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giannipardo@libero.it
POLITICA
30 giugno 2018
UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE PER L'UE
Molti anni fa sono rimasto un po’ stupido quando mi sono accorto di essere un tendenziale sfasciafamiglie. Non nel senso che tutte le mogli degli amici si innamorassero di me ma nel senso che, quando qualcuno mi raccontava i suoi problemi coniugali, la mia reazione pressoché costante era: “Perché non vi separate?”
In realtà ero semplicemente logico: se due persone stanno male insieme, non staranno ambedue meglio, se si separeranno? Del resto, se ognuno dà all’altro la colpa della propria infelicità, non è opportuno far cadere questo alibi? 
Probabilmente queste idee sono valide anche per l’Europa. Questa Unione è nata come un matrimonio d’amore. E infatti a lungo è stato quasi blasfemia ipotizzarne la fine. Oggi, invece, l’“Europa” è sempre meno popolare, ed è sempre più spesso considerata colpevole dei guai dei singoli Paesi. La si vede come una serie di vincoli che ostacolano la libertà, piuttosto che come una guida, una protezione, una famiglia.
Magari a torto. È perfettamente possibile che l’Unione sia una grande realizzazione. Basterebbe citare il fatto che da molti decenni una guerra fra i suoi membri è reputata inconcepibile, e che il Continente costituisca un’immensa area di libero scambio. E tuttavia, che importa? I meriti delle persone, da soli, non sono sufficienti né a farle sposare, né – dopo – a farle rimanere insieme. I matrimoni d’interesse possono durare per tutta la vita soltanto se i coniugi hanno un grande buon senso. Ma l’Unione Europea è cominciata come un matrimonio d’amore, e in questi casi contano molto i sentimenti. Quando cominciano le rimostranze, le accuse e gli alterchi, la magia è svanita, i due si vedono come realmente sono, semplicemente umani, ed è la fine. Se si è a questo punto, meglio separarsi consensualmente, per così dire in tempo di pace, piuttosto che con un divorzio guerreggiato. 
Nel caso dell’Europa il problema è stato complicato dal sentimento di una doppia parentela. Nei confronti degli altri Stati, ognuno si è trovato nella situazione dei coniugi, ma nei confronti dell’Unione Europea in sé la relazione è stata simile a quella che i figli adolescenti hanno con i genitori. In teoria sanno che essi esercitano il loro potere per il loro bene, ma di fatto finiscono col dargli la colpa di tutto. Perché su tutto essi hanno potere. E dunque – a parere dei figli – di tutto sono responsabili. 
Si ha una riprova di questo sentimento nel fatto che uno dei primi rimproveri mossi all’Unione è proprio la sua legislazione, minuziosa e spesso sentita come opprimente. E non si tratta qui di decidere quanto siano fondate le accuse e le lamentele. Il fastidio della costrizione prevale sull’utilità della norma, che alla fine neanche si esamina. 
Bisogna ripeterlo: nessuno può essere sicuro che la fine dell’Unione sarebbe una buona cosa. Anzi, è meglio non azzardarsi a descrivere le conseguenze di un eventuale smantellamento della comunità. Ma si parla di impressioni, forse perfino di sensazioni stupide dovute alla disinformazione, perché in democrazia non raramente è sulla base di queste cose impalpabili che si decide. 
I competenti sostengono che ormai nel continente si è stabilita una tale rete di vincoli e interconnessioni, che il loro smantellamento sarebbe un’impresa ciclopica. E sia. Ma il problema non è se la fine dell’Unione sia opportuna, il problema è se sia fatale. E, se sì, è ovviamente meglio attuare questa enorme decostruzione avendo il tempo e la calma per progettarla e attuarla con cura, non in seguito ad un evento traumatico.
In fondo nessuno credeva all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, cosicché quella decisione non è stata né pienamente valutata, né adeguatamente progettata. È stato soltanto una volta che gli inglesi l’hanno votata, che essi si sono accorti delle conseguenze, al punto che, se avessero rivotato sulla stessa decisione un anno dopo, il “remain” avrebbe largamente prevalso sull’ “exit”. Tenendo conto di questa lezione, perché non attuare gradualmente e in modo razionale la marcia indietro rispetto al sogno che non si è realizzato? 
Chissà, potremmo perfino sperare che gli europei, dinanzi alle prime conseguenze concrete della separazione, si rendano conto che si stava meglio quando si stava peggio. E ricomincino a sognare l’Europa unita.
Invece attualmente ci troviamo nella famosa “situazione disperata ma non seria”. Se gli europei non riescono a capire se gli convenga o no questa Unione, forse l’unica cosa da fare è fargli assaggiare l’alternativa. Se possibile con quattro marce avanti, ma conservandone una indietro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 giugno 2018




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POLITICA
29 giugno 2018
LA GUERRA CIVILE DELLA SINISTRA
Un articolo di parte, ma sul quale è inevitabile riflettere, perché anche noi, in Italia, abbiamo vissuto qualcosa del genere.
Jack Minzey, morto un paio di mesi fa, è stato capo del Department of Education at Eastern Michigan University.

UNA GUERRA CIVILE CONTEMPORANEA

Come si hanno le guerre civili?
Due o più fazioni non sono d’accordo su chi deve governare il Paese. E non possono risolvere la questione con delle elezioni perché essi non sono nemmeno d’accordo su come si debba decidere chi deve comandare. E questo è qui l’argomento centrale. Chi decide chi comanda? Quando due si odiano ma accettano i risultati delle elezioni, avete un Paese. Quando smettono di accettare i risultati delle elezioni, avete un conteggio alla rovescia per la guerra civile.
Le indagini di Müller hanno per scopo quello di togliere il potere al Presidente Trump e di ribaltare i risultati di un’elezione. Lo sappiamo tutti.  Ma non è la prima volta che lo hanno fatto. La prima volta che un Presidente repubblicano ha vinto le elezioni, in questo secolo, hanno detto che non aveva realmente vinto. È stata la Corte Suprema a concedergli la vittoria. In questo c’è un modello.
Che senso hanno realmente le previsioni sicure che i democratici rigetteranno il prossimo Presidente repubblicano? Il senso è che essi non accettano i risultati di nessuna elezione che essi stessi non abbiano vinto. Il senso è che essi non credono che il trasferimento dei poteri in questo Paese sia determinato dalle elezioni.
Ecco la guerra civile.
Non si hanno sparatorie. A meno che non contiate il tentativo di uccidere un branco di repubblicani in campo di pratica di baseball per beneficenza. Ma i democratici hanno rigettato il nostro sistema di governo. 
Questo non è dissenso. Non è disaccordo. Potete odiare il partito avverso. Potete pensare che essi costituiscano la cosa peggiore che sia mai capitata al vostro Paese. Me poi voi lavorate duro per vincere le prossime elezioni. Quando voi invece realmente contestate i risultati delle elezioni che non avete vinto, ciò che desiderate è la dittatura.
La vostra propria dittatura.
L’unico esercizio legittimo di potere in questo Paese, secondo i democratici, è il loro. Ogni volta che i repubblicani esercitano il potere, esso è intrinsecamente illegittimo. I democratici hanno perso il Congresso. Hanno perso la Casa Bianca. E così che cosa fanno? Cominciano a provare a governare il Paese attraverso i giudici federali e i burocrati. Ogni volta che un giudice federale emette un ordine secondo il quale il Presidente degli Stati Uniti non può grattarsi la schiena senza il suo consenso, questa è guerra civile.
Il nostro sistema di governo è fondato sulla costituzione, ma questo non è il sistema che governa questo Paese. Il sistema dei democratici è che ogni parte del governo che esso comanda nel Paese dispone di un potere illimitato e totale sul Paese stesso.
Se i democratici sono nella Casa Bianca, il Presidente può fare qualunque cosa. E intendo proprio qualunque cosa. Può avere la sua propria amnistia per gli immigranti illegali. Può multarvi se non avete l’assicurazione contro le malattie. Il suo potere è illimitato. È un dittatore.
Ma quando i repubblicani entrano nella Casa Bianca, improvvisamente il Presidente non può più far nulla. Non gli è nemmeno permesso di disfare l’illegale amnistia riguardante gli illegali che il suo predecessore ha illegalmente inventato. Un democratico alla Casa Bianca ha la “discrezionalità” di decidere completamente ogni aspetto della politica sull’immigrazione. Un repubblicano non ha nemmeno la “discrezionalità” di rovesciarla. Ecco come viene giocato il gioco. Ecco come è governato il nostro Paese. Triste ma vero, anche se la sinistra ancora non ha vinto questa particolare battaglia. 
Quando un democratico è alla Casa Bianca, gli Stati non hanno nemmeno il permesso di applicare le leggi sull’immigrazione. Ma quando un repubblicano è alla Casa Bianca, gli Stati possono creare le loro proprie leggi sull’immigrazione. Sotto Obama, uno Stato non aveva nemmeno il permesso di andare al gabinetto senza essere autorizzato. Ma sotto Trump, Jerry Brown può andare in giro dicendo che la California è una repubblica indipendente e può firmare trattati con altri Paesi.
La Costituzione avrebbe qualcosa da dire, al riguardo.
Che si tratti di sinistra federale, statale, esecutiva, legislativa o giudiziaria, essa esercita il suo potere in tutto il Paese per governarlo. Se controlla un’istituzione, questa istituzione è improvvisamente il supremo potere della nazione. Ecco che cosa chiamo una dittatura mobile. 
Donald Trump ha fatto sì che il Governo Ombra sia uscito dal suo nascondiglio: il governo professionale è una corporazione. Come le corporazioni medievali. Non puoi esercitare se non ne sei un membro. Se non sei stato indottrinato nei suoi arcani rituali. Se non sei nel club. E Trump non è nel club. Ha portato con sé un branco di individui che non sono nel club.
Ora noi vediamo che cosa fanno i professionisti quando i dilettanti cercano di prevalere su di loro. Li spiano, li investigano e li mandano in galera. Usano gli strumenti del potere per annientarli.
Questo non è un Paese libero.
Non è un Paese libero quello in cui gli agenti dell’FBI che sostengono Hillary contraggono un’assicurazione contro la possibilità che Trump vinca le elezioni. Non è un Paese libero quando i funzionari di Obama si impegnano nello smascheramento dell’opposizione. Non è un Paese libero quando i media rispondono al fatto che l’oppositore abbia vinto bandendo i media conservatori che lo hanno sostenuto dai social media. Non è un Paese libero quando tutto ciò che si è detto collude insieme per rovesciare le elezioni perché il tizio che si supponeva non vincesse si è permesso di vincere.
Non abbiate dubbi, siamo in una guerra civile fra un governo di dilettanti conservatori e un governo professionale democratico di sinistra.
Jack Minzey
(Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo)

Civil War
How do civil wars happen?
Two or more sides disagree on who runs the country. And they can't settle the question through elections because they don't even agree that elections are how you decide who's in charge. That's the basic issue here. Who decides who runs the country? When you hate each other but accept the election results, you have a country. When you stop accepting election results, you have a countdown to a civil war.
The Mueller investigation is about removing President Trump from office and overturning the results of an election We all know that. But it's not the first time they've done this. The first time a Republican president was elected this century, they said he didn't really win. The Supreme Court gave him the election. There's a pattern here.
What do sure odds of the Democrats rejecting the next Republican president really mean? It means they don't accept the results of any election that they don't win. It means they don't believe that transfers of power in this country are determined by elections.
That's a civil war.
There's no shooting. At least not unless you count the attempt to kill a bunch of Republicans at a charity baseball game practice. But the Democrats have rejected our system of government.
This isn't dissent. It's not disagreement. You can hate the other party. You can think they're the worst thing that ever happened to the country. But then you work harder to win the next election. When you consistently reject the results of elections that you don't win, what you want is a dictatorship.
Your very own dictatorship.
The only legitimate exercise of power in this country, according to Democrats, is its own. Whenever Republicans exercise power, it's inherently illegitimate. The Democrats lost Congress. They lost the White House. So what did they do? They began trying to run the country through Federal judges and bureaucrats. Every time that a Federal judge issues an order saying that the President of the United States can't scratch his own back without his say so, that's the civil war.
Our system of government is based on the constitution, but that's not the system that runs this country. The Democrat's system is that any part of government that it runs gets total and unlimited power over the country.
If the Democrats are in the White House, then the president can do anything. And I mean anything. He can have his own amnesty for illegal aliens. He can fine you for not having health insurance. His power is unlimited. He's a dictator.
But when Republicans get into the White House, suddenly the President can't do anything. He isn't even allowed to undo the illegal alien amnesty that his predecessor illegally invented. A Democrat in the White House has 'discretion' to completely decide every aspect of immigration policy. A Republican doesn't even have the 'discretion' to reverse him. That's how the game is played That's how our country is run. Sad but true, although the left hasn't yet won that particular fight.
When a Democrat is in the White House, states aren't even allowed to enforce immigration law. But when a Republican is in the White House, states can create their own immigration laws. Under Obama, a state wasn't allowed to go to the bathroom without asking permission. But under Trump, Jerry Brown can go around saying that California is an independent republic and sign treaties with other countries.
The Constitution has something to say about that.
Whether it's Federal or State, Executive, Legislative or Judiciary, the left moves power around to run the country. If it controls an institution, then that institution is suddenly the supreme power in the land. This is what I call a moving dictatorship.
Donald Trump has caused the Shadow Government to come out of hiding: Professional government is a guild. Like medieval guilds. You can't serve in if you're not a member. If you haven't been indoctrinated into its arcane rituals. If you aren't in the club. And Trump isn't in the club. He brought in a bunch of people who aren't in the club with him
Now we're seeing what the pros do when amateurs try to walk in on them. They spy on them, they investigate them and they send them to jail. They use the tools of power to bring them down.
That's not a free country.
It's not a free country when FBI agents who support Hillary take out an 'insurance policy' against Trump winning the election. It's not a free country when Obama officials engage in massive unmasking of the opposition. It's not a free country when the media responds to the other guy winning by trying to ban the conservative media that supported him from social media. It's not a free country when all of the above collude together to overturn an election because the guy who wasn't supposed to win did. 
 Have no doubt, we're in a civil war between conservative volunteer government and a leftist Democrat professional government. 




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POLITICA
29 giugno 2018
UN ACCORDO, SUI MIGRANTI? NO, SOLTANTO UN RINVIO
Per quanto riguarda il summit di Bruxelles, molti tendono a presentarlo come un successo, perché si temeva che potesse concludersi con una rottura. Addirittura una rottura che avrebbe potuto mettere in pericolo la stessa Unione Europea. Questa rottura non si è avuta, ed è giusto essere contenti di ciò che non si è avuto. Ma possiamo essere contenti di ciò che si è avuto? 
Gli ottimisti – e i giornali con loro – parlano di accordo raggiunto all’unanimità, ed è strano – viste le premesse – che non parlino di straordinario miracolo. Ma forse non lo fanno perché quella dell’accordo è una pietosa bugia. Ciò che si è raggiunto è semplicemente un rinvio. La sintesi è: “Per oggi non litighiamo. Magari lo faremo la prossima volta, ma per oggi facciamo finta di andare d’accordo”. Meglio di niente. Ma non è un accordo, forse non è nemmeno una tregua. Infatti fino al prossimo giro continueranno ad accumularsi le ragioni del contrasto. 
Tutto ciò può essere facilmente dimostrato riprendendo dal “Corriere”(1) alcuni punti essenziali dell’“accordo”, e vedendo come i verbi siano al futuro o al condizionale, le espressioni vaghe e benedicenti, e che dentro non c’è niente di concreto. Chi non ci crede abbia la pazienza di leggere quanto segue.
I leader si dicono “determinati a continuare e rafforzare” l'azione “per prevenire un ritorno ai flussi incontrollati del 2015 e ridurre ulteriormente la migrazione illegale su tutte le rotte esistenti e nuove”.
“L'UE continuerà a stare dalla parte dell'Italia”.
“Tutte le navi che operano nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non ostruire le operazioni della Guardia costiera libica”.
Si evoca la necessità “di un nuovo approccio fondato su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri per gli sbarchi di chi è salvato nelle operazioni di ricerca e soccorso”.
Bisogna “esplorare rapidamente il concetto di piattaforme regionali di sbarco” nei paesi terzi che dovrebbero “operare distinguendo le situazioni individuali dei migranti, nel pieno rispetto del diritto internazionale e senza creare un fattore calamita”.
“Chi viene salvato secondo il diritto internazionale debba essere preso in carico sulla base di uno sforzo condiviso, attraverso il trasferimento in centri controllati istituiti in alcuni Stati membri, solo su base volontaria”. 
La ridistribuzione dei richiedenti asilo si effettuerà “su base volontaria” e “senza pregiudizio per la riforma di Dublino”. Su base volontaria è come dire che si deve convincere il pollo ad entrare da sé nel forno.
“Sulla riforma del regolamento di Dublino il Consiglio europeo ha ribadito che una decisione sarà presa per consenso (all'unanimità degli Stati membri)”. Come si sa, l’unanimità è la cosa più facile da ottenere.
Le conclusioni chiedono agli Stati membri di “cooperare strettamente tra loro” per limitare i movimenti secondari. Strettamente. Come se attualmente già cooperassero. Mentre in realtà lo fanno più o meno quanto i Capuleti e i Montecchi. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 giugno 2018
(1)https://www.corriere.it/esteri/18_giugno_29/migranti-tusk-notte-twitter-c-accordo-ue-28-da3d830c-7b48-11e8-ab49-1b15619f3f8e.shtml#




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POLITICA
27 giugno 2018
PERCHÉ L'OPPOSIZIONE È IN DIFFICOLTA'
Che oggi l’opposizione sia in difficoltà è una banale evidenza. Il primo sintomo è il silenzio. Chi saprebbe dire che cosa hanno fatto d’importante, recentemente, i dirigenti di Forza Italia, di Liberi e Uguali e soprattutto del Partito Democratico? Nessuno.  Secondo l’impressione comune, “non fanno niente”. Per il partito di Berlusconi si prevede l’infelice destino della mantide maschio: essere mangiato dopo l’accoppiamento dalla femmina, nel nostro caso la Lega. Per LeU si dice che il suo fallimento – ed oggi la quasi inesistenza – è anche il fallimento delle vecchie ricette della sinistra comunista, nel cui nome quella formazione era nata. E così il più giovane dei partiti è dichiarato preistorico. Infine, quando si parla del Partito Democratico, sembra che si sia porto il microfono ad una cooperativa di avvoltoi. Irrisioni degli sconfitti, consigli non richiesti, metafore funebri, il Pd non ha scampo. Lo si considera così disorientato che persino un professore come Ernesto Galli della Loggia si sente in dovere di fornirgli un programma in dieci punti, come se non fosse capace di sbagliare da solo.
In tutto questo c’è qualche esagerazione. Non che quei partiti non siano in difficoltà, ma il momento attuale è evidentemente di transizione. C’è differenza fra un cieco ed uno che è stato operato agli occhi. Per quest’ultimo si tratta soltanto di aspettare l’effetto dell’intervento chirurgico. 
L’opposizione è immortale per ineluttabili ragioni teoriche. La democrazia è caratterizzata dalla possibilità di cambiare governo, alla fine di ogni legislatura. I partiti che vogliono andare al governo cercano di convincere gli elettori a votare per loro proponendo programmi estremamente seducenti, al limite della circonvenzione d’incapace, e in fondo non possono fare diversamente. Infatti la caratteristica dell’uomo è quella di non essere mai soddisfatto e di sperare sempre in qualcosa di meglio. Forse il cittadino che dovesse andare in Paradiso, seduto su una nuvoletta, si lamenterebbe ancora degli spifferi. Winston Churchill ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e alle successive elezioni è stato mandato a casa. Chissà, forse avrebbe potuto vincerla prendendo con le buone Adolf Hitler, ed evitando così i bombardamenti di Londra e di Coventry.
L’opposizione non può non esserci. Ci si può chiedere soltanto chi la rappresenti, in un dato momento. Solo che, per esistere l’opposizione, ci deve prima essere un governo che governi. Essa è costituzionalmente un’antitesi, e se la tesi non c’è, è ovvio che l’antitesi abbia difficoltà a definirsi.
Nel nostro caso, l’attuale maggioranza ha presentato un programma che, a poterlo attuare, ci darebbe la botte piena e la moglie ubriaca. Come opporsi alla prospettiva della diminuzione delle tasse, della paga senza far nulla (così molta gente ha capito il reddito di cittadinanza), dello stop all’immigrazione clandestina, del rilancio dell’economia con i grandi investimenti, e della lotta alla disoccupazione e alla povertà? L’opposizione alla felicità è inconcepibile. Ma essa troverà facilmente la sua sostanza quando i miracoli non saranno realizzati e soprattutto quando, cercando di realizzarne qualcuno, bisognerà pagarne anche il prezzo. Non è più difficile di così. 
Il governo è in carica da meno di un mese, e fino ad ora ha fatto qualcosa soltanto contro gli sbarchi degli immigranti clandestini. Un provvedimento molto atteso e che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a milioni di italiani, ma un provvedimento dopo tutto facile, dal punto di vista finanziario, dal momento che non è costato un euro. I problemi veri nasceranno con gli altri punti del programma, quelli importanti. Questi non soltanto sono costosissimi ma non sono finanziati neanche per un decimo del loro costo. Dunque l’effetto positivo dello stop all’immigrazione clandestina, ammesso che si consolidi, fra qualche mese sarà svanito. Quello sarà il momento in cui bisognerà fare i conti non soltanto col resto del programma, ma con le manovre necessarie per aggiustare i conti, per evitare l’aumento dell’Iva, forse per parare il dilatarsi dello spread degli interessi sui titoli pubblici. Insomma ce n’è, di carne al fuoco. O forse, al contrario, non abbiamo né la carne né il fuoco. E allora si salvi chi può. L’opposizione comincerà nelle case degli italiani.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 giugno 2018




