.
Annunci online

giannipardo@libero.it
POLITICA
30 aprile 2018
PER GLI INTERESSATI: I RISULTATI DEL FRIULI
Per le elezioni nel Friuli Venezia Giulia, la maggior parte dei commenti sono in queste direzioni: trionfo leghista, tonfo dei Cinque Stelle. Lettura che, guardando ai numeri, si può in parte di contestare.
Il paragone non va fatto fra le attuali elezioni regionali e le recenti elezioni politiche, sia perché il loro significato è ben diverso, sia perché, in base alla legge elettorale vigente, nelle politiche esiste anche l’influenza dei collegi uninominali. Dunque paragoniamo soltanto i dati delle elezioni regionali attuali con quelle del 2013 (dati dal Corriere della Sera).
Centrosinistra: 2013 39.39%, 2018 26.81% (-12,58%)
Centrodestra: 2013 39%, 2018 57,16% (+18,16%)
M5S: 2013 19,21% 2018 11,68% (   -7,63%)
Detto in altro modo, rispetto ai propri voti del 2013, il Csx ha avuto un 32% di voti in meno; il Cdx un 46% di voti in più; il M5S un 29% di voti in meno. Comunque si voglia leggere il risultato, la cosa più netta è la vittoria del centrodestra e, simmetricamente, il notevole arretramento degli altri partiti. Ma fra i perdenti il più danneggiato non è il M5S, è il centrosinistra. Infatti percentualmente il Movimento ha perso quasi la metà in meno del centrosinistra (7,63% contro 12,58%). Probabilmente, se i giornali hanno titolato “Tonfo del M5S”, è perché fa più rumore la sconfitta della capolista che quella di chi lotta per non retrocedere. 
Ha influito anche il fatto che tutte le indagini demoscopiche, fino ad ora, hanno detto che, se si andasse presto a nuove elezioni, probabilmente il M5S aumenterebbe i suoi consensi. E invece alla prima prova il risultato è l’opposto. Ma, come si diceva, un conto sono le politiche un altro conto sono le regionali.
La sconfitta del Movimento invece potrebbe avere un altro significato. Finché un partito lo si sente in crescita e vincente – soprattutto se esso partito punta molto sull’emotività dell’elettorato - i suoi consensi tendono ad aumentare. Se invece comincia a perdere l’aura d’invincibilità e di inarrestabile progresso, le cose possono cambiare molto. E ci si può chiedere se non sia proprio ciò che sta avvenendo.
Riguardo alle previsioni d’incremento di voti del Movimento, non tutto il vento spira a suo favore. Non lo rafforza il tempo trascorso dal 4 marzo: il Movimento doveva fare qualcosa che nessuno ha fatto, cioè rivoluzionare l’Italia, e invece non riesce a fare ciò che tutti gli altri hanno fatto, cioè costituire un nuovo governo. Sarebbe tanto strano che gli elettori fossero delusi?
Giocano poi contro di esso l’annacquamento del programma, rispetto a quello a suo tempo votato dagli attivisti; le aperture verso l’Europa e l’euro, prima tanto risolutamente contestati; l’insistenza di Di Maio sulla sua volontà di essere nominato Primo Ministro, come se ne dipendesse il destino dell’Italia e lui fosse insostituibile; la disponibilità ad allearsi sia con la destra di Salvini, sia con la sinistra del Pd, quasi che fossero equivalenti, o quasi che il Movimento tenesse più ad andare al governo che a realizzare un dato programma; ha anche pesato la quasi assenza, o comunque la scarsa visibilità di Beppe Grillo, che se non suona come una sconfessione, certo non appare una forma di risoluto sostegno. E come se non bastasse qualche effetto avrà avuto il diluvio di critiche, ed anche di irrisioni, che si è abbattuto sul Movimento. Insomma, i dirigenti di quel partito non dovrebbero chiedere tanto spavaldamente di andare subito alle elezioni. I consensi potrebbero certo aumentare. Ma potrebbero anche diminuire.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/4/2018 alle 15:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
30 aprile 2018
RENZI CHIUDE
L’ideale sarebbe che il nostro nemico avesse sempre torto. Perché, se una volta ha ragione, ci crea problemi. Infatti, se non lo riconoscessimo, saremmo disonesti. E se gli dessimo ragione, i terzi ci chiederebbero: “Ma tu non eri quello che gli dava torto?” Come se ci fossimo impegnati ad andargli contro quand’anche lui dicesse che sei per sei fa trentasei.
L’unica soluzione, in questi casi, è essere pronti a sentirci criticare non soltanto quando lo meritiamo (capita a tutti) ma anche quando non lo meritiamo. 
Matteo Renzi ha sbagliato tanto, nella sostanza e nella forma, ed ha fatto tanto male al Partito Democratico, da essersi reso odioso. Prima a chi ha la puzza sotto il naso, poi ai suoi colleghi di partito, infine a milioni di italiani, come si è visto il 4 dicembre del 2016, il giorno che ha messo definitivamente punto alla sua parabola ascendente. Molti hanno votato no perché trovavano quella riforma pericolosa e autoritaria. Io infatti la riassumevo nella formula: “Un uomo solo, al comando di un solo partito, al comando dell’intero Parlamento”. Quell’uomo solo era Renzi, ma sarei stato contro chiunque altro.  E tuttavia ci si deve chiedere quanta gente, allora, invece di guardare alla sostanza della perniciosa riforma, nel voto abbia soltanto visto l’occasione per mandare a casa un bullo insopportabile.
Ma quest’uomo che – come Mida – avrebbe voluto conquistare un impero ed ha invece distrutto il suo regno, ha avuto torto nel chiudere la porta al M5S? A mio parere no. Basta allineare alcuni dati. Il M5S ha avuto quasi il doppio dei voti del Pd. Un’eventuale loro alleanza non può certo essere conclusa per realizzare il programma del partito più piccolo. Il socio di minoranza può ottenere qualche temperamento e qualche concessione, ma non bisogna sperare l’impossibile. Il partito leader rimane il più forte e, fondamentalmente, il programma di quella maggioranza rimane il suo. Considerando il programma del M5S che cosa si deve prevedere? O che il programma non sia realizzato, e gli elettori saranno molto delusi; oppure che il programma sia realizzato, e il Paese va a catafascio. Perché quel programma è demenziale. Ciò posto, a che scopo associarsi al disastro, soprattutto tenendo presente che l’alleanza può sempre servire per sostenere che il disastro è colpa dell’alleato minore, e non propria?
Associarsi al M5S non serve a salvare il Paese, perché quel Movimento non lo salverà, e non serve a rilanciare il Pd, perché esso rischia di essere coinvolto nella sconfitta. Dunque l’inopportunità dell’alleanza è nei fatti. E abbiamo la controprova. Immaginiamo che il 37% l’avesse avuto Forza Italia. Sarebbe stato inconcepibile che il Pd si alleasse con Berlusconi, su un programma comune? Certo che no. Sia il Pd, sia Fi sono oggi accreditati della qualifica di “moderati” e centristi. Ambedue tengono conto degli impegni finanziari italiani derivanti dal debito pubblico; ambedue intendono tenere fede agli accordi europei; ambedue sanno che la legge Fornero non può essere toccata, senza che ne conseguano gravi problemi per l’Inps, cioè per l’Italia. Dunque non si tratta del fatto che il Pd ha rovinosamente perso le elezioni, si tratta del fatto che Pd e M5S sono incompatibili. Una loro alleanza, se dà al Movimento la soddisfazione di andare al governo, dà anche al partito di Renzi l’occasione di sparire dalla storia. Dunque si comprende il suo risoluto: “No, grazie”. Meglio morire di morte naturale, se proprio è inevitabile.
Rimane da spiegare il perché dell’apertura di personaggi come Martina, Chiamparino, Fassino, e tanti altri che non sono il peggio del peggio. Che anzi, umanamente, sono indubbiamente preferibili a Renzi. Ma io non ne sono capace. Che veramente credano sia tanto importante dare un governo all’Italia, quand’anche fosse un pessimo governo? Che veramente credano che questa mossa salverebbe il Pd? Che veramente abbiano quella “fame di poltrone” di cui parlano i loro detrattori, anche se è un’ipotesi che non vorrei fare? Poco importa.  Mentre capisco il comportamento di Renzi, non capisco il loro. 
Ovviamente non condivido molte delle cose che l’ex Segretario ha detto in televisione. Addirittura preferisco che segretario resti Maurizio Martina e non torni Renzi. Ma mi sembra innegabile che l’uomo sbagliato, quello che ha fatto tanto male al Pd, è quello che sta salvando il Pd. E forse l’Italia.
Il M5S ha formulato un programma rovinoso ed ha spaventato parecchia gente. Se avesse potuto applicarlo senza alleati, come esso sperava e si proponeva, ne sarei stato contento, perché gli italiani avrebbero esattamente pesato il Movimento e pagato il fio della loro spensieratezza. Di fatto, l’arroganza e l’impegno della solitudine – dopo tanti proclami di vittoria – hanno impedito al Movimento di andare al governo, e forse il peggio ci è stato risparmiato. Anche se l’amaro calice potrebbe esserci ripresentato dopo le prossime elezioni. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/4/2018 alle 8:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
29 aprile 2018
PERCHÉ PARECCHI FILM SONO NOCIVI
Che siano nocivi i film in cui ci sono scene di violenza eccessiva, in cui si glorifica il crimine o si insegna a violare la legge, non è necessario dimostrarlo. Invece ci sono film di cui nessuno direbbe che possano essere nocivi, e tuttavia già lo sono per il genere cui appartengono: i film storici, i film fantastici e i film di fantascienza. 
Un uomo è orientato quando sa che cosa è verosimile e che cosa è inverosimile, che cosa è probabile e che cosa è improbabile. Soprattutto quando sa che non deve fidarsi di ciò che gli raccontano e deve valutare le fonti. Ebbene, al riguardo quei film sono proprio controindicati. 
I film storici sono una scommessa impossibile. Devono corrispondere a sentimenti e situazioni che il pubblico può capire, per avere successo, ma purtroppo sentimenti e situazioni cambiano nel tempo. Per esempio il Cinquecento fu un’epoca violenta, priva di scrupoli e non raramente criminale. Per conseguenza, colui che si vorrebbe presentare come un eroe fu sì un eroe, ma anche un gran figlio di puttana, secondo gli standard attuali.  E a questo punto il bivio è ineludibile. O si è fedeli alla storia, e il film disorienterà il pubblico e non piacerà, o la si adatta alla mentalità attuale e la storia è falsificata. 
Nel mondo moderno l’amore ha un grande peso e al contrario in molte parti del mondo e in molte epoche, le donne non hanno avuto importanza. Se si fa del rapporto fra Cleopatra e Marcantonio una storia d’amore (e lo fu) e si  trascura il contesto, non si capirà nulla. Per i romani, che qualcuno potesse rinunziare a Roma per una donna, e orientalizzarsi, era talmente inconcepibile che Marcantonio non era, come diremmo oggi, un precursore di Edoardo VIII, ma un traditore della patria. E non poteva che finir male.
Giulio Cesare è stato un uomo assolutamente eccezionale: un genio militare, un genio della letteratura e un genio della politica. Ma anche i congiurati che l’uccisero avevano buone ragioni che nessun film mai esporrà in modo convincente. Per tutti Cesare deve rimanere l’eroe senza macchia e senza paura, non il “dittatore a vita” che avrebbe potuto affossare le libertà repubblicane più di quanto non fece l’abile e prudente Ottaviano Augusto. Insomma, se si vede un film storico, poi bisogna precipitarsi a controllare tutti quegli avvenimenti su un buon libro di storia. Meglio se più d’uno.
Ancor più grave è il danno che possono fare i film fantastici. Abbiamo tanta difficoltà a digerire il fatto che se una persona cara muore non la rivedremo mai più, ed ecco i film fantastici ci presentano resurrezioni, velocità superiori alla luce, ritorni indietro nel tempo, profezie, apparizioni ed ogni sorta di miracolo, quasi alimentando le nostre più folli e inconfessate speranze.  Già è diseducativo il “happy ending” per il quale, nei film, il protagonista ha una fortuna sfacciata, il più debole vince sul più forte e Cenerentola, invece d’invecchiare fra la sporcizia, diviene una regina. Il mondo dei film fantastici pone in dubbio tutte le certezze negative e semina illusioni a piene mani. Addirittura i soggettisti arrivano ad inserire, nella trama, qualcuno che delle cose inverosimili giustamente dubita, per poi dimostrare (nel film) che quelli che avevano creduto all’inverosimile e insomma al falso, avevano ragione e aveva torto la persona ragionevole. 
Quanto a me, cerco sempre di mantenere vigile il senso critico, al punto che la mancanza di logica mi ha perfino avvelenato la fine dei “Fratelli Karamazov”. E Dio sa se Dostoëvskij è un artista. Ovviamente, per i film va anche peggio. Non appena sullo schermo avvengono cose inverosimili (scientificamente o logicamente) scatta in me un tale fastidio che a quel punto cambio canale o mi metto a leggere. Perché so che da quel momento, invece di divertirmi, annoterò mentalmente ogni “errore” e finirò con l’indignarmi. Anche i film d’azione sono insopportabili, quando esagerano: un uomo solo non vince contro un esercito; chi salta dal terzo piano schiatta, non si limita ad andar via zoppicando per qualche metro, e chi finisce all’ospedale non guarisce o quasi dopo mezz’ora, fino a strapparsi le bende e la flebo per correre a combattere contro i nemici. Una visita a qualunque ospedale smentisce questa leggenda. 
Insomma si deve tollerare qualche inverosimiglianza, in nome del divertimento, ma molti film sono nocivi. Soprattutto lo sono per le menti più deboli e inesperte. Quelli che già sono disorientati, andando al cinema lo saranno anche di più. Fino a pagarla cara.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 29/4/2018 alle 13:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
28 aprile 2018
L'AMBIENTALISMO
Non so se ambientalismo ed ecologismo siano sinonimi o quali siano le loro differenze, ma poco importa. Infatti il problema è: in che misura dobbiamo preoccuparci della Terra, considerando che siamo destinati a viverci noi e i nostri discendenti?
Per cominciare val la pena di ricordare una vecchia barzelletta. Un uomo sta male e va dal medico. Questi gli chiede se faccia troppo sport, se conduca una vita sregolata, se fumi, se si droghi, se beva alcool o abusi del sesso, e alla serie di risposte negative gli domanda: “Ma lei perché ci tiene a vivere?”
Il principio implicitamente enunciato vale per tutto. Per esempio per il denaro. Dal momento che molto difficilmente vivrò fino a cent’anni, perché dovrei mettere da parte denaro per poter vivere fino ai centocinquanta? Una parte la devo mettere da parte ma il resto me lo devo godere, al limite sprecandolo, ché tanto non posso portarmelo nell’aldilà.
Per la Terra è esattamente lo stesso. Non preoccuparci del futuro sarebbe da imbecilli, ma esagerare al punto da renderci la vita difficile sarebbe altrettanto stupido, se non di più. Soprattutto considerando che i nostri discendenti potrebbero anche trovare soluzioni per problemi che oggi ci sembrano insolubili. In ogni modo è risolutamente da rigettare ogni ecologismo eccessivo ed infantile.
È eccessivo l’atteggiamento di coloro che sembrano considerare l’uomo un abusivo. Non soltanto la Terra è anche nostra, ma è soprattutto nostra, perché siamo in grado di dominare sia la Terra sia gli altri esseri viventi. Per questa ragione, non soltanto continuerei a mangiare carne (se la carne mi piacesse) ma, potendo, ucciderei volentieri e senza il minimo scrupolo anche un miliardo di zanzare, se volessero impiantarsi nel mio territorio. Lo so che siamo tutti esseri viventi. Lo so che io sono soltanto uno e loro sono un miliardo, ma da un lato è vero che io non ho mai succhiato il sangue di una zanzara, dall’altro non m’importa un fico secco di ciò che dicono gli ambientalisti e perfino i francescani. Sorella Zanzara non ha il mio Dna e io non sono disposto a soffrire il bruciore e grattarmi a morte per amor suo. Viceversa considero delittuoso gettare sacchetti di plastica in mare, perché all’uomo non ne viene niente mentre i cetacei potrebbero morirne. Non dimentichiamo che sono mammiferi come noi, che soffrono come noi. L’ecologismo ragionevole è assolutamente doveroso, l’ecologismo fanatico va trattato per quello che è: una mania di competenza degli specialisti.
Ma l’ecologismo è anche un fenomeno sociale, l’atteggiamento di chi non se ne occupa quasi per niente, ma mantiene la tendenza infantile a dire di no a tutto, a priori, per semplice misoneismo, antiindustrialismo e perfino anticapitalismo. Comunque sempre con noncuranza rispetto alle conseguenze del proprio no. Questi adulti poco cresciuti, se trovano che qualcosa non è, ma potrebbe essere “nocivo”, si battono a morte – all’occasione perfino con la violenza – contro il progetto. Senza chiedersi a che cosa serve quell’opera, e chi pagherebbe i costi della mancata realizzazione. I bambini, quando fanno i capricci, non si preoccupano dei costi economici delle loro richieste. L’idea di fondo, la loro come quella degli ecologisti, è che tutto continuerà ad andare per il meglio checché loro facciano. Perché a tutto penseranno mamma e papà. 
La gente, per vivere, ha bisogno di una casa, di acqua, di elettricità, di riscaldamento e di strade, ma per gli ecologisti è una sacrosanta battaglia cercare di impedire la costruzione di edifici, di acquedotti, e di tutto il resto. Costoro andrebbero messi per un mese in una “prigione contrappasso”. Una tenda, anche in inverno, per chi è contro i gasdotti. Una casa normale con venti litri d’acqua a testa per chi non vuole un acquedotto. Forse anche i più arrabbiati smetteranno di lottare contro i tralicci, quando avranno assaggiato per un mese la puzza del lume a petrolio. Senza nemmeno la distrazione della televisione.
Ma questo è il lamento di chi ha conosciuto tutti i disagi che i giovani d’oggi ignorano, fame inclusa. E per questi ultimi quella che precede è una predica inutile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 28/4/2018 alle 9:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
27 aprile 2018
GLI ASINI VOLANO
Ma che mondo è, un mondo come quello della politica, in cui non è possibile orientarsi, talmente le parole non valgono niente?
Nella vita normale spesso le cose vanno abbastanza lisce. Uno chiede al salumiere duecento grammi di mortadella, e quello ce ne dà centoottanta grammi, che è un’approssimazione accettabile (i venti grammi mancanti sono la carta che ci fa pagare al prezzo della mortadella). Invece in politica “no” significa, secondo i casi, “sì”, “mai”, “forse”, “devo pensarci”. E “sì” corrisponde a “no”, “certamente”, “può darsi”, “che cosa gliel’ha fatto credere?”
