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POLITICA
31 dicembre 2018
BEN OLTRE I SESSANTACINQUEMILA EURO
Cominciamo dai fatti. A quanto pare, la tassa piatta (piatta perché non s’impenna all’aumentare del reddito) doveva essere del 15% per tutti. Poi gli amici della Lega hanno fatto una scoperta imprevista e imprevedibile, e cioè che, con quel gettito falcidiato, almeno per qualche anno l’Italia non sarebbe fstata in grado di pagare stipendi e pensioni. Così la tassa piatta, che era destinata a tutti, è stata destinata alle “partite Iva” con un fatturato annuale non superiore ai sessantacinquemila euro. Più o meno come promettere qualcosa a tutti gli italiani e poi precisare che sarà riservata a tutti i nati il 12 agosto, sempre che non siano più alti di un un metro e settanta. Ma lasciamo perdere: come dice il proverbio, di necessità si fa virtù.
Quanto qui narrato prova ad abundantiam l’improntitudine e l’improvvisazione di chi ci governa. Il provvedimento infatti deve essere stato varato senza chiedere ad un qualunque commercialista (ce ne sono un paio nello stesso palazzo in cui abito io) se nel provvedimento ci fosse qualche errore. Infatti pare che quella tassazione funzionerà in modo ben diverso da come previsto da chi l’ha concepita. 
In un dato anno, per esempio nel 2018, un titolare di partita Iva, a costo di lavorare in nero o di rinviare le fatture al 2019, riesce a non incassare più di sessantacinquemila euro. Per questa prodezza ha diritto, nel 2019, a pagare un’aliquota del 15%. Ma per quale importo? E qui viene il bello. Pare che la legge non lo precisi, il che corrisponde a dire che, se uno ha avuto l’accortezza di rinunciare perfino a lavorare, pur di non superare i 65.000€ nel 2018, se nel 2019 fatturerà un milione di euro, su quel milione pagherà soltanto il 15% di tasse. Perché – ai fini di lucrare il beneficio – per qualunque somma conta la somma dell’anno precedente. Sarà penalizzato soltanto nel 2020. Ma ad anni alterni sarà una vera bonanza.
Ovviamente non era questo, che voleva ottenere il governo. E qui si vede a che punto i nostri governanti siano incompetenti. Come gli avrebbe suggerito qualunque tributarista, concepita in quel modo la norma era (ed è) un favore non ai piccoli, ma a chiunque sia sufficientemente accorto per gabbare il fisco. E dire che bastava stabilire che, l’anno seguente quello in cui non era andato oltre i 65.000€, il piccolo imprenditore avrebbe pagato il 15% di tasse sui primi 65.000€ di reddito, mentre sull’eccedenza avrebbe pagato secondo la tassazione normale. L’uovo di Colombo, vero?
Ma, appunto, Colombo che era quel genio che fece stare in piedi un uovo, mentre i giovanotti al governo avrebbero difficoltà a far stare ritto un cubo di Ruby.
E poi dicono che la competenza non serve a niente. Ma già, ignoti nulla cupido: come si può sentire la mancanza di qualcosa che neppure si conosce?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
31 dicembre 2018Per ulteriori informazioni: https://www.corriere.it/economia/18_dicembre_29/flat-tax-15percento-senza-tetto-reddito-vale-anche-chi-fattura-milioni-559e493a-0b9c-11e9-aa07-eb4c2c5595dd.shtml



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POLITICA
29 dicembre 2018
L'ODIO VERSO GLI STATI UNITI
Angelo Panebianco ha scritto sul “Corriere”(1) un editoriale che andrebbe studiato nelle scuole superiori di ogni ordine e grado. In sintesi, egli sostiene che, a forza di dir male di tutte le cose positive di cui fruiamo da tanto tempo – democrazia, prosperità, protezione americana – corriamo seriamente il rischio di perderle. 
Rinviando alla lettura di quel prezioso e tuttavia sintetico testo, mi permetto di riprendere un solo punto: secondo Panebianco, l’America nazionalista e isolazionista di Trump, rinunciando al proprio ruolo di leader del mondo libero, mette a rischio questo mondo libero e condanna sé stessa alla decadenza. Non so in che misura abbia ragione, riguardo a tutto ciò,  ma credo di conoscere una delle molle sotterranee del fenomeno. 
Pur essendo gli Stati Uniti entrati in ritardo e malvolentieri nella Seconda Guerra Mondiale, tanto da potersi chiedere se, senza Pearl Harbour, non avrebbe prevalso l’isolazionismo, il loro peso alla fine si rivelò talmente preponderante, che molti ancora oggi hanno dimenticato che la principale potenza vincitrice – come efficacia, riguardo alla vittoria – fu la Gran Bretagna. L’Inghilterra resistette da sola, e per oltre due anni, all’attacco di un Hitler trionfante dai Pirenei alla frontiera con la Russia. Ma la trasformazione degli Stati Uniti da Paese lontano, emergente e abbastanza “burino” in superpotenza mondiale, egemone anche in Europa, non poteva non suscitare reazioni e invidie. Da 1945 soltanto la maggior parte dei vecchi, quelli che quell’esperienza l’avevano vissuta,  conservarono la loro gratitudine e la loro simpatia per gli yankees. Molti – per idealismo, per stupidità, e anche per non sentirsi sudditi degli americani, divennero comunisti, vagheggiando il paradiso del socialismo reale. Dove era reale il socialismo ma non il paradiso. Ma questa è una vecchia storia. 
Le nuove generazioni divennero schizofreniche. Da un lato adottarono un americanismo di facciata, con la supina imitazione delle mode più stupide e superficiali, a cominciare da una lingua che non hanno mai imparato, dall’altro l’ingratitudine, nei confronti dell’America, divenne endemica. Costante la critica verso la sua politica internazionale. L’interpretazione più malevola possibile dei suoi comportamenti fu la regola. Da un lato si pretendeva che l’America proteggesse la libertà del mondo intero - a sue spese e col suo sangue - dall’altro le si rimproverava di farlo. E se non lo faceva le si rimproverava di non farlo. In questo senso è esemplare la guerra del Vietnam.
Da occidentale impenitente, ho sempre conservato la mia gratitudine e la mia simpatia per gli americani, fino a perdonare loro, dopo la guerra, l’infinita serie di film in cui si sono autocelebrati, all’occasione ridicolizzando e calunniando i loro avversari. Le ragioni di gratitudine sono state tali da coprire qualunque colpa: il loro ingenuo nazionalismo, il loro conformismo, il loro bigottismo, la loro ignoranza, e tanti altri lati negativi. Ma del resto, chi non ne ha?
E in tutti questi anni ho sentito che col mio atteggiamento urtavo la sensibilità comune. Gli altri sembravano dovermi perdonare una devozione ingenua e in fondo stupida. Per loro la regola, come comandava il main stream,  era la critica sempre e comunque. Quando non potevano negare un’azione generosa, dicevano che gli americani la facevano per il petrolio. Se regalavano merci e alimenti, lo facevano per acquistare clienti paganti, in futuro. Insomma, se fossi stato un americano che viveva in Europa, avrei desiderato ardentemente che gli Stati Uniti pensassero soltanto a sé stessi. Che lasciassero andare al diavolo il resto del mondo. Che non intervenissero mai più, fuori dai confini degli States, per nessuna ragione . La Cina comunista, via Pyong Yang, rendeva la Corea del Sud un suo feudo? Affari dei coreani. La Russia Sovietica invadeva l’Europa Occidentale e la rendeva schiava? Gli europei se lo sarebbero meritato. Garanzia atomica al Giappone? Che si difendesse da sé, facendosi la bomba. E se poi l’avesse usata per primo, per aggredire qualcuno? Affari asiatici. Molto lontani da San Francisco.
Lo so, è un atteggiamento eccessivo. Ma io non sto cercando di dimostrare che sia giusto: faccio soltanto l’ipotesi che sotterraneamente questo sentimento sia andato aumentando negli Stati Uniti, e il risultato, pressoché virulento, è Donald Trump. America first. Se, almeno per l’America, questo nuovo atteggiamento  - forse conseguenza di un’onda molto lunga - sarà positivo o negativo, lo dirà la storia. 
Quanto a noi europei, per anni abbiamo morso la mano che ci aiutava, e ora è arrivato il momento in cui il proprietario di quella mano ha tendenza a ritirarla. 
Panebianco ha ragione: quando dice che gli europei si sbagliano pesantemente, pensando che non potrebbe mai andar male. Potrebbe eccome: politicamente, economicamente e militarmente. La corsa a tagliare le spese militari esemplifica perfettamente la nostra follia e renderebbe meritata qualunque serie di guai un giorno potesse attirarci la nostra debolezza. E quel giorno saremo fortunati noi vecchi, perché non ci saremo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
29 dicembre 2018 
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_dicembre_27/perche-l-occidente-ha-perso-bussola-97e85690-0a08-11e9-a49c-4bf0b44c41d0.shtml



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POLITICA
28 dicembre 2018
IL GOVERNO TIENE
I sondaggi di Nando Pagnoncelli sono uno dei riti sacramentali del “Corriere della Sera”(1). Stavolta da essi risulta che la Lega ha smesso di crescere e perde qualcosa. Il Movimento 5 Stelle per parte sua è calato di quasi sei punti, dalle elezioni, poco meno di quanto vale Forza Italia. Tuttavia – leggiamo - “il governo tiene”, cioè resiste bene. E ora si tratta di capire tutto ciò.
Pagnoncelli sostiene che in marzo si è avuta una serie di fenomeni: una frattura fra popolo ed élite; la dilatazione del valore del singolo, tanto che il suo parere vale quanto quello dello scienziato; la comunicazione politica diretta, semplice e perfino ridotta a slogan; insomma è la fine del vecchio modello in cui contavano centrodestra e centrosinistra. Tesi rispettabilissime, indubbiamente. Che però hanno un difetto caratteristico di questo momento, del resto denunciato dallo stesso articolo: il “presentismo”.  Si tende a tener conto soltanto del presente, quasi esso fosse immodificabile, e invece la storia non fa salti: può darsi che il sentimento che gli italiani avevano in marzo non duri a lungo. Bisogna aspettare. Se quel voto ha costituito una svolta epocale, forse siamo entrati in un altro periodo storico. Se invece è stato soltanto il frutto di un’arrabbiatura, e per così dire di  un’ubriacatura, si può star certi che passerà. 
Ciò che spinge a pensare alla svolta epocale è che sono passati nove mesi, dal voto, e malgrado le infinite gaffe, soprattutto del Movimento, il consenso per la coalizione non è calato. Ma è anche vero che questa alleanza ha governato “al futuro”: daremo, cambieremo, faremo. Molti dunque se ne attendono grandi cose e ciò spiega l’attuale, incredibile tolleranza. Pensando di avere mandato a Roma degli incompetenti pieni di buona volontà, gli elettori hanno considerato che i loro sbagli siano il prezzo da pagare per la novità. Ma tutto ciò in vista dei promessi vantaggi. E qui si entra nel vivo della questione.
Il problema dell’immigrazione è stato risolto, gratis, ma per il resto risultati positivi non se ne sono visti. I due partiti hanno costantemente rinviato l’attuazione delle loro promesse ad un momento successivo. Ecco che cosa abbiamo chiamato “governare al futuro”. E infatti, quando in settembre i due Vice Primi Ministri  si sono trovati dinanzi ad un bivio: o ammettevano la realtà – che cioè non potevano mantenere le loro promesse, col rischio di disgustare l’elettorato - o guadagnare comunque tempo, hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, sperando nella buona sorte. E così si sono aggrappati a un deficit di 2,4 punti. 
Purtroppo la buona sorte non li ha assistiti, e hanno dovuto lo stesso calarsi le brache. Ciò tuttavia non gli ha impedito di continuare a giocare al rinvio, fino all’inverosimile. La votazione sulla legge di stabilità è stata ritardata quasi fino a Capodanno, e quando si son dovuti rassegnare all’inevitabile, lo hanno fatto fuori tempo massimo, facendo votare ad ambedue le Camere una legge che esse non hanno avuto né il tempo di leggere né il tempo di discutere. 
Ma non è l’unico assurdo. Essendo stati costretti a tagliare la spesa per evitare la procedura d’infrazione, prima hanno affermato che, malgrado il venir meno di parecchi miliardi, quel programma rimaneva integro: infatti per loro due più due fa quattro, ma anche uno più due fa quattro; poi, per evitare grane, hanno lasciato fuori dalla legge di stabilità le modalità di attuazione del reddito di cittadinanza e della riforma della Legge Fornero.  “Preciseremo dopo”, ancora un verbo al futuro. Tanto che l’Europa non ha “annullato” la procedura d’infrazione, l’ ha soltanto “sospesa”,.
Da nove mesi questi partiti rimbecilliscono il popolo a forza di parole, evitando però di confrontarsi con la realtà. Con ragione, perché quando hanno agito in concreto hanno creato soltanto legioni di scontenti. Si pensi al “decreto dignità”, che serve al lavoro come un salasso a chi muore di fame; al mantenimento dell’Ilva di Taranto; alla realizzazione del gasdotto in  Puglia, e in generale a tutti i provvedimenti adottati. Senza dire che, dopo avere tanto parlato di un taglio (incostituzionale) alle “pensioni d’oro”, ora si è segata la rivalutazione annuale delle pensioni normali.
Tutto ciò spiega la tenuta del governo Conte. L’elettorato si sforza eroicamente di essere paziente: “Non l’hanno fatto in questi mesi, dovevano farlo in questo mese, ma forse lo faranno il mese prossimo. Ancora un po’ di pazienza”. Quanto a lungo si può giocare questo gioco? La resa dei conti si avrà comunque. E a  quel punto la gente potrebbe capire che in marzo ha agito sotto l’impulso dell’alcol, cioè della rabbia che l’ha spinta a sfasciare tutto, credendo che i mali dell’Italia fossero colpa dei vecchi governanti, mentre con chiunque altro sarebbe andata meglio. Quando i cittadini dovessero accorgersi che stanno come prima e peggio di prima, non perdoneranno più niente. In quel momento la tenuta del governo non sarebbe stupefacente, sarebbe addirittura un miracolo.
Già in passato gli italiani hanno duramente punito l’enfasi aggressiva di Renzi, eppure Renzi sta a Di Maio come uno statista a uno stewart da stadio. Sarebbe bene non dimenticarlo. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 dicembre 2018
(1)https://www.corriere.it/politica/18_dicembre_27/sondaggio-primo-stop-la-lega-3percento-un-mese-m5s-discesa-maio-perde-15-punti-gradimento-5c96dc6e-0950-11e9-be19-6af61a115697.shtml



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POLITICA
27 dicembre 2018
UN MONDO DI PAROLE - 3
      Purtroppo, a voler esaminare le principali parole che sono fonte di fraintendimenti, si dovrebbe scrivere un libro. Ecco perché è meglio limitarsi ad accennare ad alcuni concetti, senza avere la pretesa di convincere nessuno.
La prima parola che viene in mente, in questo campo, è “investimenti”. In seguito ad una lettura erronea (o volutamente tendenziosa) delle teorie di John Maynard Keynes, moltissimi sono convinti che quando lo Stato spende denaro – anche se lo ha preso a prestito – quel denaro provoca un rilancio dell’economia che rende più della spesa iniziale. Sulla base di questo principio la gente si chiede perché mai lo Stato esiti, prima di fare quest’opera buona; perché non la faccia subito, anche se non ha denaro, visto che quella manovra si ripaga da sé. E via sragionando. Nessuno bada al fatto che nella realtà questa manovra non funziona (a meno che non si tratti di spese realmente necessarie e utili alla produzione di ricchezza), nel senso che l’esborso (per esempio quello per puri fini assistenziali) è sicuro, mentre il rilancio è molto improbabile. E infatti in Italia questo genere di interventi ha prodotto un debito pubblico astronomico. Con quale coraggio si può invocare l’accentuazione di una politica che ci ha già portati all’insolvenza, e che ci costa ogni anno sessanta-settanta miliardi di euro di interessi? 
Il problema è che la parola “investimenti” per molti corrisponde a “”rilancio dell’economia”: e non c’è modo di farli ragionare. Sembra che nemmeno l’esperienza sia una sufficiente dimostrazione. Se – come troppo spesso avviene - con l’investimento non si produce ricchezza in quantità superiore al costo, lo Stato deve ripianare la perdita, e così si aumenta il debito pubblico, si aumenta la pressione fiscale e dunque la miseria. Gli investimenti sono benedetti soltanto quando producono ricchezza  e poi, ulteriore e secondario vantaggio, richiedono forza lavoro per produrla. In quel caso il Paese diviene più ricco e si abbassa la disoccupazione. Questo è l’unico modo di migliorare la vita della nazione. Ci sono serissime ragioni per avere dubbi sulle proposte finto-keynesiane. Infatti Keynes non era l’imbecille che molti immaginano.
Il grande problema non è la distribuzione della ricchezza, come credono tante anime belle e disinformate (o accecate dalla religione), il problema è la produzione di quella ricchezza. Prima la produciamo, poi penseremo a distribuirla meglio. E ricordiamoci che più un Paese è ricco, più questa ricchezza si riversa comunque sul popolo. Quand’ero bambino io l’Italia era tanto più povera di oggi, che avrei considerato gli attuali cumuli di spazzatura come la grotta di Alì Babà. Tante sono le cose preziose che ci avrei trovato. Mentre, se ci accaniamo ad impoverire i ricchi, alla fine saranno più poveri anche i poveri. 
A proposito dell’invidia e della mentalità punitiva, bisogna ricordare che se si toglie troppa ricchezza a chi la produce, costui non avrà più interesse a produrla. Sarebbe come tagliare l’albero per farne legna e nel contempo pretendere che ci offra frutta di stagione.
Altre parole, alla rinfusa. Il capitalista non è un bieco profittatore del lavoro altrui, è un elemento necessario della produzione. Ma bisogna innanzi tutto intendersi sul concetto di “capitale”. Chi va a pesca con la propria canna è un capitalista in quanto proprietario della canna, e consumatore, in quanto poi mangia il pesce. Se la gente non ha mai pensato che un martello è un “capitale” (in quanto mezzo di produzione) e non un bene di consumo (chi mai ha mangiato un martello?) non è colpa mia. 
Quanto al capitalista che tanti concepiscono, il ricco nullafacente o la banca che prestano denaro all’imprenditore, non si dimentichi che l’interesse che richiedono è a fronte del rischio di perdere l’intero capitale, se l’imprenditore fallisce. E qualcuno ricordi a chi ha una mentalità di sinistra che nessuno è mai stato obbligato a contrarre un debito. Chi pregherebbe di essere danneggiato, se contrarre un debito fosse un danno? 
Nella Russia Sovietica il capitalismo privato fu eliminato, l’unico capitalista divenne lo Stato e così si produsse soprattutto miseria. Chi ha dubbi chieda ai cinesi sotto Mao.  Il capitalismo privato è il meno cattivo dei sistemi economici, esattamente come la democrazia è il meno cattivo dei regimi politici.
Altre parole truffaldine: la Resistenza. Checché racconti la retorica ufficiale, i partigiani non hanno avuto alcuna influenza sull’esito di una guerra che si combatteva con grandi eserciti, mezzi corazzati e aviazione. L’Italia non ha vinto la guerra, l’ha perduta e basta. Arrendendosi senza condizioni.
I sindacati. Se gli operai oggi stanno tanto meglio di cento o duecento anni fa non è per merito dei sindacati ma per merito del progresso tecnologico. Ed infatti stanno bene i lavoratori di Paesi a basso sindacalismo, come la Svizzera e gli Stati Uniti, mentre stanno malaccio i lavoratori di Paesi a pesante sindacalismo  come l’Italia, e sono arrivati alla miseria nera e alla fame i Paesi in cui i sindacati hanno preso il potere, come la Russia Sovietica.
Questi testi non sono una crociata: sono soltanto un invito a riflettere sulle parole, senza permettere che esse ci ingannino e ci danneggino. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
Fine



