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giannipardo1@gmail.com
vita da impiegato
30 novembre 2018
SELF-INFLICTED DISASTER

Chi è stato ostile all’attuale governo è stato accusato prima di godersi lo spettacolo delle sue difficoltà con i “pop corn” in mano, ora è accusato di gridare “Forza spread!”, e ci deve essere del vero. Io stesso mi accorgo – vergognandomene – di non soffrire troppo, quando vedo lo spread raggiungere vette altissime. Non perché speri di veder danneggiato il mio Paese, ma al contrario perché sembra l’unico modo per spiegare agli incoscienti che corriamo verso l’abisso. Ma questo è un discorso italo-italiano. Rimane da spiegare l’atteggiamento insolitamente severo dell’Europa. 
Noi italiani – soprattutto noi meridionali – siamo degli scettici. Non soltanto siamo poco inclini a venerare le regole, ma addirittura tendiamo a considerare degli sciocchi quelli che le prendono scrupolosamente sul serio. E non abbiamo tutti i torti. È stato un prussiano (Otto von Bismarck) a dire che: “Quanto meno la gente sa come si fanno le leggi e le salsicce, tanto meglio dorme”.  Ecco, a sud di Roma siamo svegli. 
L’Italia, un tempo “piemontese”, si è parecchio meridionalizzata. E agli occhi dei calvinisti, questa mentalità da Magna Graecia ci rende simpatici come ragazzacci indisciplinati ma dopo tutto non cattivi. Così, per decenni, l’Europa ha cercato d’avere comprensione nei nostri confronti, per esempio permettendoci di spendere in deficit ben quaranta miliardi, nella speranza che li usassimo per rilanciare l’economia. E noi invece li abbiamo sprecati in regalie – per esempio gli ottanta euro di Renzi - e spese improduttive. 
Anche nei mesi recenti abbiamo continuato a non mantenere le promesse (per esempio quelle di Conte sul rispetto delle regole finanziarie europee) ma purtroppo l’abbiamo fatto con un atteggiamento diverso: “Noi, chiedere comprensione, noi, chiedere scusa? Siamo noi che abbiamo il diritto di lamentarci di voi . Andate al diavolo”. E questo è stato un errore esiziale.
Se riesce a trovargli una scusante, il galantuomo può perdonare il “ragazzaccio”; ma se questi è protervo e insultante, l’indignazione passa all’incasso, e al provocatore, potendo, si fanno pagare le colpe attuali e quelle passate: ed ecco avviata la procedura d’infrazione. Soprattutto ora che, a parere dell’Unione Europea, si può farlo senza che l’Italia metta a repentaglio l’eurozona. 
Insomma Salvini e i pentastellati non potevano scegliere momento peggiore, per fare gli sbruffoni e sfidare un gigante. I milioni di italiani che li hanno votati si considerano creditori insoddisfatti ed invece dovrebbero capire che un Paese che ha duemilatrecentoquaranta miliardi di euro di debiti non ha diritto alla parola. Può soltanto dire: “Per l’amor di Dio, aiutateci”. Altro che sovranismo. Altro che orgoglio nazionale. Quando si dipende dagli investitori nazionali e internazionali, non si ha il diritto di alzare la voce. L’argent fait la guerre, il denaro fa la guerra e, quando non si ha denaro, si è disarmati.
L’Unione Europea dunque potrebbe applicare severamente le sanzioni, e non concederci nemmeno il tempo di vedere i presunti – molto presunti - effetti benefici della legge di stabilità. L’attuale mancanza di benevolenza si vede anche nel fatto che la procedura d’infrazione non è soltanto per eccesso di deficit ma anche per eccesso di debito. E questa seconda parte  potrebbe comportare conseguenze anche più pesanti della prima. 
Qui si inserisce una notazione riguardante l’immaturità politica del governo. Ci si rimprovera un eccesso di debito e gli italiani alla Di Maio ne deducono che la Commissione sta accusando il Partito Democratico. “Avete visto? I colpevoli sono loro. E noi siamo chiamati a pagare per i loro errori”. Senza vedere che anche il governo attuale commette lo stesso errore, invece di correggerlo, e comunque la continuità di uno Stato serio impone che ci si faccia carico del passato. Nessuno ha costretto l’esecutivo in carica a subentrare ai  governi precedenti. Del resto, quei debiti non sono stati contratti per gli italiani? La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Comunque è probabilmente vero, se l’Europa ci accusa di eccesso di debito lo fa per punirci nel modo più completo. E questa severità sarà stata ispirata dalle rodomontate volgari dei nostri bulli.
L’ultima speranza è che, facendo balenare la possibilità di una minima limatura della “manovra”, l’Europa ci perdoni. La cosa appare improbabile: non possiamo più giocare al bambino pentito, dopo aver trattato Jean-Claude Junker da ubriacone e dopo aver mandato l’intera Europa all’indirizzo preferito di Grillo. C’è un limite alla benevolenza nei confronti dei minorenni scervellati.
La conclusione è mesta: la nostra situazione è difficilissima e abbiamo spinto chi avrebbe potuto darci una mano ad avere un selvaggio desiderio di farcela pagare. Abbiamo dimenticato che chi in passato è stato buono ha nel cuore molti conti in sospeso. Conti che non è prudente fargli ricordare.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 novembre 2018




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POLITICA
28 novembre 2018
L'ERRORE DELL'ONESTA', ONESTA', ONESTA'
Non ho simpatia per Luigi Di Maio e se in questa sede lo difenderò, sarà con argomenti che non gli appartengono e probabilmente nemmeno comprende. Ma io non posso rinnegarli soltanto perché stavolta gli possono essere utili.
I fatti sono noti e non starò a rivangarli. Il padre di Di Maio e lui stesso sono invischiati in cause di lavoro (nero), in costruzioni abusive ed altro ancora, se ho capito bene. Ciò che conta è che so per esperienza che nel Sud Italia queste sono “pinzillacchere”. Nel senso che chi se ne scandalizza o è ipocrita o è disinformato. Dunque, se qualcuno se ne fa un’arma contro Luigi Di Maio - e contro di lui è un’arma efficace - è perché proprio lui l’ha resa tale, proclamando sui tetti “onestà, onestà, onestà”, e professando un’acre intolleranza nei confronti di chi fosse colpevole della minima irregolarità. Magari non ancora all’attenzione dei magistrati, o consacrata soltanto in un avviso di garanzia. Questo rigore savonaroliano o è in malafede, e sarebbe grave, o è in buonafede, e sarebbe gravissimo. Perché il falso Savonarola è un furbo (anche se spregevole), ma il vero Savonarola è un ingenuo o una persona intellettualmente disorientata. Senza dire che la storia dell’Incorruttibile Robespierre dovrebbe pure insegnare qualcosa. 
Vivendo ed essendo “soltanto umani”, come si dice, una volta o l’altra tutti commettiamo qualche irregolarità. Ma non ci facciamo caso. Sappiamo che è una cosa comune, e infatti la dimentichiamo. Ciò avviene perché per noi ciò che abbiamo fatto non ha avuto grande importanza. Se per esempio abbiamo tradito occasionalmente il nostro coniuge, perché se ne è data l’occasione, poi non ci pensiamo più. E infatti i tedeschi chiamano questi episodi Seitensprung, un salto di lato, e niente di più. Del resto, siamo tutti inclini a perdonarci facilmente. 
Il risultato è che poi arriviamo a dire in buona fede, come il Savonarola imbecille, che noi non abbiamo nulla da rimproverarci. Invece gli altri vanno alla ricerca di tutti i particolari poco onorevoli del nostro passato e sono capaci di riferire quei fatti, dopo tutto insignificanti, come peccati capitali e imperdonabili. Per giunta possono farsi forti delle nostre eventuali dichiarazioni virtuose e intransigenti, e le ritorcono spietatamente contro di noi. È pratica corrente di ogni elezione presidenziale americana.
Mentre è giusto reprimere l’illegalità e l’immoralità, è meglio non atteggiarsi a severi moralisti. Lo stesso magistrato che, per dovere d’ufficio, condanna da mane a sera chi si comporta male, non dovrebbe mai posare a maestro di morale. Applicando il codice penale farà perfettamente il suo dovere, quand’anche lui personalmente avesse qualcosa da rimproverarsi.  
Se quando aveva diciannove anni ha avuto un flirt con una ragazza di sedici, con cui si erano fermati al “petting”, non c’è nulla di cui scandalizzarsi, ma il codice penale chiama il petting “atti sessuali con minorenne” e ripescato trent’anni dopo può ancora fare danni. Nessuno, forse, è un modello di virtù, e comunque nessuno ha interessa a posare a modello di virtù.
La persona che ha esperienza di vita, larghezza di vedute, e generosità di cuore, non trasforma i peccati veniali altrui in peccati capitali. Senza arrivare all’ironia di quel mio amico che chiamava Caligola, Stalin e Hitler, “ragazzacci!”, l’uomo saggio, se non ci sono vittime che piangono, tende ad essere perdonista e non pretende da nessuno la perfezione. 
Personalmente reputo la raccomandazione qualcosa di spregevole ma in Italia non oserei mai biasimare qualcuno per aver fatto una raccomandazione o per averne beneficiato. So benissimo che la mia idiosincrasia è personale, e non pretendo che l’abbiano anche gli altri. A proposito, sembra un’ironia della sorte ma, l’operaio che oggi accusa il padre di Di Maio, era stato assunto senza bisogno, perché raccomandato, dunque come minimo è un tantinello ingrato. Ma già, “nessuna buona azione rimane impunita”. 
L’errore di Di Maio – un errore al quale oggi si trova impiccato lui stesso – non è stato quello che gli addebitano i suoi critici interessati, è stato quello di avere attaccato sia Renzi sia Maria Elena Boschi per le eventuali mancanze dei loro padri. Oggi questo lo rende indifendibile, e tuttavia il suo caso particolare è meno importante della lezione che bisognerebbe ricavarne. L’attenzione nazionale dovrebbe focalizzarsi sulla stupidità del moralismo, a cominciare da quello dei pentastellati. Soprattutto ricordando il feroce ammonimento di Ernest Renan: “Ho conosciuto molti farabutti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto moralisti che non fossero farabutti”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 novembre 2018 




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POLITICA
27 novembre 2018
i DEBITI, OMBRE E LUCI
Ci sono per ciascuno di noi convinzioni, idiosincrasie, principi così profondamente radicati che, mentre da un lato li seguiamo con estrema fedeltà, dall’altro non pensiamo sufficientemente a dimostrarne il fondamento. Probabilmente perché affondano le radici nella nostra infanzia e nel nostro condizionamento. 
Una delle mie avversioni fondamentali riguarda i debiti. Per quel che ricordo, ne ho fatto solo uno, con un amico fraterno (che quei soldi a momenti me li avrebbe regalati), ho insistito per pagare gli interessi e l’ho rimborsato prima della scadenza. Un atteggiamento forse maniacale. Soprattutto dal momento che è convinzione universalmente accettata che il credito sia uno dei massimi motori dell’economia. Se gli imprenditori ragionassero come me, saremmo tutti più poveri. I commercianti vivono di mutui delle banche e con quelli comprano la merce che poi rivendono. Le società per azioni – fra i principali attori della produzione – trovano il loro atto di nascita nell’emissione di azioni, cioè nella richiesta di un finanziamento. E se poi falliscono, i detentori di quelle azioni perdono tutto. Eppure, malgrado questi rischi, bisogna levarsi il cappello dinanzi ai compratori di azioni, alle banche che concedono mutui e fidi e a tutto il meccanismo del credito. Perfino all’esercito dei debitori, perché è tutto questo che fa funzionare l’economia. Allora come mai sono tanto ostile ai debiti?
La mia risposta è semplice. Sono ostile ai debiti che non si è ragionevolmente sicuri di poter restituire. L’imprenditore che sa bene come funziona un negozio di ferramenta non sarà un pazzo se, anche accendendo un mutuo,  aprirà un negozio di quel tipo nel posto giusto e lo farà funzionare con la propria professionalità. Si spiega così il fenomeno delle “catene di negozi”. Un simile imprenditore ha tutta la mia stima. La sua operazione finanziaria nasce da un preciso calcolo, tanto preciso che in conclusione quell’operazione dà un profitto alla banca, crea lavoro, soddisfa clienti e arricchisce lo stesso imprenditore. Ecco perché ho trovato miserabili quei politici e quei giornalisti che anni fa accusavano Berlusconi di avere dei debiti. Se Berlusconi allora aveva dei debiti e oggi non soltanto non è fallito ma è uno degli uomini più ricchi d’Italia, è chiaro che quei debiti erano benedetti. Sarebbe bellissimo se ce ne fossero molti altri, come quelli. 
I debiti che odio più risolutamente sono quelli contratti sapendo sin da principio che non si sarà in grado di pagare. Come l’insolvenza fraudolenta, un comportamento da codice penale. Qualcuno dirà: “Ma chi mai sarà tanto pazzo per comportarsi così?” E la risposta è facile: “Lo Stato italiano”. 
Pure ammettendo che l’Italia abbia contratto i primi debiti per attuare una manovra keynesiana, cioè per rilanciare l’economia, quando ha visto che non funzionava la prima volta, e poi la seconda volta, e poi la terza volta, perché non si è fermato? In realtà invece ha continuato per decenni, fino alla una somma stratosferica di 2.340 miliardi, circa centocinquantamila euro a famiglia. Una somma che gli italiani non potranno mai ripagare e che una volta o l’altra li porterà a fondo. 
Non erano pazzi, quei politici: è che con la scusa della manovra keynesiana compravano consenso e voti, e combattevano la concorrenza sleale dei comunisti. Fra l’altro, vedendo che dal crescere della abnorme somma non derivava nessuna conseguenza negativa, a parte gli interessi da pagare, i governanti  ne hanno dedotto che poteva aumentare indefinitamente. Qualcuno un giorno se ne sarebbe occupato. Che è poi la teoria del M5S e di Salvini. E intanto paghiamo gli interessi contraendo nuovi debiti. 
Se potessi parlare a nome di tutti gli italiani, e se lo Stato mi proponesse un regalo, gli griderei appassionatamente: “Per favore, no, ti prego, no, grazie, no”. Come regalo avvelenato, il cavallo di Troia ha distrutto una sola città, mentre qui si rischia di distruggere un intero Paese. 
Noi paghiamo annualmente circa settanta miliardi di euro per interessi sul debito. Ora basta chiedersi se non staremmo meglio, avendo lo Stato la possibilità di investire in attività produttiva quei settanta miliardi invece di versarli a persone che in tutto hanno fatto lo sforzo di comprare i nostri Btp. 
In questo gioco siamo tutti perdenti. Una volta o l’altra i creditori si accorgeranno che hanno dato soldi buoni per avere in mano un pezzo di carta, anzi una scrittura in banca che si cancella con un clic, quando lo Stato va in default.
Forse il mio orrore per i debiti deriva dal fatto che mio padre era un perfetto galantuomo mentre tanti altri si comportano molto più spensieratamente, con  danno dei terzi. A voi stabilire se lo Stato italiano somiglia a mio padre o a quegli altri.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
26 novembre 2018




