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POLITICA
31 ottobre 2018
LA COPERTA È SEMPRE TROPPO CORTA
In che misura gli organi istituzionali non eletti possono interferire con l’azione politica di una democrazia?
Considerato astrattamente, il problema è insolubile. Un Paese in cui la magistratura fosse asservita al potere, per compiacere il governo potrebbe gettare in galera degli innocenti o assolvere dei colpevoli. Ma è anche vero che una magistratura del tutto libera potrebbe fare altrettanto per realizzare gli ideali prevalenti nell’ordine giudiziario. Anche se – a dire il vero – la pluralità dei gradi di giudizio rimane una garanzia.
In Italia la Corte Costituzionale è certamente indipendente, ma non lo è dalle sue proprie convinzioni. E infatti alcune sentenze di grande rilevanza politica sono apparse piuttosto coerenti con le opinioni dei giudici che con la lettera della Costituzione. Quasi una “giurisprudenza progressista” o politicamente orientata”. Non si dice qui che quei magistrati siano corrotti o faziosi. È ragionevole pensare che la colpa di simili sentenze sia che le norme sono talmente generiche da permettere fin troppe estensioni o limitazioni interpretative. L’uguaglianza di tutti i cittadini, per esempio, si presta alle decisioni più imprevedibili. Ma l’eventuale buona fede di quei giudici non toglie che in qualche caso l’intervento della Corte sia suonato profondamente fastidioso e antidemocratico. Pesa che una legge voluta e votata da centinaia di parlamentari nei due rami del Parlamento sia poi annullata dall’opinione di quindici magistrati, per ragioni che possono perfino apparire fantasiose. 
L’intenzione del legislatore è stata lodevole. La Costituzione esprime regole e principi di altissimo valore, e la Corte un giorno potrebbe salvare la nazione dalla dittatura della maggioranza, o dalla dittatura tout court. E proprio per sganciarla dalla politica del momento, quell’organo istituzionale ha durata indefinita. Ciò dovrebbe determinare un bilanciamento delle tendenze fra i membri, eletti in momenti diversi. Ed è la ragione per la quale i membri della solenne Corte Suprema degli Stati Uniti sono nominati a vita. Ma purtroppo le istituzioni camminano sulle gambe degli uomini. Il fatto che la nostra Corte funzioni continuamente, a pieno regime, corrisponde a dire che essa interviene troppo spesso: è difficile credere che tanto frequentemente e da tante parti si attenti ai valori costituzionali. La Carta è troppo lunga, troppo idealista, troppo vaga, per non costituire un pericolo per quegli stessi valori che vuole proteggere. O un popolo ha nel sangue il rispetto per la democrazia e i suoi valori – come ce l’hanno gli inglesi, senza una costituzione scritta – oppure anche  una Costituzione ideale, come l’aveva la Russia Sovietica, non serve a niente.
Forse, quando si è in dubbio, sarebbe meglio lasciare che l’errore lo commetta il Parlamento. Dal momento che chi ne soffrirà sarà in ogni caso il popolo è meglio che la decisione sia adottata da un organo che promana dalla sua volontà. La soluzione di certi problemi non è nelle leggi: è nella moralità di un popolo. 
Qualcosa  di utile potrebbe farsi in materia di tecnica legislativa. Quando  politica e diritto si intersecano, non bisognerebbe prendere a modello imperativi ideali del tipo: “La magistratura rispetti i diritti del cittadino”, che significano tutto e niente. È meglio formulare norme dettagliate e precise che non affermano tanto principi ideali quanto regole puntuali, seguendo l’esempio del codice penale che, per il reato di falso, contempla una notevole quantità di fattispecie. Il Parlamento può benissimo decidere se le donne possano o no essere ammesse alla carriera in magistratura o nell’esercito, se gli stranieri residenti possano votare nelle elezioni amministrative, se i carabinieri abbiano la necessità dell’assenso dei superiori, per avere il diritto di sposarsi, e mille cose di questo genere, e invece oggi esse finirebbero dinanzi alla Corte Costituzionale. La coperta è sempre troppo corta. Possono sempre esserci prevaricazioni  sia degli organi eletti sia degli organi di garanzia.
Ciò che è essenziale è che la Costituzione non dovrebbe essere piena, come la nostra nella sua parte iniziale, di norme vaghe, generali e per ciò stesso pericolose. Non bisognerebbe dire che “tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge”, ma specificare quanto più si può in che consiste questa uguaglianza. Oppure – meglio - neanche parlarne. In particolare la Corte Costituzionale non dovrebbe mai intervenire sulle leggi squisitamente politiche, a meno che non cozzino tanto platealmente con i principi costituzionali, che anche i cittadini possano facilmente prevedere il giudizio della Corte, cosa che oggi non avviene. Ma già, se delle leggi fossero chiaramente anticostituzionali, probabilmente lo stesso Parlamento non oserebbe adottarle. 
La politica è il campo delle scelte, e il diritto dovrebbe occuparsi soltanto di applicare norme chiare e inflessibili. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com



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POLITICA
30 ottobre 2018
SE L'EURO SIA O NO IMMORTALE
Alberto Bagnai, l’economista della Lega, si è fatto una fama di pericoloso eretico sostenendo che senza l’euro l’Europa starebbe meglio. E comunque che l’euro è insostenibile. E tuttavia, a meno di essere religiosi , non bisogna avere paura delle eresie. La parola “eretico” contiene in sé un giudizio di valore negativo e pregiudiziale, mentre per il laico ci sono soltanto tesi giuste e tesi sbagliate.
Il fatto che l’Europa vivrebbe meglio senza l’euro non possiamo affermarlo, prima di avere la controprova fattuale. Basta osservare che chi ha progettato la moneta comune l’ha fatto con la sicura convinzione che “l’Europa sarebbe vissuta meglio”, mentre oggi Bagnai ed altri reputano che è vissuta peggio. O anche, più semplicemente, che prima ha funzionato bene ed ora funziona male. 
Comunque, prima di risolvere questo dubbio, è bene porsene un altro: l’euro è sostenibile o è insostenibile? Perché se risultasse insostenibile si tratterebbe soltanto di vedere quando è meglio che “muoia”, e in che modo, se di morte naturale o di eutanasia. E in questo caso le opinioni contano poco. Le autorità di Francoforte proclamano alto e chiaro che l’euro durerà per sempre, Bagnai è convinto del contrario, e per farsi un’opinione è utile vedere le ragioni a sostegno dell’una o dell’altra previsione. 
In linea puramente teorica ha ragione Bagnai,  perché il concetto di euro è in conflitto col concetto di sovranità. La situazione di un gruppo di Stati  sovrani che tuttavia hanno la moneta in comune è innaturale. Questo sistema è concepibile a condizione che i governi si accordino su stringenti regole economiche riguardo alla quantità di circolante, al deficit, al debito pubblico, alla fiscalità ed altro ancora. E poi mantengano scrupolosamente fede ai patti. Risultato che tuttavia rimane improbabile, nel lungo termine. È fatale che una volta o l’altra uno Stato contravvenga agli impegni assunti e in questo caso sono possibili soltanto tre ipotesi: o che abbandoni volontariamente la moneta comune, o che ne sia espulso o, infine, che cessi di esistere la stessa moneta comune. Alcuni anni fa si corse questo rischio a causa della Grecia, ma questa fu salvata in virtù delle sue piccole dimensioni economiche. Mentre per l’Italia una cosa del genere sarebbe impossibile. E allora ha piuttosto ragione Bagnai che Draghi. Se le cose stanno così, bisogna fare di tutto perché l’euro si mantenga, ma nel contempo prepararsi alla sua fine, quando che sia. Non è perché si desidera avere un incidente d’auto che ci si assicura contro la responsabilità civile. E come mai nessuno si assicura contro la fine dell’euro? 
Oggi invece ci si limita a stramaledire le tesi di Bagnai quasi che, se domani l’euro scoppiasse, la colpa sarebbe di Bagnai che ha ipotizzato il fatto. E tutto questo non è saggio. “Irreversibile” significa “impossibile” e la fine dell’euro è tutt’altro che impossibile.
Ma forse le cose non stanno come sembrano. A volte mi sorprendo a sognare che in segreto le autorità comunitarie, nel momento stesso in cui in pubblico proclamano che l’euro è irreversibile,  abbiano già studiato il problema e predisposto il comportamento dell’Unione. I competenti sanno benissimo che in campo economico l’ambiente non è asettico, nel senso che, se si cominciasse a parlare di come porre fine all’euro, già questo potrebbe provocare quella fine e una devastante crisi economica. Dunque è a ragione che si considera Bagnai pericoloso.
La realtà vuole che si predisponga una strategia di uscita dall’euro. Nessuno ama parlare di morte, e in particolare della propria morte, ma ciò non impedisce che le persone ragionevoli facciano testamento. Meglio scrivere questo funereo documento che organizzare, col proprio silenzio, la lite fra gli eredi. 
Dunque sì, Bagnai è pericoloso, ma non per quello che dice, ché anzi, per quanto riguarda la fine dell’euro, la tesi è condivisibile. È pericoloso soltanto perché dice ad alta voce e pubblicamente ciò che altri fanno finta di non sapere. Se l’imperatore è nudo, non è colpa del bambino che lo vede nudo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
30 ottobre 2018




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POLITICA
29 ottobre 2018
TUTTO SBAGLIATO, TUTTO DA RIFARE
Su una cosa l’accordo è pressoché unanime: “È tutto sbagliato, tutto da rifare”. Basta leggere gli editoriali dei grandi giornali, basta parlare con la gente, è un coro:  “Per come stanno le cose in Italia, e forse nel mondo, così non può durare. O correggiamo la rotta, o sarà il disastro”. Ma il consenso si ferma qui. Su che cosa fare non si è affatto d’accordo. E ancor più spesso non si ha nemmeno un’idea, al riguardo. Bisognerebbe cambiare, ma non si sa in che direzione. Non è un pessimismo gratuito o, peggio, snob. La situazione peggiore, in medicina, è quando non si capisce quale sia la malattia. Per non dire che nel nostro caso il paziente è malandato e provando a guarirlo di un male si rischia di aggravarne un altro. Rimane da spiegare in che modo ci siamo cacciati in questo dramma. E qui l’esempio migliore ce lo fornisce la psicologia individuale.
Se mettiamo un uomo sull’orlo di un burrone e minacciamo di buttarlo giù, sarà ovviamente terrorizzato. Ma se gli diciamo che fumare può provocare il cancro, che la droga induce dipendenza e guai e che fare debiti è uno dei modi migliori per rovinarsi la vita, quanti si asterranno dalla sigaretta, dalla droga, dai debiti? La differenza è che in questo secondo caso il pericolo ha una minore efficacia emotiva e il risulta da un accumulo di errori che, presi individualmente, sembrano piccoli. Tanto piccoli che la tentazione ne risulta irresistibile: “Che male mi potrebbe fare, questa insignificante sigaretta?” 
L’Italia intera ha avuto questo comportamento in materia di deficit ed è passata da un piccolo sforamento a una tale quantità di debiti che iormai il pericolo è quello di non riuscire nemmeno a pagare gli interessi. Anche l’Unione Europea sembra in una situazione senza uscita. È divenuta a poco a poco impopolare e nel contempo gli Stati sono avviluppati in una miriade di legami e interdipendenze. Questo spiega la strenua difesa dell’esistente. Quando si dice che l’euro è irreversibile, si dice evidentemente un’assurdità, dal momento che è reversibile anche l’Impero Romano. Ma in realtà si vuol dire qualcos’altro: “L’euro avrà i suoi difetti, ma in questo momento qualunque suo cambiamento, e ancor peggio un suo crollo, provocherebbero tanti guai, che intanto bisogna cercare di evitarli”. Magari si tratterà soltanto di un rinvio ma ogni rinvio è benedetto. Sarà un modo di ragionare da “braccio della morte”, ma quando la situazione è senza uscita questo atteggiamento è comprensibile. 
Per l’Unione Europea l’errore fu commesso sin dal principio. Non bisognava cominciare con mille piccoli regolamenti, bisognava cominciare con l’unione politica, economica e militare. L’idea di arrivarci a poco a poco è stata un errore. Probabilmente i grandi padri dell’Europa – Adenauer, Schuman, De Gasperi – alla proposta di una unificazione totale e immediata, avrebbero risposto che gli Stati non avrebbero acconsentito. Ma allora avrebbero dovuto rinunciare al grande progetto e limitarsi ad una Zollverein, un’unione doganale. Invece occuparsi della curvatura delle banane – come si dice – ha reso l’Unione insopportabile e ne ha fatto dimenticare i vantaggi. 
Il potere è visto dovunque come il colpevole di tutto ciò che non va e sopravvive perché dispone della forza. A quella forza  il popolo tende a rispondere con la rivoluzione e la democrazia in questo senso è una trovata storica: mentre consente al potere di comandare per una legislatura, poi permette al popolo di fare una rivoluzione incruenta con le successive elezioni, mandando a casa i governanti che non gli sono piaciuti. Potere vero per qualche anno e rivoluzione finta a conclusione. In Europa invece da un lato l’Unione non dispone di un vero potere, dall’altro la gente non ha la sensazione di poter mandare a casa i governanti. Infatti pensa che siano inamovibili. Non a caso non parla di “governo europeo”, ma di “euroburocrati”. Se invece l’Unione fosse stata politica, e avesse potuto imporre la propria volontà da Helsinki a Lisbona da Dublino ad Atene, la democrazia avrebbe funzionato a livello continentale. Oggi purtroppo l’Unione cumula gli svantaggi del potere e dell’insufficienza di quello stesso potere. La matassa è talmente intricata che nessuno trova il bandolo. Si sono stabiliti tanti rapporti, tanti legami, tante interdipendenze, che l’idea di azzerare tutto fa semplicemente spavento. 
Anche i singoli Paesi si sono incartati. Il collettivismo marxista ha perso storicamente ma ha vinto socialmente, nel senso che lo Stato ha invaso tanta parte della nostra vita quotidiana da paralizzarla, senza che nessuno possa liberarci. Si sono create tante condizioni consolidate che è difficile turbarle. Si toccherebbero interessi non raramente illusori e costosi, e tuttavia ritenuti irrinunciabili. Abbiamo creato un modello sociale che produce la paralisi ma continuiamo a ritenerlo il migliore possibile: e infatti l’attuale “governo del cambiamento” aumenta i sussidi e le spese improduttive, senza capire che il cambiamento necessario sarebbe stato quello di andare nella direzione contraria. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
29 ottobre 2018



