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POLITICA
31 marzo 2018
PER UNA VOLTA RENZI HA RAGIONE
Molti commentatori politici, fra cui Massimo Cacciari, Gianfranco Pasquino, Piero Ignazi e tanti altri rimproverano a Matteo Renzi un bel po’ di cose. Vere. Ha portato il suo partito alla sconfitta più sonora della sua storia. Ha presentato le più che doverose dimissioni ma soltanto per finta. Infatti, da dietro le quinte, intende ancora determinare la linea del partito. E per di più ci riesce: non tanto perché abbia il libero consenso dei suoi colleghi, quanto perché – scrivendo le liste elettorali ad usum delphini, cioè riempiendole di suoi fedelissimi – in Parlamento ha suoi personali yes men. Infine – accusa massima – la linea che sta imponendo al partito è deleteria per il Paese e per lo stesso partito. Stare alla finestra e non far niente è un errore. Non basta prepararsi a godere degli insuccessi dei concorrenti, bisogna far politica. 
Essendo un assiduo antipatizzante di Renzi, dovrei dar ragione ai suoi critici, ma stavolta non ci riesco. Le singole osservazioni sono fondate, ma non credo che l’ex segretario abbia torto sulla linea politica. Anche se, ancora una volta, i metodi con cui la applica sono peggio che discutibili. 
Coloro che rimproverano al Pd la sua attuale posizione lo fanno perché, in questo modo, o non permette la formazione di un governo o rende inevitabile un governo in cui si associano pentastellati e centrodestra. E un simile governo, sempre a parere della sinistra, non farebbe certo il bene del Paese. Del resto – continuano i critici – il Movimento è più di sinistra che di destra, e da un lato l’associazione col Pd sarebbe la più naturale, dall’altro il partito di Renzi potrebbe imporre che siano evitate le più rovinose fra le misure programmatiche dei pentastellati.
La tesi è plausibile. Ma sarebbe molto più valida se il potere negoziale dei piddini fosse tale da imporre realmente una ragionevole azione di governo. Ma questa è una cosa che nessuno garantisce. Una volta che ci si trovasse di fronte a un provvedimento del tutto inaccettabile, l’unica arma del Pd sarebbe quella di provocare la crisi di governo, ritirandosi dalla coalizione. Oppure dovrebbe acconciarsi a votare una legge di cui pagherebbe le conseguenze nelle successive elezioni. Ecco perché, prima di stabilire se partecipare al governo e a quali condizioni, il problema da risolvere è: qual è l’azione prevedibile del governo?
Matteo Renzi reputa – ed io con lui – che i “grillini” siano del tutto inadeguati a guidare il Paese. Inoltre il loro programma è tale da portare l’Italia fino al default (fallimento) al disastro e al caos. Per non dire che è preoccupante il delirio di onnipotenza di Di Maio e dei suoi. È vero, hanno avuto il 32,6% dei voti, ma si comportano come se avessero avuto il 100%. Si è visto dal modo come hanno arraffato tutte le poltrone possibili. Ciò non promette nulla di buono. Nulla di buono, soprattutto, per un socio di minoranza che riesce appena a portarli al di sopra del 50%. In una alleanza il centrodestra potrebbe magari far sentire la sua voce, ma il Pd? Potrebbe soltanto minacciare la propria defezione: e allora non è meglio anticiparla, non accettando qualche strapuntino e non regalando al Movimento un governo in carica per gli affari correnti, in caso di elezioni?
Renzi reputa che il futuro dell’Italia sia nerissimo. Se i “grillini” si associano col centrodestra, malgrado il minor numero di parlamentari, il maggior peso l’avranno loro, perché potrebbero essere sostenuti dai leghisti contro Berlusconi, se questi avesse il coraggio di alzare la voce. E peggio andrebbe nel caso di un monocolore del M5s. In ambedue i casi l’Italia sarebbe governata malissimo. È prevedibile che ci si avvii al disastro, che la legislatura si interrompa e gli italiani siano guariti dal mito del Movimento. E allora, come negare che la cosa migliore sia potersi vantare, domani, di non avere partecipato all’organizzazione della catastrofe?
Il problema è sempre lo stesso: con la sua azione, il prossimo governo avrà effetti positivi o negativi sulla situazione economica? Se saranno positivi, chi non avrà partecipato alla guida del Paese rischierà di scomparire. Se saranno negativi, chiunque sarà stato al governo la pagherà cara. E la rendita dell’opposizione potrebbe divenire enorme: “Finché siamo stati al governo noi è andato tutto bene, ed ora avete visto che cosa hanno combinato questi qui”. 
Tutto il dilemma della partecipazione al governo dipende da questa previsione. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 marzo 2018




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POLITICA
30 marzo 2018
STALINISMO PENTASTELLATO
Sulla base delle norme che si è dato, è lecito sostenere che il M5s è un’organizzazione modellata sui regimi totalitari e dalla stupefacente insensibilità giuridica. Per sostenere questa tesi si fa riferimento a ciò che scrive Sebastiano Messina, su Repubblica (1),
La gente reputa che magistrati e avvocati perdano il loro tempo ad occuparsi di inutili complicazioni. Il cavillo è, per gli ignoranti, il pretesto di cui si servono i giuristi disonesti per aggirare le regole della morale.  Non sanno che il cavillo non esiste. Se abbiamo un codice penale, pieno di norme particolareggiate, è per proteggere il singolo dall’arbitrio del giudice anche nei casi meno correnti. E certamente non basterebbe una sola norma che stabilisse: “Chiunque si comporta male deve essere chiuso in galera”. Perché una simile norma sarebbe la più tirannica del mondo. Infatti, chiunque avesse il potere di applicarla, avrebbe anche il potere di stabilire che cosa intende per male. E si andrebbe dalla pena capitale per aver detto male di Maometto, come in Pakistan, all’esilio e alla morte per stenti per aver (forse) pensato male di Stalin.
Per il M5s si prenda l’espressione: “Comportamenti suscettibili di pregiudicare l'immagine o l'azione politica del Movimento”. Non si dice quali siano questi comportamenti (e dunque quali siano lo stabilisce lo stesso giudice che ha il potere di irrogare la sanzione), e per giunta la sanzione potrebbe essere inflitta senza che sia necessario dimostrare l’esistenza del danno (il “pregiudizio”) in quanto la norma contiene l’aggettivo “suscettibili”. Suscettibile significa “che (forse) potrebbero”. Comportamenti non specificaci i quali “potrebbero”. Non vorrei proprio vivere in uno Stato in cui il codice penale fosse scritto in questo modo. Il regolamento interno del M5s è assolutamente inammissibile dal punto di vista democratico.
Inoltre, nell’amministrazione della giustizia è necessario che il giudice sia “terzo”: e infatti in Italia esso è nominato dopo aver superato un concorso puramente “giuridico”. Nessuno chiede ai candidati le loro opinioni politiche o in che modo, se promossi, intendono amministrare la giustizia. Inoltre, vinto il concorso, non possono essere mandati a casa per avere emesso sentenze che non piacciono al governo. Nel Movimento invece i giudici sono nominati da colui che devono difendere – Di Maio – e per giunta sono tutt’altro che inamovibili. Questo Movimento, dal punto di vista giuridico, ha caratteristiche tali che non possono essere descritte senza rischiare una querela per diffamazione.
Il fatto è che i vari Casaleggio, Grillo, Di Maio e apprendisti stregoni vari si reputano in possesso di una dottrina incontestabile ed infallibile. Inoltre talmente chiara che essi potranno interpretarla senza tentennamenti, per poi infliggere senza scrupoli le più severe sanzioni. Ma queste sono le caratteristiche di una fede, e per giunta di una fede vissuta fanaticamente. E purtroppo, come diceva Nenni, “per un puro c’è sempre un più puro che lo epura”. In altri termini, questo movimento alleva dei fanatici. E i fanatici sono poi quelli che – in nome della purezza della fede – si ribellano alle autorità religiose. 
I dirigenti del M5s corrono il doppio pericolo del “tirannicidio” (unico rimedio contro le dittature) e dell’eresia vincente, come avvenne alla Chiesa Cattolica col Protestantesimo. Se la dottrina è indiscutibile per chi domina, altrettanto indiscutibile è la “vera dottrina” per il fanatico che li contesta. 
La rigidità delle norme, non contraddetta dalla loro vaghezza, consente l’arbitrio nella loro interpretazione e nella conseguente applicazione delle sanzioni. Le regole draconiane sono la semente che fa crescere la protesta. La stessa idea balorda di una multa di centomila euro, assolutamente inapplicabile, costringerà il blando dissidente a separarsi dalla Casa Madre e a farle la guerra. 
Insomma le norme del M5s sono uno scandalo. Per fortuna sono anche autodistruttive.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 marzo 2018
Si consiglia vivamente la lettura dell’articolo: Sebastiano Messina:
 http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=368740756_20180329_14004&section=view 
Il tutto confermato da Mattia Feltri sulla Stampa: 
http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=368711777_20180329_14004&section=view.
Per gli amici delle mailing list, ecco l’articolo di Messina.
Solo un monaco tornato a valle dopo un lungo eremitaggio potrebbe stupirsi, leggendo il cavilloso regolamento che i nuovi parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno dovuto approvare l'altra notte senza fiatare, e persino sorridendo, con disciplina nordcoreana. Che la regola "uno vale uno" era stata sepolta da un pezzo, lo sapevamo già.
Che ormai fosse in vigore il principio "uno vale tutti", messo nero su bianco per blindare legalmente il potere formalmente consegnato a Luigi Di Maio, lo sospettavamo dal giorno delle finte primarie online. E la storia della scorsa legislatura, con il lungo elenco di deputati e senatori grillini precipitosamente espulsi al primo segno di dissenso, non lasciava spazio alle illusioni sulla vivacità democratica - chiamiamola così - dei gruppi che oggi sono i più numerosi di questo Parlamento.
Eppure ha qualcosa di affascinante, questo tentativo di rendere presentabile e persino elegante la camicia di forza che gli avvocati della Casaleggio Associati hanno preparato per le nuove reclute dell'armata pentastellata. A cominciare dal capitolo "principi e indirizzi", nel quale si afferma solennemente che il gruppo parlamentare del M5S "concorre con metodo democratico a determinare la politica nazionale". È un copia-e-incolla dell'articolo 49 della Costituzione, che però ha come soggetto "i cittadini, liberamente associati in partiti" e non i gruppi. L'idea è nobile: peccato che dalla teoria alla pratica il "metodo democratico" evapori rapidissimamente. Perché è davvero inutile prevedere assemblee, presidenti, comitati direttivi e tutto l'organigramma di un vero partito, se poi lo stesso regolamento consegna tutti i poteri che contano a una sola persona, il Capo Politico del movimento, che al Senato non fa neanche parte del gruppo. Eppure è lui, Di Maio, che nomina e revoca i capigruppo (i parlamentari "ratificano"), è lui che sceglie i vicecapigruppo, i segretari, il tesoriere e naturalmente il capo del potentissimo Ufficio Comunicazione, l'uomo che ogni giorno decide chi va in tv (e cosa deve dire).
E suona beffardo, quell'articolo che riconosce a ogni parlamentare il diritto di "concorrere all'elaborazione unitaria delle iniziative parlamentari", ma non quello di esprimere una critica, un dubbio, un dissenso, perché si renderebbe immediatamente colpevole del crimine previsto dal codice militare pentastellato (articolo 21, comma 1, lettera G): "Comportamenti suscettibili di pregiudicare l'immagine o l'azione politica del Movimento, o di avvantaggiare i partiti", definizione volutamente vaghissima che può comprendere di tutto, dall'alito cattivo in su. E il traditore che avrà osato dissentire, oltre a essere espulso con disonore - su proposta del Capo Politico, naturalmente - "sarà obbligato a pagare a titolo di penale entro 10 giorni la somma di euro 100.000,00", punizione senza precedenti nelle democrazie dell'Occidente, anche se sarebbe interessante sapere quale giudice e quale tribunale, sulla base di una norma che forse andrebbe bene per la compravendita di un terzino, costringerebbe mai un parlamentare a pagare una simile "penale".
L'intero regolamento è in realtà un elenco di bei principi enunciati in un articolo e negati in quello successivo. La "trasparenza" declamata all'articolo 2, per esempio, è accuratamente ingabbiata dall'articolo 23, in base al quale per poter leggere gli atti del gruppo è indispensabile un'autorizzazione, "previa deliberazione del Comitato direttivo", come se bisognasse custodire pericolosi segreti. E persino la severità pecuniaria verso chi esce, astutamente presentata come punizione per i voltagabbana, si dissolve in una nuvoletta rosa quando si tratta di aprire la porta ai transfughi degli altri partiti, le cui adesioni saranno benevolmente valutate, purché siano incensurati, non siano iscritti ad altri partiti, eccetera. C'è il divieto d'uscita, dunque, ma non il cartello "Vietato l'ingresso".
Nulla di veramente nuovo, per chi conosca la camaleontica coerenza dei grillini. Più che un pasticcio giuridico, più che uno scivolone politico, questo regolamento degno di un Circolo dei Signori è soprattutto un'occasione mancata, per un partito che vuole governare il Paese. Se questa è la loro idea di democrazia, non è affatto rassicurante.
Sebastiano Messina.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 30/3/2018 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 marzo 2018
SE BERLUSCONI SIA VIVO O MORTO
Presto sarà un mese che si sente dire che Silvio Berlusconi è stato sconfitto, è morto, è bollito. È affetto da marasma senile e politicamente non conta più niente. Se una cosa la dicono tutti va presa sul serio. Ma prendere sul serio non vuol dire crederci. Se si legge che Gramsci è morto in carcere, benché molto malato, non c’è ragione per dubitarne e per non condannare il fascismo per questo eccesso. Nondimeno, basta una piccola ricerca, e si scopre che non è andata così. E la verità storica deve prevalere sulle leggende. Se Berlusconi fosse realmente sconfitto, non resterebbe che prenderne atto. Ma, appunto, la notizia è vera?
I fatti fondamentali in questo campo sono due: Berlusconi e il suo partito hanno ottenuto alle ultime elezioni circa il 14% dei voti. Nessuno nega che sia stato un drammatico calo, rispetto al passato, ma non bisogna esagerare. Se al contrario, prima, la media dei voti di Forza Italia fosse stata del 10%, e ora fosse arrivata al 14%, che dovremmo fare, oggi, gridare sui tetti che ha avuto una grande vittoria? Non è più semplice contentarsi di constatare i fatti e vedere quali sono le conseguenze concrete, nella situazione data?
In questa sede ci occuperemo delle percentuali dei seggi ottenuti in Parlamento e non delle percentuali assolute, perché sono i seggi, quelli che contano, quando si tratta di governare. Ecco i numeri. Il M5s ha il 36.5% dei seggi alla Camera e il 36,4 al Senato. Il centrodestra ha il 42,5% alla Camera e il 43,8% al Senato. Il centrosinistra ha il 18,8% alla Camera e il 18,5% al Senato. All’interno del centrodestra i numeri sono i seguenti, sempre in percentuale dei seggi: alla Camera, Lega 19,8%; FI 17%; Fd’I 5%; al Senato, rispettivamente, 18.8%, 18,2% e 5,2%. Si noti che i seggi della Lega e di Forza Italia non sono sideralmente lontani, come numero. Dunque bisognerebbe astenersi da reboanti esagerazioni. 
È chiaro che il M5s, alleandosi con la Lega, avrebbe il 56,6% dei seggi alla Camera e il 55,2 al Senato. Assolutamente comode maggioranze. Maggioranze che tuttavia costerebbero troppo a Salvini, se per andare al governo dovesse rompere con Berlusconi: infatti non soltanto non sarebbe più il leader del centrodestra, ma nel governo col M5s sarebbe un socio di minoranza. Il passo inoltre gli creerebbe enormi problemi in tutti gli organismi locali del Nord in cui il suo partito è alleato con Forza Italia. Senza dire che rischierebbe di essere punito dai suoi elettori, per avere distrutto la coalizione di centrodestra. Forse, personalmente, Salvini sarebbe lieto di pugnalare Berlusconi, ma politicamente pare che non se lo possa permettere. 
Tanto per fare tutte le ipotesi, il M5s avrebbe una maggioranza alleandosi con la sola Forza Italia o, a fortiori, col centrosinistra. Ma l’alleanza con Berlusconi è considerata fuori questione, sia dal lato dei “grillini” sia dal lato dei berlusconiani. E attualmente la coalizione di centrosinistra reputa indispensabile stare a guardare, senza compromettersi. Vicolo cieco.
Come si vede, salvo ripensamenti dei protagonisti, l’unica possibilità per formare un governo nelle condizioni attuali è un’alleanza del M5s non con la Lega, ma con tutto il centrodestra. Dunque anche con Berlusconi. E allora è proprio vero che l’anziano leader è bollito? Se Forza Italia dice di sì, basta che il M5s si dichiari d’accordo. Se dice di no, e Salvini non è disposto a suicidarsi politicamente, con chi mai il M5s costituirà il governo? 
Sarà duro da digerire, ma il M5s ha la possibilità di ottenere il governo soltanto se riesce ad allearsi con il centrosinistra o con Berlusconi. E allora, è proprio irrilevante quest’ultimo?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 marzo 2018




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POLITICA
28 marzo 2018
DI MAIO SEMBRA UN PALESTINESE
Perché non si è arrivati alla pace in Palestina? Perché gli arabi hanno attaccato militarmente gli ebrei (1948, 1956, 1973), hanno sempre perso e poi, costantemente, hanno tentato di negoziare come se le guerre le avessero vinte invece che perse. Un atteggiamento che non ha bisogno di aggettivi.
Ora in Italia abbiamo i “grillini” che si comportano in modo simile, cioè senza tenere conto dei dati oggettivi. Affermano per cominciare che, o Di Maio è nominato Primo Ministro o non ci sarà un governo. Perché il popolo ha indicato lui per quella carica. Non si sa quando ciò sia avvenuto. Non si sa che potere abbia il popolo di designare il Primo Ministro. Non si sa dove tutto ciò sia stato consacrato nella Costituzione, ma poco importa. È ciò che afferma il M5s e non può essere che così. Tanto che Matteo Salvini, secondo il “Corriere”, afferma: “Sbaglia. Così salta tutto. No a veti a Forza Italia” 
Tutto ciò si spiega esattamente come si spiega l’atteggiamento dei palestinesi.
La distinzione fra il possibile e l’impossibile, il reale e l’immaginario, l’opportuno e l’inopportuno, è caratteristica degli adulti. E anche il senso di responsabilità. Che è poi la ragione per la quale non si concede la patente di guida per autoveicoli prima dei diciotto anni. Non è perché, prima di quell’età, un ragazzo non abbia la capacità tecnica di guidare un’automobile, ma perché non è sufficientemente cosciente delle sue responsabilità. Tutte queste differenze furono icasticamente riassunte da Rabelais mezzo millennio fa quando scrisse che a una certa età “si piscia contro vento”. 
Sembra che Luigi Di Maio si voglia iscrivere alla confraternita di coloro che non tengono un sufficiente conto del vento. Il suo atteggiamento sarebbe comprensibile se il suo Movimento avesse ottenuto il 51% dei seggi sia alla Camera sia al Senato, ma il suo risultato è soltanto un 32,7%. Una cifra che invita gli italiani a levarsi il cappello, ma non a dichiararlo padrone del Parlamento. Fra l’altro, forse i “movimentisti” non erano ancora nati quando la Democrazia Cristiana, pur avendo i numeri per governare da sola, si associò volontariamente un paio di piccoli partiti. Il monocolore è rischioso, non fosse altro per le maggiori responsabilità che comporta.
Il M5s nella situazione data ha un tale numero di seggi che, o si associa con qualcuno, concedendo qualcosa, o non va al governo. E quando si dice “qualcosa” non si intende un vassoio di panzerotti: il socio di minoranza non potrà certo pretendere l’uguaglianza dei vantaggi – così come i palestinesi non possono pretendere uguali vantaggi con gli israeliani – ma non per questo non avrà buone briscole in mano. Dirà sempre: “Tu puoi avere di più, ma ricordati che io posso anche non farti avere niente”. Ed è su questa base che si negozia. 
Fra l’altro – si tende a dimenticarlo – nel caso di un’associazione con la coalizione di centrodestra, il junior partner, il socio di minoranza, è proprio il M5s, col suo 32.7%, contro il 37% degli amici di Salvini.
Dunque è assurdo – anzi, peggio che assurdo, infantile – pretendere di dettare legge. Per giunta, se Di Maio fosse persona da prendere sul serio, a questo punto sapremmo che il suo senso dello Stato è tale che, o si fa contento il suo piccolo ego, o il Paese non avrà un governo. Senza dire che è sempre possibile che, stufi delle sue bizze, gli altri partiti (che insieme hanno ottenuto il 62.3%) trovino il modo di formare un’alleanza, lasciando fuori al freddo quel Movimento che si è tanto vantato della vittoria.
Tutta la commedia sembra l’eco della convinzione che le parole creino la realtà. Non basta dare una cosa per sicura, perché questa diventi realmente sicura. Fra l’altro, che senso ha emettere simili pubblici proclami, quando non si tratta di convincere l’opinione pubblica – che in questo caso non ha nessun potere – ma dei dirimpettai che hanno tutto il cinismo e tutta la spregiudicatezza di normali politici? 
Fra l’altro, si dimentica che Mattarella è libero di designare chi vuole. In teoria potrebbe dire paternamente a Di Maio: “Ragazzo mio, tu mi sei simpatico, ma sei troppo giovane per questa carica e io non mi sento di conferirtela”. Che cosa potrebbe fare il caro Luigi, di fronte ad un atteggiamento del genere? La Costituzione non dice in base a quali criteri il Presidente della Repubblica debba conferire l’incarico di formare il nuovo governo. 
Ma già, come tutti i sacri testi, la Costituzione è più citata che letta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 marzo 2018




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POLITICA
27 marzo 2018
DOPPIA PIROETTA CON AVVITAMENTO
Intervistati, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, senza mordersi l’un l’altro, hanno parlato del programma del futuro governo. Ed hanno realizzato due piccoli capolavori simmetrici: Di Maio non ha citato il reddito di cittadinanza e Salvini non ha citato la flat tax. 
Gli àuspici hanno dovuto osservare contro sole il volo degli uccelli, facendosi una visiera con la mano, gli aruspici hanno dovuto a lungo studiare le viscere degli animali sacrificati, ma tutti sono arrivati alla stessa conclusione: quelle omissioni erano altamente significative. Significano che i due grandi raggruppamenti stanno cercando di rimuovere dalla strada su cui incontrarsi i macigni più grandi. Forse i due eserciti stanno già organizzando le rispettive salmerie.
Lodevoli sforzi. Ma abbastanza inutili. Se i leader intendono mascherare il rinnegamento (inevitabile) dei loro programmi elettorali, può darsi che ci riescano con i commentatori politici, attenti ad ogni loro trasalimento e per i quali a volte una settimana sembra un secolo. Ma se – per il bene della nazione, s’intende, ma è inutile precisarlo, lo sanno tutti - fra due mesi i capi del M5s e del Centrodestra arriveranno alla conclusione che faranno il governo insieme, la maggior parte degli italiani ne sarà sorpresa. Molto. Proprio perché non segue con attenzione le vicende della politica. 
I movimenti impercettibili riescono a nascondere il cambiamento a chi li osserva spesso, ma se si rivede lo stesso sito cinquanta o sessant’anni dopo, perfino un bradisismo risulta evidente. Ecco perché i leader che si fanno vicendevolmente arcani segnali di fumo perdono tempo. Ci saranno persone – e fra queste centinaia di migliaia di votanti del M5s e del centrodestra – che si sono addormentate lasciando quei due partiti acerrimi nemici e si sveglieranno trovandoli a braccetto. Non soltanto a braccetto ma concordi nel non realizzare né le promesse dell’uno né le promesse dell’altro. Alleluia.
Naturalmente, accanto ai politologi e a coloro che pensano soltanto agli affari loro, ci sono gli uomini di buon senso, per quanto pochi. Questi non hanno mai preso sul serio i programmi di Salvini e di Di Maio e dunque, avendo prima coperto i loro programmi di un velo di più o meno taciuto disprezzo, domani potrebbero essere i più benevoli. Perché non si erano mai fatti illusioni. Ma quelli che si aspettavano il reddito di cittadinanza? Quelli che si aspettavano la flat tax? E il resto degli italiani, che si aspettava la Luna?
I “grillini” come potranno accettare l’alleanza con Berlusconi? I centristi come potranno riverire come statisti i ragazzotti del Movimento, fino a ieri qualificati da incompetenti, ignoranti, sognatori e “più pericolosi dei comunisti di un tempo”? Mistero gaudioso.
Molti in questi giorni hanno cantato il de profundis per il Cavaliere e per Forza Italia, ma di questo passo c’è il rischio che il famoso Salmo 129 debba essere cantato per parecchi partiti. Se il governo non facesse miracoli (e come potrebbe?) se non durasse, e se si dovesse tornare alle urne prima della fine della legislatura, qualcuno potrebbe invidiare il Pd, se veramente rimarrà all’opposizione.
Signori, comprate il popcorn, lo spettacolo si annuncia avvincente.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2018
http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=368195561_20180326_14004&section=view




