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POLITICA
31 luglio 2017
THE RED LINE
Se è quotidianamente ripetuta, qualunque notizia, per quanto drammatica, lascia la prima pagina dei giornali e diviene routine. È come quando una persona cara è ammalata di cancro. Nessuna notizia potrebbe essere più tremenda, eppure nei mesi che precedono il fatale epilogo non si può certo piangere tutti i giorni. Perfino il condannato a morte si rassegna.
Qualcosa del genere avviene nella politica internazionale. La Corea del Nord è un problema da decenni, ma l’aumento della sua gravità è stato estremamente graduale. Chissà, se nel 2007 Pyongyang avesse improvvisamente fatto esplodere delle bombe atomiche e lanciato missili intercontinentali,  ci saremmo aspettati un’immediata risposta dei vicini, ed anche degli Stati Uniti. Invece a questo punto ci siamo arrivati piano piano, tanto che a momenti non ci rendiamo conto di essere sull’orlo dell’abisso. E tuttavia il percorso non può essere infinito. Ché anzi, maggiore è la quantità del gas accumulato, più violenta può essere l’esplosione.
Sin dal primo giorno Donald Trump si è mostrato aggressivo e risoluto e nondimeno fino ad ora, cosciente dei rischi, non ha fatto nulla di determinante. Si è fidato dell’azione della Cina e purtroppo la Cina non ha fatto niente di serio. Il Presidente si è pubblicamente dichiarato deluso e, per essere chiaro, ha fatto sorvolare a bassa quota la Corea del Nord da due bombardieri strategici, di quelli che da soli possono provocare immensi danni; e per giunta ha permesso che fossero fiancheggiati da caccia sudcoreani e giapponesi, quasi firmando nel cielo un’alleanza militare. Il messaggio è chiaro. L’America ha una tale superiorità aerea che i suoi più letali aeroplani possono ostentatamente sorvolare a bassa quota il territorio del Paese che fa il bullo, senza che esso possa od osi reagire. “Attualmente passeggio sul bersaglio. Domani lo distruggerò”. 
Trump non adotterà questa soluzione alla leggera, ma una cosa è certa: ha sicuramente tutti i piani necessari ed ha stabilito una red line, una linea rossa varcata la quale scatenerà l’inferno. Venuto il momento, l’apocalisse  da lungo tempo meditata e organizzata sarà attuata secondo i piani. Probabilmente anche Seul sarà chiamata a pagare un prezzo salato, ma sarà nulla rispetto a quello che pagherà la Corea del Nord. Non si tratterà di un semplice avvertimento, come il colpo di cannone che le navi sparano a prua delle navi avversarie, per avvertire che fanno sul serio. Si tratterà di mettere Kim Jong-un in condizioni di non nuocere per decenni, con una violenza distruttiva che troppa gente ha dimenticato. Come ha dimenticato le fotografie delle grandi città tedesche dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il casus belli non dovrebbe essere lontano. Il piccolo dittatore ha fatto cadere l’ultimo Icbm a poca distanza dal Giappone, con una parabola troppo alta, volutamente sbagliata, in modo da dimostrare che, con quella giusta, quel missile sarebbe potuto andare molto più lontano. Fino in America. E gli americani tollereranno tutto questo? E i giapponesi non ricorderanno all’America che, se non hanno la bomba atomica, è perché Washington si è impegnata a difenderli? Se non questa, quale sarà una sufficiente minaccia per indurre gli Stati Uniti a bombardare a tappeto la Corea del Nord?
Noi ci lambicchiamo il cervello per capire che cosa costituirà il  superamento della linea rossa e Kim Jong-un non sembra porsi la stessa domanda. Perché i dittatori, soprattutto quelli squilibrati, disprezzano il popolo che dominano e sono disposti a sacrificarlo alle loro ambizioni. In questo Hitler si è dimostrato degno erede di quel Caligola che rimpiangeva che il popolo romano non avesse una sola testa, per poterla tagliare d’un sol colpo. I coreani del Nord potrebbero pagare il prezzo di centinaia di migliaia di morti, forse milioni, soltanto per le fantasie di un “Dittatore” alla Chaplin.