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POLITICA
26 giugno 2018
LA VENDETTA DELL'ITALIANO A CENA
La tornata amministrativa di domenica scorsa, con i suoi risultati sconfortanti (soprattutto per il Pd) ha continuato a porre lo stesso interrogativo: come si spiegano il trascinante successo di Salvini e la perdita di “appeal” della sinistra?
A questo genere di domande si possono proporre delle risposte soltanto con l’avvertenza che potrebbero benissimo essere sbagliate. Ma ragionare non fa certo male. Del resto, l’intera storiografia ha soltanto la funzione di narrare il passato e, quando possibile, spiegarlo. Impresa, già questa, non priva di rischi.
Forse il discrimine tra sinistra e destra è che da una parte c’è l’idealismo e dall’altra il realismo. Intendendo per idealismo il desiderio dell’assoluto meglio per tutti, spesso senza prendere in considerazione né i mezzi a disposizione né, addirittura, la natura umana com’è (ragione per la quale ha fallito il comunismo). E intendendo per realismo la voglia di essere soltanto razionali, e dunque di fare il possibile in concreto, non l’assoluto desiderabile. L’idealista guarda ai sogni, il realista agli interessi. 
Naturalmente la spinta ideale è tanto più forte quanto meno preme il bisogno: il suo pane lo regala volentieri chi non ha fame. E ciò spiega il sinistrismo delle élite.  Viceversa il sinistrismo dei poveri si spiega con la speranza che i nobili principi impongano sacrifici agli altri e portino vantaggi a loro. Comunque, tanto nei ricchi quanto nei poveri, il sinistrismo viene meno quando si accorgono che esso gli provoca danni. Se i sindacati esagerano con le loro richieste, l’imprenditore di sinistra delocalizza e porta la sua fabbrica in Romania. Ed anche i poveri, quando cominciano a preoccuparsi per la loro sicurezza o la loro identità nazionale, si dichiarano ferocemente contro gli zingari o gli immigrati. Come scriveva La Rochefoucauld, “Tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare”.
Questa evoluzione l’abbiamo sotto gli occhi. Finché abbiamo potuto vivere al di sopra dei nostri mezzi (si veda l’enorme debito pubblico accumulato) l’Italia è stata prevalentemente, se non addirittura totalitariamente, di sinistra. Ma non appena una tremenda crisi ha portato alla luce gli enormi difetti del nostro modello socio economico, e lo Stato non ha potuto più regalare niente, i partiti tradizionali non sono più stati in grado di reagire. L’elettorato si è ribellato ed ha cercato disperatamente nuove soluzioni e nuovi partiti. E quando infine la questione dell’immigrazione, prima affrontata con leggerezza e molte nobili parole, è divenuta macroscopica, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
In quel momento abbia percepito che si era avuto il più totale scollamento fra classe dirigente e popolo. L’élite politica (Pd) e quella religiosa (Chiesa) hanno continuato ad esprimere un punto di vista idealistico, e lo hanno fatto per giunta come se l’eventuale dissenso fosse il colmo dell’ignominia. Hanno continuato a parlare del dovere di accogliere anche milioni di “naufraghi” e dell’immoralità dell’ipotesi di limitarne l’afflusso o, Dio guardi, di respingerli, come fosse un inconcepibile orrore. E quando infine i ministro Minniti, lodevolmente, ha raggiunto qualche risultato, era ormai troppo tardi. 
Nell’intimità della sua casa, la gente che non scrive sui giornali e non è invitata in televisione era esasperata. Cenando sul tavolo della cucina, e alzando gli occhi sulle immagini delle navi traboccanti di emigrati in arrivo, prima ancora di inghiottire il boccone, il piccolo italiano borbottava: “Io li prenderei a cannonate e poi vedremmo se gli si può impedire di attraccare”. 
Cose che nessuno mai direbbe in pubblico, certo. E infatti a Roma nessuno le ha sentite. Ma mentre ognuno pensava di essere il solo “immorale”, in realtà in milioni la pensavano come lui. Così, quando Matteo Salvini ha avuto il coraggio di dire a voce alta ciò che tanti quasi non osavano pensare, c’è stata una sorta di entusiasmo, come quando il personaggio Fantozzi ha definito “La corazzata Potëmkin” “una boiata pazzesca”. Salvini ha permesso a intere folle di italiani di gridare anche loro, col voto, che il re è nudo. E lo gridano ancora. Il tracollo della sinistra è stato provocato dalla siderale distanza fra le sue parole e la realtà percepita dalla gente. 
La cosa cominciò 
quando Matteo Renzi, eccellente comunicatore, prima riuscì a dare qualche speranza agli italiani e poi, quando quelle speranze non si realizzarono, credette incautamente di poter dare a bere a tutti che vivevano una grande ripresa economica, anche se nessuno la vedeva. Ed insistette tanto da provocare un’irrefrenabile indignazione che gli italiani espressero con un sonoro “no” al referendum costituzionale. Da lì cominciò la parabola discendente. 
Purtroppo anche in seguito l’élite di sinistra è rimasta ottimista, decente e soprattutto morale. Così la rabbia dell’uomo dinanzi al televisore, col boccone in bocca, ha continuato ad aumentare al punto che alla fine egli è stato disposto a votare anche per il diavolo, pur di mandare tutti “affanculo”. E per fortuna c’era un partito proprio con questo programma. Quando poi ha visto che c’era un politico come Salvini ancora più risoluto del partito “anale”, se ne è entusiasmato: le cannonate no, ma il divieto di entrare in porto sì. Finalmente.
Forse la spiegazione dell’attuale momento politico non è difficile: viviamo le conseguenze dell’estraneità che si è creata fra le élite ben pasciute ed idealistiche, e un popolo in difficoltà che non ne può più di belle parole. Purtroppo ciò che la gente non sa è che né Salvini né Di Maio sono la soluzione. Semplicemente perché, nelle condizioni date, il compito di salvare l’Italia è impossibile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 giugno 2018



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POLITICA
25 giugno 2018
FALSI CONCETTI SUI NAUFRAGHI
Da parecchio tempo, quando si parla di diritti e di doveri, si notano evidenti distorsioni del significato di queste parole. La maggior parte delle volte l’intento è quello di far credere che non si tratti della richiesta di un atto di generosità, ma della rivendicazione di un diritto naturale, cui eventualmente l’ordinamento giuridico dovrà adeguarsi, più “riconoscendo” un diritto che “creandolo”.
Prendiamo i “diritti degli animali”. Tecnicamente, le bestie non possono essere titolari di diritti perché non hanno personalità giuridica. Dunque l’espressione diritti degli animali è tanto assurda quanto l’espressione “doveri dei minerali”. Ma – dirà qualcuno - gli animali sono esseri senzienti e chi ama cani e gatti li considera spesso “persone”. Tanto che la sola idea di farli soffrire gli sembra impensabile. Negli ultimi decenni anzi – molto opportunamente - questa sensibilità si è estesa anche agli animali che alleviamo per ucciderli: infatti a suo tempo fu molto apprezzata l’iniziativa di Brigitte Bardot volta ad ottenere che, nei mattatoi, fossero evitate inutili sofferenze alle bestie. 
Nei Paesi civili la sensibilità comune richiede giustamente che sia punito chi maltratta gli animali, ma – ecco il punto – si tratta di imporre nuovi doveri ai cittadini, non di riconoscere i diritti agli animali. E allora perché ci si esprime così? Lo scopo dei sentimentali è quello di invertire l’ordine concettuale del provvedimento. Secondo le anime buone, non si tratterebbe di emanare nuove leggi, ma di riparare n precedente torto inflitto agli animali, calpestando i loro “diritti”. Cosicché chi viola quella norma non è soltanto colpevole di un reato ma, per così dire, ha infranto le leggi della natura.
Tutto falsa le idee in materia di diritto e legittima l’ipocrisia. L’uomo non è un erbivoro. Per milioni di anni ha mangiato animali, dopo averli uccisi in qualunque modo gli capitasse, anche le tagliole. Volerci credere, come specie, buoni come siamo col gatto di casa, è una presa in giro. Quando compriamo il cibo per il micio, del resto, quel cibo contiene la carne di altri animali che, indirettamente, abbiamo fatto uccidere per lui. Inutile chiudere gli occhi. Il gatto è un tale carnivoro che la sua dentatura è fatta soltanto per mangiare carne, e infatti è incapace di masticare checchessia. Dunque è bene non far soffrire gli animali, ma ricordando che, per legge naturale, li abbiamo fatti soffrire per milioni di anni, e ancora oggi, mentre ci sentiamo tanto buoni, mangiamo polli, maiali e buoi che non sono certo morti di morte naturale. 
Purtroppo, la prevaricazione linguistica non riguarda soltanto i “diritti degli animali”. Prendiamo la cosiddetta “legge del mare”. Questa non è una legge naturale, perché le leggi naturali semplicemente non esistono. Se un uomo, cinquantamila anni fa, vedendo un suo simile in difficoltà, lo ha aiutato, non è stato per motivi giuridici ma perché, essendo l’uomo un animale sociale, l’interesse del gruppo è quello di preservare il massimo numero di componenti. Per lo stesso motivo non siamo violenti con i bambini, perché i bambini costituiscono il futuro dell’umanità. Dunque stiamo parlando di istinti: benemeriti, certo, e lodevoli, ma sempre istinti. 
Salvare chi rischia la vita in mare è scritto nel nostro Dna, e sarà magari divenuta una consuetudine sentita come assolutamente doverosa, ma quell’azione non costituisce un atto con valore giuridico finché non rientra nella legislazione. E comunque sotto forma di dovere per il soccorritore, non sotto forma di diritto per chi è soccorso. In caso di naufragio, sono i natanti che si trovano nei paraggi ad avere il dovere del salvataggio, non i naufraghi ad avere il diritto al salvataggio.
Questo concetto deve essere molto chiaro. Se qualcuno non vuole restituirmi il denaro che gli ho prestato, posso rivolgermi al giudice per riottenerlo coattivamente. Infatti ho un “ diritto soggettivo” a quella restituzione. Se, al contrario, denuncio il sindaco per peculato, non ho né il diritto a ricevere la somma oggetto del reato, e neppure il diritto a veder condannato quel politico. Nel perseguirlo per peculato, lo Stato fa il proprio interesse e non ne risponde a me. 
In questo modo è stata tratteggiata una delle differenze fra diritto privato e diritto pubblico. Il diritto penale è diritto pubblico, perché lo Stato non aspetta di ricevere una denuncia per omicidio, per ricercare e condannare il colpevole. Lo Stato – si dice – è il soggetto passivo costante del reato.
Ecco perché parlare del diritto dei naufraghi al salvataggio è un assurdo teorico. E ciò ancor a più forte ragione quando non si tratta di naufraghi, ma di persone che si sono volontariamente poste in pericolo. Le norme che recepiscono nell’ambito dell’ordinamento giuridico i comportamenti derivanti dalla nostra qualità di animali sociali vanno intese cum grano salis. I pompieri sono pagati per spegnere gli incendi, ma se qualcuno appiccasse un incendio solo per godersi lo spettacolo, e poi un pompiere morisse nell’operazione di spegnimento, lo stupido si vedrebbe accusare anche di omicidio colposo (Art.586 C.p.). 
Il naufrago, spiega l’etimologia, è qualcuno che si trova in pericolo perché la sua nave (“nau”) si è rotta (“fragio”), non qualcuno che affronta l’oceano in canoa. In questo caso l’individuo non è in pericolo contro la sua volontà ma secondo la sua volontà. E dunque non è un naufrago. Non si gioca con i paradossi. Se vediamo un uomo che rischia di morire di fame, è normale nutrirlo. Ma se è lui stesso che non si alza dalla sedia per procurarsi il cibo, e pretende di essere nutrito esclusivamente perché ha fame, anche il samaritano non si ferma. 
Cinquanta o cento migranti su un gommone sono dunque dei  naufraghi? Nient’affatto. Infatti hanno preso il mare con un natante che, a parecchie miglia dalla costa, è nelle stesse condizioni di quando l’ha abbandonata. Non hanno fatto naufragio. Potrebbero farlo, certamente, ma quale legge del mare impone di salvare chi potrebbe far naufragio? Se così fosse, le navi da guerra dovrebbero seguire quei velisti che fanno il giro del mondo in solitario. Forse che non potrebbero fare naufragio, anche loro, affrontando le tempeste degli oceani?
L’intera discussione sui migranti considerati naufraghi e sulle “vite da salvare” è una mistificazione. Si tratta soltanto di una pericolosa ma volontaria modalità di emigrazione. Possiamo comprendere il bisogno che spinge queste persone a spendere denaro, ad affrontare sofferenze e rischi alla ricerca di una vita migliore, possiamo anche cercare di aiutarli, ma tutto ciò non impone a noi il dovere del salvataggio, perché non sono naufraghi, né a loro il diritto all’immigrazione, perché un tale diritto non esiste.  
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018




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POLITICA
24 giugno 2018
CACCIARI MANCA IL BERSAGLIO
Massimo Cacciari è una persona da rispettare per almeno due ragioni. Oltre ad essere un “vero” professore, dimostra spesso coraggio intellettuale, nel senso che non esita ad andare contro l’opinione comune, se così gli detta la sua coscienza morale e intellettuale. Proprio per queste ragioni si può essere sorpresi quando sostiene una tesi che la sua spregiudicatezza dovrebbe mostrargli totalmente infondata.
In un articolo pubblicato sull’Espresso(1) del 24.6.’18, dal titolo “Siamo al bivio del male” sostiene, come spiegato nel sottotitolo, che “L'Europa cessa di esistere se diventa indifferente nei confronti della sofferenza e della sopraffazione” ma purtroppo non si dà la pena di definire che cosa intende per “male”, anche se usa la parola tredici volte. Ma la lettura dell’articolo rende chiarissimo che per “male” Cacciari intende quello morale. Un sinonimo di “gelide passioni della paura, dell'egoismo, dell'avarizia e dell'invidia”, di “Ingiustizia, so?erenza, sopra?azione”, mentre il bene sarebbe “l'imperativo categorico di federarsi insieme, di essere solidali gli uni con gli altri, di volere il bene del prossimo”. Per concludere che, avendo perduto ogni interesse per questi nobili valori, “sparirà l'Europa. L'Europa cessa di esistere se diviene indifferente nei confronti del male”.
Argomentazioni peggio che discutibili. 
In primo luogo è stupefacente che un professore di filosofia non si occupi di definire i concetti di bene e di male, allineandosi per essi alla concezione corrente, e non citando neppure Jeremy Bentham e l’“utilitarismo”. Sicché le sue affermazioni finiscono con l’avere una base puramente tradizionale o religiosa, essendo in sostanza quella espressa nel Vangelo. Concezione legittima, ma che un filosofo dovrebbe argomentare, soprattutto se nel testo cita le parole “imperativo categorico”, che non possono non evocare un diverso fondamento della morale, quello kantiano.
Secondo motivo di stupore.  Il male di cui parla, pur essendo su base individuale, è visto in chiave collettiva, cioè sociale. E in questo caso il male rientra nell’ambito della politica. Ne è prova il fatto che, fra gli altri esempi, egli cita il problema dei migranti africani, con queste parole: il male “Che vi sia chi so?re atrocemente non è più uno scandalo per la nostra coscienza. Basta tenerlo lontano, non vederlo, che non anneghi nei pressi delle nostre spiagge”. Ma ciò facendo egli incorre in una contraddizione insanabile.
La politica e il diritto, negli Stati laici, hanno la caratteristica dell’“esteriorità”. Il principio dell’“esteriorità” è quello per il quale l’ordinamento giuridico non richiede che il cittadino condivida la norma giuridica, ma si accontenta che egli le obbedisca, quand’anche la disapprovasse. I pensieri sono interamente liberi, i comportamenti pratici no. Posso desiderare di ucciderti quanto voglio, purché poi non ti torca un capello. Anche se desiderare di uccidere qualcuno è contro la morale, non è contro l’art.575 del Codice Penale. 
La caratteristica dell’esteriorità e della sanzionabilità fanno sì che il diritto si disinteressi della morale, salvo per ciò che è stabilito nelle leggi. Analogamente la politica non deve corrispondere ai buoni e più alti sentimenti dei governanti, ma ai bisogni e ai desideri dei cittadini, quanto meno questa è la regola in democrazia, se è vero che in essa “il sovrano è il popolo”. Dunque la politica non deve partire dall’interiorità di chi amministra il potere, ma dall’esteriorità di ciò che manifesta il popolo. E se il popolo non desidera avere immigranti, il dovere dei governanti è quello di impedirne l’arrivo. Eventualmente poi, come singoli individui, andranno a confessarsi, ma non nell’orario d’ufficio.
Insomma, spiace doverlo dire, ma quella di Massimo Cacciari è forse una nobile predicazione, ma nulla di più di una nobile predicazione, cui per giunta i governanti avrebbero il massimo torto di adeguarsi, perché mancherebbero ai loro doveri nei confronti di chi li ha eletti.
Scendendo poi sul piano della concretezza, pur ritenendo legittima ogni concezione morale che sia differente dalla mia, mi permetterei di far notare a Cacciari che, mentre a parole tutti sono per la morale cristiana, in pratica poi tutti seguono i dettati dell’egoismo e soltanto i migliori si elevano fino ai principi di Jeremy Bentham. L’utilitarismo infatti vorrebbe che ciascuno agisse per la massima felicità generale, cioè cercando contemporaneamente la propria e l’altrui felicità. E sarebbe già grasso che cola. Ma predicare la generosità a fondo perduto e a rischio della propria sicurezza è da dementi. O comunque da persone disposte a parlare pur essendo assolutamente sicure che nessuno le ascolterà. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=383568013_20180624_14004&section=view

Ho inviato il mio articolo al prof.Cacciari e ne è seguito il breve scambio epistolare che segue. 
G.P.

