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POLITICA
30 gennaio 2019
IL RITIRO DALL'AFGHANISTAN
La guerra è stata definita come il modo violento usato da un Paese per costringere un altro Paese a dare, fare o tollerare qualcosa. Dal momento che si tratta comunque di qualcosa di costoso, si tenta prima di ottenere lo stesso risultato con la diplomazia, le minacce, le ritorsioni commerciali. Se infine non rimane altra opzione, si passa alla guerra, ed è questa la ragione per la quale Clausewitz ha definita: “la prosecuzione della politica con altri mezzi”.
Tutti sanno che le guerre si possono vincere e si possono perdere, ma non tutti tengono conto di una distinzione importantissima che sta a monte: ci sono guerre che si possono vincere e guerre che non si possono vincere. E un governo avveduto deve essere in grado di riconoscere queste ultime, in modo da evitarle. Qualcuno potrebbe pensare che capire questa cosa in anticipo sia impossibile, ma così non è. Al riguardo è indimenticabile il caso della guerra nel Vietnam, quando il Generale McArthur, cheavrà avuto un caratteraccio ma certo era competente, raccomandò caldamente di non impegnarsi in quel conflitto. Non fu ascoltato e sappiamo com’è finita. Quel grande comandante aveva visto nella natura del terreno un nemico invincibile. Ovviamente in uno scontro campale non ci sarebbe stata partita. Ma – appunto – si trattava di scontri campali, in quello scacchiere? 
E  soprattutto: ammesso che gli Stati Uniti avessero invaso l’intero Vietnam, del Nord  e del Sud, si sarebbe per questo spenta la guerriglia? E quando si fossero stancati di quell’occupazione e fossero andati via, quanto tempo sarebbe durato in carica il governo a loro gradito? Più o meno quanto poi durò quello del Vietnam del Sud, dopo la loro partenza.
Quella del Vietnam non fu una sconfitta, per gli Stati Uniti, come si dice sempre: fu piuttosto uno sforzo costoso e inutile, che alla lunga non poteva finire che com’è finito. Non è strano che quella guerra l’abbia molto ampliata  un Presidente idealista come Kennedy, e l’abbia conclusa un Presidente pragmatico come Nixon.
Tutto ciò può essere applicato pressoché pari pari al caso dell’Afghanistan. Qui il problema non è la natura del terreno ma la natura della gente. Si può obbligare un intero popolo a divenire moderno o retrogrado? Tollerante o intollerante? Colto o incolto? Ovviamente no. È come se si chiedesse: si può obbligare un intero popolo ad essere stupido o intelligente? 
In Afghanistan la maggior parte dei cittadini preferisce la teocrazia alla democrazia, la religione alla scienza, la shariah allo Stato di diritto. Alla scuola obbligatoria preferisce l’analfabetismo delle donne e l’ignoranza di tutti. E ogni tanto ama lo spettacolo dell’adultera, vera o presunta, lapidata in pubblico. Non sto dicendo, come dicono alcuni coraggiosi “progressisti”, che ogni popolo ha la sua cultura. Per la nostra sensibilità occidentale, quella nazione ha tendenza a usi ed istituzioni intollerabili, dal nostro punto di vista. Ma una cosa è certa: potremmo occupare quel Paese per anni, come hanno fatto gli inglesi, i russi, e più recentemente gli americani, e poi, non  appena l’occupante se ne va, gli afghani tornano ai loro costumi. E dal momento che nessuno – che abbia la testa che funziona – pensa di impegnarsi in una costosa ed eterna occupazione, è chiaro che la soluzione finale sarà sempre la stessa. Se un giorno le cose cambieranno, sarà per evoluzione endogena. Come il Vietnam che da comunista è divenuto un affezionato cliente degli Stati Uniti. Ma per l’Afghanistan le speranze sono più tenui, forse anche per l’avara natura del loro territorio.
Quella dell’Afghanistan era una guerra che non si poteva vincere. Dunque da non cominciare. Se si voleva punire Kabul per aver rifiutato di consegnare un terrorista corresponsabile dell’attentato alle Torri Gemelle, bastava qualche bombardamento all’americana, e si può star certi che gli afghani avrebbero pagato caro il loro rifiuto. Per informazioni, rivolgersi a Dresda.
In materia di libertà repubblicane, gli americani hanno avuto successo con Paesi come la Germania, l’Italia, ed altri Paesi in cui c’erano state dittature, perché nello spirito dell’Occidente c’è la lezione mai dimenticata dell’Illuminismo, della Rivoluzione Francese e della democrazia. Infatti sono subito ridivenuti democrazie persino Paesi – come la Polonia, la Repubblica Ceca e gli Stati Baltici – che ne erano stati privati per mezzo secolo. Mentre non ne sono capaci i Paesi mediorientali, con l’unica eccezione di Israele.
Ovviamente, inutile farsi illusioni: anche in questa occasione si parlerà di sconfitta americana in Afghanistan. E ciò soprattutto, come è fatale, non appena i Talebani, contravvenendo agli accordi, riprenderanno l’intero potere e tiranneggeranno tutta la popolazione. Gli americani certo non avranno vinto questa guerra, perché per loro era impossibile sia vincerla sia perderla. Ma la sconfitta maggiore l’avrà comunque subita la loro intelligenza.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
30 gennaio 2019



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POLITICA
29 gennaio 2019
IL PUNTERUOLO ROSSO DELL'ECONOMIA
Generalmente coloro che pure hanno studiato non sarebbero in grado di spiegare in che cosa consista la quadratura del cerchio.  Ma potrebbero pensare che quel problema - che loro non sono in grado di formulare - i competenti siano in grado di risolverlo. E invece. Su di esso i geometri si sono arrovellati per secoli e secoli, finché non è arrivato un super-competente che ha finalmente dimostrato che esso è insolubile. Tanto che i comitati scientifici hanno smesso di esaminare le soluzioni che vengono ancora proposte.
Tutto questo significa che bisogna avere stima e rispetto per i  professionisti della materia, ricordando però che, anche ad essere molto competenti, un problema insolubile rimane insolubile.
L’economia è una scienza e tuttavia, mentre essa condivide con le altre il fatto di essere complicata - soprattutto agli alti livelli – se ne differenzia nell’incertezza e nell’incostanza dei risultati. I grandi economisti danno dei consigli che si rivelano catastrofici, fanno previsioni che poi sono smentite dai fatti, formulano teorie economiche che rimangono in auge anche per decenni, finché non ci si accorge che esse provocavano più miseria che prosperità. Una volta Sergio Ricossa, un economista in cui il buon senso prevaleva sull’enorme dottrina, scrisse che se gli economisti fossero in grado di fare previsioni serie, giocherebbero in borsa e diventerebbero miliardari, invece di rimanere attaccati come cozze al loro stipendio di professori.
Probabilmente l’andamento della macroeconomia, così come quello della Borsa, dipende  da una tale miriade di decisioni individuali, che in fin dei conti risulta inconoscibile e imprevedibile. 
Personalmente poi credo che ci sia una particolare ragione per la quale, mentre l’economia individuale – quella della massaia che va a fare la spesa – è veramente scientifica e non sbaglia un colpo, quella governativa la maggior parte delle volte sbagli. Ed anche pesantemente. Come si vede per esempio nel caso dell’Italia che è passata dal “Miracolo economico” degli Anni Cinquanta del secolo scorso, all’interminabile crisi cominciata dieci anni fa. La differenza fondamentale fra questi due livelli di economia è che la massaia amministra senza intralci ideologici denaro vero (guadagnato col lavoro suo e della sua famiglia), e lo spende per acquistare beni veri, lo Stato amministra denaro non suo, prelevato dalle tasche dei cittadini col fisco, segue ideologie e principi morali e crea anche denaro immaginario: quello che stampa a fronte di niente, provocando inflazione. In questo modo finisce col falsificare irrimediabilmente la situazione economica. E spesso, quando vuol metterci rimedio, peggiora addirittura le cose. Il caso dell’Italia è esemplare. 
Il denaro è nato da due esigenze fondamentali: facilitare gli scambi e permettere la tesaurizzazione, cioè il risparmio. Ma a partire dal momento in cui la sua quantità eccede quella necessaria alle due funzioni, si crea un’aspettativa di beni e servizi (denaro) economicamente ingiustificata. Mentre il denaro frutto di lavoro è un credito giustificato dalla ricchezza precedentemente prodotta, il denaro che non è frutto di una ricchezza precedentemente prodotta richiede beni e servizi a fronte di niente. Esattamente come fa il falsario. Dunque lo Stato che stampa moneta al di là del necessario si comporta come un falsario, con la differenza che, mentre il primo truffa alcune persone, lo Stato è capace di truffare l’intera nazione.
. Lo Stato è inevitabilmente un parassita, perché non produce ricchezza e tuttavia è obbligato a consumarla per il bene della collettività, sotto forma di scuole, strade, esercito, tribunali, sanità e servizi di ogni genere. Ma il problema è quello della misura. Uno Stato che assicura soltanto i servizi essenziali è una benedizione. Quando comincia ad esagerare, ma non troppo, si trasforma in un fastidio e somiglia alle pulci, quegli insetti che provocano prurito al gatto o al cane, ma non l’ammazzano. Invece quando veramente comincia a strafare, arrivando a sequestrare metà della ricchezza nazionale prodotta, diviene come il famoso “punteruolo rosso”. Questo parassita delle palme che non si limita a nutrirsi del cuore di quelle belle piante, ma le uccide. Con ciò stesso perde il suo habitat e deve trasferirsi, per andare ad assassinare qualche altra palma. Se ce ne sono in giro.
E se lo Stato può trasformarsi in un “punteruolo rosso”, non migliori sono i singoli, le banche, le borse. Ognuno cerca di essere all’inizio dello “schema Ponzi”, cioè di guadagnare a spese dei gonzi, e cerca di rifilare ad altri la fregatura. Da questo i più complicati trucchi borsistici, le più complesse forme di “risparmio amministrato”, l’evasione fiscale, le assicurazioni e riassicurazioni a cascata, uniti ad una dilatazione smisurata del denaro circolante. Fino ad arrivare ad una “finanziarizzazione dell’economia”, ad un gioco teorico di somme enormi che vanno e vengono in aria, senza mai posarsi, e ad una smisurata bolla monetaria internazionale (cioè la quantità di denaro “a fronte di niente”  esistente nel mondo) che una volta o l’altra esploderà con un botto ben maggiore di quello del vulcano Krakatoa nel 1883.
Così torniamo alla sfiducia negli economisti e alla quadratura del cerchio: se i competenti sono posti dinanzi ad un problema insolubile, non possono che sbagliare. Ed è insolubile il problema di uno Stato che preleva troppa ricchezza dalle tasche di coloro che la producono. Uno Stato che per giunta crede di risolvere i guai provocati stampando denaro a fronte di niente (i famosi “investimenti pubblici” in deficit) e aggravando il problema. Infatti è come se tentasse di risolvere i guasti di una truffa con una nuova e più grande truffa economica.
Finalmente le nebbie si diradano. Mentre la politica è fatta di teorie e di parole, e il denaro è fatto di carta, la ricchezza è reale, non si crea ex nihilo e neppure – visto che parliamo in latino – per rescriptum principis, cioè con una legge. O si permette ai cittadini di creare ricchezza, non vessandoli eccessivamente, o quella ricchezza non si crea, e non ci saranno maghi dell’economia capaci di risolvere il problema. Il Paese si impoverisce. Ogni volta che la ricchezza è spostata d’autorità, dalle tasche di chi l’ha prodotta alle tasche di chi non l’ha prodotta, si ha lo schema del furto, non quello del “rilancio produttivo”. Lo Stato è necessario per far funzionare i servizi collettivi, non per realizzare un paradiso etico. Quanto più invece dilata le sue funzioni, e distorce l’economia, tanto più le pulci tendono a trasformarsi in punteruoli rossi.
Con l'economia non si bara. E se momentaneamente sembra che ci si riesca, è segno che si è truffato qualcuno.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 gennaio 2019 