Se dovessi ipotizzare in che consista l’attraversamento della linea rossa, direi che sarà il momento in cui Kim Jong-un starà per disporre di una bomba atomica recapitabile con un Icbm che parta da un silo sotterraneo o da un sottomarino. Il perché è presto detto. Finché la Corea del nord non disporrà di questa triade, qualunque intervento degli Stati Uniti non potrà comportare una risposta nucleare. Se invece Pyonyang riuscisse a dotarsi di quell’armamento, anche se la Corea fosse interamente rasa al suolo, potrebbe ancora partire un Icbm verso Los Angeles, col suo carico di morte atomica. L’unica assicurazione contro questo evento è renderlo impossibile.
So benissimo che di sili atomici indistruttibili e di armi nucleari a bordo di sottomarini dispongono molti Paesi, fra cui Israele. Motivo per il quale l’Iran non attaccherà mai Gerusalemme. Ma, appunto, i Paesi pesantemente armati conoscono i rischi che corrono, oltre quelli che fanno correre, e per questo l’umanità dorme tranquilla. Kim Jong-un è preoccupante per la sua follia  e per la sua noncuranza rispetto ai rischi che fa correre al suo Paese. Forse, contro ogni buon senso, e contro il suo stesso interesse, egli costringerà il mondo all’azione di polizia più sanguinosa di tutti i tempi. 
Mai sottovalutare l’istinto di sopravvivenza. Perfino il topo, all’angolo, prova a minacciare il gatto. E figurarsi se è invece un topo che prova a mettere all’angolo un leone.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 luglio 2017




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POLITICA
30 luglio 2017
C'È POSTO PER ATATURK IN ITALIA?
C’è ancora posto per il personaggio di vertice, carismatico e provvidenziale? Il grande uomo che fa la storia – direbbe uno studioso disincantato - nasce da una combinazione di fattori personali  e obiettivi. E questa combinazione è così eccezionale, che gli intervalli di tempo fra personaggi come Alessandro Magno e il “Petit Caporal” possono toccare i due millenni. E nessuno può dire quando la realtà sarà propizia a farcene rivedere un altro. Il fatto che senza la Rivoluzione Francese non avrebbe potuto esserci Napoleone, ci impone di spazzar via l’ingenua certezza che un uomo come lui avrebbe comunque fatto una straordinaria carriera. Perché ciò semplicemente non è vero. 
Parlando di personaggi meno straordinari: Lutero, per esempio; Cromwell; Pietro il Grande; - geni che hanno cambiato il corso della storia del loro Paese – ci si può chiedere se noi potremmo avere qualcuno capace di far uscire l’Italia dalle secche economiche, di riportarla alla prosperità e allo slancio vitale che dimostrò dopo la Seconda Guerra Mondiale. In particolare, ci manca l’uomo giusto, ci mancano le condizioni giuste, o ci mancano ambedue le cose?
La storia, al riguardo, può fornire qualche indicazione. I grandissimi personaggi sono stati tali soprattutto in due campi, quello militare – e qui i nomi non mancano, da Temistocle a Cesare, da Gengis Khan a Maometto II – e quello sociale: dai fondatori di religioni a coloro che hanno realizzato enormi cambiamenti come Pietro il Grande o Atatürk. Viceversa, non abbiamo esempi di grandissimi riformatori economici. I due massimi esperimenti di rivoluzione economica sono il comunismo sovietico e quello maoista, ambedue caratterizzati dal segno negativo. Il massimo che il grande riformatore riesce a fare, in questo campo, è provocare disastri. Il caso della Cina è particolarmente interessante. Quando un dittatore ha cercato di rendere tutti prosperi e felici nella giustizia, si è avuta la morte per fame. Quando invece si è lasciato che la gente agisse liberamente, si è avuta la prosperità, e non nel quadro della giustizia sociale, ma dell’avidità individuale.