Gentile Gianni Pardo, beato lei che crede cosi ardentemente nelle sue argomentazioni "indubitabili"! Le tesi utilitaristiche, fondamento del pensiero economico neo-classico, sono state stracciate da decenni di letteratura scientifica, perfino in chiave neuro-psicologica! Lasciamole perdere, mi creda. Sono fervente seguace del realismo politico! ma nel senso della virtus machiavellica e spinoziana...nessun realismo è più irrealista del non tenere in alcun conto le conseguenze del lasciare proliferare disuguaglianze e tra la gente  le più gelide passioni...con i migliori auguri, 
Massimo Cacciari  

Caro professor Cacciari, 
cercherò di essere sintetico e di andare alla sostanza delle Sue argomentazioni (“indubitabili” quanto le mie). Io non ho sostenuto l’utilitarismo, anzi ho chiaramente affermato che le teorie morali possono essere diverse, e che Lei non ha giustificato la Sua. 
Quanto alle conseguenze del lasciar proliferare disuguaglianze e gelide passioni, in primo luogo si tratta di espressioni che mi fanno pensare ad (opinabili) spinte morali; in secondo luogo Lei non ha risposto alla mia tesi secondo cui lo Stato democratico ha il dovere di governare secondo i desideri del popolo, e non secondo i principi morali della sua élite.
Lieto dell’incontro, e conservandoLe la mia simpatia, 
Gianni Pardo




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POLITICA
24 giugno 2018
THE DAY AFTER
Il “principio di Murphy” insegna che tutto ciò che può andare storto una volta o l’altra lo farà. Dunque non bisogna avere paura delle ipotesi, per quanto possano essere brutte. Perché è sempre bene prepararsi anche al peggio.
Per ciò che potrebbe avvenire in Europa l’ipotesi più sgradevole - ma purtroppo non irrealistica – è che, se le cose si mettessero veramente male, si potrebbe annullare il trattato di Schengen (cioè la libera circolazione all’interno dell’Unione), decretare la fine dell’euro e della stessa Unione Europea. Il fenomeno, date le premesse, non sarebbe stupefacente. 
Tanti anni fa, l’immenso dolore provocato da una guerra fratricida fece nascere l’ideale di una Europa unita e pacifica. Si era disposti ad arrivarci a piccoli passi, ma in realtà, dopo molti decenni, si è visto che l’unificazione politica è impossibile. Anzi la stessa introduzione dell’euro – che nelle intenzioni dei governanti avrebbe dovuto pressoché costringere gli Stati a unirsi anche politicamente – di fatto è stato un accelerante della disgregazione. 
L’ipotesi della fine dell’Unione è dunque da prendere in considerazione, soprattutto pensando che, se tutto avvenisse con gradualità e consensualmente, forse i guasti potrebbero essere sopportabili. Invece si rimane attaccati all’ideale e dunque sembra che, se ad un esito del genere si arriverà, sarà per via traumatica. 
Una delle micce che potrebbero far scoppiare la bomba sarebbe proprio l’Italia. Il fallimento di uno Stato economicamente enorme potrebbe provocare d’un sol colpo sia la dissoluzione dell’Unione sia la fine dell’euro. Né sarebbe da escludere, finanziariamente, un effetto domino, dal momento che non siamo certo gli unici ad essere pesantemente indebitati. Pesantemente indebitati, salvo eccezioni, sono quasi tutti i Paesi del mondo, dai più piccoli al Giappone e agli Stati Uniti. 
E tuttavia la Terra continuerà a girare: sicché bisognerà pure farsi un’idea del “dopo”. Immaginiamo un uomo che non riesca a smettere di fumare. Se gli si vuol bene, si potrà sperare che, malgrado le previsioni, quel cancro non si manifesti mai. Ma qual è la “second best option, la seconda scelta? Ovviamente che il cancro si scopra in tempo per curarlo, e che quella persona, avendo smesso di fumare, campi fino a novant’anni.
Nello stesso modo, nel nostro Paese si sono create situazioni che richiederebbero una soluzione, prima che scoppino. E tuttavia nessuno riesce a disinnescarle. Per esempio il rischio del default come conseguenza di una crisi di fiducia delle Borse. E questo pur sapendo che, una volta che quel pericolo si realizzasse, nessuno poi avrebbe la forza di salvarci, pure volendolo. L’Italia non è la Grecia. I competenti sono avvertiti di tutto ciò, ma i nostri governi non sono mai riusciti ad invertire la rotta. Non solo il debito oggi ammonta a 2.300 miliardi di euro, ma l’attuale maggioranza sogna di sforare, con i bilanci, aumentandolo notevolmente. Si parla di cento e più miliardi. Che dobbiamo dire? Non ci rimangono che le preghiere e gli scongiuri, per quello che valgono. 
E allora facciamo coraggiosamente l’ipotesi che, anche come conseguenza dell’avventurismo “legastellato”, salti tutto. Le conseguenze negative sarebbero tali e tante che è meglio non enumerarle, per non riscrivere l’Apocalisse. Piuttosto “pensiamo positivo”, come dicono quelli che parlano in italiano e fanno finta di pensare in inglese. Mentre un uomo può morire di cancro, la geografia non cambia e in futuro ci sarà comunque l’Italia. Che cosa avverrà, dopo la catastrofe? Ovviamente ci sarà una ripartenza, come dopo le più devastanti guerre del passato. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà, certo si volterà pagina. E la grande domanda, mentre si risale dolorosamente la china, sarebbe: che cosa ha imparato l’Italia? 
A non contrarre debiti, certamente. La lezione sarebbe troppo recente, per dimenticarla. Così come la Germania, dopo Weimar, imparò a guardarsi dall’inflazione, forse noi impareremmo anche a guardarci dalla demagogia, dal populismo e da certa mentalità idealistica, caratteristica della sinistra. Ma quanto tempo durerà, l’effetto di questa esperienza? Quanto tempo ci metteranno, gli italiani, a ritrovare la loro mentalità di inguaribili sognatori, fino a ficcarsi di nuovo nei guai? Il tempo darà queste risposte quando in molti non ci saremo più. 
Per quanto riguarda l’intera Europa, si può solo sperare che avrà imparato il senso di quel bel proverbio siciliano per il quale: “l’acqua della cisterna va risparmiata quando la cisterna è piena, ché quando è vuota si risparmia da sé”. Cioè: è quando tutto va bene, che bisogna fare il possibile perché non vada male. Per esempio riformando le istituzioni europee, e al limite facendo una totale marcia indietro. Perché se si permette che tutto vada a rotoli, poi ci penserà la realtà a presentarci il conto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 giugno 2018




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POLITICA
23 giugno 2018
SE VA BENE, VA ANCORA MALE
La maratona nacque in memoria della corsa a perdifiato di Fidippide, per annunciare ad Atene l’esito della battaglia. Oggi, se volessi spedire queste righe al mio amico che abita a Sydney, potrei farlo con un clic. L’attuale velocità della comunicazione ha infiniti vantaggi ma un lato negativo: rischiamo di considerare preistoria un fatto di un paio d’anni fa. Basti vedere che Rai Storia parla continuamente di fascismo, nazismo e Seconda Guerra Mondiale e quasi mai di qualcosa che sia avvenuto prima del XX Secolo. Settecento? Medio Evo? Hic sunt leones.
Anche il mondo dell’immaginario ha subito un’accelerazione. Mentre nell’Ottocento i lettori erano capaci di leggere un romanzo come Guerra e Pace, e perfino nel Novecento si sono venduti romanzi fluviali come l’insipido “Via col Vento” o l’insignificante “I Buddenbrook” (posso dirlo, li ho letti tutte e due), nell’epoca contemporanea l’opera d’arte più corrente è il film: una narrazione in cui il fruitore non fa nessuno sforzo e che in un paio d’ore deve arrivare alla sua conclusione. E questi, come si sa, non sono i tempi della vita. 
Ciò ci può indurre in errore. Oggi, quando la televisione annuncia un delitto orrendo, la gente quasi si aspetta che i Carabinieri identifichino il colpevole immediatamente. Come avviene nei telefilm. Mentre nella realtà a volte il colpevole è identificato dopo mesi, a volte dopo anni, a volte mai.
Questa falsa sensazione del tempo opera anche in politica. L’attuale governo – a parte la grancassa salviniana sugli immigrati - non ha ancora avuto il tempo di governare, bene o male che sia. E tuttavia già serpeggia la voglia di trarre conclusioni. Per la verità l’ho fatto più volte io stesso, ma non parlando di uomini, semplicemente mettendo a confronto programmi e disponibilità finanziarie. Viceversa molti ne fanno una questione di personalità e di volontà politica. Per questo il Movimento 5 Stelle è tacciato di immobilismo e d’incapacità di reazione nei confronti dell’invadenza di Salvini. La realtà è che ancora non abbiamo visto niente. 
C’è una vicenda sintomatica che può servire da bussola in questo caos. Come sappiamo, a livello internettiano e popolare, c’è stata una sorta di sollevazione contro i vaccini. Scientificamente tanto fondata quanto l’elettrosmog, ma questo poco importa. Finché cavalcare la tigre porta voti, si spari pure ad alzo zero contro i vaccini. Ma, quando si è al governo, le cose cambiano e si è costretti a badare alle conseguenze della propria demagogia. Si possono trascurare le conseguenze lontane (“Se ne occuperà il governo in quel momento al potere”) ma non si possono trascurare quelle del breve e medio termine. Perché, insciallah, si potrebbe ancora essere al governo. E se in quel momento si dichiarasse un’epidemia e i bambini cominciassero a morire come mosche, forse la gente caccerebbe via i politici con i forconi. I demagoghi si possono occupare di voti, i governanti devono tenere conto della spietata realtà. 
Oggi Salvini dichiara in modo confuso che i vaccini fanno male e conquista i titoli dei giornali. Ma non gli servirà a molto. Le domande sono una folla: tutti e dieci i vaccini obbligatori? Quanti di essi? E perché? E con quali prove scientifiche? Tutte domande che al demagogo non interessano, ma interessano al ministro della salute. La quale infatti l’ha seccamente rimbeccato con una frase lapidaria e incontestabile: il giudizio sui vaccini lo dà la scienza, non la politica. Ecco il punto: se Salvini crede di poter governare con la demagogia, sbaglia. Più il tempo passerà, più il governo si dovrà confrontare con la realtà. Ed è questo il vero problema. Perché la realtà riguarda l’Iva, il Fmi, l’euro, l’Unione Europea, l’Ilva di Taranto, l’Alitalia, la disoccupazione e soprattutto il debito pubblico che, per paura della reazione dei mercati, tiene ermeticamente chiuso il cassetto della spesa in deficit. 
Ecco i veri problemi. Non del M5S, e neppure di Salvini: dell’Italia. Questa fase, in cui ci possiamo occupare delle opinioni di un Matteo qualunque sui vaccini è soltanto un momento di pausa. La vera partita non è ancora cominciata e sembra che non la vinceremo: prima ancora che per l’incapacità dei nostri giocatori, perché tutti i dati obiettivi sono contro di noi. 
Come si esprimeva anni fa un titolo di film: “Se va bene siamo rovinati”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 giugno 2018




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POLITICA
22 giugno 2018
LUIGI DI MAIO IN STALLO
Nel giornalismo ci sono gli specialisti, cioè quelli che vi raccontano ciò che normalmente non dovreste sapere. Sono detti retroscenisti. Poi ci sono quelli che fanno conoscere i segreti del Presidente della Repubblica, detti quirinalisti. Quelli che sanno tutto del Papa, detti vaticanisti. E ovviamente i competenti di economia, di finanza, di sport, e dei vari partiti. Cosicché, se uno vuol esprimere la propria impressione rispetto a un personaggio come Luigi Di Maio è indotto a chiedersi se non rischia una magra figura. Infatti può darsi che ci sia anche qualche “dimaista”.
Il giovane Vice Presidente del Consiglio, oltre che ministro con un mucchio di altre attribuzioni (ma gli basta il petto per tutte quelle medaglie?), è comunque un argomento di moda. Sono in molti a chiedersi se reggerà la concorrenza di Salvini. Se non si sia accollato più compiti di quanti possa svolgerne. In totale se non stia scomparendo o addirittura, come scrive qualcuno, “affogando”. Personalmente reputo che la realtà sia molto più semplice. La spiegazione del suo attuale appannamento potrebbe trovarsi non nel suo carattere ma nella realtà obiettiva in cui si è cacciato.
Mentre Salvini ha scelto un ministero nel quale può fare un immenso baccano (addirittura di proporzioni europee) senza spendere un euro, il leader del M5S si è preso una grossa gatta da pelare senza accorgersi che era una tigre. 
L’elenco fa spavento. Da un lato problemi irrisolti e irresolubili – a meno di non far la guerra a qualcuno - come l’Ilva e l’Alitalia, dall’altro programmi inattuabili, perché costosissimi. Il Paese si trova di fronte a scadenze che richiedono notevolissimi sforzi. Adempimenti che per giunta, ove fossero assolti, non darebbero speciale popolarità, perché la gente (a torto) li considera scontati da tempo e invece dobbiamo ancora affrontarli. Per esempio il blocco dell’aumento dell’Iva e la manovra che ci ha richiesto l’Europa. Si tratta di circa diciassette miliardi di euro. 
Insomma Di Maio non può far nulla che non gli attiri la popolarità. Se se ne sta quieto, e non fa niente, tutti noteranno che Salvini, a spada sguainata, mantiene le sue promesse, mentre lui è affetto da afasia, se non è tetraplegia. Se si muove, rischia di scatenare un putiferio. Né la gente si accorgerà che sarà già un gran merito se l’Italia supererà l’autunno e il 2018 senza particolari danni. Perché, mentre il Paese galleggia a stento, tutti discutono della rotta e di quanti nodi facciamo all’ora. 
Forse il giovane Luigi è stato veramente vittima della sua ambizione. Prima ha insistito fino ad esasperare tutti (incluso il Presidente Mattarella) sul suo preteso diritto di essere nominato Presidente del Consiglio; poi, mancato l’obiettivo per una sorta di referendum negativo sul suo conto, ha cercato di arraffare quante più cariche ha potuto, senza accorgersi che si dava la zappa sui piedi. Se si fosse limitato al ruolo di Vice Presidente del Consiglio, avrebbe potuto essere l’ombra di Giuseppe Conte – un’ombra più consistente del corpo che la proietta – e non avrebbe condiviso gli inevitabili fallimenti della sua maggioranza. Inevitabili perché nessuno può fare l’impossibile.
È difficile trovare una spiegazione del suo comportamento. Forse ha commesso l’errore di credere lui stesso alle promesse che faceva agli elettori. Salvini invece ha lasciato da parte la flat tax, si è impegnato per la lotta agli immigrati clandestini ed ha “affondato” la nave Aquarius. Applausi. Ancora ieri ha avvertito la nave “olandese” Lifeline di non chiedere l’ingresso nei nostri porti, perché non le sarà concesso. O sarà sequestrata. Che cosa può dire, Di Maio, per controbilanciare questi colpi di scena, che cercherà di tenere chiusi i supermercati di domenica, scontentando molte famiglie? O che si occuperà dei ragazzi che portano a casa le pizze? Bollono in pentola problemi finanziari epocali, tanto da seguire ciò che accade a Berlino col fiato sospeso, e ci dovremmo occupare dell’amletico dilemma se aspettare che ci portino le margherite e le fattoresse o andare a prenderle noi stessi?
Francamente, Di Maio si è scelto una parte che avrebbe trasformato in comparsa anche Laurence Olivier, buonanima. Per sua fortuna, neanche Salvini è in una botte di ferro. La questione dei migranti, in un modo o nell’altro, passerà di moda, e alle tremende scadenze economiche che attendono l’Italia non è chiamato a dare una risposta soltanto il Movimento 5 Stelle. E l’alternativa è senza scampo. Se ambedue i partiti riconosceranno di non poter far nulla, saranno disprezzati dagli elettori. Se ognuno cercherà di dare la colpa all’altro, gli italiani, salomonicamente, daranno il torto a tutti e due. E tutto ciò sempre che non si scateni qualche tempesta finanziaria, monetaria o comunitaria, che ci farà chiedere come abbiamo fatto, per tanto tempo, a ballare sereni, scambiando quell’iceberg per un ghiacciolo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 giugno 2018




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POLITICA
21 giugno 2018
ETOLOGIA POLITICA DI SALVINI
Come molti altri mammiferi, l’uomo è un animale sociale. La socialità nasce dalla constatazione atavica che vivere in gruppo favorisce la sopravvivenza. I lupi, le iene, i delfini, moltissimi animali cacciano in gruppo e così massimizzano la probabilità di successo.
Vivere così però crea dei problemi. Se c’è poco da mangiare, chi mangia per primo, chi per secondo, e chi per ultimo, rischiando di morire di fame? È necessario che qualcuno sia il capo incontrastato o si è tutti uguali? Tutti hanno il diritto di accoppiarsi con le femmine? Ovviamente ogni comunità – anche quella degli umani – ha delle regole. La prima delle quali è, in linea di principio, il divieto di uccidere il simile. E questo appunto perché la cosa è contraria alla sopravvivenza della specie. Le stesse lotte dei maschi per il diritto all’accoppiamento normalmente non si concludono con la morte del concorrente.
Le regole degli animali sociali hanno un preciso fondamento, la loro utilità. Disobbedire a queste regole è “male”, perché va contro l’interesse comune. E tuttavia questo principio va inteso con discernimento. Infatti se il giovane leone non “disobbedisse” al vecchio, sfidandolo per sapere chi è più forte, non ci sarebbe il ricambio, alla testa del branco, e non sarebbe assicurata la sopravvivenza dei geni migliori. Per quanto strano possa sembrare, questa “disobbedienza” è anche alla base del progresso. 
La scuola è fondata sull’obbedienza al maestro, in tutti i sensi. Ciò che il maestro fa è giusto, ciò che insegna è “vero”, ciò che egli dichiara sbagliato è sbagliato, e ciò che egli dichiara male è male. Ma, se si prendessero veramente sul serio queste regole, non ci sarebbe progresso. E infatti quando l’umanità, abbagliata dal genio di Aristotele, non ha osato contestarlo per secoli, per secoli non si sono avuti grandi progressi. È stato soltanto quando Galileo ha “mancato di rispetto” ad Aristotele, non badando a ciò che “ipse dixit”, e preferendo il risultato dell’esperimento alla teoria, che è nata la scienza moderna.
Ecco perché si può affermare che né l’obbedienza né la disobbedienza sono costantemente virtù o vizi. La regola più importante del gruppo sta al di sopra di questi concetti: è l’interesse della specie. La mantide religiosa mangia il maschio, dopo l’accoppiamento, e sicuramente la cosa favorisce la sopravvivenza della specie. Molti anni fa fui sorpreso e un po’ schifato vedendo la mia gatta mangiare, dopo il parto, la sua stessa placenta. Per poi scoprire che la gatta aveva ragione. Sarebbe stato sciocco sprecare le preziose sostanze contenute in quell’involucro, soprattutto in un momento in cui la bestiola aveva speso tante energie per mettere al mondo i piccoli.
Il valore relativo, e non assoluto, delle regole, vale anche per il mondo del diritto. Bisogna obbedire alle leggi soltanto finché esse sono utili alla comunità. Addirittura l’individuo è autorizzato a trasgredire la regola fondamentale del codice penale, quando si tratta di salvare la sua vita. Teoricamente se qualcuno, per salvare sé stesso condanna un treno a cadere in un burrone, provocando la morte di centinaia di viaggiatori, deve andare assolto (art.54 C.p.).
E se questo vale all’interno di un Paese, figurarsi se non vale in ambito internazionale, dove le leggi sono costituite da trattati e non sono munite di sanzioni. Qui un Paese non solo è autorizzato a contravvenire ai patti sottoscritti, se ciò gli conviene, ma è suo dovere farlo. Salvo errori, la Gran Bretagna aveva preso l’impegno di difendere la Cecoslovacchia, ma quando Hitler la invase, non gli dichiarò guerra. Cosa che invece fece quando poi Hitler invase la Polonia. Come mai? Nel primo caso, sapendosi impreparata alla guerra, preferì mancare di parola. Nel secondo caso, ritenendo la guerra inevitabile, la dichiarò. Insomma in ambedue i casi contò, giustamente, non ciò che era scritto nelle carte, ma l’interesse del Regno Unito.
Tutto quanto precede è prova, ad abundantiam, del fatto che l’attuale, pensosa discussione in materia di diritto internazionale, di leggi del mare, di trattati con l’Unione Europea, di doveri di umanità e via dicendo, è pura fuffa. Il problema non è ciò che l’Italia dovrebbe fare, secondo le norme riconosciute, ma ciò che le conviene fare. E quanto le costerebbe l’eventuale disobbedienza. Un calcolo di pura convenienza. E questo significa che non bisogna condannare Matteo Salvini per il suo stile o perché tiene un conto insufficiente delle norme. Bisogna assolverlo se si è sicuri che sta facendo l’interesse dell’Italia. Bisogna condannarlo se si è sicuri che non sta facendo l’interesse dell’Italia. E bisogna star zitti se non si è sicuri di niente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 giugno 2018




