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POLITICA
30 settembre 2017
LO IUS SOLI VISTO DALLO STOMACO - II
Per i molti cittadini che vivono in condizioni di disagio, lo ius soli suona confusamente come l’idea di fare di più per gli immigrati, e conseguentemente meno per gli italiani in bisogno. Del resto, all’idea che ogni immigrato costa trentasei euro al giorno, cioè circa 1.100€ al mese, molti di loro farebbero la rivoluzione. “Li vorremmo noi, trentasei euro al giorno. Dove dobbiamo firmare, per essere dichiarati immigranti?”
Quanto alla tesi secondo cui la concessione della cittadinanza dovrebbe incoraggiare gli immigrati a divenire effettivamente e pienamente italiani, i contrari hanno qualche buona freccia al loro arco. In primo luogo, la tesi appare più un atto di fede che un ragionamento. Infatti non viene dimostrata con argomenti, talmente sembra ovvia a chi la proclama. In secondo luogo, dal momento che la maggior parte degli immigrati, provenendo da sud, è composta da islamici, non ha senso predicargli la laicità dello Stato e pretendere che l’accettino. Per l’Islàm è articolo di fede che lo Stato non debba essere laico. È normale e doveroso  che la religione prevalga sullo Stato, se questa religione è l’Islamismo, l’unica vera e santa, le altre essendo eresie fomentatrici d’immoralità. Richiedere a un credente musulmano di accettare la prevalenza della legge dello Stato su quella della sua religione sarebbe come chiedere a un cattolico di riconoscere che Gesù non era Dio. 
Se dunque si reputa essenziale la fedeltà al principio dello Stato laico, perché mai, all’immigrato musulmano che postula la cittadinanza italiana, non si richiede prima di abiurare la sua religione, quanto meno nella parte in cui sostiene che l’imperativo religioso passa prima di quello dello Stato? Questo passaggio sarebbe inevitabile, se si pone al primo punto la laicità dello Stato.
Quanto poi al fatto che gli immigrati potrebbero costituire una nuova “forza lavoro”  - quella che dovrebbe contribuire a pagare le pensioni dei nostri vecchi - i contrari possono sempre fare una semplice domanda: “Se gli immigrati fossero un vantaggio economico, come mai gli altri Paesi chiudono le frontiere, a costo di subire procedure d’infrazione, pur di non avere questo vantaggio?”
E non è tutto. Visto che parliamo dei motivi “di pancia”,  contro lo ius soli (e in generale contro gli immigrati)  non si può dimenticare la battuta – che poi una battuta non è – secondo cui “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Dunque la gente dice: “Ma se costoro ci odiano, perché dobbiamo accoglierli? Sarà vero che non sono tutti terroristi, ma io come faccio a distinguere i terroristi dalle persone normali? I miei vicini sembrano persone buone, rumorose ma buone. E se un giorno il loro barbuto figlio maggiore si mettesse a spararci addosso?”
Prima di rigettare queste argomentazioni con fastidio, si ricordi che la paura non è qualcosa che si decide di avere. È un’emozione che provoca riflessi di difesa. Eccessiva, dirà qualcuno: ma il proverbio ci ha insegnato che “il gatto scottato teme l’acqua fredda”. E sono i poveri quelli che poi vivono gomito a gomito con gli immigrati, non le signore della buona borghesia. E neppure i professionisti di sinistra e della sinistra.
Fra l’altro, il momento politico è tutt’altro che favorevole alle grandi aperture. La povertà e l’inconsistenza dei principi degli idealisti hanno avuto una clamorosa conferma quando il fenomeno dell’immigrazione è divenuto imponente. Finché si è trattato di qualche migliaio di persone “abbronzate”, tutti predicavano l’assoluta, imprescindibile necessità di accogliere chiunque fosse in bisogno. Quando il ruscello è divenuto torrente e il torrente fiume, nel Nord dell’Europa tutti hanno cambiato idea ed hanno sigillato le frontiere. Imbottigliando così gli immigrati in Italia. A questo punto gli ostili all’“accoglienza” hanno pensato: “Erano a favore prima di vedere le conseguenze concrete. E costoro si considerano pensosi intellettuali, mentre noi saremmo gli ignoranti egoisti?”
Il fenomeno ricorda quei cattolici integralisti che prima proclamano (in linea con la dottrina della Chiesa) che ogni rapporto sessuale deve tendere alla procreazione e poi, dopo il quarto o il quinto figlio, adottano le più severe pratiche anticoncezionali.
Insomma, l’atteggiamento “buonista” dei favorevoli all’immigrazione si è scontrato con la realtà. E l’irritazione di chi ha visto sin da principio a che cosa poteva condurre l’apertura indiscriminata, è divenuta irrefrenabile. Oggi la gente non vuol sentire parlare né di ius soli, né di dovere imprescindibile dell’accoglienza, e di niente che non sia una maggiora preoccupazione per i poveri di casa nostra.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
Fine. 30 settembre 2017




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POLITICA
29 settembre 2017
LO IUS SOLI VISTO DALLO STOMACO
Sul “Corriere della Sera” si dice che, riguardo allo ius soli, il dibattito nazionale non è soltanto molto partecipato e molto appassionato, ma è addirittura avvelenato. Le posizioni sono molto nette, e  l’avversario è addirittura demonizzato, fino ad una battaglia senza esclusione di colpi e di aggettivi.
È naturale che una persona moderata rigetti questo genere di atteggiamenti. Gli argomenti in favore o contro una determinata tesi non divengono più validi se sono gridati. Ma può essere interessante cercare di scoprire perché, in certi casi, si arriva appunto allo scontro più duro. Insomma, se accanto agli argomenti razionali ci sono quelli affettivi, e accanto agli argomenti più nobili ci sono quelli più prosaici, può essere opportuno non trascurare nessuno di questi elementi, soprattutto dal momento che sono reputati tanto coinvolgenti.
La nazionalità si acquista fondamentalmente in due modi: perché figli di genitori che hanno quella nazionalità (ius sanguinis, diritto del sangue) e  perché nati sul territorio di un certo Stato (ius soli, diritto del suolo). Il primo diritto è fondato, ovviamente, sul fatto che i genitori, educando il figlio, gli comunicano naturalmente una lingua, una mentalità e un sentimento di appartenenza. Insomma una cittadinanza, senza che il nato l’abbia richiesta e senza che abbia avuto alcun merito per ottenerla. Lo ius soli è invece più discutibile, perché può anche avvenire che uno nasca in un determinato Paese soltanto perché la madre, di passaggio in aereo, ha avuto le doglie in anticipo. E il nuovo nato, soprattutto se in seguito ha vissuto altrove, non ha in sé stesso nulla che corrisponda a quella nazionalità. Se questo principio è stato adottato dagli Stati Uniti è perché, almeno all’inizio, essi avevano il bisogno di incoraggiare al massimo l’immigrazione, dal momento che il Paese era immenso e spopolato. Ma normalmente la concessione della nazionalità allo straniero è condizionata al fatto che questi la voglia e la meriti. E se la merita, sarebbe assurdo negargliela.
Lo ius soli costituisce – per sé – uno degli elementi che militano a favore della concessione della nazionalità, se qualcuno la richiede. Ma sarebbe assurdo reputarlo sufficiente, da solo, per quella concessione. E infatti, anche nella legge che è attualmente proposta in Parlamento, non si tratta di uno ius soli di questo genere, cioè automatico e incondizionato. Il diritto alla cittadinanza è  combinato con il cosiddetto ius culturae (conoscere la lingua italiana, avere frequentato scuole italiane, accettare i valori della nostra Costituzione). E a partire da questo punto si entrerebbe seriamente nella discussione, se non fosse che in questa sede si vuole parlare d’altro, e in particolare delle ragioni profonde, “di pancia”, come si dice, che in materia di cittadinanza italiana militano in favore di una grande apertura o di una grande chiusura agli stranieri.
A favore di una facile concessione della cittadinanza italiana milita innanzi tutto un sentimento molto nobile e molto corrente a sinistra, dove si vede ogni “no” come una discriminazione, un’ingiustizia, e al limite una crudeltà. Questo sentimento induce a proclamare come un’assoluta ovvietà “il dovere dell’accoglienza” nei confronti di chiunque sia in bisogno. Inoltre molti pensano che, concedendo la cittadinanza, si favorisce grandemente l’integrazione dei nuovi venuti nel tessuto nazionale. Essendo dichiarati italiani, i nuovi venuti certamente si sentiranno in dovere di comportarsi come tali e di contribuire alla serenità e alla prosperità nazionale. 
La maggior parte dei motivi a favore di una grande apertura all’accoglienza e alla concessione della cittadinanza sono di ordine ideale. Qualcuno tuttavia, volendo scendere sul piano della concretezza,  parla anche degli immigrati come di una nuova “forza lavoro” che contribuirà a pagare le pensioni ai nostri vecchi, dal momento che noi italiani facciamo sempre meno figli. 
I motivi di segno opposto sono costituiti da qualche osservazione teorica, e prevalentemente da considerazioni prosaiche. E a volte, infine, semplicemente da riflessi emotivi.
Sono contro lo ius soli in primo luogo i poveri. Questi sperano sempre in un aiuto dallo Stato, e temono di doverlo condividere con i nuovi poveri. Il pericolo è aggravato dai proclami degli idealisti, quando parlano del dovere nazionale di dare un lavoro e un tetto agli immigrati. Infatti molti dei nostri poveri un lavoro non l’hanno e spesso hanno serissimi problemi abitativi, aggravati dall’esistenza mitologica di un “diritto alla casa”. Ecco perché la proclamazione di un intangibile “dovere dell’accoglienza”, da parte di tanti benestanti di sinistra, suona come una provocazione per i poveri che non si sentono accolti, loro italiani da sempre, dalla comunità nazionale. La sola idea che lo Stato dia una casa agli immigrati li fa schiumare di rabbia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 settembre 2017
1. Continua. 




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POLITICA
28 settembre 2017
MOLLICHINA
Ansa. “Pyongyang: le parole di Trump sono una dichiarazione di guerra”. Ignorantelli, da quelle parti. Corea del Nord e Stati Uniti sono in stato di guerra (non interrotto da nessuna pace) dal 1950.
G.P.




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POLITICA
28 settembre 2017
LA COREA E L'IPOTESI DELL'INERZIA
Per molti anni i Presidenti degli Stati Uniti si sono chiesti in che modo reagire alle continue provocazioni e al progressivo riarmo della Corea del Nord. E nel dubbio la risposta è stata sempre quella di tinviare il problema. Ora quell’infelice Paese è realmente divenuto una potenza nucleare, e accanto all’ipotesi di un costosissimo intervento militare c’è sempre la vecchia opzione: “E se lasciassimo fare? Se accettassimo che la Corea del Nord divenga una potenza nucleare, come del resto ormai ce ne sono tante?”
L’ipotesi non è peregrina. Molti la fanno con convinzione perché il passato è ricco di episodi in cui gli interventi si sono rivelati più negativi dell’inerzia. Basti pensare a Napoleone e alle sue guerre di Spagna,  d’Egitto e di Russia e poi, recentemente, agli interventi occidentali in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Malauguratamente il passato insegna pure che a volte la tolleranza costa infinitamente più cara di un intervento preventivo. L’esempio classico è costituito dall’avere lasciato le briglie sul collo alla Germania di Hitler, negli Anni Trenta, mentre un intervento di polizia delle potenze vincitrici nella Ruhr sarebbe stato giustificato dal trattato di Versailles. L’inerzia costrinse poi tutti a fronteggiare il più grande incendio mondiale che si ricordi. 
Naturalmente, a cose fatte, tutti proclamano di aver saputo da sempre come sarebbe andata a finire. ma i governanti non devono  commentare dopo, devono decidere prima. Ed a volte è un’angoscia che toglie il sonno. Se la Corea del Nord si contentasse di proclamarsi potenza nucleare, tutti sarebbero contenti di lasciare che un dittatorello si pavoneggi e posi a guerriero: il problema è che l’arma atomica non è come le altre, e il governo di Pyongyang non è come gli altri. 
In mano a un governo responsabile l’armamento nucleare è quasi inutile. Salvo sia quello della nuda sopravvivenza, si sa che qualunque problema bisogna risolverlo senza farvi ricorso. Gli arabi, che pure accusano Israele di ogni possibile crimine, non parlano mai della sua bomba atomica, perché nessuno teme che Gerusalemme la usi a sproposito. Viceversa, che cosa bisogna fare, se la bomba è nella disponibilità di un pazzo? È questo il punto che molti si ostinano a non vedere. E infatti dicono: “Dov’è il problema? Kim Jong-un vuole farsi la bomba? Che se la faccia, che ce ne importa? Dopo tutto, sarà un altro Paese con l’atomica. La lista è lunga”.
Malauguratamente il ragionamento non sta in piedi. Sarebbe come dire che bisogna abolire il porto d’armi, e permettere ai delinquenti di acquistare cannoni semplicemente perché i poliziotti portano una pistola e i soldati dispongono di carri armati. L’atomica della Cina e l’atomica della Corea del Nord non sono la stessa cosa. L’uso incauto di quell’ordigno – inverosimile da parte di Pechino - potrebbe provocare un incendio che farebbe molti milioni di morti. Detto chiaramente: oggi stiamo lasciando che un bambino giochi con i fiammiferi nella polveriera. 
In passato, l’ipotesi del pazzo con la bomba è stata puramente teorica. Soltanto l’averla portata sullo schermo ha reso imperitura la memoria di un film piuttosto mediocre, “Il dr.Stranamore”. Ora l’ipotesi è divenuta realtà e parlarne seriamente è cosa che fa tremare le vene e i polsi. Mentre chiunque, prima di fare una mossa, si chiede quali saranno le conseguenze, il dittatore delirante (si pensi all’ultimo Hitler) da un lato prende per sé precauzioni assolutamente straordinarie, in modo da sopravvivere in ogni caso, dall’altro non si cura delle conseguenze per il proprio popolo. Se milioni e milioni di cittadini dovessero perire avrebbero sempre avuto una morte gloriosa, no?
Per la propria popolazione le potenze ragionevoli hanno come primo problema quello della sicurezza. E per essa non basta la certezza di potere, nel caso,  porre in atto una colossale vendetta. Se la Pyongyang attaccasse Seul, uccidendo in un solo colpo parecchi milioni di sudcoreani, è vero che gli Stati Uniti potrebbero spianare la Corea del Nord, uccidendo magari più della metà dell’intera popolazione, ma questa selvaggia risposta farebbe risuscitare i cinque o sei milioni di vittime sudcoreane, e non guarirebbe i milioni di contaminati, condannati a morire lentamente.
A questo punto, chi non rimpiangerebbe che non sia stata fatta quella prima mossa che avrebbe messo il pazzo genocida in condizioni di non nuocere? 
La sintesi è semplice, anche se disperata: a Washington, come dovunque altrove, non si sa se scegliere la padella o la brace. Soprattutto ora che si è permesso che le cose andassero tanto avanti. E ciò pur sapendo che domani i soliti profeti del passato rimprovereranno ai governanti, e in primo luogo al Presidente degli Stati Uniti, di non aver fatto, quando ancora era possibile, la mossa giusta. Che pure era evidentissima, non è vero?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
26 settembre 2017