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POLITICA
28 ottobre 2018
IL GOVERNO HA UN'ALTERNATIVA?
Il futuro è imprevedibile e tuttavia, quando la realtà ci costringe a riflettere su ciò che potrebbe avvenire, siamo costretti a prevedere ciò che avverrà sulla base del presente. Pur sapendo che il futuro, appunto perché imprevedibile, potrebbe sconvolgere quelle basi, vanificando i nostri bei calcoli.
In questi giorni, malgrado i sussulti, gli scontri, le cattive notizie che vengono dall’Europa, dai mercati e dalle agenzie di rating, molti continuano a ripetere che, “comunque”, attualmente il governo giallo-verde non ha alternativa. E ogni volta vien fatto di chiedersi: “Veramente è così?”
In questo momento, dicono i sondaggi, la maggioranza di governo gode del favore del 60% degli italiani. Dunque dovrebbe trattarsi di un castello difeso da mura indifferenti perfino agli attacchi dell’artiglieria. Ma che tipo di sostegno è quello attuale degli italiani? La risposta non è priva di implicazioni.
Per molti decenni i partiti italiani hanno avuto un software volatile – si pensi ai programmi delle varie campagne elettorali – ma un hardware catafratto e immutabile che i votanti seguivano quasi come una religione. La Democrazia Cristiana rappresentava  l’avversione al comunismo ateo e liberticida; il Partito Comunista professava la nuova religione del marxismo, col sogno della rivoluzione proletaria. Questi partiti potevano avere alti e bassi, ma i mutamenti erano marginali. Non era ipotizzabile che sparissero o raddoppiassero i consensi. Così si spiega la sostanziale immobilità politica dell’Italia, dalla fine della guerra al 1993.
Viceversa i due partiti che oggi dominano la scena – quelli di cui si dice che sono privi di alternativa – tutto hanno alle spalle, salvo un’ideologia. La Lega per lungo tempo ha avuto come nocciolo duro la difesa del Nord contro lo sfruttamento del Sud, ma ora si vuole nazionale ed ha soltanto un vago programma di destra esasperata. Comunque niente che non possa essere ribaltato, seguendo gli avvenimenti. Quanto al M5S, il suo successo elettorale mette in ombra la sua vacuità sostanziale. Ciò che caratterizza il suo elettorato è la rabbia e la frustrazione, tanto che l’idea centrale del Movimento è un maiuscolo “NO” a tutto, e poi l’idea che seguendo le opinioni della massa non si possa sbagliare. Ambedue posizioni che non conducono da nessuna parte, se non all’errore. In particolare il popolo è capace di rimproverare al governo di avere fatto ciò che gli aveva chiesto di fare. 
Questi partiti recentemente hanno fruito di un eccesso di consensi che in fondo era soltanto un eccesso di rifiuto nei confronti degli altri partiti, e domani potrebbero essere vittime di un eccesso di rigetto, sulla base dei risultati ottenuti. E ciò che hanno promesso è malauguratamente tanto costoso  da essere difficilmente realizzabile. Infatti le avvisaglie di successo sono tutt’altro che visibili. Fino ad ora si è creduto che tutti i problemi finanziari potessero essere superati con un atteggiamento volontaristico, arrivando persino a dire che “i mercati se ne faranno una ragione”. Che è come dire: “Io voglio vivere, la mia malattia se ne farà una ragione”.
Fino ad oggi i partiti al governo hanno fruito di un enorme capitale di speranza, ma come reagiranno gli italiani, quando le speranze appassiranno? Se i risultati di quelle speranze e dell’azione di governo fossero negativi, quanto durerebbe un consenso che era fondato su quelle prospettive?
Dire che la maggioranza attuale non ha alternativa è azzardato. Tutto dipende dal futuro contatto con la realtà. Fino ad ora abbiamo avuto soltanto un’abile campagna elettorale, la formazione del nuovo governo, e infine una sorta di ripresa della campagna elettorale. Da “Se eletti faremo” a “Siamo stati eletti e presto faremo”. Ma i risultati si devono ancora vedere. A meno che non si considerino risultati lo spread oltre i trecento punti, l’aumento del debito pubblico e la quasi  rottura con l’Europa. 
Per il futuro, altro che mancanza di alternativa: si va dal trionfo alla catastrofe. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
28 ottobre 2018









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POLITICA
27 ottobre 2018
BISOGNOSI E FURBI
Un articolo di non facilissima comprensione, sul Corriere della Sera(1), pone il problema dei doveri dello Stato nei confronti dei più poveri. In particolare discute se lo Stato debba assicurare un lavoro col quale i cittadini possano procurarsi una vita dignitosa, o se quella vita dignitosa gliela debba fornire lo Stato stesso, nel caso non siano capaci di procurarsela da soli. In sintesi – se ho capito bene – diritto al lavoro o diritto alla vita dignitosa.  
Il diritto al lavoro – contrariamente a quanto crede la maggior parte della gente – non è nella nostra Costituzione. “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”(art.4). In altri termini, riconosce il diritto in teoria ma ammette che in concreto non è effettivo. Un giorno, forse, in un futuro indefinito, chissà. 
Benché la discussione sia dotta e il punto sottile, il problema può essere affrontato partendo da un principio più generale: il dovere della solidarietà. Questa è certamente una bella cosa. Forse è una virtù al pari della lealtà, della pietà, della generosità. Ma dal momento che l’ordinamento giuridico queste virtù non le rende obbligatorie, come mai dovrebbe esserlo la solidarietà, per giunta in concreto?
Quando il Papa esprime solidarietà per le vittime di un terremoto o per i cristiani perseguitati, non dice con ciò stesso che ricostruirà le case dei sopravvissuti o che dichiarerà guerra ai Paesi che opprimono i credenti. In questi casi la solidarietà è un nobile sentimento che non implica un’attività e una spesa. Mentre la solidarietà di cui parla lo Stato ha due caratteristiche che la differenziano dall’astratta virtù: da un lato si materializza in un contributo monetario mensile alle persone sfortunate, dall’altro questo contributo è a carico dei cittadini, inclusi quelli che il dovere di solidarietà non lo sentono affatto. L’esborso infatti è a carico di tutti coloro che – volenti o nolenti – pagano le tasse. Dunque si arriva alla situazione paradossale che molti di quelli che il sentimento di solidarietà lo provano, magari non pagano  niente, mentre molti che non lo provano (e vivono essi stessi in difficoltà economiche) devono pagare per la beneficenza.
Da quanto detto si deduce che il principio di solidarietà è tutt’altro che un’ovvietà. Infatti, secondo quanto riportano le indagini demoscopiche, la maggior parte deglli intervistati è contro, e non a favore del “reddito di cittadinanza”. E di ciò sarebbe bello che il Parlamento tenesse conto, soprattutto in un momento di così gravi difficoltà economiche.
Ma c’è un secondo punto non privo d’interesse. Tutti i provvedimenti in favore di coloro che per qualsivoglia ragione non lavorano, se non limitati e molto esattamente mirati, producono un risultato negativo dal punto di vista economico. La maggior parte delle volte, quando si offre a qualcuno la possibilità di vivere senza lavorare, magari rinunciando a qualche piccolo lusso, quello coglie l’occasione. Ma il Paese si impoverisce. Prendiamo le pensioni baby. Si è offerto a dei cinquantenni la possibilità di smettere di lavorare guadagnando soltanto un po’ meno di prima e molti ne hanno approfittato. La sinistra lo ha fatto per liberare posti di lavoro per i giovani ma, mentre gli anziani ne hanno beneficiato per decenni (e i più longevi ne beneficiano ancora), il fatto che al loro posto siano subentrati altri cittadini non ha compensato la perdita netta di ricchezza. Infatti, mentre prima lo Stato pagava il lavoratore, quando questi è andato in pensione, ha pagato sia lui sia il nuovo assunto. E questi ha certo smesso di cercare un’occupazione produttiva di ricchezza, avendone già trovata una. Dunque la minore ricchezza prodotta è a tempo indeterminato, fino alla morte (trent’anni dopo?) del pensionato. La generosità dello Stato incoraggia i furbi a smettere di produrre e il Paese si impoverisce. Uno Stato demente, mentre vuole mostrarsi generoso, diminuisce la propria possibilità finanziaria di esserlo. 
In questo andazzo c’è un’ulteriore contraddizione. Se lo Stato continua a commuoversi su chi, per scelta o per necessità, vive con un reddito basso, alla fine i più intelligenti si diranno: “Ma se chiunque produce molto è visto come un riccastro immorale, un nemico del popolo e una mucca da mungere, mentre i poveri sono favoriti in ogni modo, io perché non dovrei dimettermi dal partito dei cattivi e iscrivermi al partito dei buoni? Smetterò di produrre e aspetterò che mi mantengano gli altri”. 
Malauguratamente è impossibile. Se tutti si siedono a tavola per mangiare la torta, che cosa mangeranno, mancando chi la produce?
Lo Stato deve soccorrere la gente che veramente lo merita, e non offrire prebende a chiunque produca un’autocertificazione. Magari falsa. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 ottobre 2018
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_ottobre_25/principio-solidarieta-51611598-d864-11e8-8a41-5d7293f8c00a.shtml




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POLITICA
26 ottobre 2018
UNA CIVILTA' SENILE
Senile (/s-’nail/) è un bell’aggettivo inglese che significa ovviamente senile ma anche svanito, suonato, affetto da demenza. Quella lingua sembra dire che non si possa essere vecchi senza essere rimbambiti e ovviamente a questa affermazione si possono opporre un’infinità di casi storici. Ma non si può negare che la senilità comporti più inconvenienti che vantaggi. 
Ciò vale anche per le civiltà. Quelle giovani hanno un forte impulso vitale: sono attive, coraggiose, innovative, creative. Viceversa le civiltà declinanti e senili non raramente sono vischiose, vili e improduttive. Oppure si prodigano in sforzi nella direzione sbagliata. A volte arrivano al massimo di raffinatezza del loro modello – pensiamo all’ellenismo – ma nel frattempo  i capolavori prima scarseggiano, poi scompaiono. E forse noi viviamo la senilità del nostro modello di vita. Si tratta ovviamente di un’affermazione discutibile, se non addirittura arbitraria, ma val la pena di rifletterci. 
Come dicono i libri di scuola, la nostra epoca è nata con la Rivoluzione Francese. Non perché in quell’occasione abbiano tagliato la testa al re, ma perché quell’evento è stato la consacrazione del Secolo dei Lumi. Il secolo di cui siamo figli. Prima, l’Europa era stata cristiana, poi è stata laica. Prima era stata monarchica e assolutista, poi è stata repubblicana e democratica. Se non nella forma certo nella sostanza. Prima era stata rurale, poi è stata industriale e cittadina. Prima era stata socialmente ed economicamente immobile, poi – con lo sviluppo della scienza e della tecnologia – la vita quotidiana è divenuta totalmente diversa da come era stata in tutti i millenni precedenti, fino ad essere irriconoscibile. A questo bisogna aggiungere l’alfabetizzazione di massa, la prosperità economica e agi che l’umanità non aveva mai visto. Tutto questo ha avuto, come riflesso soggettivo, l’universale convinzione che il progresso fosse inevitabile e costante. 
Purtroppo, giungendo a totale maturazione, questa civiltà ha cominciato a mostrare le sue crepe. È vero che l’umanità dei Paesi sviluppati è sostanzialmente ricca  - anche gli impiegati e gli operai si spostano in auto - ma tutti si accorgono che non sanno più dove andare. Inoltre il ritmo del progresso economico ha rallentato e questo contraddice le aspettative. Non soltanto i giovani rischiano la disoccupazione ma non hanno ideali e perfino le loro speranze sono nebbiose. 
Malgrado un benessere inimmaginabile per i nostri bisnonni, la maggior parte della gente è scontenta. La politica è vista come la sentina della corruzione; si mettono in dubbio le scelte economiche; non si ha fiducia né nella Chiesa, né nella morale, e nemmeno nei sindacat: in Italia la diaspora degli spiriti è universale e demenziale. Si metteìono in discussione perfino la scienza, la competenza, la razionalità, la cultura. I cardini stessi dell’Illuminismo. L’ignoranza e il pregiudizio, che il Settecento quasi credeva di aver debellato,  riconquistano terreno e quasi si vagheggia il ritorno alle caverne.
Questa involuzione spiega l’aridità della produzione artistica e intellettuale. Niente più capolavori nel campo della musica, della letteratura o dell’architettura. Gli artisti, in una sorta di disperazione, cercano il nuovo per il nuovo, sono rassegnati a non essere ammirati dal grande pubblico e si accontentano di sorprendere o di indignare. Pateticamente, si mettono ancora in scena le stesse opere liriche di un secolo e mezzo facambiando i costumi e a volte l’ambientazione, come se le parafrasi (quando non le caricature) potessero sortire arte. Il Ventesimo Secolo, in musica, è stato un disastro. Stiamo ancora a riascoltare Beethoven e Brahms e non ce ne stanchiamo, visti i successori.
Il deserto si estende a tutti i campi. Niente più grandi teorie filosofiche. Nessuna novità in politica. In economia rimastichiamo il liberalismo, il keynesismo  e qualcuno perfino il marxismo. Intellettualmente sembriamo girare in tondo, come asini alla macina. E a questa frustrazione una buona parte dell’umanità reagisce con la sindrome di Erostrato: non sapendo costruire, pensa a distruggere. È tutto un fiorire di “contestazioni”, “provocazioni”, “rotture”, “rifiuti”. Abbiamo tutti il coraggio di uccidere un uomo morto. Lo stesso immoralismo non avanza criticando i valori precedenti, ma ha successo in sé. Gli basta abbattere le regole. Non ci togliamo la cravatta perché è un inutile e fastidioso orpello  (e infatti siamo capaci di rimpiazzarla con orrendi tatuaggi) ma perché la portavano i nostri nonni. E se la tolgono anche i ministri, perché sono anche loro “contro”, come i loro elettori più giovani. E infatti parlano con termini gergali, quando non sgrammaticati, imitando quella televisione che si sforza di sfuggire alla lingua italiana dicendo di un criminale che “ha fatto fuori” il complice che prima è stato “incastrato” dalle prove e poi “beccato” dalla polizia. Oggi si reputa che le 140 parole di twitter siano sufficienti ad esprimere teorie politiche. Il record lo battono quelli del Movimento 5 Stelle che stanno al governo e rivendicano nel frattempo il ruolo dell’opposizione. A tal punto questa è divenuta un mito. 
Non c’è dubbio: la nostra civiltà è “senile” e in attesa di passare il testimone.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
25 ottobre 2018




