.
Annunci online

giannipardo1@gmail.com
POLITICA
31 agosto 2017
LE OBIEZIONI DI UN AMICO
Cari amici,
avevo chiesto delle contestazioni al mio articolo dal titolo “Modesta proposta per la Corea del Nord” e ne ho avuta una interessante da Michele Setnikar, il quale sostiene che, mentre Kim Jong-un, non essendo né serio né credibile, può dire qualunque cosa, gli Stati Uniti sono obbligati dalla loro stessa potenza ad essere seri. “In secondo luogo – mi scrive - il vero problema non risiede in Corea ma in Cina, non fosse per la Cina il ragazzotto cicciottello non sarebbe neppure al suo posto”. E  “Cosa succederebbe se, seguendo la sua proposta gli USA facessero sorvolare Pyongyang da dei bombardieri e l'esercito coreano aprisse il fuoco? Sarebbe un primo colpo coreano o la Cina considererebbe l'azione americana come primo colpo?”
Nel caso di una guerra, che cosa costituisce “il primo colpo”? Ovviamente la prima cannonata, ma anche qualunque atto che possa essere considerato – anzi, che sia tradizionalmente considerato – atto di guerra. La questione è meno semplice di quanto non sembri, per l’eccellente motivo che chi deve dare la riposta è parte in causa. Se tutti hanno assistito ad un omicidio, ma poi si chiede a colui che l’ha commesso se si reputa colpevole, non ci sarà da stupirsi se l’interessato si troverà un’esimente. Poco importa la verosimiglianza dell’affermazione e la validità delle “prove” addotte.
Dunque possiamo dire che costituisce atto di guerra (casus belli) la prima cannonata ma anche qualunque atto che sia tradizionalmente considerato atto di guerra, come per esempio chiudere il rifornimento di acqua di una città, rivendicare l’assassinio di una figura di vertice dell’altro Paese, ed altro ancora. In particolare, per quanto riguarda la Cina, tutto dipenderebbe dall’interesse che essa dovesse ravvisare di avere, nel dare ragione all’uno o all’altro. Nell’obiettività, o nella buona fede altrui, non è affatto il caso di contare, in politica internazionale. 
Ma per ciò che qui interessa, basterà citare un caso del 1967. Gamal Abder Nasser, dittatore egiziano, voleva spazzar via Israele dalla faccia della terra: infatti radunò il suo esercito e costituì un’enorme coalizione per portare a termine questo progetto. Voleva la guerra ma, probabilmente per potersi per giunta dichiarare vittima dell’aggressività sionista, chiuse gli Stretti di Tiran. In altri termini dichiarò che avrebbe affondato qualunque nave israeliana che avesse voluto entrare nel golfo di Akaba, per raggiungere Eilat, o che avesse voluto uscirne. Questo è un evidentissimo casus belli, un esempio classico da trattato di diritto internazionale, e infatti Israele distrusse al suolo l’intera aviazione egiziana, con un raid aereo che resterà nella storia. Senza dire che poi vinse la guerra in Sei Giorni, con conseguenze disastrose per il mondo arabo e soprattutto per la Giordania e la “Palestina”.
Dopo questi fatti, Nasser riconobbe di essere stato l’aggressore? Per nulla. Lo riconobbero almeno i neutrali europei? Sì, salvo fossero antisemiti. In quest’ultimo caso si affannarono (e si affannano ancora) a ripetere che la guerra dei Sei Giorni fu un’iniziativa israeliana. Contro la malafede non ci sono argomenti che valgano.
Dunque, prima risposta per l’amico Setnikar: chi ha sparato il primo colpo sarà sempre opinabile. Perfino Hitler pretese di essere stato aggredito dalla Polonia.
Esaminiamo però il caso attuale: gli Stati Uniti fanno sorvolare dai loro bombardieri la Corea del Nord, la contraerea reagisce, i bombardieri spianano una parte del territorio coreano. In questo caso, incontestabilmente, la prima cannonata l’avrebbero sparata i coreani. Ma dal momento che i giudici sono dovunque parti interessate, gli innumerevoli antiamericani sparsi nel mondo direbbero che il sorvolo è casus belli. Dunque la cannonata sarebbe il “secondo colpo”. 
Gli Stati Uniti tuttavia potrebbero ribattere che le mille dichiarazioni aggressive di Kim Jong-un sono numerosi e caratterizzati casus belli. Gli Stati Uniti non avrebbero mai dato quell’avvertimento alla Corea del Nord (il sorvolo) se essa non li avesse prima provocati e minacciati. Conclusione? Ognuno rimarrebbe della propria opinione, perché ognuno avrebbe interesse a mantenere la propria opinione. Sia che lo faccia in buona fede, sia che lo faccia in malafede, cosa che però interesserebbe soltanto gli storici. Dunque la Cina “deciderebbe” che cosa le convenga avere visto.
Inoltre, all’obiezione di Setnikar si potrebbe rispondere che gli Stati Uniti potrebbero evitare questo problema lanciando dalla Corea del Sud un missile che sorvoli la Corea del Nord, cadendo poi nel Mar del Giappone. Cioè facendo qualcosa che Pyongyang ha ripetutamente già fatto. Come farebbe Kim Jong-un a dire che gli Stati Uniti hanno posto in essere un casus belli centro la Corea del Nord, negando contemporaneamente di averne posto in essere uno identico contro il Giappone? O sono casus belli tutti e due, o non lo è nessuno. Questo per la logica, ma la logica non vale niente, quando c’è l’interesse a sostenere che il triangolo ha quattro lati.
In conclusione – ma, come sempre, potrei sbagliare – nei panni degli Stati Uniti io farei sorvolare la Corea da missili spaventosi, anche a “relativamente bassa” quota; passeggerei nei suoi cieli con i miei bombardieri, e se provocato reagirei pesantemente bombardando. E poi fermandomi. Guerra? Chi ha parlato di guerra. “I nostri aviatori hanno l’ordine di reagire contro chiunque li attacchi, nient’altro”. Chi cerca la guerra è bene che la trovi, diversamente la vincerà senza combattere.
Molti anni fa, Gheddafi “chiuse” il golfo della Sirte, affermando che chi ci fosse entrato senza il suo permesso sarebbe stato attaccato. Si trattava ovviamente di acque internazionali, ma il dittatore libico aveva la sua teoria. Gli americani entrarono nel golfo della Sirte, Gheddafi mandò due aerei contro l’aviazione statunitense e li perse tutti e due. Della chiusura del golfo della Sirte non si parlò mai più. 
Per quanto riguarda la Corea del Nord, l’unico problema è “come” reagire, non “se” reagire;  “quando” reagire, non “se” reagire. E un grande torto hanno tutti i presidenti americani prima di Trump, che hanno lasciato incancrenire questo problema. Come quei romani che patteggiavano con Brenno, hanno creduto che la pace si potesse comprare.
Gianni Pardo
I lettori sono invitati a prendere nota dell'indirizzo giannipardo@libero.it per eventualmente richiedere l'invio a domicilio degli articoli, in caso di guasto del blog.
31 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 31/8/2017 alle 14:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
POLITICA
30 agosto 2017
MODESTA PROPOSTA PER LA COREA DEL NORD
Il problema rappresentato dalla Corea del Nord è gravissimo ed è comprensibile che chiunque abbia a cuore la pace del mondo ci torni su con la mente. E non riesca a trattenersi dal cercare una soluzione che gli permetterebbe almeno di dire: “Io farei così”. Magari, in un accesso di autostima, potrebbe anche aggiungere: “Ma quegli sciocchi degli americani, dei cinesi e di tutti gli altri, perché non fanno come dico io?”
La realtà è più amara. “Quegli sciocchi" non sono sciocchi e si arrovellano sul problema molto più di noi. Per l’ottima ragione che sono chiamati a risolverlo, non a parlarne soltanto. Se non fanno niente, è perché fino ad ora nessuna delle soluzioni, fra quelle immaginate, li convince tanto da farli passare all’azione.
Questo punto deve essere estremamente chiaro. Chi in privato ragiona sui grandi problemi, non ha la responsabilità di risolverli. Inoltre, se gli statisti affrontassero la questione con la soluzione immaginata dal lettore di giornali, e ne conseguisse un disastro, lui potrebbe cavarsela con un semplice: “Sì, mi sono sbagliato”, mentre loro sarebbero condannati dall’opinione pubblica dei loro Paesi e in seguito dalla storia. Chi mai ha perdonato a Mussolini l’azzardo di scendere in guerra a fianco di Hitler?
Vale anche per casi meno gravi. Sicuramente, nell’ordinare l’invasione dell’Iraq, George W.Bush era convinto di fare cosa utile per il suo Paese. Ma quando è sembrato che così non sia stato, l’iniziativa è stata messa sul suo conto come una colpa imperdonabile. Il lettore di giornali accarezza il suo progetto, e poi dorme tranquillo, chi dovrebbe agire continua invece a chiedersi quale sfortunata e imprevista circostanza potrebbe trasformarsi in un’immensa tragedia.
Ecco perché, sul problema della Corea del Nord, non bisogna fare il passo più lungo della gamba. Non soltanto bisogna riconoscere che non è facile risolverlo,  bisogna anche essere pronti a sentirsi dimostrare che si sono dette stupidaggini. E nel mio caso particolare, se qualcuno mi dimostra proprio questo, mi premurerò di ringraziarlo. Perché la sua dimostrazione mi lascerà più informato di quanto non sia attualmente.
Mancando di dati riservati e dovendo trattare l’argomento come un gioco di strategia militare (wargame), bisogna partire dai pochi punti fermi. La comunità internazionale condannerà in ogni caso il primo che oserà usare l’arma atomica. Inoltre, se Pyongyang osasse fare questa mossa, gli Stati Uniti – dal punto di vista atomico immensamente più potenti – sarebbero autorizzati a fare di quel Paese tabula rasa. Dunque Kim Jong-un, per quanto demente, non oserà brandire l’arma nucleare. Il problema va considerato “nucleare a parte”. 
Nucleare a parte, tutto ciò che attualmente turba il mondo sono le parole e le provocazioni di un giovane dittatore. E, considerata la situazione di fatto, sarebbe concepibile reagire con un’alzata di spalle. Ma sarebbe un errore. In primo luogo ciò potrebbe incoraggiare quel giovanotto sovrappeso ad osare sempre di più, e in secondo luogo i Paesi minacciati e derisi rischierebbero di perdere la faccia. Chi tira la coda del leone dimostra che è sdentato. 
E allora mi sono chiesto: “Non è che, per caso, il fatto che, in tutte le direzioni ci siano dei vicoli ciechi costituisca esso stesso la soluzione?” Se non si può usare l’atomica per primi, se non si può invadere il Paese (perché troppo costoso in tutti i sensi) se non si può essere sicuri che, ad una pesante rappresaglia (per esempio un devastante bombardamento sui presunti siti nucleari) quel pazzo non reagisca con l’atomica, e se dopo tutto siamo soltanto infastiditi e preoccupati dal comportamento di Kim Jong-un per ragioni di dignità, perché non rispondergli con la stessa moneta?
Perché non pubblicare fotografie di fotomontaggi con Pyonyang in rovine, accanto alle storiche foto di Berlino nel 1945? Perché non descrivere per filo e per per segno quanto più potenti siano le bombe americane rispetto a quelle di cui dispone Kim, magari spargendo milioni di volantini su Pyongyang? Perché non far passare sulla Corea del Nord missili enormi, magari partiti addirittura dagli Stati Uniti? Perché non farla sorvolare da stormi enormi da bombardieri capaci di distruggere con bombe convenzionali un’intera città, come è avvenuto a Dresda? Insomma, se Kim Jong-un mette a rumore il mondo con minacce insensate e atti che costituiscono casus belli, perché non rispondergli con parole insensate e atti che costituiscono casus belli?
Lo scopo sarebbe quello di sgonfiare la sua retorica guerriera agli occhi del suo popolo, dimostrando che è una tigre di carta, non potendo usare l’atomica. Fra l’altro, se l’esercito nordcoreano osasse reagire, sarebbe una buona scusa per spianare il territorio in cui si trova la contraerea nel raggio di un chilometro tutt’intorno. Tanto per essere chiari. 
Come si vede, sarebbe provocazione contro provocazione. Perché questa mossa è sbagliata?
Gianni Pardo
I lettori sono invitati a prendere nota dell'indirizzo giannipardo@libero.it per eventualmente richiedere l'invio a domicilio degli articoli, in caso di guasto del blog.




permalink | inviato da giannipardo il 30/8/2017 alle 9:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
POLITICA
28 agosto 2017
IL POPOLO PIU' SFORTUNATO DELLA TERRA
Questo articolo si presenta come un indovinello. Nel senso che di un certo popolo dirò parecchie cose, ma non dirò il suo nome. Né in quest’occasione né in seguito. Dunque è un indovinello senza soluzione. E se qualcuno chiedesse: “È questo, il popolo?”, sarebbe lui ad attribuirgli tutte le caratteristiche che enumererò, non io. 
