto perché si è usciti da un utero ebreo. Prova ne sia che le conversioni all’ebraismo, non che essere incoraggiate, sono sottoposte ad esami e condizioni, mentre il Cristianesimo, sin dal primo momento, si propose come universale, esattamente come universale, non razzista in nessun senso, fu il potere romano. 
Infine, mentre la patina di Ebraismo-Cristianesimo è stata molto importante fra il Quarto e il Quindicesimo secolo, la mentalità “occidentale” cominciò con Omero e, dopo la parziale interruzione che ho appena segnalato, si riprese con l’Umanesimo e il Rinascimento, fino ad arrivare, nell’epoca contemporanea, al sostanziale disinteresse per la religione, esattamente come avveniva nella Roma repubblicana ed imperiale, fino a Costantino. 
Per gli ebrei, tutto ciò che c’era da sapere era scritto nella Bibbia, per i Greci era scritto nel mondo, ed era conoscendo il mondo, non le scritture, che se ne sarebbe saputo di più. Empedocle, Archimede Aristotele, Eratostene e tanti altri sono stati i primi scienziati dell’umanità. La stessa mitologia greca costituisce una spiegazione fantastica di tutti i fenomeni naturali, e ciò – se è falso come spiegazione – dimostra tuttavia una vera sete di spiegazione di quei fenomeni. Per non parlare di Aristotele e del suo contributo ad ogni genere di scienza. Al punto che ancora oggi la storia di mote scienze comincia parlando delle opinioni e degli scritti di Aristotele in quel campo. La molla della scienza, di cui tanti altri popoli non hanno sentito la spinta.
 I greci per primi hanno sentito la spinta verso la scienza. Una spinta che la maggior parte dei popoli del mondo non hanno percepito. 
In una parola, sono in disaccordo con Friedman (che leggo da anni con stima e rispetto) quando ci vuole parlare di Athens and Jerusalem come origine della mentalità europea. A mio parere il nostro mondo è figlio di Atene e di Roma. 
Gianni Pardo 
ATHENS AND JERUSALEM
It is time for me to write the book I always wanted to write, the book that may have no readers but that sums up my work. My book on America, “The Storm Before the Calm,” will be out in September, freeing me to write the book that has no title yet. The intent of this next book is to embed geopolitics, my life’s work, with philosophy, my love; I want to imagine that geopolitics derives from the great minds I read. My other books I have written alone. The writing of this one, or at least the thoughts that give it life, will be shared with my readers. And they, being in my mind far wiser than all the professors of philosophy I have met, will point out my errors and inconsistencies and will enrage me until I do better.
Each week I will write about a fragment of thought that I have been mulling over. Some will be polished; most – such as this one – will not have reached the clarity worthy of the reader. But each fragment is meant to be a prism through which I can understand important things in due course. The pieces will appear each Thursday.
It may be that most people will object to its obscurity and carelessness. If so, I will return to my cave and mutter.
This week’s fragment of thought is on the relationship between geopolitics and the shaping of the human soul. It traces Europe to Christianity, Christianity to Athens and Jerusalem, and these cities to wars between Babylon and Persia. It also traces the tension between the dictums “know thyself” and “I am the Lord thy God.” It is only a first sketch, so don’t expect too much of it.
European civilization has a unique place in world history. It was Europe, through exploration and conquest, that forged the global understanding that there is a single humanity living in multiple hemispheres and made that notion common knowledge. Until then, humanity had lived with a different and false map of the world, ignorant of its breadth and variability. Since Europe was the continent of Christianity, it spread Christianity. But Europeans’ realization of the many different cultures that existed, worshipping so many different gods, ultimately weakened the self-confidence of Christianity and of European civilization. But that is a story to consider at a later date. For now, the question is why it was Europe and not some other civilization that tore the veil away and revealed the breadth of the world.
All of this is a geopolitical problem. Religion would seem not to be part of geopolitics any more than philosophy is, but geopolitics is complex. It is about the relationship of humans to a place, but the nature of a place is shaped by complex forces – which, in this case, include Christianity. And Christianity itself emerges from two cities that are both near and very far apart: Athens and Jerusalem. It is there that we must begin.
Athens was the city in which reason came to know itself as man’s highest moment, and in which Aristotle said, “Knowing yourself is the beginning of all wisdom.” Jerusalem is the city that enshrined the commandment “I am the Lord thy God … Thou shalt have no other gods before me.” Athens was the city of logos – reason and discourse. Jerusalem was the city of awe not of men but of God and his law. The Gospel of John begins with the proclamation, “In the beginning was the Word [logos], and the Word was with God, and the Word was God.” In that phrase, John sought to unite reason and revelation, the principles of Athens and Jerusalem. Athens held the core belief that to know thyself was the highest of goods; Jerusalem, that knowing God’s law was the greatest of things. Christianity obsessed over the soul and the self at the same time that it obsessed over God’s will. The Christian scholar Thomas Aquinas struggled with this tension, as did the Jewish philosopher Maimonides and the Muslim scholar al-Farabi. The dilemma of Athens and Jerusalem embedded itself in Eurasia. The tension between reason and revelation defined the region.
From a purely geopolitical point of view, it is striking that all of this played out along the rim of the Mediterranean, a small region within a far vaster world. It is hard to imagine two cities more distant in spirit than Athens and Jerusalem. Athens was built above a port, Piraeus. Ships from all over the Mediterranean arrived daily, delivering luxuries from around the basin. Athens was a wealthy city and, as some have said, corrupt and even weak because of its wealth. Jerusalem rested on a hill, overlooking a hard land where luxuries were few and held in suspicion. Athens luxuriated in the good life. Jerusalem luxuriated in a hard and jealous God. Athens knew many truths; Jerusalem, only one.
The one thing that bound them together was Persia. Persia threatened the Athenians’ very existence – but they were saved first by the Spartans (who were more Hebrew than Athenian) and then by their own navy. The Israelites were not threatened by the Persians but rather saved by them. The prophets had warned the Israelites that their failure to adhere to God’s laws would cause the fall of Jerusalem. In the end, this is what happened. They were conquered by Babylon (roughly located in present-day southern Iraq), the Israelites were exiled, and many wound up in Persia. Persia and Babylon fought a war – or, more precisely, an episode of a war that is ancient if not eternal. After defeating Babylon, King Cyrus allowed the Israelites to return to Israel and rebuild the temple in Jerusalem.
The Athenians had allies. The Spartans and the Athenians had a common interest in avoiding being subjugated by Persia. The Israelites lived on difficult land and struggled with one other – one of the reasons for God’s aforementioned warning. And because the land was hard, there were few allies available, and because the Israelites were meant to focus on God, diverting their attention to subtle statecraft could be difficult. Their relative poverty and limited ports also meant they were not embedded in the wider world of the Mediterranean. So, the Athenians won, the Israelites lost – yet, they recovered what was lost because of Persia’s war with Babylon and the Israelites’ ability to shape Persian policy toward them.
Greece defeated Persia because it had strategic depth: a navy that could strike the Persian flank and rugged hills to retreat into. The Greeks, moreover, did not have to unite until war broke out. Their own fragmentation increased their defensive capability. Israel faced a different problem. It had hills in the north and desert to the south, but there was little to protect it in the east. Therefore, the Israelites had to maintain constant vigilance and unity, for a threat could materialize quickly. The Israelites did not have the Greek comfort of strategic depth. Greece had luxury – even Sparta was luxurious compared to Israel. The Greeks had the luxury to think about knowing themselves. Israel, united by the commandment to honor God and his laws, could mass and win. Divided by a lack of piety, they could be crushed – and they were. The moral problem and the geopolitical reality merged. Or, more precisely, geopolitical reality generated a moral principle essential to survival.
Athens and Jerusalem were in many ways forged in the Persian-Babylonian crucible. But their most significant effect was not to the east but to the west and north, in Europe. Athens and Jerusalem served as the foundation for post-pagan Europe and dominated it. Europe dominated the creation of a single world as well. Part of Europe’s hunger came from searching for discounts in India. But the Christian components of the European surge into the world should not be neglected. And therefore, Athens and Jerusalem must not be neglected.
As I’ve said, this is not intended to be anything more than a fragment of thought. But it is the beginning of the question: What is the relationship of geopolitics to the intellectual tradition? I do not regard geopolitics as a mechanistic tool designed to predict next week. I see it as part of a very old discussion of how we humans should understand the things we do and the things we have done. I regard global self-awareness as a giant punctuation mark in human history that can be traced back to Christianity, Christianity to Athens and Jerusalem, and Athens and Jerusalem to Persia and Babylon – one of the axes of the world.
There will be more to follow



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POLITICA
22 febbraio 2019
IN CHE COSA CREDIAMO VERAMENTE
Trovo per caso alcune mie righe scritte nel 1996: “Pensa da adulto chi è disposto ad ammettere che vede solo quello che vede e capisce solo quello che capisce. Chi crede solo ciò che è ragionevolmente provato da una reiterabile realtà. Se invece crede che l’anima esista, anche se non ce n’è la prova; che gli uomini sopravvivano alla morte, anche se i morti non tornano mai; se crede che ci sia una giustizia in terra, mentre l’esperienza prova il contrario; se crede che si può scoprire l’universo guardando il proprio ombelico o mettendosi in una certa posizione, purché scomoda, allora non potrà più arrivare al pensiero adulto. L’individuo sarà come un bimbo che, dinanzi ad una brutta realtà, chiede alla mamma di smentirla raccontandogli una bella favola. 3 aprile 1996” Oltre vent’anni dopo vorrei aggiungere qualcosa. 
Tanti anni fa distinguevo il pensiero adulto dal pensiero immaturo, e sarebbe lecito ritenere che le persone si possano distinguere secondo ciò che dicono. Per esempio, possiamo credere che una persona reputi realmente che non ci sia nulla, assolutamente nulla, dopo la morte ma, se poi ha paura dei fantasmi o non entrerebbe mai in un cimitero di notte?
In realtà, “ammettere che si vede quello che si vede”, e che non ci sia praticamente nulla, oltre ciò che si vede, è più difficile di ciò che si potrebbe pensare. Un secondo esempio. Se qualcuno dichiara di credere nella medicina e di non credere ai poteri dei guaritori, ma poi di fatto, una volta che gli hanno annunciato che ha un cancro letale, si rivolge a qualche guaritore (“Male non mi può fare”) in realtà dimostra di avere dei dubbi sulla medicina (e fin qui, passi) ma anche di non essere sicuro dell’inefficacia e della natura mitologica dei poteri dei guaritori. Non si sta giudicando severamente quel povero disgraziato: di fronte alla prospettiva della morte a chiunque può capitare di perdere i pedali. Ma con quel gesto dimostra di attribuire alla scienza un valore opinabile non lontano da quello degli oroscopi. Ben difficilmente un oncologo, ricevuta la stessa pessima notizia, si informerebbe sull’esistenza di qualche guaritore.  
La tesi generale è che dimostriamo le nostre convinzioni non con le parole , ma con le azioni . In questo campo l’affermazione più paradossale, e addirittura estrema, l’ha espressa Ernest Renan col suo famoso aforisma: “Ho conosciuto parecchi furfanti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto moralisti che non fossero furfanti”. Ma il principio cessa di essere un paradosso, se lo si esprime così: la distinzione fra furfanti e moralisti non consiste in ciò che dicono, ma in ciò che fanno. 
E sempre guardando alla sostanza delle cose, si interpreta meglio una famosa massima di La Rochefoucauld: “L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. Di solito si pensa che abbia questo significato: chi agisce male e tuttavia proclama i valori della virtù, almeno riconosce la loro validità e implicitamente la rimproverabilità del proprio comportamento. In realtà l’ipocrita a quei valori non crede affatto. Li riconosce formalmente, da quel furfante che è, per realizzare un ulteriore profitto, quello di nascondere i suoi veri intendimenti. Onesto è chi si comporta onestamente, non chi si profonde in lodi dell’onestà. 
Fu seguendo decenni fa lo sciopero dei minatori inglesi del carbone che imparai l’espressione inglese: “Votare con i piedi”. La signora Thatcher resistette imperterrita ad uno sciopero interminabile e devastante e alla fine i minatori, prima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, tornarono al lavoro. Votarono “con i piedi” e decretarono di avere perso la guerra contro i prezzi internazionali del carbone. Scioperando contro le leggi del mercato o si perde, o si impone un esborso ai propri concittadini. 
Si può rendere più universale il principio formulandolo così: ogni battaglia contro la “realtà effettuale”, come l’avrebbe chiamata Machiavelli, è una battaglia persa. Ma anche queste sono parole inutili. Chi è arrivato a questi principi, li applica già. E chi mi dà ragione, ma continua a comportarsi come prima, mi offre un omaggio verbale ma nel frattempo vota con i piedi in un’altra direzione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 febbraio 2019 