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20 giugno 2018
LO SPAURACCHIO DI CARTA VELINA
Forse qualcuno si chiederà come si sia arrivati all’attuale livello d’ignoranza. Si va dall’ortografia alle parole orecchiate, dalla pessima pronuncia dell’italiano all’ignoranza della geografia, dagli strafalcioni di storia ai titoli di film scambiati per citazioni culturali. Per non parlare dell’eloquio banale, infarcito di luoghi comuni e di “piuttosto che” invece di “ma anche”. E parliamo pure per i professionisti della materia, come i giornalisti. C’è da rimanere stupiti ma – come per tutti i fenomeni sociali – bisogna sempre sforzarsi di capire. E infatti, se il livello della nazione è così basso, non è colpa degli italiani attuali ma dei loro nonni. E forse anche delle vicende storiche dell’Italia. 
Il Risorgimento, per cominciare, fu tutt’altro che un’epopea. La maggior parte delle battaglie l’Italia nascente le perse e, se si arrivò all’unificazione, fu più per l’abilità diplomatica di Cavour e per l’avventurismo di Garibaldi, che per le nostre imprese guerresche. La Prima Guerra Mondiale, il debutto militare dell’Italia unita, fu in realtà un orrendo bagno di sangue. Gli stessi ragazzini analfabeti, chiamati da ogni parte d’Italia a combattere una guerra che non capivano, la videro condotta con criteri da macellai e odiarono sia le battaglie sia i generali che le comandavano. Si arrivò quasi all’ammutinamento. 
È dunque comprensibile che l’Italia ne uscisse arrabbiata, frustrata, violenta e soprattutto pacifista. Tanto che Mussolini, per reagire a tutto questo, cercò di convincere la nazione che era venuto il tempo di ritrovare le glorie militari di Roma. Proclamò dunque che aveva ritrovato l’Impero e mise in divisa anche i bambini di otto anni, “Figli della Lupa”. Ma tutta questa costruzione immaginaria, tutta questa demagogia, si sgonfiarono come un soufflé di pessima qualità, alla prima prova: la tentata invasione della Grecia. Per poi concludersi con la peggiore sconfitta dai tempi di Canne. 
Questo pesò moltissimo. Se prima lo spirito guerriero non era stato gran che, dopo si arrivò, nientemeno, a estromettere per legge la guerra dalla storia (art.11 della Costituzione). E con essa ogni forma di autorità, di imposizione, di disciplina. Poi, appena il tempo di leccarsi le ferite e ricostruire il Paese, arrivò, come la pioggia dopo la peggiore delle siccità, l’ondata del famoso Sessantotto. Questo movimento stravolse quasi tutte le regole e in Italia durò molto più a lungo che altrove. Più che negli Stati Uniti, dove era nato, e più che in Francia, dove aveva quasi provocato una rivoluzione. Forse da noi non è mai finito.
Il Sessantotto vinse infatti contro l’autorità (quella dei genitori, per cominciare), le nozioni, la severità, la disciplina e quasi la razionalità. La sua vittima prediletta, in Italia, fu naturalmente la scuola. Mentre prima si studiava analisi logica in quarta e quinta elementare, col Sessantotto e seguenti non soltanto si abolì la grammatica italiana, ma anche il latino, nella Scuola Media Inferiore. Questa divenne la scuola dell’obbligo e l’obbligo fu inteso come obbligo per i professori di promuovere cani e porci. Cioè di depredare i figli dei poveri dell’unica occasione che avrebbero avuto nella vita d’imparare qualcosa. Per fortuna gli italiani, se non hanno imparato l’italiano, hanno almeno imparato il televisionese. Il risultato – qualunque professore anziano ve lo confermerà – è stato che i ragazzi sono arrivati alle Scuole Medie Superiori più ignoranti di come un tempo arrivassero dalle scuole elementari alle Scuole Medie Inferiori.
Il coronamento si è avuto con gli esami di maturità. Prima, il programma d’esame comprendeva (per il liceo classico) lo scritto d’italiano (un solo tema, nessuna scelta), gli scritti di latino (dal latino e in latino) e di greco. Per l’orale si rispondeva in tutte le materie (perfino in ginnastica) col programma di tutti e tre gli anni. Io andavo benino, a scuola, ma mi sono presentato sapendo di essere impreparato. Ho contato sul fatto che, se avessero bocciato me, avrebbero dovuto bocciare almeno metà della classe. Ma si poteva star certi che chi conseguiva la maturità classica, allora, poi non avrebbe più sbagliato un congiuntivo in vita sua.
Ecco spiegata l’ignoranza contemporanea. L’Italia non solo non è composta di guerrieri, ma è composta di persone così buone, ma così buone, ma così buone, da considerare un brutto voto non una valutazione ma una cattiveria. E infatti, agli esami conclusivi attuali è promosso in media oltre il novanta per cento dei candidati. Todos caballeros. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 giugno 2018




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POLITICA
19 giugno 2018
PERCHÉ SALVINI HA SUCCESSO
C’è una lezione che la cultura occidentale ci dà da secoli (non uno o due, circa ventotto). Un principio che, nella Grecia antica, era anche il precetto centrale della religione: il dovere della moderazione. Attenzione, non la moderazione nel fare il male, ma la moderazione a trecentosessanta gradi. Cioè anche quando si tratta di fare il bene. Perfino avendo ragione non bisogna esagerare nel pretenderla al cento per cento, fino alla spietatezza. 
Gli esempi sono innumerevoli. Se Ulisse penò vent’anni per ritrovare la via di casa non fu perché aveva permesso ai greci di vincere con l’inganno, cosa che in guerra è lecita. E non fu nemmeno per avere orribilmente accecato il gigante Polifemo, figlio di Nettuno. Fu per averlo irriso. Accecarlo era funzionale al salvarsi la vita, e nessuno avrebbe potuto rimproverare Ulisse per questo, nemmeno Nettuno. Ma l’irrisione di un povero cieco no, quella è “hybris”, l’eccesso che gli dei non tollerano.
Che si possa esagerare anche nel bene è un concetto che è stato illustrato nel modo più brillante da Molière, con una delle grandi “comédies de caractère” (quelle in cui si denuncia un vizio). Alceste, il “Misanthrope”, è tutt’altro che un vizioso. È anzi un esempio di virtù. Di grande virtù. Anzi: di una virtù tanto eccessiva, che lo condurrà alla rovina.
La stessa Rivoluzione Francese, in ciò che essa ha avuto di negativo, è figlia di due eccessi. Prima le resistenze dei nobili a concedere qualcosa al Terzo Stato, fino a provocare la rottura, e infine la selvaggia reazione dei giacobini a queste resistenze, fino ad arrivare al Terrore.
Ma il più famoso esempio di eccesso – viste le conseguenze – è stata la rabbia con cui i vincitori del 1918 hanno voluto infierire sulla Germania, umiliandola e depredandola. Così hanno creato un rancore che è infine esploso nel 1939. Lezione che hanno bene appreso gli americani i quali, nell’Italia appena conquistata, si sono fatti amare distribuendo farina e non opprimendo i vinti. Tanto che l’Italia è rimasta per sempre nel campo occidentale, mentre i russi, che si sono comportati brutalmente, si sono fatti odiare definitivamente in tutto l’Est europeo.
Come si vede, i greci avevano visto giusto: eccesso chiama eccesso. E per questo, nel giudicarne uno, non bisogna mai dimenticare quello, simmetrico ed opposto. Perché è ciò che ha tanto contribuito a provocarlo. 
Queste considerazioni sono un’eccellente chiave interpretativa per l’attuale situazione politica in Italia. Moltissimi commentatori sono indignati per le parole e il comportamento di Matteo Salvini. Soprattutto non si capacitano che questo comportamento, invece di suscitare l’indignazione degli italiani, abbia fatto lievitare il consenso della Lega fino a superare quello del M5S. Ma questo atteggiamento indica una insufficiente sensibilità storica e una sorta di sordità nei confronti del popolo. Una tendenza a credere che ciò che conta sono soltanto le loro opinioni, non quelle che la gente esprime assonnata, alle sei del mattino, sorbendo un caffè, alla stazione. O la sera quando, stremata, si siede in cucina per la cena, dando un’occhiata distratta al televisore. E invece – se la parola democrazia ha un senso – è l’opinione dei molti, non quella dei pochi, che è importante. I pochi eventualmente devono illuminarla, non sopraffarla.
Che Salvini sia rozzo, che ecceda, che possa provocare l’indignazione, sono tutte cose vere. E anche gli italiani lo avrebbero giudicato con severità, se avessero potuto contrapporgli un governo coraggioso che, senza brutalità ma con fermezza, avesse sostenuto le sue ragioni. Quando invece, per decenni, ha avuto la sensazione che le autorità fossero tenere con chi aveva torto e severe con chi aveva ragione, o anche generose con gli stranieri immigrati illegalmente, e tirchie con i nostri disoccupati, allora la protesta raggiunge le vette dell’irragionevolezza. E l’applauso a Salvini è inevitabile. Se ogni immigrato costa trentacinque euro al giorno allo Stato italiano, è strano che un disoccupato dica: “Quella somma corrisponde a oltre mille euro al mese, ed io non trovo un lavoro per ottocento! Come faccio, a nutrire la mia famiglia?” Argomento pedestre, ma inconfutabile. E i risultati poi vengono esplicitati dalle indagini demoscopiche.
Il successo di Matteo Salvini è figlio del buonismo nazionale. Un lusso dei benestanti che i poveri non si possono permettere. Lo stesso eccesso di morale, di scrupoli, di legalismo – insomma, ogni sorta di eccesso della “cosa giusta” – provoca alla fine la reazione selvaggia di chi va a vedere tutti i giorni, e senza scrupoli, lo spettacolo della ghigliottina in Place de la Révolution.
La sinistra idealista ha seminato vento, l’Italia raccoglie tempesta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 giugno 2018




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POLITICA
18 giugno 2018
QUANDO LA DEMOCRAZIA SI FA DISPREZZARE
Ovviamente sono un incompetente. Infatti non mi capacito che il governo spagnolo cavalchi la tigre della vicenda dell’Aquarius e dunque, per ottenere un momento di visibilità e qualche titolo di giornali favorevole, abbia messo nei guai la Spagna. Forse non ci hanno fatto caso ma, se è vero che partendo da Tripoli Valenza è molto più lontana di Pozzallo o Augusta, è anche vero che lo stretto di Gibilterra è veramente stretto, solo quattordici chilometri. E Malaga non è lontana né dal Marocco né dall’Algeria. 
Uno dei massimi difetti della democrazia è la sua dipendenza dal consenso. Per esso, soprattutto se un’elezione è vicina, i politici svenderebbero il loro Paese e forse anche la loro madre. Il loro interesse è sempre per il breve termine. Infatti, nel lungo termine ci potrebbe essere qualcun altro, al potere, e dunque che importa? Il fatto che dei risultati del malgoverno soffra il popolo non conta. Si darà la colpa al governo del momento e buonanotte. Quand’anche essa fosse evidentemente del predecessore. Bieca demagogia? 
No, normale democrazia. Tanto normale che si corre a confermare che, malgrado questi difetti, quel regime rimane ancora il miglior tipo possibile, perché tutti gli altri sono peggiori. Ma questo non ci può impedire di vederne i difetti, non fosse altro che per cercare di contrastarli.
Non è facile. I governanti hanno interesse ad essere miopi e demagoghi, e per giunta dominano i media. Per fortuna, al sistema è connaturato un notevole cane da guardia: la libera stampa. Naturalmente quando funziona. E purtroppo non sempre è così. Se attualmente la stampa spagnola sostiene il governo, è perché non osa contrastarne la demagogia. Per conformismo, per spirito gregario, per fare bella figura, per presentarsi come morali e generosi (purché a spese altrui) e per reggere la coda ai politici, i giornalisti sono spesso un gregge scervellato. Il governo mira ai voti dei cittadini, i giornalisti mirano alle copie vendute e per giunta spesso seguono l’opinione degli idealisti di sinistra. Ma in questo modo non fanno il loro dovere, e la nazione può mettersi in guai seri.
Per fortuna abbiamo anche un esempio di segno contrario. In Svizzera si tengono spesso referendum sugli argomenti più vari e chissà quanti guai si potrebbero combinare, con quel sistema. E invece è successo che si è tenuto un referendum per chiedere alla popolazione se sì o no voleva il reddito di cittadinanza e - non ci crederete - ha prevalso il no. Semplicemente perché i giornali avranno chiarito chi avrebbe dovuto sborsare il denaro. Da noi, in un caso analogo, i promotori e i giornali si sarebbero espressi come se il denaro dovesse fornirlo Babbo Natale e il referendum sarebbe passato in carrozza.
Torniamo alla nostra triste realtà con la vicenda dell’Aquarius. La stampa ha presentato gli imbarcati come naufraghi, e non era vero: erano persone che avevano volontariamente preso il mare su mezzi inadeguati, nella certezza di essere presto raccolti da una nave, nel luogo dell’appuntamento. Li ha presentati come persone che sfuggivano a chissà quali oppressioni e non era vero: per oltre il novanta per cento sono emigranti economici. Ha parlato di loro come se fossero in pericolo, e non era vero: l’Aquarius è un ex guardacoste tedesco, adatto all’alto mare e alle condizioni meteorologiche avverse. Ha parlato del loro viaggio verso la Spagna come di un’odissea, e non era vero: se prima erano stipati su quel guscio di noce in oltre seicento, in seguito all’intervento delle navi italiane, sull’Aquarius sono rimasti in 100 o 150. Come se non bastasse, tutti i media - non solo stranieri ma persino italiani - hanno accuratamente nascosto che le navi che sono andate a Valenza sono state tre, di cui due italiane: cioè di quell’Italia che è stata descritta come quella che abbandona i naufraghi a mollo nel Mediterraneo. Si è parlato del mal di mare dei profughi come se non fosse una cosa abbastanza corrente, per chi ne soffre. Infine si è parlato della deviazione intorno alla Sardegna per accentuare il clima da tempesta perfetta, mentre è stata una presa in giro. Al riguardo basta ragionare.
Il vento veniva ovviamente da nord ovest. In questo caso, ormeggiandosi sotto costa, ad est della Sardegna, non ci sarebbero onde di rilievo. E dal momento che era previsto che il tempo sarebbe migliorato, bastava aspettare qualche ora e riprendere la rotta. Che del resto, se il tempo non fosse migliorato, ad ammettere (e non è vero) che la nave non tenesse il mare, non avrebbe potuto riprendere la navigazione nemmeno partendo dal nord della Sardegna. Insomma è stata una sceneggiata, giocata sulla pelle dei migranti, che forse hanno visto inutilmente prolungata di quasi un giorno la loro traversata.
Non si finirebbe mai. Una cosa è certa: riguardo all’immigrazione, gli intellettuali, i giornali, i religiosi e le anime belle di ogni pelame sbagliano pesantemente. Sono i poveri, quelli che vivono gomito a gomito con gli immigrati, che non ne possono più. E i poveri sono molto più numerosi dei ricchi. Sicché, come hanno capito Trump e Salvini, se si cerca il consenso, è al loro parere che bisogna guardare. 
Il nuovo primo ministro spagnolo Sanchez tutto questo sembra non averlo ancora capito. Ma lo capirà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 giugno 2018




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17 giugno 2018
MOLLICHINA
Nel 1492 tre navi affrontarono l’ignoto Atlantico, scoprendo un continente. Ma le masse, allora prevalentemente analfabete, non ne seppero nulla.
Oggi invece c’è la televisione, e così le masse sono state ampiamente informate dell’impresa di tre navi che, con analoga audacia, dopo aver attraversato metà del Mediterraneo estivo, hanno raggiunto Valencia.