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POLITICA
26 novembre 2018
IL SUCCESSO DI SALVINI NON È IRREVERSIBILE
In questo momento la Lega ha uno straordinario successo. Dopo avere avuto circa il 17% dei voti alle elezioni, secondo i sondaggi oggi quel partito è accreditato di un astronomico 36%. In queste condizioni, dubitare del suo successo sarebbe da dementi. Del resto – si aggiunge – malgrado i suoi litigi interni, le sue gaffe, e l’evidente incompetenza della classe politica pentastellata, questo governo non ha alternativa. Perché non c’è un’opposizione credibile. E anche questa è un’affermazione che sembra demenziale contestare. Ma vi propongo lo stesso alcune argomentazioni. 
 È un fatto che oggi non esista una possibile maggioranza pronta a sostituire l’attuale. Ma è pure un fatto che, in politica, il vuoto non esiste. Se domani per qualsivoglia causa cadesse il governo, non ci sarebbe la quiete del deserto ma la ressa per formarne uno nuovo e farne parte. Ciò che coagula le maggioranze è l’appetito del potere. Un quarto di secolo fa, quando non si intravvedeva un’opposizione alla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto, abbiamo visto andare al potere un partito che non esisteva fino a sei mesi prima. La miccia di Berlusconi non avrebbe provocato l’esplosione, se l’aria non fosse stata satura di gas anticomunista. E in fondo si spiega così anche il successo pentastellato. Arcistufi dell’establishment, gli elettori - dimenticando che al peggio non c’è mai fine -  si sono detti: “Proviamo anche questi, peggio degli altri non potranno fare”. Insomma non sono tanto i “grillini” che hanno vinto, quanto il Pd e Forza Italia che hanno perso.  Se dunque questo governo scontentasse gravemente gli italiani, il sistema che l’ha portato al potere funzionerebbe contro di esso e il Movimento rischierebbe di sparire. Nato da un sogno, potrebbe sparire con la fine del sogno.
Come quello dei pentastellati, il successo della Lega non è molto solido. Il suo successo è fondato sullo stop all’immigrazione, ma in politica non si vive di un solo argomento, se no si somiglia ai Paesi a monocultura. Anni fa il Brasile esportava soltanto caffè, e quando il prezzo di questa commodity crollò in Borsa, fu una tragedia nazionale. Se le cose non cambiano, lo stop all’immigrazione diverrà normalità e sarà pressoché dimenticato e sempre più si noterà l’assenza di risultati positivi riguardanti tutte le altre voci del famoso “contratto”.  In attesa di questi risultati,  un elettorato visceralmente deluso dalla politica precedente ha fino ad oggi concesso all’esecutivo una lunghissima “luna di miele”, ma sarebbe stupido farsi illusioni. La pazienza fatalmente si esaurirà. Soprattutto se, invece dei benefici sperati, si vedranno arrivare le botte dolorose dell’aumento dei costi del servizio del debito, se diverranno più onerosi i tassi d’interesse per i commercianti, se aumenteranno le imposte, e se i mercati stentassero ad assorbire i nostri titoli, provocando una nostra crisi di liquidità. Senza dire che per farci piangere basterebbero da sole le sanzioni che potrebbe imporci l’Europa. A quel punto basterebbe aver fermato, un anno prima, l’invasione dei migranti?
Sui grandi giornali, tutti si esprimono come se l’orizzonte temporale non andasse al di là di qualche mese: invece il tempo avanza col suo ritmo e corregge le prime impressioni. Quando una Francia delusa e scoraggiata riportò De Gaulle al potere, lo fece al grido di “Algérie Française!”, e naturalmente si sentì tradita quando il Generale accordò l’indipendenza a quella regione. Ma col tempo tutti si accorsero che dopo tutto era stata la cosa giusta e che anche riguardo al resto il Generale aveva governato bene. E infatti oggi un’infinità di strade e piazze - oltre al massimo aeroporto francese e a una portaerei - hanno il nome di De Gaulle. 
Questo per dire che il grande successo politico non è un fuoco di paglia. Non è distrutto dal primo insuccesso e non basta il primo applauso. È soprattutto quando il popolo si è entusiasmato che è prontissimo a passare all’eccesso opposto. Prima ha tollerato che sotto la testata di un giornale fosse scritto: “Mussolini ha sempre ragione”, poi ne ha appeso il cadavere per i piedi in Piazzale Loreto. 
Forse Salvini è più saggio di Matteo Renzi  e meno rozzo di quanto ami apparire. Sa che i sondaggi sono vicini ad essere giochi di società e gli applausi sono effimeri come la loro eco. Soprattutto nel momento in cui dietro l’angolo ci aspetta la spaventosa realtà del 2019: è difficile che guidare il Paese nei prossimi anni possa essere un’occasione per coprirsi di gloria. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
26 novembre 2018



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POLITICA
24 novembre 2018
L'ENIGMA SAVONA
Non c’è dubbio, il prof.Paolo Savona è un onest’uomo. Oppure un pazzo. O tutte e due le cose insieme. Certo, bisogna essere un po’ speciali per comportarsi come lui. Un cervello normale non è in grado di seguirlo e la mente di chi scrive non fa parte delle fuoriserie. Insomma Paolo Savona pone più interrogativi della Sfinge.
Andiamo con ordine. Il professore è un celebre economista. È universalmente giudicato un grande competente ed è stato anche ministro. Inoltre è un uomo dalla straordinaria indipendenza di pensiero, se è vero che non teme di passare per eretico e addirittura di essere visto come un incendiario. Così, quando i pentastellati lo hanno proposto come ministro dell’economia al Presidente Mattarella, questi – superando il panico provocatogli dalla proposta di “impeachment” formulata da Luigi Di Maio - ha detto di no. Fino ad opporsi alla costituzione di quel governo. 
Dunque il presidente aveva visto Paolo Savona come l’aveva visto l’intera Italia. Possibile che ci sbagliassimo assolutamente tutti, inclusi i “grillini”, quelli che proprio per la sua qualità di eretico lo stimavano? Infatti oggi siamo al paradosso. Se Savona avesse detto allora quello che dice oggi, Mattarella forse lo avrebbe voluto come ministro e i pentastellati gli avrebbero preferito Jack lo Squartatore. O, peggio, Renato Brunetta.
Savona tuttavia non ha affatto l’aria di un malato di mente. È lucido, chiaro, risoluto. È il competente di sempre. Solo che ora dice bianco mentre prima diceva nero, vede tragedie dove prima vedeva vittorie, e infine – come gli ortodossi e i cattolici – è disposto allo scisma. Magari per una barba. Che diamine gli è successo?  Come mai vede tutto nero, mentre il suo sostituto, Giovanni Tria, vede tutto rosa e si comporta lietamente da volenteroso esecutore degli ordini?
Volendo salvare Savona, si devono fare i salti mortali. Si direbbe che, per salvare lui, dobbiamo trattare da cretini tutti gli altri, incluso il Presidente della Repubblica. Per quanto ricordo, Savona è stato accusato di avere ipotizzato la fine improvvisa dell’euro, e francamente non mi pare un peccato mortale. Soprattutto dal momento che Savona quell’esito non è che se lo augurasse. Egli sosteneva soltanto che, in vista di un possibile “Cigno Nero” (evento catastrofico imprevisto) era necessario avere un “Piano B”. Ma la proposta fu giudicata universalmente eretica. L’euro è “irreversibile”, diceva Mario Draghi. Forse perché temeva che soltanto parlarne potesse provocare gravi guasti in Borsa. E tuttavia la levata di scudi rimaneva incomprensibile. Chi fa testamento non per questo si augura di morire: vuole soltanto evitare che gli eredi, oltre ai beni, ereditino una costosa e interminabile lite. 
Savona dunque aveva ragione, nell’invitarci a predisporre  tutto per il caso che nevicasse: ma in quel tempo deve aver detto e scritto ben altro. Ne è testimone lui stesso quando, in questi giorni, si dice “negativamente sorpreso” dalla dura reazione dell’Europa alla futura legge di bilancio. Che viceversa, fino a un momento molto recente, deve essergli  sembrata ragionevole. Cosa incredibile, dal momento che a moltissimi di noi essa sembrava e sembra demenziale. Ma - in questo gli si può credere, perché confessarlo non va a suo vantaggio  - Savona veramente non si aspettava la reazione dell’Europa. E infatti si è talmente preoccupato da invitare tutti a non commettere, dopo il primo errore - quello della sottovalutazione - il secondo errore, quello di tirare diritto (e non “diritti”, come dice Salvini, che non distingue un aggettivo da un avverbio). Bisogna assolutamente correggere la manovra. “E cambiare governo”, ha aggiunto per soprammercato.
Questi i fatti. E allora torna l’interrogativo: come è possibile che un illustre economista non abbia previsto ciò che tutti hanno previsto? Come non si è accorto che il rialzo dello spread colpisce noi e soltanto noi? La conseguenza è stata ovvia: nel momento in cui un imbecille salta volontariamente fuori bordo, chi si trova al sicuro si dice: “Peggio per lui”. E infatti  gli altri membri dell’eurozona – assolutamente tutti - ci hanno subito mollati. 
Forse è proprio questa, la sorpresa. Savona pensava che o i mercati non si sarebbero allarmati oppure che, se ciò fosse successo, il fenomeno avrebbe investito anche gli altri. Invece, con lo spread oltre trecento, siamo nei guai soltanto noi. L’Unione ha dunque pensato che, in caso di disastro, non ci sarebbe l’effetto domino. Dunque noi, per giocare ai “duri”, non potevamo scegliere momento peggiore. 
La differenza fra Savona e i pentastellati, per non parlare di Salvini, è che il professore accetta di aprire gli occhi sulla realtà e per questo, a costo di fare una figura di melassa, ha fatto ampiamente marcia indietro. Gli altri invece - quelli che prima si sono illusi quanto lui e più di lui - non hanno né la sua chiarezza di visione, né la sua umiltà, né soprattutto il coraggio di ammettere l’enorme errore.  
Savona rimane inescusabile ma almeno ama l’Italia più del suo proprio prestigio. Mentre i leader del M5S e della Lega pensano solo al loro personale consenso e si comportano, dal punto di vista economico, da incompetenti e da irresponsabili.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 novembre 2018



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POLITICA
23 novembre 2018
LA COSTITUZIONE NON È IL CORANO
La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato. Essa contiene, oltre a norme riguardanti il concreto funzionamento delle istituzioni (per esempio la durata della legislatura) dei principi generali riguardanti la libertà dei cittadini, l’etica, la vita sociale  e l’economia. Fra l’altro, in Italia, esiste un apposito organo, la Corte Costituzionale, incaricato di cassare quelle leggi che, benché votate nei due rami del Parlamento, esso dovesse riconoscere in contrasto con la Carta.
Nella vita quotidiana, tuttavia, la Costituzione svolge un’ulteriore funzione: quella di “arma ultimativa” nelle discussioni politiche. Molti credono di poter prevalere nella contesa semplicemente affermando che la tesi dell’altro è in contrasto con la legge fondamentale. Questa accusa sembra essere la peggiore possibile, qualcosa di analogo all’esclamazione medievale: “Anathema sit!” E tuttavia è fuori fuoco.
La non conformità di una tesi con la Costituzione non è prova sufficiente della sua erroneità. Se così fosse, la Costituzione sarebbe stata dettata direttamente da Dio. E questa è una stupidaggine. Non soltanto, come qualunque opera umana, quel testo può contenere errori; non soltanto può essere superato a causa del passaggio del tempo (la nostra Costituzione è stata scritta nel 1947) ma soprattutto la stessa Carta ha previsto la propria migliorabilità, indicando il modo in cui può essere cambiata (art.138). 
Alla stoccata che si vorrebbe finale - “Ciò che tu sostieni è anticostituzionale!” - sarebbe dunque lecito rispondere: “E allora? Ciò significherebbe soltanto che bisognerebbe cambiare la Costituzione”. Naturalmente l’altro potrebbe rispondere che ciò richiede tempo e concordia, ed è vero: ma l’argomentazione riguarda il funzionamento delle istituzioni, non la validità o l’invalidità della tesi che si discute.
Fra l’altro la Costituzione sarebbe autorevole se non contenesse errori e addirittura palesi assurdità. In che altro modo si può giudicare l’art.11, quando afferma che l’Italia- “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”? A parte l’enfatico verbo “ripudiare”, qual è l’ultimo mezzo per risolvere le controversie internazionali, quando gli Stati non si mettono d’accordo? L’alternativa alla forza è il diritto, ma questo all’interno di uno Stato che funziona. Nella realtà internazionale, se l’Ucraina si presentasse dinanzi ad un giudice per denunciare che la Federazione Russa le ha scippato la Crimea, e un giudice le desse ragione, poi che se ne farebbe, Kiev, di quella ragione? Quando non dispone della forza per imporre i suoi dettati, il diritto  è un flatus vocis. Ripudiare la guerra è come ripudiare la pioggia o i terremoti. 
Rimane da spiegare il fascino che quel testo esercita su tante menti, tanto da essere stato innalzato da quelle meno acute al livello di feticcio.   Per cominciare va notato che il fenomeno non è unico. Il mondo occidentale è stato bloccato per due millenni dalla stima per Aristotele. Questi è stato una delle più grandi intelligenze che abbia prodotto la specie umana, ma non per questo era infallibile. Soprattutto in materia di scienza e in particolare di fisica. E tuttavia anche in questo campo, per molto tempo, la sua opinione è stata ritenuta indiscutibile. Invece di dimostrare personalmente la propria tesi, molti ricorrevano alla citazione: “Ipse dixit”, l’ha detto lo stesso Aristotele. Il “principio d’autorità” (usato anche da S.Tommaso nella Summa Theologica) è uno strumento che evita ogni fatica, ed umilia l’interlocutore, quasi gli chiedesse, irridendolo: “Chi sei, tu, per osare pensarla diversamente?” E per questo si tende ad usarlo ancora oggi, con la Costituzione.
I libri sacri non esistono e, se esistessero, sarebbero di fatto il testo sacro di una data società in un dato momento storico. È per questo che il Corano è un tale handicap, per la vita delle società islamiche, perché è in ritardo di  quattordici secoli sul presente. Anche nella nostra società non si sa quanto sia valido il concetto di famiglia se applicato all’unione di due omosessuali maschi o femmine, ma una cosa è certa: se la società l’accetta e lo trova normale, la Costituzione, non la società, dovrà adattarsi a questo sviluppo. E soprattutto sarebbe bello se la Carta si facesse gli affari suoi, occupandosi del funzionamento delle istituzioni, piuttosto che costituire una sorta di catechismo etico.
La nostra non è una società su base religiosa. E ciò vale anche per ciò che riguarda la guerra. È inutile ripudiarla tanto quanto sarebbe inutile stabilire che “lo Stato deve avere forze armate in grado di difendere adeguatamente la nazione”. Perché se poi lo Stato non spendesse adeguatamente per avere quell’esercito e quell’aviazione, chi potrebbe costringerlo? O la nazione sente quel dovere o non lo sente. E comunque, se si commette un errore in questo campo, ci pensa la storia ad infliggere la giusta punizione. Nel 1947, che tipo di errore potesse costituire la guerra, dopo l’azzardo   di Mussolini, gli italiani lo sapevano bene, per amarissima esperienza. 
Troppi sono convinti di modificare la realtà scrivendo parole nei libri sacri, nelle costituzioni e nelle leggi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
23 novembre 2018




