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giannipardo@libero.it
POLITICA
21 febbraio 2018
ESOPO DICE LA SUA GENTILONI
La favole moderne hanno l’intento di divertire i bambini e proprio per questo le migliori sono quelle dei fratelli Grimm. Mentre la favole di Perrault hanno tracce di moralismo e quelle di Andersen echi di un insuperato dolore, le favole dei due tedeschi - forse perché tratte dai racconti popolari – sono del tutto prive di ideali. Non disdegnano l’orrore, il sadismo, la fantasia per la fantasia e di “morale” c’è soltanto il successo del protagonista. Ma soltanto perché in esso si identificano i piccoli, ed è significativo che non importa se poi costui vince perché migliore moralmente o semplicemente più furbo e più privo di scrupoli. Il bambino è tendenzialmente amorale. 
Le favole antiche avevano invece intenti precisamente pedagogici, tanto da essere per la maggior parte “teoremi gnomici”, come li ha definiti qualcuno. Cioè apologhi col preciso scopo di insegnare qualcosa. Forse anche per questo né Esopo né Fedro sono stati grandi artisti, mentre l’unico, grandissimo artista della congrega è Jean de la Fontaine. Occasionalmente moralista, occasionalmente cinico, sempre preoccupato della bellezza.
Proprio pensando alla politica italiana di questi giorni, viene in mente una favola di Esopo. Una volta le rane, stanche dell’anarchia, chiesero un re a Giove. Il padre degli dei rise della richiesta e gettò nello stagno un travicello. Le rane, resesi conto della sua inerzia, coprirono d’insulti il pezzo di legno e chiesero un altro re. 
 Scrive Esopo: “Allora fu mandato da Giove un orribile serpente acquatico, che fece una grande strage di rane. Invano le misere rane correvano per tutta la palude per evitare la morte con la fuga: poi mandarono di nascosto Mercurio a Giove per aiutare le sfortunate. Ma il re degli dei punì la stoltezza delle rane con parole dure: ‘Poiché non avete voluto sopportare il vostro bene, ora tollerate il vostro male’”.
La favola parte dal pezzo di legno e arriva al serpente ma nulla impedisce il procedimento inverso. Infatti, nel tempo che segue gli eventi dolorosi. gli uomini mostrano di avere appreso la lezione. Se c’è un momento in cui tutti sono disposti a pagare alti prezzi per la pace, è dopo la fine di una guerra. Mentre è soltanto dopo un lungo periodo di pace che i popoli divengono bellicosi. Se Giove avesse inviato prima il serpente, e poi il re Travicello, le rane quest’ultimo lo avrebbero amato. 
In Italia abbiamo fatto un’esperienza di questo genere. Per circa mille giorni abbiamo avuto Matteo Renzi: un Primo Ministro clamoroso, eccessivo, sbruffone. Egocentrico, retorico, arrogante ed eccessivamente sicuro di sé. Insomma una sorta di incarnazione dell’eccesso, della hybris greca. Non era sprovvisto di qualità: era eccellente dialettico e grandissimo comunicatore, era energico e aveva coraggio da vendere. Appariva travolgente in ogni senso. Abbatteva avversari e ostacoli come birilli e molti cominciarono a sperare che potesse compiere miracoli. Naturalmente l’impossibile è al di à delle capacità umane (qualcuno dice anche di quelle di Dio) e alla lunga gli eccessi stancano. Così, nel giro di pochi mesi, l’umore delle rane cambiò. Quando l’interessato cominciò a rendersene conto – siamo a metà 2016 - per salvarsi moltiplicò gli interventi e le pressioni, senza capire che così moltiplicava anche i motivi del rigetto. Un rigetto che infatti si manifestò, clamoroso e irrimediabile, col referendum del quattro dicembre.
Il serpente acquatico fu seguito da Paolo Gentiloni, uomo pacato, beneducato e rispettoso di tutti. Un Primo Ministro tutt’altro che invadente e quasi grigio. Non prometteva grandi risultati ma non provocava grandi guasti. Era riposante, insomma, e umanamente amabile. Non fosse altro per il contrasto con il predecessore, cominciò a raccogliere una universale messe di simpatie. Forse perfino esagerate. Esagerate perché un ottimo Primo Ministro non è soltanto un maestro di cerimonie. Deve realizzare grandi e benefici cambiamenti nella vita nazionale, soprattutto quando una nazione, come la nostra, è in crisi da un decennio.
Naturalmente questa non è una critica a Gentiloni. Nelle condizioni date probabilmente nessuno avrebbe potuto far di meglio. Ma il punto è che il solo fatto di non essere Renzi non trasforma nessuno in un gigante della storia. 
Oggi invece questo genere di errore è di moda. Un intero partito, il M5s, pensa che, se il direttore della banca scappa con la cassa, il miglior direttore di banca sarebbe un uomo onesto. Come se dirigere una banca fosse l’affare del primo venuto e come se un uomo onesto non potesse provocare in buona fede più danni di un disonesto. 
Il problema non è scegliere fra Renzi e Gentiloni. Soltanto se San Gennaro moltiplicasse per due i voti attualmente previsti avremmo il dubbio sulla personalità del Pd cui affidare la premiership. Il problema è l’entità dei danni che Renzi ha provocato al Pd. E dunque la percentuale di voti che il partito otterrà fra meno di due settimane. Naturalmente, se per qualche mese non si riuscirà a costituire un governo, ci terremo volentieri Paolo Gentiloni. Ma senza mitizzarlo. 
Francamente, si può essere molto, molto stanchi di mitizzazioni e demonizzazioni. Le dimensioni dei nostri politici non permettono né l’una né l’altra esagerazione. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 febbraio 2018




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CULTURA
20 febbraio 2018
PHILOSOPHARI


Quando avevo dodici o tredici anni i compagni di gioco mi irridevano chiamandomi “filosofo”. Sono cresciuto e sono diventato vecchio – nel momento in cui scrivo ho superato da tempo gli ottant’anni – e filosofo non lo sono affatto divenuto. Ho visto divenire professori di filosofia persone che al pensiero si interessavano più o meno quanto un carrozziere o un salumiere, mentre io in questo campo non ho fatto un passo e da autentico professionista sono stato soltanto un pensionato. Non ho nemmeno letto molte opere di filosofi, anzi quasi nessuna. Di ogni sistema di pensiero m’è interessata solo la sintesi, quale può darla un buon testo universitario o di divulgazione. Troppi filosofi si sono lanciati in complessi e sistematici modelli di pensiero fondati su un assunto mitologico e personale, basti pensare allo Spirito di Hegel.
Non ho mai avuto abbastanza tempo e abbastanza pazienza, per leggere grandi libri. E non parliamo poi degli autori di cui si sa che hanno scritto libri “grandi e difficili”, come Hegel, appunto. Di lui non tenterei di leggere una pagina perché il nulla non ha sapore neppure in confezione regalo. Al riguardo la penso come Schopenhauer. Ho letto molto di più Voltaire, perché sa anche essere divertente. Montaigne, perché è un amico. Nietzsche, perché certi suoi pensieri (a volte contenuti in brevissimi aforismi) sono lampi di luce folgoranti e indimenticabili. E se ho letto un grosso libro di filosofia è stato quando esso era grosso come numero di pagine, ma piccolo, per quanto riguardava ogni singolo argomento. Ad esempio la Storia della Filosofia Occidentale di Bertrand Russell. E questo anche perché quel gentiluomo ha il senso dell’umorismo e in fondo non sembra prendere molto sul serio né i filosofi né la filosofia. 
Sarei dunque assolutamente abusivo, nella confraternita dei filosofi. Né questa esclusione potrebbe provocarmi un dolore, perché verso di loro non ho mai sentito il minimo sentimento di reverenza. Al massimo di simpatia, quando ho potuto considerarli persone che avrei amato frequentare, come Socrate, Hume o Russell, appunto. I grandi nomi, le grandi cariche non riescono ad impressionarmi. Il Papa è per me un signore che ama vestirsi in modo curioso. Ma ci sono perfino periodi dell’anno in cui la gente comune può vestirsi come meglio crede.
Ciò che forse val la pena di dire, per onestà, è che il mio non essere un filosofo è stato in un certo senso conseguenza della mia filosofia. Un po’ come Rousseau, che i libri pongono fra gli illuministi, lui che odiava a morte gli illuministi e l’Illuminismo. Il fatto è che il libro della mia filosofia, invece di scriverlo, e magari imporlo ad incolpevoli studenti universitari, l’ho semplicemente vissuto. Come Socrate. Soltanto che, diversamente da Socrate, non ho meritato nessun Platone accanto a me.
Ora chiunque sghignazzerà: “Vuoi vedere che questo imbecille vuole paragonarsi a Socrate?” E allora mi spiego meglio.
Immaginiamo un pittore convinto che la pittura sia morta. Per coerenza, la sua unica opera possibile sarà una tela bianca. E infatti per un mese o due egli appende al muro una tela, come sua opera; poi se ne stanca, va ad aggiungerla alla collezione, in cantina, e appende al muro una nuova tela bianca. Direte che è un pazzo, naturalmente, ma non rimane un pittore? Io sono un filosofo come quel pittore è un pittore. La mia teoria filosofica mi ha ridotto all’afasia. A meno che non siate tanto generosi da chiamare pittore qualcuno che si limita a contemplare tele bianche.
Tutto cominciò quando, ragazzino, fui “convertito” al Cattolicesimo da un amico appena più anziano di me che mi parlò di Aristotele e di Tommaso d’Aquino. Divenni un cattolico fervente e ciò dette un senso all’intera realtà. Poi però, ragionando sulla Fede, mi posi cento problemi e arrivai alla conclusione che quell’edificio razionalmente non stava in piedi. Qualcuno avrebbe potuto chiamare la mia crisi “religiosa” ma in realtà fu “intellettuale”. Prima avevo creduto perché convinto dai ragionamenti, poi smisi di credere perché non sapevo obiettare più nulla ai miei stessi ragionamenti. Avrei preferito continuare a credere ma non potevo nulla contro la mia razionalità e vissi quel cambiamento di prospettiva con autentico strazio. 
Per un tempo che a quell’età mi era sembrato lunghissimo, il Cattolicesimo era stato la spina dorsale del mio pensiero, e all’incirca a sedici anni la decostruzione di quella teoria mi obbligò ad accettare il sistema di pensiero risultante da quella demolizione. Non fu impresa da poco. Venendo meno Dio, l’anima e in generale lo spirito, tutto crollò. Fu come abbandonare i grattacieli e ricominciare dalle caverne.
La gente non ci pensa, e non ci pensano neppure i miscredenti, ma non è che si possa togliere Dio dal panorama lasciando il resto invariato. Se Dio non esiste, o se esistendo non si occupa degli uomini (fa lo stesso), e l’uomo non è stato creato da Lui, la vita umana non ha senso. O, almeno, l’uomo non ha più senso di qualunque altro animale. Lo stesso l’Universo, se non è stato creato per un fine, è pura materia, e non può avere uno scopo. Dunque aveva ragione Shakespeare: “La vita è una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito e di furore, che non significa nulla”. Non è verità da poco.
L’intera realtà va guardata con altri occhi. Mentre gli uomini credono confusamente che ci sia qualcosa al di là dell’evidenza quotidiana - e parlano di Bene, di Legge, di Morale come di valori oggettivamente esistenti, al di fuori del nostro pensiero personale - in realtà al di fuori e aldilà non c’è assolutamente niente. Il Bene è ciò che gli uomini, secondo i tempi, i luoghi, e gli interessi di chi ha il potere, dichiarano Bene. La Legge non è diversa dal Bene. La Morale, lo dice la stessa etimologia, è il risultato delle convinzioni prevalenti dei singoli. Certo, è meglio che non si uccida, ma soltanto perché, se ci fossero molti omicidi, avremmo paura per noi stessi e non vivremmo tranquilli. L’unica cosa che esiste è la materia. Il mondo in cui crediamo di vivere, quello in cui sembra che ci sia “molto di più”, non è che la rappresentazione mentale di ciò che siamo riusciti ad organizzare, come guide del vivere insieme. Siamo maggiormente intelligenti, rispetto agli altri mammiferi, ma non diversamente intelligenti.
In particolare, la realtà non mostra nessuna prova dell’esistenza di un’anima immortale e per giunta la sua sostanza “spirituale” sarebbe in contraddizione con l’essere all’interno del nostro corpo, come già obiettavo durante la mia crisi religiosa. Ciò che è all’interno e non all’esterno ha una frontiera fisica, e dunque non è spirituale.
 Comunque l’anima è un’ipotesi di cui non abbiamo bisogno. Chiunque abbia avuto un cane ve lo confermerà.  E ovviamente, non esistendo l’anima e non essendo spirituale, nulla può sopravvivere alla nostra morte. Non ha senso parlare di aldilà, di inferno, di paradiso, di giudizio universale. Siamo degli esseri il cui orologio biologico è programmato per farci invecchiare e morire. I discorsi che i preti fanno in occasione dei funerali sono da schiaffi. 
La mia decostruzione fu coerente, spietata, totale. Non rimase in piedi nulla. Non fu soltanto un individuo insignificante come me a rimanere orfano e solo. Divennero dei falliti esistenziali assolutamente tutti gli esseri umani, anche se non se ne accorgevano e si davano delle arie. Qualcuno potrebbe definire questa posizione nichilista, ma era soltanto la conseguenza della morte di Dio. 
Questa visione della realtà fece svanire le sovrastrutture, le ubbie e i sogni della società umana. Le nuvole si erano diradate, la visione aveva contorni chiari, addirittura scolpiti, e il Sole non era certo colpevole di mostrare un deserto di pietre. La mia vita non aveva senso e non valeva la pena di strapazzarsi per nessuno scopo. Perché nessun fine valeva nulla. Come scrisse Jules Laforgue: “Et devant ta présence épouvantable, ô Mort, Je songe qu'aucun but ne vaut aucun effort”, e dinanzi alla tua spaventosa presenza, o Morte, mi accorgo che nessuno scopo vale alcuno sforzo. 
Perché trascurare la bellezza di albe e tramonti, perché rinunciare al riflesso della luna sul mare, soltanto per non perdere qualche ora di studio o, peggio, un buon voto agli esami? Chi mi diceva che non sarei morto prima di godere del frutto delle mie fatiche? Così ero già il professionista del non far nulla di utile. Ero per la vita contemplativa, senza nemmeno sapere che la raccomandava caldamente Aristotele.
La parola “cosmo” oggi significa universo, ma in origine significava “ordine”. Infatti gli uomini credono di vivere in un universo ordinato. In realtà, già allora, gli uomini erano per me degli animali nemmeno tanto pensosi, e certo non tali da meritare la qualifica di “sapiens”. Il panorama intellettuale risultante dalla mia crisi adolescenziale, se vogliamo chiamarla così, può far paura, ma per un’intera, lunga vita, esso mi ha fornito un indefettibile orientamento che nessun fenomeno mai è venuto a turbare. Forse l’ho pagato caro, ma non è stato un cattivo acquisto.
I principi che reggevano la società umana erano privi di base. Dostoevskij ha sbagliato, scrivendo la famosa frase: “Se Dio è morto allora tutto è lecito”. La morte di Dio non è l’autorizzazione a divertirci come ragazzini incustoditi, è l’ordine di farci carico di noi stessi e del nostro destino. Io sentii allora il bisogno di costruirmi una morale e per fortuna la trovai, d’istinto, nell’utilitarismo. “Vivi moralmente perché vivere in modo morale è più comodo che vivere in modo immorale”. Naturalmente ciò implicava che, se l’immoralità mi fosse venuta comoda e non avesse comportato rischi, avrei dovuto adottarla con entusiasmo. Dunque in campo sessuale sono sempre stato del tutto immorale. Ciò che due adulti consenzienti possono fare di comune accordo non riguarda affatto i terzi. Sono stato per l’eutanasia, per le unioni degli omosessuali, e per la libertà di ogni comportamento che non riguardi gli altri. 
Forse la tragedia della mia adolescenza fu determinata dall’aver preso tanto sul serio la religione e le sue implicazioni. Mentre per molti Dio è una convenzione fra le altre, per il teologo, venuto meno quel pilastro, vien giù tutto. Rimane un cielo vuoto e, sotto di esso, una realtà puramente materiale. Tutto ciò di cui la gente si riempie la bocca – gli ideali, il senso della storia, le religioni, le filosofie, i pregiudizi e perfino le superstizioni – sono scomparsi. Tutte le cose cui la gente attribuisce una sorta di esistenza autonoma, divengono inconsistenti idola. Un modo di dare sostanza a semplici concetti. Un’allucinazione prodotta dal linguaggio, quasi che ogni parola rimandasse ad un oggetto effettivamente esistente, dietro di essa e al di là di essa. 
Del resto, non è forse questa l’origine del concetto di anima? Che cos’è, questa cosa impalpabile, se non un’indebita sostanzializzazione del pensiero? L’unica cosa certa è che pensiamo e il pensiero non è un “qualcosa” in sé: è soltanto l’attività del cervello, come il movimento del braccio è l’attività del braccio. Il nostro stesso “io” non esiste in sé, è soltanto il momento in cui col pensiero ci riferiamo a noi stessi.
La decostruzione delle illusioni è seria quando è totale. Purtroppo, quando riesce, piuttosto che scrivere un libro per enumerare tutte le cose che non esistono, diviene più facile indicare ciò che è rimasto: ed è rimasta soltanto la materia. 
Non potevo fare una carriera di filosofo, se tutto ciò che avevo da dire era: “Non c’è niente da dire”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 febbraio 2018