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POLITICA
27 settembre 2017
PERCHÉ NON ABBIAMO UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE
Per mesi, forse per anni,  ho previsto che i partiti politici non si sarebbero messi d’accordo su una nuova legge elettorale. La legge Calderoli (Porcellum) era aspramente criticata da tutti, ma non si trovava una maggioranza per una legge diversa. Poi Matteo Renzi, novello Alessandro, tagliò il nodo gordiano con la spada della questione di fiducia. Purtroppo, la violenza del colpo fu tale che oltre a tagliare il nodo spezzò anche il timone su cui era stato fatto il nodo. 
L’Italicum – si ricordi - attribuiva al partito vincente, previo ballottaggio, un’enorme, infrangibile maggioranza in Parlamento. Secondo i calcoli questa maggioranza sarebbe potuta andare anche ad un partito che avesse rappresentato all’incirca il 13% (dicesi tredici per cento) degli aventi diritto al voto. Ma per il diavolo c’è sempre il problema delle pentole e dei coperchi. La volontà di rivoluzionare tutto risultò eccessiva. Si arrivò al punto di votare una legge elettorale soltanto la Camera mentre ancora c’era il Senato. Insomma si erano fatti i conti senza l’oste. I cittadini infatti dissero di no alla riforma costituzionale, e allo stesso proponente che infatti dovette dimettersi. Infine la Consulta cassò l’Italicum e l’opera fu completa.
E siamo al presente. Il Presidente della Repubblica implora che si armonizzino le leggi elettorali riguardanti i due rami del Parlamento (risultanti dalle sentenze della Corte Costituzionale) perché oggi esse potrebbero contribuire a creare un Parlamento incoerente e ingovernabile. Insomma la necessità di una nuova legge è evidente, ma quante probabilità ci sono che i parlamentari si mettano d’accordo sull’armonizzazione delle leggi vigenti? La risposta è, purtroppo, “poche”.
Ogni legge elettorale favorisce inevitabilmente un partito o l’altro. E di ciò gli interessati sono acutamente coscienti. Per questo tentano in ogni modo di non cedere terreno agli altri e il risultato è lo stallo, l’immobilità. Per non parlare della speranza che l’eventuale caos danneggi soprattutto l’avversario.
A questo punto l’onesto lettore chiederà come mai i politici non si mettano d’accordo, anche sacrificando ognuno qualcosa, su un testo che rappresenti il massimo beneficio per la nazione e il minimo danno per loro. La domanda è razionale. Purtroppo la risposta è deludente: innanzi tutto, chi stabilirà la formula che rappresenta il massimo beneficio per la nazione? Ognuno ne proporrà una che, vedi caso, favorisce il suo partito. Poi tutti temono di essere imbrogliati, e dal momento che reputano gli altri dei disonesti, per legittima difesa preventiva si comporta da disonesti loro stessi. E alla fine, dal momento che nessuno vuol cedere niente, si giunge allo stallo di cui si diceva.
L’unica possibilità per giungere ad una nuova legge elettorale è trovare una formula che favorisca non tutti, ma le formazioni maggiori: cioè quelle che, mettendosi insieme, hanno una maggioranza per votare quella legge. Dunque non stiamo parlando né della legge che realizza il massimo utile per la nazione, e neppure di quella che assicura la massima equità nella competizione elettorale: stiamo parlando dell’unica che potrebbe venire ad esistenza. 
Il problema in questi termini ha meno incognite e meno variabili. Mettere d’accordo due o tre partiti è meno difficile che metterli d’accordo tutti. Ma lo stesso non si può essere sicuri di nulla. È sempre possibile che prevalga la volontà di fregare gli altri, e a forza di tirare sul prezzo per ottenere i massimi vantaggi si può arrivare al blocco finale e alla rottura delle trattative. Non sarebbe la prima volta.
In Italia la mentalità imperante è questa, e non possiamo farci nulla. Naturalmente ci si può chiedere come mai di questa malattia elettorale soffriamo soprattutto noi, e come si regolino negli altri grandi Paesi, visto che da loro pare che il problema non esista. In  realtà, non è che i politici francesi o tedeschi siano tanto più onesti dei nostri, forse è soltanto che hanno più buon senso. Posto che nessuna legge elettorale è perfetta, non cambiano continuamente quella che hanno. Pensano giustamente che, se essa oggi favorisce il tale partito, domani – cambiando l’orientamento degli elettori - potrebbe favorire proprio il loro, e la cosa migliore è non cambiare le regole del gioco. 
Noi invece queste regole le abbiamo cambiate non so quante volte, proprio perché chi ne ha la possibilità emana una legge elettorale tagliata su misura sui suoi interessi e purtroppo, in questo modo, il vincitore di oggi insegna al vincitore di domani ad essere altrettanto disonesto. Fino all’anarchia attuale. 
Anarchia alla quale non si vede chi possa porre rimedio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com




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POLITICA
25 settembre 2017
LA CATALOGNA E LE SECESSIONI

Non sono uno specialista della Spagna e ancor meno della Catalogna. Riguardo all’aspirazione di questa regione a divenire indipendente da Madrid, non conosco le ragioni e i torti: ma ci sono principi generali che si applicano anche a questo caso.
Ogni organismo tende alla sopravvivenza. Non soltanto qualunque animale, se attaccato, si difende come può; non soltanto qualunque uomo, se attaccato, si difende come può, ma la cosa è vera per qualunque organismo, dall’unicellulare alla balena. Da quelli che in Italia chiamiamo “enti inutili” agli Stati Uniti d’America. Qualunque nazione ha un possente istinto di conservazione e reagisce selvaggiamente, se si sente in pericolo, e la secessione di una parte del suo territorio è una delle massime minacce. La cosa è comprensibile. Le dimensioni di un Paese sono spesso in relazione diretta con la sua capacità di difendersi. Inoltre la secessione di un primo pezzo del territorio può servire d’incoraggiamento ad altre regioni. Gli Stati Uniti hanno conosciuto una sola grande guerra, sul loro suolo, ed è stato quando il Sud ha cercato di rendersi indipendente dal Nord.
Per tutte queste ragioni la Catalogna non dovrebbe stupirsi della reazione di Madrid. Ogni nazione si proclama “una e indivisibile”. Lo fa anche la mite Italia, con l’art.5 della Costituzione. Dunque il problema si sposta dal diritto alla politica.
Se la Catalogna, malgrado la costituzione spagnola, malgrado i giudicati della Suprema Corte, riuscisse a rendersi indipendente, i promotori di questa indipendenza avrebbero un monumento in piazza. Ma se non ci riusciranno, sarà normale che finiscano in galera. Guglielmo Oberdan fu onorato come eroe dall’Italia, e impiccato dall’Austria come traditore. Chi aveva ragione? Nessuno dei due Paesi, o tutti e due, a scelta.
E sempre politicamente si può osservare che, quando sono in gioco grandi interessi, non bisogna aspettare che il problema si complichi fino a richiedere in ogni caso una soluzione traumatica. È vero per la crisi nordcoreana, che si sarebbe dovuta risolvere decenni fa, è vero per la Catalogna. Madrid oggi reagisce con arresti di importanti personaggi, col sequestro delle schede di un referendum illegale, ma forse avrebbe fatto bene, prima, ad essere più severa. Ogni incendio alimentato dal vento diviene più difficile da domare quanto più tempo gli si lascia di allargarsi nello spazio. 
Infine la simpatia per la Catalogna, come per ogni forma di ribellione contro l’autorità – oggi tanto di moda – non ci deve far velo riguardo al dovere di ogni Stato che voglia essere indipendente di conservare all’occasione una massa d’urto credibile. La Jugoslavia è stata una costruzione artificiale, che è andata in pezzi non appena le sue diverse regioni hanno avuto la possibilità di farlo. E nondimeno, finché è stata unita, ha avuto un notevole peso, nei Balcani. Che peso hanno, oggi, la Macedonia, la Bosnia, la Slovenia? La Catalogna ha la fortuna di avere come vicini una Spagna e una Francia che non si scontrano militarmente da moltissimo tempo, anche perché i Pirenei sono inamovibili. Ma il principio generale per il quale ogni Stato rimane in diritto di difendere con tutte le sue forze l’integrità del suo territorio, rimane inconcusso. Nessuno ha il diritto di condannare Madrid, questo deve essere chiaro. Anche se prima ha commesso l’errore di permettere che le cose andassero troppo lontano.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
25 settembre 2017