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POLITICA
25 ottobre 2018
SE FOSSI IL SIG.STANDARD, O IL SIG.POOR
Se io fossi un dirigente di Standard and Poor’s domani abbasserei il rating del debito pubblico italiano di un solo gradino, senza arrivare al livello junk bonds (spazzatura). Cioè mi comporterei come Moody’s. Il perché è presto detto. Io so – come sanno tutti – che l’Italia non ripagherà mai il suo debito. So anche che naviga in pessime acque ed economicamente è vicina alla “goccia che farà traboccare il vaso”. In qualunque momento un’ondata di sfiducia, magari soltanto emotiva, potrebbe far fallire questo grande Paese. Dunque so benissimo che l’Italia merita, e già da tempo, il raddoppio del downgrading e la dichiarazione che i suoi titoli di Stato sono spazzatura. Ma non lo direi mai, per le seguenti ragioni.
La prima cosa che fa un uomo impaziente, guardando l’ora, è controllare che l’orologio non sia fermo. In altre parole, di fronte a un fenomeno e al suo indicatore, spesso ce la prendiamo con l’indicatore. E questo mostra quanto sia bugiardo il proverbio secondo il quale “ambasciatore non porta pena”. La porta eccome. Credo sia stato Bernabò Visconti che, scontento della bolla papale che gli infliggeva la scomunica, impose agli ambasciatori pontifici che gliel’avevano portata di mangiare quella pergamena o essere affogati nel fiume. “Mangiare o bere”. 
Nello stesso modo, se domani pomeriggio Standard & Poor’s dichiarasse che i nostri titoli sono spazzatura, e ne derivasse un tremendo terribilio in Borsa con gravissimi pericoli economici per l’Italia, tutti da noi – e in primissimo luogo il governo – darebbero il torto della cosa non alla nostra situazione economica, e all’enormità del debito pubblico, ma a chi descrive la nostra situazione economica ma a chi valuta la rimborsabilità di quel debito. Le lancette dell’orologio e non il tempo che esse soltanto misurano. Come rompere il termometro per difendersi dalla febbre. Ma poiché così ragiona l’umanità, da dirigente della S&P mi direi: “Chi me lo fa fare? Perché diamine devo inguaiare la mia agenzia e lo stesso governo degli Stati Uniti, dicendo la verità, quando posso lasciare che gli interessati procedano da soli e spediti verso l’abisso, come stanno già facendo?”
Forse – ma soltanto forse – nei panni di quel signore mi caverei lo sfizio di contraddire Moody’s su un punto, quando ha parlato di “outlook (prospettive) stabile”. Moody’s forse l’ha fatto per non farsi accusare di ciò che avviene e avverrà in questi giorni, e il governo italiano ne ha tratto quasi vanto: “Vedete, la situazione delle nostre finanze è solida”. E questo mi è sembrato eccessivo. Dunque scriverei: “outlook negativo”. Tanto per farli smettere. Ma grazie al cielo non sono nessuno.
Queste considerazioni su S&P non sono né pessimismo programmatico né filoamericanismo spinto. Sono semplici considerazioni di buonsenso. Soprattutto considerando che in Italia la pulsione al rigetto delle proprie responsabilità, e il tentativo di dare ad altri la colpa dei nostri guai, sembra una pulsione invincibile. 
Se mi sbaglio lo sapremo domani. E se il mio errore fosse nel senso che Standard & Poor’s ci reputa una nazione fra le più affidabili del mondo ne sarei lieto. Come di vincere alla lotteria, soprattutto considerando che non ho comprato il biglietto.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
24 ottobre 2018
ARTISTI AL POTERE
Sui possibili sviluppi dell’attuale braccio di ferro fra l’Italietta e le autorità di Bruxelles ci sono molti articoli di giornale, e tuttavia, considerando la questione nel complesso e da lontano, la si può riassumere in una sola domanda: chi ha ragione?
La risposta non è semplice, perché può essere data usando parametri diversi. Un libro di letteratura francese spiegava la differenza fra classicismo e romanticismo in questo modo brillante: la vacca è utile ma non è bella, dunque è classica; la tigre è bella ma non è utile, dunque è romantica. E quando il nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Bruxelles dichiara solennemente che “La manovra è molto bella”(1) usa un canone estetico, romantico, non usa certo un parametro contabile. E su questo piano come si potrebbe dargli torto? Se c’è un campo che dipende interamente dal gusto è quello estetico.
Naturalmente l’intero governo non confessa a sé stesso di stare agendo in base a canoni estetici. Sarebbe come pretendere dall’automobile che si avvii anche se la batteria è scarica, perché è “brutto” che un’automobile venga meno al proprio dovere di autoveicolo. Il governo invece spera che il pil del 2019 e degli anni seguenti aumenti coprendo le perdite; che la buona sorte si volga in nostro favore, promuovendo la ripresa economica; che i mercati ci amino – come Di Maio sostiene facciano già – e dunque non ci attacchino, lasciando invenduti i nostri titoli. Insomma che la strenua volontà di fare uscire l’Italia dall’impasse economica e dalla sudditanza politica con un atto di volontà di realizzi. In fondo, non lo dice anche il proverbio? “Volere è potere”.
A questo punto si comprende che la legge di stabilità di cui si discute – quella che l’Europa ha rigettato, quella che potrebbe condurci alla procedura d’infrazione e seguenti – è soltanto una delle facce di un fenomeno italiano di più ampio raggio e di più ampio momento. È la conseguenza della sfiducia nei competenti. 
I competenti sono quelli che si occupano dei numerini, tanto in Italia quanto in Europa e nel resto del mondo. E sono quelli che reputano la nostra manovra rischiosa, per non dire suicida. Ma quanto vale, il loro parere? Non sono forse gli stessi che hanno sbagliato tante volte? Non sono quelli che prima sono stati i consiglieri dei governi che ci hanno portato all’attuale disastro economico? E allora con quale autorità osano parlare? “Dunque noi proviamo a fare l’inverso di quello che hanno fatto loro, e non possiamo sbagliare. Del resto, peggio non potrebbe andare”.
In questo modo di pensare si notano due errori plateali. Innanzi tutto, peggio potrebbe sempre andare. E non si prosegue per non recitare la parte dell’uccello del malaugurio. Poi non è detto che il contrario di una cosa sbagliata sia necessariamente una cosa giusta. Diversamente, visto che un uomo immerso nel ghiaccio muore, la soluzione giusta sarebbe metterlo in un forno ben caldo. Nell’ambito dei calcoli, ad un calcolo sbagliato si risponde con un calcolo giusto, non rifiutando l’aritmetica. Se al mercato la massaia si accorge di non avere abbastanza denaro per ciò che contava di comprare – e cioè che ha sbagliato a valutare la sua disponibilità economica – dovrà rifare i calcoli, nel senso di rinunciare a comprare alcune cose. La soluzione non è quella di gridare ai negozianti: “Datemi tutto quello che mi serve, perché questa era la mia lista. I soldi che mi chiedete sono numerini”.
Ecco, è questo il nocciolo della questione. L’Italia non crede più alla medicina ufficiale, all’aritmetica, alle previsioni degli esperti e neppure ai costi dello spread aumentato. Pensa che volere è potere, e vuole, vuole, fortissimamente vuole, come avrebbe detto l’Alfieri.
A questo punto le tre settimane concesse dall’Europa, perché il governo italiano corregga lo schema di legge, sono inutili. Soltanto l’esperienza concreta dirà se il governo italiano ha ragione o torto. 
Ma del resto, forse nemmeno di questa esperienza abbiamo bisogno. Perché il governo il suo parere l’ha espresso in questi termini: “Dal momento che tutti ci danno torto, è segno che abbiamo ragione”. Esattamente come potrebbe dire che sostenesse ancora che la Terra è piatta. E inchiniamoci anche dinanzi al coraggio di chi affronta i giganti che roteano le braccia. Anche se quel vigliacco di Sancho Panza reputa che si tratti di mulini a vento. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 ottobre 2018 
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=403925967_20181024_14004&section=view




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POLITICA
23 ottobre 2018
ARZIGOGOLO SAVONESE
Scrive l’economista e ministro Paolo Savona a Milano Finanza(1): “La mia proposta approvata dal Consiglio dei ministri fin dal varo della Nota integrativa che avremmo verificato ogni tre mesi gli andamenti del quadro geoeconomico, conti pubblici e macroeconomici alla mano, per valutare l'efficacia della nostra politica economica, non corrisponde all'interpretazione data dalla stampa che avrei richiesto una correzione della manovra ma, come lo stesso sottosegretario Giorgetti ha precisato,  testimonia la prudenza con cui il governo intende condurla nello stridore dei gruppi dirigenti che hanno portato il Paese a un debito pubblico eccessivo, al 10% di disoccupazione e a 5 milioni di persone che versano in uno stato di difficoltà economica”.
 Si tratta di una frase lunga e contorta,  comprensibile fino alle parole “politica economica”. Poi si passa alla predicazione. Né il resto del breve testo è più chiaro. Cosicché rimane senza risposta la domanda: “A che serve questa verifica trimestrale?”
Probabilmente il ministro ha voluto far credere che la sua verifica non implichi un dubbio sulla riuscita della manovra. Ma se non si hanno dubbi, perché verificarla? E se la si verifica e si vede che non funziona, perché non si dovrebbe correggerla? Il titolo dell’articolo, “Nessuna correzione”, pare proprio escludere l’unica cosa per la quale la verifica trimestrale potrebbe essere utile. Senza dire che, se si scrive, “Nessuna correzione”, sembra si stia parlando del Corano. 
Paolo Savona meglio avrebbe fatto a non scrivere nulla, oppure, semplicemente, avrebbe dovuto dire che “monitorare il risultato concreto della propria attività è semplice buon senso”. Ma quest’uomo, a giudicare da come scrive, è allergico alla semplicità. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
23 ottobre 2018
http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=403732474_20181023_14004&section=view



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POLITICA
23 ottobre 2018
INCREDIBILE
Sono dolente di tornare sull’argomento già ma non resisto all’indignazione. Scrive Francesco Daveri sul Corriere(1) di oggi: “l'esecutivo ha messo da parte 6,7 miliardi per dare un reddito o una pensione minima di 780 euro al mese a chi non lavora, a chi guadagna poco, a chi non fa la dichiarazione dei redditi e agli anziani che non hanno messo da parte abbastanza”. Una bella platea di beneficiari, non c’è che dire. E le cifre ci consentono finalmente di fare qualche calcolo. 
780€ è il reddito mensile. Per un anno sono 9.360€. Ma 6.700.000.000 diviso 9.360 fa 716.000 persone. E sussidiando meno di ottocentomila italiani si vogliono rilanciare i consumi? E Daveri perde il tempo a commentare queste cifre? Avendo il dubbio di avere le traveggole, si fa il cammino inverso: 716.000 x 9.360 = 6.701.760€. No, non c’è nessun errore nelle cifre. L’errore è nelle teste di chi frequenta Palazzo Chigi.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
(1)https://www.corriere.it/opinioni/18_ottobre_22/azzardo-inefficace-992b8238-d633-11e8-8d40-82f2988440be.shtml




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POLITICA
21 ottobre 2018
CALCOLI DA SCUOLA ELEMENTARE
Il reddito di cittadinanza, a sentire Luigi Di Maio, abolirà la povertà. Peccato, non ho preso nota dell’occasione in cui ha sparato questa affermazione. Infatti l’ho trovata memorabile e mi sono mentalmente  congratulato con lui: poche persone hanno dimostrato  tanta fiducia nella mancanza di senso critico del prossimo. La povertà infatti non è un dato assoluto, è la condizione di colui che, in una data società, ha meno della media degli altri cittadini. Ci sarebbero poveri anche in una società di miliardari: sarebbero i miliardari che hanno molti meno miliardi di altri.
Ma questa è letteratura. Andiamo ai numeri. Se non ho capito male, nella legge di stabilità al reddito di cittadinanza saranno dedicati nove miliardi, e dovrebbero beneficiarne cinque milioni di italiani. Naturalmente può anche darsi che quei nove miliardi non siano disponibili, ma facciamo che lo siano. E facciamo pure che i destinatari siano cinque milioni, anche se nemmeno questo è sicuro; quei numeri sono stati talmente ballerini, che non solo io, ma gente ben più avvertita di me non ha le idee chiare. Comunque, per il mio calcolo, queste cifre sono un buon punto di partenza. Nove miliardi diviso cinque milioni fa 1.800€, che diviso per dodici mesi fa 150€.
Dunque ogni singolo beneficiario dovrebbe avere centocinquanta euro al mese. Ma dai nove miliardi vanno sottratti i soldi necessari ad ampliare e riorganizzare gli uffici di collocamento oltre che a pagare i nuovi impiegati: e questo per un totale – se non ricordo male – di un miliardo e mezzo. Sempre che basti. E allora non partiamo da nove miliardi ma da sette miliardi e mezzo che, diviso cinque dà 1.500, che diviso dodici dà 125€. Domanda: dove sono finiti i 780€ di cui sento parlare da mesi? Soprattutto ora che, dopo avere eviscerato il condono, il suo gettito diminuirà?
Si tenga presenta che, se i miliardi fossero dieci, il sussidio mensile sarebbe di 167€. E se i miliardi, invece di dieci fossero venti, sarebbero ancora 333 al mese . Dove sono i 780€? Lo stesso se i miliardi fossero la metà e i beneficiari il doppio. Ma perfino se i miliardi fossero venti e i beneficiari due milioni e mezzo, si arriverebbe a 666€ mensili: dove sono i 780€?
Per dare 780€ a cinque milioni di persone, per dodici mesi, occorrono quasi quarantasette miliardi. 780 x 12 x 5.000.000 = 46.800.000.000€
Gli amici mi dicono sempre che ho difficoltà con l’aritmetica. Dunque ci dev’essere qualcosa che non ho capito. Ma sono certo che qualche anima caritatevole me la spiegherà.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 ottobre 2018 




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POLITICA
20 ottobre 2018
CHI È LA CONTROPARTE DELL'ITALIA
Ogni volta che c’è una differenza di opinioni, lo spettatore, sia pure nella sua mente, si chiede chi abbia ragione e chi abbia torto. Ma le cose sono più complicate di così. In primo luogo in molti casi manca il giudice obiettivo che sia in grado di conferire la palma della vittoria. In secondo luogo, non è detto che uno abbia ragione e l’altro torto. Per cominciare, potrebbero avere torto tutti e due; poi potrebbe avere ragione l’uno secondo un punto di vista, o l’altro secondo un altro punto di vista. E figurarsi quando nella questione entrano la politica e la macroeconomia, materie estremamente opinabili. Ecco perché nell’eventuale contrasto tra l’Italia e l’Unione Europea si deve andare con i piedi di piombo. 
La Gran Bretagna ha scelto di lasciare l’Unione Europea e se ne è anche pentita, ma ha potuto farlo perché non aveva l’euro e il suo debito pubblico era denominato in sterline. Dunque, anche ad ammettere che abbia fatto un pessimo affare, è un pessimo affare che si può permettere. Senza dire che in fin dei conti potrebbe anche risultare che l’affare non è stato affatto pessimo. Una cosa rimane sicura, per tutto ciò che riguarda Londra: quel Paese ha potuto e può decidere per sé.
Il caso dell’Italia è diverso. L’elemento essenziale non è se abbia ragione o torto, è se abbia o no le armi per combattere. Il suo debito pubblico – enorme – è denominato in euro e, se i mercati perdessero totalmente la fiducia nei titoli italiani, il risultato sarebbe il fallimento. Perché noi non potremmo stampare moneta a tempesta, per pagare i debiti, dal momento che il diritto di stampare la nostra moneta – l’euro – non ci appartiene più. Certo, se ci buttassero fuori dall’euro poi potremmo farlo, ma nel frattempo ci saremmo bagnati a morte come qualcuno che, in campagna, andava verso la città per comprarsi un ombrello. E questo è un rischio che l’Inghilterra, e persino l’indebitatissimo Giappone, non corrono. E non è differenza da poco. 
Così, si ripete, il problema non è se l’Italia abbia ragione o torto, nei confronti dell’Unione Europea, ma piuttosto come ce la caveremmo se la fiducia nella nostra capacità, non di ripagare il debito (non se ne parla neppure) ma di pagare gli interessi sul debito, venisse meno. È per questa ragione che non possiamo permetterci uno scontro con i partner europei. Non perché essi abbiano ragione e noi torto, e neppure perché l’Unione Europea sia forte e noi deboli: noi siamo a rischio nei confronti dei mercati anche senza che nessuno ci spinga da dietro per farci cadere nel burrone. 
Ecco perché la questione iniziale è mal posta. La nostra controparte non è l’Unione Europea, noi discutiamo con le Borse, cioè con una miriade di investitori che danno retta soltanto al loro interesse. E questo è un punto da sottolineare. 
Chi guida la politica, ha mille preoccupazioni e tiene conto di molti fattori: la propria immagine pubblica, la reazione degli elettori, i contraccolpi in campo internazionale, le successive elezioni e persino, nei casi più seri, il giudizio della storia. Viceversa, quando si tratta del proprio denaro, ognuno tiene conto soltanto di esso: “Se faccio questo o faccio quello il mio gruzzolo aumenterà o diminuirà?” Di fronte a questo interrogativo ogni altra considerazione cede il passo. Ecco perché è stupido ipotizzare complotti, l’influenza di grandi nababbi degli investimenti (il solito Soros) o le stesse decisioni dei governi, incluso quello degli Stati Uniti: i mercati sono qualcosa di troppo grande e di troppo anonimo per essere comandati da qualcuno, soprattutto quando si tratta di scontrarsi con i loro interessi finanziari personali. 
Dunque sì, l’Unione si preoccupa di un nostro eventuale default per i riflessi che esso può avere (anzi, che certamente avrebbe) sugli altri partner dell’eurozona, ma da un lato essa non ha il minimo potere sui mercati, dall’altro, pure preoccupandosi, non per questo potrà mai farsi carico del nostro debito o del pagamento a tempo indeterminato degli interessi su di esso. Naturalmente farà di tutto perché non si provochi una crisi dell’eurozona ma, nel caso, ognuno cercherà di salvare sé stesso e nessuno di salvare noi. 
Di Maio e Salvini si comportano come dei ragazzini discoli convinti che papà magari li sgriderà ma certo non li lascerà morire. Cioè non si rendono conto che sono orfani.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 ottobre 2018