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POLITICA
21 febbraio 2019
WIN WIN, LOSE LOSE
La decisione del Tribunale dei Ministri di Catania di chiedere l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il reato di sequestro di persona aggravato è stata opinabile, ed infatti è stata molto discussa. Ma – al di là dei motivi puramente giuridici - potrebbe essere interessante esaminare la ragione per la quale quei magistrati potrebbero essere stati indotti, magari inconsciamente, ad adottare quella decisione piuttosto che un’altra. 
Bisogna innanzitutto avere chiaro che cos’è il Tribunale dei Ministri. Si tratta di un  collegtio di tre magistrati scelti a sorte nel distretto della Corte d’Appello in cui è stato commesso il presunto reato. Questi magistrati non sono selezionati con particolare cura o con speciali procedure, come avviene per i giudici costituzionali, e non sono al culmine di una carriera in cui si siano illustrati. Sono soltanto tre onesti magistrati il cui merito fondamentale è quello di essere stati scelti a caso e non per favorire o danneggiare la maggioranza al potere. Fra l’altro, essi durano in carica due anni e le possibilità di essere chiamati ad emettere un giudizio per un fatto che avvenga nella loro circoscrizione, soprattutto al di fuori di Roma, sono bassissime. Sicché di solito si tratta di una carica puramente formale. 
Questi magistrati hanno ovviamente le loro idee politiche e nell’emettere il loro giudizio, soprattutto in un caso opinabile, possono essere influenzati dalle loro convinzioni. E che la fattispecie in questione fosse, come minimo, opinabile, è dimostrato dal fatto che un parere diverso dal loro aveva già espresso la Procura di Catania, proponendone l’archiviazione. 
Ecco perché è lecito chiedersi quali ragioni possono avere indotto i tre magistrati ad esprimere un giudizio di segno opposto. Ovviamente hanno contato le ragioni giuridiche da loro stessi esposte nella motivazione del loro provvedimento. Ma potrebbero esserci stati altri motivi, anche inconsci? 
Mi scuso se involontariamente potrei avere l’aria di calunniare i magistrati di Catania, di cui non conosco nemmeno i nomi. Sostengo soltanto che, oltre ai motivi giuridici, tutti abbiamo pulsioni subliminali, di cui non siamo coscienti e che potrebbero pesare in un caso dubbio. Non intendo affatto dire che essi si siano comportati in un certo modo, o con determinati fini: intendo soltanto fare delle ipotesi teoriche.
Senza voler trarne chissà quali conclusioni, si può notare che, per puro caso (essendo essi stati estratti a sorte), tutti e tre i giudici risultano iscritti a “Magistratura Democratica”, cioè alla corrente di sinistra della magistratura. E se il semplice fatto di segnalare questo particolare può suonare calunnioso, è facile rispondere che la magistratura si sarebbe evitato questo pericolo se avesse vietato che i magistrati si schierassero pubblicamente dal punto di vista politico. 
Dunque il problema che ci si può porre è: se quei magistrati, in perfetta buona fede ma influenzati dalle loro convinzioni di sinistra, avessero voluto favorire o danneggiare qualcuno, che cosa avrebbero dovuto decidere?
Ecco le ipotesi. Rigettando l’idea di processare il Ministro dell’Interno, come aveva già fatto la Procura, non avrebbero né danneggiato né avvantaggiato nessuno. Chiedendo invece il processo, i casi erano due: o il Senato avrebbe autorizzato il processo contro Salvini, e questo non soltanto avrebbe danneggiato il ministro, ma forse avrebbe fatto cadere il governo, cosa certo non sgradita al Pd. Se invece il Movimento 5 Stelle avesse detto no al procedimento, sia in commissione, sia in Senato, il governo sarebbe certo sopravvissuto (come certamente sopravvivrà) ma chi ne sarebbe uscito seriamente ammaccato sarebbe stato il Movimento. Un problema senza soluzione. Infatti, si ripete, se avesse collaborato per portare Salvini dinanzi al giudice penale, avrebbe forse fatto cadere il governo, e si torna all’ipotesi precedente. E se invece avesse protetto Salvini, come ha fatto, si sarebbe squalificato agli occhi di gran parte dei suoi elettori, subendo qualche altra brutta botta elettorale, come attualmente pare probabile. Cosa, anche questa, che certo non danneggerebbe il Pd.
Nessuno dice che il Tribunale dei Ministri abbia adottato la decisione per questo motivo, né che esso ne sia stato coscientemente influenzato. Ma oggettivamente è un caso win-win, vinco-vinco, come si dice compiaciuti oggi (“Lo vedi, come conosco bene l’inglese?”). Che andasse in un dato modo o nel modo opposto, il profitto per il Pd era assicurato.
Morale della favola: quando si tratta di ministri, sarebbe meglio affidare qualunque giudizio sul loro conto (anche penale) allo stesso Parlamento, come prevedeva la legge precedente. Infatti sarebbe comunque opportuno tenere lontani i magistrati da decisioni che possono avere grande importanza politica, perché queste decisioni potrebbero apparire come indebite interferenze del giudiziario nell’esecutivo e in generale nella politica, con grave pregiudizio delle esigenze della separazione dei poteri, e ledendo al passaggio il prestigio della magistratura. .
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
21 febbraio 2019




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POLITICA
19 febbraio 2019
IL M5S E LA MAGISTRATURA
Un giovane parrucchiere ha svelato a mia moglie una verità sconvolgente: lo studio della storia non serve a niente. Qualunque persona colta a questo punto potrebbe fare un salto sulla sedia, ma saltare sulla sedia non basta: bisogna saper dimostrare ciò che è ovvio, e non sempre è possibile. Ne è prova che Euclide ci rinunciò, chiamando assiomi i punti di partenza della sua geometria. Per fortuna invece ci sono ovvietà che si possono dimostrare. Per esempio, per quanto riguarda la rotondità della Terra le “evidenze” sono tante che la difficoltà consiste solo nella scelta delle più chiare. E appunto, per la storia, siamo agli assiomi o alla rotondità della Terra?
Goal a porta vuota. Il passato non è “una parte” di ciò che conosciamo, è “tutto” ciò che conosciamo. Se sappiamo che il fuoco brucia è perché, quando avevamo un anno, abbiamo teso il ditino verso la prima candela sulla torta. Se sappiamo riconoscere il viso di nostra madre, se sappiamo usare un telefono e ritrovare la via di casa, è perché tutte queste esperienze fanno parte del nostro passato. E che cos’è la storia se non la memoria del passato della collettività? Il nostro passato personale ci insegna che non dobbiamo toccare la fiamma, il passato della collettività ci insegna che non tutti sono buoni e non tutti sono cattivi, che nella politica internazionale conta la forza e che è meglio fidarsi degli interessi che degli ideali del prossimo. Chi non vuole tenere conto di questi insegnamenti, faccia pure. E non si meravigli se alla fine la realtà gli presenta il conto. 
Un conto che il Movimento 5 Stelle potrebbe ricevere a domicilio. Parleremo di un solo esempio: il rapporto fra magistratura e politica. In questo campo l’umanità è arrivata ai principi attuali in base all’esperienza. La teoria della separazione dei poteri, che si attribuisce sempre a Montesquieu ma che è molto più antica, insegna che la libertà del popolo è preservata soltanto se nessuno dispone di troppo potere. Così chi fa le leggi (il Parlamento) non le applica, chi le applica (il governo) non le fa, e chi giudica i cittadini affida all’esecutivo l’applicazione dei suoi dettati. Nessuno ha, da solo, il potere di fare le leggi, di applicarle e di giudicare sulla loro eventuale violazione. 
È tenendo conto di questi principi che sin dalla Rivoluzione Francese si sono stabilite guarentigie per il Parlamento, per esempio che la magistratura non possa procedere contro un parlamentare se non a ciò autorizzata dalla Camera di appartenenza. Potrà farlo soltanto quando sia terminato il suo mandato. Da noi questa norma fu abolita con Mani Pulite, a furor di popolo e per bassa demagogia, senza capire che essa non garantiva “i parlamentari disonesti”, come ancora pensano i “grillini”, ma la democrazia. 
L’autorizzazione a procedere mirava ad impedire che i giudici, squalificando, perseguendo o mettendo in galera qualche parlamentare, determinassero la linea di governo.  E invece, in Italia , moltissime carriere sono state stroncate dai magistrati. Ai tempi di Mani Pulite bastava un “Avviso di garanzia” per decretare la morte politica di qualcuno. E così abbiamo visto dei magistrati d’assalto che – non importa se e quanto in buona fede – prima sono intervenuti a gamba tesa nel funzionamento del Parlamento e poi hanno approfittato della notorietà acquista per entrare loro stessi in politica e dare sfogo alla loro ambizione. 
Questa anomalia italiana è nata dall’infantile convinzione - ancora oggi proclamata dal M5s - dell’infallibilità dei magistrati. Un’infallibilità  in cui non crede la Costituzione, che per ritenere qualcuno colpevole vuole una sentenza definitiva; in cui non crede il codice di procedura penale, che prevede più gradi di giudizio, e cui non crede nessuno che abbia avuto a che fare con i Tribunali. 
L’Amministrazione della giustizia è una necessità imprescindibile, ma ciò non vuol dire che essa sia esente da errori. I magistrati sono esseri umani come gli altri, e per questo, il processo concludendosi giunge alla “verità giudiziaria”, non alla “verità storica”, che potrebbe essere tutt’altra. Diversamente Socrate sarebbe un delinquente degno della pena di morte.
Ecco perché ho sempre disprezzato l’idea di Marco Travaglio secondo la quale Giulio Andreotti fu un mafioso, perché  il magistrato estensore della sentenza scrisse che l’imputato era innocente dei reati ascrittigli ma era stato mafioso nel periodo precedente, quello coperto dalla prescrizione. Ma quella parte della motivazione è assolutamente, completamente ed evidentissimamente  priva di ogni valore giuridico. 
Se Andreotti fosse stato condannato, avremmo avuto la “verità giudiziaria” della sua colpevolezza, ma non per questo la “verità storica”. Qui non abbiamo neppure la “verità giudiziaria”, ma solo l’opinione indimostrada di un magistrato, e si vorrebbe spacciarla per verità storica? Se al passaggio quel magistrato avesse scritto che il sole è quadrato, questo astro si sarebbe fatto quadrato per fargli piacere? 
 Per parecchi versi, dagli Anni Novanta viviamo in pieno delirio giuridico e una volta o l’altra anche il M5s, se non scoppia prima, se ne accorgerà. Perché se il saggio può inciampare su un sasso, lo stolto inciampa già sui suoi propri piedi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 febbraio 2019



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POLITICA
18 febbraio 2019
SALVINI E IL SEQUESTRO DI PERSONA
In questi giorni ho sentito molte persone discutere del caso Diciotti/Salvini partendo da una loro personale evidenza. I possibili immigranti sono stati privati della loro libertà personale (quella di sbarcare) e dunque il nostro Ministro dell’Interno ha evidentemente commesso il reato di sequestro di persona. Fra l’altro perché questa è l’imputazione formulata dal Tribunale dei Ministri costituito a Catania. Poiché queste teorie sono sostenute anche da professoroni (meglio non far nomi), ed avvocati, prendiamole sul serio. 
Il Codice Penale, all’art.605 stabilisce: “Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni. La pena è della reclusione da uno a dieci anni”, se il reato è aggravato dall’“abuso dei poteri inerenti alla propria funzione. 
Privare qualcuno della libertà personale è espressione che può prestarsi ad equivoci. Se pretendo di entrare alla Scala di Milano senza il biglietto, e l’ingresso mi viene vietato, non sono certo vittima di un sequestro di persona. Io non ho la “libertà” di entrare a casa altrui. Non posso nemmeno entrare nell’Ufficio Anagrafe, che pure è “pubblico”, fuori dagli orari consentiti. E certo non posso salire su una nave militare. Dunque per libertà personale bisogna intendere la libertà di andare soltanto dovunque la legge non ci vieti di andare. E ovviamente nessuno ci deve impedire di allontanarci da qualunque luogo, salvo ciò avvenga su decisione dell’autorità, come nel caso del carcerato.
Inoltre, mentre io ho il diritto di andare dovunque, sul territorio nazionale (diritto che non avevano i sovietici, per i quali esisteva anche il “passaporto interno”), questo diritto non si estende al territorio degli altri Stati. Questi possono sottoporre il mio ingresso a condizioni (passaporto valido) e addirittura negarmelo, senza dover fornire spiegazioni (negazione del “visto” consolare). La sintesi è che, quando si parla di “sequestro”, si ha l’immagine di una persona cui si impedisce di uscire da una stanza, non di una persona cui sia impedito di entrare in uno spazio altrui. Dunque, tornando a Matteo Salvini: siamo dinanzi ad un caso di sequestro di persona?
In primo luogo nella fattispecie dobbiamo notare che non si è trattato di impedire a nessuno di “uscire” da un dato luogo, ma di “entrare” in un dato luogo, in particolare il territorio nazionale italiano. E già a questo punto potremmo dire che non è stato commesso nessun reato. Non più di quanto ne avrebbero commesso uno gli Stati Uniti se mi avessero negato il visto.
In secondo luogo, il fatto che, sbarcando, si sarebbe entrati in un porto, aggrava la posizione degli arrivanti. Infatti l’ingresso nel porto non è consentito nemmeno agli italiani, a meno che non dimostrino di avere una ragione precisa per farlo. Vivendo a Catania lo so per esperienza. La Guardia di Finanza presidia l’ingresso del porto e per passare bisogna dimostrare di avere un valido motivo, andare nella Capitaneria di Porto, avere una barca ormeggiata, o andare a prendere una nave in partenza. Chi dicesse: “Vado a passeggiare” si vedrebbe vietare l’ingresso. E figuratevi se dicesse: “Vengo dall’estero e non ho documenti”.
Ora facciamo l’ipotesi di una nave con a bordo duecento passeggeri che, minacciata dal mare grosso, chieda di riparare nel porto di Catania. Probabilmente la Capitaneria di Porto le permetterebbe di entrare, ma potrebbe benissimo vietare lo sbarco dei passeggeri e invitare la nave, cessata la tempesta, a riprendere il viaggio. E, durante il tempo del soggiorno nel porto, non si sarebbe attuato nessun sequestro di persona. Infatti nessuno avrebbe costretto i passeggeri a venire a Catania, e nessuno ha attribuito loro il diritto di rimanervi: è stato loro concesso un momentaneo riparo, e nessun ulteriore diritto. 
Ma - qualcuno potrebbe dirmi - nel caso della Diciotti tutti questi ragionamenti non valgono nulla, perché quella è una nave militare, e chi mette piede a bordo di una nave militare italiana, quand’anche fosse a Hong Kong, è entrato in Italia. E questo è vero. Ma è vero fino ad un certo punto. Se l’Amerigo Vespucci (nave militare italiana) ormeggiata ad Hong Kong, permette la visita, con ciò stesso permette l’accesso momentaneo sul territorio italiano, ma nessun cinese, a fine visita, sarebbe autorizzato a dire: “Bella nave. Ho deciso di rimanere a bordo”. Dunque la Diciotti, ammesso che abbia salvato dei “”naufraghi” non aveva nessun dovere (e persino nessun potere) di sbarcarli in Italia. Ché anzi il rifiuto di ingresso di stranieri sul proprio territorio via mare è vecchia prassi. Il drammatico caso della “Exodus” è rimasto esemplare. 
Dunque importa sapere a che titolo si sia su una nave militare. Se si accoglie uno straniero a bordo per salvarlo dal naufragio, si ha nei suoi confronti soltanto il dovere di depositarlo in un porto in cui non rischi la vita. Per esempio, nel caso della Diciotti, Tunisi, Alessandria d’Egitto o Marsiglia. Non necessariamente Catania, se l’Italia dice di no. Il Paese ha il diritto di vietare l’ingresso a stranieri privi di documenti e di mezzi di sostentamento.
E tuttavia, obietterà ancora qualcuno, quegli stranieri sulla Diciotti erano dei futuri “richiedenti asilo politico”. Vero anche questo. Ma innanzi tutto per la stragrande maggioranza sono immigranti economici. Poi non si può mettere il carro dinanzi ai buoi. Ha diritto di rimanere in Italia chi, essendo sul territorio italiano, “ha ottenuto” il diritto d’asilo, non chi “potrebbe ottenerlo”. Soprattutto visto che gli stranieri, una volta entrati, essendo senza documenti, non si riesce a rispedirli a casa. 
Ma non abbiamo finito. La domanda fondamentale è: un Paese sovrano ha sì o no il diritto di limitare un flusso incontrollato d’immigrazione? Se sì, questa decisione è sì o no politica? E nell’applicarla un Ministro attua una direttiva politica o compie un’azione delittuosa nel suo interesse personale? Perché se ha agito in conformità alle direttive dell’attuale maggioranza di governo, la sua azione, quand’anche normalmente costituisse reato, è sottratta al giudizio della magistratura e il processo non può neanche cominciare. Si ricordi che grandi democrazie come gli Stati Uniti od Israele hanno soppresso con “omicidi mirati” (per esempio con droni) degli assassini che si erano rifugiati in Stati loro complici. E ciò senza che nessuno si sia sognato di processare qualche ministro. 
Per concludere, una nota “di colore”. Salvini prima si è dichiarato dispostissimo a farsi processare, poi ha cambiato opinione. Che cosa è successo? È molto semplice. In un primo momento, sicuro della propria innocenza, è stato pronto ad affrontare i giudici. Poi ha parlato con degli avvocati competenti e questi hanno raffreddato i suoi entusiasmi. L’illustre Piero Calamandrei – gli avranno detto – affermava che, se, da innocente, fosse stato accusato di avere rubato la Madonnina del Duomo di Milano, si sarebbe dato alla latitanza. Il giurista esperto, accusato a torto di incauto acquisto, si informa sul costo dei biglietti per Rio de Janeiro.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
18 febbraio 2019