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POLITICA
24 settembre 2017
IL BUGIARDO
Sapendomi pessimista, rispetto all’azione politica dell’esecutivo, mi è stato segnalato un articolo che dimostrerebbe i successi conseguiti dal governo Renzi. Qualcuno mi chiederà: “E l’articolo ti ha convinto?” Dovrei vergognarmi a dirlo, ma la risposta è: “Non l’ho letto”. E il perché è di ordine generale.
Nessuno può dire onestamente: “Io non mento mai”. Sarà capitato a tutti di rispondere: “Bene, grazie” a chi ci chiede come stiamo. In realtà magari abbiamo avuto fastidiosi problemi di salute ma ci è stato chiaro che quella domanda era più o meno una forma di saluto. Se avessimo descritto i nostri sintomi e le cure che stavamo seguendo saremmo stati dei seccatori. “Bene, grazie” è una di quelle risposte che gli anglosassoni chiamano “white lies”, bugie bianche. Inoffensivi stratagemmi adottati per quieto vivere, per non ferire il prossimo, per risolvere situazioni imbarazzanti. “Sono dolente, ho un impegno” suona molto meglio di: “Ciò che mi proponi sarebbe di una noia mortale”. 
Il vero bugiardo è qualcuno che mente scientemente, su materie importanti, normalmente per trarne profitto. In questo caso cade la mannaia e il colpevole è squalificato. A volte con conseguenze drammatiche. Chi è accusato di un reato e, pur essendo innocente, da prima per difendersi dice una menzogna, rischia di essere condannato anche quando poi dicesse la verità. Per la polizia e per il magistrato inquirente, in linea di principio l’accusato mente. Ma esiste la remota possibilità che dica la verità. Se poi invece si dimostra che in un’occasione ha effettivamente mentito, da quel momento non si crederà più una parola di quel che dice, a meno che la cosa non sia altrimenti dimostrata.
A tutto ciò si aggiunge per me un irresistibile disprezzo per il mentitore. Se qualcuno mi propone un’elaborata dimostrazione della sua tesi, ed io di lui non so nulla, l’ascolterò, cercando di essere imparziale. Se invece so per certo che è un bugiardo, cercherò di svicolare: quell’uomo non vale il mio tempo. Se fosse accusato di omicidio e io fossi il magistrato inquirente, spenderei tutto il tempo necessario, anche ore, per appurare la sua innocenza: ma in nome del mio dovere, non per sapere se ha mentito o no, questa volta.
In questo campo capisco perfettamente la mentalità giapponese. Chi “perde la faccia” è come se perdesse il diritto di vivere. Per i giapponesi d’un tempo ciò era talmente vero che quella disgrazia era spesso seguita dal suicidio rituale.
In Italia abbiamo un esempio da manuale. La squalifica di Matteo Renzi fu emessa ancora prima di aspettare le prove concrete del misfatto. Fu quando, da poco Presidente del Consiglio, annunciò quattro riforme epocali in quattro mesi, una al mese. Essendo assolutamente ovvio che non avrebbe mantenuto la promessa, la condanna fu definitiva, primo grado, secondo grado e Cassazione. Infatti, o mentiva coscientemente, e dunque era un insalvabile bugiardo, oppure credeva veramente possibile quell’impresa, e dimostrava di non essere all’altezza del suo posto.
Il fatto che poi, quattro mesi dopo, quel giovane non si sia minimamente chiesto se avesse “perso la faccia”, dimostrò che non era giapponese. Per lui le parole non significavano niente. Non aveva rispetto né per la verità, né per il prossimo né per sé stesso.
Naturalmente non ignoro che tutti i politici mentono. Ma lo fanno con stile. Dicono ad esempio: “Faremo tutto il possibile per abbassare di due punti la pressione fiscale”. Poi la promessa non è realizzata ma la gente non ha il diritto di protestare. Il politico accorto infatti non ha promesso la riduzione della pressione fiscale, ha promesso di “fare tutto il possibile”. E cade in piedi. L’errore dello sbruffone è di dire, all’indicativo: “I debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei privati saranno integralmente saldati esattamente entro la tale data dell’estate”. L’effetto dell’annuncio è dirompente, ma lo è anche la mancata realizzazione dell’impegno.
Qualcuno potrebbe dire che Renzi è sincero come un ragazzo sincero mentre il politico accorto è un gesuita e un ipocrita. Purtroppo non è così. Un impegno è un impegno e le parole hanno il loro peso. Poi non bisogna dimenticare l’aureo principio di La Rochefoucauld, secondo il quale “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. Nel momento stesso in cui si comporta male, l’ipocrita dimostra di sapere quale sarebbe stato il bene. Renzi invece, con le sue promesse avventate, dimostra di non avere nessuna coscienza dei doveri che impone la veridicità. Non sente neanche il bisogno di offrirle il riconoscimento della sua validità: almeno l’apparenza della virtù. 
A meno che non si tratti di un tale patologico distacco dalla realtà da credere che - secondo il proverbio – “quando c’è la volontà, un modo si trova”. Se fosse vero, nessuno morirebbe di cancro.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 settembre 2017




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POLITICA
23 settembre 2017
FORSE AVREMMO VOLUTO MORIRE DEMOCRISTIANI
Quando qualcuno dice d’avere trovato una cura per il cancro, trova orecchie attente e molte persone disposte a credergli. Il desiderio di trovare quella panacea è così grande che opera il principio latino per cui “credunt quod cupiunt”, credono ciò che desiderano credere.
In realtà, già l’annuncio dovrebbe rendere scettici. Il cancro non è un singolo nemico: è un esercito di mali diversi, e l’arma che potrebbe sconfiggerne uno potrebbe lasciare indenni gli altri. Poi comunque le guarigioni non si hanno e il nome dello scienziato che stava per risolvere l’enigma della Sfinge viene dimenticato.
Sia in negativo, sia in positivo, i risultati contano più delle illusioni e dei pregiudizi,. Molte delle grandi scoperte delle medicina sono state accolte dalla diffidenza e spesso dall’aperta ostilità della classe medica, e tuttavia la loro validità ha finito con l’imporsi. Si pensi all’asepsi o ai vaccini.
In politica avviene lo stesso. Normalmente, gli “addetti ai lavori” parlano molto, fanno poco, e finiscono con l’apparire dei mediocri. Così, quando appare colui che annuncia fiducioso la soluzione del problema, molti sono disposti a credergli. Semplicemente perché credunt quod cupiunt. Purtroppo, anche in questo caso i guaritori sono condannati a “deliver”, a realizzare ciò che hanno promesso. E se non ci riescono – come è naturale – nella maggior parte dei casi  vengono messi da parte, come Guglielmo Giannini, o vivacchiano nel mondo della politica, come quei ciclisti che hanno vinto una sola volta una tappa e poi passano i decenni a correre da gregari.
Questa è la storia di Matteo Renzi. È entrato in scena è stato nel modo più clamoroso, più tonitruante, più promettente che si potesse immaginare e poi, nel giro d’un paio d’anni, si è giocato tutto. Ha ripetuto infinite volte le sue promesse, ha inventato trionfi politici ed economici in cui pochi hanno creduto, e alla fine è stato rimosso dal potere. La magia si era spenta. Per perdonarlo non è bastata neppure la considerazione che non soltanto lui, ma nessun altro avrebbe potuto realizzare ciò che lui proclamava. 
E questa è soltanto una parte della storia. Renzi è passato dall’essere Alessandro Magno all’essere il diadoco di sé stesso. E per giunta ha per così dire avvelenato i pozzi. Più abile nella tattica che nella strategia, più efficace nelle scaramucce (se non nelle risse) che nella grande politica, ha seminato tanto odio da avere sconvolto l’intera sinistra. E dire che essa in Italia aveva radici solide e profonde. Oggi, per un elettore che un tempo votava per il Pci, il risultato è sconfortante. Il Pd, più che l’aria di un partito di sinistra, sembra uno stretto parente della coalizione di centrodestra. Tanto che in molti prevedono un’alleanza. È un partito dal fiato corto, dallo slancio vitale appannato, tenuto insieme più che altro dalla sua inerzia. 
Renzi è il capo sotterraneamente contestato del un partito che gli ha concesso la segreteria. Sul momento sembrava un contentino, per chi aveva perduto Palazzo Chigi, oggi è tutto il capitale di quell’uomo. E infatti ci si aggrappa con tutte le sue forze. Poco amato nel Pd, è addirittura odiato a morte da quella parte del partito che ha operato una scissione: formalmente in nome degli ideali tradizionali, sostanzialmente per un’inestinguibile animosità nei confronti del Segretario. Fino a mettere più che in forse l’eventuale vittoria della sinistra.
A Renzi, il 7 dicembre 2016, scappò di bocca una constatazione rivelatrice: “Non credevo mi odiassero tanto”. E questo dimostra la sua buona fede. È incontestabile che quell’odio se lo sia attirato lui, ma ciò non corrisponde a dire che egli abbia scientemente provocato. È il suo temperamento che lo spinge a comportarsi in quel modo. E non può farci nulla.
La temperie politica induce alla mestizia. Non tanto perché la sinistra sia in crisi, ché anzi è lecito reputare che essa sia più nociva che utile. Ma sarebbe stato meglio che la competizione continuasse ad essere, come ai tempi di Prodi, fra due visioni del mondo e della politica, non fra clan in lotta. Oggi vediamo un cortile in cui i politici si azzuffano mentre il Paese va a ramengo. Dovunque impera, se non l’odio, il netto rifiuto degli altri. Fino a quel capolavoro d’inconcludenza e d’immobilismo che è il Movimento 5 Stelle.
Forse qualche anno fa il giudizio sulla situazione è stato troppo severo. In troppi hanno cavalcato la tigre dicendosi capaci di distruggere il Palazzo. In realtà, distruggere qualcosa può essere positivo se si è capaci di ricostruirlo migliore di com’era prima. Se invece se ne è incapaci, si ottiene soltanto che il popolo rimpianga quel passato che prima gli era sembrato insopportabile. 
Prima temevamo di morire democristiani, ora temiamo di morire e basta.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
23 settembre 2017




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POLITICA
22 settembre 2017
NON PIOVE PIU', VENDI IL CANNONE
S’immagini un Paese dove non piove da tempo. Molti pensano che non pioverà più e ovviamente reputano inutile impermeabilizzare le terrazze, comprare ombrelli, creare fognature e canali di scolo. A che serve proteggersi contro la pioggia se non pioverà mai più? Sembra un discorso da pazzi ma non lo è. 
L’Europa vive il più lungo periodo di pace della sua storia. Dal 1944 al 2017 sono settantatré anni. Quanta gente ha una memoria personale della fame, dei bombardamenti, e nel Nord, addirittura, della guerra civile? Per così dire, tutti gli abitanti del continente hanno soltanto la nozione della pace. Non hanno visto epidemie di morbillo, e pensano che i vaccini siano inutili. Insomma sono le vittime della loro ignoranza e del limite costituito dalla loro esperienza personale.
In questo senso si potrebbe dire che i vecchi colti sono vecchi due volte: hanno imparato molto da ciò che hanno vissuto, ma hanno imparato molto anche da ciò che hanno studiato. La cultura allunga di secoli la loro esperienza.  Non hanno vissuto la tragedia della peste, ma la conoscono perché fece strage in Grecia nell’antichità, e in Europa nel ‘600. Deprecano come tutti il terrorismo islamico ma non ignorano che anche noi, qualche secolo fa, ci siamo scannati in nome di Cristo. E se l’Europa ha la fortuna di un lunghissimo periodo di pace, ciò non significa che non pioverà più. Inconcepibile che francesi e inglesi si facciano guerra? Nient’affatto, se la sono fatta per secoli, in passato. Francesi e tedeschi a braccetto? Certo, ma si sono scontrati per tre volte, recentemente; con Napoleone, con Bismarck e con Hitler. 
La guerra è un fenomeno da non escludere mai, perché è iscritto nel nostro Dna. Ci sono specie che fanno guerre (gli uomini e le formiche, per cominciare) e specie che nemmeno immaginano che cosa sia: per esempio i gatti o le balene.
Dunque, ogni progetto che elimini la guerra dall’orizzonte è irrealistico. È stupido dire che si può fare a meno dell’esercito soltanto perché non se ne ha bisogno oggi. Sarebbe come affermare che non si ricorrerà mai al medico soltanto perché attualmente ci sentiamo bene. E purtroppo questo errore è correntissimo. Lo si vede nell’irresistibile voglia di non spendere in armamenti e nell’imperante frazionismo delle nazioni. Quando Praga e Bratislava facevano parte dell’Impero Austroungarico, chi avesse attaccato queste città se la sarebbe vista con Vienna. Oggi invece la Bielorussia, la Moldovia, Malta, le Repubbliche Baltiche ed altri ancora, come potrebbero difendersi, se attaccati? Certo, potrebbero contare sugli alleati, ma c’è un principio storico indefettibile: l’alleato ti difende se gli conviene difenderti, diversamente ti lascia al tuo destino. 
Soltanto chi è in grado di difendere sé stesso è una vera nazione sovrana. La Francia è indipendente perché ha l’armamento atomico e un esercito moderno. Noi non soltanto non siamo una potenza atomica ma al nostro esercito lesiniamo il centesimo. E infatti militarmente non siamo indipendenti. Finché non pioverà, non ci bagneremo.
Ecco perché la razionalità vuole che si sia molto severi nei riguardi dell’imperante separatismo. Se già sono deboli la Spagna o l’Italia, i baschi, i catalani, i padani non si chiedono quanto peserebbero, da soli? L’attuale tendenza al frazionamento è una delle forme della stupidità contemporanea. I catalani poi vorrebbero come prima lingua il dialetto catalano. Con quale utilità? Chi, nel mondo, conosce il catalano? E perché conoscere bene il dialetto senza importanza di una regione e non conoscere veramente bene una lingua d’enorme importanza internazionale come lo spagnolo? Ma già, in questo sono stati preceduti da Malta, che si è liberata dell’inglese e parla maltese: con grande vantaggio della sua cultura e della facilità degli scambi internazionali.
Viviamo sognando progetti assurdi. Addirittura pericolosi, nel tempo, perché presuppongono una stabilità internazionale pressoché eterna. Io piango ancora pensando all’errore commesso dalla Francia nel 1954, quando votò contro la Comunità Europea di Difesa: avremmo avuto un esercito continentale e saremmo stati in grado di contare sulla scena internazionale. 
Oggi l’Europa è inesistente, nella geopolitica. In compenso forse avremo nuovi mini-Stati che, per la loro difesa,  disporranno  di bellissimi cartelli di divieto di accesso. Un temibile disco rosso sbarrato da una fascia bianca orizzontale. . 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
21 settembre 2017