La prima sfortuna di un popolo è quella di non essere stato favorito dalla Natura. Il territorio degli Stati Uniti, per esempio, è immenso; è protetto da due invalicabili frontiere naturali, l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico; ed è ricco di tutto. Di risorse, di petrolio, di acqua, di vie navigabili, di minerali e di ogni ben di Dio. Il popolo di cui parlo invece non ha nessuna di queste fortune.
Un popolo può anche essere debole ed avere una storia sfortunata, ma cionondimeno costituire una nazione e avere un’innegabile identità. Si pensi alla nazione armena, che secoli di oppressione straniera non hanno mai fatto sparire, e non hanno mai disciolto in un altra. Per non parlare del popolo ebraico che è sopravvissuto a poco meno di duemila anni di lontananza dalla propria terra, e che tuttavia, pure disperso nel mondo, ha conservato la propria identità. E non sempre per sua fortuna.
La democrazia è un regime pieno di difetti ma l’umanità non ha inventato di meglio. Dunque bisogna levarsi il cappello dinanzi ad un Paese come la Svizzera, che è del tutto privo di risorse naturali, è schiacciato fra colossi, è senza sbocchi sul mare, è frammentato da montagne pressoché insormontabili, e tuttavia ha una delle più perfette e stabili democrazie del mondo. Mentre il Paese che non nomino non soltanto non è una democrazia, ma anche se gliela regalassero la perderebbe in breve tempo. Perché ad essa non è educato. Per così dire la democrazia non fa parte della sua civiltà.
Ci sono poi piccole nazioni che hanno una storia gloriosa sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista economico. Il miglior esempio è quello dei Paesi Bassi. Questi non soltanto riuscirono a conquistare un immenso impero, talmente più grande della madrepatria da ispirare la battuta: “La coda che agita il cane”, ma contesero all’Inghilterra il dominio dei mari. Inoltre ebbero una grande importanza nello sviluppo culturale dell’Europa e ne costituirono sempre una notevole componente economica. I tedeschi chiamano l’Olanda “Der kleine Riese”, il piccolo gigante, mentre il Paese che non nomino non ha mai avuto una storia gloriosa, non ha mai avuto importanza culturale, ed è sempre stato poverissimo. Non ha nemmeno inventato l’orologio a cucù.
Ci sono regioni che i loro vicini desiderano conquistare e possedere, e proprio per questo hanno una storia tormentata. Si pensi alle Fiandre, così a lungo contese fra Est ed Ovest. O la Crimea, fra Ucraina e Russia. O ancora l’Alsazia, fra Francia e Germania. Ebbene, il popolo di cui sto parlando, originariamente sottomesso a due vicini, li ha visti tutti e due rinunciare volontariamente alla sovranità sul suo territorio. Pur di non avere a che fare con esso. Una sorta di record mondiale.
Ci sono Paesi che, sulla via del progresso, non sono stati fermati dalla povertà delle loro risorse naturali: perché hanno disposto di una risorsa rara ma preziosa: l’intelligenza accoppiata alla cultura. I nomi sono facili da fare. Il Giappone, innanzi tutto. Un arcipelago sovrappopolato, con una parte del proprio striminzito territorio pressoché inabitabile (Hokkaido), e che tuttavia, con la sua cultura, si è costruito un’economia fortissima e un grande peso nel mondo. Né molto diversamente si è comportata la Corea del Sud, per non parlare di Israele, che è ricco e prospero in un ambiente naturale in cui i suoi vicini sono ai limiti della sopravvivenza. Invece, il popolo di cui parlo è prevalentemente ignorante, e non rischia di uscire da questa condizione. Perché l’amore per la cultura - o il semplice riconoscimento che la cultura è condizione della prosperità - non fa parte della sua civiltà.
Infine ci sono Paesi che, soltanto a nominarli, fanno sognare vite tranquille in ambienti puliti, come la Svizzera o la Danimarca, ed altri che, pur non essendo fra i più prosperi del mondo, hanno una tradizione di dolcezza buddista: penso alla Tailandia, detta anche “il Paese del Sorriso”. Ebbene, il popolo di cui parlo è famoso per le atrocità commesse per molti decenni, tanto che l’idea di andare a visitare il suo territorio sembra assurda. 
E non è tutto. Il popolo di cui parlo ha battuto il record mondiale della stupidità secondo la definizione dell’economista Carlo Cipolla: il cretino, ha scritto Cipolla, è colui che fa il male degli altri facendo contemporaneamente del male a sé stesso. Il popolo di cui parlo ha sprecato ogni occasione che ha avuto per migliorare la propria sorte, in nome di sogni irrealizzabili e di vendette assurde. E mentre l’Algeria, se pure a prezzo di una guerra, ha ottenuto la propria indipendenza, ed altrettanto hanno fatto le innumerevoli ex colonie della Corona britannica o della Repubblica francese, questo popolo non è indipendente ed è riuscito a trasformare l’aggettivo che lo designa in sinonimo di problema e di pericolo.
Non conosco un popolo più sfortunato, o forse più imperdonabile.
Gianni Pardo
I lettori sono invitati a prendere nota dell'indirizzo giannipardo@libero.it per eventualmente richiedere l'invio a domicilio degli articoli, in caso di guasto del blog.




permalink | inviato da giannipardo il 28/8/2017 alle 16:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
POLITICA
27 agosto 2017
SUSSIDI AI DISOCCUPATI
Quando si constata un grave disagio sociale come la miseria, la malattia, e soprattutto la disoccupazione, i giornali interpretano il sentimento dei lettori e si chiedono se il governo potrà fare qualcosa. In generale, la risposta prevista è una promessa di denaro. Ed è ciò che leggiamo in un articolo della Stampa(1) in cui si parla di assegni ai disoccupati e di incentivi per gli “under 32” (visto che abbiamo abbandonato l’italiano in favore del “footballese”). Purtroppo la regalia non vale molto, come risposta. E potrebbe anche essere controproducente.
Immaginiamo che la nazione sia un carro. Tutta la forza propulsiva di cui si dispone sono due cavalli, e se pure l’ideale sarebbe quello di portare un’enorme quantità di merce a grande velocità, in realtà il rendimento sarà massimo quando il carro non sarà troppo carico, e quando i cavalli saranno trattati bene. Essenziale è anche l’atteggiamento del carrettiere. Questi non potrà aumentare il rendimento massimo del trasporto - che è un dato obiettivo - e dunque il suo grande dovere consisterà nell’evitare che quel rendimento diminuisca ben al di sotto del massimo. Non si tratta di fare miracoli, si tratta di non fare errori.
Per quanto riguarda la disoccupazione, in Italia il carrettiere sbaglia troppo. Non sono i sussidi che possono contrastarla: sono le offerte di lavoro dei privati. E se queste offerte sono insufficienti, bisogna incentivarle. Soltanto in questo modo – tenendo conto della realtà - ci sarà una speranza di invertire la tendenza. 
La prima cosa da ricordare è che nessun imprenditore assume qualcuno “per dargli un lavoro”. L’assume per guadagnare di più. Se manca quell’incentivo che per molti ha un suono immorale, “profitto”, le offerte di lavoro mancheranno. Quali che siano le promesse dei politici. 
Lo Stato – lottando contro il sintomo, e non contro la malattia - può fornire un sussidio a coloro che non hanno un lavoro, ma sarà a spese dei lavoratori attivi e in generale dei contribuenti. Un secondo modo di aiutarli è chiamato, con terminologia divina,  “creazione di posti di lavoro”: per esempio realizzando opere pubbliche. Ma questa iniziativa ha piuttosto lo scopo di distribuire salari che di procurare un ritorno economico allo Stato, e dunque ci riporta allo schema precedente: una spesa a carico dei contribuenti. Nei rari casi in cui l’opera pubblica è utile alla nazione, questa utilità si avrà nel lungo termine, mentre l’aumentata pressione fiscale deprimerà subito la produzione di ricchezza. 
Altra cosa da non dimenticare: la cartamoneta è carta, mentre la ricchezza è costituita da beni e servizi. Dunque prima di pensare a distribuirla bisogna pensare a produrla, e l’esperienza dice che se se ne produce molta, finirà col ricadere un po’ su tutti: basti guardare che cosa si trova nella spazzatura dei Paesi ricchi e che cosa si trova nella spazzatura dei Paesi poveri; mentre se se ne produce poca, e si tassano pesantemente gli operatori, questi creeranno ancor meno ricchezza di prima. Perché sapranno che, producendone più del minimo, il di più gli verrà tolto. Il denaro con cui il governo paga i sussidi è ricchezza tolta a chi l’ha prodotta per essere data a chi non l’ha prodotta. E poco importa che chi la riceve non abbia potuto produrla: il fatto rimane. E se si esagera, sarà come togliere la biada ai cavalli e pretendere che il carro  trasporti un carico maggiore. Lottare contro la disoccupazione con dei sussidi corrisponde ad aumentarla.
La realtà è implacabile. Chi assume dei lavoratori lo fa per amore del profitto. Basta sottrarglielo in tutto o in parte, e smetterà di assumere lavoratori. Questo ragionamento – tanto elementare quanto decrepito – non è ripetuto a sufficienza e infatti la gente non l’ha capito. Ogni volta che si annuncia un provvedimento in favore delle persone in difficoltà, lo Stato fa la figura del generoso, mentre di fatto non ha alcuna possibilità di essere generoso per l’ottima ragione che, non producendo ricchezza, non può regalare nulla di suo. La sua unica possibilità di avere denaro è prelevarlo dai cittadini, o per via diretta, col fisco, o per via indiretta, con l’inflazione. Non dimenticando che quest’ultima pesa soprattutto sui più deboli, cioè sui percettori di reddito fisso. 
Da troppi decenni in Italia si cede all’illusione infantile che lo Stato disponga di un pozzo di San Patrizio con cui far felici tutti. È vero che per un’organizzazione elefantiaca, un milione di euro in più o in meno non fa differenza, ma se alla fine i milioni sono miliardi, ed anzi molti miliardi, l’economia tende a fermarsi e il Paese diviene il fanalino di coda dell’Europa.
Gianni Pardo
 (1)http://www.lastampa.it/2017/08/21/italia/politica/assegni-ai-disoccupati-e-incentivi-agli-under-ecco-il-piano-per-il-lavoro-del-governo-gentiloni-mTyV10VxSOmhOIsop9dJQM/pagina.html
24 agosto 2017
I lettori sono invitati a prendere nota dell'indirizzo giannipardo@libero.it per eventualmente richiedere l'invio a domicilio degli articoli, in caso di guasto del blog.




permalink | inviato da giannipardo il 27/8/2017 alle 9:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
26 agosto 2017
LA COPERTA CORTA DELLA STORIA
Quando la coperta è troppo corta, la discussione non ha mai fine. L’esigenza di giustizia postula la prevedibilità e questa, a sua volta, la certezza del diritto. Ma un diritto certo è anche un diritto rigido, che in qualche caso mal si adatta al problema concreto, e allora si tende a concedere un maggiore potere a chi amministra la giustizia. Purtroppo questo maggiore potere si può tradurre in arbitrio, ed allora si torna a porre l’accento sulla certezza del diritto. La coperta è troppo corta ogni volta che le esigenze sono ambedue tanto giustificate quanto opposte. 
Altro esempio assolutamente classico riguarda, nella democrazia, il bilanciamento fra rappresentatività e governabilità. Con una legge elettorale proporzionale, probabilmente il governo sarà debole e fragile. La governabilità ne risentirà pesantemente. Se invece la legge elettorale conferisce un grande potere ad un solo partito, la governabilità sarà assicurata, ma la maggioranza dei cittadini sentirà il governo come estraneo, se non come nemico. Ed è questa la ragione per la quale “una legge elettorale perfetta non esiste”.
Tuttavia si osserva che, in realtà, i vari Paesi non sono amministrati bene o male secondo le loro istituzioni, ma, per così dire, secondo il loro temperamento. Se un esercito straniero imponesse a molti Paesi dell’Africa o dell’Asia istituzioni perfettamente democratiche, si potrebbe star certi che dopo qualche tempo quei Paesi sarebbero tornati a qualche forma di autocrazia. Non si afferma ciò per una sorta di razzismo, lo dice l’esperienza. Viceversa, la maggior parte dei Paesi europei hanno tendenza a non amare l’oppressione poliziesca, il comando di un solo e l’insufficiente rispetto del singolo. Infatti poco importa se siano monarchie o repubbliche, se abbiano leggi elettorali tendenzialmente proporzionali o maggioritarie, il risultato è una sostanziale democrazia. Ed anche se vi è una parentesi di dittatura, come in Italia e in Germania nel XX Secolo, da questi regimi le nazioni ritornano alla democrazia formale e sostanziale.
