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POLITICA
30 settembre 2018
IL COMMISSARIO PER GENOVA
Il decreto per la costruzione di un nuovo ponte a Genova è stato varato e chi ha pazienza può anche leggerlo. Essenzialmente esso stabilisce che, per superare velocemente le infinite difficoltà tecniche, burocratiche e legali , è necessario un commissario dotato di speciali poteri. Un funzionario che possa anche non tenere conto delle regole . Ovviamente la persona nominata riceverà un grande onore e, probabilmente, un grande onorario. Due cose che permetteranno di trovare non uno ma millea candidati alla carica. 
Personalmente però,  se avessi le qualità richieste e mi si proponesse quell’incarico, lo rifiuterei. Semplicemente perché temerei di concludere l’impresa in galera. O almeno impegolato in una interminabile Via Crucis di processi penali. Come è capitato a Guido Bertolaso, benemerito della Protezione Civile. 
Purtroppo, la stessa carica di plenipotenziario è un mostro giuridico. Se le regole sono giuste ed opportune, perché sospenderle in un dato caso? E se sono sbagliate e fanno perdere troppo tempo, perché non cambiarle? Si dirà che c’è un’emergenza, ma ciò non basterà ad evitare guai giudiziari a chi ha in concreto agito. Calmatosi il vento, vengono infatti fuori i giustizialisti e i cacciatori di teste. In occasione di una rapina, un omicidio per legittima difesa putativa si ha nel giro di qualche secondo, mentre poi i magistrati avranno ore ed ore per decidere se, dopo tutto, l’accusato poteva scegliere un’altra soluzione. Magari condannandolo per non averla trovata su due piedi. Forse la giustizia non si può amministrare diversamente ma appunto, se si può, meglio evitare questi rischi.
Nel caso del commissario, facciamo l’ipotesi che si riveli corrotto. La sua speciale carica lo metterà al riparo dalla legge? Certo no, perché se così fosse sarebbe uno scandalo. I poteri gli erano stati dati per un nobile scopo, non perché ne approfittasse personalmente. Ma come dimostrare questa corruzione, quando – sulla base del decreto di nomina – egli era autorizzato a trascurare tutte le regole normali? 
E se viceversa è perfettamentè onesto, forse che ciò lo salverà dalle denunce di chi crederà in buona o malafede di essere stato da lui danneggiato? Il ricorrente naturalmente sosterebbe che la decisione è stata adottata non per motivi di necessità e urgenza ma per ben altri e deteriori motivi, che lui stesso si premurerebbe di esporre. E purtroppo la magistratura non potrebbe trascurare queste denunce. L’obbligatorietà dell’azione penale è forse una barzelletta, ma non quando girano molti milioni di euro. 
La realtà non è incoraggiante. Le proporzioni degli investimenti e le straordinarie forze giuridiche in campo rendono persino improbabile che la nomina di un commissario possa realmente rendere molto veloci questi lavori. Gli interventi della magistratura ordinaria o di quella amministrativa potrebbero bloccare le operazioni per mesi ed anni e già si è visto che, per rimuovere le macerie, si è dovuto aspettare per mesi il permesso della Procura della Repubblica. E certo non per capriccio. Inoltre gli ineffabili Di Maio e Toninelli si sono intestarditi ad escludere  – io non so in base a quali norme - la possibilità che la Società Autostrade si veda affidare in tutto o in parte i lavori, e questo potrebbe essere un motivo per ricorrere perfino alla giustizia comunitaria. Anche con risarcimenti miliadari.
Ancora una volta l’idea che la volontà permetta di superare tutti gli ostacoli si rivela infantile. L’Italia è un Paese in cui nessuno si fida di nessuno e proprio per questo, nell’illusione di creare l’onestà con la forza del diritto, abbiamo sempre avuto una produzione legislativa alluvionale. Migliaia e migliaia di leggi che si accavallano, si intersecano, si contraddicono,  in un ginepraio che fa paura anche ai magistrati. Sarebbe bello che si attendesse che qualcuno faccia qualcosa di seriamente sbagliato, per perseguirlo, e per il resto si lasciasse la maggior parte delle persone “agire per il meglio” secondo il loro giudizio del momento. Senza che un galantuomo venga trafitto da una delle mille norme cui sul momento non ha badato e che ora lo trafigge per appuntarlo sul banco degli imputati come un insetto in una bacheca .
Le leggi dovrebbero essere meno complicate e bisognerebbe applicarle senza eccessi di fiscalità. Senza giustizialismi e in dubio pro reo. La magistratura dovrebbe dimostrarsi affidabile, e un galantuomo non dovrebbe temere più il cavillo di un pm zelante che lo scrupolo di aver commesso sul serio una mala azione. Oggi molta attività della Pubblica Amministrazione è paralizzata dalla paura di funzionari onesti di mettere una firma.
Forse a Genova avrebbero fatto bene a creare un collegamento alla diavola, tra Est ed Ovest, magari rivolgendosi al Genio militare. Il ponte sarebbe stato ricostruito col suo tempo normale e si sarebbe evitato il sacrificio umano di un commissario.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
30 settembre 2018




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POLITICA
29 settembre 2018
DEBITI BUONI, DEBITI CATTIVI
I miei avevano quasi un sacro orrore dei debiti. In tutta la loro vita contrassero soltanto un mutuo, per comprarsi la casa. E lo pagarano (con grandi sacrifici, anche miei) fino all’ultimo centesimo. L’unico altro debito che ricordi, lo contrasse mia madre, per offrirmi la Vespa. E aveva l’aria di violare il più sacro dei tabù.
Ebbene, questo orrore dei debiti è passato da loro a me. Ancora oggi mi chiedo perché mai dovrei comprare e poi pagare, quando posso prima mettere da parte il denaro per la spesa, e poi comprare. Infatti, se l’accumulo prima, al momento della spesa sono sicuro di averlo, mentre se invece compro a rate, chi mi dice che poi disporrò sempre della somma necessaria per pagarle? Con questa mentalità, si immagini come ho vissuto, a partire dagli Anni Settanta, il progressivo indebitamento dell’Italia. E come vivo oggi l’atto di coraggio dei governanti  che hanno deciso di sfidare i mercati, l’Unione Europea e il buon senso. 
E tuttavia il debito non ha cattiva stampa. La più importante lezione, sull’indebitamento come fattore positivo per l’economia, me la dette, tanti decenni fa, un’amica negoziante di abbigliamento. Lei mi spiegò così come funzionava il suo business. Nella stagione precedente quella in cui avrebbe dovuto vendere gli abiti, otteneva un prestito dalla banca e con esso comprava gli abiti. Arrivata la stagione, li rivendeva e col ricavato viveva. Oltre, ovviamente, a rimborsare la banca. 
Ne rimasi stupito. Perché non investire denaro proprio, risparmiando la spesa per gli interessi? E come evitare il fallimento se, per una ragione o per un’altra, non si ricavasse abbastanza dalle vendite? E infatti i fallimenti di negozi sono, da sempre, all’ordine del giorno. Ma non avevo considerato ciò che avrebbero potuto rispondermi molti negozianti: “Se avessi aspettato di avere il capitale per cominciare l’attività, non l’avrei mai cominciata. È grazie al credito concessomi dalla banca, che sono su piazza”. E non avrebbero avuto torto. Così ho imparato la distinzione fra debito buono e debito cattivo.  Il debito è buono se, a conclusione del ciclo, ci sarà in giro più ricchezza. È cattivo se ce ne sarà di meno.
Il negoziante che non fa il passo più lungo della gamba, che ha una fedele clientela e un’attività ben avviata, col sistema della mia amica lavora, fa lavorare i suoi commessi, fa lavorare la banca e rende un servizio alla collettività. Alla fine sono un po’ più ricchi lui stesso, i suoi dipendenti e perfino la banca. Se viceversa qualcuno contrae un debito per un consumo, per esempio una costosa automobile, e poi non è in grado di pagare le rate, pagheranno il conto della sua imprudenza lui stesso, per cominciare, che potrebbe anche vedersi sequestrare la casa, e poi il venditore dell’automobile.  Calcolando tutto insieme, l’operazione avrà distrutto più ricchezza di quanta ne abbia creata. 
La differenza fra questi due debiti è che il primo tende alla produzione di ricchezza, il secondo al consumo di ricchezza. Il primo crea posti di lavoro, il secondo non ne crea. Il primo è come un campo che ogni anno dà il suo raccolto, il secondo opera una tantum, e può concludersi con una sconfitta di tutti.
La tragedia italiana nasce dal fatto che si è mal interpretato Keynes – il profeta del debito per rilanciare l’economia – confondendo il debito per creare ricchezza col debito per creare consumi. Inoltre, approfittando del fratto che il popolo non distingue facilmente fra le due cose, i governi hanno in malafede utilizzato il debito per creare consenso elettorale, cioè per raccattare voti, lasciando poi in eredità a tutti il conto da pagare. Cosa che sta ancora facendo oggi il M5S, col famoso “reddito di cittadinanza”.
Riguardo agli investimenti produttivi e improduttivi di ricchezza, rimane ancora una cosa da dire. Tutti pensano che fabbricare una strada o un ponte sono sicuramente investimenti produttivi, e non è così. Anche nel caso di un’opera pubblica, in tanto essa è produttiva, in quanto effettivamente produca ricchezza. Se, dal giorno dell’inaugurazione, la nuova strada ha un bel traffico, è segno che se ne aveva bisogno ed ora dunque essa produce ricchezza. Se viceversa il traffico è scarso o pressoché inesistente, si è sprecato il denaro e si è distrutta ricchezza.
Lo Stato dovrebbe essere estremamente scrupoloso, quando spende il denaro pubblico. Non dovrebbe mai sprecarlo per consumi ma soltanto per spese che renderanno la nazione più ricca di prima . Non deve tanto sussidiare la povertà, quanto dare ai poveri il modo di uscire dalla povertà, col lavoro. I sussidi dovrebbero andare soltanto a coloro che sono nella reale impossibilità di sostenersi da soli. 
Ma tutte queste sono prediche al vento, perché l’Italia è un Paese in cui ci si affaccia al balcone e si raccolgono applausi per aver dichiarato guerra alla Francia e per essere riusciti a contrarre una quarantina di miliardi di debiti in più.
Gianni Pardo. 29 settembre 2018



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POLITICA
28 settembre 2018
2,4% PER TRE ANNI

Così finalmente succede qualcosa. Il Documento di Economia e Finanza ieri varato sancisce che la legge di stabilità sarà in deficit non per un importo pari all’1,6% del prodotto interno lordo, ma del 2,4%, per tre anni, in modo che Cinque Stelle e Lega possano avviare le riforme promesse. Dal momento che ogni decimo di punto corrisponde a un miliardo e ottocento milioni di euro, quando si parlava di uno sforamento dell’1,6%, il deficit era di quasi ventinove miliardi. Con il 2,4%, lo sforamento supera i quarantatré.
Come è noto, da mesi i competenti, e quasi tutti i giornali, avvertono che siamo in pericolo. Che andare così ampiamente oltre il limite massimo indicato dal ministro Tria (il famoso limite di 1,6%) è pericoloso. Ma Salvini e Di Maio non hanno tenuto conto degli avvertimenti. Il secondo pare sia stato spinto dal timore che gli sfilassero il partito da sotto il sedere. Comunque ambedue hanno tirato diritto (per citare Mussolini) nella direzione della demagogia. Cioè verso la possibilità di dire agli elettori: “Vedete, non teniamo conto dell’establishment e manteniamo le promesse. Ringraziateci”.
Il problema è appunto quello di sapere se gli italiani avranno o no il dovere di ringraziarli. Perché tutto dipenderà dagli effetti. Fino ad oggi, si è molto parlato, e perfino molto gridato dando l’impressione di una grande perdita di tempo. Ma, se l’Italia è malata e il problema è, per così dire, medico, è inevitabile attendere la riprova del decorso della malattia. Se l’Italia guarisse, le misure adottate dall’attuale governo si riveleranno opportune e le critiche infondate. Se invece si dovessero verificare i gravi problemi previsti dall’opposizione, ed anche da una miriade di competenti, sarebbe chiaro che gli allarmi erano fondati e le misure adottate scellerate. 
Al riguardo c’è da dire che l’idea di operare in deficit, facendo aumentare invece che diminuire il debito pubblico, è discutibile. I dieci miliardi circa del famoso “reddito di cittadinanza” non sono una misura atta a rilanciare l’economia. L’economia va bene quando il Paese produce ricchezza, non quando la consuma soltanto. Se si diminuiscono tasse e imposte a chi produce ricchezza, si ha una speranza che queste persone producano più ricchezza. Se invece gli si rende difficile lavorare e produrre (per esempio con un’eccessiva pressione fiscale) li si riduce alla disoccupazione, per poi magari elargirgli il reddito di cittadinanza. E così si trasforma un cittadino da produttore di ricchezza in semplice consumatore della ricchezza creata da altri cittadini, e loro sottratta con la fiscalità. Insomma, il famoso “reddito di cittadinanza” spende il denaro che non abbiamo non in investimenti produttivi ma in consumi. E, a parere di quasi tutti gli economisti, questo è un modo di sperperare ricchezza e deprimere l’economia, non di aiutare l’Italia.
Comunque, questa congiuntura un vantaggio lo offre: finalmente avremo un momento in cui non parleranno le persone, che potrebbero sempre avere atteggiamenti di parte, ma i fatti. E i fatti – come il vento, la pioggia e le malattie – non hanno pregiudizi. Seguono inesorabilmente un loro autonomo corso.
Su questo bisogna essere molto chiari. I partiti politici, i parlamentari, i giornalisti ed anche gli intellettuali, hanno le loro idee. Ad esse tengono talmente che anche quando i risultati sono negativi, tendono a trovare  delle giustificazioni perfino assurde, pur di non rinnegare l’ideologia. Nel campo delle libertà e in quello economico, il comunismo falliva dappertutto, eppure i comunisti di tutto il mondo trovavano modo di dire che la colpa era di tutti, salvo che del partito dominante e della sua teoria. E tuttavia ciò non vale quando si tratta di mettere mano al portafogli. L’idealista disposto a scendere in piazza per difendere i piccoli commerci contro l’invadenza e la concorrenza sleale dei supermercati, nel momento in cui dovrà comprare qualcosa, si informerà dove costa di meno e lì andrà. Il denaro fa completamente dimenticare le ideologie.
La controparte dei due partiti al governo, e dei loro progetti economici, non è – come essi pensano – il ministro Tria o i burocrati di Bruxelles. Sono quei detentori di denaro che desiderano investirlo in modo da essere ragionevolmente sicuri di ricuperare il capitale e di lucrare i migliori interessi possibili. E ovviamente questi interessi saranno proporzionali alla probabilità del ricupero della somma investita. Se si è certi che alla fine il denaro tornerà alla base, come avviene investendo in Germania o in Svizzera, si accetterà anche un basso interesse. Se invece chi si indebita è a rischio di fallimento, gli interessi richiesti saranno tanto più alti quanto più alto sarà percepito quel rischio. È questo che si segnala quando si dice che “lo spread è salito”. Significa che, mentre il “rischio Germania” rimane basso e invariato, il “rischio Italia” è aumentato e, per prestarci soldi, i risparmiatori, gli investitori, i fondi pensione italiani ed internazionali, richiedono un maggiore interesse. E infatti lo spread – già stamattina, ventotto settembre, alle dieci, a poche ore dall’annuncio del 2,4% per tre anni, è salito a 260 punti base, dai 230/240 di ieri, se non ricordo male. E a mezzogiorno già tocca i 270 punti.
Naturalmente, se uno non sa (o fa finta di non sapere) che cos’è questo spread, può anche dire che di esso non gli importa nulla. “Se significa che si impoveriscono coloro che detengono capitali, peggio per loro. Magari si sono arricchiti con la corruzione e a spese dei poveri”. Belle parole. Ma a parte il fatto che il massimo danno che possono farci i “ricchi” è, appunto, quello di non comprare i titoli di Stati italiani (facendoci fallire), con l’aumento dello spread aumentano i miliardi da pagare a titolo di interessi sul debito pubblico. Basti dire che, sulla base di parecchie dichiarazioni azzardate degli attuali governanti – si badi, dichiarazioni, niente di concreto – lo spread è salito dai 130 punti circa di aprile ai circa 250 punti (più o meno l’1,20% di interessi in più, se non ho capito male). Senza contare i recentissimi aumenti, tutto ciò fino a ieri corrispondeva a dire che l’anno venturo pagheremo – noi tutti, anche i poveri – da quattro a sei miliardi in più a titolo di interessi sul debito. Interessi che già viaggiavano sui settanta miliardi l’anno. Se i nostri governanti si disinteressano dello spread, lo spread si interessa comunque di noi. Dolorosamente. 
E qui sorge una domanda: chi misura il “rischio Italia”? Chi dice agli investitori, e soprattutto agli investitori internazionali, se comprare titoli italiani è rischioso o no, e in quale misura è rischioso? Una simile valutazione deve tenere conto di tanti fattori, che un singolo non potrebbe mai effettuarla. E proprio per questo esistono istituti privati che (a pagamento) studiano questi fenomeni e alla fine valutano rischi e convenienze. Queste valutazioni in inglese si chiamano “ratings”, e le agenzie che le effettuano si chiamano Standard and Poor’s, Moody’s, Fitch, e via dicendo. Se alla prossima valutazione (in ottobre) una o tutte loro dovessero dire che i nostri titoli sono molto a rischio, o peggio che sono “titoli spazzatura” (junk bonds), questo addirittura “vieterebbe” a grandi investitori internazionali, come i fondi pensione americani, di comprarli. E questo, con un effetto domino, potrebbe portare addirittura al fallimento dell’Italia.
Va sottolineato che le agenzie di rating non sono né benevole né malevole. La merce che vendono è la verità sulle condizioni economiche dei vari Paesi. Ovviamente ciò che dicono non è vangelo, anch’esse possono sbagliare, ma se sbagliassero spesso perderebbero i clienti, mentre ne acquisterebbero se si rivelassero affidabili. Ecco perché sono da prendere sul serio: il loro preciso interesse è quello di fare previsioni quanto più è possibile fondate e accurate. 
Questo punto è stato sovranamente ignorato dagli attuali, spensierati governanti, in particolare quelli targati Cinque Stelle. Quando si parla di aumentare il deficit, si parla di spendere denaro ottenuto contraendo maggiori debiti. Ma nessuno può contrarre un debito se chi dovrebbe concederlo non si fida. Basta andare da nullatenenti disoccupati in banca, e chiedere un prestito, per sentirselo spiegare. Dunque, con quel “coraggioso” 2,4% per tre anni, i rischi sono due: che gli interessi sul debito salgano molto e che i mercati non comprino i nostri titoli. Con le conseguenze del caso. 
La preoccupazione dei competenti e del Quirinale spiega comunque un fatto che abbiamo sotto gli occhi. Come mai il ministro Tria, dopo le impegnative dichiarazioni dei giorni scorsi, malgrado la cocente sconfitta, non si è dimesso? La risposta è semplice. Le persone responsabili, e in primo luogo il Presidente Mattarella, a quanto dicono i giornali, hanno pensato che se, per legittimo orgoglio e legittima dignità, il ministro Tria si fosse dimesso, forse quella crisi di Borsa l’avremmo innescata già oggi. E allora, “per amor di Patria”, come ha detto lui stesso, Tria è ancora lì.
Grida vendetta dinanzi all’Altissimo la dichiarazione di non so più quale esponente leghista (Salvini?) secondo il quale le eventuali dimissioni di Tria non sarebbero state un problema. Andato un ministro dell’economia se ne fa un altro. Vero. Ma a quale prezzo? E se stamani lo spread fosse salito a 500 punti, a causa di quelle dimissioni, che avrebbe fatto, il nuovo ministro? Avrebbe costretto con la pistola gli investitori a comprare i nostri titoli anche con un interesse più basso?
Per parte mia sono contento che abbiano scelto il 2,4% e non l’1,9 o al massimo il 2, come si diceva. Perché fino all’1,9% c’era la possibilità che mercati ed Europa assorbissero la botta senza fiatare. Con questa cifra è difficile che le ripercussioni non siano drammatiche. Il governo ha sfidato l’Europa e i mercati, e rimane da vedere chi vincerà. Anche se io credo di ricordare che contro i mercati non abbia mai vinto nessuno. E con loro, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine.
Gianni Pardo