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POLITICA
22 novembre 2018
TUFFO CARPIATO CON AVVITAMENTO TRIPLO
Da giovane non osavo tuffarmi a chiodo da due o tre metri ed ora mi appresto ad effettuare un tuffo carpiato con avvitamento triplo. In un mondo che vede negli investimenti keynesiani l’unica soluzione per uscire dalla stagnazione, mi permetto di proporre una ricetta diversa. Non per risolvere i problemi dell’Italia (figurarsi) e neppure per dimostrare quanto sono bravo: soltanto per suscitare le obiezioni degli amici, e capire dov’è che sbaglio.
1 Lo Stato opera a costi altissimi. Non  essendo una persona, non bada bene ai propri interessi e coloro che istituzionalmente dovrebbero proteggerlo  pensano in primo luogo al loro personale vantaggio. A volte arrivando alla corruzione. Il denaro dello Stato è di chi lo sa arraffare. Così, ogni volta che lo Stato spende il denaro dei cittadini per rilanciare l’economia bisogna immaginare un “moltiplicatore”scarso o addirittura negativo. Cioè che si “rilanci” ben poco, oppure addirittura che si spenda più di quanto ne guadagni il Paese. L’abbiamo già visto. L’Italia è keynesiana da sempre e ciò le è servito per creare un enorme debito pubblico e ritrovarsi in un’insolubile stagnazione. Dunque l’idea (rarissimamente contraddetta) che la soluzione dei problemi economici dell’Italia si trovi in cospicui investimenti pubblici è semplicemente sbagliata.
2 Ciò non vuol dire che in sé gli investimenti non siano capaci di rilanciare l’economia. La cosa è possibile quando gli investimenti sono privati, perché l’imprenditore investe in quanto conti di ricavarne un profitto e questo è garanzia dell’economicità dell’intrapresa. Da un lato l’investimento riguarderà un comparto produttivo, dall’altro non ci saranno sprechi. Potrà andar male una volta su dieci, ma non nove volte su dieci, come avviene con lo Stato.
3 Qui si deve rispondere ad un’obiezione. Qualcuno dirà: se lo Stato investe per costruire scuole, carceri o strade, questi investimenti , benché necessari, non sono immediatamente produttivi. E tuttavia creeranno posti di lavoro e potranno contribuire al rilancio dell’economia. Giusto. Ma quando si è in una grave crisi, bisogna pensare ad altri investimenti che l’economia la rilancino subito. Le opere che danno un vantaggio economico reale ma  lontano vanno rinviata al momento in cui la crisi sarà stata superata. Come negli incendi, la prima cosa da fare è spegnere le fiamme. In questo caso, creare ricchezza e posti di lavoro 
4 L’unico motivo che convince gli investitori privati a rischiare il proprio denaro e intraprendere è la prospettiva di un notevole guadagno. Ma in Italia ciò appare impossibile per gli infiniti vincoli, per la lentezza del sistema giudiziario e soprattutto per l’elevata pressione fiscale. Non è che lo Stato sia sadicamente e stupidamente vorace: è che ha disperatamente bisogno di quel denaro per assolvere gli infiniti compiti di cui si è fatto carico. Sicché il problema diviene: in che modo lo Stato potrebbe abbassare drasticamente la pressione fiscale?
5 In Italia, in questi casi, si pensa agli investimenti pubblici prendendo a prestito centinaia di miliardi ogni anno e inserendoli nell’economia, come “moltiplicatore”. Con conseguente immediata e drammatica dilatazione del debito pubblico. Purtroppo questa soluzione è impossibile. I mercati potrebbero rispondere non soltanto non prestandoci quel denaro (cioè non comprando i nostri titoli pubblici), e addirittura (venendo a mancare la fiducia) non permettendoci neanche di pagare gli interessi sui debiti già contratti. I competenti sanno che basta una crisi di liquidità, per esempio se le aste dei titoli pubblici andassero deserte per un mese o due, per farci fallire. Persino quel Matteo Salvini che sognava la tassa piatta al 15% per tutti, prima l’ha sdoppiata (e dunque non era piatta), poi l’ha temperata con provvidenze per i meno abbienti, infine l’ha riservata soltanto alle partite Iva e perfino a queste con importanti limitazioni. La vera tassa piatta intanto avrebbe fatto fallire l’Italia. E ciò malgrado ci troviamo comunque sottoposti a una procedura d’infrazione per debito eccessivo. 
6. Se la soluzione è una drammatica diminuzione della pressione fiscale, e se questa non si può attuare contraendo ulteriori debiti, rimane come unica alternativa un draconiano taglio delle spese. Lo Stato dovrebbe dimezzare i suoi servizi, occupandosi soltanto di quelli assolutamente essenziali, e divenendo molto, molto meno generoso di quanto sia oggi. Naturalmente a quel punto sarebbe guardato più o meno come l’Erode della leggenda, ma da un lato la prosperità si può avere soltanto in un mondo in cui gli imprenditori non sono perseguitati, il loro profitto non è visto come illegittimo,  e in cui perfino gli artigiani non sono costretti a dare metà del loro guadagno allo Stato. Dall’altro, se non lo decidiamo noi, tutto ciò, probabilmente lo deciderà la prossima crisi economica.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
     22 novembre 2018



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POLITICA
21 novembre 2018
ALTRO È PARLAR DI MORTE, ALTRO È MORIRE
Quando ancora c’erano i comunisti duri e puri – cioè fanatici – circolava questa barzelletta. In una regione del profondo Sud, Giacomino desiderava tanto la tessera del partito comunista, ma era considerato troppo rozzo per avere quell’onore.  Visto che però insisteva, gli proposero un esame, per guadagnarsi quell’iscrizione. Gli chiesero dunque che avrebbe fatto, se avesse avuto molto denaro e Giacomino rispose che l’avrebbe offerto al partito, per la causa della rivoluzione proletaria. Ottimo. Gli chiesero che cosa avrebbe fatto se avesse avuto un’automobile e lui rispose che avrebbe offerto anche quella. Applausi. E se avesse avuto una bicicletta? “Ah no!, esclamò Giacomino. Io una bicicletta ce l’ho veramente!”
Per anni questa barzelletta è stata usata contro l’idealismo senza spese di sinistra,  ma forse potrebbe avere un uso più vasto. Tra dire “Se vincessi alla lotteria darei metà della somma ai poveri”, mentre non si è vinto nulla, e farlo quando si è in possesso di una grossa somma, c’è tanta differenza quanta ce n’era per Giacomino tra dare l’automobile che non aveva e la bicicletta che aveva. E infatti troppa gente è estremamente moralista e severa quando deve giudicare i terzi, e altrettanto comprensiva e perdonista quando si tratta di sé, “Che c’entra, il mio caso è diverso”. Mentre spesso non lo è affatto.
Ma questo limite è pressoché invalicabile. Esso dipende dalla vivezza della rappresentazione mentale. Come suona il detto: “Altro è parlar di morte, altro è morire”. E tuttavia da questa differenza possono discendere conseguenze drammatiche. Una volta parlavo con uno scapestrato collega che stava “frequentando” un’alunna, col rischio che una volta o l’altra ci andasse a letto, ed io cercavo di fargli presente i rischi che correva. E lui mi rispose: “Ma in certi momenti, come fai a resistere?” Ed io gli replicai: “Hai ragione. Ma se nel momento in cui stai per congiungerti a lei qualcuno ti dicesse che ha l’Aids?” “Ah, certo”, rispose lui. Sicché conclusi: “Ciò significa che la tua salute ti preme più della morale e della tua carriera di professore”.
A tutto questo penso mentre Bruxelles dichiara di aver dato l’avvio alla procedura d’infrazione per eccesso di debito, che partirà oggi. Gli italiani, salvo qualche editorialista, sono assolutamente tranquilli. Tutti sappiamo di dover temere la salmonella, gli ingorghi dell’ “esodo” estivo e i danni di una grande alluvione, ma chi ha mai sofferto di una procedura d’infrazione? E per questo nessuno se ne preoccupa più del giusto, soprattutto oggi che splende il sole, almeno qui, e probabilmente splenderà anche domani. 
Purtroppo, i danni di qualcosa non dipendono da quanto la temiamo, quella cosa, ma da quanto sia nociva. Potremmo temere eccessivamente un danno che magari è inesistente (gli ogm, l’olio di palma, l’elettrosmog) e non curarci di qualcosa che potrebbe colpirci crudelmente  dal punto di vista economico. Ma non c’è niente da fare. “Ignoti nulla cupido”, dicevano i romani. Ma il detto si potrebbe aggiornare cambiandolo in: “Ignoti nulla formido”, nessuna paura.
Dunque è inutile continuare a scrivere della procedura d’infrazione. Si secca il prossimo parlando di nulla. Di una tale procedura hanno paura soltanto gli economisti, perché sanno di che si tratta. Come delle infezioni hanno paura i medici, e delle accuse, perfino infondate, hanno paura soprattutto i magistrati e i penalisti.
Ciò non toglie che, se lo stesso atteggiamento ce l’hanno i governanti, che stanno alla conduzione del Paese come i medici stanno alle malattie, la cosa non è più perdonabile. È lecito essere imbecilli a titolo privato, se poi si paga di persona per le sciocchezze dette o fatte. Quando Salvini, a chi gli parla dei mercati che fanno aumentare lo spread o non comprano i nostri titoli di Stato, risponde: “I mercati se ne faranno una ragione” meriterebbe di essere mandato a letto senza cena. Quella è una delle frasi più stupide, arroganti e demenziali che uomo abbia mai pronunciato. È come se qualcuno, avvertito che prendere il mare con una barchetta di tre metri mentre è annunciato un uragano è da incoscienti, rispondesse: “Che l’uragano si rassegni. Io voglio andare a pescare con la lenza e andrò a pescare”. Questa non è disinvoltura, questo non è volontarismo, questa è idiozia. E l’unica speranza è che chi dice questo sia in malafede. A volte un urugano si può anche chiamare “Unione Europea”. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 novembre 2018 
 



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POLITICA
21 novembre 2018
STUFARE
L’uomo è un tale sognatore, da non dare retta neppure all’esperienza. Una donna molto bella difficilmente resterà zitella, a meno che non rifiuti lei stessa di sposarsi. Ma se è molto bella e non ha la vocazione della zitella, potrà sposarsi quattro o cinque volte, come capita a certe dive di Hollywood. Purtroppo questo è tutt’altro che un successo. La serie di fallimenti matrimoniali dimostra che quella signora come moglie non è certo l’ideale. E tuttavia nulla si può contro la sua bellezza, che alimenta il sogno degli allocchi. Dopo quattro mariti lei troverà ancora il quinto o il sesto.
Una quantità incredibile di persone commette lo stesso errore, benché tale si sia rivelato in passato, e benché tutti ne abbiano sotto il naso qualche esperienza anche recente. E tuttavia ciò  non deve più stupire. Perché, se avviene, come sostenevano i filosofi della Scolastica è segno che poteva avvenire (ab esse ad posse valet illatio). E dunque bisogna dedurne non soltanto che non è assurdo ma è conforme alla natura umana.
Uno di questi errori immortali è la tendenza a non avere il senso della misura. Lasciamo stare per una volta l’aurea regola della Grecia classica, quella della moderazione, e ricordiamo un verbo dell’italiano familiare: “stufare”. Quando gli italiani dicono: “Ha stufato” non intendono dire che la persona criticata ha fatto qualcosa di sbagliato. Intendono dire che ha esagerato, al punto che quella certa attività, che magari da principio era sembrata positiva, insistendo è diventata negativa. Ormai, se un desiderio si ha, è quello di veder sparire il seccatore. 
Che cosa ha fatto Matteo Renzi, nel 2016, che non avesse già fatto nel 2015?  Eppure, se ciò che faceva prima era giusto, perché non lo è più stato nel 2016? E se ciò che ha detto e fatto nel 2016 era sbagliato, come mai la gente non se n’è accorta nel 2015? 
Posto che questa sia la lezione della realtà, com’è che Salvini e Di Maio non si accorgono di correre dei rischi, ricercando una visibilità come quella di Renzi? Quei due imperversano sugli schermi televisivi con una tale frequenza da divenire insopportabili. Perfino chi ha la precauzione di togliere l’audio ogni volta che appaiono, non può sfuggire al fastidio di vedere la faccia di uovo di pasqua mal lavato di Salvini o di becchino maghrebino di Di Maio. Si ha voglia di vederli sparire ma il giorno dopo – macché giorno dopo, mezz’ora dopo – eccoli di nuovo lì, a distillare i loro faraonici e salvifici progetti. Mentre lo spread supera i 320 punti, l’asta dei titoli va male e l’Europa si appresta a spiegarci per filo e per segno che significa “procedura d’infrazione”.
Ovviamente, tutto quanto precede potrebbe essere il frutto del cattivo carattere del sottoscritto. Quello stesso cattivo carattere che, misto al disgusto, in queste settimane mi spinge a star zitto. Nondimeno chi vuol bene a Salvini e Di Maio dovrebbe dargli qualche buon consiglio. Perché, mentre chi ha il disgusto facile sente prima degli altri il sentimento di rigetto, poi quel sentimento diviene di molti, e infine corale. La gente ci mette tempo, a capire, ma poi reagisce spietatamente. .
I leader più longevi non sono del tipo “tonitruante e fiammeggiante”. Hitler sembra un gigante, seppure negativo, della storia, ma anche come gigante negativo della storia non è gran che, se si pensa che è durato in tutto una dozzina d’anni, mentre la signora Merkel, tanto misurata da apparire addirittura spenta, quasi una tranquilla madre di famiglia, è lì sulla scena non si sa più da quanto tempo. Per non parlare di maratoneti della storia come Andreotti o addirittura Ottaviano Augusto che, se non fosse stato mortale, forse sarebbe ancora a capo dell’Impero Romano.
I ragazzacci al potere si stanno comportando come se avessero rubato le chiavi della macchina al padre ed ora, pur senza avere la patente, stessero scorrazzando felici per le strade. È come se volessero fare in un giorno tutte le esperienze possibili, alla guida, quasi sapessero che non avranno una seconda occasione. Senza capire che, più guai combinano, meno possibilità ci saranno di averla, quella seconda occasione. Né basteranno a salvarli le mille promesse che fanno oggi. Perché le promesse di oggi saranno i rinfacci di domani. E non sarà nemmeno autorizzata una revisione del processo.
Ma forse ciò che scrivo è intempestivo. Non essendo ancora compiutamente sostenuto dai fatti, sembra la solita geremiade. “D’accordo”, tanti auguri a Salvini e Di Maio. Se gli andrà bene, vorrà dire che è andata bene anche all’Italia, e non potrò che esserne lieto. Se invece andrà male, riappare Cassandra: “Non dite che non ve l’avevo detto”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 novembre 2018 