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POLITICA
27 gennaio 2019
LA SOLUZIONE DEL PROBLEMA DELL'IMMIGRAZIONE
C’è qualcosa di profondamente fastidioso, forse addirittura di irritante, in tutto questo parlare che si fa di immigrazione, del dovere dell’accoglienza, del limite all’arrivo degli stranieri, dell’indifferenza alle sofferenze altrui, della difesa della nazione e di tutti gli argomenti che le opposte demagogie riescono a scovare. L’insofferenza nasce dalla coscienza che il problema è insolubile, in quanto per molti è semplicemente emotivo. A questo punto, è inutile discutere. Che vinca il più forte. Oppure – siamo in democrazia - che vinca la maggioranza. 
Immaginiamo due villini adiacenti. In uno vive una famiglia che adora i cani, nell’altro vive una famiglia che non sopporta il loro abbaiare. C’è modo di metterli d’accordo? Sicuramente no. Perché chi ama i cani può facilmente sopportare il loro chiasso, o addirittura apprezzarlo, mentre chi non li ama, e non sopporta il livello sonoro e la qualità estetica delle loro esibizioni canore, riesce ad avere pulsioni cinocidiarie. Anche perché si possono chiudere gli occhi, ma non si possono chiudere le orecchie. Avrebbe senso una discussione delle due famiglie? No. E il perché è presto detto: non si tratta di diverse opinioni “razionali” - tali cioè da poter essere dimostrate valide o invalide – ma di atteggiamenti “affettivi”. E al cuore non si comanda. Infatti la giurisprudenza riguardante i cani è sterminata. Probabilmente perché anche i magistrati si dividono in “canisti” e “anti-canisti”.
Lo stesso per quanto riguarda l’immigrazione. Contro questo flusso si possono scrivere pagine e pagine, ricordando che i musulmani si rivelano in maggioranza inassimilabili, anche dopo generazioni. Che nel Paese non c’è lavoro per gli autoctoni, figurarsi per chi arriva, non ha un mestiere e non parla nemmeno la nostra lingua. Che accogliendo immigrati in queste condizioni li si condanna alla miseria, allo sfruttamento, alla prostituzione. Ed anche dimostrando come i cittadini più ostili agli immigrati siano i più poveri, quelli che abitano nei quartieri in cui vanno ad installarsi i nuovi arrivati. Mentre spesso sono a favore quelli che li vedono in televisione o, al massimo, attraverso il parabrezza, quando gli propongono di pulirlo. 
 Ma, dopo avere esposto questa caterva di motivi, si sbatte contro colui che dice: “Ma a me fanno pena. Ma sono persone che hanno bisogno. Ma intanto accogliamo questi ultimi (come se non fossero in programma i prossimi). E comunque, se  sostenete che bisogna fermarli, non avete cuore”. Inutile ribattere. Perché certo non cambieranno opinione solo perché non sanno che cosa rispondere. Del resto non sentono il bisogno di nessun argomento a loro favore e non si arrendono neanche di fronte alla più semplice domanda: : “Ma se dall’Africa volessero venire da noi in venti milioni, direste ancora di sì?” E infatti in casi del genere rispondono: “Intanto qui non sono venti milioni, ma centocinquanta disperati. E poi una soluzione si troverebbe”. Inutile chiedere quale soluzione “Si troverebbe” per venti milioni, noi che non l’abbiamo trovata per uno solo.
I brandelli di argomenti sopra riportati privilegiano quelli contro l’immigrazione, e ciò avviene perché “contro” ci sono molti argomenti razionali, e “pro” c’è soltanto un sentimento, che non ha bisogno di dimostrazioni. La sua unica molla, se non è il pregiudizio, è la pietà. Non è come l’America dell’Ottocento che aveva bisogno di immigrati per popolare l’immenso continente nordamericano. Il sentimento favorevole al fenomeno giustifica sé stesso senza bisogno di sostegni esterni. Non più di quanto un innamoramento sente il bisogno di giustificarsi con la lista delle superiori qualità dell’oggetto di quell’innamoramento. E infatti persino professori di filosofia come Massimo Cacciari, in questo campo smettono di ragionare e si limitano a stramaledire gli insensibili che non la pensano come loro. 
Non si può che ripeterlo: è inutile discutere di questo argomento. La frontiera è affettiva, non razionale. Non ci si può indignare se il Papa è a favore, se lo sono  gli uomini di sinistra, se lo sono tutte le anime belle e molti intellettuali. Hanno quel sentimento – o immaginano di doverlo avere – e lasciano parlare “il loro cuore”. Il quale cuore non ha mai brillato per razionalità. E del resto per Rousseau – che del “cuore” fu un campione – l’uomo che ragiona è un “animale depravato”.
Calmiamoci un po’ tutti. Se ci convinciamo pacatamente che i nostri punti di vista sono inconciliabili, e che si impone la tolleranza del punto di vista opposto, basterà vedere che cosa vuole la maggioranza e che cosa vuole la minoranza. Nel caso specifico, gli “anti” hanno dovuto sopportare per anni (e concretamente) le porte aperte della sinistra, i “pro” ora devono sopportare la chiusura di Salvini, vista in televisione. Che ciascuno aspetti il proprio turno.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
27 gennaio 2019




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POLITICA
24 gennaio 2019
CELENTANO E IL GENIO AUTOADORANTE
Legato ad Adriano Celentano da un’insormontabile antipatia, che confina col disgusto, sono lungi dall’essere qualificato per parlarne. Fra l’altro, la mia insofferenza si estende al 98% della musica leggera, e dunque anche per questo verso dovrei star zitto. Ma poi confesso che qualche canzone mi piace, mentre per Celentano non faccio eccezioni. Se “Azzurro” può essere una bella canzone, è bella perché è di Paolo Conte, mentre il fatto che poi sia costretto a sentirla con la voce nasale dell’Adriano nazionale mi spinge a cambiare programma.
Avendo dichiarato come la penso, avendo confessato la mia parzialità e perfino l’ingiustizia del mio atteggiamento, sono autorizzato a dire qualunque cosa. 
Celentano sta presentando in televisione un programma di cui non ho capito se è un cartone animato, o che altro, perché non ne ho visto nemmeno cinque secondi facendo zapping. So soltanto che è costato un mare di soldi (parecchi milioni di euro), che Mediaset lo ha promosso come l’evento artistico dell’anno o quasi, suscitando un’attesa degna del Messia. Infine è arrivato in televisione e gli spettatori sono stati milioni, anche se meno del previsto. Ma già per la seconda puntata i giornali parlano di flop, e ci si può chiedere come andrà nelle altre cinque puntate previste, sempreché non fermino la programmazione. 
La notizia dell’eventuale insuccesso – dopo tutto un fatto abbastanza corrente, è però resa interessante da un particolare: sul “Messaggero” si legge che il cantante ha fatto “tutto da solo, soggetto, regia, montaggio eccetera, eccetera”. E allora d’un colpo ho capito perché ho antipatia per quell’uomo. E forse anche perché quel programma è andato male.
Non conosco Celentano, e dunque quello che sto per dire non lo tocca e non deve toccarlo. Può darsi che sia del tutto diverso da come l’ho percepito, anzi, indovinato e fiutato io. La persona di cui voglio parlare è un modello universale, di cui si ritrovano esemplari nella vita corrente e fra personaggi celebri, per esempio Richard Wagner. Parlo di quei soggetti afflitti da una sterminata stima di sé, unita ad una passione d’amore (sempre per sé stessi) in confronto alla quale quella di Giulietta per Romeo è un flirt insignificante. Persone che non possono venire in contatto con nessuno senza che questo qualcuno – se appena ha una certa sensibilità – sia infastidito dal continuo invito a venerare il miracolo che loro rappresentano. Proprio per questo affermavo che la mia critica non deve essere rivolta a Celentano: essa riguarda da un lato anche geni come Wagner, dall’altro ometti insignificanti, da compiangere per la loro ridicola e autoadorante paranoia.
Si tratta infatti di personalità disturbate che, a forza di essere allagate dal proprio “io”, perdono i contatti con la realtà. Può darsi che Hitler avrebbe comunque perduto la guerra, ma una cosa è certa: quella sconfitta egli stesso la rese inevitabile e l’accelerò con la sua sensazione di onniscienza e onnipotenza. Non soltanto attaccò la Russia senza necessità, non soltanto si inimicò tutte le nazioni che invase, ma si credette miglior stratega di tutti i suoi generali, di cui si rifiutò costantemente di ascoltare i consigli. Hitler – pensava lui stesso - era geniale in tutti i campi, infallibile in tutte le decisioni e in tutti i progetti. Tutti gli dovevano la più completa e passiva obbedienza, perché la sua eccezionalità  era e doveva essere un’evidenza per tutti. 
In questo senso Hitler non è stato un’eccezione. Ciò che ci fu di speciale in lui fu che, per una serie di circostanze, poté applicare su grande scala tutte le idee che aveva. Cosa che non è stata concessa, grazie al Cielo, alla stragrande maggioranza dei megalomani. Gente che crede di saperla più lunga di tutti, in tutti i campi, anzi, di essere migliore di tutti in tutti i campi. Fino a non fidarsi dei competenti. Come Hitler non si fidava dei generali della Wehrmacht, Celentano non si fida di registi, sceneggiatori, montatori “eccetera, eccetera”. 
Se posso dare sfogo a qualche acido ricordo, Celentano è stato uno che, apparendo in televisione, ha fatto discorsi (per me sconclusionati, ma è vero che li ho abbandonati dopo pochi secondi) intervallati da lunghissime pause, quasi a dare al prossimo il tempo di digerire le grandi verità contenute nella breve frase appena pronunciata. E dare a sé stesso il tempo di scendere temporaneamente dal suo nirvana personale per distillare un’altra storica frase. Come quella che una volta scrisse infine su una lavagna, in televisione: “La caccia e contro l’amore”. Ora, a parte che non si vede in che modo la caccia possa essere contro l’amore, dal momento che esiste l’amore della caccia,  perché essere contro la grammatica italiana? Perché privare l’innocente “è” del suo accento? 
L’amore di sé non soltanto è comprensibile, è essenziale alla sopravvivenza della specie. Ma essenziale per la sopravvivenza della specie è anche la funzione escretiva. Sono cose che vanno prese in seria considerazione, ma non in pubblico.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 gennaio 2019




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POLITICA
23 gennaio 2019
LA STRAMALEDETTA MANIA
Un partito che è già stato al governo, e che spera di tornarci, starà attento al limite delle proprie promesse.Soprattutto le formulerà in modo da potersele rimangiare. Il Movimento 5 Stelle invece, forse perché  non sperava di avere il successo elettorale che ha avuto, fino ad essere la maggiore forza di governo, si è impegnato in modo da precludersi qualunque marcia indietro. È andato fino a precisare la somma che sarebbe stata data a qualunque cittadino italiano (questo è il vero “reddito di cittadinanza”). Quei famosi settecentoottanta euro di cui si parla ancora oggi. 
Sappiamo com’è andata. Al governo questi ci sono andati sul serio e per qualche tempo sono stati tranquilli. Erano fiduciosi – secondo quanto essi stessi avevano proclamato in campagna elettorale - che si potesse spendere qualunque somma: bastava essere disposti ad aumentare il debito pubblico, a sfidare i mercati e le autorità di Bruxelles. Una questione di coraggio, insomma. E con ciò dimostravano la loro ignoranza. Poi la realtà si è fatta viva con un argomento inoppugnabile, quell’aumento drammatico dello spread che significava due cose: aumento del servizio del debito (gli interessi da pagare su di esso, e sono miliardi) e il rischio che i mercati non assorbissero i titoli di Stato che siamo continuamente costretti a proporre, anche per pagare i titoli in scadenza. Un segnale tremendo in Borsa lo dettero gli italiani quando non assorbirono i “Titoli Italiani”, o come si chiamavano, che il governo aveva concepito proprio per loro. A quel punto – col coltello alla gola – la maggioranza ha dovuto fare marcia indietro e piegarsi all’Europa. Così lo spread è calato, anche se rimane ancora il doppio di ciò che era prima, e si è partiti per un altro giro. 
Ma come raccontarla agli elettori? Verbalmente, il partito ha scelto di annunciare che nulla cambiava. I fondi c’erano. Si erano sbagliati i conti prima, quando si pensava che fosse necessario il doppio del denaro. Come diceva quel tale: “Se puoi credere questo, puoi credere qualunque cosa”. Sostanzialmente – come era ovvio – il governo ha ristretto drammaticamente la platea dei beneficiari ed ha tentato di sottoporre la concessione del sussidio ad una lunghissima serie di condizioni. 
E qui i Cinque Stelle hanno commesso un errore fatale. Hanno creduto di risolvere i problemi come i topi risolvevano il problema degli agguati del gatto: hanno pianificato un’ottima soluzione, purtroppo inapplicabile. In primo luogo la complessità degli adempimenti farà ritardare il sussidio per mesi ed anni, esasperando la gente. Poi sarà negato a molti che si erano illusi. Dopo che avranno presentato domanda, e certificato questo e quello, ma non quell’altro ancora, si sentiranno dire: “Mi dispiace, in queste condizioni lei non ha diritto al sussidio. O forse, se ce la facciamo, avrà 121€56”.  E questo, mentre altri, più furbi, organizzandosi opportunamente, riceveranno magari 1.300€.
E poi certi discorsi lasciano di stucco. La prima proposta di lavoro, la seconda proposta di lavoro, la terza proposta di lavoro: ma questi dove vivono? Dove lo troveranno tutto questo lavoro? E se esso esistesse, la gente sarebbe disoccupata? 
E parliamo dei controlli. Ancora una volta, ma questi hanno mai vissuto in Italia? I controlli funzionano male per gli onesti (tuttavia esasperandoli) e quasi per nulla per i disonesti. I quali, quando si tratta di truffare lo Stato, sono di gran lunga la maggioranza. Senza parlare della spesa e del tempo che comporterà assumere, pagare e formare migliaia di nuovi impiegati. A tempo determinato, ovviamente. E alla scadenza, come  farà il governo, se sarà ancora in carica, a resistere alla pressione di migliaia di giovani che da un giorno all’altro si troveranno disoccupati e senza neppure il reddito di cittadinanza? Gli scontenti  saranno molto più numerosi dei contenti. 
Né vale il parallelo col demenziale regalo degli ottanta euro di Renzi. Perché quello costò (e costa) un’iradiddio, ma è stato facilissimo da erogare, mentre questo fasullo “reddito di cittadinanza” è un inghippo inestricabile. Una miniera di scandali su cui i giornali guazzeranno, magari denunciando l’occasionale crudeltà di uno Stato che, per un piccolo errore, infligge sei anni di galera a un padre di famiglia disperato.
Ai “grillini” sarebbe convenuto dire che non potevano mantenere la promessa, dando la colpa all’Europa e – come al solito – al destino cinico e baro. Meglio arrendersi dinanzi all’inevitabile, che cercare di fare i furbi. Ma già, questa è una stramaledetta mania italiana. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com