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CULTURA
19 febbraio 2018
LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA
Un articolo di Matteo Sacchi, sul “Giornale” del 18 febbraio(1), recensisce due volumi di notevoli scienziati sul modo della conoscenza umana. E poiché il testo di oggi è un commento a queste idee, invito chi ha la voglia e la pazienza di discutere di questi argomenti a leggere prima l’articolo, dal doppio titolo: “L’intelligenza umana è una geniale ignoranza – Controcultura ai confini della conoscenza”.

Se c'è un campo in cui la conoscenza umana sta procedendo speditissima è la metacognizione. Non fatevi venire subito il mal di testa e non lasciate che il vostro cervello agisca d'impulso - lo fa molto più spesso di quello che possiate (...) segue alle pagine 24-25 (...) immaginarvi - facendo tabula rasa di fronte a una parola dall'aria complicata. Non lo fa per cattiveria, ma soltanto perché è in grado di memorizzare, al massimo, un gigabyte di dati (molto meno di un personal computer) e quindi tende a non farsi invischiare in complicazioni. Complicazioni che invece piacciono molto ai cervelli giovanissimi, quelli dei bambini. La metacognizione, in sostanza, è semplicemente la mente che pensa la mente per capire come la mente funziona e apprende. Così è più facile da capire (non si deve ricorrere al vocabolario), ma non troppo più facile, e la curiosità potrebbe spingervi a continuare a leggere. E poi, magari, a farvi arrivare in libreria per mettere le mani sui due volumi da cui parte questo articolo. Il primo è La vita segreta della mente del neuroscienziato argentino Mario Sigman (Utet, pagg. 264, euro 20). Sigman, fondatore dell'Integrative Neuroscience Laboratory di Buenos Aires, è uno dei massimi esperti del sistema decisionale del cervello. Nel suo saggio, approfondito ma molto divulgativo, illustra un sacco di meccanismi mentali che agiscono sempre negli esseri umani, ma che spesso sono controintuitivi. Qualche esempio. Il cervello ha enormi capacità innate di sinestesia. Accosta in maniera innata concetti visivi a concetti legati al suono, concetti spaziali a concetti temporali. Così quasi tutti gli esseri umani pensano che il futuro sia davanti e il passato dietro, o che il rosso sia caldo e il blu freddo... Al fondo di molte delle nostre decisioni ci sono queste sintesi istantanee fatte dal cervello. Il cervello «riflette» quando gli elementi da analizzare sono relativamente pochi e c'è il tempo per farlo. In altri casi si attivano meccanismi automatici. Può sembrare incredibile, ma se i fattori di calcolo sono troppi chi ci azzecca di più è chi si affida all'istinto. Non parliamo poi dei colpi di fulmine e dell'amore. Gli esperimenti condotti dai colleghi di Sigman hanno dimostrato con buona approssimazione che il colpo di fulmine tende a portarci, come accade ai roditori, semplicemente verso chi ha un pattern di difese immunitarie diverse dalle nostre. È una garanzia biologica di produrre cuccioli sani, con un corredo immunitario ampio. Poi entrano in gioco, per carità, meccanismi più complessi, ma alla fine il cervello, di base tende a ricorrere a una serie di risposte precostituite, molte delle quali sono «di pancia». Sulla stessa linea d'analisi anche l'altro volume su cui volevamo incuriosirvi (sì, anche con vili trucchetti retorici che, visto come è fatto il cervello, funzionano sempre). È il saggio di Steven Sloman e Philip Fernbach: L'illusione della conoscenza (Raffaello Cortina, pagg. 316, euro 26). I due scienziati cognitivi si muovono sullo stesso terreno di Sigman, ma dedicano largo spazio ai limiti dei meccanismi decisionali di noi umani. In pratica dimostrano con molta chiarezza che la maggior parte delle nostre decisioni sono prese a colpi di «pressapoco». Avete presente il celebre monologo del film Sogni d'oro di Nanni Moretti? Quello che recita in furioso parossismo: «Io non parlo di cose che non conosco!»? Ecco Sloman e Fernbach vi dimostrano con decine di esempi che in pratica parliamo quasi soltanto di cose che non conosciamo davvero. Tutti usano il water, ma moltissime persone ignorano come possa funzionare. Svariati test dimostrano che la maggior parte degli individui, pur sapendo andare in bicicletta non sono in grado di disegnarne schematicamente una... Il risultato è che, per lo più, anche in politica ci affidiamo a opinioni di riporto. Moltissime delle nostre scelte avvengono sulla fiducia. E quando si tratta di scegliere di chi fidarsi, e perché, scattano meccanismi archetipi che poco hanno di razionale. Ma non soltanto in politica. Anche quando nel 1954 gli Stati Uniti provarono i primi ordigni termonucleari, sbagliarono i calcoli sul loro potenziale proprio per eccesso di fiducia. Ecco, sono casi, questi, in cui la creatività della mente umana, così artistica, rischia di mostrare facilmente la corda (metafora che viene dal mondo tessile e figlia della nostra abitudine cognitiva a oggettivare). Il modo migliore di evitarlo è conoscere i suoi meccanismi. Che ci piacciano oppure no. 
Matteo Sacchi

Come altre volte ho tendenza a stupirmi del fatto che grandi menti spendano mesi a pensare e scrivere libri per dire qualcosa di ovvio. Ecco un esempio: qualche tempo fa è stato assegnato il premio Nobel per l’economia ad un professore per aver dimostrato che l’economia è imprevedibile perché risulta dalle decisioni - ben poco scientifiche, ben poco razionali - di milioni di persone. E forse che non lo sapevamo? Le grandi imprese, per le quali questa imprevedibilità costituisce un rischio finanziario, spendono a volte milioni per studiare accuratamente i prodotti che si vendono bene nella speranza di capire qual è l’elemento del loro successo. Lo fanno per produrre a loro volta qualcosa che riunisca il meglio di quelle caratteristiche e faccia realizzare grandi profitti: e il risultato qual è? A volte va bene, a volte va male. A volte addirittura, pressoché misteriosamente , il prodotto in un primo tempo è un fiasco e poi si rivela un best seller (la Cinquecento Fiat del 1960, per esempio, e la Smart, in tempi più recenti). È avvenuto perfino con le opere liriche, alcune delle quali, fra le più famose, hanno debuttato sommerse dai fischi. Era necessario scrivere libroni, per sapere tutto questo?
Anche i due volumi recensiti da Sacchi non fanno andare molto oltre il semplice buon senso. Bisogna premettere che il discorso sulle sinestesie è probabilmente farina del sacco del giornalista: infatti gli esempi sono sbagliati. Quando andiamo verso un luogo e ci allontaniamo da un altro luogo facciamo nello spazio esattamente ciò che facciamo nel tempo, viaggiando dal giorno che ci siamo lasciati alle spalle a quello che vivremo domani. E nello stesso modo il fuoco è rosso e non certo blu. Qui non si tratta di sinestesie si tratta di semplici associazioni mentali. Una vera sinestesia sarebbe sentire odore di lamponi soltanto perché abbiamo avvistato un gatto. Le sinestesie vere sono sensazioni del tutto ingiustificate e per questo patologiche.
Probabilmente ciò che vuol dire Sigman è che i principi che guidano la nostra vita, anche quelli che reputiamo logici e razionali, sono determinati dalla loro utilità, e per questo egli li definisce “automatici”. Ma con ciò non va più lontano di Nietzsche che, già nel XIX secolo, osservava ad esempio che il principio di identità è utile e pragmatico, non logicamente fondato. Infatti non esistono due oggetti identici, e se lo fossero sarebbero comunque in due posti diversi, non potendo coincidere. Per fare un esempio: se andando per i boschi sto per raccogliere un fungo e il compagno di passeggiata mi dice: “Non lo raccogliere, è velenoso”, me lo dice perché crede che quel fungo sia un XXX. Cioè somiglia ad altri funghi XXX, velenosi. Ma poiché nessun fungo è identico ad un altro, e per giunta potrebbe esistere una specie XXY apparentemente identica alla specie XXX, senza essere velenosa ed anzi essendo gustosissima, la sua affermazione è logicamente azzardata, per non dire infondata. E tuttavia chi oserebbe, sulla base di queste considerazioni, mangiare quel fungo? Se un fungo sembra velenoso, è bene saltare dalla somiglianza all’identità. Per la logica astratta potrebbe essere un errore, ma nessuno è disposto a morire in nome della logica astratta. Ecco perché Sigman dice la verità, con quel libro, ma è una verità che non ha il pregio della novità. Il nostro pensiero è economico e spesso si accontenta di abitudini, regole accettate, suggestioni, intuizioni e persino pregiudizi. Ma è storia vecchia.
La tesi del secondo volume è che la maggior parte delle nostre decisioni sono prese a colpi di pressappoco, dal momento che non sappiamo molto delle cose e dei principi che usiamo quotidianamente. In altri termini, ci muoviamo a nostro agio in un mondo di cui crediamo di conoscere tutto e di cui a momenti non conosciamo niente. “Moltissime delle nostre scelte avvengono sulla fiducia”, dice l’articolo, ed è perfettamente vero, sempre che ci intendiamo sul senso della parola “fiducia”, in questo caso. E in che consiste la novità? Non soltanto non sappiamo come funziona lo scarico del water, ma non sappiamo come funziona il telefono, il computer, l’automobile, e la stragrande maggioranza degli oggetti appena appena più complicati di un martello. E allora? Se sapessimo come funziona il telefono, telefoneremmo meglio? 
In realtà la maggior parte delle volte non si tratta nemmeno di fiducia. Questo atteggiamento si ha quando di una cosa non si ha esperienza personale, mentre per il telefono lo constatiamo benissimo che, digitato quel numero, parliamo con chi volevamo parlare. Insomma, questo volume non scopre tanto un meccanismo della nostra mente quanto un principio di economia. Per intenderci: se, per superare l’esame di “Scienza delle Costruzioni”, devo saper spiegare come si costruisce un ponte, studierò come si costruisce un ponte. Ma da infermiere, chimico o sacerdote ci passerò sopra guardando il panorama. E non “per fiducia”, semplicemente perché in vita mia sono già passato su migliaia di ponti senza mai cadere nel fiume. Insomma, a volte si ha la sensazione che molta gente strapazzi le proprie meningi per confermare le evidenze da cui era partita. 
Forse, in realtà, per questi scienziati le cose stanno diversamente. Magari i volumi di diranno molte e più valide cose di quelle riferite dal pur valente giornalista. Non rimane che sperarlo. Di più non si può dire.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 febbraio 2018