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POLITICA
27 settembre 2018
DI MAIO CONTROVENTO

Non si smetterebbe mai di parlare dell’attuale momento politico. Ovviamente si teme di annoiare il prossimo, ma la tentazione di capire e commentare ciò che avviene sotto i nostri occhi è irresistibile. Mentre in passato il passaggio da un governo all’altro rappresentava soltanto un leggero mutamento di rotta, in linea con le diverse ideologie, oggi sembra che non si tratti di idee politiche, ma di una sorta di gioco di società: “Che avverrebbe se chi va al governo non avesse idee politiche ed economiche? O se quelle che dicesse di avere non andassero oltre gli svogliati discorsi che si possono fare e sentire dal barbiere?”
Non è esperimento da poco. Fra l’altro è emozionante come sapere che, su questa stretta e sinuosa strada di montagna, il conducente dell’autobus è completamente ubriaco e noi non possiamo nemmeno scendere. 
Dunque sì, chi vuole ancora una volta parlare di uno sbarbatello come Di Maio, deve chiedere perdono, ma ha qualche buona ragione, dalla sua. In particolare la coscienza che, forse, possiamo farlo per l’ultima volta con la serenità di chi può ancora sperare che il peggio non si verifichi. Poi, se invece questo peggio fossimo costretti a fronteggiarlo, avremo altro cui pensare. Non perderemmo certo il nostro tempo a commentare le gesta di certi personaggetti, come direbbe Vincenzo De Luca.
Non ho una grande stima di Luigi Di Maio e non mi sono mai privato di dirlo. Cosicché le sue attuali difficoltà non mi stupiscono. Al con­trario sarei sorpreso se avesse successo, con le sue fantasiose pro­messe elettorali. E tuttavia, invece di avere la ben nota soddisfazione intellet­tuale (“Lo dicevo io!”) mi si stringe il cuore. Perché quel giovanotto non è soltanto sé stesso: è il rappresentante esemplare di una stagione della vita, la gioventù; di un atteggiamento, la speranza; di un mito, il successo della volontà. E la sua progressiva, inesorabile sconfitta, è la vittoria dei numeri, della prosa, della realtà. 
Intendiamoci, chi sfida la realtà ed è sconfitto, non ha il diritto di lamentarsi. Ma i desideri, i sogni, la fantasia non considerano tanto ciò che si me­rita, quanto ciò che si desidera. Quanto varrebbero, per i bam­bini, le favole dei Grimm, se il magico, l’imprevisto, perfino il miracolo, non si incontrassero ad ogni passo? Dunque il personaggio Di Maio può essere visto in due modi: con la severità che merita un bambino che ha avuto la pretesa di giocare da pari a pari con i grandi, e la tenerezza nei confronti di chi ancora non è stato ammaestrato dall’esperienza. Qualcuno che questa esperienza  non l’ha sofferta, non l’ha digerita e insomma crede che il semplice dire “voglio” abbia il potere di cambiare le cose. 
Il Vangelo  – mi disse una volta un intellettuale francese – è “una bella favola”. Ma se ne può estrapolare un serio principio: se non si conserva un cuore  “nuovo” come quello dei bambini, non si può accedere né al Regno dei Cieli né al Cielo dell’Arte. Ecco perché, di fronte alle mattane verbali di Di Maio e alla sua mancanza di rispetto nei confronti della realtà, si è assaliti da quelli che i tedeschi chiamano “gemischte Gefühle”, sentimenti mescolati. 
Certamente aveva ragione Rabelais quando guardava con compatimento ai ragazzi che ancora “pisciano controvento”. Ma come mantenere la stessa benevolenza nei confronti di uno che, all’età in cui i suoi coetanei cominciano gli anni di “fuori corso”, all’università,  voleva ad ogni costo divenire Presidente del Consiglio dei Ministri? E questo soltanto perché un comico l’aveva designato per quel posto? Ma questo giovane è impermeabile ai dubbi. Infatti non si accorge che, malgrado le sue quotidiane sparate, lo spread non aumenta, come ha notato un acuto giornalista (Pietro Senaldi, su Libero di oggi), e ciò dimostra che i mercati non lo prendono sul serio. Cosa che meriterebbe pure qualche riflessione. Non si può affermare, solennemente e seriamente, come ha fatto oggi, che si intende fare “Una manovra per il popolo, non per i potenti”, quando si tratta di caricare ulteriori debiti sul groppone degli italiani attuali e dei loro figli e nipoti. Mentre i potenti, che magari già hanno i capitali all’estero, vedranno ancora serenamente splendere il sole dei tropici.
Bisogna stimare chi a ottant’anni mantiene un cuore sensibile alla grande musica, alla poesia e perfino al sogno, ma si avrebbe voglia di tornare alla ferula di romana memoria per rimettere al suo posto un giovincello che pecca gravemente contro l’umiltà. Infatti c’è un famoso proverbio inglese che sintetizza così questo fenomeno: “Gli sciocchi si precipitano là dove gli angeli non osano camminare”. E se è vero che “asini e bambini, Dio li aiuta”, non bisogna pretendere troppo, se si è asini o bambini. Fra le cose meno probabili, per esempio, c’è la possibilità di realizzare grandi e costosi progetti senza denaro.
Gianni Pardo




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26 settembre 2018
IL MONDO CON LA BARBA
Ero andato dal dentista e aspettavo il mio turno. Purtroppo ero arrivato in anticipo e sapevo perfettamente che avrei dovuto attendere non soltanto che il dottore finisse di curare il cliente che aveva attualmente sulla sua sedia speciale (una sorta di astronave blu, ondulata, su cui ci si sdraiava come per arrendersi) ma anche il signore seduto dall’altra parte della stanza. Un uomo magro, di mezza età, con un barbone nero da fare spavento. E così, non essendomi portato niente da leggere, mi sono messo a fantasticare su di lui. Dall’aspetto di un uomo non si può dedurre nulla. Poteva essere un genio o un mezzo cretino, e il fatto che avesse bisogno di un dentista non significava nulla. Tutti ne abbiamo bisogno, una volta o l’altra. Al punto che lo Stato, per prudenza, non rimborsa queste prestazioni. 
Il mio uomo non sembrava un tipo da grandi conversazioni. Se capitava che incrociassimo lo sguardo, distoglieva gli occhi. Del resto, mi accorsi che era quello che facevo anch’io. E tuttavia rimanevamo l’unico passatempo, l’uno per l’altro. Così mi concentrai sulla sua barba. Ovviamente, sotto tutti quei peli c’era metà della sua faccia. E il suo mento. Ma, appunto, com’era quel mento? Istintivamente me l’ero figurato del tutto regolare, ma avrebbe potuto essere prominente, sfuggente, o addirittura non esistere. C’è gente senza mento e infatti non è un osso assolutamente necessario. Le scimmie non lo hanno e non ne sentono la mancanza. È un optional umano, quasi standard. E tuttavia la mia prima idea era stata che quel mento fosse del tutto regolare. Cosa che costituì una sorta di illuminazione. O quanto meno qualcosa da masticare, col cervello, per non stare a contare i secondi.
Prendiamo le donne, mi dicevo. Le donne hanno seni, capelli, gambe e tutto un corredo che può essere più o meno attraente, per noi uomini. Ma – ecco il punto - nel dubbio sono attraenti. La ragazza ha i capelli color dell’oro? Ed io, come un imbecille, penso sia una bella bionda. Mentre dovrei pensar che abbia azzeccato la tintura giusta, col suo parrucchiere. Ha dei seni piccoli e aggraziati? In realtà può darsi che siano sconsolatamente cascanti e soltanto un reggiseno da cento euro riesce a farli apparire vivaci e aggressivi. E le gambe? Come sono le gambe, dentro i pantaloni? Al riguardo bisognerebbe essere sempre molto prudenti. Perché il semplice buon senso consiglia a tutte quelle che hanno le gambe troppo magre o troppo pesanti, di indossare dei pantaloni, perché poi quelle gambe gliele riformeranno tutti in meglio, nella loro mente. Come io ho riformato il mento di quest’uomo. 
Considerazioni insulse, se non fosse che questo vizio l’abbiamo a trecentosessanta gradi. Cresciamo  considerando la realtà come vorremmo che fosse, non com’è, perché falsifichiamo tutto ciò che non è evidente. Ci aspettiamo che il prossimo sia civile e magari soccorrevole soltanto  perché la facciata è fatta di saluti, di auguri, e di “Come stai?” In realtà agli altri non interessa un accidenti di sapere come stiamo. Così siamo sorpresi quando capita che abbiamo veramente bisogno del prossimo e non c’è un cane che ci dia una mano. Perché le buone maniere avevano nascosto la nostra solitudine e l’egoismo di tutti.
Neanche l’esperienza ci insegna molto. Viviamo a lungo, rispetto alla maggior parte degli animali, e tuttavia non impariamo gran che. Se il tempo insegnasse qualcosa, le grandi tartarughe, che vivono duecento anni, dovrebbero saperla più lunga di noi. Così continuiamo a stupirci del fatto che i politici ci hanno ingannati, che un dato giorno di ottobre è molto più fresco o molto più caldo di come ce l’aspettavamo e ignoriamo che la maggior parte delle famiglie sono un inferno. E infatti molti non esitano a dire che soltanto i loro parenti sono vere carogne. Per non parlare dei politologi da bar che, dovendo condannare la società in cui vivono, dicono che “In nessun Paese del mondo avvengono queste cose.” Come se li conoscessero, tutti gli altri Paesi. Come se li avessero studiati. Come se sapessero per certo che sono tutti migliori del nostro, mentre in realtà sono soltanto nascosti dalla barba.
Ecco, è il mio turno. Il mio compagno d’attesa è appena uscito da quella porta e andando via mi ha salutato con un cenno del capo. “Buongiorno anche a lei”, gli ho risposto. Sorridendo nel mondo civile, gentile e affettuoso nel quale ambedue crediamo di vivere.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
25 settembre 2018
Solo perché la politica è “una barba” anche più noiosa.