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POLITICA
19 settembre 2017
UNO VALE UN MILIONE
Il Movimento 5 Stelle può anche fare tenerezza. Chi si sentirebbe di essere severo con i giovani, con i semplici, con gli ignoranti? Forse che da ragazzi non abbiamo fatto anche noi le nostre brave sciocchezze? Ci sono errori che, come le malattie esantematiche dell’infanzia, sembrano obbligatori per tutti. L’evidenza è di solito garanzia di verità, ma cederle senza riflettere può essere un errore.
Un ottimo esempio sono le etimologie popolari. Basta chiedere: perché febbraio si chiama così? Perché in inverno si ha spesso la febbre. In realtà, febbraio è “il mese dedicato alle purificazioni”. Da dove deriva il verbo “falcidiare”? Evidente, da falce: tagliare i redditi, i ricavi, i vantaggi. E invece deriva dal nome di Publio Falcidio, che avrebbe anche potuto chiamarsi Papinio o Vitulliano. La tentazione di saltare alle conclusioni è irresistibile e rimane eccessiva la fatica di aprire un dizionario.
Purtroppo, queste illusioni ottiche del cervello si ritrovano anche in politica. Se si verificano troppi reati di un certo tipo, a molti (inclusi i parlamentari) sembra ovvio che il rimedio sia l’inasprimento delle pene. Mentre ogni competente di diritto penale sa che non è così.  
La prima qualità di un politico, pensano gli incolti, è l’onestà. E invece gli studiosi sanno che un onesto imbecille fa molti più danni  di un politico disonesto ma capace. Come del resto ha scritto Benedetto Croce. I ragazzi partono da una certa idea rivoluzionaria e poi, cammin facendo, se sono intelligenti, magari arrivano alle conclusioni dei loro nonni. Chissà quanta strada debbano ancora fare, i seguaci di Grillo.
Sono queste le ragioni per le quali i giovani dei Cinque Stelle possono far tenerezza. Da quando sono apparsi sulla scena, non fanno che mostrare  quanto sia stata assurda l’idea di prendere sul serio un comico. Nessuno nega che l’umorismo richieda una grande capacità di critica e proclami spesso, ridendo, verità che altri temono di affermare. Ma l’umorismo ha lo scopo di divertire, non di ammaestrare. Il comico non è né un filosofo né un politologo, e le contraddizioni non lo squalificano. Non gli si può chiedere ciò che è al di là della sua portata. E infatti, applicando le sue ricette, si va a sbattere. Non sorprende che i “grillini”, delle cinque marce, fino ad ora abbiano usato soltanto la marcia indietro. 
Nel caso specifico, si possono allineare parecchie “lezioni della realtà”. Beppe Grillo, quando non contava più del suo giardiniere, sosteneva che uno vale uno. Era nel suo interesse. Lui, che non era nessuno, valeva quanto il Presidente della Repubblica. Una volta che è divenuto il capo del suo  partito, ecco che uno – lui – vale per tutti. Se soltanto fa capire di gradire Di Maio come candidato Primo Ministro (un concorso che nessuno ha bandito) ecco che gli altri concorrenti neanche si presentano. I dittatori regnano incutendo paura, a Grillo basta essere l’Unto del Signore. Di riffa o di raffa, la decisione finale spetta a lui, rete o non rete. Come si è visto a Genova. A costo di perdere le elezioni.
Ma il M5S non ha appreso soltanto questa lezione. Oggi sanno finalmente che l’uomo giusto è l’uomo giusto, anche se è sotto indagine da parte della magistratura. Come nel caso di Di Maio. Insomma hanno scoperto l’acqua calda. Viceversa si ostinano a non aprire gli occhi sul fatto che nessun partito che si ricordi, ha mai ottenuto il 51% dei voti. Dunque, se non si allea con nessuno, il Movimento somiglierà al Msi. Solo che i voti del partito di Almirante erano stati chiusi in frigorifero dagli altri, mentre il partito di Grillo lo fa da sé.
Comunque, sotto la pressione ostinata della realtà,  il M5S somiglia sempre più a un partito come gli altri. Fa le stesse sciocchezze e alla fine, quando gli capita di governare, combina disastri. Oggi cerca di parlare il meno possibile di Virginia Raggi, come fosse colpevole di chissà che, mentre la sventurata applica soltanto i principi del partito. Inclusa l’obbedienza cieca, pronta e assoluta a Grillo. Viceversa il sindaco di Parma ha governato bene, ma ha dimostrato di pensare con la sua testa e per questo è stato espulso dal partito. Il reprobo arrivava a pensare che Grillo potesse sbagliare.
La speranza è che gli italiani aprano gli occhi sul fatto che protestare non significa fare politica. Nessun cancro è stato mai guarito dalle imprecazioni.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
19 settembre 2017




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POLITICA
18 settembre 2017
MONETE, BITCOIN E IMBROGLIONI
Chi legge i giornali e si interessa alle monete alternative sa che i Bitcoin, in un paio di giorni, hanno perduto il 40% del loro valore. E tuttavia, malgrado la volatilità di questi mezzi di pagamento, il loro numero continua a moltiplicarsi. E allora, prima di pensare a vietarli (come ha fatto la Cina) bisognerebbe capire qual è la ragione del loro successo. Soprattutto per sapere se realmente presentino qualche vantaggio rispetto alle monete ufficiali.
I bitcoin, per chi non lo ricordasse,  sono titoli da spendere, via internet, per regolare transazioni o per spedire capitali. Non sono tracciabili, si prestano benissimo ad operazioni illegali e non fanno correre gli stessi rischi delle monete ufficiali, fra cui l’euro. Il gestore si impegna a non emetterne più di una certa quantità, sicché non c’è da temere l’inflazione. Anzi, recentemente si è avuta una fiammata speculativa che ne ha fatto aumentare enormemente il valore. Ma poi la bolla è scoppiata, come si diceva.
I difetti  di questa moneta sono evidenti. Innanzi tutto, il suo valore può essere influenzato dal mercato. Qualcuno dirà che ciò è naturale e infatti perfino l’oro ha variazioni di valore: una crisi di fiducia nelle monete nazionali fa aumentare il suo prezzo e un’accresciuta offerta lo fa diminuire. Ma – questo è il punto – queste variazioni non potrebbero mai raggiungere sbalzi del 40%, in due giorni. E nessuna crisi mai ne azzererà il valore. Infatti l’oro non è un pezzo di carta, e neppure un’annotazione nei registri della banca: è un metallo, un bene rifugio, una merce come il caffè o il cotone (beni che sono anch’essi quotati, nella borsa merci). Ciò che lo rende speciale è l’incorruttibilità, la frazionabilità, e il fatto d’essere universalmente amato.
La moneta è un facilitatore degli scambi, perché è accettata da tutti ed ha un valore standard. Queste caratteristiche si riscontrano soprattutto nell’oro, mentre non si riscontrano nella cartamoneta. La cartamoneta non è accettata da tutti, nel senso che nessun commerciante di Napoli o di Praga accetterebbe una banconota del Burundi o dell’Uzbekistan, e non sarebbe  accettata nemmeno nello stesso Paese che la emette, se non l’imponesse lo Stato che dice al creditore: “Se non accetti che il debito ti sia rimborsato nella moneta che io stampo, dichiarerò il debitore libero dall’obbligazione nei tuoi confronti. O accetti questa moneta, o non avrai niente”. Si chiama “corso forzoso”.
Quanto al valore della cartamoneta, è ovvio che – come per ogni altro mezzo di pagamento – dipende dalla quantità che se ne immette nel mercato. Se lo Stato ne stampa poca (caso raro) si ha deflazione, e la moneta vale molto. Se lo Stato ne stampa molta (caso frequente) si ha inflazione, e la moneta vale sempre meno. Notare che se la moneta fosse costituita da pezzi d’oro, lo Stato non potrebbe immetterne sul mercato quanta ne vuole, perché prima dovrebbe procurarselo,  quel metallo. Viceversa, con la moneta costituita da carta, la Zecca non ha nessuna difficoltà. E ciò vale per qualunque moneta che non sia costituita da merci. Gli oggetti – cioè le merci come l’oro, l’argento, le pecore (da cui pecunia), il sale, le pellicce (in Canada, nell’Ottocento) - non si possono moltiplicare, la cartamoneta sì. 
I gestori dei bitcoin – sulla base di calcoli complicatissimi - si sono impegnati a non crearne più di un certo numero. Ma se barano, chi li punisce? Insomma, se non ci fidiamo della Federal Reserve o della Banca Centrale Europea, perché dovremmo fidarci dei gestori delle monete alternative?
Forse bisognerebbe ricordare una verità assolutamente banale: la ricchezza è costituita da beni, non da simboli di beni. Con la cartamoneta posso avere molte cose, ma dopo averla risparmiata potrei anche accorgermi che ne ottengo molto di meno di ciò che mi aspettavo. Semplicemente perché la cartamoneta si è svalutata. E comunque i conti in banca, i bitcoin, e tutte le altre monete alternative, sono promesse di beni, non beni. E come tutte le promesse possono essere parzialmente mantenute o non mantenute affatto. Prima del caso dell’Etruria la gente aveva dimenticato che anche le banche possono fallire. E anche gli Stati possono fallire (si ricordi l’Argentina). Viceversa, con un lingotto di un chilo d’oro sottobraccio si è ben accolti dovunque. 
I  bitcoin nascono dalla speranza di sfuggire alla nota disonestà dello Stato, ma nulla dice che essi permettano di sfuggire alla disonestà dei privati. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
17 settembre 2017




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POLITICA
17 settembre 2017
MOLLICHINA

Berlusconi ha definito Luigi Di Maio “una meteorina”. Al giovane è andata ancora bene. Al vecchio leader poteva scappare “meteorismo”.
G.P.




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POLITICA
16 settembre 2017
IL COLPEVOLE DEL PROBLEMA NORDCOREANO
Il “Corriere” ha scritto una cosa ovvia: il problema nordcoreano è stato reso insolubile dall’inerzia di Clinton, Bush e Obama. Ma l’affermazione è coraggiosa. Mentre è di moda dire peste e corna di Trump, almeno del primo e del terzo di quei presidenti (ovviamente democratici) nil nisi bonum. Anni fa, attribuire loro quella responsabilità sarebbe apparso azzardato, assurdo, oltraggioso. Già Bush junior è stato condannato per la vigoria con cui ha reagito all’11 settembre. Dunque quei tre vanno assolti. Perché sul momento hanno agito come tutti desideravano che si agisse. Cosa che induce a sconfortanti considerazioni. 
L’uomo si è autodefinito sapiens, ma ovviamente ha esagerato. Quando si tratta di ottenere vantaggi immediati è molto capace, ma sapiens non è certo. Per noi il titolo più adatto sarebbe: homo faber. Un primate che sa usare le mani e costruirsi utensili, ma non molto di più. La nostra preziosa corteccia cerebrale è spesso lasciata a riposo. 
L’intelligenza non è capire che ci si bagna quando piove. E neanche inventare l’ombrello. L’intelligenza è andare al fondo delle cose. Capirne il valore e le implicazioni per il futuro. Anche quando non sono evidenti. E invece il fumatore, se gli parlano del fatto che il fumo è cancerogeno, sorride. Magari ammette coraggiosamente che tutti dobbiamo morire, ma non appena il medico legge delle analisi, e si rabbuia, il coraggio svanisce e il nostro eroe trova finalmente la forza di smettere di fumare. Chiude la porta dopo che i buoi sono fuggiti. Sapiens?
Come si è visto con i tre Presidenti americani, questo fenomeno si ha anche in politica. La Corea del Nord, prima, non era né un pericolo immediato, né un pericolo irrimediabile. E  allora si è trovato normale aspettare che lo divenisse. Come si dice in inglese, molti vedono la luce soltanto quando ne sentono il calore. Quanti milioni di americani avrebbero protestato contro un presidente che, magari dieci o vent’anni fa, avesse messo in riga – certo non con le buone - la Corea del Nord? Non possiamo gettare addosso la croce a chi si è limitato a belare. Semmai dobbiamo dare la colpa alla democrazia. In questo tipo di regime – d’accordo, il migliore che c’è - neanche l’uomo più potente della Terra può prescindere dall’opinione del popolo. Neanche se il popolo sbaglia. 
Un episodio storico fra mille. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Francia - perfettamente democratica e pacifista -  non si riarmò. Invece la Germania, guidata da un maniaco, si riarmò fino ai denti e cominciò a dimostrare quanto fosse bellicosa. E tuttavia, quale fu la reazione? Ancora durante la Conferenza di Monaco. le grandi democrazie credettero di ammansire Hitler con i sorrisi e con le concessioni. 
Ma anche quelle vicende contengono una lezione. Le dittature esercitano il massimo della loro forza e usano il massimo del realismo perché le decisioni sono prese velocemente, da chi non deve renderne conto a nessuno. Magari da un capo che conosce la vigliaccheria, la lentezza e i pregiudizi degli avversari ed è capace di approfittarne cinicamente. Le democrazie invece somigliano a un omaccione sonnacchioso che desidera soprattutto essere lasciato in pace. Perfino se gli segnalano un incendio, chiede se veramente sia tanto vicino. Se veramente ci sia pericolo. Se veramente deve alzarsi e cercare di metterci rimedio. 
Questa dissimmetria segna buona parte della storia contemporanea ma non sempre opera a favore dei dittatori. Innanzi tutto essi spesso si ubriacano della loro potenza, fino a fare il passo più lungo della gamba. Infatti le nazioni civili sono lente, pavide. e spesso ingiustificatamente ottimiste: ma i dittatori sbagliano se pensano che siano imbelli. A meno che non riescano a batterle al primo colpo – come riuscì a Hitler con la Francia – poi dovranno aspettarsi una reazione tremenda. La violenza dell’omaccione, una volta sveglio, fa paura. Fra l’altro perché, avendo il migliore sistema sociale, le nazioni democratiche sono spesso ricche e l’argent fait la guerre.
Ma tutto ciò quando prima si è rischiata la morte. Finché non si arriva allo show down, i provocatori hanno il vantaggio della prima mossa e l’aureola dei grandi condottieri, mentre persino i Presidenti degli Stati Uniti sembrano inconsistenti fantocci. Se parlano di proteggersi in tempo, i giornali gli chiedono: “Che cosa prova che chi ci ha sparato volesse colpirci?”
Nel mio intimo, ho sempre rimproverato alla Francia di non avere invaso la Ruhr negli Anni Trenta, secondo i termini del trattato di pace. Avrebbe impedito il riarmo della Germania. Ma il governo francese del tempo mi avrebbe obiettato: “Si rende conto di quale sarebbe la reazione dell’opinione pubblica internazionale e soprattutto di quella francese?” 
Ormai non ci rimane che aspettare. Forse Kim Jong-un, come tutti i giovani scervellati, e come tutti i dittatori poco abituati al contraddittorio, insisterà fino a spararsi sui piedi. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
16 settembre 2017