Tutto ciò fa pensare alla teoria che personalmente ho imparato da George Friedman (l fondatore e direttore della rivista americana di geopolitica Stratfor) in base alla quale ciò che determina la politica dei Paesi non sono i vari governi o i vari uomini, ma la sua condizione geografica e conseguentemente economica e militare. La Russia, essendo vastissima come territorio e prevalentemente spopolata, non potrà fare a meno di un possente governo centrale, sostenuto da un forte apparato poliziesco. Cosa che è l’assoluto opposto della Svizzera, aggiungerei. I Paesi dell’Europa centrale ed orientale, non avendo frontiere naturali, vivono nell’ansia della propria sicurezza, che non risparmia neppure il grande orso russo. Viceversa gli Stati Uniti, dietro il baluardo naturale di due oceani, quest’ansia non sanno nemmeno che cosa sia. Tanto che si potrebbe arrivare a porsi il problema della funzione della politica. Se la geopolitica è così determinante, se quella che potremmo chiamare etnopolitica (la politica determinata dalla natura di un popolo) pesa tanto, come credere che con la politica si possa cambiare qualcosa?
In realtà, non bisogna esagerare. La storia offre esempi sia di grande stabilità – la Gran Bretagna che, perfino dopo Cromwell e il regicidio, torna alla monarchia – sia di grandi cambiamenti: la Francia che da monarchia assoluta diviene repubblica e modello delle repubbliche. Mostra Paesi immobili nel tempo e dominati dalla religione, come parecchie nazioni del vicino oriente, e poi il grandioso esperimento di Atatürk. Al punto che soltanto il futuro dirà se la Turchia è tornata ad essere un sultanato o vive una crisi da cui uscirà tornando al kemalismo.
Insomma val la pena di fare politica. Sia perché non si può fare diversamente, sia perché, come ha detto Guglielmo il Conquistatore, non è necessario sperare per intraprendere: ma non ci si possono fare illusioni. Credere – come fanno in tanti – che gli italiani possano essere resi tutti specchiatamente onesti dalla severità delle leggi è una pura sciocchezza. Basti vedere come è andata e come va con la truffa di chi timbra il cartellino e va ad occuparsi degli affari suoi invece di lavorare. La persistenza del fenomeno, malgrado le infinite denunce, indica che, alla base del fenomeno, c’è mancanza di dedizione da un lato, e la mancanza di controllo dall’altro. Del resto, nella Russia sovietica non vigeva il principio per cui “lo Stato fa finta di pagare i lavoratori che fanno finta di lavorare”? 
Il problema italiano fondamentale, e il vero snodo del problema, è che il singolo lavoratore trova naturale marinare il lavoro – come i ragazzi la scuola – e non si vergogna dinanzi al collega. Il rischio è piuttosto che sembri un fesso il collega onesto, e tutto questo non si cambia con le leggi, dall’oggi al domani.
La conclusione è volterriana. Di fronte a tanta complessità, non rimane che “coltivare il nostro giardino”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 26/8/2017 alle 7:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
25 agosto 2017
RICOSTRUIREMO TUTTO
Agosto è un ottimo mese per fare i bagni, ma non per i giornali. Il mondo è chiuso per ferie e le notizie scarseggiano. Così, se c’è un attentato o un terremoto, i giornalisti ringraziano il Buon Dio e spendono milioni di parole per non dire nulla. I commentatori, con aria afflitta, ci dicono che i terroristi sono cattivi, che i terremoti sono tremendi, che le vittime sono innocenti, e che sarebbe bello se tutto ciò non si verificasse mai più. Poi mettono in un cassetto gli articoli, e sono pronti a tirarli fuori la volta seguente, ché tanto la notizia sarà la stessa e andranno benissimo. Basterà cambiare i nomi delle località.
E tuttavia i politici riescono a far peggio dei giornalisti. A chi ha perso la casa o, cosa ancor più triste, una persona cara, è normale esprimere il proprio rincrescimento. È anche opera meritoria, se se ne ha la possibilità, offrire un aiuto concreto, anche se temporaneo: un alloggio, del cibo, dei medicinali. Ma promettere la ricostruzione di tutto ciò che è andato distrutto è imperdonabile. Semplicemente perché è impossibile. 
E tuttavia, ogni volta che c’è un terremoto, si sentono questi assurdi discorsi. Chi ha esperienza non riesce a reprimere un ghigno di sarcasmo. Perché sa già come finirà. Basti pensare al terremoto di Amatrice e dintorni, appena un anno fa.  Ai sopravvissuti fu subito promessa la ricostruzione di tutto entro qualche mese, “dov’era e com’era”, e ad un anno di distanza – come previsto dai pessimisti – non sono state nemmeno rimosse le macerie.
L’Italia è vicina alla linea di confine di due grandi placche terrestri, e dunque i terremoti sono frequenti e letali. Letali – soprattutto - perché molte case sono vecchie, costruite quando gli italiani non avevano molto da spendere e non c’era cultura antisismica. O i poveri non se la potevano permettere. Poi lo Stato, con la sua caratteristica inefficienza, ha perso la capacità di sorvegliare l’abusivismo edilizio, e molte delle nuove costruzioni sono divenute delle trappole. I verdi e gli esteti si indignano per l’oltraggio al paesaggio o alla natura, ma la cosa peggiore è che le case sono spesso improvvisazioni  di  artigiani dell’edilizia. Così, se c’è un terremoto, è inevitabile che ci siano decine di morti. Se non centinaia. E ciò mentre in Giappone, dove i terremoti sono molto più violenti che da noi, non muore nessuno, perché gli edifici sono progettati per resistervi.
Dunque d’accordo, esprimiamo la nostra solidarietà e la nostra comprensione ai malcapitati, dal momento che non possiamo fare di più: ma perché promettere una ricostruzione che non ci si può assolutamente permettere? Se c’è un sisma di bassa entità, in una zona poco abitata, si possono anche costruire alcune casette non dissimili da baracche. Ma per il resto, se il sisma è forte e colpisce una grande città, nessun Paese si potrebbe mai permettere la spesa della ricostruzione. Il terremoto del 1908 provocò tali conseguenze, a Messina e sulla costa calabra, che la parola ricostruzione non avrebbe avuto senso. Soltanto la posizione strategica dell’agglomerato urbano ha fatto sì che col tempo la città risorgesse, dov’era prima, ma tutt’altro che “com’era prima”. Anche perché costruirla com’era prima sarebbe stato criminale. 
I terremoti sono una cosa tremenda, ma non c’è ragione di renderli ancor più insopportabili con promesse che producono irrisione e sarcasmo nei più avvertiti, e false speranze – che si tramutano poi in rabbia – nei più ingenui. Questo è un modo gratuito di procurarsi il rancore dei cittadini. Perché non limitarsi a concedere sgravi fiscali, a chi volesse ricostruire la propria casa? Questo lo Stato potrebbe farlo. Meglio promettere poco e mantenere la promessa, che promettere molto e non far nulla. Senza dire che, a voler far di più, si rischia di impegolarsi in qualche spesa enorme con possibili ricadute in materia di corruzione e di scandali.
Per le case vecchie c’è ben poco da fare. Per quelle in costruzione, tutti dovrebbero essere avvertiti che gli edifici antisismici costano di più di quelli normali e che soltanto in quel momento possono decidere se accettare o no il rischio di morire sotto le macerie. Ogni altro discorso è una perdita di tempo. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 25/8/2017 alle 4:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 agosto 2017
I GRANDI DANNI DEL FASCISMO
Un fenomeno sociale può rivelarsi più dannoso da morto che da vivo. È la storia del fascismo. Questo movimento, accanto a qualche pregio, ebbe moltissimi difetti. Instaurò, riguardo a Benito Mussolini, un culto della personalità che lo rese di fatto il dittatore d’Italia. Il governo fu forte ed ebbe mano libera in tutte le direzioni. Non vi furono altri partiti oltre il Partito Nazionale Fascista, e non fu tollerato il dissenso. Ovviamente fu abolita la libertà di parola e di stampa e i sindacati – o ciò che ne rimase - furono servi del regime. Mussolini parlò di un ritrovato valore guerriero degli italiani, del tutto inverosimile, e glorificò il nazionalismo fino ad esiti francamente ridicoli. Infine, confermando la pretesa furbizia italiana, commise l’errore esiziale di entrare in guerra. Ma se, nel 1915, dopo avere aspettato un anno, l’Italia scelse il cavallo giusto, nel 1940, dopo avere aspettato un anno, Mussolini invece scelse Hitler, il cavallo sbagliato. E quanto sbagliato. 
Prima il Paese era vissuto in una realtà immaginaria fatta di sogni e di orpelli. Poi fu svegliato dalla fame, dalle bombe, e dalle immani distruzioni di una guerra persa ignominiosamente. E tuttavia il disastro  non ci fece rinnegare la nostra letale furbizia. Sperando ancora una volta di sedere gratis al tavolo dei vincitori, e cercando assurdamente di farci perdonare una guerra velleitaria e d’aggressione, nel 1943 la guerra la dichiarammo alla Germania già sconfitta. Volevamo far parte degli Alleati e a questa soltanto noi assurdità facemmo finta di credere. Anzi, facciamo ancora finta, ogni 25 aprile. 
Nel 1944, fenomeno unico nella storia, sparirono senza lasciare traccia quaranta milioni di fascisti italiani. L’unica traccia che lasciarono, in negativo, fu la reazione anafilattica in base alla quale tutto ciò che aveva a che fare col fascismo era da rigettare con orrore. La damnatio memoriae non ammetteva attenuazioni, e non si rinunciava agli errori di giudizio nemmeno quando l’errore era dimostrato tale da inconfutabili storici. Quasi che l’anoressia fosse la cura per l’obesità.
Della vita dei nostri lontani antenati non siamo molto informati. A volte possiamo soltanto distinguere quelli che inumavano i loro morti da quelli che li cremavano. Il punto comune è comunque la necessità di impedire ai cadaveri, nota fonte di contaminazione, di far male ai vivi. Lo prova la storia dell’asepsi, nata quando Semmelweiss scoprì che i medici usavano gli stessi ferri per le autopsie e per aiutare le donne a partorire, facendole così morire di setticemia.
Purtroppo, sul reale pericolo rappresentato da certe cose, si innesta la superstizione. Chi, volendo locare una casa, dicesse agli occasionali visitatori: “Sa, in questa stanza è morto mio nonno”, li scoraggerebbe. “Dormire nella stanza in cui è morto qualcuno? Ma scherziamo?” Mentre in realtà ciò è avvenuto in quasi tutte le case e comunque la cosa non ha importanza. La scienza dice che i morti sono morti. Ma non è ciò che dice la gente. “Avrete ragione, ma intanto tocco ferro”.
La stessa cosa è avvenuta col fascismo. Il suo cadavere è stato sotterrato sotto uno strato di terra troppo sottile, e noi da settant’anni continuiamo a sentirne la puzza. Infatti non viviamo in un regime democratico, ma in un regime antifascista. Se quel regime l’avessimo dimenticato, magari vent’anni dopo la sua fine (1964!) avremmo modificato una Costituzione che rende il nostro governo debole e incapace di governare. Non avremmo più confuso l’amor di Patria (espressione vagamente indecente) col nazionalsocialismo. Non avremmo confuso l’ordine pubblico con l’oppressione poliziesca. Non avremmo considerato una forma di razzismo la protezione della nostra identità. E invece siamo rimasti manichei. Essendoci raccontata la leggenda nera che il fascismo era stato il male assoluto, abbiamo creduto di avere trovato un’infallibile Stella Polare nell’antifascismo. Se il fascismo non aveva tollerato gli scioperi, l’antifascismo avrebbe dovuto consentire ai sindacati di sabotare l’economia nazionale. Se il fascismo faceva la faccia feroce, noi non dovevamo nemmeno avere un esercito serio. Se il fascismo era anticomunista, ora non si sarebbe permesso che si fosse anticomunisti. E se qualcuno osava proclamarsi anticomunista, gliela si faceva pagare. In tutte le direzioni abbiamo fatto dell’antifascismo la religione nazionale, senza renderci conto di conferirgli così un’importanza storica e ideologica che non ha mai meritato.
Ci siamo così tenuti una costituzione che postula governi deboli e incapaci di governare. E dopo che Renzi ha provato ad esagerare nella direzione opposta, instaurando una sorta di dittatura dell’uomo forte del partito più forte, ora siamo tornati alla proporzionale pura e alla nostra beata ingovernabilità. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 23/8/2017 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 agosto 2017
LA POLITICA DEL PORTAFOGLI
Nelle autocrazie i cittadini non possono influire sul modo di governare il Paese, e dunque badano esclusivamente a cavarsela nelle condizioni date. Nelle democrazie i cittadini possono influire sulla condotta dello Stato e dunque c’è una maggiore partecipazione alla vita politica. Secondo la Costituzione, in questo regime il sovrano è il popolo stesso, ma nella realtà chi comanda è il Parlamento. O, più precisamente, gli ottimati che, dall’interno o dall’esterno di quelle Camere, determinano l’azione del Parlamento.