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POLITICA
18 febbraio 2018
IL M5S ATTRAVERSO LA FINESTRA DEL GIARDINO
Se è stato piantato un albero, fuori dalla nostra finestra, lo vedremo tutti i giorni e soltanto ad un certo momento diremo, stupiti: “Ma guarda quant’è cresciuto!” I fatti che si verificano molto lentamente rimangono a lungo impercettibili e qualcosa del genere è avvenuto col Movimento 5 Stelle. 
Sembra ieri che chiunque parlasse in nome di quel partito ripeteva in tutte le sedi che esso era contro il sistema, contro le altre formazioni politiche, e del tutto inconciliabile con l’esistente. Perché l’intero esistente era da buttare. Le convergenze, le alleanze, le coalizioni erano inconcepibili. E infatti, quando nel 2013 il Pd guidato da Bersani non ebbe i numeri per formare un governo, i rappresentanti del Movimento rifiutarono ogni offerta, autoescludendosi da una legislatura che comunque andò avanti senza di loro. La posizione dei “grillini” appariva assurda, tanto che molti pensavano che non sarebbero andati da nessuna parte e infatti i pentastellati erano periodicamente costretti a spiegare che aspettavano di avere il 51% dei voti per andare al governo da soli e da soli applicare il loro programma rivoluzionario. Un’utopia.
Siamo andati avanti così per cinque anni e, malgrado la conferma delle previsioni, i capi non annunciavano cambiamenti epocali. Del resto anche i consensi degli elettori non sembravano calare. L’albero sembrava sempre lo stesso. E invece sotto sotto qualcosa è cambiato. Casaleggio senior è morto. Tra una marcia indietro e una marcia avanti, Beppe Grillo si è allontanato sempre più, fino a far pensare che un personaggio improbabile come Luigi Di Maio effettivamente parli in nome proprio e non come portavoce di un capo indiscutibile. 
Siamo al punto che, nell’imminenza delle elezioni, ci dobbiamo chiedere se il Movimento sia quello che abbiamo sempre conosciuto. Non soltanto ha rinnegato tanti dei suoi vecchi mantra, ma, se pure con parole fumose e a volte arroganti, Di Maio ha cominciato a prospettare ripetutamente una partecipazione del Movimento al governo. Il cambio di rotta è stato mimetizzato dalla cortina fumogena di qualche antica giaculatoria ma, seppure attraverso formulazioni arroganti e presuntuose, Di Maio ha manifestato la disponibilità ad “accettare il sostegno degli altri partiti”, purché costoro sostengano il Movimento senza avanzare pretese né di programma né di posti di governo. Quanto ciò sia verosimile, ognuno lo vede da sé. Ma essenziale è la disponibilità e al riguardo è significativa una vecchia barzelletta.
Ad una festa di beneficenza un uomo corteggia una bella signora e ad un certo punto le dice: “Se le dessi cinquecento euro da offrire per i bambini affamati, verrebbe a letto con me?” La signora rifiuta con sdegno. Ma l’uomo propone mille e infine diecimila euro. A questo punto la signora è più che esitante, e l’uomo le dice: “E se invece dessi cento euro a lei personalmente, verrebbe a letto con me?” “Per chi mi ha presa?” si indigna la signora. “Chi è lei, signora mia, finalmente lo sappiamo. Ora è questione di prezzo”.
Per il Movimento, il dubbio era se entrare o no in una maggioranza di governo. Sciolto il nodo, non rimane che mercanteggiare sul programma e sui nomi dei ministri, come sempre è avvenuto. Insomma tutto è cambiato. I dirigenti del partito hanno finalmente capito che, rimanendo alla finestra per un’altra legislatura, non ne avranno una terza in cui fare lo stesso gioco. O sfruttano il capitale politico che ancora hanno in questa occasione, o tanto vale che chiudano bottega. 
Ma i grandi cambiamenti richiedono anche grandi adattamenti e il Movimento, se fosse un partito serio, oggi dovrebbe porsi il problema delle alleanze. I “grillini” hanno sempre stramaledetto tutti e oggi anche i possibili alleati escludono qualsivoglia collaborazione coi partiti “estremisti”, “anti-europei” e “antisistema”, cioè con loro. Ma i pentastellati sono furbi e stanno trasformando in un vantaggio il fatto di non avere una linea politica. Si mostrano ambigui e si tengono le mani libere per potere, domani, allearsi con chi offre di più. Ecco perché oggi non si capisce se il Movimento sia nel sistema o contro il sistema, se sia di sinistra o di destra. La verità è che esso vuole raccogliere ancora una volta i voti degli arrabbiati antisistema, e al contrario potere poi mercanteggiare sia con la destra sia con la sinistra, e fare l’affare migliore. 
Accidenti, se l’albero è cresciuto. È enorme. Somiglia alla Democrazia Cristiana. Anch’essa era ambigua, dal punto di vista ideologico: era il partito che raccoglieva i voti degli anticomunisti e li spendeva poi sottobanco per allearsi con i comunisti. Dal punto di vista pratico era una sorta di cinica massoneria interessata soltanto al potere e al profitto. Il M5s in questo le somiglia molto e chissà che non dovremo a un partito senza bandiera e senza coscienza, la formazione del prossimo governo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 febbraio 2018




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POLITICA
17 febbraio 2018
RENZI L'INGUARIBILE
Era previsto che martedì prossimo Matteo Renzi e Matteo Salvini sarebbero stati insieme da Bruno Vespa, per un confronto. La notizia è ora che Salvini non ci sarà. 
I motivi addotti sono tre. Salvini afferma di avere in passato più volte richiesto a Renzi un confronto che questi avrebbe “sdegnosamente rifiutato”. In secondo luogo, per essere presente a quell’incontro, Salvini dovrebbe modificare il suo tour e deludere gli elettori che l’aspettano. Infine lui guarda al futuro e non intende parlare con qualcuno che “in passato, di tempo ne ha avuto fin troppo”. Bla bla. L’essenziale è che rifiuta il confronto. Tanto che Renzi, ricordando con l’occasione l’analogo rifiuto di Di Maio, ha affermato con molto humour che tutti gli negano un incontro eppure lui “non puzza”. 
Renzi ha ragione, non puzza, e quella di Salvini potrebbe anche essere una scortesia. Ma siamo in politica. Non soltanto la cortesia non fa parte del sistema, ma qui le parole sono un conto e la sostanza è un altro conto. Il rifiuto di Di Maio potrebbe avere avuto, come spiegazione, la paura di fare cattiva figura: Renzi è un campione della chiarezza, della dialettica ed anche dell’irrisione. Ma la stessa motivazione non è ipotizzabile per Salvini perché è assolutamente improbabile che quell’uomo possa avere paura di qualcuno. C’è in lui la ferina e brutale aggressività dello squalo. Se ha rifiutato il dibattito è probabilmente per altri motivi.
Non è verosimile che l’abbia fatto per restituire a Renzi la pariglia del rifiuto. Per quanto questo desiderio possa essere comprensibile, per un vero politico l’interesse passa prima dei sentimenti. E questo interesse potrebbe essere la convinzione che, dalla visibilità che potrebbe derivare dal dialogo in televisione, ha più bisogno Renzi che lui stesso. Il meccanismo è ben noto. Quando in politica due personaggi sono in gara, e uno di loro reputa di avere un consistente vantaggio, nega all’altro il confronto per non fargli pubblicità. 
In linea di principio, questa ragione nel nostro caso dovrebbe essere assurda. Le previsioni di voto del Partito Democratico sono largamente superiori a quelle della Lega e dunque dovrebbe essere Renzi, quello che offre visibilità a Salvini. Il fatto che invece sia quest’ultimo a sottrarsi, la dice lunga sulla perdita di velocità del personaggio Renzi. È chiaro che, per il leader della Lega, tutto dipende dalla sensazione di essere lui stesso in ascesa e il Segretario del Pd in discesa. E tanto basta. 
Rimane il dubbio che stia esagerando e bisogna certo fare tanto di cappello al coraggio e al humour di Renzi, quando afferma di non puzzare: ma rimane vero che lui stesso ha fatto questa ipotesi. 
Indubbiamente quest’uomo oggi deve lottare per sopravvivere politicamente. Se alle elezioni il risultato del Pd dovesse essere nettamente inferiore a quello ottenuto da Bersani nel 2013, è probabile che nel suo partito la fronda potrebbe trasformarsi in sommossa e defenestrazione. Né basterebbe far notare che, sommando il risultato del Pd con quello di Liberi e Uguali, si giunge ad un’apprezzabile percentuale: non si possono addizionare al Pd i voti di un partitino nato per fargli la guerra, in odio allo stesso Renzi. Al contrario, qualcuno potrebbe sottolineare che quella scissione si è avuta per colpa sua e di nessun altro.
Fra l’altro, i suoi comportamenti recenti non potrebbero certo aiutarlo. Nella compilazione delle liste elettorali, Renzi ha incluso soltanto i fedelissimi, lasciando al fresco quelli che forse in Parlamento non l’avrebbero sostenuto entusiasticamente. E quale sarebbe stata la sorte degli attuali fuorusciti, se fossero rimasti nel partito? Sarebbero stati messi da parte, ed anche troppo tardi per avere il tempo di fondare un nuovo partito e sperare di sopravvivere politicamente.
Anche a non amare Matteo Renzi, anche a non dimenticare i suoi infiniti errori e i suoi atteggiamenti provocatori, si è tentati di “rosicare”, come direbbe lui, vedendo quanti treni ha perduto. Dopo il 4 dicembre doveva farsi da parte, come aveva promesso, e poi risalire la china dal basso, con un diverso atteggiamento. Invece ha proseguito come se nulla fosse avvenuto, ammettendo come unica modificazione il cambio di residenza, da Palazzo Chigi al Nazareno. Seguendo i sondaggi, si direbbe che neanche l’elettorato gliel’ha perdonato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 febbraio 2018
(1)http://www.corriere.it/elezioni-2018/notizie/anche-salvini-rinuncia-confronto-tv-contro-renzi-elezioni-2018-ca27abe8-1331-11e8-bbf7-75f50a916419.shtml




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POLITICA
16 febbraio 2018
UN FETICCIO: L'AUTO ELETTRICA
Sul Corriere della Sera è comparso un articolo(1) firmato da Milena Gabanelli in cui si dice male delle automobili attuali, che provocano il riscaldamento del pianeta, aggiungendo che, nel giro di qualche decennio, saranno vietate dovunque. Da noi nel 2040. Queste automobili saranno ovviamente sostituite da virtuose auto elettriche ma leggendo l’articolo si scopre che la Gabanelli è giornalista più corretta di quel che si poteva pensare. Infatti riporta parecchi argomenti oggettivamente contrari alla sua tesi. L’unica affermazione apodittica e azzardata è quella con cui l’articolo comincia: “Le emissioni dei gas di scarico delle automobili contribuiscono al riscaldamento del pianeta”. Qualcosa come: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”. 
Comunque, ammettiamo che le auto a benzina o gasolio siano dannose per la salute del pianeta: quelle elettriche possono sostituire le attuali? Secondo la Gabanelli i dubbi più comuni “riguardano la ridotta autonomia, i tempi di ricarica troppo lunghi e, soprattutto, la scarsa diffusione delle colonnine di rifornimento”. Hai detto niente. Significa che, se uno abita a Palermo e vuole passare le vacanze in Val d’Aosta, con la macchina elettrica dovrà fermarsi almeno tre volte dove c’è la colonnina di rifornimento e aspettare ore e ore che la macchina si ricarichi. Magari passando la notte in albergo. Un albergo che fra l’altro non saprebbe come raggiungere, dal momento che l’auto è bloccata alla colonnina. Chi lo farebbe mai? E a che serve un’auto costosa che si può usare soltanto non lontano da casa? 
Né è sicuro che in futuro i tempi di ricarica saranno molto inferiori. In materia di immagazzinaggio dell’elettricità tutte le previsioni sono andate deluse sin dalla fine del XIX Secolo. In quegli anni si esitava fra auto a petrolio e auto elettrica (oltre che a vapore), e si pensava che, se appena si fosse riusciti a migliorare le prestazioni delle batterie, tutte le auto sarebbero state elettriche. Se appena. È passato quasi un secolo e mezzo, e siamo ancora a quel punto. 
Comunque, dal momento che - a quanto dicono - la tendenza è all’auto elettrica, “Aumenterà vertiginosamente la richiesta di energia elettrica”. E bisognerà trovarla. Secondo un competente, “il fabbisogno sarà soddisfatto per il 30% dal carbone, per un altro 30% dallo shale gas, per il 15% dall’idroelettrico, per un altro 15% dalle nuove rinnovabili e per il 10% dal nucleare”. Ma, un momento: il carbone, bruciando, produce CO2, e altrettanto fa lo shale gas. Siamo già al 60% e sento che la Terra continua a tossire. Quanto al resto, l’idroelettrico dà già tutto quello che poteva dare per le città, il nucleare è stramaledetto dai misoneisti e le fonti rinnovabili sono estremamente costose. Lo dimostra la situazione attuale. In teoria l’idea di produrre elettricità con dei pannelli sul tetto è molto allettante e tuttavia, pur di incentivarla, lo Stato è disposto a pagare la metà o più della spesa. Che ne sarebbe, se bisognasse pagare tutto di tasca propria? 
Anche le auto elettriche si vendono pochissimo, benché lo Stato si offra di pagare una parte della spesa. Secondo la Gabanelli, in Italia l’incentivo è di circa tremila euro e la media, nel mondo, è di ben novemila dollari. Non deve essere un affare, questa automobile, se l’unico modo di imporla sarebbe quello di regalarla. 
Oggi “il prezzo delle vetture [elettriche] in media si aggira sui 30 mila euro, su cui pesa fino al 50% la batteria”. E questo è un particolare interessante. Un’auto a benzina, con la normale manutenzione, può andare avanti per vent’anni. Le batterie invece vanno periodicamente sostituite. Pensando che incidono per la metà sul prezzo d’acquisto, ciò significa che dopo qualche tempo ci si troverà ad affrontare una spesa di quindicimila euro. Di che comprare una buona automobile a benzina. Ma scherziamo?
Abbiamo chiaramente bisogno di una flebo di ottimismo. Eccola: “Secondo uno studio di Bloomberg, tuttavia, dal 2010 a oggi il costo delle batterie al litio è diminuito del 73% — passando da 1.000 dollari per kWh a 273 dollari nel 2016”. “Le batterie, inoltre, saranno meno ingombranti, più leggere – oggi pesano una tonnellata – e più veloci da ricaricare”. Eh no, qui non ci siamo. Per quanto riguarda le batterie, le speranze devono essere accolte con scetticismo. È vero, quelle al litio (costosissime) sono migliori delle vecchie ma – a parte il fatto che per un’automobile elettrica pesano forse più di una Panda – bisogna ricordare che l’umanità si scervella da secoli sull’immagazzinamento dell’elettricità e il problema non è ancora risolto: chi dice che ora lo sarà? Soltanto per mettere in moto l’automobile, la mattina, stiamo col fiato sospeso: dopo il freddo di questa notte, partirà?
Senza dire che, leggiamo, l’esperto Tabarelli teme che Tesla possa diventare la nuova Enron, “la multinazionale energetica americana protagonista di uno dei più fragorosi fallimenti della storia”. Secondo l’investitore americano Jim Chanos, l’azienda produttrice di auto elettriche è “strutturalmente non redditizia”. “Tre anni fa si diceva che oggi sarebbe stata in attivo, oggi si dice che lo sarà fra tre anni”. Chi di speranza vive…
La sintesi è semplice: oggi l’auto elettrica è un articolo di fede. Bisogna crederci e basta. E questo, per i miscredenti professionisti, è un esercizio piuttosto difficile. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 febbraio 2018