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POLITICA
27 marzo 2018
COMPRENDERE LA RUSSIA. E PUTIN
Di George Friedman

Putin è stato rieletto presidente della Russia. Non è il genere di Russia e neppure il genere di presidente che i democratici di sinistra occidentali si aspettavano quando l’Unione Sovietica è crollata nel 1991. Essi volevano e si aspettavano che i valori e le istituzioni della penisola europea divenissero le istituzioni e i valori russi, e si aspettavano che la Russia si allineasse sull’Occidente. 
Retrospettivamente, non è chiaro perché ci si aspettasse tutto questo. La Russia in molti sensi è fondamentalmente diversa dall’Occidente, ed è stata così per secoli. E non è che se ne sia scusata. A parte un piccolo gruppo di “occidentalizzanti” – intellettuali innamorati dell’Occidente – il pubblico russo ha abbracciato, o almeno accettato, la Russia per quello che è. Ciò è mostrato dal fatto che Putin è enormemente popolare, malgrado le difficoltà economiche della Russia. Le aspettative dei “democratici” occidentali sono state deluse dai riformisti zaristi, dai governanti sovietici e ora da Putin. Il problema è che i riformisti liberal vedono la Russia, ed altri Paesi, come nazioni desiderose di divenire come loro. È una forma di narcisismo occidentale che conduce ad un fraintendimento del mondo.
La Russia è fondamentalmente diversa, geograficamente, dal resto dell’Europa. Il resto dell’Europa è una regione marittima, con lunghi fiumi che conducono a porti e dove nessuno è lontano dal mare più di 650 chilometri. La Russia è essenzialmente priva di sbocchi sul mare. I porti dell’Oceano Artico sono frequentemente ghiacciati e i porti del Mar Nero e del Mar Baltico potrebbero avere il loro accesso agli oceani bloccato da nemici che controllano gli angusti stretti. Tutti questi porti sono distanti dalla maggior parte della Russia.
Tucidice distingueva Atene, una potenza marittima i cui abitanti vivevano nella ricchezza ed avevano tempo per l’arte e la filosofia, e Sparta, un territorio privo di sbocchi sul mare il cui popolo viveva una vita di stenti con poche possibilità di autoindulgenza ma era capace di sopravvivere in condizioni che avrebbero annientato gli ateniesi. Ambedue i popoli erano greci, ma erano molto diversi.
Lo stesso può dirsi della Russia e dell’Europa. In quanto potenza senza sbocchi sul mare, le occasioni della Russia per il commercio internazionale e un efficiente sviluppo interno sono limitate. Le vite dei suoi cittadini sono difficili, ed essi possono sopportare privazioni che atterrerebbero (ed hanno atterrato) altri Paesi europei. Un Paese vasto, con una popolazione dispersa, come la Russia, può essere tenuto insieme soltanto da un possente governo centrale che controlla un apparato di politica interna e di sicurezza che riesce a contenere le tendenze centrifughe caratteristiche di ogni Paese. Richiede un regime che non soltanto ha la massima autorità sull’intera nazione ma anche l’apparenza dell’autorità – una forza irresistibile che non può essere sfidata. 
Ci sono stati momenti di grande turbamento politico in Russia, ovviamente, fra gli altri la Rivoluzione Russa e la caduta dell’Unione Sovietica. Ma l’Occidente ha continuamente confuso il crollo delle istituzioni come una liberalizzazione ed ha mancato di riconoscere la cosa come nello stesso tempo disastrosa per la Russia e aliena dalla cultura russa. L’Occidente è stato sempre sorpreso quando la Russia è ritornata ad essere ciò che è sempre stata, accusando Stalin o Putin di avere ristabilito le istituzioni che stabilizzano la Russia, e considerando questa come una sfortuna dovuta alla malvagità di un uomo. Malvagi essi possono pure essere stati, ma essi hanno capito il problema russo meglio di quelli che pensavano che la Russia potesse divenire come l’Italia o la Francia. 
La Russia ha inoltre fatto l’esperienza di guerre terribili che hanno insegnato ai russi che la guerra è sempre possibile e che la più grande difesa è stata una profondità strategica. Gli svedesi, i francesi e (due volte) i tedeschi hanno insegnato loro questa lezione. Gli occidentali sentono che la Russia dovrebbe andare oltre la sua storia antica. Ma molta parte del fondamento logico dietro l’Unione Europea è la memoria delle due guerre mondiali, e il desiderio che non si ripetano mai più. Negli Stati Uniti, la Guerra Civile è ancora il prisma attraverso il quale sono visti la maggior parte della loro storia e molti degli attuali dibattiti. Le guerre che sono state combattute non abbandonano le memorie delle nazioni, e le guerre che hanno combattuto i russi danno forma al modo di pensare di tutti i russi. Essi desiderano uno Stato e un leader abbastanza forti per prevenire un’altra di quelle guerre o, dovesse lo stesso verificarsi, abbastanza forti per condurre la Russia alla vittoria. Se gli europei temono il ritorno del nazionalismo, e gli americano temono il razzismo, i russi temono la debolezza.
Se Vladimir Putin fosse morto in un incidente d’auto nel 2000, sarebbe stato sostituito da un altro Putin con un nome diverso. Tenere insieme la Russia – prevenire delle insurrezioni e proteggere la patria – è il compito che deve affrontare qualunque governante russo di successo. Putin – attraverso le minacce ai nemici, sia interni sia internazionali – è ciò che né Gorbaciov né Yeltsin furono. Sta governando un Paese debole, devastato dai bassi prezzi del petrolio e dai sempre maggiori costi della difesa, una combinazione che provocò il collasso dell’Unione Sovietica. È perfettamente cosciente delle debolezze, e sa che riconoscerle e mostrarsi impaurito, come fece Gorbaciov, sono cose che possono provocare un disastro. È importante vedere la Russia per ciò che è: un Paese debole guidato da un governante che comprende che l’apparenza della debolezza è più pericoloso della stessa debolezza. 
La storia russa è piena di bluff. Per esempio, le storie dei villaggi di Potemkin nei quali l’apparenza era impressionante, ma le cui strutture ricostruite erano soltanto le facciate degli immobili con niente dietro, per farle apparire come se la Russia fosse più sviluppata di quanto fosse. C’è molto, oggi, dietro la facciata, ma non tanto quanto Putin vorrebbe che noi pensassimo.
La Russia deve essere capita per com’è, non come l’Occidente vorrebbe che fosse. È importante che non ci illudiamo pensando che sia possibile la riconciliazione con la Russia, o che gli interessi degli altri Paesi siano gli stessi di quelli della Russia. Questa è un’altra illusione occidentale: la credenza che la comprensione dell’avversario conduca alla pace. A volte, conduce alla comprensione che un Paese è veramente e irrevocabilmente un avversario. Ma, per il momento, è necessario afferrare che Putin non ha condotto la Russia ad una posizione negativa, ma che la Russia è tornata alla sua situazione normale, e Putin ha presieduto a questo ritorno. Egli non ha creato la Russia, ha semplicemente fronteggiato la realtà russa senza tirarsi indietro.
(Traduzione di Gianni Pardo)
______________

Vladimir Putin has been re-elected as president of Russia. This is not the kind of Russia nor the kind of president Western liberal democrats expected when the Soviet Union collapsed in 1991. They wanted and expected the values and institutions of the European Peninsula to become Russian values and institutions, and expected Russia to align itself with the West.
IN retrospect, it is not clear why this was expected. Russia is in many ways fundamentally different from the West, and has been so for centuries. And it hasn’t been apologetic about it. Apart from small groups of Westernizers – intellectuals enamored by the West – the Russian public has embraced, or at least accepted, Russia for what it is. This is shown by the fact that Putin is enormously popular, in spite of Russia’s economic difficulties. Western liberal expectations have been disappointed by Czarist reformers, Soviet rulers and now Putin. The problem is that liberal reformers see Russia, and other countries, as nations eager to become like them. It is a form of Western narcissism that leads to a misunderstanding of the world.
An Irresistible Force
Russia is geographically fundamentally different from the rest of Europe. The rest of Europe is a maritime region, with extensive rivers leading to ports and where no one is more than 400 miles (650 kilometers) from the sea. Russia is essentially landlocked. The ports on the Arctic Ocean are frequently frozen and the ports on the Black Sea and the Baltic Sea could have their access to the oceans blocked by enemies that control narrow straits. All of these ports are distant from most of Russia.
Thucydides distinguished between Athens, a maritime power whose inhabitants lived in wealth and had time for art and philosophy, and Sparta, a landlocked territory whose people lived a hardscrabble life with limited opportunities for self-indulgence but were able to survive conditions that would break Athenians. Both were Greek, but they were different.
The same can be said for Russia and Europe. As a landlocked power, Russia’s opportunities for international trade or even efficient internal development are limited. The lives of its people are hard, and they can endure privation that would (and did) break other European countries. A vast country with a dispersed population, Russia can only be held together by a powerful central government, controlling an internal political and security apparatus that manages the centrifugal tendencies inherent in any country. It requires a regime that not only has ultimate authority over the whole country but also has the appearance of authority – an irresistible force that cannot be challenged.
There have been massive disruptions in Russia of course, including the Russian Revolution and the fall of the Soviet Union. But the West continually confused the collapse of institutions as liberalization, and failed to recognize this as both disastrous for Russia and alien to Russian culture. The West was always surprised when Russia returned to what it was, blaming Stalin or Putin for re-establishing the institutions that stabilized Russia, and regarding this as a misfortune due to the wickedness of one man. Wicked they might have been, but they understood the Russian problem better than those who thought Russia might become like Italy or France.
Russia has also experienced terrible wars that taught the Russians that war is always a possibility, and that the greatest defense was strategic depth. The Swedes, the French and, twice, the Germans taught them this lesson. Westerners feel that Russia should get beyond ancient history. But much of the rationale behind the European Union is the memory of the two world wars, and the desire that they never be repeated. In the United States, the Civil War is still the prism through which much of its history and many current debates are framed. Wars that have been fought haunt the memories of nations, and the wars the Russians fought shape the thinking of all Russians. They look for a state and a leader strong enough to prevent another such war or, if it must come, strong enough to lead Russia to victory. If Europeans fear the return of nationalism, and Americans fear racism, Russians fear weakness.
A Weak Country
If Vladimir Putin had been hit by a car in 2000, he would have been replaced by another Putin with a different name. Holding Russia together – preventing insurrection and protecting the homeland – is the task facing any successful Russian ruler. Putin – through his intimidation of enemies, both foreign and domestic – is what Gorbachev and Yeltsin were not. He is governing a weak country, wracked by low oil prices and increasing defense costs, a combination that triggered the collapse of the Soviet Union. He is well aware of the weaknesses, and knows that acknowledging them and showing fear, as Gorbachev did, can create havoc. It is important to see Russia for what it is: a weak country led by a ruler who understands that the appearance of weakness is more dangerous than the weakness itself.
Russian history is filled with bluffs. Take, for example, the stories of Potemkin villages in which what looked like impressive, reconstructed structures were really just the fronts of buildings with nothing behind them, to make it appear as though Russia was more developed than it was. There is much behind the facade now, but not as much as Putin wants us to think.
Russia must be understood as Russia is, not as the West wants it to be. It is important not to delude ourselves into believing that reconciliation with Russia is possible, or that the interests of other countries are the same as those of Russia. That is another Western illusion: the belief that understanding adversaries leads to peace. Sometimes, it leads to an understanding that a country is truly and irrevocably an adversary. But for the moment, it is necessary to grasp that Putin has not taken Russia to an unfortunate condition, but that Russia has returned to the mean, and Putin has presided over the return. He did not create Russia; he merely faced the Russian reality and didn’t flinch.




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POLITICA
26 marzo 2018
IL FUTURO DEL PD
Chi prova ad immaginare il futuro del Partito Democratico, si accorge di non avere dati. Ma può consolarsi pensando che neanche gli altri li hanno. Forse nemmeno gli attuali dirigenti del Pd. E tuttavia non è detto che questo atteggiamento di incertezza – e conseguente inattività - sia un errore. Del resto questo è il comportamento raccomandato da Matteo Renzi, e non è affatto detto che debba sempre avere torto. 
Ammettiamo che si formi un governo, e già questa ammissione costa uno sforzo. Ammettiamo che le formule immaginabili siano un governo di minoranza del M5s (tipo “governo della non-sfiducia”), un governo M5s-Lega, con rottura del centrodestra, o una Große Koalition M5s-Centrodestra. In tutti questi casi, il M5s si troverebbe a governare, e questo basterebbe a cambiarne l’immagine che ne ha l’opinione pubblica. Non è che se ne voglia dir male, ma innanzi tutto nessuna realtà è mai bella come il sogno, e Dio sa se i 5 Stelle hanno sognato e fatto sognare. E poi è innegabilmente vero che il futuro è molto scuro. È scuro dal punto di vista politico, dal punto di vista delle scadenze economiche e dal punto di vista dei contraccolpi dell’inevitabile delusione, dopo le promesse mirabolanti della campagna elettorale. A questo punto, che interesse può avere un “piccolo” partito a rinunciare ai vantaggi dell’opposizione? 
L’opposizione, per definizione, ha vita facile. Critica il governo quando fa cose giuste (basta sempre dire che si poteva fare ancora meglio) e figurarsi quando, sia pure per ragioni indipendenti dalla sua volontà, esso scontenta gravemente la gente. I cittadini le spianeranno volentieri la strada per una ripresa di popolarità. È questa la ragione per la quale, il più delle volte, la maggioranza che ha governato non è riconfermata nell’incarico.
Dallo Stato in regime democratico i cittadini si aspettano l’impossibile. È perfino avvenuto che abbia perso le elezioni il governo Churchill, dopo che aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale. Figurarsi nel caso dell’Italia, in un momento in cui si sono accumulate tante nuvole temporalesche, che la tempesta non è una probabilità, è una certezza. Tra conti da ripianare, interessi sul debito pubblico, disoccupazione massiccia, deindustrializzazione, manovre richieste dalle autorità europee e possibilità che scattino le famose “Clausole di salvaguardia”, non sarebbe eccessivo indossare un giubbotto antiproiettile.
E allora, dal momento che il Pd non ha nessuna necessità di condividere le responsabilità di governo (di cui non potrebbe in nessun modo condizionare l’azione) e dal momento che, per così dire, è rimasto solo ad occupare il ruolo d’opposizione alieno da ogni compromesso, perché non approfittarne per lucrare i futuri vantaggi di questa battuta d’arresto? Soprattutto considerando – a giudicare da ciò che scrivono i commentatori politici – che centrodestra e Movimento sembrano irresistibilmente attratti da una collaborazione che potrebbe squalificarli tutti e due?
Una possibilità di andare al governo il Pd l’avrebbe nel caso di un accordo col centrodestra. Ma, che sia saggiamente, che sia stupidamente, questa soluzione è vista come impossibile dagli interessati e, poiché secundum non datur, per una volta ha interamente ragione Renzi: meglio stare a guardare, perché gli spettatori non possono mai essere accusati della qualità dello spettacolo.
Uno spettacolo che appare tutt’altro che entusiasmante. Perfino chi è sempre stato visceralmente anticomunista, vedendo come si comportano i 5 Stelle e Salvini, non può che augurare grandi fortune al Pd. Soltanto uno stolto, come scriverebbe Ratzinger, può dimenticare che al peggio non c’è fine. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 marzo 2018




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POLITICA
25 marzo 2018
INTERPRETIAMO IL PRESENTE
Riguardo al significato politico dell’elezione dei presidenti delle due Camere, chi legge i giornali non riceve una sola risposta, ne riceve molte. E tutte in termini di certezza. In realtà di quell’elezione sappiamo poco e del futuro non sappiamo assolutamente niente. Chi dice: “Chissà che cos’è successo, chissà che succederà”, non sa di essere stato molto più saggio della maggior parte degli editorialisti. 
L’elezione dei presidenti delle Camere non comporta particolari vantaggi politici all’una o all’altra fazione e corrisponde ad un interesse comune: consentire il funzionamento del Parlamento e l’inizio della nuova legislatura. E la “necessità istituzionale” di questo passaggio copre e giustifica ogni sorta di accordo, sporco o pulito, nobilitandolo con l’interesse della nazione. Ma proprio questa particolarità, che giustifica ogni “inciucio”, lo svuota di significato politico. Chiunque volesse servirsene potrebbe sentirsi rispondere che si è accettato il precedente compromesso soltanto perché lo scopo era contingente. Dunque si potrebbe dire che, con l’elezione dei presidenti delle Camere, non è successo nulla.
Fra l’altro il centrodestra aveva i numeri per eleggere da solo una forzista al Senato, mentre ha avuto più significato che ci sia stato un accordo fra centrodestra e M5s per eleggere un “grillino” alla Camera. Ma, dal momento che non era irragionevole concedere la presidenza al partito più votato, perché non accettare la momentanea recita di un accordo modello Große Koalition, che tanto piaceva a Matteo Salvini? 
L’attuale discussione politica trascura un punto essenziale: l’enorme differenza fra l’elezione dei presidenti delle Camere e la formazione di un governo. I presidenti hanno funzioni amministrative, da esercitare nel segno dell’imparzialità, mentre il governo ha funzioni politiche e sorge per realizzare un programma. E Dio sa se i programmi sono diversi. È facile mettersi d’accordo riguardo al pareggio di bilancio, ai sussidi ai disoccupati, alla pressione fiscale, ai rapporti con l’Europa? L’impresa è talmente in salita che non si riesce ad immaginare il risultato. E invece, con una fretta incomprensibile, i commentatori hanno dato per politicamente morto Silvio Berlusconi, per definitivamente cancellato il Partito Democratico, per incontrastato trionfatore Luigi Di Maio. 
Bisogna avere un maggiore rispetto del futuro. Nel 1940 chi avrebbe immaginato che Hitler sarebbe stato ignominiosamente sconfitto? Per giunta, finché si discute per formare un governo, si è ancora nel regno delle parole ma, quando si agisce in concreto, gli elettori guardano ai risultati, e questi non si lasciano esorcizzare dalle parole. Matteo Renzi l’ha constatato sulla sua pelle. Fra l’altro, proprio i 5Stelle e Salvini hanno suscitato tali speranze, che il risultato non potrà che essere una grande delusione. Infatti o non realizzeranno i loro programmi, e gli elettori saranno delusi, o i risultati di quella realizzazione saranno disastrosi, e gli elettori saranno delusi. Chi dice che quel giorno molti elettori non si dicano che si stava meglio quando si stava peggio?
Molti parlano di una collaborazione fra Lega e M5s per costituire un governo di scopo, per fare una nuova legge elettorale e tornare al voto, per aumentare ulteriormente i loro consensi. La favola di Perrette et le pot au lait, in italiano Pierina e la ricottina. 
La collaborazione fra Lega e M5s è più difficile di quanto non si dica, perché, per attuarla, Salvini dovrebbe veramente rompere col centrodestra, e andare a fare il vice di Di Maio. E poi, quale sarebbe il programma comune, dal momento che i loro sono in contrasto? Cercando di armonizzarli e di annacquarli, deluderebbero i loro elettori già prima di ottenere la fiducia in Parlamento. 
Quanto al governo di scopo, si sa che Mattarella non intende avallarlo. Un governo è un governo. Fra l’altro, tutti parlano in questo caso di un esecutivo con un compito limitato, la votazione di una nuova legge elettorale. Ma nessuno dice quale legge. Il Rosatellum non piace, ma in che direzione modificarlo? Come si è spesso visto, è difficilissimo mettersi d’accordo. La legge dovrebbe consentire la governabilità del Paese ma, a parte i limiti imposti dalla Corte Costituzionale, l’elettorato è politicamente tripartito. Come si può ottenere una maggioranza sicura, con l’elettorato diviso in tre?
L’errore della maggior parte dei commenti dei giornali dipende dal fatto che essi si affannano a parlare di questi giorni come se fosse avvenuto chissà che, mentre il più deve ancora avvenire, e al riguardo non sappiamo niente. I retroscenisti in queste occasioni si travestono da moscerini, e ci raccontano quello che hanno detto Tizio e Caio nelle riunioni più segrete. Mentre noi abbiamo la riprova del fatto che non sappiamo niente. Salvini, dicendo ai suoi di votare per Anna Maria Bernini, ha talmente stupito Berlusconi che questi, la sera stessa, ha dato per finito il centrodestra. La mattina seguente, alle undici, lo stesso Berlusconi ha detto che il centrodestra si era ricompattato, che si era d’accordo sul nome di Maria Elisabetta Casellati, e che si sarebbe votato per il candidato del M5s alla Camera, e che lui si fidava di Salvini. Perché questo voltafaccia? Perché totalmente sconfitto o perché la partita, dietro le quinte, è stata del tutto diversa da come ci è apparsa? Perché pretendere di saperlo già?
La cosa più semplice è mettersi comodi e aspettare il seguito. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 marzo 2018