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POLITICA
18 novembre 2018
DIAGNOSI TARDIVA, IL MALATO È MORTO
Ecco un titolo del “Corriere”(1) di oggi: “ ‘La situazione è grave’. Savona stupito dalla reazione Ue”. Ma forse meno di quanto sia stupito io del suo stupore. 
Per mesi il professore ha spinto i 5 Stelle - a cui poi si è accodato anche Salvini, col suo piglio gladiatorio - ad osare e a non curarsi della possibile reazione delle istituzioni comunitarie. Ora, se bisogna credere ai “virgolettati” di Francesco Verderami, lui stesso dice che “la situazione è grave”, “Non mi aspettavo che andasse in questo modo” e ammette che la sua teoria è stata smentita dai fatti. E infine conclude, parlando con Giorgetti: è “Un disastro”.
È proprio vero che l’economia è una scienza matrigna, capace di accanirsi sui suoi più preparati cultori. Come può far sbagliare così pesantemente, e sul più importante problema economico nazionale, uno dei suoi figli migliori? Infatti non dubitiamo della sua competenza, universalmente riconosciuta. Non dubitiamo della sua onestà intellettuale, soprattutto nel momento in cui, come scrive Verderami, ammette che la realtà ha fatto a pezzi la sua teoria. Altri, meno leali, si sarebbero arrampicati sugli specchi per dimostrare che loro avevano ragione e la realtà torto. E invece Savona si dimostra onesto e coraggioso. Purtroppo, ciò non impedisce che, con tutta la sua scienza, sia stato sconfitto dal semplice buon senso e da qualche grossolana informazione ricavata dai giornali.
Il prof.Savona ha fatto il calcolo che l’Unione Europea, presa di petto dall’Italia, non avrebbe avuto il coraggio di resistere, a causa dei danni che ne sarebbero potuti derivare per l’euro e l’intera Unione. Fra l’altro anche perché l’attuale Commissione Europea scade nel 2019. Detto brutalmente, ha pensato che l’Italia potesse impunemente e vittoriosamente ricattare l’Europa. Intendiamoci, qui non si fa del moralismo. Anche perché in campo internazionale la morale non vale. Il punto infatti non è che abbiamo tentato una carognata, il punto è che essa non ha funzionato. E Savona avrebbe potuto prevederlo, se soltanto avesse badato ad alcuni parametri.
Se l’Europa fosse stata in una congiuntura economica in cui si fosse dovuto temere l’effetto domino, poteva anche darsi che all’Italia si concedesse pressoché qualunque cosa. Ma proprio questo non è più vero. Attualmente quattro dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) si sono ripresi e oggi non sarebbero molto toccati da un problema del quinto, l’Italia. Una nostra crisi gravissima potrebbe non far piacere all’Europa e potrebbe anche provocarle qualche problema, ma nell’attuale congiuntura essa può permettersi di abbandonarci al nostro destino. Oggi non rappresentiamo più un grave pericolo per gli altri. Si è visto chiaramente qualche giorno fa quando, non appena abbiamo risposto picche all’Europa, Austria e Olanda si sono fatti promotori della linea dura contro di noi, chiedendo l’applicazione severa delle sanzioni e dei regolamenti comunitari.
A costo di ripetere le stesse cose per la centesima volta: l’aumento del debito (che noi chiamiamo flessibilità) potrebbe provocare una crisi di sfiducia nell’Italia, con conseguente cataclisma borsistico. Ma oggi - sembra si dicano a Bruxelles e a Francoforte -  se noi insistiamo a voler correre questo rischio, sono affari nostri. L’Europa farà quanto possibile per non essere contagiata, e reputa addirittura che, se l’Italia sprofondasse, non trascinerebbe con sé gli altri PIIGS e, men che meno, i Paesi economicamente forti.
Quanto al fatto che la Commissione Europea sia “in scadenza”, questo non la indebolisce affatto. Chi sa di doversene comunque andare, non avrà certo dei riguardi nei confronti dell’Italia, e sopratutto di chi l’ha trattato da ubriacone.
Dunque, di che cosa si lamenta, Savona? Del fatto che non siamo riusciti a far paura all’Unione Europea? Eppure da persona colta avrebbe dovuto ricordare che – da quando qualcuno promise: “Spezzeremo le reni alla Grecia” - questa mossa non porta bene.
La conclusione è mesta. Tanto di cappello al professor Savona, per la sua statura di galantuomo. Purtroppo il coraggioso riconoscimento del suo errore non compensa la collettività di un danno che forse non è più rimediabile. Come potrebbe l’Italia, e soprattutto come potrebbero i nostri audaci leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio, fare una totale marcia indietro? Come potranno dire che non c’è una lira, che non si manterranno le assurde promesse del “Contratto”, e che loro sono due pagliacci? Se lo facessero sarebbero dei giganti, umanamente, ma politicamente non dovrebbero più candidarsi neppure ad amministrare un condominio. 
Le eroiche ammissioni del prof.Savona non serviranno a niente. È troppo tardi. Troppo tardi anche per far dimenticare le provocazioni del suo amico Antonio Rinaldi. La minestra che abbiamo ordinato è ormai nella scodella e non ci rimane che inghiottirla.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
18 novembre 2018
(1)https://www.corriere.it/politica/18_novembre_16/situazione-grave-2f09dbe2-e9e9-11e8-863b-3e637f80be2e.shtml



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POLITICA
17 novembre 2018
PARETO E IL POPOLO
Un amico mi invia la seguente citazione di Vilfredo Pareto: "Le teorie umanitarie ed etiche giovano solo quando chi le usa non ci crede, o almeno poco ci crede. Son ottime come finzione, pessime come fede. Nelle prossime battaglie sociali vinceranno solo coloro che non avranno ritegno ad adoprare la forza, né troppa ripugnanza a spargere il sangue; e pare molto probabile che costoro sorgeranno dalle classi popolari dove si serbano incolumi le energie virili della razza, ed ove lentamente maturano le nuove parti elette della nazione, alle quali spetta il governo della societá"  E chiede: “Che pensasse a Salvini?”
La domanda è ironica, considerato che Pareto è morto da quasi cent’anni. E forse il grande sociologo voleva anche sfogare un suo momento di malumore. Ma le questioni che pone sono interessanti. 
Che le teorie umanitarie ed etiche possano giovare a chi se ne serve in malafede non è cosa che si possa mettere in dubbio. Ma “sono pessime come fede”? Ciò potrebbe essere vero per varie ragioni. In primo luogo, chi prova a metterle in pratica va spesso incontro a incomprensioni, delusioni e tentativi di sfruttamento da parte dei terzi. Inoltre non raramente si scontra con i possibili beneficiari. Sicché potrà esercitare correttamente e proficuamente quelle virtù soltanto chi sia tanto pieno di esperienza, tanto prudente e soprattutto tanto diffidente da non farsi mettere nel sacco dai malintenzionati. Vasto programma. Al punto che, nel dubbio, si dovrebbe sconsigliare a chiunque quella benemerita attività.
Viceversa molto discutibile appare la teoria secondo cui le prossime battaglie sociali saranno vinte – con la violenza e con spargimento di sangue - dalle classi popolari. In primo luogo le classi popolari si ribellano contro i governi criticabili, mentre non osano nemmeno mormorare proteste verso i governi veramente dispotici: come si è visto per interminabili decenni sotto Stalin. Comunque è vero: non appena ne hanno la possibilità, le folle non rifuggono dai peggiori sistemi, in questo Pareto ha ragione. Ma egli avrebbe anche dovuto ricordare che spesso, dopo aver usato i peggiori metodi  fino a consegnare il potere a qualcuno, poi questo qualcuno si riela un despota. Usa cioè contro di loro gli stessi metodi contro i quali le stesse classi popolari si erano sollevate. Magari peggiorandoli. Un esempio per tutti: Lenin. Questo “rivoluzionario professionista” fu portato al potere da un embrione di classe media e soprattutto dalla folla sterminata dei mugik e dei proletari, per protesta contro le condizioni di vita che imponeva lo zar: mancanza di libertà, umiliazioni, insignificanza dell’individuo. E che cosa impose, poi, Lenin, alla Russia? Mancanza di libertà, insignificanza e soprattutto – novità – fame. 
Al riguardo – sia detto en passant – non ci stupisca che questi mali della Russia Sovietica siano attribuiti a Lenin: perché fu lui che, pur senza essere un malato di mente criminale come Stalin, dette inizio all’illibertà e al sistema dei gulag, che poi il suo successore portò alle estreme conseguenze. Lenin, prima di morire, ebbe il tempo di capire di che pasta era fatto Stalin, persino in confronto a se stesso. Si rese conto che  al potere sarebbe stato una tragedia, per la Russia, ma non riuscì ad evitarla.
Dunque sarà pur vero, come dice Pareto, che le classi popolari “serbano incolumi le energie virili della razza” ma, quando hanno la democrazia, farebbero bene a non dar loro libero corso. In poco più di due secoli abbiamo visto quali frutti abbiano dato la Révolution, col Terrore, la rivoluzione proletaria di Stalin, col gulag, e il sogno Tausendjahr Reich di Hitler, con la Shoah e l’annientamento della Germania.
Non è affatto detto che, dopo una rivoluzione popolare, vadano al potere “le nuove parti elette della nazione”, perché ci possono andare anche le parti peggiori e persino criminali.
Forse Pareto era vagamente disgustato dalla mancanza di gloria dei momenti tranquilli, dalla mollezza di costumi che ispira la pace, e perfino dalla mancanza di energia guerriera delle classi che hanno vinto (si pensi ai romani rispetto ai barbari). Ma nessuno che abbia visto la belva uomo in azione può desiderarne il ritorno.
Brecht non era un personaggio simpatico, ma gli va reso omaggio per aver detto: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Meglio una shopkeeper nation come la Gran Bretagna derisa da Napoleone, ma con cittadini vivi, che un popolo di guerrieri, prevalentemente morti, come hanno rischiato di essere la Germania e il Giappone.
     Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 novembre 2018




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POLITICA
15 novembre 2018
CAPIRE QUESTO GOVERNO
Per anni non ho ascoltato Beppe Grillo e per anni non mi sono chiesto che cosa pensassero gli aderenti al suo Movimento, considerandoli tutti indegni della mia attenzione. Poi, quando hanno vinto le elezioni, ho capito che ero io a non essere degno della loro attenzione. E tuttavia questo bagno di umiltà non è stato molto utile. Prima non li ho capiti perché non mi occupavo di loro, poi non li ho capiti benché mi occupassi di loro. 
Soltanto in questi giorni, mentre sfidano apertamente l’Europa e sembrano augurarsi che gli cali sul collo la mannaia della procedura d’infrazione, ho avuto come un lampo, un’illuminazione, quanto meno un’ipotesi di spiegazione: non li ho capiti perché ho usato lo strumento sbagliato. 
Riguardo al concetto di “metodo sbagliato” devo eterna gratitudine a Ernest Renan. I credenti si affannano a dimostrare la storicità dei Vangeli per infine concludere che, essendo quei libri “storici”, sono storici anche i miracoli e dunque Gesù era il figlio di Dio. Il famoso autore della “Vie de Jésus” scrisse invece che i Vangeli non possono essere considerati libri storici proprio perché contengono miracoli, e l’affermazione ebbe nella mia mente l’effetto di una schioppettata. Renan, con la sua affermazione, ha infatti ribaltato brillantemente la questione: il metodo storico esige che ciò che si dà per avvenuto sia effettivamente dimostrato e  verosimile. Io stesso ho avuto occasione di applicare il suo metodo. A proposito della battaglia delle Termopili a un certo punto Erodoto parla anche dell’intervento di un gigante nella fase finale, a difesa dei greci, mentre in tutta la “Guerra del Peloponneso” Tucidide non parla mai di fatti “sovrumani”. E questo distingue i due:  Erodoto è uno storico da leggere con spirito critico e rimanendo sospettosi, Tucidide è il “padre della Storia”, il  maestro imperituro e forse inimitabile.
Non si vuole qui contestare il Cristianesimo: si fa una questione di metodo. I Vangeli sono testi posti a base di una religione e non c’è ragione che siano “storici”. Sono destinati a persone che credono ai miracoli e per ciò stesso usano nei confronti della realtà una mentalità diversa da quella degli scienziati, dei miscredenti e, ovviamente, degli storici. Che essi dunque credano ciò che vogliono, ma non abbiano la pretesa di parlare di storia.
La premessa mi serve per spiegare in che modo ho sbagliato metodo  con  i Cinque Stelle (5S): io non ho tenuto conto del fatto che essi non usano gli stessi parametri e gli stessi valori che uso io, anzi, che usiamo tutti gli altri. Mentre un editorialista potrebbe capire le loro teorie economiche o politologiche, se le avessero, loro non potrebbero nemmeno capire le sue domande. La prima caratteristica dei 5S è infatti una straordinaria, oceanica, illimitata e volontaria ignoranza. Un’ignoranza programmatica di proporzioni così vaste da non lasciare spazio per scrupoli, dubbi, perplessità. È come una religione e si nutre della convinzione che l’ignoranza sia migliore del sapere. 
Per i 5S, quando si tratta di parlare e di agire bisogna fidarsi del cuore. Quando Grillo ha detto che Genova non aveva bisogno della “Gronda” e che il Ponte Morandi sarebbe durato ancora cent’anni non si è certo fondato sulla perizia di un ingegnere. Per lui e per i suoi seguaci bisogna dar retta a ciò che si è vagamente intuito, a ciò che si è desiderato, a ciò su cui si è stati d’accordo al bar. Del resto, non è stato Rousseau – quello stesso Rousseau venerato da Gianroberto Casaleggio – a dire che l’uomo che sente è morale mentre “l’homme qui médite est un animal dépravé”, l’uomo che medita è un animale depravato?
Ecco il lampo per comprendere i maggiorenti del partito  delle Cinque Stelle. Ed anche il loro alleato Matteo Salvini. Questi signori non sono soltanto ignoranti, sono anche fierissimi di essere ignoranti. Loro “sentono ciò che è giusto” e per questo possono non ascoltare i moniti della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale e di Moody’s, che a momenti dichiara spazzatura i nostri titoli di Stato. Né più importanti sono le preoccupazioni della Banca d’Italia, della Corte dei Conti e dell’Istat. Per non parlare delle associazioni di produttori, delle Borse e di uno spread con i Bund tedeschi che viaggia costantemente sui trecento punti base. E questo si spiega con l’illuminazione che credo di avere avuta: si può essere sordi agli ammonimenti degli specialisti soltanto partendo dal principio che “più sono importanti, più sono competenti, più sono autorevoli, e meno meritano di essere ascoltati”.
A questo punto non rimane che aspettare gli esiti concreti di questo principio. Purtroppo il conto non sarà presentato a loro, ma a noi. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
15 novembre 2018