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POLITICA
14 settembre 2017
LO IUS SOLI E UN GIUDIZIO POSTUMO SUL 4 DICEMBRE
Quando, nel dicembre scorso, si è trattato di votare a favore o contro la riforma costituzionale di Matteo Renzi, per una volta mi sono trovato in contrasto con parecchi amici. Molti di loro – seppure turandosi il naso – erano convinti che, per il bene del Paese, bisognasse votare sì. Inoltre sullo sfondo, ma forse più importante, dal punto di vista emotivo, c’era il giudizio su Renzi. Il mio era assolutamente negativo, forse perché la demagogia e le bugie mi mandano in bestia, ma anche quello “abbastanza positivo” di molti altri aveva un sapore di rassegnazione. Ci si rassegnava ad accettare questo tentativo, e il suo proponente, come il meno peggio. 
Sappiamo com’è andata. Ora tutto è passato ed abbiamo l’occasione per riprendere la discussione a bocce ferme. La passione è spenta, e l’esame dei fatti può divenire più obiettivo, soprattutto dal momento che abbiamo la fortuna di avere sottomano un esempio chiarificatore.
Se ho capito bene, la Camera ha votato una legge che istituisce lo ius soli, in materia di cittadinanza. Col sistema risultante dal referendum del 4 dicembre 2016, l’iter della legge sarà completo quando il testo sarà approvato senza variazioni anche dal Senato. E invece in questa sede la legge non è stata nemmeno “calendarizzata”, cioè messa in discussione. Nella Camera Alta la legge non passerebbe: perché “mancano i numeri”, cioè perché l’opposizione è più forte del Partito Democratico. 
Tutto ciò merita spiegazione. La Camera attuale è il risultato della legge elettorale di Calderoli, soprannominata Porcellum. In base ad essa, il Pd (anche se è stato lungi dall’avere la maggioranza dei voti) ha avuto da solo la maggioranza dei seggi. Ha fruito cioè di un forte premio di maggioranza che lo mette in grado di approvare una legge anche se tutti gli altri eletti sono in disaccordo. Il Senato invece ha un sistema diverso, nel senso che il premio di maggioranza (sempre in base al Porcellum) è assegnato su base regionale, e il risultato è stato che la sua composizione è diversa da quella della Camera. Inoltre ci sono stati molti cambi di casacca, sicché il Senato somiglia a una macedonia mal riuscita. Ma questo è un altro conto. 
Attualmente il Pd non fruisce, in Senato, della comoda e artificiale maggioranza di cui gode alla Camera. Una maggioranza tale che la Consulta l’ha dichiarata anticostituzionale. Dunque la composizione della Camera Alta, malgrado i suoi difetti, riflette meglio le opinioni degli italiani. Quando dunque il Partito Democratico – per ragioni ideologiche, e per “fare qualcosa di sinistra” – ha voluto introdurre lo ius soli,  alla Camera ha potuto votarselo da sé, ed è ciò che ha fatto. Ma al Senato le cose vanno diversamente. E se questa Camera è contraria, come lo sono gli italiani,,non se ne parla. Questi i fatti.
Ora immaginiamo che cosa sarebbe successo (naturalmente nella prossima legislatura) se nel referendum del 4 dicembre avesse prevalso il “sì”. Con la legge detta Italicum, nell’unica Camera rimasta la maggioranza sarebbe andata non alla coalizione, ma addirittura al singolo partito che fosse risultato primo alle elezioni. E questo senza nemmeno aver superato una soglia minima di voti. L’Italicum infatti questa soglia l’aboliva. Insomma – come detto molte volte – un singolo partito, dominato magari da un singolo uomo, nel nostro Paese avrebbe potuto fare il bello e il cattivo tempo, magari seguendo le proprie ubbie politiche o utopiche.
Attualmente, con le norme risultanti dalle sentenze della Consulta, il premio di maggioranza è attribuito alla formazione che raggiunge il 40% dei voti: un risultato inverosimile, nel quale nessuno spera seriamente. Con l’Italicum – si ripete - il premio di maggioranza (più del 50% dei seggi alla Camera) sarebbe andato a qualunque partito che fosse arrivato primo, anche di un’incollatura. 
Per renderci conto degli effetti di questa legge, immaginiamo che un partito abbia il 25% dei voti, mentre gli altri hanno il 24%, il 23%, il 10% e il rimanente 18% vada disperso fra i partitini. Questo primo partito potrebbe imporre all’Italia una legge – lo ius soli – che non piace al 75% degli italiani. I tre quarti. E se consideriamo l’astensione, all’80 o al 90% dei cittadini. Bel risultato. 
Inoltre, con quella riforma, non ci sarebbe più stato il voto condizionante del Senato: la Camera che oggi impedisce l’entrata in vigore di una legge invisa a tanti. Ecco perché c’è da essere contenti del risultato del referendum. Molti probabilmente hanno votato “no” soltanto per mandar via Renzi, ma quel voto è comunque benedetto. Quanto meno, ha conservato sia una migliore rappresentatività del Parlamento, sia la possibilità di correggere leggi evidentemente sbagliate. 
Non si può infine dimenticare che, secondo molti, ed anche secondo Matteo Renzi, uno dei meriti di quella riforma era che avrebbe reso più veloce l’iter parlamentare dei provvedimenti. Ma appunto, considerando la pletorica, confusa e a volte inutile legislazione italiana, Dio benedica le lentezze e i controlli. Bisognerebbe sintetizzare, concentrare e ridurre le nostre leggi, non moltiplicarle all’infinito.
Gianni Pardo
14 settembre 2017





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POLITICA
12 settembre 2017
LA DEMOCRAZIA, GOVERNO DEGLI STUPIDI
La democrazia è il regime in cui comanda il demos, il popolo. E in particolare la maggioranza del popolo. E poiché la maggioranza è composta da sciocchi, la democrazia è il regime in cui comandano gli sciocchi. Ciò non significa affatto che ci sia un tipo di governo migliore della democrazia. Dunque ci conviene tenercela stretta. Ma ciò non impedisce che abbia dei difetti, fra i quali quello di essere il sistema in cui comandano gli stupidi. 
Una tesi così drastica abbisogna di solide dimostrazioni, di cui la prima, paradossalmente, potrebbe essere: “Se non ti sei accorto che la maggioranza è composta da imbecilli, significa che sei un imbecille pure tu”. Ma lasciamo da parte le battute e ragioniamo seriamente.
Il livello culturale medio dei laureati è sconfortante, e la maggioranza della popolazione non è neppure laureata. L’azione del governo riguarda i campi più disparati, tanto che non si pretende neppure in Parlamento che tutti i deputati siano sufficientemente informati per avere un parere. E infatti esistono le “Commissioni Parlamentari”. Dunque figurarsi se sono sufficientemente informati i semplici cittadini. Si potrebbe continuare, ma alla fine si sbatte contro il punto fondamentale: può darsi che i cittadini non siano sufficientemente informati per decidere, ma rimane il fatto che essi non votano sui singoli provvedimenti (referendum a parte), votano per decidere chi deve votarli, quei provvedimenti. E – naturalmente – votano per quelli che la pensano come loro. 
Passiamo ad una dimostrazione pratica, mediante un esempio che abbiamo sotto gli occhi. Quando l’immigrazione dalla Libia si intensificò al punto che i Paesi a nord dell’Italia di fatto chiusero le loro frontiere, l’Italia continuò eroicamente a ricevere tutti quelli che si presentavano. L’opinione pubblica stigmatizzava vivamente chi metteva in dubbio il dovere di salvare chi era in pericolo di vita, di chi cercava legittimamente di sfuggire all’oppressione o semplicemente ad una esistenza miserabile. Non solo: chi osava mettere in dubbio questo atteggiamento era trattato da insensibile, immorale, e perfino da antidemocratico e anticostituzionale. Infatti la nostra Costituzione prevede l’asilo politico. E se qualcuno faceva notare che i veri rifugiati politici erano una percentuale insignificante di quelli che si mettevano in viaggio, riceveva per tutta risposta che la distinzione fra rifugiati politici e rifugiati economici non aveva senso. Non bisognava tenerne conto. È necessario insistere? Certo che no. Sei mesi fa tutti noi eravamo in Italia, tutti leggevamo i giornali e sentivano la televisione, per non parlare dei discorsi del Papa.
Le persone di buon senso facevano notare che qualunque tipo di dovere si scontrava con una domanda: “Ammesso che avessero ‘diritto’ all’ospitalità italiana cento milioni di africani, avremmo potuto accoglierli?” Certo che no. Ma il ragionamento non valeva dinanzi ai buoni sentimenti. “Sì, certo, cento milioni sono parecchi. Ma intanto che faccio, rimando indietro questi poveri disgraziati, li lascio affogare in mare?” E infatti questo atteggiamento (che cortesemente non definisco) è andato avanti per mesi e mesi. Se si fosse votato in quel momento, il popolo avrebbe sostenuto chi era a favore dell’immigrazione clandestina. Anche perché i media prendevano pressoché tutti questa posizione ed è difficile andare controcorrente. Soprattutto nel Rio delle Amazzoni.
Poi l’afflusso divenne alluvionale, e il basso popolo (quello a diretto contatto con gli immigrati) cominciò a spazientirsi. Scoppiarono degli scandali, delle sommosse, delle rudi prese di posizione di paesini e sindaci, e il vento cominciò a poco a poco a cambiare. Quelli che prima erano degli svergognati senza cuore divennero i precursori di un atteggiamento nazionale. Accoglienza sì, ma cum grano salis. Fin dove si può, come dice oggi il Papa. Purché si possa poi integrarli. E comunque senza favorire il commercio di carne umana. Insomma con mille ragioni si è passati dalle porte spalancate al regolamento Minniti che ha drasticamente ridotto il flusso dell’immigrazione. Prima si diceva che nessuno avrebbe mai potuto fermarlo, anche perché eravamo obbligati a seguire la legge del mare, poi l’impossibile è diventato possibile. Forse qualcuno ha abrogato la legge del mare.
Qui non si vuol prendere una posizione sul problema degli immigrati. Si vuol soltanto far notare che o il popolo è stato stupido prima, quando è stato per l’accoglienza indiscriminata, o è stupido oggi che è assolutamente contro l’accoglienza indiscriminata. Mentre una persona intelligente avrebbe assunto sin da principio la posizione giusta e non l’avrebbe cambiata. 
Gianni Pardo
12 settembre 2017