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POLITICA
24 settembre 2018
LA POLITICA ITALIANA COME UN WESTERN
Uno dei motivi per i quali i film western hanno avuto un successo durato almeno un secolo è la semplicità del loro schema. Non si discute di problemi astratti: ci si batte per il denaro, per il potere, per sopravvivere. La trama prevede il più delle volte lo scontro fra due violenze, quella dei cattivi e quella dei buoni. Ma i buoni hanno la giustificazione morale della legittima difesa, e dunque il loro trionfo, con la morte del principale cattivo, è accolto con sollievo. In fondo è ciò che si aspettava sin dall’inizio.
La tensione è spesso accentuata dal fatto che tutto il film è congegnato in modo da rendere probabile la vittoria dei cattivi. così lo spettatore – pur avvertito da centinaia di esperienze precedenti – quasi dubita della prevalenza del bene. Come esempi si possono citare “Mezzogiorno di fuoco” e “Quel treno per Yuma”. Addirittura c’è un caso in cui la soluzione positiva, per il “buono”, è impossibile, trattandosi di un uomo pacifico e poco uso alle armi, come James Stewart, che dovrebbe affrontare un Lee Marvin truce e temibile come non mai. E se infatti alla fine Stewart vince, con grande sorpresa di tutti, è perché, al suo posto, nascosto e in segreto, ha sparato in realtà John Wayne. Talmente il “happy ending” è un “must”, nel western.
E tuttavia esiste anche il caso che il protagonista, pur vincendo, muore. Nel film “Il Pistolero”, un John Wayne anziano e condannato dal cancro nella realtà, interpreta sullo schermo proprio un pistolero malato per morire, esattamente come lui. E se alla fine soccombe nella sparatoria, è perché il regista ha offerto al vecchio mito del western una morte più epica di quella che ebbe nel suo letto.
Queste considerazioni nascono nello stato d’animo di chi assiste da anni alla politica italiana. Anche qui si è accumulata un’enorme tensione, senza che ci sia stato lo show down. Sono anni che aumenta il debito pubblico, rischiando di esplodere, e non è esploso. Sono anni che aumenta la contestazione dell’Unione Europea, dell’euro e dell’establishment, e ancora nessuno ha vinto. Infine abbiamo visto un partito, il Movimento 5 Stelle, dedito prima alle più insensate mattane verbali e poi – vittorioso nelle urne – intenzionato a metterle in pratica. Per vedere l’effetto che fanno. Così alla fine la voglia di sapere se vinceranno i buoni o i cattivi o – quanto meno – di vedere come andrà in concreto, è diventata spasmodica. 
Del resto tutto ciò è conforme ai film western. Se, prima della sfida finale, il cattivo dicesse: “Ma, dopo tutto, perché dobbiamo ammazzarci? Riconosco di avere esagerato. Vi chiedo scusa, vi indennizzo, me ne vado”, il pubblico sarebbe molto deluso. Lo spettacolo di vedere il cattivo che sale sulla stage coach, la famosa diligenza con il tiro a quattro, non vale certo quello di vederlo steso, stecchito, sulla merda di cavallo, in Main Street. E questo avendo fatto lo sbruffone fino ad un minuto prima. Nello stesso modo – fedeli al copione classico – i pentastellati, e in primis l’ineffabile Luigi Di Maio, anche a pochi minuti dalla sparatoria finale continuano a pavoneggiarsi con le loro pistole e promettono sfracelli a chi oserà resistergli. Mentre il “buono”, il ministro Tria, ha l’aria mite della vittima designata. Ma, attenzione, tutti sappiamo che non per questo è inerme. Ché anzi, in questo caso, contrariamente a ciò che avviene nei western, non si vede come possa perdere.. Infatti è come se dal fondo della strada stesse per arrivare il Settimo Cavalleggeri (l’Unione Europea, i mercati e l’intera economia del Continente)  per sostenere o vendicare selvaggiamente il proprio campione.
Un film appassionante, non c’è dubbio. E infatti il principale motivo d’angoscia non è che vinca il cattivo – c’è una grandezza, nella sconfitta del buono, si pensi alla morte di Ettore – ma che si arrivi ad un accordo al ribasso, un compromesso che non è onorevole per nessuno, un Otto Settembre dell’economia. Parafrasando Churchill, allora potremmo dire che ci era stata offerta la scelta fra la guerra e il disonore, abbiamo scelto il disonore e avremo anche la guerra.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 settembre 2018




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POLITICA
24 settembre 2018
QUEL REPROBO DI PITAGORA
    Troppe parole, troppi proclami, troppe variabili. Troppa caciara, si direbbe, se questo non volesse essere un serio articolo di politica. E alla fine, non sapendo che pensare, si imbocca la scorciatoia della noia e si parla d’altro. Andrà come andrà. L’unica cosa sicura è che il conto sarà presentato a noi.
Ed è proprio questo il problema. Diamo per scontato che nessuno, lassù, ci vuole male. Luigi Di Maio e Matteo Salvini ci vogliono inondare di regali, neanche fosse già Natale; Giovanni Tria, Ignazio Visco e i funzionari della Ragioneria Generale dello Stato – questi ultimi tecnicamente “pezzi di merda” - all’unisono cercano di evitarci guai anche maggiori di quelli che già abbiamo. Ma quale di queste tenere sollecitudini ci costerà più cara?
Se la banale logica dei conti avrà la meglio, gli ottimisti - quelli che già avevano aperto la bocca per addentare il cannolo - saranno molto delusi.  Mentre i pessimisti, gli eroi dello stiff upper lip vittoriano, cioè della capacità di soffrire con dignità, sarebbero già contenti se gli si appesantisse il peso che già portano sulle spalle. O se non gli si facessero sparire i pochi spiccioli che hanno in tasca.
Questi dubbi abitano la mente dell’uomo della strada e sarebbe normale che costui, per chiarirseli, si rivolgesse ai competenti. Purtroppo, questa soluzione è obsoleta. L’articolo uno della religione che ha preso il potere recita che i competenti non sono più competenti, e che anzi gli incompetenti, con la semplicità di Bertoldo, hanno il dovere di non arretrare nemmeno di fronte alla quadratura del cerchio. E comunque, per diffidare dei competenti, basta dire che, oggi come oggi, essi  sembrano tutti iscritti al club dei pessimisti. E dunque sono contro il popolo, come quelli che vogliono imporre i vaccini.
Non avremmo mai immaginato che la Tavola Pitagorica fosse reazionaria. Un tempo nessuno lo sapeva e infatti la stampavano sul retro dei quaderni, in modo che qualunque pargolo potesse consultarla con un gesto. La povera creatura non poteva immaginare che era stata scritta dall’élite - anzi, dalla casta dei bramini - per servire i suoi sporchi interessi.
Del resto, il verbo “moltiplicare” non è forse un parente stretto dell’interesse composto? Chi investe una certa somma in Borsa spera che essa si moltiplichi, a spese dei poveracci. La moltiplicazione è immorale. Far di calcolo è immorale. Forse perfino rallentare in curva, è immorale.
Perché lasciarsi impressionare da quattro numeretti in colonna? I pessimisti non si rendono conto che si oppongono al rilancio dell’economia e al riscatto del popolo. I loro sono ragionamenti da nemici del popolo. Dovrebbero imparare che chi rallenta in curva rallenta il progresso. Che chi non fa debiti dimostra di non avere coraggio e si destina da sé alla povertà. Mentre chi spende denaro altrui realizza l’ideale dell’economia – della vera economia, quella in favore del popolo – perché ottiene il massimo risultato col minimo sforzo.
In conclusione, io non posso aiutarvi a uscire da questi dubbi. Non so dirvi chi vi offrirà il meglio o, almeno, il conto meno salato. Per giunta, rileggendo queste righe ho avuto l’impressione – che spero falsa - di non aver sbagliato nemmeno un congiuntivo, e questo forse significa che faccio parte dell’élite. Della casta. E che ho scritto tutto quello che ho scritto per ingannarvi. In combutta con la Tavola Pitagorica.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
23 settembre 2018




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POLITICA
22 settembre 2018
LA DIGNITA' È UN OPTIONAL
Vittorio Feltri usa parlare fuori dai denti. Oltre ad avere una bella penna e a scrivere chiaramente, esprime spesso concetti che corrispondono da vicino a ciò che molta gente dice soltanto in casa, magari a cena. E ovviamente questa è una delle ragioni del suo grande successo professionale. Esattamente come l’umorismo offre una risata “liberatoria” perché libera per un momento dalle prigione della decenza. Non a caso lo stesso padre della psicoanalisi ci ha insegnato che spesso c’è più verità nel Witz (nella battuta o nella barzelletta), o nel lapsus, di quanta ce ne sia nel discorso serio e ponderato. Perché del discorso serio si è obbligati ad assumersi l’intera responsabilità. E non sempre sarebbe comodo.
I giornalisti non sono tutti uguali. Coloro che scrivono per un editore nettamente schierato – per non parlare degli organi di partito – sono autorizzati a dire l’intera verità, ed anzi a gridarla, quando è favorevole alla bottega, e in caso contrario sono tenuti ad interpretare, giustificare e soprattutto, se possibile, tacere, il fatto imbarazzante. Coloro che scrivono per un giornale di larga informazione sono certo più liberi, ma hanno limiti di decenza, di opportunità, e perfino di autocensura. Per esempio nella speranza di fare carriera. Sicché la totale sincerità si ritrova pressoché esclusivamente in quei giornalisti che sono diventati troppo grandi per essere irreggimentati o che sono divenuti essi stessi direttori del giornale su cui scrivono.
Costoro seguono ovviamente il proprio temperamento e le proprie idee politiche: Si pensi al coraggio di Indro Montanelli di dichiararsi anticomunista nel 1974. In quegli anni era pressoché rischioso comprare “il Giornale” in edicola. Quanto a Feltri, temperamento ribelle e vagamente anarchico, oltreché primo successore di Montanelli al ”Giornale”, la sua franchezza tende ad essere totale, tanto che la sua voce - sempre scollegata dal superio - rischia di essere in collegamento diretto con l’“es”. E infatti Maurizio Crozza, nella sua imitazione, gli fa dire enormità, parolacce, con espressioni sempre ciniche e spesso ai limiti dell’immoralità. E non sbaglia: perché se Feltri si pone come megafono della verità senza veli, la verità senza veli è, appunto, indecente. 
Oggi il bergamasco nazionale dice il fatto suo al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte(1). Senza nemmeno avere l’intenzione di essere cattivo - lo chiama “elegantino e per benino”- riesce ad essere perfido. Non ce l’ha con lui ma ne sottolinea spietatamente l’inconsistenza, l’insignificanza, la totale mancanza di risultati. Fino a chiamarlo “signor Zero” e ad augurargli quella notorietà e importanza che soltanto un miracolo di Padre Pio potrebbe dargli. Il risultato è che alla fine si è quasi dispiaciuti, per il professor Conte. Ma bisogna chiedersi: questa sorta di disagio, e quasi di  pietà, è giustificata?
Se è vero che i media parlano con rispetto, e a volte addirittura con deferenza, di qualcuno che di riffa o di raffa è il Presidente del Consiglio dei Ministri, lui stesso dovrebbe sapere che ben diversa è la considerazione dei cittadini ignoti di cui Feltri pubblica i pensieri. Bisognerebbe sempre ricordare che “nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere”, e che “familiarity breeds contempt”, la familiarità fa nascere il disprezzo. E gli uomini pubblici, a forza di entrarci in casa con la televisione, finiscono tutti con l’esserci familiari. A volte fin troppo. Così non raramente la loro apparizione è accompagnata da espressioni di scherno, quando non da parolacce. Nel 2002 Giuliano Ferrara, per dire che cosa pensava di Roberto Benigni che partecipava al Festival di Sanremo, alla sua apparizione si fece filmare mentre lanciava uova contro il suo schermo televisivo. Nessuno lo fa, certo, ma soltanto per non sporcare il televisore. Questo elettrodomestico è il più pericoloso che ci sia nelle case. È un tritacarne che non sminuzza cadaveri di manzo, ma carne viva. Ed è questo l’errore di Giuseppe Conte. Egli ha volontariamente accettato di esserne la vittima senza difesa, perché ha assunto la forma della carica senza che gliene fosse data la sostanza. O che fosse in grado di prendersela di forza.
Presidente del Consiglio, che bella carica. Che bei viaggi. Quanti onori da destra e da manca. Se dice “Buongiorno”, le televisioni filmano la scena e la propinano a cena agli italiani. Ed anche che bella paga. Ma a parte questo, con che coraggio accettare la parte di appendiabiti? Il vestito che gli hanno messo addosso non è il suo, gli sta tanto largo che potrebbe contenere due persone. Di cui peraltro conosciamo i cognomi: Di Maio e Salvini. 
È triste, ma Conte, e chiunque altro al suo posto, avrebbe dovuto rifiutare la carica. E viceversa sappiamo che chiunque l’avrebbe accettata. Dunque, forse, l’unica cosa che manca, nell’articolo di Feltri, è il disprezzo per il resto degli italiani. Praticamente per tutti, i vantaggi concreti pesano molto più dell’autostima. Questa è chiaramente un optional: inutile come le modanature cromate su una Smart.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 settembre 2018
http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=398458645_20180922_14004&section=view




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POLITICA
21 settembre 2018
ODIO LA MAMMA
Odio la mamma. Non sono cose che si dicono, vero? Se sono vere, siamo al dramma. E se sono false, siamo al colmo del cattivo gusto.
La verità è che ho sbagliato incipit.  Io non odio la mamma e men che meno la mia. Infatti ciò che odio è la parola “mamma”: voce infantile che, a suo tempo, ho usato anch’io, e tanto insistentemente, che l’interessata mi ha molto risolutamente invitato a smetterla. Ma già, mia madre è stata mamma soltanto per il tempo strettamente necessario. Poi è stata mia madre. Vigorosamente, autorevolmente, direi quasi gloriosamente, mia madre. 
Ancora a tanti anni dalla sua morte inaspettata, temerei di sminuirla, ricordandola come mamma. In quella parola c’è qualcosa di molle, di untuoso, di melenso che lei assolutamente non avrebbe meritato. Oggi sembra che chi la usa pretenda dagli altri una immediata commozione, una tenerezza complice, un perdono incondizionato. Con una sicumera che sa quasi di ricatto. Si parla senza esitazione delle “mamme in carcere con i loro bimbi” e magari quelle mamme sono belve assassine, capaci perfino di uccidere i loro figli. Senza dire che quella di tenere i piccoli presso di sé è una concessione dello Stato, non un obbligo. Dunque, quelli che versano lacrime irrefrenabili parlando di “bambini in carcere”, sappiano che li tengono in carcere le loro mamme. Che barba.
Quando Annibale vinse a Canne, cioè quando Roma si vide perduta, ciò che la salvò fu che nell’Urbe non c’erano mamme. C’erano madri che intimarono ai figli di correre ad affrontare il nemico, e tornare “o con gli scudi o sugli scudi”. O vincitori o cadaveri portati sugli scudi. 
I media parlano tanto insistentemente di mamme e di bambini (spesso includendo fra i bambini ragazzi puberi e sovreccitati di quindici anni) che mi chiedo se non siano riusciti a farmi odiare sia le mamme sia i bambini. Per fortuna, nella realtà non ci sono le mamme e i bambini, ma ci sono anche le madri e i loro figli. Ed io non ho nulla contro costoro. 
La parola madre è così accuratamente evitata che quasi ne sono lieto. Nelle civiltà antiche certe parole non venivano usate per rispetto. Per esempio gli ebrei, per non chiamare Dio col suo nome (“Non nominare il nome di Dio invano”) lo chiamavano Signore, uso poi passato ai cristiani. E in certe tribù dell’Africa nessuno chiama nessuno col suo nome, perché la conoscenza del vero nome darebbe un potere a chi volesse fare un incantesimo contro di lui. Il soprannome invece fa schivare la maledizione. 
Tutto questo parlare che si fa di mamme, ha il vantaggio di risparmiare mia madre, che fu donna, non bambina; che nacque padrona, nel suo mondo rurale e selvaggio, non serva; e il cui senso del reale, se fosse stato corrente, avrebbe ridotto alla fame legioni di psicoanalisti.
Tanto amo e rispetto la madre, quanto mi infastidisce quella sorta di nutrice ridotta quasi ad una mucca a due zampe. E quella denominazione mammaria non mi piace neppure perché, mentre vuole esprimere una giulebbosa tenerezza, riduce un essere umano alla sua funzione per la specie. Per me le madri sono innanzi tutto donne, col loro diritto ad una vita personale, ad una vita affettiva, sessuale e sociale prevalente sulla loro funzione familiare. Vorrei tanto che la mamma alla quale si parla del suo bambino dandole del tu, rispondesse: “Per lei sono la dottoressa Tizio e mi dia del lei. Che mi diceva di mio figlio?”
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 settembre 2018