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POLITICA
14 novembre 2018
GUARDARE DIETRO LE PAROLE
A scuola ci hanno parlato di John Locke e dopo tanti anni rimane scolpito in mente il suo principio sulla conoscenza umana: “nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”. Non c’è nulla nella mente che prima non sia stato nei sensi. Per chiunque sia alieno da ogni metafisica e da ogni innatismo platonico, si tratta di un’evidenza. Dal momento che veniamo in contatto con la realtà attraverso i sensi, attraverso che cos’altro potremmo crearci delle idee? Ma è sempre massima che val la pena di ribadire.
      Ovviamente il principio deve avere dei temperamenti. Infatti se lo stesso messaggio dei sensi avesse le stesse conseguenze, a parità di percezione, un gatto dovrebbe avere le nostre stesse idee e non credo sia così. Eratostene, guardando l’ombra di un bastone, riuscì a determinare le dimensioni della Terra e questo nessun gatto saprebbe farlo mai. 
Malgrado queste vette intellettuali, il principio di Locke è confermato dallo stesso linguaggio che usiamo. Il nostro pensiero è legato alle sensazioni, anche per le cose astratte, perché deriva in primo luogo dall’esperienza sensoriale. Perfino la parola “idea” significa “immagine”. E questo è vero al punto che, parlando, spesso gesticoliamo. Descriviamo con le mani idee come incollare, separare, coincidere, girare, innalzarsi, cadere e mille altri concetti. Un attento studio dell’etimologia rivela che la maggior parte delle parole, incluse quelle che indicano concetti astratti, si riportano a fatti o immagini concrete. Implicazione significa “star nascosto nelle pieghe”, pensare significa pesare, Inferno è un luogo sotterraneo, equilibrio significa “bilancia che non pende”, desiderare “implorare le stelle” e sconsiderato è colui che non sa consultarsi con le stelle. Non si finirebbe mai. 
Purtroppo per la maggior parte di noi il profondo significato delle parole rimane un mistero, e infatti le usiamo più secondo le convenzioni che secondo la loro origine, fino a perdere il contatto con i sensi . Come sarebbe possibile la “concordia”, se i nostri cuori sono separati e ciascun cuore batte per sé? L’amore del prossimo astrattamente inteso come mai riesce a convivere tanto facilmente con pessimi rapporti con i vicini, cioè con i prossimi reali?
Viceversa siamo capaci di prendere sul serio cose inesistenti, se hanno per noi un aspetto visibile. Un pacchetto di banconote di grosso taglio è visto come un bene concreto da tutti mentre in realtà è un mucchio di promesse che potrebbero anche non essere mantenute, a causa dell’inflazione o di un cambio di moneta da parte dello Stato. Ma la suggestione dell’“oggetto denaro” è invincibile. E infatti i casino obbligano astutamente i giocatori a cambiare il denaro con “fiche”, perché le “fiche” non sembrano denaro e gli sciocchi le perdono più facilmente che se dovessero mettere sul tavolo verde autentiche banconote. E questo soltanto perché quei pezzetti di plastica “visivamente” non sembrano denaro.
Il sistema del linguaggio può farci dimenticare la realtà cui esso si riferisce. Se un concetto astratto (e forse fondato sul nulla) come per esempio “il dovere della solidarietà” o “la fraternità umana”, è ripetuto un numero sufficiente di volte, è creduto una solida realtà, mentre al casinò possiamo rovinarci soltanto perché dimentichiamo di star maneggiando denaro.
 A volte addirittura fraintendiamo il significato vero delle parole. “Minaccia” significa “cercare di imporre qualcosa incutendo paura” ma lo sciocco – un qualunque Matteo Salvini, per dire -  crede di esorcizzarla rispondendo: “Non mi fate paura”, senza rendersi conto che non si tratta di paura, ma del male che l’altro può infliggere, che se ne abbia paura o no. Ecco perché le rodomontate dei nostri attuali governanti contro l’Europa lasciano interdetti. Uno si aspetterebbe di conoscere non i loro sentimenti ma se rischiamo qualcosa di molto negativo o no. E come, eventualmente, farebbero fronte a questo problema. 
Purtroppo parole come deficit, debito pubblico, procedura d’infrazione, disavanzo, spread, servizio del debito, inflazione, non hanno il colore e l’efficacia emotiva di altre come “alluvione”, “fame”, “terremoto”. Addirittura, dello stesso terremoto hanno molto più paura coloro che ne hanno vissuto uno. 
L’Italia ha ancora una volta disinvoltamente risposto picche a Bruxelles. E la gente rimane tranquilla perché le sanzioni che l’Europa potrebbe infliggerci sono nebulose. Non hanno valenza emotiva e non corrispondono a nessun ricordo. E allora perché preoccuparcene? 
I nostri governanti non prendono sul serio l’economia. Salvini e Di Maio sembrano due ragazzotti che continuano a dire: “Io lo faccio e poi tu che mi fai, mi sculacci?” Non pensano che un ragazzo lo si può punire molto più duramente, senza nemmeno toccarlo: basta buttarlo fuori di casa, a cercarsi qualcosa da mangiare la sera e un rifugio per la notte.
Questa classe politica si mette nei guai, e la cosa ci importerebbe molto poco, se non ci trascinasse giù con sé. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 novembre 2018



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POLITICA
12 novembre 2018
UNA TORINO NON FA PRIMAVERA
La manifestazione di Torino per la prosecuzione dei lavori per l’Alta Velocità Torino-Lione ha avuto pressoché universalmente commenti favorevoli. Un po’ perché è sempre politicamente sconsigliabile andare contro la piazza, un po’ perché era per molti un’occasione di andare contro il governo. Infine era tempo che qualcuno si esprimesse per l’innovazione e la modernità. Dunque le reazioni positive all’iniziativa non possono che far piacere. Nondimeno è lecito temere che ci si facciano illusioni sul significato della manifestazione. I torinesi non si sarebbero certo scomodati ad andare in Piazza Castello per protestare contro la chiusura dell’Ilva di Taranto e i cittadini di Taranto domani non farebbero una sfilata in strada per solidarietà con i torinesi. Qui non si intende rimproverare nessuno. È naturale che ciascuno si faccia gli affari suoi. Ma è proprio questo che può rendere tristi: il fatto che non si capiscano bene quali siano gli affari propri.
In questa occasione i  torinesi si sono resi conto che il misoneismo miope e antistorico danneggia la città in termini di posti di lavoro e di ricadute economiche, e in questo non avevano torto. Ma il problema è di portata ben più vasta e richiederebbe una sollevazione dell’intera Italia. La nostra società non si rende conto che viviamo in un’epoca neo-medievale. Da una parte l’oscurantismo è atteggiamento meritorio e dovuto, dall’altra la novità e la scienza costituiscono il pericolo. In qualunque occasione i maîtres à penser con la licenza media ci rimproverano di essere moderni, di amare le comodità, a volte persino di esistere. Quando c’è un disastro naturale – un’alluvione, un terremoto, una mareggiata – la tendenza è quella di biasimare l’uomo per avere costruito case, porti, strade. E, quando non si sa essere più specifici, per avere cambiato il clima. Come se fosse sicuro che l’uomo ha la possibilità di ottenere un simile risultato. Ci si attiva con angosciata sollecitudine quando si tratta di difendere i rinoceronti e le gazzelle, mentre noi esseri umani sulla Terra sembriamo degli squatters, dei residenti abusivi e nocivi. 
La paroletta “no” ha un’aureola di inconcussa nobiltà. Quando non si sa per quale ragione ci si deve opporre ad un progetto, ci si oppone perché opporsi è sempre giusto. Un ottimo esempio è la Tap, un gasdotto che è soltanto un grosso tubo che viaggia sottoterra. Domanda: che fastidio può dare un tubo, sottoterra? Nelle nostre città non viaggiano forse sottoterra i cavi del telefono, i tubi dell’acqua, le fogne e persino i treni della metropolitana? Che dite, ne facciamo a meno, così non disturbiamo i topi? Ci si lamentava per il fatto che quei lavori avrebbero comportato lo sradicamento degli alberi lungo quel percorso, poverini, e allora si è disposto che quegli alberi fossero impacchettati per essere ripiantati. Tutto bene? Macché. Il no rimane no e si rischiano altre manifestazioni di piazza. 
La tendenza oscurantista e paralizzante è così pronunciata che, dopo esserci risolutamente opposti agli innocentissimi e utilissimi ogm, ci siamo opposti anche ai vaccini, fino a provocare una sollevazione non del buon senso - che sarebbe stata una cosa bella - ma dei genitori che temevano di veder contagiati i loro figli. Dunque non una risposta della scienza al pregiudizio e alla stupidità, ma soltanto quella di una paura contro un’altra paura. E il M5S, sentina di ogni forma di volgarità intellettuale, si è fatto portavoce di questa mentalità, divenendo così il partito più votato.  
Ho superato da tempo gli ottant’anni e tuttavia, nei confronti di questo Paese, mi sento come un giovane del Novecento che ha da fare con i più ottusi parrucconi del XIX o, chissà, del XVII Secolo. Gente a cui bisogna spiegare che Pasteur non è un avvelenatore, che i treni a vapore non terrorizzeranno le vacche fino a farle smettere di produrre latte, e perfino che il telaio meccanico non renderà disoccupati tutti gli operai. 
Che stanchezza, dinanzi a questo mondo scervellato. La gente, in nome di una religione ecologica ottusa e intransigente, dimostra una sensibilità morbosa quando si tratta di difendere le piante e gli insetti e poi è restia a donare gli organi del proprio corpo, morendo, oppure è spietata con chi preferirebbe morire senza soffrire. Visto che c’è modo di farlo in modo indolore e dignitoso. Tanti sono sensibilissimi allo stato di bisogno delle sterminate folle africane prive di tutto, e sono disposti ad accoglierle in quantità indefinita, all’unica condizione che sia senza aggravio di tasse e in un quartiere lontano da casa loro. 
Il nostro Paese è infestato da mille pregiudizi, buona parte dei quali è a monte della nostra inguaribile crisi economica. È in nome dei migliori principi e dei più alti ideali che abbiamo imposto tanti pesi e tanti vincoli alla produzione di ricchezza, che si siamo impoveriti. Già, perché accanto alla CO2, ai vaccini e agli ogm, noi stramalediciamo anche il profitto. Gli imprenditori, se fossero come li vogliono i nostri maîtres à penser, dovrebbero lavorare soltanto nell’interesse dei loro dipendenti, magari in perdita. Dice niente l’ “Alitalia”, l’impresa che l’Italia ce l’ha anche nel nome?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
12 novembre 2018



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POLITICA
11 novembre 2018
PENSARCI IN TEMPO
Ad alcuni gli Stati Uniti sono simpatici e ad altri sono antipatici. Io mi iscrivo risolutamente nella prima categoria ma ciò non significa che mi sia impegnato a dar loro ragione quand’anche dovesse sembrarmi che abbiano torto. Comunque andiamo al caso concreto.
Alcuni anni fa i cinque membri permanenti dell’Onu – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia - più la Germania, hanno firmato un trattato con l’Iran in base al quale Teheran si impegnava ad alcuni comportamenti, in primo luogo a non produrre la bomba atomica. In compenso la controparte avrebbe posto un termine alle sanzioni. Obama è stato molto contento di quel trattato, mentre Israele, costante oggetto delle minacce di annientamento di Teheran, ha gridato sui tetti che quell’accordo era un’imprudenza. Ha affermato che Teheran si sarebbe procurata lo stesso l’atomica, in barba alle clausole del trattato, e ciò avrebbe potuto condurre a catastrofi di cui ci si sarebbe largamente pentiti. Ma l’America era pacifista e lontana, gli europei molto interessati a fare  affari con l’Iran, e nessuno dava ascolto a quel piccolo Paese. E ciò pur riconoscendo che Teheran da anni conduce una politica aggressiva, con ambizioni di potenza regionale che molto hanno allarmato ed allarmano gli Stati sunniti di quello scacchiere. Ma l’Europa era troppo contenta di far affari con l’Iran, in particolare capace di calmierare il prezzo del greggio. 
Poi però è successo l’imprevisto. Gli Stati Uniti hanno eletto un Presidente anomalo e spregiudicato, il quale ha avuto il coraggio di sconfessare totalmente la politica del suo predecessore, fino a non ratificare il trattato con Teheran, ed anzi ha imposto a tutti la ripresa e perfino l’aggravamento delle sanzioni all’Iran. A questo punto, per le potenze europee sarebbe stato poco dignitoso allinearsi dietro un Paese che cambia idea. Purtroppo il problema non era di semplice facciata. Non si tratta di dignità, si tratta di costi. Gli Stati Uniti, con la minaccia di escludere da ogni rapporto le imprese che dovessero fare affari con l’Iran, esercitano su tutti una pressione pressoché irresistibile. Il mercato americano è molto più importante di quello del Paese asiatico. Dunque le grandi imprese europee sono costrette a seguire Trump nelle sue sanzioni. E approvarle o disapprovarle, quelle sanzioni, diviene bla bla. Trump ha il potere di fare ciò che sta facendo, e lo fa. È tutto. 
Tuttavia, se i commenti morali sono inutili, non lo sono quelli politici ed economici. Il capovolgimento della politica di Obama operato da Trump ci conviene o ci danneggia? La domanda è ardua. Forse fa parte di quelle cui dà una seria risposta soltanto la storia. E nemmeno sempre. Ma è lecito avere delle opinioni. 
In linea di principio, osservando che Obama è un idealista (basti vedere i disastri che ha combinato nel Vicino Oriente), mentre Trump è un realista, è naturale pensare che Trump abbia ragione e Obama torto. Poi c’è l’allarme di Israele, Paese politicamente e militarmente serissimo, mentre i musulmani non sono famosi per la loro lealtà negli accordi. Ché anzi il Corano li autorizza ad essere sleali con gli infedeli. Infine l’Iran prima, per anni, ha proclamato urbi et orbi la sua volontà di annientare (anche fisicamente) Israele, poi ha cominciato a (tentare di) stabilire basi militari in Siria. Cioè a pochi chilometri da Israele. E gli aeroplani con la Stella di Davide non hanno certo fatto finta di non accorgersene.
Dunque Trump – trattati o non trattati - si è chiesto se fosse meglio affrontare subito un piccolo problema, o aspettare che divenisse tanto grande – come è avvenuto con la Corea del Nord – da non essere più gestibile. E se questa fosse la sua opinione, non avrebbe per nulla torto. Negli Anni Trenta la Francia ha fatto male a non vietare efficacemente il riarmo tedesco e l’ha pagata carissima. Negli scorsi decenni l’America è stata vile nei confronti della Corea del Nord, e oggi quel demenziale Paese è in possesso dell’arma atomica, con pericolo per il mondo intero. Certo non si vede come si possa credere alla sua promessa di disarmo nucleare. Sarebbe come se un tizio che ha lavorato tutta la vita per comprare una Ferrari, promettesse che presto la regalerà al Comune per la raccolta dei rifiuti.
Il comportamento dell’America sarà incoerente e Trump potrà essere accusato di essere un prevaricatore, ma penso che Israele abbia ragione, nello sperare che Dio ce lo conservi a lungo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
11 novembre 2018