Il caso del Partito Democratico è esemplare. Renzi e la pattuglia di fedelissimi che lui ha fatto eleggere – scrivendo le liste ad usum delphini, cioè di sé stesso – sono più che sufficienti per impedire che il M5S possa costituire una maggioranza di governo con i deputati del Pd. E sia Renzi che i detti fedelissimi hanno gridato sui tetti, e all’occasione anche nei sottoscala, che mai e poi mai si alleeranno con quei reprobi, quegli incompetenti, quella baby gang dei pentastellati. Com’è che ora lo stesso Pd chiede tempo per riflettere, per discutere, per riunirsi in concistoro? E com’è che quel galantuomo di Mattarella glielo concede? Insomma anche loro hanno rinunciato a dare un significato a quelle inutili parolette, sì e no. E infatti così si esprimono, con il Presidente Mattarella: “Non ci è possibile dire di sì. Ma forse diremo di sì. Oppure malgrado tutto diremo di no, come tutti prevedono. Ma forse si sbagliano. Comunque può chiedere alla Signora Turrita di sedersi e aspettare una settimana. Forse fra una settimana daremo una risposta. Magari due settimane. Ma forse siamo troppo pessimisti su noi stessi. Per la verità siamo molto decisi. Ma non sappiamo ancora a che cosa”. E Mattarella, paziente, si profonde in scuse con l’augusta, e ormai piuttosto imbufalita Signora Turrita, e la prega di sedersi in sala d’aspetto per una settimana - che neanche Enrico IV a Canossa - e aspettare il confuso responso della Pizia.
Non so più in quale civilissimo Paese asiatico - forse in Cina, forse in Giappone, forse altrove – dire “no” è maleducazione. Si risponde “forse”, “sì ma”, “vedremo”. E ovviamente tutti ci inchiniamo dinanzi ad una tale secolare raffinatezza. Ma siamo dei selvaggi occidentali e usiamo andare alla sostanza delle cose, fino a chiedere: se “forse” significa “no”, non è più semplice dire “no”?
Ma qui sono un ingenuo. Gli orientali cambiano la forma del sì e del no, e probabilmente fra loro s’intendono benissimo. Nel nostro mondo politico invece si cambia la realtà. Uno conosce un tizio che notoriamente ama la birra, gli porta della birra e quello dice, con occhi stralunati: “Birra? Lei mi porta della birra? Non lo sa che bevo soltanto vino?” E quando uno gli porta il vino dichiara di essere astemio. O magari che beve soltanto aranciata. Se uno gli fa notare le sue esitazioni, risponde stupito: “Quali esitazioni? È chiaro che lei non ha letto il nostro programma”.
E l’intera Italia deve seguire questi signori, e riverirli, e offrirgli l’auto blu. Anzi l’auto blu e la scorta, nel caso qualche folle ci volesse privare della loro guida illuminata. Perfino l’Italia Turrita deve calmare la propria indignazione, perché maiora premunt. E se Franceschini dovesse riuscire a far cambiare opinione a Renzi? Del resto ha qualche buona possibilità. Non è forse vero che dal dicembre 2016 quell’uomo è disoccupato, avendo lasciato per sempre la politica?
In un convento c’era un frate molto ingenuo e i suoi fratelli ogni tanto lo canzonavano. Una volta uno gli disse: “Vieni, vieni alla finestra. C’è un asino che vola”. E quando tutti ridendo gli fecero notare che era impossibile, lui rispose: “Mi pareva più probabile che un asino volasse che un frate mentisse”. Apologo altamente edificante, ma rimane che il povero imbecille andava curato. 
Nel mondo della politica le cose stanno al contrario. Ciò che è normale risulta non vero e ciò che è anormale o contraddittorio magari è poi esattamente ciò che si verifica. Insomma qui gli asini volano. E magari costituiscono il nuovo governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 27/4/2018 alle 7:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 aprile 2018
COMANDARE ED OBBEDIRE
Comandare, ecco un verbo che fa paura sia dal lato di chi comanda sia dal lato di chi obbedisce. Chi comanda teme di non essere obbedito, chi obbedisce lo fa per il timore di un male maggiore. E tuttavia Nietzsche ha aggiunto a questo schema un’osservazione più acuta, quando ha affermato che nessuno fa paura agli altri se non fa paura anche a sé stesso. Probabilmente voleva dire che per essere veramente temibili bisogna che dal nostro comportamento traspaia una sorta di rancore e di volontà di vendetta. Come se non si aspettasse che l’occasione per mordere: atteggiamenti che di solito nascono da conflitti irrisolti, da frustrazioni e perfino da squilibri psichici. 
Una volta Silvio Berlusconi fece scandalo chiedendosi se fosse sano di mente uno che sceglie la carriera di Pubblico Ministero. La gaffe era spaventosa non perché l’interrogativo non fosse legittimo, ma perché manifestato pubblicamente. Inoltre egli avrebbe fatto bene a distinguere il carabiniere o il magistrato che fanno soltanto il loro mestiere e si attivano nell’interesse della società, dagli accusatori d’assalto, cioè coloro che vanno a cercare i “cattivi” per punirli e si sentono i crociati del Bene, oltre che i portabandiera del loro partito. In questo caso non abbiamo la figura di un uomo che fa il suo mestiere per dovere, ma di qualcuno che gode all’idea di infliggere un dolore, sia pure per il bene del Paese. E non ci si può impedire di pensare che stia obbedendo anche a pulsioni sue personali, che stia proiettando al di fuori di sé i suoi conflitti personali, fino ad essere repressivo nei confronti di chi gli provoca delle frustrazioni perché più ricco, più famoso, più potente. O anche, semplicemente, un avversario politico. Un po’ come il fustigatore di omosessuali che chiaramente soffre di un’omosessualità latente di cui si vergogna a morte. Ma con questo ci allontaniamo dall’argomento.
Comandare è un eccellente rimedio per controbilanciare l’affliggente sentimento della propria insignificanza. È questa la ragione per la quale bisogna essere rispettosissimi, se si ha da fare con vigili urbani, poliziotti della stradale o uscieri del Ministero. Queste persone - che per livello sociale sono più vicine alla base che al vertice - sono professionalmente chiamate a dare occasionalmente ordini a persone più importanti di loro e per questo vivono nell’angoscia di non essere presi sul serio. Di essere disprezzati, e al limite perfino di essere puniti per aver fatto il proprio dovere nei confronti di un potente (“Il vigile”, film di Alberto Sordi, ispirato ad una vicenda di cronaca). Per questo è più facile discutere col colonnello che col caporale: il colonnello mette in campo la sua tesi, il caporale mette in campo la sua autorità.
Conosco una signora che, avendo una casa molto grande, ha delle collaboratrici cui dà sempre lei e non dà mai ordini: si limita a chiedere dei favori. Sicché sembra di vedere due amiche che si occupano dello stesso lavoro. Non è necessario dire che la casa splende e le collaboratrici l’adorano. 
Il comando trasforma chi comanda in una belva e chi obbedisce è in uno strumento riottoso. Inoltre è la dimostrazione che si è fallito un approccio migliore: infatti le indicazioni del capo stimato sono seguite volentieri, essendo coscienti che si migliorerà il risultato finale. Nessun orchestrale si sarebbe sognato di non accettare i consigli di un direttore come Claudio Abbado, proprio perché quel genio della bacchetta era stimato da tutti. Mentre se si è un Generale a tre stelle, e si è costretti ad obbedire ad uno stupido Generale a quattro stelle, si invidia Diogene. 
Il mondo della gerarchia ha in sé qualcosa di odioso. Per chi ha un’anima che soffre il solletico c’è qualcosa di inelegante, e al limite di disgustoso, nel dare ordini. Il maître dà ordini secchi ai camerieri; il principe, se ha bisogno di un’altra forchetta, la chiede per favore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 26/4/2018 alle 6:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
25 aprile 2018
LA CAUSA DEL CAOS POLITICO
L’attuale situazione politica italiana è talmente confusa che i commenti dei più grandi giornali e dei più grandi politologi si riassumono in un gigantesco: “Non lo so”. Ma se non possiamo prevedere il futuro possiamo almeno tentare di capire il passato. 
Quando il “partito di Beppe Grillo” ha cominciato ad avere successo, molti se ne sono meravigliati. Perché esso era tutto ciò che un partito non deve essere: utopico, protestatario, volgare, moralista, confuso, digiuno di economia, privo di un’ideologia e di una classe dirigente, poco democratico, estremista, forcaiolo, arrogante e solipsista. L’osservatore non finiva di enumerarne i difetti e tuttavia i suoi consensi sono aumentati costantemente fino allo strabiliante 32,5% del 4 marzo 2018. Ma da allora sono cominciati i problemi. Finché esso è rimasto all’opposizione, le conseguenze della sua impostazione non sono state evidenti. Invece, nel momento in cui è sceso sulla Terra e si è apprestato a governare, i nodi sono venuti al pettine. E si è rivelata la sua profonda natura antisistema.
Sin dalla nascita, il Movimento si è contrapposto frontalmente ed ontologicamente a tutti i partiti e non ha ritenuto concepibile un’alleanza con nessuno di loro. Ha dunque posto a sé stesso e ai propri sostenitori il traguardo del 51% dei voti, per poter governare da solo. Il risultato, per l’intera legislatura, è stato ovviamente l’irrilevanza. Ma il fatto di essere ontologicamente diverso dagli altri partiti lo ha dispensato dall’obbligo di adattarsi alla realtà. E così, mentre criticava tutti e tutto, ha potuto non tener conto né della situazione economica, né degli impegni sovrannazionali, né della politica internazionale. 
Il suo programma era mitologico, essendo stato scritto e modellato sulla protesta di 35.000 perdigiorno, dediti a scrivere su internet (il “sacro Web”), ma nessuno poteva rimproverarglielo, perché nessuno pensava seriamente a realizzarlo. Né importava che fosse inconciliabile con i programmi di altri partiti, perché nessuna alleanza con loro era prevista.
Poi, avvicinandosi le elezioni del 2018 e prevedendosi un grande successo, il Movimento si è posto il problema di come amministrarlo. Ormai era talmente grande da essere statisticamente impossibile che fra i pentastellati non ci fosse una persona ragionevole, e così si cominciò ad ammettere che il 51% dei voti era impossibile. Bisognava essere più realisti e un programma come quello vagheggiato per anni sarebbe stato un handicap. Ed ecco che lo si è stravolto senza nemmeno avvertire quelli che lo avevano votato, e sperando che tutti lo dimenticassero. I progetti di cui si è parlato sono rimasti utopici, ma hanno cominciato a mostrare dei temperamenti e delle adattabilità. Pur continuando a proclamare la propria purezza e inassimilabilità, il Movimento ha cominciato a prendere in considerazione delle alleanze, anche se l’ha fatto in modo assurdo. Normalmente infatti un’alleanza risulta dalla convergenza delle idee e dei vantaggi e invece il Movimento ha inalberato il principio dell’alleanza “con chi ci sta”, “per realizzare il nostro programma”. Così ha cominciato a mettersi nei guai. Infatti “con chi ci sta” corrisponde a confessare che non si hanno idee, o che comunque non se ne tiene il minimo conto. Ci si può associare con chiunque quando non importa come la pensa e come agisce. Il che, per chi si propone come modello di morale, non è il massimo. 
In secondo luogo, chi dice agli altri che l’alleanza servirà a realizzare il suo programma, non cerca degli alleati, cerca dei convertiti. Se volete essere cattolici, dovete rinnegare i vostri dei, accettare i nostri dogmi ed obbedire al Papa. Con in più l’obbligo di non pretendere niente. Per voi è un sufficiente onore il permesso di servirci. 
Il risultato è stato quello che si poteva prevedere. Un’alleanza col Movimento si è rivelata impossibile ancor prima che si discutesse di programmi. Ecco perché si è parlato di ontologia. Per i “grillini” non si tratta di armonizzare i propri programmi con quelli altrui, si tratta di rigettare gli altri partiti semplicemente perché non sono il Movimento. Se alla fine esso si alleasse col Pd (cosa molto improbabile) rischierebbe la scomunica del suo elettorato.
Questo partito non è inutile, è nocivo e antisistema. Non ha capito che la democrazia non prevede patrizi e plebei, buoni e cattivi, presentabili e impresentabili. Non è il sistema delle scomuniche, è quello della tolleranza, degli accordi con scambio di vantaggi e dei compromessi perfino ideologici. 
È a causa di questi difetti coessenziali alla natura del Movimento 5 Stelle che il Paese si trova in un vicolo cieco. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 25/4/2018 alle 14:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
24 aprile 2018
IL CASUS BELLI
Un casus belli è un fatto che giustifica l’inizio di una guerra. Al riguardo abbiamo un caso di scuola, cioè un esempio che illustra perfettamente la teoria. Alla frontiera fra le due Coree, la Corea del Nord ha installato tali e tanti pezzi d’artiglieria, da essere impossibile neutralizzarli tutti nel caso cominciassero a sparare su Seul – megalopoli di una ventina di milioni di abitanti - facendo un numero incalcolabile di morti. Si può infatti concepire una superiorità aerea che assicuri l’abbattimento dell’aeroplano che tentasse d’andare a sganciare una bomba atomica su quella capitale e si può concepire un sistema antimissile che distrugga l’ordigno in volo, ma non si può concepire di far tacere tutte insieme centinaia di bocche di cannone. Questa è la ragione per la quale gli Stati Uniti di Trump, pur minacciando fuoco e fiamme, non attaccheranno mai la Corea del Nord. Almeno finché essa si limiterà alle vanterie e alle minacce. 
La situazione è immodificabile. L’artiglieria lì è e lì rimarrà. Ciò che indurrebbe Washington a distruggere interamente la Corea del Nord sarebbe soltanto una minaccia seria, imminente e credibile agli Stati Uniti. In questo caso essi darebbero ascolto soltanto ai loro interessi, senza tener conto dei costi per i terzi. Quando si tratta di sopravvivenza, l’unico limite è l’impossibilità fisica non le remore morali.
Questa introduzione pone la domanda: perché la Corea del Sud ha permesso l’installazione di quell’artiglieria, a cosi poca distanza dalla propria capitale? La risposta è: per vigliaccheria. Nel momento in cui la Corea del Nord schierava tanti cannoni da potere ricattare la Corea del Sud, che cosa avrebbe dovuto fare Seul? Avrebbe dovuto avvertire: “O tenete i vostri cannoni tanto lontani da non minacciare Seul, o sarà la guerra. E quei cannoni verremo a distruggerli prima che voi possiate usarli”. 
Qualcuno, leggendo queste parole, si allarmerà. Si può dare inizio ad una guerra a freddo, così? Soprattutto mentre l’altro Stato sta facendo qualcosa sul proprio territorio? La risposta è: non si può. Si deve. Bisogna muovere guerra in ogni momento in cui, aspettando, ci si potrebbe trovare a combatterla in condizioni peggiori di quelle attuali. Il casus belli, quando è serio, non offre alternativa.
Se oggi Kim Jong-un ordinasse a quei cannoni di sparare, rischierebbe la distruzione totale della Corea del Nord, con la morte (per ipotesi) di qualche milione di nordcoreani. Ma – vogliamo essere ottimisti – nel frattempo l’artiglieria nordcoreana ucciderebbe duecentomila abitanti di Seul. Ebbene, in democrazia la “soddisfazione” di uccidere dieci nordcoreani per ogni sudcoreano non è abbastanza per accettare lo scambio. Ciò che si desidera è che non muoiano i nostri concittadini. Se il dittatore vuole provocare la morte dei suoi connazionali (Stalin e Mao erano specialisti, in questo) sono affari suoi e del suo popolo. Il terzo deve essere disposto a combattere quando si profila la minaccia, non quando essa è divenuta imparabile. Perché aspettare le perdite, invece di combattere quando ancora si può vincere?
Se oggi il problema è insolubile è perché non lo si è risolto in tempo, proteggendo la Corea del Sud quando ancora era possibile, o invadendo il Paese vicino quando ancora non possedeva l’arma atomica. La vigliaccheria, prima della guerra può anche essere pagata con la schiavitù o la morte. Indimenticabili e profetiche le parole di Churchill, dopo Monaco: “You were given a choice between war and dishonour. You chose dishonour. Now you'll have war”. Vi è stata data la scelta tra la guerra e il disonore e avete scelto il disonore. Ora avrete la guerra.
Ovviamente la situazione deve essere molto seria. Anni fa l’Unione Sovietica cercò di far passare per casus belli il progetto reaganiano delle Guerre Stellari, cioè di un sistema antimissile che avrebbe protetto gli Stati Uniti da qualunque attacco sovietico, facendo un ragionamento umanamente (non giuridicamente) comprensibile: “Se noi non possiamo difenderci come voi, chi vi impedirà di attaccarci?” Ma l’Unione Sovietica aveva torto. Quello era soltanto un sistema di difesa. Dunque era come se i ladri avessero denunciato un cittadino per avere installato un antifurto. E infatti i russi lasciarono perdere.
Altro caso, attuale questo. L’Iran minaccia di totale distruzione Israele e a questo scopo finanzia ed arma gli Hezbollah. Gerusalemme reagisce colpendo i rifornimenti iraniani in viaggio sul suolo siriano e – recentemente – distruggendo le installazioni che avrebbero dovuto produrre missili ben più pericolosi per Israele di quelli attualmente in possesso dei terroristi. E tuttavia nessuno – neppure Damasco – ha protestato per queste azioni. Semplicemente perché, dal momento che Gerusalemme agisce in condizioni di legittima difesa, tutti sanno che potrebbero condannarla cento volte, non per questo si comporterebbe diversamente. E se un giorno l’Iran minaccerà Israele con la bomba atomica, si può star certi che Israele risponderà con analoga minaccia, facendo notare che, in caso di aggressione, ucciderà una quantità di iraniani corrispondente a tre o quattro volte l’intera popolazione di Israele. E gli israeliani non scherzano. Non tutti i Paesi sono dementi come la Corea del Sud o gli Stati Uniti di Jimmy Carter e Barack Obama.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 24/4/2018 alle 11:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 aprile 2018
SE LA DESTRA ABBIA UN FUTURO
C’è chi sostiene che la rottura fra Matteo Salvini e il resto del centrodestra sia imminente. E c’è chi sostiene che il collegamento più o meno truffaldino tra la sentenza della Corte d’Assise di Palermo e Silvio Berlusconi costituisca l’occasione sognata per facilitare questa mossa. Ma a Salvini conviene? Tutti hanno ripetuto fino alla noia che con il centrodestra ha il 37% e da solo il 17%. Che in moltissime amministrazioni locali la Lega governa con Forza Italia. Che molti parlamentari del centrodestra sono stati eletti inestricabilmente col voto di leghisti e forzisti. Ma queste obiezioni si scontrano con la posta in gioco. Se un cittadino spara sul re, probabilmente finisce sul patibolo. Se però è a capo di una congiura, la sua azione va valutata in modo diverso. L’attentato è di competenza del codice penale, il regicidio è di competenza dei libri di storia. 