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POLITICA
17 febbraio 2019
QUANDO CADRA' QUESTO GOVERNO?
Il fatto che si parli continuamente dell’imminente caduta di questo governo può far sorridere. Il giorno dopo ce lo si ritroviamo sempre lì. E infatti qualcuno ha fatto dell’ironia su un giornalista come Francesco Verderami, del “Corriere”, che di questo annuncio è sembrato il costante araldo. 
“Ma in realtà questo governo resisterà a lungo o cadrà presto? E in questo caso, quando?” Ecco la legittima domanda di chi crede i competenti siano informati molto più di lui. In realtà nessuno può rispondere né alla prima né alla seconda domanda. E non soltanto perché si tratta di un mondo – quello della politica – in cui le componenti sono estremamente numerose, ma perché operano copertamente, e non è possibile indovinare quando avranno la sufficiente efficacia causale perché il fenomeno si verifichi. Né quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso. Forse ci si può spiegare con un esempio.
Una trave di cemento armato è teoricamente in grado di sopportare un certo peso, ma gli ingegneri fanno dei calcoli in modo che quella trave sia progettata per un peso molto superiore. Questo perché può intervenire qualche fattore che la indebolisca, perché qualche calcolo potrebbe essere risicato, perché la trave potrebbe essere chiamata a sostenere le sollecitazioni di un terremoto. Ma anche ad averla progettata più solida del necessario, è ovvio che esiste comunque un carico – imprevedibile – sotto il quale cederà. Al di là di un certo peso, qualunque trave collassa.
Quando un governo ha al suo interno molte contraddizioni, quando è incapace di fronteggiare una situazione oggettivamente difficile, quando le tensioni e persino le liti sono all’ordine del giorno, è come se già fossimo andati al di là del normale livello di tolleranza, Ciò non significa tuttavia che esso debba collassare. Siamo nel “range” di crollo ma non nella certezza del crollo, e ancor meno possiamo annunciarne il momento.
Fin quasi a dubitarne. Quando un malato ha superato il primo ed anche il secondo momento in cui i medici lo davano per spacciato, si comincia a formare la taciuta convinzione che magari se la caverà e supererà tutte le crisi. Poi avviene che al terzo o al quarto peggioramento il malato effettivamente muore e tutti sono sorpresi. Come se non avessero dovuto aspettarsi quell’evento da un momento all’altro.
Questo governo potrebbe cadere fra due giorni o fra due anni, ma quando, fra qualche tempo, si saprà quale delle due possibilità si sia avverata, molti ci spiegheranno come fosse inevitabile che andasse proprio in quel modo. In realtà, sono i soliti profeti del passato. Di fatto l’evento è stato imprevedibile fino all’ultimo momento. Del resto, anche quelli che parlano di inevitabilità non sono stati in grado di annunciarlo con due giorni di anticipo. 
La dirigenza del M5s (se esiste) ha lasciato alla base la decisione di votare sì o no, in Parlamento, all’autorizzazione a procedere contro Salvini. Alla consultazione si è arrivati perché Di Maio e compagni si sono resi conto che, se dicono di votare no, possono scontentare la base; se dicono sì, può darsi che facciano cadere il governo. Quelli che la sanno lunga proseguono informandoci che, probabilmente, in tanto si sono rivolti alla base, in quanto sono convinti che il referendum consiglierà il no, il che salverà il governo e li solleverà dalla responsabilità di aver detto un no tanto contrario alla tradizione “grillina”.
Ottimo. Ma chi dice che la base voterà no? Quand’anche ci fossero dei sondaggi, chi dice che non siano sbagliati? E al contrario, chi dice che, se il Parlamento voterà sì, effettivamente il governo cadrà?
Da giovani abbiamo pensato che coloro che hanno fatto la storia fossero perfettamente informati della situazione in cui agivano, e delle conseguenze delle loro decisioni. Poi uno studio della storia appena un po’ più approfondito di quello del Liceo, ci ha insegnato quanta casualità, ignoranza, quanti calcoli e informazioni sbagliate abbiano influenzato quelle decisioni. 
Proprio non sappiamo che ne sarà di questo governo. È vero, è instabile, è drammaticamente non all’altezza del suo compito, ma il futuro rimane inconoscibile. E ciò che può consolarci, nella nostra incertezza, per non dire nella nostra ignoranza, è il fatto che a Roma, nelle redazioni dei giornali  e nei palazzi del potere, non ne sanno molto più di noi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 febbraio 2019 




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POLITICA
15 febbraio 2019
AIUTIAMO IL SUD AD AIUTARSI
Ho la fortuna di essere un meridionale. Anzi, un insulare. Non che sia un gran piacere, dato che questa è l’Italia che non funziona, ma c’è un momento in cui essere del Sud è una fortuna, ed è quando si vuol essere severi col Meridione. Infatti posso permettermi di dire che, se esso è povero, è colpa sua. Con lo stesso territorio gli israeliani avrebbero creato una seconda Olanda.
Forse a causa di un territorio che non favorisce gli scambi fra regioni, l’Italia non è un Paese unitario. Superato il limite meridionale della Toscana, si ha l’impressione di entrare in una nazione diversa. Una nazione che parla lo stesso italiano sbracato, abborracciato e televisivo diventato koinè, ma ha mentalità e capacità diverse.
A partire da questa constatazione, si aprono le ostilità. Infatti i meridionali cercano di negare l’evidenza: “Il Sud arretrato? Quando Siracusa era una metropoli colta e sviluppata, voi...” E poi, dopo avere dato la colpa al Nord dell’arretratezza del Sud, tendono la mano per essere aiutati. Sterile, infantile diatriba.
È vero, è certamente lecito chiedersi come mai il meridione, duemila e passa anni fa, fosse la parte più colta e più progredita della penisola, mentre oggi è l’opposto. Ma la domanda giusta è: “E che importanza ha? È così e tanto basta. Piuttosto ci dobbiamo chiedere che cosa si deve fare per cambiare questa situazione”. 
La speranza è lodevole, ma purtroppo la discussione di solito parte dalla ricerca di ciò che gli altri – non gli stessi meridionali – dovrebbero fare per risollevare il Meridione dal suo ritardo. Ed è proprio su questo che non sono d’accordo. Forse perché sono un dannato liberista, forse perché ho una visione pressoché calvinista della responsabilità individuale, non considero doveroso che il più ricco dia al più povero, lo considero soltanto generoso. E la generosità non si può imporre per legge. I meridionali dovrebbero smettere di dare ad altri la colpa della loro arretratezza e dovrebbero tentare di uscire dal ritardo con le loro forze. 
Non sono le regioni del Nord che sono egoiste, se vogliono tenersi i loro soldi; sono le regioni del Sud che sono avide, se vogliono i soldi altrui. E se li ricevono, che dicano almeno grazie. Perché non hanno affatto esercitato un diritto, ma beneficiato del lavoro altrui.
Bisogna dire onestamente che in questo campo tutti hanno cercato di ingannarli. Tutti dicono che il più forte deve aiutare il più debole, il più ricco deve dare al più povero, mentre in natura le cose non vanno affatto così. Lo stato di bisogno non dà nemmeno diritto a un bel funerale. È la democrazia – che Dio ce la conservi – la causa di questo abbaglio. Questo tipo di governo dà in tutti i casi ragione ai più, e chi vuole essere eletto deve accarezzare i molti secondo il verso del pelo. Così, dal momento che i deboli sono più numerosi dei forti e i poveri sono più numerosi dei ricchi, la demagogia li induce a credere che hanno dei “diritti” nei confronti dei forti e dei ricchi. E questa, anche se la dicono in milioni, è una sciocchezza. La verità non è statistica. Il fatto che la solidarietà sia una bella virtù non significa che sia giusto imporla. O allora si chiama estorsione. 
Il piagnisteo meridionale ha fatto il suo tempo e ai meridionali bisognerebbe fare un discorso molto chiaro. “Non dovete scambiare la vostra avidità per un diritto. Dovete prendere in mano il vostro destino e rimboccarvi le maniche, o sarà peggio per voi. L’unica cosa che lo Stato può e deve concedervi, è di pagare molto meno tasse di quelle che si pagano al Nord, proprio perché quello stesso Stato vi fornisce obiettivamente servizi peggiori di quelli che sono forniti al Nord. Quand’anche ciò avvenisse per colpa vostra. Non abbiamo forse detto, da principio, che in politica non importa la causa dei fenomeni, ma soltanto la loro esistenza?”
 Il Sud merita di avere salari più bassi, sussidi meno generosi ma anche un fisco molto, molto più mite. Cioè quelle stesse condizioni che avrebbe se fosse indipendente. Nulla di più. E se questo vale per una parte dell’Italia, figurarsi quanto sia ragionevole delirare, pensando di salvare l’intera Africa.
Se è vero che sulla penisola italiana ci sono due Paesi molto imperfettamente saldati insieme nel 1860, concediamo a questi due Paesi di corrispondere alle loro caratteristiche oggettive, senza pretendere che Licata sia identica a Sassuolo. Se diviene meno costoso produrre nell’Italia meridionale, chi dice che degli industriali del Nord, invece di delocalizzare in Romania, non vadano in Puglia o in Calabria? 
I meridionali non sono affatto pigri, quando si tratta di guadagnare. Basta vedere la produttività di quelli che operano in nero. Bisogna permettergli di lavorare legalmente con lo stesso ardore e il Sud potrebbe decollare. Ché se poi non lo facesse, non si vede perché altre regioni dovrebbero finanziarlo. Il denaro di Stato fa troppo spesso la fine di quello che si dà alla Regione Sicilia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 febbraio 2019



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14 febbraio 2019
L'ERRORE DI CHIAMARSI GIUSEPPE CONTE
Naturalmente non ci si riferisce alle decine di incolpevoli Giuseppe Conte sparsi nell’intero Paese, ma a quel signore dal naso alla Bob Hope che è stato nominato Presidente del Consiglio. Contro di lui, ovviamente, non ho nulla. Se fosse un mio amico, sarei contento di frequentare un competente di diritto a livello universitario, un signore capace di parlare un paio di lingue straniere, molto beneducato e di gradevole approccio. Avercela con lui sembrerebbe tanto fuor di luogo quanto bestemmiare ad una riunione di dame di carità. 
L’errore del prof.Giuseppe Conte è infatti soltanto quello di non essersi limitato ad insegnare nella sua università, coltivando le sue relazioni, che immaginiamo compitissime e pregevolissime. Avrebbe dovuto lasciare la politica ai professionisti. E non ai professionisti della teoria politica - che nella politica vera non vanno mai lontano, come già accadde a Niccolò Machiavelli - ma alla politica fatta di sangue e merda, secondo l’immortale definizione di  Rino Formica. Quella di chi si batte con tutti i mezzi, inclusi quelli poco eleganti, pur di divenire assessore in un comune di tremila abitanti.
La differenza fra il nostro compito professore e quell’assessore dell’esempio è che quest’ultimo il posto se l’è guadagnato. E dunque è un vero assessore, non qualcuno che, su un palcoscenico di provincia, recita la parte di un assessore.
Il dramma di Conte, malgrado ciò che c’è scritto sul suo biglietto da visita, è quello di non essere percepito da nessuno come il Presidente del Consiglio dei Ministri. Lui è soltanto “Qualcuno che tiene calda la poltrona del Presidente del Consiglio dei Ministri”. E ciò perché quel nobile seggio può contenere soltanto un sedere, e due onorevoli sederi come quelli di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini, fisicamente non c’entrano. 
Il risultato è che, se tutti non lo trascurano, e reprimono la voglia di dirgli sul muso: “Fammi parlare con chi ti manda”, è perché sono più o meno obbligati dalla convenienza a partecipare alla recita.  Nella realtà, ciò che ha detto brutalmente Verhfostadt è la nuda verità: Conte è un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. E non  potrebbe essere diversamente, perché è lui ad essere emanazione di quei due signori, e non loro due ministri nominati da Conte e proposti al Presidente della Repubblica in occasione della formazione del governo. Questo è un peccato originale che non si può lavare. Né lui potrebbe scansare l’imbarazzante coscienza di non essere nessuno, agli occhi degli interlocutori, accettando la carica e poi restandosene costantemente a casa sua, come fanno tutti i prestanome. Perché un Presidente del Consiglio ha delle funzioni precise, stabilite nella Costituzione, oltre che dalla prassi. In altre parole, quand’anche il prof.Giuseppe Conte fosse un novello Cavour, la sua condizione obiettiva è priva di soluzioni onorevoli. Poco importa che egli faccia del suo meglio, per galleggiare nella tempesta: il problema è “nel manico”, e contro di esso non ha soluzione. Gli possiamo concedere l’onore delle armi, in materia di cultura, di savoir faire, di arte del compromesso, di diplomazia, di eleganza negli ambienti internazionali e forse di altro ancora, ma tutto ciò non cancella la sostanza del problema. 
Matteo Renzi era un selvaggio - un elefante nella cristalleria, se si vuole - ma era un elefante che si muoveva con muscoli propri. E per questo andava preso sul serio. Mentre Conte è un’emanazione di Di Maio che a sua volta è un’emanazione di Grillo e Casaleggio. L’ombra di un’ombra. Qualcuno l’ha anche definito il vice dei suoi vice, ma è stata pura generosità. In realtà non è neanche il vice. 
Sia detto al passaggio, questa è una delle tante ragioni per le quali Matteo Salvini sembra tanto più autentico di tutti gli altri, nella compagine di governo. Perché è lì per forza propria. Non c’è nessuno che possa dirgli: “Togliti di lì”. Quello che fa lo fa perché l’ha deciso lui, non altri. E infatti – chi può negarlo? - Salvini è sgradevole, ma conta molto e per giunta la gente lo vota, mentre forse Conte sarebbe votato soltanto dai parenti più stretti. Si è visto anche con Mario Monti, che pur essendo anche lui un professore, anzi un professorone, e pur essendo stato un autentico Presidente del Consiglio dei Ministri, pur essendosi illuso di potere poi continuare con le proprie forze, è stato sconfessato dagli elettori. Nessuno ha mai dimenticato che quel distinto signore era stato messo lì dal Presidente della Repubblica, per turare la falla della nave e poi togliere il disturbo.
Non c’è modo di assolvere il Presidente Conte. Ci sono errori privi della marcia indietro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 febbraio 2019