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POLITICA
23 marzo 2018
IL RUBICONE DI SALVINI
Salvini, con un colpo di mano, e senza l’accordo di Forza Italia, ha proposto la forzista Anna Maria Bernini per la carica di Presidente del Senato. Il senso ufficiale della mossa di Salvini è quello di rimuovere l’ostacolo formale del nome di Paolo Romani, indigesto al M5s, proponendo, generosamente e altruisticamente, una candidata non della Lega, ma di Forza Italia. Se il M5s non fosse disposto a votare questa candidata, se ne dedurrebbe che non vuole concludere un accordo col centrodestra, nemmeno per le presidenze delle Camere, al di là delle obiezioni per la persona di Romani. 
Il senso è in realtà tutt’altro. Innanzi tutto, proponendo il nome della Bernini, Salvini non è affatto generoso per l’ottima ragione che il voto della Lega per un candidato di Forza Italia è stato contrattato e compensato con la designazione di Salvini come leader del centrodestra, anche in occasione delle prossime consultazioni del Presidente della Repubblica.
In secondo luogo, l’eventuale votazione a favore di Anna Maria Bernini non fornisce al centrodestra nessuno speciale vantaggio in quanto, secondo ciò che concordemente affermato dagli osservatori, il centrodestra, al Senato, ha i numeri per votare da solo chi vuole. 
In terzo luogo, il fatto di dare al M5s la possibilità di votare per un candidato di centrodestra che non sia Romani non offre nessuno speciale vantaggio, al Movimento, perché la mossa non prelude affatto ad un’alleanza centrodestra-M5s. Ad essa sono assolutamente ostili tanto il centrodestra (salvo la Lega) quanto il Movimento. Al massimo la mossa di Salvini può essere un ramoscello d’ulivo agitato verso i “grillini” per significare che fra la Lega e loro ci potrebbe domani essere un accordo, e che Salvini è disposto a rompere con Berlusconi. Ma per far questo non era necessario votare la Bernini.
Fra l’altro in questo senso la mossa di Salvini non sembra molto azzeccata, se è vero quanto scrivono tutti, e cioè che quella eventuale alleanza vedrebbe Salvini in posizione subordinata a Di Maio, nel futuro governo. Per non parlare dell’impopolarità che potrebbe conseguire ai provvedimenti demenziali contenuti nel programma sia dei 5Stelle sia dello stesso Salvini.
Ma vediamo come reagisce Silvio Berlusconi. A votazione avvenuta, tutti i giornali riportano questa telegrafica dichiarazione: “'Voti Lega a Bernini rompono coalizione. Smaschera progetto governo Lega - M5s”.
Da qui in poi bisogna ragionare come se fosse certo che Berlusconi non cambierà idea, e che i suoi lo seguiranno in questa constatazione. Dunque che la coalizione sia stata rotta. Perché se così non fosse, tutti i ragionamenti sarebbero invalidi: ma non per colpa di chi ha preso sul serio le parole del Cavaliere. 
Ammesso che Berlusconi sia perfettamente serio, ammesso che i suoi lo seguano, ammesso che la coalizione di centrodestra, almeno fino a nuovo ordine, non esista più, le conseguenze sono le seguenti.
Salvini non è più il leader del centrodestra perché non c’è più un centrodestra. Essendo soltanto il leader della Lega, o diviene il terzo partito in Parlamento, privo di alleati e insignificante, o va al governo con il Movimento. Ma a questo scopo andrebbe a negoziare in condizioni di grande debolezza. Infatti, mentre il Movimento potrà continuare a pensare di essere talmente forte, che i partiti dovranno per forza rivolgersi ad esso, la Lega o si accorda col Movimento, per così dire a qualunque condizione, o rimane insignificante in Parlamento. Posizione molto, molto scomoda. 
Né può aspettarsi gratitudine, dai “grillini”, per avere voluto aprire loro una porta, a costo di rompere la coalizione di centrodestra, perché in politica l’ingratitudine è una regola indefettibile. Ci si mostra grati soltanto quando conviene mostrarsi grati. E non è questo il caso.
L’unico atout di Salvini è il fatto che, se il Movimento non farà una buona offerta alla Lega, dovrà farla al Pd. E dovrà essere veramente migliore di quella presentata alla Lega, perché il Pd, con questa alleanza, rischia moltissimo. 
Quanto a Berlusconi – sempre che mantenga la posizione assunta stasera – potrebbe aver fatto il calcolo seguente. Salvini è talmente ambizioso che, avendo avuto un grande successo elettorale, ha interpretato questo successo come la sua consacrazione a padrone del centrodestra. Al punto che, votando per la Bernini, ha creduto di aver forzato la mano a Forza Italia, facendo capire a questo partito e a Berlusconi chi comanda. Dunque Berlusconi e il suo partito sono stati posti dinanzi a questa alternativa: o cedere e prepararsi ad obbedire in tutto e per tutto a Salvini, o non cedere, e mandare a monte i piani di Salvini, del M5s, e un po’ di tutti. Ritirandosi personalmente in un’opposizione dura e pura.
A questo punto, se il M5s accoglie Salvini come alleato, e gli fa un’offerta accettabile, avremo un governo grillini-leghisti che l’Europa accoglierà col giubilo col quale vengono accolti i terremoti. Se questa alleanza non si realizzerà, il M5s sarà costretto a negoziare col Pd, e non sarà facile, perché per ottenere quell’alleato dovrebbe cambiare programma. Infine, l’ultima possibilità è che Salvini, constatando che il suo colpo di poker non è riuscito, ritiri la candidatura Bernini, si rassegni a sostenere Paolo Romani, e ricucia il centrodestra, prima che la fine della coalizione rappresenti anche la sua personale.
Ma questa è cosa che vedremo nelle prossime ore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 marzo 2018




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23 marzo 2018
ORIGINE DEL DOMINIO DELL'IRREALTA' IN ITALIA
       Ho scritto un articolo la cui tesi era che l’ideologia fondante dell’Italia è l’irrealtà ed un amico mi ha chiesto quale fosse l’origine di questa caratteristica. Al riguardo - per chi non l’avesse fatto - è opportuno prima leggere l’articolo da cui è partita la discussione(1).

I popoli hanno a volte temperamenti diversi. Il popolo inglese, ad esempio, è forse il più alieno dalle favole. Può occasionalmente commettere degli errori (il sindacalismo eccessivo cui pose un freno Margaret Thatcher o la Brexit) ma perfino i suoi filosofi sono stati prevalentemente pragmatisti. Non conosco la ragione di questa caratteristica e purtroppo non conosco il perché della caratteristica opposta di noi italiani. 
Forse la spiegazione deve essere cercata nella storia. Fino alla seconda metà del XIX Secolo l’Italia, diversamente dalla Francia o dalla Spagna, non è stata unita. È dunque mancato un potere che rendesse lo Stato militarmente forte e in grado di competere con gli altri ad armi pari. Se ci chiedessimo il perché di questa situazione, potremmo trovarlo nell’assenza di un nucleo culturale e militare – come fu la Roma antica – capace di conquistare l’intera penisola, e soprattutto nella geografia. A differenza della Francia e della Germania, l’Italia è stretta e lunga e ci sono alte montagne che separano le varie regioni: la pianura padana dalla striscia costiera occidentale, e questa dalla striscia costiera orientale. Per non parlare delle due grandi isole, Sicilia e Sardegna. Dunque già la natura dei luoghi ha contribuito a rendere il Paese politicamente frammentato e militarmente debole.
Questa debolezza è stata fonte di molte umiliazioni ma, curiosamente, a fronte di questa inferiorità militare, l’Italia è stata a lungo una grande potenza intellettuale e artistica. A tal punto che gli inglesi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, considerandoci piuttosto un popolo d’artisti e di cantanti d’opera che di guerrieri, ci hanno perdonato ogni sorta di cattiva figura militare e di tradimento politico. I loro nemici erano i tedeschi.
Questo squilibrio fra la grandezza culturale e la serie di sconfitte militari ha avuto come conseguenza uno squilibrio nella rappresentazione di sé. Mal sopportando la realtà storica del loro Paese, gli intellettuali – caratterizzati dalle tendenze più artistiche ed umanistiche che scientifiche - hanno posto l’accento su altri valori. Hanno “dimenticato” i fatti negativi e a poco a poco hanno inventato un’altra realtà. Prima di questa realtà virtuale hanno convinto sé stessi e poi il popolo, attraverso le scuole dominate dal loro pensiero. V.Gioberti ha potuto scrivere un libro dal titolo: “Il primato morale e civile degli italiani”.
La realtà concreta è stata vista come qualcosa d’inferiore. Un professore di greco o di filosofia è sempre stato qualcosa di più di un ingegnere o di un professore di matematica; un politico moralista è apparso sempre migliore di un politico realista; un economista sognatore sempre superiore a un tecnico pragmatico. In Italia, come strumento di condanna, si è coniato l’aggettivo “ragionieristico”, intendendo che chi fa di conto è spregevole. Viceversa è da stimare chi fa bei sogni e ci invita a condividerli. E quando questo avviene in tutte le direzioni, l’ideologia fondante di una nazione diviene l’irrealtà.
Si spiega così come sia stato possibile che gli italiani abbiano potuto credere per vent’anni alle sciocchezze che raccontava il fascismo. Il regime – in parte per sopravvivere esso stesso – presentava gli italiani come guerrieri, conquistatori di imperi e primi nel mondo in tutti i campi. Quasi naturalmente santi, poeti, navigatori, scienziati. E gli intellettuali, per servilismo, per fare carriera, e perché lieti di ingannare anche sé stessi, gli tenevano il sacco. L’Italia degli Anni Trenta viveva nel delirio. A ripensarci oggi si rimane sbalorditi dinanzi ad una simile farsa nazionale. Ma lo sbalordimento è ingiustificato. 
Infatti, caduto il fascismo, il popolo è stato indotto dagli intellettuali di sinistra a credere a nuove fandonie, antifasciste stavolta, ma ugualmente gigantesche. Noi non abbiamo perso la guerra, perché siamo stati alleati degli Americani. L’ha persa il fascismo. I nostri partigiani hanno scacciato i nazisti dall’Italia. Nessun italiano è stato fascista. Va notato – a totale disdoro del livello della nostra élite – che molti degli intellettuali di sinistra erano fisicamente gli stessi intellettuali che, qualche anno prima, avevano incensato il fascismo. Avevano soltanto cambiato i sogni da raccontare. Si continuava a proporre alla nazione italiana un’immagine totalmente falsa di sé, senza mai chiamare l’Italia ad un bagno di umiltà, o a pentirsi di azioni ignobili come la dichiarazione di guerra alla Francia del 1940. Se proprio capitava di parlarne, se ne dava la colpa al solo Mussolini, come se una nazione non fosse necessariamente partecipe dei successi e degli insuccessi del suo governo. E del resto, come mai in Italia Mussolini era il solo responsabile di tutto, mentre per i crimini della Germania gli italiani reputavano responsabili assolutamente tutti i tedeschi? 
Come si vede, il fascismo non è stato la causa dell’irrealtà italiana, è l’irrealtà italiana che ha causato il fascismo, come ha causato anche il disastro successivo.
Il meccanismo è quello delineato. Gli intellettuali e gli artisti, sognando, hanno immaginato un mondo in cui gli italiani facevano bella figura, ignorando la realtà negativa. Poi ne hanno convinto il popolo che, essendo ignorante e privo di tradizioni realistiche, gli ha creduto. Gli stessi intellettuali hanno spinto il loro servilismo nei confronti del nuovo sovrano (il popolo) fino a nutrirlo di promesse economiche mirabolanti (il comunismo realizzato di cui parlava Marx) e ciò ha indotto i sindacati a formulare richieste assurde e rovinose. Analogamente, nella scuola, inseguendo ideologie utopiche e fumose (l’anti-nozionismo, il perdonismo culturale e il conseguente semi-analfabetismo), hanno rovinato le menti e la cultura della nazione. 
Chi non fa parte della consorteria rimane strabiliato dallo spirito gregario e dal servilismo dei nostri intellettuali, anche se in parte vanno perdonati in quanto vittime del mostro da loro stessi creato. Ma il risultato generale è che sul piano della concretezza l’intera nazione appare disorientata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 marzo 2018
(1) http://giannip.myblog.it/2018/03/21/5767573/




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POLITICA
22 marzo 2018
BERLUSCONI GIOCA LE SUE CARTE
Per una volta amerei essere un giornalista professionista, vivere a Roma, ed essere abbastanza introdotto negli ambienti “giusti” per divertirmi un po’. Vorrei infatti essere sicuro di capire che cosa sta effettivamente avvenendo, dietro le quinte, per quanto riguarda le nomine dei Presidente della Camera e del Senato, e – in prospettiva – per il futuro governo.
Vista da questa colonia meridionale, la situazione sembra essere la seguente. Salvini non può fare il governo con il M5s perché il centrodestra non lo seguirebbe e lui sarebbe soltanto il junior partner di Di Maio. E passerebbe da “quasi” leader del centrodestra a portatore d’acqua del Movimento. Francamente non gli conviene. 
Berlusconi, facendo leva su questa certezza, per qualche tempo l’ha lasciato battersi il petto come vincitore e l’ha lasciato negoziare col compito leader dei 5 Stelle, ma al momento opportuno ha fatto a Salvini un’offerta che questi non poteva rifiutare. Gli ha proposto di essere il candidato unico del centrodestra, o comunque di essere colui che si recherà da Mattarella per le consultazioni in vista del nuovo governo, ma nel frattempo ha chiesto di essere lui – cioè Forza Italia – a designare la personalità indicata come Presidente del Senato. Attenzione, il centrodestra al Senato ha i numeri per nominare da solo chi vuole, come Presidente. E a questo punto ha fatto un nome secco: Paolo Romani.
Questo è stato un colpo da maestro. Bisogna premettere che i “grillini”, per una delle loro tante fisime, si sono impegnati a non votare, nemmeno in seguito ad accordi, nessuno che abbia un procedimento penale in corso e – men che meno – una condanna penale. Ora è avvenuto che (per come ho letto) mentre Romani era fuori città sua figlia si sia impossessata del suo telefonino (che invece era stato assegnato a Romani per fini di ufficio) e l’abbia usato, fino ad un importo di dodicimila euro. Dio sa come si spendano dodicimila euro telefonando, ma io sono troppo vecchio per capirlo. Comunque Romani, appena lo ha saputo, è andato a rifondere lo Stato, ma ciò non è bastato a togliergli l’accusa di peculato. Per questo crimine, i 5 Stelle – calcolava Berlusconi – si sarebbero trovati dinanzi ad una scelta impossibile. Se avessero accettato di votarlo, sarebbero venuti meno ad uno dei loro impegni più solenni, provocando, se non la rivolta, il malcontento della base e dei recenti parlamentari eletti. Se avessero rifiutato di votarlo, come poi è stato, avrebbero fatto fallire le trattative per i Presidenti della Camera e del Senato. 
A questo punto Berlusconi si trova con una briscola in mano.
Salvini non può che smettere di flirtare con Di Maio. E infatti in data odierna ha già detto che tutte le trattative sono azzerate. Romani sarà eletto con i voti del solo centrodestra, e il Movimento o vota a favore (ma hanno detto che non lo faranno) o si astiene (e la base lo interpreterà come un favore a Berlusconi) oppure vota contro, ma con questo autorizza il centrodestra a votare contro il nome proposto dal Movimento per il Presidente della Camera. Rendendo più difficile questa nomina ed anche le possibili trattative per il nuovo governo, per la parte che include il M5s.
Tutto questo, salvo errori ed omissioni. Io non sono a Roma e non so nemmeno se ho capito bene. Se ho sbagliato qualcosa e qualcuno mi può correggere, che lo faccia, sarò contento di saperne di più e di ringraziare chi mi illumina.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 marzo 2018




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POLITICA
21 marzo 2018
L'IRREALTA' COME IDEOLOGIA FONDANTE DELL'ITALIA
Questo articolo è notevolmente più lungo della media.
L'IRREALTA' COME IDEOLOGIA FONDANTE DELL'ITALIA
     E perché rischiamo di pagarla cara
Fino agli Anni Trenta del secolo scorso, l’Italia è stata un Paese povero, frugale, laborioso. I contadini rappresentavano ancora una buona percentuale della popolazione e il buon senso (quello che insegna il bisogno) era moneta corrente. Poi la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale ridusse il Paese in macerie fisicamente e moralmente, al punto che, se vogliamo comprendere la nostra patria, non dovremo risalire né ai romani né al Rinascimento e neppure al Risorgimento: l’Italia che conosciamo è nata quando lo Stato e il fascismo si sono squagliati senza lasciare residui. A parte una rabbia e un rancore che ci fecero passare dalla monarchia alla repubblica. Ma una repubblica priva di Stella Polare. 
Il nuovo Stato nasceva male. Non era liberale, se è vero che metà circa degli italiani era comunista o paracomunista (cioè ancora totalitaria) e l’altra metà non era laica, dal momento che votava per un partito che si dichiarava cristiano. I valori cui tutti si attaccavano, pervicacemente per giunta, erano un cadavere e una bugia. Il cadavere era quello del fascismo: tutti facevano finta che fosse vivo, per poterlo uccidere ogni giorno. La bugia era che i partigiani fossero liberali (mentre erano in buona parte comunisti) e avessero vinto la guerra. Così si è parlato e si parla di valori della Resistenza (maiuscolo), dimenticando che quei valori li hanno messi in pratica per primi gli inglesi, li hanno teorizzati gli illuministi e li ha applicati la stessa “Italietta”. E questo mentre i partigiani sono stati pochi, insignificanti nell’ambito della guerra, comunisti e a volte non migliori dei fascisti che combattevano. Ma non ci difettava la retorica. Abbiamo subito cominciato a ubriacarci di parole. L’Italia per esempio è stata fondata sul lavoro, a differenza della Repubblica Francese, fondata sull’ozio.
Neppure il tanto sbandierato antifascismo può essere un’ideologia. A parte il fatto che forse in Italia fascisti non ce ne sono mai stati (a differenza della Germania, in cui assolutamente tutti furono nazisti), perché il fascismo è intellettualmente troppo povero per costituire seriamente un’ideologia. È stato soltanto un’autocrazia nazionalista e socialistoide, nulla di più. E comunque, quand’anche il fascismo fosse stato qualcosa di più consistente di ciò che realmente fu, la sua negazione non sarebbe per ciò stesso un’ideologia. Negando qualcosa sappiamo ciò che non è, ma non sappiamo ancora ciò che è.
Purtroppo i nostri intellettuali sapevano di non potere adottare il liberalismo (cioè i principi della vera democrazia) perché le due tendenze di fondo, come detto, erano quella comunista (cioè totalitaria ancor peggio del nostro fascismo) e la religione cattolica (anche se spesso di facciata e nella sua versione pauperistica, ma comunque ostile ai valori laici del liberalismo). Dunque gli italiani o votavano per una di quelle due ideologie oppure si dedicavano a “coltivare il loro giardino”, senza pensare ad altro. Se non proprio “Franza o Spagna purché se magna”, certo un popolo di filistei. Al punto che in fondo nemmeno il comunismo ha seriamente attecchito, da noi. Si è nutrito delle più plateali menzogne, delle più ingenue illusioni, fino all’implosione dell’Unione Sovietica, e poi, a poco a poco, l’abituale disprezzo per i vinti ha preso il sopravvento e il comunismo è stato dimenticato. Si è dissolto come il fascismo, senza lasciare residui, a parte il persistente utopismo.
Alcuni Paesi hanno una spina dorsale ideologica. L’Inghilterra ha la vicenda che portò alla decapitazione di Carlo I e la Francia ha la Rivoluzione Francese. Da noi l’idea di base, dopo la guerra, è stata dapprima la speranza della ricostruzione, e poi, realizzata questa (con grande merito), la speranza di un indefinito, costante miglioramento. Purtroppo un miglioramento conseguito con sempre minore sforzo, fin quasi alla gratuità. In altre parole, si è passati dalla coscienza del crollo di tutto, alla ricostruzione, al “Miracolo Economico” e infine alla sensazione che l’utopia fosse a portata di mano. L’ideologia fondante della Repubblica Italiana, da allora, è l’irrealtà.
Che di irrealtà sia piena la Costituzione si può anche comprendere. Si usciva dall’incubo e si tendeva al sogno. Gli italiani desideravano la pace, la libertà e soprattutto la prosperità nella giustizia sociale. Un paradiso in terra in cui avrebbero finalmente trovato applicazione gli ideali delle due grandi correnti che si affrontarono nella Costituente: l’utopia comunista e l’utopia cristiana. Ma forse gli stessi costituenti non immaginavano neppure che gli italiani avrebbero preso sul serio tutte le cose che avevano scritto in quel sacro testo. E invece gli italiani si sono fatta una religione di ciò che in quella legge è più fantastico. 
Non c’è nulla di male, nei sogni, se si sogna sapendo di sognare. O se si passa il tempo ad immaginare vicende meravigliose, anche nel mondo della politica. E infatti è a giusto titolo che Jonathan Swift fa parte della letteratura. Il guaio è quando si prova a realizzare i sogni. Perché normalmente, in questi casi, la realtà s’incarica di mostrarci presto e brutalmente il risultato dei conati utopici.
Normalmente, si è detto. Ma non sempre. E infatti il caso italiano è stato irrimediabilmente peggiorato da un’insolita fortuna che abbiamo scambiato per normalità. Chi per due o tre volte si butta dal primo piano, e non ne riporta brutte conseguenze, può pagarla cara se si convince che potrebbe farlo sempre, risparmiandosi la fatica delle scale. 
Mentre nel corso dei secoli l’Europa è stata pressoché costantemente teatro di guerre fratricide, dal 1945 abbiamo avuto settantatré anni di pace. Ciò fa sì che quasi nessun italiano abbia l’esperienza di una guerra e dunque non si sa più che cosa essa sia, veramente. Questo ricorrente flagello è divenuto talmente inverosimile che nessuno si mette a ridere leggendo l’art.11 della Costituzione, secondo il quale l’Italia “ripudia la guerra come mezzo per la soluzione delle controversie internazionali”. Ripudiare la guerra? E perché non anche il morbillo, la siccità oppure – voliamo più alto – l’egoismo? E che ha fatto la guerra, dopo essere stata ripudiata, si è risposata o si è ritirata in convento?
La maggior parte dei nostri compatrioti è talmente convinta che sia venuta l’era della pace universale, da reputare che le spese per armamenti siano superflue. Se non attaccheremo mai nessuno, e nessuno mai ci attaccherà, non sarebbe meglio usare quel denaro per nutrire i bambini affamati dell’Africa o per sviluppare l’auto elettrica? La verità è che questo spreco ce lo impone la Nato, cioè quei guerrafondai degli Stati Uniti. E noi obbediamo come babbei.
È un punto di vista delirante, naturalmente. Ma è impossibile convincere chi ha conosciuto soltanto la pace e non ha mai studiato storia. Le sue illusioni non sono mai state smentite dall’esperienza e dunque tende a prendere per pazzo chi lo contraddice. I più informati ci strizzano l’occhio dicendo che gli Stati Uniti hanno interesse ad averci dalla loro parte, dunque alla nostra difesa penseranno loro. Come se si potesse sempre contare sulla disponibilità altrui a versare sangue per noi, e come se si potesse essere indipendenti, in queste condizioni. 
E il peggio è che è andata così in tutte le direzioni. L’irrealtà ha sempre conquistato nuovi territori. Dopo la guerra, l’Italia lavorando duro si rialzò. Ma durò poco. Presto la legislazione parasovietica cominciò a mettere quanti più bastoni era possibile fra le ruote dell’economia capitalista e, se questa malgrado tutto per qualche tempo continuò a prosperare, fu malgrado lo Stato e grazie al fatto che gli italiani sono inventivi e capaci di non applicare le leggi. Ma lo Stato e i sindacati continuarono ad esagerare e il sistema cominciò a perdere colpi. Fu a questo punto che la politica trovò una brillante soluzione: interpretò la teoria economica di John Maynard Keynes nel senso che, spendendo stabilmente molto più di quanto si incassa, si rende prospera l’economia. 
Così, dagli Anni Settanta, abbiamo cominciato a spendere come marinai ubriachi e a far debiti. L’economia drogata bene o male ha continuato a tirare avanti ma il debito pubblico, che prima era soltanto notevole, è diventato grande, poi enorme, poi stratosferico e infine inverosimile. Cioè ha superato la comprensibilità umana. Oggi non soltanto il cittadino comune non riesce a rappresentarsi la massa di denaro che lo Stato dovrebbe restituire ai creditori, ma non riesce a rappresentarsi nemmeno la somma che paghiamo annualmente per interessi sul debito. Con l’intervento della Bce (che finirà fra non molto) paghiamo sui 60-70 miliardi annui (più o meno due o tre volte il costo del famoso “reddito di cittadinanza”) e dopo la fine del Quantitative Easing la bolletta degli interessi potrebbe salire a cento o duecento miliardi annui. Ma questo la gente lo ha considerato? E lo sa a quali guai andremmo incontro se smettessimo di pagare questi interessi? Meglio non chiedere. 
E questo non è l’unico capitolo finanziario dolente. Come ricorda Massimo Giannini sulla Repubblica del 19 marzo, è in previsione una manovra correttiva di 3-5 miliardi. Poi negli anni 2018-2019 potrebbero scattare le cosiddette “Clausole di salvaguardia” per un costo di trentadue miliardi. Infine dovremo emettere titoli pubblici per quattrocento miliardi e Giannini chiede: “I privati [visto che non lo farà più la Banca Centrale Europea] riusciranno ad assorbire il 74% nel 2018 e l’85% nel 2019” di questa somma?
Ma torniamo al passato. Con gli anni il ventaglio delle illusioni è divenuto sempre più vasto. Nel famoso Sessantotto le menti più pensose hanno scoperto che la cultura non ha bisogno di nozioni. Notizia eccellente, per gli analfabeti: significava che si può essere colti (e giornalisti, come vediamo ogni giorno) senza conoscere nulla. Poi gli scienziati di sinistra hanno scoperto che chi è bocciato ci rimane male, e la regola è divenuta che bisogna promuovere tutti. Come si vede ogni anno agli esami che concludono la scuola secondaria. Il livello culturale dei laureati naturalmente è sceso a livelli di barzelletta, ma che importa: quello che conta è il diploma di laurea, non la competenza che dovrebbe starci dietro. La scuola produce certificati.
I ricordi si affollano. Ad un certo momento un famoso leader sindacale sostenne che il salario è una variabile indipendente dai profitti dell’impresa. Quasi come sostenere che gli operai li paga lo Spirito Santo.  Né meno effetto fa ricordare che in materia di sanità lo Stato intendeva offrire il meglio, gratis, a tutti. E ora, nel Meridione d’Italia, provate a farvi curare seriamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Se siete poveri, soltanto la preghiera potrà aiutarvi.
Per decenni abbiamo avuto, ed ancora abbiamo, una miriade di leggi non scritte che sono divenute articoli di fede. Nessuno può essere licenziato, e se qualcuno lo è qualche giudice lo reintegra nel posto che aveva perduto. Le imprese devono seguire criteri morali e continuare ad operare in Italia, anche in perdita. La ricchezza moralmente è un male, e comunque, a volerla considerare un bene, il problema non è come produrla, ma come distribuirla. A produrla ci pensa quello Spirito Santo che paga i salari degli operai. E comunque, oltre che contrarre ulteriori debiti, si può sempre togliere ai ricchi ciò che hanno: si chiama tassazione progressiva e imposta “patrimoniale”. 
Gli italiani hanno smesso di desiderare le cose, si sono convinti di “avervi diritto”. Si ha diritto a tutto, al lavoro, alla casa, alla felicità. Per poi arrabbiarsi quando queste cose non si ottengono. Ma nel frattempo i diritti hanno continuato a moltiplicarsi. Tutti hanno dei diritti al di sopra degli altri cittadini (se no, che diritti speciali sarebbero?) e così abbiamo i diritti del malato, i diritti dei bambini e, ultimi arrivati, anche i diritti degli animali. Non sapevo che la mia gatta fosse laureata in legge, ma a guardarla negli occhi lo sospettavo. E se questi diritti sono violati, si organizza uno sciopero e tutto rientra nell’ordine. Gli scioperi risolvono tutti i problemi. Del resto, non abbiamo scioperato contro la guerra del Vietnam, fino a vincerla insieme con i vietcong? 
La lista delle nostre follie è troppo lunga per un paio d’articoli. Bisognerà contentarsi degli esempi fatti. La sintesi è che, per decenni, abbiamo vissuto senza tenere conto della realtà. Siamo stati convinti che basta desiderare l’ideale perché esso sia realizzabile, e che basti chiederlo allo Stato. 
L’ubriacatura e la follia sono durate a lungo. Ma poco o molto tempo dopo, arriva fatalmente il momento in cui la realtà presenta il conto. E infatti ora siamo incastrati. Siamo costretti a comportarci bene, e perfino a pagare alti interessi su un debito mostruoso. Perché l’alternativa è tremenda: rischiamo il fallimento. Ormai abbiamo cominciato a scontare la follia dei nostri nonni e dei nostri padri. Prima abbiamo consumato più di quanto producessimo, oggi la nostra economia – con sforzo di tutti gli italiani – ha un “avanzo primario”, nel senso che produciamo più di quanto non consumiamo. Ma non ne godiamo. Perché una bella fetta della ricchezza prodotta se ne va per pagare gli interessi sul debito. Con l’unico vantaggio, come detto, di non essere dichiarati falliti. 
Per giunta, non è che a suo tempo quei soldi siano stati investiti in modo produttivo, cioè in modo che potessero beneficiarne le generazioni future. Furono semplicemente sperperati. Sprecati in sussidi, opere inutili, pensioni baby e ogni sorta di follia. Insomma l’Italia somiglia a qualcuno che ha messo volontariamente il collo nel cappio di un rapinatore, senza guadagnarci nulla e senza speranza di liberarsene. 
Oggi siamo al redde rationem. E a fronte di tutto questo abbiamo almeno un popolo preoccupato? Un popolo che si aspetta il peggio? Un popolo che si chiede se almeno basterà tirare la cinghia? Neanche per idea. La gente è convinta che, se non abbiamo la pacchia del reddito di cittadinanza e un impressionante calo della pressione fiscale, è perché i nostri governanti non hanno avuto la volontà di farci avere questi benefici. Perché non hanno avuto coraggio. E allora, forza! spingiamo avanti i più giovani, i più audaci, i più retti. Il Cielo ci ha finalmente mandato degli statisti del calibro di Di Maio e Salvini.
Per anni ho commesso l’errore di reputare che il voto per il Movimento di Grillo fosse un voto di rabbia, di rancore, di protesta. Una forma di rigetto dell’establishment. Ora ho letto che, secondo le ultime indagini demoscopiche, se oggi si andasse a votare, il successo del Movimento 5 Stelle e della Lega si amplierebbe, e mi rendo conto di avere sbagliato. Ho giudicato i miei compatrioti più intelligenti di quanto fossero.
Le formazioni che oggi appaiono più appetibili sembrano quelle capaci di formulare i piani di salvataggio più radicali, le modifiche più profonde dell’assetto sociale, le resistenze più coraggiose alle regole che – crede la gente - ci sono state imposte dall’esterno. Inoltre, nel momento in cui Forza Italia e il Partito Democratico sembrano in netta perdita di velocità, la tentazione del calcio dell’asino diviene irresistibile e non si ha più paura di esprimere il proprio desiderio più profondo: l’irrealtà al potere.
Come se non bastasse, la voglia di un miracolo è incentivata da un disagio economico-sociale che non è affatto diminuito, col passare del tempo. Né si è attenuata la rabbia per l’ottimismo ufficiale, di cui Matteo Renzi fu un campione. Dunque non si tratta più di protestare. Molti pensano che ben difficilmente i nuovi politici possano far peggio dei vecchi e si rivolgono alle formazioni capaci di formulare i piani di salvataggio più radicali, le modifiche più profonde dell’assetto sociale, le resistenze più coraggiose alle regole. All’irrealtà di una palingenesi gratuita. 
Non posso che cospargermi il capo di cenere. Non avevo capito a che punto i miei connazionali fossero capaci di sognare. Consideravo i programmi del M5s talmente inverosimili ed utopici, che ho sempre interpretato il voto per quel partito soltanto come un voto di protesta, come lo sfogo di chi ormai è arrivato al livello “Sansone”, punire tutti a costo di perire con loro. E invece i miei cari compatrioti avevano preso sul serio le promesse dei Cinque Stelle. Anzi, le prendono sul serio anche nel momento in cui i “grillini” potrebbero veramente andare al governo. Sono troppo sbalordito, per essere umiliato dal mio errore. 
“Ma – mi dirà qualcuno – perché escludi i miracoli?” E sia. Crediamo pure ai miracoli. Dopo tutto io sono uno e i votanti di M5s e Lega sono milioni. Se hanno ragione coloro secondo i quali la Lega e il Movimento possono salvare l’Italia, ci godremo i mirabolanti benefici che il Paese ricaverà dalla loro azione politica. Se invece sarà il disastro, forse gli italiani impareranno che due e due fanno quattro, che chi fa debiti e non li paga si mette nei guai, che non si può vivere a spese del prossimo, che da decenni abbiamo perso la testa.
Ma sono speranze molto limitate, le une come le altre. Come credere che possa ritrovare il senso della realtà un intero popolo che è riuscito a credere di avere vinto la Seconda Guerra Mondiale, quando non soltanto l’ha persa, ma si è dovuto arrendere senza condizioni? Che non si è mai seriamente vergognato di avere dichiarato guerra alla Francia quando essa era già stata militarmente battuta dalla Germania? Che ha dichiarato guerra all’alleata Germania quando essa era già stata militarmente battuta dagli Alleati, e non avevamo nemmeno la forza di abbaiare? Quando dell’Italia all’estero si è arrivati a dire che “non conclude mai una guerra con gli stessi alleati con cui l’ha cominciata”? 
I fatti ci scivolano addosso. Acqua sulla schiena di un’anatra. Il nostro è il mondo dell’irrealtà. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 marzo 2018