Nessuno sa quale sia il reale scopo di Salvini. Se pensa che rompere con Berlusconi e andare al governo col M5S lo lanci verso il trionfo politico, il conto è uno; se invece spera soltanto di ottenere qualche poltrona al tavolo del Consiglio dei Ministri, il conto è un altro. E poiché, in tutto ciò che scrivono i giornali non si trova traccia di ciò che si prospetta in concreto - né ci si può fidare delle indiscrezioni riguardanti le offerte dei pentastellati - la discussione non può che arenarsi. Si può soltanto allineare una serie di interrogativi: chi sarà il Primo Ministro? quali e quanti posti di governo saranno riservati alla Lega? quanti parlamentari di Forza Italia abbandoneranno Berlusconi per seguire Salvini (dimenticando la sorte di Alfano)? E soprattutto: quale sarà il programma della coalizione Lega-M5S, dal momento che attualmente quelli dei due contraenti sono incompatibili?
Soltanto quando queste perplessità saranno risolte, e si peseranno costi e ricavi, ci sarà il giudizio della Storia. O anche, se la grande signora non volesse occuparsi di minuzie come queste, quello della cronaca.
Al riguardo, c’è una considerazione obiettiva di cui moltissimi non sembrano tenere conto. Si parla tanto di destra e di sinistra, fino a dire che non esistono più, e invece esisteranno sempre. Perché corrispondono a due pulsioni che convivono in ciascuno di noi: il realismo e l’ideale. Giorgio Gaber scherzava brillantemente su questo argomento, ma è vero che il realismo è di destra, l’ideale è di sinistra. Il realista teme che l’idealista, cercando di migliorare le cose, gli combini dei guai; l’idealista teme che il realista, a forza di buon senso, gli vieti ogni tentativo di miglioramento della vita sociale. E proprio per questo, perché si tratta di una dicotomia ancorata nel fondo dell’uomo, ci sarà sempre una destra e ci sarà sempre una sinistra.
Se questo è vero, nel momento in cui M5S e Lega si mettono insieme, si ha l’alleanza di due sinistre e ciò significa che s’è lasciata fuori l’intera destra. Questo è il punto essenziale. La Democrazia Cristiana può anche morire di morte improvvisa ma – come intuì Berlusconi nel 1993 – non per questo muoiono i suoi elettori. Milioni di persone che, sin dal momento del decesso, si chiedono per chi voteranno la prossima volta. E chi ha il senso del reale, ed anche una mentalità economica, vi dirà che, quando c’è la domanda, basta approntare l’offerta e si faranno grandi affari. Se dunque l’alleanza M5S-Lega dovesse realizzarsi, se durasse cinque anni e se si cementasse, farebbe essa stessa sorgere una reazione dei realisti che li caccerebbero dal potere e farebbero vincere quella destra che tanti oggi danno per morente. 
Dunque ci si può sinceramente augurare che il corteggiamento di Di Maio nei confronti di Salvini abbia successo. Del progetto dei “grillini” si è già detto tutto il male possibile, ma non è che si possa dir bene del programma di Salvini. Basta rivedere alcuni punti. Non tenere fede ai patti sottoscritti con l’Unione Europea potrebbe costarci carissimo. Rimandare indietro gli emigranti è impossibile, sia perché i Paesi di provenienza non li rivorrebbero indietro, sia perché spesso non sappiamo nemmeno da dove vengono. La flat tax è inapplicabile, perché richiederebbe un consistente aumento del debito pubblico, almeno nel medio termine, cosa che non possiamo permetterci. L’abolizione della Legge Fornero produrrebbe danni finanziari e ingiustizie sociali irreparabili. Insomma non si capisce che ci sta a fare un personaggio come Salvini nel centrodestra. Che vada a roteare la sua scimitarra altrove. Che provochi all’Italia tutti i danni che vuol provocare, perché questo sarà l’unico modo perché gli italiani rinsaviscano. E in quel momento sarà bene che nessuno indichi il centrodestra fra i colpevoli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 23/4/2018 alle 7:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 aprile 2018
I PALLONCINI POSSONO SCOPPIARE
Pessimo mestiere, quello del profeta. Certo, se ci si azzecca, si è quasi venerati, ma se si sbaglia è la catastrofe. Un tempo si rischiava anche la testa. 
Si sa che il futuro è inconoscibile, e tuttavia la voglia di divinazione è tale che ci sarà sempre posto per chiromanti, maghi e politologi. Questi ultimi ovviamente vanno messi su un gradino più alto e diverso e nessuno gli attribuisce poteri occulti. Ma anche loro corrono il rischio di una cattiva figura. Soprattutto dal momento che gli si chiedono previsioni possibilmente scientifiche cui il tempo – se fosse quel galantuomo che dicono – dovrebbe poi dare conferma. E ciò non sempre avviene. 
Le previsioni sono dunque del tutto inutili? Nient’affatto. Perché quando gli esiti possibili sono pochi, può essere opportuno prepararsi almeno ai principali di loro. Ammettiamo per esempio che qualcuno offra un premio di un milione per chi riuscirà ad attraversare l’Atlantico a remi (per gli scettici: è già avvenuto). Chi si accingesse all’impresa dovrebbe prendere in considerazione parecchie variabili, ma soprattutto l’alternativa successo/morte. Dunque, come spendere un milione, se l’impresa riuscisse, o come suddividere il proprio piccolo patrimonio (stilando un testamento) nel caso ci lasciasse la pelle. 
Nello stesso modo si potrebbe dedurre qualche previsione dal caos politico attuale. Non per dire “andrà così”, ma per dire: “Se andrà così, le conseguenze sarebbero queste, se andrà cosà, le conseguenze sarebbero queste altre”. 
Secondo Luca Ricolfi(1), oggi ci sono due partiti in perdita di velocità, il Pd e Forza Italia, e due partiti in ascesa, il M5S e la Lega. Fra questi ultimi, il primo è percepito come nuova sinistra e il secondo come nuova destra. Ammesso che sia vero; ammesso che il M5S non riesca a convincere Salvini a separarsi da Berlusconi e dunque si formi un governo del Presidente; ammesso che questo governo non duri a lungo e si vada a nuove elezioni (grazie al cielo i “se” sono gratuiti) quali potrebbero essere le conseguenze?
Per prima cosa bisogna sgombrare il terreno da un’illusione corrente e cioè che, se si formasse un governo del Presidente, questa maggioranza, pure artificiale, penserebbe innanzi tutto e in tempi brevi a votare una nuova legge elettorale. Ciò perché l’attuale, a parere di tutti, “fa schifo”. Ebbene, nulla è meno vero. Innanzi tutto il “Rosatellum” non fa schifo, o almeno fa schifo come qualunque altra legge elettorale. Poi, qualunque modifica si proponga, si scoprirà subito che essa avvantaggia qualcuno e svantaggia qualcun altro. Con l’ovvio risultato che, nell’attuale situazione di stallo, non si avrà mai una maggioranza per votare una modificazione. A meno che non si trovi una formula che favorisca sfacciatamente il centrodestra e il M5S, in modo che queste due formazioni votino concordemente. Ma sarebbe uno scandalo. Dunque le ipotesi concernenti il risultato di nuove elezioni si possono ragionevolmente calcolare “a bocce ferme”. Cioè con la legge elettorale vigente.
Attualmente, dicono le previsioni, c’è da aspettarsi un aumento dei consensi per M5S e Lega. In previsione di questo fatto, e soprattutto tenendo conto della situazione di stallo che si era creata con la tornata elettorale precedente, sarebbe normale che la Lega si staccasse dal centrodestra in modo da avere le mani libere per andare con il M5S. Sia pure cercando di trarre i massimi vantaggi da questa alleanza. La via maestra sarebbe comunque questa e ciò costituirebbe un netto discrimine per il futuro. 
Infatti, se è vero che nella percezione popolare M5S e Lega costituiscono la nuova sinistra e la nuova destra, andando insieme al governo proporrebbero per ciò stesso “un nuovo modo di governare, al di là della tradizionale dicotomia destra-sinistra”. E a questo punto l’intero futuro di questo nuovo modo di governare dipenderebbe dai risultati ottenuti. Se essi fossero positivi, Forza Italia e Pd scomparirebbero e avremmo creato un panorama politico assolutamente nuovo. Se fossero negativi e i cittadini dovessero giudicare i nuovi governanti peggiori dei vecchi, il M5S e la Lega potrebbero scoppiare come palloncini. Infatti essi cavalcano una speranza e un’illusione, e non è detto che sopravvivrebbero alla fine della speranza e dell’illusione, quand’anche ciò avvenisse per fatti non imputabili ai due partiti di governo. In politica, per la gente, vige la responsabilità obiettiva. 
Ciò permette di condensare le previsioni in poche frasi. Se si andrà a nuove elezioni, potrebbero vincere M5S e Lega. Se questi due partiti vincessero, e riuscissero ad armonizzare i programmi, potrebbero governare insieme. Se governando avessero successo, in seguito potrebbero costituire la nuova destra e la nuova sinistra. Se invece ottenessero cattivi risultati, potrebbero ambedue svanire come bolle di sapone, facendo risuscitare Forza Italia (anche senza Berlusconi, che alcuni non considerano eterno) e il Partito Democratico.
Sarebbe bello se all’Italia, prima di questa operazione, si potesse almeno praticare l’anestesia. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 aprile 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=372665332_20180421_14004&section=view




permalink | inviato da Gianni Pardo il 22/4/2018 alle 8:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
vita da impiegato
21 aprile 2018
IL M5S È NATO MORTO
Il partito fondato da Beppe Grillo è utopico e millenaristico, in particolare nella sua ansia di rinnovamento morale, di purificazione e persino di espiazione per gli indegni. La designazione di “Movimento” che gli è stata imposta, non soltanto lo distingue almeno formalmente dai partiti, ma nel caso specifico è giustificata se pensiamo che movimento corrisponde a “moto”: come si parla di moti del cuore, nel senso di sentimenti. Esso infatti non ha dietro di sé una struttura ideologica, politica, economica e filosofica (come il marxismo) ma si limita alla rabbia nei confronti del male e al vagheggiamento nei confronti del bene. Amerebbe tanto far nascere una società nuova, diversa e migliore, ma non ha idea di come fare. Ciò induce a giudicarlo un assurdo politico. 
L’impostazione di base, quella che storicamente si è notata per prima, è una forsennata campagna di moralizzazione. Dimenticando che l’onestà è un requisito dell’ordinata vita sociale, non un requisito della buona politica. Non basta essere onesti per governare bene. Chi ruba, ruba soltanto milioni, chi governa male provoca danni per decine di miliardi. 
Inoltre non si può prendere a metro dell’onestà l’amministrazione della giustizia. Diversamente sarebbero colpevoli Socrate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. I giudici possono essere faziosi, le leggi possono essere liberticide. Chi si fiderebbe, oggi, della fondatezza della condanna di un politico in Turchia? La magistratura non vale più delle leggi che applica, e le leggi non valgono più del Parlamento che le ha approvate. 
La campagna di moralizzazione è stata anche autolesionista. Volendo dimostrare che si deve fare politica in nome dell’ideale, il Movimento ha preferito l’obbedienza alla competenza. Così ha voluto che i parlamentari devolvessero per nobili scopi (inclusi i profitti della Casaleggio & Associati) buona parte della loro remunerazione, dimenticando che quella remunerazione non è nata per attribuire un privilegio ai parlamentari ma per permettere anche ai poveri di fare politica. Analogamente, i vituperati “vitalizi” hanno lo scopo di permettere a chi, per fare politica, danneggia gravemente la propria vita lavorativa, di sopravvivere quando si chiude la parentesi parlamentare. Un avvocato che abbandona il proprio studio per due legislature, dieci anni, al ritorno quanti clienti troverà? E soprattutto, queste sono sommette rispetto a ciò che si spreca in favore dei falsi invalidi o si sprecherebbe in favore dei falsi disoccupati che beneficerebbero del “reddito di cittadinanza”.
Altra istituzione calunniata dagli imbecilli è l’immunità parlamentare. Nel 1993 essa è stata stolidamente mutilata dagli stessi beneficiari, divenuti per l’occasione  ignoranti e incoscienti, e i “grillini” ancora storcono il naso dinanzi al poco che ne è rimasto. Perché non hanno mai studiato e non sanno che è essa è nata per proteggere i parlamentari meno forti (i rappresentanti del Terzo Stato, si sarebbe detto in un’altra stagione) da una magistratura più pronta a servire l’establishment che i deboli. 
Il M5S, seguendo i suoi pregiudizi infantili, reputa infallibile la magistratura. Stramaledice Berlusconi in quanto condannato una volta (per un reato che personalmente reputo prescritto) e non nota che precedentemente è stato assolto più di venti volte. Se i magistrati fossero infallibili, perché lo avrebbero accusato a torto tante volte, come certificato dai loro stessi colleghi? E se un uomo è assolto più di venti volte da gravi accuse, è proprio tanto fantasiosa l’ipotesi che sia stato perseguitato nella speranza di condannarlo per qualcosa?
Altra forma di imbecillità politica è il divieto di più di due legislature. Questa gente non sa che governare richiede competenza, e la competenza si acquista con anni di pratica, fino a costituire poi un autentico patrimonio, di cui può vantarsi un uomo come Giuliano Amato. Ora facciamo l’ipotesi che Luigi Di Maio, invece di essere un giovanotto poco qualificato, sia un autentico genio. Viene nominato Primo Ministro e governa per cinque anni in modo ammirevole. A questo punto, ovviamente, il minimo sarebbe fargli un monumento. E invece, secondo i sacri principi del Movimento, bisognerebbe impedirgli di divenire un professionista della politica. Bisognerebbe mandarlo a casa, ad esempio perché ha completato due legislature. Tutto ciò nasce dal pregiudizio che chi fa politica è un parassita e un disonesto. 
Altro esempio di demenza politica: poiché tutti i partiti sono corrotti e infestati di disonesti, il Movimento ha ripetuto per anni che non si alleerà mai con nessuno. E così, per cinque anni, non ha concluso nulla. I “grillini” hanno inutilmente scaldato i banchi della Camera e del Senato. Hanno soltanto promesso che avrebbero cambiato l’Italia, dopo avere ottenuto il 51% dei voti. Finalmente, qualche mese fa, il Movimento ha ammesso che nessuno mai, in Italia, ha avuto il 51% dei voti, e probabilmente nessuno mai l’avrà, e allora hanno cambiato musica. Per cominciare, si sono dati una nuova immagine. Meno proclami assurdi, meno utopie, meno insulti. E poiché il loro programma ufficiale (votato da trentacinquemila sostenitori, e vantato come ammirevole forma di democrazia diretta) era tale da far scappare chiunque avesse un minimo di buon senso, hanno cambiato anche quello. Il testo è stato modificato, integrato, edulcorato. Gli è stato tolto il pungiglione, quando necessario. 
Il documento era stato votato via Web da trentacinquemila fedelissimi, nessuno l’aveva preso sul serio e nessuno si accorse degli aggiustamenti. Purtroppo un rompiscatole del “Foglio” ha comparato la nuova versione alla vecchia ed ha sottolineato le infinite differenze, decise dall’alto, tutt’altro che democraticamente e senza rendere conto a nessuno. E dire che quelli che l’avevano votato rappresentavano ben lo 0,0003% degli undici milioni di elettori che hanno messo una croce sul simbolo dei Cinque Stelle.
In realtà, la modificazione di un testo insignificante e ignorato da tutti, semplice documentazione della rabbia cieca di gente spesso ignorante e superficiale, non avrebbe importanza, se il Movimento non si riempisse tanto la bocca di correttezza, trasparenza e onestà. E infatti, scoperto il falso, l’intera Italia ha deriso il M5S. 
La verità è che il Movimento non ha idee. L’Unione Europea, l’euro, ed altro ancora che prima erano il male assoluto, divengono cose accettabili e da difendere, quando si tratta di una campagna elettorale. Sarà pure stata un’utile conversione, e il parroco della politica potrà pure riammetterli all’eucarestia, ma quanto è affidabile un partito che cambia programma, per andare al governo?
Come se non bastasse, il Movimento ha anche dimostrato che un altro dogma non era stato consacrato nel Concilio di Trento. Quello secondo cui il Movimento non poteva coordinare la sua azione con nessuno. Quando si è accorto che per avere la maggioranza bisogna avere il 51% dei seggi in Parlamento, ha chiesto il sostegno della Lega o del Pd, come fossero equivalenti. Il M5S è per la moralità in senso finanziario, ma non in senso politico. Il denaro olet, il voto politico non olet. Perfino Vespasiano si sarebbe vergognato di un simile ragionamento.
Se non casti cauti. Se a questo disgustoso cinismo ideologico si accoppiasse almeno l’abilità nell’esecuzione del delitto, ci si potrebbe ancora levare il cappello. Secondo la lezione di Machiavelli, in politica conta il risultato. Ma i “grillini” si sono comportati come qualcuno che volesse sedurre una donna prendendola a calci. A coloro che avrebbero dovuto aiutarli non hanno offerto né un programma concordato né posti di governo, hanno offerto soltanto l’onore di sostenerli. Nel caso di Forza Italia il voto favorevole (in cambio di niente) non soltanto sarebbe stato accettato senza ringraziare, ma sarebbe stato “tollerato”. L’ha detto Di Maio in televisione dopo aver parlato con la Presidente Casellati. Quando progettano un colpo, i ladri cercano prima un ricettatore per piazzare la merce e accettano l’idea di compensarlo per il suo disturbo. I “grillini” no. Chiedono il voto soltanto perché a loro fa comodo averlo. Sarebbe il colmo dell’arroganza, se l’arroganza non fosse qui battuta dalla stupidità. 
Il Movimento 5 Stelle è un mostro della politica che può fare soltanto danni. Sta dimostrando di essere inadatto già in queste settimane, quando dopo quasi cinquanta giorni dalle elezioni non è riuscito a costituire un governo e forse non riuscirà a costituirlo neppure in futuro. Fino a rendere del tutto vana quella vittoria tanto vantata. Quanto alla sua capacità di far danni, l’unico modo di convincere (forse) i suoi sostenitori sarebbe l’esperienza. E infatti avrei tanto desiderato che Salvini dichiarasse sciolta la coalizione con Berlusconi e andasse a rompersi l’osso del collo insieme col Movimento. Ma il destino non mi ha accontentato. Anzi, fino ad ora mi ha tolto anche il possibile divertimento di vedere Luigino Di Maio, il giovanotto dalla cravatta immarcescibile, nella parte del Primo Ministro. Come si dice in napoletano “pochade”?