In democrazia, il momento in cui si decide chi governerà, è il momento in cui il popolo elegge i suoi rappresentanti. Purtroppo, il popolo giudica i candidati sulla base di ciò che dicono. Ecco perché è tanto importante saper parlare. Non è un caso che nella Roma antica le materie di studio in fondo fossero soltanto due: diritto e retorica. Il diritto perché, avendo successo, si era poi chiamati ad amministrare la Cosa Pubblica; l’arte oratoria perché serviva a farsi eleggere, ad  influenzare le decisioni del Senato, ed a percorrere il cursus honorum, magari fino al consolato. Né le cose andavano diversamente nel Paese che la democrazia l’ha inventata: basta leggere “La Guerra del Peloponneso” di Tucidide.
In democrazia bisogna essere capaci di esporre belle teorie, anche se poco applicabili. Bisogna fare delle promesse, anche quelle che si sa non potranno essere mantenute. Bisogna  dire al popolo ciò che vuole sentirsi dire, e poco importa che in fondo si tratti di echeggiare un autoinganno. E tutto ciò corrisponde a dire che la democrazia naviga in un mare di bugie. È anche per questo che, pur reputandola il miglior sistema di governo, nessuno può negare i suoi molti e gravi difetti. Chi vuole avere successo è costretto ad essere bugiardo e ipocrita, avendo a che fare con un popolo – per esempio quello italiano - molto mediocremente perbene, e che tuttavia vorrebbe amministratori di specchiata onestà e dediti soltanto al bene comune. Amministratori che dunque provengono dalla Luna, non dal suo seno. Poi, quando si accorge che sono semplicemente umani, li disprezza, e dimentica che non li avrebbe eletti se avessero detto la verità. 
Purtroppo, non è l’unico inconveniente. La politica ha lo scopo di offrire al popolo i massimi benefici, e ciò fa nascere le teorie sul modo di produrli. Così abbiamo la ricetta liberale, quella marxista, quella keynesiana e via dicendo. I politici – anche i più mediocri -  maneggiano “idee” dalla mattina alla sera. Ma, anche in questo caso, la Stella Polare rimane l’approvazione della massa. E infatti in molti campi si adottano i sogni degli ingenui. 
Il buonismo ad esempio è quell’atteggiamento corrente che non fa di conto, quando lo scopo è meritevole. È uno scandalo che dei bambini muoiano di fame, nutriamoli. Ci si mette in moto, e soltanto dopo ci si accorge che non si sa come fare, e che quei piccoli, oltre ad essere sparpagliati, magari sono molto più numerosi dell’intera popolazione italiana. Che importa, il buonista guarda all’ideale di una umanità fraterna, generosa, altruista. Un’umanità che non esiste. In questo campo il meno colpevole è certamente il Papa, perché è il portatore di un messaggio trascendente. Dio, se vuole, può realizzare in un fiat le dodici fatiche d’Ercole. Il Pontefice è soltanto chiamato ad annunciare l’eu-angelion, la buona novella, il Vangelo. 
Purtroppo lo stesso atteggiamento si ritrova nei politici., che non hanno nessuna Provvidenza cui rinviare. Magari trascurando i più poveri, lisciano il pelo dei cittadini elettori che non se la passano troppo male: perché – si sa - il buonismo è tanto più facile quanto meglio si sta economicamente. Come diceva Ennio Flaiano: “Io non sono comunista, non me lo posso permettere”. 
Così però finisce che la politica si dà la zappa sui piedi. A forza di frequentare benestanti, intellettuali e teorici, i politici, perdono il contatto col popolo, fino a colpirlo nei suoi interessi economici. E si accorgono troppo tardi di avere commesso un errore irreparabile. Il popolo prima se le beve tutte, ma poi reagisce con rabbia. E qualunque politica che lo colpisca personalmente è rigettata con passione. Non c’è buonismo che tenga.
Il problema dei migranti è un altro eccellente punto di osservazione. Chi vive nei quartieri alti, di quei poveracci sente parlare in televisione, mentre chi vive nei quartieri poveri si trova a condividere con loro le strade e a volte le baracche.  I benestanti sono sensibili agli ideali della Costituzione, i poveri soffrono della convivenza con i nuovi disperati. Finché i problemi dei cittadini non divengono così grandi che il popolo minaccia la rivoluzione e i partiti si accorgono di avere dato vita all’antipolitica. Quella voglia di anarchia  che è l’anticamera della tirannide.
L’ignoranza, lo scrupolo antirazzista e il buonismo irenico spingono troppi parlamentari a sottovalutare i problemi. È vero, bisogna incantare i cittadini con le parole, ma bisogna anche non dimenticare che il portafogli è molto più vicino al cuore di quanto non lo siano le orecchie.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 22/8/2017 alle 7:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 agosto 2017
IL VERO PERICOLO NON È IL TERRORISMO
Il terrorismo fa molto parlare di sé. Troppo, perfino. Infatti la sua efficacia deriva esclusivamente dall’orrore che provocano i suoi crimini. Se la notizia fosse taciuta o ridotta all’essenziale, e comunque si evitasse di parlarne instancabilmente per ore, l’effetto dell’attentato sarebbe trascurabile. Noi paghiamo alla libertà di parola il prezzo di offrire un megafono al terrorismo. Ma questa è una vecchia storia.
Più interessante è rispondere a una domanda: ammesso che il terrorismo, come vorrebbero i musulmani, rappresenti lo scontro tra moralità e immoralità, tra religione ed empietà, fra Occidente e Oriente, chi vincerà?
In materia di economia, di sviluppo tecnologico, di armamenti, e da ogni altro punto di vista, i dati di fatto dimostrano che i terroristi non vinceranno mai. Basti dire che le armi che usano, dalle automobili ai treni, dagli aeroplani agli esplosivi, sono prodotti occidentali. Né può avere un peso la morte di un centinaio di persone in un continente che viaggia al di sopra dei quattrocento milioni di abitanti. Il terrorismo, prima ancora che orrendo, è assurdo. È un’impresa che non conduce da nessuna parte, e cui alcuni giovani sacrificano la loro vita soltanto perché ignoranti, stupidi, e spesso strumetalizzati da chi se ne sta al sicuro.
Il vero pericolo, per ogni società,  non deriva tanto da un attacco esterno e militare, quanto da ciò che può farla divenire altro da sé. Se Cesare avesse soltanto conquistato la Gallia con le armi, la Gallia alla prima occasione sarebbe ridivenuta la Gallia. Invece si romanizzò subito. I Galli non esistettero più, e oggi i francesi sarebbero stupiti di apprendere di avere il nome di una tribù germanica. Viceversa la Grecia, pur “islamizzata” dai Turchi sin dal 1453 (salvo errori) si è sentita non musulmana, non turca e non araba fino all’indipendenza. Secoli di dominazione militare e amministrativa non ne hanno cambiato l’anima. Ancora oggi, passando la frontiera dalla Turchia alla Grecia, si ha la sensazione che l’aria stessa sia diversa.
La vera conquista è quella culturale. Malgrado un’occupazione di mezzo secolo, la russificazione dell’Europa Orientale non è riuscita all’Unione Sovietica. Neppure in quell’Ucraina che, inglobata con la Rivoluzione, è già pressoché russofona. Viceversa, con le loro cose peggiori,  gli Stati Uniti hanno esercitato un tale fascino sull’Italia, che l’intera nazione scimmiotta e sfregia un inglese che non riesce ad imparare. I contadini di Caltanissetta chiamano il figlio Kevin e la figlia Jennifer. 
La conquista culturale dell’Occidente, da parte del mondo musulmano, è del tutto impossibile. L’islamismo, con annesso terrorismo, è una causa persa. Se un pericolo rappresenta, è d’altro genere. 
Una volta conquistata la Gallia, i romani non si sono trasferiti in massa in Provenza. E men che meno al nord. I coloni e gli amministratori sono stati una sparuta minoranza, ma hanno avuto un effetto di lievito. Il loro contatto romanizzò gli indigeni, tanto che presto si parlò di gallo-romani. Dunque il conquistatore può modificare il conquistato. Ma può avvenire anche l’inverso: secondo il celebre detto, Graecia capta ferum victorem coepit, la Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore. Roma si grecizzò a tal punto che, morendo, Cesare non disse né “Tu quoque, Brute, fili mi”, né “Et tu, Brute, fili mi”, come riferito, perché quelle parole le disse in greco.
Il dramma si ha quando il nuovo arrivato non assimila a sé il gruppo indigeno o non si assimila ad esso. In questo caso rimane un corpo estraneo, un po’ come quegli strumenti che ogni tanto i chirurghi dimenticano nel corpo dell’operato. Avendo bisogno di manodopera, i nascenti Stati Uniti commisero l’errore di importare schiavi neri, e questi, anche liberati ed anche economicamente assimilati, sono rimasti “diversi” a causa del colore della loro pelle. In Francia è avvenuta la stessa cosa, con i musulmani di seconda, terza o quarta generazione. Perché anche dopo un secolo i musulmani sono sentiti diversi dagli europei e si sentono diversi da loro.
La conclusione è semplice: il terrorismo non cambierà nulla, per la civiltà occidentale. Viceversa costituisce un pericolo per la pace sociale l’importazione di un gruppo non assimilabile. Dunque dovremmo cercare di non commettere l’errore che hanno commesso due grandi civiltà imperiali, la Gran Bretagna e la Francia. I cittadini inermi che perdono la vita negli attentati non sono vittime del terrorismo, sono vittime del buonismo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 20/8/2017 alle 5:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
18 agosto 2017
L'AFASIA
L’afasia è una malattia. O forse il sintomo di una malattia. Comunque si tratta dell’impossibilità di parlare. E tuttavia la natura umana è così varia, che si può anche essere indotti a ricercare una malattia. Ma per spiegare un tale fenomeno bisogna andare indietro nel tempo e vedere come ci si è arrivati.
Come tutti, sono partito all’attacco della vita con una grande voglia di amore e con una grande curiosità. Quanto all’amore, per decenni mi è andata così risolutamente male, che alla fine l’ho escluso dalla mia vita. La più serena relazione affettiva l’ho avuta con una gatta, quella gatta che la mia prima moglie ha portato via con sé per sempre, quando ci siamo separati.  Per la curiosità, desideravo soprattutto viaggiare e, parlando lingue straniere, mettermi in contatto con altri mondi. Dunque conoscere l’Europa e conoscere gli uomini. Ma ovviamente, dal momento che sono sempre stato povero, era difficile che realizzassi un simile progetto. Viaggiare e risiedere all’estero, anche soltanto per un mese o due, costa parecchio oggi, e sembrava addirittura proibitivo decenni fa. Comunque non potevo neppure sognare di chiederlo ai miei genitori. Così ho imparato qualche lingua da solo e a casa mia. 
Ma il programma è proseguito. Per quanto riguarda la curiosità, ho presto capito che alcune cose sono veramente da vedere – la cattedrale di Colonia, per esempio – per molte altre si può fare riferimento alle cose che si sono già viste. Per esempio, la maggior parte dei ponti, la maggior parte degli insignificanti edifici moderni e la maggior parte delle grandi città. Ovviamente queste sono tutte diverse, ma altrettanto ovviamente alla fine alle differenze non si fa caso. Si può passeggiare a Bangkok esattamente come a Berlino o, immagino, a Buenos Ayres. 
Che cosa bisogna aver visto, allora? Per la grande arte - per il bello, cioè - è inutile allontanarsi dall’Europa. Al di fuori di essa non c’è molto. In Oriente si trova di frequente un grottesco troppo colorato, che sembra un’imitazione di sé stesso; un po’ dovunque si può trovare il carino, dal momento che tanta gente non si rende conto di quanto sia lontano dal bello; infine c’è il curioso, che tanta gente apprezza golosamente, e che è soltanto infantile. 
Il tempo inoltre è andato risolutamente contro il turismo. Ci sono troppi divieti, troppa gente, troppe automobili e niente parcheggi. La prima volta che ho visto la cattedrale di Chartres ho lasciato l’auto di fronte alla facciata, ho visitato la chiesa, e me ne sono andato quando sono stato sazio. Ammesso che uno si possa saziare di quel capolavoro. Col tempo invece il problema è divenuto sempre più difficile: una volta, tornato per pura nostalgia a Saint Malo, c’era la fila delle auto molto prima della cinta muraria. Inversione di marcia. E il fastidio non mi ha risparmiato nemmeno in posti di seconda categoria. Credo sia stato nell’insignificante Angoulême che, per fermarmi un po’ al centro, ho fatto non so quanti giri e alla fine me ne sono andato. Perfino nella piccola e cara Ratisbona, quando ci sono tornato per un pellegrinaggio nel passato, non ho trovato posto. Alla fine me ne sono andato, contentandomi dei miei ricordi. La poesia del secondo incontro era andata in frantumi. 