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POLITICA
20 settembre 2018
BRIDGE ET ECONOMIA
Il bridge – di gran lunga il più bello dei giochi di carte – oltre che un divertimento è una palestra per la logica e il buon senso. La fase iniziale è una sorta di asta in cui chi non osa perde, e chi osa appena un po’ più del giusto, perde pure lui . Ed anche più rovinosamente. Comunque, poiché si gioca a coppie, ognuno subisce le conseguenze della timidezza o dell’audacia del compagno. 
Questo ha fatto sorgere il problema di come frenarne l’azzardo, e qui interviene il consiglio di un noto “lifemaster” (maestro di bridge), Pierre Albarran. Se si ha un compagno che tende all’audacia, l’unico modo per frenarlo è essere più audaci di lui. Soltanto così si accorgerà delle conseguenze di quel comportamento. Se invece, spaventati, cerchiamo di frenarlo essendo più prudenti del solito, con ciò gli daremo più spazio di manovra e dunque un motivo per azzardare anche di più.
Il principio può essere considerato generale. Se si ha una cassa in comune con qualcuno e costui è uno spendaccione, se ci si comporta in modo da fare economia, lui avrà l’impressione di avere più denaro di prima, e continuerà a scialacquare. La soluzione è spendere molto anche noi, perché presto il nostro compagno sbatta il muso e metta la testa a posto.
Purtroppo, questi comportamenti non sono facili. Il bridge è un gioco e si rischia soltanto di passare per imbecilli, nella realtà invece spesso il partner è persona cui vogliamo bene, e dunque il primo, forte istinto è quello di frenarlo sulla via dell’errore. In particolare, quando le persone coinvolte sono milioni e i danni che si potrebbero provocare sono immensi, si comprende che l’uomo responsabile non assuma a cuor leggero la posizione di chi dice: “È bene che tu assaggi il risultato di ciò che intendi fare”. In realtà ci si sgola, come Charles De Gaulle fra le due guerre, a indicare la soluzione giusta: in quel caso, la necessità di un esercito moderno, di movimento piuttosto che di trincea, non ottenendo altro che di essere considerato un seccatore. E infatti De Gaulle non fu ascoltato in Francia, ma in Germania, in particolare da Heinz Guderian. Quello che poi rise della Linea Maginot. 
È uno stato d’animo tremendo, quello di chi non può salvare chi si mette in pericolo. E non è facile contribuire al disastro, sperando che così non si verifichi. Perché nulla rende sicura la frenata all’ultimo momento. Come può un padre sovvenzionare generosamente il consumo di eroina del figlio, in attesa che si accorga delle conseguenze del suo vizio, se queste conseguenze possono essere la malattia, il decadimento fisico e persino la morte? E come può un singolo lemming (stando alla leggenda) frenare l’intera tribù mentre corre verso l’abisso? Rischia soltanto di essere calpestato dalla folla in corsa, senza nemmeno ritardare il momento del massacro generale.
Tristi considerazioni, che ben si attagliano al momento economico attuale. L’Italia vive da anni in bilico, col rischio di cadere nel burrone del default, e ci sono tanti che incoraggiano a fare l’ultimo passo, convinti che quel tragico scoscendimento sia soltanto un’illusione ottica. E tutto questo mentre un singolo dalla faccia di contabile sfortunato come Giovanni Tria sbarra la strada col suo corpicino e i suoi occhiali scivolati sul naso.
In questo si vede a che punto siamo “zoon politikòn”, animali sociali: in fondo, chi glielo fa fare, a Tria, di salvare i suoi connazionali? Certo non può sperare neanche in un applauso, dal momento che la maggioranza – ovviamente composta in prevalenza da dementi – è più pronta ad applaudire le follie dei demagoghi che gli astrusi ragionamenti degli economisti. È l’istinto di salvare i propri cari anche quando essi tendono a collaborare con il loro nemico.
Forse gli italiani, quelli che al 60% sostengono ancora oggi l’attuale governo e i suoi piani disastrosi, meriterebbero che Tria dicesse che lui non ha nessun personale motivo per frenare il loro ottimismo e la loro voglia di realizzare le promesse elettorali. Ché anzi, per non intralciarli, si farà da parte. E dal momento che ha un certo gruzzolo in banca, si toglierà di mezzo andando a passare gli ultimi anni della sua vita alle Bahamas. Del resto, il suo inglese (cosa rara) è fluente, e non avrà nessuna difficoltà ad ambientarsi.
Purtroppo i figli spensierati spesso hanno genitori responsabili che gli tolgono le pietre dal sentiero, li difendono dai nemici, li nutrono e li proteggono. Fino a far credere loro che i pericoli non esistano e le torte di mele crescano sugli alberi. Ma tutto ciò non impedisce ai figli di andare a sbattere il naso. Sia perché i genitori non ci sono per sempre, sia perché, quando più le cose sembrano a torto facili, tanto più ci si deresponsabilizza. Si finisce col pensare che tutto non possa che andar bene, esattamente come il bridgista novizio e scervellato, che dichiara cinque fiori quando forse, giocando bene, se ne potrebbe permettere tre.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 settembre 2018




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POLITICA
19 settembre 2018
QUESTO GOVERNO HA UN'ALTERNATIVA
Ci sono affermazioni che sono state ripetute tante volte, ed hanno ricevuto tanti consensi, da essere divenute non soltanto incontestabili, ma addirittura elementi di prova per ulteriori tesi. 
Bisogna avere rispetto, per queste idee, perché negarle corrisponde a dare del cretino all’insieme dei propri contemporanei, e a ergersi come supremo giudice dell’intelligenza nazionale. Tuttavia, in sé, il dubbio su un’affermazione, anche se augusta, non è offensivo. Chiedersi se Dio esista, da parte di un credente come René Descartes, non è blasfemia; è applicazione di un metodo. Non per niente, a proposito della sua filosofia, si parla di “dubbio metodico”. Se il dubbio cartesiano conduce alla conferma della verità che ci si aspettava – “Dio esiste” - la rafforzerà. Se dovesse smentirla, si sarebbe comunque fatto un passo nella direzione della conoscenza.
Un’affermazione che in questo momento riscuote un universale consenso in Italia è: “Questo governo durerà, perché non ha alternativa”. Chi pronuncia queste parole non si aspetta nessuna contestazione ed anzi le pone come premessa per ciò che dirà in seguito. Ma così scambia la propria mancanza di fantasia per una mancanza di fantasia della realtà. 
In questo campo fece un’indimenticabile esperienza Luigi Pirandello.  Credo dopo la pubblicazione di “Il fu Mattia Pascal”, il romanziere e drammaturgo fu accusato di avere scelto una trama inverosimile. Ma alla discussione mise un ironico termine, qualche tempo dopo, la cronaca. Infatti si verificò un fatto esattamente simile a quello di cui era stato protagonista, nella finzione, Mattia Pascal. E Pirandello disse che la realtà aveva anche più fantasia dei romanzieri.
Nel campo della politica la mancanza di fantasia può persino essere una colpa. Una delle ragioni della caduta dell’Impero Romano fu che per secoli quella caduta fu reputata inconcepibile. Non si riusciva ad immaginare niente di diverso. Gli stessi barbari tendevano a romanizzarsi, ad indossare toghe e darsi titoli romani. Tanto forte era il fascino di quella civiltà, e tanto incapaci erano tutti di immaginare qualcosa di diverso. Ma l’Impero Romano finì lo stesso. 
In tempi più vicini a noi, quando De Gaulle, dopo il 1958, salvò la Francia per la seconda volta, la sua presenza al potere sembrò assolutamente indispensabile. Tanto che durante un’intervista che ascoltai io stesso, dei giornalisti gli chiesero se, venendo meno lui, in Francia non ci sarebbe stato un vuoto di potere. E De Gaulle rispose sorridendo che, quando il malaugurato fatto si fosse verificato, in Francia non ci sarebbe stato un “vide de pouvoir” (un vuoto di potere) ma “un trop plein”, un troppo pieno, come si dice per i serbatoi d’acqua, provocando l’ilarità generale. 
L’errore di tanti consiste nel voler sempre sapere in anticipo chi sarà il successore. A volte ciò è possibile. In Gran Bretagna, per esempio, se cade un governo conservatore, è probabile che dopo si abbia un governo laburista. Ma ciò perché, a parte la secolare tradizione della democrazia britannica, ambedue i grandi partiti sono ritenuti legittimati a governare. Ma questa regola non è senza eccezioni. In Italia per esempio, nel 2013 e poi nel 2018, gli italiani si sono progressivamente convinti che i partiti tradizionali hanno fallito e si debba completamente cambiare musica. E questo ha fatto il successo dei Cinque Stelle: un partito nato dal nulla e fatto di nulla. Per giunta di un nulla velleitario e contraddittorio. Ma non è necessario avere grandi meriti, per vincere: basta che l’avversario abbia grandi demeriti. Il M5S ha avuto ed ha il grande pregio di non essere quello che erano gli altri. Di essere nuovo. È insomma un partito che vince non per ciò che è, ma per ciò che non è.
Ma tutto ciò è stato valido fino al 4 marzo di quest’anno. Amministrare il potere è tutt’altra faccenda. Qui si tratta di fare, non di dire. E infatti la violenza con cui Di Maio e Salvini chiedono soldi al ministro Tria, è il sintomo non della loro forza ma della loro paura di deludere i loro elettori. Gli elettori che hanno votato per protesta, domani potrebbero protestare contro di loro. E se hanno votato per loro perché erano delusi, potrebbero, se delusi, chiedere a qualche altro Masaniello di realizzare il miracolo. E con ciò dimostrano più buon senso dei giornalisti. 
La sintesi è semplice: non è l’opposizione che crea l’alternativa, è l’alternativa che crea l’opposizione. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 settembre 2018




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POLITICA
18 settembre 2018
DI MAIO NON È DE GAULLE
Charles De Gaulle era uno spilungone alto due metri e solenne come una candelora. Probabilmente, al ristorante, se avesse dovuto chiedere uno steak-frites, si può mmaginare che avrebbe detto: “Giovinotto, le concedo l’onore di portare come primo, al Padre della Patria, il piatto nazionale di quella stessa nazione il cui onore egli ha salvato dall’ignominia”. Ovviamente il Grand Charles non si sarebbe mai reso ridicolo così, ma non era difficile far ridere il pubblico, con queste caricature.
Viceversa, sarebbe difficile far ridere il pubblico prendendo in giro l’omino di Charlie Chaplin. Il tentativo corrisponderebbe a concorrere con un genio dello humour e perdere, inesorabilmente. Charlot faceva già ridere di suo e, per prendersi gioco del prossimo, bisogna che il prossimo ci faccia il favore di non far ridere tutti prima ancora che li invitiamo a farlo. 
Così ho spiegato la mia difficoltà con Luigi Di Maio. Come si può far ridere di lui? Come si può battere la sua propria concorrenza? 
Sentite che cosa riporta il “Corriere della Sera”(1), oggi diciotto giugno duemiladiciotto, come scriverebbe un notaio: “Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria ma pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà. Non possono più aspettare, lo stato non li può più lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare”. Testuale.
Rassegnato, mentre si spegne l’eco delle risate di chi questa frase non l’aveva ancora letta, prenderò la cosa “à rebours”. Cioè le farò il contropelo e cercherò di vivisezionarla come se fosse una cosa seria.
Dunque “Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria”. Questa è una dichiarazione importante. Credibile come se Di Maio avesse detto: “Non ho chiesto a nessuno di spararmi”. Infatti anche le pietre sanno che i mercati e gli altri Paesi europei rimangono dubbiosi (non che ci credano, ma almeno rimangono dubbiosi) riguardo alla nostra affidabilità proprio perché c’è il ministro Tria. Chiedere le dimissioni del ministro Tria e, ancor peggio, ottenerle, sarebbe come spararsi sui piedi. Per non parlare d’altro. Dinanzi ad una dichiarazione tracotante come questa, si avrebbe voglia di irridere l’autore: “E oseresti tu, pulce temeraria, chiedere le sue dimissioni?” “Oseresti tu uccidere Caio Mario?”
E tuttavia l’impagabile non si ferma a questo. E infatti prosegue: “pretendo che…” Di Maio pretende che. Se no, a scelta, pesta i piedi e piange oppure prende a frustate il noto economista. 
Il verbo pretendere – già di per sé - è da arroganti. Se non da maleducati. Al limite si può comprendere che lo usi chi ha tutti i poteri, incluso quello di punire. Ma se la gazzella dice al leone: “Pretendo che tu mi lasci brucare in pace la mia erba”,  bisogna immaginare che per la paura il leone abbia un’improvvisa scarica di diarrea?
E tuttavia forse l’indignazione di Giggino ha qualche fondamento. Infatti non pretende molto. Pretende soltanto che il ministro trovi i soldi. E qui si vede ancora una volta che una delle caratteristiche dell’invecchiamento è il danneggiamento della memoria a breve termine. Ma benedetto uomo, dove li ha messi, i soldi? Perché non se lo ricorda? E perché non s’è annotato dove li metteva, per non fare questa cattiva figura, con Di Maio? 
Il giovane ministro del lavoro è in buona fede. Non avendo mai seriamente lavorato, non sa che i soldi non “si trovano”, si guadagnano. Oppure si rubano. Ma lui, da quel bravo ragazzo che è (“Onestà! Onesta!”) non ha neppure questa risorsa. Comunque il problema è superato dal fatto che i soldi ci sono. Basta trovarli. Io per cominciare guarderei sotto il materasso. Se Tria non riesce a farli saltare fuori, è perché non è un ministro serio. Serio come Di Maio, Toninelli e la dottoressa in medicina Gentili, quella che reputa i vaccini un optional. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
18 settembre 2018
(1)https://www.corriere.it/politica/18_settembre_18/di-maio-tria-deve-trovare-risorse-mai-chiesto-sue-dimissioni-c224d308-bb51-11e8-bdaa-50b21d428469_print.html




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POLITICA
17 settembre 2018
LA REALTA' NON CAMBIA CON I GOVERNI
Un articolo di Sabino Cassese, sul “Corriere della Sera” (1), segnala la straordinaria fame di posti di governo e sottogoverno dell’attuale maggioranza. Il fenomeno va molto oltre l’abituale “spoil system”, cioè il cambio del personale conseguente al cambio dell’esecutivo. In particolare l’editorialista fa notare che mandare a casa quei funzionari la cui qualità essenziale ed istituzionale era quella di essere “indipendenti”, per sostituirli con personaggi più fedeli agli attuali capi, è cosa pericolosa sia per la democrazia, sia per il funzionamento stesso delle istituzioni. E Cassese ricorda con scandalo che sia stato costretto alle dimissioni il Presidente della Consob, la cui nomina era stata approvata dal precedente governo ed anche dalla Corte dei Conti e dal Presidente della Repubblica. La sbrigativa accusa è stata quella di essere un “servitore della finanza internazionale”. Una motivazione che ricorda tristemente “Tribunali del Popolo” non molto sensibili ai diritti del singolo cittadino.
Ma, volendo essere generosi – una generosità che molti troveranno più che azzardata –  si potrebbe ipotizzare che questa “fame di posti” sia in realtà “fame di rinnovamento”: dal momento che i precedenti governi e le precedenti maggioranze non hanno saputo salvare l’Italia dalla crisi economica, è necessaria una rivoluzione. Dunque un totale ricambio della classe dirigente. Purtroppo neanche questa benevola versione esenta quelle iniziative da serie critiche. 
L’illustre politologo Alexis de Tocqueville ha scritto un libro, “L’Ancien Régime et la Révolution”, proprio per dimostrare che neanche quell’epocale avvenimento ha realmente cambiato la nazione. Nella sostanza la Francia è rimasta più simile a sé stessa di quanto si sarebbe potuto pensare. Gli Stati si evolvono, è vero, ma “natura non facit saltus”. Ci vuole tempo e le brutalità non sempre sono lo strumento adatto: Mao l’idealista, a suo tempo osannato anche in Occidente, perfino da dementi illustri come Jean-Paul Sartre,  ha fatto morire di fame decine di milioni di cinesi. Ciò significa che, anche in momenti meno drammatici, pensare di sostituire un personale esperto e competente con personaggi nuovi, se pure fedeli alla “rivoluzione” e pieni di entusiasmo, non è una buona ricetta. 
Per spiegare l’errore che può spingere a queste fughe sconsiderate in avanti, bisogna risalire alla “ratio” delle norme. Quando gli uomini si danno delle leggi, è perché pensano che siano utili. Poi, nella speranza di indurre i destinatari ad essere obbedienti, le ammantano di morale. Operazione facile,  del resto, perché gli uomini considerano “sacro” tutto ciò che richiede la loro obbedienza. Ma questa qualità astratta delle leggi, mentre contribuisce ad assicurarne l’applicazione, ne vela la razionalità.
Facciamo un esempio concreto. Se una strada è troppo stretta per il traffico che vi si riversa, il comune impone il senso unico. L’utilità della norma è evidente. Purtroppo essa richiede di essere obbedita anche alle tre di notte, quando quella strada è fin troppo larga, per il traffico che c’è. Sicché chi le obbedisce lo fa o per dovere morale o per paura di un improbabile incontro con la polizia; non certo perché la norma gli appaia opportuna. Questo fenomeno finisce con lo sganciare la norma dalla sua utilità, e così molti ingenui (si pensi al famoso “Sessantotto”) arrivano a  credere che si possano violare le leggi ché, tanto, esse sono inutili, nocive, e stabilite soltanto per l’utilità dei governanti. Fino a “gettare il bambino insieme con l’acqua sporca”.
I Cinque Stelle hanno proprio questo atteggiamento. O per fame di posti, o per volontà di rinnovamento, si privano di alcuni competenti e danno retta a mestatori (anche accademici) che ridicolizzano le leggi dell’economia, dei mercati, e dell’Unione Europea. E troppi cedono all’illusione infantile di reputare tutte le norme espressione di pregiudizi o, peggio, degli interessi della classe dominante. È vero, a volte lo sono ed è necessario cambiare qualcosa: ma pensare che sia “tutto” sbagliato, “tutto” da rifare, e che proprio i Cinque Stelle siano capaci di operare questo miracolo, non può produrre che guai. 
 Purtroppo, cosa triste, a questo programma tiene il sacco anche la Lega che, pur avendo la sua base nel Nord produttivo, sembra aver dimenticato che le norme dell’economia derivano dall’Essere, non dal Dover Essere. E che le dimensioni delle strade non cambiano con i diversi governi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 settembre 2018
1) https://www.corriere.it/cultura/18_settembre_16/nomine-ambigue-invasioni-campo-governo-7f02628e-b9e9-11e8-a205-6445d272b52d.shtml