Politicamente il M5S è nato morto e quasi nessuno se n’è accorto. Il problema è che il cadavere insepolto non ci possa procurare qualche infezione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 21/4/2018 alle 7:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 aprile 2018
IL GRANDE GIORNALISTA
Se si dovesse indicare un grande giornalista politico, sarebbe ovviamente necessario porsi il problema del criterio da adottare per la scelta. E il problema risulterebbe meno semplice del previsto. Una delle poche qualità su cui tutti sarebbero d’accordo, è che il grande giornalista deve scrivere in bella lingua, coniugando correttezza, eleganza e suprema chiarezza. E già questo basterebbe ad eliminare parecchia gente dalla lista. Ma il punto più difficile sarebbe un altro: il contenuto. Perché al riguardo si ha il classico limite della coperta troppo corta. Si va dal massimo di certezza, unito quasi alla banalità, al massimo di brillantezza, purtroppo confinante con l’invenzione.
Il giornalista serio si limita ai fatti certi. Perfino le sue previsioni per il futuro si riferiscono ad eventi talmente probabili che la loro indicazione risulta banale. La lettura dei suoi testi rende bene il quadro della situazione ma non risponde quasi per nulla alla sete di saperne di più. Questo tipo di giornalista è più un analista che un opinionista. E infatti, se azzarda un’opinione, sottolinea umilmente che si tratta soltanto di un’ipotesi. Quasi con l’aria di scusarsi. 
Viceversa il giornalista brillante riferisce voci di corridoio, riporta pettegolezzi, confida indiscrezioni ed è perfino capace di descrivere la grande politica internazionale come una lite fra persone piuttosto che mostrarla come uno scontro di titanici interessi. Ovviamente la lettura dei suoi testi è più accattivante, più avventurosa e più emozionante. Ma tra lui e il giornalista serio c’è la stessa differenza che passa tra un ponderoso trattato di storia e un documentario televisivo sullo stesso argomento. Nel primo prevalgono i dati importanti, nel secondo quelli spettacolari. 
Alla domanda: “Chi è un grande giornalista?” bisogna dunque rispondere: “Grande per chi?” 
Sere fa in televisione Lucio Caracciolo, il direttore di Limes, a chi gli chiedeva una previsione per il futuro, ha risposto pianamente: “Non ne ho la più pallida idea”. Questo, agli occhi di alcuni, gli dà il fascino dell’onestà. Ma un’altra, nutrita categoria di telespettatori penserà: “E allora perché lo hanno invitato? Per dire ‘non lo so’ basto io”. Il giornalista brillante invece ha risposta a tutto. E se non l’ha, è capace d’inventarla. 
Al riguardo non ho mai dimenticato un episodio – assolutamente vero, perché ne sono stato testimone - di molto tempo fa, che vi racconto omettendo il nome del colpevole soltanto perché non ho più i necessari riferimenti. Sappiate comunque che si tratta di uno dei massimi editorialisti del Corriere della Sera. Ancora oggi. 
Dunque questo signore andò a Dallas a rivedere i luoghi dell’attentato al Presidente John Fitzgerald Kennedy, e parlò a lungo della stanzetta da cui Oswald aveva sparato. Descrisse in modo colorito lo stato di abbandono del luogo, la finestra col vetro rotto, la polvere dovunque. E criticò vivacemente le autorità per non avere capito che quel luogo derelitto faceva ormai parte della storia e avrebbero più o meno dovuto trasformarlo in un museo. Per sua sfortuna un altro giornale – credo “il Foglio” – aveva notizie precise al riguardo. E in un lungo articolo dimostrò che l’editorialista aveva inventato assolutamente tutto. Quella stanza era curatissima, era in condizioni del tutto diverse da quelle descritte ed era stata trasformata proprio in una sorta di museo. Insomma, il grande giornalista aveva scritto un pezzo di fantasia. Ed io, da allora non ho mai più letto un suo rigo. 
Alberto Ronchey era invece tutt’altra pasta di professionista. Si documentava e criveva chiaro e solido. Naturalmente lo apprezzavo e proprio per questo tanti anni fa mi stupii vedendo che i colleghi lo stimavano per la cura con cui controllava la validità di ogni sua affermazione. Nella mia ingenuità, fino a quel momento mi ero illuso che quella fosse una pratica di tutti i giornalisti. 
Enzo Biagi invece, pur essendo a ragione un celebrato giornalista divenne quasi una leggenda perché non azzeccava quasi mai una citazione. Se scriveva che una frase l’aveva detta Richelieu poi risultava che l’aveva detta Talleyrand, se citava Machiavelli poi risultava che le parole erano diverse e l’autore era Guicciardini. 
Ci sono cose che sembrano stupide, ma bisogna controllare anche quelle. La grafia dei nomi, per esempio. Teheran o Tehran? La capitale del Madagascar è Tananarive, come credevo un tempo, o Antananarivo, come leggo oggi? Per non parlare del dovere di pronunciare correttamente parole e nomi stranieri, per cui è (era?) famosa la BBC. Mentre la nostra televisione è una scuola d’ignoranza. Basta seguirla e si consegue una laurea in errori d’inglese.
Dovendo scegliere a chi conferire il diploma di grande giornalista, forse avrei delle difficoltà. Mentre per quello di pessimo giornalista la lista farebbe pensare ad una rubrica telefonica. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 20/4/2018 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
19 aprile 2018
SOLIDARIETA' DI CATEGORIA CON BERLUSCONI
Gli uomini di bassa statura sono (siamo) un po’ ridicoli. Bisogna dunque riderne? Nient’affatto. Non siamo più nella savana primigenia e l’essere più alti e più forti conta poco. Per giunta i piccoletti, inconsciamente convinti di dover compensare quello che un tempo fu uno svantaggio, sono più aggressivi e vendicativi dei giganti. Mai prendere in giro un uomo per la sua statura insufficiente: un paio su dieci si metteranno a ridere, ma gli altri otto ve la faranno pagare, se appena possono. 
E questo vale anche per le donne. È vero che sono meno muscolose degli uomini ed è anche vero che, normalmente, sono meno ambiziose di noi, perché un tempo, nella savana, avevano già abbastanza da fare con i figli e il resto. Ma anche in questo campo le cose sono cambiate. Ci saranno ancora le madri di famiglia, ma le donne non hanno un cervello inferiore e se decidono di scendere in campo non sono meno temibili degli uomini. Anzi, lo sono di più. Perché, come gli uomini di piccola statura, sanno di partire con l’handicap. E dunque sono stati dei pazzi quelli che hanno osato sfidare Golda Meir o Margaret Thatcher. Ed anche senza andare a cercare questi esempi illustri, si può star certi che una preside o una giudice non sono meno autoritari ed autorevoli dei loro colleghi maschi. 
Un’ultima categoria da rispettare sono i vecchi. Non per ragioni morali, o per il naturale ossequio da tributare ai capelli bianchi. Più semplicemente perché accanto ai molti vecchi deboli, malati, decaduti dal punto di vista intellettivo (cioè inferiori) ci sono quelli in buona salute mentale, i quali ovviamente non si sentono vecchi intimamente e sono capaci di reazioni più violente e vendicative del previsto. Come se non bastasse, i più saggi di loro si rendono conto perfettamente di non avere molto da vivere e dunque sanno anche di non avere il tempo di aspettare che la corrente del fiume gli faccia passare sotto gli occhi il cadavere del loro nemico. Il loro nemico, se possono, lo gettano nel fiume loro stessi. Oltre tutto, che cosa possono temere, se sono comunque condannati a morte?
La conclusione generale è che è meglio rispettare tutti e non presumere mai che la vittoria sarà facile. È una regola di morale, di buona educazione ed anche di prudenza. Hai visto mai che quel piccoletto sia anche mentalmente cintura nera di karate?
Al riguardo, c’è una nota particolare, riguardante Silvio Berlusconi. Il quale ormai rientra in almeno due delle citate categorie. È reputato (a torto) di piccola statura, ed è reputato (a ragione) vecchio. Né è reso più giovane dal fatto di avere tanti capelli e nessuno bianco. Per temperamento – lo sanno tutti - è sempre stato un piacione, uno che ha il vizio e la debolezza di voler piacere a tutti. Ma non è prudente scambiare la bonomia per debolezza. Anche il buono, se morsicato, può morsicare a sua volta, magari dimostrando d’avere denti più lunghi dell’aggressore.
Lo abbiamo visto in questi giorni. Degli ingenui come Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno potuto pensare che non contasse più, che dovesse comunque seguire ciò che loro, giovani, avrebbero deciso, e non si sono privati di farglielo notare a muso duro. Il risultato è che si sono ritrovati ambedue col sedere per terra. Salvini addirittura pubblicamente sbertucciato, come non lo sono mai stati Massimo D’Alema o Romano Prodi, che pure al Cavaliere hanno mosso guerre ben più efficaci. Di Maio reso quasi ridicolo dalle sue pretese, smentite dalla realtà.
Berlusconi, proprio perché è vecchio, può esercitare le sue vendette anche senza tenere conto dell’interesse del Paese. Che ne sarà dell’Italia fra dieci anni, o forse fra cinque, non è cosa che lo riguardi. I novantenni sono molto meno numerosi degli ottantenni. Ma soprattutto, come detto, la corrente dei fiumi non è affidabile. Meglio fare da sé. 
Il Cavaliere risponde all’attacco persino con lo stesso stile. Nel senso che gioca le sue ultime partite all’insegna del sarcasmo: “Visto che siete tutti più bravi di me, vediamo come ve la cavate se non vi aiuto. Visto che disprezzate così disinvoltamente il prossimo, vediamo che faccia fate, quando qualcuno vi risponde per le rime”.
Sarà che sono basso e vecchio, ma non riesco a dissociarmi da Berlusconi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 19/4/2018 alle 5:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 aprile 2018
SE IL PD SI ALLEA COL M5S
La sensazione di tutti è che, come fino ad oggi non si è arrivati ad un accordo fra i partiti, per quanto riguarda la formazione del nuovo governo, non ci si arriverà neppure nelle poche ore che ci separano dal momento in cui il Presidente Mattarella risolverà la questione a suo modo. Comunque Francesco Verderami, sul Corriere della Sera(1), riporta, fra virgolette, questa frase di Giancarlo Giorgetti, noto e influente esponente della Lega: “Sentitemi, Mattarella ci metterà alle strette. Prima darà mandato alla Casellati per una esplorazione, poi — visto che non se ne farà nulla — lo schema cambierà. E scommetto che finirà con un governo di M5S con l’appoggio esterno del Pd”. L’ipotesi è interessante e val la pena di esaminarla, quand’anche non dovesse realizzarsi. 
Innanzi tutto non è affatto detto che il Pd sia disponibile a concedere l’appoggio esterno. Questo genere di accordo prevede che una forza politica sostenga una maggioranza senza tuttavia entrare nel governo. E cioè senza avere i vantaggi del potere. Dunque è una soluzione che si adotta in particolari casi, che non somigliano alla situazione attuale. 
Nella realtà, non si vede perché il Pd dovrebbe pagare il prezzo politico di essersi alleato con una forza tante volte definita “populista”, “antisistema”, e capace di combinare disastri, per poi non avere nessun vantaggio. Fra l’altro, non sarebbe nell’interesse dell’Italia. Dal momento che tutti hanno poca stima dell’esperienza e delle capacità politiche dei pentastellati, bisognerebbe partecipare alle riunioni del Consiglio dei Ministri per evitare i passi falsi o, quanto meno, per avvertire del pericolo. 
Inoltre, la sete di potere di tutti quelli che si occupano di politica, non dei “democratici” in particolare, rende pressoché inverosimile una generosità chiamata “appoggio esterno”. Dunque ci si occuperà soltanto di una eventuale, piena partecipazione del Pd al governo. Ed anzi si deve essere d’accordo con Verderami quando scrive che per il M5S il “forno” del Pd “avrebbe un costo altissimo”. La cosa è comprensibile. Dal momento che il Pd potrebbe dire “o fate un governo con noi o non fate il governo”, potrebbe ottenere ben più di quel 35% dei posti di potere che corrisponde alla percentuale della sua partecipazione nella maggioranza. Nessuno ha dimenticato quanto ha ottenuto il Psi dalla Democrazia Cristiana, malgrado la disparità dei consensi nelle urne.
Piuttosto, è interessante riflettere sulle possibili conseguenze di una simile alleanza, qualora si realizzasse. La prima cosa da tenere presente è che l’utopia è la sostanza stessa del Movimento. E l’utopia, “per se”, è di sinistra. Infatti, in questo senso è di sinistra la Chiesa Cattolica (si è visto con la Democrazia Cristiana) e di sinistra è lo stesso Papa Francesco, contrariamente al teologo tradizionalista Ratzinger. Né il Movimento è stato reso più moderato dai voti “nuovi”. A parere di tutti, una buona parte di essi proviene proprio da quegli elettori di sinistra che sono stati scontenti del moderatismo centrista di Renzi. Tutto ciò corrisponde a dire che l’alleanza M5S. Pd sarebbe altamente profittevole soprattutto per coloro che non ne fanno parte. Infatti sarebbe una coalizione di sinistra con tendenze utopiche e massimaliste: una miscela esplosiva da cui potrebbe uscire distrutta l’Italia e comunque distrutti ne uscirebbero i partiti della coalizione. 
Fra l’altro, secondo una vecchia teoria, l’utopia può avere un temporaneo successo, in un Paese, quando governa in un periodo di grande prosperità. Cosicché può regalare una parte della ricchezza accumulata negli anni della ragionevolezza. Ma a parte il fatto che nemmeno la ricchezza accumulata, o regalata dalla natura, come il petrolio, salva dal fallimento (si pensi al Venezuela) chi va al potere in Italia in questo momento trova un Paese in recessione; con un debito pubblico astronomico; con un servizio del debito che, fino ad ora (cioè in tempi di bonaccia) ci costa 60-80 miliardi l’anno; con vincoli esterni che ci vietano di dilatare ulteriormente il debito; con tremende scadenze che derivano dal fiscal compact da noi sottoscritto, e si potrebbe continuare. Il governo non avrà libertà di manovra, e l’unica libertà che avrà sarà quella di mandare in malora il Paese. 
Gli unici dati positivi di questa ipotesi sono il fatto che si ristabilirebbe, se non il bipartitismo, certo il bipolarismo destra-sinistra. L’alleanza M5S-Pd avrebbe infatti fatto risuscitare un centrosinistra simile a quello del secondo governo Prodi. L’altro dato positivo, per chi non è di sinistra, sarebbe che i partiti rimasti all’opposizione avrebbero il vantaggio di tornare al potere, alle successive elezioni, magari prima della scadenza della legislatura. Soltanto il M5S e il Pd, alleandosi, possono dare nuova vita al centrodestra, anche quando Berlusconi non ci sarà più.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 aprile 2018
http://www.corriere.it/politica/18_aprile_17/governo-giorgetti-lega-prevede-finira-gli-m5s-l-appoggio-pd-68107a22-41ba-11e8-8f14-73bb1310218e.shtml



permalink | inviato da Gianni Pardo il 18/4/2018 alle 4:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
17 aprile 2018
UN BENE PER L'ITALIA, UN MALE PER IL PD?
I giornali parlano di un dibattito interno al Pd, sul comportamento da tenere durante i tentativi per varare il nuovo governo. Di solito, queste discussioni lasciano del tutto indifferenti i lettori di giornali. “Affari loro”, si pensa. E con ragione. Ma stavolta la discussione ha riflessi teorici – etici e politologici – che trascendono l’occasione concreta.
Il problema nel Pd è stato posto in questi termini: bisogna evitare ad ogni costo un’alleanza di Lega e Cinque Stelle, per il bene del Paese, o bisogna scegliere l’opposizione? Nel secondo caso, secondo i calcoli, si mandano questi pericolosi incompetenti a sbattere il muso e si ritrova il proprio elettorato nel momento in cui si conclude la loro avventura. Per chi fosse interessato a questi particolari, la prima tesi appartiene a Dario Franceschini e ai suoi amici, la seconda tesi appartiene a Matteo Renzi e ai suoi amici.
La questione può essere discussa su più livelli. Il più futile è quello corrispondente ai portabandiera delle due tesi. In altri termini, si potrebbe scegliere o rifiutare la seconda tesi secondo che si abbia simpatia o antipatia per Renzi. Ma sarebbe un errore, perché gli interessi in gioco sono ben più importanti dei rapporti personali. Il secondo livello riguarda l’interesse del Partito Democratico. Che cosa gli conviene di più? La questione è controversa. E se è controversa per i grandi capi, figurarsi per gli spettatori. Il più interessante è però il terzo livello, quello che riguarda l’interesse del Paese. 
È vero che un governo Lega-Movimento potrebbe essere assolutamente deleterio per la nazione? Infatti, se per caso quell’alleanza fosse positiva per l’Italia, non ci sarebbero dubbi: Franceschini avrebbe torto e Renzi potrebbe dire che la permanenza all’opposizione, da lui suggerita, è resa obbligatoria dalla situazione reale. Ammesso invece che quell’alleanza fosse negativa per l’Italia, si comprenderebbe la discussione. Il dubbio fondamentale diverrebbe: bisogna far prevalere l’interesse del Pd o quello dell’Italia? 
E qui si apre un’altra dicotomia. Perché se per caso un’alleanza Pd-centrodestra fosse la cosa migliore per l’Italia ma lo fosse anche per lo stesso Pd, Franceschini avrebbe largamente ragione e Renzi largamente torto. Purtroppo, il vero, drammatico problema si porrebbe se si fosse convinti che l’alleanza Pd-centrodestra sarebbe un bene per l’Italia e un male per il Pd. 
Questo sarebbe un dibattito degno di passare alla storia. Si sarebbe lieti di avere un Tucidide nascosto in un angolo e capace di riferirci, nel suo modo geniale, le tesi contrapposte. Infatti, chi sostenesse che bisognerebbe salvare il Paese, a costo di distruggere il proprio partito, dimostrerebbe un eroico senso dello Stato quale si è raramente visto nella nostra nazione. Diciamo eroico perché il Pd non potrebbe aspettarsi nessuna gratitudine, dai cittadini. E ciò sia perché neanche se ne accorgerebbero, sia perché, nel caso, non crederebbero al disinteresse di quei politici. Il riconoscimento dell’atto d’eroismo arriverebbe nei libri di storia, con un ritardo di decenni. Sempre ammesso che arrivasse. Ecco perché, conoscendo la mentalità pragmatica (quando non cinica) dei politici, la proposta di Franceschini è del tutto incredibile. L’interesse di cui bisogna tenere conto è soltanto quello del Pd. 