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POLITICA
21 gennaio 2019
ALMENO MASANIELLO ERA UN PESCIVENDOLO
Sull’attuale maggioranza si sono già versati fiumi di saliva, ed anche di veleno. A leggere i giornali è sembrato che siano arrivati gli alieni, gli extraterresti, gli Hyksos. Né basta dichiararli semianalfabeti, dilettanti allo sbaraglio o parvenu del potere, perché queste categorie non vengono dal nulla e sono anzi il frutto più genuino del popolo acritico. Quello che subisce con più facilità e meno preoccupazioni il condizionamento sociale. 
L’uomo di buon gusto, ad esempio,  è nauseato dinanzi alla pratica dei selfie o delle continue confessioni insulse sulla Rete, ed ecco invece che i meno raffinati e i meno colti a questi nuovi modelli aderiscono con spensierato entusiasmo. Si sentono “ggiovani” come gli altri, e felici di non essere soli.
Proprio pensando a questa adesione ai modelli popolari si ha finalmente una chiave per comprendere i fenomeni politici che abbiamo sotto gli occhi. Dopo due lustri di crisi economica, l’Italia ha perso la fiducia nei suoi governanti ed anche nei competenti. Se questi sono il meglio che il Paese sa produrre, si è detto il popolo, e i risultati sono quelli che vedo, non è meglio che faccia da me? Le mie ricette saranno superficiali e semplicistiche, ma i risultati difficilmente potranno essere peggiori di quelli degli intellettuali raffinati che ci hanno portati dove siamo. E questa è la prima molla del successo del M5S.
Ma il Movimento non si è limitato ad avere un grande successo elettorale: è anche andato al governo. E questo significa essere chiamati ad applicare le idee, le formule, i programmi che si erano sbandierati durante la campagna elettorale. E qui si ha una notevole differenza fra i Cinque Stelle e gli altri partiti. Tutti i partiti (la Lega inclusa, quando governava insieme a uomini ragionevoli) conducono le campagne elettorali in malafede. Sanno benissimo che alcune cose, anche se le hanno promesse, non soltanto sono impossibili, ma se anche fossero possibili, sarebbero nocive per il Paese. Dunque neanche ci provano. Per esempio, “L’indipendenza della Padania”. E del resto questo è il sistema previsto dalla democrazia matura. L’alternanza di destra e sinistra (bipartitismo) da un lato garantisce che chi va al potere abbia già una certa pratica del mestiere, dall’altro perfino nella campagna elettorale è costretto a moderare la propria demagogia, perché presto potrebbe essere chiamato alla verifica della realtà. 
Il M5S si è invece trovato in una situazione affatto diversa. In primo luogo, non era mai stato al potere. In secondo luogo, i suoi rappresentanti – a cominciare dal guru Beppe Grillo – erano gente raccolta dalla strada, senza nessuna speciale formazione, né culturale né politica. Un esercito intero guidato da un caporale. E infine – ecco la massima aggravante – perfettamente in buona fede.
E così torniamo al punto di partenza. Il programma politico del M5S era soltanto l’insieme delle idee correnti. Lo Stato, dal punto di vista economico, può permettersi qualunque cosa, perché le sue risorse sono infinite. E infatti quando, appena eletti, i giovanotti si sentirono chiedere con quali fondi intendevano realizzare i loro programmi, risposero sereni: “I soldi si trovano”. E quando Tria non li trovò, lo accusarono di non essere un buon ministro. Perché (testuale) “Un buon ministro i fondi li trova”. 
La risposta valeva per tutto. Come si combatte la povertà? Con i sussidi statali. “Botta: Ma dove trovate i fondi?” Risposta: “I soldi si trovano”, “Si spende in deficit”. “Si tassano di più le banche, le assicurazioni, le imprese”. “Si tagliano le ‘pensioni d’oro’”, e poco importa che la cosa sia anticostituzionale e, dal punto di vista economico, una goccia nel mare. 
Queste risposte corrispondono alla mentalità popolare di cui quei parlamentari sono esponenti. Per loro lo Stato è onnipotente, può spendere quello che vuole e poi i “ricchi” sono indefinitamente tassabili. Perché tanto rimarranno ricchi lo stesso. E ricche sono le banche, anche se rischiano di fallire e poi non si sa come salvarle. Ma già, paga lo Stato. Ricche sono le imprese, anche se poi licenziano, falliscono o scappano all’estero. Al punto che, non che preoccuparsi di attirarle nel nostro Paese offrendo loro condizoni di favore, le trattiamo come mucche da latte. Le imprese, nella mentalità popolare, sono obbligate a produrre da noi, pagare tasse e non fallire. 
Naturalmente in questo modo il Paese, invece di andare avanti, va indietro (e siamo già in recessione), ma per ogni problema il M5S ha la soluzione pronta: una nuova legge. Il lavoro diviene scarso e precario? Si fa una nuova legge che obbliga i datori di lavoro ad assumere gli addetti a tempo indeterminato. Anche se poi, nella realtà, il risultato è che quelli non assumono né a tempo indeterminato né a tempo determinato. 
Si arriva al colmo in materia di ecologia e misoneismo. Mentre questi scervellati sono appassionatissimi di Internet – l’unica forma di scienza che sia veramente alla moda – sono contro tutto ciò che rischia di fare fumo (il carbone, per esempio, e le automobili), e comunque contro tutto ciò che è nuovo, anche se è sottoterra e non si vede, come il gasdotto Tap. Né si deve pensare che si tratti si sviste: Grillo, nel suo Corano, ha parlato di “decrescita felice”, cioè di divenire tutti più soddisfatti essendo tutti più poveri. Che è quello che potrebbe dire in un’osteria qualunque politologo, dopo aver superato il livello di guardia in materia di vino.
Insomma i Cinque Stelle sono l’epitome di tutte le sciocchezze che si sentono in giro. La gente non conosce nemmeno la versione plebea (e falsa) delle teorie di Keynes, e dunque, benché i “competenti” invochino “investimenti produttivi”, tutti pensano soltanto ai sussidi. Gli investimenti non servono a niente: perché finanziarli? Addirittura, si bloccano i grandi lavori (già finanziati), lasciando a spasso decine di migliaia di persone. Ma che importa? Se proprio avranno bisogno, lo Stato calerà ancora una volta il secchio nel Pozzo di San Patrizio, e penserà anche a loro.
Del resto, non è questo il senso del famoso Reddito di Cittadinanza? Lo Stato farà avere 780€ ad ogni cittadino italiano. Un momento: purché sia disoccupato. Purché sia residente in Italia da almeno dieci anni. Purché accetti che non siano 780 ma qualunque somma, anche cento euro, visto che si tratta di un’integrazione. Ma quel sussidio si perde, se si è comprata o si compra un’automobile nuova. E comunque si perdono 280€ se si abita in casa propria (come se non si avesse sul groppone un mutuo e le tasse e le riparazioni da pagare). Purché quel denaro si spenda entro il mese, se no si azzera. La lista è talmente lunga che chi vuole può andare a cercarsela. Così questo fiume che doveva inondarci tutti, a forza di precisazioni è divenuto un rigagnolo. E un lavoro lo troveranno soprattutto (o soltanto?) gli incaricati dei controlli. Anche loro pagati attingendo al solito Pozzo.
Così finalmente si è chiarito il quadro. Il popolo è finalmente andato al potere e abbiamo ministro del lavoro uno che un lavoro vero non l’ha mai avuto e che non ha neppure una seria qualifica professionale. Almeno Masaniello era un vero pescivendolo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 gennaio 2019




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POLITICA
18 gennaio 2019
IL CONTRODECRETO
Piero Angela non è solo un anziano giornalista, è anche un apostolo della scienza. Nel 1989, insieme ad altri, fondò il “Cicap”, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, con l’intento di smascherare tutte le leggende parascientifiche che ammorbano l’aria della conoscenza. Ricordo che sfidò un rabdomante, in televisione, a trovare dei tubi dell’acqua interrati a pochi decimetri dalla superficie, dimostrando che non ne era capace. Mise in palio una grande somma di denaro per chiunque fosse riuscito a dimostrare scientificamente una capacità parapsicologica e non fu mai costretto a sborsare un centesimo. Insomma è un grande benemerito della verità.
Nel mio piccolo, anch’io ho vissuto un’esperienza simile. Una signora si dedicava (senza fini di lucro) a guarire il prossimo e si vantò con me di essere riuscita a far sparire a un signore dei calcoli renali, prima accertati con radiografie. Invece di manifestarle il mio scetticismo, finsi il più grande e sincero entusiasmo, sostenendo che questa sì era un’eccellente occasione per dimostrare sia i suoi straordinari poteri di pranoterapeuta, sia per aprire una via alternativa alla cura di certe malattie. Perché non organizzava una seconda guarigione dello stesso genere, in una sala operatoria d’ospedale, con tutti i controlli scientifici possibili? Sarebbe stata la gloria per lei e un grande progresso per l’umanità. Che strano, disse di no. 
Per opporre la scienza alle fantasie dei ciarlatani, Angela ricorreva anche ad un grande mago, James Randi. Infatti, se ci fidassimo soltanto dei nostri sensi, un bravo illusionista potrebbe metterci di fronte a prodigi inverosimili, senza che sappiamo che cosa opporre. Invece un mago competente in questo genere di trucchi può dimostrare che non si sono affatto violate le leggi della scienza. Se qualcuno realizza un esperimento di levitazione, devo essere comunque certo che c’è un trucco. Se invece ho dei dubbi, è segno che non credo alla legge di gravità.
A tutto questo ho pensato stamani, nel momento in cui tutti i giornali sono pieni del contenuto del famoso “Decretone”. Quello con cui l’attuale governo conta di realizzare il “Reddito di cittadinanza” (che di fatto è soltanto un sussidio alla povertà) e la riforma della “Fornero” (che farà dire a molti: “No, grazie, stavo meglio quando stavo peggio”). Non ho letto una riga, di quel testo, e non conto di farlo. E qualcuno potrebbe obiettare: “E allora come mai ti credi autorizzato a parlarne?”
La risposta è contenuta nella lunga premessa. Per me, tutta la “filosofia” dell’attuale governo è in netto contrasto con la realtà: dunque non ho bisogno di esaminare il singolo fenomeno di levitazione perché, se un oggetto levita, c’è il trucco.  Nessun bisogno di ulteriore indagine. Non avrei creduto che sarebbero stati in grado di realizzare i loro progetti quando contavano di sforare col 2,4% di deficit, figurarsi col 2%.
Ecco alcuni dei miei articoli di fede, in totale contrasto con quelli del governo. Il problema non è la distribuzione della ricchezza ma la creazione della ricchezza. La ricchezza si crea col lavoro e con nessun altro mezzo. La soluzione non è il sussidio ai disoccupati, ma la facilità di trovare lavoro. Il lavoro si crea tanto più facilmente quanto più facilmente ci guadagna il datore di lavoro. Dev’essere facile licenziare affinché sia facile assumere: fra l’altro perché chi licenzia o non aveva bisogno di quel lavoratore (e allora perché mantenerlo?) o ne aveva bisogno e dunque assumerà un altro. La creazione di debiti è sempre un delitto. La creazione di debiti che altri dovranno pagare (per esempio i giovani d’oggi) è più che un delitto: è un crimine. Ogni volta che si affidano allo Stato compiti complicati, si potrà star sicuri che li assolverà male e a costi esorbitanti. Ecco perché i controlli a proposito del reddito di cittadinanza mi fanno ridere. 
Per concludere: tutte le opposizioni condannano il Decretone perché spende per fini assistenziali denaro pubblico che non abbiamo, mentre avrebbe dovuto spenderlo in investimenti per rilanciare l’occupazione. Anche questo principio è contrario alla mia filosofia. Il meglio che potrebbe fare lo Stato sarebbe non spendere un euro più dell’assoluto necessario. Avendo qualche disponibilità, dovrebbe abbassare le tasse sulla produzione e non continuare – come fa da decenni - a sottrarre una troppo grande parte di ricchezza a chi l’ha prodotta per darla a chi non l’ha prodotta. 
Mi sbaglio? Ma, a giudicare da come va l’Italia da mezzo secolo, chi può essere sicuro che io abbia torto?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
18 gennaio 2019 



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POLITICA
17 gennaio 2019
PIETA' PER IL NOSTRO NASO
Durante la campagna elettorale, Matteo Salvini ha detto – se ricordo bene – che nel primo Consiglio dei Ministri sarebbero state abolite le accise sulla benzina. Francamente eccessivo. In Italia togliere tasse è difficilissimo, perché siamo incatenati ad un’inflessibile spesa corrente, e l’automobile è una delle principali mucche da mungere, per il fisco. E poi, se non ci si è ancora seduti ai comandi, è difficile compiere manovre spericolate. Il primo Consiglio dei Ministri bisognava lasciarlo tranquillo, dunque. Ma il secondo? Il terzo? O quelli dei tre, quattro  mesi successivi?
E qui scendiamo sulla terra. Nel corso del tempo questo governo ha cercato di far dimenticare alcune delle sue promesse più inverosimili, ma ha continuato ad insistere almeno su un paio di esse, per poter dire di essere stato di parola su qualcosa. Ed ecco le due bandiere: il “Reddito di cittadinanza” per lo statista Luigi Di Maio, e la “Quota cento” per lo statista Matteo Salvini. E almeno queste, le hanno realizzate?
Calma. Quella del primo Consiglio dei Ministri per le accise era un’iperbole e in realtà il provvedimento era impossibile. Ma per le due “bandiere” siamo a sette mesi e mezzo, e addirittura sono state escluse dalla legge di stabilità. Senza dire che il reddito di cittadinanza è sottoposto a tante di quelle condizioni che, per essere attuato, esige una nuova classe di impiegati (migliaia) che bisogna ancora assumere. Cioè bisogna stabilire il loro numero, la loro distribuzione e le loro competenze. Bisogna scrivere un bando di concorso e bisogna far sostenere gli esami a queste decine di migliaia di concorrenti. Poi, una volta completate le graduatorie dei vincitori, bisognerà assumerli, istruirli per il lavoro che devono fare, poi trovargli dei locali per il loro lavoro, arredarglieli, e affidargli i milioni di fascicoli dei richiedenti. Senza dimenticare che bisognerà pure organizzare i collegamenti fra i vari uffici dello Stato. Per esempio, per stabilire se il nucleo familiare vive in una casa di sua proprietà e quanto denaro ha in banca. E se il richiedente è il padre, disoccupato, mentre in casa c’è il figlio che ha un conto in banca con diecimila euro? Non starò qui a fare tutte le ipotesi, anche perché non ne ho la competenza. Ma so già che, per anni, il fascicolo per la dichiarazione dei redditi (il famoso 740 o “Unico”) era una sorta di piccolo libro, scritto in caratteri minuti, di una quarantina di pagine, di difficile comprensione e tanto mutevole, negli anni, che infine il Ministero si sentì in dovere di semplificare il lavoro dei contribuenti pubblicando nelle prime pagine “Le novità di quest’anno”. Almeno si sapeva dove andare a cercare la nuova virgola traditrice, che ci avrebbe trasformati in evasori. “Grazie, quant’è umano, Lei!”
E dopo tutto questo “il Re dei Congiuntivi” viene a dirci che il reddito di cittadinanza partirà in aprile? Forse partirà per le vacanze. Magari si prenderà un anno sabbatico. Ma già, il nostro statista ha detto che in parile gli interessati potranno presentare la domanda. Sai che soddisfazione. 
La verità è che tutta l’azione di governo, salvo che per quanto riguarda gli immigrati, ha avuto una sola strategia: rinviare. Rinviare all’infinito il confronto con la realtà, perché quella realtà – lo sanno bene – molto difficilmente li perdonerà. Dunque finché potranno indicare la meta futura, avranno bei risultati nelle indagini demoscopiche. Ma sarà così all’infinito?
Proprio a questo riguardo si può pensare alla situazione attuale del terrorista Cesare Battisti. È triste essere condannati all’ergastolo, ma l’ergastolo in Italia di fatto non esiste più. Dopo un ventennio di galera, o più, si torna alla libertà. Battisti invece ha vissuto una quarantina d’anni con l’incubo dell’arresto, delle fughe, della paura che cambiasse il vento e le vele della sinistra si afflosciassero.  Come è avvenuto con l’elezione di Bolsonaro in Brasile. Quel figuro probabilmente non merita pietà, ma è come se avesse già scontato più o meno due ergastoli: i quarant’anni dell’attesa dei carabinieri alla porta, ed ora ha cominciato il terzo. Forse senza avere nemmeno il tempo di scontarlo tutto.
Non bisogna sfidare la realtà, perché si finisce sempre col perdere. Era forse questo il senso del vecchio: detto: “muor giovane colui che al Cielo è caro”. Chi non dà alla vita il tempo di presentargli il conto spesso fa un affare. Ma chi è longevo finirà col mietere il frutto della semente che ha sparso. E qui, il nostro governo deve aspettarsi un raccolto che non richiede anni, per maturare.  Fino ad ora i due statisti ci hanno menato per il naso, ma presto aumenterà il numero delle persone che sentiranno il loro naso indolenzito dalla trazione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 gennaio 2019 