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POLITICA
26 dicembre 2018
UN MONDO DI PAROLE - 2
Bontà divina!
Un altro buon esempio dei giochi di prestigio che si possono fare con le parole è il concetto di bontà divina. 
 Che Dio debba essere buono, ed occuparsi degli esseri umani,  è assolutamente necessario per la religione. Infatti, se Egli non si interessasse di noi, se non ci proteggesse e fosse del tutto sordo alle nostre preghiere, l’umanità non avrebbe nessun interesse ad adorarlo. Infatti non ne otterrebbe nulla. E tuttavia, senza voler mettere in discussione la fede dei credenti cristiani (o di qualsivoglia altra religione) sia consentito osservare che, per quanto riguarda questo supposto intervento divino nella vita quotidiana, il dogma della bontà divina cozza contro l’esperienza. 
È a caso che le disgrazie, la malasorte e la morte si abbattono sugli uomini. Nella distribuzione non si nota affatto un qualche migliore trattamento per le persone buone e devote, inclusi i bambinetti innocenti che non hanno avuto nemmeno il tempo di peccare. Così, per continuare a parlare di bontà di Dio e di Divina Provvidenza, i credenti sono costretti ad un trucco vergognoso, dal punto di vista razionale: quello di attribuire alla volontà di Dio tutto ciò che è positivo e di non attribuirgli mai la responsabilità di ciò che è negativo. Se in una catastrofe qualcuno si salva, Dio l‘ha salvato; se muore, semplicemente “non ce l’ha fatta”. Quasi fosse colpa sua, se è morto. E se proprio non si può negare che è sopravvissuto il cattivo mentre è morto il buono, si dirà che “i disegni di Dio sono imperscrutabili”. Che è come dire: “Se questo comportamento l’avesse tenuto un uomo, diremmo che è stato ingiusto e da condannare, ma trattandosi di Dio lo salviamo dicendo che, malgrado tutto ciò che vediamo, questa decisione deve essere giusta. Soltanto perché è Dio che l’ha voluta o almeno tollerata”. In queste condizioni, e usando questi metri, anche il peggiore degli uomini potrebbe essere giudicato “sommamente buono”: perché lo si giudicherebbe “buono”a priori e a prescindere dalle sue azioni.
Ecco ciò che si vuol sottolineare: si cerca ad ogni costo di far prevalere l’accoppiamento del concetto “bontà di Dio” con i fatti di cui si ha esperienza, mentre un esame obiettivo della realtà metterebbe quell’accoppiamento più che in forse. Se si è credenti, è consigliabile non riflettere troppo sul concetto di Divina Provvidenza. Meglio crederci soltanto perché la Chiesa lo impone come dogma. Del resto nel Vangelo, a chi vuole guadagnarsi il Regno dei Cieli, Gesù raccomanda di ridivenire ingenuo e semplice come i bambini.
Altro esempio di logica zoppicante riguarda la preghiera. Se Dio sa tutto, può tutto, ed è buono in sommo grado, che senso ha che noi gli indichiamo che cosa fare, con la preghiera? Essa presuppone che Dio abbia deciso qualcosa e noi gli chiediamo di cambiare programma secondo ciò che noi desideriamo: pretesa che, da parte di un uomo, appare piuttosto presuntuosa. In fondo la logica dell’abbandono a Dio (Islàm) è incontrovertibile: essendo onnisciente e buonissimo, Egli sa che cosa è meglio per noi, e la farà anche senza che noi gli indichiamo che cosa fare. Mentre al contrario questo concetto del “chiedere” si trova anche nel Vangelo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Non si vuole mettere in discussione la religione. Non è questo lo scopo del presente testo. Si vuole soltanto sottolineare quanto acriticamente prendiamo sul serio parole correnti, mentre faremmo bene ad esaminarle molto più da vicino, se amiamo la verità. Esattamente come si è fatto col concetto di “fratello”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 dicembre 201
2-Continua



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POLITICA
25 dicembre 2018
IL RAZZISMO È UN PREGIUDIZIO FRA GLI ALTRI
Il razzismo è condannato da tutti, e con ragione. Qualcuno sostiene addirittura che le razze non esistano, magari facendo notare che non si passa con un salto dal bianco di un norvegesee al nero di un senegalese. Ma certo rimane vero che la differenza fisica fra il norvegese e il senegalese non può essere ignorata.
L’errore si manifesta nel momento in cui vogliamo dedurre qualcosa dal colore della pelle. Se diciamo che tutti i norvegesi sono onesti e tutti i senegalesi non lo sono, spariamo una baggianata colossale. L’errore del razzismo non consiste nell’ammettere che le razze esistano, ma nel fondare sulle razze dei pregiudizi che si rivelano soltanto dei pregiudizi, e come tali da rigettare.
Ma, attenzione, proprio perché riportiamo il razzismo a un pregiudizio, dobbiamo dedurne che, quando non si tratta di un pre-giudizio, ma di un giudizio, dobbiamo accettarne la verità, anche se essa ci dispiace. Se per pregiudizio ritenessimo uguali il gruppo A e il gruppo B, e poi dovessimo constatare che invece sono diversi, dovremmo riconoscere che sono diversi.
Facciamo ora un’ipotesi assurda: che tutti i norvegesi siano onesti e tutti gli svedesi siano disonesti. Se il fatto fosse quello, non bisognerebbe negarlo. Però rimarrebbe vero che se uno svedese di un anno è allevato da una famiglia norvegese, e vive per sempre in Norvegia, crescendo sarà onesto come tutti gli altri norvegesi. Perché di fatto è anche lui un norvegese.
Ma tutto ciò vale anche per il senegalese. Questi è nero come l’ala di un corvo e tuttavia, se in tutta la sua vita sarà vissuto come un norvegese, sarà norvegese di lingua, di costumi, di mentalità. Insomma sarà indistinguibile dagli altri norvegesi, salvo che per il colore della pelle. E saranno caso mai in torto gli altri norvegesi, se lo considerano diverso da loro. Senza dire che, coloro che avessero a che fare con lui, presto dimenticherebbero il colore della sua pelle e lo valuterebbero per quello che è.
Ciò che può fare – e fa – differenza fra i gruppi umani non è il colore della pelle, è la loro civiltà, la loro mentalità, il loro imprinting, la loro nazionalità, o comunque si voglia chiamare quell’insieme di condizioni che fanno sì che un tizio si senta e sia francese, saudita, senegalese, giapponese o messicano. E poiché non raramente, anzi, pressoché costantemente, questo insieme di condizioni che per brevità da ora chiameremo imprinting, generalmente condiziona gli appartenenti ai vari gruppi, sarà inutile negare che fra loro esisteranno differenze. E il razzismo non c’entra per nulla. 
Un primo tentativo di dimostrazione possiamo effettuarlo senza uscire dai confini del Paese che conosciamo meglio, l’Italia. Naturalmente sperando che nessuno si offenda. I veneti hanno capacità imprenditoriale. La frequenza delle piccole imprese industriali di quella regione è largamente superiore alla media nazionale. Mentre le capacità imprenditoriali dei siciliani, nell’industria, sono inferiori alla media nazionale. Serve negare questo fatto? L’unica cosa che si può tentare è dare una spiegazione del fenomeno. A costo di sbagliare.
Il Veneto, per secoli, è stato meglio governato della Sicilia. Per conseguenza la socialità dei veneti è più armonica di quella dei siciliani. Essi si sono abituati all’idea che si può lavorare tutti insieme, onestamente e lealmente, in modo da  guadagnarsi da vivere. Per i siciliani le cose sono andate diversamente. Intenti nei secoli a sopravvivere, cioè a non morire di fame, mentre il governo li trascurava e magari li sfruttava, hanno sviluppato una mentalità ferina. In quella regione per secoli ha imperato il bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. Nessuno si fida di nessuno, e ognuno tradisce gli altri senza scrupoli, proprio perché si aspetta che tutti lo tradiscano. Al punto che crede, ciò facendo, di batterli sul tempo. Ma con una simile mentalità diviene difficile costituire una impresa in cui tutti operino per il bene comune. Se qualcuno ci prova, non è improbabile che scopra presto che il socio ha cercato di fregarlo. Tutto ciò non incoraggia certo l’associazionismo. 
La conclusione è amara: io, da siciliano, non farei società con un altro siciliano, mentre la farei con un veneto. E non mi stupirei se un veneto si rifiutasse di farla con me, perché sono siciliano. Il suo non sarebbe razzismo, sarebbe conoscenza della diversità delle due società. Ed io dovrei prendermela con i siciliani, se proprio dovessi prendermela con qualcuno. 
Un mio amico vive ed opera in Africa da 33 anni e recentemente mi ha scritto questa mail, che riporto con insignificanti modificazioni:
Caro Gianni, 
sono piuttosto amareggiato per qualcosa che e' successo ultimamente nella mia azienda. In breve, io e i miei partners ci siamo accorti che siamo stati derubati, per anni, dalla stragrande maggioranza dei nostri impiegati neri. Per anni, nonostante ricevessero stipendi uguali a quelli dei loro colleghi bianchi, una trentina di neri ci ha sistematicamente sottratto materiali e utensili, acciaio, rame, eccetera. Ne abbiamo le prove per averli colti in flagrante, e poi hanno confessato di averlo fatto ripetutamente, e ne abbiamo avuto conferma addirittura dai ricettatori.
     E pensare che io sono sempre stato quello che li ha difesi davanti ai miei colleghi imprenditori, che li ha protetti, giustificati, perdonati per eventuali mancanze. Ho purtroppo capito che l'amicizia, il rispetto, la fiducia, con questa gente sono impossibili. Appena ne hanno l'occasione, ti colpiscono alle spalle. E basta vedere in che stato hanno ridotto questo paese, un tempo ricco e fiorente. 
     Guardando in giro, non esiste un paese africano che sia migliorato dopo la cacciata dei colonialisti. Dove le elezioni siano libere e oneste, dove la corruzione non sia rampante. Guardi ad esempio alla Liberia. Non ha mai conosciuto il colonialismo, ed e' sempre stata aiutata finanziariamente dagli USA. Possiede petrolio, terreno fertilissimo, oro affiorante, eppure e' uno dei paesi piu' poveri al mondo, con pochi ricchi che si spartiscono le ricchezze nazionali e sostengono il presidente.
     Questa e' l'Africa purtroppo.
     Mi scusi per la lunga lettera, e Le auguro Buon Natale
     Mi scusi per la lunga lettera? È difficile scusarla soltanto per il dispiacere che mi ha dato, confermandomi quanto può essere amara, a volte, la realtà. Soprattutto per chi quell’amarezza non l’ha affatto meritata.
Forse i neri di quella ragione hanno sviluppato una mentalità come quella sopra adombrata per i siciliani, per i quali è pressoché normale che tutti cerchino di imbrogliare tutti. Potrebbero inoltre essere stati sottoposti ad un indottrinamento devastante, nel senso che gli hanno insegnato che i bianchi hanno sempre sfruttato i neri e, anche quando essi sembrano di avere conseguito una condizione di parità, ciò significa soltanto che i bianchi hanno trovato un modo più sottile di derubarli.  O qualcosa del genere. Se così fosse, mentre forse dovremmo pressoché assolvere quei dipendenti disonesti (perché condizionati dal loro imprinting) dovremmo giudicare severamente il loro intero gruppo sociale. Perché certamente inferiore a quello dei veneti del mio esempio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
25 dicembre 2018 



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POLITICA
24 dicembre 2018
LO SBERLEFFO DEL MORITURO
Non è necessario insistere, per convincervi: morire non piace a nessuno. Ma ciò non impedisce che si muoia. Anzi, tutti quelli che non sono ancora morti moriranno anche loro, una volta o l’altra. Basta vedere una fotografia o un documentario cinematografico di un secolo fa, per essere certi che quei vivi che affollano le foto sono tutti morti. Tutti.
Naturalmente, se tutti siamo destinati a morire, le probabilità del fenomeno aumentano con l’aumentare dell’età. Uno vede la foto dell’ultima Miss Italia e pensa a quanto è bella, a quanti uomini potrebbero desiderarla, a quanto potrebbe essere felice o infelice a causa della sua bellezza, a tutto, salvo che al fatto che morirà anche lei, una volta o l’altra. Viceversa quando vede apparire in televisione un Piero Angela novantenne, pur reputandolo tanto simpatico e così bravo al pianoforte, non può non chiedersi con anticipato rimpianto se è l’ultima volta che lo vediamo.
Chi ha superato gli ottanta e non pensa alla morte dovrebbe farsi visitare. Anche perché, come diceva  “Il dottor Knock”, un personaggio di Jules Romains, “La salute è uno stato che non promette nulla di buono”. Tuttavia questa certezza di non avere molto da vivere non ha soltanto lati negativi. La prima consolazione del vecchio è che, se è vero che non ha molto futuro, certamente ha molto passato. Dunque ha vissuto per un numero di anni di cui non tutti hanno goduto. Nei due stupidi conflitti mondiali del Ventesimo Secolo ci sono stati milioni e milioni di morti in battaglia che non sono arrivati a trent’anni. Ecco una disgrazia irrecuperabile. Considerando che non possiamo essere immortali, l’unica alternativa positiva è la longevità. Lamentarsene è da ingrati, perfino se si hanno consistenti acciacchi: era il massimo che si potesse ottenere. 
E c’è un secondo elemento di consolazione. La moda – eterna – è quella di lamentarsi del presente. Il passato è costantemente “those golden days”, quel felice tempo d’oro, mentre il futuro è sempre carico di nuvole minacciose. A sentire i più competenti, promette soltanto disastri. E allora, il vecchio potrebbe concludere: “Sapete che vi dico? Non soltanto ho avuto la fortuna di vivere a lungo, e persino non troppo male, ma a quanto pare non vivrò il pessimo futuro verso il quale voi vi avviate”.
Ma sarebbe una cattiveria. Oltre tutto, le preoccupazioni per il futuro spesso si rivelano eccessive. Indubbiamente ci sono stati periodi, anche lunghi, in cui la storia si è mossa a marcia indietro, in particolare a partire dal Quinto Secolo. Ma la gente non se ne accorge. Da un lato di solito è troppo ignorante per sapere come realmente si viveva un paio di secoli prima, dall’altro,essendo immersa nel presente e conoscendo soltanto il presente, lo trova normale. A nessuno, nell’Alto Medio Evo, e neppure a Luigi XIV, sarebbe venuto in mente di lamentarsi dell’assenza dell’aria condizionata. In estate faceva caldo e basta. Oggi, se fa caldo, il problema è aggravato dal sapere che i ricchi quel caldo non lo sentono neppure. Anzi, non lo sentono neppure gli impiegati di banca e le cassiere dei supermercati. 
In realtà, ammesso che si abbia il minimo sindacale in materia di salute e di longevità, c’è modo di essere felici, nella vita. Purtroppo, il massimo limite che incontra la maggior parte delle persone è l’incapacità di godere appieno del presente. Se c’è sciopero degli autobus e devo andare a piedi al lavoro, e per questo devo partire parecchio prima da casa, chi mi impedisce di trasformare quella corvée in una passeggiata, godendo del sole, se c’è, di ciò che vedo, del funzionamento del mio corpo, e persino della nuvoletta di vapore che mi esce dal naso, ogni volta che respiro, visto che la giornata è bella ma fredda? La situazione obiettiva non cambia, se sono uscito perché obbligato o perché avevo voglia di sgranchirmi le gambe.
Lo sberleffo del morituro deve dunque essere precisato così: “Non soltanto ho vissuto a lungo, ma me la sono goduta perché ho condito i miei giorni con la saggezza di sapere che difficilmente avrei potuto avere di più e di meglio. E se non posso lasciarvi in eredità questa saggezza, non è colpa mia. E allora buona fortuna. Dopo tutto siete maggiorenni, e ciascuno è l’autore del suo destino”.
E Buon Natale.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 dicembre 2018