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POLITICA
14 febbraio 2018
EUROPA E ISLAM
Per gli europei, gli immigranti musulmani sono innanzi tutto musulmani. Nel senso che poco importa che siano marocchini, nigeriani o del Bangla Desh, ciò che conta è il fatto che hanno quella religione. E questa è ovviamente una stupidaggine. L’essere musulmani non corrisponde ad appartenere ad un popolo o ad un’etnia. La religione non può essere l’equivalente della nazionalità e un italiano si stupirebbe di vedersi associato, come gruppo, ad un messicano o ad un filippino, solo perché tutti e tre sono cattolici. Fra l’altro, gli stessi musulmani percepiscono fra loro importanti differenze. Noi pensiamo che, quanto meno, “parlano arabo”: ma neanche questo è vero. Non nel senso che parlino lingue radicalmente diverse, ma nel senso che dal Marocco fino all’Iraq e oltre gli abitanti parlano soltanto dialetti, spesso tanto diversi che non si capirebbero. Indimenticabile al riguardo l’esperienza di un mio amico inglese. In un ricevimento di arabi, mentre i vari gruppi parlavano fra loro, un signore isolato chiese, alto e forte: “Does anybody speak English, here?” Pur essendo “arabo” anche lui, non conosceva nessuno dei dialetti dei presenti e non riusciva a comunicare con nessuno.
Fra i musulmani non c’è uniformità nemmeno per il colore della pelle. I sauditi o gli egiziani si sentirebbero offesi all’idea di essere assimilati ai maomettani di pelle nera. Neanche la religione è un sicuro cemento: mentre noi ci accorgiamo appena della distinzione fra cattolici e protestanti, per gli islamici fa un’enorme differenza essere sunniti o sciiti. Nel senso che i primi sarebbero felici di ammazzare i secondi, e viceversa.
A questo punto, la nostra universale convinzione che “i musulmani” siano qualcosa di unitario da trattare unitariamente è stupefacente e merita una spiegazione. Che non è neanche difficile. Sono loro che ci hanno spinti a considerarli diversi da tutti gli altri, tanto da costituire un unico gruppo. E ciò è avvenuto quando dei terroristi musulmani hanno ucciso degli europei perché non musulmani. La contrapposizione l’hanno creata loro. Come si dice, è vero che non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani. E allora, per il grande pubblico, poco importa che siano di nazionalità differente. Poco importa che di gran lunga la maggioranza delle loro vittime siano altri musulmani (si pensi all’Iraq) e non cristiani. La gente non va per il sottile. Ricordo una domanda provocatoria e significativa: “Non siete razzisti, lo so. Ma sareste tranquilli se vedeste salire sul vostro stesso aereo un gruppo di arabi barbuti?” 
Il fatto che gli europei considerino gli arabi come un’unica etnia è il riflesso speculare del fatto che dei terroristi abbiano ucciso dei cristiani in quanto cristiani. Che ciò sia giusto o sbagliato poco importa: certo è comprensibile. Soprattutto dal momento che sul suolo europeo abbiamo già un’importante presenza di musulmani che tende per giunta ad aumentare, con il forte incremento dell’immigrazione. Così siamo costretti a chiederci in che modo accogliere questa massa di persone. La percentuale di terroristi, fra loro, è tanto sparuta da essere insignificante, e rimane un problema di polizia. Ma la normale convivenza con i nuovi arrivati costituisce un problema sociale di grandi proporzioni, e bisogna sapere come affrontarlo.
Secondo il mensile “Limes” di gennaio, ci sono due grandi teorie: l’assimilazione e il multiculturalismo. L’assimilazione è quella che praticarono i romani, quando resero culturalmente “romani” tutti gli abitanti dei Paesi conquistati. Ed è lo stesso genere di politica seguito dalla Francia. Questa nazione, probabilmente in nome degli ideali illuministici per i quali, in un mondo laico, tutti gli uomini sono uguali in quanto esseri razionali, ha pensato di ospitare i musulmani trasformandoli in francesi come gli altri. Gli ha offerto l’uguaglianza ed ha sperato che ne approfittassero per non essere diversi dagli altri. Ma il progetto è fallito. I figli e i nipoti degli immigrati spagnoli, tedeschi o italiani, o perfino polacchi, sono divenuti francesi e considerano i loro cognomi semplici bizzarrie. I figli, i nipoti e i pronipoti degli immigrati musulmani sono invece rimasti a parte. Ancora oggi sono considerati diversi e si considerano diversi. Fino alle rivolte nelle banlieue. I musulmani si sono rivelati inassimilabili. 
Vediamo dunque l’altro sistema, il multiculturalismo. Con esso nessuno chiede agli immigrati di divenire indistinguibili. I nuovi venuti nel loro quartiere possono rimanere fra loro, seguire i loro costumi e le loro usanze, purché rispettino le leggi della comunità nazionale. Questa è stata la speranza della Gran Bretagna, ma il progetto non ha avuto più successo del tentativo di assimilazione. 
L’accettazione della diversità nella separazione finisce col creare e perpetuare notevoli attriti. Si arriva alle mani perché tifosi di squadre concorrenti, fra inglesi, da innumerevoli generazioni, figurarsi se non ci saranno attriti fra persone di colore, religioni e usi diversi. I quartieri musulmani sono addirittura arrivati a pretendere il diritto di applicare la sharia, nelle loro comunità, mentre alcune di quelle norme sono inaccettabili per la legislazione inglese. Se questo è il multiculturalismo, possiamo risparmiare gli applausi.
La politica riguarda la praxis, la concretezza. E se la presenza di un notevole gruppo di fede islamica costituisce un problema, poco importa che fondamento abbia quella tendenza al rigetto. In questi casi, o si trova una soluzione (e fino ad ora non si è trovata) o si impedisce che il problema si ponga. Basta vietare l’arrivo degli islamici, quanto meno là dove questo arrivo in massa non si sia già verificato. Ed è esattamente ciò che sta facendo la Polonia, dove pure non ci sono islamici.
Può sembrare un modo molto brutale di porre la questione, ma se un problema è insolubile, si può soltanto evitare che si ponga. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 febbraio 2018




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POLITICA
11 febbraio 2018
LA LEZIONE DELL'F16
Un drone siriano ha varcato la frontiera con Israele e Gerusalemme ha reagito inviando i suoi aerei a distruggere la base da cui il drone era partito. Gli aerei sono stati accolti da un’enorme quantità di missili, tanto che, al ritorno, un F16 israeliano è stato colpito e abbattuto. Naturalmente gli Hezbollah hanno festeggiato ma Israele ha inviato una seconda e più massiccia ondata di bombardieri (la più violenta da molti decenni, secondo Netanyahu) che ha distrutto numerose basi e installazioni in territorio siriano. 
Chi abbia fatto la prima mossa è oggetto di discussione, perché gli Hezbollah (longa manus degli iraniani) negano lo sconfinamento del drone e del resto è futile chiedersi chi dica la verità. Chi riceve una provocazione, se teme che in caso di scontro soccomberebbe, probabilmente fa finta di niente. Chi invece lo scontro lo cerca, la provocazione può addirittura crearla, come fece Hitler con la Polonia. Né è stato specificato il tipo di drone: per essi si va dai giocattoli in vendita nei supermercati ad autentici aerei con cui – come hanno fatto gli americani – si possono attuare vere azioni di guerra. Ma al riguardo nessuno fornisce particolari.
In ogni caso, non serve chiedere: “Chi ha cominciato?” Queste non sono zuffe fra bambini e in guerra, si sa, la prima vittima è la verità. Piuttosto sarebbe utile sapere che significato strategico abbia l’abbattimento di un F16 e se esso significa qualcosa nel bilanciamento delle forze aeree. Fino ad oggi, la superiorità israeliana è stata indubbia. Credo sia stato nella guerra dello Yom Kippur (1973) che lo scontro fra l’aviazione israeliana e quella siriana si è concluso col punteggio di 80 a 0. In altri termini, gli israeliani distrussero l’intera aviazione siriana senza perdere un solo aereo. Come mai ora è stato abbattuto un F16? Le probabili risposte sono: miglioramento delle difese anti-aeree; quantità di missili sparati; caso fortunato o eccessivo senso di sicurezza dei piloti. Comunque una rondine non fa primavera.
Dal punto di vista economico ci si può domandare se l’abbattimento abbia causato un grave danno ad Israele e al riguardo va notato che questa serie della Lockheed è arrivata all’F35, mentre l’F16 è in servizio da quarant’anni.  Dunque, anche se la perdita si valuta in milioni di dollari, non è gravissima. Anche gli aerei da guerra ad un certo punto vanno rottamati. E comunque, Dio sa quali danni ha provocato la risposta israeliana.
Il motivo per il quale Israele ha inflitto una severa punizione alla Siria potrebbe tuttavia essere un altro, al punto che l’abbattimento dell’aereo potrebbe essere stato una circostanza fortunata, di cui il governo di Gerusalemme ha approfittato con un tempismo fulmineo. Infatti la rappresaglia ha permesso la soluzione di un problema che da tempo tormenta Gerusalemme.
 La Siria ha un valore strategico per l’Iran che sogna di creare un’egemonia sciita da Teheran al Mediterraneo, soppiantando quella sunnita, sostenuta da Riad. Dunque appoggia la milizia Hezbollah, in modo da avere nella regione suoi emissari, ben capaci di combattere.  A questo scopo le ha regolarmente inviato armamenti, che purtroppo Israele ha molto spesso distrutto durante il trasporto. Sicché recentemente ha pensato che la cosa più semplice sarebbe stata creare una fabbrica di missili in loco, in modo da evitare il problema del trasporto. E poiché questi missili potrebbero raggiungere e colpire, con un’accettabile precisione, la maggior parte delle città di Israele, da mesi Gerusalemme si è trovata ad affrontare un dilemma: deve subito colpire le fabbriche in allestimento, rischiando di provocare una guerra, o deve sperare che gli Hezbollah e gli iraniani non usino mai quei missili? E tutto ciò sapendo che, nel caso negativo, la popolazione correrebbe gravissimi pericoli. Per non dire che tutti i profeti del passato affermerebbero che bisognava adottare l’altra soluzione.
Se tutto questo è vero, può darsi che abbiamo assistito, senza che nessuno ce ne parli, alla soluzione del dilemma. La giustificazione della perdita di un costoso aereo da guerra potrebbe essere stata l’alibi, colto al volo, per rompere gli indugi e distruggere le fabbriche e le basi iraniane in Siria. Né ci si può stupire del silenzio di tutti. Nessuno ha interesse a fare pubblicità. Israele non confesserà certo di avere attuato un’azione di guerra preventiva, che sicuramente non avrebbe buona stampa. Mentre tutti oggi hanno bevuto la versione dell’abbattimento dell’F16 e relativa rappresaglia. Quanto all’Iran, neanch’esso ha interesse ad indignarsi per le perdite economiche e strategiche subite. Sia perché confesserebbe quanto ne ha sofferto, sia perché così ammetterebbe che veramente vuole distruggere Israele, giustificandone dunque l’azione, indirettamente. E per giunta Trump potrebbe approfittarne per rimettere in discussione il trattato firmato con Obama.
A volte soltanto il tempo spiega il significato di ciò che credevamo d’avere capito.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 febbraio 2018