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POLITICA
20 ottobre 2018
Noticina da battaglia
Scrivo queste righe mentre è in corso la riunione del governo a Palazzo Chigi, per mettere una pezza alla sceneggiata di Di Maio sul condono. E perché questa fretta? Per evitare che un amico mi dica: lo dici perché è finita così. 
Infatti ciò che sostengo è che, per una volta, quella che si gioca nel governo è, per l’opposizione, una partita win-win, cioè vantaggiosa per l’opposizione, quale che sia il risultato. Le ipotesi sono due. Che il decreto, su pressione di Salvini, sia mantenuto qual è, oppure che il decreto sia cambiato su pressione di Di Maio.
Se il decreto rimane invariato, la sconfitta di Di Maio sarà cocente e non si vede come possa presentarsi al raduno della sua gente, al Circo Massimo, dopo che ha ceduto sull’Ilva, sulla Tap, probabilmente presto sulla TAV, sulla partecipazione di Autostrade alla ricostruzione del ponte di Genova, sull’Alitalia  e ora sul condono. In quest’ultimo caso dopo aver detto di non averlo mai approvato, anzi, nemmeno conosciuto. Fino a rendersi ridicolo. 
In queste condizioni pare difficile che perfino un elettorato ingenuo e di bocca buona come quello del M5S possa perdonargli questa ennesima figuraccia. Fra l’altro non gli basterà spiegare che, nella maggior parte dei casi, è stato costretto a cedere alla necessità; alla forza dei contratti già stipulati; agli imperativi dei numeri. Perché chiunque potrà ricordargli che questi  contratti e questi condizionamenti esistevano anche prima che i 5Stelle andassero al governo, e certo allora nessuno perdonava per essi il Partito Democratico. Insomma, Di Maio, con le audaci dichiarazioni da Vespa, ha posto gli allegati di governo dinanzi all’alternativa di salvarlo da una cattiva figura cui pure si è esposto  volontariamente, oppure di far cadere il governo. Per giunta nell’imminenza del momento in cui bisogna votare la legge di stabilità. In queste condizioni è probabile che Salvini e compagni lo salvino con un compromesso qualunque, ma si può mettere ambedue le mani sul fuoco che, se a ciò saranno costretti, non lo dimenticheranno certo e alla prima occasione gliela faranno pagare con gli interessi.
Ma almeno, dopo tutto questo, Di Maia potrà cantare vittoria? Certamente no. Non soltanto perché i suoi critici – anche all’interno del suo partito – hanno una lunga lista di cose da rimproverargli, come si è visto, ma soprattutto oerché la sua vittoria significa anche minori entrate dal condono, per lo Stato. E Dio sa se le risorse fossero sufficienti, già  prima di questo taglio.
Le cose non vanno poi molto meglio per Salvini, pure se è vero che, almeno, per lui, non c’è il rischio di una defenestrazione. Ma certo l’immagine del capitano che non si arrende mai - né dinanzi alla Francia, né dinanzi all’Europa, né dinanzi ai magistrati italiani – ne rimarrà scalfita eccome. Fra l’altro, anche se il progetto più bisognoso di finanziamenti era il reddito di cittadinanza, certo non favorirà l’azione di governo il mancato gettito di un sostanzioso condono.
Insomma, se Dio Maio perde, rischia la catastrofe. Se vince, avranno problemi Salvini, il governo e lui stesso. Il quale Di Maio, in questa occasione, ha fatto una figura tale che Crozza, imitandolo, non è riuscito a far ridere. L’originale era più comico della copia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 ottobre 2018, ore 15,15




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POLITICA
19 ottobre 2018
WE AGREE TO DISAGREE
Una delle massime caratteristiche dell’essere umano è il linguaggio. È il linguaggio che ci ha permesso di scambiare esperienze ed ha consentito il nostro straordinario sviluppo mentale. È inoltre un giocattolo che non stanca mai, al punto che a volte lo usiamo senza necessità, per il puro piacere di comunicare le nostre idee. Purtroppo in questo gioco si creano delle difficoltà. La tendenza a parlare molto senza ascoltare gli altri. La tendenza ad interrompere. Il brutto vizio di parlare due o tre insieme. E a volte la rissa finale: nell’epoca contemporanea la cortesia, come la cravatta, sta rapidamente passando di moda.
Il fatto è che qualunque discussione è inquinata da un “taciuto” di fondo. Mentre si parla ognuno pensa: “Io ho ragione e tu hai torto. Forse non sei né sufficientemente informato né sufficientemente intelligente”. Ecco perché la prima regola da tenere presente, per la discussione, è la buona educazione. Soltanto le buone maniere possono mettere sufficientemente in ombra quel “taciuto” e impedire che la conversazione volga al peggio.
Al di là di questa regola fondamentale ce ne sono altre che, una volta chiarite, possono rendere questo sport meno pericoloso. La prima è la chiara distinzione della natura di ciò che si discute. Se si parla di un classico del cinema o della letteratura, e i pareri sono opposti, il massimo che si possa ottenere è che l’altro ascolti il nostro parere, ma sperare che cambi opinione è una chimera. Chi a suo tempo è rimasto incantato, e magari ha pianto, assistendo al film “La vita è meravigliosa”, di Frank Capra,  non si piegherà mai al parere del critico illustre che, per ipotesi, tenti di dimostrargli che quella è soltanto una favola per bambini e un film ruffiano. Questo genere di discussione è del tutto inutile. Già i romani avvertivano: “de gustibus non est disputandum”. In questi casi la discussione può essere soltanto informativa – per sapere come la pensa l’uno e come la pensa l’altro – non certo per stabilire se oggettivamente il film valga o no. Se la conversazione tende a prolungarsi, bisogna tentare di fermarla col detto inglese: “we agree to disagree”, siamo d’accordo che non siamo d’accordo.
Altri argomenti che è inutile discutere sono quelli che dipendono da parametri diversi. Se uno ha come parametro fondamentale il merito e un altro l’etica, è inutile che discutano del quantum di sussidio da dare al disoccupato. Non potranno mai mettersi d’accordo perché partono da premesse opposte, e per farlo dovrebbero rivoluzionare le loro convinzioni più profonde, quelle che affondano le radici persino oltre la razionalità. In questo caso, we agree to disagree e buonanotte. 
Altro argomento che è inutile discutere è quello su cui uno dei partecipanti ha un interesse personale. L’essere molto ricchi (in particolare per proprio merito) o l’essere molto poveri (in particolare senza propria colpa) sono cose che influenzano troppo il punto di vista politico perché la discussione possa essere costruttiva. Per la stessa ragione è inutile che i professori cerchino di convincere i genitori che i figli hanno meritato un brutto voto. Nemmeno esibendo un compito brulicante di freghi rossi e blu. “I figli so’ piezze ‘e core” e in questi casi tutti hanno la sensazione di agire in condizioni di legittima difesa. 
Altra categoria di discussione da non affrontare è quella con qualcuno che è palesemente disinformato, arrogante e cretino. Questo genere di persona, sotterraneamente cosciente dei propri limiti, si chiude nel bunker dei propri pregiudizi e considererebbe ogni cedimento un’ammissione di inferiorità. Dunque non si arrenderà mai. Discutendo con lui la persona intelligente rischia di perdere perché non riuscirà mai a fargli concorrenza in materia di argomenti sciocchi. Se vi sentite una squadra di serie A, non giocate mai con una squadra della serie Promozione. Soprattutto se non c’è un arbitro.
Dopo quanto si è detto, qualcuno si chiederà se abbia ancora senso discutere, ed eventualmente con chi e di cosa. Per gli argomenti, si possono affrontare quelli per i quali valgono dati obiettivi e dimostrabili. Mentre bisogna soltanto segnalare e lasciar subito perdere le posizioni opinabili: we agree to disagree. Poi, se discutiamo con una persona seria e informata, c’è caso che otteniamo dati  che ci mancavano o veniamo a conoscere punti di vista nuovi. Insomma, che riceviamo qualche lezione. Ma naturalmente perché questo miracolo si verifichi è necessario non soltanto che il docente sia eccezionale, ma sia eccezionale anche il discente. Qualcuno che ha un tale coraggio della verità, da essere più lieto di saperne di più che di avere ragione. 
 Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
19 ottobre 2018



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POLITICA
18 ottobre 2018
LEGALITA' DEL TAGLIO DELLE "PENSIONI D'ORO"
Ovvero: che fare delle pensioni rubate?
C’è qualcosa di fastidioso, di volgare, e al limite di miserabile, nella furia con la quale molti si scagliano contro quelle che chiamano “pensioni d’oro”. Una simile, acre passionalità fa pensare ad un povero disgraziato che ispirerebbe pietà – e magari la voglia di dargli una mano – se soltanto chiedesse la carità, ma fa totalmente cambiare il sentimento quando estrae un coltello e strappa il portafogli a un passante. Senza arrivare alla severità del Decalogo, che all’art.9 vieta non di togliere agli altri i loro beni, ma addirittura di desiderarli, nessuno può essere autorizzato al furto o alla rapina. 
Questa avidità riguardo ai beni altrui, tanto contraria alla Legge Mosaica, trova una sua giustificazione nel fatto che molte delle pensioni erogate col metodo retributivo sono economicamente ingiustificate. E val la pena di ripetere qualche concetto essenziale in materia. La pensione è una retribuzione differita. Il lavoratore si assicura contro la vecchiaia versando mensilmente una quota della sua paga e alla fine, quando si mette a riposo, l’ente che ha percepito quelle rate mensili gli versa un trattamento che gli consente di vivere. Questa la regola. 
Invece anni fa lo Stato cominciò ad erogare pensioni senza tenere conto delle somme versate dal lavoratore, ma partendo dall’ultima retribuzione percepita (metodo retributivo). Così la pensione, invece che essere stata pagata preventivamente all’interessato, è stata pagata dagli altri lavoratori in servizio. Ed è avvenuto che migliaia di lavoratori, in pensione anche a cinquant’anni o meno, hanno percepito per trenta o quarant’anni un reddito mensile in nulla comparabile alle somme versate come contributo pensionistico. Detto brutalmente, in Italia esistono ancora oggi decine di migliaia di persone che da decenni vivono a spese dei contribuenti. Per giunta ora la legge voluta da Di Maio non gli torcerà un capello e non gli sottrarrà un euro perché di gran lunga la maggior parte di questi parassiti non arriva a 4.500€, e neanche 2.000€.  Il perché è ovvio: se un tizio ha mille o millecinquecento euro di pensione, togliendogliene una buona parte, lo si condanna alla fame. 
Le pensioni retributive (anche la mia) sono uno scandalo economico. Ma quello Stato che le ha concesse in un momento di follia – una follia molto applaudita, come oggi si applaude il taglio delle “pensioni d’oro” - non ha il potere di rimangiarsi la parola data. Una donazione, secondo la legge italiana, può essere revocata soltanto quando (art.801 C.c.) il donatario si è comportato in modo indegno, ma nulla è previsto nel caso che in modo assurdo si sia comportato il donante. Delle proprie disponibilità finanziarie ognuno può fare quello che crede. Se dunque lo Stato è stato un demagogo imbecille, non si vede perché la sua imbecillità debba essere pagata da coloro che ne hanno beneficiato. Addirittura, un antico e cinico proverbio siciliano chiede: “Se il ricco non fosse un minchione, il poverello potrebbe forse vivere?”
Fra l’altro, parlare di imbecillità, in questo caso è azzardato. È “stupida” l’azione politica che io disapprovo (per esempio il reddito di cittadinanza), ma la stessa azione non è stupida per i milioni di italiani che l’applaudono. E comunque lo Stato non può essere interdetto per manifesta infermità mentale. Neanche quando crea un debito pubblico mostruoso.  In altri termini, il sistema delle pensioni erogate col metodo retributivo, per quanto assurdo, non è meno legale di altri provvedimenti. 
Come se non bastasse, lo Stato ha il dovere di non comportarsi in modo spregevole. Secondo Montesquieu, la molla fondamentale della monarchia assoluta (regime sotto il quale viveva) non era la pura forza, o peggio il terrore, come può avvenire con la tirannide;  era, al contrario, l’“onore”. I nobili ed i cittadini dovevano comportarsi con onore nei confronti del sovrano, e il sovrano doveva avere un comportamento onorevole nei confronti dei sudditi. Pare di sognare. Una monarchia assoluta tanto leggera e facile da sopportare come quella francese, a confronto di democrazie popolari come la Romania di Anna Pauker o la Germania Orientale di Ulbricht e Gottwald. Per non parlare della Russia di Stalin. È proprio vero che l’etichetta sulla bottiglia conta meno del suo contenuto. 
Lo Stato italiano non sarà magari fondato sull’onore, ma neanch’esso può mancare alla parola data. Se, per esempio, decide di rendere punibile un dato comportamento, non per questo può punire coloro che lo hanno commesso prima che la legge fosse promulgata. Nullum crimen sine praevia lege. E, in ossequio alla parola data, lascerà libero e impunito qualcuno che reputa certamente meritevole di una punizione.
Insomma, anche se Di Maio forse non lo sa, l’idea di tagliare le cosiddette “pensioni d’oro” è un assurdo giuridico. E probabilmente la Corte Costituzionale glielo spiegherà meglio di me.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
18 ottobre 2018 




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POLITICA
17 ottobre 2018
RAGIONI DI UN'OSTILITA'
Due volte al giorno gli orologi fermi dicono la verità. Per questo, prima di vedere qual è la fonte, bisogna giudicare la fondatezza in sé di un’affermazione. Una cosa può essere vera perfino se l’ha detta Luigi Di Maio. E infatti si deve ammettere: è vero che, pur se non esiste alcun complotto,  la stragrande maggioranza della stampa italiana è nettamente contraria all’attuale governo.
Secondo il leader del M5S tutto nasce dall’ostilità alla novità e al governo del popolo. L’establishment è preoccupato per i propri interessi e sa che sta perdendo il proprio potere. Spiegazione improbabile. L’Italia è gravemente in crisi da anni e, se un nuovo governo desse l’impressione di rimetterla in carreggiata, non si vede come i media potrebbero dichiararsi scontenti. Soprattutto al livello della collettività degli intellettuali, l’interesse prevarrebbe sul pregiudizio. Si può attribuire all’interpretazione di Di Maio una qualche percentuale di verità, ma non certo tutta la verità. E soprattutto essa non spiegherebbe né l’estensione né l’intensità del fenomeno. Infatti nel rigetto dei progetti di questa maggioranza si nota un incontenibile disprezzo, un acre sarcasmo, quasi un odio viscerale. Tutte cose, che abbisognano di adeguate motivazioni. 
Non basta la diversità dei programmi. Non basta nemmeno il pericolo rappresentato dalla loro realizzazione. Quando Prodi costituì il suo secondo governo – con statisti del calibro di Pecoraro Scanio e del giovane Francesco Caruso – molti temettero veramente il peggio, perché raramente si erano visti tanti idealisti scapigliati e anche un po’ dementi andare al potere. E tuttavia non ci fu l’universale levata di scudi cui assistiamo oggi. Così, la spiegazione dovrebbe essere un’altra. Oggi non assistiamo a un cambio di dirigenza politica. Assistiamo al sovvertimento dei principi fondamentali della nostra società. Come se nel convento fosse arrivato un nuovo abate che vuole imporre l’ateismo come regola del cenobio. Tutto ciò suona apocalittico e va spiegato. 
Per lunghi decenni, nel contrasto fra centrodestra e centrosinistra, si è convenuto su alcuni principi. Per esempio: bisogna evitare che i mercati si allarmino al punto da determinare il default dell’Italia. E infatti, quando nel 2011 questo pericolo è stato percepito, si è dato vita al governo di salute pubblica di Mario Monti, sostenuto sia dalla sinistra sia dalla destra, ognuno ammainando la propria bandiera. Maiora premebant. E invece oggi i ragazzotti al potere sfidano i mercati e la reazione degli investitori, risoluti a proteggere i loro interessi. Sfidano la possibilità che lo spread ci costringa a pagare interessi altissimi e perfino insostenibili. Sfidano la disapprovazione dell’Unione Europea e le sue possibili sanzioni. Non si curano del rischio che la politica dell’Italia possa fare saltare il banco, cioè l’euro e la stessa Unione Europea. E perché si comportano così? Per una ragione forse ancora più allarmante dei rischi economici: la totale sfiducia nelle affermazioni dei competenti e il rifiuto di tutto ciò che fino ad oggi si è ritenuto incontestabile, incluso il fondamento della nostra razionalità. Ecco il paragone con l’abate ateo. In questi giorni di attesa gli italiani vecchio modello aspettano di sapere se per anni – sia partendo da sinistra, sia partendo da destra - ci siamo sbagliati su tutto, o se gli attuali governanti non siano fatalmente destinati a sbattere il muso tanto duramente, da provocare forse una tragedia per l’intera nazione.
Quella cui assistiamo non è una battaglia politica: è lo scontro tra due mentalità incompatibili, di cui soltanto una può sopravvivere. Ecco l’ansia di questi giorni. La posta in gioco è talmente alta che,  pur di veder prevalere la nostra religione della razionalità, siamo ridotti a sperare che la realtà reclami i suoi diritti, quale che ne sia il prezzo. Che le agenzie di rating dicano chiaro e forte che non si può allargare fischiettando un debito pubblico già stratosferico e sul punto di esplodere. Che proclamino ad alta voce che l’Italia non sarà mai in grado di ripagare il suo debito, come del resto non sarà in grado di farlo la maggior parte degli altri Paesi in condizioni simili alle nostre. Il bambino grida che l’impertore è nudo e non si rende conto che anche gli altri lo sapevano, ma stavano tenendo in piedi l’illusione della maestà del sovrano. Nello stesso modo, gli incoscienti che guidano l’Italia forse provocheranno spensieratamente quell’esplosione che tanti pompieri, fino ad ora, erano riusciti ad evitare. 
Ecco la ragione dell’ostilità, ma anche dell’ansia e perfino dell’angoscia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 ottobre 2018