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POLITICA
16 settembre 2018
CREDERE AL PEGGIO
I fatti che si verificano periodicamente non sono notizia e dunque i giornali non ne parlano più. E tuttavia essi potrebbe lo stesso essere significativi.
La guerra arabo-israeliana del 1967 fu vissuta dagli attaccanti come un episodio. Erano stati sconfitti in Sei Giorni, ma pensavano di rifarsi, se non in altri sei, in sessanta. Gli stessi palestinesi che, dinanzi all’avanzata israeliana, avevano lasciato le loro case, l’avevano fatto seguendo la promessa araba che “presto” vi sarebbero tornati da vincitori. Ma sappiamo come sono andate le cose. La vera rivincita fu tentata sei anni dopo (Guerra dello Yom Kippur) e gli attaccanti, malgrado l’effetto sorpresa e qualche iniziale successo, non soltanto non riuscirono a vincere, ma presto, soprattutto gli egiziani, si accorsero che, se non avessero accettato il pareggio, avrebbero malamente perduto. C’era la task force israeliana di Ariel Sharon in vista del Cairo e un’intera armata egiziana che, tagliata fuori dai collegamenti con la madrepatria, rischiava di morire di fame e di sete nel Sinai. E poi?
Poi l’Egitto si rese conto che, dopo tutto, aveva più interesse alla pace che alla guerra con Israele. In questo campo brillò un grand’uomo troppo facilmente dimenticato, Anwar al-Sadat. E il resto degli arabi capì che di guerra non si sarebbe più potuto parlare, senza l’Egitto. Così, dal 1967, è passato mezzo secolo e le frontiere provvisorie di metà giugno di quell’anno sono ancora quelle vigenti.
Ora i giornali riportano distrattamente la notizia di frequenti attacchi aerei e missilistici israeliani sul territorio siriano, senza darvi importanza e senza spiegarne il significato. Il primo motivo è che gli attacchi si ripetono, e il secondo che i siriani non sembrano lamentarsene molto. Infine gli israeliani sono così decisi a proseguirli, che cercare di frenarli con le parole appare inutile. E tuttavia val la pena di vedere la cosa un po’ più da vicino.
La Siria non protesta gran che contro gli israeliani – la cui attività, tecnicamente, costituisce un casus belli – perché, come Totò in una famosa scenetta, potrebbe sempre chiedere: “E io sono forse Pasquale?”. Gli israeliani infatti non attaccano i siriani, con i quali hanno avuto accettabili rapporti di vicinato per oltre quarant’anni, ma gli iraniani che cercano di stabilire basi militari sul territorio siriano. Un fatto interessante perché, per una volta, le cose vanno diversamente dal solito. 
La guerra è tremenda. Tutti quelli che non ne hanno esperienza sono pregati di crederci sulla parola. Per questa ragione, e per la sostanziale imprevedibilità del risultato, tutti i governanti sani di mente combattono soltanto quando non possono farne a meno. Cioè quando sono concretamente attaccati. La Francia e il Regno Unito, che tanto caro avevano pagato la vittoria nella Prima Guerra Mondiale, erano talmente risolute a non far mai più guerra che non si prepararono a sostenerne altre, eventualmente. Il risultato fu che nel 1940 la Francia fu invasa e l’Inghilterra si salvò soltanto per l’esistenza della Manica. 
Ma i grandi Paesi sono immortali. Possono perdere disastrosamente una guerra, come la Germania, e qualche decennio dopo essere di nuovo forti e indipendenti. Invece Israele deve combattere in un cortile chiuso. O vince o è perduto. La fuga non è prevista e la sopravvivenza neppure. Che i suoi nemici siano spietati, che possano volere non la sottomissione, ma lo sterminio di tutti i suoi cittadini, l’ha già vissuto. Con i pogrom, con la battaglia del ghetto di Varsavia, e soprattutto con la Shoah. E così, sapendo che cosa devono aspettarsi, gli israeliani sono realisti. Il diritto internazionale può dire ciò che vuole ma, se gli iraniani pongono le basi per sferrare dalla Siria l’attacco per l’annientamento di Israele, l’unica risposta seria è distruggere quelle basi prima che si sia dichiarata la guerra e persino sul territorio di un Paese “terzo”. Del resto, Gerusalemme sa benissimo che la Siria tollera quelle basi perché non può dire di no a Tehran che tanto efficacemente l’ha aiutata a riconquistare il suo territorio.
Ecco la lezione di questi avvenimenti. L’Europa ha passato decenni a deprecare la miopia dello Spirito di Monaco, quel pacifismo che nel 1938 spinse a prendere stupidamente sul serio le promesse di Hitler. Israele invece reagisce razionalmente. Se una guerra si può evitare, che si eviti. Se c’è il serio rischio di doverla combattere, meglio sparare il primo colpo e distruggere a terra l’intera aviazione egiziana, come nel 1967. La famosa “dichiarazione di guerra” è passata di moda, dopo Pearl Harbour. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 settembre 2018




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POLITICA
15 settembre 2018
IL REALISMO A DOPPIO TAGLIO
Le critiche all’attuale maggioranza non sono pioggia, sono quasi un diluvio, e non solo nazionale. Ma di contro c’è un dato inoppugnabile: il suo consenso non fa che crescere e negarlo sarebbe sciocco. Ormai quella coalizione riscuote l’approvazione all’incirca del 60% degli italiani. Cosa che sarebbe insensato sottovalutare. Bisogna invece capire il fenomeno e cercare di indovinarne le conseguenze.
L’Italia teme di essere invertebrata e sogna sempre soluzioni radicali. Così si è innamorata una prima volta del fascismo e poi, in seguito alla sconfitta, ha soltanto cambiato totalitarismo, ed è divenuta per lunghi decenni più o meno comunista, Democrazia Cristiana inclusa. E, si noti, allora come oggi i due massimi partiti – che allora non osavano allearsi apertamente – avevano insieme larghe percentuali, essendo dunque in grado di commettere i peggiori errori. Cosa di cui non si sono affatto privati, soprattutto in economia. 
Sembrava un destino irreversibile ma la longevità permette di veder passare sul fiume il cadavere di nemici che parevano invincibili. E infatti oggi l’Italia non è più innamorata. Non crede più alla sinistra, e getta nella disperazione il PD. Non crede nel liberalismo, e dimentica Berlusconi. Perché quelle ideologie in concreto hanno deluso. Gli altri sono finalmente usciti dalla tremenda crisi cominciata dieci anni fa e noi no. È imperdonabile. E se i rappresentanti di quelle due grandi correnti si sono dimostrati definitivamente incapaci di fronteggiare gli avvenimenti, non rimane che rivolgersi alla concorrenza: “Così non si può andare avanti. Proviamo i pazzi”. Fra l’altro “i pazzi” si sono messi a promettere proprio le cose che tutti desideravano ardentemente. La fine dell’immigrazione alluvionale e incontrollata; la lotta alla disoccupazione e comunque un rimedio ad essa, col reddito di cittadinanza; la possibilità di andare in pensione da giovani, come un tempo; l’ecologismo più sfrenato, con la chiusura dei grandi cantieri e dell’Ilva; perfino un’apertura pressoché incontrollata alle manie popolari, come l’ostilità ai vaccini. Non c’è cosa che il M5S non abbia promesso. Ha fiutato l’aria, ed ogni volta ha gridato nella direzione del vento. E lo ha fatto non solo prima delle elezioni, ma anche nei tre mesi seguenti il voto e perfino dopo che si è costituito il governo. Lo fa temerariamente ancora oggi, a un paio di settimane dai “no” inevitabili del Ministro Tria. 
Come mai gli italiani si sono entusiasmati per questo governo del sogno? Perché hanno sperato e sperano che tramuti il sogno in realtà. E poiché Salvini è riuscito a fermare l’immigrazione, come prometteva, è come se i fatti avessero cominciato a dar ragione al loro voto, autorizzando la speranza di veder realizzate anche le altre promesse. Conseguenza: quel sessanta per cento di consensi non ha il significato che sembra abbia.
Gli italiani hanno votato per Lega e Cinque Stelle per avere dei risultati e questo non è il governo del sogno, è quello del pragmatismo. L’inciampo è che, mentre per gli immigranti si trattava  di dire “no” (a costo zero) per le altre riforme si tratta di dire “sì”, trovando i soldi necessari. E proprio i soldi non ci sono. Per realismo gli italiani sono stati disposti a votare per “i pazzi”, perché interessavano soltanto i risultati, e per realismo gli stessi italiani perderanno ogni entusiasmo quando si troveranno a constatare gli inevitabili risultati concreti dell’azione di governo. 
Quel giorno, mentre i commentatori equanimi e non faziosi troveranno giustificazioni al governo, avendo sempre saputo che quelle promesse era impossibile mantenerle, il popolo non vorrà sentire ragioni. Ha concesso un larghissimo credito, ed ora aspetta i profitti. Fra l’altro, questo spiega l’atteggiamento di incredibile tolleranza per le gaffe, le contraddizioni, gli errori e tutto il campionario di pericoloso dilettantismo di cui ha dato prova l’esecutivo. Alla gente tutto questo non interessa. I “grillini” potrebbero anche dire che la Luna è quadrata, ma se poi danno il reddito di cittadinanza a tutti (inclusi quelli che hanno un lavoro in nero) saranno portati in palmo di mano. È un realismo tanto cinico da essere allarmante, ma un realismo che potrebbe trasformarsi in una feroce condanna, quando fosse deluso. 
Chi promette la guarigione secondo i dettami della medicina, in caso d’insuccesso potrà giustificarsi con la stessa natura probabilistica della scienza medica. Ma se fallisce chi ha promesso la guarigione per magia, non avrà giustificazioni. Il medico è un professionista che stavolta non ce l’ha fatta, il mago è un imbroglione e un truffatore da inseguire coi forconi. 
Il consenso di questo governo è tanto forte quanto emotivo; dunque tanto grande quanto aleatorio. E la sua vitalità si vedrà nei prossimi mesi. E comunque, al compimento del primo anno di governo, ne sapremo molto, molto di più.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 settembre 2018
Invito gli amici ad usare come indirizzo giannipardo1@gmail.com. Grazie




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POLITICA
14 settembre 2018
IL SILENZIO DEI DEPRESSI
I giornali devono uscire tutti i giorni, e i giornalisti per conseguenza devono scrivere tutti i giorni. E se non hanno niente da dire? Se per fare il loro dovere fossero costretti a riscrivere lo stesso articolo pubblicato una settimana prima o tre giorni prima? Ma il loro mestiere è quello e non possono sfuggire.
Purtroppo, se essi pagano lo scotto di questa situazione in termini di autostima, anche i lettori pagano un notevole prezzo: in termini di noia. Dopo avere dato una scorsa a parecchi editoriali, arrivano alla conclusione che, se anche non ne avesse letto neppure uno, non avrebbe perso niente. 
In questo senso, il blogger è fortunato. Dal momento che nessuno lo paga, la sua attività è sganciata dalle vili necessità della vita e può permettersi di essere coerente. Cioè di non scrivere l’articolo che troverebbe noioso e ripetitivo, se l’avesse scritto un altro.
Questo principio è troppo importante per rinchiuderlo nell’ambito del giornalismo. Bisognerebbe insistere su un sacrosanto principio generale: mai aprire la bocca per non dir niente. Se piove forte, non dite: “Accidenti, ma piove forte”. Se state sudando in un giorno di luglio, non dite: “Fa un caldo boia, e sono in un bagno di sudore”. Anche gli altri sono dotati dei regolamentari cinque sensi. Se è morto qualcuno, non precipitatevi a dire: “È morto? Ma se io l’ho incontrato due settimane fa”. Perché gli amici erano già stati informati del fatto che, prima di essere morti, si è stati vivi. 
Quale benefico silenzio si spanderebbe sulle città, se tutti ricordassero che la nostra voce serve per inviare messaggi, non per interrompere la quiete. C’è più significato nella domanda: “La butti tu o la butto io, la spazzatura?” che in un  vasto e pensoso dubbio di questo genere: “E che ne sarà di noi fra dieci anni?”
Qualcuno dirà che queste punture di zanzara non sono il peggio, nella vita. Ci sono tragedie ben più grandiose. Ed è vero. Se uno pensa alle guerre, ai disastri naturali, alle epidemie, è costretto a riconoscere che questo non è un brutto momento. Ma è anche vero che, quando si è profondamente infastiditi da qualcosa di stupido, di triviale, di insignificante, non soltanto non si può essere felici, ma si è anche umiliati. Se la vicina del piano di sopra si ostina ad usare i tacchi a spillo a casa, e quando cammina fa tremare i muri, è veramente difficile comprendere che per qualcosa del genere si rischi una depressione? 
Quando avviene un terremoto, siamo di fronte alla maestà - nemmeno crudele, semplicemente indifferente - della forza della natura. Quando invece ciò che ci fa soffrire è la stupidità del prossimo, come non sentirci umiliati, immiseriti, atterrati? Indubbiamente la mia immaginaria vicina del piano di sopra merita la pena di morte ma, dal momento che non sono disposto ad occuparmene personalmente, la situazione è, come si dice, “disperata ma non seria”.
E così torniamo all’attualità. La situazione politico-economica del Paese è estremamente seria ed abbiamo dei governanti che sono dei ragazzacci allo sbaraglio. Sconsiderati che vorrebbero guidare una grande nazione come si straparla in pizzeria o fantasticando dinanzi ad un monitor di computer. E mentre loro vanno avanti in questa benemerita attività, chi rischia di pagare il conto sono i cittadini. 
Ad uno sfaccendato salta in mente di far chiudere i supermercati di domenica, e a milioni e milioni di cittadini viene tolta una comodità soltanto per dar seguito alle ubbie di chi, probabilmente, non ha mai fatto la spesa in vita sua. Forse anche perché, fino ad un momento recente, non ha nemmeno guadagnato abbastanza per poterla fare. 
Che volete che scriva, il giornalista, che siamo governati da dilettanti idealisti, disinformati, velleitari, incolti, usi a far danni parlando a vanvera e incapaci perfino di rendersi conto delle difficoltà che li aspettano? Sono cose che sapete già. Cose che potreste scrivere voi stessi domani, e che io ho già scritto ieri.  Per giunta, nel momento in cui, cadendo dal decimo piano, stiamo ancora benissimo, perché non abbiamo toccato terra, qualcuno potrebbe anche dire che siamo troppo pessimisti. E già, che c’è di male se l’infermiere strappa di mano il bisturi al chirurgo, lo scosta con una gomitata ed effettua un’operazione a cuore aperto? Fra l’altro è un giovane onesto, ed ha già guardato su Wikipedia come dovrebbe fare. Del resto, peggio del chirurgo – dicono tutti – non potrebbe fare.
Ecco perché non ho più voglia di scrivere. È arrivato l’infermiere e tutti si sono talmente ubriacati di parole che sono disposti a credere ai miracoli, e in primo luogo a quello dell’infrangibilità dell’Italia. Quello che potrebbe convincerli del loro errore, è la morte del paziente. Il momento in cui l’infermiere, che segue le mode, dirà: “Ops!”
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 settembre 2018.