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CULTURA
10 febbraio 2018
IL PENSIERO E LE LINGUE
Sul rapporto pensiero-linguaggio sono state scritte decine e decine di volumi. E lo stesso per quanto riguarda la differenza fra conoscere una sola lingua e conoscerne più di una. Dunque nessuno che non sia uno specialista potrebbe affrontare un argomento del genere. Ma qualcosa incoraggia chiunque a dire la sua, in questo campo. Infatti una signora di circa trent’anni, Andrea Marcolongo, ha scritto un libro per dire, in modo apodittico e letterario, quant’è bella la lingua greca classica ed ha avuto un grande successo: tanto che ce ne parla diffusamente il Corriere della Sera(1). A questo punto mi rendo conto che, forte dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, anche un incompetente come me ha il diritto di sparare balle.
Innanzi tutto, per dimostrare che la signora non parlava scientificamente, riporto qui di seguito parte della mail che le ho inviato. “Gentile signora Marcolongo, lei afferma che il greco antico è “lingua silente” perché “i suoni del greco sono per sempre scomparsi”, “Possiamo leggere, studiare, ma non pronunciare” i testi della letteratura. “Sono arrivati a noi muti”, conclude mestamente. Non so se sto per darle una cattiva o una buona notizia, ma il fatto è che la pronuncia del greco antico, come anche quella del latino, è molto, molto ben conosciuta. In un libro ormai fuori commercio, dal titolo “Sprachen” (lingue), autore il Dr.Heinz F.Wendt, della collana “Das Fischer Lexikon” (Enciclopedia della Fischer), edita a Francoforte sul Meno nel 1961, a pagina 127 vi è un testo in cui ogni riga è ripetuta tre volte: greco antico, trascrizione fonetica e traduzione in tedesco. La trascrizione fonetica è molto accurata, anche con simboli che non conosco. E dire che mi sono un po’ occupato dell’Alfabeto Fonetico Internazionale per quanto riguarda italiano, latino, francese, inglese, tedesco e spagnolo. Se è molto interessata, e se non riesce a trovare il testo che le suggerisco, o altro testo analogo, potrei anche scandire le pagine del mio libro e spedirgliele per e-mail”. 
Se dunque si possono sparare inesattezze di queste proporzioni sul più diffuso quotidiano nazionale, anch’io posso discutere di queste cose, chiedendomi per esempio se possa dirsi che la lingua di una grande civiltà possa essere “più bella”, “più logica” o “più espressiva” di un’altra. 
Si può dare per sicuro che le lingue degli aborigeni australiani o degli indios dell’Amazzonia saranno, come lessico, molto più povere del tedesco. Infatti mancheranno di una grande quantità di termini (e concetti) afferenti alla filosofia, alla chimica o alla medicina, perché non hanno avuto questo genere di conoscenze. Ma quando si tratta, poniamo, di francese e di tedesco, sappiamo che una simile differenza non esisterà affatto. Qualunque testo può essere tradotto dall’una all’altra lingua. E addirittura, la traduzione potrebbe migliorarlo. Molti anni fa, avendo letto Mastro don Gesualdo, fui infastidito dalla lingua infarcita di volontari sicilianismi e pensai che il testo sarebbe stato migliorato da una traduzione in francese, che lo avrebbe mondato di quei vezzi.  Ma non la trovai. Peccato. Quel testo era già migliore dei Promessi Sposi, figurarsi come sarebbe stato se fosse stato corretto da un Gabrielli o anche da un Montanelli.
Per tentare di giudicare lingue diverse è ovvio che bisogna conoscerne almeno un paio, ma il poliglotta finisce quasi col non percepirle. Una lingua straniera somiglia alle sensazioni che si hanno quando ci viene tolto un dente. In un primo momento la bocca sembra tanto vuota che ci si chiede quanto tempo ci vorrà per abituarsi. Poi, dopo qualche ora o qualche giorno, quella differenza non si nota più. Lo stesso con le lingue: finché sono “estranee” sembrano diverse, facendoci l’abitudine uno le “dimentica” ed ogni parlante reputa normale la propria lingua.  Per un inglese è assurdo che gli oggetti inanimati abbiano un genere. Perché il tricheco è maschio e la iena femmina, quando c’è il tricheco femmina e la iena maschio? Senza dire che questi generi poi sono buttati lì a caso. L’Italiano dice “il Sole e la Luna illuminano il mondo”, il tedesco dice: “La Sola e il Luno illuminano la monda”. Un italiano troverebbe assurdo dire, invece di novantasette, quattroventidiciassette, come fanno i francesi, così come un tedesco trova normale dire quattroetrenta invece di trentaquattro. Tutto si trova normale o anormale secondo che se ne abbia o no l’abitudine. 
E tuttavia, si può tentare di stabilire una graduatoria di funzionalità, per qualche caso. Prendiamo il possessivo. Se in italiano diciamo di qualcosa che è “suo”, sappiamo che questo qualcosa è di genere maschile. Ma non sappiamo il genere del possessore. In inglese invece, con “her”, sappiamo che il possessore è una donna, ma non conosciamo il genere della cosa posseduta. Il tedesco infine ci dice il genere e del possessore e della cosa posseduta E tuttavia, parlando in francese o in inglese non ho mai sentito la mancanza del genere della cosa posseduta o del possessore. Una volta che si entra nella mentalità di una lingua, la si parla e basta. Se con una persona si hanno in comune due lingue, capiterà che si usi l’una o l’altra, senza neanche badarci. 
No, non credo che le lingue ci rendano più o meno logici, più o meno espressivi, più o meno intelligenti. Sono soltanto sistemi convenzionali, che conservano al loro interno autentici tesori di conoscenze e sottigliezze ma che, dopo tutto e sempre, non possono valere più di chi le usa.
 Se poi gli inglesi si esprimono in maniera più piana di noi italiani, non dipende dalla lingua, dipende dal fatto che quel popolo è più franco, meno retorico e meno “spagnolesco” di noi. Del resto, qualcuno ha detto che un libro inglese tradotto in tedesco sembra scritto da un bambino, e un libro tedesco tradotto in inglese sembra scritto da un pazzo. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che la lingua tedesca ha una struttura che si può permettere frasi complicate rimanendo chiara, mentre l’inglese ha una struttura semplice e lineare, che non si presta alle frasi contorte. Ma dipende dalla lingua, o dipende dal “genio” delle due nazioni? In filosofia l’Inghilterra è la patria del pragmatismo, la Germania la patria dell’idealismo.
Concluderò con una vecchia battuta: chi va in Marocco per una settimana, scrive un libro; chi ci va per un mese scrive un articolo; chi ci va per un anno non scrive niente. Nella prima settimana tutto sembra nuovo e curioso, poi tutto sembra normale e non lo si “vede” più. 
La maggior parte delle cose che vengono dette sulle lingue – come i ditirambi della signora Marcelongo sul greco antico – non sono il risultato della massima conoscenza. La massima conoscenza si ha quando capita di non ricordare in che lingua si è detto o scritto qualcosa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 febbraio 2018
(1)http://www.corriere.it/scuola/secondaria/cards/ecco-mie-nove-ragioni-amare-greco-lingua-geniale/lingua-geniale_principale.shtml




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POLITICA
7 febbraio 2018
CHI GOVERNA L'ITALIA?
Angelo Panebianco, sul Corriere(1), scrive un pregevole articolo nel quale denuncia un grave problema: la politica ha perso potere nei confronti della burocrazia e dell’ordine giudiziario. I politici non riconoscono in pubblico di non potere cambiare gran che, in Italia, perché gli elettori si chiederebbero a che scopo votarli, e tutto va avanti così. Purtroppo, prosegue Panebianco, quelli che hanno il vero potere, burocrazia e magistrati, sanno usarlo per bloccare pressoché ogni iniziativa (inclusa quella di insegnare l’inglese al politecnico), ma non sanno governare. Sono il freno, non il motore del Paese. 
La diagnosi si ferma prima dell’ultimo gradino. Se di qualcuno si dice che è morto “per arresto cardiaco”, si dice la verità. Che nei cadaveri il cuore non batta lo sanno anche i profani. Il punto è: perché si è fermato? Fa differenza se è stato a causa di un trombo che ne ha otturato i vasi o se qualcuno ha sparato al malcapitato. 
È vero, sia la magistratura sia la burocrazia hanno troppo potere, ma ciò non dipende da una loro volontà eversiva, da un loro collettivo e surrettizio colpo di Stato, ma dalla naturale tendenza ad esercitare tutto il potere che viene conferito. E se ce ne viene conferito troppo, ne abuseremo. Come diceva lord Acton: ogni potere corrompe, e un potere assoluto corrompe assolutamente. Il potere la magistratura e la burocrazia non l’hanno chiesto: gli è stato regalato.
Gli esempi sono infiniti. Cominciamo con la modifica dell’art.67 della Costituzione, quella che, all’inizio degli stramaledetti anni di Mani Pulite azzerò praticamente l’immunità parlamentare. Da quel momento i politici sono ostaggio dei magistrati, e lo sono perfino i candidati. Ancora oggi, circa venticinque anni dopo, molti partiti non accettano nelle loro liste “indagati” o persone sotto processo. Ecco la causa di molti dei fenomeni che oggi constatiamo. E l’origine di tutto questo è che il popolo italiano, quello che nel 1993 pensò che tutti i politici fossero disonesti e corrotti, commise l’errore di ritenere che l’immunità parlamentare fosse uno scudo per proteggerli dalla giustizia. Non si capì che quell’immunità non era stata concessa in favore dei parlamentari, ma per l’esigenza della separazione dei poteri. E tuttavia il pregiudizio era ed è così forte, che allora i parlamentari votarono la loro esautorazione e un quarto di secolo dopo nessuno osa riprendere in mano il problema. 
Così, di fatto, tutta la classe politica, dai sindaci dei più piccoli comuni al Presidente del Consiglio, è stata ed è costantemente sotto scacco della magistratura. Questa ha totalmente stroncato prestigiose carriere politiche (qualcuno ricorda Calogero Mannino? Qualcuno ricorda Mastella?) per poi dichiarare innocenti gli accusati.
Ma il fenomeno è stato generale. In diritto amministrativo si impara che “i giudizi di merito” non sono soggetti a verifica giudiziaria. Si diceva: se un professore boccia un alunno ad un esame, nessuno può metterci becco, perché quel giudizio è per sua natura insindacabile e dipende dalla competenza dell’esaminatore, che si suppone qualificato a darlo. Ebbene, questa è storia arcaica. Oggi non soltanto i genitori degli alunni bocciati non raramente ricorrono al Tribunale Amministrativo Regionale, ma questi tribunali non raramente gli danno ragione. I magistrati intervengono anche nella medicina, nella prevenzione degli incidenti e perfino dei terremoti. Presto, invece di avere come simbolo un tocco, avranno un triangolo e un occhio dietro la testa. Siamo arrivati a questa mentalità. Dei genitori hanno fatto ricorso al Tar perché al loro rampollo era stata data una sfilza di nove, mentre loro pretendevano il dieci in tutte le materie. 
Né diversamente vanno le cose in campo economico. La gente non si fida degli imprenditori e dei funzionari pubblici e dunque è contenta di vedere moltiplicati i controlli e i ricorsi per qualunque opera pubblica, col risultato della paralisi nazionale. Inoltre, a forza di cavilli, nella giungla legislativa può darsi che il ricorso lo vinca chi ha sostanzialmente torto (summum ius, summa iniuria): col bel risultato di non avere né l’opera in progetto né la giustizia.
La situazione non dipende né dalla magistratura né dalla burocrazia, ma dal popolo italiano che, contrariamente al buon senso, ha molta più fiducia in queste due organizzazioni che nella politica. Inoltre, ancora contrariamente al buon senso, assegna a quei due corpi compiti politici per i quali essi non sono attrezzati, né come strumenti né come mentalità. Dunque abbiamo una classe politica imbelle, che consideriamo parolaia ed inefficiente, dopo che noi abbiamo voluto che fosse parolaia e inefficiente. Prova ne siano gli applausi che ancora risuonano ogni volta che si parla di galera per qualcuno.
Infine, esattamente settant’anni fa, ci siamo dati una Costituzione piena di tanti principi generalissimi che, essendo appunto generalissimi, consentono alla magistratura le applicazioni più disparate. Quel provvedimento che ha vietato i corsi in inglese all’università è stato ovviamente preso su ricorso di quelli che non conoscevano l’inglese, e sulla base dell’uguaglianza dei cittadini (art.3). La magistratura l’avrà accolto per questo motivo, ma ovviamente poteva rigettare il ricorso, visto che lo scopo della scuola è la formazione professionale. Con la Costituzione si può decidere di tutto.
La decisione dell’insegnamento in lingua inglese era politica, e su di essa dovevano avere potere i politici. Ma con questa Costituzione e con questa magistratura, l’Italia non è più governata dalla politica. Contro di essa tutti manifestano il loro disprezzo e addirittura il loro rancore, sperando che la magistratura butti in galera quanti più uomini pubblici può.
Per fortuna il prossimo quattro marzo cambierà tutto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 febbraio 2018
(1)http://www.corriere.it/opinioni/18_febbraio_07/politica-senza-potere-burocrazie-amministrazione-magistrature-3b6432d0-0b77-11e8-8265-d7c1bfb87dc9.shtml