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POLITICA
10 novembre 2018
NOTA SULL'ASSOLUZIONE DELLA RAGGI
remetto che non ho seguito da vicino il procedimento, nemmeno sui giornali. Dunque  il piacere che manifesto per l’assoluzione della sindaca di Roma, avv.Virginia Raggi, non deriva dalla certezza della sua innocenza, ma da altri motivi.
Il primo è che il mio innocentismo va così lontano, che sono sempre contento quando qualcuno è assolto. Né potrebbe essere diversamente, dal momento che l’intero sistema giudiziario di un Paese civile è sempre organizzato intorno al principio che è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente. Quello che i romani esprimevano col brocardo: in dubio pro reo.
Il secondo motivo – più tecnico, questo – è che, se non vado errato, la presunta prova regina per condannare la Raggi era un’intercettazione telefonica. E qui entra in campo un’altra idiosincrasia, per chiunque sia tendenzialmente innocentista: l’eccesso di intercettazioni che imperversa nel nostro Paese. Mentre tutti tendiamo a credere che, parlando per telefono, stiamo parlando con una persona, insomma che siamo “tu ed io”, le quotidiane smentite che vengono dai media, e purtroppo anche dai Tribunali, ci insegnano che parlare al telefono è come parlare gridando dalla finestra. Ecco dunque che, se la Raggi ha detto al telefono  la frase che avrebbe potuto incriminarla, ed oggi è stata assolta con qualche contorsione giuridica, ne sono ancora contento, perché il procedimento non sarebbe nemmeno dovuto cominciare.
Poi sono contento della sua assoluzione perché è un’autorità, e in Italia chi è un sindaco, un deputato, un “grand commis”, è perseguitato dalle denunce e dalla magistratura. Un mio fraterno amico, persona di specchiata onestà e al di sopra di ogni sospetto, una volta che fu nominato Sovrintendente per i Beni Culturali o come si chiama, mi disse che passava più tempo al Palazzo di Giustizia, a farsi assolvere dalle mille denunce che riceveva, che a lavorare alla sua scrivania . “E per fortuna, mi disse, mi pagano l’avvocato. Se no non so quanto ci rimetterei”.
Infine, devo pure confessare l’ultimo motivo per il quale sono lieto dell’assoluzione della Raggi, anche se non mi fa onore. Se la signora fosse stata condannata, e fosse stata costretta a dimettersi, innanzi tutto lei, o perfino gli stessi Cinque Stelle, avrebbero potuto posare a vittime. Poi si sarebbe applicato l’illiberale regolamento di quel Movimento, quello fondato sul principio dell’infallibilità della magistratura. Quasi che un giudice Davigo fosse in possesso della Verità Rivelata. Infine ci sarebbe stata la possibilità che si avesse un altro sindaco – del Movimento 5 Stelle o di altro partito – che avrebbe potuto far dimenticare i disastri dell’incompetenza al potere. Invece, rimanendo la Raggi al suo posto, potrà continuare a dar prova delle sue grandi capacità di amministratrice della città, con grande soddisfazione dei romani.
Intendiamoci, so benissimo che il compito che .la signora ha dovuto affrontare è stato ed è al di sopra delle forze umane. Quand’anche lei avesse avuto capacità ben superiori a quelle che ha dimostrato. Ma proprio per questo io mai mi candiderei per divenire sindaco della mia città, e men che meno di Roma. Domanda: a lei chi gliel’ha fatto fare? E se gliel’ha fatto fare la sua inesperienza, rimane ancora la domanda: essendo inesperiente, con quale coraggio ha salito i gradini del Campidoglio?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 novembre 2018 




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POLITICA
10 novembre 2018
TRIA PER TRIA, VENTUNO
Il ministro Giovanni Tria tendenzialmente mi è simpatico. È un piccoletto e per solidarietà di categoria dovrei sostenerlo. Inoltre si direbbe che, nel dubbio su che faccia fare, intanto sorride. Che Dio lo benedica. Probabilmente ha un buon rapporto con l’umanità, e anche questo depone a suo favore. Si ricordi con quanta animosità quella stessa umanità l’ha fatta pagare cara ad arroganti tipo D’Alema o Renzi. Inoltre dicono che Tria sia un eccellente economista e non ho ragione di non crederci. Del resto, il modo come tiene gli occhiali sulla punta del naso e spesso traguarda al di sopra di essi come chi si sporgesse da una fortificazione, offre la certezza che non conta sul fascino fisico. Dunque deve essere sicuro di avere altre corde al suo arco. Ed io non ho ragione di dubitarne. Insomma, quando hanno chiamato lui, al ministero dell’economia, tendenzialmente ne sono stato contento. 
Ma questa impressione positiva è quasi divenuta entusiasmo quando ha detto “flatly” - direbbero gli inglesi, cioè “insipidamente”, traduce un dizionario, ma io direi “senza enfasi” - che la legge di stabilità non doveva superare un massimo dell’1,6% di deficit. Da un lato Di Maio e Salvini promettevano la Luna, fino a ventilare provvedimenti che insieme andavano a costare sui cento miliardi (non sto inventando la cifra, credo sia stata fatta da Cottarelli) dall’altro quest’omino sembrava dire che non c’era trippa per gatti. Che si acconciassero a un programma all’interno di quella cifra, diversamente non si sarebbe potuto mantenere l’impegno di far scendere un po’ il debito pubblico, come promesso. Tanto di cappello al coraggio tranquillo.
Ma bisogna essere razionali, e chiedersi come mai un piccolo professionista, privo di sostegno politico, osasse confrontarsi a muso duro, ed anzi, col suo solito sorriso, con coloro che ripetono da mane a sera che hanno il sostegno del popolo e dunque sono onnipotenti. E qui sono cominciati i problemi.
Una persona che si comporta così, o ha un potere che non conosciamo oppure ha un forte senso della propria dignità professionale. Quasi dicesse: “Se non fate così, vi bastono. E se non posso bastonarvi me ne vado”. Ma, arrivati al dunque, i Dioscuri hanno sparato una percentuale molto, molto maggiore (2,4%), tale da fare sballare i conti e provocare la probabile reazione delle autorità europee, fino alla procedura d’inflazione, per non parlare della reazione dei mercati. E che cosa ha fatto a questo punto, il nostro eroe? 
Lo spettatore da prima ha pensato: “Ora gli farà vedere di che pasta è fatto”. Purtroppo subito abbiamo appreso in primo luogo che non aveva nessun bastone, se non il flebile e lontano accordo col Presidente Mattarella. Insecondo luogo che non si dimetteva. Forse, volendolo difendere a tutti i costi, ho pensato: “Che uomo, accetta di passare per un vile, pur di non allarmare i mercati. Magari si dimetterà fra un giorno o due, un venerdì pomeriggio, quando i mercati sono chiusi”. E invece niente. Se Tria gli voleva far vedere di che pasta è fatto, gli ha fatto vedere che è di pastafrolla.
Da quel momento Tria è divenuto un mio problema personale. Facendo funzionare l’empatia a mille, cioè mettendomi nei suoi panni, mi sono chiesto: “Come la metterà, quest’uomo, con le parole che ha detto agli italiani, all’Europa, ai media? E come concilierà questa sua acquiescenza con la sua dignità? E il tempo ha dato a questo problema una soluzione imprevista: il problema della dignità lui non l’ha nemmeno visto. Avendo imparato da Di Maio l’audacia verbale, a chi gli avesse chiesto conto delle cose dette prima, avrebbe risposto: “Chi, io?” Quelli erano tempi andati in cui ancora si praticava un vecchio metodo, chiamato aritmetica.
Prima – volenterosamente – aveva fatto i conti con la calcolatrice, arrivando ad un invalicabile 1,6%, poi li ha fatti maneggiando “la materia di cui sono fatti i sogni”, per dirla con Shakespeare, e così è arrivato a conclusioni del tutto diverse. Tre per tre, anzi tria per tria, fa ventuno, se così vogliono Salvini e Di Maio. Prima il mio taxi andava verso la stazione centrale, perché da lì partiva il treno, poi i passeggeri mi hanno detto di portarli al giardino zoologico, e sta forse a me stabilire dove devono andare i passeggeri? Anzi da questo momento sosterrò con tutte le mie forze che i treni partono dal reparto pachidermi. E quanto ai mercati, è come dicono i due Vice-Presidenti: sono obbligati a comprare i nostri titoli, al prezzo che diciamo noi, altrimenti guai a loro. La stessa Europa non ci fa paura, come non ci fa paura il cancro. Ed anzi, per evitare di dire qualcosa di inesatto, vi leggo il foglio che mi hanno dato.
Ed io sono rimasto sbalordito. Saul, sulla via di Damasco, si vide comparire Gesù resuscitato in persona, e divenne Paolo di Tarso. I comunisti di Mosca avrebbero detto che il Sole è quadrato, se così gli avesse imposto Stalin, perché ne avevano giustificatamente una fifa blu. Ma lui?
Ed io, come ho potuto essere tanto imbecille da cedere al fascino di quest’uomo, come ho potuto interpretare la sua bonomia come forza, la sua dichiarazione riguardante l’1,6% come una prova di competenza e di coraggio, quando tutto il seguito ha trasformato il mio eroe in una sorta di burattino servizievole nelle mani di un paio di ventriloqui? Gli amici potrebbero chiedermi, irridenti, “Ma tu non eri quello a cui non la si dava a bere, quello che aspettava i fatti, prima di aprir bocca? Non ti vergogni?”
Ebbene sì, mi vergogno. Con Tria ho fatto una delle peggiori figure della mia vita, quanto meno ai miei propri occhi. Mi credevo realista ed ero un sognatore. Immaginavo la scena epica di John Doe, l’uomo qualunque, che si erge in tutto il suo metro e mezzo per dire: “Non accetterei nemmeno la corona di re, se poi il mio mestiere fosse quello di portavoce di mestatori capaci di portare alla rovina il Paese. Non pretendete che controfirmi il vostro programma”. Che bella scena. 
Invece era soltanto il mio sogno. Avrei dovuto ricordare che per piegare certe persone non è necessario il fascino del potere, basta la sua apparenza, la sua ombra, il suo profumo. A questo prezzo rinunziano a tutto il resto. 
Tria in latino significa tre. Ed allora si può parafrasare la famosa tripletta alfieriana: “Volli, sempre volli, fortissimamente volli” nella versione di Tria: “Cedetti, sempre cedetti, umilissimamente cedetti”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
10 novembre 2018




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POLITICA
9 novembre 2018
UN GOVERNO DI MAGLIARI
Di solito, ognuno è giudicato dal prossimo secondo i suoi meriti o i suoi demeriti. Ma il figlio del conte o del marchese, anche in un’epoca in cui la nobiltà ha la bellezza perenta delle crinoline e delle velette, parte con un pregiudizio positivo. Ci saranno sempre persone che ameranno potersi vantare dicendo: “Il mio amico Alberto, il marchese Della Falce...”
Molto peggio va al galantuomo che abbia avuto la sfortuna di un padre condannato per omicidio. Tutti, parlando di lui, diranno: “Sì, l’ing.Tizio, persona perbene. Ma lo sai che suo padre è stato un assassino?” Insomma, il poverino passerà l’intera vita a smentire di avere ereditato i germi della violenza.
La cosa funziona persino all’indietro. Anni fa non smettevo di sentir pena per il ministro Donat Cattin, pure appartenente ad un partito che non mi era simpatico, il cui figlio era divenuto un terrorista. Il minimo che la gente pensava era: “Ma come lo ha educato? E se non ha saputo governare la sua famiglia, come potrebbe governare un grande Paese?”
A questo genere di pregiudizi m’è venuto fatto di pensare a proposito della discussione fra la Commissione Europea e l’Italia riguardo alle cifre della nostra legge di bilancio, e alle previsioni per gli anni futuri. L’Italia parla di dati ottimistici e l’Europa risponde: “Balle. Le spese saranno maggiori, il deficit sarà maggiore e il debito pubblico aumenterà”. Ed io mi accorgo di credere senza esitazione alla Commissione piuttosto che al nostro governo. Cosa che in un primo momento mi ha fatto vergognare. È come se qualcuno mi avesse detto “Tua madre è stata una donnaccia” ed io, senza la minima indagine, credessi a chi l’ha insultata. 
Ma non sono affatto un anti-italiano chic. Culturalmente sono fiero della mia nazionalità. Arrivo persino ad essere fiero di appartenere alla Magna Grecia, col suo carico di scetticismo, di pessimismo e al limite di cinismo. Se credo più ai funzionari europei che al nostro governo è perché l’Italia, accanto a meriti grandissimi, ha anche caratteristiche negative che sarebbe sciocco negare. Un esempio fra i tanti: la litigiosità, che ci fa quasi odiare i nostri fratelli più dei nostri nemici. Ne ha parlato Dante e ne hanno dato prova le “calate” in Italia di Carlio VIII e Francesco I. 
Una seconda caratteristica nazionale è l’indifferenza ai principi morali. Noi viviamo nella costante angoscia di starci comportando onestamente, mentre la controparte si sta comportando in modo furbesco e ci metterà nel sacco. Questa paura di essere degli ingenui è così forte che, di fatto, ci comportiamo furbescamente e slealmente quando ancora la controparte si sta comportando lealmente. Non è un caso che Niccolò Machiavelli sia stato un italiano. E – attenzione – un italiano che non ha inventato una teoria, l’ha soltanto dedotta da ciò che aveva sotto gli occhi. 
Che a livello nazionale la nostra mentalità sia inevitabilmente furbesca, anche obbedendo all’égoïsme sacré di cui parlano i francesi, lo si è visto prima della Prima Guerra Mondiale, quando l’Italia ha lungamento esitato se allearsi con la Francia o con gli Imperi centrali. La pantomima si è ripetuta prima della Seconda Guerra Mondiale, quando Mussolini ha aspettato un anno per capire chi avrebbe vinto la guerra, per poi allearsi – applauditissimo - con Hitler e ciò malgrado sbagliando. Né abbiamo imparato la lezione se nel momento in cui la Germania la guerra l’aveva tecnicamente persa e gli Alleati la vincevano, noi coraggiosamente dichiarammo guerra alla Germania, sperando di far parte dei vincitori. Come se gli Alleati fossero tutti affetti da demenza senile. E infatti, dopo una resa senza condizioni,  essi ci imposero un trattato umiliante che noi chiamammo Diktat, come se il vincitore – un vincitore che per giunta non aveva preso l’iniziativa della guerra – non avesse avuto tutti i diritti. Ché anzi poteva trattarci anche peggio.
Ma nei decenni successivi non abbiamo cambiato stile. Non si contano le volte in cui l’Italia non ha mantenuto le promesse fatte e in cui l’Europa ha biasimato l’Italia per il suo comportamento. Quante volte, per dirne una, ci siamo impegnati ad abbassare il nostro debito pubblico, e invece esso è sempre aumentato?
La conclusione è semplice: nel momento in cui, in materia di promesse, c’è un contrasto fra l’Europa e l’Italia, io sto risolutamente dal lato dell’Europa. Non perché sia un traditore ma perché tengo conto della lezione del passato. Il governo italiano si crede più furbo di quanto non sia, e crede che gli europei siano più ingenui di quanto non siano. Anche se già lo sono molto. Francamente, non riesco ad immaginare generosi sconti, a nostro vantaggio. Ed io, pur essendo stanco di essere il figlio dell’assassino, non riesco nemmeno a dar torto a chi tratta i nostri governanti da magliari.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
9 novembre 2018 