In campo economico non si sono mai visti “uomini della Provvidenza”. Una sorta di maledizione vuole che chiunque provi a dirigere dall’alto l’economia fallisca miseramente. Le stesse grandi correzioni di rotta, piuttosto che essere l’opera di qualche genio, sono il risultato della stanchezza della gente per la formula precedente. E della voglia di riavere la libertà. 
L’Occidente è stato a lungo prospero perché è sfuggito alla dittatura economica sovietica. Ma non è sfuggito al fascino delle idee socialiste. E a poco a poco lo statalismo è divenuto pervasivo. Il collettivismo dirigista è stato addirittura capillare, programmaticamente affettuoso ma di fatto occhiuto e invadente. Il Welfare è stato sempre più generoso e sempre più esteso, “dalla culla alla tomba”, con la conseguenza di costi esorbitanti, e ciò ha obbligato lo Stato a divenire inverosimilmente avido. Alla fine l’oppressione fiscale ha condotto ad una sorta di paralisi produttiva. Tutto ciò, naturalmente, non è stato fatto “contro” il popolo, ma proprio “per” il popolo, col suo consenso e col suo applauso. E così, quando si è arrivati all’“hyperthélie” non si è più saputo come reagire. 
L’hyperthélie, secondo Wikipédia francese, è costituita da quei caratteri fisici, come la coda del pavone o le corna dei cervidi che,  pur assicurando un vantaggio nella riproduzione, sono divenuti talmente eccessivi, da costituire un pericolo per i loro portatori. Non soltanto i cervi si possono ferire, negli scontri tra maschi, ma può anche avvenire che muoiano perché rimangono impigliati negli alberi. Ipertelia viene dal greco “andare oltre lo scopo”,  “telos” (non thelos, e infatti non si capisce l’hyperthélie). Nello stesso modo, le società occidentali hanno creduto talmente nella bontà dei principi socialisti da averli adottati fino all’eccesso. Fino ad arenarsi in una irreparabile  crisi del modello economico-sociale. 
Il popolo è quello che soffre di più di questa crisi e tuttavia non comprende l’errore che la provoca. Così non ha alcuna possibilità di uscirne. Un giorno parlavo della perdita di competitività dell’Occidente e feci notare che l’operaio cinese, dal momento che lavorava di più e guadagnava di meno, era imbattibile. La reazione fu immediata ed indignata: “Ma tu vorresti ridurci alla condizione di operai cinesi?” E questa risposta mi atterrò, quasi fosse una sentenza di morte per l’Occidente. 
Essa esprimeva in primo luogo un orrendo razzismo. Quasi che Dio avesse stabilito una volta per tutte che l’uomo bianco, superiore, dovesse vivere negli agi faticando poco, mentre gli asiatici, inferiori, potevano pure sgobbare per una ciotola di riso. In secondo luogo, era una forma di stupidità: se una nazione produce molto e si contenta di poco, immancabilmente si arricchirà, e fatalmente questa ricchezza ricadrà sullo stesso popolo. Infatti, la leggenda della ciotola di riso fu a lungo usata per i Giappone, che oggi è uno dei Paesi più ricchi del mondo. Quanto alla Cina, prima i cinesi avevano tutti fame e andavano in bicicletta, oggi la fame non sanno che cosa sia e le strade sono intasate di automobili. Se il modello vincente era l’operaio cinese, e il modello perdente era l’operaio italiano, non c’era che da rinunciare al modello perdente e adottare quello vincente. È la selezione naturale in economia.
Naturalmente non si dice che bisognerebbe ritornare, socialmente, agli albori della Rivoluzione industriale, ma certamente bisognerebbe ridurre drasticamente l’intervento dello Stato e il peso del suo fisco. Anche rinunciando a molti falsi e costosissimi vantaggi. Ma il popolo non è disposto a questo cambiamento, e dunque non c’è soluzione. Non c’è uomo eccezionale che basti. Atatürk trasformò il suo Paese, ma non si occupò di economia e divenne il Padre dei Turchi. In Italia nessuno riuscirebbe a divenire il Padre degli Italiani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 luglio 2017




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POLITICA
29 luglio 2017
LA REALTA' RAZIONALE
La stella di Matteo Renzi si è talmente appannata che attaccarlo, se pure da questo umile pulpito, sembrerebbe ingeneroso. E tuttavia l’argomento può essere ripreso non per parlare di lui, ma della razionalità della vita.