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POLITICA
5 febbraio 2018
IL RAZZISMO INEVITABILE
Il razzismo ha ben poco a che vedere con la razza. Basti vedere che se ne parla a proposito degli ebrei e gli ebrei non sono una razza. Sarebbe bene non ripetere questo errore scientifico (e tragico) del XX secolo.
Qualcuno nega l’esistenza delle razze perché tra un norvegese e un senegalese non c’è un salto, ma un digradare dalla colorazione della pelle, andando a nord a sud. Cionondimeno, dal punto di vista della gente normale, un norvegese è un bianco e un senegalese è un nero. Che poi questo abbia importanza o no è del tutto secondario. 
I problemi cosiddetti “razziali” si hanno in qualunque società quando un gruppo di abitanti sia sentito come “diverso” dalla maggioranza. La differenza può essere il colore della pelle, la religione, o perfino soltanto la lingua (come in Belgio): ciò che conta è che si possa distinguere un “loro” e un “noi”. 
La prima cosa da dire che – malgrado ogni pregiudizio buonista o politically correct – i gruppi non si equivalgono sempre. L’equivalenza “a priori”, fondata sulla comune natura umana o sulla parità di diritti costituzionali di fatto vale poco. Sia Berlusconi sia io abbiamo uguale diritto a comprare una Lamborghini, soltanto che Berlusconi ha i soldi per comprarla ed io no. Di questa differenza bisogna tenere conto. 
Quando parliamo di “new-comers”, nuovi venuti, spesso si tratta di gruppi effettivamente inferiori. Non geneticamente, semplicemente perché gli emigranti sono quelli che non sono riusciti a cavarsela nel Paese di provenienza. Negli anni Cinquanta a Torino i meridionali che emigravano per lavorare alla Fiat erano disprezzati ed evitati come la peste. Lasciamo da parte qualunque giudizio morale o sociale: il fatto è che dal Sud italiano non emigravano certo gli ingegneri, i professori e i laureati in medicina. In certi quartieri della loro stessa città I catanesi “distinti” a momenti andavano col casco coloniale ed era proprio da quei quartieri (o dal fondo delle campagne) che partivano i più sfortunati. Negare questi fatti non serve a niente. La verità è sempre al prezzo della verità.
Non posso del resto dimenticare un’esperienza di segno opposto. Quel gatto di Kensington, a Londra, che si lasciò placidamente accarezzare, per strada. Gli dissi allora: “Si vede che vivi in una città più civile della mia. Nella mia, vedendomi avvicinare, saresti scappato”.
Gli schiavi americani erano indubbiamente vittime di una delle peggiori violenze che si possano immaginare, ma rimane vero che erano praticamente dei selvaggi incolti, sideralmente lontani dai ricchi proprietari del Sud. Il loro gruppo era oggettivamente inferiore e l’umanità è una genia crudele, che non fa sconti. Anche quando la schiavitù è stata abolita e anche quando molti negri sono emigrati verso città poco razziste, come New York, la loro concentrazione nei quartieri faceva crollare il prezzo degli immobili. Che si possa deprecare vivamente tutto ciò, la realtà non cambia. 
La conclusione è che, dove ci sono gruppi minoritari, si ha un problema, almeno finché non si abbia (quando si ha) una totale integrazione. I nipoti dei “selvaggi” Lo Cascio o Esposito, a Torino, sono dei torinesi come gli altri, perché sono partiti come bianchi fra i bianchi, cattolici fra cattolici, italiani fra italiani. Mentre in Francia i magrebini musulmani, anche se francesi di nazionalità, rimangono degli “Arabes”, e sono sentiti come “diversi”. 
Il problema dei gruppi a volte si risolve col tempo (Torino), a volte non si risolve nemmeno molti decenni dopo (Francia e Stati Uniti). Questo significa che la vera risposta è evitare che il problema sorga. I rumeni che immigrano in Italia sono bianchi, cristiani, e fieri della loro lingua neolatina. I loro figli e nipoti saranno italiani come gli altri. Ma i figli e i nipoti dei senegalesi rimarranno diversi e questo costituirà un problema, anche per loro. La risposta morale e culturale è bella e desiderabile, ma non tutti sono disposti a darla e comunque funziona – quando funziona – dopo molti decenni. Né vale di più la risposta legale. Dichiarare tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge conta poco, quando ci si presenta per prendere in locazione una casa. Perché se la nostra faccia non piace al proprietario, nessuno può obbligarlo a darci la chiave dell’appartamento.
Inoltre, finché il gruppo allogeno rimane piccolo, le discriminazioni sono odiose ma non turbano l’ordine sociale. Quando invece il gruppo allogeno diviene notevole (dicono: quando supera l’8%) la maggioranza - come spesso avviene composta da stupidi - si sente in pericolo e si possono verificare episodi di violenza criminale. Si pensi al Ku Klux Klan. E si pensi al recente episodio di Macerata. Quell’imbecille, sparando per la strada a persone innocenti e pacifiche soltanto perché scure di pelle, si sente un eroe, un protettore della stirpe italiana e della Patria. Lui personalmente merita una pesante condanna per tentato omicidio plurimo, ma ciò non impedisce che il suo gesto abbia un valore di sintomo. Chi non vuole tenerne conto, preferisce l’ideale e dice che tutti gli uomini sono fratelli. Il messaggio della realtà è invece che ogni gruppo minoritario inassimilabile prima o poi crea un problema insolubile 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 febbraio 2018




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POLITICA
4 febbraio 2018
CHE VUOL DIRE ESSERE ATEI

Ho superato da parecchi mesi gli ottant’anni e non ho ancora vinto la ritrosia a parlare in prima persona. Il motivo è sempre stato che l’“io” altrui è odioso e ingombrante. La maggior parte delle volte, quando il prossimo parla di sé, lo ascoltiamo per mera cortesia e aspettiamo soltanto che la finisca. Coerentemente, ho sempre cercato di seccare il prossimo il meno possibile. Forse, quando ci sentiamo costretti a parlare di noi stessi, dovremmo dare soltanto nome e cognome, come i prigionieri di guerra. Anche se loro aggiungevano corpo di appartenenza e grado.

Alla regola del non parlare di sé si possono tuttavia fare delle eccezioni. Se Primo Levi ha parlato della sua detenzione in un campo di sterminio, è stato perché l’umanità sapesse e non dimenticasse. Se S.Agostino scrive le Confessioni, è per mostrare in che modo è arrivato alla fede. Esattamente come Rousseau, anche lui autore di “Confessioni”. Solo che Rousseau voleva mostrare come in lui si fosse incarnato “l’uomo della natura” che predicava. E che per fortuna non è stato imitato. 

Non ho letto questi tre libri. Ho invece letto i “Saggi” di Montaigne. Perché qui l’io non è quello di Michel, è quello di tutti. Se mai ci fu un uomo che non si concentrò su di sé, fu proprio questo dolce filosofo. Se parla in prima persona è perché ha l’impressione di parlare con gli amici. E i lettori del resto hanno la sensazione di incontrare in lui un amico. 

Montaigne non è narcisista e non scrive per vantarsi. Non è impudico e non scrive per raccontarsi. Non presenta nemmeno le sue considerazioni con il sussiego e l’autorevolezza dell’impersonalità. Come ha detto La Bruyère, ci si accosta alla sua opera per leggere un libro, e si incontra un uomo. Un amico, appunto. E nel mio piccolo, seguendo l’esempio di Montaigne, amerei mostrare come si intreccino i diversi aspetti del mio modo di essere che a volte, nel corso degli anni, hanno sorpreso gli amici. 

Lo scopo di questa esposizione è fondamentalmente quello di mostrare che molte posizioni esistenziali sono ibride, e questa chiacchierata potrebbe servire ad avere le idee chiare sulla propria coerenza, in relazione alla scelta effettuata.

L’evento più importante della mia prima adolescenza fu l’incontro con un giovane, allora liceale, il quale era profondamente credente (tanto che poi si fece prete) e cercò di “convertirmi”. Forse si rese conto del tipo con cui aveva a che fare, e certo non fece appello ai buoni sentimenti. Benché io avessi dodici o tredici anni, il suo apostolato fu portato avanti a base di filosofia. La sua tesi era che il cattolicesimo era una dottrina razionale, interamente dimostrata dalla A alla Z, prova ne sia che cominciò provandomi l’esistenza di Dio. Così conobbi Aristotele e San Tommaso ben prima dei quindici anni e presto divenni furiosamente credente anch’io. Sarei anzi stato contento di incontrare qualche miscredente per metterlo con le spalle al muro con la mia dialettica. Qualcuno ogni tanto mi chiedeva se intendessi andare in seminario ed io rispondevo che non se ne parlava neppure, non amo le scelte irreversibili.

Questo momento della mia giovane vita fu importantissimo perché non si trattò di “aggiungere” la fede alla mia vita normale, ma di “interpretare il mondo alla luce della fede”. Forse è questo che gli scrittori cattolici intendono con: “Rinascere in Cristo”.

In quegli anni non conoscevo la solitudine, perché Gesù era con me. Non avevo perplessità, perché ogni cosa mi era stata spiegata. La mia vita aveva un senso, e l’aveva quella dell’umanità intera. Del resto, anche l’Universo aveva un senso. È vero che la sua vastità sconfinata poteva apparire assurda, se tutto era stato creato in funzione dell’uomo, ma era anche vero che Dio, essendo onnipotente, non aveva problemi di costi, neppure per creare un cielo stellato. Dio era anche la sorgente delle regole morali, sociali, umane. La fede costituiva una sistemazione del reale senza residui e senza falle. Non c’era che da seguire la via tracciata, per infine giungere alla visione beatifica di Dio, che altri chiamano Paradiso.

Tutto ciò durò due o tre anni, poi la mia razionalità prese il sopravvento. Cominciai a formulare delle obiezioni e a proporle ai miei amici preti, rimanendo sempre più impressionato dalla loro incapacità di resistere alle mie osservazioni. Per esempio, essi obiettavano che lo spazio non può essere infinito perché infinito è solo Dio, ed io ancora credente, dicevo che, recatomi al confine dello spazio, avrei sempre potuto tirare una pietra verso l’esterno, creando ulteriore spazio. E loro si contorcevano senza sapermi rispondere. Poi le obiezioni divennero sempre più serie e infine qualcuno mi consigliò di rivolgermi alla fonte. Così un mio cugino mi regalò una riduzione in cinque libri della Summa Theologica di S.Tommaso e fu benzina sul fuoco. 

Già molte delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio facevano ridere. Che diamine voleva dire che, visto che gli uomini avevano sete di giustizia, e sulla Terra non c’era giustizia, “doveva necessariamente esserci” un Dio che un giorno rispondesse a questa sete di giustizia? Se un uomo ha sete, ciò non dimostra l’esistenza di una fontanella nelle vicinanze. E se su un’isola deserta non c’è acqua, e ci sono mille persone assetate, sarà pure orribile, ma anche se quelle persone sono numerose, non per questo non moriranno. E lo stesso per la sete di felicità (argomento pomposamente battezzato “eudemonologico”) e per altre dimostrazioni ancora. Ma soprattutto le mie obiezioni sulla concezione dell’anima immortale divennero così puntute e incalzanti che non soltanto nessuno sapeva controbattermi, ma quando addirittura andai a parlare con un famoso teologo della città, questi mi confessò che, “come le formulavo io”, quelle obiezioni non avevano risposta. 

Non avevo ancora compiuto sedici anni, ma fu come se il Cielo mi fosse caduto sulla testa. Se non abbiamo un’anima immortale, tutta la religione viene giù. E con essa tutto ciò che ad essa è collegato. 

 Le dimostrazioni dell’esistenza di Dio che dànno i filosofi, i preti, e perfino S.Anselmo non stanno in piedi. Inoltre quand’anche ci fosse un Dio creatore, se questo Dio non fosse provvidenziale, se cioè non si occupasse degli uomini (come infatti credevano Aristotele e Voltaire) la sua esistenza o non esistenza sarebbe del tutto ininfluente. Se nella mia città non c’è una banca o se nessuna banca mi fa credito, il risultato per le mie finanze è identico. 

Con l’anima e con Dio non spariva soltanto la religione. Spariva il fondamento della morale. Spariva il senso della mia vita. Anzi, spariva il senso della vita dell’intera umanità. La sua stessa esistenza andava a far parte della zoologia. Spariva d’un sol colpo l’intero soprannaturale. Non c’era altro da vedere, altro da scoprire, altro da cercare. La realtà non era l’apparenza dietro cui c’era la sostanza, ma quell’apparenza era tutta la sostanza. 

In una parola, come prima ero stato un credente che si alzava presto e andava in chiesa a comunicarsi, digiuno, per poi correre a scuola, nello stesso modo ricostruii pazientemente e testardamente la mia nuova realtà sulla base della pura materia. Materia era il mondo, materia era l’universo, materia era tutto ciò che mi circondava, materia ero io. Niente aveva senso, niente aveva scopo, niente aveva una spiegazione. Io non ero più importante di una mosca, e come una mosca sarei scomparso senza lasciare traccia. 

Imparai a non fare l’esame di coscienza la sera, a non dire le preghiere, a non parlare con Gesù, nel mio intimo, dicendomi che sarei stato un pazzo, se l’avessi fatto. Non c’era nessuno, nel mio intimo. Forse non c’ero neanch’io, nel senso che il mio pensiero era soltanto l’attività delle cellule del mio cervello. Ero un accidente naturale come gli animali, le piante e le nuvole. La Terra era una palla impazzita e inutile che girava intorno al Sole, tutto l’universo era un’enorme macchina che girava a vuoto. E anch’io non ero nulla, non potevo sperare in nulla, ero solo, assolutamente solo e insignificante. 

In quegli anni senza amici, senza dialogo e senza speranze ho sofferto come mai più in seguito. Ero un disadattato e neanche nella mia famiglia mi sentivo a mio agio. Questa crisi dell’esistenza l’ho assaporata fino all’ultima goccia di fiele per tre o quattro anni. 

Mi dilungo su questo argomento non per raccontarmi ma per far vedere come l’ateismo è parecchio di più di ciò che crede la gente. La morte di Dio lascia uno spazio molto più grande di un altare vuoto. Se si chiede chi è un ateo, la risposta è: “Uno che non crede all’esistenza di Dio”. E addirittura probabilmente questa è anche la definizione che darebbe di sé lo stesso ateo. Ma questa definizione, se non è erronea, poco ci manca. 

Infatti non è un ateo chi crede nel dovere di farsi una famiglia e di avere dei figli, chi crede che tutti debbano giudicare “male” la pornografia, chi è convinto dell’infinito progresso dell’umanità, chi è sicuro che la sua vita ha un senso e uno scopo, chi pensa che tutti abbiamo il dovere della solidarietà umana, e mille altre cose di questo genere. Forse non crede a ciò che raccontano in chiesa, ma non sa quante ammissioni di “verità” ci siano, nelle idee correnti, di cui non si è reso conto. Cose che ha accettato senza alcuna dimostrazione e che tuttavia guidano la sua vita. L’ateo normale sarebbe sorpreso e offeso se gli si dicesse: “Sei ateo? Allora non sei diverso da un maiale”. Ebbene, il vero ateo dovrebbe rispondere: “Proprio così”. E non per guasconeria, semplicemente perché è la pura verità. Tutta la nobiltà dell’uomo, tutta la nostra superiorità sugli animali e sul resto del nostro pianeta, è pura leggenda. Non c’è niente che dimostri questa superiorità, a parte la nostra vanità. Saremo più intelligenti di un cane, ma questa non è una vera differenza, è soltanto una questione di grado. Il cane potrebbe dire alla tartaruga che fra loro c’è una differenza abissale, perché lui, il cane, è molto più intelligente. E avrebbe ragione. Ma perché mai la frontiera essenziale dovrebbe essere fra la tartaruga e il cane da un lato e noi dall’altra, e non fra noi e il cane da una parte, e la tartaruga? Il salto è maggiore fra un mammifero e un rettile che fra due mammiferi superiori.

Ecco il punto centrale di questa confessione. Si può ammettere l’esistenza di Dio, si può ammettere la concezione corrente della realtà, si può perfino essere molto religiosi, purché si sappia che si stanno ammettendo delle cose indimostrate e indimostrabili. Vi conviene vivere così? Fatelo, ma non escludete Dio, che non è la più assurda delle vostre convinzioni.

E se al contrario non si crede all’esistenza di Dio, e neppure a tutte le cose che alla gente sembrano ovvie, allora l’opera di decostruzione è molto più complessa e radicale del semplice ateismo “teologico”, quello che si limita a negare Dio. Infatti il creatore è il riassunto finale della metafisica, cioè il fondamento di tutto e la spiegazione di tutto. Senza di lui, crolla anche il resto, nulla ha fondamento e nulla ha una spiegazione. La realtà – materiale e meccanicistica - si constata soltanto. E non ha bisogno di sapere perché è. 