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POLITICA
23 dicembre 2018
UN MONDO DI PAROLE - 1
 Ma è sempre tuo fratello!
Ci sono cose che diventano miti: il denaro; il sesso; la morale; il lavoro; l’innamoramento; il successo; la bellezza; la gioventù. Questi fenomeni, spesso avvolti in ragnatele di principi ed anche di pregiudizi, pur essendo spesso maneggiati con rispetto, come cose naturalmente tendenti al bene, hanno più spesso che non si pensi risultati negativi. Si trasformano in obblighi ed ostacoli immaginari - magari  funzionali agli interessi di chi comanda e della stessa specie umana - a scapito del singolo. Le catene che da sempre pesano sulle donne - oltre quelle che ha loro imposto la fisiologia -  sono fondate sul nulla e tuttavia pesano molto. Le giustificazioni sono immaginarie ma le catene sono vere.
Per togliersi dagli occhi le bende delle sovrastrutture sociali bisogna fare uno sforzo notevole. I gatti, ad esempio, sono neri, bianchi, tigrati, di due o perfino di tre colori, ma per loro stessi sono tutti semplicemente gatti. Nella loro reciproca considerazione, anche per quanto riguarda gli accoppiamenti, non badano affatto al pelame. Caso mai si battono, anche violentemente, per questioni di territorio, ma non farebbero mai attenzione al colore della pelle, come facciamo noi umani, fino ad inammissibili discriminazioni.  Ecco, ci saremmo liberati da molte sovrastrutture mentali se fossimo capaci di vedere le cose soltanto per quello che sono, più o meno come potrebbe vederle un gatto, se riuscisse a concepire questi problemi. Ma noi, ovviamente, siamo molto più influenzati di loro dal linguaggio. Questo ci offre grandissimi vantaggi, ma anche qualche svantaggio. E al riguardo serve riprendere un paio di concetti. 
In linguistica, il “significato”, non è la spiegazione che di una parola dà il dizionario, ma la cosa indicata da una data parola. Quando usiamo la parola “cavallo” usiamo il significante, e cioè la parola “cavallo”, mentre il significato (nel senso, passivo,  di participio passato del verbo “significare”) è ciò di cui parliamo, un dato cavallo in carne, zoccoli e ossa. Ovviamente è essenziale ricordarsi che, mentre nella realtà esistono i cavalli, la parola “cavallo” è un elemento del nostro linguaggio, che in sé non esiste. Infatti cambia da una lingua all’altra, per esempio divenendo cheval, caballo, horse, Pferd. Ebbene, non sempre gli uomini si ricordano di confrontare la corrispondenza tra significante e significato, e soprattutto di verificare se la connotazione positiva del significante corrisponde sempre alla positività del significato. 
Ma bisogna chiarire che cos’è la connotazione. Se dico “farmaco” la connotazione è positiva, perché serve a lottare contro le malattie; se dico “veleno” è l’opposto, perché il veleno serve ad uccidere. E tuttavia è soltanto questione di dosi, come diceva Paracelso. E infatti in greco farmaco significava veleno. Analogamente “famiglia” ha una connotazione positiva: è il gruppo di persone unite da vincoli di sangue che si amano e si aiutano vicendevolmente. Ma anche qui, guardando in concreto, si vede benissimo che non tutte le famiglie corrispondono a questa definizione. Sicché pretendere sempre un atteggiamento di venerazione, e imporre a tutti un’enorme quantità di doveri nei confronti della famiglia, è una stupidaggine, in certi casi  infatti bisogna vedere di quale famiglia stiamo parlando, in concreto. E alcune sono autentici grovigli di vipere.
Ora tutte queste cose rimarrebbero insignificanti se quelle parole non venissero mitizzate e non subissero un fenomeno di ipostasi, per cui da semplici concetti divengono dati esistenziali, cose esistenti in sé, e dunque capaci di creare obblighi e vincoli. Oltre che, evidentemente, di motivare condanne morali aprioristiche. Il significante, si direbbe in linguistica, finisce col prevalere sul significato, e il simbolo sulla cosa simboleggiata. Tanto che si rischia di vivere immersi non in un mondo di fatti ma di parole. 
È opportuno fornire un esempio. I fratelli di solito si vogliono bene, e infatti il concetto di fratellanza ha una connotazione esclusivamente positiva. Ma questo affetto esiste veramente fra tutti i fratelli? Certo che no. A cominciare da Caino e Abele. E allora che senso ha dire all’innocente che da suo fratello ha subito dei torti e non ne può più: “Ma è sempre tuo fratello”?
Nella realtà, fratello non significa “persona che mi ama”, significa “persona uscita dallo stesso utero”, che certo, può essere il migliore dei miei amici ma può anche essere un implacabile nemico (dicono niente Eteocle e Polinice?). Che cosa deve prevalere, la giulebbosa e teorica parola “fratellanza” o l’esperienza amaramente concreta che tanti sono costretti ad affrontare? 
Se mio fratello è un sociopatico che mi venderebbe per meno di trenta denari, l’espressione: “Ma è sempre mio fratello” passa a significare: “Non mi devo fidare di lui nemmeno se arriva agitando un ramoscello d’ulivo, perché è sempre mio fratello, quello che conosco fin troppo bene””. Chi trova queste parole esagerate, ringrazi il destino che gli ha risparmiato certe esperienze. Sembrano semplici curiosità, ma in realtà a volte si è crocifissi sulle parole. Perché chi è fermo alla retorica corrente - “Ma è sempre tuo fratello” - spesso non esita a condannare degli innocenti, sulla base di quella retorica. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 dicembre 2018 
1-Continua




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POLITICA
22 dicembre 2018
HANNO CAPITO O NON HANNO CAPITO?
Nel nostro presente politico è veramente difficile orientarsi. La cosa più tremenda è che non si ha nemmeno la comoda scappatoia di dirsi: “Non ho capito io, ma un senso ci deve essere”. Un po’ come quando uno specialista cerca di spiegarci qualcosa che per noi rimane incomprensibile, ma pensiamo la comprenda il nostro medico di fiducia. Qui invece siamo di fronte a cose contemporaneamente evidenti e in aperto conflitto fra loro. 
Tutti sanno che per molti mesi i due partiti attualmente al governo, e in particolare i loro due  leader,  hanno sparato ad alzo zero contro le autorità comunitarie. Hanno detto e ripetuto su tutti i toni – anche i più violenti e volgari – che le regole europee erano sbagliate; che loro non ne avrebbero tenuto conto; che gli italiani venivano prima dello spread, del debito pubblico e dei vincoli di bilancio. Inutile riprendere questa musica, tutti l’hanno sentita, fino alla nausea.
Poi, improvvisamente, tutto è cambiato. Tria non era un mezzo imbecille che non aveva capito niente. Conte era uno statista che forse avrebbe salvato l’Italia. A Juncker, a Moscovici e a Dombrovski bisognava rivolgersi col massimo tatto. Insomma i nostri statisti si sono accorti che avevano imboccato un vicolo cieco, che i conti sono conti, che stavano per andare a sbattere contro una roccia, e improvvisamente le regole comunitarie sono diventate sacre. Così si sono fatta dettare la legge di stabilità dalle autorità europee, fino a dover concordare i particolari e fino a non poterla presentare in tempo alle Camere perché fosse discussa e votata. Infatti oggi -  e siamo al ventidue dicembre -  si prospetta la necessità, se si vuole evitare l’esercizio provvisorio, di imporre a Senato e Camera di votare, sotto la pistola puntata del voto di fiducia, una legge di stabilità che esse non hanno nemmeno potuto leggere. E figurarsi discutere. Con così grave vulnus della democrazia da far impallidire tutte le torsioni un tempo rimproverate dai Cinque Stelle ai passati governi. 
Uno pensa: finalmente hanno capito come stanno le cose. Magari sono come quei bambini che tendono il dito verso la candelina accesa sulla torta del loro compleanno, e così imparano che significa scottarsi, ma meglio tardi che mai. Anche se questi sono cresciutelli e sembrano quasi maggiorenni.
E invece no. Mentre continua la tragicommedia della legge di stabilità che arriva e non arriva; che è stata finalmente approvata da Bruxelles ma forse no; mentre c’è il dubbio che i nostri tecnici, chiamati a battere record di velocità nel loro lavoro, abbiano sbagliato qualcosa; insomma mentre ancora non abbiamo superato le forche caudine della procedura d’infrazione (sospesa ma non annullata) ecco che i nostri eroi ricominciano con le loro rodomontate. Tanto assurde quanto pericolose. Salvini parla di “presidiare” il Parlamento, se è necessario ottenere la sua beneamata “Quota 100” per le pensioni, e Di Maio non gli è da meno nell’insistere sulla realizzazione delle sue promesse. Anzi, per far prima, le dà già per realizzate. “Fatte”, come ha detto in televisione. Insomma, questi due hanno ripreso con la solita solfa: “Noi tireremo diritto”, “Non arretreremo di un millimetro”, “No pasaran”, “Abbiamo otto milioni di baionette e spezzeremo le reni alla Grecia”. E il mondo trema dinanzi alla foresta dei nostri gagliardetti.
Veramente viene il dubbio che non abbiano capito niente. Veramente si è indotti a pensare che per loro le parole abbiano un valore di per sé, anzi, un potere taumaturgico, dico alle acque del Mar Rosso di farsi gentilmente da parte, ed esse non possono far altro che obbedire. 
Nel nostro caso, mentre il nemico bruxellois è già entrato in città, costoro continuano a sostenere che mai e poi mai riuscirà a superare le nostre porte. Un po’ come Mussolini – a quanto pare ineliminabile modello della nostra politica – il quale ci gridava che, se avessero tentato di sbarcare in Italia, gli Alleati sarebbero stati fermati sul “bagnasciuga”, condannando fra l’altro l‘Italia a confondere, nei secoli, il bagnasciuga con la battigia.
Purtroppo questi incoscienti, con il vizio di aprire la bocca e darle fiato, ci sono costati miliardi e miliardi di euro in termini di interessi sul debito pubblico e in termini di capitalizzazione. Ora il timore è che ci possano costare altri miliardi e miliardi di euro per ragioni analoghe, magari senza poi cavare un ragno dal buco. Fino ad ora, ciò che di più concreto abbiamo visto, è l’aumento delle tasse. Ottimo sistema per rilanciare l’economia.
Un illustre commentatore aveva scritto in questi giorni che “questi adolescenti” stanno finalmente entrando in contatto col principio di realtà, ma a quanto pare era troppo ottimista. Questi non credono alla solidità della roccia nemmeno dopo averci sbattuto la testa. Nemmeno dopo essere andati dal medico di Bruxelles a farsi curare. E infatti oggi promettono di prendere la rincorsa per andare ad abbattere quell’ostacolo a cornate. 
Se questi sono adolescenti attardati, è proprio vero che la saggezza è quella dei vecchi. Anzi degli antichi, quando dicevano che Giove rende pazzi coloro che vuol perdere. Il guaio è che questi non si perderanno da soli, perché ci obbligheranno a tenergli compagnia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
22 dicembre 2018




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POLITICA
21 dicembre 2018
PUTIN E LA SUPERIORITA' MISSILISTICA
La Russia è immensa, potente e spaventata. Sembra assurdo, ma da sempre è così. La costante della sua politica, derivata dalla mancanza di frontiere naturali,  è la paura delle invasioni. E del resto queste invasioni ci sono state: da quando la Russia doveva pagare costantemente un pesante tributo agli invasori venuti dall’Est, ai tentativi di Napoleone e Hitler. 
Queste giustificazioni tuttavia non danno completamente conto del suo atteggiamento. La Russia è come un timido che strafà perché sa di essere timido, dimenticando che gli altri non lo sanno, che è timido, e vedono soltanto che esagera. Che sia per paura o per altro, la Russia, come la Roma antica, cerca sempre di spostare le frontiere il più lontano possibile. Solo che ad un certo momento un imperatore romano escluse ulteriori conquiste, mentre con la Russia non si sa mai. Basterà dire, approfittando della Seconda Guerra Mondiale, che essa ha spinto le sue frontiere formali o sostanziali fino all’Elba e al Mar del Giappone. Poi si è anche annesso un terzo della Polonia, benché questa sia stata soltanto vittima di Hitler mentre essa stessa, col patto Ribbentrop-Molotov, aveva cercato di allearsi col dittatore nazista; s’è annessa l’inutile isola di Sakhalin, inimicandosi per sempre il Giappone; s’è annessa la Prussia Orientale e recentemente ha dimostrato di non aver perso il vizio, annettendosi la Crimea. Dopo tutto questo, sarà pure vero che la Russia è costantemente spaventata, ma come negare che ai vicini può apparire piuttosto aggressiva che timida? Come dare torto agli Stati Baltici che, dopo essere stati annessi all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, una volta liberati dalla potenza coloniale si sono precipitati a buttarsi nelle braccia della Nato, sperando così di preservare la loro indipendenza? Chi ha ragione di temere un’aggressione, Mosca da Vilnius o Vilnius da Mosca? La Russia potrebbe dire che non teme Vilnius, come non teme Kiev, ma teme chi potrebbe passare da Vilnius o da Kiev per aggredirla. A darle ragione, l’unico modo per por fine alle sue ansie è invadere l’intero orbe terracqueo.
Vladimir Putin è una persona intelligente e un grande politico, caratterizzato da un fortissimo senso del reale. Si può star certi che, come uno scacchista, calcola bene sia le proprie mosse sia quelle, possibili, dell’avversario. Ma ultimamente ha esagerato. Ha prospettato il pericolo di una guerra mondiale nucleare per giustificare la seguente affermazione: “La superiorità russa nella difesa missilistica serve a mantenere la parità strategica e - ha aggiunto - se arriveranno i missili in Europa poi l’Occidente non squittisca se reagiremo. Ma confido che l’umanità avrà abbastanza buon senso per evitare il peggio”. E questa è un’assurdità.
Non si può pretendere dagli altri che ci permettano di essere più forti di loro, in modo che non possano attaccarci, perché nessuno garantisce che proprio loro non saranno attaccati, essendosi volontariamente posti nella posizione del più debole. Se qualcuno cerca di essere più forte degli altri, chi può escludere che lo stia facendo proprio  in vista di aggredirli? 
Ma Mosca non gioca da sola questa partita. Se essa pretende il diritto alla “superiorità missilistica”, con ciò stesso autorizza il suo possibile avversario – gli Stati Uniti - ad avere un armamento ancora più forte, in modo da scoraggiare la possibile aggressione di chi prima si sentiva superiore. È una gara che dura da sempre, e soltanto il lupo della favola del lupo e l’agnello può pretendere che l’agnello non provi nemmeno a difendersi. In questo Trump ha ragione.
Ragionando in termini obiettivi, ecco quello che avviene. Se il possibile aggressore aumenta il livello dei suoi armamenti, l’unica contromossa concepibile, se appena se la può permettere, è che il possibile aggredito aumenti a sua volta il livello dei suoi armamenti. O la potenza delle sue alleanze. In questo caso, pregando gli Stati Uniti di effettuare la contromossa. Le guerre vanno evitate ad ogni costo ma, se sono inevitabili, meglio vincerle. 
Comunque, a meno che l’età e la lunga serie di successi non abbiano minato l’equilibrio di Putin, leader straordinario, non ci dovrebbe essere nulla da temere. La Russia ha approfittato della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale per tiranneggiare l’intera Europa Orientale e oggi potrebbe frenare la sua ingordigia. Potrebbe anzi comprendere che i suoi confinanti la vedono più come un pericolo che come una buona vicina. Insomma potrebbe finalmente convincersi che, se le sue paure non sono del tutto immaginarie, ancor meno lo sono quelle della Polonia e degli Stati Baltici. 
Diversamente rischia di vedersela di nuovo, come ai tempi di Reagan, con la superiorità economica e tecnica degli Stati Uniti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 dicembre 2018