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POLITICA
20 marzo 2018
PROFEZIE IMPOSSIBILI
Tutti vorremmo conoscere il futuro. Ma è una speranza ridicola. Non soltanto il futuro, non essendo stato ancora “scritto”, semplicemente non esiste. Ma, se esistesse e si potesse conoscerlo, non sarebbe valido. Ecco un esempio: se il destino (chissà che cos’è, il destino. Ma andiamo avanti) se il destino avesse stabilito che il giorno venti marzo 2018 io muoia in un incidente stradale, basterebbe che quel giorno non uscissi di casa o addirittura, per non rischiare di morire in ambulanza a causa di un malore, mi facessi direttamente ricoverare in una clinica attrezzatissima, per mettere in crisi il destino. Infatti, non morendo, ridicolizzerei il concetto di destino e, in subordine, la prevedibilità del futuro. Intendo che, se potessimo conoscere il futuro, per ciò stesso lo modificheremmo, e dunque non avremmo conosciuto il futuro. Filosofia da bar.
Purtroppo, come potremmo negare di essere ansiosi, aspettando il risultato di un’analisi clinica importante che ci riguarda? E quando si tratta del futuro politico, è come se si trattasse del nostro futuro personale, ma anche di quello dei nostri cari e dell’intera nazione. La tentazione della divinazione è quasi sempre comprensibile, meno comprensibile è che le si ceda. In altri termini, la curiosità rispetto al futuro non ci deve indurre a trasformare in previsioni i nostri desideri o le nostre paure. È proprio questo che rende fastidiosa la lettura degli articoli di giornale. Le minestre bollono ancora in pentole chiuse, e tutti vogliono già dire che sapore avranno. 
Rimane un’ultima risorsa. Se non possiamo prevedere l’esito finale di questa partita a scacchi – o meglio di poker, visto il numero dei giocatori – rimane la risorsa di provare a spiegarsi il perché di questa impossibilità. 
La favola del lupo e dell’agnello è illuminante. Se si ha una mentalità mitologica, si può benissimo immaginare che il lupo si renda conto di quanto sia ipocrita e bugiarda la sua argomentazione e dunque, pentito, chieda scusa all’agnello. Si può immaginare che dal Cielo scenda l’angelo degli agnelli e lo sottragga ai denti del lupo. Si può immaginare che una fata trasformi l’agnello in un tale corridore che il lupo non lo raggiungerà mai. Ma per una persona di buon senso queste ipotesi sono assurde. E infatti Fedro ci ricorda semplicemente che, nell’incontro tra lupo e agnello, la giustizia non conta e l’agnello finisce sempre mangiato.
Nello stesso modo, in politica le uniche previsioni che hanno qualche fondamento sono quelle basate sui rapporti di forza e sull’interesse dei protagonisti. Conosciuti questi dati, si crea il parallelogramma delle forze e la risultante indica il futuro probabile. Ciò ci spiega le incertezze attuali: se non riusciamo a prevedere il futuro, è perché i rapporti di forza sono incerti (nel senso che nessuno ha la maggioranza in Parlamento) e gli interessi non sono chiari. Così si possono costruire alcune antinomie.
Il potere, per i vantaggi che offre, è ciò cui mirano tutti i partiti. Ma in questo caso c’è il rischio che esso procuri una grande impopolarità, e così molti sono disposti a farsene carico soltanto se quei vantaggi sono veramente consistenti, in modo che il gioco valga la candela. Il M5s, per esempio, questo potere lo vorrebbe intero e incontrastato, in modo da avere la massima convenienza e la più completa libertà di manovra, nella speranza di realizzare il proprio (mitologico) programma. Per questo accetterebbe non dei soci, con cui discutere il da farsi, ma dei semplici donatori di sangue. Purtroppo, in politica i donatori disinteressati sono rari. E comunque in questo momento non se ne vedono. Il Movimento ha chiaro il proprio interesse, ma è un interesse non realistico, e finché non lo cambia, è come se non l’avesse.
Il Pd sarebbe contento di andare al potere, e sa benissimo che il M5s l’accoglierebbe a braccia aperte, se contribuisse a formare il governo. Ma, essendo il “junior partner”, avrebbe un ruolo di semplice ausiliario, e considerando la difficile situazione economica (oltre che il livello di competenza del Movimento) il rischio sarebbe di avere pochi vantaggi ed essere poi coinvolti nel disastro dell’impopolarità. E così sparirebbe dall’orizzonte politico. 
La situazione non è diversa per la Lega. 
La coalizione di centrodestra non ha i numeri per governare da sola, ha all’interno le pericolose ambizioni della Lega, e forse risulta impraticabile una formazione comprendente Lega e Pd. Infatti ambedue questi partiti rischierebbero di uscire squalificati dalla partecipazione ad un governo comune. I loro elettori li punirebbero.
In sintesi, nella situazione attuale esiste la Stella Polare dell’interesse mitologico – governare da soli e in piena libertà - ma manca la Stella Polare dell’interesse realistico. Forse, quando quest’ultimo si chiarirà, ne sapremo di più. E la smetteremo di almanaccare sulla quadratura del circolo. Attualmente la minestra non è ancora cotta.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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POLITICA
19 marzo 2018
LA SOLUZIONE DEL SIGNOR NESSUNO
L’attuale stallo politico indica che i partiti non sono ancora riusciti ad identificare i loro veri interessi. Oppure che quelli che sono riusciti ad identificarli non riescono a conciliarli con gli altri, per formare una maggioranza. Così, non rimane che aspettare. Ma mentre aspettiamo possiamo chiederci: che faremmo, al posto dei partiti?
Si può partire da una considerazione generale: che cosa ci promette il futuro? Se non ricordo male, ci è già richiesta dall’Europa una manovra da quattro miliardi per aggiustare i conti. Poi, le cosiddette “Clausole di salvaguardia” potrebbero imporci un notevole aumento dell’Iva ed altre misure che potrebbero costarci una ventina di miliardi di euro o più. Inoltre, dal momento che la Banca Centrale Europea a poco a poco diminuirà gli acquisti di titoli pubblici italiani, avremo un drammatico aumento della bolletta per interessi sul debito pubblico. E qui andiamo sulle decine di miliardi. In altre parole, mentre si parla di sussidi, regalie e sgravi di tasse, c’è da tenere presente che, anche senza la necessità di fondi per finanziare i nuovi impegni, non sapremmo dove sbattere la testa per finanziare i vecchi impegni. La pressione fiscale è insopportabile. Economicamente il Paese non riesce a scollarsi dall’ultimo posto fra le nazioni europee e insomma già non sappiamo come fare per sopravvivere. 
La verità è che da quarant’anni spazziamo la polvere sotto il tappeto. Prima abbiamo aumentato fino all’inverosimile il debito pubblico, poi abbiamo chiesto strappi alla regola, rinvii e tolleranze varie alle autorità europee, ma alla lunga tutti i nodi vengono al pettine. E questa legislatura pare proprio quella in cui incontriamo il pettine. Qualunque governo, anche a non fare nulla di nuovo, si troverà ad affrontare problemi che potrebbero obbligarlo a chiedere ulteriori sforzi a dei cittadini che già non ne possono più. E non si vede che cosa potrebbe fare per non farsi odiare a morte, pur non avendo nessuna responsabilità per quanto riguarda il passato. 
Purtroppo, nella “realtà percepita” (è di moda “percepire”), non si tratta di amministrare l’esistente. Nessuno considererebbe un notevole successo il semplice galleggiamento. Usciamo da un’accesa campagna elettorale e moltissimi elettori hanno votato per un radicale cambiamento, un new deal, un nuovo riscatto. Una ripartenza nella direzione della prosperità e della solidarietà verso i più disagiati. Basti pensare a quanto si è parlato di redditi di solidarietà, distribuiti a pioggia, che costerebbero decine di miliardi (che non abbiamo) senza considerare i costi aggiuntivi della Pubblica Amministrazione che dovrebbe amministrare quei redditi (altri miliardi). Per giunta, un partito come La Lega ha parlato di una utopica flat tax al 15% che, se fosse possibile e desse risultati positivi, li darebbe dopo anni. Magari quando il governo che l’ha voluta è già caduto. 
La sintesi è drammatica: il mantenimento dello statu quo si presenta molto difficile e per giunta gli italiani si aspettano grandi e costose riforme. Vaste programme? No, impossibile. E allora da queste premesse si può trarre una conclusione inevitabile. Chiunque andrà al governo andrà a caricarsi di una impopolarità devastante e la pagherà carissima. Più cara di tutti la pagheranno quelli che hanno fatto le promesse più allettanti: infatti cumulerebbero l’impopolarità dei provvedimenti resi necessari dai “nodi che vengono al pettine” e quella delle promesse non mantenute. 
Dunque il Pd ha assolutamente tutto l’interesse a rimanere all’opposizione. Lucrerà così il vantaggio di non essere colpevole dell’azione di governo e quello di sottolineare che, essendo un partito serio, non aveva fatto promesse mirabolanti.
Forza Italia e Fratelli d’Italia avrebbero interesse a riconoscere che nel centrodestra il massimo vincitore è Salvini e per questo merita di andare al governo. Dunque, dimostrando disinteresse e magnanimità, in nome del dovere di dare una guida al Paese, i due partiti “non vincenti” dovrebbero invitare la Lega ad andare al potere insieme con il M5s, mentre il centrodestra, in occasione della fiducia, generosamente si asterrebbe. 
Così si manderebbero Lega e Movimento a raccogliere la tempesta che hanno seminato. E probabilmente si avrebbe un successo quando, ben prima della fine della legislatura, si dovesse tornare a votare. Purtroppo non è sicuro che Salvini sia abbastanza stupido per andare al governo coi “grillini”. Anche se l’esperienza insegna che, puntando sull’imbecillità del prossimo, ci sono molte più probabilità di vincita che putando sulla sua intelligenza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 marzo 2018




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18 marzo 2018
DA VICINO: IL REDDITO DI CITTADINANZA

Anche chi si fa un punto d’onore del realismo, a volte può confessare di avere “fede in qualcosa”. E non gli si può obiettare che l’amore della realtà è in contraddizione col concetto di fede: infatti potrebbe rispondere che il realista è qualcuno che ha “fede nella realtà”. Logomachie a parte, si tratta di sapere se un principio generale è fondato o no sull’esperienza. Ed io personalmente ho fede in questo, che ogni volta che lo Stato spende di più per un’iniziativa non strettamente necessaria, la nazione ci perde. Per esempio, la spesa mensile per stipendi e pensioni non è facoltativa: dunque è fuori discussione. Come non è facoltativa la spesa per armamenti, nella misura in cui i competenti la reputano necessaria. Viceversa sono iniziative dissennate e costose la concessione di sussidi (Berlusconi aveva proposto il reddito alle mamme in quanto tali), gli ottanta euro di Renzi, il salvataggio di imprese decotte, gli investimenti industriali di Stato. Che cosa mi rende sicuro di tutto ciò? Semplicemente l’esperienza. E a chi fosse di parere diverso dico: “Congratulazioni. Vedo che sei giovane”.
Per questi motivi bisogna essere assolutamente contrari al reddito di cittadinanza. Ed anche al reddito di dignità di Berlusconi, a quello di “inclusione”, non so di chi, e a tutti gli altri dello stesso genere. Ma poiché non sono un’autorità, in economia, faccio riferimento al parere di un signore che si veste in modo fin troppo estroso, ma il cui pensiero è perfino più lucido della sua calvizie: Oscar Giannino.
Il reddito di cui parlano i “grillini” va finanziato e Giannino sostiene sul “Messaggero”(1) che l’Europa ci ha concesso già parecchio, in materia di “sforamenti”, ed è ben poco probabile che sia ancora disposta a farlo. Inoltre, ci grava sulla testa la minaccia dell’esborso di 31 (dicesi trentuno) miliardi per le cosiddette “clausole di salvaguardia”, “pesante eredità del governo Renzi”. Questo vale per ogni genere di sussidio, ma Giannino passa poi ad enumerare le obiezioni che si possono muovere al reddito di cittadinanza in particolare. 
Per cominciare, la sostenibilità economica. L’Inps di Tito Boeri parla di trenta miliardi, il Movimento ha parlato di coperture per venti miliardi (“parecchio arrampicate sugli specchi”, dice Giannino) ma soprattutto c’è un problema: “Come imputare i redditi immobiliari rispetto al calcolo della povertà relativa”? Faccio un esempio. Due operai hanno un reddito netto mensile di mille euro, ma uno vive in casa propria e uno in casa d’affitto. Se li consideriamo economicamente uguali, commettiamo un’ingiustizia. Se invece sottraiamo dal reddito dell’operaio che non possiede la casa 350 euro (quella casa è dunque più o meno un tugurio) il suo reddito scende a 650 euro mensili, che lo pongono in tutt’altra classe di reddito. Ebbene, sostiene Giannino “se sottraessimo al reddito disponibile delle famiglie anche gli affitti pagati, l'onere del reddito di cittadinanza potrebbe salire fino ai 45 miliardi di costo, sempre secondo il prof.Roberto Perotti”. Domanda: l’Italia può permettersi un esborso annuo aggiuntivo di quarantacinque miliardi?
Il reddito di cittadinanza avrebbe effetti negativi sul mercato del lavoro. Per cominciare, in parecchi casi il reddito che si potrebbe ottenere lavorando non è lontano da quello che si avrebbe non lavorando. Inoltre e soprattutto, il sussidio fa aumentare il lavoro nero. Infatti molti lavoreranno in nero per cumulare l’assegno e il reddito esentasse. Tutto ciò “creerebbe in realtà assai meno occupati reali aggiuntivi di quanto si dica”.
Ulteriore incognita è costituita dalla possibilità di rifiutare il lavoro offerto dal Centro dell’impiego. “Se l'offerta è relativa a un'occupazione il cui reddito non sia almeno l'80% di quello conseguito nella mansione precedente, o se il posto di lavoro non è entro i 50 chilometri di residenza”. E una scusa si trova sempre. Fra l’altro, è previsto che il cittadino perda il sussidio se nei colloqui con i funzionarti del Centro si comporta con dolo “comprovato”. E giustamente chiede l’economista: come faranno i funzionari a dimostrare quel dolo?
Infine “l’autosostenibilità”, cioè un tale miglioramento dell’economia nazionale che il reddito di cittadinanza si ripagherebbe da sé. Sogni, ovviamente. “E' la solita storia del miracoloso moltiplicatore keynesiano”, scrive Giannino, “mentre lo stesso Keynes pensava al deficit solo in periodi di recessione per poi riaggiustare a pareggio la finanza pubblica quando c'è la ripresa”. Senza dire – aggiungo – che le malintese politiche economiche keynesiane sono quelle che ci hanno portati al debito pubblico che abbiamo e alla crisi da cui gli altri sono usciti, e noi no. 
Giannino dice ancora altre cose, ma a me basta ciò che è stato qui sottolineato.  Rimane ribadito il principio che è meglio rigettare ogni generosità di Stato. Come diceva Laocoonte, “Timeo Danaos et dona ferentis”, certi regali sono troppo pericolosi, per accettarli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16  marzo 2018.
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=365944476_20180314_14004&section=view


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Oscar Giannino - Ricetta cinquestelle
Non ci sono solo le alchimie declinate dai leader di tutti i partiti dopo la conta dei voti: alchimie che sin qui testimoniano in controluce soprattutto una gran voglia di star lontano dal governo e lasciare il compito scottante ad altri, anche se si dice tutto il contrario da parte di Salvini come di Di Maio, sognando impossibili esecutivi solo della propria parte. II realtà, ciascuno vorrebbe soprattutto esser libero di continuare a far campagna elettorale, fino alle prossime elezioni anticipate. Ci sono però anche i problemi concreti. L'irrigidimento eventuale del commercio mondiale sotto il pugno dei dazi di Trump, che ieri ha anche allontanato il segretario di Stato Tillerson, per nulla convinto di guerre commerciali e muscolarismi militari. Il complicato quadro europeo, sulla cui nuova governance grava lo spettro di un rinvio delle decisioni rispetto al calendario che le prevedeva entro giugno. I costi ancora ignoti della Brexit e il documento firmato da nove Paesi membri della Ue contro la linea Macron-Merkel, in aggiunta alle obiezioni del blocco est-europeo di Visegrad, rendono la partita molto più complessa del previsto. Continua a pag. 22 segue dalla prima pagina Insomma non è aria di grandi favori alle pretese italiane - condivise da destra a sinistra - di sfondare i tetti di riduzione del deficit, che già l'Europa ci ha concesso in 3 anni di diluire di oltre 2 punti di Pil. E all'orizzonte ci sono due leggi di bilancio, per il 2019 e il 2020, su cui per far quadrare i conti gravano ben 31 miliardi di clausole automatiche di aumento di Iva e accise: la pesante eredità del governo Renzi. Definirlo un sentiero stretto per l'Italia è un'espressione fin troppo misurata. Anche se ai partiti, a nessuno di loro, spiace sentirselo dire. A parole, hanno tutti abolito le regole europee, anche se a nessuno in Europa passa per la mente di farlo. Ieri per esempio alla stampa estera Di Maio ha detto che ci sarebbe un accordo evidente in Europa a far saltare il tetto del 3% di deficit. Da dove ricavi tale convinzione, impossibile dirlo. Semplicemente perché non è vero. Motivo in più allora per riprendere in mano il cavallo di battaglia dei Cinque Stelle, il reddito di cittadinanza, che in queste settimane ha visto ulteriormente chiarire alcuni dei suoi punti cardine. A dire il vero, senza che ne risultino affatto attenuate le incognite. 
Prima incognita: la sostenibilità. Quanto cosa davvero, il reddito di cittadinanza calcolato secondo le medie di povertà relativa Eurostat, molto più elevate di quelle italiane di povertà relativa e assoluta, cioè tale da garantire 760-800 euro al mese euro a individuo e, adottando le scale di equivalenza per componenti familiari, la bellezza di 1706 euro al mese a una famiglia di due adulti con due figli sotto i 14 anni? Ripartiamo di qui. L'Inps guidato da Tito Boeri ne ha calcolato il costo in 30 miliardi di euro, e i Cinque Stelle hanno indicato coperture teoriche per 20 miliardi, parecchio arrampicate sugli specchi a giudizio del professor Roberto Perotti. . Resta ancora irrisolto il punto essenziale di come imputare i redditi immobiliari rispetto al calcolo della povertà relativa: i Cinque Stelle non ne hanno mai fatto cenno, ma se sottraessimo al reddito disponibile delle famiglie anche gli affitti pagati, allora l'onere del reddito di cittadinanza potrebbe salire fino ai 45 miliardi di costo, sempre secondo Perotti. 