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POLITICA
11 settembre 2018
IL RECORDMAN INVOLONTARIO
Ci sono i furbi e ci sono i fessi. Io vorrei far parte dei furbi, ma di solito non ci riesco. La ragione è che sono troppo orgoglioso per essere furbo. A scuola, per dirne una, non ho mai copiato un compito in classe (salvo qualcuno di trigonometria, per legittima difesa), a costo di avere un voto inferiore a quello che avrei preso dando un’occhiata alla copia di Andolina: quello che andava avanti a base di dieci in tutte le materie. Al supermercato ho pagato scrupolosamente tutto quello che ho preso, anche alle casse “self”. Quando qualcosa è stata gratuita, l’ho risparmiata esattamente come se fosse stata a pagamento. E  ciò perché mi sarei vergognato di fare lo sprecone con i soldi altrui e l’economo con i miei. Se reclamo la mia qualità di fessacchiotto è per dire che tuttavia, per una volta, e con l’attenuante della provocazione, sono stato in grado di restituire allo Stato pan per focaccia. 
Morendo, i miei mi lasciarono un appartamento; un altro lo ebbi con una cooperativa per i lavoratori; il terzo  fu un garage-monovano in cui andai ad abitare quando mi separai dalla mia prima moglie e un quarto lo comprai con la liquidazione. Ero un benestante. Con quello che ricavavo dalle pigioni il mio patrimonio si accresceva e così cominciai a cambiare casta. Non passai, come si potrebbe pensare, da quella dei poveri a quella dei ricchi - infatti, col mio reddito, parecchi ancora si sarebbero lamentati - ma prosperavo perché seguivo l’aurea massima di Dickens: quella per cui bisogna spendere diciannove scellini quando si guadagna una sterlina, piuttosto che ventuno scellini, prendendone uno a prestito. Col secondo comportamento, ai tempi dello scrittore, si finiva in prigione per debiti.
Io cambiai casta perché, senza aver fatto nulla di male, passai dalla categoria degli amici dello Stato a quella dei suoi nemici. Fu in quell’occasione che scoprii che persino la società dei telefoni voleva darmi lezioni di morale. Infatti essa non si limitava a chiedere di essere pagata per i suoi servizi: se volevo un telefono a mio nome in una seconda casa dovevo pagare di più, perché ero ricco e non sarei entrato nel Regno dei Cieli. 
Scoprii pure che dovevo pagare le tasse sulla casa, ma queste tasse raddoppiavano se non la locavo, perché così la sottraevo alla sua funzione sociale. Mentre prima io avevo ingenuamente pensato che la casa fosse mia. Invece appresi che di sfrattare un locatario non se ne parlava neppure. E quando  un mio inquilino non pagò la pigione sin dal primo mese in cui aveva messo piede nell’appartamento, il primo provvedimento del giudice fu quello di concedergli, poverino, un “termine di salvezza”: cioè tre mesi per ripianare l’insoluto. Cosa che quello si guardò bene dal fare e così ottenne un ulteriore termine per pagare. Un termine che comunque utilizzò per altri scopi. Fu solo otto mesi dopo che lasciò l’appartamento, non perché sfrattato, ma perché trovò conveniente, per sue personali esigenze, andare a vivere altrove. Chissà a spese di chi.
Il colmo lo vissi con la legge del ’78, detta (ma soltanto detta) dell’Equo Canone. La pigione infatti non corrispondeva al prezzo di mercato, ma al sentimento di pietà che allo Stato ispirava chi aveva bisogno di una casa. Il proprietario era obbligato a registrare ogni anno il contratto, a sostenere le spese straordinarie e a pagare le tasse anche se l’inquilino era moroso da anni. Doveva perfino pagare il condominio al suo posto. Con la legge dell’Equo Canone, il proprietario che locava una casa ne ricavava soltanto fastidi. Cosicché lo Stato ottenne quello che non avrebbe potuto ottenere con un sequestro: costrinse i proprietari a vendere tutto. E mentre prima chi cercava una casa da prendere a pigione la trovava, poi non la trovò più, e dovette impiccarsi ad ogni sorta di mutuo per comprarsela. Oggi abita in casa propria l’80% degli italiani. 
Vendetti male, subii qualche perdita in Borsa dall’investimento del ricavato, ma non mi lamentai. Infatti non mi rodevo più il fegato con gli inquilini, il fisco e i magistrati. Con sorpresa scoprii pure che in questo modo avrei risalito la china delle caste. Lo Stato non era più il mio nemico. Da povero gli ero divenuto simpatico. E non immaginavo quanto. Infatti appresi che esso offriva la possibilità di mettersi in pensione a qualunque età - e quasi con l’equivalente dell’ultimo stipendio - se soltanto avessi lavorato per vent’anni. Rimasi commosso. Non avrei mai immaginato un simile cambiamento. Sembrava quasi che il Leviatano mi conoscesse personalmente e sapesse che avevo soprattutto bisogno di pace, di serenità, di solitudine. Magnanimo come il Re Sole, il bestione mi “pensionava” perché mi dedicassi alla mia attività di artista ignorato.
Da prima non credetti a questa manna. Non può essere, mi dicevo. Devo aver capito male. Non si può caricare un simile peso su chi lavora e sulle generazioni future, solo per favorire sfaticati magari men che cinquantenni. Ne parlai ai colleghi, insistendo sul fatto che quella legge era demenziale. Gli facevo notare che non andando a lavorare si sarebbe risparmiato in benzina, riparazioni, scarpe e vestiario, tanto da compensare ciò che si sarebbe percepito di meno come stipendio. Ma tutti mi guardavano stupiti. Mettersi in pensione? Non ci avevano mai pensato. Forse non avevano mai pensato in assoluto. 
Il risultato delle indagini fu che non c’era sotto alcun trucco e che forse, non accettando il suo regalo, avrei fatto uno sgarbo al migliore dei miei amici. Così, per una volta, passai dalla schiera dei fessi a quella dei furbi, divenendone il recordman. Mi misi a riposo a cinquant’anni e da allora percepisco una pensione che non sarà “d’oro” - dunque di Maio non la toccherà - ma è largamente sufficiente per qualcuno che considera un esempio di lusso il pane e il gorgonzola.
Con tenera sollecitudine, ora che siamo amici, lo Stato mi ha largamente compensato delle amarezze inflittemi quando mi credeva un ricco, mi ha più che restituito il denaro che mi ha fatto perdere con gli appartamenti e mi ha consentito quella vita contemplativa cui aspiravo. 
È rimasta soltanto l’ombra di un dubbio: costituisce circonvenzione d’incapace imbrogliare con le sue stesse leggi uno Stato imbecille che tuttavia, prima, aveva provato a fregami?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
10 settembre 2018
IL SENSO CRITICO
Il mio inquieto me stesso, come direbbe un poeta, o il mio sfaccendato me stesso – come direbbe un rompiscatole realista – si è posto un problema: “Che cos’è il senso critico e come insegnarlo?” E fin qui tutto bene. Il guaio è che poi l’interrogativo lo ha girato a me ed io non so come rispondere.
Cerco di salvarmi in “corner” e comincio dalla definizione di senso critico. Il senso critico, per lo Zingarelli, è “obiettività nel giudicare”, e la cosa non mi convince per niente. Perché l’obiettività dipende anche dall’imparzialità, dall’equilibrio, dal senso del reale, e da altre cose che non sono il senso critico. Probabilmente i redattori del dizionario si sono lasciati influenzare dall’etimologia di “critico” che rinvia ad un verbo greco che significa “giudicare”. 
Dunque darò la mia personale definizione e vada come deve andare. Il senso critico è la capacità intellettuale di rilevare contraddizioni o assurdità nelle affermazioni altrui, nei fatti narrati e nelle teorie. Soprattutto non nel momento in cui quelle contraddizioni o quelle assurdità le cerchiamo, ma mentre pensiamo ad altro: deve cioè divenire un’abitudine. Per così dire partendo dal principio opposto a quello corrente, secondo il quale il prossimo ci racconta qualcosa di vero. Invece per cominciare bisogna pensare che mente, ricorda male, dà una sua interpretazione alla realtà, anche in buona fede, ovviamente. Forse faremo prima prospettando casi concreti. 
Bisogna cominciare con un esempio che capirebbe anche un bambino. Immaginiamo di raccontare questa favola. “C’era una volta un coccodrillo che amava una bella coccodrillina che abitava dall’altra parte del lago. Come raggiungerla? Il coccodrillo disse allora ad un ippopotamo, suo amico: ‘Se mi porti dall’altra parte…’ ” Se soltanto il bambino ha visto uno degli innumerevoli documentari su quei rettili, a questo punto dovrebbe obiettare: “Ma perché dovrebbe rivolgersi all’ippopotamo, se il coccodrillo nuota meglio di lui?” In realtà il bambino normale, anche conoscendo qualcosa dei coccodrilli, non obietterebbe niente. Perché in quel momento è interessato alla storia, non a notarne le contraddizioni E proprio per questo, in questa occasione, ha dimostrato di non avere senso critico. Il senso critico, quando è sviluppato, si sveglia da sé. Non è necessario sollecitarlo perché è sempre in agguato. In ogni affermazione, in ogni resoconto, in ogni teoria è pronto a trovare la magagna, l’imbroglio, l’insostenibilità. 
Chi ha un forte senso critico, se appena gli raccontano qualcosa, si chiede in primo luogo se possa essere vera, quand’anche arrivi aureolata dei crismi del sacro e del mistero. Per esempio non fu mai possibile che i Re Magi (di cui i vangeli della Chiesa non parlano, ma la gente nemmeno questo sa) fossero guidati dalla “stella-cometa”. Non solo qualunque corpo celeste è troppo lontano dalla Terra per indicarci una direzione, ma soprattutto, se si movesse, poi non potrebbe fermarsi. Per il principio di inerzia. Questo racconto poteva non suscitare obiezioni in analfabeti tolemaici, ma noi non dovremmo essere gli uomini del Ventunesimo Secolo?
Sempre in materia di religione, a quindici anni chiedevo agli amici preti: “Gesù ci ha insegnato a pregare, vero?” E loro erano d’accordo: bastava leggere il Padrenostro. “Sì, dicevo io, ma in esso noi chiediamo il pane quotidiano. Ora Dio non sa forse di che cosa abbiamo bisogno? Ricordatevi gli uccelletti che non coltivano la terra e tuttavia trovano da mangiare; i gigli dei campi che non filano e non tessono, eppure sono così ben vestiti”. E anche questo loro ricordavano. “Ma allora, chiedevo io infine, che senso ha indicare a Dio un nostro bisogno, che Lui conosce già benissimo? E non è come indicargli ciò che sarebbe bene facesse, quasi che lo sapessimo meglio di Lui?” Ma l’amico teologo non si scoraggiava: “Noi non diciamo a Dio ciò che dovrebbe fare, noi con la preghiera lo adoriamo, e con ciò acquistiamo meriti ai suoi occhi”. A parte il fatto che mi risultava poco stimabile questo Dio che aveva tanto piacere di sentirsi adorare, la risposta non superava l’obiezione: “Ma se così fosse, perché non adorarlo e basta, senza chiedergli nulla, coscienti che, tanto, Lui farà il meglio comunque, come del resto pensano i maomettani? E invece, nel padrenostro, l’hai detto tu stesso, noi gli chiediamo il pane…” Non ero fatto per essere un credente. 
Su un piano molto più triviale: come mai si vendono libri su come vincere al Lotto? Chi li scrive non si arricchirebbe lui stesso, con quel gioco? Del resto, il compianto Sergio Ricossa usava lo stesso ragionamento per dimostrare l’inaffidabilità dell’economia come scienza. Faceva notare che tutti i professori di economia vivono dello stipendio che gli versa l’Università, invece di divenire miliardari giocando in Borsa. E proseguiva irridendo le previsioni con la virgola, per esempio “il pil aumenterà del 2,3%”, quando poi, a conti fatti, l’errore si rivelava di numeri interi.
Ecco, il senso critico è la capacità di percepire subito incongruenze che molta gente scopre quando magari è troppo tardi. E non cito esempi in politica, perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 settembre 2018




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POLITICA
9 settembre 2018
IL PROBLEMA DELL'ALZO
In generale, quando  parlano di Salvini e delle sue vicende giudiziarie, i giornali e le televisioni prendono posizione secondo un loro chiaro pregiudizio. Ma anche chi volesse avere un atteggiamento equanime sarebbe in difficoltà.
Il politico XY sembra ai suoi sostenitori una persona accettabilmente perbene. Potrà commettere qualche sbaglio, certo, ma lo farà in buona fede. E comunque, il fatto che lo si accusi di qualcosa non significa molto. Non si può essere il sindaco di una cittadina senza beccarsi una sequela di denunce, figurarsi dunque se, cercando il pelo nell’uovo, un magistrato disonesto non troverà il modo di mettere chiunque nei guai. Poi magari il malcapitato sarà assolto in secondo grado o in Cassazione, ma intanto politicamente lo avranno rovinato. 
Ai suoi oppositori, invece, lo stesso politico sembra un incapace e un immorale. Uno che sopravvive grazie all’appoggio dei suoi complici, di coloro che traggono profitto dalla sua azione. Così, quando qualche magistrato ha finalmente il coraggio di mandargli un avviso di garanzia o ancor meglio lo rinvia a giudizio, gli oppositori sono convinti, prima ancora di conoscere i fatti, della sua colpevolezza. Perché già da prima erano convinti che meritasse la galera. 
Nel primo caso si critica la magistratura per un’azione che si reputa motivata da inconfessate ragioni politiche, e nel secondo caso si sostiene con tutto il cuore il magistrato coraggioso che si è ricordato che la legge è uguale per tutti. Anche per i potenti corrotti. 
Il problema della giustizia somiglia a quello di una postazione di artiglieria obbligata a sparare cannonate senza avere coordinate affidabili. Se esagera con l’alzo, rischia di sprecare le munizioni, se invece l’alzo risulta insufficiente, rischia di ammazzare i propri commilitoni. 
C’è modo di destreggiarsi, in un caso simile? La prima risposta è pessimistica. Anche leggendo l’incartamento del processo, probabilmente si rischierebbe di rimanere dell’opinione di partenza. E questo, al passaggio, spiega un fenomeno corrente. Dice molta gente: se l’avvocato che difende imputato fosse stato contattato prima dalla parte civile, oggi non cercherebbe con uguale foga di dimostrare la sua colpevolezza? Dunque gli avvocati hanno la coscienza in vendita. Ma questo ragionamento, che sembra del tutto evidente, è erroneo. 
L’avvocato sente per primo il suo cliente e poi legge tutti i documenti e ascolta tutte le testimonianze cercando in ogni momento ciò che può essergli utile. Il risultato è che si convince in buona fede di una tesi di parte. Esattamente come sia il sostenitore sia l’oppositore del politico avranno l’impressione di ricevere quotidiane conferme della loro tesi.
Ma, dirà qualcuno, almeno il giudice leggerà quelle carte e ascolterà quelle persone soltanto per conoscere la verità, non per assolvere o condannare l’imputato. Giusto, ma soltanto in teoria. Perché anche il magistrato è un uomo con le sue passioni, i suoi pregiudizi e le sue idee politiche. Anche lui, in perfetta buona fede, potrà comportarsi come un avvocato. La sua imparzialità ha qualche possibilità di esplicarsi quando i protagonisti gli sono del tutto ignoti ed indifferenti; invece, quando si tratta di personaggi pubblici, tutti i magistrati hanno naturalmente gli stessi pregiudizi dei normali cittadini. E questo non promette nulla di buono. La cosa è provata dalle ben note e confessate correnti politiche della magistratura.
Mentre il comune cittadino può sperare di avere un giudice senza troppi pregiudizi nei suoi confronti, perché non si sono mai incontrati prima, per il politico molto noto questa imparzialità è difficile. E l’unico rimedio rimane quello inventato durante la Rivoluzione Francese, se non vado errato: finché un cittadino è membro delle Camere o del Governo, deve essere immune dalla giustizia penale. La magistratura, se vuole, si occuperà di lui quando avrà cessato il suo incarico. Del resto, era ciò che stabiliva fino al 1993 l’art.68 della Costituzione. Cioè fino al momento in cui dei parlamentari ignoranti, scervellati e smaniosi di auto-castrazione si sono convinti della sovrumana infallibilità dei giudici, e hanno abolito nella parte essenziale quella fondamentale guarentigia. E infatti da allora stiamo a chiederci se Berlusconi, Del Turco, Mastella, Andreotti, Mannino e mille altri, siano fior di delinquenti o vittime di una giustizia inguaribilmente malata di politica.
I magistrati non sono né sovrumani né infallibili. Se conoscete un magistrato che sia mai stato accusato di qualcosa, saprete che, anche da innocente, è caduto nell’angoscia. E sarebbe stato così preoccupato se, come dicono tanti a vanvera, “avesse avuto fiducia nella giustizia”?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 settembre 2018