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vita da impiegato
13 febbraio 2019
CHIAREZZA SU COSTI E BENEFICI DEL TAV
Non contavo di occuparmi dei costi e dei benefici del TAV (Treno Alta Velocità) perché, da persona non priva di esperienza (quanto meno per età) so fin troppo bene che questa è una materia più che aleatoria. Per attendersi un risultato univoco e incontestabile, sono in ballo troppe variabili.  Qui, secondo il proverbio: “Chi vuole annegare il suo cane dice che ha la peste”. 
Dunque, è del tutto distrattamente che ho dato un’occhiata ad un articolo di Rinaldi e Imarisio, sul “Corriere della Sera” (che raccomando di leggere, nota 1) ma presto sono rimasto veramente stupito. Quando si vuol sostenere una tesi di parte (cosa legittima, gli avvocati ne vivono) bisogna usare argomenti convincenti. Diversamente scatta un prezioso detto di Nietzsche, secondo il quale “il miglior metodo per danneggiare una tesi, è difenderla con cattivi argomenti”.
Ebbene, che cosa scrivono i due nel citato articolo? “Nel pomeriggio persino il ministero delle Infrastrutture deve produrre una nota ufficiale in cui denuncia un ‘errore materiale macroscopico’ sull’ammontare delle penali da pagare in caso di rinuncia alla Tav”. Cominciamo bene. Se non sappiamo a quanto ammontano le penali, come possiamo sapere a quanto ammontano i costi di una rinuncia all’esecuzione del contratto firmato con la Francia e con le imprese italiane che avrebbero dovuto realizzarla?
“Gli autori [della Commissione Ponti] sottolineano di avere usato per il loro studio i dati ufficiali dei ‘nemici’ dell’Osservatorio sulla Tav. Ma si tratta dei quaderni del 2011, quando invece erano disponibili quelli del 2018, più aggiornati”. Primo: perché utilizzare documenti superati? Secondo: che differenza fa, l’avere usato l’una o l’altra documentazione?
I finanziamenti dell’Europa per il Tav “Sono il quaranta per cento degli 8.6 miliardi di costo totale del tunnel di base. Ma non figurano da nessuna parte”. E qui ho fatto un salto. Ma scherziamo? Il 40% di 8,6 miliardi fa 3,44 miliardi. Tremilaquattrocentoquaranta milioni di euro. Possibile che abbiano ritenuto una simile somma troppo insignificante, per occuparsene?
“Inoltre si legge che la spesa totale per l’Italia è pari a 7.6 miliardi, quando invece la spesa massima prevista è di 4.6 miliardi, come previsto dal trattato internazionale”. 4,6 mld invece di 7,6 mld, “ come previsto dal trattato internazionale”. Io non l’ho letto, ma qui o sbagliano, in modo assolutamente imperdonabile i due giornalisti, o sbaglia in modo assolutamente imperdonabile la Commissione Ponti (salvo l’ingegnere che si è rifiutato di firmarla). Una delle due parti è comunque squalificata da questo dilemma, anche se dovesse avere ragione su qualche altra affermazione.
“È stata inserita nel costo totale dell’opera anche la rivalutazione dell’inflazione al 2050, invece che farlo su base annuale”. Io non so che significa, ma qualche lettore lo saprà.
Stando ai due documenti ufficiali pubblicati ieri sul sito del Ministero, “l’Italia  dovrebbe sborsare circa 2 miliardi per pagare le penali alle imprese, alla Francia e all’Ue e 1,8 miliardi per mettere in sicurezza le gallerie già realizzate e la linea storica. Tenendo conto che completare il tunnel costa all’Italia circa 3 miliardi, fermare i lavori comporterà al Paese una spesa maggiore”. Infatti 2+1,8=3,8>3. Non abbiamo nemmeno bisogno della calcolatrice del cellulare per fare l’addizione.
“Inoltre i 2,5 miliardi di euro disponibili per l’opera, stanziati già nella finanziaria 2012, sono vincolati. Non potranno essere spostati su altri progetti”.  Questo per rispondere all’insistita retorica demagogica secondo cui, con i soldi del Tav, si potrebbe fare questo e quello.
L’articolo discute poi i costi relativi dei trasporti su gomma dei vari valichi, che chiunque potrà leggere nel testo del Corriere. 
“L’analisi costi-benefici dimentica il tunnel storico del Fréjus, che risale al 1871. Ormai, dicono molti esperti, ha finito il suo ciclo di vita, venendo utilizzato al massimo da 30 treni al giorno, che comunque rendono già satura la linea”. Dunque non si può nemmeno dire che un traforo l’abbiamo già.
Ma l’argomento più divertente di questa analisi costi-benefici, stranamente, non è riportato nell’articolo. Si tratta di questo. Ho letto che i Tir interessati dal collegamento con la Francia sono fra circa seicentomila, oggi, e, in futuro, un milione. Se il trasporto per quel tratto avvenisse su ferro, ovviamente si consumerebbe molto meno carburante, si produrrebbero meno Co2 e meno “polveri sottili” e in totale si inquinerebbe di meno l’atmosfera. E invece la relazione costi-benefici cita il fatto come argomento contro il trasporto su ferro perché, dal momento che gli autocarri comprerebbero meno gasolio, lo Stato incasserebbe meno accise e il fisco incasserebbe di meno. Chiaro? Se qualcuno ci impedisce di pagare meno tasse, è il nostro nemico. Lo Stato deve guadagnare il massimo che può, anche se lo fa a spese della purezza dell’aria, e questo dopo che per anni ed anni ci hanno rotto le scatole con gli scrupoli ecologici. 
Come vi dicevo, chi vuole annegare il suo cane, dice che è appestato.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
13 febbraio 2019
https://www.corriere.it/politica/19_febbraio_12/ecco-numeri-cosa-non-torna-investimenti-traffico-ambiente-0e6cd04e-2f15-11e9-9800-d9788a74058f.shtml#
12 febbraio 2019 - 23:30
Costi Tav, cosa non torna nei numeri su investimenti, traffico e ambiente
I dati degli esperti sotto esame. Le forchette delle previsioni di costo si allargano e si restringono a piacimento
Andrea Rinaldi e Marco Imarisio  
Le forchette delle previsioni di costo si allargano e si restringono a piacimento. Alla famosa analisi costi-benefici, dopo sei mesi di incubazione, serve ancora qualche intervento di manutenzione. ministero delle Infrastrutture deve produrre in una nota ufficiale in cui denuncia un «errore materiale macroscopico» sull’ammontare delle penali da pagare in caso di rinuncia allaTav. Un’opera in divenire, insomma. Ma intanto eccola, finalmente. Settantotto pagine, con appendice e bibliografia, firmate dal professor Marco Ponti e da quattro suoi collaboratori. 
Gli autori sottolineano di avere usato per il loro studio i dati ufficiali dei «nemici» dell’Osservatorio sulla Tav. Ma si tratta dei quaderni del 2011, quando invece erano disponibili quelli del 2018, più aggiornati. 
Leggi anche
Cosa succede dopo l’analisi costi-benefici della TavCosti-benefici della Tav, il testo integrale dell’analisi del MitCosti-benefici della Tav: l’analisi giuridica 
I costi
I finanziamenti dell’Unione europea per la Tav, questi sconosciuti. Sono il quaranta per cento degli 8.6 miliardi di costo totale del tunnel di base. Ma non figurano da nessuna parte. Inoltre si legge che la spesa totale per l’Italia è pari a 7.6 miliardi, quando invece la spesa massima prevista è di 4.6 miliardi, come previsto dal trattato internazionale. Non si è considerata la quota di finanziamento europea, ma è stata inserita nel costo totale dell’opera anche la rivalutazione dell’inflazione al 2050, invece che farlo su base annuale. Se l’Europa, come annunciato, dovesse aumentare il suo finanziamento al 50%, l’Italia già disporrebbe dei fondi per finire la Tav. 
Fermare l’opera
Stando ai due documenti ufficiali, l’analisi costi benefici e l’analisi economico-giuridica, entrambi pubblicati ieri sul sito del Ministero, Italia dovrebbe sborsare circa 2 miliardi per pagare le penali alle imprese, alla Francia e all’Ue e 1,8 miliardi per mettere in sicurezza le gallerie già realizzate e la linea storica. Tenendo conto che completare il tunnel costa all’Italia circa 3 miliardi, fermare i lavori comporterà al Paese una spesa maggiore. Inoltre i 2,5 miliardi di euro disponibili per l’opera, stanziati già nella finanziaria 2012, sono vincolati. Non potranno essere spostati su altri progetti. Non solo. Per rescindere il trattato internazionale che regola la Tav, oltre che un voto parlamentare servirà anche la copertura economica, che sulla base delle analisi del gruppo-Ponti e di quella giuridica, supera i 3.8 miliardi. Per chiudere, quindi, servirebbe un ulteriore esborso di 1.3 miliardi. Mentre per finire, invece, servirebbero «solo» altri 500 milioni oltre a quelli già accantonati. 
Trafori
La tesi che traspare è che la rete autostradale possa solo migliorare. Eppure, nominando tutte le direttrici delle Alpi, l’analisi costi-benefici esclude quasi del tutto il traffico su gomma di passaggio da Ventimiglia, come se fosse separato dal resto dell’arco alpino italo-francese. In realtà secondo gli studi settore, la cittadina ligure ha un peso non indifferente, per l’economicità della tratta. A Ventimiglia infatti si paga solo il pedaggio autostradale, al Frejus e al Monte Bianco anche il tunnel. Tutto il traffico «peggiore» proveniente dall’Est Europa, fatto di Euro zero e 1, sceglie infatti Ventimiglia per evitare un ulteriore balzello e i controlli. Non bastasse, per i professori del Ministero il traffico dei Tir verso la Francia risulta in calo, mentre in realtà è più alto del 14% di quello ai confini svizzeri. 
Congestione
Se si spostassero i Tir dalla strada alla ferrovia si ridurrebbe anche il traffico. Ma l’analisi costi-benefici stima una riduzione massima possibile solo fino al 37%. L’Unione europea e anche lo stesso ministero alle Infrastrutture invece si pongono, o si ponevano nel caso del Mit, come obiettivo una cifra molto diversa. L’Ue fissa il calo della congestione al 30% nel 2030 e al 50% nel 2050. 
Il tunnel storico
L’analisi costi-benefici dimentica il tunnel storico del Frejus, che risale al 1871. Ormai, dicono molti esperti, ha finito il suo ciclo di vita, venendo utilizzato al massimo da 30 treni al giorno, che comunque rendono già satura la linea, almeno per gli attuali vincoli di sicurezza. Il traffico su rotaia oggi è limitato a causa delle condizioni del tunnel. Metterlo in sicurezza aggiungerebbe un ulteriore costo di 1.5 miliardi. 
Sostenibilità
Derivano da un salto nel futuro, secondo l’analisi costi-benefici. Anche senza la Tav avremo meno incidenti e meno morti sulle strade «grazie a sistemi di sanzionamento, controllo e assistenza automatica alla guida». Ma è una affermazione non supportata da alcun studio scientifico. Inoltre l’accenno alle polveri sottili Pm10 generati dal traffico su auto è minimo, come quello riferito all’inquinamento autostradale. Numerosi studi dell’Ue hanno ribadito la necessità di trasferire il traffico su linee ferroviarie soprattutto nell’arco Alpino, tanto che la Convenzione delle Alpi, sottoscritta dall’Italia, ci impegna su quel fronte. Vengono prefigurati due scenari di evoluzione del traffico su gomma, che determinerebbero nei prossimi anni una ulteriore crescita del numero dei veicoli pesanti. Da 589mila del 2016 a 892.000 nel 2030. La conseguenza dovrebbe essere un ulteriore aumento dell’inquinamento. Ma l’analisi costi-benefici invece lo azzera, confidando nell’evoluzione tecnologica dei settore automobilistico. Speriamo che abbia ragione. 
Andrea Rinaldi e Marco Imarisio