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POLITICA
17 giugno 2018
IL FUTURO NELLA FOSCHIA
Quanto più lo sguardo si spinge lontano, tanto più il panorama diviene indistinto e domina la foschia. Lo stesso avviene per il futuro. In questo caso anzi le incertezze sono anche più grandi di quelle che incontra l’occhio. Nondimeno, se non si vuole che il futuro ci assalga a tradimento, anche se periglioso, il tentativo della divinazione rimane indispensabile. 
Riguardo alla storia del mondo, il grande spartiacque nelle coscienze contemporanee è la Seconda Guerra Mondiale. Prima c’è stata la preistoria, con gli scontri armati, lo Stato della Chiesa, le grandi scoperte, gli imperi e le liti di condominio europee; poi il Grande Incendio che ha insegnato quanto costi l’aggressività, e infine siamo nell’Età Moderna. Un’età in cui le guerre sono inconcepibili, armarsi diviene una spesa inutile e le carte sono state date una volta per tutte. Perfino quando avviene un fenomeno di enormi proporzioni, come l’implosione dell’Unione Sovietica, l’Età Moderna lo classifica, in fondo, come l’assestamento interno di una grande nazione: la Russia si scrolla di dosso un’eresia preistorica come il comunismo e rientra nel concerto europeo. Calma piatta.
In realtà, quando anni fa Francis Fukuyama parlò di “fine della storia”, commise un errore, perché la storia continua e i grandi cambiamenti sono tutt’altro che esclusi. E tuttavia il suo libro è stato un eccellente sintomo del fatto che gli esseri umani – forse perché non vivono neanche un secolo – tendono a confondere i momenti di stasi con l’eternità. Invece tutto cambia. A volte a grande velocità, a volte impercettibilmente, ma se il fiume rallenta, ciò non vuol dire che si fermerà. 
È proprio per non essere colti alla sprovvista che bisogna guardare alla situazione presente. Per cercare di indovinare in che direzione sta cambiando. Ad esempio, oggi non siamo sull’orlo di una guerra, ma non bisogna mai dimenticare che essa è iscritta nel nostro Dna. Ecco perché il problema della Corea del Nord è stato più serio di quanto non si sia creduto ed ecco perché i Presidenti americani del passato sono colpevoli di non averlo capito.
A livello mondiale, la principale novità sembra essere l’ingresso in scena di un grande primattore: la Cina. Il suo peso inevitabilmente cambierà tutte le statistiche mondiali. Dal punto di vista militare, ciò riguarda soprattutto l’Asia. E infatti i più preoccupati sono i giapponesi. Anche l’America, pure lontana, considera il Pacifico uno dei suoi due mari e rimane attenta. Ma attualmente è inquieta soprattutto per la sua economia e per il dollaro.
Gli Stati Uniti, semplicemente a causa delle loro dimensioni e del loro sviluppo industriale, rimangono forti. Ma il loro stato d’animo generale è cambiato. Si sono resi conto di non essere più né una potenza “emergente”, com’era nella preistoria, né l’indefettibile potenza dominante del globo terracqueo, come era apparso negli anni seguenti il 1945 e fino a non molto tempo fa. Oggi Washington è cosciente di essere una potenza definitivamente “emersa”, che deve affrontare dei concorrenti e deve badare più a galleggiare che ad elevarsi ulteriormente dalle acque. 
Il Presidente Trump si è reso acutamente conto che presentarsi come il gendarme mondiale importa un costo economico insopportabile: dunque non sogna di aprire nuove basi militari all’estero, sogna piuttosto di chiudere quelle esistenti. E preferirebbe anche sapere che il Giappone e la Corea del Sud sono capaci di difendersi da sé, piuttosto che essere costretto a garantirli. Seguendo la stessa linea, fa sapere all’Europa di essere sempre più riluttante a farsi carico delle spese militari per la sua difesa. Insomma il pendolo va risolutamente in direzione dell’isolazionismo: oggi America “first” significa anche America “alone”. 
Fra l’altro, mentre gli Stati Uniti spopolati di un tempo, per acquisire nuovi cittadini, avevano stabilito un indiscriminato ius soli, oggi il problema è inverso: il desiderio più sentito è quello di avere un alto muro intorno. Addirittura bisogna cominciare a pensare a preservare la razza bianca (ormai minoranza) e un bene culturale a rischio: la lingua inglese. Un rovesciamento di prospettiva, rispetto al passato, ma anche una coraggiosa presa di coscienza delle proprie necessità. Stranamente, queste cose sono state percepite dal popolo molto prima degli intellettuali. 
Il capitolo più doloroso riguarda l’Europa. Il suo futuro è piuttosto buio, da qualunque lato lo si guardi. Il Continente ha definitivamente perso la spinta propulsiva della sua civiltà: non sono più Parigi o Londra che lanciano le mode. Non sono loro che dominano il progresso scientifico o girano i migliori film. Dal punto di vista economico l’Europa sopravvive, ma gli economisti prendono anche in considerazione l’ipotesi che affondi, se salta l’euro o l’Unione Europea. E per certe cose non bastano gli scongiuri.
Non c’è da stare allegri. E tuttavia la massima decadenza è politica. L’Europa è peggio che disunita: è incapace di unirsi. È stanca, invecchiata, debole. Come la Roma della decadenza, è riluttante all’idea di difendersi da sé, in caso di pericolo. E si sa come è finita Roma. Il rifiuto generalizzato e pressoché religioso della violenza spinge tutti perfino al rifiuto dell’autodifesa. Mentre il popolo – come è avvenuto negli Stati Uniti - si rende conto del pericolo delle invasioni barbariche, le sue élite remano contro il buon senso e gli opinion leaders fanno concorrenza al Papa. Il comunismo si è suicidato ma la sinistra ne ha conservato i difetti: il collettivismo, lo statalismo, l’irenismo, e l’idealismo infantile. Così la sua crisi invece di essere una crisi è divenuta una malattia cronica.
Ecco perché, volendo prevedere il lontano futuro, bisognerebbe sapere che cosa faranno la Cina, gli Stati Uniti, l’India, forse il Giappone. Mentre per l’Europa è semplice: decideranno gli altri.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 giugno 2018




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POLITICA
16 giugno 2018
IL RISCHIO DI CHIAMARSI MATTEO
Matteo Salvini non è simpatico e non è neanche bello Ha un viso tondo e paffuto, non ha mento, ha una barba che lo imbruttisce e gli dà un’aria sporca. Ora qualcuno potrebbe osservare che questi rilievi sul suo aspetto sono del tutto fuor di luogo. Uno strumento chirurgico, un’arma, un asciugacapelli non vanno valutati per il loro aspetto, ma per la capacità di assolvere la loro funzione. E l’osservazione è giusta. Anzi proprio quella che speravo di vedermi fare. Perché essa corrisponde a dire che si può perdonare l’aspetto, ma non l’essere antipatico. Cosa che infatti, nella difesa, non è menzionata.
L’obiezione giusta avrebbe dovuto essere che un grande politico ha soltanto il dovere di essere un grande politico. Ché anzi, se il non essere simpatico fosse funzionale al risultato che si vuole ottenere, essere simpatico sarebbe un difetto.
Abbiamo un buon esempio sotto gli occhi: Donald Trump. L’attuale Presidente degli Stati Uniti è stato accolto da moltissimi, anche all’estero, con la stessa apertura e benevolenza con cui la sinistra italiana ha accolto Silvio Berlusconi. Ma “The Donald”, come lo chiamano, non è un milanesone, di quelli che accolgono il prossimo a braccia aperte. È stato eletto in odio ad un certo strato della società, e di questa ostilità si è fatto una bandiera, dimostrando di essere impermeabile alla paura e insensibile all’ostilità. Anche nella politica internazionale ha ripudiato la maestà e la prudenza che tutti hanno reputato doverosa nel sovrano laico di Washington. All’occasione si è comportato con gli stessi metodi brutali del mondo degli affari. È stato aggressivo, contraddittorio, imprevedibile, “matto”, in una parola, in modo da non dare agli avversari nemmeno il vantaggio di apparire, loro, matti e pericolosi. In questo senso la sua stretta di mano all’ultimo dei Kim, una dinastia di giocatori di poker dediti al bluff, era, più che stupefacente, inevitabile. 
Un grande uomo di Stato non sempre migliorerebbe il bon ton di un salotto borghese. È un guerriero, non un cortigiano. Cortigiani possono essere quelli che gli stanno intorno, non lui. Dunque parlargli di regole, di moderazione e di diplomazia è parlare a un sordo. Ovviamente in privato è un galantuomo che non farebbe male a una mosca e paga le tasse fino all’ultimo centesimo. Ma quando si tratta di dirigere lo Stato ha una sola religione: l’interesse della sua patria. Per esso non solo calpesterebbe tutti e quattro i codici, ma passerebbe sul cadavere di sua madre. Ecco perché il processo di Norimberga è stato criticabile: si è giudicata una guerra mondiale con la mentalità del tempo di pace.  I gerarchi andavano condannati per i crimini contro l’umanità, non per avere lanciato “una guerra d’aggressione”. Perché di questo crimine, se tale è, si sono resi colpevoli un bel po’ di grandi della storia, da Alessandro il Macedone a Giulio Cesare, da Hernán Cortés a Napoleone. Dei vincitori si ricordano le vittorie, non gli illeciti. Cesare, varcando il Rubicone, si rese colpevole di un reato passibile di pena di morte, ma non molti lo ricordano.
E così si arriva a Salvini. Ovviamente è incomparabile con i giganti appena menzionati, ma lo stile è simile. Lui fa spesso la prima mossa, quella che costringe tutti gli altri a giocare in difesa. Nella faccenda della nave Aquarius gli altri hanno parlato di principi morali e di trattati, ma l’uomo d’azione si cura delle anime belle quanto un allevatore di maiali dell’opinione dei vegani. I giuristi si sono divisi – perché la sua mossa è probabilmente più coraggiosa che illegittima – e comunque gli altri Stati si son dovuti chiedere: “Che dobbiamo fare, se costui mantiene la sua posizione? Per caso ci conviene dichiarare di essere stati, ‘da sempre’, d’accordo con lui?”
Da mesi Salvini si mostra più furbo e spregiudicato di tutti. Cerca di togliere la sedia da sotto il sedere di Berlusconi, ma se lo tiene buono sia per non distruggere Forza Italia (nella speranza di ereditarla) sia per poter eventualmente tornare nella coalizione, nel caso volesse lasciare il governo. Poi, come se non bastasse, ha chiesto per sé il Ministero dell’Interno, che non ha in programma le più costose riforme contenute nel “Contratto”, e così è riuscito a fare la voce grossa a costo zero. In un paio di settimane si è reso protagonista in campo nazionale ed europeo, mentre il suo collega Di Maio rimarrà impantanato in problemi costosi e irresolubili come quello dell’Ilva di Taranto, per non parlare delle altre riforme impossibili promesse dal suo partito. E infatti sembra spento, in confronto a lui. Né ha prospettive rosee, perché si è assunto un compito che nessuno - né lui, né Salvini e nemmeno Ercole - potrebbe portare a buon fine.
Matteo Salvini ha dei punti in comune con l’altro Matteo, Renzi, e già lo batte in antipatia. Rimane soltanto da sperare che, come lui, non esageri fino a provocare la vendetta degli dei. Non bisognerebbe mai dimenticare che la folla perdona tutto ai vincitori, ma non ha nessuna pietà di chi è sconfitto. Chiamarsi Matteo non è rischio dappoco. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
giugno 2018




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POLITICA
13 giugno 2018
IL BUON DIO E IL BUONISMO: COSE DIVERSE
In occasione del blocco della nave Aquarius si sono sentite moltissime voci indignate. Non si può giocare con la pelle dei naufraghi. Non si può fare politica a spese di donne e bambini.  I costi non importano, il primo dovere è comunque quello di salvare chi è in pericolo. L’Italia avrà pure le sue ragioni, ma non è questo il modo di farle valere. Mille dichiarazioni di questo genere, il cui elemento comune è che molte persone non intendono manifestare un punto di vista “ragionevole”, ma soltanto riaffermare, rifiutando ogni possibile discussione, un principio “morale”. A costo di dire qualcosa di irragionevole, di insostenibile e a volte, addirittura, pianamente impossibile. Queste persone sono stupide? Ovviamente no. Il loro numero e il loro livello intellettuale danno ben altra risposta. Dunque la spiegazione del fenomeno va ricercata altrove. In un atteggiamento dogmatico.
Per spiegare che cosa si intende per dogmatico, immaginiamo che si dica a qualcuno: “Ti trovi in una stanza e c’è un uomo legato a una sedia. Se l’uccidi saranno risparmiati cento uomini. Se non l’uccidi quei cento uomini saranno massacrati”. Bisogna sottolineare che, nell’ipotesi, nessuno sta bluffando e l’alternativa è assolutamente credibile. Se non si uccide quell’innocente i cento uomini veramente moriranno. Che cosa si fa?
La persona ragionevole - quella per la quale la vita umana è un valore, ma cento vite valgono più di una - si dirà che è meglio muoia un solo innocente invece di cento. Viceversa, la persona che considera il rispetto della vita umana un dogma, dirà: “Io non sparo a nessuno. E la morte di quei cento uomini sarà colpa vostra, non mia”.
Questo è un atteggiamento che può essere detto “religioso”. Mentre il laico ragionevole cerca di salvare quante più vite può, il religioso (per esempio, Abramo che è pronto a sacrificare Isacco) non ha come primo imperativo il rispetto della vita umana, ma il dogma. Pur causando la morte di cento uomini, quell’uomo non si sentirà in colpa, perché ha obbedito al precetto divino. Oltre tutto sa che Dio, se lo volesse, potrebbe Lui stesso salvare i cento uomini (Islàm significa appunto abbandono alla volontà di Dio) e poi, quand’anche il massacro si verificasse, il credente si libererebbe da ogni rimorso dicendo “la colpa sarà vostra”. Infatti la colpa massima non è far morire cento uomini, è disobbedire a Dio. Quand’anche la disobbedienza mirasse ad evitare quello stesso peccato moltiplicato per cento. Abramo, col coltello in mano, si è forse chiesto se l’ordine di Dio fosse ragionevole?
L’uomo religioso è coerente con i suoi principi. Mentre per la legge penale Abramo è colpevole di tentato omicidio, per la religione è un patriarca. Ma un simile atteggiamento non si spiega più se ad assumerlo è un miscredente. Il miscredente che si rifiuta di salvare cento uomini non può dire “la vita umana è sacra”, perché sacra è un aggettivo religioso e rinvia alle divinità. In assenza di Dio, o comunque di una religione, nulla può essere “sacro”. Quella parola si può usare in senso letterario, nel senso di una cosciente esagerazione, come quando si dice: “Il sacro dovere di un musicista è creare bellezza”. Ma quando diciamo seriamente che la vita umana è sacra, e usiamo l’aggettivo nel suo vero significato, la cosa comporta ben altre conseguenze. 
Affrontando il problema dei migranti con qualcuno bisognerebbe chiedergli innanzi tutto: “Per caso Lei è un vero cattolico? Perché se la sua risposta è affermativa, non potremmo discutere”. Non è intolleranza. È che, per la Fede, sarebbe giusto soccorrere i naufraghi, quand’anche fossero milioni. Anzi, bisognerebbe offrire ai migranti un nostro traghetto gratuito, dall’Africa all’Italia. Il numero degli ospiti sarebbe indefinito, fino ad avere soltanto posti in piedi, e le preoccupazioni concrete sarebbero altrettante offese a Gesù. 
Basta leggere il Vangelo (Matteo, 6, 26 e 31): “26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?” “31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?  Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno”. Queste frasi possono sembrare irragionevoli ai miscredenti, ma sono incontestabili per i credenti. E infatti Papa Francesco non infrequentemente si esprime in questi termini. Se si avesse occasione di discutere con il Pontefice sarebbe sciocco fargli notare che, di fatto, quella turba non è stata nutrita da Dio e tutti sono morti di fame, perché il Papa potrebbe sempre rispondere – e per giunta ragionevolmente, dal suo punto di vista – che se così è avvenuto, è segno che Dio ha giudicato che questa fosse la cosa migliore. Forse ha voluto che quegli infelici fossero invitati in anticipo al suo banchetto in Cielo.
La conclusione è semplice. I credenti hanno il diritto di pensarla come vogliono, mentre i miscredenti hanno il dovere di essere razionali e di tenere conto della situazione concreta, chiedendosi ad esempio: “Quanti migranti possiamo accogliere, senza mettere nei guai loro e noi stessi?” 
Quanto alle anime belle, dovrebbero stare zitte. Perché chi ragiona come un vero credente senza esserlo è soltanto un imbecille.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 giugno 2018




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POLITICA
12 giugno 2018
KIM-TRUMP
Potrebbe sembrare estremamente azzardato commentare l’incontro fra il Presidente degli Stati Uniti e il dittatore nordcoreano, quando non si è fra i massimi editorialisti mondiali; quando non si dispone di informazioni riservate; soprattutto quando si sa che le cose importanti sono dette a porte chiuse. Tanto che a volte si conoscono molti anni dopo. E tuttavia non è così. Infatti i massimi commentatori non ne sanno molto più degli altri. I media offrono fotografie, sorrisi e gossip, ma niente di politicamente sostanziale. Insomma a volte i grandi avvenimenti pubblici sono tutt’altro che pubblici.
Ciò non impedisce tuttavia di avere le idee chiare su alcuni punti. Per esempio: se le parti si sono incontrate, è segno che avevano interesse all’incontro. E il primo interesse comune, in questo caso, è proprio il dato apparentemente “insignificante”: la pubblicità. Le photo opportunities, i titoli dei giornali, le strette di mano servono a veicolare dei messaggi. 
Trump vuol far credere al mondo che, diversamente dai suoi predecessori, lui è riuscito ad ammansire la Corea del Nord. L’ha indotta a promettere la pace. Addirittura il disarmo nucleare. Successo epocale. 
Kim, da parte sua, dopo aver dimostrato al mondo che il suo poverissimo Paese è riuscito ad ottenere lo status di potenza atomica, vuol far vedere che persino il Paese più forte del mondo viene a patti con esso. Che la dinastia dei Kim è salda. Che la Corea del Nord è uno dei Paesi più importanti del mondo. Ovviamente non è vero, ma mentre per decenni Pyongyang è vissuta nella paura dell’invasione (e della fine della dinastia) oggi si può presentare quanto meno come una potenza regionale, di cui la ricchissima Corea del Sud ha veramente paura. 
E fin qui tutto bene. Ma siamo ancora alla facciata. Per la sostanza sarebbe invece importante quella denuclearizzazione “totale e controllata” che è stata promessa. Ma è credibile? Probabilmente no. Nessuno costruisce un grande castello, con anni di sforzi e spendendo ingenti somme di denaro (pur essendo povero) per poi distruggerlo con la dinamite. Dunque è probabile che Kim farà saltare qualcosa in favore di telecamere, e persino un sito in cui prima, effettivamente, è stata sviluppata l’arma nucleare, ma conserverà tutte le attrezzature, e soprattutto il know how e tutto il necessario, per fabbricare bombe atomiche altrove. Non è doppiezza, non è malafede, è buon senso, égoïsme sacré, ragion di Stato o comunque si voglia chiamare la mossa. Dunque, da questo punto di vista, Trump probabilmente non ha guadagnato niente. O forse soltanto l’assenza di test nucleari che possono essere scoperti.
E poiché queste considerazioni, se possono essere fatte sul tavolo della cucina da un cittadino qualunque, sono sicuramente state fatte dal Pentagono e dai consiglieri di Trump, bisogna vedere perché si è montata questa pantomima.
Per quanto riguarda Kim, l’ipotesi potrebbe essere in primo luogo che, da sempre, la sua dinastia teme un attacco esterno od anche un attacco interno sostenuto dall’esterno. Una volta che Kim ha stretto la mano di Trump, è come se l’avesse impegnato a non aiutare né apertamente né copertamente i suoi nemici ad abbatterlo. Kim Jong-un, vuol far credere, non è un pericoloso dittatore che rappresenta un pericolo per la pace nel mondo (ciò che autorizzerebbe il primo che passa a sparargli) ma al contrario un leader saggio e talmente mite che, per amore della pace, è disposto a rinunziare alla sua bomba atomica. E questo potrebbe anche migliorare i commerci e la situazione economica della Corea del Nord.
Gli Stati Uniti, da parte loro, avranno fatto un calcolo pragmatico. Che la Corea del Nord abbia l’arma atomica è un dato da cui non si torna indietro. Qualcosa avrebbero potuto fare Clinton, Bush, Obama, ma ormai è troppo tardi. La pace è in pericolo. Ma se Kim Jong-un è talmente spaventato che una stretta di mano può rassicurarlo, e se per averla è disposto ad impegnarsi per la pace, rendendola quanto meno, se non sicura, certo più probabile, perché non dire di sì a questo suo desiderio di parata pacifista? In fondo, è soltanto un viaggio a Singapore, che non cambierà nulla ma farà dormire più tranquilli gli abitanti di Seul.
Se poi le cose dovessero girare per il verso sbagliato, si riprenderebbero i piani bellicosi precedenti. L’eventuale peggioramento della situazione non sarebbe dipeso da questo incontro, mentre un “no” di Trump sarebbe stato giudicato malissimo in patria e all’estero. Dunque, fino ad ora tutto bene, come disse al quarto piano quello che cadeva dal ventesimo. 
Ma è sempre meglio parlare di pace che di guerra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 giugno 2018