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POLITICA
16 gennaio 2019
L'ITALIANO NON SI LEGGE COME SI SCRIVE
Tutti sappiamo che la grafia dell’inglese non corrisponde alla pronuncia, al punto che l’unica risposta sensata, a chi chiede come si legge una data parola, è il consiglio di consultare un buon dizionario che riporti anche la pronuncia. E ancora, con l’avvertenza che – naturalmente – il dizionario dà la pronuncia della parola da sola, mentre nel corso del discorso essa può essere influenzata da parecchi fattori,  a cominciare dalla vicinanza delle parole che la precedono o la seguono. Tanto da risultare diversa da come la indicava il dizionario. 
Per dimostrare che non si tratta di un concetto astruso, prendiamo un esempio nella nostra lingua, quella che ci è più familiare. L’articolo indeterminativo italiano “un”, che pare così inoffensivo. Il dizionario, se riporta la pronuncia, vi dirà che esso si legge come si scrive, “u” ed “n”. Ed è effettivamente vero che “un” si legge “un” se precede , per esempio, la parola “segno”: “unsegno”. Ma, se precede la parola, “pezzo” o “bimbo”  diviene “um”, “umpezzo”, “umbimbo”. E non finisce qui: se la parola comincia con una gutturale, come in “gatto” o “cane”, “un” si legge qualcosa come “ung gatto”, “ung kane”. Del resto lo stesso avviene con la “i”. Tutti, studiando l’inglese, si chiedono come pronunciare la frequente finale “ing” (come in “king”) e non sanno che la usano quotidianamente in italiano. Se dicono “in casa” non pronunciano “inn kasa” ma qualcosa come “ing kasa”, e qui “in” ha lo stesso suono che si ha nell’inglese “ing”.
Si potrebbe continuare a lungo, ma basterà dire che la “z” sorda (o aspra) è praticamente sempre doppia. Insomma pronunciamo tutti “stazzione”, non “stazione”. Ed è giusto così. Ma già, nessuno nemmeno sa che la “z” di stazione non è una consonante, ma sono due: “ts”; anzi, nel caso di stazione, diciamo tre: “tts”. E lo stesso vale per la “c” di “cena” che risulta dalla combinazione di t+sc di “scena”. Il gruppo “gl” è praticamente sempre una doppia consonante, come se fosse non “gl”, ma “ggl”: “agglio “, “piggliare”.
Basta? Direi di sì. Segnalo soltanto la necessità del raddoppiamento sintattico, cioè di doppie consonanti che nessuno scrive e tutti leggono, per esempio dicendo “domani vado arRoma”, e non “domani vado aRoma”, che sarebbe un profumo. 
Per favore, NON dite che l’italiano si legge come si scrive. Certo, la sua grafia è molto più fedele alla pronuncia dell’inglese ma, per cominciare,  meno del francese, che sembra tanto più artificiale, e tuttavia fornisce al parlante più indicazioni di quante ne fornisca a noi la grafia dell’italiano.
Qualcuno ha gridato “Basta!”? Va bene, smetto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 gennaio 2019 



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POLITICA
15 gennaio 2019
SE I NEGRI SIANO MENO INTELLIGENTI DEI BIANCHI
Recentemente si discuteva fra amici del concetto di scienza e di verità scientifica, ed oggi leggiamo sul “Corriere della Sera”(1) che James Watson (uno dei due scienziati che hanno avuto il premio Nobel per aver scoperto la doppia elica del Dna) è stramaledetto un po’ da tutti per avere affermato che, a suo parere, o più esattamente secondo i dati di cui crede di essere in possesso, i negri sarebbero meno intelligenti dei bianchi. Questo scandalo è scientificamente scandaloso: infatti, nel mondo della scienza, le tesi non sono morali o immorali, politicamente corrette o inammissibili, sono semplicemente vere o false. 
Watson non è da condannare a priori (non foss’altro per rispetto della sua carriera scientifica) e le sue tesi meritano di essere esaminate. Se poi esse risultano infondate, al momento si rigetti la sua teoria, e la si dichiara – allo stato attuale delle conoscenze – inesatta. Non altro. L’indignazione morale, e i dubbi sulla sanità mentale di quell’illustre vecchio, sono assolutamente fuor di luogo. Uno scienziato ha anche il diritto di sbagliare.
Piuttosto è forse interessante discutere a che punto l’affermazione secondo cui i negri sono meno intelligenti dei bianchi (o i gialli più intelligenti dei bianchi, abbiamo letto anche questa) sia scientifica. Non “vera” o “falsa”, ma “scientifica”. Popper ci ha insegnato che un’affermazione è scientifica quando esiste la possibilità teorica (per esempio un esperimento) di dimostrarla falsa. La sua “scientificità”, quando il risultato è positivo, risulta dal fatto che nessuno è riuscito, con metodo scientifico, a dimostrarla falsa. Ma esistono affermazioni per le quali questa possibilità non esiste. Nessuno può dimostrare scientificamente che la signora Monna Lisa sia bella, oppure che sia brutta. Io le trovo una faccia insipida, incluso il famoso sorriso, e nessuno può dimostrarmi che ho torto. 
Ora torniamo ai negri. In questo campo i problemi sono innumerevoli. Chi consideriamo “negri”, per cominciare? I senegalesi lo sono, certamente. Ma gli etiopi? Non soltanto sono meno scuri, ma hanno tratti molto meno marcatamente negroidi. I magrebini sono certo molto più chiari dei senegalesi, ma sono un po’ più scuri degli italiani, i quali a loro volta sono un po’ più scuri dei tedeschi. E questi sono certamente più scuri dei finlandesi. Dove piazziamo la frontiera? E come la determiniamo?
Secondo problema: come misuriamo l’intelligenza? Soprattutto considerando che i risultati di qualunque test sono influenzati dal grado di istruzione. Per dirne una, tempo fa un’indagine dimostrò che i giapponesi sono più intelligenti dei bianchi. Ma io mi chiedo: se un italiano, invece di frequentare le nostre scuole per ridere, col diploma assicurato anche ai somari, frequentasse le scuole giapponesi, chi dice che alla fine, nei test, non batterebbe anche i giapponesi?
La superiorità di una razza rispetto ad un’altra è perfettamente possibile, e non sarebbe scandalosa, se è vero che un levriero corre molto più velocemente di un bassotto. Ma attualmente siamo immersi in contesti tanto diversi - dal punto di vista economico, culturale e sociale - che l’interferenza di questi fattori su quelli genetici è troppo grande, per avere risultati significativi. Persino in una società come quella americana, in cui convivono bianchi e negri, come non considerare che la media dei negri è meno agiata della media dei bianchi? Il fatto che la percentuale di reati commessi dai negri sia superiore a quella dei bianchi dipende dalla loro razza o dal fatto che spesso vivono in condizioni meno agiate e ricevono un’educazione di qualità inferiore? 
Le differenze fra esseri umani – a partire da quella fra uomini e donne – non sono assurde, sono semplicemente da dimostrare: e attualmente, a quanto pare, non ne abbiamo ancora i mezzi. Per questo, nell’attesa che la scienza possa pronunciarsi, consideriamoci tutti uguali. Poi vedremo. Senza scandalizzarcene. 
Del resto, come mi disse una signora tutt’altro che femminista, ma molto brillante: “Io sono convinta che le donne siano inferiori agli uomini, ma questo non significa che tu sia superiore a me”. È una battuta, ma rimane significativa. Il razzista che oggi considerasse i negri una razza inferiore non dovrebbe mai dimenticare che un singolo negro potrebbe essere molto più intelligente e colto di lui, fino a ridicolizzare la sua stupida spocchia di “bianco”. Quanto a me, so che se avessi un centesimo di euro per ogni bianco fesso, sarei straricco. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 gennaio 2019 
(1)https://www.corriere.it/cronache/19_gennaio_14/i-neri-meno-intelligenti-bufera-nobel-watson-153746c6-183f-11e9-bb76-cdaf0ebcabd2.shtml




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POLITICA
14 gennaio 2019
BATTISTI HA UCCISO ANCHE L'EMPATIA
C’è una tentazione che sarebbe bello fosse frequentissima, e non lo è: quella di correre in soccorso del vinto, del perdente, dello stramaledetto. L’idea corrente – e forse la più naturale – è che il perdente abbia meritato di perdere e il vinto abbia meritato di essere vinto. Del resto è la lezione che ci danno gli animali: quando si battono per la supremazia, o per il diritto di accoppiarsi con le femmine, la lotta è fisica. Dunque chi vince è effettivamente il più forte. In questo senso, nel loro mondo, non ci sono ingiustizie. 
Ma noi uomini siamo così complicati, e la nostra vita è tanto più complessa, che alla fine l’empatia vince. Ci si stringe il cuore, a pensare come stia soffrendo chi ha perso. A pensare come patisca il dolore della punizione. Arriviamo anche a chiederci come ci sentiremmo, al suo posto, e se magari il suo cattivo comportamento non sia il frutto di una serie di circostanze che avrebbe costretto anche noi, che ci sentiamo tanto diversi, a comportarci come lui. Perché a questo risultato conduce la più verosimile delle teorie, quella del determinismo psichico. 
Dunque il meccanismo dovrebbe funzionare anche per Cesare Battisti. Ma – devo ammetterlo – la solita tentazione stavolta non opera. L’empatia si inceppa, e ha bisogno, più del solito, di ipotesi, di precisazioni, di rimeditazioni. E forse nemmeno queste bastano.
Per cominciare, bisogna riconoscere la realtà: Battisti, dal punto di vista del diritto penale - e dunque della società - è del tutto insalvabile. Tuttavia, partendo dal dovere dell’empatia per qualunque colpevole, ci sarebbe ancora la possibilità della pietà: quella pietà che, pur non rinunziando alla dovuta sanzione, si ha per l’assassino d’impeto, per colui che ha ucciso durante una rissa, per colui che ha ammazzato un pedone perché aveva bevuto. Chi di noi non ha mai guidato, dopo avere bevuto normalmente a pranzo? Ebbene, per la polizia poi saremmo stati dichiarati ubriachi.
Non basta avere ucciso per non meritare la nostra comprensione e, infine, la nostra pietà: ma il caso di Battisti è diverso. Egli non è un qualunque criminale: ha ucciso più volte; ha ucciso con premeditazione; ha ucciso per fanatismo politico, e non ha mai chiesto scusa. È il rappresentante di quella sinistra che non ha avuto altro orizzonte che la propria affermazione, a qualunque costo (naturalmente un costo altrui), passando non soltanto sopra la legge penale, ma sopra ogni forma di umanità e di rispetto per la vita altrui. Senza la minima considerazione per il dolore che si infliggeva agli altri, come in una guerra di annientamento. Senza accorgersi, questa sinistra, di quanto il proprio atteggiamento fosse simile a quello che condusse i nazisti al “Massenmord”, l’omicidio di massa, all’orrore dello sterminio. Tutto questo con la cristallina coscienza di essere dal lato giusto della storia, di contribuire al progresso dell’umanità. In fondo non era niente di diverso la “Neue Ordnung”, l’ordine nuovo di Hitler. E allora, per Battisti come per Hitler e tanti brigatisti rossi, scatta la molla della repulsione, quella che sbarra la vita dell’empatia, quasi si fosse di fronte ad altro da sé: all’inumano.
E non è tutto. Mentre Battisti e i suoi amici si sporcavano le mani di sangue, correndo il rischio di essere uccisi o di passare la maggior parte della loro gioventù in una cella, intorno a loro c’erano i rivoluzionari da salotto, gli intellettuali progressisti, i comunisti all’aragosta, i bolscevichi in pantofole ma non per questo meno aggressivi, almeno a parole. Tutta gente che si poteva concedere i lussi di una vita sicura e agiata, incluso il lusso di dirne male e di dichiarala ingiusta. 
Così Battisti non è stato soltanto un assassino, è stato un assassino protetto e vezzeggiato dagli intellettuali francesi (ovviamente di sinistra, altrimenti che intellettuali sarebbero stati?). Per anni questo insulso ometto ha assunto l’atteggiamento tracotante di chi ha ucciso dei vermi, in uno stato corrotto e imbelle, in nome della rivoluzione proletaria. Il tutto con l’applauso di chi voleva stimarlo a prescindere, senza nemmeno informarsi sui fatti o adottando, di quegli stessi fatti, una versione peggio che falsa e faziosa: semplicemente imbecille. 
Tutto questo anche perché scriveva qualche romanzo, dimenticando che esso gli era pubblicato perché era noto come terrorista. Mentre di tanti autori migliori di lui si lasciano ammuffire i libri nei cassetti perché, non avendo ucciso nessuno e non essendo volti noti ai telespettatori, non solleticano l’interesse finanziario degli editori. E se quei romanzi fossero realmente eccellenti, cambierebbe qualcosa? Se fosse così, potremmo anche assolvere Hitler, che dopo tutto era un accettabile acquerellista. Un pittore mancato per l’incomprensione altrui piuttosto che il primo criminale della storia, se non ci fosse stato Stalin.
Battisti è stato per lunghi anni il rappresentante dell’assoluto peggio dell’umanità. Peggiore del criminale indigente, di colui che uccide un uomo per rapina. Infatti è stato l’eponimo di coloro che, per fanatismo e per stupidità, per buona parte del Ventesimo Secolo hanno ucciso la verità, l’umanità e la pietà.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 gennaio 2019