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POLITICA
9 settembre 2018
IL PROBLEMA DELL'ALZO
In generale, quando  parlano di Salvini e delle sue vicende giudiziarie, i giornali e le televisioni prendono posizione secondo un loro chiaro pregiudizio. Ma anche chi volesse avere un atteggiamento equanime sarebbe in difficoltà.
Il politico XY sembra ai suoi sostenitori una persona accettabilmente perbene. Potrà commettere qualche sbaglio, certo, ma lo farà in buona fede. E comunque, il fatto che lo si accusi di qualcosa non significa molto. Non si può essere il sindaco di una cittadina senza beccarsi una sequela di denunce, figurarsi dunque se, cercando il pelo nell’uovo, un magistrato disonesto non troverà il modo di mettere chiunque nei guai. Poi magari il malcapitato sarà assolto in secondo grado o in Cassazione, ma intanto politicamente lo avranno rovinato. 
Ai suoi oppositori, invece, lo stesso politico sembra un incapace e un immorale. Uno che sopravvive grazie all’appoggio dei suoi complici, di coloro che traggono profitto dalla sua azione. Così, quando qualche magistrato ha finalmente il coraggio di mandargli un avviso di garanzia o ancor meglio lo rinvia a giudizio, gli oppositori sono convinti, prima ancora di conoscere i fatti, della sua colpevolezza. Perché già da prima erano convinti che meritasse la galera. 
Nel primo caso si critica la magistratura per un’azione che si reputa motivata da inconfessate ragioni politiche, e nel secondo caso si sostiene con tutto il cuore il magistrato coraggioso che si è ricordato che la legge è uguale per tutti. Anche per i potenti corrotti. 
Il problema della giustizia somiglia a quello di una postazione di artiglieria obbligata a sparare cannonate senza avere coordinate affidabili. Se esagera con l’alzo, rischia di sprecare le munizioni, se invece l’alzo risulta insufficiente, rischia di ammazzare i propri commilitoni. 
C’è modo di destreggiarsi, in un caso simile? La prima risposta è pessimistica. Anche leggendo l’incartamento del processo, probabilmente si rischierebbe di rimanere dell’opinione di partenza. E questo, al passaggio, spiega un fenomeno corrente. Dice molta gente: se l’avvocato che difende imputato fosse stato contattato prima dalla parte civile, oggi non cercherebbe con uguale foga di dimostrare la sua colpevolezza? Dunque gli avvocati hanno la coscienza in vendita. Ma questo ragionamento, che sembra del tutto evidente, è erroneo. 
L’avvocato sente per primo il suo cliente e poi legge tutti i documenti e ascolta tutte le testimonianze cercando in ogni momento ciò che può essergli utile. Il risultato è che si convince in buona fede di una tesi di parte. Esattamente come sia il sostenitore sia l’oppositore del politico avranno l’impressione di ricevere quotidiane conferme della loro tesi.
Ma, dirà qualcuno, almeno il giudice leggerà quelle carte e ascolterà quelle persone soltanto per conoscere la verità, non per assolvere o condannare l’imputato. Giusto, ma soltanto in teoria. Perché anche il magistrato è un uomo con le sue passioni, i suoi pregiudizi e le sue idee politiche. Anche lui, in perfetta buona fede, potrà comportarsi come un avvocato. La sua imparzialità ha qualche possibilità di esplicarsi quando i protagonisti gli sono del tutto ignoti ed indifferenti; invece, quando si tratta di personaggi pubblici, tutti i magistrati hanno naturalmente gli stessi pregiudizi dei normali cittadini. E questo non promette nulla di buono. La cosa è provata dalle ben note e confessate correnti politiche della magistratura.
Mentre il comune cittadino può sperare di avere un giudice senza troppi pregiudizi nei suoi confronti, perché non si sono mai incontrati prima, per il politico molto noto questa imparzialità è difficile. E l’unico rimedio rimane quello inventato durante la Rivoluzione Francese, se non vado errato: finché un cittadino è membro delle Camere o del Governo, deve essere immune dalla giustizia penale. La magistratura, se vuole, si occuperà di lui quando avrà cessato il suo incarico. Del resto, era ciò che stabiliva fino al 1993 l’art.68 della Costituzione. Cioè fino al momento in cui dei parlamentari ignoranti, scervellati e smaniosi di auto-castrazione si sono convinti della sovrumana infallibilità dei giudici, e hanno abolito nella parte essenziale quella fondamentale guarentigia. E infatti da allora stiamo a chiederci se Berlusconi, Del Turco, Mastella, Andreotti, Mannino e mille altri, siano fior di delinquenti o vittime di una giustizia inguaribilmente malata di politica.
I magistrati non sono né sovrumani né infallibili. Se conoscete un magistrato che sia mai stato accusato di qualcosa, saprete che, anche da innocente, è caduto nell’angoscia. E sarebbe stato così preoccupato se, come dicono tanti a vanvera, “avesse avuto fiducia nella giustizia”?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 settembre 2018




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POLITICA
7 settembre 2018
IL SOLE QUADRATO DEI GRILLINI
Forse Adamo avrebbe potuto resistere alle proposte di Eva e questa, a sua volta, agli inviti del serpente.  E certamente c’è un eccesso, nell’aforisma di Oscar Wilde, quando dice: “Se c’è qualcosa cui non resisto, è la tentazione”. Perché in questo caso avrebbe dovuto saltar giù dalla terrazza del settimo piano, se soltanto gli fosse venuto in mente.
In realtà, le tentazioni sono più o meno irresistibili. Per me una delle più forti è quella di scrivere: “Ve l’avevo detto”. Non per affermare che sono una sorta di profeta, ma per manifestare la mia soddisfazione, quando vedo confermato il valore della razionalità. 
La razionalità è definita dal Devoto-Oli come: “Rispondenza a un ordine o a un criterio razionale”. Io, invece, se dovessi spiegarla ad un bambino, direi: “Guarda, ho messo sul tavolo due noci. Ora ne metto altre due. Dici che sono quattro? Hai ragione. Ma in fondo sono due più altre due. Dunque potremmo indifferentemente affermare che queste noci sono quattro, oppure due più due. E se sosteniamo la razionalità della frase “Due più due fa quattro” non facciamo altro che seguire il significato delle parole. Se tu avessi quindici anni di più, direi che stiamo seguendo il metodo universalmente accettato per la determinazione delle quantità. E chiunque pensasse che due più due fa un numero diverso da quattro commetterebbe un errore”.
Sembra elementare e tuttavia moltissime persone non si servono di strumenti semplici come questi. Quando il cuore pende da una parte e il cervello dall’altra, spesso il cervello perde. La storia ci fornisce un esempio in cui a sbagliare non è stato un singolo uomo, ma la parte più colta della Terra: l’Europa occidentale. 
Negli anni 90’ del secolo scorso molti idealisti desideravano che l’Europa, per tornare ai fasti del passato e in fondo in nome della sua stessa civiltà, divenisse un unico Stato. Ma per questo mancava la volontà dei singoli popoli. Allora pensarono di introdurre la moneta unica. Sapevano, come si sa e si saprà sempre, che una moneta unica intanto può sopravvivere, in quanto appartenga ad un unico Stato, con un’unica politica e con un governo che abbia l’ultima parola sull’intero territorio. Come avviene in tutti gli stati federali: Stati Uniti, Svizzera, Brasile, Russia. Ma i nostri idealisti di allora pensarono che, mettendo gli europei in una situazione “impossibile”, si sarebbero decisi a fare il passo successivo, arrivando all’unità. Illusi. Sono passati vent’anni, ed oggi, se di qualcosa si parla, è di sfasciare l’Unione, non di completarla. È confermata la regola razionale per cui “Non si deve mettere il carro dinanzi ai buoi”: cioè prima l’unione politica, poi quella monetaria. 
L’uomo emotivo guarda esclusivamente al risultato desiderato. L’uomo razionale si chiede anche se ha i mezzi per conseguirlo. Perché se non li ha, provocherà soltanto guai. E queste parole sono di un’attualità bruciante. Per anni i cosiddetti “grillini” hanno seguito le teorie del loro guru - un comico che avrebbe dovuto limitarsi alla comicità – e finché hanno soltanto sproloquiato si poteva anche compatirli. Poi, a forza di ripetere quelle sciocchezze ad un elettorato non molto più razionale di loro, hanno vinto le elezioni e a questo punto sono nati i guai. Da autentici idealisti – quasi da poeti –non si erano mai chiesti di quali concrete possibilità disponessero. Guardavano sempre lontano. A ciò che desideravano. Che qualcuno si caricasse il peso dell’Ilva, anche se oberata di una manodopera costosa e sovrabbondante. Che lo Stato desse uno stipendio di 780€ a chiunque avesse fatto la fatica di essere italiano e non avesse (ufficialmente) un lavoro. Che l’acqua fosse pubblica, cioè gratis, perché l’acqua è un bene essenziale. Che si rinunziasse alla TAV, malgrado le ovvie, pesanti penalità e malgrado il denaro che si è già speso. Fino a provvedimenti demenziali, soltanto in ossequio alle fantasie del comico genovese, come quello di dichiarare nocivi i vaccini. Così, obbedendo perinde ac cadaver, hanno tentato di permettere alla gente di non vaccinare i propri figli per poi mandarli a scuola, in modo che contagiassero i bambini immunodepressi.  Salvini poi parlava di un risoluto abbassamento delle tasse per tutti: un’unica aliquota al 15% e l’abolizione della Legge Fornero, senza calcolare quanto ciò sarebbe costato all’Italia. La lista è infinita. 
Tutto questo, condito da mille dichiarazioni cangianti, contraddittorie, assurde, fino a qualche giorno fa. In seguito al crollo del Ponte Morandi di Genova, è stata poi proposta una giustizia di tipo tribale – penso all’ineffabile Toninelli – e infatti i governanti hanno saputo subito chi erano i colpevoli, fino ad esautorare la magistratura. Hanno dichiarato che avrebbero tolto le concessioni ad Autostrade per l’Italia e quando qualcuno gli ha parlato di giusta causa, ecco che cosa ha risposto Di Maio: “La giusta causa sono i morti”. Come se un giudice, all’imputato che gli chiede perché lo stia condannando per omicidio, fornisse come motivazione: “Perché qualcuno è stato ammazzato”. 
Ma la realtà è implacabile. Dinanzi alla sollevazione dell’intera nazione, all’ultimo momento il M5S si rimangia la circolare sui vaccini, che tornano ad essere obbligatori(1) come vogliono quei chiacchieroni degli scienziati. Con la Legge di Stabilità la coalizione si rassegna a mettere nero su bianco numeri, progetti e coperture finanziarie. Risultato, sia Salvini sia Di Maio cominciano a versare moltissima acqua nel loro vino: non si sforerà nessun 3%, non si allarmerà nessun mercato, non si sfiderà l’Europa, e insomma che dei loro bei progetti non ne faranno niente o quasi niente. E chi glielo va a dire, agli elettori?
Una persona razionale avrebbe forse aspettato che si arrivasse a settembre per capire ciò che è evidente? L’impressione è che abbiamo come governanti persone irrazionali. Oppure imbroglioni che, per solleticare i peggiori istinti della plebaglia, sono disposti a sostenere in malafede che il sole è quadrato. E, se scrivo “in malafede”, è per porgere loro un’ancora di salvezza: perché in un caso simile chi non fosse in malafede sarebbe inevitabilmente uno stupido.
Gianni Pardo giannipardo1@gmail.com
6 settembre 2018
(1) Salvo ulteriori piroette del governo.
Invito gli amici ad usare come indirizzo giannipardo1@gmail.com. Grazie




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POLITICA
5 settembre 2018
ELEZIONI ANTICIPATE
Le elezioni anticipate sono da sempre una tentazione per il partito che pensa di vincerle. Anche se l’esperienza insegna che spesso i calcoli sono sbagliati: basterà ricordare il caso di Tony Blair. L’incertezza deriva dal tempo che passa fra il momento in cui si pensa di andare ad elezioni anticipate e il momento – inevitabilmente posteriore di qualche mese – in cui si va realmente alle urne. E infatti qualcuno ha detto che in politica sei mesi sono l’eternità. E non pensava a sei mesi eccezionali, pieni di avvenimenti imprevisti: sosteneva soltanto che, in quel lasso di tempo, non è strano che i sentimenti dei votanti cambino. Nella primavera del 2016 Matteo Renzi era così sicuro della sua popolarità che si impegnò a ritirarsi dalla politica, se al suo referendum costituzionale avesse prevalso il “No”. Voleva che ciò suonasse come una minaccia, e invece il popolo la prese come una promessa. Infatti ne approfittò per gridargli di togliersi di torno. 
Se il principio è valido quando non avvengono fatti particolarmente significativi, figurarsi quando si apre un grande scandalo o si ha un improvviso tracollo economico. Allora sì, tra il momento in cui si è interrotta la legislatura e il momento delle votazioni, la situazione politica sarà interamente cambiata. Ecco perché a Matteo Salvini si dovrebbe consigliare di godersi questo momento di consenso. Come si dice, è inutile cercare guai, tanto “ci cercheranno loro”. 
Del resto il suo consenso sembra legato a un momento contingente. I sondaggi danno la Lega ad inverosimili livelli di popolarità perché, da anni, gli italiani non ne potevano più della giaculatoria buonista secondo cui i migranti non potevano essere fermati. Anzi, bisognava vergognarsi di averlo desiderato. E così, vedendo che il vento è cambiato, molti sono felici della risolutezza di Salvini. Si sentono finalmente compresi e “vendicati”. Ma tutto ciò avviene a poco tempo dalla costituzione dell’esecutivo, cioè quando la gente pensa che “il governo non ha ancora avuto il tempo di far niente”. Ma questa sospensione del giudizio non durerà a lungo. Inevitabilmente, fatalmente, inesorabilmente bisognerà affrontare la realtà. I governanti dovranno destreggiarsi fra le possibilità reali e i loro programmi; i cittadini fra le promesse ricevute e le cose realizzate. 
Qui i casi sono tre. Primo caso, la coalizione di governo mantiene le sue promesse e l’Italia riparte a razzo verso la prosperità economica. Se le cose andassero così, gli italiani sarebbero tanto grati a questa maggioranza da prometterle eterna fedeltà e voti a valanga. Se invece il governo prova a mantenere le sue promesse, ma gli viene spiegato che rischia di mandare a gambe all’aria la stessa Italia, e dunque si ferma, i più poveri e i più ingenui, quelli che si aspettavano la manna, saranno furenti. L’elettorato non sarebbe contento e chiunque invocasse elezioni anticipate sarebbe punito dagli elettori. Né molto cambierebbe se il governo facesse finta di mantenere le promesse, per esempio spendendo per il reddito di cittadinanza ciò che già si spendeva per scopi consimili. Otterrebbe  dall’Italia intera un coro di ironie e peggio. Se a quel punto, cercando di non condividere l’impopolarità, la Lega lasciasse il governo, il M5S, pur di non andare a votare, si alleerebbe con Belzebù, con Satanasso, con Lucifero o, ancor peggio, con Berlusconi. Al Pd, addirittura, farebbe ponti d’oro. E poiché il potere è una calamita irresistibile, non è detto che la manovra non riuscirebbe. Forse che in tutta la precedente legislatura non si è governato senza una vera maggioranza, e sostenuti da truppe mercenarie? 
Il terzo caso è quello cui speriamo di non arrivare: la coalizione insiste per mantenere le sue promesse nelle dimensioni annunciate; i mercati reagiscono non comprando più i nostri titoli di credito; l’Italia va in default e noi usciamo (o siamo buttati fuori) sia dall’euro sia dall’Unione Europea. Ricchi premi e cotillon. 
Come si vede, l’unico caso in cui alla Lega converrebbe chiedere nuove elezioni sarebbe il primo, ma proprio in quel caso sarebbe stupido che le chiedesse. Infatti con quei successi  la legislatura proseguirebbe col vento in poppa fino al 2023 e probabilmente fino al 2028. Perché contentarsi di sei anni di potere, quando se ne possono avere dieci? 
Probabilmente, se mai parleremo di elezioni anticipate, sarà perché il governo è caduto, non perché qualcuno vuole andare all’incasso della popolarità. Il futuro in quel caso sarebbe estremamente incerto. Tutti dicono che l’opposizione è “morta”: ma si sbagliano. È morta in questo momento. Una volta che si scenderà sul concreto – e ciò comincerà già giorno 27, col Documento di Economia e Finanza – il M5S e la Lega la popolarità dovranno conquistarsela con i fatti e le parole non basteranno più. Anzi – come è avvenuto con Matteo Renzi – le parole potrebbero trasformarsi in un boomerang.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
5 settembre 2018