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POLITICA
11 giugno 2018
SALVINI E IL BLOCCO DEI PORTI
Quand’ero giovane mi insegnarono a disistimare Nietzsche. A considerarlo un pazzo e perfino un nazista. Quando poi lessi un suo libro, il giudizio si ribaltò totalmente. Nietzsche è stato una delle persone più intelligenti che abbia prodotto l’Occidente.
Ma il quadro ha delle ombre. Nietzsche rimane effettivamente uno degli autori più intelligenti, ma è come i fichidindia, i funghi e gli astici. Ottimi, ma per i primi bisogna evitare le spine, per i secondi il veleno, e per affrontare i terzi bisogna munirsi di robusti schiaccianoci. Insomma ci sono affermazioni di Nietzsche che sfiorano il delirio e il ridicolo, e sarebbe facile compilare un’antologia con le stupidaggini che ha scritto. Ma sarebbe un’operazione sciocca, sciocca quanto mangiare volontariamente dei funghi avvelenati quando accanto ci sono quelli buoni. 
Per Matteo Salvini è lo stesso. Ho tendenza a considerarlo rozzo e brutale, un demagogo e un arruffapopolo, ma sarebbe assurdo giudicare invariabilmente giusto o invariabilmente sbagliato tutto ciò che dice. E per quanto riguarda la chiusura dei porti italiani agli immigranti, bisogna ragionare senza pregiudizi.
Il primo problema è giuridico. Molti si chiedono se quella decisione sia conforme al diritto internazionale. Ed è una domanda futile. Il diritto internazionale è “diritto” fino ad un certo punto. Immaginiamo quattro cowboy e un pistolero che giocano a poker. Ad un certo momento il pistolero minaccia tutti con la Colt, raccoglie il denaro e se ne va; ma lo sceriffo l’arresta e gli fa perfino restituire i soldi. Ebbene, il momento in cui tutti osservano le regole del gioco configura la situazione del diritto internazionale.  La rapina corrisponde alla situazione in cui uno Stato impone la propria volontà ad un altro Stato, con la forza. Per esempio, la Russia che si annette la Crimea. Infine, con l’arresto assistiamo all’applicazione della legge all’interno di uno Stato ma, appunto, questo è un fenomeno che non si verifica mai in ambito internazionale, dove manca lo sceriffo e il più forte prevale. 
Il diritto internazionale dunque non è un diritto come gli altri, perché non c’è un’autorità superiore che lo applichi. Somiglia alle regole del gioco, che valgono finché gli interessati le seguono. E chi le viola deve soltanto chiedersi se è abbastanza forte per resistere alla reazione altrui. 
Chi vuole obiettare alla decisione di Salvini non deve parlare di violazione del diritto internazionale, ma soltanto delle eventuali conseguenze negative per l’Italia. Se ci sono, valutiamole; se non ci sono, smettiamo di parlare di diritto internazionale. 
Neanche gli accordi liberamente sottoscritti valgono molto. L’Unione Europea aveva deciso la suddivisione degli immigrati per quote e parecchi Paesi firmatari all’atto pratico hanno detto “no”. Risulta che siano stati sculacciati? 
Si dice ancora: a parte il diritto internazionale, esiste l’universale “legge del mare”. Tutti abbiamo il dovere di salvare chi è in pericolo. Giusto. Ma bisogna distinguere. La consuetudine vuole che i naufraghi siano soccorsi e sbarcati nel porto più vicino. Ma naufrago è chi si trova in un pericolo imprevisto e in cui non si è messo volontariamente. Viceversa, chi cominciasse la traversata dell’Atlantico in una barca a remi, da solo, senza viveri e senz’acqua, non sarebbe un naufrago: sarebbe un suicida. E i migranti che affrontano il Mediterraneo a cavallo dei bordi di un gommone non sono naufraghi, sono viaggiatori in attesa di trasbordo. Li si potrà certo soccorrere, ma non in quanto naufraghi. 
I migranti vanno poi sbarcati nel porto più vicino. Perché le navi normali non sono in mare per soccorrere naufraghi. Se deviano dalla rotta prevista, deve essere per il minimo tempo e con la minima spesa. 
Ma, dicono i “competenti”, le convenzioni parlano di un “porto sicuro”. E anche qui bisogna intendersi. Se sono le convenzioni internazionali, che richiedono il porto sia “sicuro”, bisogna distinguere. Se per “porto sicuro” si intende un porto in cui si possa sbarcare senza pericolo, il conto è uno; se invece si vuole che in quella città viga la democrazia, ci siano buoni ospedali, e che gli sfortunati siano trattati bene, il conto è un altro. Nel secondo la richiesta sarebbe assurda. Se il porto più vicino è in Libia, e all’immigrato la Libia non piace, basterà ricordargli che viene proprio da lì. Magari dicendogli: “Rischiavi di morire in mare, ti ho portato sulla terraferma, dimmi grazie e vado via”. La legge del mare non impone affatto di portare la persona nel porto che desidera. Nemmeno i viaggiatori paganti hanno questo diritto. 
Quanto al diritto d’asilo, quando ne ricorrono le condizioni esso va concesso allo straniero che sia già sul suolo italiano, non a quello che si trova in acque internazionali e che qualcuno è andato a cercare. Fra l’altro, se costui è così pietoso, perché non glielo concede lui, l’asilo?
Rimane il punto morale. Chiede qualcuno: come non avere pietà di queste folle di disperati in cerca di una vita migliore? Possente argomento. Se i disperati fossero mille, e non li soccorressimo, non avremmo un cuore. Ma se fossero venti milioni non avremmo lo spazio. Possiamo ospitare una quantità indeterminata di immigranti? Sicuramente no. E infatti la Francia, l’Austria, l’Ungheria ed altri Paesi hanno chiuso le frontiere. Sono tutti immorali? Smettiamola con queste esagerazioni.
Ci sono poi i problemi sociali. Per il lavoro, basta dire che abbiamo una disoccupazione altissima. Quanto all’assimilabilità, mentre non ci sono difficoltà per i bianchi cristiani (per esempio i rumeni) per i musulmani ci sono ostacoli seri. Come provano le esperienze francesi o inglesi, essi rimangono a parte, a volte in quartieri in cui riproducono il loro mondo. La Francia ha accolto queste persone offrendo loro la nazionalità e la parità con tutti gli altri cittadini, e tuttavia (salvo eccezioni) essi si sentono più musulmani che francesi, anche dopo qualche generazione. È una ferita che non si rimargina. Chi non ci crede è come se dicesse che la Loira non passa da Tours, e si ha voglia di rispondere: “Vacci”. 
Forse sarebbe meglio tenerne conto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 giugno 2018




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POLITICA
10 giugno 2018
DI MAIO
Come tutti, non conosco Luigi Di Maio. Prima l’ho visto aggirarsi a Montecitorio, con l’eleganza professionale di un receptionist d’albergo. Poi l’ho sentito parlare e sono rimasto stupito dalla sua capacità di “dire la cosa giusta” del “Movimento”, anche se di una stupidità esemplare. Si è persino piegato a gridare il triplice: “Onestà, onestà, onestà”, insieme al gruppo degli imbecilli. La plastilina non ha problemi, in questi casi. L’ho sentito commettere errori di lingua italiana da accapponare la pelle (tipo “soddisfando” invece di “soddisfacendo”) del resto in linea con un curriculum scolastico che non si poteva nemmeno gonfiare. Né di maggiore rilievo era il suo passato politico. Insomma il giovanotto, malgrado il suo sussiego, era più scialbo di una comparsa.
Le cose sono peggiorate quando il Movimento 5 Stelle ha avuto un notevole successo. Da quel momento Di Maio non ha smesso mai – ma proprio mai – di proclamare che aveva ottenuto personalmente e da solo undici milioni di voti e che, per questo, gli toccava immancabilmente la carica di Presidente del Consiglio. Al povero Mattarella, Costituzione o no, non lasciava addirittura alternativa. Se quell’incarico non gli fosse stato conferito, sarebbe stata in pericolo la democrazia. 
La quantità di scemenze che ha potuto dire è stata allarmante. Appena chiuse le urne ci ha fatto sapere che il Movimento aveva il diritto divino di governare e dunque lui al massimo poteva permettere agli altri partiti di offrirgli i loro voti, purché fosse in cambio di niente. Naturalmente ha rischiato suoni irriverenti che conoscono benissimo nella sua Napoli e il ragazzo è stato estremamente lesto nel rimangiarsi tutto ciò che non gli conveniva. Prima ha preteso che lo corteggiassero, poi, quando non si è presentato nessuno, è andato lui stesso ad offrire la sua merce a destra e a manca, come una donna di strada. Vedendo che rischiava di rimanere col cerino acceso in mano, non ha esitato a piegarsi ai ricatti di Salvini, ormai su un piede di parità. Aveva creduto di poter dar ordini al Presidente della Repubblica e, quando quello si è permesso di disobbedire, prima lo ha addirittura minacciato di farlo condannare per alto tradimento. Poi, quando si è visto perso, nell’eternità costituita da quarantotto o settantadue ore, ha cambiato la rotta di centoottanta gradi e si è recato sulla Canossa del Quirinale con la cenere in testa a richiedere l’aiuto di Mattarella. E questi, non avendolo mai preso sul serio, lo ha perdonato. In queste condizioni, è difficile sentirsi soffocare dalla stima per questo giovane rampante. E tuttavia è forse il caso di badare al sodo. 
Il grande politico non è necessariamente simpatico. Bettino Craxi era un gigante, ma un gigante di cui non avrei fatto un amico, e D’Alema è sempre stato il paradigma dell’uomo antipatico, sarcastico senza per questo avere il senso del humour. Nello stesso modo, pur conservando le mie riserve personali, a poco a poco mi son dovuto arrendere all’evidenza: il giovane steward dello Stadio San Paolo di Napoli era qualcuno che, di riffa o di raffa, aveva fatto fuori un po’ tutti. Dopo avere incoraggiato il pasionario Alessandro Di Battista a togliere il disturbo, è riuscito perfino ad esautorare Beppe Grillo. Quando il creatore del Movimento l’ha fatta fuori dal vaso a proposito dell’Ilva, l’ha annullato dichiarando che le sue erano soltanto opinioni personali. Sutor, nec ultra crepidam. In altri termini, Beppe è un comico, lui il padrone del Movimento. E allora, congiuntivi o non congiuntivi, se Di Maio a trentun anni è arrivato a questo, probabilmente ha più cartucce da sparare di quanto credessi. Non come linguista, certo. Non come politologo. Non come uomo di cultura: ma come uomo d’azione questo ragazzo potrebbe riservarci delle sorprese.
La sua incoerenza, la sua mancanza di dignità, la sua disinvoltura nel contraddirsi, possono lasciare esterrefatti, ma non sono forse altrettanti sintomi che quest’uomo, pur non avendo letto Machiavelli, lo ha capito tanto meglio di altri? Di Maio non è né immorale né amorale. È uno che non si è posto il problema. 
Non sto salendo sul carro del vincitore. Non soltanto oggi il vincitore, agli occhi dei molti, è Salvini, ma per saltare sul carro del vincitore bisogna avere ginocchia migliori delle mie. La diversa valutazione del giovanotto nasce proprio dall’episodio prima citato. Se Di Maio si sente abbastanza forte da zittire Beppe Grillo, è segno che gli ha sfilato il partito da sotto il sedere. E se è stato capace di questo, potrebbe darsi che vada veramente lontano.
Fra l’altro la sua duttilità, il suo pragmatismo, la sua tendenza a mostrarsi ragionevole e moderato potrebbero un giorno farlo prevalere su un Salvini che la sua stessa irruenza potrebbe condannare al passo falso prima, e al passo indietro poi. Mentre Di Maio, dimentico di un “Contratto” tutto da ridere, potrebbe guidare l’Italia per qualche anno senza “farla cadere nel burrone”. È quello che vedremo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 giugno 2018




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POLITICA
8 giugno 2018
DOV'È L'OPPOSIZIONE?
Molti commentatori pensano che la legislatura non arriverà al suo termine naturale. Potrebbero avere ragione ma opera in senso contrario la voglia dei parlamentari di completare il periodo necessario per avere la pensione ed anche  la paura di nuove elezioni. Gli attuali parlamentari potrebbero non essere rieletti. E tuttavia i motivi per ipotizzare una crisi esistono. Basti pensare alla diversità dei due partiti di governo e all’incompatibilità dei loro programmi. 
Se oggi l’ipotesi di una crisi appare debole, è perché sembra che le due formazioni agiscano di comune accordo e che non ci sia nemmeno un’opposizione: il Pd è in crisi di identità e Forza Italia è “non pervenuta”. Dunque la gente si chiede: “Perché mai dovrebbero entrare in conflitto, se sono d’accordo e per giunta non incontrano ostacoli?”
Domanda ingenua. Fino ad ora i problemi sono stati spazzati sotto il tappeto e si è giocato sulle parole. Come ha sottilmente notato Luca Ricolfi, il famoso “contratto” è stato stilato seguendo un principio “additivo”. Più o meno questo: “Tu ci metti tutto quello che vuoi ed io ci metto tutto quello che voglio. E nessuno dei due spiega come si finanziano i progetti”.  Ovviamente questo programma può incantare tutti, perché tutti ci trovano ciò che speravano di trovarci. Ma quanto durerà l’incanto, quando ci si accorgerà che quelle parole sono rimaste parole?
L’opposizione è immortale come l’insoddisfazione umana. È vero, oggi essa è afona e disarticolata, ma potrebbe protestare contro le promesse di sussidi e sgravi di tasse? Tutto cambierà quando le promesse (impossibili) non saranno mantenute. Allora sarà lo stesso popolo a creare l’opposizione e a cercare qualcuno che ne porti la bandiera. 
L’opposizione non è una costruzione artificiale, messa su da chi non è riuscito ad andare al governo. La vera, la grande opposizione la creano gli errori e i fallimenti di chi governa. Nel nostro caso, poi, i due partiti al potere sembra abbiano giocato le loro carte esclusivamente per arrivare al governo, senza darsi pensiero del dopo, ed anzi ponendo volontariamente sulla loro strada gli ostacoli altissimi, forse insormontabili, di promesse mirabolanti. 
Cronaca di oggi. Il Presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, ha chiesto al governo di evitare l’aumento dell’Iva e Luigi Di Maio, che ha parlato all’assemblea dopo di lui, ha promesso che quell’aumento non si avrà. Ha dato la sua parola. “E l’Italia vedrà quanto vale la parola del Movimento Cinque Stelle”. 
A questo punto mi è corso per la schiena un brivido di terrore. “Ma non poteva dire soltanto che il Movimento avrebbe fatto tutto il possibile? Si rende conto che quella manovra costa da dodici a venti miliardi di euro? Si rende conto che, anche con la migliore buona volontà, potrebbe non riuscire ad impedire che scattino le clausole di salvaguardia? Si rende conto di quante volte nei giornali d’opposizione e nei dibattiti televisivi saranno riprese quelle parole per dire che, appunto, si è capito quanto vale la parola dei Cinque Stelle? E questo quand’anche non si riuscisse a bloccare l’aumento dell’Iva per motivi oggi imprevisti e imprevedibili?” Forse non sa che in politica non si accettano scuse. 
La vita politica dell’attuale legislatura comincerà quando si comincerà a governare sul serio. Non appena, appunto, si porrà mano al problema dell’Iva e della manovra correttiva richiesta dall’Europa, per non parlare della legge di stabilità, del problema dell’Ilva, dell’Alitalia, della Tav e di tanti altri. E con questo non si parlerebbe ancora dei programmi sui quali tanta gente ha riposto le proprie speranze. Nel momento in cui dovesse scoppiare lo scontento, è facile prevedere che il M5S darebbe alla Lega la colpa della mancata realizzazione delle proprie promesse, e altrettanto farebbe, specularmente, la Lega col Movimento. Proprio questo genere di rimpalli potrebbe condurre alla crisi di governo e a quelle nuove elezioni che oggi sembrano fuori dal mondo. 
Lasciamoci dunque il tempo di studiare la reazione del popolo quando non vedrà i governanti come “quelli che hanno promesso di fare” ma come “quelli che avevano promesso che avrebbero fatto”. 
È solo partendo dalla realtà politica che si può tentare di prevedere il futuro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 giugno 2018




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POLITICA
7 giugno 2018
LA REPUBBLICA DA' ADDOSSO A CONTE
Confesso di non avere simpatia per il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Non mi va il suo naso, la sua cravatta, il suo vestito. Non mi va il modo come è stato catapultato da quisque de populo a console, ignorando un cursus honorum che è anche un apprendistato. Non mi va neppure – ma forse qui sono troppo severo – il fatto che abbia accettato la carica. Avrebbe dovuto rifiutare in primo luogo per legittima difesa. Come avrà visto ieri, alla Camera, in sede di replica, la politica è un mondo in cui vigono le stesse regole – se così si possono chiamare – della savana. Non dico la pietà, ma nemmeno l’empatia, la comprensione, il buon gusto vi hanno cittadinanza. L’avversario politico è trattato con la stessa cortesia con la quale i picadores, i banderilleros e il matador trattano il toro nell’arena. Meglio non scendervi se non si è qualificati. Diversamente il traje de luz può anche divenire l’ultimo vestito che si porta. Dunque con quale coraggio egli ha ceduto alla lusinga, sapendo di non essere preparato a quella battaglia?
Il secondo motivo per non accettare la carica sarebbe stato, per me, la coscienza di essere stato scelto non per ciò che sono, ma per ciò che non sono: perché non sono uno che potrebbe far ombra ai Dioscuri, uno che potrebbe avere idee sue e, peggio, ambizioni sue. Uno che, dopo avere studiato e dopo avere conquistato magari con merito una cattedra universitaria, accetta di essere chiamato esecutore. Esecutore come è non soltanto un orchestrale ma anche un operaio o un fattorino. Per non dire che executioner in inglese significa boia.
Insomma, l’inadeguatezza di Conte al suo ruolo non era una scoperta, anzi era un presupposto della sua scelta, e per questo – se la generosità ogni tanto si facesse vedere in Parlamento – non era il caso di prenderlo di mira per frustarlo e impallinarlo alla minima occasione. Si dirà che doveva aspettarselo, ma se questo non assolve lui, non assolve nemmeno gli altri. 
E se è comprensibile che siano spietati i banderilleros, perché è il loro mestiere, e perché dopo tutto rischiano parecchio personalmente, non altrettanto vale per gli spettatori. Essi non rischiano nulla, lì sulle tribune e, se gongolano per la sconfitta del toro, non dimostrano certo un grande coraggio. Nello stesso modo, se si possono comprendere i parlamentari (che pure lo hanno crocifisso), meno facile è comprendere o assolvere i giornalisti, come ad esempio Sebastiano Messina che, su Repubblica(1), scrive un intero articolo per condannare a morte Giuseppe Conte, nativo da Volturara Appula, reo di non aver ricordato che il fratello di Sergio Mattarella, assassinato dalla mafia, si chiamava Piersanti. 
Un’inescusabile esagerazione. Purtroppo avremo il tempo di vedere i gravi errori che potrebbero commettere non l’homo novus Conte, ma anche l’ex vice Presidente della Camera Di Maio e tanti altri. Perché attaccarsi ad un particolare del genere? L’episodio mi ricorda il tripudio di tanta sinistra quando a Berlusconi (laureato in legge) scappò detto “Ròmolo e Rèmolo”, soltanto perché un dàttilo ne attira un altro. Non soltanto non fu permesso agli italiani di dimenticare quello scarto di lingua, ma lo si ripeté per dimostrare che Berlusconi era un ignorante. 
Questi atteggiamenti dimostrano che non è un caso che, nella lingua italiana di oggi, non si senta mai usare l’aggettivo: “magnanimo”. Magnanimo significa certo capace di perdonare, ma significa innanzi tutto avere una grande anima. Uno spirito incapace di bassezze, di miserie, che non frugherebbe mai nella spazzatura per trovare qualcosa che lo avvantaggi.
A Sebastiano Messina è riuscita un’impresa di cui non lo avrei creduto capace: costringermi a difendere Giuseppe Conte, da Volturara Appula, provincia di Foggia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 giugno 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=380643905_20180607_14004&section=view