Concetto discutibile, naturalmente. Sono troppe le cose che non vanno secondo le previsioni. La frequente irrazionalità del reale smentisce le previsioni meglio argomentate. E tuttavia a volte lo svolgimento della storia segue binari obbligati. 
Per mesi mi sono stupito del fatto che gli italiani non avessero una crisi di rigetto nei confronti delle bugie e dei modi insopportabili di Renzi e infatti, pressoché “in solitario”, ne ho detto tutto il male che a mio parere meritava. Sul momento il clima nazionale è sembrato darmi torto, poi invece il tempo ha dimostrato che annunciavo in anticipo una piena che ora è diventata alluvionale. E ciò dimostra che, almeno qualche volta, quando esistono le cause di un fenomeno, poi se ne verificano gli effetti. 
Oggi siamo al punto che il Pd si è scisso e per un’eventuale collaborazione con esso i fuorusciti pongono come condizione che Renzi sia messo fuori gioco. Atteggiamento eccessivo, impolitico e quasi stupido. Non bisognerebbe dimenticare che le due cose più importanti sono, nell’ordine, la nazione e poi il Pd. Renzi non piace? Basterebbe non conferirgli il bastone del comando, senza per questo danneggiare il partito, e lasciare orfani milioni di elettori, pur di fare dispetto ad un singolo personaggio.
Purtroppo, all’irragionevolezza della sinistra estrema corrisponde l’irragionevolezza dello stesso Renzi. Questi non ha capito la sconfitta del referendum e non ne ha tratto le conseguenze, tanto che continua ad avvitarsi nei suoi errori e ci fa paventare  non soltanto la sua fine politica, ma anche un colpo mortale al Pd. La realtà spietata continua a presentare il conto per i suoi eccessi, ma i suoi oppositori non dovrebbero lasciarsi ad andare ad eccessi speculari. Troppi credono che, per eliminare le proprie colpe,  basti chiudere gli occhi, mentre lo spappolamento della politica italiana richiederebbe che tutti si rendano conto che il primo imperativo è quello di governare il Paese e se possibile di arrestare la sua marcia verso il disastro.
In materia di governabilità, l’Italicum andava nella direzione giusta, anche se era eccessivo ed effettivamente pericoloso. Come dice un proverbio della mia terra, il troppo è come il poco. Quella legge prevedeva un’unica Camera in cui avrebbe avuto un’enorme maggioranza non una coalizione, ma un unico partito. E  dal momento che i partiti, quando hanno un capo carismatico, di fatto gli obbediscono, tutto ciò corrisponde a dire che si ipotizzava la dittatura di un uomo per cinque anni. Coloro che erano contenti che quest’uomo potesse essere Matteo Renzi dovrebbero chiedersi se sarebbero stati altrettanto contenti che quest’uomo fosse Berlusconi o Di Maio. Le leggi non vanno ritagliate su qualcuno. Gli uomini cambiano, le istituzioni restano, e a volte fanno danni immensi. Non è che, per rimediare ai difetti della democrazia, si debba ricorrere alla dittatura.
Probabilmente gli italiani, per il motivo sbagliato, e cioè l’ostilità a Renzi, hanno fatto la cosa giusta, rigettando una riforma pericolosa. Ma oggi siamo alla paralisi politica. Il Paese non riesce a darsi una nuova legge elettorale ( non foss’altro – come vorrebbe giustamente il Presidente della Repubblica – per armonizzare le norme fra Camera e Senato) e la situazione è peggiore di quelle che abbiamo vissute col vituperato Mattarellum e col vituperatissimo Porcellum. Attualmente non si riesce ad immaginare chi, e con quale maggioranza, proverà a costituire un governo, dopo le elezioni. Ci siamo infilati in un vicolo cieco e non sappiamo andare né avanti né indietro. 