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POLITICA
14 gennaio 2019
UNA VERITA' STATISTICA ED ELITARIA
La scienza è quanto di meglio abbia prodotto l’umanità per cercare di comprendere la realtà. Dunque chi si batte contro la scienza, si batte contro la verità fattuale. Purtroppo anche le parole di stima, per la scienza, possono metterla in pericolo. Infatti molte persone, sentito quanto essa sia nobile e utile, ne deducono la sua infallibilità; e così, quando poi si dimostra che in qualche caso ha sbagliato, si convincono che essa sia un’opinione come un’altra. In realtà, per la scienza bisogna guardarsi dall’esagerare sia nella direzione della fede priva di dubbi, sia nella direzione dello scetticismo a buon mercato. 
La prima caratteristica della verità scientifica è – direbbe Popper – la possibilità di dimostrare che le sue affermazioni sono false. Sembra una banalità ma non è. Se qualcuno sostiene di avere visto un fantasma, lui non può dimostrare che il fatto è avvenuto, ma noi non possiamo dimostrare che - volontariamente o involontariamente – mente. Quell’affermazione non può essere dimostrata né vera né falsa: e dunque non è scientifica. È questo che Karl Popper sosteneva, quando diceva che una verità, per essere scientifica, dev’essere “falsificabile”, cioè si possa dimostrare che è falsa. Se poi non ci si riesce, si ha la verità scientifica. 
Ora ammettiamo che tutti gli scienziati sostengano in coro una data affermazione. Dato il fenomeno A, dicono,  ne consegue il fenomeno B. Questa verità è assoluta? Nient’affatto. Un giorno uno studioso potrebbe dimostrare che  è vero che ad ogni A segue un B, ma quel B non dipende da A, dipende da C, che è collegato ad A ma non è A. E non sarebbe uno scandalo: una verità scientifica rimane valida finché non se ne dimostra una migliore. 
Visto che si è tanto parlato di vaccini, non è scientificamente assurdo sostenere che siano più dannosi che utili. Ma bisogna dimostrarlo. Affermarlo non basta. Dire che i vaccini fanno male non è “un’opinione sostenibile come un’altra”, è “un’affermazione contraria all’attuale livello di conoscenze scientifiche”. 
La scienza non è democratica, come del resto non è la verità, la quale certo non può essere decisa a maggioranza. In questo senso la scienza è elitaria. Essa non concede diritto di parola a chi non è qualificato nel suo campo. Non è nemmeno lecito dire: “Io mi limito a non vaccinare i miei figli”, perché quelle parole possono essere così tradotte: “io mi limito a non proteggere mio figlio e a infettare gli altri”. 
Se invece qualcuno è capace di dimostrare che i vaccini fanno più male che bene, si accomodi. La scienza non è contro la possibilità di giungere ad una migliore verità, è contro chi spara affermazioni senza apportare prove.
Naturalmente non basta citare un singolo medico che la pensa così. Una tesi non è scientifica perché la formula un professionista del ramo, se no sarebbe stata scientifica la cura Di Bella. Si considera verità scientifica quella accettata non da un singolo competente, ma quella accettata dal massimo numero di cultori della materia, dai testi specialistici, dalle massime riviste scientifiche. In altri termini “quando ha dalla sua la stragrande maggioranza dei competenti”.
A questo punto non possiamo nasconderci che, sia pure parlando di una maggioranza qualificata, stiamo facendo della verità scientifica un fatto statistico. Infatti è proprio così e non potrebbe essere diversamente. Se non seguissimo l’opinione della grande maggioranza degli scienziati, non ci rimarrebbe che seguire l’opinione di uno scienziato scelto come oracolo. Oppure di un dittatore come Stalin, quello che favorì le teorie di Lysenko perché si conformavano alle direttive del partito. Peccato fossero sbagliate.
Non tutti i rami della scienza godono delle stesse certezze. La cosmogonia – per esempio – è il campo delle ipotesi indimostrabili, mentre in chimica chiunque può realizzare un esperimento infinite volte, ottenendo infinite volte lo stesso risultato. 
Purtroppo la medicina è un campo in cui la “verità scientifica” è due volte statistica. Una prima volta, perché tale è la scienza; una seconda volta, perché i suoi risultati sono probabilistici. La medicina non afferma che il farmaco X guarisce il male Z, afferma che lo guarisce in una apprezzabile percentuale di volte. Se il mal di testa passa nel 60 o 70% dei casi, val la pena di prendere una pillola. Infatti il primo principio della farmacologia non è quello di “assicurare la guarigione”, ma quello di “assicurare che il medicinale non fa male” (primun non nocere). E se fa male (si pensi alla chemioterapia per il cancro) deve presentare vantaggi largamente superiori, anche se non certi, a quel male. 
Purtroppo, basandosi su queste incertezze, molte persone si credono furbe manifestando uno scetticismo totale sulla medicina. È un atteggiamento assurdo. Come è stupido aspettarsi troppo, dalla medicina, è stupido non aspettarsene niente. E infatti i miscredenti della medicina rimangono tali finché non stanno male sul serio. 
La scienza è il massimo che si possa ottenere con la razionalità. 
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
12 gennaio 2019



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POLITICA
12 gennaio 2019
COME RIDARE AL VOTO DI FIDUCIA IL SUO SIGNIFICATO
In occasione del varo della “Legge di stabilità”, come ha chiaramente scritto il costituzionalista M.Ainis(1), la dignità di ambedue le Camere è stata calpestata. Infatti la funzione delle Camere è quella di discutere le leggi – ovviamente avendone ciascun parlamentare esaminato il testo, se ne aveva la competenza e la voglia – e poi, dopo il necessario dibattito, quella di votarle. Invece il governo ha semplicemente detto a quegli stessi parlamentari: “Se non votate questo testo a scatola chiusa, perdete il vostro seggio e andate a casa”. E questo si chiama “votare con la pistola puntata alla tempia”.
Certo, i competenti potrebbero obiettare che l’espressione più esatta è un’altra: “Se non votate la fiducia al governo, cade il governo, si va a nuove elezioni, e voi dovrete cercare, se vi riesce, di farvi rieleggere. Se invece votate la fiducia al governo, tutto andrà liscio. Se siete convinti che questa legge sia negativa, o che il fatto di votarla senza conoscerla costituisca un’offesa alla vostra dignità, siete liberi di votare contro”. E non c’è niente di falso, in tutte queste parole. Dunque male hanno fatto i commentatori a dire peste e corna di questo governo, e a giudicare con la massima severità l’offesa arrecata al Parlamento. Addirittura rimpiangendo che la Consulta non abbia annullato la Legge di Stabilità per vizio di costituzionalità, quanto meno nel modo della sua approvazione. Se il governo ha trattato i parlamentari come meri esecutori di ordini, è anche vero che i parlamentari si sono comportati come meri esecutori di ordini. Che diritto hanno di offendersi? Chi non vuol essere trattato da spergiuro dica la verità, chi non vuol essere trattato da ladro non rubi, chi non vuol essere trattato da servo non obbedisca agli ordini. 
 I parlamentari hanno chiaramente preferito la “cadrega” alla loro dignità, ed allora hanno diritto alla cadrega, non alla dignità. Non sostengo che personalmente io sarei stato più eroico di loro, o che lo sarebbero molti degli amici che leggono queste righe, ma questa è la situazione.
E potrebbe anche andar peggio. Basta ipotizzare un governo che su qualunque legge ponga la questione di fiducia – non saltuariamente, sempre - e il Parlamento sarebbe totalmente inutile. La cosa più ragionevole a questo punto sarebbe abolirlo. Il governo si formerebbe sulla base dei risultati delle elezioni, e cadrebbe quando ci fosse dissenso in seno ad esso. La discussione sulle leggi avverrebbe nell’anticamera della sala in cui si riunisce il Consiglio dei Ministri, e questo sarebbe chiamato ad eseguire la coreografia dell’approvazione. Molti, a questo punto, potranno essere assaliti dallo sconforto ma, se siamo giunti a questo punto, tanto vale confessarselo.
E tuttavia forse un rimedio ci sarebbe. Ma da questo momento viaggeremo fra le nuvole dei sogni, perché la soluzione ipotizzata toglie potere ai partiti e, dal momento che essi sono più potenti della Costituzione e dei loro stessi eletti in Parlamento, mai acconsentirebbero a una riforma che ridà potere alla democrazia rappresentativa. 
Ridotto l’intero Parlamento, fra deputati e senatori, a meno di quattrocento parlamentari, si potrebbe stabilire che, se si pone la questione di fiducia e i parlamentari dicono di no e si conclude la legislatura, a quegli stessi parlamentari sarà data una somma corrispondente all’insieme  degli stipendi che avrebbero percepito per il residuo tempo della legislatura. Così verrebbe meno la paura di perdere lo stipendio e di non essere rieletti.
Qualcuno potrebbe mettersi ad almanaccare su quanto ci costerebbe una simile norma, ma con questo denaro otterremmo da un lato un governo che ha veramente la fiducia dei parlamentari, dall’altro dei parlamentari i quali veramente ci rappresentano in parlamento, e votano secondo coscienza, non secondo interesse. Oggi in realtà siamo “rappresentati” dalla quarantina di persone che formano il governo. O, ancora meno, dalla decina di persone che hanno veramente influenza sulle decisioni del governo. 
Con qualche milione di euro – neppure molti – ci libereremmo dell’oligarchia e torneremmo forse alla democrazia rappresentativa. Del resto, quante norme – a partire dalla Rivoluzione Francese – non sono state concepite per permettere ai parlamentari poveri di far parte dei legislatori? L’indennità parlamentare nacque proprio per questo, esattamente come l’immunità parlamentare (un tempo esisteva anche da noi) fu concepita per difendere i rappresentanti del popolo dalla prevaricazione dell’establishment.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=416775834_20190111_14004&section=view



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POLITICA
11 gennaio 2019
PROPTER HOC, VEL CONTRA HOC
Ha senso discutere di un problema del quale si sa in anticipo che non si troverà la soluzione? 
Una vecchia favola – credo ripresa anche da La Fontaine – narrava di un pover’uomo che, in punto di morte, lasciando ai figli il piccolo campo che possedeva, raccomandò loro di scavare bene, perché in esso era sotterrato un tesoro. I figli non trovarono niente, però si accorsero di avere così ben dissodato il terreno, che in seguito dette ottime messi. Quante scoperte non sono state realizzate mentre si cercava altro? E comunque, chi va in cerca di funghi, se non ne trova, avrà comunque fatto una bella passeggiata.
La civiltà occidentale si è realizzata quale la conosciamo a causa, o malgrado il Cristianesimo? 
Il Cristianesimo si è integrato così intimamente nella civiltà greca e romana, che la prima reazione dinanzi al problema è un senso di smarrimento. Come apprestarsi a traversare un mare a remi. Ma, visto che fondamentalmente qui si tratta di un gioco, procediamo a caso, partendo da dove capita. Per esempio identificando il Cristianesimo. 
Il Cristianesimo è una delle tre “Religioni del Libro”, cioè della Bibbia. E benché nei Vangeli Gesù affermi di non essere venuto a cambiare, ma a confermare la Legge, cioè la religione dei padri, si può serenamente sostenere che il Cristianesimo è una religione del tutto diversa dall’Ebraismo. La sua sostanza, la sua struttura, la sua mentalità sono greco-romane, non ebraiche. A cominciare dal suo politeismo. Dalla struttura giuridica che si è data, prettamente romana. Dal suo universalismo e da tante altre cose. 
Diversa, tuttavia, non significa estranea. Ebraico è il sentimento del peccato che la permea. Ebraico – ed anzi semplicemente orientale – è l’atteggiamento di umiltà, di abiezione, quasi, nei confronti della divinità. L’obbligo fatto ai fedeli di dichiararsi peccatori a prescindere, di chiedere pietà, di adorare con le lodi più iperboliche un Dio che in qualche caso si configura  come un vanitoso tiranno orientale. I greci, tanto ostili alla monarchia assoluta persiana, non avrebbero nemmeno immaginato di adorare così i loro dei. Del resto, il loro pessimismo sulla natura umana scalava l’Olimpo e mostrava divinità gelose, rancorose, crudeli, umanissime, a cominciare dal re degli adulteri, Giove. Simili dei si potevano onorare, si potevano offrire loro dei sacrifici, per ingraziarseli ma, presentarli come modelli indefettibili per tutti, sarebbe stato eccessivo.
Dal punto di vista politico, il Dio cristiano non è simile né agli dei scapestrati dei greci, né al bellicoso “Dio degli eserciti” ebraico: è dunque simile ad un tiranno orientale, quale del resto era ormai divenuto chi comandava nell’Impero Romano. 
Ecco dunque una prima perplessità. Si potrebbe accusare il Cristianesimo di avere reso il fedele un suddito abbietto, inginocchiato dinanzi al tiranno da cui spera di essere risparmiato, ma è anche vero che questa era la posizione del cittadino romano, dinanzi a parecchi dei peggiori imperatori. L’Imperatore romano potrebbe essere stato il modello del Dio cristiano, invece che l’inverso. Chissà.
Ma forse proprio questo incipit potrebbe suggerirci che abbiamo imboccato il sentiero dalla parte sbagliata. Invece di partire dall’antichità, partiamo dunque dalla modernità, e ovviamente dal Settecento. La civiltà occidentale, come la conosciamo e come la stimiamo, si caratterizza per la democrazia, la libertà, la scienza, la tolleranza, la razionalità, l’amore per le comodità e i beni materiali. Che hanno a che vedere, queste cose, col Cristianesimo? In realtà esse sono tutte nate lottando contro di esso. 
Per quanto riguarda la democrazia, il Cristianesimo, sin dalle sue origini, ha insegnato a rispettare l’autorità (“Dare a Cesare...”) e non ha mai spinto gli schiavi, o i servi della gleba, a ribellarsi ai loro padroni. La Chiesa stessa è stata un’organizzazione verticistica e assolutistica, basti dire che in Europa è oggi l’unica monarchia assoluta. Ha avuto il merito di trattare nella stessa maniera schiavi e liberi, uomini e donne, ma gli schiavi rimanevano proprietà dei loro padroni, e le donne, oltre a dover obbedire ai loro mariti, dovevano star zitte in chiesa (S.Paolo: “Mulieres in ecclesiis taceant”) e non dovevano accedere al sacerdozio. Insomma, l’uguaglianza di schiavi e donne era tale dinanzi a Dio, ma non certo dinanzi agli uomini e ai sacerdoti. Uguaglianza sì, ma ultraterrena.
E questo vale anche per la libertà. Per la Chiesa l’uomo ha il libero arbitrio ma soltanto per essere reso responsabile dei suoi peccati. Non gli è mai stato raccomandato, e men che meno permesso, di ribellarsi per avere la libertà. La Chiesa è stata costantemente alleata del potere costituito, col quale ha teso a condividere i vantaggi del reciproco sostegno. Fino ad associarsi con i nobili contro il Terzo Stato.
Quanto alla scienza – e in particolare all’astronomia e alla medicina –  la sua storia è un seguito di battaglie contro la Chiesa. Su questo è inutile dilungarsi.
Riguardo alla tolleranza, i cristiani, che prima erano stati perseguitati, si traformarono in persecutori. Basti pensare al trattamento inflitto da sempre agli ebrei, alle conversioni forzate di Carlo Magno,  al trattamento dei musulmani dopo la “Reconquista”, e all’Inquisizione. È soltanto la Chiesa sconfitta dei secoli recenti quella che è diventata tollerante. Come certi vecchi che biasimano l’immoralità sessuale perché non sono più in grado di commettere quei peccati.
La razionalità si è dovuta districare dai lacci della possibile eresia  dovendo sempre temere lo scontro fra le sue conclusioni e le verità della Chiesa. Il cardinale Bellarmino non era uno sciocco. Quando – secondo quanto narrato nel famoso episodio – si rifiuta di constatare, appoggiando l’occhio all’oculare, la validità delle affermazioni di Galileo, proclama con ciò stesso di preferire la dottrina della fede all’evidenza dei sensi. Non il migliore viatico per la razionalità. 
In conclusione si può affermare che tutto ciò che di meglio costituisce la mentalità occidentale non è nato dal Cristianesimo, ma più o meno contro il Cristianesimo. Non “propter hoc, sed contra hoc”.
Nondimeno qualcuno potrebbe pensare che il Cristianesimo abbia almeno avuto il grande merito di avere insegnato la mitezza, la magnanimità, il perdono. Grandi virtù, certamente, ma che si ritrovano anche in altre religioni (basta citare il Buddismo) e che esistevano largamente a Roma. Ché se anzi questa città poté dilatarsi fino a dominare l’intero mondo conosciuto allora, fu perché a lungo trattò con clemenza i vinti (“parcere victis, debellare superbos”), permettendo loro di conservare i loro costumi, ed invitandoli soltanto, col proprio prestigio, a romanizzarsi. Il suo impero, con la decadenza e la corruzione del suo vertice, divenne difficile da sopportare, e tuttavia per secoli e secoli esso fu rimpianto da tutti. Gli inglesi, quasi a dimostrazione dei loro quarti di nobiltà, mostrano con orgoglio i resti di strade romane e le terme di Bath. “Anche noi siamo stati romanizzati”. E non si può tacere l’orgoglio con cui i renani, e soprattutto i romeni, sottolineano la loro parte di storia romana. Quando Roma fu grande, fu anche molto civile. E quando fu meno civile, finì col soccombere.
Il grande merito del Cristianesimo non è tanto quello di avere ispirato le migliori qualità civili dell’Occidente. Forse queste avrebbero prosperato meglio se l’Impero Romano si fosse mantenuto qual era ai tempi di Augusto. Il suo merito è quello di avere preservato, nei suoi monasteri, la memoria del passato. Della lingua latina, dei grandi testi latini, della cultura classica, in un momento di eclissi totale dell’intellettualità. Senza i monasteri, avremmo perso il ricordo del passato, e in questo senso S.Benedetto ha ben meritato di essere nominato patrono d’Europa. 
Il massimo grazie la Chiesa lo merita non tanto per ciò che essa ha creato, quanto per ciò che essa non ha distrutto e per quanto ci ha conservato. La cosa per cui bisogna ringraziare di più la Chiesa d’Occidente è il mal di schiena dei copisti e degli amanuensi.
E così, passo passo, senza averlo pianificato, si arriva alla conclusione. I valori occidentali non sono un regalo del Cristianesimo, e per la maggior parte si sono affermati contro il Cristianesimo. Nondimeno questa religione è così strettamente intrecciata col nostro passato, che negarne l’influenza sulla nostra storia e sulla nostra forma mentis sarebbe, più che un atto di ingratitudine e un atto di arroganza, un atto di stupidità.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com, 
11 gennaio 2019