Seconda incognita: la trappola della povertà. Calato in una realtà italiana nella quale attualmente in moltissime province del Mezzogiorno la percentuale di occupati va dal 37 al 42% rispetto al 64-72% del Nord, 
l'effetto del reddito di cittadinanza sul mercato del lavoro reale è triplice. Abbassa il livello delle retribuzioni reali invece di innalzarle, fino a poco sopra la soglia di non convenienza per restare beneficiari del pingue sussidio pubblico. Alimenta certamente il lavoro nero, per continuare a beneficiarne senza superare il tetto sotto il quale viene corrisposto il beneficio. E di conseguenza, malgrado il reddito di cittadinanza sia vincolato all'iscrizione presso i Centri dell'Impiego e ad accettarne le proposte di riavviamento al lavoro, creerebbe in realtà assai meno occupati reali aggiuntivi di quanto si dica.
Terza incognita: la falsa condizionalità. La pretesa sottoposizione al vincolo della rioccupazione, cioè la mancata corresponsione del reddito di cittadinanza al terzo diniego di lavoro offerto dai Centro dell'impiego, appare come una buona cosa, ma a un esame spassionato non regge. Se l'offerta è relativa a un'occupazione il cui reddito non sia almeno l'80% di quello conseguito nella mansione precedente, o se il posto di lavoro non è entro i 50 chilometri di residenza, il percettore del reddito di cittadinanza può dire no tutte le volte che vuole senza perdere il beneficio. Che si perde nel caso invece se a giudizio del Centro dell'Impiego vi sia un dolo comprovato nel sostenere i tre colloqui previsti al fine di ottenerne un esito negativo: auguri ai dipendenti del collocamento pubblico, nel provare il dolo di chi sostiene i colloqui.  Le parole di Di Maio in campagna elettorale sui 2,1 miliardi da investire nei Centri dell'Impiego "perché quelli di Trento non dialogano con quelli di Napoli", sono una battuta a effetto: se il lavoro offerto non è entro i 50 chilometri, il beneficiato pubblico resta tale se rifiuta e continua a incassare senza lavorare. 
Quarta incognita: l'autosostenibilità. Le dichiarazioni del designato ministro del Lavoro pentastellato, Pasquale Tridico, hanno chiarito che a giudizio del movimento la misura sarebbe in effetti autosostenibile, perché il suo vero fine non è nemmeno tanto quello del lavoro aggiuntivo, bensì della crescita del Pil grazie al moltiplicatore dei 30 miliardi che verrebbero corrisposti, in termini di maggior consumi e dunque crescita del Pil. E' la solita storia del miracoloso moltiplicatore keynesiano, da sempre considerato superiore all'unità da parte di chi indica per la crescita la via del deficit pubblico sempre, anche quando il Pil cresce, mentre lo stesso Keynes pensava al deficit solo in periodi di recessione per poi riaggiustare a pareggio la finanza pubblica quando c'è la ripresa. Sarebbe giusto a questo punto sviluppare un lungo ragionamento sulle serie storiche della spesa pubblica, che ha effetti diversi sulla crescita a seconda della produttività ed efficienza dell'allocazione nei diversi Paesi della spesa pubblica stessa. Da noi è comparativamente molto inefficiente: ma in ogni caso credere che 1 euro di spesa corrente sia eguale ad almeno 1 euro di crescita è contraddetto dai dati. E comunque quella più produttiva è la spesa in investimenti (anche qui: non sempre) non certo quella in spesa corrente. 
Quinta incognita: l'ok europeo. Sempre grazie al candidato ministro Tridico abbiamo compreso che in realtà il reddito di cittadinanza per i Cinque Stelle miri non tanto a creare lavoro e nemmeno a crescita record da maggior spesa in deficit, ma addirittura a risultare sostenibile secondo le stesse regole del rientro del deficit europee. La gabola funziona così: poiché 1 o forse 2 milioni di italiani si iscriverebbero per ottenere il reddito di cittadinanza ai Centri dell'Impiego, passerebbero dalla colonna degli inattivi a quella degli attivi che cercano lavoro. Ergo si alzerebbe il prorotto potenziale italiano, e di conseguenza si amplierebbe il differenziale tra quel maggiore prodotto potenziale e la crescita reale italiana: cioè il cosiddetto output gap. Siccome il calcolo europeo del deficit ammesso, corretto per il ciclo, si fa tenendo conto appunto dell'output gap, ecco che miracolosamente l'Europa ci accorderebbe senza problemi il maggior deficit per finanziare il reddito di cittadinanza. Un vero gioco di prestigio: allo stato degli atti, peccato che sia totalmente infondato credere di poter gabbare così l'Europa. 
Fermiamoci qui. Con ogni probabilità i prossimi mesi vedranno i partiti continuare a parlare in libertà come in campagna elettorale. Poi sarà la realtà, a prendersi come sempre la sua brusca rivincita. Richiamando tutti al rispetto dei vincoli che oggi fa a tutti comodo ignorare. Irresponsabilmente.




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POLITICA
17 marzo 2018
FOLLIE DI GIORNALISTI E DI POLITICI
mmaginiamo di nuotare in un fiume. Per sapere dove approderemo bisogna tenere conto della velocità della corrente, delle nostre capacità atletiche e di altro ancora: ma una cosa è sicura, bisogna tenere la testa fuori dall’acqua. Nello stesso modo, nelle discussioni politiche, i dati da tenere presenti sono numerosi e a volte contraddittori, ma anche quando dicono tutti la stessa cosa ciò non significa che ci se ne possa fidare. Diversamente, vivendo sotto Stalin o sotto Hitler, avremmo dovuto pensare il massimo bene di questi due gentiluomini, perché i media del tempo non facevano che lodarli.
È vero che in democrazia la pluralità di testate e di partiti garantisce la varietà delle opinioni, sicché la stampa nel suo complesso potrebbe essere affidabile. Ma anche qui bisogna rimanere all’erta. Ad esempio, quando un giornalista non vuole ripetere il cognome “Berlusconi”, perché occhieggia dalla riga precedente, ecco che vien fuori l’espressione: l’“ex cavaliere”. Ebbene, non è affatto vero che a Berlusconi sia stato tolto il titolo di Cavaliere del Lavoro. Chi non ci crede si informi. Come può avvenire una cosa del genere? Semplice: spirito gregario e mancato controllo delle affermazioni. Superficialità o malevolenza. Moltissimi del resto sono convinti che la capitale di Israele sia Tel Aviv (perché così piace pensare agli arabi); che gli americani siano stati battuti militarmente in Vietnam (mentre hanno soltanto abbandonato la partita) e perfino che i nostri partigiani abbiano vinto i nazisti, scacciandoli dall’Italia. E, come diceva qualcuno: “Se siete capaci di credere questo, siete capaci di credere qualunque cosa”.
L’ultima moda di questi giorni è quella di dichiarare senza attenuazioni che le elezioni sono state vinte dal M5s e dalla Lega, mentre Berlusconi è stato sconfitto e il Pd è scomparso. Più o meno il 40% della verità. È vero, il M5s è stato il partito più votato, ma non ha “vinto le elezioni”, se per vincere si intende divenire maggioranza, come avviene in Inghilterra col sistema bipartitico. Ha soltanto avuto un gran successo, congratulazioni, ma ciò non significa né che avrà la maggioranza in Parlamento, né, soprattutto, che abbia “diritto” ad averla. 
Anche la Lega ha avuto un grande successo, ma l’ha avuto all’interno di una coalizione. Dunque o ha vinto l’intera coalizione o non ha vinto la Lega. Quel partito ha avuto un impressionante aumento dei consensi ma l’ha avuto insieme con Forza Italia e Fratelli d’Italia. I quali dunque non sono affatto sconfitti. Senza dire che, in caso di rottura fra Lega da una parte e gli altri due partiti dall’altra, i più forti sarebbero gli ultimi due. 
Quanto al Pd, è bene andarci piano. Nel lontano 1993, Occhetto comprensibilmente reputò (perché era ciò che pensavano i giornali, all’unanimità) che avrebbe vinto le elezioni, e invece le perse. Perché aveva commesso l’errore di pensare che, morendo la Democrazia Cristiana, fossero morti anche gli anticomunisti. Nello stesso modo, il Pd ha avuto una brutta botta, ma se i 5 Stelle andassero al governo, e deludessero, a chi tornerebbero molti dei voti in uscita dal Movimento, se non al partito da cui si dice provengano? Il Pd non è affatto morto. Ha una lunga storia, quasi centenaria, ha i suoi quarti di nobiltà e incarna un’idea che ha grandi radici, nel Paese.  Dunque è bene andarci cauti, con i de profundis, con lo spirito gregario e con l’applauso al carro del vincitore. Se qualcosa è detta da tutti, ciò non significa che non possa essere una baggianata grossa e fragile come la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto.
Purtroppo, a questo azzardato trionfalismo sta cedendo anche Salvini. Si comporta come se veramente fosse il personaggio descritto dai giornali. Irrita Berlusconi e dimentica che ciò porta male: il vecchio leader non fa la faccia feroce ma ha tagliato a pezzi parecchi nemici. La lista di coloro che hanno sognato di eliminarlo e hanno fatto una brutta fine è lunga. Forse, per scaramanzia, Salvini farebbe bene a “mettere dell’acqua nel suo vino”, come dicono i francesi. 
Già l’idea di andare a trattare praticamente da solo per le presidenze di Camera e Senato è stata un’idea balorda, soprattutto dal momento che il voto è segreto, ed è possibile che anche i meno coraggiosi esprimano in quell’occasione il loro risentimento. Insomma, potrebbe andargli bene e potrebbe andargli male: ma vale la pena di rischiare, soltanto per comportarsi in modo arrogante? La vicenda di Matteo Renzi non ha dunque insegnato niente?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 marzo 2018




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POLITICA
16 marzo 2018
L'AZZARDO DELLE ELEZIONI ANTICIPATE
I proverbi non sempre dicono la verità. Del resto non potrebbero, dal momento che alcuni sono anche contraddittori: “Meglio soli che male accompagnati” o “L’unione fa la forza”? Ma quando lo stesso proverbio esiste in più lingue, sempre con la stessa sostanza, è il caso di pensare che sul suo contenuto ci sia un universale consenso. Per esempio, “Meglio l’uovo oggi che la gallina domani” in francese diviene “Un tiens vaut mieux que deux tu l’auras” (un eccotelo vale più di due l’avrai). E ancora, in inglese “A bird in the hand is worth two in the bush” (un uccello in mano ne vale due nel cespuglio), in spagnolo, “Más vale pájaro en man que cien volando (un uccello in mano vale più di cento che volano) ed in tedesco, “Ein Spatz in der Hand ist besser als eine Taube auf dem Dach” (un passero nella mano è meglio di una colomba sul tetto).
Insomma una persona prudente ci pensa due volte, prima di giocarsi l’uovo. Ecco perché il comportamento del M5s e della Lega può stupire. Ambedue questi partiti attualmente tirano tanto la corda da far pensare a molti commentatori che in realtà vogliono tornare alle urne. Il Movimento avrebbe la speranza di conquistare da solo la maggioranza e la Lega, quanto meno, quella di inglobare i residui voti di Forza Italia. Fino a divenire da solo l’alternativa di destra. I moderati, pensando alla necessità di avere un governo, biasimeranno questi comportamenti, ma dopo tutto Machiavelli è un nostro compaesano. Rimane però legittimo chiedersi se veramente i calcoli dei due partiti siano plausibili.
Il M5s è stato reso arrogante e audace da un’affermazione superiore alle aspettative. Prima, quando parlava di ottenere il 51% dei voti, sapeva di indicare una soglia assurda. Ora, mostrando il suo 33%, può dire: “Amici, ce l’abbiamo quasi fatta. Suvvia, ancora uno sforzo, e vi apriremo le porte del Paradiso Terrestre”. Ma c’è qualcosa cui forse i “grillini” non hanno pensato.
Un partito può vincere perché gli elettori vogliono che governi, ma può anche avere successo perché gli elettori non pensavano che potesse averlo. Votando per esso in realtà hanno votato “contro” qualcun altro, o contro l’establishment. Ma se si vota poco tempo dopo, il dubbio può essere chiarito dagli elettori in un senso o nell’altro portando a una maggiore affermazione o a un tracollo.
Fino alla metà degli Anni Settanta i comunisti non facevano che aumentare i consensi, tanto che alla fine furono sentiti da tutti come a un passo dall’andare al governo. Fu la volta in cui Montanelli disse: “Turatevi il naso e votate Dc”. E infatti in quelle elezioni la Democrazia Cristiana ricevette anche i voti di persone che mai l’avevano sostenuta prima. E mai l’avrebbero fatto, dopo. Così da quel momento il Pci imboccò la parabola discendente. 
Il M5s ha come asso nella manica il fatto che dà voce alla protesta. Ma si può essere sicuri che i voti “contro tutti” si trasformeranno nei voti “a favore del Movimento”? Potrebbe anche avvenire che molti di quelli che prima hanno votato Grillo per protestare, ci penseranno due volte quando si tratterà di affidare il Paese a improbabili dilettanti come Luigi Di Maio, con programmi come il reddito di cittadinanza e una politica di deficit spending. 
Né le cose vanno meglio per la Lega. Il suo successo è ovviamente dello stesso tipo di quello del M5s e ne condivide i difetti. Per giunta, a forza di esagerare, Salvini ha danneggiato la propria posizione all’interno del centrodestra e così, per cominciare, potrebbe anche non riformarsi l’attuale coalizione. Forza Italia potrebbe giocarsi il tutto per tutto e decidere di rimpannucciarsi da sola o sparire. Oppure, pur formandosi la coalizione, la campagna elettorale potrebbe essere spesa a dimostrare che la Lega, pure alleata, è un partito inaffidabile e dal programma inapplicabile. Lo slogan dei berlusconiani potrebbe essere: “Se non volete cadere nelle mani di incompetenti irresponsabili, votate per noi”. Come escludere che questo discorso risulti convincente? 
Fra l’altro, nel momento in cui si rivotasse, potrebbe avere influenza sul voto ciò che sarebbe avvenuto da oggi ad allora. Se dal ritardo nella costituzione del governo derivassero gravi problemi economici per l’Italia, o se si verificassero difficili congiunture economiche anche per mancanza di un governo in carica, gli italiani potrebbero darne la colpa ai partiti che sono stati a un passo dal potere e non l’hanno voluto perché lo volevano ancora più grande. Gli uccelli nel cespuglio saranno pure due e saranno belli, ma potrebbero volar via.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 marzo 2018




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POLITICA
15 marzo 2018
LE RAGIONI DELLA DISFATTA DEL PD
Si può attribuire a Matteo Renzi la responsabilità della batosta inflitta al Pd? Una risposta netta, tipo sì o no, non potrebbe che essere sbagliata. Nessuno può dire che gli uomini non abbiano influenza sugli avvenimenti, ma è anche vero che, quando la storia mostra una sorta di irresistibile tendenza verso un certo esito, gli uomini divengono pressoché ininfluenti. Gli imperatori romani della decadenza non furono certo fior di statisti, ma il fatto che sembrino invariabilmente mediocri, quando non pessimi, indica che il problema di come salvare l’Impero Romano era al di là delle loro possibilità. Forse delle possibilità di chiunque. 
Oggi l’impressione generale è che i partiti di sinistra siano in ritirata in tutta l’Europa. Le difficoltà della Spd tedesca, come pure quelle dei socialisti in altri Paesi, per non parlare del tracollo francese, sono significative. Dunque, forse, il primo problema da risolvere non è il caso particolare dell’Italia, ma quello dell’intera Europa. E al riguardo si possono soltanto azzardare delle risposte. 
Per cominciare, i partiti di sinistra hanno avuto a lungo il potere, in molti Paesi, e ciò potrebbe averli logorati. Questo soprattutto perché abbiamo vissuto e viviamo una lunga e dolorosa crisi economica, che dura da un decennio, aggravata dall’illusione, coltivata da molta gente, che i politici potessero risolverla. 
Inoltre in origine i partiti socialisti erano i partiti degli ultimi, degli operai o, per usare il loro linguaggio, del proletariato. Ma il proletariato oggi quasi non esiste più, né culturalmente né economicamente. Inoltre l’implosione dell’Unione Sovietica ha mostrato l’ampiezza del disastro economico che può provocare il sistema marxista, e questo ha minato irrimediabilmente la credibilità della sinistra. Infatti, se i partiti socialdemocratici sono riusciti a stento a sopravvivere, quelli comunisti sono semplicemente morti.
E tuttavia, a poco a poco, gli stessi partiti socialdemocratici hanno cominciato a soffrire dello scontento provocato dall’ampliamento dell’intervento dello Stato nella vita sociale. Quell’intervento ha comportato una fiscalità soffocante e un’insoddisfazione accentuata dalla cattiva qualità dei servizi dello Stato. Soprattutto nell’Italia meridionale.
Forse ci saranno altre cause, magari più importanti, ma ciò che è sicuro è che, a poco a poco, l’elettorato è divenuto sempre più arrabbiato, sempre più disamorato del sistema democratico – cosa dimostrata dalla progressiva astensione elettorale – e sempre più insofferente dei suoi politici. Come se tutto fosse colpa loro.
Il risultato è che la gente si è volta verso gli estremisti. Gli ingenui hanno creduto che potessero mantenere le loro strabilianti promesse, i disperati hanno sperato che almeno buttassero tutto all’aria. Tutto questo – dirà qualcuno - spiega il successo del M5s e della Lega, ma non le proporzioni dell’insuccesso del Partito Democratico. 
Effettivamente, che arretrasse, dopo cinque anni di governo e vista la tendenza europea, era ovvio e naturale. Che la sconfitta si tramutasse in disfatta no. E qui si viene a Renzi e al gruppo dirigente del partito.
Il Pd non ha soltanto sbagliato campagna elettorale, ha sbagliato atteggiamento nei confronti della gente, e per troppi mesi. Il popolo soffriva molto di una crisi che non finiva mai, che era la più grave d’Europa, e il Primo Ministro continuava a manifestare un ottimismo senza ombre che in qualche caso appariva provocatorio, se non irridente. E poi, tutti erano allarmati dall’alluvione di immigrati, e il partito continuava a predicare “il dovere dell’accoglienza”, “la solidarietà umana”, lo “ius soli” e cose del genere. In altri termini, il partito ha seguito la Stella Polare delle sue tradizioni e dei suoi ideali, ignorando l’irrefrenabile crisi di rigetto della gente. Personaggi come la Boldrini sembravano inventati apposta per rendere la sinistra indigeribile. E infatti il vento del socialismo e dell’antirenzismo - che avrebbe dovuto gonfiare le vele dei fuorusciti del Pd - non li ha affatto premiati. 
A tutto questo si è aggiunto il comportamento di Renzi. In primo luogo, ha irritato l’elettorato a forza di vantare sé stesso. E questo si è visto il 4 dicembre del 2016. Inoltre, essendo un personaggio quanto mai divisivo, ha fatto vedere il partito come una cricca di galli che si beccavano l’un l’altro, concentrati su sé stessi e dimentichi del popolo. Quasi che questo avesse il dovere di votarli a prescindere. Renzi non ha reso antipatico soltanto sé stesso: ha reso antipatico anche il suo partito. E questo ha contribuito alla discesa agli inferi. 
Matteo Salvini, che magari sarà meno provocatorio e insultante di Renzi, è più rozzo di lui e in qualche caso persino più urtante. Il suo messaggio è sommario, manicheo, azzardato e per nulla plausibile. Ma è in linea con quello che la gente mormora, a cena, mentre guarda il telegiornale. Salvini ha sposato i pregiudizi del popolo, non quelli degli intellettuali, e se ne è fatto orgogliosamente portavoce. Non ha mai temuto di esagerare e perfino di dire enormi sciocchezze, tanto da riuscire a fare concorrenza al M5s. Il suo successo, il successo del M5s e il numero degli astenuti dimostrano un imbarbarimento della vita politica. 
Una volta i braccianti, nelle sezioni del Pci, discutevano del plusvalore, oggi distinti professionisti del Sud Italia votano per i “grillini”, nella speranza che sfascino tutto. Il presente è caratterizzato da atteggiamenti insieme infantili e violenti, e le soluzioni proposte sono mitologiche e disastrose.
Non sono sconfitti soltanto Renzi e il Pd, è sconfitta la politica. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 marzo 2018