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POLITICA
11 settembre 2017
SI', MA CHI PAGA?
Quand’ero ragazzo, a proposito dell’istinto ho letto la divertente storia della pelopea del Messico. Si tratta di una vespa che, per assicurare la sopravvivenza della sua specie, crea una sorta di cilindro, vi deposita il suo uovo o quello che è, forse anche il cibo di cui dovrà da prima nutrirsi il piccolo, e infine chiude il cilindro con un coperchio. Il suo compito è finito. La cosa divertente è che se, in corso d’opera, le si sottrae il contenuto del cilindro, e perfino la chiusura inferiore, la vespa non si scompone, continua il suo programma e chiude il cilindro col previsto coperchio. Il povero insetto non è stupido come sembra. Il fatto è che in natura non c’è nessuno  sconsiderato che per capriccio vada a vanificare totalmente il suo lavoro. L’intervento dell’entomologo non era fra i fatti prevedibili.
Cambiamo scena. Immaginiamo una famiglia che, per la sera di Natale, abbia progettato di mangiare salmone, innaffiandolo di vino bianco. Tutti sono d’accordo che quel pesce debba costituire il piatto forte della cena, ma la disputa si accende quando si tratta di stabilire il modo di cucinarlo. Le ricette si scontrano, sul vino ci si accapiglia come sui migliori principi morali, e intanto l’ora della cena si avvicina. Finché il Pierino di casa domanda: “Ma il salmone e il vino li abbiamo?” E la risposta è “no”. E quando quello chiede ancora: “E i soldi per comprarli li abbiamo?”, la risposta è ancora “no”. Si direbbe che una famiglia del genere sia più stupida della pelopea.
La metafora si applica ad una sterminata quantità di casi. Quando si tratta di politica, ad esempio, ognuno dice la sua. I pareri divergono, la discussione diviene appassionata e tuttavia un punto accomuna tutti i protagonisti: si prescinde dai costi. Su questo sono tutti d’accordo. I costi deve affrontarli lo Stato il quale – chissà dove – troverà i fondi necessari. 
Le cose non vanno diversamente quando si tratta di morale. Se si discute di ciò che la società dovrebbe fare, si è tanto più severi, quanto meno si sia costretti a pagare il costo di ciò che si predica. Gli uomini più rigidamente contro l’aborto potranno chiedere che esso sia vietato persino alla donna rimasta incinta dopo uno stupro: certo, loro questo problema non l’avranno mai. Contro l’adulterio sono soprattutto gli anziani e i giovanissimi. Tutti sono pronti ad impiccare i politici per il minimo sgarro, ma sono tollerantissimi per le proprie piccole o grandi colpe. Perché i politici sono “loro”, ed “io sono io”. In  generale le sofferenze imposte in nome del Bene sono sacrosante. Purché altrui.
Ogni volta che si discute di morale, esattamente come per la politica, nessuno fa questione di costi. Quel che è giusto è giusto e va fatto. Ne abbiamo avuto un esempio col problema dei migranti, riguardo ai quali parecchie persone, anche al massimo livello, hanno parlato di doveri assoluti e imprescindibili. Si è dichiarato empio essere razionali, parlare di costi, addirittura della semplice attuabilità delle raccomandazioni. Il Bene non scende a compromessi. Neanche con la realtà.
Troppo spesso dà lezioni chi pensa che il costo lo pagheranno gli altri. Un conto è essere a favore del sussidio ai disoccupati, un altro conto pagare per tutti al ristorante. Quando si tratta di mettere mano al portafogli, il problema del denaro cessa di essere indecente. 
In realtà, il problema di “chi paga?” dovrebbe essere in tutti i casi risolto per primo. Né è lecito cavarsela con espressioni falsamente tecniche o allusive, come quando si parla di “reperire le somme necessarie nelle pieghe del bilancio”. Non soltanto il bilancio non ha pieghe, ma ragionando in questo modo avrà piuttosto dei buchi.
L’ideale sarebbe che fosse accettato da tutti un inflessibile principio generale: nessuno è morale e generoso se ciò che propone è a spese d’altri. 
Gianni Pardo
11 settembre 2017




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POLITICA
9 settembre 2017
ISRAELE E COREA DEL NORD - Un articolo interessante
Di Zev Chafets
Israele e la Corea del Nord sono sui lati opposti del continente asiatico, separati da ottomila chilometri, a volo di missile balistico. Ma gli israeliani si sentono molto vicini allo stallo nucleare fra Washington e Pyonyang. Essi infatti hanno fronteggiato questo genere di crisi in passato, e forse lo faranno in futuro.
Un po’ di storia. A metà degli anni Settanta, divenne chiaro ad Israele che l’Iraq di Saddam Hussein stava lavorando per acquisire armi nucleari e missili per recapitarle al destinatario. Saddam aveva già dimostrato una brutalità senza limiti nei confronti dei suoi nemici interni e nei confronti dei suoi vicini. Egli aspirava a divenire il leader del mondo arabo. Sconfiggere Israele era il primo punto della sua lita di cose da fare.
Dopo essere stato nominato primo ministro, nel 1977, Menachem Begin provò a convincere gli Stati Uniti e l’Europa che Saddam era un pericolo chiaro e attuale per lo Stato ebraico, e che bisognava passare all’azione. Begin non fu preso sul serio.
Ma Begin faceva sul serio, e nel 1981 decise che Israele avrebbe dovuto fermare il dittatore irakeno da sola. Gli oppositori politici di Begin, guidati da Shimon Peres, certo persona perbene, consideravano questa una pericolosa follia. Il Ministro degli Esteri Moshe Dayan, il leggendario ex Capo di Stato Maggiore, votò contro l’idea di un’azione unilaterale, sulla base del fatto che ciò avrebbe peggiorato l’immagine internazionale di Israele. Il Ministro della Difesa Ezer Weizmann, ex capo dell’Aeronautica (e cognato di Dayan) era anche lui contro l’azione militare. Pensava infatti che la missione fosse inaccettabilmente pericolosa.
Begin non aveva competenza militare. Ma la sua famiglia era stata annientata nell’Olocausto. Guardava Saddam, che stava apertamente minacciando Israele, e vedeva Hitle4r. Per Begin, stare seduti e sperare che tutto andasse bene non era una strategia; era un invito all’aggressione. Se c’era un costo politico, diplomatico e militare da pagare, meglio pagarlo prima, e non dopo, che gli irakeni avessero la bomba.
Nell’estate del 1981 Begin dette l’ordine. L’aeronautica militare israeliana distrusse il rettore Osirak. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò l’attacco.  Gli europei dettero di matto. Il New York Times definì l’atto “inescusabile”. Ma il primo ministro israeliano non cercava di essere scusato dal Times o dagli europei, o perfino dall’Amministrazione di  Ronald Reagan, di solito amichevole. Enunciò un semplice principio logico che finì con l’essere designato come Dottrica Begin: Israele non poteva permettere ai suoi nemici dichiarati di avere i mezzi per distruggerla.
La saggezza di questa dottrina divenne chiara un decennio dopo, durante la Guerra del Golfo, quando Saddam Hussein realizzò la sua minaccia di sparare missili SCUD di fabbricazione russa contro le città di Israele. Gli SCUD arrivarono a destinazione, e provocarono qualche danno e un bel po’ di panico, ma non erano armati con testate nucleari. Israele aveva tolto dal gioco questa possibilità.
Analogamente, nel 2007, Israele confermò ciò che aveva sospettato per cinque anni: la Siria, con l'aiuto della Corea del Nord, stava cercando di costruirsi un reattore nucleare. Il Primo Ministro Ehud Olmert, un discepolo di Begin, spedì il capo del Mossad Meir Dagan a Washington, per richiedere l’intervento americano. Il capo della CIA, Michael Hayden, fu d’accordo con la risoluta affermazione di Israele, secondo cui Damasco (col finanziamento iraniano) stava costruendo il reattore. Ma Hayden convinse il Presidente George W.Bush che bombardare il cantiere avrebbe condotto ad una vera guerra, e chi poteva volere una cosa del genere?
Facendo da sé, Israele distrusse il cantiere siriano. a quanto dicono uccidendo in questa occasione un gruppo di esperti nordcoreani. Hayden si sbagliava sul modo in cui avrebbero reagito la Siria, come più tardi ammise egli stesso. Se Israele fosse stata ragionevole ed avesse ascoltato la Cia, Bashar al-Assad proprio attualmente avrebbe armi nucleari.
Pochi anni dopo, il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Ehud Barak hanno speso miliardi di dollari per prepararsi ad eliminare il programma nucleare iraniano. Barak, che pure non era un membro del partito di destra di Netanyahu, il Likud, spiegava: “Vi sono momenti in cui sembra che attualmente non sia necessario attaccare, ma voi sapete che, dopo, non sarete più in grado di farlo”. In casi simili, disse, “le conseguenze dell’inazione sono gravi, ed è necessario agire [subito]”. 
Ad Israele un’azione risoluta fu impedita dall’Amministrazione di Barack Obama che insieme con altre cinque potenze siglò un patto con l’Iran, nel 2015. Naturalmente malgrado le rumorose obiezioni di Israele. Netanyahu ammonì che quel patto era pieno di falle; che avrebbe permesso all’Iran di nascondere il suo programma nucleare e di continuare  a costruire nuovi missili capaci di portare queste armi. Ciò è stato confermato nel 2016 quando l’Iran effettuò il test di un nuovo missile. “La ragione per la quale abbiamo progettato i nostri missili con un raggio di duemila chilometri – disse il Brigadiere Generale iraniano Amir Ali Hajizadeh, “è per essere in grado di colpire il nostro nemico, il regime sionista, da una distanza di sicurezza”.
Da allora, l’Iran ha sempre aumentato la sua aggressiva inimicizia nei confronti dell’Entità Sionista. Non soltanto ha continuato la sua cooperazione nucleare con la Corea del Nord, ha anche copiato la tattica di Pyongyang di creare una formidabile minaccia di artiglieria contro la popolazione civile (attraverso la forza mandataria di Hezbollah in Libano ed ora in Siria). Questa minaccia convenzionale contro Seul è ciò che ha convinto una grande quantità di commentatori americani che qualunque attacco contro la Corea del Nord condurrebbe ad un “impensabile” numero di vittime.
Eliminare dalla mente i pensieri cattivi è un lusso che Israele non si può permettere. Ha dunque installato un sistema di difesa antimissilistica efficiente (qualcosa che non va oltre i mezzi dei sudcoreani e degli Stati Uniti). Si è pure preparata a neutralizzare la minaccia di un bombardamento. L’esercito israeliano sta attualmente realizzando le più grandi esercitazioni militari da diciannove anni. Lo scopo annunciato è quello di prepararsi alla guerra con gli Herzbollah. Israele non intende permettersi di essere tenuta in ostaggio da una minaccia iraniana alla sua popolazione civile, o di avere le mani legate dalla teoria dell’impensabilità.
Questa settimana, il Ministro degli Affari Esteri a Gerusalemme ha pubblicato una condanna della Corea del Nord. “Soltanto una risposta internazionale molto efficace impedirà che altri Stati si comportino nello stesso modo”. Chiaramente, gli “altri Stati” erano un riferimento all’Iran. Ed era anche un messaggio agli Stati Uniti.
Israele, per lunga esperienza, sa che non esiste qualcosa come una comunità “internazionale”, quando si tratta di sicurezza. Ciò che sta accadendo attualmente nell’Asia orientale è un prodotto americano. L’amministrazione di Donald Trump è stata molto chiara, per non dire bellicosa, nel chiedere alla Corea del Nord di rinunziare alle sue ambizioni e alle sue armi nucleari. E questo è stata pure la politica delle precedenti amministrazioni americane. Ma Presidenti come Bill Clinton, George W.Bush ed Obama non erano seri, al riguardo. Essi hanno lasciato che le cose andassero avanti. Disegnavano linee immaginarie, facevano discorsi che non conducevano a nulla e speravano che tutto andasse bene.
Ma le cose non sono andate nel modo desiderato. Quasi mai lo fanno. La Corea del Nord è ora veramente pericolosa – diversamente dall’Iraq e dalla Siria, essa ha già armi nucleari – e le cose non cambieranno in meglio, col tempo. Trump ha detto questo in termini assolutamente chiari. Ma fino ad ora si è trattato di parole. Il Presidente potrebbe star parlando sul serio. Ma potrebbe anche non star parlando sul serio. Forse finirà col pentirsi di essersi messo a discutere con Kim. Forse vedrà ciò come l’errore di un principiante. Potrebbe essere tentato di invertire la rotta e cercare di salvare la faccia con sanzioni fasulle, con vuote risoluzioni delle Nazioni Unite o con negoziati senza frutto. Non lo sto giudicando. Non mi sono trovato nei suoi panni, e non mi piacerebbe essere nei suoi panni.
Ma se il Presidente americano realmente fa marcia indietro, se Kim Jong-un rimane al potere, se mantiene le sue testate nucleari e i suoi missili balistici, e se continua a minacciare gli Stati Uniti e i loro alleati di distruzione nucleare, ogni amico o nemico di Washington riesaminerà la tabella della propria strategia generale. Per Israele, tanto lontana dalla Corea e al contrario così vicina all’aggressione iraniana, questo documento comincia con la Dottrina Begin.
Zev Chafets,  
zchafets@gmail.com
Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo
https://www.bloomberg.com/view/articles/2017-09-07/israel-has-a-playbook-for-dealing-with-north-korea




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POLITICA
8 settembre 2017
I SALVATORI DEL MONDO (A PAROLE)

Titolo del “Corriere della Sera”: Migranti, la denuncia di Msf: ‘In Libia situazione atroce, leader europei complici’ ”.