Non c’è un premio di maggioranza abbordabile. Non c’è un partito abbastanza forte per governare da solo. Non ci sono coalizioni disposte a governare insieme. Non c’è neppure una ragionevole previsione di quali saranno i risultati delle elezioni. Il singolo partito con le massime intenzioni di voto, lo sciagurato M5s, ha come programma soltanto quello di impallinare chiunque provi a governare il Paese. O perfino ad impedire che i nostri figli muoiano di morbillo perché contagiati dai figli di genitori incoscienti.
Con le migliori intenzioni, Renzi ha fatto all’Italia più male di quanto potesse immaginare. Soprattutto, le ha proposto la dittatura ed ha ottenuto l’anarchia. Cosa dopo tutto non stupefacente se, tanto per Aristotele quanto per Montesquieu, questi due tipi di regime sono collegati e l’uno è spesso il presupposto dell’altro. Pessimo presagio.
Se per giunta aggiungiamo al quadro il rischio che le acque, oggi stagnanti, potrebbero sollevarsi in onde finanziarie e borsistiche gigantesche, c’è veramente da avere paura. Speriamo che stavolta la realtà, invece d’essere razionale, sia imprevedibile e ci perdoni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 luglio 2017




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POLITICA
28 luglio 2017
I VIZI DELLA VIRTU'
La prudenza è una virtù. La Chiesa l’ha addirittura accoppiata con la giustizia, la fortezza e la temperanza, per formare il quadrilatero delle virtù “temporali”, cioè della vita quotidiana. Purtroppo, il Diavolo si nasconde nei particolari e Belzebù è così abile che questa impresa riesce a realizzarla anche quando si tratta di virtù: quand’è che la prudenza è eccessiva, e quand’è che si trasforma in viltà o, peggio, in ignavia?
Si potrebbe pensare che il miscredente, non avendo il problema della virtù e del vizio, non abbia questi problemi. Che a lui basti chiedersi fino a che punto la prudenza possa essergli utile. E tuttavia il Diavolo, anche se non esiste, riesce lo stesso a nascondersi nei particolari, così che una visione del tutto immanente della prudenza non rende poi molto più facile il suo maneggio.
Gli esempi sono moltissimi. Abitando in una via poco frequentata, poco illuminata, e tornando a casa tardi, si rischia sempre una rapina senza testimoni e senza possibilità d’aiuto. È una buona ragione per tornare sempre a casa prima del tramonto? Bisognerebbe rinunciare a vivere una vita normale. Abitare in una zona di periferia e tornare a casa tardi è un rischio, ma non si può evitarlo. Forse la prudenza consiglierebbe di tenere addosso cinquanta euro e di darli al primo che si presenta, sperando che gli bastino. Per il resto, si possono soltanto incrociare le dita.
E questo non è il peggio. Fare sesso, comporta il pericolo di avere figli indesiderati. L’unico contraccettivo veramente valido, anche il più scomodo, è la castità. Con quale coraggio sposarsi, quando le coppie che poi si separano sono almeno la metà, e il rimanente spesso rimane unito soltanto per quieto vivere? E certo è da incoscienti viaggiare in automobile, sapendo che si possono avere incidenti anche mortali a cento metri da casa. Fare beneficenza comporta il pericolo della truffa e la certezza dell’ingratitudine; ma se uno non è mai generoso, poi si sente un verme. Che cosa c’è, di più umano, del confidare un segreto a un amico? Eppure è una sciocchezza. Se l’interessato non resiste alla voglia di far sapere qualcosa, come può aspettarsi che resisterà un terzo, che non ha lo stesso interesse al segreto?