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POLITICA
20 dicembre 2018
CURIOSITA' INUTILE
La curiosità è una delle caratteristiche dell’intelligenza. Infatti fra gli animali più curiosi ci sono i gatti e le scimmie. E più di tutti è curioso l’uomo. Se non lo fosse non avrebbe realizzato tanti progressi, fatto tante scoperte e inventato tante cose. La curiosità è una qualità positiva: ma non ogni tipo di curiosità. 
Quando Eratostene desidera sapere quant’è grande la Terra, e con uno dei più grandi lampi d’intelligenza di cui abbia dato prova l’umanità, determina le dimensioni del pianeta semplicemente studiando l’ombra di un bastone in due luoghi diversi dell’Egitto nello stesso giorno dell’anno, abbiamo assolutamente la più alta forma di curiosità. Viceversa, nel caso della comare che insiste per sapere come mai la signora del quarto piano non si vede in giro da una settimana, abbiamo la curiosità di più basso livello. Dal dato che ricerca, infatti, non ricaverà nulla. Che differenza fa sapere se quella donna è andata a trovare sua figlia a Firenze, oppure che è a letto con l’influenza, o perfino se è andata a passare una settimana col suo amante? In ogni caso, sono soltanto affari suoi. 
A volte la curiosità, pur restando insulsa, cerca alibi, per esempio la scienza. Tutti sapevamo che la Luna ci mostra sempre la stessa faccia, ed era ovvio che, sull’altro lato, ci fosse l’altra faccia. Ma a che poteva servirci averne una fotografia? La Luna non ha un’atmosfera e dunque la faccia B non poteva che essere più o meno uguale alla faccia A. E così è stato. Infatti a quella fotografia abbiamo dato un’occhiata distratta e nessuno ci ha più pensato. 
 Né più giustificato è l’interesse per la cronaca nera. Se non sapessimo che gli uomini, diversamente da altre specie, indulgono alla violenza intraspecifica, varrebbe la pena di interessarsi di omicidi e ferimenti, perché sarebbero eccezionali, e dunque “notizia”. Ma la nostra violenza intraspecifica esiste da sempre,  dai tempi di Caino e Abele, e dunque prendere nota delle differenze e studiare le personalità dei diversi criminali, ha un senso soltanto per lo studioso di criminologia. Il singolo delitto è del tutto privo d’interesse. A meno che non si voglia commettere un delitto, non c’è nulla da imparare, da quei testi. Per chi non ha la minima intenzione di torcere un capello al prossimo, le diverse modalità dei delitti riguardano soltanto la polizia e i magistrati. 
Di questo passo, obietterà qualcuno, si azzererà l’intero mondo dei romanzi, delle opere teatrali, del cinema e delle fiction televisive. Se non ci devono importare le vicende dei nostri vicini di casa, i quali almeno esistono, figurarsi quanto dovrebbero importarci le vicende di persone inesistenti. 
L’obiezione è giusta ma soltanto per la fiction di cattiva qualità. Infatti, quando Gustave Flaubert scrive un romanzo come “Madame Bovary”, non ci offre soltanto il piacere di uno stile eccelso, ci presenta anche un vivido quadro dei danni che poteva provocare la letteratura romantica in una persona poco avvertita. 
Flaubert non è all’inizio del réalisme francese solo per la forma dei suoi testi e per il mondo della letteratura, lo è anche come voce di una società che del romanticismo e dei suoi eccessi si era stancata. Lui personalmente aveva una sensibilità romantica (“Madame Bovary, c’est moi”) ma tutto il suo libro è un accorato appello all’equilibrio e ad un eroico buon senso. Madame Bovary, personaggio esemplare, è la vittima dei suoi sogni: fino a perdere la sua vita e lasciare dietro di sé un buon marito, che l’avrebbe perfino perdonata, e una piccola orfana. Flaubert descrive tutto questo così bene che, un secolo e mezzo dopo, ne discutiamo ancora.
Il grande artista non si limita a raccontare una storia, le dà un senso. La tragedia di Otello non è un fatto di cronaca, è una lezione sulla gelosia, proprio come Macbeth lo è sull’ambizione.
Un detto anglosassone insegna che “le dimensioni di un uomo sono misurate dalle dimensioni di ciò che lo fa arrabbiare” o ancora meglio, secondo un’altra versione, “dalle dimensioni dei problemi che lo angustiano”. Nello stesso modo si potrebbe dire che il valore di un uomo può essere misurato dal valore delle sue curiosità. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 dicembre 2018 



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17 dicembre 2018
MUNCHHAUSEN A PALAZZO CHIGI
Di solito il giornalista informa i lettori. C’è qualcosa che lui sa e la comunica agli altri. Dunque non avrebbe senso un giornalista che scrive per chiedere di essere informato. E infatti, se io mi permetto di farlo, è perché non sono un giornalista ed ho la curiosità di sapere se tutti i media hanno dato una notizia che non ho capito, o se al contrario i media non hanno dato una notizia e tutti hanno fatto finta di averla capita. 
Riassumiamo i fatti. In settembre il governo gialloverde contraddice platealmente il ministro Tria, che proponeva un deficit all’1,6%, e dichiara che il deficit sarebbe stato del 2,4%. Tripudio in Piazza Montecitorio, con sceneggiata paramussoliniana dal balcone. Abbiamo rotto le reni a Bruxelles. Anche le Borse festeggiano, raddoppiando lo spread. 
Poi la Commissione europea ci fa gli occhiacci e i nostri rappresentanti, con la coda fra le gambe, cambiano atteggiamento. Fino ad allora avevano coraggiosamente coperto di insulti istituzioni e rappresentanti delle istituzioni, fino a definire Juncker un ubriacone; avevano dichiarato boia chi molla;  no pasaran; a momenti “Viva la muerte!”, e dunque non si sarebbe arretrati di un millimetro. Poi, effettivamente non sono arretrati di un millimetro, ma di molto di più,  di parecchi miliardi, fino a passare dal glorioso, 2,4% di deficit a un più mite, anche se in  costume carnevalesco, 2,04%.
A questo punto pareva finita, e invece la Commissione Europea, assetata di sangue, si è dichiarata lo stesso insoddisfatta. Quei tagli non bastavano. E così, andando oltre la “zona Cesarini,” i Vice Presidenti si sono riuniti insieme col loro Vice, Conte, e, dopo aver sudato lacrime e sangue, hanno tagliato ancora il bilancio, e parliamo sempre di miliardi. Ma - ecco il primo mistero - a conclusione di tante fatiche, hanno dichiarato che “sono stati trovati i fondi” perché il deficit “rimanga al 2,04%”. Uno si chiede se abbia sentito bene, e per i vecchi questo è un dubbio non infondato.
Primo. Se qualcuno dice di “avere trovato i fondi”, significa che precedentemente non li aveva trovati. Ma questo per caso non dimostra che il governo aveva proposto una legge di stabilità fasulla, farlocca, truffaldina, anzi, da magliari, visto che il trucco è stato facilmente scoperto? E, se è così, come mai lo dicono da trionfatori, invece di vergognarsi come farebbe qualunque persona dabbene? Sembra di sentire un ladro che dice: “Stavo per rubare l’argenteria ma mi hanno visto. Non sono stato bravo?” 
Secondo. Pare che un po’ Salvini e un po’ Di Maio hanno tagliato un paio di miliardi ciascuno dai loro programmi elettorali per fare contenta la Commissione Europea. E allora come mai il deficit, invece di scendere al di sotto del 2%, rimane invariato al 2,04%? Dunque nella manovra precedente (quella che si diceva dettata da Bruxelles) i tagli non erano veri. L’Italia non sforava del 2,04% ma parecchio di più. Soltanto ora, con questi tagli, siamo realmente al 2,04%. Gloria a Dio nel più alto dei cieli. E sempre che sia vero.
Terzo. Questi fatti sembrano talmente incredibili, che per questo chiedo lumi a chi ne sa più  di me. Personalmente, da enigmista qual sono, ho lo stesso cercato di capire e così, cogliendo frammenti di spiegazione, accenni fugaci e quasi lapsus calami, ho avuto l’impressione che sia avvenuto quanto segue. Per coprire le spese, il nostro governo del cambiamento (nel senso che dal dramma siamo passati alla farsa) ha posto tra i fondi per finanziare le riforme il gettito derivante da un aumento del Pil dell’1,5% nel 2019. Questo balzo del Pil sarebbe l’effetto della mirabolante “manovra”. La quale si sarebbe così autofinanziata, esattamente come il barone di Münchhausen si salvò dalle sabbie mobili tirandosene fuori per i capelli.
A Bruxelles, a quanto pare non erano in vena di favole. Soprattutto dopo che il nostro Pil, nel terzo trimestre, è arretrato di -0,1%, che non è il top, in materia di aumenti.  E nulla dice che andremo meglio nel quarto trimestre. Dunque per quale miracolo, nel 2019, il nostro Paese, che sembra avere tendenza ad andare indietro, dovrebbe improvvisamente mettersi a correre? Se ne avesse la forza, correrebbe per sfuggire a questo esecutivo. 
Credo d’avere capito che il nostro governo, rimanendo comunque ottimista, si è piegato ad ipotizzare una crescita dell1% (magari!) e dunque un minor gettito del previsto. Per questo ha grattato il fondo del barile, fino a trovare dei fondi per mantenere sul serio il 2,04% di deficit. Ecco la grande impresa.
E dopo tutto questo ci stupiamo se alcuni Stati del Nord Europa, con i conti in ordine ed anche con la morale in ordine, abbiano tanta voglia di farcela pagare? Io sono un nordico soltanto rispetto a Siracusa e tuttavia riesco a capire questa voglia di punire chi straparla, chi cerca di imbrogliare e per giunta condisce le sue sparate con l’arroganza e gli insulti. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 dicembre 2018



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POLITICA
16 dicembre 2018
CHE COSA SPERARE?
Quando una situazione è talmente negativa che ogni soluzione ha controindicazioni inaccettabili, non si sa più che cosa sperare. 
A Bruxelles i nostri rappresentanti stanno negoziando accanitamente e sarebbe naturale sperare che riescano: l’Europa darebbe via libera alla nostra legge di bilancio e rinuncerebbe alla procedura d’infrazione. Ma poi uno si chiede: siamo sicuri che questo esito sperato non avrebbe a sua volta notevoli conseguenze negative?
Partiamo dalla situazione attuale. Il nostro debito pubblico è enorme. Dunque se continuiamo a spendere spensieratamente denaro che non abbiamo, lo spread salirà drammaticamente e ciò renderà ancor più gravoso il nostro “servizio del debito”. Noi spendiamo già 60/70 miliardi l’anno per pagare gli interessi, e l’anno venturo, a causa delle dichiarazioni avventate degli incoscienti al potere, pagheremo parecchi miliardi in più. Per non parlare delle perdite accumulate in termini di capitalizzazione dei nostri titoli. Ne sanno qualcosa le banche. Dunque, già senza aggravamenti, il presente è problematico e di tutto abbiamo bisogno, salvo che di una “manovra” che ci crei ulteriori grattacapi.
Per questi motivi, a proposito della legge di stabilità, ognuno deve decidere se la considera giusta o sbagliata. Se la considera giusta, può sperare che l’Europa ci assolva e tutto vada per il meglio. Ma deve anche sapere che il suo ottimismo è smentito dall’opinione di tutti i competenti italiani che non siano del M5S, di tutte le autorità europee e di tutti gli organismi finanziari  internazionali. Così per parte mia proseguirò prendendo in considerazione soltanto l’ipotesi prevalente. E appunto, se questa legge non è marginalmente sbagliata, ma interamente sbagliata, non è questione di “numerini”. A correggerla non basta né lo 0,4%, né il doppio dello 0,4%: va totalmente riscritta.
 L’errore è nell’impianto di base. Non c’è un soldo per rilanciare l’economia, né in termini di investimenti né in termini di riduzione della pressione fiscale. I calcoli si reggono su una previsione di incremento del Pil dell'1,5% nel 2019, del tutto inverosimile: nel trimestre scorso abbiamo già avuto una "crescita" negativa e, se il risultato del quarto trimestre dovesse essere analogo, saremmo tecnicamente in recessione. Altro che 1,5% di crescita.
Altro capitolo dolente, i finanziamenti della manovra. Le privatizzazioni sono un’entrata una tantum e richiedono molto più tempo di quanto dica il governo. In secondo luogo le esperienze passate indicano che se ne ricava parecchio di meno di quanto sperato. L'ineffabile Di Maio ha anche accennato a calcare la mano sulle "pensioni d'oro", dimenticando che, quand'anche rapinasse quei pensionati del 50% del loro reddito, il gettito rispetto ai problemi dell'Italia sarebbe ridicolo. Senza dire che la Corte Costituzionale probabilmente ordinerà al governo di restituire il maltolto con gli interessi. 
Né vale l'escamotage di far decorrere alcuni costosi capitoli di spesa dal 2019 inoltrato. Perché, se questo vale per il prossimo anno, non vale per i seguenti. E in Europa si rendono benissimo conto di tutto ciò. Insomma, l'opposizione e l’Europa non esagerano, quando affermano che la manovra andrebbe totalmente riscritta. Ma questo è ben poco probabile: così essa rimane pesantemente in deficit e questo spiega perché qualcuno potrebbe considerare un fatto positivo la procedura d’infrazione. Ciò quanto meno costringerebbe l'Italia a fermarsi prima che sia troppo tardi. 
E tuttavia, ammesso che ciò avvenisse, sarebbe veramente un bene? Se l’Europa ci ordinasse una cura da cavallo, quanta gente sarebbe convinta che si tratta di una cura necessaria? Quanta gente non penserebbe piuttosto che si tratta di una forma di  sadismo che ci fa stare malissimo mentre prima dopo tutto stavamo bene? Già oggi è di moda dire tutto il  male possibile del governo Monti.
Insomma si può essere sicuri che i  partiti al governo salterebbero sull'occasione per gridare che noi non staremmo male per colpa nostra, ma per colpa di Bruxelles. Confermando così il loro potere di seduzione demagogica su un elettorato ingenuo e disperato. E infatti, una delle ragioni per le quali i governi europei hanno la tentazione di lasciarci fare a modo nostro, è quella di non fornirci alibi per i guai verso i quali ci avviamo. 
E allora? Allora sembra che l'Italia si sia cacciata in una situazione senza uscita. Col suo modello economico-sociale si è condannata alla stagnazione (se non peggio) e per giunta, per cacciarcisi, ha contratto un Everest di debiti. Un massiccio che, da solo, potrebbe sotterrarla. Per salvarla ci vorrebbe un miracolo: per esempio che lo Stato si facesse da parte, lasciandoci liberi di lavorare e di arricchirci. Ma il magico appartiene alle fiabe e nella realtà , quando si sono poste le premesse perché un fenomeno si verifichi, quel fenomeno si verifica. 
Ecco perché non si sa più che cosa sperare e soltanto i mesi che verranno scioglieranno i nodi delle alternative. A quel punto, però, ognuno dovrebbe ricordare questo mesto principio: se andrà male, ciò non vorrà dire che con un’altra soluzione sarebbe andata meglio. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 dicembre 2018




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POLITICA
15 dicembre 2018
IL RISCHIO DEI DOGMI
C’è da chiedersi come mai i governi di sinistra non si siano accorti del fatto che gli italiani ne avessero abbastanza dell’immigrazione incontrollata e alluvionale. E c’è da chiedersi come mai Salvini abbia avuto tanto successo, presso gli italiani, soltanto per essere riuscito a dire un risoluto “no” all’immigrazione fuori controllo. 
I due fatti sono collegati. Quando gli italiani erano scontenti dell’immigrazione, il governo e l’intera ufficialità erano a favore. Anche se manifestavano delle perplessità, lla maggior parte dei giornali, i credenti e molti benpensanti rispondevano che non si poteva far nulla per contrastarla. Non potevamo non salvare i naufraghi; dovevamo obbedire alla legge del mare; era impossibile ottenere la collaborazione dei libici; non avevamo la possibilità di chiudere i porti alle navi che avevano soccorso i naufraghi. Mille motivazioni che si concludevano con un dogma: quello dell’assoluta imparabilità del fenomeno e dell’imperdonabile immoralità di chiunque la pensasse diversamente. 
E nel frattempo, qual era la risposta della gente? Non c’era modo di leggerla sui giornali, e neppure sentirla in televisione, perché i media non se la sentivano di opporsi alla corale ufficialità. In realtà l’opinione privata della maggioranza dei sessanti milioni di italiani era di tutt’altra natura. Nel chiuso della sua casa, con gli occhi sullo schermo televisivo, il cittadino ringhivava basso: “Io li lascerei affogare. Sono loro che si mettono in mare su gusci di noce che non galleggiano, oppure su gommoni che certo non sono fatti per navigare in alto mare. E perché la fanno? Perché contano di essere ricercati e “salvati” da noi fessi. Da navi che lì incrociano apposta, vicino alle coste libiche. Navi di idealisti che portano quei disgraziati da noi, e ce li lasciano perché ce ne occupiamo  a nostre spese, mentre loro ripartono per un’altra azione eroica. E dire che basterebbe non collaborare con questo commercio di esseri umani. Basterebbe dire di no. Fra l’altro, se sapessero che noi non li accogliamo, non partirebbero, e se non partissero non affogherebbero. Quanto alle navi, se proprio vogliono favoriee l’emigrazione dall’Africa, che portino quegli infelici nei loro porti di partenza, in Spagna, in Francia, o perfino in Olanda. Dove che sia. Che facciano il servizio completo”. 
Ma nessuno dava ascolto. Il tizio con la bocca piena, quello che borbottava da solo perché sua moglie era stanca di sentirgli ripetere le stesse cose, pensava di essere isolato. Forse era veramente che era senza cuore, come dicevano quelli con la cravatta. Forse non conosceva questa famosa legge del mare, anche se quelli non gli parevano naufraghi ma  naviganti temerari, avviati ad un breve appuntamento a qualche miglio dalla costa. Quello che non sapeva il cittadino isolato, come forse non lo sapevano nella sede centrale del Pd, era che nello stesso momento milioni di altri italiani, dinanzi ad altri piccoli televisori da cucina, pensavano e dicevano le stesse cose. 
Ecco il miracolo che ha fatto Salvini: ha gridato che il re è nudo. Ha detto a milioni e milioni di cittadini che non erano né pazzi né immorali. Che pazzi erano quelli che per viltà perdevano una guerra senza nemmeno combatterla. E in quattro e quattr’otto ha dimostrato che quell’immigrazione era tutt’altro che irresistibile. Fermarla non era né impossibile né illecito.
 Così ha sfidato le anime belle ed ha ascoltato la voce del popolo, raccogliendone l’applauso e il sostegno. Da qui il suo pressoché impensabile successo. 
Queste considerazioni hanno conseguenze che vanno più lontano del previsto. Un dogma che si rivela infondato non affossa soltanto una data credenza ma fa crollare l’intero sistema dei dogmi. Lo sbriciolarsi di una verità che era stata detta indiscutibile mina la credibilità di chi l’aveva imposta ed anche degli altri dogmi. Perfino di quelli derivanti dalla scienza o dal buon senso, come la necessità dei vaccini e il dovere di tenere conto delle disponibilità economiche. 
L’attuale crisi dei valori scardina i criteri di verosimiglianza e fa credere fattibili cose che in realtà rimangono impossibili. Chissà quanta gente, dopo che Salvini ha “risolto” il problema dell’immigrazione, ha preso sul serio la sua promessa della tassa piatta: “Chi ha fatto un primo miracolo potrebbe benissimo farne un secondo, no? Forse è solo questione di volontà”.
La vicenda dell’attuale governo è interessante anche per questo verso. Se, per un impensabile miracolo, il governo gialloverde dovesse avere un grande successo, rilanciando l’economia, eliminando o quasi la disoccupazione e perfino riducendo il debito pubblico, forse assisteremmo all’esplosione di un volontarismo vagamente dannunziano in versione plebea, in cui potrebbe affermarsi uno slogan del tipo: “Vogliamo l’impossibile e lo vogliamo subito”. Ma questo è soltanto un sogno. Se invece le cose dovessero andare come è probabile che vadano, per un lungo tempo gli attuali giovani sarebbero vaccinati contro il populismo. 
Per un lungo tempo ma non per sempre. Poi la stupidità umana, dimenticando il passato, riprenderebbe il sopravvento e si ripartirebbe per un altro giro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
13 dicembre 2018