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POLITICA
9 novembre 2018
LA PRESCRIZIONE
Poiché la prescrizione, nel diritto penale, è un argomento di cui si parla e si parlerà ancora, è bene avere le idee più chiare. La cosa più semplice è leggere gli articoli del codice che se ne occupano, dal 157 al 161 C.p. Purtroppo gli interventi legislativi e modificativi del codice,  lo hanno reso verboso al punto che sarò costretto a semplificarli e darne soltanto un’idea. 
Ma cominciamo con i principi generali. La dottrina penalistica insegna che la persecuzione dei reati ha due finalità, la prevenzione generale e la prevenzione speciale. La prevenzione generale è la speranza che la vista della punizione di certi comportamenti inflitta ai colpevoli induca gli altri cittadini ad astenersene. La prescrizione speciale, invece, oltre alla finalità retributiva (nel senso di “dare a chi si è comportato male ciò che  merita”) intende indurre il colpevole a non delinquere più, facendogli assaggiare le conseguenze del suo comportamento, e comunque mettendolo nell’impossibilità di farlo durante la detenzione. 
Lo Stato reprime i reati nell’interesse dell’ordine pubblico, e si riserva il monopolio di questa attività, per evitare che i cittadini si diano a vendette private, non sempre giustificate e non sempre proporzionate al misfatto. Esso ha dunque non soltanto il diritto ma anche il dovere di esercitare quelle “vendette”, dal momento che le ha vietate ai privati. 
Tuttavia questa sua prerogativa di accertare le responsabilità ed irrogare le pene previste viene meno in parecchi casi. In primo luogo, ovviamente, quando non si individua il colpevole. Poi quando il colpevole, pure identificato, muore prima della sentenza definitiva, perché “la morte estingue il reato”. Infine nel caso che sia passato troppo tempo dal momento in cui il reato sia stato commesso. Questo istituto si chiama “prescrizione” ed è quello che dovremmo meglio spiegare. 
Se è passato molto tempo dal momento in cui il reato è stato commesso, il procedimento si ferma perché una risposta dello Stato troppo ritardata non è efficace per la prevenzione generale. La gente non ricorda più l’argomento del processo. In secondo luogo, essendo passato parecchio tempo, il reo potrebbe essersi largamente pentito di quanto fatto, essersi sempre comportato bene ed essersi redento. Insomma essere “un altro uomo”. Infine c’è il caso – il più grave di tutti – di qualcuno che sia accusato di un grave reato e sia assolto dopo molto tempo. Magari dopo che nel suo ambiente per anni ed anni è stato visto come un ladro, un corrotto, uno stupratore. Senza dire che potrebbe esserne risultata definitivamente azzerata la carriera politica o professionale. Tutta la sua vita di galantuomo, in fin dei conti. Per questo i giuristi dicono che “una giustizia ritardata è una giustizia denegata”. 
Proprio per limitare che il danno di una giustizia lenta si ripercuota sull’imputato, l’ordinamento giuridico ha concesso a sé stesso un tempo massimo entro cui esercitare la sua pretesa punitiva. Ed ovviamente ha commisurato questo tempo alla gravità del reato stesso. Infatti l’art.157 prescrive che “La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione”. Come si vede, non è un tempo brevissimo. Per un borseggio il tempo minimo è sei anni, e per un parcheggio in divieto di sosta quattro anni. Non sono pochi giorni o poche settimane. E poiché si considera la pena massima, la prescrizione è di dieci anni per il reato di falso commesso da pubblico ufficiale, di dodici anni per spaccio di monete false (sissignori), per aver praticato un’infibulazione o per un omicidio stradale dopo aver bevuto un paio di birre. Ovviamente, per molti reati, per esempio l’omicidio volontario si va molto oltre. Per non dire che nel caso di violenza carnale di gruppo si va fino a ventiquattro anni. Che cosa si pretende di più, dalla prescrizione? Non è che il codice non conceda tempi sufficienti, è che la nostra giustizia penale è troppo lenta. Se qualcosa bisognerebbe correggere è quella lentezza, non il tempo concesso ai pigri. 
Inoltre il corso della prescrizione è interrotto (art.159 C.p.) in caso di “sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori ovvero su richiesta dell'imputato o del suo difensore”. Questo per chi creda che è facile che l’imputato prolunghi artificialmente i tempi del processo.
Ovviamente le norme concernenti l’istituto della prescrizione sono infinitamente più complesse e dettagliate di come sono state esposte qui, perché nello sforzo di una irraggiungibile perfezione, il codice è stato tante volte modificato e si sono aggiunte tante disposizioni e precisazioni, che rileggendolo a momenti non riconoscevo più il codice che ho sfogliato tanti anni fa. 
Comunque, una cosa è certa: lo Stato – checché ne pensi un magistrato pur intelligente come il dr.Davigo – non può reputare l’imputato sempre colpevole. La sua pretesa punitiva deve fermarsi dinanzi al diritto del cittadino – e soprattutto da un cittadino che potrebbe essere innocente – di essere giudicato in un tempo pressoché infinito. Questo principio del resto è recepito dalla stessa Costituzione (art.111), che impone un tempo “ragionevole”per il processo. E il codice è sufficientemente ragionevole, quando addirittura non è già troppo condiscendente con l’accusa. 
Ma a che scopo cercare di far ragionare qualcuno che, invece di un codice, tiene in mano un forcone?
Per fortuna il provvedimento caldeggiato dall’ineffabile ministro Bonafede è stato collegato alla riforma del processo penale. Come dire che è stato rinviato alle calende greche.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
8 novembre 2018.



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POLITICA
7 novembre 2018
RISPOSTA AL MIO ARTICOLO SUL VIETNAM
Ringrazio l’amico e corrispondente Pierangelo Bonazzoli per avere cortesemente contestato il mio articolo sul Vietnam. Riporto in sintesi le sue tesi e offro le mie risposte. Lui non mi ha scritto per convincermi, io non intendo convincere lui. È uno scambio di opinioni. Ciò che segue è soltanto un’occasione di riflessione per chi ha voglia di discutere ancora questo annoso argomento. 
G.P.
Uno. Scrive Bonazzoli: “Sinceramente questa mail mi fa un po’ schifo, stiamo parlando di due milioni di morti dove sono state usate più bombe che in tutta la seconda guerra mondiale, armi chimiche, defolianti, napalm, in una guerra mai dichiarata”. 
Le dichiarazioni di guerra non si usano più. Basterà ricordare Pearl Harbour. E perfino l’inghippo del telegramma prima della guerra franco-prussiana del 1870. Per quanto riguarda i morti e il resto, tutte le guerre sono orribili. Sarebbe bello  riuscire ad abolirle, ma temo andremmo contro la natura umana. 
Due. “Mai sentito parlare dell’autodeterminazione dei popoli?”
 A parte il fatto che questo è un principio sacrosanto, che però non commuove nessuno che voglia fare guerra, l’amico Bonazzoli ha per caso pensato alla volontà del Vietnam del Sud, determinato a rimanere indipendente e non soggetto ad Hanoi?
Tre. “Se volevano combattere il comunismo perché non se la sono presa con la Cina o con l’Unione Sovietica?” 
Perché il Vietnam valeva qualche migliaio di morti (così forse pensavano da principio gli americani) ma non certo la Terza Guerra Mondiale. Infatti proprio per questo non dettero retta al generale McArthur, che voleva bombardare le basi cinesi da cui partivano gli aiuti militari per il Vietnam del Nord.
Quattro. “Vada a chiedere alle mamme o alle vedove dei 60 mila morti USA e ai dementi e storpi che sono tornati a casa da quella scellerata guerra lasciando perdere i due milioni di vietnamiti che tanto  non contano niente” 
D’accordo, le guerre sono orribili. E quella si poteva evitare. Ma Bonazzoli non dovrebbe dire ciò che dice al punto sette. 
Cinque. “Ora che non cè più il comunismo se la prendono con i musulmani”.
 Effettivamente gli americani hanno fatto malissimo ad abbattere le Torri Gemelle di  Riyad.
Sei. L’amico Bonazzoli poi parla di bombe, di embargo di Cuba, di favori alle dittature dell’America Latina, dell’alleanza con l’Arabia Saudita. 
La lista potrebbe essere anche più lunga. La politica internazionale è una cosa abbastanza sporca e nessuno, in essa, è innocente. Al massimo commette errori. E se li commette per un motivo diverso dall’interesse, commette il più grave degli errori.
Sette. Poi viene citata la sporca guerra dello Yemen e, “tutti zitti”.
 Bonazzoli avrebbe forse voluto che l’America intervenisse? Ma se gli rimprovera tutti gli interventi? Chi gli dice che dopo non gli avrebbe anche rimproverato l’intervento in Yemen?
Otto. Per gli aiuti alimentari, che lui designa “piano Marshall”, non c’è da ringraziare l’America “perché sia chiaro una cosa che loro erano venuti qui per farci la guerra”. 
Il piano Marshall fu concepito nel 1947, quattro anni dopo il momento di cui parlo io. In secondo luogo, non furono gli Stati Uniti a dichiarare guerra all’Italia, fu l’Italia a dichiararla agli Stati Uniti.
Nove. “Da allora hanno messo qui le loro basi militari e non se ne sono più andati nonostante non ci sia più l’’Unione Sovietica e nemmeno il Patto di Varsavia”.
 È vero. Ed è ciò che ci ha consentito di non spendere quasi niente per la nostra difesa. Infatti gli Stati Uniti sono stanchi di pagare anche per l’Europa e la Nato è in pericolo. Cosa di cui tutti si lamentano, soprattutto per l’aggravio di spese che ne conseguirebbe per i Paesi occidentali, pressoché disarmati, con le sole eccezioni di Francia e Gran Bretagna. È anche questo che intende Donald Trump, quando parla di “America first”. Perché spendere per proteggere altri Paesi, quando abbiamo più serie necessità a casa nostra, in America? 
Ma per questa parte – guardando a come si comporta la Russia in Ucraina – spero che Trump non l’abbia vinta e che rimanga in vigore l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico (la Nato).
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
7 novembre 2018  



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POLITICA
6 novembre 2018
IL SEGUITO DELLA STORIA
I vecchi – se non teniamo conto della salute e della vigoria sessuale – hanno molti vantaggi. Sono più ricchi dei giovani, hanno più comodità, e spesso sono perfino più stimati . E tuttavia mancano di una cosa importantissima, che non hanno più e non avranno mai più: la speranza di vivere ancora a lungo. 
Un giovane potrebbe anche fargli notare che non hanno il diritto di lamentarsi. Lui può sperare – ma soltanto sperare – di avere una lunga vita, mentre il vecchio quella lunga vita l’ha giù avuta. E se è stato saggio se l’è anche goduta.  Di che si lamenta, di non essere immortale? Ma se è per questo, neanche il giovane è immortale. È la ragione per la quale indossa il casco, andando in motocicletta. Ragionamenti plausibili, tutti e due. Ma il vecchio ha un motivo di rimpianto in più, e non è affatto personale: è il dispiacere di non assistere al seguito della storia.
La mia “età della ragione” ha coinciso con la Seconda Guerra Mondiale (nel caso della Sicilia, 1940-1943). Dunque ricordo ancora, come in una nebbia, le prime pagine dei giornali piene delle notizie drammatiche della guerra. Cartine con frecce di avanzate e ripiegamenti, retorica a tonnellate, in contrasto sempre più stridente con la realtà. Ed io bambino ho vissuto quegli anni trovando normale che la vita fosse così avventurosa. Avrei preferito non avere tanta fame, ma nello stesso tempo mi chiedevo di che cosa mai potessero parlare i giornali in tempo di pace. E in quegli anni ho anche imparato la delusione della realtà rispetto al vacuo trionfalismo fascista. Dal presuntuoso “Vincere, e vinceremo” allo sconforto e alla vergogna dell’8 settembre e degli anni seguenti. Una vergogna che oltre settant’anni di retorica e di ipocrisie non sono riusciti a cancellare. Quando uno certe cose le ha vissute, se pure bambino, non c’è bugia che possa attecchire. 
Ma parlo di tutto questo per dire che chi è venuto al mondo in quegli anni è stato costretto a trovare normale la guerra e “inverosimile” una pace di cui aveva soltanto sentito parlare. E invece chi è nato cinque o dieci anni dopo ha vissuto un’esperienza opposta. La guerra è totalmente scomparsa dall’orizzonte europeo al punto da sembrare “inverosimile”. E questo fatto, che a tanti sembra inevitabilmente naturale, agli anziani può fare paura. Perché è difficile guardarsi da un pericolo che non si vede. 
Per un tempo incredibilmente lungo gli europei hanno meritoriamente ricordato la lezione di una guerra tremenda. I suoi inenarrabili orrori hanno addirittura indotto al rigetto di termini nobilissimi come nazione e patria. L’idea che la frontiera di una comunità di lingua e di cultura potesse divenire un fronte di guerra ha spinto gli europei a rigettare ogni divisione e a tendere all’unificazione politica. E questo per tanti decenni da frantumare ogni passato record, in materia di pace nel Continente. 
Ma la storia non si ferma. Con le generazioni che hanno vissuto la guerra è morto anche il ricordo di essa. L’Unione Europea, che per tanti anni è stato un ideale indiscutibile, è stata sentita vecchia e fuori moda, tanto da trasformarsi addirittura in un comodo capro espiatorio per tutto ciò che non va bene. A tanti sembra coraggioso e meritorio essere nazionalisti e ringhiare contro gli altri europei. Si comportano così i Paesi che non riescono ad uscire dalla crisi economica; come l’Italia; quelli del gruppo di Visegrad, che intendono preservare la loro purezza nazionale; e i Paesi economicamente virtuosi del Nord, che non vogliono pagare per le cicale del sud. Tutte avvisaglie di una diaspora più o meno economicamente cruenta. Questo mutato stato d’animo fatalmente rimetterà in moto la storia, e forse rivedremo gli Stati contro gli Stati, le frontiere presidiate, i dazi, e in fondo la mancanza di libertà. Per non parlare della miseria che possono indurre le barriere commerciali.
Un notevole cambiamento, per chi ha vissuto in un Continente in cui la storia si è permessa una pausa e forse una vacanza. Che Europa lasciano, i vecchi, ai nuovi europei? È colpa loro se non hanno saputo spiegargli il valore della pace? È colpa loro se hanno amministrato tanto male un Paese come il nostro fino a farne un pezzente indebitato e rancoroso? 
Ma forse siamo troppo pessimisti. Magari questi nuovi europei riusciranno ad evitare di arrivare al disastro al quale oggi sembrano avviati. Insomma noi vecchi non sappiamo se dobbiamo essere scontenti o contenti di non vedere il seguito della storia. Perché per la storia c’è sempre un “dopo”. Se ce n’è stato uno dopo l’Impero Romano, ce ne sarà uno anche dopo il sogno infranto dell’Europa Unita.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
6 novembre 2018 