Tutta la vita è disseminata di trabocchetti. Se si vive in un condominio, poi si ha da fare con i condomini, avendo tutti i problemi di una famiglia allargata senza averne i vantaggi. Ma se si sceglie una villetta isolata, si moltiplicano i costi, i rischi e i problemi. Chi cerca di arricchirsi lavorando molto rischia di morire prima di godersi il patrimonio e chi vive spensieratamente, andando avanti con gli anni ha modo di pentirsene. Il prodigo finisce in povertà, il risparmiatore si vede rubare i soldi dall’inflazione e dallo Stato, che lo considera un egoista sfruttatore dei poveri. Il problema è generale: accettare i rischi e divertirsi, o non accettarli e rinunciare a vivere in modo piacevole?
La prudenza in conto terzi è poi lo strumento che gli spietati profeti del passato usano per spargere sale sulle ferite di chi già sta soffrendo: “Avresti dovuto essere più prudente”. “Avresti dovuto pensare questo e quello”. Quasi che loro sapessero già come sarebbe andata a finire. E quasi volessero dire: “Non soltanto devi soffrire, ma devi anche ammettere che soffri per colpa tua”. E ciò nel momento stesso in cui chi è nei guai vorrebbe almeno sentirsi dire che con un pizzico di fortuna sarebbe potuta andare bene. Anche se lui meritava che andasse male. 
In questo campo torna in mente un vecchio e ironico detto: “Signore, dammi la forza di sopportare i mali contro cui non posso nulla, dammi la forza di reagire contro i mali contro i quali posso lottare, e soprattutto, Signore, dammi la saggezza di distinguere le due situazioni”. 
La prudenza, come il coraggio, come la tenacia, come la generosità e tante altre belle virtù, è buona o cattiva secondo l’occasione e secondo la misura con cui viene applicata. Il principio vale perfino per i difetti: quand’è che il vigliacco diviene prudente, e l’incosciente diviene coraggioso? Per sé ognuno trova delle giustificazioni: l’avaro si considera un risparmiatore,  il prodigo si definisce generoso. 
Non ci si può proprio fidare del libro di lettura. Quello in cui si parla di bel tempo quando c’è il sole e di cattivo tempo quando piove, dimenticando che la regione in cui c’è sempre bel tempo si chiama Sahara.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 luglio 2017




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POLITICA
27 luglio 2017
VINCERE LA GUERRA O REGOLARE I CONTI
Presto bisognerà votare, e poi un governo bisognerà pure costituirlo. Ma le prospettive non sono rosee. Il M5s, non raggiungendo ovviamente il 51%, sarà ancora una volta lo spettatore che fischia. Il centrodestra, se riuscisse a presentarsi unito, potrebbe anche vincere, ma non è detto che lo farà. Mentre il Pd, di questo passo, sembra condannato alla sconfitta. L’ovvia condizione, per scongiurare questo esito, è che si presenti unito alle elezioni. Ma questa “ovvia condizione” – per quanto ne sappiamo - sembra una “ovvia impossibilità”. 
Il tentativo di Giuliano Pisapia di rabberciare un’unione è sempre più improbabile e l’orizzonte è buio. Da sola, l’estrema sinistra è condannata all’insignificanza, ma rimane irriducibile. Né è più comprensibile l’atteggiamento di Renzi, il quale non sembra rendersi conto del pericolo. È vero che il Mpd non ha nessuna possibilità di vincere, ma ha ancora la possibilità di far perdere il Pd. Sembra che tutti si sparino sui piedi.
Quando qualcuno va contro il proprio interesse, c’è qualcosa che non quadra e le ipotesi impazzano. Può darsi che, per ignoranza o per stupidità, quel tale non sappia distinguere i vantaggi dagli svantaggi, insomma che abbia perduto il contatto con la realtà. Può darsi che sia in ballo qualcosa di più forte dello stesso interesse, tanto che si è entrati nella cosiddetta “economia di guerra”, in cui si considera desiderabile un proprio danno, se si è certi di infliggere al nemico un danno ancor più grande. Infine può darsi che quell’uomo creda, sacrificando un bene proprio, di procurarne uno più grande alla collettività o alle persone cui tiene.  Bruto e Cassio non progettarono di uccidere Cesare perché lo odiavano: concepirono l’agguato per salvare le libertà repubblicane. Sapevano anche perfettamente che correvano dei rischi, perché Cesare aveva amici che avrebbero potuto vendicarlo. Come di fatto poi avvenne. Ma – appunto – Bruto e Cassio non agivano nell’interesse proprio, speravano di salvare Roma dalla tirannide.