Il collegamento fra tutte le credenze che creano la nostra normale mentalità e Dio è più forte di quanto non si pensi. Da un lato abbiamo creato Dio per dare un senso e un nocciolo a tutto ciò che pensiamo, dall’altro se neghiamo Dio togliamo il senso e il significato a tutto ciò che crediamo normalmente. Le dimostrazioni di San Tommaso, secondo cui Dio deve esistere perché gli uomini hanno bisogno di una risposta ai loro aneliti e alle loro speranze, è più profonda di quanto credesse lo stesso Aquinate. E infatti, precedendo lo stesso Feuerbach, Tommaso ha dimostrato, invece dell’esistenza di Dio, l’esistenza del bisogno degli uomini di crearlo.

È inverosimile a che punto tutti noi abbiamo accettato senza saperlo una serie di codici. Ecco un esempio. Per l’italiano normale la morale è quella che insegnano i preti nelle chiese. Poi molti perdono la fede, si dicono miscredenti, ma a quella morale continuano a credere. E se interrogati vi diranno che quella morale è “naturale”. Soltanto che poi non saprebbero che cosa rispondere se gli si facesse notare che le regole morali sono diverse nei diversi luoghi e nelle diverse epoche. Mentre, essendo una la natura umana, dovrebbe esserci soltanto una morale. 

Il profano a questa obiezione non saprebbe rispondere, ma saprebbe farlo Immanuel Kant. Questi, essendo un genio, per la morale ha creato un fondamento astratto ed universalmente valido. La morale, a suo parere, deriva dall’imperativo che ciascuno di noi sente in sé. Una voce che gli dice “tu devi” senza che sia necessario spiegargli perché deve.

Ottima posizione teorica. Ma Kant credeva in Dio e poteva pensare che Dio avesse posto questa molla morale nel cuore di tutti gli uomini. L’ateo invece, non potendo accettare questa ipotesi, potrebbe rispondere che quel “tu devi” è la voce dell’istinto, del condizionamento o perfino dell’abitudine. Niente di morale, dunque. Sicché, prima di obbedire a chi mi dice “tu devi”, io rispondo: “E perché devo?” Tanto che, se non riesco a darmi una risposta valida, l’intera morale svanisce nell’aria. Personalmente rispondo: “Io ‘devo’ perché la mia vita è facilitata se mi comporto da persona perbene”. Questo è il fondamento della mia morale. E mi basta. Ma il fatto che io abbia il potere di giudicarla, di accettarla o respingerla, le toglie ogni valore generale o metafisico.

Analogamente sorrido quando mi sento dare del pessimista. Molti mi imputano questa posizione perché credo a quello che vedo e lo dico senza addolcimenti. Per me non vale niente l’argomentazione napoletana per cui “pare brutto” dire certe cose. Una cosa è vera o falsa, ecco che cosa importa, non il suo sapore. Se gli uomini si comportano da egoisti, io credo che gli uomini siano egoisti. E tutti i discorsi sulla solidarietà umana, tutti i ditirambi su personaggi come Gandhi o Madre Teresa di Calcutta mi lasciano indifferente. 

Non soltanto gli uomini sono egoisti, e non soltanto le eccezioni non contano, ma c’è il sospetto che anche i santi siano egoisti, nel senso che amano il superamento di sé come certi rocciatori che rischiano la vita solo per conquistare una vetta che non li aspettava e non si commuoverà certo vedendoli arrivare. Lo sforzo per lo sforzo, lo sforzo per il record, o anche la compensazione di chissà quali abissi di problemi psichici non sono atti di generosità. 

Molti credono che la miscredenza e l’ateismo siano posizioni comode, una sorta di libera uscita, di autorizzazione a divertirsi e a non tenere conto di nessun vincolo. È una stupidaggine. Il superficiale non si pone neppure il problema morale o metafisico. L’ipocrita trova più comodo levarsi il cappello dinanzi ai principi comuni e nella sostanza fare tutto ciò che vuole. Perfino un genio come Blaise Pascal si lascia andare a questa spregevole posizione, quando parla della sua famosa “scommessa”. Egli si chiede e ci invita a chiederci: “Che cosa rischio, a credere in Dio? Se esiste mi accoglierà in Paradiso, se non esiste non avrò perduto niente”. Insomma fa l’ipotesi di credere in Dio per paura e per pura convenienza. Forse quel giorno aveva voglia di scherzare.

Se ho raccontato una parte della mia giovinezza è stato per sottolineare che per la persona pensosa un ateismo rigoroso è impresa terribilmente ardua. Infatti l’assenza di Dio impone una risistemazione della realtà senza parapetti, senza sostegni, senza la benché minima illusione consolatoria. In un vecchio libro, tanti anni fa, un personaggio ammoniva un amico che, comportandosi in quel modo avrebbe avuto problemi, guai e vermi. “Vermi?” chiedeva l’altro, sorpreso. “Vermi. Nella cassa da morto, chi credi che verrà a visitarti?” Ecco, questa è la visione della vita dell’ateo. Quello che accetta di essere il fratello del maiale, quello che accetta la puzza di carogna che farà dopo morto. Quello che accetta la realtà com’è.

Ora qualcuno mi chiederà se mi sento di consigliare un simile punto di vista. 

Innanzi tutto, sono costretto a dirvi che non m’importa abbastanza del prossimo per invitarlo ad essere in un modo o nell’altro. La salvezza intellettuale dell’umanità in direzione della verità non soltanto non dipende da me, non soltanto è impossibile, ma è perfino inutile. Se un uomo si illude per tutta la vita e muore felice, ha fatto un affarone. Forse è l’uomo di massimo successo e mai gli direi che si è illuso. Nulla vale più della felicità.

In secondo luogo a me, dopo essere riuscito ad accettare la realtà com’è, è riuscito di risalire dal fondo dell’abisso fino ad una costante serenità intellettuale che mi ha accompagnato per più di sessant’anni. E se non sono sicuro che a un altro riuscirebbe la stessa impresa, con quale coraggio potrei consigliargli quella via?

L’unica cosa che mi piacerebbe trasmettere è un chiarimento. Non pensate che credere in Dio o non credere in Dio consista in una semplice dichiarazione. Se accettate la morale corrente, se vi inchinate e tutte le regole del vostro ambiente, in base alle quali ogni cosa va fatta o non va fatta, se siete convinti che “c’è qualcosa di importante al di là di tutto ciò che vediamo” e via di seguito, sappiate che, con Dio o senza Dio, siete dei credenti. Che cosa c’è, esattamente, cinquanta chilometri sotto i miei piedi? Non lo so e non lo saprò mai, è un mistero, ma un mistero insignificante. Che sia roccia o magma non cambia nulla, per me. E certo non mi rende né felice né infelice. Non sappiamo tutto, è vero, ma sappiamo abbastanza per piangere sulla nostra insignificanza e sulla nostra miseria di esseri umani.

Se volete essere dei miscredenti dovete smettere di credere a tutto, perché la maggior parte delle cose che vedete sono sovrastrutture. Guardate il vostro gatto, se ne avete uno, e ditevi che la realtà la vede meglio lui di come la vedete voi. Un gatto non si chiederà mai che senso ha la sua vita, se ci sia un Dio o no e se avremo qualche esperienza dopo la morte. Distinguerà la fame e la sazietà, il freddo e il caldo, l’affetto o la crudeltà, e li vivrà nella loro immediatezza, senza vederci niente dietro, e senza credere che la vita in generale sia gioia o sia dolore. In questo senso la sa più lunga di noi, perché non si racconta stupidaggini. E se è felice è l’esempio da seguire.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

3 febbraio 2018





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POLITICA
3 febbraio 2018
L'ITALIA E LA DEMOCRAZIA
Che noia, tutto ciò che si dice sulle elezioni. Per quanto si possa mettere nelle conversazioni intelligenza e competenza, il campo non può dare ulteriori frutti. La sostanza è nota a tutti: sarà molto difficile avere una maggioranza capace di esprimere un governo e comunque aspettiamo di vedere che percentuali avranno i partiti. Non c’è altro da dire. 
Ma c’è chi non può star zitto. E non per petulanza: per semplici motivi di lavoro. C’è tutta una classe di professionisti che vive di notizie e, se le notizie non ci sono, ricama sul poco che sa, presenta come fatti importanti le chiacchiere di corridoio e in fin dei conti ci annoia. Quanto ai loro invitati, alcuni sono ansiosi di farsi vedere, altri sono in servizio comandato dalla loro fazione, ma anche con loro il risultato non cambia e il disincanto cresce.
Molto dipende dalle illusioni che ci si fanno sulla democrazia. La gente è convinta che essa debba essere il governo del popolo per il popolo, e sopporta a stento che in concreto essa agisca attraverso gli eletti. Poi è anche convinta che questi rappresentanti del popolo debbano essere persone oneste, competenti e del tutto disinteressate. Partendo da simili premesse, è ovvio che non si può che essere delusi dalla democrazia. 
In realtà il popolo non potrà mai comandare direttamente. Innanzi tutto non ha la competenza per farlo. Poi, se potesse decidere, lo farebbe seguendo le indicazioni dei demagoghi. Infine in un villaggio la totalità degli abitanti può riunirsi sul sagrato della Chiesa Madre, ma l’Italia non ha un sagrato abbastanza grande per tutti noi. 
Le massime illusioni comunque riguardano i politici. Questi uomini hanno come primo interesse il loro proprio, come tutti gli altri, e non il bene del popolo. Se a volte fanno l’interesse dei cittadini, è per ottenerne il consenso e il voto. Quando infine – e siamo nella totale eccezionalità – sono veramente interessati al bene del popolo, ciò avviene perché hanno avuto un tale successo da preoccuparsi soltanto del posto che avranno nella storia. 
I politici che la gente reputerebbe “normali”, sono in realtà “anormali” ed anzi “del tutto eccezionali”. Gli eletti sono onesti più o meno quanto gli altri e per giunta esercitano un’attività in cui impera il cinismo, l’interesse e la pressoché totale assenza di scrupoli morali. Dunque i cittadini, piuttosto che essere delusi se i politici non sono modelli di virtù dediti esclusivamente al bene del popolo, dovrebbero essergli grati se  non sono dei criminali dediti esclusivamente a rubare e ad uccidersi fra loro. 
A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi come osi dir bene della democrazia. Il fatto è che, con tutti i difetti elencati, la democrazia è ancora migliore degli altri tipi di regime: mentre in democrazia i politici e i governanti devono temere la disapprovazione del popolo (perché potrebbe non rieleggerli) in una dittatura è il popolo che deve temere la polizia politica, se osa lamentarsi. 
Ecco l’equivoco di fondo. La democrazia, lungi dall’essere il paradiso in terra, è soltanto il meno orrendo dei regimi. Inoltre, col sistema delle elezioni, induce i candidati ad abbondare in promesse. Costoro incrementano così il tasso di illusioni, di successive disillusioni e finalmente di giudizi severissimi sulla democrazia stessa. 
Bisogna rassegnarsi. Le elezioni sono connaturate alla democrazia; le promesse sono connaturate alle elezioni; le delusioni sono connaturate alle promesse. Se volessimo giocare con i paradossi, dovremmo dire che ogni Paese dovrebbe augurarsi promesse non mantenute, perché in questo caso avrebbe la conferma di essere in democrazia. Se invece dappertutto si dicesse che si ha la fortuna di essere guidati da un uomo onesto, forte e sincero, ci sarebbe da allarmarsi. Perché, quando si parla in quei termini, si sta già descrivendo un dittatore.
Ultima ipotesi. Immaginiamo che per una volta il Destino mandi ad un Paese un uomo straordinario, per esempio un uomo che lo salva nel momento del massimo pericolo. Ebbene, pensate che il popolo sarebbe grato al Destino? Non dimentichiamo che dopo la guerra a Churchill è stato preferito Attlee, e che De Gaulle, che non soltanto ha riscattato l’onore della Francia ma le ha dato una nuova Repubblica stabile, ha lasciato il potere dopo un referendum in cui il popolo l’ha sconfessato. 
Dunque non piangiamo troppo sull’Italia attuale, che oltre tutto non è la Francia o la Gran Bretagna: è soltanto un Paese di seconda categoria il quale ha la fortuna di una vera democrazia e la sfortuna di un popolo poco morale, che pretende dagli altri la massima moralità.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 febbraio 2018




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diritti
2 febbraio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO - 4
La ribellione