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POLITICA
14 dicembre 2018
IL SENSO DEL DOVERE
Il senso del dovere è la tendenza del singolo a fare ciò che reputa giusto ed è suo compito, anche se nessuno lo controlla, anche se nessuno gli dirà grazie, anche se personalmente non ne ricaverà nessuna utilità. La lode per questa tendenza nasce dal totale disinteresse e dall’altruismo che la caratterizza. E tuttavia, se la si esamina più da vicino, la prospettiva cambia radicalmente.
Prima di apprezzare il cosiddetto senso del dovere bisogna chiedersi se il risultato dell’azione sia opportuno o inopportuno, positivo o negativo, morale o immorale. Infatti si può fare il male anche con le migliori intenzioni.
 Al riguardo può essere utile un parallelo con l’obbedienza. Bisogna intanto dire che l’obbedienza è dichiarata “virtù” da coloro che desiderano essere obbediti. E non si tratta certo di una fonte obiettiva. Poi, se è sbagliato il comando , sarà sbagliata anche l’obbedienza al comando. Il sicario che uccide un rivale del capobanda perché il capobanda gliel’ha ordinato non avrà certo fatto un’opera lodevole. Né era una virtù quella dei militari tedeschi che, avendo la possibilità (non tutti l’avevano) di sottrarsi al programma di eliminazione degli ebrei, hanno partecipato alla Shoah “perché obbedienti”.
L’obbedienza e il senso del dovere due facce della stessa medaglia: si obbedisce a ciò che altri reputa giusto, mentre si fa per senso del dovere ciò che noi stessi reputiamo giusto. Ma in ambedue i casi ciò che dà valore all’azione è lil suo essere positiva, non il fatto che si sia compiuta per supposti motivi morali. Se è sbagliata, se è negativa, l’obbedienza e il senso del dovere non sono sufficienti scusanti.
Il senso del dovere inoltre riceve molte lodi perché è astratto, e non ci si accorge che questa astrattezza è il suo peggior limite. Una pulsione che prescinde dal suo contenuto fa dimenticare il valore delle azioni da compiere. E questa può essere una qualità soltanto per chi ha il potere di determinare il contenuto del comportamento richiesto: perché non ha più il dovere di giustificare il proprio ordine. Così chi obbedisce diviene un semplice strumento acritico nelle mani di chi comanda. E questa è la condizione di uno schiavo, non di un uomo libero. 
Chi è libero, chi vuol essere libero si chiede se e perché debba  fare qualcosa. E soltanto dopo avere attentamente esaminato il problema ed avere approvato un comportamento generoso e disinteressato, potrà farsene una regola. Non certo per un astratto e immotivato imperativo . 
Purtroppo, ragionando così, si entra in conflitto col grande Immanuel Kant. Questi pose a fondamento della morale non uno specifico principio (quale potrebbe essere stato il bene o l’utile) ma un astratto dovere, da lui chiamato “imperativo categorico”. Ma quel grande filosofo credeva in Dio e dunque si può pensare che reputasse quel “tu devi” un imperativo messo nel cuore dell’uomo da Dio stesso. Se non fosse che proprio Kant aveva prima provato che l’esistenza di Dio non può essere dimostrata. Questo crea un insuperabile circolo vizioso. Infatti la bontà del contenuto dell’imperativo categorico sarebbe garantita da Dio, ma nulla garantisce che Dio esista, e dunque nulla garantisce che quel contenuto sia buono. 
Ma questo è un genere di problema per il quale il mondo contemporaneo non ha una grande sensibilità. Oggi si prescinde da ogni innatismo e da ogni metafisica, e si tende dunque a pensare che l’uomo considera doveroso ciò che gli è stato insegnato essere doveroso. E questo al di fuori e a prescindere da qualunque esame personale della validità dell’imperativo stesso. Ci sono interi Paesi in cui gli uomini sono prevaricatori con le donne perché il loro ambiente gli ha insegnato che l’uomo deve comandare: forse che non farebbero bene a riflettere sulla validità di questo principio? 
Il concetto di imprinting è valido anche per gli esseri umani. Basta cambiargli il nome e chiamarlo “condizionamento”. Dunque ognuno dovrebbe chiedersi: “Come mai reputo ovvio questo principio? È veramente valido, o mi sembra valido perché così mi hanno insegnato?”
L’impresa non sempre è agevole. Se è difficile essere liberi dagli altri, non è meno difficile liberarsi da sé stessi e dai propri pregiudizi. Ma è questa l’unica via per divenire realmente responsabili delle nostre azioni e conquistare la nostra libertà intellettuale. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
13 dicembre 2018 




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POLITICA
13 dicembre 2018
LA LEZIONE DEL VICOLO CIECO
Il governo gialloverde ha fatto marcia indietro. Le somme necessarie a realizzare le promesse del M5S e della Lega non potevano essere ridotte. I doveri imposti dal limite del deficit erano un pregiudizio, ed anzi una prevaricazione dei burocrati di Bruxelles, che nessuno ha eletto. Lo spread non ci fa paura. I numerini non impressionano nessuno. Noi tireremo diritti, come ha detto Salvini, per distinguersi del buon italiano della Buonanima, che aveva detto: “Noi tireremo diritto”. La lista delle dichiarazioni coraggiose, intransigenti, stentoree e reboanti sarebbe troppo lunga, per far parte di un articoletto. E invece ecco ieri che, con una formidabile metatesi, si è passati, dal 2,40% del deficit al 2,04%. Chissà che gli italiani non siano stupidi abbastanza per non badare al posto dello zero che poi, come si sa, vale zero. 
Non sappiamo se questa marcia indietro basterà non tanto alla Commissione Europea, quanto agli altri governi dell’eurozona, per sospendere la procedura d’infrazione già avviata, ma c’è qualche buona possibilità che la Commissione interceda in nostro favore, non tanto perché quella correzione effettivamente modifichi la legge di stabilità dal punto di vista economico, quanto perché la benevolenza nei confronti dell’Italia potrebbe offrire qualche dividendo politico. Ambedue le affermazioni vanno esplicitate.
L’errore della manovra, come ripetuto fino alla noia, non è tanto nella misura del deficit quanto nel tipo di programma economico: l’Italia, a causa delle ripercussioni in Borsa, ha già perduto molto più denaro con le dichiarazioni a vanvera dei nostri politici di quanto perderebbe col 2,4% piuttosto che col 2%. I sussidi fanno aumentare la spesa ma non rilanciano l’economia. E la previsione di un aumento del Pil dell’1,5%, nel 2019, è leggermente più inverosimile dell’arrivo di Babbo Natale dal cielo, sulla slitta trainata dalle renne. Dunque, che ci impongano o no la procedura d’infrazione, quella manovra, sballata era e sballata resta. A Bruxelles lo sanno benissimo.
E allora per quale ragione in Europa si potrebbe far finta di prenderci sul serio? Perché a maggio ci sono delle elezioni e, se per quella data l’Italia fosse in braghe di tela, con la procedura d’infrazione potrebbe accusare Bruxelles dei suoi guai. Mentre, essendo stata “perdonata”, sarebbe lo stesso nei guai, ma il governo gialloverde non avrebbe con chi prendersela. Non è considerazione dappoco.
Ma tornando alla nostra politica interna ci si può chiedere che giudizio dare di questa mossa del governo. È il segno di un ritrovato buon senso, di un lodevole ritorno al realismo? Non si direbbe. Il buon senso consiglia di non fumare molto, se si vuole evitare il cancro ai polmoni. Che se poi il cancro viene diagnosticato, e si ricorre all’oncologo, non è segno di buon senso, ma di paura. E chi ha bisogno di essere spaventato, per fare la cosa giusta, non è una persona di buon senso. L’adulto che merita la qualifica di adulto non aspetta di sbattere sul fondo della stradina, per fare marcia indietro. Infatti, sapendo leggere e vedendo all’inizio la targhetta: “Vicolo dei guai” non lo imbocca. E se, giunto in fondo alla strada, prova faticosamente ad uscire a marcia indietro non merita certo applausi. La cosa meno grave che possa capitargli è l’ironia degli astanti, se sono molto civili. Perché nei dintorni di Napoli rischierebbe qualche sonoro commento finto-anale.
Se l’attuale governo si ferma soltanto quando sbatte, e quando non può che tentare una marcia indietro (come con la FCA - Fiat - che rischia di non investire cinque miliardi, in Italia, a causa di una ventilata e stupida tassa) non si può che pensare con terrore: e quando la marcia indietro non sarà possibile? Una forte raucedine può convincere un fumatore a smettere di fumare, happy ending. Ma se è un cancro ai polmoni, anche smettendo morirà lo stesso.
Il nostro caso nazionale non è  affatto risolto. A parere di tutti i competenti, la manovra non è di natura tale da rilanciare l’economia. Per questo – dicono tutti – ci vorrebbero investimenti statali produttivi. Ma personalmente credo che neppure questa sia la risposta. Lo Stato imprenditore è in generale un fallimento, perfino in un Paese, come la Francia, in cui la macchina pubblica funziona meglio che da noi. L’unica soluzione – ma tecnicamente non saprei come adottarla – sarebbe dare agli italiani la possibilità di arricchirsi investendo privatamente nella produzione. Cioè diminuendo vincoli e tasse. Se finalmente a Roma allentassero il freno a mano, gli italiani sono capaci di fare miracoli. E invece, finché penseranno di saperne di più dei singoli cittadini che cercano di guadagnare, non ne usciremo. 
Forse in nessuno dei Paesi sviluppati la tentazione dell’anarchia dovrebbe essere forte come in Italia. Perché in nessuno dei Paesi sviluppati, da decenni, l’azione dello Stato è stata più nociva che in Italia. A partire dalla creazione del nostro enorme, inescusabile, imperdonabile debito pubblico. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
13 dicembre 2018 




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POLITICA
11 dicembre 2018
LA CONGIURA CONTRO I CINQUE STELLE
C’è una congiura contro i Cinque Stelle? Per alcuni persino la domanda sembrerà insulsa; per altri invece il “sì” sembrerà la risposta ovvia. Ciò dipende dal fatto che la maggior parte della gente non crede a nessuna congiura - salvo quella contro Cesare, quella dei Pazzi contro i Medici, e quella contro Rasputin - mentre esiste un’altra categoria di persone sempre felici di scoprire cose che la grande stampa nasconde; complotti ai più alti livelli e, ovviamente, congiure. C’è tutto un mondo pronto a credere falso tutto ciò che si dice ufficialmente e vero ciò che non si dice ufficialmente.
In realtà, le congiure sono molto rare. Viceversa sono frequenti i casi in cui molti si comportano nello stesso modo, ma non in seguito ad un accordo fra loro: semplicemente opera su tutti un’unica causa, ottenendo naturalmente gli stessi effetti. Il punto comune c’è, ma non l’accordo, è la causa del fenomeno. Se in un ambiente lavorativo qualcuno è sempre imbronciato, brusco e, al limite, sgarbato, non è necessaria una congiura perché presto tutti lo evitino come la peste. 
Questo fenomeno si può verificare anche in ambito politico, quando la causa ha dimensioni nazionali. Dopo una simpatia iniziale per Matteo Renzi, alcuni hanno subito trovato del tutto insopportabile il suo stile e si sono a lungo meravigliati che il giovane non suscitasse negli altri la stessa crisi di rigetto. Ma si sbagliavano sui tempi: è soltanto avvenuto che loro abbiano reagito più velocemente di altri. Infatti quando l’elettricità dell’aria ha ragiunto la quantità sufficiente, si è scatenato il temporale del 4 dicembre 2016 che ha “rottamato” il “rottamatore”. Nessuna congiura, contro di lui. Del resto è impossibile mettere d’accordo sotto banco milioni di elettori.
Oggi gli appartenenti al Movimento 5 Stelle si lamentano che i “giornaloni”, come li chiamano, siano tutti contro di loro. Denunciano l’ostilità dei “poteri forti”, degli intellettuali, dei sindacati, dell’Europa e di chissà chi altri ancora, in una sorta di congiura ai loro danni. Non si rendono conto che l’elemento unificante non è il complotto ma lo stesso Movimento. È questo partito – con le sue dichiarazioni, col suo comportamento, con i suoi programmi, con tutto ciò che fa – a inimicarsi coloro che non sono suoi sostenitori “a prescindere”. 
Del resto, come potrebbero degli intellettuali stimare ragazzotti che, dall’alto della loro ignoranza,  affrontano baldanzosamente problemi più grandi di loro? Fra l’altro, è la stessa dottrina del loro partito che li rende imprudenti. Nella filosofia pentastellata la competenza è per sé stessa sospetta. Sono i competenti che hanno condotto l’Italia al disastro e contestarli come fonte di verità o anche di semplice informazione è quasi un dovere. Un dovere che Laura Castelli assolve con zelo, trattando da ignorante o da bugiardo Pier Carlo Padoan, il cui curriculum in campo economico farebbe impallidire più di un grande cattedratico. Ci si può stupire se, in conclusione, l’intera Italia rida dell’incauta “dilettante”? Era necessario un complotto, per questo?
Per giunta, la maggior parte dei notabili pentastellati – a parte Beppe Grillo, che ha un buon curriculum di comico – sono dei disoccupati, persone con scarsa qualificazione e scarsissimo successo professionale, a cominciare da Luigi Di Maio. Come potrebbero essere stimati da coloro che hanno raggiunto le più alte vette nazionali, nella loro professione? In Italia i grandi editorialisti, vere star del giornalismo, non saranno più di una ventina - vogliamo fare cinquanta? - ma si tratta sempre di campioni: come potrebbero stimare gente che fa errori d’italiano e fino a ieri viveva a spese dei genitori?
Il Movimento ha avuto successo andando contro tutto e tutti, perché la gente è arrabbiata contro tutto e tutti. Ma questo tipo di politica non garantisce gli applausi di tutte le classi sociali. E certo non quello di chi è stato attaccato. Il Movimento ce l’ha con l’establishment e l’establishment ce l’ha col Movimento. 
Credo di ricordare che Francesco Totti – un autentico idolo per i romanisti – è stato sfottuto a livello nazionale per la sua (presunta) dabbenaggine. Fino a far nascere una serie di barzellette con lui come protagonista. Ebbene, quel campione non ha parlato di complotto. Ha raccolto quelle barzellette e ne ha fatto un libro. Come avevano fatto, prima di lui, i Carabinieri, anche loro vittime di una serie di barzellette. D’accordo, non tutti sono persone serie a questo livello, ma tutti potrebbero almeno astenersi dal parlare di congiura. 
Chi proprio ne ha voglia, prima conquisti le Gallie, poi si faccia nominare dittatore a vita, e infine chissà che qualche Bruto e qualche Cassio non si interessino di lui. Diversamente si rassegni. La congiura, come il plagio, è un grandissimo complimento che non tutti meritano.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
11 dicembre 2018.