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POLITICA
14 marzo 2018
IL SENSO DI RESPONSABILITA' NAZIONALE
L’attuale situazione politica è di stallo e prevedibilmente per parecchie settimane sarà un’occasione per parlare del “senso di responsabilità nei confronti della nazione”. Si tratta di un bel concetto. Se fosse un oggetto, lo terremmo in salotto, perché gli ospiti lo ammirino. Ma bisogna sapere di che parliamo.
Il senso di responsabilità nei confronti della nazione (che ora indicheremo con “responsabilità”) potrebbe essere “la disponibilità a fare qualcosa che è contro i nostri  interessi, ma nel contempo è talmente necessaria alla collettività, da pesare più dei nostri  interessi, dei nostri principi, e di ciò che si era deciso di fare”. Ne discenderebbe che chi manca di tale “responsabilità” non è un patriota, è anzi un egoista da ricordare con biasimo e disprezzo. Malauguratamente, in questo come negli altri casi, il diavolo si nasconde nei particolari. 
Il primo problema è costituito dall’identificazione del bene nazionale. Infatti, perché si possa biasimare qualcuno per non aver fatto il bene della nazione, bisogna che l’accusato riconosca che quello che non ha fatto corrispondeva appunto al bene nazionale. E che cosa gli impedirebbe di sostenere che sarebbe stato meglio far altro, o addirittura l’opposto? Non potrebbe a sua volta accusare gli accusatori, sostenendo che volevano indurlo a danneggiare la collettività?
Se tutta questa è teoria, abbiamo sottomano un caso pratico. L’Italia ha votato e, oggi come oggi, non si sa come costituire un governo. Ma – riconoscono tutti – un governo è sempre necessario. E allora la “responsabilità” dovrebbe indurre tutti a rinunciare alle loro posizioni per varare un esecutivo purchessia, perfino con un compito limitato come votare una diversa legge elettorale (ma quale?) per poi tornare alle urne. Il punto però è: tutti i partiti sono disposti a rinunciare almeno a parte delle proprie posizioni?
Prendiamo il M5s. Luigi Di Maio ha detto che, dal momento che il Movimento ha avuto i maggiori consensi, qualunque governo che non lo comprenda sarebbe un attentato alla democrazia. Ovviamente è una baggianata. È ovvio che è legittimo qualunque governo, comunque composto, che ottenga la fiducia delle Camere. Ma non importa. Vediamo piuttosto il senso che egli attribuisce alle sue affermazioni. 
Il M5s, a suo parere, ha il diritto di star fermo, in attesa che gli altri partiti gli forniscano, per “responsabilità”, i voti che gli mancano in Parlamento. Così potrà ottenere la fiducia e governare. E intanto Di Maio non promette di concordare il programma, non promette posti di governo, non promette vantaggi di nessun genere. Questi sarebbero inciuci indegni di lui, mentre gli altri tendono a considerarli sintomi di uno straordinario egoismo. Insomma gli altri (per “responsabilità”) dovrebbero trasformarsi in donatori di sangue mentre quel Movimento, dal suo lato, non si impegna nemmeno a dire grazie. Questo è ovviamente un caso talmente inverosimile, che non val la pena di occuparsene. Almeno finché i termini dell’offerta sono questi.
Volendo riprendere il problema in generale, il punctum dolens del problema della responsabilità” è il quantum di sacrifici richiesto ad ognuno. L’ideale sarebbe che i sacrifici fossero equamente suddivisi, ma come ottenerlo? Infatti, a parte le persone in malafede, anche ad essere in buona fede, è difficile valutare i sacrifici. Ognuno vede grandi quelli che gli sono richiesti, perché li paga, e piccoli gli altrui, perché li pagano gli altri. Perfino chi è disposto (a suo parere) a cedere più degli altri, rimane col dubbio di essere stato malamente imbrogliato da chi ha fatto meglio i propri interessi. Questo sospetto può spingere anche un galantuomo ad essere esoso, più per paura di comportarsi da stupido che per interesse.
Il negoziato somiglia molto da vicino ad una compravendita. Il venditore cerca di ottenere il massimo prezzo, il compratore cerca di pagare il minimo prezzo, e alla fine, quando l’affare si fa, tutti e due sono spesso convinti che forse hanno sbagliato a dire di sì. Forse, resistendo un po’ più a lungo, avrebbero potuto ottenere ancora qualcosa. E tuttavia questo rimane il modo migliore di avvicinarsi al “giusto prezzo”.
Anche nel caso della “responsabilità”, tutti cercano di pagare il minimo prezzo, e poiché quello che non pagano loro devono pagarlo gli altri, il risultato è la trattativa, come nella compravendita. E allora bisognerebbe essere realisti. Se il bene della nazione si può fare soltanto con un negoziato, invece di mettere sul tavolo la “responsabilità”, cioè un dovere della generosità che lascerebbe tutti scontenti, tanto vale rassegnarsi: si tratta di un normale negoziato, e dunque si discutano apertamente i vantaggi e gli svantaggi che ciascuno può ottenere dalla partecipazione al governo. Sulla base dell’interesse, e nella chiarezza, un accordo si può trovare. Viceversa, sulla base della virtù è più difficile, e c’è perfino il rischio che venga penalizzato colui che meno se lo meritava.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 marzo 2018




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POLITICA
13 marzo 2018
COREA DEL SUD: SI VIS PACEM
George Friedman ha scritto un bell’articolo(1) sulla crisi nordcoreana, e sulla possibilità di un incontro tra il presidente Trump e il giovane tiranno Kim Jong-un. Lo tradurrei, se non sapessi quanto poco interessi la politica internazionale. Ne riassumo alcuni punti.
Per gli Stati Uniti è impossibile distruggere con l’aviazione tutti i siti nucleari nordcoreani o, almeno, essere sicuri di averli distrutti tutti. Inoltre i nordcoreani hanno schierato lungo la frontiera col Sud una tale quantità di cannoni che, anche a distruggerli in gran parte (ma ci vorrebbero giorni) non si potrebbe escludere un grande numero di vittime nella vicina Seul. La zona ha una popolazione di circa venticinque milioni di abitanti e il rischio è inaccettabile.
La Corea del Nord sembra avere sospeso (da novembre) il lancio e il perfezionamento dei missili e gli Stati Uniti – non potendo essere sicuri del successo di un’azione militare, e non potendo far correre alla Corea del Sud il rischio di enormi massacri e grandi distruzioni - potrebbero accontentarsi di questo risultato. Se venisse mantenuto. E nulla è meno sicuro.
Gli interessi delle due Coree sono noti. Il Nord vuole che non si rovesci il suo regime, il Sud tiene in primo luogo a non essere attaccato. Anche al Sud, paradossalmente, conviene che nel Nord non ci sia un cambiamento di regime, per non doversi fare carico di quel poverissimo Paese. Dunque le due metà della penisola hanno qualche interesse comune.
Naturalmente il Sud non può rinunziare alla presenza e alla garanzia atomica americana, anche se questo è proprio ciò che vorrebbe il Nord. Ma se si arrivasse comunque ad una pace, a Seul la cosa piacerebbe molto.
Gli Stati Uniti hanno un interesse strategico, nella Corea del Sud, in quanto questa regione è parte essenziale di quella egemonia sull’intero Pacifico che essi hanno conquistata con la Seconda Guerra Mondiale. E infatti le armi americane puntate sulla Corea del Nord non perdono di vista la Cina. Dunque, anche se si tengono lontani dal proscenio, i cinesi sarebbero felici di una rottura tra Seul e Washington, mentre il Giappone ne sarebbe estremamente preoccupato. Esso si vedrebbe costretto ad un riarmo tanto precipitoso quanto su vasta scala e questo certo non piacerebbe alla Cina. Comunque è lecito sperare che si arrivi a qualche accordo.
Sulla base delle premesse di Friedman si può trarre qualche conclusione perfino più generale di quella imposta da un già gigantesco scacchiere geopolitico. 
La Corea del Sud è sotto la minaccia di un vicino che dispone di armi nucleari, e dal suo lato ha soltanto la “garanzia atomica” americana. Questo è un errore. Quando si tratta della propria sopravvivenza, se appena si è in grado di difendersi da sé, non bisogna delegarla a nessun altro. In questo senso vale l’esempio di Israele. L’errore di Seul è tanto più grande in quanto, essendo la Corea del Sud un Paese molto più ricco e sviluppato del Nord, l’armamento atomico avrebbe potuto procurarselo facilmente anni fa. E val la pena di vedere perché non l’ha fatto. 
Dal lontano giorno di agosto in cui nel cielo di Hiroshima è scoppiata la bomba atomica, il mondo è vissuto nel terrore che qualcuno potesse usare quell’arma. Ed ha cercato di impedirlo con i trattati di non proliferazione nucleare. Naturalmente offrendo protezione ai Paesi che si ritenevano in pericolo. In particolare gli Stati Uniti hanno molto seriamente garantito la Germania durante i lunghi anni della Guerra Fredda, e in generale, ovviamente, il Giappone e la Corea del Sud. Per non parlare del grandioso ombrello costituito dalla Nato. Questa degli Stati Uniti è stata un’idea degna delle anime belle, dei pacifisti nati, dei grandi idealisti. In altre parole, un imperdonabile errore. 
Infatti con un “trattato di non proliferazione” gli Stati Uniti fanno risparmiare agli amici un bel po’ di soldi ma si assumono nel frattempo tremende responsabilità. Ma soprattutto quel trattato è inutile con gli avversari ragionevoli – per esempio la Russia e perfino l’Unione Sovietica – mentre non impedisce l’armamento atomico degli stati canaglia, che abbiano o no firmato dei trattati. E lo si vede oggi nella situazione coreana.
Ma c’è di peggio. Se si firma un trattato con la Corea del Nord, mentre Washington, più o meno rassicurata, si allontana, la Corea del Sud rimane sotto la minaccia delle artiglierie della Corea del Nord. E chi impedisce a Pyongyang, anche senza parlare di bombe atomiche, di chiedere a Seul tributi in dollari, forniture in derrate o qualunque altro vantaggio che un ricattatore desideri ottenere da un soggetto ricattabile?
Quando la Corea del Nord ha cominciato a metter su l’infernale cintura della sua artiglieria lungo la frontiera, Seul avrebbe dovuto dire: “Consideriamo questo un atto aggressivo. O vi fermate o vi attacchiamo e vi impediremo di costruire questa linea di offesa”. Non sarebbe stato meglio, allora, una guerra limitata alla zona di frontiera, che vivere oggi sotto il ricatto di una strage di milioni di persone e mettendo addirittura in pericolo il resto del mondo? 
Queste considerazioni non vanno oltre la saggezza romana: si vis pacem para bellum. Non bisognava arrivare a questo punto. È inutile aspettare che si arrivi alle metastasi, solo perché la chemioterapia fa cadere i capelli. Se gli Stati Uniti e la Corea fossero stati ragionevoli, già anni fa, cioè se avessero studiato latino, non si troverebbero oggi nella situazione in cui si trovano. E noi con loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 marzo 2018

(1)The decision by U.S. President Donald Trump to meet with North Korea’s Kim Jong Un shocked the world, but in hindsight maybe it shouldn’t have. First, Trump has said on several occasions that he would be willing to meet with Kim, and numerous lower-level meetings took place in the months prior to this announcement. Second, and more important, the logic of what has happened since the situation reached crisis levels in early 2017 makes such a meeting a reasonable next step.
The U.S. had contemplated military action to destroy the North Korean nuclear capability several times over the years, but when it became clear and public in early 2017 that the North was close to posing a direct nuclear threat to the United States, the impulse was nearly overwhelming. The challenges of such an assault were evident. Locating all the nuclear facilities would be difficult, and the U.S. couldn’t be certain of their complete destruction from the air. What’s more, the North Koreans had installed massive artillery concentrations north of the Demilitarized Zone, which could inflict severe casualties and cause enormous damage to South Korea’s capital, Seoul, and to the country’s industrial base. An attack on the North’s nuclear facilities, itself complex, would have to be combined with urgent suppression of this artillery concentration. This could be done, but not quickly, and in the meantime the shelling would wreak havoc.
Any substantial risk to South Korea’s capital, its industry and the metropolitan area of 25 million people was unacceptable. Unless Washington was prepared to sever its relationship with South Korea, its military options – and there were some – were off the table. The red line – that the U.S. would not tolerate a North Korean nuclear missile that could reach the United States – remained in place. Short of that, the U.S. retreated from a military option and entered into talks with North Korea, according to published reports that were not denied.
The North has ceased missile and nuclear tests in recent months, with the last missile test occurring at the end of November. So long as North Korea isn’t conducting tests, it isn’t improving its missile guidance systems, which means it isn’t getting closer to legitimately threatening the United States. The North Koreans have engaged in such pauses before, so this may be nothing, but the pause lays some groundwork for South Korea to take the North more seriously this time.
In February 2018, the North and South Koreans used the Winter Olympics in Pyeongchang, South Korea, to go public with the prior discussions. Both Koreas had an interest in avoiding a repeat of the 1950-53 war, which utterly devastated Korea. And to a lesser extent, they have another thing in common. The North wants guarantees that its regime will remain intact, and the South doesn’t want the North to disintegrate in a manner that forces South Korea to underwrite its modernization.
In short, North and South Korea have common interests. The problem for South Korea is that it can’t accept the cost of misjudging the North’s intentions, because even without nuclear weapons, the North can still ravage the South’s capital and economy. It wants an entente with the North but not at the price of the U.S. military presence and American guarantees.
And that is precisely what the North wants. Unless the North can split the allies or develop a nuclear-armed ICBM to deter the U.S., its newfound relationship with the United States is tentative at best. The core issue, then, is the U.S. relationship with South Korea. What the North may offer the South is some selective joint economic development – not enough to destabilize the North, but significant enough to strengthen it – in exchange for guaranteeing peace on the peninsula. What this entente would look like in its final form is hard to visualize, but the concept is seductive.
This puts the United States in a difficult position. One of the foundations of the United States’ global strategy is that it retains the naval control of the Pacific it won in World War II. An element of this strategy – and part of the U.S. containment strategy on China – is America’s military agreements with South Korea.
Offstage, two powers are brooding. The Chinese would be delighted to see a break between South Korea and the United States. They have reached out to South Korea, half enticing and half threatening. Japan, far from the trivial power it pretends to be, is appalled at the thought of the U.S. leaving Korea. Japan would have no choice but to rearm on a vast scale, which the Chinese do not want.
It’s a complex environment, but for the U.S. it’s much simpler. The U.S. doesn’t want North Korea to have an ICBM that can deliver a nuclear weapon to the U.S., and it wants to keep its forces in South Korea. Increasingly it is China, not North Korea, that is the focus of those U.S. forces. As for the North Koreans, they remember that China didn’t lift a finger to help them during the Korean War until China’s own border was threatened, so they have no problem with a balance of power between China and the United States.
If I am right – if South Korea wants both a deeper relationship with the North and U.S. guarantees of protection, and if North Korea would accept a U.S. guarantee that it does not want to push regime change in the North (something Pyongyang has long rejected) – then there may be something to talk about, and it would have to be discussed at the highest levels. It is probably impossible to assuage North Korea’s concern about the U.S. presence in South Korea. It is also hard to envision how to create a relationship between a democratic, industrial South Korea and a tyrannical, primitive North. But the elimination of the threat of war, if it can be guaranteed, might be enough.
What a final deal would look like is not clear, and there may not be one. But this started as a U.S.-North Korea crisis, and it is inevitable that it will end as one. And thus, Trump and Kim may meet – nothing is certain – and that will be an interesting meeting if it happens.
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POLITICA
12 marzo 2018
PARLARE A RUOTA LIBERA
Le affermazioni di Luigi Di Maio(1), da lui stesso consegnate a Facebook perché le leggano i sostenitori del M5s, inducono a riflessioni.
Di Maio dovrebbe sapere che indicare ciò che si vorrebbe ottenere è insieme facile e inutile. Non serve a molto dire: “Vorrei che tutti fossero felici”, perché il nostro desiderio, in quanto tale, non rende più felice nessuno. Ciò che conta è altro: “Che cosa potrei fare, in concreto? E come dimostro di essere in grado di farlo?”
Leggendo le molte righe del giovane campano vien fatto di mettergli un buon voto nel tema in classe, ma non molto di più. “Politica vuol dire realizzare”, scrive, echeggiano De Gasperi. Ma bene. E allora perché non ci spiega in che modo lui intendere realizzare il suo corposo programma? A cominciare dalla maggioranza parlamentare e dai finanziamenti necessari.
Con quale coraggio si può parlare di “eliminazione della povertà” quando il problema è di proporzioni immense ed anzi è teoricamente ineliminabile? Se consideriamo povertà (come credo si usi in statistica) la situazione economica di chi guadagna meno della metà del reddito medio, in un ambiente di miliardari sarà povero chi possiede una ricchezza che è meno della metà della media. 
Comunque, sempre e dovunque, psicologicamente si considera povero chiunque abbia molto meno degli altri, anche se, rispetto alle popolazioni di altri Paesi o rispetto ad altri momenti della storia, fa una vita da nababbo. Il nostro povero ha la luce elettrica, il telefono, il frigorifero, ed altre comodità che non aveva Luigi XIV. Parlare di povertà, così, un po’ a vanvera, lascia perplessi.
Quanto al Reddito di Cittadinanza, cui Di Maio deve tanta parte del suo successo, se fosse a vasto raggio, praticamente per tutti, diverrebbe impossibile per il finanziamento richiesto; e se invece fosse limitato ad alcuni casi e sottoposto a parecchie condizioni, non sarebbe più un reddito di semplice cittadinanza, e la sua applicazione lascerebbe molti, molti scontenti. Tanto da rendere impopolare il nostro Di Maio. Anche qui, il diavolo si nasconde nei particolari.
“Una manovra fiscale shock per creare lavoro”. Quale manovra? Con quali costi? A spese di chi? E perché dovrebbe creare lavoro? Non si finirebbe mai.
Infine, tanto per non parlare sempre di soldi, quali sono le quattrocento leggi da abolire? Come mai sono quattrocento e non cinquecento o trecento? E se ne esiste la lista, perché il M5s non la pubblica, specificando anche in che modo armonizza questa abolizione con l’ordinamento giuridico esistente? Con quali norme sostituisce quelle abolite, quando ciò è necessario? Anche questo è parlare a ruota libera. 
Lo sappiamo tutti che ci sono i poveri; lo sappiamo tutti che c’è la corruzione; lo sappiamo tutti che ci sono troppe leggi. Non si tratta di enumerare i problemi, si tratta di risolverli. Magari non la povertà, ma quelli che possono essere risolti. E, allo stato, molti di quelli di cui parla Di Maio sono insolubili. 
E tuttavia, dopo tutte queste osservazioni, bisogna dire che non si è esplicitata la più grande critica. Ammesso che non si tratti del libro dei sogni, ammesso anche che quel programma sia realizzabile, non serve a niente gloriarsi del proprio 32%. Col 32% non si governa. E se il M5s non si procura il sostegno di altri parlamentari (a titolo oneroso, cioè concedendo vantaggi, dopo aspre negoziazioni), il suo bravo discorsetto non servirà a niente. 
È vero che il Pd ha governato per cinque anni appoggiandosi ad un esercito di “traditori” (566, se non ricordo male) ma il Movimento ha più volte manifestato il desiderio, se non di impiccare, certamente di punire severamente i voltagabbana. Modificando la Costituzione, se necessario, e introducendo il vincolo di mandato. Come potrebbe dunque cercare di sedurre, allettandoli con cariche e vantaggi, i parlamentari di altri partiti, per indurli a tradire e a divenire dei sostenitori del Movimento degli onesti? Un partito che ha sempre manifestato un sacro orrore per la “compravendita di parlamentari”, sempre attribuita al solo Berlusconi?
Le parole di Di Maio denunciano, da un capo all’altro, una sorta di disprezzo per la realtà. Quel giovane sembra non preoccuparsi della fattibilità di ciò che si promette, della compatibilità di un provvedimento rispetto agli altri, e soprattutto delle forze parlamentari necessarie per governare.  È banale ripeterlo, ma prima di formare un governo bisogna ottenere la fiducia delle Camere. Il sistema funziona così. E quand’anche l’Arcangelo Gabriele tornasse in terra per riconsegnare a Di Maio le chiavi del Paradiso Terrestre, il leader del M5s, per condurci in quel luogo beato, dovrebbe avere almeno il 51% dei voti in ambedue le Camere. E non li ha.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 marzo 2018


(1)Riportate da Valentina Santarpia, sul Corriere, http://www.corriere.it/elezioni-2018/notizie/m5s-luigi-maio-facebook-non-abbiamo-cuore-poltrone-11b41de2-2512-11e8-8868-620b5c6d46c4_print.html, sono le seguenti:
Faremo tutto il possibile per rispettare il mandato che ci hanno affidato. Mi auguro che tutte le forze politiche abbiano coscienza delle aspettative degli italiani: abbiamo bisogno di un governo al servizio della gente. 
Politica vuol dire realizzare´ diceva Alcide De Gasperi, ed è a questo che tutte le forze politiche sono state chiamate dai cittadini con il voto del 4 marzo.
Noi non abbiamo a cuore le poltrone, abbiamo a cuore che venga fatto ciò che i cittadini attendono da 30 anni e che ci hanno dato il mandato di realizzare con oltre il 32% di consenso
Abbiamo messo al primo posto la qualità della vita dei cittadini che vuol dire eliminazione della povertà (con la misura del Reddito di Cittadinanza che è presente in tutta Europa tranne che in Italia e in Grecia), una manovra fiscale shock per creare lavoro, perché le tasse alle imprese sono le più alte del Continente, e finalmente un welfare alle famiglie ricalcando il modello applicato dalla Francia, che non a caso è la nazione europea dove si fanno più figli, per far ripartire la crescita demografica del nostro Paese.
La nostra attenzione sarà massima anche su altri fronti come quello della lotta alla corruzione, dell’eliminazione della burocrazia inutile con 400 leggi da abolire, del rispetto dell’ambiente
In tutta la campagna elettorale e subito dopo il voto ho detto che noi siamo disponibili al confronto con tutti per far nascere il primo governo della Terza Repubblica, la Repubblica dei cittadini.