A partire dal Settecento, uno dei miti del mondo occidentale è stato il cambiamento. Questo fenomeno ha avuto due risultati principali: la democrazia, contrapposta al potere assoluto, e il progresso scientifico, contrapposto alla tradizione. Ne è derivato un tale rinnovamento della società che l’umanità attuale quasi non comprende più quella dei secoli precedenti. 
L’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale non possono che essere benedetti. Nessuno può negare che oggi siamo molto più liberi che in passato e soprattutto molto più ricchi: qualunque borghese dispone di più comodità del Re di Francia.
Purtroppo, pochi comprendono la realtà in cui sono immersi. Per farlo, dovrebbero conoscere un mondo diverso, quello del passato, e per questo ci vuole cultura storica. Così credono che la loro realtà sia inamovibile e comunque non possa peggiorare. È l’errore che hanno commesso i cecoslovacchi quando, nel 1948, hanno votato per i comunisti. 
Impera il pregiudizio che il futuro non possa che essere positivo. L’ottimismo settecentesco ha inoltre dato luogo alla convinzione che la modernità sia al prezzo di un rovesciamento dell’esistente e dunque ha condotto al ribellismo. Per molti non è stato neppure indispensabile avere il progetto del nuovo: è stato sufficiente che fosse nuovo per essere migliore. Un errore assolutamente esiziale. Ribellarsi è cosa sacrosanta, quando è necessario, ma ribellarsi per ribellarsi è stupido e a volte catastrofico. 
In Italia, esattamente mezzo secolo fa (o anche un po’ meno, da noi le mode arrivano in ritardo), col “Sessantotto”, si credette che fosse il caso di buttar giù tutto. Nelle scuole e nelle università si combatté contro le nozioni, cioè si cercò di avere la somma senza gli addendi. E così si azzerò quasi il livello culturale della nazione. Si combatté contro l’autorità quale che fosse, contestando tutto senza sapere con che cosa sostituirlo, fino a creare una gioventù disorientata, ineducata, ignorante e velleitaria. Tanto stupida da credere che la rivoluzione fosse un tipo di vestiario e da attribuirsi la qualifica di ribelle perché strimpellava “canzoni di protesta”. Si credeva marxista senza conoscere un’acca di economia, e contestava la democrazia senza indicare un regime migliore. Tutti si riempivano la bocca di vaghi e irenici ideali, fino ad una sorta di scemocrazia.
Il risultato è stato ovviamente negativo. Anche per i supposti beneficiari. Il disorientamento è fonte di dolore perché gli spigoli della realtà feriscono sempre chi non ne tiene conto. E poi, il mito della ribellione è contraddittorio. Se bisogna in ogni caso cambiare, anche quando si è raggiunto il migliore risultato possibile, il cambiamento è verso il peggio. Come l’amputazione, la ribellione è cosa ottima quando serve, e cosa criminale quando non serve. 
Socrate fu condannato a morte con una sentenza tanto ingiusta da essere divenuta il paradigma dell’errore giudiziario. E tuttavia rifiutò di fuggire. Sosteneva di avere scelto di vivere ad Atene perché ne accettava le leggi, e sarebbe stato in contraddizione con sé stesso se ora fosse scappato. Questo è il colmo della non-ribellione, che non consiglio a nessuno. Ma la lezione di quel sommo contestatore dell’esistente fu che non ci si deve ribellare come si pratica uno sport. La civiltà è un punto d’arrivo che l’umanità ha pagato a caro prezzo, e da cui si può sempre tornare indietro. Hitler ha ucciso infinitamente più di Caligola.
La ribellione è come la legittima difesa: se è giustificata, è permesso anche l’omicidio, se è ingiustificata è reato. L’unica cosa che dobbiamo sperare – come suona il detto arabo – è che Allah ci illumini quando dobbiamo distinguere i due casi. 

La vecchiaia

Il nostro elenco alfabetico, come la nostra vita, si conclude con la vecchiaia. Una fase dell’esistenza ricoperta di malinconia e di lamenti.  “Senectus semetipsa valetudo”, la vecchiaia è già in sé una malattia, dicevano i romani. “Senectus ipsa est morbus”, confermava Terenzio. Ma lagnarsi della vecchiaia ha poco senso. Come diceva un tremendo vegliardo siciliano ai ragazzi: “Carusi, la vecchiaia è cosa brutta. Speriamo che non ci arriviate”.
Certo, è vero che la vecchiaia toglie le gioie che dà un corpo valido e forte. Come toglie le gioie del sesso e le speranze per il futuro ma, se lascia intatto l’intelletto, è il momento in cui, libero dal lavoro, l’individuo può godere di ogni momento della propria giornata. Finalmente può dedicarsi a tempo pieno ai piaceri immortali della lettura, dell’amicizia, della musica, e dell’amore, se ha ancora la fortuna di avere accanto la persona amata. In queste condizioni, la vecchiaia può essere un tempo felice, da gustare il più intensamente che sia possibile. Anche perché si sa che ormai non durerà a lungo. 
Il vecchio più infelice è quello che scimmiotta i giovani. Quello che fa finta di corteggiare le donne (“Amico mio, e se poi ti dicesse di sì?”). Quello che ad ogni occasione vuole dimostrare di “farcela ancora”. Essere vecchi non è un merito, come nell’antica Cina, e non è nemmeno una vergogna, come forse credono negli Stati Uniti. È una stagione della vita che ha i suoi inconvenienti ma anche le sue gioie e i suoi piaceri.
Fra l’altro, accettando di essere vecchi, si acquista la dignità dei propri anni. Nulla è più patetico di un vecchio che si rende ridicolo cercando di divertire gli altri. E se pure non si può imporre ad un secolo come l’attuale il dovere della gravitas romana, il rispetto della propria età è un dovere per ogni individuo, soprattutto se vuole che anche gli altri la rispettino. A certi vecchi, quando verrà ad annunciargli che il loro tempo è finito, anche la Morte darà del Lei. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 gennaio 2018  4. Fine.




permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/2/2018 alle 9:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 febbraio 2018
DUE NOTE
GIANFRANCO FINI NEL BARATRO

Per carattere, non mi riesce di infierire su chi è caduto. E nel caso di Gianfranco Fini, l’altezza da cui è caduto e il baratro in cui è sprofondato sono da record.
Non lo nascondo, quando quell’uomo cominciò a contestare Berlusconi, a fargli il controcanto per principio e a provocarlo in ogni modo, fino a dimostrare una sorta di odio incomprensibile, mi chiesi se volesse battere il record dell’ingratitudine o se fosse impazzito. Non soltanto il suo comportamento era spregevole ma non era neanche comprensibile dal punto di vista dell’interesse. Mi faceva pensare a un ladro che cercasse di svaligiare un appartamento al ventesimo piano, calandosi dal ventiduesimo, a rischio della vita, per rubare un milione di euro in banconote false. Banconote che lui stesso sapeva essere false. 
Essendo sempre stato convinto che ciò che è assurdo non può che finir male, non solo ho previsto che Fini non sarebbe andato da nessuna parte, ma ho cominciato a desiderare che la realtà mi desse al più presto ragione. Anche quando l’ex delfino di Almirante ha fondato un partito, e per qualche tempo si è potuto pensare che potesse avere successo, sono rimasto scettico. Gli apprezzamenti che egli riceveva da sinistra erano chiaramente interessati. Erano il frutto del principio per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Tutto ciò – pensavo - sarebbe durato soltanto finché lui fosse stato Presidente della Camera. Poi la punizione si sarebbe abbattuta su di lui. Insomma aveva la scadenza incorporata, come uno yogurt. 
Mi sedetti dunque sul bordo del fiume, augurandogli l’inevitabile vendetta di Ate. Sentimento che molti non giudicheranno nobile, ma personalmente sono convinto che il desiderio di vendetta sia legittimo. Lo Stato ne ha assunto il monopolio, ma col codice penale ha solo cambiato il titolare dell’esercizio del diritto, non ha contestato la validità del diritto stesso. Al riguardo va infatti ricordato che il principio biblico del “dente per dente, occhio per occhio” è vittima di un annoso fraintendimento. Lungi dall’essere barbaro, “occhio per occhio” significa “occhio per occhio”, e non “morte per occhio”. La vendetta deve essere proporzionata. 
Ebbene, nel caso di Gianfranco, la Dea della Vendetta mi ha spiazzato. Ero pronto ad accettare, per quell’ex politico, la definizione di ingrato, di velleitario, di sciocco. Di “coglione”, perfino, come si è definito lui stesso. Ma delinquente? Amico dei criminali? Evasore fiscale, corrotto, corruttore? E degno di essere trascinato in catene dinanzi al giudice penale, per infine concludere il percorso in galera? No, non chiedevo questo. 
Ovviamente non si tratta di dichiarare colpevole o innocente un accusato della cui vicenda in concreto non si sa nulla. E tuttavia, come prima era lecita l’ansia di vendetta, oggi spero sia lecita la mia speranza che Fini esca assolto da questa vicenda melmosa. Non fosse altro per la dignità della nostra nazione. Se Machiavelli ha assolto il duca Valentino da indicibili crimini non è stato perché non sentisse il normale disgusto morale e giuridico per il suo comportamento, è stato perché teneva conto delle dimensioni della contropartita. Chi guida una famiglia ha l’obbligo di essere morale, chi guida uno Stato no. Il Principe deve avere una sola religione, l’interesse del suo Paese, quello che i francesi chiamano “égoïsme sacré”, e il perseguimento della propria politica, se la reputa giusta. Dunque mi sarei aspettato che Fini tradisse Berlusconi, che mentisse, che mancasse alla parola data, che insomma facesse tutto ciò che – tenendo conto dei parametri contemporanei – sarebbe stato “lecito” al politico machiavellico. Ma andare a rubare polli no, neanche se i polli sono costituiti da milioni di euro. E infatti la cosa mi sembra così incredibile che continuo a sperare nella sua innocenza.
Ate è una divinità minore del pantheon greco ma la religione greca era anche un’interpretazione del reale. Plutone e Proserpina spiegano le stagioni, Efesto le eruzioni dell’Etna. Di Ate, la dea della vendetta, la mitologia dice che spesso spingeva le sue vittime a commettere il peccato di “hybris”, l’eccesso che offende gli dei. Come dire che ella somigliava al Satana cristiano, quello che prima spinge gli uomini a peccare e poi li accoglie nell’Inferno.
I greci avevano un concetto tremendo dell’ira degli dei. Giunone non si limita a punire Niobe uccidendone una figlia, fa uccidere tutti e quattordici i suoi figli. Apollo, dopo aver vinto Marsia nella gara del flauto, lo scuoia vivo. La punizione di Fini mostra una spietatezza inconcepibile per noi contemporanei. Forse la religione greca non ha più corso legale, ma chissà che Ate non sia ancora viva.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1 febbraio 2018
Domani l’ultima puntata di Socrate, il fallito extralusso. 

DIVERTISSEMENT FILOSOFICO

Scrivere questo testo è un azzardo e infatti lo definisco uno scherzo. Il minimo che mi si possa dire è: prima di parlare di Kant, ti sei laureato in filosofia? Prima di muovere obiezioni alla Critica della Ragion Pura, l’hai letta? Sei presuntuoso a questo punto? 
Il fatto è che, più che di intimidire il fantasma del filosofo di Königsberg, io ho voglia di sapere quali obiezioni si possono muovere al mio ragionamento. E dunque invito gli amici a muoverle. 
Secondo Kant, per ciò che ho capito, il tempo e lo spazio sono gli unici modi in cui si può concepire l’esistente. Questo modo di percepire la realtà è talmente inevitabile e connaturato all’essenza dell’uomo che, per lui, esso è a priori. A priori significa “non derivante dall’esperienza”.
Questa affermazione mi pare discutibile. È vero che non riusciamo a concepire nulla al di fuori del tempo e dello spazio: e infatti, riguardo al tempo, per qualunque momento è inevitabilmente concepibile un prima e un dopo. Come pure, per ogni punto nello spazio, si può immaginare un altro punto nello spazio, con l’unica alternativa che sia vicino o lontano, pieno o vuoto. Ma proprio queste inevitabilità significano che noi abbiamo avuto da fare con esse sin dal primo albeggiare della coscienza. Il bambino che tende la mano per prendere qualcosa che è posto in alto e non ci arriva impara che il suo braccio è troppo corto, per quel risultato. E, si badi, “troppo corto” è una determinazione spaziale. 
La percezione dello spazio è immediata, anche se il concetto di spazio arriva dopo. La concezione dello spazio non è a priori: prima se ne fa l’esperienza concreta e poi si acquista il concetto astratto di spazio. È vero che lo spazio e il tempo sono gli unici modi in cui riusciamo a metterci in contatto con la realtà intorno a noi (e, per il tempo, anche “dentro di noi”) ma ciò avviene in età pre-critica. Soltanto successivamente la mente elabora quell’esperienza fino a risalire al concetto di spazio. E lo stesso vale per il tempo.
Anche gli animali si rendono conto del tempo e dello spazio, se pure senza farne argomento di dibattito filosofico. Non è nemmeno necessario scomodare i mammiferi superiori (anche se ho visto dei gatti esitare valutando ripetutamente se la distanza rientrava nei limiti della loro capacità di saltare), basta un rettile come il camaleonte. Questa bestiolina, prima di lanciare la sua lingua come una fionda appiccicosa per catturare le sue prede, calcola esattamente la distanza, e non dà luogo all’attacco se non è sicuro che l’obiettivo rientri nella portata della sua straordinaria arma. Come filosofo ne sa certamente meno di Kant, ma come esperto del lancio della lingua nessuno lo batte.
Purtroppo, anche per quanto riguarda molta parte delle teorie kantiane, devo dire che tutto ciò che riguarda l’a priori non mi convince. Per me di a priori non c’è niente. Tutto nasce dall’esperienza. Anche la logica, anche l’aritmetica. Do un esempio. Dire che “Andrea è un uomo” è un’affermazione sicuramente vera, che non aggiunge nulla che già non si sapesse, direbbe Kant. Ma dimentica che potrebbe essere falsa. Io potrei aver chiamato Andrea il mio cane. Insomma ciò che verifica la fondatezza delle affermazioni non è la loro validità linguistica, ma l’evidenza. E invece i filosofi ragionano tutti come se le parole le avessero inventate loro, oppure un Dio, o fossero comunque uno strumento naturale come l’aria che respiriamo. 
Di fatto il linguaggio è un condensato di pensieri, di concettualizzazioni, di convinzioni, di riflessioni, tanto che qualcuno l’ha definito “una segmentazione del reale”. Persino quando Cartesio crede di avere finalmente raggiunto una verità incontestabile, scrivendo “cogito ergo sum”, non si accorge che nel momento stesso in cui arriva alla sua prima verità, “sum”, sta usando uno strumento, il linguaggio, che preesiste alla sua esperienza di esistente. Se fosse stato un tedesco, invece di scrivere: “je pense, donc je suis”, avrebbe scritto “ich denke, also bin ich”.  Dunque avrebbe potuto porre, come prima certezza, invece di “penso, dunque sono”, “penso in tedesco, dunque la lingua tedesca esiste”. 
Non soltanto: nel momento in cui dice ad altri “penso, dunque sono”, presuppone che questi altri esistano, altrimenti perché avrebbe scritto quella pagina di libro? In “cogito, ergo sum”, sono contenute tante di quelle ammissioni che il caro Renato poteva risparmiarsi parecchia fatica, semplicemente “sapendo” che esisteva ed era capace di scrivere sia in latino sia in francese.
Vi prego, datemi torto. Dimostratemi che mi sbaglio. Mi pare pernicioso questo mio atteggiamento per cui oso pensare che due giganti come Cartesio e Kant dicano cose inesatte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1° febbraio 2018




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