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16 ottobre 2018
CRISI DI CIVILTA'
L’Italia è in crisi. Lo è economicamente e perfino dal punto di vista culturale. Che la sua situazione sia particolare lo si vede anche dal fatto che Wall Street da mesi inanella record, la Germania scoppia di salute economica e Paesi che, fino a ieri, erano in crisi - come la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo e persino la Grecia - si riprendono, mentre noi segniamo il passo. Così uno tende a pensare che il nostro sia un caso unico. Ma non è così. Se siamo un caso speciale per il nostro astronomico debito pubblico, non siamo un caso speciale dal punto di vista sociale e politico. L’intera Europa è in crisi di valori. Non soltanto il Continente non crede molto all’Unione, ma non crede più neanche ai partiti e alle ideologie che sono stati la base della nostra vita associata, per oltre settant’anni. Il disorientamento è totale. Gli europei non credono neanche in sé stessi. Come se tutte le strutture, indegne di sopravvivere, stessero collassando e tutti si rendessero conto che è necessario trovare altro. Si vive l’alba di un giorno nuovo senza sapere in che consisterà la sua novità. Addirittura senza nemmeno sapere se poi staremo meglio o peggio di prima. I sintomi sono numerosi.
   La Francia, dopo un momento di disorientamento, ha eletto il Presidente Emmanuel Macron soltanto come un ripiego, per non ritrovarsi l’ex Front National all’Eliseo. Ma già è scontenta di lui. E questa ostilità confina pericolosamente con un disprezzo, che ben difficilmente si poteva sentire per De Gaulle o perfino Mitterand. La credibilità della Quinta Repubblica è a rischio. 
In Germania, i due partiti che hanno dominato la nazione dalla fine della guerra hanno il fiato corto. La SPD addirittura rischia di sparire. Le recenti elezioni in Baviera denunciano la fine della fiducia nell’ordine costituito. Vediamo avanzare partiti pressoché anti-sistema come i Verdi e Alternative für Deutschland e la Merkel presto potrebbe essere un ricordo. È sicuro che la Germania ci guadagnerà? Anche quel grande Paese vuole qualcosa di nuovo, ma è un nuovo migliore del vecchio?
La Gran Bretagna ha avuto tanto poca fiducia nell’Europa da lasciarla. Poi magari si è accorta di non aver fatto un affare, ma quel voto, se ha un incerto significato per il futuro, segna un sicuro rifiuto del passato. 
Né migliori e più stabili appaiono le prospettive di Spagna, Austria, Ungheria, Polonia. Per non parlare della Turchia che, pur di cambiare, si dà ad una dittatura a sfondo teocratico. 
In tutta l’Europa è venuta meno la visione del futuro. Per molti decenni avevamo previsto – alcuni con speranza, molti con angoscia – il trionfo del comunismo. I Paesi occidentali nemmeno sapevano se la loro battaglia di retroguardia sarebbe servita ad arrestare la marea montante della Falce e Martello. Poi il comunismo è imploso, ma è rimasta in piedi la fede nel socialismo. Più o meno la stessa teoria economica, ma almeno con la garanzia delle libertà repubblicane. Lo Stato socialdemocratico, col suo generoso Welfare, è stato per tutti un’evidenza priva di alternativa. Ma oggi anche il socialismo è in crisi: lo vediamo in Germania, ma soprattutto in Italia, dove gli sopravvive soltanto la sua caricatura: il populismo. 
Se anche il socialismo agonizza, veramente non sappiamo che cosa rappresenti il futuro. È l’intera società che ha il fiato corto. Tutti parlano di cambiamento - parola magica e vuota, quasi come quell’ologramma di Obama – ma, se tutti vagheggiano qualcosa di meglio, nessuno sa in che cosa potrebbe consistere: essere tutti pensionati, a carico dello Stato?
La disperazione induce l’Italia a tollerare un governo di ignoranti, di incompetenti, di imprudenti, di ripetenti. Che differenza, con la Rivoluzione Francese. Forse allora il popolo non era all’altezza di un’ideologia talmente colta, solida e strutturata, da essere capace di trionfare in tutta l’Europa anche dopo Waterloo. Che differenza, con la Rivoluzione Russa. Anche allora dei rivoluzionari di professione sognarono di realizzare un’utopia, quella di Marx. E sacrificarono ad essa la prosperità del Paese e perfino la vita di milioni di persone: tanto forte era la convinzione di essere nel giusto. Ora invece l’Europa non sa più a che santo votarsi. La plebe – una plebe in automobile – pretende il nuovo subito, anche se non sa in che consisterà, e non esita a far rovinare l’edificio che per tanti decenni l’ha protetta dalle intemperie.  Così il povero Candide, che ormai desidera soltanto coltivare il suo giardino, comincia a temere che la follia umana non lo lascerà in pace nemmeno lì. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
13 ottobre 2018
SOFFRIAMO TUTTI DI ANACICLOSI
Narra un’antica favola che le rane chiesero a Giove un re, e il padre degli dei gettò nel loro stagno un pezzo di legno. Le rane furono presto scontente. Che re era, quello, sempre inerte e incapace di qualunque reazione, perfino se gli saltavano addosso? Così insistettero di nuovo con Giove per avere un re diverso e il dio gli inviò un attivissimo Serpentone, che cominciò a far strage delle rane. 
La favola illustra bene un fenomeno costante dell’umanità che, a mio parere, dipende dalla durata della vita umana. Se, invece di vivere ottant’anni (quando va bene), gli uomini vivessero due o trecento anni, avrebbero il tempo di fare molte esperienze e di perdere molte illusioni. Invece la brevità della loro esistenza fa sì che dinanzi alle difficoltà si mettano a sognare soluzioni che i loro progenitori hanno già assaggiato, magari vagheggiando la condizione in cui si trovano i loro nipoti scontenti.
Ma questa è la scoperta dell’acqua calda. Già i pensatori antichi, a partire da Erodoto, Platone ed Aristotele, fino a Machiavelli, e credo anche Montesquieu, hanno pensato che gli uomini passano da un tipo di regime all’altro, per ricominciare poi dal primo. In base alla sistemazione finale di Polibio, ogni tipo di governo si corrompe e conduce al seguente, secondo uno schema circolare chiamato “anaciclosi”. Questa parola fa pensare ad una malattia, ed effettivamente è una malattia dell’umanità. Si parte dalla monarchia, dove comanda un singolo per il bene di tutti. Infine questo regime si corrompe divenendo tirannide e arriva il momento in cui il tiranno è esautorato.  Subentra l’aristocrazia, che magari da prima governa bene, ma poi si corrompe in oligarchia, finché non si passa alla democrazia, che purtroppo si corrompe anch’essa divenendo oclocrazia (governo della plebe). Infine si arriva all’anarchia e gli uomini, anelando ad uscire da questo caos, si affidano ad un uomo forte. E il ciclo ricomincia.
Se gli uomini vivessero tanto a lungo da sapere che il regime ideale non esiste, sarebbero meno inclini al cambiamento, e questa parola insulsa non avrebbe il fascino che ha oggi. Infatti non sempre cambiamento significa miglioramento, e il rimedio del ghiaccio non è il fuoco. Per questo non bisognerebbe indignarsi troppo per i difetti della democrazia. Essa sarà pure piena di inconvenienti ma, vista l’alternativa, meglio tenersela. Né bisognerebbe indulgere troppo nel rispetto della maggioranza, perché, se governa la plebe, si va al disastro. Di Maio e Salvini sparano ogni giorno enormità che convincono la grande massa e indignano le persone colte, l’élite disprezzata cui un giorno si tornerà col cappello in mano. 
Come si può pensare di governare un grande Paese, seguendo le indicazioni delle bettole e dei mercati rionali? Questo andazzo sembra la preprazione di quella crisi e di quella reazione che potrebbero portarci al caos.
Chi sogna la democrazia diretta non ha idea dei guasti che potrebbe produrre. Il governo moderno deve guidare la nazione per il bene del popolo, e non secondo le indicazioni del popolo. Il popolo non è abbastanza qualificato a darle. Perché in questo caso sarebbe come se il medico, visitato il malato, gli prescrivesse poi la cura che il malato stesso gli ha indicata. Il medico ha il dovere di cercare di guarire il suo cliente, non di farlo contento sul momento. Se poi non ce la fa, il malato può cambiare medico e il popolo può cambiare maggioranza. Ma le regole dell’arte vanno comunque osservate.
Né si può citare, in favore della democrazia diretta, l’esperienza della Grecia antica. Innanzi tutto perché la polis era spesso poco più di un’odierna cittadina, non un’enorme Paese di molti milioni di abitanti. Poi , pure se è vero che tutti i cittadini partecipavano alla boulè, all’assemblea, è anche vero che non vi partecipavano le donne, gli schiavi e gli abitanti del contado. Sicché, in fin dei conti, la democrazia diretta era la democrazia degli uomini di città, i più interessati e i più informati. Mentre nella democrazia diretta attuale, per ipotesi via telefonino, voterebbero cani e porci, per esprimerci come farebbe Salvini. Inoltre, dal momento che le conseguenze delle decisioni prese dall’assemblea si ripercuotevano pressoché immediatamente sulla città, tutti imparavano il dovere di essere responsabili. Invece, quando lo Stato è un’organizzazione immensa, la gente ha la sensazione che esso sia onnipotente: e ciò dà lunga vita alla demagogia. Per giunta la gente non impara molto dai propri errori, perché lo Stato, estraneo e lontano, è il colpevole di tutto, sempre. Come se la sua politica non l’avessimo determinata noi, col nostro voto. 
Ma non c’è speranza. Gli uomini fanno esperienza soltanto per passare da un errore all’altro, secondo lo schema dall’anaciclosi . Dunque gli italiani devono assaggiare le conseguenze dell’incompetenza e della demagogia, per apprezzare al loro giusto valore dei professionisti della politica come Andreotti. 
Uno vale uno? No. A volte vale zero, a volte vale un milione.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 




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POLITICA
10 ottobre 2018
PERCHÉ CI SI OPPONE ALLA MANOVRA DEL GOVERNO
Che ci sia un problema, a proposito delle intenzioni del governo, in materia di politica economica, lo sanno tutti. Da un lato Salvini e Di Maio che vogliono abbassare le tasse e distribuire vantaggi, e dall’altro la resistenza di quasi tutte le istituzioni: delle autorità europee, della Banca d’Italia, della Corte dei Conti, dell’Istat, del Fondo Monetario Internazionale, della Commissione Parlamentare  e degli stessi mercati, che reagiscono facendo lievitare lo spread con i titoli tedeschi.  Ora si può star certi che, se si chiedesse alla gente il perché di questa resistenza, si avrebbero le risposte più diverse. Per rigidezza ideologica, direbbero i più colti. A causa dei loro pregiudizi, direbbero altri. Infine si farebbero avanti quelli che parlerebbero di complotto, di interessi inconfessabili dei poteri forti, di paura del rinnovamento, di ostilità all’Italia, di volontà di potenza della Germania e di mille altri motivi, più o meno fantastici. Eppure c’è modo di orientarsi. 
Su un punto c’è unanimità: la futura legge di stabilità dovrebbe prevedere grandi spese in deficit. E così abbiamo la base da cui partire. 
“Deficit” significa: “manca”, “non c’è” e, nel gergo degli economisti, “disavanzo”. Ciò che non c’è è il denaro. Ho speso cento, ho ricavato novanta, mi mancano dieci: sono in deficit di dieci. Ma la parola non fa più paura, quando si tratta di Stati, perché sono decenni che molti di loro, e in primo luogo l’Italia, spendono più di quanto incassino. E sono ancora lì. Dunque perché non lo si potrebbe fare ancora una volta? Dopo tutto, stiamo parlando di una quarantina di miliardi, mentre il debito pubblico italiano conta più di 2.300miliardi . Che cosa sono quaranta rispetto a 2.300? Chi si oppone – pensa molta gente - non lo fa per motivi reali, ma per andare contro questo governo, che, come direbbe Di Maio, è il governo del popolo e non di Lor Signori.
Purtroppo le cose non stanno esattamente così. Se l’Italia avesse ancora la lira, potrebbe spendere in deficit quanto vuole. Provocherebbe inflazione, ma il conto lo pagherebbero gli stessi italiani e in particolare i percettori di reddito fisso (operai, impiegati, pensionati). Questi infatti riceverebbero moneta svalutata, dunque con un minore potere d’acquisto. Ma noi abbiamo l’euro e dunque oggi il problema non si pone in questi termini. 
Se la Banca Centrale Europea ci permettesse di stampare euro a volontà, provocando l’inflazione di questa moneta, non ne pagherebbero il conto soltanto gli italiani, ma tutti coloro che usano l’euro. La diminuzione del potere d’acquisto si suddividerebbe su tutti i cittadini dell’eurozona. È difficile capire che questo potrebbe non piacergli? Ecco perché l’Europa non permette la famosa “flessibilità”, un modo politically correct per dire “fare debiti”. Gli italiani lucrerebbero il valore dei miliardi spesi in deficit mentre gli europei tutti pagherebbero il conto. 
Ma, dirà qualcuno a questo punto, chi ha detto che chiediamo soldi all’Europa? Noi i soldi li chiediamo ai mercati, emettendo titoli di Stato. Ed è vero. Ma più ne chiediamo, meno siamo affidabili, come debitori, e più è necessario che, per piazzare i titoli, salga il livello degli interessi offerti (spread). E più è salato il conto che dovranno pagare i nostri figli. E questo è il meno. Se esageriamo, non soltanto nessuno ci farà credito, ma salterà il banco. Questa richiesta di soldi al mercato una volta o l’altra sbatterà contro il dubbio (che poi è una certezza) che l’Italia non sarà mai in grado di restituire il capitale. Quando ci si renderà conto che ciò potrebbe verificarsi da un momento all’altro, i nostri titoli rimarranno invenduti, quelli in scadenza non saranno rimborsati e l’Italia dichiarerà fallimento. 
Ciò ovviamente non piacerebbe certo all’Europa, a causa dei contraccolpi che la cosa avrebbe sulle economie degli altri Stati dell’eurozona ma – ecco un fatto importante – questo pericolo è sentito meno acutamente che un tempo. Mentre l’aumento dello spread dimostra che l’Italia è a rischio, questo aumento non si è avuto per gli altri Paesi. Nemmeno per Paesi come la Spagna e il Portogallo. Oggi come oggi si pensa che, se fallisse l’Italia, fallirebbe soltanto l’Italia.  La stessa Banca Europea sta per smettere totalmente il Quantitative Easing, e dunque se i mercati non comprano i nostri titoli, nessuno potrà comprarli. Oggi è meno probabile che qualcuno ci dia una mano, se le cose si mettono male.
Ma qualcuno potrebbe ancora obiettare: “Argomentazioni valide, ma come mai tanti governi non ne hanno tenuto conto in passato? E perché ora dovrebbero tenerne conto il M5S e la Lega?” 
Perché il passare del tempo non è privo di conseguenze. Se si lascia gocciolare l’acqua nel vaso, per molto tempo non ci sarà da preoccuparsi. Ma, quando sarà colmo, presto una goccia lo farà traboccare. È proprio perché si è tanto insistito in queste spese folli, per anni ed anni, fino a creare quell’astronomico debito pubblico, che “l’ultima goccia” non è più un’ipotesi lontana. Ecco perché tutte le istituzioni, europee ed italiane, si sgolano a gridare al pericolo. 
La sintesi è semplice: l’inflazione è impossibile, perché sarebbe a carico soprattutto degli altri europei  e continuando a far debiti c’è il rischio che i mercati ci facciano fallire. Se qualcuno non ha paura di tutto questo, è più coraggioso di me.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
10 ottobre 2018



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POLITICA
9 ottobre 2018
LA RICOTTA DI SALVINI E DI MAIO
Di fronte all’incredibile, temeraria posizione dei due leader dell’attuale maggioranza, i giornalisti e i politologi si scervellano per trovarvi una logica. Secondo alcuni di loro tuttavia il progetto sarebbe chiaro. Si tratterebbe di cambiare il quadro socio-economico passando, dall’austerity e dal pareggio di bilancio imposti dall’Europa, ad una franca scelta di deficit spending key­nesiano. Keynesiano, ovviamente,  come l’intendono i molti che considerano Keynes il profeta della finanza allegra: grandi sussidi e grandi investimenti, senza curarsi del debito pubblico e della reazione dei mercati. 
Diversamente da come un tempo qualcuno ipotizzava, secondo le inten­zioni dei duumviri, questo risultato dovrebbe raggiungersi senza uscire dall’euro. Bisognerebbe semplicemente vincere le elezioni europee dell’anno prossimo – insieme con gli altri partiti populisti – per poi svuotare dall’interno i poteri dell’Unione Europea. Ottenuto questo risultato, i trionfatori potrebbero finalmente ridare ai singoli Stati completa libertà di azione.  E se poi, nel compiere questa manovra, si provocassero gravi contraccolpi economici (più o meno fino al disastro) si potrebbero sempre indicare Bruxelles e i mercati come colpevoli di tutto. Si sa, il “nemico esterno” - soprattutto un nemico che diligentemente si indica come tale da anni - rappresenta il più sicuro alibi del­le dittature. Non più tardi di ieri, quando lo spread ha ampiamento superato i trecento punti, Salvini ha detto che tutto ciò è “colpa degli speculatori”. Que­sti nuovi barbari immorali, infatti, invece di occuparsi soltanto di carità, come sempre hanno fatto tutti i loro predecessori, pensano a proteggere i loro ca­pitali e a ricavarne qualcosa. 
La teoria è suggestiva, cinica e, per dirla tutta, un po’ folle, ma proprio per questo merita di essere presa in considerazione. Un competente potrebbe  esaminarne accuratamente gli sviluppi e i vantaggi (if any) ma il profano può facilmente consolarsi dei propri limiti osservando che forse essa urta, sin da principio, contro una facile obiezione. 
 Nella favola  di “Pierina e la ricottina” (probabilmente “traduzione” della fable di Jean de la Fontaine, “Perrette et le pot au lait”) Pierina va al mercato fantasticando di  vendere la sua ricotta e poi, di affare in affare, di arricchirsi. Purtroppo inciampa, la ricottina finisce per terra e tutti sogni vanno in fumo. Quando è aleatoria la base di partenza , figurarsi gli esiti finali.
Il piano  attribuito a Matteo Salvini e Luigi Di Maio è in realtà meno plausi­bile di quello di Pierina. Nella favola la ragazza qualcosa da cui partire effetti­vamente ce l’ha: la ricotta. E, se non avesse inciampato, l’avrebbe effettiva­mente venduta. Nella realtà italiana, invece, manca proprio la ricotta. Ad am­mettere che il piano dei famosi dioscuri fosse perfetto come un’automobile appena uscita dalla fabbrica, ci sarebbe ancora un problema: il serbatoio è vuoto. Un generoso deficit spending dipende infatti da una condizione essen­ziale: disporre del denaro da spendere. Ma – dirà qualcuno – se si parla di deficit spending è proprio perché non si ha il denaro da spendere. Ed è vero. Ma ciò significa anche che rimane il problema di come procurarselo.  E per far questo ci sono soltanto due strade.
Un Paese che dispone della propria sovranità mone­taria, può stampare moneta e provocare inflazione. Purtroppo le conseguenze di questa opera­zione sono tutt’altro che indolori, soprattutto per i più poveri, e comunque, poiché nel piano di Salvini e Di Maio è previsto che si rimanga nell’euro, per noi ri­mane soltanto la seconda strada: ottenere un prestito. Ma per fare debiti non basta la volontà di farli: bisogna trovare qualcuno che ci faccia credito. E non sempre lo si trova. Ne fa già l’esperienza qualunque disoccupato che si rechi in banca a chiedere un mutuo.
La realtà è diversa. Se l’attuale maggioranza continua così pervicace­mente ad allarmare i mercati, arriverà fatalmente il momento in cui non sol­tanto nessuno ci concederà prestiti per nuove, grandiose spese, ma ci verrà negato persino il necessa­rio per rimborsare i titoli in scadenza. 
Se questo è il piano di Salvini e Di Maio, è veramente inge­nuo. Loro pen­sano a spendere come ubriachi dopo le elezioni di maggio, io temo che le agenzie di rating declassino i nostri titoli a livello spazzatura (non nell’altra vita, alla fine di ottobre), e a quel punto la ricotta sarà sparsa per terra.
Questa politica, piuttosto che di deficit spending, mi sembra di deficit in­tellettivo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
9 ottobre 2018



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POLITICA
8 ottobre 2018
I DIRITTI DEL SUPERIORE
Una mia amica giornalista, a proposito dei competenti, mi ha segnalato come i massimi economisti abbiano idee diverse, su come far funzionare lo Stato. Le ho risposto: “La macroeconomia sta con un piede, o forse due, nella politica. Però chi dice che bisogna vaccinarsi, non foss'altro per non contagiare i bambini immunodepressi, è un competente da ascoltare, o no?”
Ecco la replica: “Sui vaccini si può obiettare che la comunicazione più arrogante del mondo è quella dei competenti e proprio l'atteggiamento alla Alberto Sordi nel famoso film ("io so' io e voi non siete un cazzo") induce i dubbiosi a provare moti di antipatia anziché offrire ascolto incondizionato: la comunicazione è politica e la politica è anche comunicazione. Se comunichi male, non puoi occuparti della polis e non ti votano: non da oggi”. 
La mia amica ragiona bene. È vero, la politica è anche comunicazione. Ma il problema del rapporto con i competenti può essere visto da un’altra angolazione. Non dal lato per così dire “televisivo”, o da quello della political correctness. Per  non parlare di un livello di cortesia che diviene quasi eroica sopportazione. Intendo che, se da un lato possiamo occuparci dei doveri comunicativi del competente, sarà pure lecito occuparsi dei doveri comportamentali dell’incompetente. 
Prendiamola alla lontana. Immaginiamo un uomo alto un metro e sessantotto che pesi novantasei chili. Tecnicamente, è obeso. Ma una persona beneducata non si rivolgerebbe mai a lui dicendo: “Tu che sei obeso, dovresti sapere...” In questi casi si usano parole come “robusto”, “un po’ sovrappeso” ed altri  eufemismi. Né io sono qui a raccomandare di essere brutali. Ma ciò non significa che l’interessato abbia il diritto di protestare, se qualcuno lo chiama obeso. Perché è la verità, e chi non vuole sentirsela buttare in faccia cominci col dimagrire. 
Oggi invece sembra si predichi come un imprescindibile obbligo quello di chiamare un cieco ipovedente, come se così ci vedesse meglio o come se l’essere ciechi fosse una vergogna. Recentemente, discutevo con un chirurgo l’opportunità di un’operazione e alla fine ho concluso: “Perché correre rischi? Ormai, data la mia età, è più probabile che muoia prima che questo problema divenga veramente insostenibile”. E tuttavia mi pare ovvio che a nessuno si potrebbe dire “Non si operi, è probabile che muoia abbastanza presto, e non vale la pena di porsi questo problema”. Già, perché fra le verità da nascondere, c’è quella che moriamo. E più siamo vecchi, più è probabile che l’evento sia vicino. Non siamo immortali.
 Ed ora devo spiegare in che modo queste considerazioni si saldano con ciò da cui siamo partiti. Il virologo magari farà bene a rivolgersi con cortesia all’incompetente, ma l’incompetente non deve osare mettersi sullo stesso piano del virologo. Se lo trattasse da pari a pari, meriterebbe che il professionista gli rispondesse: “Lei  non soltanto è un incompetente, è anche poco educato ed arrogante. Un ignorante come Lei la massima figura la fa quando sta zitto”. Forse che il suo interlocutore questa risposta non l’avrebbe meritata?
Quand’anche qualche virologo, a proposito dei vaccini, si fosse espresso con arroganza, con sarcasmo e trattando gli altri dall’alto in basso, in primo luogo vorrei sapere con quali toni gli altri si sono rivolti a lui. In secondo luogo il virologo avrà torto nei termini usati, gli altri hanno torto nella sostanza, perché non sanno di che parlano. Per dire: gli atteggiamenti da bullo narcisista e autocompiaciuto di Cassius Clay, quando era un campione, erano difficili da sopportare, ma in un certo senso se li poteva permettere. Perché effettivamente era uno straordinario campione. Lo stile è un merito, non un obbligo.
Tornando ai vaccini: il metodo scientifico non prescrive l’unanimità ma è lecito contestare le affermazioni di un altro scienziato usando lo stesso metodo scientifico, non dandogli del cretino, o citandogli qualcosa che si è letto su Facebook. Inoltre, quando gli esperimenti per controllare la validità della teoria, nel corso del tempo, sono stati molto numerosi e concordanti, è meglio non stare a discutere ciò che affermano gli scienziati. E poiché, in materia di vaccini, dai tempi di Pasteur e di Jenner sono passati molti, molti decenni, discuterne oggi  sulla base di ciò che ne dice Giorgio da Taranto o Giuseppina da Pavia, sulla loro pagina Internet, o anche un medico radiato dall’albo, non è cosa ragionevole. Oppure dovremmo ascoltare con disponibilità e attenzione la fattucchiera che vanta i propri prodigi o il chimico dilettante che riprende la teoria del flogisto. 
In politica bisogna lisciare il pelo alla massa, è vero. E per questo la demagogia prospera. Ma rivendico, in nome della verità, il diritto aristocratico di trattare da ignorante l’ignorante e di non abbassarmi a rispondergli. Così – lo so – lui non mi voterà. Ma chi gliel’ha detto che desideravo il suo voto?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 



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POLITICA
7 ottobre 2018
I MICROBI DELL'ECONOMIA
La nostra democrazia è detta rappresentativa proprio perché sono i nostri rap­presentanti ad avere il dovere di raccogliere i dati dei vari problemi ed agire con­cretamente per la realizzazione dei programmi. Purtroppo la sensazione attuale è che i governanti - in particolare coloro che appartengono al M5S - non ne sappia­no più del popolo. E c’è di peggio: essi non credono che sia necessario saperne di più . 
La figura esemplare di questo atteggiamento è Luigi Di Maio. Questo giovane spara quotidianamente tali azzardate affermazioni, tali infantili semplificazioni, tali ingenue soluzioni, da far dubitare della sua salute mentale. E invece sap­piamo che non è pazzo: semplicemente è convinto che la sua sopravvivenza poli­tica, e quella del suo partito, si possano assicurare soltanto seguendo il dettato della piazza, costi quel che costi.  
Se questo fosse soltanto il suo personale convincimento, poco male. Il guaio è che è anche quello di tutti i suoi colleghi deputati e senatori. Lo sappiamo perché non gli dicono mai di non esagerare, non gli ricor­dano che la realtà non si lascia piegare dagli slogan e soprattutto che, se hanno avuto successo in campagna elettorale, una volta al governo hanno il dovere di essere all’altezza delle proprie responsabilità. E ciò non è affatto ciò che avviene. L’intero partito è schierato con di Di Maio: bisogna adottare le idee, gli argomenti  e i pro­getti del “bar sport”, sede dove del resto è stata elaborata l’ideologia pentastellata. Tutto ciò impone una riflessione che parte da lontano.
In filosofia, il problema della conoscenza ci insegna a dubitare dei dati fornitici dai sensi. La moderna ottica ci dimostra che la nostra visione del mondo è determinata dalle capacità dei nostri occhi. Se potessimo vedere la superficie polita di una lastra di marmo come la vede un microscopio, ci apparirebbe piena di ru­ghe, avvallamenti e irregolarità. Assolutamente impensabili prima . Nello stesso modo i cani sentono sibili che sono del tutto fuori dalla nostra sensibili­tà e molti animali vedono il mondo con colori del tutto di­versi dai nostri, o in bianco e nero. Insomma, dire che un petalo di rosa è liscio, rosso e profumato è soltanto un’affermazione che corrisponde alla nostra fisiologia. 
Tutto questo si impara studiando. Invece nella vita quotidiana la nostra visione del mondo rimane quella umana. Da un lato non è necessario insegnare a nessuno che il fuoco scotta e una randellata fa male, dall’altro è difficile far ammettere ciò che non ri­cade sotto i nostri sensi. E questo è un punto essenziale. Quan­do si scoprirono i microbi, fu molto difficile convincere la gente della loro esistenza e soprattutto del fatto che, malgrado le loro dimensioni, potessero provocarci gravi malattie. Per gente abituata a considerare esistente soltanto ciò che vedeva e ine­sistente ciò che non vedeva, quelle affermazioni sembravano fantasti­che. Quelle nuove verità richiedevano un atto di fede cui non molti era­no preparati. 
Queste considerazioni ci permetteranno di fare l’esegesi delle afferma­zioni di Di Maio, di Salvini e di tanti altri. Infatti dal punto di vista dell’uomo della strada non dicono assurdità. Non più che se affermassero: “I microbi non esistono. Io non li ho mai visti”. Per loro, quando Salvini proclama che, se le Borse reagiranno male ai recenti provvedimenti, “il governo tirerà diritto e i mercati se ne faranno una ragione”, ha soltanto reagito da uomo. Non si rendono conto che è lecito dire: “Se questa cravatta non piacerà a mia moglie, se ne farà una ragione”, ma nel caso di Salvini è come promettere: “Io attraverserò con calma l’auto­strada, e le automobili che arrivano a tutta velocità se ne faranno una ragione”. 
Ecco il problema dell’Italia attuale. Viviamo in una metarealtà in cui ciò che dicono i competenti, gli osservatori neutrali, le autorità europee e ile persone di buon senso, non conta più. Tutto è sem­plificato e risolto con giochetti verbali. Se si dice che l’Italia è a rischio, con un notevole defi­cit, basta far notare che la Francia ha un deficit maggiore: “E perché noi non potremmo fare come i francesi?” Purtroppo il parallelo è perfetto quanto quest’altro: “Se quel campione corre i cento metri in dieci secondi, perché non potrei farlo anch’io?”
Siamo invasi da evidenze di questo tipo. E per questo passa la voglia di contrastare la marea. Né basterebbe rispondere: “Francamente, ne sai troppo poco, per parlare di queste cose”. Infatti questa ri­sposta non ha più corso. L’ultimo dei cretini può affermare ciò che vuole, riguardo a qualunque cosa, con la stessa autorità del più grande com­petente nazionale. 
Nessuno ne sa più di un altro e tutti insieme andremo in ma­lora. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com .




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POLITICA
6 ottobre 2018
I COMPETENTI
Come dicono tutti, il mondo ha perduto la fiducia negli esperti. La cosa è avvenuta in larga misura negli Stati Uniti, ma ovviamente ne abbiamo una clamorosa riprova anche in Italia. Ché anzi, da noi, la sfiducia nei competenti si è trasformata in fiducia negli incompetenti.
 A questi si per­dona tutto: le sparate più inverosimili, le affermazioni più azzardate e gli errori più evidenti, inclusi quelli di lingua italiana. Naturalmente di questo sostegno incondizionato si fanno forti gli in­competenti al potere e ne approfittano per irridere gli esperti, sfidare i buro­crati di Bruxelles, e con loro l’Unione Europea, i mercati e infine l’Olimpo, come i Titani. At­tualmente, malgrado le loro mattane, sembrano invincibili, ma è lecito chiedersi: lo sono effet­tivamente?
Le prime risposte non sono incoraggianti. Infatti, chi prende il potere ha tendenza a fare di tutto per tenerselo. In secondo luogo, la sfi­ducia appartiene ormai ad una larghissima fascia della popolazione ed è noto che i grandi organismi si muovono molto lentamente.  Infine i competenti, in confronto alla massa della popolazione, sono una sparuta minoranza, per giunta frazionata al suo interno, nel senso che il competente in virologia è un ignorante in scienza delle costruzioni e il professore di greco non sarebbe certo in grado di dirigere un’orche­stra sinfonica. Come non bastasse, i competenti hanno sbagliato molto. Soprattutto in campo economico: sia perché non hanno azzeccato le previsioni, sia perché, dal momento che la macroeconomia è stretta­mente intrecciata con le teorie economiche e la politica, si è passati dalle evidenze della massaia, basate sul buon senso,  ad atti di fede come quelli che hanno portato ad un malinteso keynesismo. Queste prese di posizione ci hanno portati ai disastri di cui conserviamo chiara memoria, anche perché sono ancora presenti. Insomma una reazione, per ricon­quistare ascolto e potere, da parte degli stessi competenti, attualmente sarebbe senza speranza. E tutta­via il finale della storia non sembra essere il trionfo degli incompetenti.
Degli esperti si può dir male, ed effettivamente se ne dice male, ma in generale, non in concreto. Ci sono molte persone che dichia­rano tutti i meccanici disonesti (“Sono gente che dichiara di aver sostituito un pezzo che non ha sostituito, tanto nessuno può con­trollare. E uno deve pagare”) ma, a parte il fatto che spesso questa è una calunnia, chiunque abbia un’automobile bisognosa di una riparazione non se ne occupa certo personalmente: cerca uno specialista, anche nel caso di una semplice perdita d’olio. E lo stesso vale per il medico, per l’ingegnere, per il commerciali­sta e per ogni sorta di esperto. Se si ha occasione di avere una cattiva opinione del proprio medico, non è che si vada dalla fattucchiera: si cambia medico. La disistima dei competenti può anche divenire una moda, ma è una moda passeggera. Essa è fatta più di parole che di com­portamenti effettivi. 
E tuttavia, se questo è certo per quanto riguarda i comportamenti privati, per la politica le cose vanno un po’ diversamente.  Sia perché le dimensioni del problema sono molto diverse, sia perché nella conduzione dello Stato operano teorie, sogni, ideologie, e soprattutto gran­diosi errori. Basti dire che nel 1948 la Cecoslovacchia votò democratica­mente per i comunisti, condannandosi a una servitù durata fino al crollo del Muro di Berlino. Dunque a volte, perché il popolo ritrovi il buon senso,  c’è da aspettare che si renda conto dei propri errori e dei disastri provocati dalle sue stesse scelte. Soltanto allora farà marcia indietro. Naturalmente purché sia in regime di democrazia. I russi, per fare un esempio doloroso, avendo scelto il comunismo, hanno dovuto aspettare settant’anni, per avere il diritto di gridare che nel 1917 si erano sbagliati.
Per l’Italia democratica, prevedibilmente, non ci vorrà tanto tempo. Già basterebbe che a fine mese Standard and Poor’s ci degradasse, come affidabilità, di due gradini invece che di uno (dopo i tanti che ne abbiamo scesi), precipitando i nostri titoli di Stato a livello “spazzatura”,  per vedere quanto valgono, come governanti, quelli che aprono la bocca e le danno fiato. 
Ecco la differenza fra i competenti e gli incompetenti. I primi magari non fanno miracoli, ma almeno conoscono le conseguenze di un intervento certamente sbagliato. E il massimo errore che può commettere lo Stato è quello di non lasciare all’economia nessuna libertà o quasi. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
6 ottobre 2018



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POLITICA
5 ottobre 2018
QUELLA MORTE SI POTEVA EVITARE
La persona che mi è più cara ha mille qualità ma è una perfezionista. E questo è un difetto anche se, come avviene per certe ostriche, la malattia può trasformarsi in perla. Il perfezionista infatti può dare fastidio, ma in compenso è efficiente, accurato, affidabile. E gliene viene parecchio lavoro. Insomma, è la principale vittima della sua tendenza  e gli altri ne beneficiano più che non ne soffrano.
Se gli italiani fossero in maggioranza perfezionisti, le cose andrebbero meglio. Purtroppo da noi c’è soltanto una maggioranza di persone che la perfezione la esigono dagli altri. E non si sa con che nome chiamarli: esattori, creditori, cocchieri con la frusta, aguzzini? Per il momento usiamo il termine “perfettini”. 
Ammettiamo che un tizio abbia un incidente e venga trasportato d’urgenza in un Pronto Soccorso affollato, caotico, affannato e in buon misura inefficiente. I dottori si occupano del malcapitato, ma questi muore. Che cosa penserebbe, la persona di buon senso? Che, chissà, in un Pronto Soccorso meglio organizzato, o con un dottore geniale come il dr.House della serie televisiva, forse si sarebbe salvato. Purtroppo è stato sfortunato. Nelle condizioni date, il personale del Pronto Soccorso ha fatto il possibile, ma non ha potuto o saputo fare di più e di meglio. 
Che cosa pensa invece il perfettino? Esattamente quello che il giorno dopo diranno in televisione e scriveranno i giornali. Ecco il coro: “Con un intervento più adeguato quella morte si sarebbe potuta evitare”. E nessuno si fermerà a questa constatazione tra l’ovvio e il malevolo. Lo stadio seguente è automatico. Se non si è salvato, e si poteva salvare, chi non lo ha salvato? Chi avrebbe potuto salvarlo? Con quale rimedio, con quale tecnica, con quali strumenti? E dopo che tutti si sono messi alla ricerca del pelo nell’uovo, se lo trovano, rimproverano a chi ha concretamente agito di non essere stato perfetto. Di non avere curato il malcapitato come avrebbe fatto a pagina 813 l’autore del famoso testo di traumatologia che un esperto ha citato. 
E non finisce qui. Che cosa dice il codice? Che se un evento si verifica per “imperizia”, si è penalmente responsabili. In questo caso responsabili di omicidio colposo. E i medici potranno essere condannati per questo reato. Tanto che oggi le loro assicurazioni per la responsabilità civile hanno cifre da capogiro.
E tuttavia chiediamoci che cosa sia l’imperizia. Io guido passabilmente bene l’automobile da oltre sessant’anni. Sono “perito”, in questo campo? Direi di sì. Ma non credo che saprei cavarmela con un’auto di Formula 1. E allora, sono perito o imperito? In realtà perizia non significa perfezione, significa saper fare qualcosa normalmente bene. Insomma “a regola d’arte”, non a “capolavoro di quell’arte”. A tutti si può richiedere di camminare, ma non ci si può aspettare da tutti che sappiano camminare sulla corda. 
I perfettini – e i magistrati a rimorchio dei loro pregiudizi – si chiedono con la massima calma, e col soccorso di tutti i possibili sussidi tecnici della professione in questione, se si poteva fare qualcosa di più, di diverso, di meglio. Se il migliore dei competenti in quel campo avrebbe fatto la cosa giusta. Non importa in che condizioni abbia agito l’’interessato, in concreto. Non importa quanto tempo abbia avuto per decidere. Non importa neppure se è stato pagato malissimo, per quel lavoro gravoso e stressante: se quella morte “si poteva evitare”, quell’uomo è colpevole di non essere stato perfetto. Perfetto come l’ideale platonico del supercompetente che si fosse trovato al suo posto. Lo dice anche pagina 943 di quel Trattato.
La pericolosa tendenza attuale è quella di non considerare l’umanità di nessuno, salvo la propria. Atteggiamento preoccupante, crudele, e soprattutto stolto. Perché conduce ad una severità spropositata nei confronti degli altri e ad una capacità di perdono altrettanto spropositata nei propri confronti. Col risultato finale che, per quanto li riguarda, tutti si sentano maltrattati e condannati ingiustamente, mentre poi si sentono vittime di grandi ingiustizie e grandi prevaricazioni da parte degli altri, che non hanno fatto il loro dovere.
Viviamo immersi fino al collo in un oceano di accuse di tutti nei confronti di tutti, tanto che, se avessimo più buon senso, ciascuno di noi dovrebbe vigorosamente rifiutare la possibilità di essere indicato come “colui che ha agito”. Perché contro colui che ha agito opera in permanenza un Comitato di Salute Pubblica che ne chiede la testa. E non raramente la ottiene. Infatti, prevedendo l’imprevedibile, pensando l’impensabile e facendo l’impossibile, “quella morte si poteva evitare”. Se una moglie chiede al marito di comprarle le sigarette e quell’uomo, uscito in automobile, muore in un incidente stradale, dal momento che fumare fa male ed è quasi immorale; dal momento che chiedere agli altri di fare ciò che si può fare da sé è sfruttamento; dal momento che per un capriccio un uomo è morto e quella morte si poteva evitare, un giorno o l’altro vedremo quella signora accusata di omicidio colposo. Anzi, siamo più precisi: del gravissimo e nuovo omicidio stradale.
Non se ne può più. Siamo immersi nella mentalità degli anni intorno al 1792. Molte cose non vanno bene, siamo in pericolo, bisogna trovare e punire i colpevoli. Chi ghigliottiniamo, oggi?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
5 ottobre 2018



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POLITICA
4 ottobre 2018
IL POSTO DELLE FAVOLE
Nel film “Il Posto delle Fragole”, di Ingmar Bergman, un vecchio dottore, vicino alla pensione, sogna di sostenere gli esami per divenire medico. E nel sogno, ovviamente, ha tutti i problemi e tutte le difficoltà che in quell’occasione può avere un giovane. Nello stesso modo, ho immaginato di essere tornato liceale e di vedermi assegnare questo tema: “Scrivete un articolo ottimista”. 
Svolgimento? È una parola. Già da ragazzo, dinanzi ad un tema che non condividevo, o su cui non potevo dire la verità, ero in profondo imbarazzo. Una sola volta, in prima liceale, scrissi volontariamente un tema falso e retorico e la conseguenza fu che presi un bel voto. Sicché decisi di non farlo mai più.
Per scrivere un articolo ottimista, bisogna avere motivi per essere ottimisti. Ed io non ne ho molti. Forse dipende dall’avere adottato i parametri degli altri, non i miei. Il grande pessimismo attuale nasce dal fatto che ci sono tutte le premesse per una grande crisi economica. Ma in fondo, che cosa riguarda, questa crisi possibile? La nostra automobile, il nostro riscaldamento, il nostro vestiario, i nostri viaggi. Tutte cose che, quando ero bambino io, erano considerate lussi inarrivabili. Di cui ho fatto a meno allora e di cui potrei fare a meno anche oggi. Se dunque la società italiana dovrà improvvisamente virare verso consumi molto più contenuti, quasi ripartendo da zero come nel 1944, il motivo di ottimismo sarà, come allora, che probabilmente non soffriremo più le privazioni del tempo di guerra  - sto parlando di fame, non di abiti firmati -  e ci sarà speranza.  Appunto perché si riparte da zero e il futuro non potrè che essere migliore del passato.
Il massimo ottimismo nasce dall’utilità della lezione che la nostra società potrebbe vedersi impartire dalla realtà. L’Italia potrebbe finalmente perdere d’un sol colpo le sue illusioni, i suoi pregiudizi, i falsi ideali e le false aspettative che l’hanno afflitta da decenni, e ritrovi l’umiltà, il senso del reale, la voglia di fare. Fino a ridare la prova di quelle grandi qualità di cui il nostro popolo sembra aver perso la memoria. Non si tratta soltanto di ritrovare la voglia di un qualunque lavoro pur di sopravvivere, il senso e quasi la poesia della frugalità, si tratta di comprendere quali sono le cose che hanno veramente un grande valore.
Infatti forse è questa la soluzione. Per scrivere un articolo altrimenti impossibile, non devo partire dal punto di vista cui mi costringono l’attualità e la lettura dei giornali, ma da quello di un individuo senza importanza, ma sereno e soddisfatto da decenni, uno che può soltanto sperare di continuare così. 
Ritrovata la pace della solitudine - come quando si chiude la finestra sul clamore del traffico cittadino - i motivi di ottimismo li vedo . A cominciare dalla certezza che – come annunciava un film neoralista italiano del 1946 – “Il sole sorge ancora”. Oltre ad essere uno spettacolo che merita più attenzione di quanto di solito ne riceva, quell’astro caloroso è il simbolo della vita, e tutti dovremmo cominciare dall’essere lieti di essere vivi e, per la maggior parte, esenti da quelle infermità (cecità, sordità, paralisi, cancro) che rendono giustificatamente infelici tanti innocenti. Poi dobbiamo ricordare che i più grandi e durevoli piaceri non li dà il denaro, ce li dà per esempio la musica. Ovviamente non l’insulso rumore ritmato che tanti oggi chiamano musica. E poi c’è la grande letteratura, per non parlare delle infinite occasioni di lettura che offre Internet, se soltanto potremo ancora permetterci l’elettricità e il collegamento con la Rete. 
Non basta, ovviamente. Il vero tesoro, quello che può riempirci la vita, sono i  rapporti umani. Chi ha la fortuna della compagnia, dell’amicizia, dell’amore, è corazzato contro le asprezze del mondo. Insomma, al di là delle concrete difficoltà economiche, rimane a ciascuno di noi una risorsa essenziale: la capacità di essere felice. E sarà soddisfatto perché è già ricco intimamente e non ha bisogno di molto. È la saggezza, non la ricchezza, il massimo presupposto della felicità. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
4 ottobre 2018 