Non è la prima volta che si parla con molta preoccupazione di questo argomento. E non ci sono serie ragioni per contestare quanto viene riferito. Personalmente anzi non ho neppure letto l’articolo, perché so già che molti Paesi, soprattutto fra i più poveri e i più sfortunati, sono tutt’altro che umani e compassionevoli. La generosità è un lusso più da ricchi che da poveri.

 Il rispetto del singolo indifeso è uno dei principali meriti delle grandi democrazie e delle grandi civiltà. Infatti non sono mai stato in un Paese dell’Est europeo prima dell’implosione dell’Unione Sovietica. Per paura. All’occasione, come avrei potuto sperare, io cittadino italiano, di essere rispettato da un’Ungheria, una Russia, una Polonia che non rispettavano nemmeno i propri cittadini?

Ammettiamo dunque senza problemi che i libici siano brutali con gli emigranti. Ammettiamo che li considerino come animali da sfruttare e li detengano in condizioni inumane. E con ciò? 

Perché questo è il punto. I Médecins sans frontières (e i buonisti che gli vanno dietro) sembrano reputare che gli europei “dovrebbero far qualcosa” se, per ipotesi, a N’Djamena o a Gaborone, dei poliziotti violentano le detenute, i governi buttano in galera gli oppositori o le bambine vengono infibulate. Dovrebbero impedire che cose del genere si verifichino, a qualunque costo. Nel senso letterale di “pagando qualunque prezzo”,  in termini di denaro, di impegno ed eventualmente di sacrificio dei propri soldati. Tutto questo è demenziale.

Se quotidianamente ci riempiamo la bocca di anticolonialismo e di rispetto della sovranità degli Stati, non abbiamo nessun diritto di criticare né le loro abitudini, né le loro istituzioni. Non abbiamo il diritto di dar loro lezioni su come devono agire o su come devono governare il loro popolo. O magari, abbiamo il diritto teorico di giudicarli male, ma non quello di passare all’azione per obbligarli a comportarsi come vorremmo noi. 

Non soltanto la Libia è uno Stato sovrano, ma è anche uno Stato che gli europei si sono già dati la pena di “migliorare”, politicamente e moralmente. Diversamente perché avrebbero abbattuto il bieco tiranno? E comunque, se per caso le cose in quella regione andassero peggio oggi di come andavano quando c’era Gheddafi, chi si dovrebbe porre delle domande non sarebbe certo chi, come me, sul momento giudicò una follia quell’intervento. Dovrebbe farlo chi, non richiesto, ha creduto di poter migliorare i costumi e il livello di civiltà di un popolo. E magari ha biasimato al passaggio chi, come Berlusconi, non si mostrava entusiasta dell’impresa.

E tuttavia, per astenersi da ogni iniziativa, in questo come in tutti gli altri casi simili, c’è una ragione più seria del rispetto dovuto all’indipendenza altrui: l’impossibilità di farlo a livello globale. Msf ci parla delle condizioni dei migranti in Libia ma ci potrebbero ugualmente parlare del trattamento dei prigionieri negli scontri bellici fra Siria e Iraq, del livello di libertà della Turchia attuale, del livello di vita dei contadini nordcoreani, e di mille altri drammi che si svolgono quotidianamente nel mondo. Il compito sarebbe troppo grande per Ercole, che era un semidio, e forse anche un dio si scoraggerebbe. Il resto del pianto greco è pura scena.

Non solo è assurdo, stupido e calunnioso parlare della complicità dei leader europei, per quanto avviene in Africa o altrove, ma francamente questi leader non hanno sostanzialmente la possibilità di fare molto, né nel bene né nel male. Basti vedere che non siamo capaci di raddrizzare neanche il nostro Paese. In Italia abbiamo da sempre una consistente criminalità organizzata, abbiamo moltissime famiglie in stato di povertà assoluta, una disoccupazione giovanile da far spavento, e un Sud arretrato che non riesce a decollare, sin da quando Garibaldi sbarcò a Marsala. Non risolviamo un problema che conosciamo bene, e sul quale abbiamo ogni potere, e vorremmo risolvere quelli altrui, dove non abbiamo nessun diritto di mettere becco?

Chi è troppo buono, o è un ipocrita o è un imbecille. Questa preoccupazione, questa sollecitudine, questa pena per i mali del mondo è un vezzo. Una posa. Un modo per scaricarsi la coscienza. Un modo per dire untuosamente: “Io non faccio niente, perché non posso far niente, ma lo vedete quanto soffro? Mentre coloro che qualcosa potrebbero fare, e non la fanno, loro sì sono insensibili e colpevoli. Anzi, complici degli aguzzini”. 

Aureola in omaggio.

Gianni Pardo

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POLITICA
7 settembre 2017
scrive Vittorio Feltri
Scrive Vittorio Feltri:
Caro Marcello Veneziani, hai messo troppa carne al fuoco ma cercherò di chiarire la questione. Tu ammetti che l'autonomia non è sinonimo di secessione. Però aggiungi che nelle intenzioni dei promotori si nasconde uno spirito separatista. A me hanno insegnato che non si fanno processi alle intenzioni e non ne faccio. La realtà del referendum che si svolgerà a ottobre è presto descritta: la Lombardia e il Veneto chiedono soltanto di amministrarsi senza la mediazione di Roma, intesa come sede delle massime istituzioni. Lo pretendono giustamente avendo dimostrato di essere molto più efficienti della capitale. Alla quale non vogliono delegare il compito di aiutare il Sud con i propri soldi, essendo consapevoli che i capitali della fiscalità generale vengono sperperati, rubati o consegnati alla criminalità organizzata. Tanto è vero che il mancato sviluppo del Mezzogiorno è dovuto al fatto che quelle terre sono state private di infrastrutture, le sole che possano garantire sviluppo economico. Se per arrivare in Calabria da Brescia ci vogliono due giorni, ovvio che l'Aspromonte sia e rimanga sempre aspro, senza sbocchi produttivi. Ma torniamo alla Lombardia e al Veneto. Tu le conosci queste regioni? Sono opulente in quanto sgobbano, creano ricchezza di cui non godono perché le tasse che sono costrette a versare finiscono in massima parte a Roma che le usa per pagare il reddito di inclusione, le pensioni a chi non ha versato lo straccio di un contributo, la indennità di disoccupazione a coloro che lavorano due mesi l'anno. Noi nordici siamo stanchi di farci derubare dallo Stato centrale e desideriamo decidere autonomamente dove investire i nostri denari. Tutto qua. Non ce ne frega niente delle leggi ordinarie che tanto il Parlamento non approva se non quelle che premono ai partiti per scopi elettorali. Roma faccia quello che vuole. Se ne infischia della legittima difesa, del fine vita, del testamento biologico, e pensa allo ius soli o a punire la polizia poiché se arresta un criminale non gli offre un caffè o un mazzo di fiori. A noi stanno a cuore i cittadini cui è obbligatorio offrire gli strumenti per lavorare meglio e servizi all'altezza del loro rendimento. Dove è il problema se preferiamo decidere in proprio se realizzare o meno una strada? Fatevi i cazzi vostri e smettetela di darci ordini dato che siamo più bravi di voi a costruire una società civile, ordinata, rispettosa dei codici. Io ho trascorso molto tempo della mia vita in Molise e sono un terrone ad honorem, anche se non cattolico di fede. Non ce l'ho con i meridionali, non ne avrei motivo. Ma leggendo te ho l'impressione che siate voi ad avercela con noi settentrionali solo perché stanchi di essere guidati a distanza da una Capitale politica che fa letteralmente pena e ci saccheggia. Siamo in grado di provvedere a noi stessi. Tu sostieni come me che le regioni sono una iattura. È vero. Ma ci sono e non le eliminano, cosicché le più disastrate impoveriscono le più virtuose. Ci rifiutiamo di andare avanti così. È indubbio che la Sicilia sia autonoma e pessima. Per quale motivo, non oso dire. Ma l'Alto Adige è un giardino che coltiva il benessere oltre alle stelle alpine. Che senso ha criticarlo e paragonarlo all'isola? L'autonomia cementa l'Unità nazionale e non la disgrega. Governare Merano o Bergamo da piazza di Spagna è come fare la passata di pomodori ad Aosta. Salta fuori una schifezza.
Io sottoscritto Giovanni Pardo, da Catania, non posso dare torto a Vittorio Feltri. Che i meridionali mi perdonino, se ci riescono.




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POLITICA
6 settembre 2017
PUTIN GIOCA D'AZZARDO SULLA PELLE ALTRUI
Nella partita a scacchi nordcoreana, Vladimir Putin ha fatto una mossa che potrebbe cambiare la situazione, sul terreno e nella politica internazionale. Mentre l’America implorava nuove e più severe sanzioni contro il regime di Pyongyang, in particolare un embargo internazionale che metterebbe la Corea in ginocchio, Mosca ha definito queste nuove sanzioni inutili ed ha ventilato l’uso del suo veto, in Consiglio di Sicurezza. 
La presa di posizione di Putin ha un senso preciso. Rendendo di fatto impossibili le pressioni economiche costituite da sanzioni severe, l’uomo forte russo ha lasciato sul tavolo soprattutto l’opzione militare. Quell’opzione che gli Stati Uniti, per ottime ragioni, sono tanto riluttanti ad adottare. I primi ad avere paura di un’azione militare preventiva sono infatti i sudcoreani, che all’inizio delle ostilità potrebbero pagare un enorme prezzo. Enorme, anche se non il più grande: perché la Corea del Nord ne uscirebbe distrutta. 
Kim e i suoi generali forse hanno dimenticato di che cosa sono capaci gli americani. La Francia era invasa dai nazisti e agognava la liberazione, ma ciò non impedì che gli americani – alleati – bombardassero tanto brutalmente due città bretoni, Brest e Lorient, che esse ne risultarono totalmente distrutte. Dopo la guerra furono ricostruite da zero, tracciando nuove strade, come se quello spazio fosse soltanto un enorme terreno edificabile. E rinunciando al carattere regionale. Quimper, Saint Malo, e tante altre cittadine prive di importanza militare, sono “bretoni”, Brest e Lorient sono anonime. E se gli americani trattano così gli alleati, si pensi ora ai nemici. Ma già, forse basta ricordare le immagini di Berlino nel 1945.
Si diceva che Putin lascia sul tavolo soprattutto l’opzione militare, e che la sua intenzione fondamentale è quella di mettere in difficoltà l’America, di renderla meno credibile e meno influente nel mondo, e soprattutto nello scacchiere dell’Estremo Oriente. Ma non è detto che la situazione in cui mette gli Stati Uniti sia poi così cattiva. Innanzi tutto, se si chiudono le vie diplomatiche od economiche, e rimangono soltanto le azioni militari, Kim Jong-un sarà costretto o a calmarsi, perché non può andare oltre dove è già andato o a fare una mossa così provocatoria da costituire un casus belli che darebbe ragione agli Stati Uniti comunque rispondano. Se per esempio inviasse un missile balistico sull’Isola di Guam, e centrasse il bersaglio, potrebbe anche darsi che entro i dieci minuti seguenti sulla Corea del Nord, incluso il palazzo presidenziale, cadrebbero venti, trenta, cinquanta missili ben più grossi e potenti di quello caduto su Guam. E nessuno potrebbe dar torto agli Stati Uniti. O almeno, i soliti sciocchi (gli intellettuali in prima fila) li criticherebbero, ma le persone di buon senso sorriderebbero delle critiche. Se ti sparano, e rispondi al fuoco, non puoi avere torto. Mettendo Washington con le spalle al muro, e rendendo più verosimile – quasi l’unica – la risposta militare, Putin mette con le spalle al muro anche la Corea del Nord. Abbaiare è un conto, mordere la coda di un leone è un altro conto.
Molti pensano che l’America – e Trump in particolare – in questa faccenda rischiano di perdere credibilità. E ci potrebbe essere del vero, in questa opinione. Soprattutto agli occhi dei molti Paesi dell’Estremo Oriente. Ma la vittoria appartiene a colui che resiste un minuto di più. Se gli Stati Uniti non si muovono, o Kim alla lunga la smette di fare il bullo, perché sarebbe ripetitivo e sempre meno credibile o fa una mossa sbagliata, e allora l’opzione militare sarebbe necessaria, plausibile ed applaudita. Quanto meno dagli alleati dell’America. 
Si ricordi a questo proposito che, come dicono gli americani, “nulla ha più successo del successo”. Quando un’azione militare – pure discutibile quando è stata decisa – risulta vittoriosa, il Paese che l’ha attuata ne ricava credito e gloria. Si vide con le Falkland. Sembrò azzardato e forse stupido mandare una flotta all’altro capo del mondo per riconquistare un paio di isolette ben poco appetibili e popolate più di pecore che di esseri umani, ma Margaret Thatcher non mollò e ridette smalto al blasone britannico. 
Quello che è triste, nella mossa di Putin, è il suo orrende cinismo. Forse desidera soltanto che, nella partita strategica mondiale, Mosca segni dei punti e Washington ne perda. Ma a parte il fatto che potrebbe succedere il contrario, questa presa di posizione potrebbe costare la vita a decine di migliaia di sudcoreani e a centinaia di migliaia, forse milioni di nordcoreani.
Putin è un politico intelligente e accorto, ma nessuno è infallibile.
Gianni Pardo
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vita da impiegato
5 settembre 2017
LA COREA, UN PROBLEMA INCANCRENITO