Dopo tutto, se l’Italia ha votato per il M5S, e se questo Movimento, una volta al governo, provocherà disastri, non ci sarà da lamentarsene. La democrazia funziona così. Il popolo ha anche il diritto di mettersi nei guai. Né lo si può salvare contro la sua volontà, perché l’unico modo sarebbe – se fosse possibile – attraverso l’instaurazione di una dittatura.
La domanda fondamentale, a conclusione delle distinzioni che precedono, è: qual è l’interesse del Pd? Tutte le opinioni sono lecite e quella di chi scrive è che, per una volta, ha ragione Matteo Renzi. Innanzi tutto, la posizione suggerita da Franceschini potrebbe essere interpretata come ignobile volontà di partecipare al potere, anche in posizione subalterna. Poi, malgrado l’umiliazione, si potrebbe non ottenere lo scopo. Dunque è meglio che i “grillini” si scottino le dita maneggiando le leve del potere. Da un lato il loro governo potrebbe non durare, e fra poco tempo chi sarà stato all’opposizione avrà un grande vantaggio; dall’altro potrebbe durare e scontentare tutti, ed anche in questo caso il Pd ne avrebbe un vantaggio.
Ma forse la discussione rimarrà del tutto teorica, perché non è detto che il Pd abbia il potere di permettere o impedire la formazione del futuro governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 17/4/2018 alle 11:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 aprile 2018
LA VERA NATURA DEL M5S
La natura del Movimento 5 Stelle è così insolita che si teme di sbagliare qualunque cosa se ne dica. E così, se si vuole arrischiare qualche considerazione, è bene farlo con spirito giocoso: “Vi avverto che desidero soltanto passare il tempo”.
I partiti sono caratterizzati da ideologie più o meno nobili, più o meno antiche, più o meno chiare. Ma tutti hanno almeno un’idea sommaria di che cosa significhi, per esempio, essere di destra o di sinistra. Il M5S, invece, non si è mai saputo dove collocarlo. Perché non propugna una data teoria o la realizzazione di un dato programma: ha ideali vaghi e fumosi, come quello dell’onestà, che appartengono a tutti e non significano niente, oppure programmi realizzabili soltanto col denaro fornito dallo Spirito Santo. Il partito si limita ad esprimere un sentimento di rabbia e di protesta. Insomma la voglia di gettar giù tutto. 
Ora può essere vero che un impianto elettrico sia “tutto sbagliato, tutto da rifare”. Ma poiché c’è una regola d’arte, si sa anche che strada intraprendere per ripararlo. Se invece si considera tutta sbagliata l’organizzazione sociale e politica, ma non si sa come rifondarla, si rimane col cerino acceso in mano. Non basa dire “Vaffanculo” a tutti i soggetti che la fanno funzionare, quella società, bisogna anche rispondere a molte domande: chi chiamiamo a sostituirli? chi ci dice che i nuovi venuti siano migliori di quelli che abbiamo mandato via? in che direzione andare, se non ci siamo mai interessati di politica o di economia?
Il Movimento è prigioniero di slogan a base puramente emotiva. Per esempio: il mondo politico è talmente corrotto che con esso non è concepibile nessuna collaborazione, nessun compromesso, nessuna alleanza. E infatti dal 2013 al 2018 il M5S non ha contato niente. Poi, all’approssimarsi delle elezioni, i personaggi meno irrazionali hanno finalmente capito che la realtà è ineludibile. Andare al potere da soli (ottenendo il 51% dei voti) è inverosimile e non rimane che cercare alleanze. Ovviamente questo smentisce il sogno della purezza incontaminata e scontenta gli elettori: ma che si può fare di diverso?
Inoltre, appena vinte le elezioni, dopo aver sempre proclamato di non essere interessati alle poltrone, i “grillini” hanno arraffato tutte quelle che hanno potuto. Forse erano stanchi di stare in piedi, nelle piazze, a inneggiare al disinteresse. 
Poi, pensando di andare al governo, si sono accorti che non si possono allarmare i mercati o gli alleati europei. E allora ecco Luigi Di Maio, in giacca e cravatta d’ordinanza, che recita da mane a sera la parte di un Primo Ministro, se non conservatore, certo rassicurante. Prima, tutto il Movimento ha gridato vaffanculo all’Unione Europea, all’euro, alla Nato, poi, “il candidato premier” s’è rimangiato tutto, lasciando il mondo a chiedersi: qual è il vero M5S: quest’ultimo, estemporaneo, o quello storico di Grillo, di Di Battista e di tanti altri? 
I dogmi del partito sono assurdi ma su ogni argomento il Movimento ha sempre ragione - anche quando cambia opinione - e gli altri interamente torto. Ma col 32,6% dei voti, pur avendo sempre ragione, non si governa e allora i Cinque Stelle hanno cominciato a proporre a tutti un’alleanza. Purtroppo in questi termini: “Siamo disposti ad accettarvi come alleati purché non pretendiate di modificare il nostro programma – che è l’unico giusto - o di avere posti di governo. Tutto quello che offriamo è l’onore di sostenerci”. E poi si sono stupiti che non ci fosse la fila per accettare quell’onore. 
Altro dogma: “Non soltanto siamo gli unici onesti, ma abbiamo anche il diritto di decidere chi è accettabile e chi è inaccettabile. Per esempio, Berlusconi è inaccettabile”. Ma – la vita è imprevedibile – Berlusconi non è stato d’accordo, e il risultato è stato quello che vediamo. Nel frattempo il cerino acceso ha continuato ad accorciarsi fra le loro dita e loro si stupiscono: “Ma se abbiamo vinto le elezioni, come mai non siamo al governo? Se undici milioni di elettori hanno indicato Di Maio come Primo Ministro, come mai non l’hanno nominato?” Non li tange il fatto che le elezioni le vince chi ottiene più del 50% dei voti; che Di Maio è il candidato di Grillo e non degli elettori; e che il Primo Ministro lo nomina il Presidente della Repubblica, non Casaleggio. Cadono dal pero tutti i giorni.
E così finalmente si capisce la natura del Movimento Cinque Stelle. Esso non ha né un’idea della politica né un’idea della realtà. È costituito ad immagine e somiglianza di milioni d’italiani arrabbiati, i quali credono che la protesta sia una politica. Un po’ come credere che avere mal di denti corrisponda ad essere specializzati in odontoiatria. È per questo che quel movimento è pericoloso. Dopo tutto, meglio avere al volante un autista discutibile che lasciare quel posto vuoto, mentre si imbocca la discesa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 16/4/2018 alle 8:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 aprile 2018
I QUARTI DI SNOBILTA'
Il nobile è condannato ad essere nobile. Già da bambino gli parlano del suo albero genealogico, delle figure più illustri della sua casata e dei suoi doveri di membro di una classe superiore. E questo privilegio è anche un limite. Molte cose che gli altri fanno a lui sono vietate, o potrà permettersele superando le remore della sua famiglia e del suo condizionamento. Perfino quando si tratta di sposarsi, gli altri possono scegliersi chi vogliono, per il nobile la famiglia preferisce che la scelta cada su un altro nobile. Mai dimenticare “chi si è”.
Per rappresentarsi questo quadro il plebeo deve fare sforzi di fantasia, ma il nobile riesce ad immaginare in che modo il plebeo vede sé stesso? A questa curiosità posso rispondere io.
Un famoso aneddoto (forse nemmeno vero) riferisce che una volta Einstein, dovendo riempire un formulario per entrare negli Stati Uniti, alla voce “razza” abbia scritto “umana”. Ma questo perché era tedesco. Se fosse nato in Alabama avrebbe scritto “bianca”. Analogamente io non mi sento un plebeo perché si può sentire tale soltanto uno che frequenta i nobili, come accadeva a Voltaire; uno che vorrebbe frequentarli; uno che, come lo snob, vorrebbe imitarne lo stile e le abitudini. Io invece sono così serenamente plebeo che nemmeno me ne accorgo. 
Non ho complessi d’inferiorità e i nobili mi fanno simpatia. Li immagino (forse romanticamente, pensando a Vigny) portatori di una tradizione e di una cultura che meritano rispetto. Quanto a me, se qualcuno mi sbattesse sul muso i suoi antenati, gli risponderei con la vecchia battuta: “I miei invece risalgono ad Adamo”.
In tutto ciò sono favorito da una totale umiltà di origini. Nonni contadini, forse tre analfabeti su quattro, e nessuna idea dei bisnonni. Perfino con la mia propria famiglia non c’è stato un sentimento di appartenenza. Loro mi volevano un bene normale e anch’io gliene volevo, ma rimanevo separato. Non ho sposato né le loro idee, né le loro abitudini, né niente. Del resto ai miei tempi i bambini erano più autonomi e le famiglie li lasciavano vivere. Così mi sono considerato un essere umano nato casualmente in un posto piuttosto che in un altro, in una famiglia piuttosto che in un’altra. E forse perfino il mio amore per le lingue straniere si spiega così: parlando un’altra lingua ho potuto attuare una diversa “casualità” di venuta al mondo. 
Questa fragilità delle radici spiega perché mi sento italiano, ma non del tutto. Quella nazionalità è soltanto quella che conosco meglio. Il mio mondo non è diviso verticalmente, dalle frontiere, ma orizzontalmente, dal livello mentale. Certi nobili possono vantare quattro quarti di nobiltà, io sono così privo di status che posso vantare quattro quarti di “snobiltà”. Sono senza legami persino come plebeo e dunque non ho doveri verso nessuna classe sociale, verso nessuna convenzione, verso nessun gruppo. All’occasione mi permetto addirittura atteggiamenti da aristocratico con la puzza sotto il naso. Dinanzi a tanta musica leggera contemporanea, dinanzi a tanti spettacoli televisivi, dinanzi a tanto melenso sentimentalismo popolare, storco la bocca con il leggero disgusto di chi si è allontanato da secoli da quel fango.
Che bellezza, non essere nessuno. Che bellezza, non dover rispondere alla famiglia, al parentado, al proprio ambiente. Chi non sente di appartenere a nessuna corporazione non ha superiori. È questo che permise a Diogene di pregare Alessandro di non togliergli il sole. Diogene non considerava sé stesso superiore ai cani, ma proprio per questo non considerava Alessandro superiore a lui. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 marzo 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 15/4/2018 alle 7:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 aprile 2018
HANNO RAGIONE TUTTI
Un giorno un giudice, ascoltato l’attore, gli dette ragione. Poi ascoltò il convenuto, e dette ragione anche a lui.  Il cancelliere, scandalizzato, gli fece osservare che non poteva dare ragione a tutti e due, e lui ammise: “Hai ragione pure tu”.
Nell’attuale situazione politica si rischia di ritrovarsi nella scomoda posizione di quel giudice. Matteo Salvini esclude categoricamente un’alleanza del centrodestra col Pd perché il contrasto fra i loro programmi di governo è tale che il leader della Lega dovrebbe rimangiarsi tutto quello che dice da anni. Silvio Berlusconi esclude categoricamente un’alleanza col M5S, per rispondere pan per focaccia ai ragazzotti di Beppe Grillo e perché li reputa inadatti a guidare il Paese. Renzi è lieto di mandare al diavolo sia il centrodestra sia il Movimento, per dimostrare che, se loro gli hanno fatto la guerra, anche lui può fargliela, impedendogli di andare al governo. Meglio la rendita dell’opposizione. Luigi Di Maio infine è nella situazione peggiore. Per anni, il Movimento ha detto che non si sarebbe alleato con nessuno (che schifo, gli inciuci) ed ora si trova a mendicare un inciucio. Per giunta, se non l’ottiene, rischia la scomunica di tutti, perché, malgrado il successo, non riesce a governare. Se lo ottiene, rischia la scomunica dei suoi elettori, perché se cerca una maggioranza a destra, gli si chiederà con sdegno perché non l’ha cercata a sinistra, e se la cerca a sinistra, l’inverso. Se infine la cerca sia a destra sia a sinistra, gli si chiede se considera che siano la stessa cosa il diavolo e l’acqua santa. Insomma rischia di rimanere col cerino del suo 32,6% in mano.
Ognuno ha validissime ragioni per mantenere la posizione in cui è. Il cittadino vorrebbe almeno poter dire: “Io sarei lieto che finisse così”. Ma la situazione è troppo confusa. E dire che le soluzioni sono soltanto tre. Escluso un governo di minoranza, ed escluso un governo dei tecnici, perché attualmente queste due soluzioni sono rifiutate da tutti, rimangono queste possibilità: un governo del centrodestra e sostenitori, un governo del M5S e sostenitori, un governo di M5S e centrodestra alleati. La prima ipotesi è la meno pericolosa, perché avremmo un governo esperto e responsabile, ma nel lungo termine sarebbe la più dannosa perché un Movimento che ha avuto quasi un terzo dei voti, una volta relegato all’opposizione, farebbe uso della peggiore demagogia e forse avrebbe un immenso successo alle prossime elezioni. Favorito in questo da una situazione economica che, fatalmente, renderà impopolare qualunque governo.
Seconda ipotesi, il M5S al governo. Ci sarebbe da compatire un Paese guidato da dilettanti allo sbaraglio. Ma ci sarebbe da compatire anche un partito che non potrebbe più cavarsela con le giravolte, le ambiguità e i vaffanculo. Governare è un’altra faccenda, vero Virginia? Dissipata la nebbia, si vedrebbe la realtà di un Movimento che non ha né idee, né esperienza, né senso del reale. I pochi esperti di economia che dice di avere sono keynesiani e il risultato non può che essere il disastro. Per giunta, se per evitarlo rinsavisse completamente, con una conversione a U, eviterebbe il disastro del Paese ma non il suo. I suoi elettori lo accuserebbero di tradimento, di essersi inginocchiato dinanzi alla Merkel e di ogni possibile nefandezza.
L’alleanza fra M5S e centrodestra? Sarebbe per ambedue l’abbraccio della morte. Gli elettori di ogni partito accuserebbero il proprio blocco di avere provocato dei disastri perché si è alleato con l’altro. Veramente non si sa che pesci prendere. La scelta è fra disastri, immediati o rimandati. Se penso al M5Sal governo, dico “Dio ne scampi”, se penso al M5S all’opposizione dico: “E allora gli italiani non impareranno mai”. E se penso ad una alleanza dei due massimi blocchi, riesco ad immaginare la totalità degli italiani che si sentono traditi.
Molta gente è infelice perché nella vita è rimasto un perfetto nessuno. Ma a volte, per quanto riguarda il potere, si deve essere felici di non avere la responsabilità di decidere.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 14/4/2018 alle 7:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 aprile 2018
LA FOCACCIA DI SALVINI E IL PANE DI BERLUSCONI
La performance della delegazione del centrodestra a conclusione del secondo colloquio col Presidente della Repubblica è stata francamente imbarazzante. Se la scena di cui si parla non avesse dei precedenti, risulterebbe addirittura incomprensibile. 
Cominciamo dai fatti di giovedì. I tre rappresentanti del centrodestra escono dalla famosa porta tra i due corazzieri e Silvio Berlusconi presenta Matteo Salvini, come se questi avesse bisogno di essere sponsorizzato da chi ha più potere di lui. Per giunta, nella presentazione, Berlusconi sottolinea che Salvini leggerà un testo concordato, quasi a dire: “Non è il nostro capo, è il nostro portavoce”. Poi, mentre Salvini legge il compitino, Berlusconi fa una sceneggiata alla Totò: conta sulle dita i singoli punti, quasi a dire: “Esattamente come abbiamo stabilito tutti insieme”. E infine, quando la lettura è finita, prende per le spalle sia la Meloni sia Salvini, li avvia verso la porta e raccomanda ai giornalisti: “Fate i bravi, sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l’abc della democrazia”, ovviamente alludendo ai Cinque Stelle. Insomma ha gettato un’ulteriore secchiata di fiele nei rapporti con loro. 
Che cosa pensare di questo comportamento di Berlusconi? Normalmente bisognerebbe dire che è inqualificabile. Per cominciare, non doveva presentare Salvini. Invece l’ha fatto probabilmente senza neppure avvertire l’interessato. Non avrebbe dovuto contare sulle dita i singoli punti che leggeva Salvini, sia perché la mimica non era degna delle auguste mura del Quirinale, sia perché era evidentemente un modo per attirare su di sé l’attenzione dei reporter, sottraendola a Salvini. E infatti tutti i giornali hanno scritto che “gli ha rubato la scena”. Infine la battuta sui Cinque Stelle è stata un modo di rendere ancor più dura la vita politica dell’alleato. Berlusconi è dunque il “villain”, il cattivo di questo western? Per nulla. 
Andiamo all’antefatto. Berlusconi si aspettava di arrivare primo ed è arrivato secondo. Fin qui, si chiama democrazia. Ma da quel momento Salvini è stato arrogante. Si è comportato come se potesse dare ordini all’intera coalizione. Ha intavolato negoziati con Di Maio passando sulla testa degli alleati. Ha contribuito ogni giorno ad avvalorare la tesi, divenuta luogo comune, che Berlusconi non contava più niente. Infine, sgarbo supremo, mentre Forza Italia ancora insisteva su Paolo Romani, Salvini, senza aver concordato la mossa con Berlusconi, si mette d’accordo con Di Maio per votare Anna Maria Bernini come Presidente del Senato, senza nemmeno chiedere il parere di Forza Italia. La sgarbo è tale che Berlusconi, sul momento, annuncia la rottura della coalizione. Ma il giorno dopo si rassegna a ritirare la candidatura di Romani, concorda quella di Maria Elisabetta Alberti Casellati e pare ci abbia messo una pietra sopra. La ragione è chiara: sciogliere la coalizione sarebbe stato contro l’interesse di tutti i soci e perfino contro l’interesse dell’Italia. Non soltanto Fi e Lega governano insieme in molte amministrazioni locali, ma il centrodestra non avrebbe più avuto nessun potere contrattuale. Inoltre la Lega, con notevole danno per l’Italia, sarebbe stata spinta ad allearsi col M5S. Come detto, sul momento pare che il Cavaliere si sia rassegnato ad incassare la sberla. Ma nulla è più lontano dalla verità. 
Berlusconi è notoriamente un uomo pacioso e gioviale, ma non si fa la carriera (e i soldi) che ha fatto lui, se si è dei conigli. Infatti da quel momento la musica è cambiata. Berlusconi si è messo a giocare duro, fino alle gomitate più plateali. Non si è più limitato a subire l’ostracismo del M5S, lo ha incoraggiato provocandolo con giudizi sprezzanti su Di Maio e dichiarandosi in primo luogo lui stesso indisponibile all’alleanza. Insomma rendendo assolutamente insormontabile l’ostacolo che Salvini aveva fatto di tutto per superare. Infine, giovedì, si è posto come l’uomo forte del centrodestra ed ha ridicolizzato il leader della coalizione. E questi, non potendo rompere, si è trovato nella stessa situazione in cui, prima, lui aveva messo Berlusconi. 