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POLITICA
12 febbraio 2019
IL CAVALLO DEI CINQUE STELLE
Confesso di avere atteso con ansia il risultato delle elezioni in Abruzzo, tanto da precipitarmi, alle undici e qualche minuto, a sentire gli exit poll. Perché pensavo che il Movimento doveva avere un notevole calo, e volevo sapere se mi ero sbagliato. Non mi aspettavo che dimezzasse i voti, rispetto alle politiche ma, se avesse mantenuto le posizioni, avrei dovuto ammettere di avere sbagliato. Ora invece provo a spiegare, anche se potrei sbagliarmi, perché penso che la parabola calante continuerà. 
Il successo del Movimento per me è sempre stato incomprensibile. Il livello dei suoi programmi e dei suoi rappresentanti non lo giustifica affatto. Non sono nessuno e tuttavia non vorrei fra i miei amici qualcuno che sbaglia i congiuntivi. Sarà un atteggiamento di casta, sarà elitario e fuori moda, ma chi ha frequentato le scuole di un tempo, quand’anche fosse, come me, il figlio di un maestro elementare, certi errori non li può perdonare. E figurarsi se, invece di un amico, si tratta di un ministro della Repubblica. Lo stesso vale per le parolacce, per la smaccata demagogia, per un cattivo gusto privo di scrupoli, perché non ha neanche nozione di sé. E tuttavia queste ragioni, ho potuto vedere, agli occhi degli italiani non pesavano nulla. 
I miei compatrioti, mossi da un’incontenibile rabbia nei confronti dei competenti, delle élite, di tutti coloro che avrebbero dovuto guidare meglio l’Italia, hanno votato “per il Diavolo”, per chiunque promettesse di mandare tutti a casa, di ricominciare da zero, con una squadra nuova. Magari meno qualificata. Magari con i congiuntivi difettosi. Magari con una cultura storica, economica e giuridica inferiore a quella di un diplomato in ragioneria. E così mi chiedevo che cosa avrebbero ottenuto. 
Infatti l’errore dei ragazzotti di Beppe Grillo è stato quello di credere che la colpa della situazione dell’Italia fosse dei governanti, mentre loro si sentivano assolutamente innocenti. E non lo erano. Non lo erano i loro genitori e i loro nonni. Quelli che applaudivano il deficit spending degli Anni Settanta, Ottanta, Novanta. Noi siamo stati sgovernati nel modo più folle, ma il governo è stato tanto più sostenuto da fragorosi applausi quanto più sbagliava. Perché in linea con i desideri del popolo. 
Prendiamo le politiche keynesiane, così scrupolosamente seguite per decenni. Se si fosse chiesto in giro di che si trattava, la gente non avrebbe nemmeno capito la domanda. Con ragione. Infatti si sarebbe dovuto chiedere: “Vi pare normale spendere soldi che non si hanno, lasciando il conto da pagare ai vostri figli?” Questa domanda l’avrebbero certamente capita. Ma nella realtà accoppiavano l’ignoranza e l’interesse. Volevano i regali dallo Stato e poco importava che lo Stato non potesse permetterseli. O che potesse concederglieli soltanto a spese dei loro figli. A quest’ultimo particolare non pensava nessuno, e caso mai si rispondeva: “Si vedrà”. I più colti, del resto, invece di avvertire del pericolo, dicevano che col costante aumento demografico la platea di chi avrebbe dovuto pagare il conto sarebbe stata molto più vasta e il peso molto minore, per ciascuno. Ma chi gli assicurava questo costante aumento demografico? Nessuno. E infatti la popolazione italiana continua a calare. Poi dicevano: “Col costante aumento del prodotto interno lordo, cioè della ricchezza prodotta, il debito pubblico sarà riassorbito dalla ricchezze che produranno i nostri figli”. Ma chi gli assicurava questo futuro radioso? Nessuno. E infatti non è per nulla così, ed è stata inguaiata un’intera generazione. O forse più d’una. 
Oggi le pensioni baby sembrano un assurdo, ma quanta gente le ha trovate assurde, sul momento? Solo io, per quel che ricordo. Io che ne ho approfittato, come Charlot approfittava della generosità del milionario ubriaco ne “Le luci della città”. Se, rifiutando l’occasione della pensione,  avessi potuto salvare l’Italia, forse l’avrei fatto. Ma ero soltanto uno, uno sporco liberale dalla mentalità “ragionieristica”. Un fascista.
Nella protesta del Movimento ho sempre visto un enorme, corale autoinganno. Un po’ come l’assassino seriale che, per giustificarsi, ricorda quant’è stato maltrattato da bambino. Come se tutti i bambini maltrattati poi divenissero assassini seriali. Il popolo italiano ha  creduto che, dando ad altri il torto dei propri errori e mandando via i “colpevoli”, tutto si sarebbe aggiustato. Senza capire che il colpevole era esso stesso, e che sostituire persone competenti con persone incompetenti, per fare le stesse cose, non sarebbe stata la soluzione.
Io speravo che quella protesta rimanesse confinata all’opposizione ma, quando ha vinto le elezioni del 2018, la musica è cambiata. L’interrogativo è divenuto: quanto tempo ci metterà, la gente, a capire che questi giovanotti non sono la soluzione? Quando capirà che potranno combinare guai ancora più grandi dei predecessori? Infatti tutte le loro presunte ”soluzioni” erano aggravamenti degli errori precedenti: lo Stato ha creato un enorme, costoso e pericoloso debito pubblico, e loro avevano come programma di aumentarlo; lo Stato dirige a costi esorbitanti e malissimo la nazione, e loro vorrebbero nazionalizzare tutto; lo Stato ci ha rovinati, a forza di “regalie”, e loro intendono istituzionalizzarle, per esempio col reddito di cittadinanza. Quel sussidio che, proposto in un cantone svizzero, è stato rigettato con un referendum, perché quelle teste di legno degli svizzeri, a differenza di noi furbi, sono stati capaci di capire che quella manna avrebbero dovuto pagarla loro. Lo Stato non può essere generoso, perché non ha denaro proprio e, quando è “buono”, lo è a spese di altri. Già oggi i lavoratori devono pagare migliaia di ex pensioni baby e 60/70 miliardi di euro l’anno per gli interessi sul debito pubblico, frutto delle “bontà” del passato. Ma quegli interessi i Cinque Stelle vogliono anche aumentarli, aumentando lo spread e i tassi che offriamo. E poi Di Maio proclama dal balcone: “Abbiamo abolito la povertà”. 
Governo del cambiamento un corno. Questo è un aggravamento dei vecchi errori. Ma, appunto, quanto tempo ci metterà la gente a rendersene conto? Fino ad oggi, cullata da mille promesse demagogiche, e convinta della buona fede di questi ragazzi (“la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”), tutti hanno continuato ad attendere la consegna del pacco regalo. Va bene, sta tardando, ma è per la strada. Lo avranno bloccato, ma l’avremo. Devono approvare i decreti attuativi. Devono assumere personale. E noi dovremo superare mille ostacoli. Qualcuno andrà anche in galera. Ma il peggio è che ogni incaricato dovrà farsi carico di centinaia di postulanti. Quanto tempo ci metterà, anni? Ma siamo pazienti. Ci hanno assicurato che il reddito sarà per tutti. O un po’ meno di tutti, ma sempre qualche milione. Domani, comunque. O forse dopodomani. 
Campa cavallo, ché l’erba cresce. E a proposito di cavalli, una barzelletta parlava di un bambino pervicacemente ottimista che il padre volle educare, facendogli trovare come regalo per Natale un mucchio di stallatico accanto al letto. “Sei contento?” gli chiese sarcastico il mattino dopo. E il bambino, con un grande sorriso: “Ma certamente. M’hai regalato un cavallo!” “Un cavallo? E dove l’hai visto, il cavallo?” “Io non l’ho visto, ma deve essere in giro, se ha fatto la cacca qui”. Con i 5 Stelle, la gente ha visto un cavallo.
Ecco perché sono convinto che la tendenza negativa dei “grillini”, continuerà. E quando saranno più numerosi i delusi che gli speranzosi, si avrà una crisi di rigetto in confronto alla quale quella di Matteo Renzi somiglierà ad una salva di  applausi.
Magari mi sbaglio. Magari questo governo durerà, cosa che non mi sarebbe nemmeno sgradita, almeno fino alla prossima “legge di stabilità”. Oggi non oso augurare né al centrodestra né al centrosinistra di raccoglierne i cocci. Gli italiani meritano di assistere non soltanto al primo e al secondo atto di questa tragedia, ma anche agli altri tre. Poi, forse, l’Italia dovrà seriamente ripartire da zero.
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
12 febbraio 2019



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POLITICA
10 febbraio 2019
L'IMBECILLOCRAZIA
Coloro che sono andati a scuola – magari non Luigi Di Maio, ma molti altri sì - sanno che, tradizionalmente si dà come data della rivoluzione francese il 14 luglio del 1789, con la presa della Bastiglia. E tuttavia, come spesso avviene, cercando di saperne di più, si scopre che quell’episodio fu tutt’altro che glorioso. 
Alla fine del Settecento il popolo di Parigi aveva di fronte una monarchia fra le più miti e civili d’Europa. Montesquieu pochi anni prima aveva sostenuto che, mentre la forza della dittatura era la paura, la spina dorsale di quella monarchia era l’onore: quell’onore che imponeva obblighi ai sudditi nei confronti del sovrano e al sovrano nei confronti dei sudditi. Ma nel 1789 si sentì il bisogno di abbattere un simbolo, e dunque si prese di mira la Bastiglia. 
Secondo quel che ricordo, i prigionieri della grande fortezza erano pochissimi, una decina o poco più. Infatti non era da tutti essere incarcerati nella Bastiglia. Vi erano detenuti i nobili o personaggi in vista, come Voltaire.  Era una prigione in cui i detenuti godevano per così dire di ogni confort, qualcuno addirittura aveva il diritto di portare con sé i propri servitori. I rivoltosi alla fine patteggiarono con i carcerieri – credo di ricordare che il loro capo era uno svizzero, un galantuomo che non c’entrava niente – promettendo di lasciarli andar via illesi, e invece appena entrati li massacrarono tutti. 
Insomma con la presa della Bastiglia non si liberò il popolo oppresso, quello che nella Bastiglia non aveva nemmeno occasione di entrare: si commise soltanto qualche omicidio inutile e sleale. Tanto per dimostrare quanto si è forti, quando si è in molti. 
Bisogna diffidare delle leggende. La plebe, quando è lasciata libera di agire, dà soprattutto sfogo alla sua voglia di massacro, di depredazione e di devastazione. Ancora oggi, le prime vittime dei moti di piazza, dopo i poliziotti,  sono i negozi di beni di qualche valore, come televisori o computer, mentre si distruggono i beni che non si possono portar via, come le automobili,  le vetrine, i bancomat.  Il popolo scatenato somiglia più ad una belva stupida e sanguinaria che a un’armata di oppressi che ritrova la sua dignità. Fra l’altro le rivoluzioni si scatenano spesso verso governi relativamente miti. Contro la massima oppressione – quella di uno Stalin, per esempio – nessuno si sognò di ribellarsi. 
Ciò che di realmente glorioso ci fu nella Rivoluzione Francese non fu né la conquista della Bastiglia, né il fiume di sangue che fece scorrere il Terrore. Di grande ci fu l’Illuminismo che la preparò, con la teorizzazione della democrazia e dei diritti dell’uomo. La stessa Rivoluzione Americana, che la precedette di tredici anni, dal punto di vista politologico fu essa stessa “francese”. I “philosophes” avevano infatti trasformato in ideologia ciò gli inglesi avevano realizzato nella pratica. E fu infatti la teoria francese quella che in seguito si diffuse in Europa e nel mondo, sopravvivendo a Waterloo. 
Più che dalla violenza popolare, le grandi rivoluzioni, nascono dalle idee nuove. E poco importa che siano giuste o sbagliate. La Rivoluzione Russa prevalse per le idee di Marx, nell’interpretazione di un brillante “rivoluzionario professionista” come Lenin. Non la realizzò certo il massacro di Ekaterinenburg, quando furono uccisi lo zar, la sua intera famiglia, inclusi i bambini e persino il cane. Chi crede di portare avanti la storia così, la infanga soltanto.
Avviene che in alcuni momenti non comandi né l’élite legittimata dalla maggioranza (come nelle democrazie rappresentative) né un autocrate, ma il popolo stesso. La sollevazione del popolo nasce dal rifiuto dell’esistente e i suoi capi improvvisati coltivano i peggiori istinti della massa. Aderiscono incondizionatamente alle sue pulsioni sanguinarie e proprio per questo sono spesso degli ignoranti del tutto privi della capacità di vergognarsi di “idee” assurde e superficiali.  Così conducono la nazione a un disastro da cui poi essa torna indietro con la coda fra le gambe. Magari per ricominciare – come già vide Aristotele – il ciclo delle varie forme di governo. 
È così che impazza momentaneamente l’"imbecillocrazia". Momentaneamente perché di solito, dopo che i suoi capi hanno combinato qualche disastro, e magari sono stati a loro volta impiccati, la realtà e la competenza riprendono il sopravvento. Tocqueville ha scritto un intero e prezioso libro, “L’Ancien Régime et la Révolution”, per dimostrare che la Francia dell’Ottocento era molto più simile alla Francia del Settecento di quanto si creda. Il Terrore fu temporaneo, la Francia è eterna.
L’"imbecillocrazia" può durare decenni soltanto quando la rivoluzione si trasforma in dittatura spietata . Come in Unione Sovietica o nella Cina maoista. In questi casi il popolo è affamato e profondamente infelice, ma non è la rivoluzione, che resiste: è la dittatura. La nuda violenza.
La parola "imbecillocrazia" è comunque troppo brutta, per continuare ad usarla. Il termine giusto, quello usato nella politica, è oclocrazia, etimologicamente “governo della plebe”, ma quello fin qui usato ha voluto esprimere un’incompressibile indignazione. E se qualcuno ha pensato all’Italia d’oggi, sappia che ci ho pensando anch’io.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 febbraio 2019 