Oggi c’è spazio soltanto per i viaggi organizzati. E questi viaggi stanno a quelli veri come uno snack snocciolato da una distributrice automatica sta ad un pranzo in una trattoria di qualità. Forse il tempo dei viaggi è finito. Si è perso nella folla di un’umanità sempre più numerosa. 
Lo stesso m’è successo con i rapporti umani. Devo ammettere che per la stragrande maggioranza mi sono venuti in uggia. Le vicende dei singoli non m’interessano, a meno che non divengano opera d’arte o riguardino 
la storia. Né mi verrebbe in mente di raccontare la mia vita ad altri, perché li annoierei quanto loro annoierebbero me, se mi raccontassero le loro. Questo è uno dei motivi per i quali riesco sempre meno a vedere film. Mi capita di assistere con pazienza per una buona parte della proiezione e lasciar perdere il resto. Anche a un quarto d’ora dalla fine. 
A forza di spolpare la vita, sono arrivato all’osso. Per quanto riguarda l’amore, con la mia seconda moglie ho avuto la massima fortuna e su questo non mi dilungo. Come vita privata, va bene. Quanto agli altri, che bisogno ho di incontrarli? Ormai la buona notizia è che in tutta la giornata il telefono non ha mai squillato per me. E avviene spesso.
Purtroppo, questo nirvana corre sempre sull’orlo dell’insignificanza. Ogni tanto si affaccia la noia, anche se essa è accolta come una gentile compagna di vita. E perfino un lusso. È il segno che non c’è nessun problema e nessuna speranza. 
Il puro esistere. L’osso della vita. E purtroppo la stessa sorte subisce la curiosità della storia. Gli uomini si fanno sempre le stesse illusioni, commettono sempre gli stessi errori e si mettono sempre negli stessi guai. Chi ha capito come stanno le cose non ha bisogno di insegnamenti; e chi mpm l’ha capito non lo capirà certo perché qualcuno glielo spiega. Ed ecco l’afasia. Un’afasia che si chiama buon senso al piano terra e saggezza ai piani alti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 marzo /16 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 18/8/2017 alle 5:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
16 agosto 2017
PERCHÉ I MIGLIORI SONO I PEGGIORI
Tempo fa Luca Ricolfi scrisse un articolo che fece molto rumore. Il titolo – se ricordo bene - era: “Perché siamo antipatici” e il noto professore si riferiva in generale ai politici e agli uomini di sinistra. Di quella ammissione si parlò parecchio. E non perché nessuno prima si fosse accorto di quanto quella gente fosse antipatica, ché anzi la parte avversa, quando ne aveva il coraggio, esprimeva tutta la propria esasperazione, ma perché finalmente la critica veniva dalle stesse file degli “antropologicamente migliori”.
A mente fredda si può però osservare che Ricolfi forse aveva torto nella sua tesi non perché gli uomini di sinistra fossero simpatici, ma perché non erano i soli ad essere antipatici, e per la stessa ragione. L’ambito era ed è molto più vasto. Infatti antipatici sono anche gli ispirati, i moralisti, gli apocalittici, i prelati, i profeti, e in generale tutti coloro che sono convinti di essere i portatori di una verità superiore; cioè di una teoria, di un sistema, di un messaggio salvifico. E ciò fornisce una significativa indicazione sull’origine del loro atteggiamento.
Se discutiamo con qualcuno, e siamo di parere diverso, quand’anche reputassimo il nostro interlocutore un perfetto idiota, nella nostra mente di uomini comuni rimarrebbe chiaro il concetto che la pensiamo diversamente. E la cosa riguarda soltanto noi. Possiamo pensare che l’opinione dell’altro – ovviamente errata – offenda la nostra intelligenza, la nostra cultura, la nostra esperienza, ma nulla che vada oltre noi. Viceversa, l’ “uomo migliore”, colui che si sente portatore di un valore superiore, non contrappone all’interlocutore la propria verità, ma la Verità in sé. E proprio per questo non riesce a nascondere il proprio dispetto per tanta cecità, il proprio disprezzo, e in conclusione la propria intolleranza per errori tanto gravi quando dannosi.
L’uomo migliore, discutendo, non difende sé stesso, difende l’umanità e perfino il suo interlocutore. E dunque s’indigna, vedendo che l’altro osa andare contro il proprio interesse. Al comunista convinto il lavoratore dipendente che, invece di aderire alla rivoluzione che vorrebbe salvarlo dallo sfruttamento, difende il sistema capitalistico, appare come un insopportabile incrocio tra un imbecille e un suicida. Come potrebbe trattarlo con sincero rispetto? E poco importa il fatto che, dovunque quella rivoluzione sia stata tentata, il lavoratore sia stato poi ancor più miserabile: la teoria è troppo giusta per essere messa in dubbio da qualche banale fatto storico. 
Se, ai tempi dell’Inquisizione, gli uomini di Chiesa erano intolleranti in materia di religione, non era perché fossero personalmente intolleranti, ma perché agivano in nome di un Dio che non era tollerante. O in nome degli altri fedeli che potevano essere indotti, dagli eretici, a giocarsi il Regno dei Cieli. Infatti dicevano che la loro attività consisteva nell’ “Eliminare la mela marcia, affinché non infetti le altre mele del cesto”. Agli occhi dei contemporanei l’Inquisizione rimane il fenomeno della massima intolleranza concepibile, perché contro la libertà di pensiero, ma gli inquisitori si sarebbero sinceramente stupiti di questo giudizio. Come rivendicare il diritto all’errore, e il diritto di rischiare l’eterna dannazione?
Il comunismo, il moralismo, il denaro, l’ecologia, il buonismo, e tutte le idee abbracciate con passione divengono una sorta di religione. E ogni sorta di religione, da questo punto di vista, è contraria al rispetto del prossimo e ai principi democratici.
È perfino divertente vedere come anche coloro che non hanno studiato, e non brillano certo per acutezza di pensiero, si rendano conto che l’appoggiarsi ad un principio superiore renda apparentemente più forti. Nelle discussioni a proposito di denaro, quando alla fine ci si impunta, c’è spesso il balordo che dice: “Sa, non lo faccio per il denaro, ma è una questione di principio”. Ed è divertente vedere la sua faccia quando gli si risponde: “Va bene, io do ragione a lei sul principio e lei dà ragione a me sul denaro”.
Questa disonestà di fondo dei “migliori” fu diagnosticata in modo tanto brillante quanto brutale da Ernest Renan – uomo che il mondo dei credenti lo aveva conosciuto da vicino – quando affermò: “Ho conosciuto parecchi furfanti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto dei moralisti che non fossero dei furfanti”. E infatti, ciò che apparenta così facilmente il moralista al  furfante è che quest’ultimo, quando fa il proprio interesse, lo spaccia spesso per l’interesse della controparte, di Dio, della Morale, dell’Umanità. E il fatto che a volte sia addirittura in buona fede è soltanto un’aggravante.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 16/8/2017 alle 10:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
13 agosto 2017
I FATTI SMENTISCONO LE TEORIE SUI MIGRANTI
I Médecins sans Frontières, a proposito del “salvataggio” dei migranti, hanno rifiutato di firmare il regolamento emanato dal nostro Ministero degli Interni sul comportamento delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo perché questo regolamento imponeva la presenza a bordo delle navi di due agenti di polizia giudiziaria armati (carabinieri). Questi agenti avrebbero avuto il compito di controllare la conformità dell’attività svolta alle leggi del mare e alle leggi italiane. Il rifiuto di MsF è stato motivato dal fatto che, essendo questa un organismo non governativo, e dunque “neutrale” (fra l’Italia e gli scafisti?) la presenza di uomini armati a bordo era in contrasto con i suoi principi fondamentali.
Ieri comunque l’Italia ha molto ammorbidito il suo regolamento, affermando che gli agenti non sarebbero stati necessariamente armati, ma soltanto se ciò avesse deciso la magistratura nel caso specifico. A questo punto Médecins sans Frontières, sfidando il ridicolo, ha annunciato che rinuncerà alla sua attività umanitaria, perché essa è divenuta “troppo pericolosa”.  
Tutto ciò permette sapide considerazioni. Se l’Italia ha potuto rinunciare ai carabinieri armati è perché le armi non servivano a nulla. Nessuno ha mai pensato che si dovessero proteggere le navi dei soccorritori, e certo i carabinieri non dovevano sparare contro gli scafisti perché il sospetto era al contrario quello di una loro combutta con le o.n.g. Il loro ruolo era quello di osservare ciò che avveniva ed eventualmente riferirne all’autorità giudiziaria italiana. Ed è proprio ciò che volevano evitare gli operatori di Médecins sans Frontières. Prova ne sia che, una volta tolte le armi, non hanno firmato lo stesso il regolamento. Se l’avessero fatto si sarebbe del tutto eliminato l’andazzo precedente, e l’attività delle loro imbarcazioni si sarebbe trasformata in quella - teoricamente sempre sostenuta da tutti - di “occasionale salvataggio” dei migranti, e non di “servizio di taxi” concordato.
MsF si è trovata in un bell’imbarazzo. Prima, per non firmare, aveva avuto la scusa delle armi dei carabinieri, ma come rifiutare ora? Il “danno” della loro presenza rimaneva immutato. Ma per una volta il destino è sembrato venire in soccorso dell’organizzazione francese. La Libia ha vietato alle imbarcazioni delle o.n.g. di incrociare nelle immediate vicinanze delle coste libiche, dovendosi tenere a circa cento miglia nautiche, corrispondenti a circa 180 km. Naturalmente promettendo di difenderle (eventualmente con le armi) dalle intrusioni dei natanti non autorizzati. Ovviamente quelli di MsF si sono detti che non potevano più mettersi d’accordo con gli scafisti per appuntamenti in mare, perché i carabinieri se ne sarebbero accorti; non potevano nemmeno incrociare nelle vicinanze dei luoghi di partenza dei migranti, perché i libici lo avrebbero impedito, e tutto questo significava che avrebbero potuto “salvare” i migranti soltanto incontrandoli per caso, in mare aperto: episodio raro, e più o meno corrispondente a “mai”. Dunque meglio chiudere.
La realtà è trasparente. Mentre prima le o.n.g. traghettavano i migranti con la scusa degli “esseri umani in pericolo di vita”, in realtà erano d’accordo con gli scafisti. Ora alle parole dovevano corrispondere i fatti, e questo cambiava tutto. Nelle attuali condizioni, i Médecins dovrebbero realmente salvare chi si trova per caso in pericolo, e ovviamente non se ne parla. L’ampliamento della zona di sorveglianza libica li ha totalmente scoraggiati. 
E tuttavia, come giustificare il ritiro, confessando di aver mentito, fino ad oggi? Qualche genio ha avuto l’idea di affermare che, a questo punto, l’attività di salvataggio era divenuta “troppo pericolosa”. Ma di che si parla? Se le navi non entrano nelle acque territoriali libiche non corrono nessun pericolo. Sarebbe come dire: “Non mi avvicino al mare a meno di cinquanta metri, perché non so nuotare”. È una bugia infantile.
Insomma nel giro di qualche ora si è avuta la prova provata che tutta questa manfrina del salvataggio degli esseri umani in pericolo era una farsa. Gli italiani si lambiccavano il cervello per trovare un freno alla slavina di immigranti, ed è bastato un buffetto, anzi, sostanzialmente, la verità dei fatti, per far crollare l’ipocrita edificio dei “salvataggi” nel Mediterraneo. Il pericolo di vita non corrisponde certo alla situazione di coloro che in cento su un gommone semisgonfio si allontanano di qualche centinaio di metri dalla costa, perché hanno appuntamento con i “soccorritori”. Queste persone, salvo imprevisti, “fanno finta” di essere in pericolo. E quando gli imprevisti si sono verificati, è stato soltanto perché non si è realizzato il normale programma.
A quanto pare, il “velo di Maya” era veramente una sottile garza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 13/8/2017 alle 7:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
10 agosto 2017
IL REATO DI PIETA'
Se lascia loro e viene da noi è un convertito, se lascia noi e va da loro è un traditore. Morale: non bisogna lasciarsi suggestionare dalle parole e dalle loro connotazioni. Contano i fatti. 