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POLITICA
5 novembre 2018
TRUMP NON COMBATTEREBBE PER SAIGON
Stamani ho improvvisamente pensato che Saigon, ormai da molti anni, si chiama Ho Chi Minh City, e in fondo è una cosa curiosa. In Messico c’è Ciudad Juarez, ma non Ciudad Benito Juarez, e anche Washington porta il nome di una persona, ma non per questo si chiama George Washington City.
Così la mente è andata indietro nel tempo fino ad oltre quarant’anni fa, alla guerra del Vietnam. Allora dissentivo con quasi tutti quelli con cui parlavo e lo faccio ancora. Il rimprovero che mi si faceva allora, e probabilmente mi si farà ancora oggi, era quello di essere cocciutamente filo-americano. Accusa che non mi disturba. Non dimentico che, quando hanno invaso la mia terra, invece di uccidere la gente e stuprare le donne, gli anglosassoni ci hanno distribuito pane e scatolette di carne. E se il mio filo-americanismo mi fa vedere le cose diversamente da molti amici, poco male: può essere una buona occasione per una vivace conversazione.
Della guerra del Vietnam la vulgata universale afferma fondamentalmente due cose: che gli americani la persero e che fu soltanto un errore. Nessuna delle due affermazioni è vera. Gli americani, militarmente, erano infinitamente più forti del Vietnam del Nord e da questo punto di vista non avrebbero mai potuto perdere la guerra. Se non la vinsero, è perché la persero sul fronte interno, quando i cittadini statunitensi non ebbero più voglia di combatterla. Quando cioè l’intera nazione si ribellò contro di essa e contro le bare che tornavano a casa coperte dalla bandiera.
Ma soprattutto: fu un errore? Questa è una domanda che richiede una risposta complessa. Gli americani pensavano che, se si fosse permesso al Vietnam del Nord di conquistare il Vietnam del Sud, si sarebbe ancora allargato l’impero comunista, facendo gemere altri milioni di uomini sotto l’oppressione di un governo affamatore e liberticida. Si parlava inoltre di teoria del domino. Caduto un Paese, a chi sarebbe toccato dopo? Già una volta si è era contenuto l’espansionismo comunista, in Corea, e si tentò dunque di salvare anche il Vietnam del Sud, anticomunista, prospero e indipendente. Saigon del resto non aveva in nessun modo provocato un vicino bellicoso e bramoso di conquista. Da questo punto di vista, si può considerare un errore difendere un galantuomo pacifico ed inerme da un delinquente che l’aggredisce per renderlo schiavo?
L’errore caso mai fu quello di andare a combattere non in un posto in cui possono agire i carri armati e l’aviazione ma in una giungla infida e impenetrabile, in cui un esercito moderno ha più perdite che in campo aperto. Errore di cui l’America fu avvertita inutilmente da un vero competente, il generale McArthur.
Che gli americani avessero visto bene lo provò la fine del conflitto. Quando decisero di staccare la spina, Hanoi fece un solo boccone di Saigon – che ribattezzò Ho Chi Minh City, appunto – e i vietnamiti del Sud furono così felici del cambiamento che cercarono in tutti i modi di scappare dal Paese occupato. Presero il mare, a rischio della vita, su qualunque tipo di imbarcazione (forse fu allora che nacque l’espressione “boat people”), morendo a migliaia nell’impresa. Gli americani avevano giustamente previsto che i vietnamiti del Sud sarebbero stati infelici, sotto il tallone di Hanoi, ed infelici essi furono. Dunque gli americani non sbagliarono la diagnosi. Se un errore commisero, fu quello di farsi carico, a proprie spese e col proprio sangue, di un problema altrui. E il mondo, invece di dirgli grazie, organizzava grandi manifestazioni nelle piazze, per stramaledirli. La guerra del Vietnam fu un errore, ma quello di essere generosi. Un errore che Donald Trump sta ben attento a non commettere.
A volte la storia fa giustizia, magari in ritardo, ma la fa. Il comunismo come ideologia si è sgonfiato e, dove rimane in vita (Cuba, Cina, Corea del Nord) è soltanto uno strumento di potere. Il Vietnam, che doveva divenire tutto comunista, è divenuto tutto capitalista, e si acconcia ad offrire alle multinazionali la propria manodopera a basso costo. Vivendo comunque meglio di quando era ortodosso. Noi possiamo dire che la storia ha pareggiato i conti, ma li ha pareggiati per i milioni di cittadini del Sud che hanno sofferto per decenni sotto il tallone comunista? Tutte le sinistre che hanno esultato per la “sconfitta” americana e la “liberazione” del Vietnam del Sud si sono mai poste questa domanda? Ma, lo sappiamo, quando si tratta di far trionfare la propria bandiera, la caratteristica degli idealisti di ogni pelame è quella di non badare alle sofferenze. Altrui.
Gli americani commisero un errore, correndo in soccorso del Vietnam del Sud, ma fu quello di non essere sufficientemente cinici per farsi gli affari loro. Forse allora erano “dei grandi bambinoni”, come pensavano in molti. Ebbene, sono cresciuti e ora abbiamo a che fare con adulti.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
5 novembre 2018 




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POLITICA
2 novembre 2018
O ZERO O TRE PUNTI
Molti dicono che attualmente il Movimento 5 Stelle può essere considerato invincibile. I suoi sostenitori sono disposti a perdonargli qualunque gaffe (si pensi alla sopravvivenza di Toninelli) e qualunque contraddizione (si pensi all’Ilva, alla Tap e al condono di Ischia), e i sondaggi dicono che, in caso di crisi, andando a nuove elezioni, quel partito comunque sarebbe abbastanza forte per costituire un governo con la Lega, onusta anch’essa di un successo epocale. E allora, come ipotizzare una caduta  del Movimento 5 Stelle o anche soltanto un suo ridimensionamento?
In realtà ci sono da superare i mesi che ci separano dalle elezioni europee e potremmo vivere qualche tragedia economica, sia per colpa del nostro governo, sia per la congiuntura internazionale. E il popolo potrebbe attribuirne la responsabilità ai partiti che sono al potere. Ma questo argomento non convince tutti. Per i partiti populisti e demagogici, la scusante per il disastro sarebbe per così dire preconfezionata: “Non abbiamo potuto salvare l’Italia perché i poteri forti e soprattutto l’Europa ce l’hanno impedito”. E cadrebbero ancora in piedi. 
Queste argomentazioni sarebbero incontestabili se la materia del contendere fosse soltanto di natura politica, ma nel caso specifico si tratta di soldi, e in questo campo la demagogia non ha più presa. Basti vedere come, nel dicembre del 2016, il popolo ha reagito alla “narrazione” trionfalistica di Renzi. 
Il rapporto col denaro ha qualcosa di particolare. La Rochefoucauld ha scritto una massima immortale: “Tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare”. E il suo principio non conosce eccezioni, quando si parla di denaro. Degli interessi fa parte il potere, ma non tutti sono interessati al potere. Degli interessi fa parte la vanità, ma non tutti sono vanitosi. Viceversa, se c’è qualcosa cui assolutamente tutti sono sensibili, è il denaro. Certo non tutti commetterebbero scorrettezze per procurarselo, ma tutti sarebbero profondamente irritati se gli venisse sottratto quello che hanno già o credono sia loro diritto avere. In positivo ci sono degli astemi, in negativo tutti siamo come alcoolizzati. Anche a perdere un denaro di cui non abbiamo bisogno, sarebbe bruciante l’umiliazione di non aver saputo difenderlo. 
Ai cittadini si possono raccontare tutte le favole del mondo, e i cittadini possono crederci. Gli italiani hanno potuto credere che l’Italia fosse una potenza imperiale, e che fosse una seria potenza militare, ma durante quegli anni gli italiani avevano la pancia piena. Quando invece la guerra fece assaggiare a tutti la fame, l’unico desiderio fu che finisse e in Sicilia, nell’estate del 1943, gli Alleati furono accolti da folle festanti. Semplicemente perché si diceva che, una volta arrivati, avrebbero distribuito vera farina per fare vero pane, come non se ne vedeva da mesi. Cosa che effettivamente avvenne. Di fronte a questa prospettiva non ci fu fascismo, non ci fu dignità nazionale che potesse competere. 
Sull’intangibilità del successo dei 5 Stelle  la gente si illude. Se nei prossimi mesi la situazione economica dovesse divenire drammatica, non soltanto gli italiani se la prenderanno col governo, ma anche con  chiunque si trovi a passare nelle vicinanze di Palazzo Chigi. La voglia di vendetta sarebbe tanto irragionevole e intrattabile quanto irragionevole è oggi il successo di un Movimento di pericolosi sprovveduti. 
Attualmente tutto questo pare impensabile perché, da marzo, prima ci sono stati tre mesi di attesa del governo, poi altri cinque mesi per le ferie e per prepararsi a governare. Ma la pazienza ha un senso quando c’è la speranza che i risultati arriveranno. Quando invece il debitore ha avuto tutto il tempo per effettuare la sua prestazione, e non l’ha eseguita,  il creditore diviene violento e non sente ragioni. Se non riesce ad ottenerla, vuole almeno vedere punito l’imbroglione. 
A questo punto la conclusione è facile. Se questo governo riesce a dare l’impressione di avere almeno in parte mantenuto le sue promesse (per esempio come ha fatto, a costo zero, Salvini con l’immigrazione)  il conto sarà uno. Se invece, soprattutto al Sud, la gente si sentirà imbrogliata a proposito del reddito di cittadinanza (come appare inevitabile, sia per le complicazioni burocratiche sia per l’entità del contributo a testa) la musica potrà cambiare totalmente. La Lega, per non affondare col M5S, potrebbe riscoprirsi un’anima di centrodestra e rigiocarsi la carta Berlusconi. 
Queste non sono previsioni. Le cose potrebbero anche andare in modo positivo. L’attuale maggioranza potrebbe anche governare fino al 2023, ma tutto dipende dai risultati concreti. Dal sentimento che ne ricaverà la gente. Proprio perché nuovo, proprio perché populista, proprio perché rivoluzionario, il M5S gioca una partita che non prevede il pareggio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 novembre 2018 




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POLITICA
1 novembre 2018
SALA D'ASPETTO


Ogni giorno apriamo la finestra della televisione, dei giornali, e persino di Internet, per sapere che tempo fa. E ogni giorno il cielo rimane nuvolo. È vero, non piove, ma la mancanza di vento non ci illude. Sappiamo tutti che proprio nell’occhio del ciclone c’è calma e assolutamente nessuna ragione per stare tranquilli.

L’attesa, quando non si può far altro che attendere, è molto stressante. La biopsia di quel nevo mi dirà che mi è stato tolto un porretto insignificante o che sto per morire? Non è differenza da poco. E tuttavia l’angoscia, e perfino la voglia di farla finita affrontando a viso aperto la verità, non servono a nulla. Perché nessuna azione è possibile. Il responso del tecnico della biopsia non può essere sostituito da nessun’altra iniziativa, nemmeno dalla preghiera, per chi è credente. 

Nel caso politico italiano non c’è che da aspettare la risposta dei prossimi mesi. E se avevamo creduto di saperne di più dal testo della legge di bilancio, ora siamo delusi dal fatto che da essa sono stati espunti sia il reddito di cittadinanza sia il provvedimento sulla “legge Fornero” e le cosiddette “pensioni d’oro”. Nella mia ignoranza non ho neppure capito se le autorità europee saranno pregate di valutare la nostra futura legge includendo quei progetti - attualmente accantonati in attesa di adempimenti tecnici che si sarebbero potuti elaborare da mesi – o escludendoli dal calcolo. Nel primo caso, perché non li hanno inclusi? O perché non hanno confessato pubblicamente di averci rinunciato? Nel secondo, credono forse che a Bruxelles siano degli allocchi? Che quei progetti siano scritti su carta gialla o su carta rosa, che li concretino in ottobre o in gennaio, sempre delle stesse spese e degli stessi sforamenti si tratta.

Una cosa si può osservare. Si direbbe che questo governo decida soltanto quando la scadenza ultima (incluse le proroghe) diviene ineludibile. Così è stato per l’Ilva e per la Tap. Ora io non so quale sia la vera scadenza per l’alta velocità Torino-Lione. E non so se il M5S, nella persona di Di Maio,  stia soltanto facendo ammuina per rifarsi una verginità demagogica, dopo la vicenda della Tap, o voglia veramente affossare quel progetto. Nel primo caso, avremo una sceneggiata. Nel secondo, un dramma e una spesa che ci potevamo risparmiare: il dramma della disoccupazione di migliaia di lavoratori, la spesa di miliardi buttati al vento e forse anche una crisi con la Francia. 

In ogni caso il nostro attuale governo sembra non capire che non si governa posando lo stetoscopio sulla pancia dei frequentatori di Internet e tenendo conto soprattutto delle incaute promesse elettorali. Si governa tenendo conto della realtà politico-economica. Non ci si può permettere di rinviare continuamente, di lasciarsi andare a dichiarazioni contraddittorie, di mostrarsi incerti sulla linea di condotta futura. Se c’è una cosa che la realtà economica internazionale odia, è l’incertezza. Gli Stati sono amorali e preferiscono addirittura avere come controparte un dittatore stabile che una democrazia ballerina. Perché nel primo caso sanno con chi hanno da fare e a che cosa attenersi. 

Nel nostro Paese poi abbiamo l’inedita situazione di previsioni dei competenti, nazionali e internazionali, unanimemente negative, a fronte di una svalutazione della competenza. Tanto che, se crediamo a quelli che di questi problemi hanno fatto un mestiere, siamo guardati come “aderenti all’altro partito”. O addirittura come uccellacci del malaugurio. Sicché siamo costretti a star zitti.

Tutto ciò che possiamo dire serve soltanto a disegnare i contorni delle nuvole nere che vediamo dalla finestra ma per il resto, anche se la meteorologia ha ormai raggiunto livelli veramente scientifici, dobbiamo aspettare, per discutere con la controparte, che diluvi o no nel nostro cortile. Non ci rimane che dominare per quanto possibile la nostra ansia impotente.

Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com

1°novembre 2018  






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