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POLITICA
6 giugno 2018
UNA TRADUZIONE

UN EVVIVA PER IL NUOVO, ORRIBILE GOVERNO ITALIANO

Di Roger Cohen – New York Times, 1° giugno 2018

Steve Bannon è felice del nuovo governo anti-europeo e anti-immigranti dell’Italia e forse è anche uno di coloro che l’hanno fatto nascere.   Marine Le Pen, la politica di destra francese, è anch’ella deliziata, e definisce la nuova coalizione “una vittoria della democrazia sull’intimidazione e le minacce dell’Unione Europea”. Ed io sono felice.
Ora bisogna dire che Bannon e Le Pen non sono le persone con cui normalmente mi accompagno, politicamente, così, prima di proseguire, voglio rendere chiaro che i partiti vittoriosi che stanno per formare il governo in Italia – la Lega xenofobica e il Movimento Cinque Stelle (“smettiamola-con-tutto-ciò-che-è-il-vecchio-ordine”) – mettono insieme intolleranza e incompetenza ad un livello insolito. Sono un’avvilente accozzaglia di personaggi portata a galla dalla globale marea antisinistra.
E tuttavia, hanno vinto. I risultati delle elezioni democratiche devono essere rispettati. Ho un immenso rispetto per la saggezza, per quanto difficile da discernere, dei votanti, anche se potrei essere profondamente in disaccordo con le loro scelte. Ecco perché,  quando sembrò, un po’ prima in questa settimana, che Sergio Mattarella, il Presidente italiano, avesse bloccato la formazione di questo governo per preoccupazioni riguardanti il proposto ministro delle finanze che favoriva il ritiro dell’Italia dall’euro, mi sono disperato.
Riguardo all’Unione Europea – la più noiosa fautrice della pace mai creata – io non sono sereno. Aborro la facile designazione dell’immigrante o dello straniero come la fonte dei guai nazionali, un modo di creare capri espiatori che ha una terribile storia in Europa ed ora una vivida illustrazione nell’America di Donald Trump. Sono assolutamente a favore della serietà dei fini di un governo, e ciò non può includere promesse di regalie per le quali non ci sono fondi. In breve, non vedo nulla nella Lega o nel M5S fondato su internet che non mi causi disgusto.
E tuttavia Matteo Salvini, il leader della Lega che diverrà ministro dell’Interno, e Luigi Di Maio del M5S, che diverrà ministro del lavoro e dello sviluppo economico (pur non avendo mai avuto lui stesso un lavoro degno di questo nome) hanno ragione. Hanno compreso il punto, e questa è la ragione per la quale hanno vinto, esattamente come Trump ha vinto perché ha intuito l’esistenza di una collera diffusa che troppi politici di sinistra avevano ignorato.
Essi hanno ragione ritenendo che quasi tre decenni di globalizzazione, dopo la fine della Guerra Fredda, hanno lasciato indietro troppe persone in troppe democrazie occidentali, non saziando la loro fame di speranza o perfino del diritto di parola, ed hanno dato loro l’impressione che il sistema era al servizio di Bruxelles o di altri centri di potere metropolitani. Poi è venuta la crisi finanziaria del 2008 e la conseguente crisi dell’euro, e la cosa si è conclusa con la totale impunità dei responsabili. Finché le democrazie occidentali non affronteranno, ammettendoli, i loro fallimenti, la marea della rabbia popolare non finirà.
La risposta di Jean-Claude Juncker, il Presidente della Commissione Europea, al nuovo governo italiano è stata disastrosa come si poteva immaginare. Essa è stata tipica delle forme di arroganza che hanno spinto i partiti anti-establishment verso il potere, e hanno lasciato macerie nel campo dei moderati. Smettetela di prendervela con l’Unione Europea, ha dichiarato. “Gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere dell’Italia. E questo significa più lavoro, meno corruzione, serietà”.
Ma per favore, italiani corrotti, poco seri, pigri, quanti stupidi stereotipi possono essere condensati in una singola frase? Juncker più tardi si è scusato, ma il danno era fatto. Questa gaffe è indicativa dei problemi. 
L’Unione Europea non ha mantenuto i suoi impegni con l’Italia perché ha promesso solidarietà nell’accogliere gli immigranti che raggiungevano l’Europa attraverso il Mediterraneo, e di fatto quegli impegni non si sono materializzati.  Nel 2017, l’Italia ha ricevuto più del 60% di questi immigranti. Non ha mantenuto i suoi impegni con l’Italia perché i rigidi obblighi della partecipazione all’euro – organizzati per assicurare che i bilanci disinvolti e l’inefficienza amministrativa dell’Italia non divenissero un problema per i tedeschi – si sono dimostrati insostenibili, generando un crescente risentimento nei confronti della Cancelliera Angela Merkel.
Naturalmente, anche l’Italia è causa dei suoi mali. Parti del Paese sembrano una esagerazione della sotterranea di New York, una lezione riguardo a ciò che avviene quando la spazzatura diviene endemica e i necessari investimenti sono rinviati.
Ora lasciamo che Salvini, Di Maio e Giuseppe Conte, il nuovo primo ministro le cui credenziali accademiche gonfiate non sono rassicuranti, vadano a lavorare su questo caos. È molto meglio che falliscano dall’interno che averli fuori, ad inveire dall’esterno. È meglio che essi perdano voti a causa dei loro fallimenti che ottenerne di più a forza di sbruffonate.
Lo spostamento ad un incarico di minore importanza – ministro per gli affari europei – di Paolo Savona, l’euro-scettico che era stato designato come ministro delle finanze, è stata una manovra astuta che non soltanto ha salvato la coalizione ma anche rinforzato la democrazia. Con le democrazie, si riesce a buttare fuori gli incapaci quando fanno stronzate, ma non si possono bloccare quando salgono al potere perché hanno vinto nelle urne.
Lo so, Hitler è stato nominato cancelliere nel 1933 in seguito ad un’elezione democratica. La vigilanza è un imperativo, particolarmente in questi tempi allarmanti quando magistrature indipendenti e libera stampa sono considerate sotto attacco. Ma la bellezza fondamentale dell’Unione Europea è che le sue istituzioni intrecciate sono state pianificate precisamente per assicurare che nessun Paese possa deviare verso ciò che i tedeschi chiamano un Sonderweg, la sorta di sentiero imprevedibile del nazionalismo, del misticismo e del razzismo che condussero la Germania, e l’intera Europa, alla rovina.
L’Italia ha un governo schifoso che in fin dei conti potrebbe essere utile all’Europa. Aspetterò il lungo termine e quando avverrà griderò evviva.
(Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo)

A Cheer for Italy’s Awful New Government
By Roger Cohen
Opinion Columnist
June 1, 2018
Italy’s new prime minister, Giuseppe Conte, second from left, with his vice prime ministers, Luigi Di Maio, second from right, and Matteo Salvini, left, and another top minister, Giancarlo Giorgetti, right, at their swearing-in ceremony on Friday in Rome.CreditAntonio Masiello/Getty Images
Steve Bannon is happy about — indeed perhaps even instrumental in — the formation of an anti-European, anti-immigrant government in Italy. Marine Le Pen, the rightist French politician, is also delighted, calling the new coalition “a victory of democracy over intimidation and threats from the European Union.” And I’m happy.
Now Bannon and Le Pen are not normally the political company I keep, so before I go on let me make it clear that the victorious parties entering government in Italy — the xenophobic League and the out-with-the-old-order Five Star Movement — bring together bigotry and incompetence to an unusual degree. They are a miserable bunch borne aloft on the global anti-liberal tide.
Still, they won. The results of democratic elections have to be respected. I have immense respect for the wisdom, however hard to discern, of voters, even if I may profoundly disagree with their choices. That is why, when it seemed earlier in the week that Sergio Mattarella, the Italian president, had blocked the formation of this government over concerns that the proposed finance minister favored Italy’s withdrawal from the euro, I despaired.
I am passionate about the European Union, the dullest propagator of peace ever created. I loathe the facile designation of the immigrant or outsider as the source of national woes, a form of scapegoating with a terrible history in Europe and now on vivid display in Donald Trump’s America. I’m all for seriousness of purpose in government, and that cannot include promising handouts for which there are no funds. In short, I see nothing in the League or the internet-propagated Five Star Movement that does not cause me disgust.
Yet, Matteo Salvini, the leader of the League who will become the interior minister, and Luigi Di Maio of the Five Star Movement, who will become the labor and economic development minister (having never held a job worth its name) are right. They are on to something, and that is why they won, just as Trump won because he intuited a seeping anger that too many liberals had ignored.
They are right that almost three decades of globalization since the end of the Cold War has left too many people behind in too many Western democracies, starved them of hope or even a say, and given them the impression that the system was rigged by elites in Brussels or other metropolitan hubs. The 2008 financial meltdown and the subsequent euro crisis came and went with near total impunity for those responsible. Until Western democracies confront their failings, the tide of popular rage won’t abate.
The response of Jean-Claude Juncker, the president of the European Commission, to the new Italian government was about as disastrous as may be imagined. It typified the forms of arrogance that have propelled anti-establishment parties to power and laid waste to the mainstream. Stop blaming the European Union, he declared. “Italians have to take care of the poor regions of Italy. That means more work, less corruption, seriousness.”
Oh, please: Corrupt, unserious, lazy Italians — how many more stupid stereotypes can be packed into a single sentence? Juncker later apologized, but the damage was done. The slip was indicative of problems.
The European Union has failed Italy because promised solidarity in taking in immigrants reaching Europe through Mediterranean routes hardly materialized. In 2017, Italy received over 60 percent of such migrants. It has failed Italy because the rigid fiscal constraints of membership of the euro — set up to ensure that Italy’s budgetary laxness and administrative inefficiency would not be a problem for Germans — have proved unsustainable, engendering growing resentment toward Chancellor Angela Merkel.
Of course, Italy has also failed itself. Parts of the country are the New York subway writ large, a lesson in what happens when waste becomes endemic and needed investment is deferred.
Now let Salvini and Di Maio and Giuseppe Conte, the new prime minister whose inflation of his academic credentials is not reassuring, go to work on the mess. It’s much better to have them fail on the inside than have them rail from the outside. It’s better to have them lose support through failure than gain support through bluster.
The removal to a lesser job — European affairs minister — of Paolo Savona, the euro-skeptic who had been the designated finance minister, was a clever maneuver that not only saved the coalition but also reinforced democracy. With democracies, you get to throw the bums out when they mess up, not block them from assuming the power they won at the ballot.
I know, Hitler was appointed chancellor in 1933 after a democratic election. Vigilance is imperative, particularly in these troubling times when independent judiciaries and a free press are under consistent attack. But a core beauty of the European Union is that its interlocking institutions are designed precisely to ensure that no country can go off on what the Germans call a Sonderweg — the sort of wayward path of nationalism and mysticism and racism that led Germany, and all of Europe, to ruin.
Italy has a lousy government that may in the end be good for Europe.
I’ll take the long view and raise a cheer for that.




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POLITICA
6 giugno 2018
SEIMILA PAROLE INUTILI
Non ho ascoltato il discorso del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e forse, dal momento che passo il tempo ad inviare commenti politici agli amici, avrei dovuto. Ma quando ho sentito che era previsto un intervento di quarantacinque minuti, sono scappato via. E ho fatto bene. Infatti il discorso non è durato quarantacinque minuti ma settantuno. Di gran lunga al di là di ciò che sono capace di ascoltare da seduto. Da sdraiato sarebbe un’altra cosa, perché in questi casi Morfeo mi tende una mano.
Così sono ridotto a commentare un discorso che non ho sentito, che non valeva la pena di sentire e che non leggerò. Perché tanta severità? Perché sul “Corriere” c’è un articolo di Marco Castelnuovo che esamina in modo molto particolareggiato quel discorso, inclusa la citazione degli applausi e delle contestazioni, e intitola un paragrafo con queste tremende parole: “Nessun riferimento a costi né tempi”. 
Come, nessun riferimento? I costi e i tempi, in un programma di governo, sono come la carne nella “fiorentina”, l’esplosivo nelle bombe, il sesso nella pornografia. Anzi, più esattamente, come gli orari e i percorsi in un orario ferroviario. A che ci servirebbe, quel testo, se ci descrivesse la bellezza dei panorami, la moderna tecnologia dei trasporti, perfino con eccellenti riferimenti alla relazione fra treno e cinema, se poi non potessimo sapere come usarne in concreto, come profittare di quelle meraviglie che ci sono state fatte balenare sotto gli occhi?
La politica è una cosa seria non quando ci parla del bene e del male, di ciò che ameremmo avere e di ciò che ci piacerebbe evitare, perché queste sono cose che sappiamo. La politica deve dirci che cosa ci può promettere, precisando quanto costerà e quando l’avremo. Diversamente siamo alla predicazione. Alla campagna elettorale. Alla demagogia. In una parola, alle menzogne.
Se Giuseppe Conte, in settantuno minuti, non ha detto quanto costerà ciò che ci è stato promesso, e quando l’avremo, non solo di fatto non ci ha promesso niente, perché il suo debito non ha scadenza, ma addirittura ci ha tolto l’infantile piacere di dargli dello spergiuro, alla fine della legislatura. Quando Matteo Renzi, da poco divenuto Presidente del Consiglio, ci promise quattro riforme epocali nei primi quattro mesi di vita del suo governo, non soltanto si impegnò sui tempi, ma permise anche, ai malpensanti come il sottoscritto, di dirsi: “O fa un miracolo, e bisognerà fargli un monumento equestre, oppure è uno sbruffone, e sarà un bene saperlo subito”. L’abbiamo saputo subito. Matteo non fece il miracolo, ma almeno mi tolse ogni illusione prima ancora che fosse passato mezzo anno. Conte invece vorrebbe che il suo governo fosse comunque perdonato, perché il futuro non ha termine. E così ha indebitamente ingombrato le orecchie dei suoi ascoltatori con più di un’ora di chiacchiere. 
Questa è una mala azione. Soprattutto considerando che la fiducia al governo non è concessa sulla base di ciò che il Presidente del Consiglio dice o non dice, ma sulla base di ciò che corrisponde all’interesse dei parlamentari. E ciò significa che, se Conte avesse detto: “Buongiorno, per favore votatemi la fiducia e poi andiamo a prendere un caffè”, sono convinto che gli applausi non sarebbero stati inferiori. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 giugno 2018




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POLITICA
5 giugno 2018
CONSIDERAZIONI DI UN DINOSAURO
Ernesto Galli Della Loggia consiglia al nuovo ministro della Pubblica Istruzione di reintrodurre in classe la predella che pone la cattedra venti o trenta centimetri al di sopra del livello del pavimento. E ciò anche per far sentire ai ragazzi che il docente è, e deve rimanere, ad un livello superiore al loro. “La sede propria della democrazia non sono le aule scolastiche”. Per lo stesso motivo dovrebbe essere fatto obbligo a tutti i discenti di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi, quando il professore entra in classe. Più altri otto consigli, fra cui il divieto, per le famiglie, di interferire nell’attività scolastica. Ma io già trasecolo per i primi due.
Non è che li disapprovi: è che mi stupisce che sia il caso di parlarne. Infatti ciò significa che non ci sono più le predelle, che i ragazzi non si alzano quando il professore entra in classe e il resto. Il mio scandalo è profondo perché tutto ciò significa che non si rispettano né la cultura né la buona educazione.  Oggi il professore è un cittadino fra i cittadini e la sua voce non conta più di quella dei suoi alunni. Somiglia quasi a un imbonitore di piazza la cui unica funzione è quella di essere divertente per i passanti, in modo che comprino la sua merce. E forse anche peggio. Perché se i ragazzi non studiano è come se la sua merce non la comprassero neppure, e tuttavia sono promossi.
Intendiamoci, molti professori valgono pochissimo. Ma sono nella stessa posizione dei sacerdoti. Personalmente sono soltanto degli individui più o meno stimabili ma, in quanto rappresentanti di un valore superiore, vanno rispettati proprio in nome di quel valore, se non di loro stessi.
La scuola attuale, per come la intuisco attraverso ciò che scrive l’editorialista, ha perduto questo rispetto. Quando io entravo in classe, non soltanto gli alunni si alzavano in piedi ma, se qualcuno ritardava, mi bloccavo e lo guardavo con risoluta aggressività. All'occasione spiegavo che mi dovevano dire grazie, per quell’intransigenza. Infatti insegnavo anche ai bifolchi un riflesso da gentiluomo, quello di scattare in piedi quando entra un ospite. E per educarli a questo genere di rapporti davo loro del lei. “Voglio rendervi chiaro che, mentre io non mi permetterei mai di trattarvi rudemente, a voi, per quanto riguarda me, non deve venire in mente nemmeno come ipotesi. Io non sono vostro padre e non sono nemmeno un vostro amico. Sono il vostro professore”. Poi magari concludevo le mie lezioni con una barzelletta (ma in lingua straniera, faceva parte dell’insegnamento) ed ero tutt’altro che serioso. 
Umanamente ero amichevole, ma per quanto riguardava la cultura non ero né democratico né accomodante. Una volta che un ragazzo accennò con disprezzo ad un minore della letteratura, lo ammonii a muso duro: “È un minore, hai ragione. Ma ne parla il libro di letteratura. Di te e di me nessun libro parlerà mai”.
Il peggio fu quando un ragazzo mi confidò privatamente, e quasi con stupore, che una poesia (credo di Lamartine) gli era veramente piaciuta. Gli risposi ironicamente: “Sapessi come ne sarebbe felice, lui, se fosse ancora vivo”. Fui duro e quasi me ne dispiacque. Ma la condiscendenza di uno sbarbatello nei confronti di un grande poeta mi era sembrata imperdonabile.
Quando ne avevo l’occasione, facevo notare ai ragazzi che avevano un concetto sbagliato della cultura. “Nelle classi, la cultura vi viene offerta come una fetta di torta o un gelato, invitandovi ad avere la compiacenza di assaggiarli. O come un elefante su cui andare a fare un giro, e che si inginocchia dinanzi a voi perché gli montiate in groppa. Nella realtà la cultura è sì, un elefante, ma un elefante che nemmeno vi vede, e potrebbe calpestarvi con la massima indifferenza. Apparite degli ignoranti, nella vita, e sarete irrisi”.
Ma ero un dinosauro. L’adoratore di un valore fuori corso. Un uomo rispettato personalmente più di quanto i ragazzi non rispettassero ciò che insegnavo. I più bravi apprendevano l’oggetto dello studio ma, salvo eccezioni, non imparavano ad amarlo. E questo era il mio fallimento. 
Non è strano che mi sia allontanato dalla scuola appena possibile. Cercavo d’insegnare una lingua e una letteratura e i ragazzi a stento imparavano ad alzarsi in piedi quando entravo.
Oggi neppure quello.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 giugno 2018