E poi non bisogna essere disonesti Se il giudice assolve l’imputato di omicidio, il padre della vittima non può dire: “Hanno ucciso mia figlia una seconda volta”, perché nessuno può essere ucciso due volte e la bassa retorica è irritante. Non può dire: “Hanno lasciato libero l’assassino di mia figlia”, perché queste parole significano che i magistrati hanno reputato quell’uomo colpevole e tuttavia l’hanno lasciato libero. Se ciò fosse vero, e si potesse dimostrarlo, quei giudici non andrebbero biasimati, andrebbero denunciati. Si può certo contestare la sentenza (se non fosse lecito non esisterebbe l’appello) ma con queste parole: “Io rimango convinto che sia lui il colpevole”. Oppure (se se ne è capaci): “Io sono convinto della sua colpevolezza, e posso dimostrarvelo. Ascoltatemi”. Cosa che fra l’altro è molto più efficace di un po’ di retorica spicciola.
Analogamente, non si può invocare la libertà di parola per qualunque cosa si sia detta. Chiunque può affermare che il Tal dei Tali è stato un pessimo ministro, ma non può dire che “ha rubato a man bassa”. Perché il primo è un giudizio politico, il secondo costituisce diffamazione con l’attribuzione di un fatto determinato, cosa che può del tutto naturalmente comportare una condanna penale. 
Sia detto di passaggio, al riguardo qualcuno potrebbe obiettare che all’indirizzo di quel ministro ha sentito gridare “Ladro, ladro, ladro!”, in Parlamento, e  che l’accusato di diffamazione ha manifestato esattamente lo stesso pensiero. In realtà la questione è più complessa. I deputati (ai sensi dell’art.68 della Costituzione) non sono punibili per qualunque cosa dicano nel corso della loro attività politica, ma di analoga guarentigia non fruiscono i privati cittadini. Anche se potrebbe funzionare per loro – se avessero da fare con giudici particolarmente scrupolosi – l’esimente di cui all’art.59, 4° comma,  del codice penale.
Sempre a proposito di “parlare a sproposito”, qualcosa del genere si verifica in questi giorni. Gli accusati di reati connessi con l’immigrazione clandestina, invece di proclamarsi innocenti (se non hanno commesso il fatto), o colpevoli (se lo hanno commesso) se la cavano costantemente con un escamotage: “Se soccorrere chi rischia di morire è un reato, ho commesso questo reato. E lo commetterò ancora”. Applausi. 
Questa frase è di una stupidità esemplare. L’idea di definire reato il salvataggio di chi rischia di morire è contraria ai più elementari istinti della nostra specie, ed è un assoluto assurdo in un Paese come il nostro. Se qualcuno è accusato di aver commesso un atto punibile, si può star certi che non è quello di aver salvato qualcuno. Sicuramente si tratta di qualche circostanza concomitante, di un reato occasionato da quel fatto, non certo di un disinteressato atto di umanità.
Non bisogna dunque stravolgere la realtà dei fatti e la loro qualificazione giuridica. Se esistesse una norma che punisce ciò che si reputa un atto di umanità per il quale bisognerebbe essere lodati e non puniti, non bisogna contestare l’attività del giudice, il quale applica soltanto la legge, ma quella del legislatore, cioè del Parlamento. Se la legge punisce severamente l’offesa al Presidente della Repubblica (senza nemmeno che egli si scomodi a presentare una querela) non bisogna prendersela con lui, se si è processati; e neppure col giudice: una legge va osservata perché esistente, non perché giusta. E se è ingiusta ne va invocata l’abolizione o la modifica, non l’inosservanza. 
Per tutte queste ragioni, le eventuali contestazioni alla nuova regolamentazione dell’attività delle organizzazioni non governative in materia di salvataggi in mare ed immigrazione clandestina vanno motivate tecnicamente. Sarà ovviamente lecito invocare le ragioni ideali che stanno alla base di una nuova norma al momento di formularla, cioè de iure condendo, ma cavarsela insultando il Parlamento che l’ha votata, e i funzionari dello Stato che la applicano, non è cosa degna di persone intelligenti.
Che è poi la spiegazione della frequenza con la quale si sentono questi insulti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 10/8/2017 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
9 agosto 2017
CANTONATE DELL'ECONOMIST
Riferisce un articolo di Repubblica(1) che, secondo l’Economist, la data della guerra contro la Corea del Nord è già fissata. Si avrà nel marzo del 2019. Si conteranno trecentomila morti nella Corea del Sud e un numero incalcolabile al nord, su cui gli americani sganceranno “la madre di tutte le bombe nucleari, la B61-12”. E non si sa quante migliaia saranno le vittime cinesi del fall out proveniente da sud. E come reagirà la Cina?
Se non avessimo già visto con quale disinvoltura, disinformazione e faziosità l’Economist trattò a suo tempo Silvio Berlusconi, strabuzzeremmo gli occhi e, nel dubbio, toccheremmo ferro. Invece, ammaestrati dal fatto che quella grande testata non è garanzia di verità e a volte neppure d’intelligenza, possiamo fare alcune semplici considerazioni.
Gli Stati Uniti hanno usato l’atomica a Hiroshima e Nagasaki. Il mondo non l’ha mai dimenticato e, in grande misura, non gliel’ha nemmeno perdonato. Gli americani hanno sempre fatto notare che, considerata la mentalità del tempo, i giapponesi si sarebbero fatti uccidere più o meno tutti, pur di ritardare l’avanzata dei nemici sul suolo giapponese. Si era già visto ad Okinawa. Insomma sarebbero morti milioni di giapponesi, uccidendo centinaia di migliaia di americani, senza alcun senso politico o militare, avendo il Sol Levante tecnicamente già perso la guerra da tempo. La cosa è talmente vera, che l’Imperatore Hiro Hito, intenzionato a salvare i suoi sudditi, ebbe grandi difficoltà a far accettare la resa. E benché tale fosse la sua volontà, alcuni suoi alti ufficiali non si rassegnarono alla vergogna di una sconfitta accettata e si suicidarono.
Gli americani, sapendo tutto questo, si resero conto che bisognava convincere i giapponesi che la resistenza era inutile e tragica. Uccidendo centomila abitanti di Hiroshima si sarebbero salvate milioni di vite, e tuttavia Hiroshima non bastò: fu necessario sacrificare anche Nagasaki, e fu necessario che l’Imperatore fosse più ragionevole del suo Stato Maggiore. Ebbene, malgrado tutto ciò, gli Stati Uniti non sono stati perdonati. Come si può immaginare che oggi essi potrebbero usare l’atomica contro la Corea del Nord, senza necessità?
Washington non ha alcun interesse a sterminare i coreani, del resto innocenti delle follie del loro dittatore. Vogliono soltanto impedire che quel Paese possa rappresentare una minaccia per i suoi vicini e per gli Stati Uniti. E per rendere inoffensivo un cobra non è necessario ucciderlo, basta togliergli le ghiandole velenifere.
È pensabile che gli americani scatenino una tempesta di fuoco “come il mondo non l’ha mai vista”, ma con bombe convenzionali. Che del resto fanno già abbastanza danno. Distruggerebbero tutti gli impianti di produzione nucleare noti e tutti gli impianti che che “forse” sono tali. Bombarderebbero con bombe di straordinaria potenza anche i sili dove potrebbero essere contenuti i missili, e dovunque farebbero danni immensi. Ovviamente ucciderebbero anche – questo sì - chiunque si trovasse sul posto o azzardasse una mossa di difesa, ma la città di Pyongyang non avrebbe nulla da temere. Al massimo potrebbe essere distrutta la reggia dei Kim, ma soltanto per il valore simbolico della cosa. Niente milioni di morti, niente armi nucleari, niente fall out sulla Cina, niente incubi di giornalisti afflitti da cattiva digestione.
Ovviamente, dopo questa prima ondata, gli americani sorveglierebbero la zona e sarebbero pronti ad una seconda ondata, se appena scoprissero di aver trascurato qualcosa. Ma non immagino nulla di più. Potrei sbagliare, certo, ma neanche l’Economist si priva di questa possibilità.
Una seconda ipotesi, e qui veramente ci sono da fare gli scongiuri, è che i nordcoreani osino provare ad inviare un missile atomico sugli Stati Uniti o anche sulla Corea del Sud. In questo caso, se c’è un attacco con armi nucleari, è concepibile che si risponda con la stessa moneta. E allora sì, la Corea del Nord si sarebbe suicidata. 
Se una bomba atomica scoppiasse sulla Corea del Sud, della sorella del Nord non rimarrebbe pietra su pietra. I morti non sarebbero “alcuni” milioni, ma “molti” milioni. Sempre che questa vendetta non si attui anche se il missile sia fatto scoppiare in volo, dal momento che, secondo il codice penale, l’articolo che punisce l’omicidio è lo stesso che punisce il tentato omicidio, sempre il 575.
Ma prima di pensare all’Apocalisse è meglio ipotizzare un bombardamento tremendo, modello Seconda Guerra Mondiale o peggio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 agosto 2017
 (1) Angelo Aquaro, Sfida agli Usa, Pyongyang alza il tiro ma arrivano i primi segnali di svolta, la Repubblica, 8 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 9/8/2017 alle 12:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 agosto 2017
IL RISCHIO DI CHI ABBAIA
Una delle caratteristiche delle autocrazie moderne è che, disponendo del controllo totale dei giornali, non hanno limiti nelle vanterie, nelle minacce e nelle bugie. Invece, in democrazia, la pluralità delle voci è una garanzia di libertà e di controllo della verità. Se il governo dice qualcosa di falso, i giornali d’opposizione si fanno un piacere di gridare che sta mentendo. E all’occasione non si privano neppure di ricordare le promesse non mantenute, i programmi non realizzati, e tutti i fallimenti di chi è al potere. 
Un esempio indimenticabile di “verità di regime” risale a circa tre lustri fa. Gli Stati Uniti – a torto o a ragione - parlavano di dare una lezione esemplare a Saddam Hussein, e questi, invece di cercare di dimostrare che sarebbe stato un errore, ha cominciato a sparare minacce apocalittiche. Gli americani, proclamava, non sapevano in che guaio si stavano mettendo, quale prezzo avrebbero pagato in termini di sangue e quanto si sarebbero pentiti di avere attaccato l’esercito irakeno. Sappiamo come andò a finire: gli Stati Uniti vinsero sul campo in poco più di cento ore. Ma questa fu soltanto l’umile realtà. Fino al giorno prima, nel sogno, Saddam Hussein era stato temibile e molti commentatori occidentali si erano compiaciuti di prenderlo sul serio, soltanto in odio agli americani.
E tuttavia c’è un dubbio più difficile da chiarire. Il popolo irakeno poteva non sapere come stavano le cose, perché non aveva una stampa libera. I giornali occidentali potevano dar retta a Hussein perché gli antiamericani non mancano mai, perché gli imbecilli non mancano mai, e perché gli imbecilli antiamericani sono imbecilli due volte. Ma lo stesso Saddam Hussein? Lui era ovviamente informato. Basterà un solo particolare tecnico: i carri armati americani, fra le altre caratteristiche, avevano una gittata talmente superiore a quella dei carri irakeni, che erano in grado di distruggerli prima che questi potessero rispondere al fuoco. Dunque Hussein sapeva di mandarli al macello Per non parlare del dominio americano del cielo. E allora, a che scopo Hussein formulava quelle tremende minacce, se poteva far paura a molti, ma non agli unici che contavano, cioè ai militari americani?
Lo stesso problema è oggi sul tappeto a proposito della Corea del Nord. Questo poverissimo Paese è sul punto di essere attaccato dagli Stati Uniti, e il suo dittatore, mentre apprende che le nazioni più importanti, praticamente all’unanimità, stanno decidendo ulteriori e pesanti sanzioni economiche contro di esso, tuona che: “La vendetta sarà mille volte più grande”, e nessuno costringerà Pyongyang a rinunciare al suo programma nucleare. La Corea “è pronta a dare agli Stati Uniti una severa lezione con la sua forza nucleare strategica”. La quale “forza” non minaccia nessuno, “eccetto gli Usa” e chi desse loro manforte. Inoltre, avverte Kim Jong-un, gli Stati Uniti non devono contare sul fatto che sono difesi da un Oceano. Dimenticando che quello stesso Oceano è ciò che dà tempo anche ai tirasassi di colpire un missile balistico. C’è da sgranare gli occhi. Quasi si vorrebbe chiedere. “Ma scherzate o dite sul serio?”
I molti che hanno la vocazione di sostenere sempre e comunque chi ha torto (una legione, anzi, un esercito, quando si tratta dei palestinesi) difendono Kim Jong-un con un argomento vecchio ma sempre efficace: “Non parla sul serio”. “È propaganda di regime”.“Coltiva l’orgoglio nazionale”. Insomma, è un cane che abbaia ma non morde, anche se oggi ha denti nucleari.
Queste giustificazioni non valgono nulla. È vero, ci sono cani che abbaiano ma non mordono ma, vedendo un cane minaccioso, chi saprebbe dire se morde o  abbaia soltanto? A Monaco, nel 1938, ci si convinse che Hitler non era pericoloso, era soltanto un po’ smargiasso. E quell’errore non è stato certo l’unico, nella storia. Sicché la giusta regola è sparare a qualunque cane che si mostri aggressivo, senza chiedergli la sua opinione sui rapporti con gli umani. Nel caso risultasse poi una brava bestia che non farebbe male a nessuno, chiederemo scusa ai suoi padroni per averlo soppresso, ma loro avrebbero dovuto tenerlo al guinzaglio.