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POLITICA
10 dicembre 2018
L'ASSURDITA' COME LINEA POLITICA
Seguire la politica è una fatica improba. Uno esita tra il dubbio di essere troppo cretino per capirla o che essa sia troppo cretina per essere capita. 
Prendiamo  la legge di bilancio, problema di stringente attualità. Quale fosse il programma di Lega e M5S lo sapevamo da prima ancora che ci fossero le elezioni. Poi ci sono state le elezioni e ambedue questi partiti hanno dichiarato mille volte che, cascasse il mondo, avrebbero mantenuto le loro promesse. Lo hanno detto e ripetuto prima di formare insieme il nuovo governo, quando hanno stilato insieme il famoso (e politicamente assurdo) “contratto”, e praticamente ogni giorno dall’inizio del mese di giugno. 
Ora siamo a dicembre e sulla testa dell’Italia si sono addensate spaventose nuvole economiche. Basterà dire che si è arrivati alla procedura d’infrazione. Cionondimeno Lega e M5S hanno continuato a proclamare la loro fedeltà alle promesse fatte. Al punto che, malgrado le minacce di Bruxelles, un paio di giorni fa il governo ha posto la fiducia sulla manovra com’era stata concepita: col reddito di cittadinanza, con la riforma della legge Fornero e col deficit al 2,4% del PIL (ma non disperate, aumenterà). Con tutto ciò ponendo le condizioni perché la procedura d’infrazione sia applicata e l’Italia si becchi qualche bella bastonata sul muso. 
Questo è quello che ho capito io. Ma a quanto pare sono un testone. Perché nel momento stesso in cui poneva la fiducia sulla legge di stabilità alla Camera, il governo affermava che “comunque”, per tentare di bloccare la procedura d’infrazione, quella legge sarà cambiata in Senato. E qui uno consulta il proprio certificato di nascita e si chiede per quale data è programmata la demenza senile. 
Se è necessario modificare la legge; se la legge sarà modificata in Senato; e se dopo essere stata modificata in Senato dovrà ritornare alla Camera, a che scopo mettere la fiducia, ora, alla Camera? Che senso ha dire: “Se non avete fiducia in questo programma che propone il governo ce ne andiamo tutti a casa”, cioè termina anticipatamente la legislatura, quando nello stesso momento si dice: “Ma questa legge è sbagliata e deve essere cambiata”? A questo punto i deputati in che cosa devono avere fiducia, nel fatto che il governo non ha le idee chiare, mente come respira e prende per i fondelli tutti gli italiani?
Ma non finisce qui. I giornali riferiscono compuntamente che il Presidente del Consiglio Conte “si appresterebbe” ad andare a Bruxelles per parlare con Juncker (già proposto per il “Premio Giobbe”) e cercare di evitare la procedura d’infrazione. Egli dovrebbe ventilare  le modificazioni che si conta di apportare alla legge in Senato. Ma quale persona sana di mente prenderebbe sul serio un pezzo di carta, quando il governo non prende sul serio nemmeno la legge di stabilità che ha imposto al Parlamento col voto di fiducia? Conte potrebbe dire: “Probabilmente apporteremo queste modificazioni in Senato” e Juncker – ammesso che lo incontri – potrebbe rispondere: “Ma se sapevate già che dovevate apportare queste modificazioni, perché non le avete apportate già alla Camera, evitandovi un passaggio a vuoto? E soprattutto, chi mi dice che in Senato apporterete queste modificazioni e non altre? Torni dopo che la legge sarà stata approvata in ambedue i rami del Parlamento”.  E nel frattempo la procedura d’infrazione farà un notevole passo avanti con la riunione programmata a Bruxelles per il diciassette di questo mese. 
C’è da scuotere la testa fino a danneggiarsi le cervicali. In che mani siamo? Un governo serio si comporterebbe mai così? E poi ci offendiamo quando Moscovici dice che non è disposto a negoziazioni da marchands de tapis.
 A proposito, l’espressione di questo alto funzionario è notevolmente più insultante di quanto si sia capito in Italia. I mercanti di tappeti di cui parlano i francesi, in quel caso, non sono i distinti negozianti di quei costosi elementi di arredamento, ma i marocchini e gli algerini che vendono a porta a porta tappetacci stampati che costano pochissimo e forse valgono anche di meno. Insomma sono il grado zero della scala dei  negoziatori. E siamo sicuri che Moscovici ci abbia calunniati?
Insomma, se Salvini e Di Maio, per calcoli elettorali, vogliono che l’Italia sia condannata alla procedura d’infrazione, perché non lo dicono chiaro e tondo, invece di ripetere da un lato che il “contratto” è sacro, e poco importa quanto costa tentare di attuarlo, e dall’altro lato fare proposte che l’Europa può accettare soltanto se è – o fa finta di essere – guidata da emeriti cretini privi di dignità?
Ma già, è anche vero che della mancanza di serietà l’Italia non ha l’esclusiva.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 dicembre 2018



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POLITICA
9 dicembre 2018
IMBECILLITA' DAL VOLTO UMANO
Immaginate una nazione in cui sia considerato un vizio inconfessabile, squalificante, orrendo, leccare qualcuno dietro l’orecchio. D’accordo, è una strana convinzione, ma immaginate che sia così. Del resto, se leggete una storia delle religioni, vedrete che gli uomini sono stati e sono capaci di credere cose anche più assurde di questa. 
 Ovviamente, se uno osasse chiedere: “Scusi, lei lecca l’orecchio di sua moglie?”, otterrebbe un risoluto no, magari condito con uno scandalizzato: “Come si permette?” Un po’ come se, a metà del secolo scorso, in Spagna o in Sicilia si fosse chiesto a qualcuno: “Scusi, lei è un finocchio?” In quegli anni poteva anche scapparci il morto.
Seguendo la nostra ipotesi, c’è da pensare  che i i leccatori d’orecchie debbano essere molto, molto rari. E invece, mentre tutti negano risolutamente di avere quel vizio, assolutamente tutti lo praticano. Mariti e mogli, mogli e amanti, omosessuali uomini e omosessuali donne, e persino i frati e le monache. I confessori si sgolano a rimproverare i peccatori, ma hanno mala coscienza, perché fanno parte anch’essi dei peccatori. 
Qualcuno potrebbe pensare che si è descritto un mondo impossibile e invece esso è realistico, anche se per altri versi. Un comportamento – per esempio l’egoismo - può essere universalmente praticato e contemporaneamente universalmente condannato. Infatti la presa di distanza serve a lavare la coscienza lasciando impregiudicati i vantaggi. Lo faccio ma dico che è sbagliato. Come diceva La Rochefoucauld: “L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. 
 In campo economico la nostra società vive una situazione analoga a quella descritta. Tutti biasimano la ricerca del profitto, l’interesse, l’amore del denaro, il capitalismo selvaggio e il tentativo di sfuggire al fisco, e poi tutti badano all’interesse, amano il denaro, mirano al profitto e si arrabbiano se il promotore non gli fa fruttare il capitale investito. Poi, se si lanciano in un’impresa, sperano di fregare la concorrenza, il fisco e, se capita, anche i clienti. 
Siamo all’apologo di prima: in campo economico un’intera nazione è moralista, solidale e generosa fino al sacrificio di sé, ma questo quando si parla di ciò che gli altri dovrebbero fare. Poi, individualmente, ognuno è un figlio di puttana che pensa soltanto al proprio portafogli. Dovendo comprare qualcosa, nessuno chiede mai: “Chi è il commerciante più degno di guadagnare qualcosa col mio acquisto, chi è il più onesto o il più bisognoso, anche se i suoi prezzi sono più alti?” No, tutti chiedono: “Dov’è che pago meno questa merce?” E va da quello, anche se è una multinazionale che sottrae clienti al negozietto sotto casa. Che infatti finisce col chiudere. 
Ma poi lo stesso uomo, con estrema naturalezza, implora uno tsunami di tasse sui capitalisti, sui tycoon, sulle multinazionali. Dice male di Amazon, colpevole di concorrenza, ma spera comunque  che non chiuda perché deve ancora comprare la playstation al minore dei suoi figli, e non vuole spendere troppo. 
Recentemente una lettrice mi ha scritto una letterina rivelandomi che non ha capito proprio nulla ed ho “le fette di salame sugli occhi!”. Così mi ha insegnato che “l’unica speranza perché si affermi un nuovo capitalismo dal volto umano” è Salvini. E così devo indagare su che cosa sia “un nuovo capitalismo dal volto umano”.
Immagino che sia qualcosa di molto morale, come smettere di leccare le orecchie del prossimo o la castità indicata dalla Chiesa come forma lecita di contraccezione. Anche se mi chiedo quanti credenti – salvo gli impotenti – abbiano seguito questo consiglio. 
Il capitalismo dal volto umano dovrebbe incarnarsi in una società in cui nessuno fa i propri interessi e tutti fanno quelli della collettività. Un mondo bellissimo. E infatti in passato esperimenti di questo genere sono già stati tentati. Penso ai famosi “falansteri” dell’Ottocento. L’unico guaio è che nessuno di essi ha mai funzionato. Ed anzi, i Paesi in cui il capitalismo pubblico (necessariamente dal volto umano) ha sostituito quello privato (dal volto inumano) il popolo è stato ridotto in miseria. Chiedere informazioni ai Paesi del fu socialismo reale.
Benché ci tocchi ogni giorno da ogni parte, senza che ce ne accorgiamo, l’economia rimane un campo largamente sconosciuto. Su di essa planano, al livello più alto, le illusioni e le leggende metropolitane più astruse, mentre al livello più basso impera incontrastato, per tutti, il conto della serva. In realtà, i due piani non soltanto sono comunicanti, ma è vano sperare che la macroeconomia possa realmente contraddire la microeconomia. La massaia che bada soltanto al proprio interesse fa quadrare i conti, mentre lo Stato, che agisce con le migliori intenzioni per il bene di tutti, spesso spreca risorse e distrugge ricchezza. La gente odia il capitalismo senza nemmeno sapere che cos’è. Forse un’organizzazione di riccastri succhiasangue? In realtà, del capitale non poteva fare a meno neanche la Russia sovietica e l’unica distinzione è fra capitalismo pubblico e capitalismo privato. Tenendo sempre presente che il primo ha affamato il mondo. 
Quelli che parlano di “capitalismo privato dal volto umano” è come se parlassero di pesci di montagna o di leoni erbivori. Non sanno di che parlano e, come certe ministre “grilline”,  credono di compensare le loro insufficienze culturali con l’arroganza morale. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 dicembre 2018



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POLITICA
9 dicembre 2018
IMBECILLITA' DAL VOLTO UMANO
Immaginate una nazione in cui sia considerato un vizio inconfessabile, squalificante, orrendo, leccare qualcuno dietro l’orecchio. D’accordo, è una strana convinzione, ma immaginate che sia così. Del resto, se leggete una storia delle religioni, vedrete che gli uomini sono stati e sono capaci di credere cose anche più assurde di questa. 
 Ovviamente, se uno osasse chiedere: “Scusi, lei lecca l’orecchio di sua moglie?”, otterrebbe un risoluto no, magari condito con uno scandalizzato: “Come si permette?” Un po’ come se, a metà del secolo scorso, in Spagna o in Sicilia si fosse chiesto a qualcuno: “Scusi, lei è un finocchio?” In quegli anni poteva anche scapparci il morto.
Seguendo la nostra ipotesi, c’è da pensare  che i i leccatori d’orecchie debbano essere molto, molto rari. E invece, mentre tutti negano risolutamente di avere quel vizio, assolutamente tutti lo praticano. Mariti e mogli, mogli e amanti, omosessuali uomini e omosessuali donne, e persino i frati e le monache. I confessori si sgolano a rimproverare i peccatori, ma hanno mala coscienza, perché fanno parte anch’essi dei peccatori. 
Qualcuno potrebbe pensare che si è descritto un mondo impossibile e invece esso è realistico, anche se per altri versi. Un comportamento – per esempio l’egoismo - può essere universalmente praticato e contemporaneamente universalmente condannato. Infatti la presa di distanza serve a lavare la coscienza lasciando impregiudicati i vantaggi. Lo faccio ma dico che è sbagliato. Come diceva La Rochefoucauld: “L’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. 
 In campo economico la nostra società vive una situazione analoga a quella descritta. Tutti biasimano la ricerca del profitto, l’interesse, l’amore del denaro, il capitalismo selvaggio e il tentativo di sfuggire al fisco, e poi tutti badano all’interesse, amano il denaro, mirano al profitto e si arrabbiano se il promotore non gli fa fruttare il capitale investito. Poi, se si lanciano in un’impresa, sperano di fregare la concorrenza, il fisco e, se capita, anche i clienti. 
Siamo all’apologo di prima: in campo economico un’intera nazione è moralista, solidale e generosa fino al sacrificio di sé, ma questo quando si parla di ciò che gli altri dovrebbero fare. Poi, individualmente, ognuno è un figlio di puttana che pensa soltanto al proprio portafogli. Dovendo comprare qualcosa, nessuno chiede mai: “Chi è il commerciante più degno di guadagnare qualcosa col mio acquisto, chi è il più onesto o il più bisognoso, anche se i suoi prezzi sono più alti?” No, tutti chiedono: “Dov’è che pago meno questa merce?” E va da quello, anche se è una multinazionale che sottrae clienti al negozietto sotto casa. Che infatti finisce col chiudere. 
Ma poi lo stesso uomo, con estrema naturalezza, implora uno tsunami di tasse sui capitalisti, sui tycoon, sulle multinazionali. Dice male di Amazon, colpevole di concorrenza, ma spera comunque  che non chiuda perché deve ancora comprare la playstation al minore dei suoi figli, e non vuole spendere troppo. 
Recentemente una lettrice mi ha scritto una letterina rivelandomi che non ha capito proprio nulla ed ho “le fette di salame sugli occhi!”. Così mi ha insegnato che “l’unica speranza perché si affermi un nuovo capitalismo dal volto umano” è Salvini. E così devo indagare su che cosa sia “un nuovo capitalismo dal volto umano”.
Immagino che sia qualcosa di molto morale, come smettere di leccare le orecchie del prossimo o la castità indicata dalla Chiesa come forma lecita di contraccezione. Anche se mi chiedo quanti credenti – salvo gli impotenti – abbiano seguito questo consiglio. 
Il capitalismo dal volto umano dovrebbe incarnarsi in una società in cui nessuno fa i propri interessi e tutti fanno quelli della collettività. Un mondo bellissimo. E infatti in passato esperimenti di questo genere sono già stati tentati. Penso ai famosi “falansteri” dell’Ottocento. L’unico guaio è che nessuno di essi ha mai funzionato. Ed anzi, i Paesi in cui il capitalismo pubblico (necessariamente dal volto umano) ha sostituito quello privato (dal volto inumano) il popolo è stato ridotto in miseria. Chiedere informazioni ai Paesi del fu socialismo reale.
Benché ci tocchi ogni giorno da ogni parte, senza che ce ne accorgiamo, l’economia rimane un campo largamente sconosciuto. Su di essa planano, al livello più alto, le illusioni e le leggende metropolitane più astruse, mentre al livello più basso impera incontrastato, per tutti, il conto della serva. In realtà, i due piani non soltanto sono comunicanti, ma è vano sperare che la macroeconomia possa realmente contraddire la microeconomia. La massaia che bada soltanto al proprio interesse fa quadrare i conti, mentre lo Stato, che agisce con le migliori intenzioni per il bene di tutti, spesso spreca risorse e distrugge ricchezza. La gente odia il capitalismo senza nemmeno sapere che cos’è. Forse un’organizzazione di riccastri succhiasangue? In realtà, del capitale non poteva fare a meno neanche la Russia sovietica e l’unica distinzione è fra capitalismo pubblico e capitalismo privato. Tenendo sempre presente che il primo ha affamato il mondo. 
Quelli che parlano di “capitalismo privato dal volto umano” è come se parlassero di pesci di montagna o di leoni erbivori. Non sanno di che parlano e, come certe ministre “grilline”,  credono di compensare le loro insufficienze culturali con l’arroganza morale. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 dicembre 2018