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POLITICA
11 marzo 2018
PASQUINATE
Il prof.Gianfranco Pasquino è, come lo definisce Aldo Grasso sul “Corriere”, un “raffinato studioso di politica, professore emerito di Scienza politica e dal 2005 socio dell'Accademia dei Lincei”. Tanto che ha fatto molto rumore questo suo tweet, riportato dallo stesso Grasso: “Una sconfitta referendaria, una batosta elettorale, adesso l'eversione. Rifiutarsi di fare un governo nel Parlamento di una democrazia parlamentare, è non solo ignoranza ma protervia nei confronti dei cittadini elettori». Il colpevole che si rifiuta è, in questa occasione, il Pd, e con esso Matteo Renzi. Tanto che Grasso conclude la sua nota con queste parole: “Faceva prima a dire che Renzi gli sta sulle palle”.
Nietzsche ha scritto una volta che il miglior modo di danneggiare una tesi giusta è sostenerla con argomenti sbagliati. Dio sa se Matteo Renzi ha dei torti. Dio sa se è stato antipatico (Cesare Damiano ha detto che si è reso: “odioso a tutti”). Dio sa se è tendenzialmente un prevaricatore, ma nel momento in cui ha voluto che il Pd non sostenesse il M5s ha avuto perfettamente ragione. Magari, come avrebbe notato Nietzsche, commetteva l’errore di volere imporre questo punto di vista al partito, invece di convincerlo della sua giustezza, e magari avrebbe voluto forzargli la mano col fatto che gli eletti li ha scelti lui e sono suoi fedelissimi. Ma se sbagliava nel metodo (come al solito) non sbagliava nella finalità. Qui si trattava e si tratta di preservare un partito che già ha subito una “batosta” epocale dal discredito che potrebbe derivare dalla partecipazione a un governo che combina disastri. 
Il finale, ovviamente, lo scriverà la storia, ma non si può scommettere sulla solidità di un partito come il Movimento di Grillo. Per una formazione del genere, il successo può essere tanto improvviso ed enorme quanto può essere subitanea e totale la scomparsa. Nasce da una speranza eccessiva, può morire di una delusione eccessiva. E trascinare con sé gli incauti che più entusiasticamente lo hanno seguito.
Così andiamo alla sostanza del problema. Il prof.Pasquino ha perfettamente torto, quando parla di eversione. L’eversione è agire contro le istituzioni democratiche, non porsi all’opposizione, senza collaborare con il governo, e aspettando di sostituirlo con un proprio esecutivo. Ha invece ragione, quando pensa che una minoranza responsabile, in una democrazia matura, non si limita ad augurare ogni male possibile alla maggioranza. Al contrario la soccorre, se in ballo c’è il bene della nazione. Ma a questo riguardo sono necessarie alcune condizioni. 
Si soccorre l’avversario leale cui si riconosce la buona fede. In questo caso tendere la mano è un gesto cavalleresco che va a gloria tanto di chi aiuta quanto di chi è aiutato. Ma se l’avversario ci ha prima stramaledetti, disprezzati, coperti di accuse, tanto da fare di una parolaccia lo slogan riassuntivo della sua ideologia e da scriverlo sulla bandiera, perché mai dovremmo aiutarlo? E se il suo programma è quello di sfasciare il Paese con progetti costosi e irrealizzabili, perché mai dovremmo aiutarlo? L’aiuto più necessario è quello che va fornito alla nazione, liberandola al più presto di un simile partito. E ciò si può fare soltanto rendendo evidenti gli effetti della sua azione politica. 
Dunque il rifiuto del Pd di collaborare col M5s è innanzi tutto legittima difesa, cioè l’esigenza di non essere associato, nel giudizio della gente, col risultato dell’azione del M5s. E poi dal dovere di non facilitare un’azione politica che si ritiene dannosa. Né il fatto che questa sia la posizione di Renzi può indurre a reputarla per ciò stesso sbagliata. Renzi ha capito che se al governo va una formazione che provoca disastri, il Paese certo ne soffre, ma chi ne beneficia è l’opposizione. Inoltre, se il Pd dovesse avere una reale possibilità di contare qualcosa, sarebbe associandosi al centrodestra, l’avversario leale col quale si potrebbe ancora ritrovare lo spirito del primo Nazareno. Quello che lui stesso si giocò per arroganza, ma che era nella natura delle cose. Purtroppo, anche questo progetto appare irrealizzabile. Il massimo ostacolo è rappresentato non da Berlusconi, ma da Salvini. Sia per il suo programma, sia perché ormai si crede pressoché onnipotente. E Forza Italia e Pd non bastano a formare una maggioranza. 
Comunque, Renzi o non Renzi, e checché decida il Pd, una cosa è certa: la responsabilità del governo è di chi vince le elezioni. E dal momento che i massimi vincitori sono anche i più irragionevoli, la cosa più saggia (si chiama profilassi, in medicina) è tenersi lontani dal centro d’infezione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 marzo 2018




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POLITICA
10 marzo 2018
DI MAIO FOR PRESIDENT, PER FAVORE
Luigi Di Maio, secondo un titolo del Corriere della Sera, ha detto: “No governo senza di noi”. E perché no? Ammettiamo che eticamente non si possa escludere dal governo il partito più votato, chi ha mai detto che le regole dell’etica non si possano violare? E se ci si appellasse alla prassi, chi ha detto che la prassi non si possa violare? Dunque sarebbe bene smetterla col proclamare certezze che non sono tali. Se si costituisse una maggioranza che manda il M5s all’opposizione, il Movimento andrebbe all’opposizione. Non è che gli altri ci vadano volontariamente, di solito.
Perfino se quello di Di Maio fosse un vero diritto, un diritto ha valore quando si può ricorrere al magistrato. Ma se la controparte è lo Stato, fino a non molto tempo fa non si aveva nessuna arma. Poi sono stati introdotti i Tribunali Amministrativi Regionali, ma lo stesso, quando lo Stato è inadempiente – per esempio quando deve pagare i suoi debiti – non c’è niente da fare. E infatti le imprese falliscono. 
 I pentastellati fanno quasi tenerezza, in tutti i campi. Quasi non c’è una dichiarazione che non induca a pensare che non sanno quello che dicono. Prendiamo l’asso nella manica che gli ha fatto vincere le elezioni: il reddito di cittadinanza. È chiaro che non sanno di che parlano. E per questo sarà bene partire dall’inizio.
Un fabbro crea cancelli e li monta. O viene chiamato da una famiglia che è rimasta fuori di casa, avendo perso le chiavi. E il fabbro, ogni volta che produce un bene o rende un servizio, è pagato. È questo il reddito: il fatto che il fabbro ha creato “ricchezza” e chi l’ha ricevuta a sua volta gli ha dato ricchezza. Il trasferimento di banconote non deve fare velo alla realtà sottostante, che è il baratto. Se il fabbro fabbricasse e montasse il cancello senza ricevere nulla in cambio, saremmo di fronte a qualcosa di simile al furto. Uno spostamento di ricchezza a fronte di niente.
Il reddito, dunque, è il corrispettivo della ricchezza che si è creata. Perfino il trattamento pensionistico, in un sistema sano (quello contributivo) corrisponde alla ricchezza a suo tempo creata. Se invece non si è creata nessuna ricchezza, e la ricchezza che si riceve è un “regalo”, di fatto si ha che qualcuno riceve una ricchezza che non ha prodotto, mentre qualcun altro non riceve per intero la ricchezza che ha prodotto. Nel senso che la quota di reddito che va all’assistito è una quota di reddito sottratta a chi l’ha prodotta.
Ma gli ingenui credono che la ricchezza siano le banconote. In realtà, se non c’è inflazione e non si contraggono debiti, i soldi dell’assistenza sono sottratti ai produttori di ricchezza; se invece, per distribuire quelle banconote, si contraggono debiti, si aumenta il debito pubblico, facendo pagare lo scotto alla generazioni future, o all’intero Paese nel caso di un fallimento nazionale.
Insomma il reddito di cittadinanza si traduce o in aumento delle tasse sui lavoratori o in un aumento del debito pubblico, sempreché le autorità di Bruxelles ci permettano di suicidarci.
È proprio perché si ha ragione di essere stanchi di sentire sciocchezze, che sì, ha ragione Di Maio: assolutamente nessun governo senza il M5s. Vogliamo vedere come distribuiscono il reddito di cittadinanza. A meno che, a furia di condizioni imposte non lo rendano talmente difficile da ottenere, da far finta di darlo, senza darlo. Ma la gente in materia di denaro non si lascia menare per il naso, e in questi casi si sente imbrogliata, si imbufalisce, e se non li aspetta sotto casa con i forconi poco ci manca. 
Quello che Di Maio e i suoi amici sembrano ignorare è che, come diceva Nenni, nella stanza dei bottoni purtroppo mancano i bottoni. Nel senso che lo spazio di manovra di un governo è minore di quello che i profani pensano. Noi siamo limitati dalla struttura sociale che ci siamo data, dalla risposta dei mercati alla nostra richiesta di prestiti, dalle regolamentazioni di Bruxelles, dai prezzi internazionali di commodities come il petrolio, il grano o il caffè, e perfino dai capricci della natura, che non la smette mai con le alluvioni, i terremoti e la siccità. Nessuno può pretendere che i governanti facciano miracoli, magari saranno anche dei mediocri, ma reputare che siano tutti invariabilmente degli imbecilli, è eccessivo. Se i governanti potessero far felici tutti distribuendo la manna del cielo, lo farebbero non tanto perché amino il popolo (sull’amore è sempre bene contare poco) quanto perché la cosa li renderebbe popolari e la gente li voterebbe con entusiasmo. Dunque, coloro che dicono: “Votate per noi, ché aggiustiamo tutto” si ingannano e ci ingannano. Questi sprovveduti meritano proprio di andare a governare. Così imparano: loro e quelli che li hanno votati.
Dunque sì, caro Di Maio: assolutamente non si può fare un governo senza i Cinque Stelle. Anzi, l’ideale sarebbe che poteste governare da soli, col vostro sognato 51%.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 marzo 2018




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8 marzo 2018
SANTA CLAUS FOR PRESIDENT
Siamo troppo umani (e dunque un po’ selvaggi) per impedirci di desiderare qualcosa, come se il nostro desiderio la rendesse più probabile. Questo meccanismo psicologico è così radicato, nell’uomo, che sin dall’antichità si sono creati i concetti di benedizione e maledizione. Pratiche che sarebbero innocenti, dopo tutto, se non fossero considerate ambedue influenti sulla sorte del benedetto e dal maledetto. Una volta una signora che sfrattavo, mentre mi accingevo a scendere le scale dal terzo piano, mi augurò di rompermi l’osso del collo. Bisogna proprio essere dei miscredenti a tutto tondo per mettersi a ridere, come feci io, aggiungendo: “Signora, lei ha reso l’evento ancor meno probabile, perché mi ha ricordato di fare attenzione”. La maggior parte delle persone si sarebbe offesa a morte. E allora l’uomo civile dovrebbe sentire una notevole diffidenza nei confronti del verbo desiderare, come dei colleghi benedire e maledir. Potrà permetterseli soltanto come gioco o poco più. E come gioco propongo ciò che segue. 
La situazione politica è talmente incerta che passa la voglia di occuparsene. È come se qualcuno ci chiedesse di provare ad indovinare quali numeri usciranno dei cinque dadi che sta per gettare sul tavolo. Ciò corrisponde ad azzeccare un numero su quasi ottomila. Ma, se fosse una lotteria e avessimo il 371, chi potrebbe impedirci di desiderare che esca proprio il 371?
Così anch’io mi sono chiesto quale sia il mio 371 politico.  E naturalmente il primo desiderio è risultato quello di prendere a calci nel sedere tutti i partiti, viste le promesse elettorali. Ma loro potrebbero facilmente difendersi dicendomi che a quei salti nell’irrealtà sono stati costretti dagli italiani, che volevano sentirsi raccontare favole, altrimenti avrebbero votato per altri. E infatti il partito più votato è stato quello che l’ha sparata più grossa: il Movimento 5 Stelle, col suo bravo reddito di cittadinanza. Dunque i destinatari naturali dei calci non dovrebbero essere il sig.Di Maio o il sig.Salvini, ma tutti gli italiani che hanno votato. Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle.
E allora scendiamo a più miti consigli. Non la giustizia integrale (i calci nel sedere) ma il più divertente dei desideri, dal momento che non c’è modo di salvare un Paese che vota per “grillini” e leghisti. Ebbene, la cosa che desidero di più, a questo punto, è vedere il Movimento 5 Stelle al governo. Per giunta non vorrei che fosse condizionato dall’alleanza con partner energici e ragionevoli: lo vorrei libero di attuare il suo programma come meglio l’intende. Tanto, ormai sono vecchio e non possono danneggiarmi a lungo. Così finalmente li vedremmo all’opera. Chissà che la salvezza degli italiani non passi da qualche drammatica esperienza. 
Immaginate un giovane scervellato che corre troppo in motocicletta, fuma due pacchetti di sigarette al giorno e non disdegna una mezza bottiglia di whisky, quando capita. A che scopo fare prediche ad un vincente del genere, per giunta aureolato da grandi successi femminili? L’unica è sperare che abbia un infarto che lo riduca in fin di vita. A questo punto se, mentre ancora ha un piede nella tomba, il cardiologo gli dice che deve smettere di fumare, evitare alcool, strapazzi ed emozioni forti, ci sono grandi possibilità perché il giovanotto lo ascolti con rispetto. E non è forse vero che questo infarto, se lo supera senza troppi danni, gli avrà salvato la vita e forse permesso di arrivare alla vecchiaia?
Per gli elettori italiani arrabbiati, per quelli che pensano che “l’è tutto sbagliato, tutto da rifare”, per quelli che credono che il governo, volendo, potrebbe esonerare tutti dal lavoro, mandandogli a casa lo stipendio col postino, anzi – siamo moderni – con bonifico bancario digitale e automatico, per tutti costoro non si riesce ad immaginare nessun trattamento psichiatrico adeguato, se non l’esperienza concreta dei provvedimenti che sognano.
Certo, ci andrebbero di mezzo i galantuomini. Quelli che queste follie non le hanno mai chieste, e mai avrebbero voluto subirle, ma siamo in democrazia e i meno sono sottoposti al potere dei più. Dunque, in quanto italiani, siamo tutti degni di questa sorte. Che io vi auguro e mi auguro, cari connazionali. Abbiamo voluto il Duce e questo ci ha guariti dal sogno dell’Uomo Forte. Ora sogniamo sfacciatamente il Paese di Bengodi, e non ci rimane che assaggiare Santa Claus for President, cioè il governo di Babbo Natale.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 marzo 2018




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POLITICA
8 marzo 2018
RENZI NEVER LEARNS
Il 5 marzo è stato il giorno delle dimissioni a scoppio ritardato di Matteo Renzi da Segretario del Pd. Quando finalmente se ne andrà, non molti lo rimpiangeranno. Personalmente ho cominciato a dirne peste e corna da quando, appena eletto Presidente del Consiglio, promise quattro grandi riforme nei seguenti quattro mesi. Il neo premier poteva darmi dell’imbecille - lo siamo tutti, una volta o l’altra - ma darmi dell’idiota mi sembrò eccessivo. Ciò malgrado non ho mai negato i suoi meriti, per esempio la capacità di comunicare, il coraggio, la risolutezza, ed altro ancora. Purtroppo i demeriti hanno sempre superato i meriti. 
Quando è arrivato, si è dimostrato pronto a tagliare non soltanto il nodo gordiano, ma anche le teste di chi gli avesse dato il minimo fastidio. Si è dimostrato arrogante, provocatorio, a volte persino insultante. È vero che, come dice il proverbio arabo, “ad un cane che ha denaro si dice signor cane”; massima che in politica diviene: “a chi vince si obbedisce, nella speranza di partecipare al banchetto”: ma c’è un limite. E limite il fenomeno di Rignano sull’Arno lo ha largamente superato. Ha creduto che il sostegno di tanti italiani affascinati dal suo piglio di condottiero sarebbe stato eterno. Ha creduto che l’applauso lo autorizzasse a strafare. E così ha continuato ad accumulare errori e nemici. 
Chiunque, al suo posto, si sarebbe accorto di avere sbagliato strada. Ma non lui. Renzi è incapace di cambiare comportamento anche quando la serie delle sconfitte diviene impressionante. E qui si è visto a che punto la realtà a volte è tanto ironica quanto spietata. Prima sembra che perdoni tutto, poi improvvisamente presenta il conto con gli arretrati e gli interessi. Per Renzi la mazzata è arrivata col referendum. Aveva promesso che si sarebbe ritirato a vita privata e invece si limitò a passare la carica di Primo Ministro a un suo delegato, con l’aria di chi mette un cappello su una sedia per dire che è occupata. E da quel momento cominciò a dimenarsi per ottenere nuove elezioni. Era convinto, forse sbagliando, che gli italiani l’avrebbero acclamato, ma Mattarella quelle elezioni non gliele concesse, perché in carica c’era un governo nel pieno delle sue prerogative. Il giovanotto glielo rimprovera ancora oggi, tanto per aggiungere un altro nome alla lunga lista dei nemici.
Renzi, dopo quel quattro dicembre, avrebbe dovuto realmente farsi da parte. Il gesto sarebbe apparso nobile e probabilmente dopo qualche tempo, come ha scritto qualcuno, gli italiani “sarebbero andati a cercarlo”.  Invece, da sconfitto, ha continuato a sbagliare più cha da vincitore, fino a crearsi un esercito di nemici, fino a spaccare il partito, fino a sbalordirmi. Veramente “he never learns”. Ancora ultimamente, non ha perso l’occasione di farsi odiare compilando le liste elettorali da solo, senza dar retta a nessuno e umiliando molti. Fino ad una tale “tranvata” che la metà bastava. 
E qui si apre la cronaca attuale. In politica chi perde si dimette. Non è soltanto un gesto di eleganza istituzionale, è la regola del gioco. La conseguenza della responsabilità oggettiva. I politici hanno il diritto di intestarsi i successi del loro governo, anche quando sono dovuti all’azione di terzi, ma hanno il dovere di assumersi le colpe non loro, quando le cose vanno male. 
Ma Renzi è di un’altra pasta. È quello che never learns. Si dimetterà realmente, ha annunciato, quando sarà costituito il nuovo governo. Dimostrando così di avere punti in comune con Adolf Hitler.
Il nostro uomo ha tutti contro e sa che non potrà durare alla testa del partito. Ma sa anche che nell’immediato i suoi oppositori non hanno gli strumenti per mandarlo a casa, e dunque approfitta di questi mesi, non tanto per rimanere attaccato alla poltrona, ma per esercitare la sua vendetta. Infatti ha detto chiaro e tondo che il Pd dovrà rimanere all’opposizione; non dovrà allearsi con nessuno, in nessun caso; nemmeno per formare un qualunque governo nell’interesse del Paese. Lo scopo è evidente: “I colleghi di partito e gli italiani mi hanno punito? Prima di andar via, io punirò tutti loro, rendendo il Paese ingovernabile”. 
Ecco i punti in comune col Führer. Alla fine della sua vita, mentre i russi erano già alla periferia di Berlino, Hitler pensava di non aver nulla da rimproverarsi. Piuttosto ce l’aveva a morte col popolo tedesco, reo, per viltà, di non aver vinto la guerra. Ormai odiava talmente questa Germania da volerla morta insieme con lui. La nazione era imperdonabilmente colpevole di averlo deluso. E Renzi non fa molto di diverso. Non è più amato dagli italiani. Non è amato nemmeno dal suo Pd. E allora, avendo ancora diritto alla poltrona di Segretario, la usa per punire l’intera Italia. 
Più di una volta ho avuto dubbi sul suo equilibrio mentale, e col passare del tempo ne ho sempre meno. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 marzo 2018.




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POLITICA
5 marzo 2018
ITALIA SCONFORTANTE, ITALIA SCONFORTATA
La prima sensazione – tutt’altro che gradevole – è quella di una grande confusione. Come se si cercasse di ragionare mentre si è bevuto troppo, oppure mentre imperversa una tempesta. Viene voglia di parafrasare una brillantissima definizione della political correctness: “La correttezza politica è la capacità di prendere un pezzo di merda dalla sua estremità pulita”. Nello stesso modo, a proposito delle elezioni di ieri, si potrebbe dire che il problema è “prendere questa nebbia dalla sua estremità trasparente”. 
Non esistono maggioranze chiare. Un governo si potrebbe formare con un’alleanza di centro e M5s, sinistra e M5s, centro e sinistra. Oppure potrebbe chiedere la fiducia un governo di minoranza. Oppure si potrebbe tornare a nuove elezioni magari per poi, come nel Gioco dell’Oca, tornare alla casella di partenza. E come mai tanta parte degli italiani ha votato per il M5s, fino a farne con margine il primo partito d’Italia, se si tratta di una formazione priva di idee, priva di programmi e perfino priva di un leader credibile? Non si può dire che manchino gli interrogativi.
E tuttavia, alla fine, quando il cervello si rassegna alla propria impotenza, albeggia una conclusione. La netta sconfitta del Pd - che sarebbe rimasta una sconfitta anche senza la secessione di Liberi e Uguali - significa che l’Italia è scontenta di come la sinistra ha guidato il Paese. Né basta il chiaro rigetto di Renzi e del suo stile, a spiegare il risultato negativo: infatti è stato sconfitto anche Franceschini, che nessuno ha confuso con un fervente renziano e nessuno accusa di aver fatto male la sua parte di ministro. Non si può che ripeterlo: il Paese è scontento di come la sinistra ha governato, ma forse non si è chiesto se qualcuno avrebbe potuto far di meglio. Ma, si sa, in politica va così.
Posto che gli italiani siano molto scontenti, che indicazione danno, per il futuro? La risposta a questa domanda finisce col gettare una luce sul senso di queste elezioni. Gli italiani non danno indicazioni. Se si cedesse alla tentazione della volgarità, si potrebbe dire che il messaggio di oltre la metà dei votanti è il “Vaffanculo” di Grillo. Infatti chi vota per il M5s vota per l’antipolitica, per il sogno da una parte e per la vendetta dall’altra. Chi vota per il centrodestra dà la maggioranza alla Lega piuttosto che a Forza Italia, e questo ha un preciso significato. Anche gli elettori di centrodestra, per definizione e per tradizione moderati, oggi preferiscono, ad un diverso programma di governo, la protesta irrealista, radicale e a volte volgare. Votano per rimandare a casa 600.000 clandestini , quando si sa che è impossibile, sia perché a volte neanche sappiamo come si chiamino realmente e da dove vengano, sia perché i loro Paesi di provenienza non li rivogliono indietro. Votano contro la legge Fornero, quando si creerebbe un tale buco, nel bilancio, che non ce lo potremmo permettere. Gridano: “Votiamo contro l’Europa”, quando è l’Europa che ci ha impedito di fallire e ci ha permesso anche di pagare molti miliardi in meno, per gli interessi sul debito pubblico.
Il voto per il M5s non ha senso. Il voto per la Lega non ha senso. Il rigetto del Pd, malgrado le inescusabili colpe di Renzi, non ha senso. Quel partito, malgrado tutto, ha cultura politica e senso dello Stato. Cose di cui non mostrano alcuna traccia né il M5s né la Lega. Per conseguenza il senso generale di queste elezioni – perché un senso generale non possono non averlo – è il rigetto della politica. L’intero Sud e una buona parte del resto d’Italia sono contro l’attuale modello economico-sociale. Sono contro la retorica del Pd e in generale dell’ufficialità, quella per la quale: “Abbiamo il dovere della solidarietà”; “Non si possono non salvare (a costo di andarli a cercare) i naufraghi nel Mediterraneo”; “La crisi è finita e siamo in piena ripresa”; “Non ve ne siete accorti, ma i recenti anni di governo del Pd sono stati un grande successo”. E comunque: “Votate per noi e in un batter d’occhio risolveremo i problemi che non abbiamo risolto negli anni recenti”. Affermazione cui gli italiani hanno risposto con quello che i francesi chiamano “bras d’honneur” (braccio d’onore) e gli italiani “gesto dell’ombrello”.
Il governo che potrebbe corrispondere ai desideri degli italiani – non di governare bene, ma di mandare tutto a catafascio – risulterebbe da un’alleanza tra M5s, Lega e transfughi. L’armata Brancaleone con Masaniello come condottiero. Con quali risultati per l’Italia è facile immaginare.
Probabilmente sfuggiremo a questo infame destino. Probabilmente, a forza di contorsioni, compromessi e tradimenti degli elettori, ad un governo meno irragionevole si arriverà. Ma sarebbe bene che i politici si rendessero conto che in democrazia la sovranità appartiene al popolo. Un popolo che vuole sicurezza e lavoro, anche andando contro i sindacati, anche andando contro l’Europa, anche andando contro il Papa e tutti i santi. 
Un popolo che non comprende che, per avere tutto ciò che desidera, dovrebbe pagare prezzi che oggi non è disposto a pagare. E dunque sta ponendo la politica dinanzi ad un compito impossibile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 marzo 2018, ore sei




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POLITICA
3 marzo 2018
LA CRISI ECONOMICA NON È CONGIUNTURALE


C’è un articolo di George Friedman(1) che ho tradotto per due ragioni. Innanzi tutto perché può essere interessante per i miei amici, e poi perché conferma una mia idea cui tengo molto e non posso certo dimostrare. Il mio articolo segue quello di Friedman.
G.P.
IL CENTRO DI UN’ERA
Soltanto ora si comprende l’intera potenza di ciò che cominciò nel 2008