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POLITICA
9 febbraio 2019
FINE DEL GOVERNO? MEGLIO NO
I contrasti nel governo sono tali che, un giorno sì e l’altro pure, tutti i giornalisti almanaccano sul se e sul quando potrebbe cadere, e non perché abbattuto dall’esterno, quanto per un’inevitabile implosione.
Ma almanaccare non è prevedere e prevedere non significa essere sicuri di ciò che avverrà. In altre parole, della sorte dell’attuale governo non sappiamo niente. Potrebbe cadere domani e potrebbe concludere la sua parabola nel 2023. Anche se questa seconda ipotesi è francamente meno probabile.
Rimane tuttavia lecito chiedersi che cosa avverrebbe se il governo cadesse – diciamo una data – entro marzo. La prima certezza è che attualmente non esiste una maggioranza alternativa. Infatti il governo giallo-verde non è nato da una convergenza ideale, ma dall’impossibilità di qualunque altra maggioranza. Un anno fa, comprensibilmente, non si volle tornare alle elezioni subito dopo avere finito di leggere le schede del 4 marzo, perché c’era anche il rischio che, dopo avere rivotato, l’Italia si ritrovasse nell’identica situazione. Si preferì dunque una soluzione pressoché irragionevole ma reputata l’unica possibile. Ed è così che Lega e Cinque Stelle sono al governo da quasi un anno. E ancora oggi, mentre la coalizione scricchiola, non abbiamo una soluzione alternativa. Non soltanto non abbiamo una maggioranza diversa da quella attuale, ma non riusciamo nemmeno ad ipotizzarla. 
E tuttavia non bisogna fermarsi a questi dati. In primo luogo, la realtà ha più fantasia dei romanzieri. Poi, come si dice, di necessità si fa virtù. Infine il potere esercita sempre una tale attrazione, da rendere possibile ciò che sembrava impossibile. Ancora recentemente, il Pd ha governato per cinque anni senza avere una maggioranza, soltanto perché costantemente soccorso da tutti coloro che, a cominciare da Angelino Alfano, a tutto erano disposti, salvo che a lasciare il seggio. Nella stridente diversità delle ideologie, un principio superiore riunisce i parlamentari di ogni colore: si può ipotizzare di far prostituire la propria figlia, ma non di perdere lo stipendio e lo scranno in Parlamento. Dunque mai dire mai. 
In realtà, se si tornasse alle urne, nulla dice che i risultati sarebbero uguali a quelli di un anno fa. Se i Cinque Stelle fossero riusciti a fare miracoli, ancora ancora. Invece fino ad ora i risultati positivi rimangono soltanto promessi, mentre esondano le cattive figure, le gaffe, le dimostrazioni di incompetenza e di ignoranza, fino a danneggiare il prestigio della nazione. Le sorprese rimangono possibili. Perfino una resurrezione del centrodestra a trazione leghista.
E tuttavia non è che si possa desiderare a cuor leggero la caduta di questo governo. La situazione è tale che chi gli subentrasse potrebbe presto accorgersi che sarebbe stato meglio lasciare che a mietere fosse lo stesso esecutivo che aveva seminato. Il nuovo governo non soltanto dovrebbe  tentare di attuare le sconsiderate riforme dell’attuale governo, essendo ormai consacrate in leggi dello Stato, ma dovrebbe tentare di salvare il Paese dalla recessione, se non addirittura dal fallimento. Con conseguenti guai. 
Già oggi siamo certi che l’Italia non raggiungerà quell’aumento del prodotto interno lordo dell’1,6%, inizialmente previsto dal governo, e neppure quel più umile 1% cui si era dopo rassegnato. Dunque lo 0,6% previsto per prima dalla Banca d’Italia? Quello che Di Maio aveva rigettato con irrisione? Magari. Molti commentatori di rango prevedono che si scenderà ancora. L’“Europa” parla dello 0,2% (e sarà necessaria una “manovra”), qualcuno si ferma a zero. Nel frattempo la produzione industriale cala drammaticamente  e lo spread è schizzato a 290 punti base. Dieci piccoli punti sotto quel numero 300 che nel dicembre scorso fece scendere il governo a più miti consigli. 
L’eredità non sempre è una manna. Per il diritto la successione consiste soltanto nel subentro di un vivo nella situazione patrimoniale di un morto. E in nessun posto è scritto che debba necessariamente essere brillante. Si ereditano anche i debiti e proprio per questo è prevista la mancata accettazione dell’eredità. 
Nel nostro caso i debiti li pagheranno comunque gli italiani. Quand’anche non rimborsassimo i creditori, la pagheremmo in termini di inflazione,di miseria, di moti di piazza e forse di una mezza rivoluzione. 
Ecco perché, se fossi il leader di un grande partito, rifiuterei di succedere all’attuale governo. Perché il miracolo di far uscire l’Italia dall’impasse sarebbe a costo di tali provvedimenti, da essere stramaledetti nei secoli dei secoli. 
In questi casi chi ha impedito la morte di un passante tirandolo per la giacca, non è ringraziato per avergli salvato la vita, è rimproverato per avergli strappato la manica. Basti vedere la gratitudine di cui è circondata la professoressa Fornero che ha salvato la previdenza, e la cui famosa legge è tutt’oggi in vigore. Infatti, dopo avere proclamato urbi et orbi che il futuro governo l’avrebbe subito abolita, è stata mantenuta,  intatta, salvo cambiare pettinatura.
Dopo l’esperienza di Mario Monti, cui Salvini si vanta ancora oggi di non aver dato il suo voto,  un governo di salute pubblica difficilmente riuscirebbe a nascere. Comunque sarebbe stramaledetto da tutti, un po’ come il termometro che misura la febbre, e un po’ come quell’olio di ricino che sblocca una situazione patologica. Quell’olio ha un sapore imperdonabile. 
L’attuale governo ci provoca ogni giorno un’indignazione nuova, e ci fa persino vergognare, in quanto italiani, per le figuracce internazionali che facciamo. Ma è l’unico che merita di sopportare appieno le conseguenze del suo operato. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 febbraio 2019



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POLITICA
8 febbraio 2019
IL COLOSSO DAI PIEDI D'ARGILLA
Che cosa può far rovinare al suolo un edificio? Un terremoto, è la prima cosa che viene in mente. Una bomba. Una cannonata. E tuttavia c’è ancora una causa cui spesso non si pensa: la convinzione che non potrebbe rovinare mai. L’eccesso di sicurezza può avere esiti drammatici. Se infine i barbari hanno sottomesso Roma è stato perché tutti erano convinti che l’Impero fosse invincibile ed eterno. 
Ogni essere umano ricomincia da zero il cammino della conoscenza e le impressioni risultano spesso invincibili. Da ragazzo una volta vidi un enorme ragno dalle possenti zampe nere che se ne stava tranquillo per terra. Faceva spavento. Ma era fin troppo tranquillo. Tanto che, ripreso coraggio, lo stuzzicai con uno stecco e mi resi conto che era finto. Così, malgrado un invincibile schifo, lo raccolsi e me lo portai a casa. Volevo studiare meglio la profonda impressione che mi faceva. Il cervello aveva un bel dirmi che era soltanto un giocattolo, gli occhi non smettevano di ripetermi  che ero in pericolo. Spesso le suggestioni convincono più dei ragionamenti.
Il fenomeno è per così dire generale. Già da piccoli partiamo con pregiudizi nati da semplificazioni e generalizzazioni, e dobbiamo fare notevoli sforzi per uscire da quella mitologia per la quale i professori sono tutti persone colte, i medici non sbagliano mai diagnosi e i ponti non possono crollare.  E purtroppo anche in seguito molta gente non lotta sufficientemente per arrivare all’età adulta, e per questo è facile preda dei paralogismi e della demagogia. 
Proprio perché l’insufficiente realismo è un male molto diffuso, non c’è ragione di essere più severi con una particolare categoria di cittadini. Non basta, per condannare i politici, il fatto che abbiano responsabilità enormi. Se fossero competenti in storia, in geografia, in economia, probabilmente non si darebbero alla politica e insegnerebbero nelle università. Il loro massimo merito, quando l’hanno, è quello di saper scegliere i consiglieri giusti e avere l’umiltà di ascoltarli. Abilità quest’ultima che – per nostra fortuna – mancò a Hitler. 
Dunque anche i politici hanno il “diritto” di sbagliare, perché siamo tutti fallibili. È un peccato che in italiano non sia un luogo comune come quello degli inglesi, quando dicono: “I am only human”, sono soltanto umano. Ma anche in questo campo non bisogna esagerare. Come non si può perdonare il chirurgo che opera con le mani sporche, anche i politici dovrebbero sapere che ci sono limiti agli errori e all’incompetenza. Nell’attuale maggioranza di governo in troppi sono convinti che, dal momento che lo Stato è enorme, non può fallire. E invece è avvenuto molte volte. L’Argentina ha perfino concesso dei bis. In particolare, fra gli ingenui che - malgrado la sorte dei dinosauri -  credono all’infrangibilità dei mastodonti, ci sono i Cinquestelle. 
Costoro non sanno che già millenni fa la Bibbia parlava di un “colosso dai piedi d’argilla”. Così continuano a tirare calci negli stinchi all’Italia e al passaggio anche ai suoi alleati, perché sono convinti di non rischiare nulla. Pensano che, anche se metteranno a rischio l’economia del Paese in nome dell’ideale, non pagheranno pegno. Credono che l’unico limite, nella condotta dello Stato, sia la mancanza di coraggio. Prendono sul serio  i loro sogni e accumulano sulle loro teste tante nuvole gravide di pioggia che inevitabilmente si produrrà una tempesta. Soprattutto credono di modificare la realtà con le parole.
Personalmente mi sento nella  drammatica condizione del passeggero di un autobus il cui autista corre troppo veloce su una strada di montagna. Mentre io guardo con terrore i dirupi che sfioriamo e nei quali potrei finire i miei giorni, gli altri passeggeri sorridono fiduciosi. Gli italiani aspettano sereni, e con sorprendente pazienza, i mirabolanti benefici promessi. E intanto accreditano a questo simulacro di governo un sessanta per cento di consensi.
Ma per quanto tempo ancora? E quando, con la violenza di un fulmine sul tetto, scoppierà la delusione, in che condizioni sarà la nazione? Come se la caveranno i più deboli? Non dimentichiamo che i pensionati non hanno alternativa. 
Secondo i francesi, “come si fa il proprio letto, così si dorme”. E nel nostro caso, sempre per citare i francesi, “nous sommes dans de beaux draps”, siamo proprio fra belle lenzuola.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
7 febbraio 2019
IL PUNTO DI VISTA MORALE È UN HANDICAP
Il punto di vista morale non è un handicap nelle questioni morali. È dunque lecito chiedere: “È morale il comportamento di un figlio che non rispetta suo padre?”, perché già nella domanda è specificato in quale campo bisogna cercare la risposta. 
Ma tutto cambia se si tratta di rispondere alla domanda: “Perché i figli devono rispettare i genitori?” In questo caso infatti chi rispondesse: “Perché è immorale non rispettarli” commetterebbe l’errore di pensare che l’altro abbia fatto una domanda in campo morale, mentre poteva essere in campo sociologico, giuridico, etologico e forse qualche altro ancora. Senza dire che, perfino quando si ha una domanda in campo morale, sarebbe bene non dimenticare che parliamo implicitamente della nostra morale, mentre ce ne sono state altre nel tempo e nello spazio, in base alle quali la risposta avrebbe potuto essere diversa. 
Altro esempio: “È giusto che l’uomo abbia potere sulla donna?” Forse per milioni di anni, e ancora oggi nel mondo islamico, l’umanità avrebbe risposto di sì. Perché ciò è stato a lungo conforme alla morale. Se invece la domanda non fosse su base morale e divenisse: “Perché l’uomo si attribuisce spesso un potere sulla donna?” tutto cambierebbe. Innanzi tutto non si tratterebbe di rispondere con la propria convinzione (reputata conforme alla morale) ma si sarebbe obbligati a spiegare il perché del fenomeno. E se non si sapesse indicare la ragione, con ciò stesso si sarebbe persa la partita. Inoltre, se a giustificazione del fenomeno qualcuno indicasse il fatto che l’uomo è più forte dal punto di vista muscolare, avrebbe fisiologicamente ragione, ma si darebbe la zappa sui piedi. Perché oggi la forza muscolare conta veramente poco, e una donna con la pistola alla cintura avrebbe il diritto di tiranneggiare decine di uomini. Dunque, a meno che non si riesca a fornire qualche buona ragione per sostenerlo, l’uomo non ha alcun diritto di dominare la donna.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito. A me è capitato molte volte di sostenere che il maschio dell’uomo, come tutti i primati, è tendenzialmente poligamo, mentre la femmina della specie è tendenzialmente monogama, fornendo anche le ragioni etologiche per questa differenza. Ma moltissime volte mi sono sentito rispondere: “E ti pare giusto?”, cosa che mi ha lasciato sbalordito. Chi mai aveva chiesto se fosse giusto? A me interessa se sia vero, non se sia giusto. Poi, per questo come per altri istinti, possiamo ipotizzare correttivi e limitazioni, ma intanto vediamo se esista. Il fine della conoscenza non è il giudizio, è la spiegazione del fenomeno.
Questa tendenza a sovrapporre il giudizio morale a un fenomeno che morale non è, è molto corrente. Ed anche dannosa. Quando nella Costituzione Italiana leggiamo che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” abbiamo, in sequenza,  una tautologia e un assurdo. È una tautologia che si paghi di più un lavoro più lungo e di maggiore qualità, ma è assurdo – per giunta contraddicendo la prima metà della frase – che questa retribuzione debba essere commisurata non al lavoro, ma alle esigenze della famiglia del lavoratore. Perché se due famiglie hanno uguali esigenze, ma in una il capofamiglia è un neurochirurgo e nell’altra è un usciere comunale, la Costituzione dovrebbe spiegarci se dobbiamo pagarli nello stesso modo (perché le esigenze delle due famiglie sono uguali) oppure se dobbiamo pagare di più il neurochirurgo (perché il suo lavoro è di qualità superiore). 
In un Paese libero (anche da invadenti ideologie) la retribuzione del lavoro dipende dalla domanda e dall’offerta, e non dalle esigenze del lavoratore. È soltanto se si parte da un punto di vista morale o ideologico, sul lavoro, che si può ipotizzare di pagare tutti nello stesso modo, o secondo le esigenze delle loro famiglie. E infatti l’Unione Sovietica e la Cina di Mao non sono andate molto lontano da questa mentalità. Solo che il risultato non è stato certo la prosperità.
La domanda: “Ma ti pare giusto?” può essere posta soltanto dopo che ci si sia accertati che si tratti di una questione di giustizia. Non serve a niente chiedersi se sia giusto che le donne belle siano più corteggiate delle brutte, è così e basta. Al massimo, si può ipotizzare che i maschi cerchino una partner sana per l’accoppiamento, ma il fenomeno non avvantaggia né loro né le donne. Gli uomini vivono meglio con una donna intelligente che con una donna bella, e le donne più felici sono le più amate, non le più belle. Nel lungo termine l’amore non dipende dall’aspetto. Ma gli uomini ascoltano più l’istinto che la ragione. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
7 febbraio 2919




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POLITICA
5 febbraio 2019
Discussione giuridica col prof.Ainis

Risposta al prof.Ainis, per l’articolo riportato in calce.

Caro prof.Ainis, 

per una volta non siamo d’accordo ma, come diceva Mark Twain, è la differenza di opinioni che permette le scommesse sui cavalli.Il reato. 

Lei sostiene che, nella vicenda Diciotti/Salvini,  c’è stato il sequestro di persona. Ma questo reato di solito si realizza impedendo a qualcuno di lasciare un certo posto, non di entrare in un certo posto. E dal momento che qui si trattava di “entrare in Italia”, questo Paese può benissimo vietare questo ingresso, come hanno fatto con i migranti i francesi alla frontiera di Ventimiglia e Mentone. Tutti colpevoli di sequestro di persona?