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POLITICA
10 gennaio 2019
FIGLI PUTATIVI
Un uomo scopre, dopo vent’anni, che non è il padre dei suoi tre figli. Sua moglie li ha concepiti con un altro. E lui dichiara che non vuole più vederli(1). 
L’’episodio induce a porsi la domanda: che cos’è un padre? E che cos’è un figlio? Ovviamente, più che dei geni e dei gameti, conta il fatto che un uomo sia sia stato, o no, un buon padre, e i figli siano stati, o no, buoni figli. Ma di fatto in questo campo entrano in gioco possenti istinti. 
La madre è colei che partorisce i figli, il padre è colui che ha fecondato la madre. Ma a partire da questo fatto, ci si può chiedere perché i genitori tendano a formare una coppia e ad occuparsi insieme dei figli. 
L’istinto spinge la femmina dei mammiferi ad occuparsi della prole perché, se non lo facesse, la specie si estinguerebbe. Tuttavia presso molte specie il maschio abbandona feconda la femmina, tanto che essa si occupa da sola delle cure parentali. Un esempio l’abbiamo in casa: il gatto. L’istinto spinge invece anche il maschio umano ad occuparsi della prole perché le cure parentali, nella nostra specie, sono particolarmente lunghe e gravose. Forse la femmina non ci riuscirebbe da sola e ciò metterebbe in pericolo la sopravvivenza della specie. 
La necessità delle cure parentali congiunte ha dato origine alla famiglia e così l’istinto della procreazione si arricchisce di ulteriori istinti. La donna ha tendenza ad essere gelosa perché teme che il maschio l’abbandoni per un’altra femmina. Ciò renderebbe difficili le cure parentali riguardanti i suoi cuccioli, in cui ha tanto investito. Il maschio è geloso della femmina perché ha – come i leoni – un interesse istintuale ad occuparsi della prole soltanto in quanto portatrice dei suoi geni. Se la sua femmina si accoppiasse con altri, lui avrebbe il peso delle cure parentali senza il vantaggio di tramandare i propri geni. E da questo il sarcasmo sul “cornuto”.
Ecco perché il caso riportato dal Corriere della Sera fa scalpore.. Quell’uomo per vent’anni si è occupato di procurare ad un terzo, a sue spese, il vantaggio di tramandare i suoi geni. E il leone tiene talmente a ciò che quando un nuovo maschio dominante soppianta il vecchio, ne uccide i cuccioli per ingravidare subito le leonesse. Nei leoni, la gelosia arriva a questo aspetto “criminale”.
Gli esseri umani tuttavia sono coscienti delle proprie spinte istintuali e sono in grado di dominare e guidare i loro istinti, fino a creare situazioni impreviste in natura. Se una donna accudisce un neonato come una madre, e come una madre lo tratta per i successivi vent’anni, il “figlio”, che la chiamerà “mamma”, in che si sentirà diverso dagli altri figlii? E lo stesso vale per il padre. Se una donna e un uomo si comportano bene, per il bambino sono mamma e papà. E se questi amano il figlio come se l’avessero generato, in che sarà differente il loro sentimento, rispetto alle coppie che i figli li hanno generati? 
Dunque dal punto di vista fisiologico e istintuale i figli e i genitori sono una cosa, dal punto di vista psicologico e affettivo la questione è del tutto diversa. Ci possono essere pessimi genitori naturali, come ci possono essere ottimi genitori adottivi e la sostanza del fenomeno può essere diversa, da quella prevista dalla natura.
Il matrimonio, secondo il diritto romano, è sostanzialmente costituito non da una annotazione dell’anagrafe ma dalla cohabitatio e dalla maritalis affectio, cioè dallo stare insieme e dal volersi bene. E ciò gioca a favore degli omosessuali. Se due di loro  si vogliono bene per anni, il loro rapporto è del tutto simile a un matrimonio fra eterosessuali, che sia o no annotato nei registri del Comune. Ché anzi proprio non si vede il senso di questa formalità.
Nello stesso modo si potrebbe dire che padre e madre sono coloro che allevano ed amano i figli, essendone giustamente riamati. Dei geni non ci dovrebbe importare molto. Ché anzi, se proprio ce ne importasse, e la pensassimo come i leoni, dovremmo ricordarci che il leone il diritto di ingravidare tutte le sue femmine se lo guadagna essendo il migliore, perché è il più forte, capace di sconfiggere qualunque maschio che tenti di detronizzarlo. Mentre l’uomo geloso  il diritto ai suoi geni lo vuole soltanto perché la sua donna dovrebbe amarlo. E se invece costei ama un altro? 
Il dramma dell’uomo che, dopo vent’anni, scopre di non essere il padre dei suoi figli, è comprensibile. E sarebbe comprensibile anche che si separasse dalla moglie. Ma se i figli sono stati buoni figli, dire che non si vuole più vederli riporta alla mentalità leonina, senza vantaggio né per lui, né per i figli putativi i quali – si ricordi – sono in ogni caso incolpevoli.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)https://www.corriere.it/esteri/19_gennaio_07/scopre-20-anni-che-tre-figli-non-sono-suoi-tradimento-biblico-che-fa-riflettere-gran-bretagna-a88359fa-1296-11e9-8e32-62f2e5130e0b.shtml



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POLITICA
9 gennaio 2019
CACCIARI COME SAVONAROLA
Il prof.Massimo Cacciari, in televisione, ha inveito irrefrenabilmente e con foga savonarolesca contro la ministra Giulia Bongiorno, affermando su tutti i toni – e su tutti i possibili livelli di volume – che il comportamento del governo sui migranti, e in particolare del Ministro dell’Interno Salvini, è immorale, inammissibile, vomitevole. Ci fermiamo qui, perché sarebbe impossibile riferire adeguatamente la filippica del colto tribuno. 
La tesi più discutibile dell’intellettuale veneziano – e quella che effettivamente più ha fatto discutere – è stata che è giusto disobbedire alla legge, quando la si giudica immorale. 
Malgrado l’incendio verbale delle parole sentite in televisione, su questo argomento chiunque sia andato a scuola non può che rimanere freddo. Questo problema lo si discute da secoli prima di Cristo, perfino in opere teatrali come l’“Antigone” di Sofocle. E per questo dispiace un po’ che l’avvocata Bongiorno non abbia saputo opporre, alla supereccitazione catonesca di Cacciari, un paio di risposte elementari. 
La morale entra in comunicazione col diritto soprattutto de iure condendo, cioè al momento in cui si formulano e si approvano le leggi. È in quel momento che il legislatore tiene conto delle esigenze, delle opinioni, e perfino dei pregiudizi dei cittadini. Delle condizioni obiettive della società e delle migliori scelte di compromesso. Superato quel momento, quando la legge si trasforma in diritto positivo, è vietato disobbedirle. L’obbligo pesa su tutti: sugli stessi legislatori e perfino sullo Stato di diritto, che è tenuto ad obbedire alle sue stesse leggi. Da ciò discende che il singolo che giudica doveroso disobbedire a una legge che reputa immorale, può farlo, ma accettando le conseguenze della sua azione. Infatti Antigone, dopo avere disobbedito a Cleonte, accetta di morire per avere disobbedito. Anzi, va sottolineato che questa morte l’eroina l’ha messa in conto sin da prima: è un prezzo che ha preventivato di pagare. Dunque, la prima soluzione, per Cacciari, non è quella di sbraitare in televisione, ma quella di noleggiare una nave e andare a sbarcare i clandestini su una spiaggia italiana. Se gli riesce.
Ma la storia si occupa di un secondo problema, e cioè della natura del regime contro cui si protesta. Se il regime è democratico, e se dunque la legge corrisponde quanto meno alla volontà della maggioranza dei cittadini, l’unica soluzione, per il singolo dissenziente, è la disobbedienza civile. Infatti a parte tale disobbedienza, nessuno gli impedisce di fondare un partito, proporre la modifica della legge e, se riesce ad attirare dalla sua parte la maggioranza dei cittadini, di ottenere quella modifica. Questa è l’unica alternativa.
Se invece il regime non è democratico ma tirannico, soccorre un rimedio che risale anch’esso alla più remota antichità: il tirannicidio, di cui sono quasi eponimi Armodio e Aristogitone. Al massimo potere, quello che non risponde a nessuno delle proprie azioni, e che può sfociare nell’arbitrio e nella criminalità, si oppone la massima violenza: quella dell’omicidio. La stessa Chiesa, se non ricordo male, si è a suo tempo occupata della liceità del tirannicidio. Tutto ciò significa che se Cacciari fosse convinto (ma non lo è) che in Italia abbiamo una tirannide, non gli rimarrebbe che andare ad uccidere Salvini. Ammesso che basti. Ma qui stiamo quasi scherzando. 
Parlando seriamente, Massimo Cacciari è persona simpatica e colta ma insegna filosofia, e si vede: non sembra molto competente né in politica né in diritto. Così, per la morale, lo si potrebbe invitare a non prendere a modello Savonarola, che fece una brutta fine. E, in quanto filosofo, farebbe bene a ricordare le infelici esperienze di Platone, quando ha tentato di entrare in politica. Proprio a Cacciari, che è di sinistra, sarà permesso ricordare che, non fosse stato per la generosità di un “capitalista”, che lo riscattò,  Platone avrebbe trascorso il resto della sua vita come schiavo a Siracusa.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 gennaio 2019