Rispetto ai cani, nel caso della Corea del Nord, c’è una differenza. Quelle care bestie seguono il loro istinto e non sono colpevoli di niente, tanto che se avessimo ammazzato un cane che non ci avrebbe mai morsi ne saremmo molto dispiaciuti. Viceversa – in campo internazionale - chi minaccia il peggio al prossimo non dovrebbe lamentarsi, se riceve una schioppettata in mezzo agli occhi. Perché se la sarebbe cercata. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 agosto 20170




permalink | inviato da giannipardo il 8/8/2017 alle 12:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 agosto 2017
LITTLE MONSTERS
Un agriturismo vicino Bologna fa affari perché non accetta minori inferiori dei quattordici anni e assicura un ambiente riposante, silenzioso e civile. Naturalmente il proprietario è stato bollato con giudizi di fuoco su molti social, e qualcuno si è chiesto se quel divieto sia legale.
Secondo il Testo Unico della legge di pubblica sicurezza (art.187), gli operatori “non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo”. Ma nessuno può vietare a un club, a un bar, a un albergo di avere delle regole. In un club di nudisti non si può circolare vestiti. Il divieto di fumare ormai è pressoché generalizzato. Sembra strano doverlo ricordare, ma durante un concerto di musica classica non è permesso nemmeno bisbigliare. Negli aeroplani non è permesso stare in piedi durante il decollo o l’atterraggio. Ognuna di queste regole corrisponde ad un “legittimo motivo”, e nessuno può lamentarsene. Dunque rimane da vedere se sia giuridicamente plausibile il divieto riguardante i minori. Fra l’altro, anche se sono molto rari, soprattutto in Italia, esistono bambini beneducati. Possibile che, soltanto per la loro età, siano esclusi loro e la loro famiglia?
Il divieto, diranno molti, sarebbe comprensibile non  per tutti i bambini, ma per quelli che gridano, giocano a palla, corrono incontrollati, a volte perfino fra i tavoli, cantano, si azzuffano e dànno fastidio. Il fatto è che non c’è modo di distinguerli. Se i little monsters fossero di colore verde, basterebbe scrivere un cartello: “Non sono ammessi i bambini verdi”. Ma il guaio è che da prima sembrano uguali agli altri. E allora, quid iuris?
Immaginiamo che una famiglia con bambini si presenti in un albergo, in un ristorante, in un agriturismo, e si appresti a fruire dei servizi dell’impresa. Naturalmente accettandone le condizioni. Poi però i bambini si comportano come dei selvaggi e l’esercente (ancora una volta a rigor di legge), ingiunge alla famiglia di andar via, anche se ha pagato la stanza, il pranzo o quello che sia. Perché questo impone il diritto. “Secondo la legge, io non ti posso vietare l’ingresso, secondo la legge tu non puoi dare fastidio agli altri clienti”. È verosimile che la famiglia obbedisca, senza sollevare obiezioni? Ed è verosimile che i carabinieri, se richiesti, intervengano per far rispettare quel contratto? In Italia, dove il bambino è re? 
E allora il dilemma è chiaro. Lo Stato deve assicurare la quiete pubblica, e dunque i carabinieri dovrebbero intervenire. Se lo Stato non è in grado di farlo o non vuole farlo, il cittadino – come avviene nel caso della legittima difesa – ricupera il diritto di tutelare da sé i propri interessi. Che poi sono anche gli interessi degli altri clienti, come si deduce dal successo dell’agriturismo di Bologna. E questa tutela si può ottenere soltanto preventivamente, eliminando la possibilità che la situazione conflittuale si verifichi. Esattamente rifiutando l’ingresso anche ai minori (forse) bene educati.
Perfino chi adora i bambini dovrebbe riconoscere che la legge non può essere strabica. Se impone ai terzi i bambini, deve imporre ai bambini di essere bene educati; e se non lo sono, non può imporli. 
Il problema non è né nuovo né esclusivamente italiano. In altri Paesi sono nati (con sovrapprezzo) i voli “childrenfree”, dove quel free suona come il “senza” in senza conservanti e senza coloranti.  Insomma comincia ad essere lecito essere stanchi delle “piccole pesti”. 
Sotto traccia, il problema ci riporta ad un fondamentale istinto della specie. Poiché i bambini rappresentano la sopravvivenza dell’umanità, molta gente per istinto considera empio e inammissibile che qualcuno non li adori, sempre e comunque. Al ristorante non sopporterebbe mai cani, barboni, ubriachi molesti e pitoni inoffensivi, ma chi glielo facesse notare otterrebbe uno scandalizzato: “Ma mi vuoi dire che sono la stessa cosa?” E purtroppo la risposta, per chi non adora i bambini, è sì: “Io non ce l’ho con i bambini, io ce l’ho col rumore”.
Ma è un discorso in salita. Perché chi dovrebbe applicare la legge ha gli stessi istinti della maggioranza delle persone. La giurisprudenza italiana ha infatti imposto ai condomini di tollerare l’abbaiare dei cani (e Dio solo sa quale livello sonoro hanno queste bestie) con la motivazione che quel rumore “è normale nella vita associata”. Cioè devo sopportare un enorme fastidio soltanto perché è frequente. Ma forse molti giudici di cassazione abitano in villa ed hanno dei cani. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 7/8/2017 alle 8:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
6 agosto 2017
RIFORMATORI IMMAGINARI
Chiunque abbia l’abitudine di leggere i giornali ha una sorta di  setaccio mentale. Se, per esempio, si disin
Io ho un setaccio che esclude le notizie di sport, di gossip, di cronaca nera, e soltanto oggi mi sono accorto che ho un setaccio aggiuntivo. Riguarda alcuni editorialisti, e non dei peggiori, la cui firma equivale per me ad un divieto d’accesso. A meno che non legga i loro articoli, per esempio quelli di Eugenio Scalfari, con l’intento di divertirmi e fare poi del sarcasmo. Si tratta di editorialisti che, dimenticando il loro peso specifico, assumono l’atteggiamento di chi finalmente dispensa il richiesto oracolo: “Ecco che cosa dovete fare per salvare il mondo o almeno l’Italia. E se non lo farete, nel momento del disastro ricordatevi che vi avevo avvertiti”.
Intendiamoci: non si può interamente distinguere tra storia, analisi del presente e possibili terapie dei mali di cui si soffre. Se si scrive che fra le principali cause della caduta dell’Impero Romano d’Occidente c’è stata la sua corruzione e la sua oppressione fiscale, si dice implicitamente che un eccesso di corruzione e di pressione fiscale possono condurre al collasso. Nello studio dei problemi del passato e del presente è implicito il progetto per il futuro. Se si studia l’economia di una data regione, si enumerano i fattori produttivi e si dimostra che il massimo freno è la difficoltà di comunicazioni con una regione confinante è come se si dicesse che bisognerebbe costruire un’autostrada o una linea ferrata. Spesso la diagnosi dei mali è essa stessa un’indicazione terapeutica.
E tuttavia, pur se è inevitabile che l’esame della realtà conduca fatalmente a fornire indicazioni su ciò che bisognerebbe fare per migliorarla, l’editorialista deve guardarsi dall’errore imperdonabile di scrivere esplicitamente, per filo e per segno, tutto ciò che gli organi dello Stato dovrebbero fare. Quasi che egli avesse il potere assoluto e si trattasse soltanto di assegnare i compiti. Ciò rende ridicoli e rischia di rendere indigeribile la firma. La critica è molto più facile dell’azione e l’atteggiamento altezzoso è del tutto fuor di luogo. La mosca cocchiera, almeno, sta appollaiata su un veicolo in movimento, mentre l’editorialista presuntuoso è la mosca cocchiera di un carro senza buoi.
Un secondo errore da non commettere mai è l’indicazione di rimedi demagogici e mitologici. È inutile invitare gli uomini ad essere moralmente migliori, affinché lo Stato funzioni: perché gli uomini sono come sono. È inutile dire che se tutti pagassero coscienziosamente le tasse, lo Stato sarebbe meno in crisi. O si è tanto competenti e addirittura geniali, da avere una miracolosa ricetta per aumentare il gettito senza paralizzare l’economia, oppure è meglio non ripetere la giaculatoria ammuffita dell’onestà fiscale. È inutile dire che l’Onu dovrebbe fare questo e quello, perché nel corso dei decenni quell’organizzazione ha dimostrato ampiamente di essere incapace di fare la cosa giusta. E a volte persino di fare quella sbagliata, come quando ha cercato di eliminare Israele dalla faccia della terra a forza di “risoluzioni” assurde. Non bisogna mai scrivere cose che possano indurre a pensare: “Eh già. Se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una locomotiva”.
Questo filtro mentale mi permette di saltare senza scrupoli gli articoli dei moralisti superficiali, dei demagoghi e dei sognatori. Di quei professionisti del pensiero alto che sono capaci di dare alla nostra società, o peggio ancora alla maggioranza di governo, la colpa di certe caratteristiche che sono semplicemente umane. L’egoismo, per esempio. L’interesse al denaro. E persino un certo grado d’imbecillità. Per non parlare di quegli ignoranti sostanziali che si aspettano dagli Stati reciproci atteggiamenti di moralità, onestà, disinteresse. Passi che non abbiano studiato storia, non saranno certo gli unici: ma perché parlare di cose che non hanno capito?
Mondata tanta parte della produzione giornalistica, alla fine anche un lettore pigro e dal fiato corto, può informarsi sufficientemente sul mondo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 agosto 2017
teressa di sport, salta le pagine che ne parlano senza degnarle di un’occhiata. E tutto ciò tanto abitualmente che, se qualcuno glielo facesse notare, magari otterrebbe un effetto sorpresa. Quasi che fosse naturale che il giornale stampi paginate intere che nessuno legge mai.
C’è chi reputa insignificanti tutti i fatti di non grande importanza nazionale ed internazionale, e salta abitualmente le prime pagine per andare alla cronaca cittadina. Certi vecchi, poi, cominciano addirittura dagli annunci mortuari, per sapere se è schiattato qualche loro conoscente. Sono sempre piccole soddisfazioni. 



permalink | inviato da giannipardo il 6/8/2017 alle 7:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 agosto 2017
L'UOMO ETERNO E L'UOMO MORTALE
C’è qualcosa di curioso, nel comportamento dell’uomo. Forse perché non ricordiamo di essere nati, non immaginiamo neppure di morire. E comunque, per così dire, la nostra coscienza si allarga fino a divenire la coscienza del mondo. Soffriamo per la strage di Teutoburgo; ci scusiamo mentalmente per le nefandezze di Pizarro; siamo contenti del successo della Rivoluzione Americana; ammiriamo i progressi della medicina, ed estendiamo questa coscienza del pianeta Terra anche al futuro: preoccupandoci all’idea che l’umanità potrebbe raggiungere i venti miliardi, paventando guerre per le risorse alimentari, e temendo giustamente la fine del petrolio. Infine, se abbiamo abbastanza fantasia, prospettando anche l’invasione degli alieni, i quali chissà che cosa verrebbero a cercare su un pianeta che potrebbe fornire in abbondanza soltanto acqua salata e guai.
Quanto a me, per una sorta di giuramento fatto a me stesso durante l’adolescenza, professo la religione del realismo. Dunque non mi sento la coscienza del mondo. Mi importa soltanto il mio lifespan: l’arco della mia vita. E poiché di questo tempo mi rimane poco, non riesco assolutamente a preoccuparmi del futuro. Il petrolio, come ogni risorsa non rinnovabile è destinato a finire, come il denaro dei figli dei ricchi, quando sono improduttivi. Ma prima del petrolio finirò io. Dunque se mi andrà di fare una gita in automobile mi preoccuperò del prezzo della benzina, non dello spreco di una risorsa limitata. Sono gli altri che dovrebbero riflettere. E invece sembra che l’umanità divenga ogni giorno più ignorante e più sciocca. Per fortuna non sono affari miei.
Di questo sorriso divertito mi dovrei vergognare, ma non ci riesco.  L’unica cosa che mi frena è il dubbio che stia cedendo all’istinto dei vecchi, quello di lodare “i bei tempi andati”. Vizio che avevano già i latini, quelli che hanno coniato l’espressione: “laudatores temporis acti”, apologeti del passato. Purtroppo, è probabile che stavolta i vecchi abbiano ragione. Non perché il passato fosse costituito da “golden days”, ché anzi il Ventesimo Secolo è stato prodigo di tragedie e brutture di ogni tipo, ma perché le premesse per il futuro sono pessime.