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POLITICA
8 dicembre 2018
IL FUTURO DELLA POLITICA ITALIANA
Se pensiamo a un burrone, immaginiamo un pianoro che si interrompe improvvisamente, tanto che abbiamo paura ad affacciarci su ciò c’è sotto. È come se oltre ci fosse soltanto il cielo. 
E tuttavia questo strapiombo, con la sua minaccia, è ancora terrestre e, per così dire, cordiale. Nel senso che, se invece di guardare in basso guardiamo lontano, vediamo ancora la Terra. Se invece immaginiamo che, dopo quello strapiombo non ci sia più né terra né aria, al di là del terreno su cui posiamo i piedi vedremmo soltanto il buio più nero, ciò che si vede dagli oblò delle astronavi. L’immagine di un futuro non riconducibile ad un quadro noto ma immerso nell’angoscia della più totale incertezza. Come il futuro politico ed economico dell’Italia. 
Decenni fa sapevamo che il futuro sarebbe stato ancora la Democrazia Cristiana, con la sua bigotta e interessata mediocrità: tanto che qualcuno si chiedeva: “Moriremo democristiani?” L’alternativa era il Partito Comunista, che avrebbe forse portato l’Italia ad essere una Repubblica Popolare come la Cecoslovacchia. Poi l’alternanza è stata fra destra e sinistra. E ora? 
Ecco come si presenta il quadro. I Liberi e Uguali hanno creduto che, offrendo l’antica ricetta, avrebbero trovato i comunisti di un tempo. Invece quelli o erano morti o si erano affidati a contestatori più scapigliati. Così Bersani e compagni, invece di ritrovare la vecchia casa, si sono ritrovati in mezzo a una strada.
Il Partito  Democratico non ha né idee né leader. È in preda a un marasma intellettuale condito con la rissa dei capibastone. Una situazione che la qualità dei suoi uomini e delle sue tradizioni certamente non meritava. Ma oggi nessuno si azzarda a predirgli un futuro felice. Anzi, nessuno riesce a capire quale ruolo, e alleandosi con chi, potrebbe avere una parte nel panorama politico.
Fratelli d’Italia è un partitello che, sempre e comunque, avrà soltanto il problema di trovarsi un alleato. 
Forza Italia e Berlusconi sembrano folgorati, come il Pd, da un destino malevolo e paralizzante. Benché il loro messaggio non sia cambiato, è cambiato il modo di recepirlo. Prima sembrava il programma del buon senso per il futuro, ora sembra una voce indistinta che sale dalla cantina. Come per il Pd, aleggia su di essi lo sfavore di un Olimpo che non si degna nemmeno di motivare i suoi decreti.
La Lega sorride seduta su un barile di polvere. Il suo successo non è fondato su argomenti durevoli. La gente si abituerà presto alla fine della valanga di immigrati (aveva già cominciato con Minniti), e certo non vedrà cambiare la propria vita quotidiana perché cambierà la normativa sulla legittima difesa. Per conseguenza le sue sorti saranno legate a quelle del Movimento 5 Stelle.
Questo partito ha avuto un formidabile successo fondato sul discredito dei vecchi politici, e su un’enorme quantità di promesse, fatte forse con la convinzione di non essere mai chiamati a realizzarle. Le cose sono andate come sono andate e i pentastellati, invece di riconoscere onestamente che avevano promesso la Luna, hanno cominciato a sostenere che avrebbero realizzato tutto il programma, che i soldi li avrebbero trovati, che nessuna minaccia o nessun pericolo li avrebbero distolti dall’andare diritti alla meta, che avrebbero abolito la povertà, anzi questo lo hanno già fatto. E la Lega, per non essere da meno, ed anzi rincarando la dose con toni stentorei e all’occasione volgari, ha ribadito anche le proprie promesse, meno ragionevoli. Per mesi ambedue i partiti hanno fabbricato la corda con cui impiccarsi. Ma i segnali contrari della realtà si sono moltiplicati nel tempo. Le agenzie di credito americane ci hanno declassati. Lo spread è salito costantemente, fino ad un livello che i competenti reputano insostenibile. Tutti hanno affermato che le riforme sono troppo costose per essere mantenute, ed anche l’Europa, prima ci ha cortesemente ammoniti, poi ha avviato la costosissima procedura d’infrazione. 
Tutto questo ha frenato i bollenti spiriti di Lega e 5 Stelle? Nient’affatto. Mentre mandano in Europa il ministro Tria e Giuseppe Conte a negoziare senza niente in mano, continuano a ribadire le loro promesse e a sprizzare ottimismo. La loro situazione ricorda troppo da vicino quella degli sconsiderati che in casa raccontano di avere superato gli esami all’università (mentre non si sono nemmeno presentati) e vanno avanti fino a dire che stanno preparando la tesi. Ma ogni giorno di inganno in più è un giorno guadagnato. E infatti è soltanto dinanzi all’aula magna, di fronte ai parenti coi mazzi di fiori in mano, che confessano la messinscena. 
 Giorno diciassette l’Europa potrebbe fare un notevole passo avanti, per la procedura d’infrazione, ma i nostri eroi non cambiano registro. Pur di varare la legge di stabilità (un’altra spietata scadenza) scrivono un testo assurdo che riconferma le promesse di base, senza dire con quale finanziamento e con quali criteri saranno realizzate. Intanto sono giorni guadagnati, prima che gli amici si accorgano che, sul pezzo di carta attaccato alla porta dell’aula magna, non c’è il nome del nostro sedicente laureato.
Al di là del burrone non si vede neppure il cielo blu. Come la prenderanno gli italiani, quando i nostri bulli al potere confesseranno che hanno scherzato? Che  hanno menato per il naso l’intera Italia da prima ancora delle elezioni e ora si tratta di pagare il conto? Siamo sicuri che sopravvivranno ad una simile confessione e all’eventuale catastrofe economica? Soprattutto dopo che, malgrado ogni avvisaglia, hanno confermato  ogni giorno le illusioni del loro elettorato?
Ecco perché non si riesce ad immaginare quale sarà il panorama. Ogni partito, per un motivo diverso, sembra inadeguato a far superare al Paese quel momento difficile. È come se nel nostro futuro non ci fosse più il cielo ma soltanto il buio siderale. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
8 dicembre 2018




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POLITICA
7 dicembre 2018
CHE FINE HA FATTO L'UNICORNO?
ll mondo intero ha sotto gli occhi un ircocervo, uno yeti, un unicorno, e non ci fa caso. Quasi fossero animali normali. Lo yeti che ci dovrebbe sbalordire è asiatico come l’ “abominevole uomo delle nevi”, ma non è per niente abominevole: è la Cina.
Questa immensa nazione, col suo strabiliante numero di abitanti, è passata dall’essere quella in cui si moriva letteralmente di fame, sotto la guida ispirata del suo profeta marxista Mao Tse Tung, ad essere un Paese pieno di automobili, di grattacieli, di ogni sorta di moderna tecnologia. E soprattutto ricco, come Stato, in modo vertiginoso, se si pensa che la Cina ha immense riserve valutarie. 
Ovviamente i suoi operai sono ancora sottopagati, rispetto a quelli occidentali ma, a parte il fatto che la loro situazione attuale fa una bella differenza con la fame di un tempo, con quelle paghe oggi possono permettersi “lussi” che i loro nonni nemmeno sognavano.  E tuttavia non sono queste caratteristiche che rendono la Cina un ircocervo. La sua vera, grande anomalia è politica. 
La tirannide è un tipo di regime in cui chi comanda ha tutti i poteri  e chi è comandato non ha nessun diritto, salvo quelli che gli accorda il tiranno. Questi fra l’altro può sempre disapplicarli nel caso singolo o addirittura revocarli per l’intero popolo. Ma i regimi tirannici possono avere caratteristiche diverse. Ci sono quelli in cui chi comanda detiene il potere con la forza e lo usa esclusivamente a proprio vantaggio, includendo in questo vantaggio, all’occasione, quello della popolarità e dell’applauso. Per cui non sempre il tiranno è malefico, si pensi a Singapore. Ma a volte malefico lo è al di là dell’immaginabile: “Che piacere avrei, ad essere il padrone di Roma, cioè l’unico uomo libero dell’Impero - chiede più o meno il Caligola di Albert Camus - se non abusassi del mio potere, se non lo usassi per i miei capricci, incluso quello della crudeltà?”
Purtroppo, accanto ai dittatori puri, ci sono quelli ideologici, con i quali lo spazio dei cittadini si restringe ancora di più. Nelle teocrazie ad esempio  l’illibertà si spinge fino a negare la libertà di pensiero. Né meglio va quando I dittatori sono “ideologici”  in economia,  come Lenin, Stalin, tutti i Gauleiter orientali ai tempi dell’Unione Sovietica e recentemente Castro e Chavez. Costoro, seguendo la religione marxista, sono riusciti a rendere miserabili i loro Stati, fino a creare problemi di sopravvivenza in Paesi ricchi di materie prime coma la Russia o il Venezuela. Mentre personaggi come Mussolini, Franco e Hitler , con tutti i loro limiti, non hanno impoverito i loro Paesi.
Con queste premesse si vede a che punto la Cina è un unicum. Come una qualunque tirannide, non ha la libertà. Addirittura, qualunque cittadino - anche un miliardario o un importante funzionario di Stato – può sparire dalla sera alla mattina senza che se riesca ad averne notizie. I cinesi hanno soltanto la libertà di obbedire al governo. E tuttavia questo governo,  che pure continua a venerare la memoria di Mao, lascia che il Paese si lanci nella più sfrenata economia capitalista, arricchendosi in modo incredibile. E allora, quella cinese è, o no, una tirannide ideologica?
Si direbbe sia una tirannide pragmatica. L’oligarchia dominante pare avere abbracciato soltanto le teorie di Adam Smith. Purché non entri in contrasto col governo, ognuno può fare ciò che vuole. Perfino ostentare un lusso oltraggioso, a dimostrazione dei miliardi accumulati. E non si può certo dire che con questo liberismo economico i governanti abbiano danneggiato la loro nazione. Piuttosto hanno condotto il Paese ad una straordinaria prosperità. Forse la stessa mancanza di libertà politica è stata usata a maggior gloria di una produzione industriale, non “intralciata” da sindacati e scioperi..
Dinanzi a tante stranezze, non si può non riandare con la mente ad uno degli ideali meno plausibili di Voltaire: quello del “tiranno illuminato”. Scettico sul discernimento del popolo (ai suoi tempi analfabeta pressoché al 100%), diffidente nei confronti degli eccessi cui potrebbe condurlo un demagogo (si vide poi col “Terrore”) e tuttavia poco incline a considerare Luigi XV l’ideale, Voltaire ipotizzava un “despota filosofo” che avrebbe usato il suo potere soltanto nell’interesse del popolo. Utopia. I critici hanno subito visto la debolezza di questa tesi: non soltanto raramente gli autocrati sono dei grandi intellettuali, ma soprattutto chi può impedire che il “tiranno illuminato” diventi un tiranno e basta? Che impazzisca? Che cerchi di emulare Caligola e Hitler? Il vantaggio della democrazia non è tanto la bontà della sua politica quanto il fatto che il popolo ha la possibilità di cambiare chi governa.
Il problema dunque non è tanto quello di giudicare se l’attuale regime sia profittevole o dannoso per l’antico Impero di Mezzo, quanto quello di sapere verso quale forma di governo si evolverà, in futuro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
7 dicembre 2018



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POLITICA
6 dicembre 2018
IO, UN ERBIVORO

 Della notizia mi basta il titolo sul “Corriere”: “Milano, bottee ricatte alle medie: ragazzino costretto a rubare per ‘pagare’il bullo”. Molta gente si chiederà come una cosa simile possaavvenire. Come mai un minorenne, o dei minorenni, possano essere cosìcarogne con un loro simile. E invece hanno torto di stupirsi.

Nel bambino piccolo l’empatia èpressoché nulla. Né molto più grande è quella del selvaggio, conbuona pace di Jean-Jacques Rousseau. Gli indiani d’America avevanol’abitudine di uccidere i prigionieri con la tortura o usandolicome bersagli per i bambini che dovevano allenarsi con l’arco e lefrecce. L’empatia è una conquista dell’adulto e soprattuttodell’uomo civile. Ma, per l’appunto, il bambino non è né unadulto né un uomo civile.

Quanto ai ragazzi, in loro c’èancora molta parte di natura umana spontanea. Spesso, o perchéprovenienti da famiglie e ambienti violenti (per non dire criminali)o perché già affetti da patologie mentali, si comportano daasociali. Fanno le cose peggiori senza rimorsi. E se si riuniscono inbande non è tanto per il piacere dello stare insieme (la“togetherness” degli anglosassoni) quanto perché il numeroaumenta la loro forza. Così, quando incontrano l’individuo piùdebole e isolato, sono felici di dimostrare a sé stessi la loropotenza essendo prevaricatori, e sostanzialmente criminali. Del restosi giustificano col disprezzo per le loro vittime. Maltrattandole gliinsegnano quasi a “stare al mondo”, a comprendere che sono nateper essere degli schiavi. Che devono rispetto ai loro padroni.

Del resto in questo modo sonoancora più buoni dei nazisti che, per disprezzo, le loro vittimeaddirittura le ammazzavano. Empatia? E che avevano in comune quegliebrei deboli e inermi con una gioventù bene armata, ben nutrita,ariana, e naturalmente superiore? Il termine “Untermenschen”,“sottouomini”, usato per gli ebrei, non è un caso. In essorisiede tutta la giustificazione della Shoah. Il massacro non erasterminio, Massenmord, omicidio di massa: era puramente esemplicemente una disinfestazione.

Ma questa pagina non tende arivangare la storia, vorrebbe piuttosto manifestare la più violentainsofferenza verso i luoghi comuni riguardanti i minorenni.Bisognerebbe smetterla una buona volta col considerare i bambinidegli angioletti. Mi raccontava una maestra d’asilo che un piccolone aveva aggredito un altro tanto violentemente, che lei era riuscitaa stento a sottrargli la sua vittima. E quando gli aveva chiesto: “Mache volevi fare, lo volevi ammazzare?”, il piccolo aveva rispostoserenamente: “Sì. Ma non ce l’ho fatta”. Forse è statoSigmund Freud a dire che il bambino non ha superego ed ha ilsubconscio allo scoperto. A quell’età non si ha idea di che cosasia la morale e men che meno di che cosa sia l’empatia.

Anche i ragazzi non sono del tuttoeducati alla socialità. Si sa che il gioco è un allenamento per lavita, e ne tradisce gli stilemi. Già i gattini giocano adacchiappare ciò che sfugge, perché è in quel modo che un giorno siprocacceranno il cibo. I ragazzi, analogamente, mimano a dodici annila lotta per conquistare la posizione di animale alpha. Tiranneggiarei più deboli serve proprio a questo: a trionfare nella competizione,in un mondo mentale in cui gli esseri si dividono ancora in prede epredatori. Questa tendenza è così corrente da doverla considerarenormale, anche se per fortuna di solito non si spinge ai livelli dicui parlano i giornali.

Naturalmente ci sono anche ragazziche, non che essere criminali in erba, sono fin troppo gentili esensibili. E proprio per questo le famiglie, la scuola, la societàdovrebbero essere sempre pronte a intervenire al più presto perdifendere chi ha tendenza a comportarsi da adulto civile. Dovrebberoinsegnare ai bulli, nel modo più risoluto, che nella societàcontemporanea non siamo più all’età della pietra. In essa non c’èposto per gente come loro, se non cambiano comportamento.

Ma per far questo tutte le figuregenitoriali dovrebbero innanzi tutto imparare qual è la vera naturadell’uomo. O, almeno, qual è la natura dell’uomo prima che lasocietà civile lo domi. Dovrebbero essere preparati all’idea chenon tutti i ragazzi sono “bravi ragazzi”. E smettere diconsiderare fatti eccezionali quelli di cui parlano i giornali. Anche senza arrivare alle grevi violazioni del codice penale di cuiparlano i giornali, la violenza e la prevaricazione, fra ragazzi, èla regola. Sarebbe bene tenerne conto.

Ciò che qui racconto nascedall’esperienza. Da ragazzo non sapevo fare a pugni, e in fondo nonci avevo mai provato. Soprattutto perché non sopportavo l’idea difare fisicamente male ad un coetaneo. Fra l’altro spesso, a partela voglia dell’altro di lanciare una sfida, non c’era nemmenoragione di battersi. Così, non avendo altra difesa, ho passato lamia giovane vita a scappare. Come un erbivoro.

Gianni Pardo,giannipardo1@gmail.com

6 dicembre 2018





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POLITICA
5 dicembre 2018
LA PROTESTA DISINCARNATA
In molti Paesi europei, e forse non soltanto europei, si levano masse arrabbiate, dichiaratamente in lotta contro tutto e tutti. Spesso non hanno un leader: basti vedere che in Italia hanno per profeta un comico imbolsito come Beppe Grillo. Ma di veri capi non hanno bisogno. Per essere guidati fino al raggiungimento dei loro scopi, agli eserciti serve uno stratega, ma qui le masse hanno soltanto voglia di gridare “no!”, “abbasso!”, “basta!”. Di stramaledire il presente in nome di un futuro sicuramente migliore di un passato imperdonabile.
Non è facile dare una spiegazione di tutto ciò. Si può soltanto azzardare un’interpretazione, senza pretese di grandi rivelazioni. 
Nel Paradiso Terrestre, Adamo ed Eva avevano tutto ciò che potevano desiderare in quantità illimitata. Secondo un dogma della scienza economica, invece, la condizione dell’uomo è caratterizzata dalla scarsità dei beni. E ciò è una ragione per essere insoddisfatti, perché nessuno ha mai tutto ciò che vorrebbe avere. Ma questa condizione è anche la molla del progresso. L’uomo contento della propria sorte portava il peso sulle spalle, l’uomo scontento, e forse scansafatiche, inventò la ruota. 
Ma questa è l’insoddisfazione spicciola. Purtroppo, accanto ad essa, c’è l’insoddisfazione metafisica. Lo sgomento di non sapere perché siamo sulla terra, perché moriamo, perché altri sono più fortunati di noi, anche se spesso ci sembra che non lo meritino più di noi. A questa insoddisfazione si può dare soltanto una risposta ipotetica e, per così dire, anch’essa metafisica. E infatti la religione s’è assunto il compito di dare un senso alla nostra esistenza e persino alla nostra morte. Soffriamo da vivi per essere ricompensati e felici da morti, se ci comportiamo bene. 
Malauguratamente, col tempo e con l’aiuto dell’Illuminismo, questo messaggio è divenuto inverosimile. Molta gente ha smesso di credere. Soprattutto ha smesso di credere molta gente che crede di credere.  Dunque tutti hanno cominciato a volere indefinitamente migliorare la loro esistenza terrena e per questo hanno adottato forme di religione immanenti ed edonistiche che la felicità la promettono in terra. Parliamo del primo socialismo e del comunismo. Marx, in particolare, che molti considerano un filosofo ed un economista, è stato in realtà un profeta. Non è una battuta, è la tesi di Paul Johnson. La teoria marxista tendeva all’utopia. Basti dire che il suo programma era: “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i loro bisogni”. E forse quel pensatore, quando scrisse questo, non aveva considerato che per alcuni l’asserito bisogno è quello di non essere obbligati a lavorare. Comunque, che di utopia si trattasse, la storia l’ha così ben dimostrarlo, che oggi del comunismo si parla al passato. 
Ma non è morto l’ideale che esso prometteva. Privando le folle di una speranza suprema, la fine del Cristianesimo e la fine del comunismo hanno avuto effetti drammatici. Gli uomini non hanno più saputo contrapporre qualcosa di positivo ad un presente negativo. E questo scoramento è divenuto rabbia, una rabbia  tanto astratta quanto distruttiva. E quando poi la crisi economica ha tolto l’umile speranza di essere ogni anno un po’ più ricchi, è entrato in crisi persino il consumismo. Anche perché l’arco della nostra vita è troppo breve, e dunque basta il rallentamento produttivo di una decade per indurci a disperarci e a temere che il sole non sorga più. 
A questo punto a qualcuno bisognava farla pagare. E con chi se la prendono gli adolescenti insoddisfatti? Con i genitori. Dunque i cittadini hanno preso ad odiare le figure genitoriali pubbliche, cioè i politici. A che cosa è dovuto il successo del M5s se non alla promessa del reddito di cittadinanza, cioè all’ideale di sfuggire alla miseria senza nessuno sforzo? Il comunismo nacque promettendo all’operaio l’intero frutto del suo lavoro (eliminando il "plusvalore"); il “grillismo” ha fatto un passo in più: ha promesso il reddito senza il lavoro. Geniale.
I grandi partiti che sono stati la spina dorsale del potere per un secolo e più sono in perdita di velocità. Le folle attuali sono disorientate. Non sanno che cosa vogliono ma lo vogliono subito e nel frattempo tendono a distruggere tutto ciò che è colpevole di esistere. I “casseurs” francesi, i black block, queste compagnie di giro di giovanotti bramosi di menar le mani, mostrano un totale disinteresse per le ragioni che dovrebbero giustificare la loro azione. E tuttavia, in un certo senso, non sono assurdi: sono la risposta astratta e violenta a un malessere astratto e violento. Il braccio armato di una massa disorientata quanto loro. Gente cui basta, come programma, “Cambiamo tutto”, “Ripartiamo con nuovi principi”, “Mandiamo al potere anche degli incompetenti, perché peggio degli altri non potranno fare”. 
Quella che viviamo non sembra né una crisi economica né una crisi politica. Probabilmente è una crisi esistenziale. L’ateismo è una dottrina troppo dura per la gente normale. Questa ha ancora bisogno di Dio o almeno di un Marx.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
     4 dicembre 2018