Tutta la vicenda sembra scritta da Esopo. Dopo Fini, Renzi e tanti altri. Salvini si è comportato da arrogante e, come loro, ha sbattuto il muso. Quand’è che gli uomini impareranno che l’arroganza non conduce da nessuna parte?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/4/2018 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 aprile 2018
11 MILIONI DI VOTI? NO, UNO O DUE
Piero Ignazi sostiene giustamente, su “Repubblica”, che la situazione politica non si sbloccherà finché Luigi Di Maio non rinuncerà all’assurda – e costituzionalmente infondata – pretesa di essere nominato Primo Ministro. Una richiesta, scrive, “frutto di un mix di esaltazione, inesperienza e arroganza”. E tuttavia l’obiettività vuole che si difenda il povero giovane. Se coloro che hanno i capelli bianchi delegano il comando – o l’apparenza del comando – a un giovane che non ha né esperienza, né cultura politica né pratica di governo, come meravigliarsi, poi, se quello commette errori? Come possiamo imputargli l’esaltazione se, a trent’anni, si vede designare candidato Primo Ministro? L’arroganza è costituita dall’attribuirsi qualità che non si hanno, ma nel suo caso è poi così assurdo che egli pensi di averle, quelle qualità? La verità è che, per come l’hanno “pompato”, il giovane Di Maio si mostra perfino saggio.
La pretesa che Di Maio sia il Primo Ministro è un macigno sulla via che conduce al nuovo governo, ma questo errore non lo ha commesso l’interessato, che in questa faccenda è più o meno un esecutore di ordini. L’ha commesso chi comanda nel Movimento. Di Maio sa benissimo di non essere stato designato da undici milioni di elettori, come gli hanno intimato di ripetere quotidianamente. È stato designato da un solo Grande Elettore (come erano Principi Elettori – Kurfürst - quelli del Sacro Romano Impero): cioè da Beppe Grillo. Esattamente quel latitante politico che di mestiere fa il comico e che, interrogato, oggi direbbe, come l’apostolo Pietro: “Di Maio? Non lo conosco”. Poi, se a qualcuno sembra eccessivo che un quisque de populo abbia potuto designare il futuro Primo Ministro dell’Italia, si può allargare la lista dei Kurfürst a due, aggiungendo Davide Casaleggio. Ma due rimane un numero molto più piccolo di undici milioni. 
Ancora una volta, non si vuol dire male di Di Maio. Sembra un bravo figliolo. Sarà la gioia della sua famiglia e forse sarebbe stato anche un eccellente lavoratore, se gli avessero offerto un lavoro serio. Ma come si può pensare di affidargli la massima responsabilità nazionale? Ché anzi il giovane fa proprio del suo meglio. Se non si tratta di congiuntivi, sa parlare bene, è garbato, pulito, sorridente. Perfino amabile, quando le sciocchezze che è costretto a dire non sono troppo grosse. Ma – salvo ad ottenere col suo partito più del 50% dei voti - Grillo come ha potuto pensare che gli italiani si sarebbero acconciati ad avere come Primo Ministro un giovane che la maggior parte dei politici italiani anziani non avrebbe accettato come portaborse?
Lo stesso suo contrasto con Matteo Salvini induce in errore. Durante la campagna elettorale Berlusconi ha accettato il principio che il leader del centrodestra sarebbe stato il capo del partito che, all’interno della coalizione, avrebbe avuto più voti. E ciò perché era convinto che sarebbe stato lui. Poi è andata come è andata ma  Salvini almeno ha una decina d’anni più di Di Maio. ha fatto la sua strada politica da solo, ha realizzato da sé l’impressionante aumento dei voti della Lega. Insomma, anche se spara sciocchezze da lesionare le mura della città, è un personaggio in proprio. 
Ecco perché è incongruo parlare della coppia Di Maio-Salvini. Non hanno lo stesso peso. Infatti, se gli uomini del Pd non accetterebbero di sostenere Salvini come Primo Ministro è perché non condividono il suo programma, non perché non lo prendano sul serio. Mentre l’ipotesi di Di Maio manda fuori di testa tutti i politici di professione. Il diktat dell’Onnipotente, o dei due Onnipotenti, può essere imposto al Movimento, perché ne tirano le fila; ma il resto del mondo politico italiano ha ancora le proprie idee e la propria dignità. I signori in toga praetexta che siedono in Senato temono per la seconda volta di vedersi imporre come collega, ed anzi come capo, un cavallo. 
Senza offesa per Di Maio, naturalmente. Stiamo parlando di competenza, non di natura umana od equina. E per dimostrare a che punto il nome del giovane Luigi è stato calato dall’alto, basterà chiedere: quanti italiani avrebbero indicato Di Maio come candidato premier, se si fosse seguito il sistema americano della nomination del candidato democratico o repubblicano? Molti oggi dicono che Forza Italia non è concepibile senza Berlusconi, e che anzi, se non ci fosse ancora lui, forse quel partito sparirebbe. Chi direbbe che il Movimento 5 Stelle domani sparirebbe dagli schermi radar, se non ci fosse Di Maio candidato alla carica di Primo Ministro?
Ancora una volta il M5S è vittima di quella hybris, quell’eccesso che fa perdere di vista la realtà. Ma la realtà ha la brutta abitudine di vendicarsi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 13/4/2018 alle 5:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
12 aprile 2018
LA FOLIE AU POUVOIR
“Le moi est haïssable”, ha scritto Blaise Pascal: l’io è odioso. E se al riguardo qualcuno poteva avere delle perplessità nel Seicento, ogni dubbio è caduto con l’ubriacatura del Romanticismo. E tuttavia ci sono casi in cui della prima persona non si può fare a meno. Per esempio quando si tiene ad evitare che una forma impersonale corrisponda quasi a dire: come è evidente. Quando cioè ci si vuole assumere l’intera responsabilità di ciò che si afferma, confessando che non si dispone di nessuna autorità. Che insomma si vuole soltanto esporre un’opinione e che questa opinione potrebbe anche essere totalmente sbagliata.
E così mi lascio andare ad esprimere un profondo desiderio personale: vorrei tanto, ma proprio tanto, che Matteo Salvini rompesse con Silvio Berlusconi e andasse a costituire un governo con Luigino Di Maio. Ah, l’ho detto, finalmente. Ora non rimane che spiegare i motivi indecenti di questo mio desiderio.
I motivi sono indecenti perché la rabbia, la frustrazione, l’indignazione, la sete di vendetta che spinge Sansone ad uccidere i filistei, persino al prezzo di uccidere sé stesso, sono indecenti. Il Cristianesimo insegna a perdonare e a rigettare la vendetta come modo di raddrizzamento dei torti. L’economia insegna che danneggiare gli altri al prezzo di danneggiare sé stessi è da dementi. La stessa guerra, che insegna a far male al nemico, insegna pure che ciò è razionale quando al nemico si fa un male più grande di quello che si provoca a sé stessi. E invece Sansone, morendo, non subisce un male minore di quello che infligge ai filistei. 
Ecco perché, in un certo senso, l’azione di Sansone è indecente. Come è indecente la mia voglia di vedere finalmente l’Italia che paga il fio della sua immane stupidità. Perché sono italiano anch’io e quel ch’è peggio - essendo in vena di confessioni, confesserò anche questo - amo l’Italia. Sordo alla political correctness, sono persino disposto a chiamarla Patria. Con la maiuscola. 
Il fatto è che sono a quel punto di disperazione che spinge i genitori dei ragazzi drogati a negargli anche un singolo euro. E al limite, se cominciano a rubare in casa pur di procurarsi la droga, a buttarli fuori, perché vadano a cercarsi un tetto, un ponte, una fogna. E non si facciano più vedere.
Nel caso dell’Italia ciò che bramo è che essa apprenda il principio di realtà. Non mi sento più di vivere in un Paese in cui si può prendere sul serio un partito come il Movimento 5 Stelle. O un greve demagogo come Salvini. Per questo vorrei che fossero messi alla prova, quale che ne possa essere il prezzo. Il gioco vale la candela. Se l’Italia ne uscisse guarita da quell’amore del sogno che l’ha resa fascista per oltre vent’anni e più o meno comunista per mezzo secolo, sarebbe un affare. Anche perché, caduto il comunismo, i miei cari compatrioti non hanno smesso di sognare. Basti dire che, mentre si addensano le nubi accumulate spazzando la polvere economica sotto il tappeto, non soltanto non si preoccupano di essere chiamati a pagare il conto delle follie del passato, ma sperano seriamente di ricevere regali a gogò. A questo punto sono troppo imperdonabili per essere compatiti. Che soffrano.
Per favore, se nell’Olimpo c’è un dio dei pazzi, che mi faccia la grazia di mandare Salvini e Di Maio sottobraccio a Palazzo Chigi. E se proprio tengono ambedue ad essere Primo Ministro, restauriamo la carica diarchica dei consoli. Loro saranno felici e anche noi saremo felici di vederli all’opera. 
Il Sessantotto fu troppo timido, chiedendo “la fantasia al potere”. Bisognava avere il coraggio di gridare allora come oggi: “La follia al potere!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 12/4/2018 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
11 aprile 2018
LA CIVILTA' DELL'IMMAGINE IN POLITICA
La politica riguarda la guida del Paese e forse per questo molti dei concetti che la riguardano finiscono col riportarsi alla navigazione. La parola governo, etimologicamente, significa timone. E del resto, ancora oggi si dice “governare una barca”. Se si deve correggere la rotta, si parla di “manovra”, come per le navi, e quando si è in acque tempestose si prospetta il rischio di “perdere la rotta”, “finire sugli scogli”, “fare naufragio”. L’insistenza sul parallelo dimostra quanto esso sia naturale. 
Una grande nave richiede una ciurma competente e un capitano che sia all’altezza del compito. Lo scandalo provocato da un personaggio come Francesco Schettino non dipende tanto dal fatto che la sua insufficienza tecnica abbia provocato una trentina di morti, perché questo può capitare a qualunque autista di autobus, quanto dal fatto che egli abbia dimenticato che aveva la responsabilità di una città galleggiante. Al capitano di un grandioso capolavoro dell’industria nautica non si può perdonare una lettura superficiale dei portolani, fino a sbattere contro gli scogli come un qualunque velista della domenica. È questo che spiega l’insolita pena di sedici anni per un reato colposo, anche se si tratta di omicidio.
Ma c’è qualcosa di veramente stupefacente. Mentre la responsabilità aumenta a mano a mano che si sale dalla guida della propria automobile alla guida di un taxi, di un autobus, per finire con un gigante come la Costa Concordia, quando si sale ancora, e si tratta di guidare la nave dello Stato, si ritorna alla casella di partenza. In Italia rischiamo di designare Primo Ministro un giovanotto che difficilmente supererebbe un esame universitario di diritto costituzionale.
Il paradosso della politica è la possibilità che, mentre fra i passeggeri ci sono fior di capitani, di docenti di ingegneria navale e di competenti in ogni sorta, il transatlantico dello Stato sia poi governato da un dilettante. Il sistema democratico rimane il migliore, ma a volte è difficile da deglutire. Esso impone ai competenti di tollerare che la massima autorità sia affidata a qualcuno che di competenza ne ha tanto meno di loro e la cui una specializzazione consiste nel saper fare discorsi demagogici. Se vogliamo uscire dai paragoni nautici, è come se Hamilton, Vettel e Raikkonen fossero i passeggeri di un tassista ubriaco.
Forse proprio per questo bisognerebbe proprio sfatare il mito dell’eletto dal popolo. La massa non è più adatta a designare un primo ministro di quanto sia adatta a designare il nuovo papa. E proprio per evitare i suoi errori, bisogna seguire l’esempio della Chiesa Cattolica che non si fida nemmeno del concistoro dei vescovi e ricorre al conclave.
Nello Stato laico non esistono i cardinali ma si può ottenere quasi lo stesso risultato smettendo di stramaledire i partiti e affidando loro la formazione dei nuovi dirigenti e, al sommo della carriera, degli statisti. Come hanno fatto per molti decenni la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. È per questo che i politici di allora furono di un migliore livello rispetto a quelli di oggi. 
Quello inoltre fu un tempo in cui si badava più alla sostanza intellettuale degli uomini e meno all’immagine che si presentava al popolo. In Italia nessuno, se non eccezionalmente, accennava alla figura da uovo di Pasqua di Mario Scelba, da uccello del malaugurio di don Luigi Sturzo o da nano di Fanfani. Noi invece non smettiamo di parlare della statura di Berlusconi (che nessuno noterebbe per la strada), della capigliatura enfatica (o circense) della ministra Fedeli e del sex appeal di Maria Elena Boschi. Una volta c’era il discrimine cattolico-miscredente, ora cravatta sì, cravatta no. E allora perché ci meravigliamo del basso coefficiente di riempimento della scatola cranica?
Il voto telematico va bene per le canzoni o per i concorsi di ballo, ma per i politici  l’ideale sarebbe che non avessero un viso e forse neppure una voce. Che fossero noti per ciò che hanno scritto e per come hanno governato, non per come si presentano. E poco importa se gli (innumerevoli) analfabeti a momenti non saprebbero nulla di loro. Tanto, non essendo in grado di emettere un giudizio fondato, probabilmente sbaglierebbero.
Non ci si può nascondere che questo punto di vista è da aristocratici. Ma dopo tutto perché mai, se il popolo ha reclamato ed ottenuto il diritto di decidere col voto, gli intellettuali non dovrebbero avere il diritto di dichiarare fuor di luogo la civiltà dell’immagine in politica?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 aprile 2018 




permalink | inviato da Gianni Pardo il 11/4/2018 alle 6:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
10 aprile 2018
TRE EGEMONIE
L’incontro di qualche giorno fa tra Putin, Erdogan e l’ayatollah Rohani, con tanto di stretta di mano, sorrisi e photo opportunity, può difficilmente trasformarsi in un’alleanza. Probabilmente i tre in questo momento, percependo la sostanziale stabilizzazione della Siria e il ritiro degli Stati Uniti dal teatro mediorientale, vogliono rendere chiaro ai terzi che, dal punto di vista geopolitico, sono loro le potenze egemoniche della regione. E può anche darsi che sia vero. Tenendo conto dei fattori costanti della politica, è però ben difficile che la loro azione rimanga concorde per molto tempo.
In primo luogo, nessuna delle tre potenze agisce per autentici motivi di legittima difesa. Né la Russia, né la Turchia, né l’Iran hanno da temere per la loro esistenza, quanto meno per ciò che dipende dal territorio di cui si parla. Fra l’altro non esistono problemi per quanto riguarda le loro frontiere. I tre Stati sono separati da molte centinaia di chilometri, a parte Turchia e Iran. Ma non si è mai sentito parlare di dispute territoriali, per quanto riguarda questi due Paesi. Al massimo ambedue hanno un problema comune con i curdi. Dunque l’alleanza non è motivata da fattori obiettivi e costanti.
In realtà, le tre potenze sono interessate al Medio Oriente soprattutto per ragioni di influenza politica. Cioè di egemonia. E proprio la natura di questo interesse esclude la stabilità di un’alleanza. Infatti ognuno tenderà ad aumentare il proprio peso e la propria influenza a scapito degli altri, se possibile estromettendolo del tutto dallo scacchiere. L’egemonia non è un potere condivisibile, e quando lo è, lo è in attesa che uno dei due riesca a prevalere sull’altro.
Come se non bastasse, l’alleanza – o se non l’alleanza l’appeasement – tra Iran e Turchia è innaturale. Finché quest’ultimo Paese è stato fedele a Atatürk, le sue azioni potevano essere determinate tenendo conto soltanto dei suoi interessi economici e politici. Ma la Turchia di Erdogan si avvia a divenire uno Stato islamico come l’Iran, con la differenza che essa è sunnita, mentre l’Iran è shiita. E queste due sette islamiche manifestano l’una contro l’altra una costante ostilità che può facilmente trasformarsi in azione bellica. Dunque, nel futuro comportamento di questi Stati, non basterà tenere conto della logica economica e militare, ma bisognerà tenere conto della loro ineliminabile rivalità religiosa. 
Infine, riesce difficile capire quale utilità i tre Paesi potranno ricavare dall’egemonia comune sulla regione. Si è potuto dire che gli Stati Uniti per tanto tempo hanno speso denaro e versato sangue nella regione perché dipendenti dal petrolio mediorientale, ma personalmente non ci ho mai molto creduto. È vero, gli Stati Uniti importavano petrolio dall’Arabia Saudita, dall’Iraq, dal Kuwait e da altri, ma l’avrebbero importato anche se fossero divenuti nemici, perché quelli avevano tanto interesse a venderlo quanto loro a comprarlo. E infatti, se per parecchio tempo non hanno importato petrolio dall’Iran, è stato proprio per porre in atto una misura ostile. Come se non bastasse, recentemente gli Stati Uniti sono passati da importatori netti di petrolio ad esportatori. E dunque il Medio Oriente per loro sarebbe più una fonte di problemi che di vantaggi.
E comunque, se fosse vero che il petrolio motiva questo interesse ad avere un ruolo egemone nella regione, non si vede che cosa l’Iran e la Russia possano ricavare da questa egemonia, dal momento che sono ambedue esportatori di petrolio. 
La Russia teneva ad avere un piede nel Mediterraneo per la propria flotta, senza essere obbligata a chiedere il permesso alla Turchia per uscire dal Mar Nero, ed infatti per questo è stata tanto lieta di disporre del porto di Tartus, in Siria. Ma anche questo è un vantaggio relativo. Perché ovviamente, in caso di bisogno, né la flotta ferma nel porto siriano potrebbe essere rifornita via mare, né essa potrebbe rientrare nel Mar Nero.
Quanto all’influenza shiita sul vasto territorio che comprende l’Iraq e la Siria, è vero che Tehran può inorgoglirsi di questo successo, ma è anche vero che esso rende naturale e rafforza l’alleanza di tutti i Paesi sunniti, che da questo attivismo iraniano si sentono minacciati. In prima linea vanno citati l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo. La stessa Siria, al livello popolare, è largamente più sunnita che shiita. Dunque, senza l’intervento esterno, Assad e i suoi amici alawiti (una setta shiita) difficilmente sarebbero ancora al potere. 
L’esercizio dell’egemonia è qualcosa di piacevole per l’orgoglio ma di devastante per il portafoglio. Se alla lunga se ne sono stancati gli Stati Uniti, che già con Obama hanno cominciato a tirare i remi in barca e non hanno certo cambiato politica con Trump, è probabile che se ne stancheranno anche queste nuove potenze regionali. Anche perché, non appena ne avranno la possibilità, gli alleati si trasformeranno in concorrenti e, chissà, in aperti nemici. 