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POLITICA
8 gennaio 2019
L'IMMIGRAZIONE TRE BENE E MALE
A chi, navigando al largo del Marocco, chiedesse: “Per raggiungere l’Atlantide devo andare ad est o ad ovest?”, bisognerebbe per forza rispondere che la domanda è mal posta. Prima bisogna infatti sapere se quel continente esiste. Perché, se non esiste, non esiste neppure una direzione giusta per andarci. Tutto ciò sembra elementare, e tuttavia la maggior parte del tempo ci si appassiona talmente al problema finale da non porsi la domanda che dovrebbe stare “a monte”. E dire che rispondendo ad essa a volte si risolve anche il problema “a valle”. In particolare per ll’immigrazione, i cittadini si dividono in favorevoli e contrari, ma pochi sono quelli che si chiedono: “Quale immigrazione?”
Negli Stati Uniti del 1776 gli americani si sono accorti di essere pochi e in possesso di un territorio sconfinato.  E in quel momento il numero di abitanti era importante, perché la massima attività del tempo, l’agricoltura, non richiedeva ardue conoscenze tecniche, ma soprattutto uomini disposti a faticare nei campi. Per questo l’America fu pronta ad accettare chiunque, perché chiunque, volontariamente o forzato – ecco l’origine della schiavitù - era in grado di concorrere alla prosperità nazionale.  I giovani Stati Uniti furono molto generosi nel concedere la cittadinanza: bastava (e basta ancora oggi) essere nati nel nuovo Paese. 
Ora prendiamo un caso opposto: la Svizzera. Questo Paese è talmente piccolo che negli Stati Uniti  entrerebbe più di duecentotrentotto volte. Per giunta, una grande parte della Confederazione è costituita da montagne, inutilizzabil per l’agricoltura. E tuttavia – ecco il punto interessante – questo piccolo Paese, privo di risorse naturali, è molto ricco e i suoi abitanti hanno uno dei più alti livelli di vita  del mondo. Ciò perché quasi tutti gli svizzeri, invece di operare nell’agricoltura, svolgono lavori legati alle attività industriali (che richiedono  specializzazione e alta tecnologia); alle attività finanziarie (in generale precluse ai semi-analfabeti),, e al turismo. Per conseguenza, l’immigrato che non ha una specializzazione o anche – semplicemente – che non parla tedesco, francese o italiano, ha ben poche probabilità di integrarsi nella vita sociale. Accolti i pochi che servono per i lavori più umili e faticosi, gli svizzeri chiudono le porte a tutti gli altri. E, quanto alla cittadinanza, bisogna sudarsela fino all’inverosimile.
E qui si cominciano ad avere le idee più chiare sull’immigrazione. Non è che gli americani del ‘700 fossero accoglienti e gli svizzeri di oggi razzisti ed egoisti. È soltanto che gli americani avevano bisogno di contadini (anche neri, prelevati con la forza) mentre gli svizzeri non ne hanno nessun bisogno e per loro riceverli sarebbe un peso. Ecco dunque la prima domanda che ogni Paese deve porsi: quegli immigrati ci servono? Se sì, attiriamoli, se no, respingiamoli. La questione non è etica, è fattuale. 
Immediatamente dopo la questione economica, si pone la questione nazionale, cioè quella della possibile integrazione “culturale”. Israele è nato come “home” ebraico, piccolissimo rifugio per gli ebrei perseguitati. E dunque, anche se fosse grande come la Grecia, non potrebbe aprire le porte a  tutti indiscriminatamente. La sua tolleranza potrebbe arrivare ad accettare atei ed agnostici, ma non potrebbe mai arrivare ad accogliere i musulmani cui è stato insegnato (nei decenni recenti, prima non era così) ad odiare e perfino ad uccidere gli ebrei. Nello stesso modo, un Paese prevalentemente musulmano farebbe male a favorire un’immigrazione massiccia di cristiani. Basti osservare i problemi che l’Egitto  ha di già con i copti (anche se non certo per colpa loro). Per non parlare delle lacrime che ha dovuto versare l’Europa a causa degli integralisti islamici. Se è possibile, bisogna impedire l’immigrazione di etnie che fatalmente finiranno col costituire gruppi allogeni, come per esempio dei neri in un Paese di bianchi o dei bianchi in un Paese di neri, perché il colore della pelle determinerà sempre una distinzione. I “razzisti” saranno pure degli stupidi, ma ce ne sono molti dovunque.
A questo punto si può esaminare la situazione. L’Italia ha un eccesso di offerta di lavoro? Non si direbbe. E allora non abbiamo bisogno di nuovi disoccupati. L’Italia è un Paese bianco? E allora evitiamo di importare dei neri: saranno persone degnissime (e infatti i francesi li preferiscono ai maghrebini) ma hanno una pelle di colore diverso. L’Italia è un Paese cristiano o irreligioso? E allora evitiamo di importare persone le cui convinzioni religiose sono programmaticamente poco rispettose dello Stato laico, come impone l’Islàm. Tutti questi sono dati di fatto. 
Ovviamente, se si fa dell’immigrazione soltanto una questione morale, ciò che è stato appena detto è un insieme di eresie inumane, razziste e fasciste, come è sempre di moda dire. Come se non fossero passati tre quarti di secolo dalla morte di Mussolini. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
5 gennaio 2019



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7 gennaio 2019
RODELN VERBOTEN
Per una volta è necessario parlare di un episodio di cronaca. Come hanno riferito i giornali, e in particolare il Corriere della Sera(1), in Alto Adige una signora ha imboccato, insieme con la figlia, una pista vietata agli slittini, finendo contro un albero a grande velocità. La bambina di otto anni purtroppo è morta e la signora è grave in ospedale. Fin qui la notizia.  La prima reazione, a parte l’ovvio dispiacere, dovrebbe essere che, anche se è triste dirlo in questo momento, la colpa è della signora, dal momento che ha imboccato una pista vietata. 
Ma poi si legge nell’articolo che l’avviso era soltanto in tedesco: “Rodeln verboten”. E si rimane allibiti. Passi per “Verboten”, la guerra ci ha ben insegnato che cosa significa, ma Rodeln? Quanti italiani, inglesi, francesi, spagnoli conoscono la parola “Rodeln”? Io cerco di imparare il tedesco dal 1965 e sono stato perfino in grado di tradurre per i miei amici articoli di politica dal tedesco, ma la parola “Rodeln” non l’avevo mai incontrata. O non ci avevo fatto caso. Dunque anch’io sarei andato a sbattere contro quell’albero.
Come mai gli amici altoatesini non si sono sentiti in dovere di avvertire i turisti in una lingua più nota, per esempio in inglese, anche se “sleigh” è parola nota soltanto a chi a Natale sa cantare in inglese “Jingle bells”. Più semplicemente, non potevano mettere il disegno di uno slittino, sbarrato da una grande X rossa? Anche se pare che l’abbiano messo a discesa iniziata. 
E poi mi viene in mente una domanda: ma, per caso, l’Alto Adige non si trova in Italia? E qual è la lingua nazionale di questo felice Paese allietato dal governo giallo-verde? A me risulta che sia l’italiano. Dunque sarebbe stato obbligatorio scrivere “Slittini vietati” ed eventualmente, volendo,  aggiungere “Rodeln verboten” per gli altoatesini che, pur essendo italiani, non conoscono l’italiano.
Ma l’episodio non invita all’allegria. Questi signori che sicuramente si sentono sudtirolesi e non altoatesini, si sono mai accorti che persino nelle vecchie carrozze di legno della terza classe delle nostre ferrovie si invitavano i viaggiatori a non sporgersi all’esterno in quattro lingue? È pericoloso sporgersi,  “Ne pas se pencher au dehors”, “don’t lean out” (se non ricordo male) e perfino “nicht hinauslehnen” per i signori alto-atesini che non conoscessero l’italiano. Come mai non hanno pensato che al mondo c’è molta gente – anzi, ci sono molti italiani – che non parlano tedesco?
Di solito sono molto infastidito quando, in occasione di un incidente imprevedibile, si vanno subito a cercare i colpevoli, coloro che con una straordinaria capacità di previsione - una capacità che sconfina nella fantasia - avrebbero potuto immaginare e prevenire quella disgrazia. Ma stavolta mi schiero con i forcaioli. Chi scrive “Rodeln verboten” e basta, per avvisare di un pericolo mortale, non soltanto è colpevole di omicidio colposo, se poi la disgrazia si verifica, ma di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Non ci vuol molto ad immaginare che qualcuno non conosca il tedesco e vada a rompersi l’osso del collo. Inoltre, se fossi il giudice incaricato di infliggere la pena, per una volta calcherei la mano, anche perché ho il sospetto che la scritta in italiano sia stata omessa perfino per disprezzo dell’Italia, non per distrazione. Dunque partirei dal massimo della pena, cinque anni, e l’aumenterei di un terzo per l’aggravante, altri venti mesi, passando a sei anni e otto mesi. E vorrei ancora che gli imputati mi ringraziassero. Infatti – a parte l’ulteriore, possibile aggravante di odio razziale - non è cervellotica l’ipotesi di dolo eventuale. In questo caso passeremmo all’omicidio volontario, pena minima ventuno anni. Tempo fa in Italia qualcuno è stato condannato per omicidio volontario con dolo eventuale (per intenderci: “Se qualcuno ci lascia le penne me ne frego”) per avere attraversato un incrocio a tutta velocità, provocando un incidente mortale. 
Mai dire mai. Mai avrei creduto di potere essere così severo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
7 gennaio 2019
(1)https://www.corriere.it/cronache/19_gennaio_05/renon-incidente-slittino-cartello-tedesco-9a109318-




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POLITICA
5 gennaio 2019
UN PRESIDENTE CONTROVERSO
rump è indubbiamente un presidente controverso. Lo è stato sin dal suo primo apparire, tanto che è stato più subìto che scelto dal suo stesso Partito Repubblicano. Ma evidentemente c’era anche chi lo sosteneva e la cosa è stata confermata dal voto. Anche da Presidente, Trump è rimasto controverso. Del resto, si direbbe che egli non abbia mai fatto nulla per modificare la cattiva impressione che può fare. Non ha cambiato il piglio a volte vagamente volgare, l’estremismo di certe posizioni, un isolazionismo che rischia di danneggiare il mondo e la stessa America, e infine una (voluta?) imprevedibilità di comportamento. Ma tutti conoscono il personaggio e dunque la vera questione è un’altra: questo presidente in fin dei conti sarà utile o nocivo, per gli Stati Uniti? E sarà utile o nocivo, per il resto del mondo?
Certo, la storia dimenticherà ciò che oggi si nota di più, e che potremmo chiamare “il folklore di Trump”. Essa si interesserà dei risultati concreti. Se egli riuscirà a mettere realmente in riga la Corea del Nord, in modo che non costituisca una minaccia né per la Corea del Sud né per il mondo, ciò costituirà un formidabile “asset”, un pesante dato positivo, nella sua valutazione . Ma oggi bisogna parlarne al futuro, perché non siamo ancora sicuri dei risultati positivi. Se lo fossero, dovremmo veramente benedire la sua spregiudicatezza. Da un lato ha inviato portaerei nel Mar del Giappone, dall’altro si è reso disponibile ad incontri e strette di mano con Kim Jong Un, fino a far dire che a quel pericoloso figuro aveva concesso troppo. In un certo senso, Trump ha giocato la classica partita del dittatore, per così dire battendolo al suo stesso gioco: un mix di follia e di imprevedibilità. Ma per esserne sicuri bisogna avere pazienza. 
Il fatto che Trump sia rimasto antipatico a tanti è meno significativo di ciò che si potrebbe credere. Egli ci tiene ad essere antipatico ai suoi avversari,  perché i suoi sostenitori hanno votato per lui proprio in odio a loro. Se cominciasse ad essere simpatico all’establishment, molti griderebbero al tradimento. In questo senso si comporta come Salvini (o Salvini si comporta come lui). Del resto ambedue hanno molto puntato sul rapporto diretto col popolo, sulla chiusura delle frontiere agli immigrati e sulla lontananza dagli intellettuali e dalla loro political correctness.
Ma il capitolo Corea e il capitolo immigrati sono soltanto due fra i molti di cui deve occuparsi un Presidente. E anche in questi campi “The Donald” ha assunto decisioni che sono apparse discutibili. Per esempio, che effetti avrà la sua politica dei dazi, aggressiva e forse autolesionistica? Quale sarà il risultato reale, quello confermato dal tempo? 
Ma gli interrogativi sono una folla: il suo isolazionismo e la sua tendenza a “mollare” l’Europa, saranno utili agli Stati Uniti? Quando si parla di questo problema, molti tendono a giudicare male Trump, perché mette in pericolo la sicurezza dell’Europa, ma non si accorgono che questo è un argomento peggio che sorprendente: perché mai l’America dovrebbe preoccuparsi dell’Europa, se l’Europa non si preoccupa di sé stessa? L’America deve difendere l’Europa se ciò corrisponde ai suoi interessi, non se corrisponde ai nostri. Ma – appunto – corrisponde? 
Quanto all’Europa, se un giorno – ma purtroppo è inverosimile – il mancato o diminuito impegno degli Stati Uniti nella sua difesa si traducesse in un risveglio del Continente e finalmente in una sua disponibililtà a difendersi da sé e a spese proprie (cose che corrispondono ad una sola parola: indipendenza) la mossa di Trump sarebbe da benedire. Se invece continuassimo con la nostra imbelle indolenza, e finissimo satelliti della Russia o della Cina, potremmo forse dare la colpa a Washington? In politica internazionale, ognuno per sé e Dio (non gli Stati Uniti) per tutti.
L’atteggiamento che appare ragionevole nei confronti di Donald Trump è innanzi tutto quello di non lasciarsi ingannare dal teatrino che mette costantemente in scena. Possiamo disinteressarci della commedia del bifolco risoluto, del politico  che improvvisa, dell’uomo d’affari dalle vedute ristrette. C’è troppa facciata, in questa presidenza, per non divenire sospettosi. Questa facciata è troppo negativa, così come quella J.F.Kennedy fu troppo positiva, e ciò significa che dobbiamo raddoppiare l’attenzione ai risultati reali, non alle leggende.  Anche se i rotocalchi parlano ancora di Camelot per Kennedy, e di “Tricky Dicky” (Riccardino l’imbroglione) per Nixon, gli storici sanno benissimo che Nixon è stato un presidente molto migliore di Kennedy. In futuro questo diverrà un luogo comune. 
La conclusione è semplice: è troppo presto per giudicare Trump, e bene hanno fatto gli americani a confermargli la fiducia nelle elezioni di mid-term. È opportuno che abbia il tempo di sbagliare o di fare la cosa giusta.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 gennaio 2019