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POLITICA
4 dicembre 2018
MOLTE DOMANDE SENZA RISPOSTA
Una volta chiesero a Henry Kissinger la sua opinione sulla situazione in Italia e lui più o meno rispose: “Sono anni che mi interesso di politica, ma confesso di non essere abbastanza intelligente per capire la politica italiana”. Grand’uomo. Fra le sue benemerenze annoterò la sua solidarietà con coloro – e siamo tanti - che rimangono interdetti leggendo ciò che scrivono i giornali o ascoltando ciò che si dice in televisione.
Dovrei cominciare con lo scrivere: “Il mistero del giorno è…” ma sarebbe un modo sbagliato di esprimersi. E anche scrivere “I misteri sono...” sarebbe inadeguato, perché si deve usare il plurale già quando i soggetti sono due, mentre in questo caso il due probabilmente dovrebbe essere seguito da uno zero. Così, per brevità, elencherò  soltanto una decina di interrogativi. Del resto il lettore potrebbe ampliare la lista fino a stancarsene.
Salvini e Di Maio, si dice, hanno autorizzato le aperture di Giuseppe Conte alle richieste dell’Europa. Ma lo hanno fatto seriamente, cioè sono veramente intenzionati a cambiare la manovra, o vogliono soltanto “fare la mossa” per cadere comunque in piedi? Oggi, se il negoziato andasse in porto, potrebbero dire che è stato merito loro. Mentre se non andasse in porto sarebbe colpa di Conte. L’ambiguità non è mai prova di lealtà.
L’Europa, dal canto suo,  si accontenterà delle belle parole, cioè di qualche concessione di facciata o, al contrario, per fare marcia indietro chiederà veramente una manovra razionale e sostenibile? Fa una enorme differenza.
Il governo ha creduto di avere fatto una grande apertura, quando ha confusamente parlato di una riduzione del deficit programmato dello 0,2%. Ma Tria prima aveva annunciato che la linea del Piave era l’1,6%. Dunque l’attuale riduzione sarebbe di 0,2% su uno sforamento di 0,8%. L’Europa può far finta di prenderla sul serio?
E se no, qual è il vero limite della trattativa, l’ultimo prezzo che l’Italia è disposta a pagare e l’ultimo prezzo che l’Europa è disposta ad accettare?
Recentemente si è parlato di una riduzione dello 0,4%, ma questo è ancora uno sforamento dello 0,4% e si tratta sempre di miliardi, tanto da mettere in dubbio le riforme-bandiera dei gialloverdi. Anche con queste riduzioni pressoché simboliche vengono a mancare abbastanza fondi per mantenere le promesse elettorali. Non sarebbe problema dappoco. Dopo tante rodomontate, personaggi come Di Maio e Salvini rischiano di perdere la faccia di fronte ai loro elettori. Nessuno dimentica le infinite volte in cui hanno assunto posizioni gladiatorie e di sfida più coraggiose di quelle di Capaneo: “Me ne frego”, “Noi non ci impiccheremo ai numerini dell’Europa”, “I conti dell’Europa sono meno importanti dei bisogni degli italiani cui vogliamo dare risposta”, “Non arretreremo di un millimetro”, e perfino – pressoché umoristicamente - “I mercati se ne faranno una ragione”.
Come racconteranno ai loro elettori che hanno cambiato opinione, che la loro legge finanziaria è identica a quelle dei governi precedenti e comunque non c’è trippa per gatti?
Ammettiamo ancora che le intenzioni dei nostri famosi Dioscuri siano sufficientemente serie e che l’Europa, dal suo lato, sia disposta a chiudere gli occhi. La domanda è: li chiuderanno anche i mercati? C’è speranza di tornare ad uno spread che non ci strozzi con gli interessi, nei prossimi anni?
Che influenza avrà sulla situazione italiana una congiuntura che per tutto il mondo è passata da positiva com’era (salvo che per l’Italia) a negativa?
Che conseguenza avrà l’immancabile delusione di chi dal governo gialloverde si aspettava miracoli? Il M5S è un partito che vive di sogni: come reagirà l’elettorato al brusco risveglio?
E quale sarà veramente la nostra sorte, se il negoziato non va in porto (del resto ci siamo stupidamente ridotti agli ultimissimi giorni utili) e ci sarà applicata la procedura d’infrazione per deficit e debito eccessivi?
Gli interrogativi sono infiniti. Il sospetto è che a molti di essi non abbiano risposta nemmeno quegli stessi politici che la partita la stanno giocando. Cosa che – si apprende studiando storia - avviene più spesso di quanto non si creda. Nel Vangelo si parla di “un cieco che guida un altro cieco”, qui invece è più adeguata l’espressione popolare “botte da orbi”. Perché nessuno sa quale dei randelli che lancia con entusiasmo contro gli avversari non sia in realtà un boomerang.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 dicembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 4/12/2018 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 dicembre 2018
IL BENEFATTORE MALEFICO
Come conseguenza del “Decreto sicurezza” molti immigrati sono stati mandati via dalla struttura che li ospitava, non hanno saputo dove andare e sono rimasti per la strada. Uno di loro ha detto in televisione che non trovavano nemmeno appartamenti da prendere in affitto. 
La prima cosa che mi ha addolorato è stata l’idea che molti avranno creduto che quell’uomo esagerasse. E invece diceva la perfetta verità. Ma non si è trattato affatto di razzismo, come si potrebbe pensare. Infatti io stesso, che non mi credo un razzista ed ero tanto dispiaciuto per loro, non gli avrei certo affittato nemmeno una stanza. Il fatto è che lo Stato ci obbliga prima ad essere vittime e poi, fatta un’amara esperienza, ad essere spietati.
 Dopo aver avuto a che fare con inquilini che non pagavano, non venivano mandati via dal giudice (se non dopo molti mesi) e non avevano nulla che gli si potesse sequestrare, ho deciso di chiedere a tutti garanzie immobiliari. Così, quando una volta venne a chiedermi l’appartamento un immigrato di colore (ovviamente nullatenente) gli dissi di no. Ovviamente mi sentii in dovere di essere doppiamente gentile, perché lui avrebbe potuto pensare ad un pregiudizio razziale. Tanto che il poveretto non si capacitava della mia evidente benevolenza unita alla più ferrea chiusura. Dovevo sembrargli un po’ fuori di testa. Lui non solo protestava la propria onestà, ma mi spiegò anche che, se non avesse pagato, lo Stato lo avrebbe certo fatto sloggiare. “Al suo Paese, forse, gli dissi. Non certo qui. Da noi persino uno sfratto per morosità, il più grave di tutti, permette ancora all’inquilino – anche a quello privo di scuse, anche a quello che non ha pagato sin dal primo mese in cui ha preso possesso dell’appartamento – di rimanere nell’alloggio ancora per molto tempo. A volte anni”. 
Il  poverino non voleva credermi. Non era verosimile. E inverosimile gli appariva anche la mia richiesta di garanzia immobiliare, sua o di altri che fosse a sua volta proprietario di un immobile. “Allora lei affitta una casa soltanto a qualcuno che ne ha già una, e non a me, che non ne ho nessuna?” “Per l’appunto, gli spiegavo. Perché se lei ha un’altra casa, può darsi che riesca a farmi pagare, almeno in parte. Mentre col nullatenente parto perdente e arrivo perdente”. 
Insomma, per favorire il disonesto che non pagava, lasciandolo approfittare per mesi e mesi di un bene altrui,  lo Stato metteva l’uno contro l’altro due galantuomini. Io non potevo farci nulla. E, per quanto ne so, le cose non sono cambiate. Ma c’è di peggio. Mentre uno sfratto per morosità ha qualche possibilità di andare in porto (anche se i carabinieri non sono molto disponbili per le estromissioni forzate degli insolventi) lo Stato vieta  lo sfratto delle famiglie in cui c’è un handicappato, un vegliardo o un malato grave. L’ovvia deduzione è che non bisogna locare la casa se il futuro locatario rientra in uno di quei casi. A forza di bontà, lo Stato ci insegna a non locare neanche uno scantinato a chi è povero, malato, handicappato, insomma a chiunque normalmente avrebbe diritto alla nostra pietà. 
Il punto è che i nostri cari parlamentari “fanno i froci col culo degli altri”, come dicono a Napoli. Se lo Stato ha pietà di chi non paga la pigione, dovrebbe sopperire dandogli una casa popolare o pagandogli l’albergo, non obbligando un innocente padrone di casa a farsi carico delle necessità altrui. Lui non s’è assunto nessun obbligo di assistenza verso gli anziani malati o verso i minorati, e spesso non potrebbe neppure permetterselo. Se obbligo c’è, incombe sulla collettività. Nello stesso modo, lo Stato impone al datore di lavoro particolari (e onerose) concessioni nei confronti delle dipendenti che hanno un figlio, e anche questa è una nobile causa: purché sia a carico della collettività. Se invece il peso viene posto a carico del datore di lavoro, costui cercherà di non assumere donne in età da avere un figlio. Con conseguente discriminazione a loro sfavore. 
Quando è a spese degli altri, la bontà si chiama estorsione. E ancora, quando la bontà si risolve in uno svantaggio per coloro che si volevano favorire, non è bontà, è stupidità. Per le locazioni si sono realizzate nel tempo leggi sempre più stringenti (a partire dall’equo canone e fino a raddoppiare le imposte sulle case sfitte) per evitare che il padrone di casa potesse sfuggire al suo destino di fornitore di alloggi “sociali”. E ciò mentre il “riccastro”  continua a pagare le tasse, il condominio, le riparazioni straordinarie e l’avvocato, per cercare di liberarsi dell’inquilino. 
La conseguenza finale – che abbiamo vissuto in Italia – è che il mercato delle locazioni è pressoché morto . Chi possiede un appartamento non lo loca, lo vende. E infatti siamo tutti proprietari di casa nostra (all’80%, per essere esatti). Traduzione: chi vuole un tetto deve comprarselo. Così lo Stato ha creduto di favorire chi ha difficoltà a pagare una pigione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 dicembre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 3/12/2018 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 dicembre 2018
IL PASSEGGERO INQUIETO
Il mondo vive un momento di bonaccia. Non è che non ci siano guerre: al massimo si può dire che non ce ne sono tra le più grandi potenze. O vicino casa nostra. Ma la guerra fa parte degli istinti dell’uomo e chi avesse la curiosità di sapere che cosa essa è nella realtà, non avrebbe che da fare un viaggio. Le destinazioni non mancano.
Ma il fatto che il mondo ricco non vede guerre dal 1945 ha creato quello strano sentimento collettivo di sicurezza, quello che hanno i marinai di una portaerei o i passeggeri di un’enorme nave da crociera. Si pensa che tutto sia solido, stabile, sicuro. L’organizzazione è perfetta, la manutenzione di tutti gli apparati e l’amministrazione della vita quotidiana sono affidate a grandi competenti e la regolarità dei risultati è divenuta un’abitudine. Quasi una certezza come il levar del sole. 
E tuttavia - se si è assaggiata la storia, nella realtà o nei libri - questa serenità può dare un sentimento di pericolo. Quasi di vertigine. Perché si può aver paura di un mondo che non ha paura.
Sulla portaerei ognuno ha un compito e per lui il suo lavoro è routine; e proprio la competenza e l’abitudine sono il pericolo. Nelle nostre contrade ogni tanto qualche fabbricante di fuochi d’artificio salta in aria insieme col suo laboratorio, e non è perché quell’uomo non conosca i pericoli degli esplosivi. Al contrario, è perché li conosce troppo bene, li maneggia da tanto tempo da avere perduto il rispetto per loro, come un padrone non teme i denti del suo cane. Così corre il rischio della disattenzione. 
Nello stesso modo, l’attuale e corale fiducia nelle istituzioni, nei governi, e in fin dei conti nella pace, è inquietante. In Europa soltanto chi è vecchissimo conosce la guerra per esperienza. Ne risulta che la grande massa non soltanto ne ignora gli orrori, ma non ha idea del modo sornione e perfino stupido in cui può cominciare. Chi avrebbe potuto dire che, dalle pistolettate di Sarajevo, sarebbe nata un’immensa tragedia con un numero strabiliante di morti? Se anche una Cassandra l’avesse annunciata, la sproporzione tra il detonatore e l’esplosione avrebbe ridicolizzato la profezia.
È evidentemente difficile valutare il peso dei vari fattori, nella realtà. Ne risulta, dal punto di vista umano, un frequente e totale squilibrio tra le cause e gli effetti. Si arriva a pensare che la guerra, oltre ad essere il peggiore degli istinti dell’uomo, sia anche il frutto di uno dei suoi più grandi difetti: la stupidità. Le folle – soprattutto durante un lungo periodo di pace – hanno voglia di menar le mani e comunque di mettersi nei guai. E non sarebbe un problema, se non fosse che mettono nei guai anche coloro che volevano tenersene lontani. Basti vedere le violenze dei tifosi di calcio, dei black block in Italia e dei “casseurs” in Francia, di tutti quelli che non hanno neanche bisogno di sapere perché ci sia una manifestazione. Costoro hanno bisogno di un nemico purchessia, ed in mancanza distruggono tutto ciò che incontrano sul loro passaggio, bruciando cassonetti e automobili.
Può darsi che l’istinto delle guerre – anche quelle economiche, anche quelle calcistiche, anche quelle religiose – nasca dalla mancanza d’esperienza. I bambini pensano sempre che vinceranno facilmente. E infatti all’inizio di quasi tutte le guerre i giovani sono contenti che sia stata dichiarata e si immaginano già mentre tornano a casa vincitori, onusti di gloria, e alcuni di loro addirittura si presentano volontari. E invece non bisognerebbe mai dimenticare “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque.
Oggi, anche se non siamo sull’orlo di una guerra, c’è un eccesso di spensieratezza. Molte nazioni sognano di nuovo la loro solitudine, la loro indipendenza, la loro sovranità condita di disprezzo e perfino aggressività nei confronti dei vicini, come se non avessero nulla da temerne. Quando un politico austriaco, a proposito dei migranti, dice che il suo Paese è disposto a schierare i carri armati sul Brennero, non sa di bestemmiare. Quand’anche stesse usando un’iperbole, sarebbe l’iperbole di un pericoloso ignorante . E quando l’Italia, con le pezze del debito sul sedere, sfida economicamente l’Europa, è segno che è convinta che, di riffa o di raffa, il problema degli italiani rimarrà se cambiare o no l’automobile. I nostri politici ignorano le folle disperate dei tempi di Weimar, i suicidi della Grande Depressione, e non leggono i giornali a proposito del Venezuela. Sono convinti che il nostro modus viventi non possa subire cambiamenti se non in meglio. La nave da crociera è così grande e così potente, che nulla potrà mai fermarla. E nessuno ricorda la fine dell’ “Andrea Doria”. Per non parlare del “Titanic”.
Un giorno che era in vena di retorica, Franklyn Delano Roosevelt disse agli americani: “L'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. Forse oggi dovremmo dire agli europei, ai russi, agli statunitensi, e un po’ a tutti: “La mancanza di paura è spesso il segno dell’ignoranza del pericolo”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 dicembre 2018



permalink | inviato da Gianni Pardo il 2/12/2018 alle 8:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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