Può darsi sia vero che Allah ha fatto ai musulmani il regalo del petrolio, ma certo non gli ha fatto quello della pace.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 10/4/2018 alle 5:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
9 aprile 2018
PER FAVORE, IL M5S AL GOVERNO

Un notevole libro di letteratura francese (di Jean Calvet) per spiegare il realismo come reazione al romanticismo diceva sinteticamente che il romanticismo era stato una malattia, ma “delle malattie o si guarisce o si muore”. Questo detto torna in mente considerando la situazione economica e politica dell’Italia. 
Da molto tempo ci dibattiamo in un’interminabile crisi e non si vede l’ora di uscirne. Un sentimento che deve essere largamente condiviso, se si considera il successo del partito di Erostrato, cioè degli astenuti, degli arrabbiati, degli scoraggiati. In sintesi degli “antisistema”. Essere “antisistema” significa desiderare confusamente “buttar giù tutto per cambiare tutto”. E si dice confusamente perché molti degli antisistema non per questo sono contro la democrazia o contro l’economia di mercato; soltanto manifestano a loro modo una grande, anzi grandissima voglia di “cambiamento”.
A riprova di questo stato d’animo, oggi abbiamo un partito come il M5S che ha ottenuto quasi un terzo dei voti espressi e si dimostra capace di ogni alleanza, anche contraddittoria, purché si mantenga il programma del cambiamento, del rinnovamento e, in una certa misura, della purificazione. La domanda è: se andasse al governo, sarebbe un bene o un male per il Paese? Su questo punto le differenze di opinione sono lecite ma una cosa è certa: questo fatto sarebbe molto importante per la nazione, sia nel caso di un risultato positivo, sia nel caso di un risultato negativo.
Naturalmente ci sono delle differenze. Se il risultato fosse positivo, lo sarebbe perché il Movimento ha cambiato linea politica. Cioè non ha mantenuto molte assurde promesse elettorali: e che ne sia capace l’ha già dimostrato, dal momento che ha già messo molta acqua nel suo vino. In questo caso bisognerebbe non soltanto apprezzare i provvedimenti adottati ma seguire la stessa linea di governo anche in futuro, non diversamente da come fece il Presidente Clinton, democratico, seguendo la politica economica di Reagan, repubblicano.
Se invece il risultato fosse negativo, o addirittura disastroso, l’Italia avrebbe una lezione che aspetta di avere da quando è caduto il fascismo e si è innamorata di un altro totalitarismo (stavolta di sinistra). Il bagno di sangue provocato dal populismo, dalla demagogia, dalla noncuranza rispetto alle regole economiche, provocherebbe quella rivalutazione del buon senso di cui abbiamo un disperato bisogno, da decenni. È per questo che la massima disgrazia, a conclusione di questo periodo di ansia istituzionale, si avrebbe se il M5S non fosse in nessun modo coinvolto nel governo. In questo caso l’utopia manterrebbe intatta la sua rendita di posizione, potendo promettere la Luna dai banchi dell’opposizione, e la resa dei conti – a meno di fattori esterni – sarebbe rinviata di cinque anni, cioè fino alle successive elezioni. Quando il M5S avrebbe un successo ancora maggiore. Se questa è veramente la situazione, sarebbe bene cavarsi il dente subito. Mentre ancora siamo in sufficiente salute per affrontare il rischio.
La conclusione può suonare paradossale: quanto più si disistimano il M5S, i suoi dirigenti, la sua organizzazione antidemocratica e il suo vuoto pneumatico in materia di idee, tanto più bisogna augurarsi che vada al governo. Soltanto questo spiegherà alla gente a che serve studiare, avere esperienza di governo, disporre di una competenza. Oggi nessuno si affiderebbe a Di Maio come medico, come ingegnere o perfino come commercialista, ma molti, veramente molti sarebbero lieti di vederlo Primo Ministro. Segno che per tanta gente è più facile guidare l’Italia che un pullman, dal momento che per quest’ultimo mestiere ci vuole una patente speciale. 
La cultura occidentale ha a lungo deriso il Medio Evo col suo culto dell’autorità, rappresentata da Aristotele. Quando si diceva “ipse dixit”, “ipse” era lo Stagirita. Ma non sarebbe certo meglio se “ipse” divenisse Masaniello. E poiché la gente sembra non capirlo, è bene che facciamo appello ad un altro genio, Galileo, il quale ci ha insegnato il valore scientifico dell’esperienza. Mandiamo Masaniello al potere e così, o farà miracoli, o finalmente convincerà la gente che i miracoli non esistono.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 9/4/2018 alle 5:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 aprile 2018
DI MAIO QUANTO MENO È DIVERTENTE
Non ho simpatia per Luigi Di Maio. E tuttavia la lettura dell’intervista da lui rilasciata a “Repubblica” induce a un giudizio più sfumato. In primo luogo si deve ammettere che alcuni dei motivi di biasimo non gli competono personalmente, ma in quanto esponente del M5S. Se un partito non ha un’ideologia, se cambia quella che sembra avere in poco tempo, se ha progetti (e promesse) irrealizzabili, se vuole una cosa e il suo contrario, chiunque cerchi di sostenerne le ragioni passerà per un contraddittorio imbecille. Dunque, ammesso che Di Maio dica qualche sciocchezza in conto proprio, ne dice parecchie in conto terzi. 
Viceversa, malgrado i suoi limiti, dimostra una notevole pratica politica nello schivare le domande scomode. Non so in quale misura le sue risposte siano state modificate o limate, in sede di stesura. Né so se le domande siano state presentate per iscritto, per dare il tempo di rispondere per iscritto. Ma se veramente ha saputo rispondere a braccio a tutte quelle domande, senza scivolare su qualche buccia di banana, tanto di cappello.
Purtroppo, in alcuni casi conferma la poca stima dell’intelligenza degli italiani che il Movimento ha più volte dimostrato. Per esempio l’idea di stilare un contratto con un’altra formazione politica, riguardo ad alcune cose da fare una volta insieme al governo. Ecco ciò che dice il giovane leader: “Ognuno porta le sue idee, il contratto si scrive insieme. Per questo ci sediamo intorno a un tavolo, per ragionare e trovare insieme una sintesi che serva a dare risposte e non a scontrarsi muro contro muro”. A parte il fatto che i muri non si scontrano, la proposta è tanto suggestiva quanto imbecille. In primo luogo, i contratti hanno un senso quando esiste un’autorità superiore che ne può far applicare forzosamente le clausole. Se non restituisco il mutuo alla banca, questa può ottenere dal giudice il ricupero forzoso del suo denaro. Ma se due forze politiche firmano un contratto, in caso di violazione di esso a chi possono rivolgersi?
In secondo luogo, un contratto per l’azione di governo o è di una paginetta o due, e non significa niente perché, essendo generico, si presta ad ogni tipo di interpretazione; oppure è lunghissimo e per ciò stesso discutibile e insignificante, come fu il programma di Prodi. Infine, anche se un partito lo violerà platealmente, poi sosterrà che la colpa è di terzi o anche dell’altro partito di governo, e il contratto non sarà servito a niente. Insomma, quella del contratto è un’idea da bar. L’unica – vaga, molto vaga - garanzia è che i partiti che partecipano all’alleanza abbiano già in partenza linee di comportamento, ideali e programmi simili. Un po’ come il partito socialdemocratico e la Democrazia Cristiana, per fare un esempio. 
Poi la giornalista gli chiede che differenza fa tra contratto e inciucio, tante volte stramaledetto dal M5S. Di Maio risponde: “Le alleanze per anni sono state il mettersi insieme per autoconservarsi e autotutelarsi. Stiamo proponendo invece di mettere al centro solo ed esclusivamente l'interesse dei cittadini. Il contratto è una garanzia in questo senso: dentro ci mettiamo le cose da fare per le persone fuori dai palazzi, e non quelle dentro i palazzi. E quelle cose facciamo”. Aria fritta. Corrisponde a dire “Noi siamo buoni e interessati al bene del Paese, gli altri sono cattivi ed egoisti”. Giudizio ribaltabile più di un impermeabile double face. Senza dire che l’impegno alla realizzazione (“e quelle cose facciamo”) può essere preso sul serio soltanto da chi ha votato per la prima volta.
Interessanti i programmi di Di Maio: “Lotta alla povertà e alla corruzione, il lavoro, le pensioni, un fisco più leggero e una pubblica amministrazione che agevola e non ostacola i cittadini e le imprese. E poi sostegno alle famiglie e naturalmente lotta agli sprechi e ai privilegi della politica”. Poteva anche metterci la soluzione del riscaldamento globale e la realizzazione della pace nel mondo. Costava soltanto una riga in più.
Poi gli si fa notare che il centrodestra si ripresenterà unito dal Presidente Mattarella, allontanandosi così da una prospettiva di alleanza col M5S e Di Maio reagisce così: “Salvini sta scegliendo la restaurazione invece della rivoluzione. Il segretario della Lega in questo modo sta chiudendo tutto il centrodestra nell'angolo. E rischia di condannarsi all'irrilevanza”. Salvini non restaura nulla, perché la Lega e il centrodestra fino ad ora sono stati all’opposizione. Né il M5S è per la rivoluzione. Per questa, Di Maio quanto meno dovrebbe togliersi la cravatta. Infine fa ridere che la coalizione che ha ottenuto il massimo dei consensi si stia “chiudendo nell’angolo”. Uno ricorda ridendo: “Nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”.
“È evidente che in Italia si sono inventati una legge elettorale che doveva metterci in difficoltà. Ma resta un fatto: siamo la prima forza politica e quasi doppiamo la seconda”. Primo, inventare non è un verbo riflessivo. Secondo, la prima forza politica è la coalizione di centrodestra. Va bene che il giovanotto non porta gli occhiali, ma quella coalizione è visibile a occhio nudo. 
Gli chiede la giornalista: “Se l'unica strada per andare a un governo fosse un suo passo indietro?” E Di Maio: “Questo Paese ha avuto tantissimi presidenti del Consiglio che hanno preso zero voti dagli italiani. Ora c'è un candidato premier che ne prende 11 milioni e la prima cosa che si chiede è che si faccia da parte?” Eh no, non è quello che gli chiede l’intervistatrice. Non si desidera sapere se sia bello, giusto o morale, che lui si faccia da parte, ma se è una condizione rinunciabile o irrinunciabile per il bene del Paese. Di Maio sarà pure abile, nella schivata, ma bisognerebbe segnalargli che questa è una manovra da vecchio politico, da democristiano, insomma da qualcuno che ragiona come hanno sempre ragionato i vecchi politici. Quelli da cui i “grillini” si vorrebbero tanto diversi.
Repubblica chiede che cosa ci sia nel teorico Def di Di Maio: “Misure per rilanciare una crescita economica sostenibile, rispettosa del benessere sociale dei cittadini, ma tenendo il rapporto deficit pil all'1,5”. Inoltre, bimbi asciutti e mamme felici.
Per concludere, il capolavoro. Dice la Cuzzocrea: “Con le nuove regole lei può decidere tutto, anche sulla guida dei gruppi parlamentari. Siete passati dall'uno vale uno all'uno vale tutti?” E Di Maio: “Non è così. Semplicemente, alcune decisioni spettano al capo politico”. Traduzione: “Uno vale uno, al bar si può scegliere espresso o cappuccino, ma sulle cose importanti decido io”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
aprile 2018
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=370155801_20180407_14004&section=view




permalink | inviato da Gianni Pardo il 8/4/2018 alle 5:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 aprile 2018
ALLE URNE, MA CON UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE
Alle urne, ma con una nuova legge elettorale. Quante volte abbiamo sentito questo ritornello? Infatti moltissimi sono convinti che, se non riuscissimo ad avere un nuovo governo, il Presidente Mattarella potrebbe favorire la costituzione di un governo con l’unico mandato di votare una nuova legge elettorale per andare di nuovo a votare. 
In realtà, a parte il fatto che nuove elezioni potrebbero dare lo stesso risultato attuale, l’idea che si possano costituire governi con uno scopo è giuridicamente inammissibile quanto un’imposta di scopo. E tuttavia ci sono concetti che, per quanto infondati, sembrano immortali. Una sorta di sarchiapone della vita pubblica.
Cominciamo dalle imposte di scopo. Se il governo mettesse un’altra accisa sulla benzina per ottenere dei fondi da spendere per i terremotati, e poi usasse quei fondi per tutt’altra finalità, saremmo in presenza di un illecito? Assolutamente no.. Perché le “imposte di scopo” non esistono. 
Per intenderci: è inutile dire: “Non voglio pagare la tassa sui rifiuti perché la casa è chiusa e rifiuti non ne produce”, oppure “perché il servizio di raccolta è attualmente sospeso”. Infatti si tratta di un’imposta e non di una tassa (anche se così la chiama il Comune). Quel tributo non dipende dal ritiro della spazzatura (cui si potrebbe rinunziare, se fosse una tassa) ma dal potere dello Stato di imporre tributi, come l’Irpef. Tutto questo è elementare e tuttavia milioni e milioni di cittadini credono il contrario.
Lo stesso vale per il governo. Ammettiamo che un dato esecutivo – costituito per fare qualcosa – non esegua il compito assegnatogli: lo si può dichiarare decaduto? Certamente no. Un governo dura da quando ottiene la fiducia alla fine della legislatura, a meno che non subisca un voto di sfiducia. Dunque, può fare o non fare ciò che ha promesso e soltanto il Parlamento lo può cacciare. 
Se l’attuale legge elettorale non piace, non è detto che sia possibile votarne un’altra che piaccia a tutti. Qualunque sistema è sempre un compromesso tra la rappresentatività (come si ha con la proporzionale) e la governabilità (come si ha col maggioritario o con un premio di maggioranza). E ognuno reputa “una buona legge elettorale” quella che lo favorisce sul momento, mentre giudica cattive tutte le altre.
Nell’attuale sistema tripartito, ogni proposta che favorisse uno dei tre indurrebbe le altre due forze a coalizzarsi per bloccarla. Mentre se due delle tre forze si mettessero d’accordo, potrebbero votare una nuova legge elettorale o, più semplicemente e subito, costituire una maggioranza e governare. 
L’attuale legge elettorale non è cattiva, è imperfetta. Ma qualunque legge elettorale è imperfetta. La verità è che si dovrebbe smetterla, con questo tormentone. Fra i grandi Paesi l’Italia è forse quello che ha cambiato il maggior numero di sistemi di voto. Fra l’altro senza raggiungere gli scopi sperati, se è vero che a volte si vota un certo sistema per averne un vantaggio e poi esso favorisce gli avversari. È avvenuto anche col Rosatellum.
Bisognerebbe smetterla con le tasse di scopo, con i governi a tempo, con le nuove leggi elettorali, con il nuovo modo di governare. Con tutte le baggianate immaginifiche con cui ci affliggono in campagna elettorale ed anche dopo. Per qualunque governo è già abbastanza difficile assolvere i suoi normali compiti istituzionali e se non sbaglia troppo è già grasso che cola. È la ragione del relativo successo del governo Gentiloni.
Gli ideali, le “rivoluzioni”, i cambiamenti radicali mettiamoli da parte, insieme con i sogni adolescenziali. Speriamo di sopravvivere, di non dover dichiarare fallimento e di uscire dalla crisi. Già per questo impegno minimale la buonanima del Général avrebbe esclamato ancora una volta: “Vaste programme!”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 7/4/2018 alle 6:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 aprile 2018
DUE CERTEZZE DI TROPPO
Di solito, commentare la politica corrisponde ad apprendere dei fatti, capirli (o far finta di averli capiti) e commentarli per i lettori. In questi giorni invece sembra che, con i loro testi, i migliori editorialisti ci allarghino le braccia. Anche le migliori menti non possono che confessarci la banale verità: tutto è fermo, tutto è bloccato, e il futuro è incerto. 
Sorprende però che, in questo mare di incertezze, vengano dati per sicuri due fatti: il Pd non intende in nessun caso allearsi né col centrodestra né col Movimento Cinque Stelle. E poi, quand’anche qualcuno fosse di diverso avviso, il partito è bloccato dall’inamovibile veto di Matteo Renzi. Questi, pur non essendo più il segretario del partito, dispone di una pattuglia di fedelissimi con i quali può bloccare anche l’eventuale cambiamento d’opinione del suo partito.
Questa è la vulgata. Ma rimane lecito avere dei dubbi. Di inamovibile, in politica, c’è ben poco. Cambiano i dati obiettivi, cambiano gli uomini (a volte anche fisicamente, visto che nessuno è immortale), e soprattutto la vera Stella Polare di tutti gli attori non è l’ideologia, è l’interesse. Perfino l’interesse a far trionfare l’ideologia, ma sempre l’interesse. Forse un giorno lo capiranno perfino i Cinque Stelle. Ciò vuol dire che, per realizzare il proprio programma, si può anche fare temporaneamente il contrario di ciò che si era promesso. In questo i comunisti erano maestri insuperabili.
Anche ad ammettere che attualmente il Pd reputi conveniente non allearsi con nessuno e rimanere all’opposizione, chissà che dinanzi ad una buona offerta non cambi opinione. Soprattutto se questa offerta venisse dal centrodestra, in quanto nei numeri questa alleanza sarebbe più forte e solida di quella che si avrebbe col partito di Di Maio. In secondo luogo, il voltafaccia, rispetto a quanto prima proclamato, sarebbe meno scandaloso dell’alternativa pentastellata. Con Forza Italia, la convergenza programmatica non può essere molto difficile, se già nella scorsa legislatura si provò ad attuare il famoso “Patto del Nazareno”. Si tratterebbe soltanto di un bis ed oggi le ragioni per trovare un accordo sembrano forti quanto allora, se non addirittura di più. Naturalmente, per questa ipotesi, c’è da tenere presente l’opposizione della Lega, ma non si sa mai.
 Qualcosa di non molto diverso di può dire anche per un’eventuale alleanza col Movimento. Ovviamente bisognerebbe che i suoi dirigenti ritrovino il senso del reale e scendano a più miti consigli. Ma la fattibilità del progetto è indubbia, soprattutto se questa coalizione disporrà di una pattuglia di transfughi da altri partiti o dal gruppo misto, in modo da avere una maggioranza sufficientemente solida.
Ma – si ricorderà – i commentatori dànno per sicuro un altro dato. Quand’anche il Pd cambiasse opinione – si dice -   Matteo Renzi è irremovibilmente contrario alle alleanze. Ed è vero. È ciò che a detto fino ad oggi. Ma fino ad oggi significa soltanto: “finché gli converrà questo comportamento”. 