Fino alla Seconda Guerra Mondiale, vista con gli occhi di oggi, la vita di tutti è stata caratterizzato dalla miseria. La gente certo non se ne rendeva conto, perché non immaginava neppure di quali agi avrebbe goduto, un giorno. L’aria condizionata non esisteva e nessuno dunque la rimpiangeva, ma non per questo si sudava di meno. Si andava a piedi, perché l’uomo aveva le gambe come i cani e i cavalli. Né ci poteva essere una ferrovia per andare venti chilometri fuori città, a trovare i cugini. Per dieci si poteva ancora andare a piedi, ma venti! Di avere un’automobile a famiglia, non si sognava neppure. Quella novità del resto aveva appena mezzo secolo ed era privilegio dei ricchi. Questi godevano di strade deserte ma dovevano stare attenti ai vecchi che traversavano senza nemmeno guardare. Guardare cosa, poi? Io vado lì di fronte.
I più abbienti avevano la ghiacciaia, ma i frigoriferi non c’erano ancora. Del resto, nemmeno la luce elettrica c’era dappertutto. Quanto alla lavabiancheria, fu un lusso che cominciò a divenire corrente almeno dieci anni dopo la fine della guerra. Come si vede, per vivere si faticava in tutte le direzioni. Addirittura – crudeltà inaudita - i ragazzini andavano a scuola a piedi e da soli. Anche se pioveva.
La conseguenza di un mondo più rude era che tutti erano meglio orientati nella realtà e per sopravvivere ognuno faceva la sua parte.  I nostri doveri verso gli altri erano molto limitati dalla nostra stessa povertà, e quanto ai doveri degli altri verso di noi, erano quasi inesistenti. Tutti guardavamo dove mettevamo i piedi e, se avessimo sbattuto il naso, avremmo saputo che era colpa nostra. Mentre oggi, appena qualcuno si fa male, ci si chiede di chi sia la colpa. E ad ogni buon conto “la magistratura apre un fascicolo”.
Vista dai vecchi, l’umanità attuale è una massa di bambini viziati e deresponsabilizzati. Oltre che ignoranti. Già, perché bocciare è divenuta una crudeltà simile a quella di impartire un’educazione ai bambini. In queste condizioni, è strano che si profetizzino guai, per il futuro? I giovani sono afflitti da un insufficiente senso del reale. Danno per scontati la sicurezza  e i vantaggi di cui godono, mentre in realtà sono cose precarie, e rischiano di perderle. E loro non sono affatto pronti a difenderle. Il futuro gli procurerà qualche brutta sorpresa. Mieteranno i frutti avvelenati dell’ottimismo e del buonismo dei loro genitori e dovranno imparare the hard way ciò che tante generazioni del passato sapevano per normale, e spesso penosa, esperienza. 
Morire è una brutta faccenda (beati voi, che non morirete mai!) ma i vecchi attuali dovrebbero vederla come un vantaggio. Hanno avuto la fortuna di vivere i tempi difficili, imparando così a conoscere la realtà, e di vivere i tempi facili, di cui hanno apprezzato adeguatamente i vantaggi. Mentre i giovani d’oggi non apprezzano i vantaggi - per loro ovvi e naturali - e non sono preparati ai tempi grami che li aspettano. 
Fate pure gli scongiuri, se volete. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 3/8/2017 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
2 agosto 2017
IL "CORRIERE" È DIVENUTO UN BLOG PER RAGAZZINI CURIOSI
Può darsi che stia calunniando il “Corriere della Sera”, e la cosa mi piace talmente poco che, se qualcuno dovesse dimostrarmi che mi sbaglio, lo ringrazierei di cuore.
Come si sa, i giornali sono in crisi perché, da quando c’è internet, moltissima gente non compra più il quotidiano in edicola. Tra televisione, web e giornali online, si ha addirittura un eccesso di informazione. Ma i giornali vivono delle copie che vendono e queste copie sono drammaticamente calate di numero. Con conseguenze anche sui ricavi pubblicitari, evidentemente proporzionali alla diffusione del quotidiano. E a questo punto è stato necessario correre ai ripari. 
Da un lato i giornali non potevano del tutto rinunciare alla vetrina di internet, dall’altro se avessero messo online l’intero contenuto del quotidiano, nessuno più,  o quasi, l’avrebbe comprato. Allora sono state trovate alcune soluzioni. In primo luogo, si è riusciti a far abolire o quasi le rassegne stampa gratuite (preziosa quella del Senato, a suo tempo); in secondo luogo, tutti hanno adottato la tecnica di non mettere quasi nulla online, se non l’inizio degli articoli, alcune foto, insomma la pubblicità del prodotto, pregando i lettori di abbonarsi alla versione online naturalmente ad un costo inferiore a ciò che pagherebbero comprando la copia cartacea. Qualche articolo rimane leggibile, ma alcuni giornali, come per esempio fa il “Foglio”, gratis non offrono più niente. E il problema rimane veramente serio, perché malgrado tutti questi accorgimenti il settore boccheggia.
Il Corriere della Sera, tempo fa, cominciò a difendersi in questo modo: permise a chiunque di leggere il giornale “gratis” per un mese, e poi o quell’utente si abbonava, o dal suo computer non poteva leggere più niente, se non i titoli. Ma questo sistema aveva una falla. Se il lettore azzerava la cronologia del suo browser, il giornale non lo riconosceva più, e ogni giorno lo considerava “nuovo”, permettendogli di leggere gli articoli. Il portoghese professionista la faceva franca. 
È andata così per molti mesi. Ma da qualche tempo sembra che il Corriere in aggiunta abbia trovato un nuovo sistema. Ha mantenuto la chiusura sull’informazione seria e i commenti politici di alto livello, e ha cominciato ad abbondare in video “curiosi”, impossibili da vedere anche per chi ha azzerato la cronologia del browser. Notizie di nessuna importanza, ovviamente, ma capaci di stimolare l’interesse di chi si annoia sotto l’ombrellone.
Per dimostrare la mia tesi, ecco gli esempi tratti dal giornale di ieri, primo agosto 2017. Chiedo scusa in anticipo per la lunga citazione.
Traghetto si schianta sulla banchina. / Coccodrillo si azzuffa con gli squali / Automobilista impaziente cade con tutta l’automobile dal traghetto appena attraccato / Spunta un serpente in ufficio, la cronista non si scompone / Pilota atterra senza poter vedere la pista, l’aereo era stato danneggiato dalla grandine / Ecco perché non ci si dovrebbe fermare in mezzo  all’acquascivolo / Come aprire lo sportello di un furgone in trenta secondi / Brunetta litiga con Parenzo e Talese / Valery Rozov, il salto da ben 6.768 metri / Brunotti in bilico sul Gran Canyon, in bicicletta / Gaza, vivere fra le lapidi / Gallinari, pugno e frattura / Scontro fra autocarri in A14 / Apparecchio per i denti in meno di trenta secondi / Un treno molto lungo al passaggio al livello e un camionista molto  impaziente.
Non garantisco di non avere omesso qualche altro video. Come non posso neppure dire perché dovreste vederli, dal momento che, non essendo io abbonato al Corriere, non ho potuto giudicarli. Soltanto chiedo: e questo è il più grande giornale italiano? A me sembra divenuto una succursale di YouTube, quel prezioso servizio che, a richiesta, vi mostra un’infinità di filmati sui gatti, sulle cadute comiche, sugli incidenti stradali più disastrosi, su qualunque cosa strana vi passi per la testa. Ma si chiama giornalismo, questo? Quelli che un tempo erano i lettori del Corriere della Sera sono divenuti una manica di ragazzini curiosi e scervellati, capaci di interessarsi soltanto di scemenze del genere?
Urge dimostrazione che mi sbaglio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 agosto 2017




permalink | inviato da giannipardo il 2/8/2017 alle 6:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 agosto 2017
"IO" E "NOI"
Svegliandosi, un gatto selvatico probabilmente per prima cosa  si chiede dove potrebbe trovare una preda. Oppure, se non ha fame, potrebbe decidere di sonnecchiare ancora un po’ al sole. I suoi “pensieri” riguarderanno comunque ciò che lui stesso deciderà di fare. Un lupo invece, svegliandosi, non avrà il problema di che cosa fare, perché questo lo deciderà l’animale alfa. Per il gatto il centro del mondo è il suo io, per il lupo è il branco. Un “noi”.
Gli esseri umani sono un compromesso in molti campi. Sono frugivori e carnivori. Sono coraggiosi come i felini e spaventati come gli erbivori. Sono solidali come gli imenotteri e capaci di criminali egoismi. E tutto ciò con strabilianti variazioni percentuali. 
La nostra ambiguità si estende all’io e al noi. La soluzione normale è il lavoro in comune e la famiglia. Ma per quanto riguarda il “noi” esistono casi limite dove l’io è considerato inammissibile: si pensi all’esercito, alle carceri, e soprattutto ai conventi. In questi non soltanto la collettività domina l’individuo, ma non lascia liberi nemmeno i suoi pensieri. 
All’estremo dell’io, si trovano esempi di persone che vivono isolate per le ragioni più diverse. Si pensi ai disadattati, ai vedovi, ai misantropi. Agli insofferenti di qualunque legame. Per non parlare delle persone che passano moltissimo tempo da sole per ragioni di lavoro: i forestali, i guardiani notturni e – un tempo – i guardiani dei fari. Il regime di isolamento carcerario è per noi una severa punizione, mentre se un gatto dicesse ad un altro: “Oggi mi sento solo” provocherebbe stupore. “Come hai detto che ti senti? Non ho capito”. 
La nostra natura, salvo casi speciali, ci lascia sufficientemente liberi. O – se vogliamo evitare di parlare di libertà, un concetto filosofico tutt’altro che dimostrato – diciamo che la razza umana sembra avere un imprinting meno cogente di quello degli altri mammiferi. Dunque il bilanciamento fra l’io e il noi, e il loro eventuale contrasto, ha luogo anche nell’intimo di ciascuno di noi. A parte il dato caratteriale, in questo campo ha anche influenza la situazione esistenziale. Quando la sopravvivenza diviene difficile, il gruppo diviene importante e, perfino in colui che tendenzialmente sarebbe stato un solitario, prevale il noi. Il classico caso è quello dell’esercito. Quando tutti insieme si rischia la vita, la solidarietà fra commilitoni è una regola, e va fino al sacrificio del singolo per salvare il gruppo. Del resto è anche una soluzione economica, perché in questo modo si salva il massimo numero di combattenti.
Stranamente, e in modo assolutamente distorto, questa mentalità si ritrova nei terroristi suicidi. Essi credono – a torto o a ragione – che la collettività islamica sia in guerra con gli occidentali. E dal momento che l’esercito degli infedeli è largamente più forte, l’unico modo possibile per difendere gli altri “credenti”e di riequilibrare la bilancia è gettare sul piatto il peso dell’eroismo, della rinuncia alla vita da parte dei più devoti e dei più coraggiosi. Ecco perché la denominazione di “kamikaze” che la stampa gli dà così spesso, pur essendo del tutto sbagliata se si ha riguardo alla lealtà e alla nobiltà della causa, dal loro punto di vista non è erronea. 
C’è ancora un’altra differenza importante. I giovani piloti giapponesi che sacrificavano la loro vita, lo facevano con l’approvazione e la gratitudine dell’ intera nazione, fino all’Imperatore, non in base a una loro personale e discutibile ubbia. Inoltre combattevano contro un nemico che aveva anche armi per difendersi. Infatti non tutti riuscivano a colpire le navi americane. 
Il fatto che spesso il terrorista prenda in assoluta solitudine l’iniziativa dell’attentato suicida, fa pensare che lui stesso giudichi la propria vita senza importanza. E infatti una persona normale, che sta bene con sé stessa, che ha tante cose da dirsi e tante cose da rispondersi, e tante cose ancora da vivere, non rinunzia facilmente alla vita. A qualunque titolo voluto, il suicidio non è una dichiarazione di stima per sé stessi. 
L’io del terrorista è sacrificato con la disinvoltura di chi  schiaccia una zanzara. Questo disprezzo di sé, e la totale mancanza di empatia, spiega perché i terroristi non soltanto non esitino ad uccidere cittadini inermi, spensierati e innocenti, ma anche donne, bambini e perfino, come a Nizza, musulmani a passeggio sulla riva del mare.
La prevalenza dell’immaginario collettivo sul singolo, unita ad una sopravvalutazione del presunto messaggio divino, induce a credere che il terrorista sia un caso patologico. Il suo noi uccide l’io senza neppure che la cosa abbia senso, a parte un inguaribile disagio esistenziale, e un cupio dissolvi ammantato di salvazione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 luglio 2017




permalink | inviato da giannipardo il 1/8/2017 alle 10:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
luglio        settembre

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Per favore, prendete nota dell'indirizzo giannipardo1@gmail.com, per i momenti in cui "il Cannocchiale" non è accessibile.