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POLITICA
4 gennaio 2019
IL MALATO CHE NON PROVA A GUARIRE
Roma è sommersa dai rifiuti. Ed anche da un degrado generalizzato che investe quasi tutti gli aspetti della vita associata. Lo sanno i romani, lo dicono i giornali italiani e lo scrivono perfino quelli stranieri, a cominciare dal New York Times. Di fronte ad un simile sfacelo, è naturale che si cerchi un colpevole da additare all’indignazione della nazione. Ovviamente si pensa alla sindaca Virginia Raggi ma è veramente lei la responsabile? Certo è colpevole di essersi dichiarata capace di risolvere i problemi della capitale: ma mentre le si possono addebitare le sbruffonate, siamo sicuri che sia all’origine della crisi dei rifiuti, della viabilità e dei trasporti ?
Conosco i fatti soltanto per quello che ne dicono i media, ma penso che un problema non si risolve soltanto individuando un capro espiatorio. In particolare, quando un disastro è immenso e persistente, è molto difficile che le responsabilità siano di una sola persona. È più probabile che le cause siano endemiche e di ambito nazionale. 
Noi italiani abbiamo un mare di difetti. Siamo pressapochisti, menefreghisti, incuranti, egoisti, e infine né la morale né il civismo rischiano di soffocarci. In un mondo così ci si aspetterebbe una sorta di universale tolleranza. “Vedo che fai male il tuo dovere, ma poiché anch’io faccio male il mio, ti perdono”. E chi si indigna per la corruzione dovrebbe ricordarsi che recentemente ha raccomandato suo figlio, perché temeva che lo bocciassero. E con ciò stesso ha promesso a quel professore, di ricambiare il favore, cioè di mancare a sua volta ai doveri d’ufficio. Se ognuno riconoscesse di essere peccatore, l’Italia dovrebbe essere la Mecca del perdono universale. 
In realtà, le cose vanno all’opposto. Da noi imperano il moralismo e l’intolleranza. L’impiegato comunale che ha timbrato il cartellino, ed ha abbandonato il posto di lavoro, si arrabbia con l’autobus che non passa o con la spazzatura che ingombra il marciapiede. E non si rende conto che sta chiedendo all’autista dell’autobus e al servizio di nettezza urbana di essere migliori di lui. Si direbbe che tutti si lamentino, e pressoché tutti siano colpevoli.
E c’è di peggio. Non soltanto un po’ tutti vorrebbero che gli altri fossero migliori di loro, ma persino i peggiori cittadini  non chiedono prestazioni normali, un’onestà accettabile e un livello di lavoro medio: al contrario nessuno si accontenta di meno della perfezione. A nessun medico si perdona una diagnosi sbagliata, nemmeno inella bolgia di un pronto soccorso congestionato, come se i sanitari avessero il dovere di essere infallibili mentre tutti gli altri sono campioni di approssimazione e menefreghismo. Mentre viviamo male, chiediamo di vivere come forse non si vive nemmeno nelle nazioni meglio amministrate del mondo. 
Il nostro irrealismo tocca vette drammatiche. In un mondo in cui quasi nessuno ha rispetto delle leggi, tutti credono scioccamente di risolvere i problemi con nuove norme o inasprendo le pene previste. dimenticando è più efficace una legge mite ma sempre applicata, di una legge draconiana, applicata saltuariamente e quasi a caso, magari infierendo su un singolo malcapitato. Neanche Ercole potrebbe mettere rimedio a una situazione del genere.
Il perfezionismo a spese dei terzi giunge a livelli mitologici. Da un lato siamo costretti a convivere con la spazzatura, dall’altro poi non vorremmo una discarica nemmeno a venti chilometri. Siamo contro gli inceneritori, perché fanno fumo e puzzano; siamo contro i termovalorizzatori che non inquinano e forse si ripagano da sé, ma è sicuro che non provochino guai? Dite che li hanno anche a Copenhagen, praticamente in città? E che vuol dire? Forse i danesi sono imprudenti. 
E così siamo arrivati a spedire la spazzatura in Germania, dove si fanno pagare per accettarla e la usano per alimentare i termovalorizzatori, guadagnandoci. E poi ci stupiamo che siamo in crisi economica?
Ecco la sintesi. Il Paese soffre di atteggiamenti contraddittori. Abbiamo un insufficiente senso del dovere, servizi pubblici pietosi, una Pubblica Amministrazione deplorevole, un’amministrazione della giustizia catalettica, e invece di lottare efficacemente contro questo andazzo, o rassegnarci, ce ne meravigliamo e ce ne scandalizziamo, come se fosse la cosa più imprevista del mondo. Roma è sporca a causa della sindaca Raggi, non dell’organzzazione comunale e dei tre milioni e passa di romani. Quella giovane avvocata è la sindaca irragionevole della capitale irragionevole di una nazione irragionevole. Una nazione che vagheggia un reddito gratuito che non potrà mai avere e nel frattempo rifiuta i vaccini che lo Stato offre anche gratis. Ma già, chi l’ha detto che quei vaccini non fanno male? E perché i medici dovrebbero saperla più lunga di Beppe Grillo?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 gennaio 2019



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3 gennaio 2019
IL PICCOLO BORGHESE IPERSENSIBILE
I motivi per cui non sopporto la volgarità sono così numerosi, che a volte ho la tentazione di prendere in giro me stesso. Ma chi credi di essere? Sei nato piccolo borghese ed hai giocato in piazza, come gli altri ragazzi della tua età. Qualcuno scalzo. Non era certo il prato di Eton. Ma non posso farci nulla, odio la volgarità in tutte le sue forme. Da quella intellettuale a quella sentimentale, come non usare mai i termini madre e padre, e perfino chiamare mamma l’assassina del proprio figlio. Ed oggi in particolare ho scoperto perché odio la volgarità del linguaggio. 
Se uno scaricatore di porto si esprime come uno scaricatore di porto, il mio fastidio è minimo. È nel suo mondo, e non vuole certo impressionare nessuno. Viceversa la volgarità dei media mi provoca piccoli accessi di odio impotente. Perché qui la volgarità è una serie di piccole gomitate d’intesa, vecchie e dimenticate tracce di ironia, a volte – e questo è peggio – sfoggio di linguaggio tecnico orecchiato, tanto per mostrarsi superiori all’utente, che quel termine non lo conosce, come non lo conosceva fino alla mattina il giornalista che se ne fa bello. L’uso del gergo della malavita, poi, è talmente usurato da essere divenuto banalità borghese. Ma i giornalisti si credono obbligati ad usarlo, per “parlare come parlano tutti”, come se tutti vivessimo nelle fogne. Così dobbiamo continuamente sentire incastrato invece di dimostrato colpevole, pizzicato invece di arrestato, killer (che al massimo andrebbe usato per sicario) invece di omicida, cantare per confessare,  e mille di questi termini che mi fanno il contropelo. 
Molti di coloro che usano questi termini, lo fanno come per dire: “Lo so che dovrei esprimermi in altro modo, ma preferisco questo linguaggio perché so che è anche il tuo. Voglio esprimermi come un amico, e perché dovrei mettere la cravatta, se parlo con te? Parlo come faremmo tutti e due, se stessimo cenando insieme in cucina”. 
Ebbene, io mi arrabbio come una bestia. Innanzi tutto perché non ho mai concesso questa familiarità ad uno sconosciuto scervellato. Preferisco lo scaricatore di porto di prima, a costui, come amico. E purtroppo non ho modo di dirglielo, lo schermo non ha orecchie. Non posso spiegargli che a casa mia si parla in italiano,  con tutti i congiuntivi giusti, forse perché ci costano meno che a Di Maio.  Da noi – nientemeno – non è nemmeno morto il futuro anteriore. Sicché vorrei gridare al giornalista: “Ma, caro il mio ciuchino, chi ti dice che io mi esprimerei come te?”
E tuttavia non c’è niente da fare. I giornali sono pieni di questo parlare ammiccante, simil-familiare, inframmezzato di termini inglesi pronunciati malissimo e non raramente usati a sproposito . Per non dire che, proprio coloro che conoscono l’inglese più o meno quanto io conosco il portoghese, usano quei termini senza risparmio, anche senza nessuna utilità. Perché usare gap e spread, quando esiste un semplicissimo “divario”? Perché parlare di breaking news invece che di grande notizia, di gossip invece di pettegolezzo, di wrestling invece di lotta libera, di sequel invece di seguito, e addirittura di prequel invece di antefatto? Come si diceva in un film, “chi parla male pensa male e vive male”. 
Ma soprattutto, perché credere che solo il gergo e solo il dialetto ci facciano sentire veri e vivi? L’italiano non mi ha mai impedito di sentirmi autentico, e dire che l’italiano è la mia seconda lingua, la prima essendo il dialetto. La lingua nazionale non è un limite per la verosimiglianza. Per decenni abbiamo visto film americani doppiati in perfetto italiano, da attori che avevano studiato dizione, e nessuno ha mai trovato i loro gangster o i loro bovari inverosimili. 
Noi italiani ci comportiamo come dei lord che volessero mettersi al livello dei loro contadini, dimenticando che qui i bifolchi sono spesso i giornalisti mentre chi è infastidito dal loro prendersi delle confidenze sono degli uomini qualunque che però sono andati a scuola. Magari la scuola di una volta, quella nozionistica e parruccona, col latino, col greco, con la filosofia, con la storia dell’arte, insomma, e tutte quelle materie inutili che nessuno più conosce. Tanto a che servono? Abbiamo tutti una sufficiente cultura cinematografica e televisiva, e “Non è mai troppo tardi” per cominciare a commettere errori di ortografia. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 gennaio 2018 



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POLITICA
1 gennaio 2019
L'ÉLITE NON È PEGGIORE DEL POPOLO
Il diritto processuale civile è stato per me una tale noia, che a momenti rinunziavo a laurearmi in giurisprudenza. E tuttavia un brocardo latino mi è rimasto fisso in mente come un ammonimento da non perdere mai di vista: “audiatur et altera pars”, si ascolti anche la controparte. A tal punto che, di fronte ad ogni tesi, incluse le mie, mi sforzo di immaginare ciò che potrebbe dire chi la pensa in modo opposto. 
Ora un articolo di Ernesto Galli della Loggia(1) sollecita il mio istinto di “avvocato del Diavolo”. In un pregevole testo, in cui esprime molte opinioni assolutamente condivisibili,  che val la pena di sintetizzare, egli sostiene che l’attuale successo dei partiti populisti nasce anche da un  “sentimento di ostilità e di rivolta da parte di vasti strati dell’elettorato contro le élite”. Questo atteggiamento trova un terreno fertile su un fenomeno eterno per il quale è inevitabile che il governo popolare “e le élite in quanto tali siano due cose in naturale rotta di collisione”. Ma “le moderne  società complesse senza élite non possono funzionare”. Dunque sarebbe normale che, anche in democrazia,  il popolo ne accetti la guida, ma “a una condizione: che le élite siano élite non del privilegio o della nascita bensì del merito”.  
Purtroppo in Italia le posizioni di privilegio, all’interno delle élite, tendono ad avere “un carattere sempre più odiosamente ereditario. Il principale titolo d’accesso è diventato essere figlio di”. Nel personale così scelto, “non sempre il merito è assente”, ma le raccomandazioni “in troppi casi costituiscono il solo titolo preferenziale”. Il risultato è che, contrariamente a quanto avvenuto nel primo trentennio repubblicano, l’ascensore sociale si è bloccato. 
Parole sante. Ma l’Avvocato del Diavolo ha parecchio da dire. In primo luogo, se l’élite tende alla cooptazione, attraverso un complesso e labirintico sistema di raccomandazioni, e sostanziale corruzione, è perché questo carattere non è soltanto suo, ma nazionale. Non si può immaginare da una parte un popolo virtuoso, intento a premiare soltanto il merito, e dall’altro un’élite corrotta, che pensa soltanto al proprio benessere e a quello dei suoi familiari e amici. In realtà il popolo non è affatto alieno dal ricorrere ai metodi dell’élite e, se li usa di meno, non è per mancanza di buona volontà. Ai tempi della Democrazia Cristiana – ma può darsi che sia ancora così - i deputati dovevano stipendiare persone esclusivamente addette a rispondere alle richieste di raccomandazione di ogni genere, sempre promettendo, senza compromettersi, “ogni possibile aiuto”, e viceversa raccomandando sul serio, e in modo pressante, le persone da cui si poteva ricevere qualche vantaggio, o qualche gruzzolo di voti. E i popolani che si rivolgevano al deputato che cosa chiedevano, se di non essere assunti, per un posto di operaio del Comune, a preferenza di qualcuno che aveva più titolo di loro? L’ipotesi di un’élite corrotta contrapposta ad un popolo virtuoso va risolutamente esclusa. Qui non c’è molto da scegliere, c’è molto da perdonare. 
Ma è interessante la notazione dell’editorialista secondo il quale le cose sono andate meglio nel primo trentennio repubblicano. Allora gli italiani erano più morali? Francamente è inverosimile. E infatti esiste una spiegazione molto più semplice.
Quando l’Italia uscì dalla guerra, si dedicò con ardore alla ricostruzione. Nel breve volgere di un paio di lustri realizzò una prosperità mai vista prima, tanto che si parlò di “miracolo economico”. Ma tutto ciò durò finché la sinistra non cominciò a partecipare al governo, quando la Democrazia Cristiana aprì al Partito Socialista, nel 1963. Da quel momento la deriva sinistrorsa andò accentuandosi, i sindacati facevano il bello e più spesso il cattivo tempo, finché nel 1976 si temette il sorpasso del Pci sulla Dc, e il passaggio dell’Italia nel campo del socialismo reale. Il pericolo fu scongiurato dalle elezioni di quell’anno, ma il Paese, ormai dominato dalla “concertazione” fra Dc e Pci, cominciò ad inabissarsi in un vorticoso e sempre crescente debito pubblico, mentre la produttività italiana calava e di miracolo economico non si parlò mai più. Il felice periodo del liberismo economico italiano era finito per sempre, e al Pci certo la cosa non poteva importare molto, perché non tendeva a guarire il Pae se dai suoi mali, ma alla “crisi finale del capitalismo” e alla rivoluzione proletaria. 
Tutto questo sembra entrarci poco con le élite e tuttavia ne spiega l’involuzione. Quando l’economia va bene, e la disoccupazione è bassa, tutti i datori di lavoro si contendono i lavoratori migliori. Dunque il merito è apprezzato. Invece, quando l’economia ristagna, la lotta per il posto di lavoro diviene al coltello e chiunque può barare bara. Anche se merita di fare carriera, il figlio del professore universitario sa che non la farà se suo padre non l’appoggia pesantemente, partecipando ad un mercato delle vacche per cui “Io faccio nominare tuo figlio e tu fai altrettanto col mio”. 
Ciò ha fatto sì che, presto – come giustamente scrive Galli della Loggia  –  la raccomandazione ha prevalso sul merito, perfino quando il merito c’è. Quando andavo all’università, ero amico di Mario Condorelli, il figlio del senatore e rettore della nostra gloriosa Università. Mario studiava come un forsennato e andava avanti a base di trenta e lode. E che dicevano gli studenti? “E vorrei vedere che i colleghi  non diano trenta e lode a Mario Condorelli!”  Ed io mi sgolavo a ripetere che erano più meritati i suoi trenta e lode che i miei ventotto. Ma quella era già la mentalità, ed eravamo nel trentennio positivo, secondo l’editorialista. 
Se il nepotismo è meno grave negli Stati Unici che da noi non è perché in quel Paese siano tutti molto scrupolosi, è perché quasi non c’è disoccupazione e l’economia, in confronto alla nostra, va benissimo. La fame è una pessima consigliera anche in campo morale.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
1° gennaio 2019 
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_30/elite-senza-ricambio-27d7f932-0c6a-11e9-a68b-18db728c9ce6.shtml




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