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POLITICA
4 giugno 2018
PERCHÉ QUALUNQUE GOVERNO VA A SBATTERE
. Di solito, chi scrive “il governo andrà a sbattere” lo fa per criticare l’attuale esecutivo. Per dire che è inadeguato, che sta sbagliando politica. La realtà è forse più semplice e nel contempo ancor più scoraggiante: nelle condizioni date, il problema è insolubile.  
La geopolitica è una disciplina il cui senso sembra duplice. La maggior parte delle persone pensa che essa si occupi della politica mondiale, e mondiale corrisponderebbe a quel “geo”. Altri reputano, più correttamente, che la geopolitica sia la politica vista dal lato della geografia. Il fatto che l’Inghilterra sia un’isola, è più importante di avere un governo laburista o conservatore. La caratteristica della Polonia è quella di essere un Paese pianeggiante, privo di frontiere naturali. La Russia soffre da sempre di mancare di un accesso libero ai “mari caldi” e via dicendo. In fondo, il contrasto fra le due interpretazioni del termine, alla fine si rivela apparente. Molti Paesi hanno una politica influenzata da dati socio-economici e geografici che rimangono immutati nel corso del tempo, o quanto meno durano secoli. Se l’Arabia Saudita non avesse più il petrolio, sarebbe il Paese che è?
Partendo da questi presupposti, si comprende come i politici, dopo tutto, abbiano molto meno potere di quanto si pensi. I nostri rapporti con la Francia, la Svizzera e l’Austria non ci fanno perdere il sonno, mentre la Polonia, i suoi vicini, ad est e ad ovest, se li sogna la notte. Prevalentemente sotto forma di incubi. Perché non ha le Alpi. La geopolitica ravvisa delle costanti, nella politica dei vari Paesi, perché costanti rimangono certi dati di fondo.
Proprio per queste ragioni, quando dei giovani politici (e milioni di elettori entusiasti che li sostengono) cominciano a parlare di cambiamento, di rinnovamento, di moralizzazione, di rilancio e d’altri miracoli, bisogna chiedersi se, per caso, non stiano progettando di andare contro una delle basi del Paese. In questo caso, sarebbero condannati al fallimento. 
Oggi in Italia viviamo una di queste avventure palingenetiche. Lo sperato “cambiamento” italiano riguarda l’economia e la moralità. L’assunto di partenza è che i governi precedenti non abbiano fatto felici gli italiani perché corrotti (questo per la morale) e mancanti del necessario coraggio per realizzare le riforme. E purtroppo ambedue le affermazioni sono sbagliate.
Per quanto riguarda la morale, i nostri politici non saranno dei santi, ma sono più o meno come gli altri, in Europa. Se siamo così severi con loro è soltanto perché di loro conosciamo le magagne, mentre poco sappiamo degli altri Paesi, in questo campo. Dunque non val la pena di parlarne. Ché anzi, a ben vedere, questa fissazione ha provocato una caccia alle streghe che spesso ha avuto come conseguenza la paralisi dell’attività statale. Per esempio nel campo dei lavori pubblici.
Più interessante è la difficoltà che si incontra volendo modificare la struttura socio-economica e produttiva della nazione. Tutti vorrebbero grandi cambiamenti e grandi riforme, purché questi cambiamenti e queste riforme riguardino gli altri e non loro. Invocano una estrema severità, ma sempre riguardo agli altri. E infine gli ideali comuni, considerati assolutamente intangibili, sono spesso in contrasto con i cambiamenti sperati. È un atteggiamento pressoché schizofrenico, da illustrare con qualche esempio. 
Per uscire dalla crisi si dovrebbe aumentare la produttività del lavoro italiano. Per ottenerla bisognerebbe diminuire da un lato le garanzie sindacali e dall’altro il cuneo fiscale sul lavoro ma, simmetricamente, discutere le garanzie sindacali è tabù (e gli stessi che chiedono il cambiamento insorgerebbero come un sol uomo, se si cominciasse a limitarle) e la diminuzione del cuneo fiscale comporta la riduzione delle entrate dello Stato. Con conseguente riduzione dei servizi. Ma anche in questo caso, alla sola idea, la nazione insorge e non se ne fa niente. E Cottarelli se ne va.
In realtà, esaurito il pozzo di San Patrizio del debito pubblico (perché ad aumentarlo si rischia il fallimento) i fautori del cambiamento possono diminuire le tasse e diminuire le spese (ma tutti sarebbero molto scontenti), o diminuire le tasse e non diminuire le spese, conducendo lo Stato al default (ma tutti sarebbero molto scontenti), o infine non farne niente. Cvd. 
Si vorrebbe concedere un generoso sussidio a chi è senza lavoro? Bellissimo. Ma lo Stato non ha i soldi per concederlo. Come se non bastasse, la macchina che dovrebbe amministrarlo (male, come al solito) richiederebbe tanto denaro da assorbire una buona parte dei fondi da investire nell’impresa. Infine, quegli stessi cittadini che tanto protestano per l’immoralità della nazione, cercherebbero in tutti i modi di incassare il sussidio di disoccupazione e nel frattempo anche i proventi del lavoro nero. Dunque, o il governo rinuncia al reddito di cittadinanza o lo concede indebitandosi (se ci riesce). Il risultato comunque sarebbe un aumento della corruzione e forse il default dell’Italia. 
In sintesi, tutti i cambiamenti che sono stati promessi e che i cittadini desiderano sono in contrasto con ciò che il popolo italiano è e desidera. Il popolo italiano ama protestare, chiede la luna, ma nella realtà vuole che nulla cambi. Ognuno è prontissimo alle riforme che penalizzano gli altri, ma protesta contro le eventuali riforme di cui lui stesso dovrebbe pagare il conto. Il coro è per il cambiamento, le voci soliste sono in difesa dello statu quo, nel quale ciascuno ha fatto il nido.
La geopolitica dell’Italia è l’idealismo irrealistico da una parte, e il conservatorismo collettivistico dall’altra. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 giugno 2018




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vita da impiegato
3 giugno 2018
LASCIAMOLI PROVARE
Anche se voluto da una masnada di ragazzacci incompetenti, il nuovo governo è una realtà. E anche se ha un programma demenziale e un Presidente del Consiglio che sembra un origami fatto con la carta velina, sarà con esso che bisognerà fare i conti.
Non si tratta di avere pregiudizi. Non si è ostili a coloro che vogliono cambiare politica. Per esempio, se fosse stato nominato ministro Paolo Savona, sarei stato molto allarmato ma non indignato. Perché è un uomo che ha esperienza di governo e un noto economista. Sarei stato molto scontento, indubbiamente, perché abbiamo idee diverse su come guidare l’economia italiana in questa fase: ma sarebbe stato piuttosto lui ad avere il diritto di ridere di me, che io di lui, dal momento che non ho la sua competenza. 
Viceversa, se la politica italiana è affidata a giovani incompetenti, ingenui e appassionati come – per fare un nome – Alessandro Di Battista o comunque qualcuno la cui scienza economica si riassume in: “Abbasso la Merkel!”, “Chi se ne frega dei trattati!”, “I soldi si trovano”, forse sarebbe il caso di ricorrere alle armi. Ecco il punto: proprio i due “leader massimi” del momento, Di Maio e Salvini, mi sembrano a questo livello. Magari non lo sono (spes ultima dea) ma tali si mostrano. Dunque, quando si sono usate le parole: “masnada di ragazzacci incompetenti”, non si doveva badare a “masnada” o a “ragazzacci”, ma ad “incompetenti. È questo il pericolo. 
Le idee di Karl Marx, nella loro concreta applicazione, sono state la causa della miseria e della fame di centinaia di milioni di persone. Ma ciò non significa che Marx fosse un imbecille.  Mai avrebbe potuto scrivere: “I soldi si trovano”. E Keynes mai avrebbe scritto che si può indefinitamente spendere più di quanto si incassa. Ciò che oggi fa spavento è proprio questo: che l’approssimazione da mercato rionale di frutta e verdura abbia preso il posto dei congressi politici.
A giudicare dal loro programma, i politici vincenti pensano che tutti i governi precedenti siano stati stupidi, tirchi e proni ai diktat d’oltralpe. Molti di questi giovani “politici” somigliano a quelli che hanno creduto che il cancro si potesse curare col bicarbonato. Gente che per giunta credeva di saperla lunga. Se uno gli chiedeva: “Come mai i medici non adottano questa cura miracolosa?”, rispondevano che ciò avveniva “perché le grandi società farmaceutiche perderebbero miliardi, se ammettessero che il bicarbonato opera meglio della chemioterapia”. 
Una persona ragionevole, alla domanda: “Come mai l’Italia si piega alle regole di Bruxelles?” risponderebbe: “Perché i nostri governi hanno firmato dei trattati”. “Perché certe regole dell’economia sono ineludibili”. Insomma, “Perché non può fare diversamente”. E invece gli attuali governanti risponderebbero, alla Beppe Grillo: “Perché non hanno le palle”. Applausi al Bar Sport.
Rimane la speranza che siano in malafede, almeno i migliori fra loro. Ma il fatto di avere tanto insistito su quel genere di argomentazioni, e conseguenti promesse, alla fine si è trasformato in un impegno con gli elettori. In un obbligo - quanto meno - di provarci. Anche se il tentativo potrebbe produrre disastri.
Il discredito di cui soffre la competenza è una forma d’imbecillità collettiva. Forse il nostro Paese non è stato guidato da geni della politica e dell’economia, basti guardare al debito pubblico che abbiamo, ma non è affatto vero che un incompetente avrebbe fatto di meglio. Che uno vale uno. Se no Lewis Hamilton potrebbe operare a cuore aperto e il primario chirurgo potrebbe guidare la Mercedes al Gran Premio.
Il programma congiunto pentaleghista è stato qualificato da libro dei sogni. E finché rimarrà confinato nel limbo dei desideri, poco male. Ma che cosa avverrà quando gli investitori si convinceranno che qualcuno ha veramente l’idea di realizzare uno dei progetti che importano le maggiori spese? Quanto tempo ci metteranno a far salire lo spread a quattrocento, cinquecento o settecento punti? Non perché vogliono educarci o punirci – a loro delle nostre qualità morali non importa nulla - soltanto non vogliono perdere i loro soldi. E se alle prossime aste non comprassero i nostri Btp, e noi non potessimo rimborsare i titoli in scadenza, che ne sarebbe di noi?
Ecco perché trovo assurdo che la gente dica: “Lasciamoli provare”. Per me un bambino di dieci anni potrebbe anche partecipare alla corsa di Indianapolis, purché sia con una macchina sua, viceversa non gli permetterei di guidare l’autobus in cui siedo anch’io. Ho l’ambizione di morire nel mio letto. 
Può darsi che questo governo non combini affatto i disastri che si possono temere e in quel momento le persone ragionevoli saranno pronte ad applaudirlo. Sarebbe quasi un miracolo. Ma non quello che si attendono i suoi elettori. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 giugno 2018




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POLITICA
2 giugno 2018
DIGLI CHE NON CI SONO
C’è una notizia di cronaca che merita commento. Nello Stato di New York i genitori di un tale Michael Rotondo, dopo averlo ripetutamente invitato ad andare a vivere altrove, hanno trascinato il loro figlio (ultratrentenne e disoccupato volontario) dinanzi al giudice. Finalmente hanno ottenuto che fosse sfrattato.
L’articolo (del “Giornale”, 24/5) ci informa che i rapporti fra i genitori e il figlio non erano i più affettuosi. Niente liti, semplicemente non si rivolgevano neppure la parola. Ciò malgrado Michael assolutamente non voleva lasciare la sua comoda cameretta e la vita da figlio di famiglia. Stava bene dove stava: tutto qui. E il fatto non sarebbe interessante se l’episodio non fosse sintomatico di un nuovo fenomeno sociale. 
Nel Dna umano c’è scritto che, una volta giunti all’età della riproduzione, si abbia voglia di accoppiarsi, di avere una propria famiglia e una propria casetta. E infatti un tempo si diceva: “due cuori e una capanna”. Per lasciare il tetto paterno, la seconda ragione è che, divenendo fisiologicamente adulto, il giovane entra fatalmente in conflitto coi genitori. In particolare con quello del suo stesso sesso. Fra i quindici e i vent’anni pochi sono i ragazzi che non parlano con disprezzo di: “Quel cretino di mio padre”. Il loro ideale sarebbe l’indipendenza e in mancanza si battono per avere un po’ di denaro, il motorino, le chiavi di casa e la libertà di rientrare ad ore inverosimili. 
Tutto ciò comunque è stato interamente vero fino a qualche decennio fa. Attualmente invece c’è una pletora di trentenni soddisfatti che vivono in famiglia. Le possibili cause del fenomeno sono numerose. La banalizzazione del sesso, per cominciare, che lo ha reso molto facile e nel contempo meno desiderabile. La minore esigenza d’indipendenza, visto che al “giovane” tutto è permesso. La crisi abitativa, che rende difficile e costosa una sistemazione autonoma. Soprattutto opera il fatto che in famiglia, superata la crisi adolescenziale, si sta benissimo. In particolare in Italia, dove il bambino è sacro anche quando ha quarant’anni. 
Oggi i giovani borghesi hanno soltanto l’esperienza di un mondo in cui la responsabilità economica è stata sempre di altri e in cui essi sono stati benissimo. Così trovano quasi irrinunciabile lo status di minorenne. Un tempo l’ideale era il lavoro, oggi è la sinecura, il sussidio, la pensione. E la delega dell’amministrazione di sé diviene endemica. L’individuo non sente nemmeno il dovere di stare attento a dove mette i piedi. Infatti, se gli deriva un danno dalla sua mancanza di attenzione, non soltanto cerca chi altri doveva rispondere della sua sicurezza ma in questa ricerca gli dà manforte l’ordinamento giuridico. Se non si è badato allo scalino e ci si è fatti male, la domanda è: c’era il cartello con su scritto “attenzione allo scalino”? E se c’era, siamo sicuri che fosse abbastanza visibile?
Non si concepisce più che ciascuno paghi per la propria condotta. Ovviamente, se ci sono evidenti responsabilità di terzi, è normale che siano perseguiti. Ma – l’avete notato? - i giornali e i magistrati parlano di “ricerca delle responsabilità”. E chi cerca trova. 
Questa caccia alle streghe scoraggia qualsivoglia attività: anche dare un passaggio in auto, anche far riparare il tetto, perché qualunque cosa può trasformarsi in un costoso guaio giuridico ed economico. Neanche a casa si sta tranquilli. Avrei voglia di chiedere alla domestica di salire su una sedia per prendermi quella scatola sull’armadio, ma poi mi chiedo: “E se cadesse? Non è che poi mi troverei sul groppone un processo per lesioni colpose, perché avrei dovuto fornirle una scala approvata dall’Ente per la Prevenzione degli Infortuni?”
In questo mondo si arriva alla conclusione che è meglio non sposarsi, non avere figli, non fare niente. Vivere con i genitori, finché non muoiono, e poi guadagnare abbastanza per non morire di fame o di freddo. Per il resto, “fare il morto”. Che intendesse questo, Lucrezio, consigliando di vivere nascosti? Se ci dicono che alla nostra porta stanno bussando l’iniziativa, l’ambizione, e perfino il successo, dovremmo sussurrare: “Digli che non ci sono”.
Gianni Pardo
giannipardo@libero.it.
28 maggio 2018




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POLITICA
1 giugno 2018
IL DIFFICILE FUTURO DEL GOVERNO

Che il futuro sia inconoscibile è una banalità, ma bisognerebbe sempre chiedersi: quale futuro? Se non potessimo prevedere nulla, in medicina non esisterebbe la prognosi. E se potessimo prevedere tutto, come per le eclissi, il futuro sarebbe ovvio come sapere che dopo il mercoledì viene il giovedì. Riguardo al nuovo governo giallo-verde, che cosa possiamo prevedere?

Per molta parte, siamo alla totale imprevedibilità, tanto da avere la tentazione del silenzio, e qualche conclusione ragionevole si può trarre soltanto considerando la natura umana.

L’agire dell’uomo risulta dall’interazione con la realtà. Il bambino piccolo cerca di toccare la fiamma della candelina ed è un errore che non commetterà più. Ma non tutti riescono a ricavare dalle loro esperienze la necessaria lezione: il drogato rovina la propria vita e la propria salute; il giocatore dilapida il suo patrimonio e continua a sperare caparbiamente che la sua fortuna verrà da una pallina ammaestrata invece a farlo perdere; molti uomini continuano a sbagliare donna, e molte donne continuano a sbagliare uomini. 

Ecco l’interrogativo. Quando dei politici che fino ad ora hanno soltanto parlato, immaginato e sognato, si scontreranno con la realtà, saranno sufficientemente saggi da essere pragmatici? sufficientemente immaginativi e forti, per imporre la loro volontà per la giusta causa, quando sarà possibile, e abbastanza umili per desistere, quando il buon senso si opporrà? Per non dire che non si agisce in vaso chiuso. Gli avvenimenti del resto del mondo, in campo politico e in campo economico, potrebbero cambiare la posizione dei pezzi sulla scacchiera.

Volendoci tuttavia limitare alle incognite nazionali, i problemi fondamentali sono economici. Prima della fine dell’anno, bisognerà disinnescare la mina del rincaro dell’Iva, come conseguenza delle clausole di salvaguardia: cioè trovare una dozzina di miliardi; trovare cinque miliardi per la manovra correttiva richiesta da Bruxelles; infine redigere la nuova legge finanziaria. Per questo tempo, se il governo riuscirà a portare a termine l’impresa e se la pubblica opinione mostrerà un minimo di buon senso, il governo potrebbe avere una scusa per non aver posto mano alla realizzazione delle promesse. Ma poi?

Il punto di partenza, per le promesse, è che sono irrealizzabili. Ma esse hanno incantato molti milioni di elettori e questi, se non tutto, qualcosa vorranno. Purtroppo, come si dice, “non c’è trippa per gatti” e nessuno può fare miracoli. Anche gli altri governi avrebbero amato offrire un reddito “di ozio” a tutti; avrebbero sognato di rendere gratuita l’acqua, la corrente elettrica, le autostrade, le cure mediche - dentisti inclusi, stavolta - e persino i ristoranti: il fatto è che tutto ciò è impossibile. Il problema politico non è la formulazione dei desideri (di cui si occupa la stragrande maggioranza delle righe del famoso “contratto”) il problema è l’indicazione dei fondi per realizzarli. E su questo argomento il “contratto” è più silenzioso della Sfinge. Anzi, peggio: parla di 500mln di fondi a fronte di 120/130mld di spese.

Così il dilemma diviene semplice. Se i partiti al governo, già esausti per lo sforzo di avere affrontate le vicine, inevitabili scadenze, non realizzeranno quasi niente del loro programma, la loro impopolarità salirà a livelli altissimi e perderanno rovinosamente le prossime elezioni. E il M5S, essendo quello che ha suscitato le maggiori speranze, potrebbe addirittura scomparire. Oppure sforeranno i bilanci, contraendo ancora debiti e, a parte lo scontro con Bruxelles, rischieranno la spietata reazione dei mercati. Fino al possibile fallimento dell’Italia (default). Ma queste scelte, appunto, dipenderanno dalla situazione del momento, dal senso del reale dei dirigenti e dal conto in cui tengono il bene della nazione.

L’ultimo punto riguarda l’opposizione. La Lega ormai non ne fa parte ed è legata al successo o all’insuccesso del M5S. I Fd’I, che già contavano poco prima, conteranno ancora meno dopo che si sono dichiarati pronti a sostenere il governo.  Rimangono Forza Italia e Pd, un’opposizione di poco peso, frammentata, smarrita e insignificante. Ma questo non ci dice nulla del suo futuro. Se infatti Lega e M5S dovessero avere il successo che gli auguriamo (nell’interesse di noi tutti), Fi e Pd potrebbero divenire ancor più marginali, e forse sorgerebbero altri partiti. Se invece il governo si rendesse molto impopolare, essendosi impegnato in un’impresa impossibile, sarebbe l’impopolarità del governo a soffiare nelle vele dell’opposizione, fino a darle nuova vita, soprattutto se riuscisse ad unirsi, come oggi suggerisce Matteo Renzi. 

Che mondo, un mondo in cui uno è costretto ad apprezzare la lucidità di Renzi. Ma del resto l’abbiamo sempre detto: quest’uomo sarebbe per natura di primo piano, se soltanto riuscisse a domare la sua sbruffoneria, la sua cattiva educazione e il suo cattivo carattere.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

1* giugno 2018





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