È vero che, giuridicamente, una nave militare è territorio italiano anche in mare aperto o addirittura in un porto straniero, e dunque i “naufraghi” sarebbero entrati in territorio italiano salendo sulla “Diciotti”. Ma ciò non dà loro il diritto di entrare sul territorio nazionale. In primo luogo perché quel primo ingresso è stato determinato da uno “stato di necessità” (il presunto salvtaggio) e non da un consenso ad entrare in territorio italiano. In secondo luogo perché quel salvataggio dà loro il diritto di essere sbarcati in un porto sicuro (per la navigazione soltanto, secondo il diritto della navigazione, credo, non politicamente) non in un porto italiano. Dinanzi al rifiuto delle autorità italiane la Diciotti, e per essa il governo italiano, avrebbero potuto dire: l’Italia rifiuta di accogliervi, dunque vi portiamo a Tunisi, se Tunisi dice di sì. E i “naufraghi” non avrebbero avuto nulla da obiettare. Anzi, avendo la speranza che la situazione in Italia si sbloccasse, avrebbero preferito attendere a Catania che riprendere la rotta per Tunisi.

I ministri non hanno la licenza di uccidere, come James Bond, ma ci vanno più vicini di quanto forse lei pensi. Naturalmente purché il loro atto abbia natura e finalità politica nazionale e non personale. Nel senso che, ad esempio, i ministri americani o israeliani che hanno ordinato “omicidi mirati” di terrorisi non sono perseguibili, perché il loro è stato un atto politico, motivato dal fatto che quei delinquenti avevano trovato rifugio in un “rogue state” che li proteggeva malgrado i loro misfatti. Comunque, questa è la legge.

Lei ha ragione nel dire che il reato è una responsabilità personale. Ma è personalmente di tutti i componenti di un organo collegiale, se la decisione è stata presa da un organo collegiale. O almeno, è responsabilità di coloro che in quella occasione hanno votato a favore. Il punto è che qui, probabilmente, non c’è stata nessuna riunione del Consiglio dei Ministri, e l’approvazione “orale”, “letteraria”, “sentimentale”, non ha corso legale nel diritto penale. E se un Consiglio dei Ministri, in cui si è approvato questa linea di condotta, c’è stato, andrebbe eventualmente dimostrato.

L’esimente di “avere agito per difendere i confini nazionali”. Formulazione esagerata e vagamente ridicola, d’accordo. Ma il punto non è quanto valida sia la motivazione politica, ma se si tratti di una motivazione politica. E se la risposta è positiva, quanto sia valida non conta più.

Il resto sono considerazioni politiche di cui possiamo non occuparci peché l’essenziale, per come lo vedo io, lo abbiamo già discusso. 

Con la cordialità di sempre, 

Gianni Pardo


La Repubblica - Michele Ainis - 05/02/2019 pg. 1 ed. Nazionale


LE PANZANE PER SALVARE IL VICEPREMIER

LE IDEE

Il j'accuse del tribunale dei ministri nei confronti di Salvini sta funestando i nostri giorni. Reazioni, obiezioni, elucubrazioni: non se ne può più. Sicché, mentre attendiamo a mani giunte il responso della Giunta, ecco un ombrello contro le panzane. Piovono come grandine, sarà un effetto dell'inverno. E colpiscono ogni elemento di questa vicenda processuale.

Primo: il reato. Sequestro di persona, punito dall'articolo 605 del codice penale. Un delitto odioso.

Eppure a nessuno importa un fico secco del reato, tutti si scervellano sul reo. pagina 26 Il j'accuse del tribunale dei ministri nei confronti di Salvini sta funestando i nostri giorni. Reazioni, obiezioni, elucubrazioni: non se ne può più. Sicché, mentre attendiamo a mani giunte il responso della Giunta, ecco un ombrello contro le panzane. Piovono come grandine, sarà un effetto dell'inverno. E colpiscono ogni elemento di questa vicenda processuale.

Primo: il reato. Sequestro di persona, punito dall'articolo 605 del codice penale. Roba da banditi sardi, quelli che nel 1979 rapirono De André. Un delitto odioso, che nel caso di specie dovremmo moltiplicare per 177 volte, quanti erano i migranti trattenuti a bordo della nave Diciotti. Eppure a nessuno importa un fico secco del reato, tutti si scervellano sul reo. Domanda, per esempio, l'ex presidente della Camera Casini: bloccando quella nave sul molo di Catania, Salvini ha agito da privato cittadino o da ministro? Siccome la risposta giusta è la seconda, un Senato assennato dovrà salvare Salvini. A quanto pare in Italia i ministri hanno licenza d'uccidere, come James Bond.

Secondo: la responsabilità. È dell'intero governo, ha dichiarato il presidente del Consiglio. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Detta così, ricorda il celebre discorso alla Camera di Bettino Craxi, nel 1992, sul finanziamento illecito ai partiti. A lui non portò bene, però chissà, magari stavolta gira meglio. Nei piani alti del Palazzo devono esserne convinti, tanto da predisporsi alla mossa del cavallo: l'autodenuncia collettiva. Game over? E no, non basta confessare il furto d'un disco volante per finire alla sbarra. Inoltre un conto è la responsabilità politica, un conto quella giuridica. In materia penale quest'ultima è sempre personale, stabilisce l'articolo 27 della Costituzione; e l'articolo 95 aggiunge che i ministri sono responsabili individualmente rispetto agli atti dei propri dicasteri. Quindi la domanda è: c'è un atto del Consiglio dei ministri? C'è una delibera, un decreto, una decisione collegiale sul sequestro della Diciotti? Fin qui l'atto non risulta agli atti, e allora non rimane che il singolo misfatto.

Terzo: l'esimente. Ho agito per difendere i confini, obietta l'imputato. Obiezione all'obiezione: se è per questo, lo faceva pure Hitler (vabbè, lui aveva una concezione un po' estensiva dei confini nazionali). Aggiungono inoltre i suoi avvocati: la legge costituzionale n. 1 del 1989 consente al Parlamento di negare l'autorizzazione a procedere quando i ministri agiscano per un "preminente interesse pubblico". Giusto, ma la stessa legge evoca altresì un "interesse dello Stato costituzionalmente rilevante", ed è questo il punto decisivo. Perché le garanzie costituzionali proteggono la libertà e l'incolumità delle persone, e le proteggono anzitutto contro gli abusi dei governi, fin dall' Habeas corpus del 1215. Se dunque, per giustificare una condotta illiberale, si chiama in causa la Costituzione, quest'ultima diventa nemica di se stessa, e in conclusione si candida al suicidio.

Quarto: le immunità. Chi le tira in ballo incorre in uno strafalcione giuridico, ha dichiarato (di nuovo) il presidente Conte. E come dovremmo perciò denominare la questione? L'articolo 96 della Carta - che ne regola il perimetro - s'iscrive nel capitolo della giustizia politica, su questo non ci piove. E di per sé le immunità non sono una bestemmia, tanto che a proporle in Assemblea costituente fu Costantino Mortati, il maggiore dei costituzionalisti italiani. Tuttavia alle nostre latitudini il problema non è l'uso, bensì piuttosto l'abuso. È il veleno messo in circolo già all'epoca dei governi Berlusconi, con il lodo Schifani (2003), con il lodo Alfano (2008), con tutte le lodi intonate verso "l'unto del Signore", colui che regna in nome del popolo votante. Ma in uno Stato di diritto le regole contano più dei voti, e il senso costituzionale non dipende dal consenso popolare. Non foss'altro perché il primo rimane, mentre il secondo, presto o tardi, vola via.

Foto: Michele Ainis costituzionalista è ordinario all'università di Roma Tr





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POLITICA
4 febbraio 2019
PSICHIATRIA E ANTISEMITISMO
Definire la malattia mentale va al di là della mia competenza. E poiché una volta un mio amico psichiatra definì l’intelligenza “ciò che si misura col “Quoziente d’Intelligenza”, potrei cavarmela definendo la malattia mentale “ciò che curano gli psichiatri”. 
In questo campo ho l’impressione che, a forza di sottigliezze, a volte ci allontaniamo dal buon senso. Pensiamo al problema della conoscenza. È vero, i nostri sensi ci ingannano, ma da questo a dire che è impossibile conoscere la realtà, che forse la realtà nemmeno esiste (idealismo, solipsismo) ce ne corre. La conoscenza è ciò che ci consente, passeggiando, di non sbattere contro un palo in mezzo al marciapiede. Per questo ho sempre ammirato Bertrand Russel che scrisse più o meno: “Se in normali condizioni di visibilità vedo un gatto a tre metri da me, penso che lì ci sia effettivamente un micio, “capace di gioie e dolori felini”. 
Né le cose vanno diversamente per le razze. È vero, andando dal 
Senegal verso nord non è che tutti, improvvisamente, da che erano negri, divengano bianchi e biondi. Ci sono tutte le sfumature intermedie. Ma ciò non impedisce che tra un senegalese e un norvegese sia lecito dire che il primo è nero e il secondo è bianco. 
Qui basterà considerare la malattia mentale di tipo paranoide una grave distorsione dalla percezione della realtà, intorno ad un’idea che prevale su tutte le altre. Un esempio è la convinzione che i mezzi di informazione cerchino, tutti, di ingannarci. Chi ne è sicuro su ogni fatto reputa vera la versione più fantastica e suggestiva, anche se niente la dimostra, piuttosto che la piatta ed evidente realtà. Lo sbarco sulla Luna è uno spot girato a Hollywood. Il bombardamento di Pearl Harbour fu voluto da F.D.Roosevelt per costringere gli Stati Uniti ad entrare in guerra. I vaccini, "benché provochino l’autismo nei bambini”, sono raccomandati dai medici  e dai media per favorire l’arricchimento delle case farmaceutiche. I negri sono talmente inferiori a noi che, addirittura, puzzano. Infatti esiste “la puzza di negro” e fa schifo.
 Ci sono persone che così arrivano ad una ricostruzione fantastica del mondo. E queste manie saranno innocenti ma certo non sono utili per orientarsi. Chi si crede furbo perché ha il coraggio di essere compiutamente cinico, e di riportare tutta la storia agli interessi finanziari, non capirù molto della storia . Una volta chiesero a De Gaulle come mai un uomo della sua esperienza desse ancora importanza agli ideali e Generale rispose: “Amico mio, gli ideali contribuiscono a fare la storia. E lei troverebbe realistico non occuparsene?” 
Il paranoide non si accorge che il monfo è mosso da una tale miriade di cause e di personaggi, che proprio per questo risulta imprevedibile. Il denaro è importante ma, come ha detto Voltaire, “Non è vero che tutti gli uomini sono mossi dall’interesse. Se così fosse ci sarebbe modo di mettersi d’accordo con loro”. L’economista Carlo Cipolla ha definito cretino “colui che danneggia gli altri danneggiando anche sé stesso”. E mancano forse i cretini, fra gli statisti?
Una forma deviata di mentalità deriva dalla religione. Molti decenni fa il più noto predicatore e teologo della mia città annunciò una conferenza su: “Cristo centro della storia”. Ed ascoltandolo mi chiedevo: “Come può una persona intelligente, che pure ha studiato, sostenere una cosa del genere?” Finché fu vivo, Gesù non fu notato da nessuno (Giuseppe Flavio neppure lo cita). Il Cristianesimo cominciò ad essere importante secoli dopo la sua morte e la mentalità europea è più figlia di Atene e di Roma che di Gerusalemme. Ma del resto non è andata meglio a Karl Marx che ha compresso la storia al sistema di produzione della ricchezza. 
Altro esempio di paralogismo, per non parlare di demenza, il “principio di precauzione” per cui bisognerebbe astenersi da qualunque attività che “potrebbe” essere pericolosa. Di questo passo bisognerebbe astenersi dal vivere, perché chi vive rischia di morire. Solo i morti applicano correttamente quel principio. E poi quelli che parlano del principio di precauzione vanno in automobile, benché sia una delle cose più stupide e pericolose che possa fare una persona prudente. 
E tuttavia è inutile tentare di lottare contro tutte queste sciocchezze. Se qualcuno crede alle scie chimiche, agli alieni, all'omeopatia, meglio non discutere. Se è convinto che che la Cia domini il mondo, bisogna dirgli: “Ah sì, pesa molto”. E se quello insiste: “Molto? Totalmente”, bisogna cercare di cambiare argomento. 
Certe idee, come l'antisemitismo,  resistono ad ogni controdimostrazione. Chi odia gli ebrei ne ha spesso un’idea mitologica. Della loro natura, per cominciare. Secondo i nazisti erano Untermenschen, sottouomini, forse un incrocio tra l'animale e l’uomo. Come Marx, Freud, Einstein, del resto. Si è parlato di razza ebraica, mentre nessuno, guardando in faccia un essere umano, potrebbe dirvi se è ebreo o no. Infine gli antisemiti sono convinti che gli ebrei dominano il mondo, dimenticando che questa “razza di  dominatori” è stata perseguitata in tutta l’Europa, per secoli. 
L’odio dell’ebreo si fonda soltanto sul pregiudizio, ma non per questo si riesce a contrastarlo. Qualunque argomentazione, per quanto balorda, per l’antisemita è sempre giusta, se va contro gli ebrei;  e non vale nulla, per quanto sia logica e razionale, se dimostra che l’antisemitismo è privo di fondamento.
Mi scrive un amico americano. “Ho provato diverse volte a ragionare con gli antisemiti e ho riscontrato in loro un'incredibile irrazionalità. Per esempio, sostengono che gli ebrei controllano i media. E quando gli ho fatto notare che i media spesso sono prevenuti contro lo stato d'Israele, la risposta è stata: "Ma certo. Gli ebrei sono furbi. Così ingannano il mondo nascondendo il loro potere". 
Questo modo di ragionare fa il paio con quello di chi sosteneva che fu Roosevelt a provocare la tragedia di Pear Harbour o di chi pensa che l'attentato alle Torri Gemelle è stato organizzato dai servizi segreti americani. Ma già, gli antisemiti battono tutti, negando la storicità della Shoah. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 febbraio 2019 