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POLITICA
4 settembre 2018
DI MAIO IL CHIMICO
Il 27 settembre il governo dovrà presentare il Documento di Economia e Finanza, il testo che dovrebbe precisare che cosa intende fare, e con quali fondi. I competenti – uno per tutti, Carlo Cottarelli – si sgolano da mesi a spiegare che, per tutto ciò che M5S e Lega hanno promesso, non ci sono i soldi. Ma – l’abbiamo visto – per Di Maio la soluzione è semplice. Basta sforare il tetto del 3% del bilancio e i soldi si trovano.  Anche se Tria ha precisato: “Sempre che ci sia qualcuno disposto a prestarci quei soldi”. Ma, si sa, è un vecchio brontolone.
Personalmente, in politica non soffro di “moralite”. In questo campo, che una cosa sia morale o immorale, se funziona, è positiva. Il forte può contrarre un debito e alla scadenza può dire: “Non ti pago”. Ciò posto, se Di Maio e Salvini fossero in grado di fare ciò che dicono, seppure comportandosi in modo scorretto, non ci sarebbe nulla da dire. Il punto è: stanno lottando contro la febbre o contro il termometro che la misura? Di Maio assume pose gladiatorie e dice che lui non si lascia intimidire né dalle agenzie di rating né da Bruxelles. Lui sta con gli italiani, e certo non li pugnalerà alle spalle per fare piacere a quei signori. Applausi e – perché no? – alalà.
Ma dinanzi a tali affermazioni, a ventitré giorni dalla pubblicazione del Def, c’è da rimanere sgomenti. E si ritorna col pensiero ad “Alì il chimico”, quel sodale di Saddam Hussein che parlava di vittorie dell’esercito irakeno mentre i carri armati americani erano già nei sobborghi di Baghdad. A questo punto i casi sono due: o Di Maio fra tre settimane si rimangerà la quasi totalità delle cose che ha detto in questi giorni, o dobbiamo dubitare abbia un’idea del significato delle cose che ha detto e delle loro conseguenze. 
A rischio di essere pedagogici, riprendiamo la cosa sin dal principio. È possibile spendere il denaro che non si ha? Certamente sì, se qualcuno ce lo presta. Ma certamente no, se nessuno è disposto a prestarcelo. Chi parla di spendere in deficit afferma dunque, implicitamente, di essere sicuro che troverà chi gli aprirà quel credito. E che ragione ha di esserlo? Di fatto in tanto lo troverà, in quanto abbia la fama di qualcuno che paga i suoi debiti. E questa fama non dipende né dalla sua buona volontà, né dalla sua simpatia e nemmeno dalla sua onestà (falliscono anche le persone oneste) ma soltanto dalla sua solidità economica. Se, al momento in cui dovrà restituire il prestito, quel denaro non l’avrà, il creditore rimarrà con un palmo di naso. Ecco perché chiunque si appresti a prestare denaro si chiede: “Belli gli interessi, ma mi restituirà il capitale?” E se la risposta è no, il prestito non viene concesso. Chiamatela serietà, credibilità, affidabilità, una cosa è certa: perfino il truffatore, se vuole riuscire nell’impresa, deve apparire affidabile. 
L’Italia ha un debito che corrisponde a circa 140.000€ per una famiglia di quattro persone e, almeno per i prossimi venti o trent’anni, di restituire duemilatrecento miliardi non se ne parla. Gli investitori sperano che l’Italia continui a pagare gli interessi e, se proprio deve fallire, che lo faccia dopo che essi personalmente hanno recuperato il loro denaro. Intanto continueranno a comprare i nostri titoli, in quanto l’Italia mostri la buona volontà di cominciare a restituire il proprio immenso debito, non di contrarre ulteriori debiti.
Se arriva Di Maio e afferma che lui non teme nessuno, che lui certo non pugnalerà i suoi connazionali alle spalle soltanto perché Fitch dice che l’Italia è meno affidabile di prima, ed anzi che, pur di rilanciare il Paese, sforerà il limite del 3% di deficit, la credibilità dell’Italia non aumenterà certo. Il giovanotto non si accorge che il debito è la febbre e le agenzie di rating sono soltanto gli indicatori di questa febbre. E che utilità si consegue, per la salute del malato, se si rompe il termometro? Gli investitori si rivolgono a Fitch, S&P e Moody’s appunto per sapere se gli conviene comprare i Btp, e le agenzie, se vogliono conservare i loro clienti, hanno tutto l’interesse a dire la verità. La verità è il prodotto che vendono. 
Se noi italiani mettiamo a rischio l’euro, l’Unione potrebbe buttarci fuori dall’eurozona e lo stesso avverrà se i mercati si allarmeranno seriamente e non compreranno i nostri titoli all’asta mensile. Non è uno scherzo. Una singola asta mensile che andasse deserta, o facesse schizzare i nostri interessi fino ad un delta di 700 o 800 punti di spread con i titoli tedeschi, potrebbe essere la catastrofe. Di Maio forse non lo sa, ma noi rimborsiamo i titoli in scadenza col denaro che otteniamo dagli investitori. Esattamente con quelle aste. E proprio perché gli investitori si fidano sempre meno, il nostro spread ha già raggiunto e superato quota 290. Già per questo pagheremo interessi più alti per quattro o cinque miliardi.
Ma già, a che cosa sarebbe servito cercare di convincere “Alì il chimico” fornendogli un binocolo, per vedere i carri armati americani? Avrebbe detto che sì, l’avevano avvertito, lì avrebbero girato un film.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 settembre 2018




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POLITICA
2 settembre 2018
SI PUO' VINCERE IL POPULISMO?
Probabilmente da mesi tutti i partiti si stanno chiedendo da che cosa deriva il successo del Movimento 5 Stelle. E immagino si potranno allineare molti fattori obiettivi, con in primo luogo i problemi economici e sociali irrisolti. Ma in fin dei conti quei fattori si riportano ad uno: la delusione nei confronti di tutti i partiti. In particolare del Pd e di Forza Italia. Naturalmente, secondo ogni probabilità, la ragione del successo del Movimento sarà anche la ragione della sua fine, perché certo non farà meglio degli altri. Ma questo riguarda il futuro. Non è ancora il momento di parlarne. 
Recentemente gli italiani hanno stabilito una sorta di sillogismo: l’Italia è in crisi; i partiti “seri” non hanno saputo far nulla; ergo non erano seri. E forse bisognava fare l’opposto di ciò che hanno fatto loro. Così l’Italia ha perso la fiducia in tutto ciò che, da sempre, aveva considerato affidabile: i politici di sinistra, per cominciare: con le loro sempiterne ricette marxiste, con i loro slogan e perfino con la loro albagia di “migliori”; Silvio Berlusconi - con la sua mai attuata rivoluzione liberale - che non ha ottenuto risultati diversi da quelli della sinistra; i sindacati infine che, malgrado l’atteggiamento di bellicosa e intransigente difesa dei lavoratori, non hanno saputo impedire che le imprese chiudessero e la disoccupazione dilagasse. Ma non sono i soli imputati.  La crisi di fiducia ha investito anche i competenti d’ economia di ogni colore, perché non hanno saputo suggerire la soluzione dei problemi; i media, che hanno soltanto saputo raccontare le nostre difficoltà, continuando ad incensare i governanti. E soprattutto  personaggi come Matteo Renzi che ci rintronava con le sue vanterie e nel frattempo portava l’Italia al disastro. Nella lista dei bocciati non manca, ovviamente, la stessa Unione Europea. I burosauri bruxellesi, con l’aria dei Soloni dell’economia - cioè di quelli che sono in possesso delle verità ultime - non soltanto non hanno saputo tirarci fuori da un’interminabile depressione economica, ma ci hanno persino impedito di provarci noi stessi. Si pensa quasi all’Aretino: “Di tutti disse mal, fuorché di Dio, scusandosi col dir: ‘Non lo conosco’”.
Dinanzi ad un quadro tanto negativo, ed anzi tragico, un uomo razionale non perde la testa. Se il suo medico personale è perplesso, e perplessi sono i due luminari chiamati a consulto, si rende conto che il suo caso è difficile. Forse la medicina non ha ancora identificato quella patologia. Forse non c’è un rimedio. Forse è cancro e non vogliono dirglielo. Invece un uomo irrazionale pensa che tutti e tre quei medici sono degli asini. E infatti va da un quarto che lo soddisfa dichiarandosi sicuro della diagnosi e prescrivendogli una cura balorda. Con questo meccanismo mentale tanta gente mette in dubbio la medicina e si rivolge all’omeopatia, all’agopuntura, al primo stregone che incontra. 
In fondo non c’è da stupirsi. La soluzione razionale non è consolante, quella mitologica sì. E quanto più un soggetto è intellettualmente primitivo, tanto più facilmente crederà ai miracoli. È proprio ciò che è successo. Dopo dieci anni di crisi gli italiani hanno reagito cercando lo stregone. E infatti i competenti non hanno più voce in capitolo: la prima qualità di un politico è l’onestà, e per questo chiunque sia onesto può governare l’Italia, sarà comunque migliore di coloro che l’hanno preceduto. Abbasso la cultura, abbasso la specializzazione, abbasso i vaccini, abbasso la scienza. Forse il cancro lo ha vinto la cura Di Bella e non ce ne siamo accorti.
Come si può far ragionare un malato al quale i medici hanno dato solo qualche mese di vita? Non rimane che lasciarlo fare. Che mangi soltanto cibi crudi, che si curi col bicarbonato, che vada a Lourdes. Tanto è destinato a morire. Così, quando constateranno il fallimento delle “controricette” del M5S, gli italiani guariranno dalla loro regressione. Purtroppo, dopo aver commesso l’errore di credere che il prezzo da pagare sarebbe stato inferiore a quello che avrebbero imposto i competenti. 
Anche se, seguendo le teorie socialiste e le teorie liberiste si possono commettere errori, è certo che non si possono ottenere buoni risultati facendo debiti fino a sbattere contro la sfiducia dei mercati. I professionisti non sempre ci azzeccano, ma figurarsi i dilettanti, passati dalla chat internettiana alla poltrona ministeriale. 
Forse non ci rimarrà che ripartire da zero, come dopo una guerra perduta. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 settembre 2018
Invito gli amici ad usare come indirizzo giannipardo1@gmail.com. Grazie. 




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1 settembre 2018
IL PRIMATTORE ENTRA IN SCENA AL TERZO ATTO
I giornali hanno una caratteristica inevitabile, parlano del futuro. Ed è normale: perché la gente il passato crede di conoscerlo. Vuole invece sapere ciò che accade oggi, magari fino a poco fa (e a questo serve la televisione). E poi desidera anche che gli venga spiegato che conseguenze potranno avere gli eventi. Così il giornale risulta fatto di cronaca e vaticinio. 
Purtroppo, da tempo l’Italia si sente quasi senza giornali. Da un lato sembra che non ci siano fatti ma soltanto parole, dall’altro non si ha idea di che cosa avverrà. E se tutto è possibile, a che serve prevedere un giorno una cosa, e un giorno un’altra cosa?
E non è soltanto da un paio di mesi che viviamo in questo modo. Dal momento del referendum del 4 dicembre 2016, abbiamo avuto per un anno il governo Gentiloni. Qualcosa come un segnaposto. Non si sapeva se sarebbe tornato Renzi o se sarebbe avvenuto qualcosa di nuovo. Ed è questa seconda ipotesi che si è rivelata giusta: infatti, neanche le elezioni del 4 marzo, che avrebbero dovuto soffiar via le nebbia, sono riuscite a dirci che cosa ci attende.
Dopo la sorprendente vittoria del M5S, e la grande affermazione della Lega, tutti sono rimasti perplessi: “E ora?” Ma la realtà non ha dato risposte. E i giornali, disperati, una settimana dopo l’altra hanno riportato lo stesso bollettino: “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale”. 
Così sono passati tre mesi. Tre mesi senza notizie. Poi, da un giorno all’altro, e dopo un colpo di scena da pochade (“Gettiamo in galera Mattarella?”), si è formato il governo. Ma è soltanto cambiato il tipo dell’attesa. Che cosa faranno, questi sprovveduti? Come se la caveranno, con le loro promesse impossibili? E come andrà quando giocheranno con la dinamite dei mercati? Già oggi Fitch risponde: “Male”. Comunque, come potrebbero esserci, le notizie, se esse sono un’eco dei fatti e di fatti ce n’è soltanto uno: la porta in faccia ai migranti? Grandi applausi ma è l’unico “cambiamento”, e l’unico a costo zero. 
La sostanza vera, quella che riguarda la nostra economia, il nostro portafogli e in definitiva la nostra vita, non si è ancora vista. E i giornali continuano ad astrologare interminabilmente sul senso da dare alle parole di Tizio, sul peso da dare alle sparate di Caio e a scrutare il volo degli uccelli e le viscere delle vittime sacrificali. 
Si è quasi costretti a svicolare sull’etica, sul costume, sul corsivo. Da un lato non pare che possa avere importanza ciò che dice un personaggio come Roberto Fico, anche se è il Presidente della Camera dei Deputati; o sapere che cosa pensa, sotto il cumulo-nembo dei suoi capelli, l’occhialuto Danilo Toninelli. Troverei pressoché umiliante studiare accuratamente i loro pensamenti. Non so che cosa abbia scritto Umberto Eco nella “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, ma una cosa è certa: prima di leggere la fenomenologia di Bongiorno dovrei leggere quella di Napoleone. Se qualcuno l’ha scritta.
E allora, quand’è che la storia si rimetterà in moto, quand’è che avremo finalmente le notizie? Al riguardo mi viene in mente il Tartufo di Molière. In questa “comédie de caractère”, avviene una cosa stupefacente. Passa tutto il primo atto, e Tartuffe, il protagonista, non compare in scena. E allora – si pensa - arriverà al secondo atto. E invece niente. Tartuffe arriva, nientemeno, al terzo atto. Analogamente, per quanto riguarda l’Italia, è inutile stare a parlare di Salvini, di Di Maio e perfino del ministro Tria. Sono personaggi di secondo piano. Il vero protagonista, da cui tutti loro dipendono, entrerà in scena fra qualche settimana e si chiama “problema economico”. Un gigante non molto intelligente, anzi addirittura rozzo, ma straordinariamente forte. Tanto che chiunque ha da fare con esso deve per forza assecondarlo. Se proprio vuole cercare di circuirlo, dovrà farlo con estremo garbo e senza esagerare. Perché, se lo si insospettisce, si è sicuri di perdere: il bestione è invincibile.   
E infatti il dubbio è: come si comporteranno i nostri dilettanti al potere? Se per attuare il loro programma sfideranno i mercati, saranno spazzati via con un gesto annoiato. Se rinunceranno ad attuare il loro programma, come reagiranno gli elettori, dopo mesi di vanterie, di annunci, di lampi di ottimismo e di aurore più che rosee, perfino nell’imminenza del DEF? Forse sono ancora troppo ottimista. Sarà difficile evitare gli scogli di una situazione che, anche per chi rinunziasse a far miracoli, si presenta tanto in salita. Per esempio per quanto riguarda l’Iva.
Domande senza risposta. Non siamo ancora al terzo atto. Il “bello” - se vogliamo usare un’antifrasi - deve ancora venire.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
1° settembre 2018 
Invito gli amici ad usare come indirizzo giannipardo1@gmail.com. Grazie. 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 1/9/2018 alle 6:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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