Quando compare una macchia d’umidità sul soffitto, quando arriva una citazione ingiudizio, quando il medico è perplesso sui risultati delle analisi, saremmolieti che il problema sparisse da sé o che qualcun altro lo risolvesse.Purtroppo è un atteggiamento infantile. Le persone di buon senso percepisconoimmediatamente che la patata bollente riguarda proprio loro e che non possonopassarla a nessun altro. I veri adulti si attivano immediatamente, sperando diridurre al minimo i danni, perché sanno che col tempo i problemi peggioranoinvece di migliorare. Invece la risposta di molti è il lamento, l’inerzia, e indefinitiva il rinvio, finché è possibile.

Nelcaso della Corea del Nord, è il mondo intero che si è comportato da immaturo.Tutti hanno sperato che il problema non fosse ciò che appariva. Tutti hannocontato sul fatto che, se si fosse aggravato, se ne sarebbero fatti carico gliStati Uniti. E questi, che pure sapevano di non potevano contare su nessuno,hanno sperato che il diavolo non fosse così brutto come lo si dipingeva.Soprattutto hanno pensato che con qualche concessione si sarebbe ammansito il Kimdi turno. Finché, recentemente, avendo incassato tanti aiuti con la promessa di“non farsi la bomba”, la bomba se la sono fatta lo stesso e tutti – acominciare dai Presidenti degli Stati Uniti – ci hanno fatto la figura degliimbecilli.

Naturalmentesono del tutto alieno dal gettare la croce sull’Amministrazione di Washington.Troppe volte l’America è partita con le migliori intenzioni e si è ritrovata adavere molti morti, molte spese e molta impopolarità. Dopo tutto - cartageografica alla mano - tra la Corea e la California c’è il più grande oceanodel mondo.

Ilrisultato è che ora non si sa che cosa fare. Non tanto perché si tema una rispostaatomica, quanto perché non si trova il modo di disarmare questo folle. I pericoliche corre una città di dieci milioni di abitanti come Seul fanno spavento – soprattuttoper l’artiglieria nordcoreana – ma ogni iniziativa potrebbe avere un costopolitico eccezionale: tutti stanno lì a dire che “bisogna fare qualcosa” ma poi,non appena effettivamente si facesse qualcosa, si ricorderebbero che le migliorifrittate si fanno senza rompere le uova, che con le buone maniere si ottienetutto, e che la guerra bisogna farla senza che muoia nessuno.

Lapolitica dell’America è sempre stata quella di evitare la “proliferazione nucleare”.Da questa esigenza sono nati i proclami, i trattati, e le solenni dichiarazionidi garanzia ad ogni costo a favore di Paesi come la Corea del Sud o il Giappone,come per lunghi decenni fu fornita alla Germania, durante la Guerra Fredda. Ilguaio però, quando si fornisce una garanzia, è che in caso d’incidente sidevono pagare i danni. E nella specie Washington potrebbe essere costretta ad usare,se necessario, quell’arma che si era imposto al Paese amico di non avere.Brutta faccenda.

Iltrattato di non proliferazione ha impedito a Paesi pacifici di avere un armamentonucleare, mentre lo hanno Paesi ben poco affidabili come il Pakistan e prestol’Iran. Forse gli americani avrebbero dovuto fidarsi di più dei Paesi alleati eragionevoli, pregandoli addirittura di farsi l’arma atomica e nel contempoavrebbero dovuto impedire ad ogni costo, sin dall’inizio dei preparativi, chel’avessero i Paesi inaffidabili. E tutto ciò, non invocando il rispetto dellafirma su un trattato, ma con l’uso della forza brutale. Meglio farlo contro unapotenza non ancora nucleare che contro una potenza già nucleare.

L’idealesarebbe stato che i Paesi “decenti” si fossero messi d’accordo sui nomi deiPaesi obbligatoriamente denuclearizzati e dire agli altri che sarebbero statidenuclearizzati con la forza, se avessero provato a “farsi la bomba”. Si chiederà:“In base al diritto, in base ai trattati, in base alle risoluzioni dell’Onu?”Assolutamente no. In base al principio per cui: “O fai come ti dico, o tidistruggo”. Che è poi ciò che oggi dovrebbero fare gli Stati Uniti contro laCorea del Nord.

Comprensibilmente,essi non hanno nessuna voglia di farlo. Sia perché nell’intero pianeta imperail pacifismo imbecille, sia perché non vogliono cavare le castagne dal fuocoper la Cina, per la Russia, per il Giappone, per la Corea del Sud, e per ilmondo intero.

Finoad oggi nessuno si è mosso perché “devono pensarci gli americani”. Quelli che sonoriusciti ad impedire l’armamento atomico degli alleati, ma non quello deipossibili nemici. Quelli che si sono mossi senza necessità contro SaddamHussein e Muammar Gheddafi, e non si muovono contro la Corea del Nord. Troppaviolenza sul bersaglio sbagliato, e troppo poca sul bersaglio giusto.

Indipendenteè soltanto chi è capace di difendersi. Ecco perché Paesi di antico buon senso,come la Gran Bretagna e la Francia, hanno subito voluto l’armamento atomico.Persino la giovane Israele, educata dall’odio altrui e dal costante pericolo,si è dotata di un’arma che non ha avuto bisogno di pubblicizzare. Anni fanessuno era disposto a morire per Danzica, ben difficilmente oggi qualcunosarebbe disposto a morire per Gerusalemme. Gli israeliani si sono dunque dettiche, se il caso fosse veramente disperato, quanto meno non andrebberoall’inferno da soli. Un discorso talmente credibile, che non hanno avuto lanecessità di farlo. Gianni Pardo

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POLITICA
2 settembre 2017
L'ANNUSATA
Se nell’aria c’è puzza di bruciato, è segno che da qualche parte qualcosa brucia. Se c’è profumo di zagara, siamo in un posto in cui – come avrebbe detto Goethe – fioriscono i limoni. L’odorato non ci fornisce notizie molto precise, ma in compenso sono dati certi. Non per niente i cani si fidano più del fiuto che della vista. E, come loro, sono degli eccellenti “annusatori” i gatti (che per giunta ci vedono benissimo), Per non parlare degli orsi che – chi l’avrebbe detto? – battono persino i cani. Dunque val la pena di annusare l’aria che tira in Italia, quand’anche fossero dati sommari. Perché essi esprimono l’opinione dei più. 
Il singolo, per esempio il filosofo che desidera sostenere una tesi, cerca degli argomenti validi, appoggiandosi sui fatti, sulla storia, sulla logica. E ciò malgrado, se le sue tesi risultano irritanti, la grande massa finisce col non accettarle. Machiavelli è un grande, vi risponderanno, ma volete prendere sul serio ciò che dice? E che ne sarebbe del nostro livello di moralità? Analogamente, è molto difficile confutare molte delle argomentazioni di Nietzsche, ma “Non è quello che era pazzo e nazista?” E poco importa che la storia neghi l’una e l’altra calunnia. 
Viceversa, basta fare del complottismo a buon mercato per trovare milioni di orecchie attente e cervelli a mezzo servizio pronti a credere che il mondo sia dominato dai massoni, che gli ebrei siano la causa di ogni male, che gli americani non siano sbarcati sulla Luna e che la principessa Diana sia stata una persona eccezionale. Cosa, quest’ultima, forse vera, ma non nella direzione che pensano i suoi adoratori.
L’opinione della folla non ha importanza, quando si cerca la verità. Ma pesa moltissimo nelle democrazie, dove si contano i voti, e se la massa reputa che un perfetto imbecille sia l’uomo del destino, come minimo quell’uomo diventerà Primo Ministro.
Che cosa dice il sentimento attuale degli italiani? Per cominciare, che non hanno fiducia nella politica. Infatti nessun partito e nessuna coalizione sono oggi tanto favoriti, secondo le indagini demoscopiche, da essere sicuri che faranno parte della maggioranza, nella prossima legislatura. Calcolando un 40% di astenuti, e considerando il resto dell’elettorato diviso in tre, risulta che sinistra, destra e “grillini” dispongono di meno del 20% ciascuno. Un italiano su cinque. Veramente poco. Ad ammettere che, pur di costituire un governo, si realizzi una Große Koalition, si tratterebbe pur sempre di (20 + 20) del 40% dei cittadini. Chiamare “maggioranza” una simile coalizione sarebbe difficile. 
Il nostro sistema non si regge tanto sulla volontà popolare, di cui il Parlamento dovrebbe essere il mandatario, ma sul fatto che ogni altro regime è peggiore di quello democratico. Sto su questa barca soltanto perché l’alternativa è affogare.
Altro dato sorprendente, imprevedibile un anno fa, è che la stella di Matteo Renzi è tramontata. Il famoso homo novus ha subito una grossa batosta il 4 dicembre, ma sul momento si è creduto che essa rappresentasse piuttosto una battuta d’arresto che la conclusione della sua carriera. Non soltanto nessuno ha preso sul serio la sua promessa di abbandonare la politica, ma lo stesso interessato, dal giorno seguente la sconfitta, si è mostrato  pronto a tornare a Palazzo Chigi. Quasi ne fosse momentaneamente uscito per andare a prendere un caffè. Infatti ha sostenuto che una legge elettorale diversa poteva essere votata in quattro e quattr’otto, anche prima che la Consulta emettesse il suo verdetto (20 gennaio). Si è sempre dichiarato pronto a nuove elezioni. Spesso ha perfino dato l’impressione di voler far cadere il governo Gentiloni per costringere il Parlamento e lo stesso Mattarella ad interrompere la legislatura. Insomma il tempo è passato e a poco a poco tutte le ipotesi sono cadute, fino ad essere dimenticate. Oggi l’aria dice che si arriverà serenamente alla fine della legislatura e che il governo in carica, al momento delle elezioni, sarà quello di Paolo Gentiloni. 
Dunque quella del quattro dicembre non è stata una battuta d’arresto, ma la fine di un ciclo. Prima Renzi pareva l’uomo che avrebbe cambiato l’Italia, oggi è il segretario (contestato) del Pd. Un partito che ha addirittura subito una scissione. L’ex Primo Ministro non è più tanto simpatico quanto lo era un anno fa, e i suoi innumerevoli nemici, prima afoni, sono divenuti una masnada assetata di sangue. Per giunta il partito da lui guidato sostiene tesi che, per molti, sono irritanti. Si pensi allo ius soli da una parte e al consenso di cui gode il ministro Minniti, per aver fatto cose “non di sinistra”. 
Sono passati pochi mesi, e Renzi non è più il Nuovo, non è più il Giovane, non è più la Speranza. Dello stile “capitano di ventura”, per non dire “Capitan Fracassa”, gli italiani non ne possono più e per questo amano Gentiloni: il suo garbo, la sua calma e per così dire, la sua assenza. Insomma chiunque salvo Renzi. 
Per il resto, navighiamo a vista. Siamo delusi, non abbiamo fiducia in nessuno (men che meno in Renzi) e aspettiamo con atteggiamento fatalistico ciò che ci riserva il futuro. Sperando che non sia del tutto nero.
Gianni Pardo
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