Ho scritto in parecchi posti riguardo a un paradosso. Da una parte, se scattate un’istantanea del mondo ogni venti anni, più o meno, la realtà di come funziona il mondo e di ciò che importa saranno cambiati moltissimo rispetto alla precedente istantanea. Dall’altra parte, in ogni dato momento esiste una credenza generale che il mondo qual è in quel momento rimarrà com’è per molto tempo. Non è soltanto il pubblico, che tende a dimostrarsi incapace di vedere quanto transitoria sia la realtà presente, perché altrettanto fanno anche coloro che governano. Il risultato – ed è questo che rende il fenomeno importante – mentre il sistema politico cambia, è che c’è una tendenza a vedere i cambiamenti come un’interruzione temporanea e transitoria causata da eventi sfortunati, finché essi poi non si radicano profondamente, e così tendiamo a tenere conto troppo tardi dei cambiamenti
Nel 1900 l’Europa era pacifica e prospera, e dominava il mondo. Si era certi che questa fosse una realtà permanente. Ma già nel 1920 l’Europa si era lacerata e si era impoverita in una guerra sanguinosa. Si era certi che la Germania, essendo stata sconfitta, era finita. Nel 1940 invece la Germania era riemersa e cavalcava l’Europa. Si era certi di non poter resistere alla marea tedesca.  Nel 1960 la Germania era un Paese occupato e diviso. Si era certi che la guerra fra i più potenti fra gli occupanti, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, era inevitabile. Nel 1980, una guerra c’era stata, ma nel Vietnam, piuttosto che in Europa, e gli Stati Uniti erano stati sconfitti. Ora gli U.s.a. erano alleati della Cina contro l’Unione Sovietica. Si era certi che i sovietici erano un nemico permanente e pericoloso per ambedue le nazioni. Nel 200 l’Unione Sovietica non esisteva più. Si era certi che l’interesse primario di tutti i Paesi era la crescita economica e che il conflitto tradizionale fra le nazioni era divenuto un argomento marginale. 
Vent’anni sono un periodo di tempo arbitrario, ma storicamente è più o meno la durata di una generazione. Il mondo cambia radicalmente ogni generazione, ma le date possono variare. L’ultima era cominciò nel 1991 e finì nel 2008. E tuttavia ora ci sono molti che si aspettano che torni il mondo del 1991. Cosa più importante, soltanto ora si comincia a percepire l’intera potenza di ciò che è cominciato nel 2008.
La vita dopo la Guerra Fredda.
Considerate il modo in cui il mondo è cambiato nel 1991. L’Unione Sovietica crollò e si pensava che la spina dorsale, la Russia, non fosse più un fattore significativo di come funzionava il mondo. L’Europa firmava il Trattato di Maastricht, che si credeva seriamente e razionalmente fosse la prefazione della creazione degli Stati Uniti d’Europa. Gli Stati Uniti guidavano una vasta coalizione di nazioni contro l’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq, sconfiggendo l’Iraq senza che si levassero molte voci di dissenso. La Cina che adottava il capitalismo e cominciava il suo storico e impressionante progresso economico, sembrava un treno inarrestabile lanciato verso la liberal-democrazia. Il Giappone, il precedente miracolo economico che non sarebbe mai finito, era nel mezzo di una crisi di trasformazione economica. La Guerra Fredda era finita e gli Stati Uniti erano l’unico potere globale, e il mondo si stava conformando all’immagine dell’America.
Il mondo era pieno delle promesse che gli orrori e i pericoli del XX Secolo erano ormai superati. E, per un certo tempo, sembrò fosse proprio così. Il primo segno che non era esattamente come sembrava si ebbe nel 2001, quando degli agenti di al-Qaeda attaccarono gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti attaccarono il mondo islamico.
Quell’era rimase ancora in vita per alcuni anni, finché due eventi, separati da poche settimane, non le posero un termine.  L’8 agosto 2008 la Russia e la Georgia entrarono in guerra, mettendo da parte l’idea che la Russia fosse caduta in una permanente e logora irrilevanza, o che la guerra tradizionale fosse obsoleta. Poi, il 15 settembre del 2008, crollò la banca Lehman Brothers, facendo a pezzi l’illusione che l’economia globale potesse soltanto progredire. Nell’arco di appena cinque settimane, il nocciolo delle certezze di quell’era cominciò a cambiare.
La Russia non era più una superpotenza, ma era certamente una potenza regionale. Aveva ancora una sfera d’influenza al di là dei suoi confini, ed avrebbe protetto i suoi interessi con la forza. L’impero che era stato creato dagli zar non sarebbe certo scomparso nella notte senza resistere. 
Fu inoltre rivelata la debolezza centrale dell’Unione Europea: non era uno Stato-nazionale ma soltanto un trattato firmato da Stati sovrani i cui leader erano eletti dai loro cittadini e la cui lealtà andava ai loro votanti, non a Bruxelles. L’Ue era perfettamente adatta come strumento di un successo economico, ma non poteva risolvere il problema delle disfunzioni economiche perché la sofferenza economica non si distribuiva equamente sulla vasta geografia del blocco. Ogni Stato membro perseguiva sempre più i suoi propri interessi e frequentemente trovava che l’Ue era piuttosto un intralcio che un aiuto. Il 2008 fu il momento più alto dell’Europa.
La Cina si accorse nel 2008 che un’economia fondata sulle esportazioni non era nelle sue mani ma nelle mani dei suoi clienti. La stagnazione economica che seguì trasformò la Cina da un possente motore che distribuiva masse di beni ai suoi avidi clienti in una nazione che lottava per estinguere incendi finanziari, e che sbizzarriva la sua fantasia su strade senza fine e sull’intelligenza artificiale, tutto questo mentre si trasformava in una dittatura che sarebbe durata probabilmente anche nell’era seguente. Il Giappone, piuttosto che inabissarsi nel disastro, usò la solidarietà sociale per fronteggiare la sua crisi accettando l’idea che una popolazione declinante e una crescita stabile avrebbero condotto ad un più alto reddito individuale.
E gli Stati Uniti scoprirono che essere a cavallo del mondo era un modo per inciampare e cadere. La guerra contro il jihadismo non sarebbe finita; i russi non avrebbero accettato il loro posto nel mondo ordinato; i cinesi sarebbero stati meno un problema economico che, potenzialmente, un problema militare; e gli europei sarebbero stati assorbiti dai loro problemi interni, fino ad apparire dei provinciali, come ci si sarebbe potuto attendere dalla loro posizione. Gli Stati Uniti si resero conto che non erano pronti, istituzionalmente e psicologicamente, per amministrare il potere che avevano acquisito, e che non potevano delegare ad altri.
  Venti anni non significano nulla nella storia, ma significano tutto nelle nostre vite, così la nostra tendenza a convincerci della permanenza dell’era presente è comprensibile. Ma la storia non finì nel 1991, e non finirà nel 2008. Che sia per il meglio o per il peggio, anch’essa passerà.
By George Friedman
Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo

LA CRISI ECONOMICA NON È CONGIUNTURALE

Ogni osservatore ha il suo punto di vista, ma stavolta il punto di vista di un italiano potrebbe essere un vantaggio. Infatti l’Italia è il Paese più in crisi d’Europa. E dal momento che i sintomi sono più evidenti proprio da noi, chissà che non sia più facile, proprio da noi, formulare una diagnosi.

storia del problema
Nei Paesi sviluppati, dopo la rivoluzione industriale, l’economia fu affare dei privati. Le conseguenze furono un rapido sviluppo ma anche una drammatica condizione del proletariato. Quella povertà che indusse Karl Marx a formulare le sue note teorie. Presto tuttavia l’aumentata produzione di ricchezza si riversò sull’intera popolazione, sia nei Paesi che si sindacalizzarono, sia – e a volte anche di più – in quelli che non lo fecero. Per esempio la Svizzera. 
Comunque, a poco a poco, tutti i Paesi passarono da quello che oggi si chiamerebbe “liberismo selvaggio” ad un’economia sempre più statalizzata e sempre più assistenziale. Per non dire compassionevole. Naturalmente questo “scivolamento” da un modello socio-economico ad un altro è avvenuto in modo diverso, secondo i diversi Paesi. In alcuni - più propensi al pragmatismo, come gli Stati Uniti - il Welfare State e i sindacati hanno avuto un’influenza modesta; in altri, dove la passionalità e l’idealismo erano maggiori, si è arrivati allo statalismo totalitario, fino all’estremo dell’Unione Sovietica. 
I poli di queste due opposte tendenze sono costituiti dal quantum di intervento dello Stato nella vita della nazione. Nella Russia e nei Paesi che, liberamente o forzatamente, seguirono il suo esempio, lo Stato divenne il padrone di tutto, e le conseguenze sono note. Al contrario, in Paesi molto lontani da questa mentalità, il fenomeno è stato molto minore. Nel Regno Unito l’oppressione poliziesca e totalitaria era inconcepibile, ma in economia per molto tempo si cedette alla moda, fino alle avvisaglie di un inarrestabile decadimento economico che soltanto l’energica azione di Margaret Thatcher riuscì a fermare. E nel resto dei Paesi di civiltà anglosassone (per esempio Australia e Nuova Zelanda) questa degenerazione nemmeno si ebbe. Purtroppo, il rimanente dei grandi Paesi ha attuato una sorta di socialismo progressivo. E infatti oggi i Paesi europei hanno tutti dei problemi, al punto che George Friedman ha potuto scrivere che l’Europa è divenuta marginale e “provinciale”

i paesi europei
Il caso della Francia è emblematico. Questa, dotata di uno Stato forte ed efficiente, ha a lungo resistito meglio di altri, ma recentemente ha cominciato a perdere colpi. Basti dire che ha ormai un debito pubblico intorno al 100% del prodotto interno lordo, cioè simile al nostro, e non riesce a reggere la concorrenza della Germania. Né si notano forti segni di ripresa. 
Il malessere dell’Inghilterra l’ha spinta alla Brexit, magari peggiorando la situazione.
Forse - ma soltanto forse - supererà la crisi la Germania. Potrebbe darsi perché più razionale di altri. È infatti una nazione in cui il lavoro ha un’alta produttività, si fabbricano merci ad alto valore aggiunto e in cui soprattutto, quando qualche anno fa le grandi imprese sono state in crisi, i lavoratori hanno votato in favore di una riduzione del loro salario. Tutto questo è molto, molto poco marxista, e del tutto inconcepibile in Italia. 
Da noi, quando un’impresa sta per traslocare all’estero, non si parla affatto di ridurre il costo del lavoro per rendere l’impresa competitiva, si parla bellicosamente di “escludere i licenziamenti”. La realtà economica viene dopo la politica. Purtroppo, finché avremo questa mentalità, rimarremo in crisi. E infatti attualmente siamo gli ultimi, perfino dietro la Grecia, tecnicamente fallita.
Vanno meglio – ed è significativo - i Paesi ex comunisti. Vaccinati dalle brutte esperienze passate, sono oggi parecchio più liberali di noi e soltanto il futuro dirà se arriverà prima da loro il cattivo modello socio-economico dell’Europa Occidentale o quello che ci avrà dato la prossima era. Quella che risolverà tutti i problemi attuali, ovviamente sostituendoli con altri.

il caso dell’italia
L’Italia è il caso peggiore del sistema economico-sociale parasovietico. Essa ha avuto una tendenza all’idealismo economico che la avvicinava alla Russia pre-rivoluzionaria, e infatti ha avuto a lungo il più grande partito comunista del mondo libero. Così, non soltanto nel 1948, ma per decenni, in seguito, è stata spiritualmente in bilico fra Stati Uniti e Russia. Ancora negli Anni Settanta molti comunisti italiani sognavano la rivoluzione proletaria, e cioè l’adozione del modello sovietico. Questo era talmente sbagliato, dal punto di vista economico, da essere insostenibile. Provocava una grande miseria, una grande infelicità, e i regimi che lo imponevano riuscivano a rimanere al potere soltanto con la forza bruta della polizia e una implacabile repressione. Ma molti italiani, ciechi volontari, sono stati disposti a credere al suo successo. E così, prima che il sistema crollasse in Russia, l’ideale di sinistra non è stato rinnegato. L’Italia è stata coralmente paracomunista, e di fatto economicamente semisovietica. A questo risultato spingeva costantemente il Pci, allora forte nelle urne e fortissimo nella vita culturale e intellettuale, e ad esso non si opponeva seriamente una Democrazia Cristiana pauperistica per il lato religioso e filocomunista per il lato economico. 
La progressiva sovietizzazione della vita economica italiana naturalmente non ha immediatamente provocato tutti i guasti che era normale provocasse. Da principio la sua influenza è stata minore, poi la mentalità italiana, aliena da ogni rigore e incline al sottobanco, ha in parte compensato l’effetto delle nostre cattive leggi. Basti pensare ancora oggi a quanto pesi, nella nostra produzione di ricchezza, l’economia in nero. E tuttavia, nel 2008, la nazione era ormai troppo debole perché la crisi economica non le assestasse un colpo mortale. 
Se la crisi che viviamo fosse congiunturale, potremmo sperare di tornare alla situazione precedente. I nostri politici, soprattutto di sinistra, hanno infatti dimostrato ogni sorta di buona volontà nel vedere nella minima traccia di luce una nuova aurora. Ma il ritorno alla prosperità non si è avuto. Siamo ancora e sempre in crisi. Il modello sociale al quale siamo abituati ci sembra l’unico possibile e non ci rendiamo conto che invece esso ha già dato tutto ciò che poteva dare. Bisognerebbe proprio prendere in considerazione l’idea che si sia concluso un ciclo ma purtroppo, a parte il fatto che la storia non conosce la marcia indietro, l’organizzazione parasovietica della società è andata tanto lontano da essere irriformabile. Il ritorno al liberalismo è impossibile.
Moltiplicando all’infinito gli impegni dello Stato, aumentando la pressione fiscale e il peso di stipendi e pensioni, si è infine consumato tutto il grasso che si era messo da parte negli anni della prosperità. Siamo giunti al momento in cui economicamente non ci sono più riserve. Siamo gravati dagli interessi di un debito pubblico colossale che rischia di farci fallire. Abbiamo un costo del lavoro che ci rende non competitivi. Abbiamo una Sanità costosa e che tuttavia, soprattutto al Sud, è un disastro. La nostra amministrazione della giustizia paralizza il Paese con ritardi di anni sia in campo civile sia in campo penale. Né va bene una scuola che insegna poco e male. Per giunta, malgrado l’abbassamento degli standard rispetto agli anni lontani del dopoguerra, abbiamo pochi laureati. Insomma l’Italia sta raccogliendo tutto il vento che un tempo ha seminato, quando si è arrivati a dire che il salario era una variabile indipendente, che non si poteva licenziare nessuno, nemmeno se l’impresa chiudeva per mancanza di profitti. In queste condizioni usciremo dalla crisi non quando cambierà qualcosa, ma quando cambierà tutto. 
Non sarà facile. In Italia manca la presa di coscienza della fine di un ciclo. Il modello sociale attuale ci sembra l’unico possibile e l’idea di tutti è che bisogna soltanto renderlo funzionale ed efficiente. La crisi diviene così insolubile. Non si comprende che sarebbe indispensabile pensare a qualcosa di diverso, quand’anche la conclusione fosse che, essendosi guastata l’automobile, bisogna scendere e proseguire a piedi. In altri termini, che il cambiamento potrebbe non essere rappresentato da una novità, ma soltanto da un ritorno al passato. Al buon senso dominato esclusivamente dalla realtà.

perché l’economia di stato non funziona
Forse qualcosa si può anche dire sul perché l’economia di Stato – o “statalizzante”, come quella imperante in Europa – non funziona. Se il primo imperativo della società non è di tipo economico ma di tipo morale, se cioè la società disprezza l’avidità di beni e la fiscalità punisce economicamente, quasi con un sequestro, chi la ricchezza se l’è procurata, il rischio è quello dell’impoverimento generale.
Qualcuno potrà anche ritenere che questo sia un prezzo che val la pena di pagare, ed è libero di pensarla così. Ma economicamente l’esperienza insegna che, per il maggior benessere del maggior numero, è meglio avere le diseguaglianze sociali (perché i meno ricchi staranno accettabilmente bene) che l’uguaglianza nella miseria di tutti. Fra l’altro i poveri troveranno un lavoro nella produzione dei beni fruiti dai ricchi.
La meritocrazia – principio conforme alla natura - va favorita. Perché in fin dei conti contribuisce al benessere della nazione. La stessa agiatezza dei ricchi va vista, come fanno i Protestanti, piuttosto come un segno della benevolenza divina che come la dimostrazione dell’avidità e forse della disonestà del singolo. Il salario è – e deve essere – un dato economico, non un dato morale, come sostiene perfino la Costituzione italiana. Esso deve risultare dalla legge della domanda e dell’offerta, solo vietando le violazioni di norme quali possono essere i patti fra le grandi imprese (cartelli). E comunque Marx aveva largamente torto: cercando di eliminare il plusvalore, il risultato è stato la povertà tanto del datore di lavoro quanto del prestatore d’opera.
Anche il Welfare State è stato una fonte di disfunzioni. Introducendo la tendenziale gratuità dei servizi, si favorisce lo spreco, la malafede, la corruzione. I benefici del Welfare vanno sì raggiunti, ma senza “State”: soltanto attraverso la legislazione. Le cinture di sicurezza sono in questo senso un buon esempio. Lo Stato non le regala, al cittadino, e non gliele applica, gli fa soltanto pagare una contravvenzione se non le usa. Nello stesso modo (salvo che per i poverissimi) dovrebbe imporre ai cittadini la previdenza e l’assistenza, a loro spese. È vero, il cittadino dovrebbe pagarsi cure e pensione di tasca sua, ma forse che oggi non le paga, con l’enorme pressione fiscale? Solo che il sistema fosse privatizzato, costerebbe meno alla collettività e in definitiva ai singoli, e funzionerebbe anche meglio.

la crisi nel mondo
Per quanto riguarda il mondo, ciò che allarma nella mentalità attuale è che crediamo inconcepibili certi problemi e per ciò stesso siamo impreparati ad affrontarli. Questo spiega perché pochissimi abbiano paura della Corea del Nord. Per decenni siamo stati convinti che è troppo stupido e criminale pensare di usare la bomba atomica, e dunque siamo stati sicuri che nessuno lo farà mai. Abbiamo dimenticato che il tempo passa e i giovani – non avendo idea di che cosa sia una guerra – sono disposti a correre i rischi che invece frenano le persone anziane. E allora ecco abbiamo un incosciente come il dittatore della Corea del Nord che fa rischiare al mondo – e soprattutto al suo popolo – una guerra nucleare. Come possiamo reputare inverosimile qualcosa che abbiamo sotto gli occhi?
Nella comprensione del reale bisogna fare un più largo posto alla follia. L’istinto materno è fra i più forti e una gattina è disposta a morire per difendere i suoi cuccioli. E tuttavia ogni tanto una donna, non una gatta, uccide i suoi figli. Bisognerebbe sempre ricordare la legge di Murphy, e cioè che ciò che è possibile non soltanto può realmente accadere, ma è fatale che una volta o l’altra accada davvero. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 febbraio 2018

(1) The Middle of an Era

   Only now is the full power of what started in 2008 being felt.
    
  I have written in several places about a paradox. On the one hand, if you take a snapshot of the world every 20 years or so, the reality of how the world works and what matters will have shifted dramatically compared with the previous snapshot. On the other hand, at any point in time there is a general belief that the world as it is at this moment will remain in place for a long time. It is not just the public but also experts and those who govern who tend to fail to see how transitory the present reality is. As a result – and this is what makes it important – as the geopolitical system shifts, there is a tendency to see the shifts as transitory, a temporary disruption caused by unfortunate events, until they are well entrenched, and so we tend to align ourselves with the shift far too late.


  In 1900, Europe was peaceful and prosperous, and it dominated the world. It was assumed that this was a permanent reality. By 1920, Europe had torn itself apart, impoverished itself, in a bloody war. It was assumed that Germany, having been defeated, was finished. By 1940, Germany had re-emerged and was astride Europe. It was assumed that the German tide could not be resisted. By 1960, Germany was an occupied and divided country. It was assumed that war between the strongest of the occupiers, the United States and the Soviet Union, was inevitable. By 1980, there had been a war, but in Vietnam rather than Europe, and the United States had been defeated. The U.S. was now aligned with China against the Soviet Union. It was assumed that the Soviets were a permanent and dangerous enemy to both countries. By 2000, the Soviet Union no longer existed. It was assumed that the key interest of all countries was economic growth, and that traditional conflict among nations had become a marginal matter.

Twenty years is an arbitrary time period, but historically it’s about the length of a human generation. The world changes radically in each generation, but the dates can vary. The last era began in 1991 and ended in 2008. Yet even now there are many who are waiting for the world of 1991 to return. More important, only now is the full power of what started in 2008 being felt.

Life After the Cold War
  Consider how the world changed in 1991. The Soviet Union collapsed, and it was assumed that the rump state, Russia, was no longer a significant factor in how the world worked. Europe signed the Maastricht Treaty, which was seriously and reasonably believed to be the preface for the creation of a United States of Europe. The United States led a vast coalition of nations against Iraq’s occupation of Kuwait, defeating Iraq with few dissenting voices. China had adopted capitalism and begun its historic economic surge; it seemed an unstoppable train headed toward liberal democracy. Japan, the previous economic miracle that would never end, was in the midst of its transformative economic crisis. With the Cold War over, the U.S. was the only global power, and the world was reshaping itself in the American image.

  The world was filled with the promise that the horrors and dangers of the 20th century were behind us. And for a time, that appeared to be the case. The first sign that the world was not quite as it seemed came in 2001, when operatives of al-Qaida attacked the United States, and the United States struck out at the Islamic world.
  That era hung on for a few more years, until two events a few weeks apart finally broke it. On Aug. 8, 2008, Russia and Georgia went to war, putting to rest the idea that Russia had fallen into permanent, shabby irrelevance, or that conventional warfare was obsolete. Then on Sept. 15, 2008, Lehman Brotherscollapsed, wrecking the illusion that the global economy could only go up. In the span of just over five weeks, the core assumptions of the era began to change.

  Russia was no longer a superpower, but it was certainly still a regional power. It still had a sphere of influence beyond its borders, and it would protect its interests by force. The empire the czars had created would not go quietly into that good night.
  The core weakness of the European Union was revealed: It was not a nation-state but merely a treaty joined into by sovereign states whose leaders were elected by their citizens and whose loyalty was to their voters, not to Brussels. The EU was a perfectly designed instrument for economic success, but it could not cope with economic dysfunction because economic pain did not distribute itself neatly over the bloc’s vast geography. Each member state increasingly pursued its own interests and frequently found the EU a hindrance rather than a help. 2008 was the high point of Europe.
China found in 2008 that an economy built on exports was not in its hands but in the hands of its customers. The economic stagnation that followed transformed China from a powerful engine pouring goods out to eager customers to a nation scrambling to put out financial fires, fantasizing about endless roads and artificial intelligence, all while turning into a dictatorship that would likely define it for the next era. Japan, rather than descend into disaster, used its social solidarity to weather its crisis by accepting the idea that a declining population and stable growth lead to higher per capita income.
  And the United States discovered that being astride the world was a prescription for stumbling and falling. The war against jihadism would not end; the Russians would not accept their place in the world order; the Chinese would be less an economic problem than a potential military one; and the Europeans would be self-absorbed and provincial, as would be expected from their position. The United States realized that it was not ready, institutionally or psychologically, to manage the power it had acquired, and it could not delegate.
A New Era
  The world in 2008, some 17 years after the last era had begun, did not resemble what most people expected. For a long time – for some even today – there was the expectation that the post-Cold War world (as good a name as there is for what began in 1991) was the norm, and but for someone’s bungling we would still be there and certainly would return to it. But eras come and go, and the world of 2008 will be in place well into the 2020s.
  After 10 years, its outline is already clear. It is a time of economic dysfunction, defined by slow growth and unequal distribution of wealth, leading to domestic political tension and deep international friction. Countries will be focused on their own problems, and those problems will create trouble abroad. It is a world that is best described as parochial, tense and angry. There are worse things that it can be. But much depends on how rapidly the United States matures into its role as the single-most powerful country in the world. Likely the emergence of the U.S. from its internal rages will be the major feature of the next era.
Una nuova era
Il mondo nel 2008, circa diciassette anni dopo che l’ultima era cominciata, non somigliava a ciò che la maggior parte delle persone si aspettava. Per un lungo periodo – per alcuni ancora oggi – ci fu l’attesa che il mondo del dopoguerra della Guerra Fredda (un buon nome per il momento per ciò che cominciò nel 1991) era la norma, e a parte qualche erroraccio commesso da qualcuno saremmo rimasti in esso e certamente saremmo ritornati ad esso. Ma le ere vanno e vengono, e il mondo del 2008 sarà quello in vigore fino ai prossimi Anni Venti ed oltre.
Dopo dieci anni, il suo profilo è già chiaro. È un tempo di disfunzioni economiche, definito da crescita lenta e distribuzione ineguale della ricchezza. Che conduce a tensioni politiche interne e profonde frizioni internazionali. I Paesi si concentraranno sui loro propri problemi, e quei problemi creeranno dei torbidi all’estero. Il modo migliore per definire un simile mondo è teso, intellettualmente limitato ed arrabbiato. Ci sono situazioni peggiori. Ma molto dipende da come gli Stati Uniti si adatteranno al loro ruolo come unica superpotenza del mondo. Probabilmente l’emergere degli U.s.a. dalle sue rabbie interne sarà la maggiore caratteristica della prossima era.
Twenty years means nothing in history, but it means everything in our lives, so our tendency to convince ourselves of the permanence of the present era is understandable. But history didn’t end in 1991, and it didn’t end in 2008. For better or worse, this too shall pass.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/3/2018 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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