L’idea di un Renzi incrollabilmente fermo su una data posizione è inverosimile. Quest’uomo ha un mare di difetti caratteriali e se vogliamo includere nella lista la mancanza di scrupoli (“Enrico, stai sereno”) ne risulta che non avrebbe remore a fare il contrario di ciò che ha promesso di fare. Non è certo cambiato da quando ha assicurato che, perdendo il referendum, avrebbe del tutto abbandonato la politica. Ma non l’ha fatto. Diversamente, attualmente non saremmo qui a discutere del suo presente e del suo futuro.
Non soltanto. Normalmente l’opposizione, soprattutto se si ha di fronte un governo confusionario e guidato da incompetenti, offre una rendita di posizione impressionante. Ma di questa rendita il Pd fruirebbe se, non si sa ancora in che modo, il Movimento e il centrodestra si mettessero d’accordo per formare un governo. Poiché però non è detto che ciò avverrà, lo stallo potrebbe prolungarsi e il disprezzo del Paese cadrebbe su tutti i partiti. Incluso il Pd che, col suo atteggiamento di inflessibile chiusura, avrebbe collaborato a lasciare il Paese senza un governo. E questo annullerebbe i vantaggi dell’opposizione.
Queste riflessioni, bisogna ammetterlo, invece di fornire ulteriori certezze, fanno aumentare le incertezze, ma ciò può essere utile: sia per non limitare il numero delle ipotesi, sia per essere disponibili ad interpretare i segni del futuro, quando essi dovessero manifestarsi. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 aprile 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 5/4/2018 alle 5:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
4 aprile 2018
PECCATO, IL M5S NON HA IL 51%
Se un giovane beve o si droga, i familiari non sanno che cosa fare per salvarlo. Da un lato non si può impedire ad un maggiorenne di rovinarsi, dall’altro ci si dispera, non riuscendo a spiegare a chi si sente forte, in buona salute e invincibile, che l’eroina e l’alcool distruggono quella forza e quella salute. E quando lui stesso finalmente se ne convincerà e si pentirà, sarà troppo tardi per tornare indietro.
Ma non ci si può disperare eternamente. Alla fine, ci si può anche stancare di trepidare per chi non sente ragioni. Forse per questo risulta indimenticabile il Romolo Augustolo di Friedrich Dürrenmatt che, invece di cercare di resistere ad Odoacre, l’aspetta con ansia per fargli le consegne dell’Impero Romano. Se è inevitabile che quell’Impero si dissolva, che lo si aiuti a dissolversi e che sia finita. Nello stesso modo, se qualcuno sembra proprio tenere a rovinarsi, dopo avere cercato di dissuaderlo, ci si può scoprire a desiderare che finisca di autodistruggersi e si tolga di mezzo. Che è sempre un modo di risolvere il problema.
Personalmente sono stanco di trepidare per l’Italia. Questa bella nazione non sente ragioni. Non ne cambiano il corso né l’aritmetica, né la logica, né l’esperienza, né la scienza. Prima induce uomini ragionevoli a comportarsi in modo irragionevole (per esempio i democristiani o personaggi come Prodi e Berlusconi) poi si affida direttamente agli uomini irragionevoli, come Salvini o Di Maio, e ai loro partiti. E allora che cosa si può sperare, se non che costoro realizzino i disastri che sono stati chiamati a realizzare? Chissà che finalmente ciò non riesca ad insegnare agli italiani la validità della tavola pitagorica e della fisica elementare.
È un vero peccato che piccoli motivi di vanità, impuntature sui nomi e pregiudizi reciproci, ci si impedisca di avere immediatamente un autentico governo dei pentastellati. Anzi, è un vero peccato che essi non abbiano ottenuto da soli il 51% dei voti, in modo da potere governare senza dover rendere conto a nessuno. Nemmeno al buon senso. Se è questo che gli italiani desiderano, che siano accontentati.
È un po’ come quando qualcuno, seriamente malato, insiste ad affidarsi ai guaritori piuttosto che alla medicina ufficiale. Gli si può spiegare per filo e per segno come stanno le cose, ma alla fine, perdendo la pazienza, può darsi che ci scappi di bocca la semplice verità: “Senti, dopo tutto, ognuno ha il diritto di ammazzarsi”.
Naturalmente gli amici che leggono queste righe potrebbero obiettare che, come al solito, qui c’è un eccesso di pessimismo. Ma li prego di rassicurarsi: si sbagliano. Io sono più d’accordo con loro di quanto non pensino. Dal momento che – si dice -  i pessimisti hanno torto più spesso degli ottimisti, mi allineo sul parere di questi ultimi e dico che bisogna assaggiare in concreto la loro formula. Se vogliono, voto anch’io per il M5s e mi alleno a gridare “Vaffanculo!”. 
Sono all’incirca cinquant’anni che vedo il Paese avviarsi verso una situazione di oggettivo fallimento economico. E non posso aspettare altri cinquant’anni per avere la conferma che, ubriacandosi tutti i giorni, ci si rovina la salute. Ormai vorrei tanto che l’Italia raccogliesse i frutti dei mirabolanti cambiamenti prospettati da questi coraggiosi rivoluzionari. Oppure, più realisticamente, che subisca le conseguenze del vento che ha così a lungo seminato. In questo secondo caso non sarà una spensierata Schadenfreude (soddisfazione del male altrui) perché il male non sarà altrui. E quand’anche lo fosse, soffrirei per gli amici che mi trovo ad avere su questa sfortunata penisola. Loro sono forse incolpevoli, ma non si può salvare Sodoma perché in essa c’è un Lot.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 marzo 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/4/2018 alle 5:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 aprile 2018
LA TASSA PIATTA, IN CONCRETO
La tassa piatta (flat tax) non è niente di esoterico. È soltanto, per chi immagina le coordinate cartesiane, una tassazione che, progredendo parallela all’ascissa (quantum di reddito) non sale nella direzione dell’ordinata (percentuale di tassazione). Si parla di tassazione diretta, tipo Irpef, e non anche dell’indiretta, tipo Iva. Le tasse indirette – cioè quelle sui consumi - non sarebbero toccate. Mentre oggi la tassazione diretta va da zero (per la parte esente) a livelli stratosferici, che per le imprese (mi dicono) arriva intorno al 70%.
Matteo Salvini in particolare parla di una tassazione universale del 15%. Naturalmente a questo punto gli innamorati della giustizia sociale (e i demagoghi) insorgono, affermando che si vogliono tassare nello stesso modo i poveri e i ricchi, ma si sbagliano. Per i poveri, ci sono dei correttivi. Già, al di sotto di un certo reddito non si paga niente. Poi si possono stabilire sconti per chi, avendo un reddito basso, ha figli, è disoccupato, o per qualunque altra ragione si reputi meritevole. In questo modo si obbedisce al dettato della Costituzione, che impone a tutti di partecipare alle spese dello Stato in proporzione alle loro possibilità. Pare che Berlusconi abbia proposto la stessa tassa, ma al livello del 25%, che appare molto più realistico. Ma il problema è generale. Posto che a tutti piacerebbe pagare meno tasse, il progetto è attuabile?
Tutti pensano che soprattutto al momento dell’introduzione della nuova tassa, il gettito per l’erario sarebbe minore e non si vede in che modo, se ciò avvenisse (salvo fare nuovi debiti, e sempre ammettendo che ci sia chi è disposto a farci credito) lo Stato potrebbe continuare a pagare stipendi, pensioni e servizi. 
Il ragionamento che fece Reagan, a suo tempo, seguendo Laffer e la sua curva, fu che, abbassando notevolmente le tasse, le imprese e i privati avrebbero prodotto più ricchezza, e dunque, pur pagando tutti meno, di fatto il rilancio dell’economia avrebbe compensato le perdite, rifinanziando lo Stato. Infatti, se il Paese produce di più e consuma di più, mentre le imposte dirette (in Italia l’Irpef, per esempio) danno un minore gettito, con la flat tax il gettito delle imposte indirette (per esempio l’Iva) aumenterebbe di molto.
Facciamo un ragionamento pedestre. Tizio prima pagava l’Irpef, ora paga di meno e gli restano soldi. Con quei soldi va a comprare dei beni di consumo, e su di essi paga l’Iva. Cosicché quello che non ha pagato di Irpef lo paga (volentieri) di Iva, perché mentre le tasse è obbligato a pagarle, nessuno lo obbliga a comprarsi un telefonino nuovo o un paio di scarpe.
Tutta questa è teoria, dirà qualcuno. Ed è vero. Ma si potrebbe indicare l’esempio di Reagan che prima fu molto deriso, per la sua proposta (si parlò di economia da vudù, da magia nera), e poi rimase negli annali come uno dei migliori Presidenti americani. Uno di quelli che hanno permesso la massima creazione di ricchezza. 
Dunque un esempio positivo effettivamente c’è. Purtroppo non prova niente. Ciò che è riuscito una volta potrebbe non riuscire la volta seguente, soprattutto in un altro Paese e in un altro momento economico.  L’Europa è stata rovinata dal fatto che, dopo la crisi del ’29, l’applicazione della teoria di Keynes dette buoni risultati. E infatti, benché poi abbia cominciato a provocare disastri, i governanti hanno insistito con essa fino a creare, per esempio in Italia, un debito pubblico schiacciante e una crisi economica senza soluzione. Ora potrebbe verificarsi lo stesso con le “reaganomics”, come le chiamarono. Con Reagan funzionarono, ma non è detto che funzionerebbero in Italia.
E allora, chiederà qualcuno, bisogna provarla, questa tassa piatta, o è troppo rischiosa? Potrà sembrare strano, ma l’economia è molto più imprevedibile di quanto si potrebbe credere. Gli stessi famosi economisti sono famosi anche per gli enormi errori di previsione che per la maggior parte hanno sempre commesso. 
Qui siamo ovviamente nel campo dell’opinabile. Qualcuno potrebbe dire che, persi per persi, dal momento che non riusciamo ad uscire dalla crisi (checché ne dicano gli ottimisti) tanto vale provare anche questa. Se dobbiamo andare a fondo, tentiamo una mossa disperata. Ma altri potrebbero dire che un certo detto latino ammoniva “quaeta non movere”, non smuovere ciò che è calmo. E anche costoro potrebbero avere ragione.
Occupiamoci intanto dei dati sicuri. Votando la tassa piatta, per l’erario la diminuzione del gettito è una cosa certa. Viceversa l’aumento del gettito, dovuto al rilancio dell’economia, è soltanto probabile. E comunque arriverebbe parecchio tempo dopo la diminuzione del gettito fiscale, perché bisognerebbe attendere il tempo necessario per rimettere in moto l’economia. Certo, se l’Italia non avesse il debito che ha, potrebbe progettare un paio d’anni di deficit. Ma noi siamo indebitati fino al collo, e non è sicuro che i mercati ci farebbero credito.
E allora - sempre “persi per persi” - si potrebbe adottare un’altra linea di condotta. Lo Stato potrebbe tagliare brutalmente le sue spese, perfino riducendo le pensioni sociali, e nel frattempo potrebbe ridurre la pressione fiscale di una somma corrispondente a quel risparmio. Realizzata questa manovra, se riuscisse lo sperato rilancio dell’economia, e il conseguente incremento del gettito fiscale, si potrebbero ripristinare le spese dello Stato, mantenendo bassa la pressione delle imposte dirette. Insomma prima si provocherebbe la stretta della cinghia per rilanciare l’economia, e poi si godrebbero i frutti di questo rilancio. Ma questa è fantapolitica. Le spese non si possono tagliare improvvisamente, per l’impopolarità e i reali problemi concreti che la manovra comporterebbe, e comunque nessun governo mai oserebbe attuarla. 
Insomma non abbiamo speranze. Non ci resta che assistere passivamente a ciò che ci riserva il futuro, soprattutto in presenza di personaggi come Luigi (Di Maio) e Matteo (Salvini). Questi nomi fanno pensare a quelli che i meteorologi americani assegnano agli uragani in arrivo. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 febbraio 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/4/2018 alle 7:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 aprile 2018
NEL LUNGO TERMINE SAREMO TUTTI MORTI
Pare che la frequente citazione di John Maynard Keynes, secondo la quale: “Nel lungo termine saremo tutti morti”, sia spesso usata a sproposito. Molti pensano che quell’economista abbia voluto dire che non vale la pena di preoccuparsi per il futuro, cosicché si possono anche contrarre enormi debiti e lasciarne il peso alle generazioni future. Quando i nodi verranno al pettine, noi non ci saremo più.  
In realtà, la citazione è incompleta. Eccola nella sua interezza: “The long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead. Economists set themselves too easy, too useless a task if in tempestuous seasons they can only tell us that when the storm is past the ocean is flat again”. Il lungo termine è una guida fuorviante per amministrare gli affari correnti. Nel lungo termine saremo tutti morti. Gli economisti si assegnano un compito troppo facile e troppo inutile, se in stagioni tempestose tutto ciò che possono dirci è che quando la tempesta sarà passata l’oceano sarà di nuovo piatto. Con queste parole Keynes criticava gli economisti fiduciosi nella “mano invisibile” di Adam Smith, e dunque convinti che, col tempo, le cose si sarebbero aggiustate da sé. La sua idea era che, in momenti di stasi produttiva e occupazionale, lo Stato dovesse rilanciare l’economia. 
Se l’economia ristagna, argomentava, è perché la gente non spende, e non lo fa perché, non avendo un lavoro, non ha soldi. Se invece lo Stato effettua grandi investimenti e dà un lavoro ai disoccupati, questi guadagnano, spendono e richiedono beni che le industrie devono produrre. Le imprese dunque, per produrli, assumono operai, riducono la disoccupazione e l’economia riparte. Credo che questo meccanismo congiunturale sia stato chiamato “acceleratore”. 
Purtroppo, la teoria di Keynes ha subito parecchi gravissimi infortuni. Dal momento che autorizzava a spendere in deficit, molti governi, incluso il nostro, si sono messi a fare debiti, nella vaga speranza che poi l’economia li ripianasse da sé. Di fatto hanno creato un debito pubblico colossale, i cui soli interessi in Italia pesano sui 60-80 miliardi l’anno. E presto (cessando il Quantitative Easing) anche di più.
Tutti hanno fatto finta di dimenticare che l’acceleratore era un meccanismo congiunturale, non qualcosa da usare stabilmente. E invece l’idea che fosse virtuoso contrarre debiti è stata per decenni la dottrina ufficiale. Abbiamo scioccamente creduto che, frustando continuamente un cavallo, questo aumentasse sempre la sua velocità. La conseguenza è stata il nostro debito pubblico.
 Il fanatismo corrente è arrivato al punto che molti hanno creduto che la teoria era avrebbe funzionato anche se il denaro stampato dallo Stato fosse servito a pagare gli operai perché scavassero delle buche per poi riempirle di nuovo. L’essenziale era dare loro un salario. E da questo assunto qualcuno è passato alla conclusione - logica, dopo tutto - che l’essenziale non fosse produrre qualcosa, ma distribuire denaro, “con l’elicottero”. Dunque si poteva darlo direttamente, con sussidi e regalie. Abbiamo forse dimenticato che ancora recentemente Matteo Renzi si vantava di avere dato ottanta euro mensili in più a tutti i lavoratori, naturalmente per rilanciare l’economia? 
Ma, obiettano molti, l’applicazione della teoria di Keynes contribuì alla ripresa dell’America e del mondo, dopo la crisi del ’29. Quella fu la prova sperimentale della teoria, e neppure gli innumerevoli disastri successivi gli hanno fatto cambiare opinione. Ancora oggi, in presenza di una gravissima crisi come la nostra, moltissimi invocano “grandi investimenti pubblici”. E per questo vorrebbero ottenere dall’Europa il permesso di dilatare il nostro già astronomico debito pubblico.
L’episodio del ’29 ci è costato moltissimo. Non basta che un rimedio abbia funzionato una volta. Nella scienza una volta non conta. Se una soluzione è giusta, deve funzionare sempre. Post hoc, una volta,  non significa propter hoc. 
Ed anche a voler ammettere che la teoria Keynes sia perfetta, storicamente è certo che l’applicazione delle sue teorie, per come sono state intese dai governi, ha avuto effetti catastrofici. E quando una teoria economica è disastrosa in concreto, poco importa se sia giusta in astratto. Vale anche per il marxismo. 
Purtroppo, in questo caso, anche la teoria è discutibile. Anche se temporanei e anche se apparentemente applicati a strutture economicamente sane e produttive, gli investimenti statali non sono da raccomandare. Infatti, quando le condizioni ottimali non si mantengono, non per questo le imprese pubbliche chiudono. E dunque divengono un peso per la nazione. Poi, se ci fossero le condizioni per investimenti produttivi, questi investimenti li farebbero i privati (anche stranieri). Se al contrario i privati non intraprendono, perché mai lo Stato – notoriamente pessimo imprenditore – dovrebbe fare profitti quando le imprese private non reputano di poterne fare? Se non c’è spazio per fare profitti, lo spazio non c’è né per i privati né per lo Stato.
E qui si viene al nocciolo della questione. Per molti lo Stato dovrebbe essere un imprenditore migliore dei privati perché, come direbbe Marx, non incassa il plusvalore (il compenso del capitale). Dunque ridistribuisce tutta la ricchezza che produce. Il fatto è, però, che non la produce. Lo Stato opera infatti pressoché costantemente in perdita. Traduciamo la cosa in cifre. Se una grande industria investe un miliardo ed ha un utile del 3%, ne ricava trenta milioni. Se lo Stato investe un miliardo e perde il 10%, sono cento milioni che il contribuente deve pagare. Così si attua un trasferimento di denaro dal lavoro produttivo (quello dei contribuenti) al lavoro improduttivo (quello dei salariati dello Stato). Il Paese si impoverisce.
L’impresa pubblica va molto facilmente in deficit perché non c’è il correttivo del fallimento. E infatti la verità vera è che tanti chiedono l’intervento dello Stato non perché esso sia un buon imprenditore, ma al contrario perché può permettersi di continuare a pagare salari, mentre opera in perdita. Con danno della nazione. 
Abbiamo bisogno di meno Stato, non di più Stato. Non soltanto il prodotto interno lordo già appartiene allo Stato per metà, ma l’Amministrazione mette becco in tutte le attività, rendendole onerose, con un fisco pesante e infiniti adempimenti. Gli stessi investimenti “istituzionali” (per scuole, carceri, ospedali) andrebbero effettuati non per creare lavoroma quando ce n’è assolutamente bisogno. Sono cose chiarissime anche per la famosa cuoca di Lenin, ma in Italia sembrano più astruse della teoria della relatività. 
A Keynes bisognava rispondere: il problema non è se fare, ma che cosa fare. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/4/2018 alle 6:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
marzo   <<  1 | 2  >>   maggio

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Per favore, prendete nota dell'indirizzo giannipardo@libero.it, per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile.