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POLITICA
31 gennaio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO 3
La cultura e l’arte

La cultura è vista da molti – e soprattutto dai ragazzi – come una seccante incombenza.  Effettivamente studiare è a volte faticoso, e comunque sempre noioso. Ma del resto, anche comprare gli ingredienti, cucinare e preparare la tavola è noioso. È il risultato, mangiare, che è piacevole. Nello stesso modo, nessuno dice che acquisire una cultura sia facile, è averla che è un piacere. Fra l’altro perché, oltre ad essere un’occasione di godimento in sé, è lo strumento per acquisire ulteriore sapere. A partire da un certo momento, quando non si tratta più di esami o di esigenze professionali, una notevole quantità di dati ben digeriti allarga l’esperienza ai secoli passati e permette di capire molte cose che diversamente rimarrebbero avvolte nelle nebbie dell’ignoto. La conoscenza moltiplica le forze intellettuali del singolo a tal punto che in tempi antichi essa era esoterica: la si reputava un tale potere da negarla ai semplici cittadini. E perfino ad Adamo ed Eva.
Se queste argomentazioni sembrano eccessive e retoricamente celebrative, basterà chiedervi: “Avete mai avuto il piacere di risolvere un piccolo problema, riparare un oggetto, trovare il modo di eliminare un guaio? Se ricordate la gioia intima di quel piccolo trionfo intellettuale, sapete qual è il vantaggio della cultura”. In questo campo non è neppure necessario raggiungere personalmente risultati straordinari: la brillantezza che provoca entusiasmo non è necessariamente la propria. I Dialoghi di Socrate, ad esempio, non raramente sono un fuoco d’artificio dell’intelligenza. La capacità che aveva quell’uomo di ribaltare un’idea che fino ad un momento prima ci era sembrata ovvia, è straordinaria. Una simile lucidità si ritrova in Nietzsche. Quando la smette di giocare al profeta e non esagera, smonta una tale quantità di pregiudizi e di illusioni che – non posso dimenticarlo - anni fa, dopo aver letto “La gaia Scienza”, sentivo di “avere portato a smacchiare il mio cervello in lavanderia”. E non è un piacere, sentirsi liberati da tante zecche mentali conformiste, stupide e a volte paralizzanti?
Come se non bastasse, la cultura offre puri piaceri privi di sforzo. Basta pensare alla musica. Chi dice di amarla, e magari poi parla di una canzone, non conosce il meglio. È abituato a qualcosa di elementare e perfino di ripetitivo, anche se dura appena tre o quattro minuti. Chi ama la grande musica ha invece la possibilità di godere, magari per tre quarti d’ora, di una composizione mirabile per complessità e varietà, capace di provocargli tali emozioni da lasciarlo letteralmente spossato. Non si parla delle tiepide mondanità dei concerti, si parla di tempeste intime che possono facilmente sfociare in lacrime incontenibili. 
E non val la pena di acquisire la sensibilità a simili piaceri, dalla passionalità scatenata di Ciaikowskij alle armonie astratte e divine di Bach? Che bisogno c’è di alcol a quaranta gradi, quando il nettare di Mozart è a settanta?
Epicuro è famoso per essere stato il filosofo del piacere. Ma ciò che molti ignorano è che, proprio per essere stato lo specialista del meglio della vita, non ha consigliato l’alcol o gli stravizi. Per lui i piaceri da coltivare al di sopra di ogni altro, anche perché non fanno male e si possono praticare per tutta la vita, sono l’amicizia e la conversazione. Quest’ultima infatti, a partire da un certo livello, è cultura.
Ecco perché Socrate disprezzava i beni della terra. Disponeva di tante cose, migliori del denaro e del lusso, da non potere invidiare i cosiddetti ricchi. Se era tanto benevolo con gli altri era perché si sentiva – ed era – tanto superiore a loro da poterli considerare bambini da compatire.

Il lavoro

Esiste tutta una letteratura che esalta il lavoro. Ed è una letteratura assurda. Necessario e bello non sono la stessa cosa. Tutti sappiamo che in ogni casa, per quanto piccola, c’è un gabinetto: ma chiedete ad uno stitico se la funzione escretiva sia un piacere, qualcosa di nobile cui innalzare inni di lode e dedicare commosse celebrazioni. 
Il lavoro serve a procurarci da vivere. È dunque un’attività necessaria, ma da questo a parlare di amarlo, ce ne corre. Nietzsche ha giustamente scritto che, a Luigi XIV, la frase “il lavoro nobilita l’uomo” sarebbe apparsa come un’inammissibile volgarità. Per i romani nobili il lavoro era l’attività naturale degli schiavi o almeno del volgo. Forse questo è eccessivo, soprattutto se pensiamo che Augusto lavorava indefessamente per l’intera giornata. Ma è certo sbagliato parlarne come se potesse essere sempre qualcosa di piacevole. Già il semplice fatto di essere obbligatorio lo rende gravoso. La guida alpina ha trasformato in lavoro il suo sport preferito ma, dal momento in cui ne ha fatto il suo mestiere, quello sport è divenuto fatica e non divertimento. 
Naturalmente ci sono le eccezioni. Il lavoro può essere gradevole quando è creativo, come nel caso del grande artista, del grande docente, del grande giornalista. Perfino un artigiano può appassionarsi alla propria attività, perché in una certa misura anch’essa è “creativa”. Ma non bisogna biasimare quel novanta o più per cento di persone che lavora soltanto perché non può farne a meno. Come non bisogna lodare coloro che si lasciano prendere talmente dal loro lavoro da non smettere mai, fino a rubare tempo al riposo e alla salute. Individui che sono divenuti macchine impazzite, che girano a tutta velocità ed hanno perso la nozione della loro funzione. Chi ama il lavoro è spesso qualcuno che non ha niente di meglio da amare. Nemmeno sé stesso.
Socrate aveva scoperto un modo per fare a meno di lavorare e infatti se ne asteneva. E ora siamo sinceri: veramente ha dato meno all’umanità di quello che le conferisce un ortolano o un portalettere?
Il lavoro serve alla vita, non la vita al lavoro. Nella nostra esistenza esso ha un posto, ma deve stare al suo posto, e chi dice che, senza la sua attività professionale, si annoierebbe, confessa con ciò di non avere mai vissuto per sé stesso, di avere acquisito una “Werkzeugnatur”, una natura di utensile, come diceva Nietzsche. Di non avere mai avuto quella vita personale di cui Socrate è uno degli insuperabili campioni. 
Socrate non è stato il servitore di nessuno, nemmeno di sé stesso, se è vero che della sua stessa fama dopo la morte gli è importato così poco che non ha mai scritto un rigo. E tuttavia ha bevuto la cicuta col sorriso. Si è spento soddisfatto dei suoi settant’anni e consolando quelli che, intorno a lui, già piangevano la sua morte.
      Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
      28 gennaio 2018 3-Continua




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POLITICA
30 gennaio 2018
RENZI, IL GIGANTE
Al cinema, quando i due protagonisti si baciano, il film d’amore finisce. Quando finalmente il buono ammazza il cattivo, finisce il film western. Insomma nella fiction le vicende umane hanno una conclusione, nella storia non è così. Perché c’è sempre un dopo. Possiamo essere convinti di avere incontrato il nostro partner ideale per la vita, ma soltanto quarant’anni di unione affettuosa dimostreranno valida quell’intuizione.
Nella storia a volte è più difficile vincere la pace che vincere la guerra. E a questo si pensa contemplando la parabola esistenziale e politica di Matteo Renzi. Questi, con la presentazione delle liste per le prossime elezioni, ha completato un ciclo assolutamente mirabile. Infatti si è comportato come una squadretta di provincia che perde la maggior parte delle partite e alla fine vince lo scudetto.
In poco più d’un anno Renzi è passato da una sconfitta all’altra. Chiunque avrebbe considerato conclusa la sua vita politica, lui invece è riuscito negli stessi mesi a divenire l’unico arbitro e padrone del suo partito. Benché abbia subito una scissione, benché le previsioni riguardanti le elezioni siano negative, è riuscito non soltanto a dominare la minoranza interna, ma ad eviscerarla in modo che, comunque vadano le cose, anche dopo il 4 marzo lui possa continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Tanto che potrà allearsi o non allearsi con chi vuole, e gli altri non avranno che da obbedire. Infatti gli eletti saranno stati tali se non esclusivamente, certo principalmente in nome della fedeltà al padrone.
In un film, la storia potrebbe finire qui. Titoli di coda. Ma nella vita la vicenda continua, inesorabilmente. A volte premia i cattivi e punisce i buoni, altre volte punisce i cattivi e premia i buoni e in qualche caso, addirittura, punisce gli uni e gli altri. Ma riguardo a Renzi non si riesce ad essere ottimisti. Per ragioni statistiche.
Ha cominciato dichiarando guerra a tutti (ricordate la rottamazione?) e gli è andata bene. Ha tradito Enrico Letta e gli è andata bene. Ha perduto rovinosamente un referendum sulla sua riforma costituzionale, e dopo tutto gli è andata bene anche questa: infatti è rimasto in sella, come Segretario del partito, ed ha saputo approfittarne come nessun altro. Ha sbeffeggiato e umiliato alcuni colleghi fino a spingerli alla secessione, e gli è andata bene. Ciò malgrado, invece di smetterla di cavalcare e bastonare gli altri come somari riottosi, curando almeno i rapporti con i colleghi rimasti, ha escluso dalle sue liste elettorali tutti i sospettati di non amarlo a sufficienza. In Parlamento ha voluto avere una truppa forse meno valida, certo più fedele. Le proteste sono state universali, ma quando mai il duca Valentino si è curato dell’opinione pubblica? E tuttavia si può dubitare che le sue siano state tutte mosse azzeccate.
Per cominciare, la sconfitta delle prossime elezioni potrebbe essere più pesante del preventivato. Anche la base non lo ama più come un tempo. I nemici di Renzi sono ormai tanti che sarebbe più facile contare gli amici. Insomma sono ormai innumerevoli quelli che sognano di farlo fuori, politicamente. 
Ma Renzi potrebbe dire, come Caligola, “oderint, dum metuant”, mi odino pure, purché mi temano. Ma lo stesso egli commette un errore imperdonabile. Se è vero che umiliare Orlando o Cuperlo, dopo tutto, può danneggiarlo fino ad un certo punto, c’è qualcuno il cui potere è incontrastabile: l’elettorato. Gli iscritti del Pd sono in drammatico calo e soprattutto nessun leader può sopravvivere a lungo, se i risultati sono disastrosi. Quando tutti cominciano a temere per la propria sorte e il leader appare perdente, anche i vigliacchi divengono coraggiosi e il tradimento è dietro l’angolo.
Se Renzi, invece di trasformare il Pd in Pdr, Partito di Renzi, avesse ucciso Stalin e si fosse appropriata l’Unione Sovietica, avremmo potuto profetizzargli un dominio assoluto di quell’immenso Paese, fino alla morte, sempre che fosse stato capace di usare gli stessi metodi del suo predecessore. Ma, a parte il caso di un tiranno sospettoso, sanguinario e più onnipotente dell’Onnipotente, farsi troppi nemici non è mai stata una buona politica. Non appena si è allentata la morsa del terrore, sono cadute come birilli Berlino, Varsavia, Bucarest, Praga. E infine è implosa la stessa Unione Sovietica.
Renzi si comporta da Capitano di Ventura, anzi da Gengis Khan, ma ha sbagliato palcoscenico. In democrazia non vigono le stesse regole della steppa. Non si è leader contro venti e maree, inimicandosi tutti salvo mamma e papà. Il gigante sembra inarrestabile, ma anche i giganti inciampano. Di questo passo lo storico si siede sul bordo del fiume e aspetta il seguito. Se tiene conto delle lezioni del passato, sa che non aspetterà a lungo. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 gennaio 2018
Domani il seguito dell’articolo “Socrate, un fallito extralusso”. 




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POLITICA
29 gennaio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO - 2
L’amicizia

Altro problema dell’età contemporanea è la solitudine. Se non si è avuta la fortuna di incontrare, nell’adolescenza, quell’amico o quell’amica che ci hanno iniziati al dialogo intimo, non abbiamo neppure l’idea di poter realmente parlare in prima persona. Non sappiamo di potere ascoltare il flusso di autocoscienza di qualcun altro. Oggi la psicoanalisi è meno di moda di anni fa, ma la seduta di analisi è stata per molti la prima occasione in cui hanno potuto aprirsi e sfuggire alla prigione del loro io muto. Il dialogo fra grandi amici è un arricchimento e una guida, quanto meno perché ci fa vedere che la vita può essere per gli altri un’esperienza diversa dalla nostra. Last but not least, l’amicizia è un’esperienza molto vicina all’amore. Al dialogo si aggiunge infatti un sincero interesse per l’altro, una condivisione delle esperienze, il piacere di stare insieme ed anche di sentirsi amati. La grande amicizia è una essenziale esperienza intellettuale ed affettiva che richiede disciplina, tolleranza, generosità e non raramente perdono. E proprio per queste sue caratteristiche, per la sua “non-gratuità”, che l’amicizia è il migliore apprendistato dell’amore. 
Il Simposio di Platone offre un bel quadro di che cosa può essere un incontro fra amici. Nella nostra epoca tecnologica gli sciocchi considerano invece amicizia lo scambio di messaggi col telefonino, la comunicazione delle informazioni più inutili e triviali o addirittura di fotografie: “Questo è il mio cane”. La povertà di un simile rapporto può essere misurata pensando che Epicuro, per molti il docente dei piaceri, ha scritto che il più grande e il più consigliabile di loro è l’amicizia. Purtroppo, non può avere un amico chi non è abituato ad aprirsi, a discutere senza aggredire, a tollerare una critica, e chi non capace di interessarsi sinceramente degli altri senza per questo divenire invadente. L’amicizia non è pigiare su un tasto, per dare o ricevere l’amicizia, come si fa su Facebook. L’amicizia concessa a centinaia di persone sta alla vera amicizia come le marchette di una puttana di strada stanno all’amore. 
L’amicizia non si compra e tuttavia ha un alto prezzo. Tanto alto che molti non l’hanno mai conosciuta e poi si sentono soli. Ma per fortuna hanno il telefonino e possono farsi dei selfie con dei conoscenti. Così, in fotografia, non sono soli.

L’amore

Se già l’amicizia costituisce un’essenziale finestra sul mondo degli altri, uno strumento essenziale per non sentirsi soli e conoscersi meglio, l’amore è l’università, il dottorato di ricerca, la massima specializzazione, in materia di rapporti umani.
Nei rapporti umani positivi si possono distinguere tre stadi: l’amicizia, l’innamoramento e l’amore. Nessuno dei tre è facile da amministrare. L’amicizia, che pure è il più semplice perché non include il sesso e non pretende l’esclusività, rimane lo stesso un rapporto difficile, e infatti non tutti hanno avuto l’esperienza di un’amicizia vera, profonda, indimenticabile, che segnano una tappa della nostra vita, quasi come avviene con i matrimoni. Ed è questa la ragione per la quale difficilmente, chi non ha conosciuto l’amicizia, conoscerà il grande amore sereno e duraturo. È difficile frequentare l’università quando non si sono prima apprese le basi della conoscenza. E soprattutto quando il primo contatto con l’amore si ha attraverso l’innamoramento. Questo può interamente falsare la prospettiva, perché è come studiare la patologia prima di studiare la fisiologia.
L’innamoramento è uno strano fenomeno, frutto di una potentissima pressione dell’istinto per indurci alla riproduzione. Qualcosa di simile all’estro degli animali. È un momento della vita in cui i parametri normali sono falsati. Una persona diviene ad un certo momento speciale, anzi, tanto speciale da apparire incomparabile, insostituibile. È vista molto più bella di quanto non sia e il tempo che si riesce a passare con lei è puro rapimento. Così a quest’uomo o a questa donna si ha tendenza a perdonarle qualunque limite e qualunque errore, cosicché si deve concludere che l’innamoramento è una totale falsificazione della realtà. L’innamorato è disposto a fare le follie che non farebbe mai, in tempi normali. Per questo il fenomeno è comparabile all’estro degli animali i quali, in quei momenti, sono capaci di badare meno alla propria stessa sopravvivenza e divengono imprudenti, perché pensano soltanto ad accoppiarsi. Infatti i grandi sportivi reputano sleale cacciarli in quel periodo. 
Naturalmente l’innamoramento ha i suoi quarti di nobiltà. Innanzi tutto è un’esperienza che è bene avere avuto, per comprendere il fenomeno e i nostri congeneri quando si comportano da dementi perché innamorati. Ma l’innamoramento ha tanto poco a che vedere con l’amore che è strano non sia designato con un’altra parola. L’amore deriva in parte dal giudizio positivo che si dà dell’altra persona, mentre l’innamoramento può aver luogo pur dando un giudizio sostanzialmente negativo dell’oggetto del proprio sentimento. L’amore è nato per durare, l’innamoramento ha la scadenza incorporata. Questo spiega come tanti matrimoni, nati da una passione travolgente, durino a volte pochi mesi, senza lasciare il residuo di un’accettabile amicizia e a volte nemmeno la capacità di comportarsi civilmente.
L’amore può arrivare dopo l’amicizia, dopo l’innamoramento, dopo la semplice coabitazione (come avveniva a volte nei matrimoni combinati) ma è poi un rapporto di solido e affidabile affetto, di dialogo, di comprensione, di solidarietà. Un’alleanza che veramente sconfigge la solitudine, che lega due persone così intensamente da formare una sorta di unità. Una caro, una sola carne, dicevano i latini.
L’amore è forse la più grande fortuna che possa capitare ad un essere umano. Ma è una fortuna che bisogna meritare. Indubbiamente c’è un elemento casuale, nell’incontrare la persona giusta, ma il sorgere e il consolidarsi del rapporto dipende dal modo in cui esso è stato curato. Il successo è il risultato di una costante disciplina, di una grande generosità, di un inossidabile buon senso. E ancora di una disponibilità al perdono, alla tolleranza, alla cortesia. E di tutto ciò che si dà si ha l’9mpressione di ricevere altrettanto e forse di più. L’amore è capace di dare, in pianta stabile, il meglio di ciò che l’innamoramento riesce a dare in forma magica, per un breve momento. 
In forma magica. L’innamoramento è infatti patologico perché fa apparire vero ciò che non è vero, fa sembrare facile, naturale e senza sforzo ciò che invece è raro, difficile, e frutto di una conquista. E per questo nasce male e dura poco. L’amore – che pure sembra un dono degli dei – è invece una conquista a due e un capolavoro. Il più bel fiore della nostra vita non dura se non è accuratamente accudito e tenuto nel giusto clima. È vero, il suo costo è alto, ma vale largamente più di quanto costa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 gennaio 2018 2 Continua




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POLITICA
29 gennaio 2018
SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO
Immaginate che vi chiedano: “Che ne pensi di un uomo che ha un mestiere d’oro fra le mani e non lo esercita, veste di stracci, va in giro scalzo anche in inverno, passa il tempo per la strada a parlare con la gente, si ubriaca, ha seri problemi con sua moglie e si è fatto una tale fama che le autorità sono allarmate e forse lo condanneranno a morte?” Un tipo ben poco raccomandabile, pensereste. Eppure è appena stato descritto Socrate. Oggi il filosofo è protetto dalla sua fama, ma il giudizio che, se non fossero avvertiti della possibile cattiva figura, darebbero di lui i bravi borghesie contemporanei sarebbe anche più severo di quello degli ateniesi di allora. Questi, fra i molti difetti, non avevano quello di essere moralisti. 
Non val la pena di difendere Socrate. Sia perché in parte le accuse sono fondate, come ben sapeva Santippe, sia perché il valore di quest’uomo – sia dal punto di vista intellettuale sia dal punto di vista morale - è stato talmente grande da far dimenticare tutto il resto. 
Forse vale piuttosto la pena di chiedersi: ma lui stesso, l’uomo Socrate, come viveva? Quelle sue stranezze, quelle sue condizioni di vita che molti avrebbero giudicato inaccettabili, lo hanno reso felice o infelice? E qui la risposta potrà sorprendere: Socrate era sereno. Si godeva la vita in letizia e a volte divertimento. È vero, beveva vino fino a ubriacarsi (ma pare reggesse meravigliosamente l’alcol) ed era povero in canna: ma era ebbro di vita e di pensiero, senza aver bisogno d’altro. La sua stessa superiorità intellettuale era velata da un’ammirevole bonomia. Anche se Platone ci mostra quanto impietosamente ironico fosse nei confronti dei suoi interlocutori, si vede anche che non li umiliava, ed anzi li ricopriva di complimenti, lungo la conversazione. E non era colpa sua se quelli erano troppo grossolani per percepire la sua tremenda ironia. 
La figura di Socrate irradia una serenità e un’olimpica gioia di vivere. Il suo sorriso - che nemmeno la condanna a morte riesce a scalfire – non è la più piccola delle lezioni che ci ha lasciato. Purtroppo è anche una lezione largamente dimenticata.
Nella nostra epoca la tendenza è a delegare la nostra vita ai servitori, intendendo per servitori tutte le persone e tutti i marchingegni che possono farsi carico dei nostri bisogni e dei nostri desideri. Abbiamo dimenticato che la maggior parte delle cose che possono rendere bella la nostra vita è il risultato di uno sforzo, di un percorso, di una conquista. La nostra anima è inerte e sembra nata per essere passiva. Col risultato che in fin dei conti la nostra vita è avvelenata. Non l’apprezziamo e finiamo fin troppo lontani dal sorriso di Socrate. Lo straccione felice. 

Amici e nemici, in ordine alfabetico – L’alcol

L’alcol è un primo esempio di questa fuga da sé stessi verso il piacere. Dimenticando che nessuno fugge da sé stesso, perché quel sé stesso e la sua realtà lo aspettano al ritorno da qualunque momentanea evasione. L’ebbrezza dell’alcol è un banale sostituto chimico dell’entusiasmo che possono dare l’amore, l’arte, la bellezza, l’intelligenza. Tutte cose che non fanno male alla salute e che possono essere fruite con un cervello vigile. È vero, nessuna di esse gratuita, ma chi ha detto che il piacere debba essere esente da sforzo? Quale rocciatore sarebbe contento di un’influenza che l’inchioda a letto, dove dopo tutto sarà costretto a riposarsi, invece di essere attaccato a una parete a strapiombo, faticando ai limiti delle possibilità umane e per giunta rischiando la vita? 
L’alcol deve il suo fascino all’accessibilità della sua ebbrezza, nel senso che bastano i soldi, per averlo. Per giunta, bevendo insieme con altri, si scambia l’annebbiamento per togetherness, per convivialità, per amicizia: mentre è soltanto un modo sbrigativo per giocarsi la salute, spesso soltanto per ragioni di imitazione, per spirito gregario, perché lo fanno gli altri. Perché fa sentire “coraggiosi”, mentre il coraggio consisterebbe nel dire di no e nel trattare gli altri da sciocchi conformisti. La notizia di una ragazza di quindici anni in coma etilico, data ancora una volta dai giornali, è la storia di un fallimento educativo, igienico, e persino dell’intelligenza. La salute – non lo dicono soltanto i posacenere e le nonne artritiche, è il primo bene. Chiunque la strapazzi, chiunque la rischi è un cretino che sega il ramo su cui è seduto.
È vero, anche Socrate beveva, ma era un uomo capace di resistere al freddo, andando in giro scalzo anche in inverno, di fare il suo dovere di oplita senza divenire un miles gloriosus senza mai lamentarsi e senza manifestare paura, capace di mantenere fede ai suoi principi anche questo gli poteva costare la vita, e lo fece più di una volta: quando mai avrebbe potuto divenire schiavo dell’alcol? Forse, più che perdonare a lui il vino, dovremmo dire: “Divenite simili a Socrate, e potrete bere tutto il vino che vorrete. Purché non diveniate alcolizzati, come non lo divenne lui”. 
Al riguardo aggiungo una nota personale. Quando avevo vent’anni usavo dire, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, che a settant’anni avrei ripreso a fumare e, se fossi giunto a ottant’anni, mi sarei dato all’eroina. Ora gli ottant’anni li ho compiuti e non ho nessuna voglia né di ubriacarmi, né di sigarette né di eroina, perché la vita mi pare bella e avventurosa anche soltanto rileggendo la vita di Socrate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28gennaio 2018 1.Continua




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25 gennaio 2018
LA SCUOLA SENZA CONTROLLO DI QUALITA'
Il professore di matematica può arrabbiarsi con l’alunno che, malgrado le spiegazioni più chiare, non capisce qualcosa. Invece il tappezziere che deve montare una tenda, se ha difficoltà, non può arrabbiarsi con nessuno. Sta a lui trovare la soluzione giusta. E se non la trova, forse non è un bravo tappezziere. 
Il controllo della competenza, nel caso degli artigiani, è obiettivo e costante, mentre nel caso del professore di matematica non lo è. Il ragazzo potrebbe essere ottuso, ma anche lui potrebbe essere meno chiaro di quanto creda. 
In certe professioni il controllo di competenza è soltanto statistico e da un singolo caso non si può dedurre nulla. Se un medico sbaglia spesso è un cattivo medico, se sbaglia raramente è un ottimo medico. 
Altra differenza: mentre l’aiutante dell’idraulico, a forza di vedere come si lavora, può benissimo imparare il mestiere, per altre attività – per esempio insegnare storia e filosofia nei licei – è necessaria una formazione molto più lunga. Un tempo si partiva dalle scuole elementari e, passando attraverso vari filtri chiamati “esami”, dopo una ventina d’anni e un concorso di Stato, si diveniva professori. Da questo sistema derivava l’impossibilità, per il privato, di controllare la competenza minima richiesta, e per questo lo Stato ha istituito i titoli di studio con valore legale. 
Un tempo essi avevano un reale valore. Il professore di storia e filosofia era uno che era stato promosso con merito in terza e quinta elementare, in terza e quinta ginnasiale, e nell’esame di maturità. Infine aveva conseguito laurea e abilitazione, per concludere con successo una gara per pochi posti a Roma. Non era strano che questi professori poi fossero pressoché venerati dai liceali. Oggi invece si fanno salire in cattedra, senza concorso, infornate di migliaia di professori. E il risultato è quello che è. 
Un tempo era possibile che occasionalmente si fosse promossi pur meritando di essere bocciati, ma era improbabile che, per fortuna o per raccomandazione, si potessero superare tutti gli esami che, nel caso del professore, erano ben otto, dalla terza elementare al concorso di Stato, per non dire che le materie d’università, ciascuna con un professore diverso, erano come minimo una ventina. Per rovinare un simile sistema di reclutamento, sarebbe stato necessario un impegno concorde e costante dell’intera società, cosa che appariva veramente ardua. Ma arduo non corrisponde ad impossibile, e infatti, a partire dal 1968, l’impresa è stata portata felicemente a compimento. 
Prima non si è bocciato nessuno alle elementari e la licenza elementare è divenuta un attestato di frequenza. Poi i professori della Scuola Media Inferiore si sono trovati di fronte dei ragazzi con i quali non potevano certo svolgere sul serio il programma previsto e per prima cosa dovevano tentare di fare il lavoro che i maestri elementari non avevano fatto. Non ci riuscivano gran che e in teoria avrebbero dovuto bocciare i ragazzi ma la Scuola Media Inferiore era divenuta anch’essa scuola dell’obbligo, e “obbligo di studio” passò a indicare “obbligo di promozione”. La licenza media è stata data a tutti, costituendo di fatto anch’essa un certificato di frequenza. 
Naturalmente in tutte le classi ci sono sempre stati dei ragazzi che hanno avuto voglia d’imparare e docenti che hanno avuto voglia di insegnare. E quando i primi incontravano i secondi, il risultato era eccellente: ma erano le eccezioni.
A questo punto nelle Scuole Secondarie Superiori da un lato si è partiti da un livello così basso che non si poteva certo andare lontano, dall’altro si è applicata anche qui la mentalità dell’obbligo di frequenza prevalente sull’obbligo di studio. E infatti, arrivati all’esame finale, la società ha voluto che si promuovessero tutti i ragazzi. La percentuale (assurda) è stata del 97%. Meno di un bocciato per classe. 
All’Università sono ovviamente arrivati studenti insufficientemente alfabetizzati, incolti e superficiali. E visto che gli studi potevano apparire ardui, per loro, si sono ridotti gli anni d’Università a tre. E si sono chiamati “dottori” coloro che un tempo non avrebbero superato l’esame di maturità. 
Ora sono arrivati in cattedra i risultati di questo sistema scolastico e il risultato è che la certificazione del “titolo di studio” in molti casi risulta falsa. Abbiamo alunni ignoranti, laureati ignoranti e professori ignoranti\. Un’intera società composta da ignoranti. Ascoltare i telegiornali è divenuto uno strazio o un’occasione di risate, per chi ha un bel carattere. 
L’ignoranza è divenuta sfacciata. Ortega y Gasset, quasi cent’anni fa, ha osservato che una caratteristica della massa divenuta padrona della società è quella di non vergognarsi dei propri errori e di esibirli come un diritto. Oggi chi si vede correggere ride. O magari alza le spalle: “Ma tanto mi avete capito, no?” Come direbbe un cane, dopo avere scodinzolato o dopo aver ringhiato.
Se il professore fosse pagato secondo quanto i ragazzi hanno realmente imparato non sarebbe così “generoso” di promozioni. Sarebbe nelle condizioni dell’idraulico che non è pagato se non ripara il guasto. Dal momento invece che nessuno lo controlla, il professore fa credere di essere “buono”, promuovendo, mentre è soltanto uno che ruba lo stipendio. Inoltre, dal momento che le famiglie, se non si comporta così, protestano e vanno dal Preside o ricorrono al Tar, il dilemma per molti è divenuto: “Lavoro sul serio e mi metto nei guai, o non faccio nulla e sono apprezzato da tutti?” E, come dicono a Napoli, “accà nisciun è fess”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 gennaio 2018




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POLITICA
23 gennaio 2018
PERCHÉ TANTE PROMESSE INVEROSIMILI
In questi giorni la politica è estremamente noiosa. Gli interessati si battono per i posti in lista e i seggi sicuri, i partiti – tutti - sparano balle grandi come case e nessuno si occupa realisticamente della situazione economica e del debito pubblico. Anche perché è impossibile farlo. Tutto ciò può avere un interesse per chi partecipa alla campagna elettorale ed ha qualche possibilità di entrare in Parlamento: ma per i cittadini tutte queste discussioni valgono assolutamente zero.
Di certo c’è che dopo il cinque marzo avremo una bella gatta da pelare. Forse ci vorranno mesi, per costituire un governo, e comunque questo governo, una volta varato, non ci offrirà nulla di ciò che in questi giorni ci è stato promesso. Chiunque vinca. 
Questo stato di cose crea una sorta di quieta disperazione. Se la politica non ci riguardasse così da vicino, potremmo anche dimenticarla e pensare ad altro. Viceversa essa avrà una notevole influenza sulle nostre vite e allora si comprende che si facciano mille commenti, mille calcoli, mille previsioni. Pur sapendo che il compito è impossibile. 
Forse val la pena di spiegare questa impossibilità. Gettando in aria una monetina, sappiamo che avremo testa o croce. Ma già con un dado le possibilità sono sei. E quando il risultato dipende dalla decisione di mille, centomila o parecchi milioni di persone, l’impresa è assolutamente disperata. Neanche le indagini demoscopiche aiutano molto. In primo luogo, danno risultati diversi fra loro. Poi hanno una validità approssimativa, nel senso che ammettono di potersi sbagliare del due o tre per cento, un due o tre per cento che in fin dei conti potrebbe poi risultare dirimente. Infine la gente potrebbe sia mentire all’intervistatore (soprattutto quando è tentata di votare per un partito che i benpensanti giudicano male) sia cambiare opinione, all’ultimo minuto. Ecco perché il risultato delle elezioni è a volte così sorprendente. 
Fra l’altro chi decide è colui che vota, ma proprio costui è tutt’altro che cosciente di decidere qualcosa. Al contrario pensa che il suo voto è una quantità insignificante, e dunque vota da “irresponsabile”. Essendo convinto di non contare nulla, è capace di votare per il diavolo, col bel risultato che, se molti hanno il suo stesso atteggiamento, alla fine il diavolo può vincere le elezioni. È ciò che è avvenuto con Donald Trump. Chissà quante persone, in America, avrebbero votato per qualcun altro, se avessero pensato che veramente Trump poteva vincere.
Il futuro è tanto più imprevedibile quanto maggiore è il numero di fattori da cui dipende. Nel nostro caso, dunque, più che alle discussioni fra i politici, più che ai loro programmi e alle loro promesse, bisognerebbe guardare alla situazione obiettiva. Perché quella, almeno, può essere osservata.
Di sicuro c’è che il nostro modello socio-economico è difettoso. Lo dimostra il fatto che da anni andiamo peggio degli altri membri dell’Unione Europea. E il modello nessuno potrebbe cambiarlo perché tutti lo reputano quello giusto. Ciò spiega perché i rimedi proposti dai candidati siano tutti immaginari e si riassumano nel miracolo di spendere di più senza incassare di più. 
E tuttavia proprio questo stato di cose illumina la situazione. Se i problemi dell’Italia ammettessero una soluzione, almeno un partito la proporrebbe. Ai tempi del Pci i comunisti ci avrebbero detto che la rivoluzione proletaria, con l’instaurazione di un sistema sovietico, avrebbe cambiato tutto. Ed effettivamente l’avrebbe cambiato, anche se in peggio. Oggi una soluzione drastica di questo genere – per il meglio, però – non esiste. E allora i partiti fanno a gara di bugie. Tutti sono convinti che se non mentissero anche loro concederebbero agli avversari un indebito vantaggio, un vantaggio che potrebbe anche farli vincere, e allora anche loro promettono la Luna. Così parlano di “redditi gratuiti” e inducono i cittadini a sognare di vivere a spese degli altri. Anche se non si sa chi siano questi altri e se, esistendo, sarebbero in grado di mantenere la moltitudine dei nullafacenti.
Il fatto che le promesse siano inverosimili ed eccessive, prima di indurci ad un giudizio morale sui politici, dovrebbe farci capire che in questo momento nessuno è in grado di proporre un programma per farci uscire sul serio dalla crisi. Questo fatto si spiega con la paradossale situazione per la quale il nostro modello non funziona ma gli italiani rimangono così rocciosamente convinti che sia quello giusto che, pur non capacitandosi del fatto che non funzioni, non riescono a proporne uno diverso. 
Così siamo a rimorchio della realtà. Di fronte ad una situazione senza via d’uscita siamo inerti ed è per questo che la politica è noiosa. 
Non ci rimane che vivere come possiamo, aspettando di assistere a ciò che avverrà. L’unica certezza è che la Terra continuerà a girare esattamente nel tempo di ventiquattro ore al giorno. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 gennaio 2018




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POLITICA
22 gennaio 2018
MOLESTIE ALLE DONNE
Quando su un dato argomento se ne sa più degli altri, si è ben attrezzati per scrivere un articolo. Quando invece se ne sa di meno, l’impresa si presenta in salita. Se parliamo di molestie alle donne è esattamente il mio caso. Il mio disgusto per le chiacchiere e per gli affari altrui mi ha impedito di leggere un rigo su questo argomento, da quando si è smascherato il produttore Harvey Weinstein. Dunque non solo non ho capito il fenomeno, ma non ho neanche la beata convinzione corrente d’averlo capito. Per ogni cosa mi chiedo “where is the beef?”, cioè “dov’è la sostanza?” Di vero, di reale, di provato che cosa c’è?
Si parla sempre di “molestie” ma che cosa sono nessuno me lo spiega. Deve trattarsi di un comportamento disdicevole, non ne dubito, ma i comportamenti disdicevoli vanno dal ruttare rumorosamente ad uccidere il Presidente degli Stati Uniti. E non tutti sono sanzionati o sanzionabili penalmente. Dunque, di che stiamo parlando, esattamente? 
Queste considerazioni non sono oziose. Nel diritto penale esiste ciò che i tedeschi definiscono “Tatbestand”, cioè l’insieme dei dati necessari perché si abbia un dato reato. Nel caso del furto il Tatbestand è la sottrazione di una cosa mobile al possessore. Se la cosa non è mobile, se per esempio si tratta di una casa, si potrà avere un altro reato, ma non il furto. In che cosa consistono esattamente le molestie? Diversamente diviene impossibile ragionare con cognizione di causa.
Il codice penale, all’articolo 660, per le molestie, prevede questa contravvenzione: "Chiunque in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo" è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a 516 euro. 
Ma quando si parla di molestie alle donne, non pare si alluda a ciò. Infatti ciò che ha fatto Weinstein, checché sia stato, non è avvenuto in luogo pubblico o aperto al pubblico. E neppure per telefono. Dunque bisogna pensare a molestie in senso più generale. Ma quali, esattamente?
Se metto le mani addosso ad una donna senza il suo consenso, si tratta di atti di libidine violenti. Se la chiudo in una stanza, senza neppure toccarla, pur di poterla corteggiare per il tempo che voglio, commetto il reato di sequestro di persona. Se la tengo per un braccio, per costringerla ad ascoltarmi, commetto il reato di violenza privata. Se mi accoppio con lei costringendola con la forza o con le minacce, si tratta di violenza carnale. E attenzione, le minacce consistono in un “male ingiusto”. Se un uomo dice ad una donna: “O vieni a letto con me o ti brucio la casa” si ha violenza carnale. Viceversa, se quell’uomo dice: “Se vieni a letto con me ti do la parte di protagonista nel prossimo film”, od anche “O vieni a letto con me, o non ti do la parte di protagonista” non si tratta né di violenza carnale né di molestie. Infatti non dare la parte non costituisce male ingiusto. Al massimo potrebbe costituire il reato di induzione alla prostituzione. Ma se la donna cede e poi denuncia l’uomo dovrebbe anche riconoscere di essersi trasformata in una prostituta. Infatti è prostituzione vendere il proprio corpo, e poco importa che sia per cento euro, per quindici chili di parmigiano o per la parte in un film. 
Insomma, più ci ragiono e meno capisco la cosa. Il caso è semplice: se l’uomo commette un reato, che lo si denunci per quel reato. Se ne possono ipotizzare parecchi, come si è visto. E se invece ciò che l’accusato ha fatto non costituisce reato, di che stiamo parlando? Infatti mi allarma moltissimo che quel tale Harvey Weinstein, dopo tutto quello che si è letto e sentito sul suo conto, sia ancora a piede libero. Come mai la giustizia penale non si sta occupando di lui? 
Non vorrei che si scambiassero per molestie i normali tentativi di portarsi a letto una donna. Dalla nobile motivazione di esserne sinceramente innamorati, alla pedestre volontà di risparmiare il denaro da dare alla prostituta
Forse stiamo facendo una montagna del vecchio gioco del sesso fra uomo e donna. È disdicevole corteggiare una signora sposata col solo fine di portarsela a letto ma è con sgomento che lei, ad un certo momento della vita, si accorge di non avere più alcuna necessità di scoraggiare le avances sessuali. Perché allora scopre di potere avere, nel film della vita, soltanto la parte di nonna. 
Per favore, salvo il caso di reati, lasciamo il codice penale immaginario fuori dalla camera da letto. Guasterebbe il divertimento.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 gennaio 2018




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21 gennaio 2018
NOT TO SEE THE WOOD FOR THE TREES
C’è un’espressione inglese che dice più di quanto non si pensi di primo acchito: non vedere il bosco a causa degli alberi. Significa avere molti dati, su un fatto o su un problema, e non vedere il significato totale di quei dati. La folla dei singoli elementi fa dimenticare il concetto generale che li riassume e, a volte, li spiega. 
Spesso ciò avviene non tanto perché l’uomo non sia capace di concepire quel concetto, quanto perché non gli viene nemmeno in mente che potrebbe cercarlo. Se chiedessimo a qualcuno: “Ti piacerebbe vedere il Taj Mahal per soli trecento euro?” e l’interrogato non sapesse che cosa è, otterremo come risposta: “E che cos’è o chi è, il Taj Mahal?”  Quell’esperienza non poteva mancargli, perché. ignoti nulla cupido: non si può desiderare qualcosa di cui non si conosce nemmeno l’esistenza.
Questo vale anche per gli alberi e il bosco. Il significato generale di un insieme di dati costituisce per la maggior parte degli uomini un ignotum che non suscita alcuna curiosità. Ciò perché, anche per la specie umana, quello di sopravvivere è stato per decine di millenni un impegno costante che non gli ha lasciato alcun tempo libero. Il suo cervello si è dunque concentrato sulla riuscita di ciò che faceva in ogni momento: catturare e uccidere una preda, trovare frutti commestibili, sopravvivere ad un’aggressione. Gli stessi momenti di piacere – come quelli derivanti dal cibo o dal sesso – lo occupavano interamente e immediatamente, perché non si dilatavano mai a gastronomia o erotismo. La giornata lavorativa corrispondeva alla presenza del sole e non c’erano né domeniche né momenti di ozio. Soltanto quando la sua vita è divenuta più prospera e più sicura, l’uomo ha potuto concedersi il lusso di pensare, anche in modo non immediatamente utilitario. Ma questa attività non è mai divenuta corrente. 
Quando il tempo libero e il riposo sono divenuti patrimonio di tutti, il singolo è stato felice di approfittare della nuova prosperità per una vita più comoda ed anche per divertirsi: ma fra i lussi reputati degni di essere perseguiti non c’è mai stato quello di pensare. Pensare significa cercare il significato generale di un insieme di fenomeni, è attività filosofica che molti reputano faticosa e inutile. Anche se inutile non è certo. 
Immaginiamo un grande castello in cui tutti sono indaffarati chi a pulire, chi a decorare, chi a preparare lussuose stanze da letto, chi ad organizzare un grande banchetto. Un visitatore chiede: “Ma aspettate qualcuno d’importante?” “Altroché: il re”, gli viene risposto. “Vi ha annunciato che arriverà?” “Ah no, non abbiamo nessuna notizia, al riguardo”. Ora basta domandarsi: prima di affaticarsi, non valeva la pena di sapere se il re dovesse veramente venire? Quello era il senso generale del tutto. 
Ma questo fenomeno lo constatiamo ogni giorno. Se chiedessimo ad un giovane: “Qual è la prima qualità della tua donna ideale?” probabilmente ci risponderebbe: “Vorrei che fosse bella”. “Giusto, gli potremmo concedere. La donna bella è la più indicata per il miglioramento della specie. Ma non è necessariamente la migliore per te. Altre qualità vengono prima, l’equilibrio mentale, l’intelligenza, la generosità. Allora, qual è la prima qualità della tua donna ideale?” E la risposta sarebbe ancora: “La bellezza”. Perché è preconfezionata dalla specie. Non è facile insegnare ai giovani che il principio dovrebbe essere: “Non devo cercare una donna che sia utile alla stirpe ma una donna che sia adatta a me, che possa rendermi felice e che io possa rendere felice”.
Molta parte della vita dei singoli si svolge all’insegna di questi programmi considerati “ovvi e necessari”, senza che nessuno si chieda se hanno senso, perfino in relazione allo scopo che gli si attribuisce. L’uomo avido che accumula instancabilmente beni e denaro, riservando a sé stesso soltanto il tempo del sonno, è un insensato. Non riuscirà mai a godere dei vantaggi che accumula e dunque è un meccanismo impazzito. Tutto ciò perché non si è posto la semplice domanda: “Perché vivo in questo modo? Qual è lo scopo della mia vita?”
 Il mondo contemporaneo tende a vedere gli alberi e a non vedere il bosco. Mentre adora la tecnica non ha idea di che cosa sia la scienza: compra l’ultimo modello di telefonino e nel frattempo crede all’omeopatia. Non distingue il male dal peggio: trova opprimente e ingiusto lo Stato liberale e vota per lo Stato socialista. Anzi, fino a non molto tempo fa, lo Stato sovietico. 
Vista nel suo complesso, l’umanità fa cadere le braccia. Ma forse una passeggiata nel bosco ci insegnerebbe qualcosa. Fra gli alberi vedremmo migliaia di formiche indaffarate, nessuna delle quali si chiede quale sia lo scopo del formicaio. E se valga le fatiche di una vita.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 gennaio 2018




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POLITICA
18 gennaio 2018
REPLICA ALLA TESI DIFENSIVA DI DE BENEDETTI
Giorni fa ho finto di essere l’avvocato dell’accusa contro Carlo De Benedetti. Ora lui si è difeso dinanzi al Tribunale di Lilli Gruber e a mia volta utilizzo il diritto di replica. Ma questo dopo aver confessato che, se la sua difesa mi avesse convinto, mi sarei precipitato a dargli ragione. Semplicemente perché sono molto più contento di vedere qualcuno assolto piuttosto che condannato. Purtroppo invece la sua difesa è inconsistente. Forse avrebbe dovuto lasciare l’incarico a un giurista più bravo di lui. 
Riporto le sue parole: È “tutto un po’ ridicolo. Era un segreto di pulcinella la riforma. Era nel programma di Renzi che tra l’altro non mi ha detto niente di particolare e se lo avesse voluto fare non lo avrebbe fatto davanti ad un usciere. Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. “Al mio broker parlo tutte le mattine è una mia abitudine. Perché gli ho detto delle Popolari? Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro. Se sapevo che il mio broker era intercettato? No, non lo sapevo. Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi´ ma solo perché non aggiungeva nulla. Era pleonastico”. Le sottolineature sono mie, e preannunciano che risponderò ad ognuna di esse.
Un segreto di Pulcinella? Se fosse stato un segreto di Pulcinella, le azioni di quelle banche sarebbero già salite quando quel segreto fosse stato conosciuto da tutti. Anche altri avrebbero investito. E soprattutto non avrebbe trovato nessuno che gliele vendesse al prezzo al quale lui le comprò, guadagnandoci seicentomila euro. Infatti quei seicentomila euro li avrebbero guadagnati i venditori, se si fossero astenuti dal vendere. Invece – come è noto - lui ha investito cinque milioni quando è stato sicuro che il decreto sarebbe passato, e ciò mentre altri non investivano proprio perché non erano ancora sicuri che il decreto sarebbe passato. Inoltre, a dimostrare che non si trattava di un segreto di Pulcinella ci sono le domande del suo consulente finanziario, il quale gli chiede appunto se il decreto passerà. Se fosse stato un dato noto a tutti l’avrebbe già saputo e non avrebbe posto domande al riguardo. 
“Era nel programma di Renzi?” E quanti programmi non si realizzano?
“Non mi ha detto niente di particolare”. Effettivamente, un’informazione sul fatto che un decreto passi o non passi non è niente di particolare. Tutta la differenza sta nel fatto di averla o di non averla, quell’informazione. E poi se costituisca reato.
“Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. La prima frase costituisce la sostanza dell’insider trading. La seconda frase è in parte inutile (che si sarebbe trattato di un decreto era quello che pensavano tutti, anche perché i provvedimenti finanziari del genere, proprio per evitare speculazioni, vengono di solito presi mediante decreto) e in parte falsa: Renzi non ha detto “domani”, ma ha detto a breve scadenza, e tanto bastava perché convenisse investire: cinque milioni che hanno dato una plusvalenza di seicentomila euro. Per De Benedetti saranno soldini, ma molta gente ucciderebbe per un centesimo di quella somma.
Come mai egli ha investito cinque milioni? “Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro”. Eh no, De Benedetti non ha pensato, De Benedetti ha saputo. E per certo, vista la fonte.
“Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi’”. E te credo, direbbero a Roma. Perché quell’ammissione è la prova dell’insider trading. 
E poi comunque si contraddice: se quell’informazione fosse stata un segreto di Pulcinella, perché mai avrebbe dovuto nascondere il fatto che di essa era al corrente anche il Primo Ministro? Non dice forse che “Era pleonastico”?
In conclusione, la difesa dell’accusato non ha fornito nessun elemento a sua discolpa e, in qualche caso, ha fornito ulteriori riscontri all’accusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2018




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POLITICA
18 gennaio 2018
L'APPLAUSO È UNA DROGA
Vivo in provincia e la persona più importante che ho conosciuto è stata mio cugino, che è arrivato ad essere Presidente di Sezione della Cassazione. Ma, come si sa, la parentela è un caso. Come se non bastasse, sono un dannato misantropo e. se mai m’avessero proposto (e chi, poi?) di divenire membro del Rotary, avrei detto un risoluto no. Non è che ce l’abbia con quel club, ché anzi c’è gente che farebbe carte false per esservi ammesso: voglio soltanto riconoscere che come esperto di rapporti con uomini di successo non sono un’autorità.
Viceversa ho un amico che ha avuto occasione di conoscere molti personaggi noti in ambito nazionale. Così ho avuto l’idea di porgli la domanda: “I tuoi contatti con queste figure importanti le hanno sminuite, ai tuoi occhi, o te le hanno fatte considerare anche più stimabili di quanto pensino i molti che non le hanno mai incontrate?” 
Premetto che non avrei chiesto questo parere al primo che passa. Spesso chi è deluso dal poco che è riuscito a fare nella vita, coglie ogni occasione per dire peste e corna di chi ce l’ha fatta. Invece il mio amico è tutt’altro che un invidioso. Non soltanto anche lui ha fatto molta strada, ma è sereno, benevolo, pronto ad applaudire il prossimo con molta generosità. Dunque ero preparato a credergli qualunque cosa mi avesse scritto. E tuttavia la sua mail mi ha sorpreso: 
 “Caro Gianni,
  la domanda permette una risposta molto semplice, quando ricordiamo che il termine ‘persona’ deriva dall’etrusco phersu, cioè ‘maschera’. Ebbene, ognuno di loro, senza eccezione, ci teneva a rappresentare, in maggior o minor grado, la ‘persona’ pubblica che era. Ormai quella maschera era lui, in tutto e per tutto, e doveva ‘rappresentarla’. Ogni situazione era per lui una sede opportuna per recitare il suo copione. Questa, in assoluto, è la regola. Per tutti e sempre”.
Francamente, sono rimasto stupito, perché recitare è mentire. Non per caso “ipocrita” in greco significava “attore”. E chi ha bisogno di mentire, se non colui che reputa la menzogna più bella della verità? Il grande uomo di televisione che recita la parte del grande uomo di televisione dinanzi al medico che dovrà curarlo o dinanzi al commercialista che dovrà consigliarlo dimostra qualcosa di inaspettato: non è sicuro di essere all’altezza della sua immagine pubblica. E dal momento che teme di non essere colui che gli altri si aspettano che sia, quel personaggio lo recita. 
Non sto affatto dicendo che tutti gli uomini importanti valgano poco ed abbiano bisogno di nascondersi dietro il loro nome. Sto dicendo il contrario. È assolutamente probabile che privatamente essi non siano né migliori né peggiori degli altri, e qualcuno sicuramente sarà largamente superiore alla media. Dunque non avrebbero nessuna ragione di preoccuparsi. Invece commettono l’errore di pensare che ciò che sono non basti ed è questa la ragione per la quale recitano il loro copione, come dice il mio amico. Da un lato il loro narcisismo li spinge a chiedere l’applauso in ogni occasione, dall’altro, temendo che quell’applauso non arrivi, si esibiscono: “Sì, sono proprio quel gigante che avevi immaginato”. 
E dire che la realtà è tanto più semplice. Un mio amico lavorava in banca e un giorno pensò di cambiare istituto di credito. Così, in vista della nuova assunzione, ebbe un colloquio con uno psicologo, apprendendo in seguito che quel professionista si era profuso in lodi incredibili, sul suo conto. Tanto che se ne stupiva. 
–Ma tu che gli hai detto?
-Io? Niente di speciale. Abbiamo parlato del più e del meno. Non mi ha chiesto niente di speciale e non gli ho detto niente di speciale.
-E non hai capito il perché delle lodi?
Così gli spiegai che chiunque, in questi casi, cerca di fare bella figura. E dimostra così di essere un insicuro. Di voler essere giudicato migliore di quello che è. Mentre lui, essendo assolutamente sé stesso, aveva dimostrato di non aver bisogno di nascondersi. Non si considerava né un asso né un incapace, ma era serenamente convinto di essere sufficientemente qualificato per quel lavoro e dunque, con lo psicologo, parlava del più e del meno. E il professionista, che si aspettava di incontrare un candidato bugiardo, si stupiva di aver trovato un uomo sereno. 
A me una volta andò diversamente. Mi lasciai convincere da un amico, spaventato dalla mia spontaneità, a mostrarmi serio, raffinato e colto, e così non fui assunto.
La verità è che nella vita parte favorito chi è convinto di non avere niente da dimostrare. L’applauso è una droga pericolosa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2018




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POLITICA
17 gennaio 2018
IL RAZZISMO E LA NATURA UMANA
Ci sono fenomeni che nessuno può impedire, perché inerenti alla natura umana. Uno di questi è l’omosessualità, che esiste anche in Paesi in cui è punita con la morte. Né migliore sorte avrebbero i tentativi di estirpare la prostituzione o la violenza. 
Di fronte a queste tendenze bisogna avere le idee chiare. Se l’omosessualità non fa male a nessuno, cercare di impedirla è, prima che inutile, stupido. La diversità degli omosessuali è soltanto occasionale e privata: per il resto sono cittadini come tutti gli altri. Per la prostituzione si dovrebbe essere più cauti, ma soltanto perché può essere occasione di pericolosi contagi. Al riguardo era più razionale quella legge che, senza perdere tempo a condannare moralmente quel mestiere, sottoponeva le prostitute a controlli periodici. Anche la violenza è conforme alla natura umana, ma dal momento che fa male a chi la subisce, la sua severa repressione è indispensabile. Quanto meno si scoraggerà il fenomeno. 
Fra le pulsioni ineliminabili della natura umana possiamo anche mettere la guerra, che infatti è sempre esistita e non coincide con la semplice “violenza”. Gli animali combattono per le femmine o per il territorio, ma non si associano in grandi gruppi per combattere contro altri gruppi di congeneri. La violenza è individuale, la conoscono moltissimi esseri, la guerra è un “noi” contro “loro” ed appartiene ad alcune specie soltanto. Per esempio le formiche. 
Che cosa determini il “noi” e il “loro” ha un’importanza limitata. Può trattarsi del colore della pelle, della lingua che si parla, della religione che si pratica o del territorio di appartenenza: tutto è sufficiente a far scattare una guerra. Basta che ci siano interessi in conflitto, o perfino semplici pregiudizi, tali da operare una distinzione e renderla aggressiva. 
In questo quadro il razzismo si configura come una guerra a basso potenziale, spesso ma non sempre incruenta. E, come la guerra, si nutre del sentimento di “noi” e “loro”, qualche che sia il discrimine. 
Nella cultura occidentale il razzismo fa pensare al disprezzo che l’uomo bianco nutre per l’uomo di colore ma questo è soltanto un fatto contingente. I greci chiamavano barbari quelli che non parlavano greco. Per i romani il colore della pelle funzionava al contrario e avranno sentito disprezzo per i pallidi e biondi e germani, perché rispetto a loro essi erano i barbari. I cinesi e i giapponesi disprezzavano ampiamente i non cinesi e i non giapponesi, inclusi ovviamente gli occidentali. 
Un fondamentale motivo di distinzione dei gruppi è il livello di civiltà. Non sarebbe stato possibile che i coloni di lingua inglese non giudicassero inferiori gli aborigeni australiani; questi erano ancora all’età della pietra (come del resto i pellerossa americani) mentre loro venivano da uno degli Stati più moderni del mondo.
Prima di giudicarlo male, bisogna riconoscere che il razzismo è un fenomeno naturale. Il razzista non è un mostro, e a volte il suo atteggiamento è conseguenza della generalizzazione di precedenti esperienze. Avevo una ventina d’anni quando sentii raccontare che all’Ostello della Gioventù di Monaco di Baviera gli italiani erano ospitati esclusivamente ed obbligatoriamente all’ultimo piano, perché avevano la fama di fare baccano e di disturbare gli altri ospiti. Non so se fosse vero. Se lo era, non sarebbero stati i dirigenti ad essere razzisti, sarebbero stati gli italiani ad essere maleducati. Se invece non era vero, e quella limitazione era stabilita sulla base di un pregiudizio, quei bavaresi erano razzisti nel senso peggiore. Quello stupido. 
Purtroppo ciò avviene spesso. Il razzismo inammissibile è quello che si nutre di pregiudizi privi di giustificazione, come nel caso dell’antisemitismo. Ed è anche il caso dell’ostilità contro i “coloured” quando essi – come a New York – sono perfettamente integrati. Dove invece c’è una base reale, il fenomeno inevitabilmente risorge. Negli Anni Cinquanta i torinesi consideravano i meridionali più o meno come i sudisti americani consideravano i negri.
Il razzismo, anche totalmente ingiustificato, nasce pressoché inevitabilmente quando all’interno di un grande gruppo si forma un gruppo minoritario di una certa consistenza. Qualcuno dice l’8%. Basta che fra i due gruppi esista una differenza di religione, oppure di pelle, di costumi, di lingua (si pensi ai valloni e ai fiamminghi, che pure giuridicamente sono tutti belgi) e ciò basta perché nasca tra loro l’ostilità. “Noi” contro “loro”.
Dal momento che il fatto è naturale, la cosa migliore è evitare che il gruppo minoritario divenga tanto grande da acquistare visibilità e far nascere l’attrito sociale. Se mezzo milione di angeli volesse venire a stabilirsi a Roma, bisognerebbe dire: “No grazie”. Perché gli angeli, per il semplice fatto di avere usi e costumi diversi dagli altri, sarebbero “loro” e diverrebbero un problema. 
Tutto ciò costituisce un valido motivo per limitare l’immigrazione in Italia. Non per un giudizio negativo sui nuovi arrivati, semplicemente perché gli italiani li sentono come “loro”, in particolare gli “inassimilabili”. Per non dire che gli stessi immigrati si sentono diversi. Forse è più pacifica una società unitaria composta, se non proprio da delinquenti, da persone che hanno lo stesso basso livello di moralità, che una società composta da Cherubini e Serafini. Perché, per i Cherubini, i Serafini sono degli insopportabili “loro”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 gennaio 2018 




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POLITICA
15 gennaio 2018
IL M5S STELLE NEL 1930

Ortega y Gasset, il famoso saggista e filosofo spagnolo del secolo scorso, ha scritto in un suo libro (“La ribellione delle masse”), pubblicato nel 1930,  un paragrafo che sembra perfetto per descrivere il Movimento 5 Stelle. 

Nessuno, credo, deplorerà che la gente si goda la vita oggi in maggior misura e numero di prima, dal momento che lo desidera e ne ha i mezzi. Il guaio è che questa decisione presa dalle masse - di esercitare le attività proprie delle minoranze - non si manifesta, né può manifestarsi, soltanto con riguardo ai piaceri: è piuttosto una modalità generale dell’epoca. Così – anticipando ciò che vedremo più oltre – credo che le innovazioni politiche degli anni più recenti non significano altro che l’impero politico delle masse. La vecchia democrazia viveva temprata da un’abbondante dose di liberalismo e di entusiasmo per la legge. Per servire questi principi, l’individuo si obbligava a imporre a sé stesso una disciplina difficile. Sotto la protezione del principio liberale e della norma giuridica potevano agire e vivere le minoranze. Oggi assistiamo al trionfo dell’iperdemocrazia nella quale la massa agisce direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e il suo gusto. È sbagliato interpretare le situazioni nuove come se la massa si fosse stancata della politica e incaricasse persone speciali di esercitarla. È tutto il contrario. Questo è quello che avveniva prima, questa era la democrazia liberale.  La massa presumeva che, dopo tutto, con tutti i suoi difetti e le sue piaghe, le minoranze dei politici ne capivano un po’ più di essa dei problemi pubblici. Ora, al contrario, la massa crede di avere il diritto di imporre e dar vigore di legge a tutte le sue chiacchiere da caffè. Dubito che vi sia stata un’altra epoca della storia in cui la moltitudine sia arrivata a governare tanto direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo di iperdemocrazia.
E poco dopo aggiunge:
       Ciò che è caratteristico di questo momento è che l’anima volgare, sapendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone dovunque. 
 (Traduzione dallo spagnolo di Gianni Pardo)
MOVIMENTO CINQUE STELLE Nadie, creo yo, deplorará que las gentes gocen hoy en mayor medida y número que antes, ya que tienen para ello el apetito y los medios. Lo malo es que esta decisión tomada por las masas de asumir las actividades propias de las minorías no se manifiesta, ni puede manifestarse, sólo en el orden de los placeres, sino que es una manera general del tiempo. Así -anticipando lo que luego veremos-, creo que las innovaciones políticas de los más recientes años no significan otra cosa que el imperio político de las masas. La vieja democracia vivía templada por una abundante dosis de liberalismo y de entusiasmo por la ley. Al servir a estos principios, el individuo se obligaba a sostener en sí mismo una disciplina difícil. Al amparo del principio liberal y de la norma jurídica podían actuar y vivir las minorías. Democracia y ley, convivencia legal, eran sinónimos. Hoy asistimos al triunfo de una hiperdemocracia en que la masa actúa directamente sin ley, por medio de materiales presiones, imponiendo sus aspiraciones y sus gustos. Es falso interpretar las situaciones nuevas como si la masa se hubiese cansado de la política y encargase a personas especiales su ejercicio. Todo lo contrario. Eso era lo que antes acontecía, eso era la democracia liberal. La masa presumía que, al fin y al cabo, con todos sus defectos y lacras, las minorías de los políticos entendían un poco más de los problemas públicos que ella. Ahora, en cambio, cree la masa que tiene derecho a imponer y dar vigor de ley a sus tópicos de café. Yo dudo que haya habido otras épocas de la historia en que la muchedumbre llegase a gobernar tan directamente como en nuestro tiempo. Por eso hablo de hiperdemocracia. 
E poco dopo aggiunge:
Lo característico del momento es que el alma vulgar, sabiéndose vulgar, tiene el denuedo de afirmar el derecho de la vulgaridad y lo impone dondequiera.




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POLITICA
15 gennaio 2018
L'OCCIDEDENTE NON È IL TUTORE DEL MONDO
Maurizio Molinari è un serio e apprezzato giornalista ma oggi sostiene una tesi molto discutibile(1). A suo parere le democrazie occidentali hanno il torto di tenere eccessivamente all’appeasement, tanto da lasciare troppo spazio ai dittatori. Egli cita tutta una serie di eventi in cui i governi occidentali hanno mancato al loro dovere. Quando, nel 1938, per amore della pace sacrificarono la (1)Cecoslovacchia agli appetiti di Hitler; quando hanno assistito senza intervenire all’arrivo dei carri armati sovietici a (2)Praga nel 1968; quando non hanno contribuito ad abbattere (4)Bashar el Assad in Siria; quando non hanno fatto nulla per l’indipendenza del (5)popolo curdo; quando non si sono attivati per la sopravvivenza dei trenta milioni di (6)venezolani in preda alla fame e dalla violenza, o dei 24 milioni di (7)nordcoreani sottoposti ad un’allucinante dittatura, che li affama anche per concedersi il lusso di minacciare il mondo. Molinari ha dimenticato la (3)Rivoluzione Ungherese del 1956, che aggiungo io. A suo parere, esiste il rischio che questo pacifismo ad oltranza - o questa inerzia, se vogliamo chiamarla così - “torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori”.
Francamente, c’è da rimanere molto perplessi. La vastità dei compiti che il noto editorialista assegna all’Occidente Democratico è tale che nessuno mai avrebbe le disponibilità finanziarie e le forze per sostenere un simile sforzo. Per un singolo capitolo si sarebbe anche potuto discutere, ma dal momento che Molinari non fa eccezioni, e avrebbe voluto che si reagisse a tutto, di fatto ci assolve egli stesso da tutto. Perché nessuno è tenuto all’impossibile e l’esagerazione stessa della tesi ne dimostra l’insostenibilità. 
Ma anche la teoria è infondata. Ammettiamo che la democrazia, le libertà occidentali e i nostri diritti umani siano il meglio che il mondo abbia prodotto: purtroppo, questa è soltanto la nostra idea. Come dimostriamo, a chi preferisce la dittatura (come in generale avviene nei paesi arabi) che la democrazia è un regime migliore? Come dimostriamo agli iraniani che le idee di Jefferson, in materia di politica, sono migliori di quelle di Dio, contenute nel Corano? Se dunque insistessimo a far accettare a tutti le nostre idee non lo faremmo in forza della loro validità, ma in forza delle nostre armi. 
Inoltre, pure ad ammettere che l’Arcangelo Gabriele venisse a confermare che la democrazia è il miglior regime politico, chi ci ha nominati tutori del mondo? Per gli Stati sovrani la libertà consiste anche nel diritto di sbagliare. Quando nel 1948 la Cecoslovacchia si affidò ai comunisti, perdendo così per cinquant’anni la libertà, lo fece in piena libertà. E se poi la pagò veramente cara, imputet sibi, dia a sé stessa la colpa.
Noi occidentali bianchi non abbiamo nessun titolo per dare lezioni agli altri. Ai tempi di Kipling si parlava del white man’s burden, il fardello dell’uomo bianco, cioè il compito naturale dell’uomo più forte e civile di guidare i popoli meno forti e meno civili. Ma oggi quel burden farebbe ridere. Fra l’altro ha pessima fama. Da settant’anni e più l’Occidente si batte il petto per essere stato colonialista, e dimentica – o fa finta di dimenticare – che le cosiddette colonie molto spesso stavano meglio prima che dopo essere divenute indipendenti. Finché c’è stato l’uomo bianco non s’è mai visto un Bokassa al potere, in Africa. Chiedere agli interessati se avrebbero preferito vivere nella Rhodesia o nello Zimbabwe. E prima della partenza dei francesi non c’è mai stata una “guerra del pane”, in Algeria. 
Fra l’altro, mentre i cechi e gli slovacchi si pentiranno per secoli di avere votato per i comunisti, molti popoli la democrazia la rifiutano anche quando gli viene regalata. Per questo bisogna tenere grande conto della traiettoria inerziale dei popoli. Ci sono Paesi che, in un modo o nell’altro, ricadono da sempre nella tirannide. O è la loro geografia, che l’impone, o è la loro religione, o è la loro ignoranza, poco importa. L’unica è lasciarli al loro destino. Non è nemmeno il caso di averne pietà perché, per così dire, se uno spezza le loro catene, loro se ne comprano altre. Questo punto di vista è tremendo, bisogna riconoscerlo, ma è frutto della riflessione: quell’attività per cui lo specchio non è responsabile di ciò che mostra. E sono buoni esempi, in questo campo, l’Iraq e la Libia. Una volte che degli incauti occidentali li hanno liberati da un orribile tiranno come Saddam Hussein o da un autocrate che non era certo il peggiore, come Gheddafi, sono ricaduti nel caos e nella tirannide. E lo stesso avverrebbe in Siria, se si cacciasse via Bashar el Assad.
Molinari vorrebbe che l’Occidente intervenisse a favore dei deboli e degli oppressi, ma dimentica la lezione della maggiore esperienza, in questo campo. Un governo dittatoriale ed oppressivo (quello del Vietnam del Nord) voleva conquistare il Vietnam del Sud, per una volta democratico, per imporgli la dittatura comunista. Gli Stati Uniti interveneroi, con costi enormi in termini di dollari e di sangue, e tuttavia non credo siano stati subissati dagli applausi. Soprattutto non quelli degli idealisti e delle anime belle. Perfin Obama questo l’ha capito.
Infine non sta in piedi nemmeno la conclusione di Molinari, secondo cui questa neutralità potrebbe spingere le democrazie nelle trappole dei dittatori. I guai non ci sono venuti dai mancati interventi negli affari altrui, ma da un insufficiente armamento e da una insufficiente risolutezza. L’errore di Londra non è stato quello di cedere a Hitler, nel 1938, è stato quello di non avere approfittato dei due anni, dal 1938 al 1940, per armarsi fino ai denti e schiacciare Hitler quando poi ha cominciato ad attaccarla. Se dovete discutere con un coccodrillo della fame che lo attanaglia, il vostro migliore argomento è un fucile da caccia grossa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 gennaio 2018

(1) L'OCCIDENTE NELLA TRAPPOLA DEI DITTATORI
La lezione di Praga '68
Il 5 gennaio di 50 anni fa Alexander Dubcek assumeva la guida del governo della Cecoslovacchia dando inizio a quella che sarebbe divenuta la Primavera di Praga ovvero la rivolta non violenta contro l'occupazione sovietica che Mosca schiacciò nell'agosto seguente con l'intervento dei carri armati del Patto di Varsavia mentre l'Occidente assisteva impassibile. La scelta degli Stati Uniti e dell'Europa di non tendere la mano alla Primavera di Praga trovò la sua giustificazione nella Guerra Fredda, che vedeva il Vecchio Continente diviso dalla «Cortina di ferro» con le superpotenze di Washington e Mosca protagoniste di un equilibrio atomico che minacciava il Pianeta. Ma nella Storia dell'Occidente, dei suoi valori e diritti generati dalle rivoluzioni britannica, americana e francese, quel momento resta uno dei più bui: voltare le spalle ai desideri di libertà dei cecoslovacchi fu un momento di cecità collettiva pari al tradimento con cui a Monaco nel 1938 Londra e Parigi avevano accettato di sacrificare proprio la Cecoslovacchia ai desideri di Hitler e Mussolini, spianando la strada alla Seconda guerra mondiale. A Monaco 1938 come a Praga 1968 fu la fede assoluta nell'appeasement che spinse le democrazie nella trappola dei dittatori, rinunciando a difendere diritti e libertà. Ricordare l'errore morale e politico compiuto con la Primavera di Praga serve oggi all'Europa ed all'Occidente per tentare di non incorrere nello stesso sbaglio, tenendo a mente ciò che distingue le democrazie: l'impegno per il rispetto dei diritti fondamentali degli individui alla vita, alla libertà ed alla prosperità. E ciò significa avere il coraggio di battersi - anche solo con la forza della ragione - quando vengono violati. Lo fece John F. Kennedy nel 1963 davanti alla Porta di Brandeburgo pronunciando le parole «Ich bin ein Berliner» per denunciare l'oppressione dei popoli dell'Est e lo fece Ronald Reagan, nello stesso luogo, nel 1987 chiedendo all'Urss di «abbattere» il Muro di Berlino, facendo capire che i regimi comunisti sarebbero crollati. Se tutto ciò riguarda la nostra generazione è perché ancora una volta l'Occidente appare tentennante, se non pavido, di fronte alle massicce violazioni di libertà individuali in più nazioni. Per sei anni non ha ostacolato in Siria un dittatore come Bashar Assad impegnato a massacrare il proprio popolo causando la maggioranza delle oltre 400 mila vittime della guerra civile. Da oltre tre mesi assiste immobile alla repressione del sogno dell'indipendenza del popolo curdo, che ha liberamente votato per rivendicarla e solo per questo è vittima di un asfissiante assedio economico-militare da parte di Iraq, Turchia ed Iran. Da due settimane esita ad esprimersi in soccorso della rivolta del pane dei più poveri fra gli iraniani, vittime di un regime che dilapida le risorse in avventure belliche tese a destabilizzare il Medio Oriente. Per non parlare del silenzio con cui si assiste all'agonia di 30 milioni di venezuelani, schiacciati da fame, povertà e violenza causate da venti anni di chavismo. O della fretta con cui si dimenticano le brutalità nei confronti di 24 milioni di nordcoreani da parte di un regime fondato sul culto della personalità che accumula ogive e missili nucleari al fine di ricattare la comunità internazionale. Ecco perché è legittimo chiedersi se milioni di siriani, curdi, iraniani, venezuelani e nordcoreani oggi non provino la stessa amarezza e delusione nei confronti dell'Occidente che ebbero i cecoslovacchi aspettando invano anche solo un cenno di sostegno delle democrazie davanti all 'ava n z a re d e i cingolati con la Stella Rossa. Dobbiamo chiederci se non stiamo sbagliando oggi, come si sbagliò allora, a non tendere la mano verso chi anela alla libertà a Damasco e Teheran, Pyongyang e Caracas. Dobbiamo chiederci se l'appeasement di oggi - non più dovuto ai pericoli della Guerra Fredda ma a interessi assai prosaici - non torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori. Il cui unico intento è dimostrare la caducità degli ideali di libertà di cui i Paesi occidentali, pur con tutte le loro contraddizioni e debolezze, sono portatori.




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POLITICA
14 gennaio 2018
L'INEVITABILE FUTURO DEL DEBITO
Il nostro debito pubblico è così grande che non riusciamo percepirne le dimensioni. E questo ci offre un grande vantaggio: non rendendoci conto del pericolo che corriamo, viviamo “come se”. Come se non esistesse, come se non fosse una minaccia. Come se non fosse sicuro che, una volta o l’altra, si trasformerà in tragedia. 
Di solito a questo genere di premessa segue una predica. Stavolta invece non ci sarà nessuna predica: per l’eccellente motivo che a questo problema non c’è rimedio. Se anche si riuscisse a far preoccupare gli italiani, si sarebbe ottenuto soltanto di dargli un dispiacere. 
La prima domanda che bisogna porsi è: c’è modo di eliminare il debito pubblico? L’ideale sarebbe ovviamente rimborsarlo e non contrarre ulteriori debiti. Ma per renderci conto delle dimensioni del problema, partiamo da una semplice constatazione. Noi paghiamo degli interessi sul nostro debito pubblico. Dal momento che la Banca Centrale Europea da molto tempo compra una parte dei nostri titoli di Stato, abbiamo la fortuna di pagare meno che in altri momenti. Ma la manovra della Bce non durerà in eterno: sappiamo già che è destinata prima a diminuire di dimensioni e infine a sparire. Comunque, nell’attuale situazione favorevole paghiamo più o meno settanta miliardi l’anno di interessi. Ebbene, se dividiamo questa somma fra i sessanta milioni di italiani, il conto è di millecento euro l’anno. Ciò significa, per una famiglia di quattro persone (magari monoreddito) quattromilacinquecento euro l’anno. E quanto pagheremo, quando finirà il quantitative easing? 
Se questo è vero per gli interessi, quanto dovremmo pagare per il capitale? Qui il calcolo è ancor più semplice. Duemilatrecento miliardi, diviso sessanta milioni, fa oltre trentottomila euro a testa. Circa centocinquantaduemila euro per una famiglia di quattro persone. Ovvio che ciò non potrà mai avvenire. Dunque un primo punto irremovibilmente stabilito è che il debito non potrà mai essere rimborsato con euro attuali, cioè con soldi buoni. Neanche se il nostro pil ripartisse a razzo. Se ciò avvenisse, infatti,  i mercati ne sarebbero rassicurati, ma questo non eliminerebbe il debito, e forse ci incoraggerebbe ad aumentarlo.
E allora, dirà qualcuno, il nostro debito è eterno? Magari. Purtroppo una volta o l’altra cesserà di esistere e c’è da temere che questo avvenga con un big bang. Basta esaminare le diverse ipotesi. Dal momento che non possiamo rimborsare il debito e paghiamo per interessi sul debito più di quanto paghiamo, in media, per l’Irpef, perché almeno non dichiariamo che non pagheremo più gli interessi? Sarebbe già un gran sollievo. 
Purtroppo, ogni anno paghiamo le somme corrispondenti alle cartelle in scadenza e lo facciamo contraendo nuovi debiti. Cioè prendendo a prestito circa quattrocento miliardi. Dunque, se ci rifiutassimo di pagare gli interessi, gli investitori, non avendo nessuna prospettiva di guadagno, non ci presterebbero più i quattrocento miliardi con cui rimborsare le cartelle in scadenza e noi da subito dovremmo dichiarare fallimento. Perché anche gli Stati possono fallire. È successo ad altri Paesi, in particolare all’Argentina, e per l’Italia l’abbiamo temuto in concreto nel 2011. In realtà, per il nostro fallimento non è nemmeno necessario sospendere il pagamento degli interessi: sarebbe sufficiente che i mercati dubitino della nostra capacità di pagarli. 
Per azzerare qualunque debito, dicono molti, l’unico sistema è una notevole inflazione. Perché in termini di potere d’acquisto si restituirebbe, per ogni mille euro ottenuti, quattrocento, trecento o ancor meno euro. Ma questa operazione è possibile? 
Per programmare l’inflazione, bisogna essere padroni della propria moneta. Il Giappone è più indebitato di noi ma è padrone del suo yen e può svalutare quando vuole. Mentre noi, per cominciare, anche volendo svalutare, abbiamo una parte del nostro debito formulato in modo tale da dover essere ripagato, comunque vada, in “euro buoni”, non in “euro svalutati” o “nuove lire svalutate”. Poi siamo legati all’euro e l’Europa non ci può permettere di svalutare il nostro euro perché, essendo la moneta unica, svaluteremmo anche l’euro degli altri. 
Rimane la nostra uscita dall’euro, ma se facessimo ciò le Borse perderebbero fiducia in noi e non ci concederebbero ulteriori prestiti. Conseguenza: il fallimento.. E considerando che il nostro debito pubblico è detenuto per il quaranta per cento da stranieri, si immagini quanto sarebbero felici quelli che posseggono novecentoventi miliardi di euro sottoscritti dall’Italia, di ritrovarsi dall’oggi al domani più o meno con un palmo di naso. Fino ad oggi l’Europa ci ha sostenuti per impedirci di fallire, nell’interesse di tutti. Domani ce la farebbero pagare considerandoci dei paria internazionali, dal punto di vista finanziario, e ci metteremmo anni, a riemergere. Si veda già quanto severamente viene trattata la Gran Bretagna della  Brexit, dopo che non fa più parte del club.
In realtà ci troviamo incastrati in una situazione in cui non possiamo andare né avanti né indietro. Non possiamo uscire dalla situazione attuale per i motivi detti, e non possiamo rimanerci indefinitamente, sia perché pagare settanta miliardi l’anno di interessi (che presto potrebbero anche essere cento o molto più, quando finirà il quantitative easing) è un fardello troppo pesante, sia perché, malgrado il pericolo, il nostro debito pubblico continua a crescere. Dunque arriverà fatalmente il momento in cui Borse e investitori non potranno continuare a far finta che l’Italia onorerà sempre il suo debito. E dunque falliremo.
È bene avere un’idea di ciò che significa il fallimento dell’Italia. Per cominciare tutti i fornitori internazionali (di grano, di petrolio, di elettricità, di gas, di cotone, di caffè e di tutto ciò per cui non siamo autosufficienti) vorrebbero essere pagati con soldi buoni (euro a pieno valore, dollari, sterline, ecc.). E noi dovremmo procurarceli a qualunque costo e a qualunque prezzo. Poi dall’oggi al domani tutti i percettori di reddito fisso (operai, impiegati e pensionati) si vedrebbero dimezzato o peggio il potere d’acquisto. 
Forse il modo più semplice di dare un’idea di ciò che avverrebbe è dire che dall’oggi al domani il denaro non avrebbe più valore, se non per una piccola percentuale. Infatti la svalutazione fa sì che ciò che prima si comprava con dieci poi si compra con trenta io quaranta, e dunque il denaro vale molto, molto di meno. Mentre una casa continua a valere ciò che valeva prima. E ciò produrrà un’enorme disparità fra chi possedeva beni e chi possedeva denaro. Soprattutto coloro che vivono a reddito fisso il denaro se lo vedranno squagliare nelle mani e in definitiva pagheranno per quell’enorme debito pubblico di cui per un certo tempo hanno beneficiato tutti gli italiani. Anche quelli che ora non ne soffrono.
Quanti ai risparmiatori, chi ha denaro, chi ha crediti, chi ha titoli di Stato potrà guardare le sue banconote e finalmente rendersi conto che sono pezzi di carta. Che sono sempre stati pezzi di carta. E che con quei pezzi di carta lo Stato ha ingannato i suoi cittadini per anni. Fino a far pagare lo scotto di una politica demenziale a una parte di loro soltanto: gli impiegati, gli operai, i pensionati, i poveri e i risparmiatori. Mentre coloro che al momento del patatrac avranno case, gioielli, barche, terreni, quadri, automobili di lusso, oro e beni di ogni genere, saranno quelli che soffrono meno. Perché l’inflazione non riguarda affatto i beni. E con loro continueranno a galleggiare coloro che sono in possesso di abilità professionali. Infatti il dentista o il fabbro continueranno a chiedere di essere adeguatamente compensati, per i loro servizi. E dire che sono a favore dell’uscita dall’euro quelli che parlano a nome del popolo più povero e più arrabbiato!
Quando il denaro conta poco, alcuni arrivano a chiedere di essere pagati in natura. Si è visto in Sicilia nel settembre del 1943, nel momento in cui lo Stato italiano si è liquefatto e gli alleati stavano per arrivare: la gente arrivò a pagare il necessario offrendo oro e gioielli, o perfino una parte del corredo della figlia, perché a quei tempi si usava ancora il corredo. Oggi non abbiamo più nemmeno quello.
Il debito pubblico è una tragedia. Ma questa tragedia sembra uno scherzo rispetto a quella che avremo in futuro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 gennaio 2018
P.S. Un amico mi scrive:
Quello che è successo in Sicilia nel 1943 è lo stesso accaduto in Liguria, ed è durato un anno e mezzo, da fine ’43 e maggio ’45: la Liguria (particolarmente quella di Levante) non è e non è mai stata autosufficiente in generi alimentari, ha pochissima terra coltivabile,  praticamente nessun allevamento: la borsa nera impazzava, chi poteva fabbricava sale con acqua di mare e dai miei posti, Sestri Levante, lo portava a Genova, 50 chilometri a piedi perché le ferrovie erano distrutte, e di lì in treno in Piemonte dove cambiava un chilo di sale contro 4 chili di farina (spesso sequestrata dalle Brigate nere come “contrabbando”). I produttori di olio stavano meglio: loro vendevano soltanto contro oro, il prezzo lo facevano loro e i piemontesi pagavano bene. Chi non aveva olio e non aveva sale vivendo di stipendi da fame cercava di coltivare ogni francobollo di terra disponibile e per avere qualcosa dai contadini del posto o dai borsari neri si è venduto tutto quello che aveva, oro gioielli e persino mobili




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POLITICA
13 gennaio 2018
FATE COME ME, VOTATE M5S
Miei cari amici vicini e lontani, come diceva Nunzio Filogamo, devo annunciarvi una decisione che da me non vi sareste aspettata: alle prossime elezioni, senza alcun dubbio, voterò per il Movimento 5 Stelle. Dopo tutto ciò che ho scritto, nel corso di anni, capisco che sarete sorpresi. Forse anche indignati. E proprio per questo, prima di riparlare del Movimento e della mia improvvisa conversione, devo premettere alcuni riferimenti storici.
Tutti sanno che il colpo di grazia alle speranze persiane fu la sconfitta di Salamina, e tutti sanno che quella vittoria fu esclusivamente merito di un uomo, Temistocle. Fu lui che ne curò la strategia. E tuttavia, proprio colui che salvò la Grecia e l’Occidente, qualche tempo dopo si mise al servizio del Grande Re. Proprio quel tiranno che aveva così efficacemente combattuto. E la sua statura di uomo fu tuttavia tale che in seguito gli Ateniesi lo richiamarono in patria, affidandosi a lui. Dunque anche un grande uomo può cambiare opinione. L’unica differenza fra Temistocle e me è che lui cambiò due volte campo, mentre la mia fede in Beppe Grillo è incrollabile. Che nessuno speri in un ripensamento. 
In questo senso la mia conversione, più che a quella di Temistocle, somiglia a quella di Paolo di Tarso. Questi, dopo avere perseguitato i cristiani, in seguito ad un’apparizione di Gesù in persona, sulla via di Damasco, divenne quello che tutti chiamiamo San Paolo. Conversione di centoottanta gradi, se mai ce ne fu una.
Insomma di conversioni più o meno famose, da S.Agostino al Fra Cristoforo manzoniano, fino a André Gide, che smise di essere comunista dopo un viaggio in Russia, è piena la storia. Il mio diritto alla conversione non può essere messo in discussione, soprattutto perché, mentre le esitazioni di Temistocle furono più o meno sempre determinate dall’interesse, la mia conversione somiglia a quella di Paolo. Lui fu convertito da Gesù, io da Orietta Berti. 
La cantante, oggi settantaduenne, aureolata anche dalla saggezza che dà l’età, essendo ospite della trasmissione “Un giorno da Pecora”, su Rai Radio 1, ha detto: “Gli voglio dare il voto, al mio amico Grillo, gliel'ho sempre promesso ma non l'ho mai votato, lo voterò il 4 marzo”. E tanto mi è bastato per cambiare bandiera. Ovviamente non solo a me. Infatti è prevedibile una slavina di conversioni. Se ne è allarmato moltissimo il Partito Democratico, tanto che ha preso a protestare con quanto fiato ha in gola.
 Il deputato Sergio Boccadutri, componente della Commissione di Vigilanza Rai, ha proclamato che quella dichiarazione della Berti viola la par condicio. I “democratici” contano dunque di presentare un esposto all’Agcom per chiedere se la cosa sia legale. Questo politico conta precisamente di chiedere “che l'Agcom valuti se non siamo di fronte ad una chiara violazione della legge, come sembrerebb; se non sia il caso di comminare delle sanzioni e in che modo possano essere sanata la questione nei confronti delle altre forze politiche”. 
M’è venuto da sorridere. Il Boccadutri non si rende conto della realtà. Come non vede che il male, se male è, è ormai fatto? Come me, centinaia di migliaia di elettori voteranno ora il M5s e lui non potrà farci nulla. È la democrazia, bellezza. 
Fra l’altro, già bastava l’auctoritas della Berti, per convincere centinaia di migliaia di elettori (forse milioni) ma lei ha per giunta fornito elementi imbattibili, ineludibili e inconfutabili per l’opportunità di quella scelta politica. Ecco ciò che ha detto di Di Maio: “Penso che il suo difetto sia che è troppo bello. Quando una persona è troppo bella poi non è tanto credibile quando parla. Io l'ho visto di persona, ha dei bellissimi lineamenti e delle belle mani, poi l'abbronzatura non ne parliamo. E poi non è basso”. Ora vi chiedo, come potrei non votare per un uomo così bello? Non è vero che la bellezza può essere un difetto. Della principessa Diana dicono che nella Scuola Media non facesse faville, tanto che non so se l’ha superata, e tuttavia non è stata forse adorata? Perché? Perché molti la trovavano bella. Quanto a Dio Maio, la sua abbronzatura vagamente maghrebina l’avevo notata, ma non mi ero accorto delle sue mani. Un uomo con mani così – a parte il fatto che potrebbe fare pubblicità a molte creme emollienti – è sicuramente il più indicato per guidare un Paese come l’Italia. Di solito si dice che ci vuole “mano ferma”, ma chi preferirebbe una mano ferma a una mano bella? Di Maio è certamente il miglior Primo Ministro possibile. 
In conclusione, non soltanto non mi pento della mia conversione, ma invito tutti a fare come me. Seguite l’esempio di Orietta Berti, non potreste mai averne uno migliore. E quanto alla sua opinione politica basterà dire, come si faceva per Aristotele: ipsa dixit. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 gennaio 2018




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POLITICA
12 gennaio 2018
IL CANDIDATO PREMIER
È semplicemente naturale che sostenga una forte progressività delle imposte chi ha un basso reddito e l’avversi chi ha un alto reddito. Perché ognuno trova giusta la teoria che lo favorisce. E a tutto ciò si pensa a proposito della attuale diatriba sulla validità e sull’opportunità dei “candidati premier”. Chiamano “candidati premier” quei personaggi il cui nome appare sui simboli dei partiti, quasi per dire: “Votate per noi e lui sarà il prossimo Presidente del Consiglio”. Molti commentatori dicono che questa è una suprema sciocchezza ma ciò soltanto perché a loro non ne viene niente, né in positivo né in negativo. Se guidassero un partito, metterebbero sul simbolo anche loro il “candidato premier”. Perché, a quanto pare, conviene. 
Tutto ciò premesso, rimane vero che si tratta di una sciocchezza. Se avessimo ancora un sistema prevalentemente maggioritario, vincendo l’uno o l’altro raggruppamento, il Presidente della Repubblica non potrebbe che conferire l’incarico al leader del partito più votato. In tale sistema il “candidato premier”, se vince, si presenta per così dire con una maggioranza precostituita. Viceversa con un sistema prevalentemente proporzionale, come l’attuale, il giorno seguente le elezioni offrirà probabilmente un panorama talmente frammentato che il Presidente della Repubblica ne ricaverà soltanto un bel mal di testa. Se il sistema presentasse almeno la tradizionale divisione fra destra e sinistra, si potrebbe almeno ipotizzare una Große Koalition. Invece attualmente i raggruppamenti sono tre e ciò rende difficile perfino la soluzione tedesca.
Né ci si può inoltre nascondere che alcuni di quei “candidati premier” sono ridicoli. Piero Grasso o Giorgia Meloni sono persone degnissime ma le loro probabilità di essere nominati Primi Ministri sono più o meno pari alle mie. Per non parlare di Berlusconi che, sia pure in conseguenza di fatti che non si starà qui a rivangare, non ha nemmeno la possibilità giuridica di essere nominato. E tuttavia il campionato del ridicolo non lo vincono coloro che prima hanno messo il loro nome sulla scheda e oggi parlano d’altro, il campionato lo batte Luigi Di Maio che, su questa sua qualità di “candidato premier”, batte un giorno sì e l’altro pure. Come se significasse qualcosa.  Come se avesse vinto chissà che nomination e come se avesse qualche probabilità di vittoria più di altri solo perché lui è un “candidato premier” e gli altri no. È arrivato a dire che lui non parla con i candidati comuni, ma con i colleghi. Un po’ come i nobili d’un tempo che rifiutavano di battersi a duello con i non-nobili. 
Ma andiamo sul concreto. Se è indubbio che questa mania di mettere il nome sulla scheda e di parlare di “candidati premier” è una baggianata, come si spiega che tanti partiti lo facciano? La risposta è quella di prima: le tesi e i comportamenti seguono gli interessi. Malgrado il cambiamento di sistema elettorale tutti i partiti rimangono convinti che il nome e la faccia del leader costituiscano un traino. Quasi una sponsorizzazione. Qualcuno di simpatico che ci mette la faccia. Se questa è la verità, come si spiega che il Pd non abbia messo il nome di Matteo Renzi sulla scheda elettorale? Se ponessimo questa domanda a lui o ad altri dirigenti del partito, ci parlerebbero di collegialità e del ridicolo del concetto stesso di “candidato premier”. E ovviamente non sarebbero credibili. Perché tutto ciò lo sanno anche gli altri. Motivi teorici, dunque? Suvvia, non scherziamo. 
La verità è un’altra ed è facile da decrittare. La persona più influente, in quel partito, è attualmente Matteo Renzi. Sarebbe dunque naturale mettere il suo nome sulla scheda. E se quella scritta non c’è, è per paura che, un po’ come è avvenuto nel dicembre del 2016, quel nome faccia fuggire gli elettori piuttosto che attirarli. 
A questo punto si potrebbe chiedere: e allora non sarebbe naturale mettere un nome che possa attirare gli elettori? Certamente sì. Ma il Segretario ha temuto che quel nome dia maggiore visibilità e maggiore potere al prescelto, per esempio Paolo Gentiloni, rendendo ancor più difficile per lui, Renzi, la già problematica scalata a Palazzo Chigi. E allora niente nome. A rischio di perdere quel vantaggio cui un Di Maio non rinuncerebbe mai.
Matteo Renzi ha commesso ancora un errore. A giudizio di tutti i commentatori le sue chance di ridivenire Primo Ministro, dopo le elezioni, sono estremamente scarse. Dunque facendosi da parte avrebbe favorito il partito senza danneggiare sé stesso. Ma lui sembra non tenere tanto alla vittoria del suo partito quanto a non diminuire di un “et” la possibilità sia pure teorica di riconquistare l’alloro perduto. Dimentica disinvoltamente che il suo partito si è scisso in odio a lui e che Liberi e Uguali probabilmente preferirebbero perdere con lui che vincere con lui. E questo, mentre una ricucitura con Gentiloni forse sarebbe ancora possibile. 
Fa male al cuore vedere qualcuno che ogni giorno di più danneggia sé stesso e il suo partito. Purtroppo, come diceva Malaparte, “A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla”. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 gennaio 2018





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POLITICA
11 gennaio 2018
DE BENEDETTI: UNA STRANA ARCHIVIAZIONE
Fingerò di essere un avvocato di parte civile che scrive un “foglio di lume” al magistrato per illustrare il punto di vista del proprio cliente. Traggo i dati dall’articolo di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera di ieri (http://roma.corriere.it/notizie/politica/18_gennaio_10/popolari-de-benedetti-telefono-696d82f0-f581-11e7-b250-16cc66648122.shtml).
Nel gennaio del 2015 si faceva l’ipotesi di un decreto del governo riguardante le Banche Popolari. In prossimità dell’emissione di tale decreto, la Consob nota una “movimentazione anomala” di titoli. Il capo della Consob, Giuseppe Vegas, interrogato in Parlamento, parlerà di acquisto di titoli di quelle banche prima che fosse nota “l’intenzione del governo di adottare il provvedimento”. Naturalmente esprimendo così il sospetto che qualcuno fosse stato avvisato del fatto: cosa che darebbe luogo ad un caso di insider trading. Questo reato è costituito da operazioni di borsa effettuate sulla base di informazioni che sarebbero dovute rimanere segrete, con danno dei terzi, cioè di coloro che quelle stesse informazioni non hanno ricevuto e magari vendono mentre gli “avvisati” comprano. 
In particolare la Consob aveva notato che l’ing.Carlo De Benedetti aveva investito cinque milioni di euro immediatamente prima dell’emissione del decreto e aveva guadagnato seicentomila euro rivendendo gli stessi titoli qualche tempo dopo l’emissione del decreto. 
Le telefonate relative alle intermediazioni finanziarie (tra cliente e operatore di borsa, credo d’aver capito) per legge sono registrate e, su richiesta della  Commissione Parlamentare sulle Banche, la Procura di Roma nel dicembre scorso ha trasmesso il fascicolo relativo a Renzi, De Benedetti e il broker, nel quale è contenuta questa telefonata, avvenuta il 16 gennaio 2015, cioè appena quattro giorni prima dell’emissione del decreto, fra Carlo De Benedetti (DB) e Gianluca Bolengo (GB), suo consulente finanziario e operatore di borsa. 
 (DB): Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto. (GB): Sì, ehm, però adesso stanno andando avanti. comunque non è. (DB): Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi. una o due settimane. (GB): Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio città di 30 mila abitanti. (DB): Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari? (GB): Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono. (DB): Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa. (GB): Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa. (DB): Togliendo la Popolare di Vicenza. (GB) Sì. 
La telefonata è rimasta segreta fino ad ora perché la notitia criminis era stata archiviata. Come leggiamo sul Corriere della Sera, su impulso della Consob, vengono interrogati sia De Benedetti sia Renzi, i quali confermano di aver avuto contatti in quei giorni, ma negano lo scambio di informazioni privilegiate. In particolare Renzi assicura che “alla riforma delle banche si dedicarono cenni del tutto generici e non fu riferito a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico”. Il Procuratore Capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Stefano Pesci accolgono questa tesi e chiedono l’archiviazione dell’indagine. Essi ritengono infatti che la telefonata non abbia dato luogo a nessun insider trading perché in essa “De Benedetti si limita ad affermare di aver appreso di un ‘intervento’: espressione polivalente che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto a Bolengo. Ma anche che l’intervento sarebbe stato realizzato in tempi brevi, ma non necessariamente brevissimi e comunque non determinanti”. 
Riguardo a questi fatti sono inevitabili alcune considerazioni, e ciò partendo proprio dalle righe attribuite ai magistrati. Essi reputano che l’espressione “intervento” è polivalente, e nulla fa sapere a Bolengo che questi non sapesse già. Ma se così fosse, come mai il Bolengo non aveva già investito nemmeno mille euro su quei titoli? 
Se la notizia era conosciuta da tutti, come mai De Benedetti ha investito quella grossa somma e tanti altri operatori, professionisti del ramo, non l’hanno fatto? 
De Benedetti chiede: “Salgono le popolari?”, cioè con questo provvedimento saliranno le quotazioni delle azioni delle banche popolari? E Bolengo – quello che secondo i magistrati sapeva già tutto – risponde: “Se (si badi, “se”) passa un decreto fatto bene salgono”. Come si vede, Bolengo – contrariamente a quanto scrivono i due magistrati – non sa se il decreto passerà o no. Essendo inteso che, nel dubbio, non si potrebbe certo rischiare una grande somma. Ma questo dubbio è chiarito da De Benedetti, che ha una notizia di primissima mano, che più “prima” non si può: “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”. 
Bolengo, cioè uno di quei professionisti che fiutano continuamente il vento per sapere come andranno le borse, non sa se il decreto sarà varato. E tale dubbio esprime nella telefonata, contrariamente a ciò che sostengono i magistrati. E ciò significa che, soprattutto considerando il pessimo stato economico delle banche popolari, nell’incertezza non consiglierebbe certo al suo assistito di investire denaro. 
È proprio per questo che la notizia fornita da De Benedetti costituisce insider trading: perché fuga quel dubbio. Il decreto “passa, passa”. E sulla fede della parola del Primo Ministro si può rischiare qualunque somma, sicuri di ricavarne un lauto guadagno. 
Ma – dicono i magistrati – la conversazione non costituì reato perché De Benedetti parla genericamente di un intervento non meglio specificato. In realtà, che si trattasse di un intervento, di un provvedimento, di un decreto o di qualunque altra azione che salvasse quelle banche, l’essenziale è che ciò avrebbe fatto salire il valore delle azioni. Ed è esattamente ciò che ha motivato l’investimento dell’Ingegnere. 
I magistrati parlano poi dei tempi, che non danno per certi, nella conversazione. E dunque non si fornirebbero dati sufficienti per sapere quando – eventualmente – investire. La tesi non regge. In primo luogo, contrariamente a quanto da loro sostenuto, De Benedetti ha rivelato che i tempi sono brevi, forse brevissimi, dunque “determinanti”, per usare l’aggettivo dei magistrati. Infatti egli ha parlato di “una o due settimane” come massimo. E chi non è disposto ad aspettare una o due settimane, o anche un mese, se in capo alla scadenza c’è un premio di seicentomila euro? Io aspetterei un anno. 
In secondo luogo, che le notizie fossero sufficienti per indicare la convenienza di un investimento enorme è dimostrato non dalle parole dette, quanto dai comportamenti conseguenti. L’Ingegnere infatti su quella notizia non ha investito cinquemila, cinquantamila, cinquecentomila euro, ma ben cinque milioni. Guadagnandoci nel giro di qualche giorno seicentomila euro. Il tutto sulla base di quelle informazioni. 
Immaginiamo che Piersilvio Berlusconi, parlando con Silvio Berlusconi, in quel momento Primo Ministro, ottenga una notizia saporita che lo induce ad investire in borsa, guadagnandoci subito mezzo milione di euro. Domanda: quante probabilità avrebbero avuto i due Berlusconi di veder archiviata la denuncia, perché il fatto non costituiva reato? 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 gennaio 2018




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POLITICA
10 gennaio 2018
LA LUNA CON PANNA
Se non esce acqua dal rubinetto (aperto) la colpa è del rubinetto o dell’interruzione della fornitura? E se l’acqua esce ma è torbida, pensate che sia il rubinetto, che l’intorbida, o che sia l’acquedotto che la manda sporca?
Nella mia ingenuità penso che se A causa un fenomeno, di cui B è la conseguenza, non si può dare a B la colpa del fatto. E della cosa discuterei volentieri con Antonio Polito. Questi, sul “Corriere della Sera”(1), descrive meritoriamente la follia delle promesse elettorali del Centrodestra, del M5s, del Pd ed anche dell’estrema sinistra. Insomma di tutti. Domanda: ha ragione o torto? Ovviamente ha ragione da vendere, riguardo al fatto che quelle promesse sono mitologiche e insostenibili, quando non rovinose, se si provasse a mantenerle. Ma ha torto marcio – ecco ciò che sostengo – quando dà ai partiti la colpa di averle formulate. 
Facciamo un esempio. Qualcuno si vede proporre per mille euro un diamante che in gioielleria ne costerebbe ventimila, e lo compra. Naturalmente, se il diamante è autentico, il compratore è colpevole di incauto acquisto, e il codice penale lo condanna. Se invece il diamante è falso, l’uomo è stato truffato ma – attenzione – è stato truffato perché, essendo avido, ha sperato di avere un gioiello per un ventesimo del suo valore. In un certo senso, è lui stesso la causa prima della truffa. I truffatori infatti prendono di mira soprattutto le persone disinformate, avide e capaci di credere alle fate. Con le persone prudenti non ci provano nemmeno. 
Polito, per ipotesi, avrebbe ragione di accusare il Movimento di Grillo se fosse l’unico a promettere cose irrealizzabili. Ma, se lo fanno tutti, la conclusione è diversa. Significa che il popolo desidera avere per mille euro un diamante che ne vale venti. Al punto che, se qualcuno gliene proponesse uno autentico per quindicimila euro (uno sconto del 25%) preferirebbe ancora quello a mille euro. In altri termini, qui il compratore – cioè il popolo - o è sciocco o è disinformato o è avido. Certo è che, se tutti si adeguano a un certo andazzo, è segno che il destinatario della campagna elettorale desidera sentirsi raccontare quelle favole. Incauto acquisto di promesse. 
Purtroppo ciò significa anche che i partiti reputano, all’unanimità, che l’elettorato italiano è talmente infantile da votare per chi gli promette la Luna. Al punto che nessuno di loro vuole lasciare questo vantaggio agli altri. E siamo all’asta dei sogni. Lui ti offre la Luna? La mia Luna è con panna.
Forse abbiamo una classe politica poco stimabile ma essa è emanazione della nostra società. E non si vede perché il frutto dovrebbe essere di natura diversa rispetto all’albero che l’ha prodotto. Se il popolo volesse veramente una buona amministrazione, la politica gli darebbe una buona amministrazione. E infatti in Svizzera, dove era stato proposto il reddito di cittadinanza, i cittadini lo hanno respinto con un referendum. Se invece il popolo vuole demagogia e spesa folle, i politici sono disposti a saziarlo del suo cibo preferito. Naturalmente non ci si può stupire e poi la realtà presenta il conto ai cittadini, e quel ch’è peggio ai loro figli. È la democrazia, bellezza.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 gennaio 2018
http://www.corriere.it/opinioni/18_gennaio_10/partiti-soldi-pubblici-promesse-senza-futuro-campagna-elettorale-f1f606fe-f56f-11e7-b250-16cc66648122.shtml




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POLITICA
9 gennaio 2018
LA DEMONIZZAZIONE DI TRUMP
Una gentile corrispondente mi ha inviato in Pdf il libro/rivelazione sul Presidente Trump, “Fire and Fury”, di Michael Wolff. L’ho ringraziata, confessandole però che non lo avrei letto. I libri la cui prima intenzione è la demolizione di una persona non mi piacciono. A volte sono necessari, per esempio quando, nell’interesse della verità storica, si tratta di ridimensionare un falso mito, come nel caso di Che Guevara. Ma per il resto quei libri sono spazzatura. 
Il rigetto è innanzi tutto motivato da un’idiosincrasia per i comportamenti miserabili. Le notizie pruriginose sono prima di ogni altra cosa una violazione della vita privata di una persona. Non per niente all’interno di tutte le case l’unica porta che si chiude a chiave è quella del bagno. La funzione escretiva è benemerita, e l’auguro a tutti perfetta, ma non è uno spettacolo. Io non amo affatto Papa Bergoglio ma sarei lieto di dare un anno di galera a chi riuscisse a fotografarlo mentre fa i suoi bisogni. 
Il modo in cui le persone fanno l’amore, gli eventuali tradimenti coniugali e che cosa si dicono marito e moglie quando litigano, sono gossip, e gossip in francese si traduce “commérages”, cioè conversazioni di comari. È strano che mi rifiuti di essere una comare?
La demolizione di una persona è particolarmente spregevole quando non si attacca un idolo delle folle – operazione che almeno ha il merito di essere in salita – ma qualcuno che ha già tutti contro. Così si scende dal livello delle comari a quello della muta dei cani durante la caccia alla volpe.
In questi casi bisogna assolutamente rifiutarsi di associarsi al coro. Soprattutto non bisogna prendere in considerazione le accuse estranee alla professionalità di una persona. Se si rivela che un grande pianista è omosessuale e in passato ha anche frequentato cessi pubblici per trovare compagni occasionali, la reazione deve essere di indifferenza. La cosa non ha alcun rapporto con la sua musica. E se lo stesso si fa con un Primo Ministro stimato da tutti, l’autore della rivelazione è un traditore della patria. Un politico non è buono o cattivo secondo ciò che ne pensa la madre superiora. All’autore dello scoop bisognerebbe rispondere che preferiamo mille volte il libertino Luigi XV al pressoché casto Hitler.
Il mio disgusto per questa attività stercoraria è così violento che, salvo casi come quello di Bin Laden, se tutti attaccano qualcuno io non credo più una parola di ciò che dicono. È avvenuto con Ronald Reagan, con Silvio Berlusconi, e avviene attualmente con Donald Trump. 
Del Presidente degli Stati Uniti m’interessa soltanto, unicamente, esclusivamente, l’azione politica. Se i capelli siano i suoi o porti il parrucchino, quanto spesso faccia l’amore con sua moglie, se ha amici russi o no (io per esempio non ne ho, e mi dispiace) e tutto il resto sono chiacchiere inutili. Certo, alzerei un sopracciglio (ma soltanto perché non siamo più nel Cinquecento) se apprendessi che ha fatto uccidere qualcuno. Ma al di sotto dell’omicidio non sono molte le cose che mi scandalizzerebbero. 
L’atteggiamento di disprezzo che tanti affettano nei suoi confronti mi induce a grevi sarcasmi. Penso a dei focomelici che disprezzano un ballerino: gente che appena scrive su una gazzetta si permette di criticare uno che è riuscito negli affari, fino ad essere miliardario, che ha avuto successo nello show business, e nella politica ha addirittura trionfato contro venti e maree. Che si aspetti almeno qualche anno, per giudicarlo dai fatti, in quanto politico, e non dalle eventuali gaffe. Goffaggini, di cui nessuno storico mai si occuperà. 
Ogni volta che tutti sono contro uno, dobbiamo pensare di non avere i dati per giudicarlo, perché quelli che ci vengono forniti forse non sono affidabili. E proprio pensando a questo, oggi ho finalmente capito il satanismo. Come mai, mi sono a lungo chiesto, se il Diavolo è il riassunto di ogni male, qualcuno lo adora, cerca di farselo amico, e spera di ottenere vantaggi rivolgendosi a lui piuttosto che al Sommo Bene? La risposta è che qualcuno si sarà detto: se tutti ne dicono tanto male, non è possibile che in lui ci sia invece qualcosa di buono, che tutti nascondono, nell’interesse di Dio? Del resto, rivolgendomi all’Altissimo che cosa ho ottenuto? Niente. E allora mi rivolgo alla concorrenza. Del resto l’idea di un dio in perenne contrasto con un altro dio, suo oppositore, è molto frequente nelle religioni antiche. A cominciare da Mani.
Se il satanismo è un’assurdità, anche la “character assassination” è un’assurdità. La demonizzazione prova soltanto che alcune persone sono talmente emotive, e talmente conformiste, da non avere idee, ma soltanto suggestioni che per giunta seguono senza spirito critico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 gennaio 2018




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POLITICA
8 gennaio 2018
TRIPLA ASSURDITA'
Diceva Nietzsche che l’uomo è l’unico predatore che, quando uccide la propria vittima, pretende anche di avere moralmente ragione. Ovviamente una simile pretesa è ingiustificata ma a nessuno piace doversi condannare mentre fa qualcosa che ha tanta voglia di fare. 
Questa troppo umana autoassoluzione va tuttavia lasciata agli ipocriti. Per chi ama la verità, lo sforzo dell’onestà intellettuale rimane un obbligo assoluto. Per esempio, io mi sono messo in pensione dopo (relativamente) pochi anni di lavoro, e comunque abbastanza presto – visto che nel frattempo non mi sono deciso a morire – per vivere molti più anni da pensionato che da lavoratore. 
Dunque devo ammettere che per decenni sono stato mantenuto dai connazionali e lo sono ancora. La qualifica di parassita non piace a me come non piace a nessuno, ma che posso farci: io non ero nato per lavorare. E comunque è più facile sopportare la qualifica di parassita che avere fame. Perciò, da bravo leone qualunque, continuo a godermela senza scrupoli.
E in ogni caso sono tutt’altro che l’unico a dover riconoscere verità scomode. Se lo Stato facesse una legge balorda (e non è un’ipotesi inverosimile) per la quale chiunque abbia il cognome che comincia con la “Q” ha diritto a un regalo di cinquantamila euro, potremmo chiamare ladri, profittatori, parassiti i signori Quirico, Quintino, Quadrio, che si presentassero in Banca d’Italia per incassare l’assegno? Chi è da biasimare: chi fa un regalo immotivato, o chi l’accetta? E soprattutto, veramente i signori “P” che hanno tanto criticato i signori “Q” si sarebbero astenuti dall’andare a ritirare l’assegno, se la legge avesse riguardato loro? 
Il colpevole è uno Stato che privilegia senza alcuna ragione una certa categoria di cittadini, facendo pagare quel privilegio ai non privilegiati. È esattamente quello che è avvenuto negli anni demenziali della spesa statale folle. Bastavano sedici anni di lavoro (più quattro virtuali d’università) per aver diritto alla pensione. Anche da quaranta a novant’anni. Quando me l’hanno detto da prima non ci ho creduto. Ma quando ho visto che era vero, ne ho tratto le logiche conseguenze.
Sembra una storia mitologica ed invece si ripete anche attualmente, nel tempo delle vacche magre. Stavolta si tratta di ristrutturazioni edilizie.
Forse molta gente nemmeno lo sa, ma oggi chi effettua questo genere di lavori (per esempio il rifacimento dei frontalini dei balconi) ha diritto al rimborso delle spese nella misura del 50%, anche se quel rimborso gli arriverà nell’arco di dieci anni. Chi per esempio ha speso diecimila euro, dall’anno seguente riceverà cinquecento euro per dieci estati consecutive. Ma c’è di meglio. Per chi cambia i suoi serramenti con serramenti moderni, in nome del risparmio energetico, il rimborso sale al 65%. Il cittadino spende quindicimila euro e lo Stato, in dieci anni, gliene rimborsa quasi diecimila. Al ritmo di mille ogni agosto. Questi provvedimenti sono assurdi per una miriade di ragioni. 
Per cominciare, lo Stato è generosissimo con i soldi altrui, o, peggio, facendo debiti. Inoltre lo è nei confronti di chi può permettersi una spesa di dieci o quindicimila euro continuando a mandare avanti la sua famiglia. E non tutti possono. Il che corrisponde a dire che i poveri si terranno le case con i serramenti vecchi, da cui magari entrano spifferi gelidi, mentre i ricchi potranno perfino cambiare serramenti ancora accettabili, ché tanto in sostanza paga lo Stato. E lo stesso vale per i mobili, i condizionatori d’aria, i grandi elettrodomestici, tanto da rendere finalmente comprensibile il detto evangelico per il quale: “A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Matteo, 13.12). 
Ovviamente mi sono lanciato anch’io a cambiare i serramenti. Dove sta scritto che dovrei essere meno leone degli altri leoni? E astenendomene avrei forse salvato l’Italia? Senza dire che questo genere di provvedimenti è adottato da un Parlamento sensibile alle ragioni di una superiore moralità ecologica. E chi sono io, per non seguirne i consigli?
La balordaggine di un simile provvedimento risiede anche nel fatto che è difficile revocarlo. Dopo che a lungo si è spronata la sostituzione dei serramenti, se domani lo Stato togliesse gli incentivi, di quanto crollerebbero la loro produzione e la loro installazione? Chi oggi non li ha sostituiti pur in presenza di uno Stato demente che paga i due terzi della spesa, domani li sostituirà interamente a proprie spese? La drammatica stasi del settore durerebbe un decennio o più.
Infine aleggia su tutta questa vicenda un brutto sospetto: che lo Stato, oltre che ingiusto nei confronti dei cittadini economicamente più deboli, speri anche di fregare i cittadini economicamente più forti. Infatti questi per i miglioramenti spendono soldi buoni, mentre se tutto scoppia, e se siamo sommersi dall’inflazione, lo Stato restituirà euro che varranno sì e no la metà o forse meno di quelli di oggi. E a questo punto i cittadini abbienti i lussi se li saranno pagati pressoché interamente da sé.
Un collega di Nietzsche, Hegel, diceva che tutto ciò che è razionale è reale, e tutto ciò che è reale è razionale. E qui l’unica conclusione logica è che un simile Stato è folle economicamente, ingiusto socialmente e, se gli riesce, abbastanza disonesto per non pagare i suoi debiti.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 gennaio 2018




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POLITICA
7 gennaio 2018
PERCHÉ HA SUCCESSO LA DEMAGOGIA
La storia ha un senso? L’avrebbe certamente, se ci fosse una Divina Provvidenza a guidare le sorti dell’umanità. Ma, a giudicare da come vanno le cose, di quella Provvidenza non si vede traccia. La domanda può dunque essere un’altra: la storia ha oggettivamente un direzione? Avremmo una risposta se, per esempio, secolo dopo secolo gli uomini fossero sempre più liberi in democrazie o sempre più schiavi in tirannidi. Allora sì sapremmo se nella natura umana prevale l’istinto dell’individuo o quello del gregge.
La tentazione di ravvisare questo “senso” oggettivo è ricorrente, ma a certe tentazioni, checché ne dica Oscar Wilde, bisogna resistere. Perché l’epoca storica – che, non contando il più antico Egitto, non va oltre i quattro millenni – è troppo breve per trarne delle conclusioni. Un contemporaneo di Cesare avrebbe potuto credere che – guidato da Roma – il mondo si sarebbe avviato verso uno Stato magari autoritario ma certo civile, sensibile al diritto e tendenzialmente pacificato. Perché tale appariva il mondo colonizzato da Roma, per giunta un mondo che continuava ad espandersi. 
Ma poi Roma stessa si contraddisse, e divenne, soprattutto al vertice, una tirannide. Con figure, come l’ultimo Nerone, Caligola e tanti altri, il cui comportamento poté perfino suscitare orrore. Quel grande Stato cominciò lentamente a decadere, fino a meritare quella fine ignominiosa che si verificò quando i romani dimenticarono anche il dovere di difendersi personalmente, con le armi. L’Impero fu rimpianto per secoli, tanto che ancora oggi i Paesi che ne fecero parte, dal Marocco all’Inghilterra, dalla Spagna alla Romania, mostrano con orgoglio le pietre che sul loro territorio parlano ancora di quella civiltà, ma in esso alla fine le ombre prevalsero nettamente sulle luci.
La vicenda di Roma ha potuto far pensare da prima che il mondo andasse sempre verso il meglio e poi, ineluttabilmente, sempre verso il peggio. Impressione che fu confermata dall’eclisse che, salvo lampi isolati come quello di Dante, durò per secoli, fino al Rinascimento. Infine con l’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, si sarebbe potuto sperare in un costante miglioramento intellettuale e materiale, ma poi siamo stati svegliati dall’enorme massacro delle due Guerre Mondiali, dai settant’anni dell’oppressione sovietica, dall’incubo dei trent’anni di Stalin, e dei dodici anni di Hitler. Come credere ad un progresso futuro?
Rimane da trovare un perché a queste marce avanti e marce indietro dell’umanità. E forse basta chiedersi: “Fra le persone che hanno subito l’oppressione sovietica e sono tornate alla libertà, quante vorrebbero tornare alla dittatura comunista?” Certo pochissime. E infatti il partito comunista, perfino in Russia, è insignificante da quasi un trentennio. E tuttavia: è escluso che fra dieci o vent’anni dei giovani russi non votino in massa per un regime dittatoriale, di destra o di sinistra che sia, non avendo idea di come si viva in una dittatura?
Tutto si spiega con la durata della vita umana. Chi ha fatto l’esperienza della mancanza di libertà sa quanto essa valga, ma chi non l’ha fatta si lamenta di inconvenienti minori e pur di eliminarli è capace di giocarsi la libertà. Soltanto l’esperienza personale insegna che, come diceva Churchill, la democrazia è pessima ma gli altri tipi di regime sono peggiori. Ma gli uomini vivono per pochi anni e non tutti hanno il tempo d’impararlo.
La morte di Cesare suscita ancora oggi rammarico ed orrore e i congiurati sono visti come criminali vili e ingrati. E tuttavia la motivazione di quegli assassini non fu ignobile: Cesare aveva ottenuto la carica di dittatore a vita e questo significava la fine della Repubblica. 
Soltanto un uomo che vivesse duecento o trecento anni sfuggirebbe alle sirene delle illusioni. Costui non permetterebbe a nessuno di prendere il potere senza il dovere di restituirlo a richiesta. Saprebbe che la democrazia, lungi dall’essere un regime perfetto, è severamente criticabile, ma meglio tenersela stretta, se non si vogliono avere regimi peggiori. Basti pensare all’impressionante contrasto economico fra le due Coree che, pur avendo la stessa lingua e la stessa civiltà d’origine, sono oggi l’una fra i Paesi più ricchi del mondo, e l’altra fra i più poveri.
Perfino in Italia constatiamo l’effetto di questa mancanza di esperienza. Se abbiamo un grande partito come il Movimento 5 Stelle è perché molti italiani desiderano dire che dell’attuale regime non ne possono più. Che sono pronti a perdonare qualunque incompetenza, e perfino i guasti di un governo di dilettanti, pur di mandare a casa un’intera classe politica. In altri parole votano per un partito che dovrebbe rovesciare la democrazia, e dimenticano che questi tentativi a volte riescono. Poi magari ci se ne pente per cinquant’anni, ma mentre un governo democratico si può sempre cambiare, chi cambiò mai dittature come quella di Stalin o di Hitler, che insieme sono costate decine di milioni di morti all’umanità?
Soltanto un uomo che vivesse duecento o trecento anni sarebbe immune da queste soluzioni facili, quando non mitologiche e miracolistiche. E l’uomo, dirà qualcuno, non vive così a lungo. È vero. Ma non del tutto. Perché se l’uomo medio in Italia vive ottant’anni ed ha un’esperienza di circa settanta, l’uomo abbeverato di storia di anni ne ha almeno tremila. Anche se purtroppo questi anni non gli servono a niente. In regime democratico il voto di colui che ha tremila anni di esperienza vale quanto quello di colui che lava le scale del suo condominio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 gennaio 2018




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POLITICA
5 gennaio 2018
IL M5S ESCE DALL'IMPASSE A MARCIA INDIETRO
In questi giorni chi si accinge a leggere un articolo di politica meriterebbe un ringraziamento, talmente la materia è noiosa. Il disgusto attanaglia per primo l’opinionista: “Ma val la pena di scrivere tutto questo? Se fossi un lettore, sarei contento di leggere il mio articolo?” 
Lo scoraggiamento diviene tanto più paralizzante quanto più ci si rende conto che non è la qualità dell’articolo o delle idee, ciò che potrebbe renderlo inutile, quanto lo stesso argomento trattato. E tuttavia c’è una ragione molto valida, per vincere il fastidio: il famoso principio per cui “Se tu non ti occupi di politica, comunque la politica si occuperà di te”.
Attualmente la politica è talmente confusa da rendere impossibile dirne qualcosa di ragionevole. Addirittura ciò dovrebbe bloccarci perché, come diceva Wittgenstein, “Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen”, di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere. E tuttavia si può eludere il consiglio del filosofo austriaco appunto spiegando perché “man nicht sprechen kann”, cioè perché la razionalità sembri non aver presa. 
Ciò che permette di prevedere il comportamento dei partiti politici è la loro ideologia, e già per questa parte siamo in difficoltà. La sinistra estrema ha promesso per decenni la rivoluzione proletaria ed oggi l’ha archiviata. La destra – perfino quella di Berlusconi – ha promesso la rivoluzione liberale, e anche in questo caso il progetto non è andato in porto. Tanto che se oggi la proponesse, nessuno ci crederebbe. La destra moderata e la sinistra ragionevole sono oggi così ideologicamente vicine, che non c’è molto da prevedere. I partiti di contorno sparano enormità tanto per farsi notare e per la maggior parte sono così poco realistici da raccogliere soprattutto i voti degli scontenti. Ma gli specialisti, in questo campo, sono i “grillini”. Quelli che di questo atteggiamento hanno fatto la loro ragione sociale. E proprio il loro caso si rivela interessante. 
Per anni il bacino elettorale in cui il Movimento 5 Stelle è andato a pescare i suoi consensi sono stati gli esasperati che avrebbero volentieri buttato tutto all’aria. E per legittimarsi nel momento in cui chiedeva il loro voto, il Movimento ha per lungo tempo sbandierato due caratteristiche salienti: la mancanza di un’ideologia e l’impegno a non allearsi con gli altri partiti. Ambedue le cose per non essere costretto ad uscire dall’ambiguità. I “grillini” si limitavano a dichiarare inemendabile l’esistente e si impegnavano soltanto a distruggerlo. 
Il tempo è passato e finalmente i dirigenti del M5s si sono resi conto che, se anche nella prossima legislatura si rivelassero del tutto inassimilabili e per conseguenza ininfluenti, rischierebbero di sparire. Ma è anche vero che, mostrandosi disponibili ad allearsi con altri e a “sporcarsi le mani”, correrebbero il rischio di perdere quegli elettori che li hanno votati proprio perché sempre inesorabilmente “contro”. 
Brutto dilemma. Tanto brutto quanto ineludibile. E a scorno del principio che chiunque è uguale a chiunque altro, coloro che nel M5s hanno il potere di decidere hanno preferito il rischio del dimagrimento al rischio di morire. Meglio essere più snelli e magari governare, che essere inutili e destinati all’estinzione.
E qui è nato un problema: le alleanze sono concepibili con chi ha un programma simile, mentre il programma del Movimento era soltanto “uno specchietto per le allodole”, mitologico e irrealizzabile. E proprio in considerazione di questo fatto esso non ha potuto dire con chi eventualmente si alleerebbe. Addirittura, non ha neppure detto se questo alleato sarebbe di destra o di sinistra, dal momento che esso stesso non lo sa. E ciò induce a credere che forse i dirigenti non si sono resi conto che il passo compiuto – dichiarando di essere disposti ad allearsi – è stato più importante e definitivo di quanto essi stessi non abbiano pensato. Infatti, se il M5s si fermasse ad esso, il suo comportamento potrebbe essere visto come il colmo del cinismo e dell’opportunismo. 
In realtà, si è varcato un Rubicone. Ormai, che sia stato giusto o sbagliato proclamare la disponibilità ad un’alleanza, non rimane che uscire dalla nebbia, scegliere coraggiosamente se il Movimento è di destra o di sinistra, qual è il suo vero programma e con chi, eventualmente, si reputa possibile realizzarlo. 
Incarnandosi in un vero partito, quella formazione politica potrebbe partecipare al potere e consentire per giunta la governabilità del Paese. Se invece, dopo quell’epocale cambiamento di rotta, mantenesse l’ambiguità, potrebbe sparire dopo aver dato, come ultima impressione, quella di non essere un Movimento disinteressato ma un partito opportunista e cinico, a cui è andato male anche l’essere opportunista e cinico. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 gennaio 2018




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POLITICA
3 gennaio 2018
IL RE VOLA DALLA FINESTRA
Immaginate due giocatori di scacchi. Quando il bianco si rende conto che sta per subire uno scacco matto, afferra il re avversario, lo lancia fuori dalla finestra e proclama: “Ho vinto!” Nel gioco degli scacchi quella scena è semplicemente assurda, ma non nella vita. Se due schieramenti si sono impegnati a non usare una certa arma, uno viola il patto e vince la battaglia, si sarà comportato scorrettamente, ma non per questo non raccoglierà i frutti della vittoria. 
In certi campi, se c’è qualcuno più facile da ingannare, è l’uomo razionale. Chi risolve problemi complessi è più di altri condizionato all’osservanza delle regole. Così, se gli si pone il problema di come evadere da un certo carcere, come soluzione non fornirà mai un terremoto che faccia rovinare la recinzione. 
Questo rischio lo corre anche il commentatore politico. Anni fa si poteva scrivere con ferrea convinzione che l’Italia non sarebbe mai entrata nell’euro perché una delle imprescindibili condizioni era un debito pubblico non superiore al 60% del pil. Poi invece l’Europa, nel suo interesse, fingendo di credere che avremmo mantenuto la promessa di diminuire il nostro debito, ci aprì le porte. In queste condizioni uno si chiede a che serva ragionare. E oggi la cosa si verifica riguardo al M5s. 
Questo movimento ci ha ripetuto per molti anni che non si alleerà mai, con nessuno, perché esso non è un partito, ed anzi si oppone nettamente a tutti i partiti. Tutto ciò aspettando di avere il 51% dei voti, in modo da governare senza compromettersi con altre formazioni. E sulla base di queste affermazioni abbiamo tutti ragionato per mesi ed anni. Soprattutto l’abbiamo fatto recentemente, dal momento che non si riusciva ad immaginare una coalizione di governo. Infatti il M5s da solo non avrà il 51; Pd e coalizione di centrodestra forse non saranno disposti ad allearsi, e comunque è sicuro che insieme superino il 50% dei seggi. In conclusione, sapienti grattatine di zucca. Ora arriva Di Maio e fa volare il re dalla finestra. 
L’incomparabile, l’incorruttibile, l’inconfondibile, l’incompatibile, l’inassimilabile M5s dimostra di non avere alcun principio e, pur di andare al governo, proclama di essere disposto ad allearsi con chi ci sta. Ma come, forse nel 2013 non ci stava Bersani? Invece oggi è una fortuna che in Italia non ci sia il partito del Diavolo, perché diversamente anche il Diavolo potrebbe nutrire qualche speranza. 
E poi che vuol dire: “Con chi ci sta”? Con chi ci sta a quale programma, se quello  del Movimento è evanescente e nessuno saprebbe riassumerlo? E se al contrario il Movimento un programma lo ha, come è possibile che sia disposto ad allearsi con chiunque? Forse che il Pci avrebbe potuto costituire una coalizione con l’Msi?
La verità è che il discorso di Di Maio è più cinico di quanto sia sciocco. Il suo “Con chi ci sta” significa: “Con chi è disposto a sostenerci senza conoscere il nostro programma e senza avere niente in cambio”. Ma queste parole definiscono un partito assolutamente demente. E infatti la realtà è un’altra, ben più terra terra. Di Maio dice: “Dopo le elezioni faremo ciò che ci converrà”. Dichiarazione che, per il partito più morale d’Italia, non è il meglio che si possa immaginare.
E c’è una seconda piroetta del partito dell’onestà. Avendo finalmente osservato che un chirurgo non è l’ideale come chef di ristorante, e un meccanico non vale molto come astronomo, Di Maio ha scoperto che uno non vale uno, perché uno può non avere la competenza di un altro. Ora, poiché qualunque partito ha bisogno di competenti – grande scoperta posteriore al 2013, scriveranno gli storici – ecco che il Movimento è disposto ad imbarcare anche non iscritti, magari con qualche pendenza giudiziaria. Quante novità, signora mia.
Tanti illustri giornalisti che per anni si sono impegnati ad astrologare su questo nuovo fenomeno politico si accorgono ora di avere perso il loro tempo. Il Movimento è un partito disposto ad allearsi con chicchessia, dopo qualche trattativa per il necessario do ut des. È disposto ad imbarcare persone competenti, anche senza il placet dei magistrati e in totale è una formazione che, in materia di pragmatismo, per non dire di cinismo, batte tutti. 
Se gli italiani votano per un simile partito e lo mandano al governo, poi non vengano a lamentarsi. Certo, soffriranno in particolare quelli che ragionano. Ma siamo in democrazia, e deve comandare la maggioranza, no?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 gennaio 2018




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POLITICA
2 gennaio 2018
LE RIFORME COSTITUZIONALI NON PORTANO FORTUNA
Mi chiede un amico: “Non sarebbe possibile ripescare la legge elettorale affossata dal referendum d’un anno fa e resuscitarne qualche parte valida, per esempio l’abolizione del Senato? Come mai tutti erano d’accordo per abolirlo, e nell’anno passato nessuno ha trovato il tempo per riproporlo?”
Tema interessante. Ma in primo luogo va notato che non è dimostrato che “tutti” fossero d’accordo per abolire il Senato. Infatti per la riforma c’era una maggioranza precostituita del Pd alla Camera (in base al Porcellum) ma essa fu imposta a colpi di fiducia, al Senato. E qui  i parlamentari hanno preferito dire sì che andare a casa. Nulla a che vedere col merito delle norme costituzionali. Sempre che non ricordi male.
Quanto alla possibilità tecnica di ripescare la legge elettorale, pure se essa era idealmente collegata al referendum, è chiaro che non ne faceva parte. Ed anche se è vero che, permanendo il Senato, essa risultava assurda, chi l’ha affossata è stata la Corte Costituzionale, in gennaio, non il referendum di dicembre. Ma forse il mio corrispondente ha scritto “legge elettorale” e voleva scrivere “riforma costituzionale”, come si vede poi dall’accenno al Senato. 
Precisate queste cosette, va detto che mai come in questo caso è stato violato lo spirito della democrazia. Se una riforma elettorale è imposta col ricatto – “O votate sì o finisce la legislatura e voi perdete anche la pensione” – come possiamo sapere che cosa avrebbero deciso, i parlamentari, se fossero stati liberi di votare?
Ma lo stravolgimento delle istituzioni è continuato. Normalmente col referendum avremmo potuto sapere che cosa pensavano della riforma, se non i parlamentari, almeno i cittadini, per quello che ne capivano: e invece nel nostro caso neanche questo è stato possibile. Prima Matteo Renzi, per intestarsi il previsto successo, ha presentato la riforma come una cosa sua, cui teneva tanto particolarmente, che, se non fosse passata, si sarebbe ritirato dalla politica. Anzi, avrebbe “cambiato mestiere”. Ecco una prima personalizzazione. 
Quando poi si è accorto che il rischio del “no” era concreto, si è battuto come un leone per il “sì”, essendo onnipresente in tutte le televisioni, insistendo su tutti i toni, minacciando le peggiori conseguenze, in caso di risultato negativo. L’abbandono della politica è stato messo in sordina, ma Renzi non ha potuto rinnegare la promessa che, in caso di sconfitta, si sarebbe dimesso. Gli italiani se la ricordavano troppo bene. Questa accentuata personalizzazione del referendum ha fatto sì che ancora oggi non sappiamo se gli italiani hanno votato contro il referendum o contro un uomo. 
E tuttavia, eliminato Renzi, si poteva ripescare la riforma? Innanzi tutto, si ipotizzava di tornare alle urne al più presto. Poi ogni riforma costituzionale richiede due votazioni conformi nei due rami del Parlamento, e a distanza di tre mesi altre due votazioni conformi nei due rami del Parlamento. Inoltre, se si modifica una virgola in uno dei quattro passaggi, l’iter riprende dal principio. Non era nemmeno detto che sarebbe bastato un anno. Infine, chiunque pensasse ad una riforma oggi avrebbe un bel rebus da risolvere: che giudizio hanno dato gli italiani di quella proposta da Renzi? Quali rischi si correrebbero, proponendo qualcosa di simile?
Quella ristrutturazione, accoppiata con la legge elettorale poi bocciata, disegnava un ordinamento costituzionale discutibile. Il potere sarebbe stato consegnato a un solo partito, forte di essere arrivato primo con qualsivoglia percentuale, anche il venti per cento. La sua maggioranza artificiale sarebbe stata infrangibile per cinque anni, e avrebbe comandato nell’unica Camera rimasta. E se infine il partito fosse stato dominato da un leader carismatico, il rischio sarebbe stato: un solo uomo, che comanda a un solo partito, che comanda su una sola Camera. Qualcosa che ricorda molto da vicino una dittatura. Nel 2016 tutto ciò non poté essere denunciato, perché il voto di fiducia tagliò la testa al toro: ma in una discussione normale il pericolo sarebbe evidente. 
Un’ultima nota riguarda l’abolizione del Senato. L’Italia è un Paese emotivo capace di votare leggi assurde, per esempio l’omicidio stradale, seguendo la pressione popolare, per non dire che sancisce reati gravissimi – il concorso esterno in associazione mafiosa – senza neanche farli passare dal Parlamento. Dunque il sistema attuale rimane il migliore. Due Camere sono obbligate a votare lo stesso testo (diversamente esso torna alla Camera precedente), e ciò rallenta la legislazione e impedisce i colpi di testa. In un Paese dalle troppe leggi, non è detto che sia un difetto. 
Probabilmente per qualche tempo nessuno oserà parlare di riforme costituzionali. L’esperienza di Renzi sarà un monito per tutti. Meglio procedere a piccoli passi ed anche in quel caso con molta prudenza: la riforma del Titolo V, appannaggio della sinistra, ne è un esempio, ed oggi essa stessa è più criticata che apprezzata.
Le riforme costituzionali non portano fortuna.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 gennaio 2018
 




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POLITICA
1 gennaio 2018
PERCHÉ IL PD PERDE CONSENSI
Stefano Folli, su “Repubblica” del 30 dicembre, pone una domanda interessante. Se i parametri economici del 2017 mostrano un certo miglioramento, se Paolo Gentiloni appare così serio, così credibile e così rassicurante, se insomma il Pd avrebbe le carte in regola per essere apprezzato, più in questo momento che uno o due anni fa, come mai nei consensi appare in caduta verticale e si presenta alle prossime elezioni non come un protagonista, ma come un comprimario? 
L’editorialista riconosce giustamente che, mentre le statistiche descrivono i miglioramenti, la gente questi miglioramenti non li percepisce. E questo potrebbe smorzare gli applausi. Ma soprattutto Folli osserva acutamente che “gli elettori non votano in base alle promesse, ma per ragioni talvolta inafferrabili tra interesse ed emozione”. Ecco, appunto, l’emozione.
Per quanto riguarda l’economia, se il governo Gentiloni avesse avuto l’abilità o la semplice fortuna di compiere un inverosimile miracolo e di far ripartire l’Italia a razzo, con una impressionante ripresa dell’occupazione soprattutto giovanile, probabilmente il Pd attualmente riscuoterebbe tali consensi da risultare imbattibile. E forse supererebbe da solo il 40% dei voti. Poiché questo non è avvenuto, e quel po’ di miglioramento che si è avuto è stato all’incirca la metà dei progressi dei nostri vicini e colleghi nell’Unione Europea, c’è stato ben poco da entusiasmarsi. Forse il vero motore dei nostri piccoli progressi è la congiuntura internazionale e noi ne approfittiamo molto meno degli altri. Insomma non c’è da stare allegri. La gente comune – dinanzi ad una sorta di inerzia che dura almeno dal 2008 - è piuttosto rassegnata. Possiamo dunque trascurare il dato economico. Tutti si rendono conto che un altro governo non avrebbe fatto né molto meglio né molto peggio di quello che abbiamo avuto. E proprio per questo pesano di più i fattori umani. 
Il grande merito di Gentiloni è avere smesso di sparare frottole e vantare progressi tanto mirabolanti quanto inesistenti. E questa è certamente la ragione del suo credito personale, infinitamente maggiore di quello di cui godeva il suo predecessore. Il popolo è credulone e gli si possono dare a bere molte cose, ma c’è un limite anche alla demagogia. Per non parlare degli infortuni targati Boschi ed Etruria. Dunque la ragione della caduta di consensi del Pd non va cercata nel comportamento dell’attuale governo ma precisamente – come ha giustamente intuito Folli – in fattori emotivi. 
Il governo di Enrico Letta partì in sordina e si avviava a navigare in sordina. Sia perché il personaggio non è per sua natura clamoroso, sia perché quel governo nasceva in condizioni tanto difficili, che nessuno poteva presagire grandi imprese. L’imprevisto fu invece rappresentato dall’irruzione sulla scena di Matteo Renzi. Questo giovane aveva un atteggiamento del tutto diverso dagli altri e il suo approccio dirompente, nei confronti dei problemi, suscitò grandi speranze. In una situazione disperata nessuno può far nulla, ma il grand’uomo è proprio colui che supera i limiti noti, colui che riesce dove nessuno è riuscito, colui che rende possibile l’impossibile perché è capace di quello che oggi si chiama “pensiero laterale”. Cioè di vedere la soluzione fuori dalle regole: Alessandro Magno che, invece di sciogliere il nodo di Gordio, lo taglia con un colpo di spada. 
Fu proprio questa la ragione del successo di Renzi. Appariva talmente diverso dagli altri, talmente eccezionale, da riscuotere un grande consenso anche al di là dei limiti del suo partito. Perfino anziani conservatori, se pure allarmati dalle dimensioni dei suoi progetti e delle sue promesse, gli aprivano un credito: “Quand’anche facesse la metà di ciò che dice, sarebbe un uomo eccezionale”. Ma questo fu soltanto il primo tempo dell’epoca renziana. Poi c’è stato il secondo tempo. Il momento in cui l’attesa si è prolungata, le promesse impossibili da mantenere sono state disattese, e la grancassa non ha smesso di tuonare, fino ad assordare e infine a disgustare. 
E quando infine, percependo che il vento era cambiato, Renzi ha pedalato come un forsennato per ottenere il sì al referendum, ha ottenuto il risultato opposto. Una reazione violenta e spietata, che ha perfino compromesso le speranze di un futuro rinnovamento della Costituzione. La magia era finita e nulla è più acre della delusione. 
Oggi viviamo un tempo in cui può avere un successo personale soltanto un uomo come Gentiloni, ma non con un partito infeudato a Renzi. La calamita del successo si è trasformata in calamita dell’insuccesso. Ecco – a mio parere – la ragione del calo di consensi del Pd. L’elettorato di sinistra è deluso e irritato. Il Mdp, addirittura, spera di costruire le sue fortune su questa irritazione. 
Renzi non ha saputo approfittare del 2017 per cambiare personaggio. È rimasto auto-referenziale e pesantemente assertivo. L’Elba non gli è bastata e forse l’attende Waterloo. Peccato. Se si fosse fatto realmente da parte, per qualche tempo, sarebbe stato utile al suo partito e forse gli stessi dirigenti del Pd sarebbero andati a cercarlo, per offrirgli una seconda vita politica che, con un diverso stile, quell’energico politico potrebbe persino meritare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 dicembre 2017




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