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POLITICA
4 ottobre 2018
SONO STATO STUPRATO
Chiedo scusa se denuncio il fatto con molto ritardo, ma prima mi sono vergognato. È soltanto in questo clima di maggiore libertà che mi sento in grado di chiedere giustizia. Sono un anziano signore dai capelli bianchi ma ora mi sono ricordato che, a quattordici anni, ero una graziosa adolescente e una sera, non ricordo in che anno, sono andata ad una festa da ballo in famiglia. A conclusione della serata uno dei ragazzi si è offerto di riaccompagnarmi a casa e ingenuamente ho detto di sì. Il giovane, un ragazzone biondo – o forse bruno, non sono sicura – mi ha portata invece in una strada buia dove, approfittando della luce insufficiente, o del fatto che i vetri erano appannati perché era inverno, o forse primavera, ha cominciato a palpeggiarmi. Io sapevo che era più forte di me e dunque, temendo il peggio, non mi sono difesa. Anzi, l’ho incoraggiato e così mi ha violentata. Non ricordo esattamente che cosa ha fatto, ma sono rimasta molto scossa, mi sono vergognata e arrivata a casa non ne ho parlato con nessuno. 
Non ho più rivisto quel giovane, e non saprei descriverlo, ma mi è sembrato di riconoscerlo fra i deputati di Forza Italia. Potreste, nel dubbio, arrestarli tutti e offrirmi intanto un risarcimento di due milioni di euro? 
 In seguito ho anche cambiato sesso e dopo che tutti hanno denunciato il loro stupro, denuncio anch’io il mio, anche perché diversamente mi sentirei un diverso, qualcuno che mai nessuno ha giudicato desiderabile.
Nel caso non si riuscisse ad individuare il colpevole (basterebbe tenere tutti quei deputati in galera finché uno di loro confessi), chiedo di essere indennizato a spese dello Stato. 
Accludo il mio Iban: IT523254000000546658479. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
4 ottobre 2018



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POLITICA
3 ottobre 2018
CARNE DI PECORA
Siamo tutti figli del nostro passato, e dunque bisognerà perdonarci se, per spiegare un concetto, a volte ricorriamo a qualcosa che abbiamo vissuto. 
Sin da ragazzo mi sono accorto di quanto l’essere noi stessi falsi il nostro giudizio. La stragrande maggioranza dei misogini erano uomini e la stragrande maggioranza degli antisemiti non erano ebrei. Sicché mi sono proposto di considerare sempre con estremo sospetto qualunque punto di vista che fosse in linea con i miei interessi. 
In questo campo mi sono rimasti in mente due episodi. Una volta il mio più grande amico fra i diciassette e i vent’anni – periodo nel quale sono stato particolarmente depresso – mi confessò che in più di un’occasione mi aveva attaccato crudelmente, accusandomi anche di difetti che non avevo, non ricordo più a quale scopo. Forse per scuotermi. Certo è che avevo incassato senza difendermi. Ciò era in linea con la mia idea secondo cui tutti tendiamo a difenderci al di là del giusto. Solo perché ci amiamo. La naturale contromossa al riguardo è credere al peggio, quando la fonte non è chiaramente malevola. “Nessuno ha di sé la cattiva opinione che ha di lui il suo migliore amico”.
Il secondo episodio è nella stessa linea: ma stavolta ero incontestabilmente colpevole. Studiavo musica e una volta eseguii un notturno di Chopin di fronte a un amico. E costuì mi stroncò. Suonavo come una pianola, mi disse. Non tenevo conto di indicazioni come crescendo, diminuendo, staccato, e via dicendo. Per tre anni, il mio maestro non me l’aveva mai fatto notare. Dunque era vero che suonavo malissimo. Mi sentii così profondamente umiliato, condivisi così caldamente la critica di quel competente che, invece di correggermi, chiusi per sempre il pianoforte. 
In seguito, non ho combinato niente nella vita, ed ho spesso onestamente sostenuto di aver pienamente meritato la povertà e l’oscurità. E anche quando ho dovuto ammettere che ho sempre avuto bei rapporti umani, ho sempre concluso che ciò non toglie che, socialmente, sia stato e sia un disastro.
Questo sforzo di obiettività ha avuto conseguenze anche dal punto di vista politico. Per esempio, stimo la democrazia come il miglior regime possibile, ma assolutamente non me ne nascondo i difetti. Anzi, la loro lista è lunga e, stranamente, un difetto lo condivide con la monarchia assoluta. Il re, avendo ogni potere, usa questo potere a proprio vantaggio, piuttosto che a vantaggio del popolo. In democrazia il sovrano è il popolo, e anche il popolo usa il potere per favorire la maggioranza della popolazione, certo non costituita da ricchi. Mentre lo zar considerava i mugik più o meno al livello delle loro vacche, il popolo si sente in diritto di considerare i ricchi vacche da mungere. Con una differenza. Mentre il leone è un predatore senza scrupoli, l’uomo – lo ha acutamente osservato Nietzsche – è un predatore che ha un bisogno in più: quello di darsi ragione dal punto di vista etico. Dunque il popolo traveste la propria avidità da dovere morale e la chiama solidarietà fra classi. Naturalmente questo dovere è sentito più da quelli che dovrebbero beneficiarne che da quelli che dovrebbero finanziarlo. E siccome io mi sforzo di non far parte di nessuna classe, confesso che trovo urticante sentir parlare con aria compunta del dovere di “ridistribuzione della ricchezza”. Non è un dovere, è un interesse dei più. Non è ri-distribuzione ma distribuzione, anzi trasferimento. E non ha niente a che vedere con la morale. Morale è chi regala il proprio, non chi vuole l’altrui. Comunque, nella realtà com’è, chiunque dichiari di fare gli interessi del popolo (come fa ad esempio Luigi Di Maio) può star sicuro di trovare orecchie benevole. 
Bisogna rassegnarsi: demagogia e democrazia sono inscindibilmente collegate e rimane soltanto da chiedersi se nella stessa democrazia esista un contrappeso all’egoismo della maggioranza. E forse esiste. La demagogia prospetta al popolo grandi e facili vantaggi, a costo irrisorio, ma l’esperienza insegna che i grandi e facili vantaggi, a costo irrisorio, sono proprio quelli che offrono i truffatori. È più serio il proverbio che insegna: “La pecora si tosa, non si uccide”. Chi la tosa e la munge, ne trae profitto per anni; chi la uccide, la mangia una sola volta. 
Il limite all’avidità dei molti è costituito dai risultati finali. La più grande impresa italiana è stata a lungo la Fiat. Poi la mentalità (e le leggi) anti-ricchi e anti-padroni hanno operato per decenni e il risultato finale è stato che in Italia non c’è più la Fiat. È stato un vantaggio, per i lavoratori? Soprattutto pensando che, come la Fiat, è fuggita dall’Italia una miriade di imprese, piccole e grandi. E infatti il mondo va avanti e l’Italia è ferma almeno da un decennio. Ora si vuole ammazzare l’euro e la stabilità monetaria e rischiamo di fare un’unica scorpacciata di carne di pecora. Chissà che non riusciamo a pagarla col reddito di cittadinanza.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 ottobre 2018



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POLITICA
2 ottobre 2018
LA SPESA IN DEFICIT, TECNICAMENTE
Un articolo del Corriere della Sera(1), a firma Federico Fubini, malgrado qualche oscurità per un incompetente come me, è veramente interessante. Tanto che provo a pre-digerirlo per gli amici.
Si tratta di spiegare i ragionamenti che hanno spinto i due partiti al governo a correre il rischio di aumentare il deficit fino al 2,4% del Pil per tre anni e vedere quanto siano plausibili. Per prima cosa vediamo in che modo dovrebbe fun­zionare la prevista manovra economica , secondo il ministro Giovanni Tria, recentemente e improvvisamente convertitosi al partito della spesa. Scrive Fubini: "Tutto si fonda su un'equazione: aumentare la spesa pubblica per consumi e investimenti dovrebbe generare crescita". E fin qui siamo all'apodissi. Sappiamo che questo principio, una volta che sia meglio precisato, corrisponde alla teoria di Keynes. Ma nessuno può dare questa teoria per sicura, per quanto riguarda i risultati. Di fatto, spendendo (denaro preso a prestito) per rilanciare l'economia, la spesa è sicura, il rilancio dell'eco­nomia no. E infatti la cattiva interpretazione di Keynes è alla base della creazione del nostro stratosferico debito pubblico.
Inoltre, secondo Tria, questa manovra non dovrebbe far aumentare il rapporto deficit Pil. Infatti "A sua volta l'aumento del Prodotto interno lordo (Pil) in proporzione contiene il deficit e fa scendere il debito". E qui bisogna chiarire. Il Pil, prodotto interno lordo, viene di solito definito "l'insieme della ricchezza prodotta dal Paese nel corso di un anno". Purtroppo (non so chi ne sia il colpevole) si è deciso che fa parte della ricchezza del Paese ciò che lo Stato spende. An­che se è denaro sprecato. A me sarebbe sembrato che la ricchezza fosse la produzione di beni e servizi, per così dire la creazione di denaro, non il momento in cui lo si è speso, soprattutto se lo si è speso dopo averlo preso a prestito. Perché, direbbe Bertoldo,  chi si indebita, dopo è più povero, non più ricco, Ma ho ovviamente torto. Dunque Tria, nel dire quello che dice, ha formalmente ragione. Se si ha un debito (D) di 100 e un Pil (P) di 100, il rapporto è 1. Se poi lo Stato prende a prestito 10 e li spende, il Pil diviene 110, il debito aumenta di 10, e dunque 110D/110P, rapporto ancora 1. Applausi. Quello che Tria non considera è che, in termini assoluti, il debito prima era cento e poi centodieci. E se qualcuno dubitava che quello Stato potesse restituire cento, figuriamoci quanto sarà rassicurato all'idea che ora deve restituire centodieci.
E infatti Tria sostiene che il vantaggio della manovra che ha così inaspettatamente abbracciato è che l'economia va molto più forte, sicché il Pil dovrebbe au­mentare più che proporzionalmente al denaro speso. Prima 100D/100P, poi non 110D/110P, ma 110D/120P. Scrive infatti Fubini che, a parere di Tria, "un aumento della spesa per investimenti dello 0,2% del Pil secondo lui dovrebbe far salire il deficit fino al 2,4% del Pil nel 2019".  "Dunque un'economia più robusta rende, in proporzione, più piccolo il debito pubblico e contiene il deficit al 2,4% fino al 2021". Ma, continua Fubini, "La strategia funziona se le previsioni di crescita si realizzano, altrimenti fa esplodere il deficit e fa salire il debito a livelli pericolosissimi". E, appunto: che cosa garantisce che la strategia funzionerà? Come dicevamo, la spesa è sicura, il rilancio dell'economia no. Soprattutto tenendo presente che "una semplice legge statistica suggerisce che, per centrare gli obiettivi di crescita annunciati dal gover­no, l'Italia dovrebbe correre a ritmi annuali fra il 2,5% e il 4%". Alzi la mano chi ci crede, dopo che "il tasso di espansione medio annuo dal 1995 è [stato] dello 0,5%: do­vremmo [dunque] correre fra cinque e otto volte più del nostro potenziale"
Il governo, secondo Tria, ha comunque previsto un piano B, per il caso che  la manovra non avesse successo: "la risposta del governo sarebbero allora tagli automatici di spesa". E giustamente Fubini nota come sia contraddittorio voler raggiungere lo stesso risultato di risanamento dei conti, oggi ampliando la spesa e domani, nel caso, tagliando le spese. O l'una cosa, dice, o l'altra. Soprattutto dal momento che l'aumento dello spread fa diminuire di valore i titoli pubblici detenuti dalle banche , costringendole ad aumentare i tassi d'interesse da imporre ai clienti. Cosa che frenerà la produzione industriale.
Inoltre lo spread tenderà ad aumentare, sia per il peggioramento del nostro debito, sia per la fine del Quantitative Easing, sia perché Tria non è più credibile, come guardiano dei nostri conti. 
Se qualcuno, dopo tutti questi dati, rimane ancora tranquillo, è segno che abbiamo diversi livelli di allarme.
Gianni Pardo
(1)http://cercanotizie3.mimesi.com/Cercanotizie3/popuparticle?art=399999038_20181001_14004&section=view




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POLITICA
1 ottobre 2018
IL VERDETTO
L’imputato si dichiara innocente, il Pubblico Ministero sostiene che è colpevole, qual è la verità? Posta così, la domanda è sciocca. Infatti chiunque direbbe che bisognerebbe prima conoscere i fatti, le prove, le relazioni scientifiche. Soltanto allora si potrà avere un’opinione. In realtà, anche dopo avere acquisito tutti gli elementi di giudizio, rimarranno lecite opinioni diverse fra gli avvocati, i giornalisti, il pubblico e gli stessi magistrati. L’unico modo per sciogliere il nodo dei dubbi è attribuire a qualcuno il potere di dichiarare il “vero”. È “detto vero” (verdetto) dal giudice che l’imputato è colpevole (oppure è innocente) e da quel momento la verità, quanto meno la verità giudiziaria, è assodata. Naturalmente non la “verità assoluta”. Infatti non soltanto sono frequenti le diversità di sentenze fra i diversi gradi di giudizio, ma non sono neppure rarissimi gli errori giudiziari. 
Nella realtà, non esiste neppure una verità artificiale come quella giudiziaria. Se tutti reputano che un libro mediocre sia un capolavoro, quel testo avrà un successo travolgente (si pensi al “Codice da Vinci”). Se invece un autore è ignoto, il suo effettivo capolavoro rimarrà in un cassetto per sempre. L’umanità potrebbe in questo modo aver lasciato nell’ombra, per sempre, uno o molti artisti migliori di Alessandro Manzoni, Alexandre Dumas o Margareth Mitchell.
Salvo che nel mondo giudiziario, il vero giudice è la realtà. Una realtà che rimane fallibile quando dipende dagli umori della gente, come nel caso dell’arte, ma si rivela infallibile quando si entra nel campo della scienza e dei fatti. La teoria economica marxista era giusta o sbagliata? Se ne può discutere, ma una cosa è certa: dovunque si sia voluto applicarla, ha prodotto miseria. La si può adottare per motivi ideologici, dunque, ma accettando di produrre miseria, non ricchezza.
Oggi in Italia migliaia di persone si dannano l’anima guardando a ciò che avviene in campo economico, e già piangono su ciò che ci riserva il futuro. Mentre altri vanno incontro ilari ad un futuro radioso, fatto di coraggio, di cambiamenti, di prosperità ritrovata. Anche qui, chi ha ragione? Ci sarà un verdetto? Ovviamente sì: se questi giorni saranno ricordati come quelli della svolta verso la soluzione dei tanti problemi del presente – da quello economico italiano a quello comunitario europeo – parleremo di persone come Di Maio e Salvini come di Padri della Patria. Se le cose andranno in senso opposto, opposto sarà anche quel giudizio.
Quello che possiamo osservare è una sorta di svalutazione delle parole e, peggio, della cultura. La professoressa Fornero non sarà simpatica ma, ogni volta che compare in televisione, le sue parole suonano come mattoni di un granitico edificio intellettuale e scientifico, mentre quelle dei suoi oppositori sembrano appese alle nuvole. E tuttavia, visto che oggi ci sono più oppositori che sostenitori della signora Fornero, chi ci potrà fornire un verdetto, se non le conseguenze dei provvedimenti che si ventilano? E lo stesso vale per il tristemente famoso “reddito di cittadinanza”, per la “tassa piatta” (che non è né unica né piatta) e per la politica di deficit spending. Le parole, i dati, i diagrammi, i calcoli scientifici ed econometrici non valgono nulla, di fronte alla retorica che parla di “popolo”, denuncia “complotti”, promette la Luna. Siamo al punto che non val più la pena di aprire bocca. “Se avete ragione voi si vedrà, se abbiamo ragione noi si vedrà”. 
Purtroppo questo verdetto non sarà indolore.
Gianni Pardo, 1° ottobre 2018




permalink | inviato da Gianni Pardo il 1/10/2018 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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