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POLITICA
2 febbraio 2019
UNA PREGHIERA A SAN DI MAIO
Abbiamo finalmente saputo come si concluderà la vicenda della tratta ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Si tratta di un articolo brevissimo,  di appena 141 parole  – un semplice comunicato d’agenzia(1), dunque – che il “Corriere della Sera” mette come primo titolo, in prima pagina, oggi 2 febbraio 2019. 
Si riferiscono dichiarazioni dell’on.Di Maio. Eccone alcune. “Finche ci sarà il Movimento 5 Stelle al governo per quanto mi riguarda la Tav Torino-Lione non ha storia, non ha futuro”. “Le peggiori lobby di questo Paese vogliono che si inizi a fare la Tav, che è a zero come cantiere. Ma quando tutti i signori che in questi anni hanno sostenuto Renzi e Berlusconi stanno da una parte, il M5s sta dall’altra, dalla parte delle opere utili”. “Quando i signori dei grandi potentati che hanno ridotto il Paese in queste condizioni tifano per un’opera inutile come la Torino-Lione il M5s sta col popolo”. 
Si potrebbe fare dell’ironia sulla sicumera con cui un quisque de populo (professionalmente) dichiari inutile un’opera che l’Unione Europea ha dichiarato talmente utile, da pagarla essa stessa in grande misura. Ma si può affrontare il problema da un altro punto di vista.
Il sig.Matteo Salvini dovrebbe prendere nota che fa parte delle peggiori lobby del Paese, oltre che “dei grandi potentati che hanno ridotto il Paese in queste condizioni”, e che si batte per un’opera inutile, contraria alla volontà del popolo italiano. Si vergogni. 
Ma cerchiamo di essere equidistanti. Per un momento possiamo non prendere posizione, e giudicare la TAV un’opera discutibile, benché al riguardo siano già stati firmati molti trattati internazionali, benché i lavori siano cominciati e benché siano stati stanziati i fondi. Il punto saliente è un altro. Ammesso che questa sia un’opera con le caratteristiche descritte da Di Maio, è interessante sapere come la metterà con Matteo Salvini, il quale ha dichiarato che l’opera è utile e si farà. Con certezza. 
Ovviamente non dimentichiamo che questo governo è una sorta di campione mondiale nel rimangiarsi quello che ha detto e nel fare l’opposto di ciò che aveva assicurato che avrebbe fatto. E chi ne dubita peste lo colga. Inoltre, per quanto riguarda i due Vice Primo Ministro, il record si estende alla capacità di mettersi d’accordo dopo avere dichiarato, con la spada sguainata, l’uno bianco e l’altro nero, l’uno sotto e l’altro sopra, l’uno una cosa e l’altro il suo contrario. Forse non si rendono conto che questo è un gioco pericoloso. Sia perché chi cede perde anche un po’ la faccia (quel poco che ha), sia perché i giochi pericolosi una volta o l’altra si dimostrano fatali. Nei circhi, dove questa esperienza l’hanno fatta ripetutamente, ormai i trapezisti volteggiano su una rete, ma questo governo non ha una rete, sotto. Nel senso che, se cade, soprattutto il M5S non ha doive andare. 
Insomma, se Salvini dice: “O si fa la Tav o faccio cadere il governo”, Di Maio che risponderà? Soprattutto se pensiamo che un uomo dal carattere (non sempre raccomandabile) come Matteo Salvini ha già dovuto ingoiare parecchia roba indigesta, e rischia di pagarla con il suo elettorato. Non ci stupiremmo che il caro Luigi citasse Garibaldi, dicendo: “Obbedisco”. 
Una cosa è certa: questo governo è affliggente. Ha dimostrato la straordinaria capacità di fare i massimi danni nel minor tempo possibile e il peggio deve ancora venire. Perché dunque un personaggio di primo piano – come siamo costretti a considerare Di Maio – vuole metterlo ancor più in pericolo? Che si calmi. Le persone di buon senso non vogliono affatto che il governo cada, perché ciò lo assolverebbe dai guasti che ha provocato (“Non ha avuto il tempo di rimediare”) e il popolo non vedrebbe il risultato delle iniziative intraprese. 
No, signor Di Maio. Non faccia cadere il governo. Non faccia questo favore a Berlusconi, che lo chiede un giorno sì e l’altro pure.  Sappiamo benissimo che non le costa neppure molto contraddirsi una volta di più, e non ha il problema di perdere la faccia. Dunque non giochi col fuoco. Se lei è capace di un fallo da ammonizione, Matteo Salvini è capacissmo di commettere un fallo da espulsione. Espulsione di Sansone con tutti i filistei.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 febbraio 2019 
(1)https://torino.corriere.it/politica/19_febbraio_02/tav-maio-con-m5s-governo-non-si-fara-mai-peggiori-lobby-vogliono-che-comincino-lavori-f955a894-26e4-11e9-a470-fc09ad5adcfe.shtml




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POLITICA
2 febbraio 2019
LA CORSA AI NUOVI MISSILI
Il Presidente Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non osserveranno più i termini del trattato che limitava il possesso e il dispiegamento dei missili a medio raggio (cioè quelli che, partendo per esempio dalla Russia, potrebbero colpire l’Europa) e naturalmente i lettori distratti - lo siamo tutti - penseranno che questa è un’altra pensata di quell’incompetente aggressivo e pericoloso che è “the Donald”. In realtà sono i russi che, da anni, hanno installati questi missili “vietati” ai bordi occidentali del loro Paese, minacciando l’Europa orientale. Evidentemente essi dicono di “difendersi” dall’aggressività occidentale e bisogna ricordarsi che in questo - anche se a noi la cosa può apparire surreale – i russi sono in perfetta buonafede. Si sentono accerchiati. Temono l’eterno (e giustificato) rancore della Polonia. Temono la Nato, che ha basi nei Paesi Baltici. Temono l’Ucraina, non tanto perché militarmente temibile, quanto come territorio da cui potrebbe partire un’aggressione verso Mosca. 
L’essenziale è che l’America non sta prendendo alcuna iniziativa: sta rispondendo – probabilmente perché supplicata in questo senso proprio dalla Polonia – a una mossa russa, denunciata anni fa persino da Obama. Comunque è futile cercare di definire quali azioni siano difensive e quali aggressive. Questi due aggettivi sono opinabili e intercambiabili. Né si può dimenticare che nel frattempo è salito sulla scena un altro protagonista, la Cina. Pechino non è più soltanto un gigante economico: comincia ad essere una tale potenza militare (e missilistica) da preoccupare gli Stati Uniti sul mare e la Federazione Russa sulla terra. Ed essa non ha firmato alcun trattato per limitare armi nucleari e missili. Dunque tutti temono tutti. 
Una follia? Nient’affatto. Nella politica internazionale, come nella savana, il buon senso vuole che tutti considerino tutti potenziali nemici. Nel mondo internazionale non c’è né pietà né lealtà né rispetto degli accordi, quando non conviene più rispettarli. Piuttosto la mossa di Washington risponde ad un interrogativo che ci si poneva da parecchio tempo: non adottando contromisure al dispiegamento dei nuovi missili russi, l’America  intendeva segnalare la propria intenzione di “mollare” gli Stati confinanti con l’Orso russo, e richiudersi nella Fortezza America? Cosa che angosciava i Paesi Baltici e la Polonia. Oggi invece si direbbe che la Nato c’è ancora. 
 In questi casi si realizza una sorta di asta a chi si arma di più e appare più temibile. Purtroppo, quando, per la corsa agli armamenti, si parla di armi nucleari  c’è sempre il rischio di un errore, di un falso allarme che scateni una guerra. Ma ha totalmente torto chi pensa che la soluzione sia non partecipare a quella corsa. Non è che chi rimane inerme sia per questo lasciato in pace. Per l’agnello non è una grande difesa dire al lupo: “Non lo vedi che non ho neppure le corna?” Per il lupo quella mancanza di difesa è un invito in più a considerare che è arrivata l’ora di pranzo. 
Se la Russia si arma di più, se sviluppa missili più potenti, agli Stati Uniti non rimane che sviluppare missili più potenti, dispiegandoli là dove possono contrastare i missili russi. E purtroppo questo posto è l’Europa.
Il mutamento del quadro internazionale rientra nella politica russa degli ultimi decenni. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, la Russia ha traversato un periodo di grande debolezza economica e militare, tanto da essere considerata una potenza di seconda categoria, ma negli ultimi anni ha mostrato di voler riconquistare il rango di superpotenza. Lo si vede nell’ammodernamento e nel potenziamento delle forze armate, ed anche nella disinvoltura con cui queste armi sono state usate in Georgia e in Ucraina e nella spensieratezza con cui Mosca ha violato uno dei principali tabù in vigore dopo la Seconda Guerra Mondiale, per preservare la pace: l’intangibilità delle frontiere.  Anche di quelle più assurde, come l’enclave di Kaliningrad (Koenigsberg) o la Verschiebung (scivolamento) verso ovest dell’intera Polonia, costretta a dare terreni alla Russia e rubarli alla Germania. Ma già, la Russia aveva accettato metà della Polonia in regalo da von Ribbentrop. Forse è proprio la Crimea la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quella che ha spinto a dire al Cremlino che la sua libertà di movimento non è infinita, e che anche la volontà di Washington di disinteressarsi del resto del mondo incontra dei limiti. 
Un’ulteriore conseguenza cui la Russia farebbe bene a pensare è di tipo economico. La corsa agli armamenti è costosissima e in questo campo la disparità economica fra Mosca e Washington è abissale.  A quanto dicono, la Russia Sovietica implose anche perché economicamente non poteva tenere il passo con le capacità militari dell’America di Reagan. Comunque si può stare molto più tranquilli di quando si parlava della Corea del Nord. Kim Jong-Un ha una fama (forse strumentalmente alimentata) di follia e di pericolosa aggressività, mentre i dirigenti russi sono da sempre persone razionali, in politica estera. E non c’è ragione di credere che Putin lo sia meno di loro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 febbbraio 2019




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POLITICA
1 febbraio 2019
PERCHÉ È INUTILE DISCUTERE CON GLI IDEALISTI
Mi sono accorto - vergognandomene un po’ - che da sempre ho tendenza a non leggere, non ascoltare e non prendere in considerazione il punto di vista degli idealisti. Per esempio i sinceri cattolici e gli uomini di sinistra, qui per brevità chiamati “comunisti”. Intellettualmente ho nei loro confronti un atteggiamento che potrebbe sembrare pregiudiziale, assurdo e sprezzante. Mentre in realtà non soltanto sono gentile, ma addirittura ho ottimi amici, fra loro.  Dunque chi legge sappia che non intendo né convincere né offendere nessuno. Voglio soltanto spiegare un punto di vista
Tutto è nato, molti anni fa, dalle discussioni con gli amici di estrema sinistra. La miseria dei Paesi del Socialismo Reale era troppo evidente, perché i comunisti intelligenti la negassero, ma essi non cambiavano ideologia perché – sostenevano – è vero che la società comunista produce miseria, ma ciò avviene non perché la teoria (marxista) sia errata, ma perché gli uomini non sono stati sufficientemente educati ad applicarla. In altre parole non lavorano per il bene comune come lavorerebbero per sé stessi. Dunque – insistevano – anche se è vero che tutto ciò che tende al bene collettivo ha cattivi risultati, mentre tutto ciò che tende al soddisfacimento dei bisogni individuali ha risultati eccellenti, bisogna dedurne soltanto la necessità di meglio educare gli uomini. Bisogna indurli ad agire per il bene comune come agirebbero per sé stessi. 
E qui le nostre strade si separavano definitivamente. Io consideravo la natura umana immodificabile, se non in minima parte, mentre loro pensavano di poterla cambiare in modo sostanziale. E ciò, malgrado ultradecennali esperienze in senso contrario. 
Per giunta, col tempo mi sono accorto che quell’apparente dissidio su un punto secondario della realtà umana finisce col rivelarsi discriminante su molta parte della realtà sociale. Per esempio, per quanto riguarda la corruzione. Gli idealisti pensano che gli uomini si lasciano corrompere perché non sufficientemente educati all’onestà (se necessario con la paura del carcere). Io invece penso che la tentazione del mal custodito denaro dello Stato è pressoché irresistibile, e dunque l’unica risposta seria è, da un lato, la massima limitazione della circolazione del  denaro pubblico (non si ruba ciò che non c’è) e poi il massimo controllo per impedire il reato, non per punirlo. Cioè io sarei per la risposta pragmatica, tenendo conto della natura umana, mentre gli idealisti di sinistra sono per l’educazione, anche a forza di condanne severe e detenzione. Senza accorgersi che, pur passando i decenni, e pur aggravando le pene, la corruzione non è mai diminuita. Se si esagera, per giunta,  invece di vincere si paralizza lo Stato. Ma loro continuano a pensare che, aumentando gli anni di carcere… 
 Non vale soltanto per la corruzione. Loro pensano che tutto ciò che è statale è “disinteressato”, io penso che tutto ciò che è statale è “costoso”. Loro pensano che chi lavora per lo Stato deve essere educato ad essere onesto ed efficiente, io penso che chi non lavora per sé batte inevitabilmente fiacca (e peggio). E non c’è educazione che tenga. Come si vede, i comunisti sono caratterizzati da un idealismo che cerca (inutilmente) di correggere la realtà com’è, io penso (mestamente) che la realtà non si lascia correggere: gli uomini sono come sono. Considerandoli un fatto naturale, anche a loro si applica il detto secondo il quale “naturae non imperatur nisi parendo”, alla natura non si comanda se non obbedendole. Cioè assecondandola. 
Alla lunga, mi sono accorto che a questa divaricazione si arriva pressoché in tutti i campi. Ed essa rimane insuperabile. Infatti deriva da un assioma indimostrabile, nell’uno come nell’altro senso. Dunque la discussione non ha luogo di essere. 
Con la grande massa, gli idealisti l’avranno sempre vinta. Nel mondo delle parole e delle speranze essi presentano principi seducenti, che gli uomini applaudono ma non applicano,(come ha scritto La Rochefoucauld: “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”). E poi offrono speranze altrettanto seducenti: infiniti regali dello Stato. Ma queste speranze non si realizzano, per colpa dei “cattivi”. Se invece gli uomini fossero buoni e morali… e si ricomincia da capo.
Ovviamente tutto ciò è valido anche per i credenti. Per loro c’è un Dio che soprassiede alla realtà, una Divina Provvidenza che protegge gli uomini, e perfino una possibilità di deviare il corso degli eventi con la preghiera. Tutte cose che il mio pragmatismo mi impedisce assolutamente di vedere. Del resto sono anche incapace di attribuire a Dio tutto ciò che va bene (“Si sono salvati, grazie a Dio”) e di non attribuirgli tutto ciò che va male (“I poveretti non ce l’hanno fatta”, quasi che fossero morti per colpa loro). Anche in questo caso, a che scopo discutere? Loro sono fermamente intenzionati a vedere il mondo come vorrebbero che fosse, forse perfino come credono che sia, io mi ostino a vederlo com’è, e soltanto com’è. 
Il meglio che posso fare, in materia di idealisti di ogni pelame, religioso o politico, è tenerli lontano da me, e tenere me lontano da loro. Per il bene di tutti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
1° febbraio 2019  




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