Nel caso di tutti coloro che hanno lasciato il Pd, il primo interesse non sembra essere quello di tornare a governare, quanto quello di impedire che lo faccia il Pd, se guidato da Matteo Renzi. Il possibile movente di questo atteggiamento negativo è innanzi tutto di “budella”. Squisitamente emotivo. La molla principale della scissione è dunque un odio viscerale e implacabile verso il Segretario del Partito. Infatti molti commentatori non esitano a scrivere che, per un’azione comune, la condizione sostanziale posta dall’estrema sinistra è che Renzi sia messo da parte. Ma questa motivazione vergognosa è, per così dire, inconfessabile. Maiora premunt. La grande politica e gli interessi della nazione dovrebbero contare infinitamente di più delle simpatie e delle antipatie personali. E tuttavia i sentimenti si possono soltanto nascondere, non eliminare. L’odio per Renzi è un fatto.
La decenza richiede però motivi più plausibili. Ed infatti i fuorusciti sostengono che Renzi, forse per convinzione, forse per pragmatismo,  ha spostato l’asse del partito “troppo a destra” ed essi si sarebbero resi autonomi soltanto per recuperare i valori tradizionali del marxismo. Così si vantano di voler ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, di fare più spazio ai sindacati, e di spingere per l’adozione di altri provvedimenti secondo le ricette del comunismo d’antan. Quanto pesi l’odio e quanto pesi l’ideologia, Dio solo lo sa. Ma questo riguarda i partiti e non è il dubbio principale. 
Il dubbio principale è la misura in cui queste argomentazioni peseranno nelle cabine elettorali. La disaffezione delle “regioni rosse” nei confronti di Renzi è un campanello d’allarme, ma, dinanzi alle urne, quando si renderanno conto che, votando per un partito diverso dal Pd, condanneranno la sinistra a perdere, può darsi che le regioni rosse e molti vecchi “comunisti” siano indotti a turarsi il naso e votare per Renzi. 
L’inguaribile tara genetica della sinistra è uno scissionismo che tende alla polverizzazione. Questa tendenza rischia di fare un grande danno alla politica italiana e a tutti coloro che si sentono di sinistra. Renzi sarà pure insopportabile, ma i rappresentanti dell’opposizione interna avrebbero fatto bene a non lasciare il partito. Se proprio dovevano condurre una guerra contro Renzi, avrebbero dovuto condurla dall’interno. C’è sempre modo di liberarsi di un capo scomodo, in democrazia, e in vista delle elezioni il principio giusto è: prima vincere la guerra, poi regolare i conti. Qui invece sembra che tutti – anche negli altri partiti – preferiscano regolare i conti e perdere la guerra.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 luglio 2017




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POLITICA
26 luglio 2017
IL PERCHÉ DEGLI INCENDI BOSCHIVI

Dovendo risolvere un problema, l’ideale è ovviamente avere tutti i dati e giungere alla conclusione incontestabilmente esatta. Ma quando ce la si deve cavare con ciò che si ha, risulta prezioso il principio del filosofo inglese Occam, secondo il quale la soluzione più semplice è probabilmente la giusta.
Un caso di questo genere si ha con gli incendi boschivi. Chi appicca il fuoco compie un gesto incomprensibile, dannoso, a volte criminale fino all’omicidio. E per molto tempo, probabilmente proprio perché reputavano la cosa inconcepibile, le televisioni si sono ostinate a parlare di “una cicca accesa buttata distrattamente da qualche passante”, e soprattutto di “autocombustione dovuta al caldo”.  
Autocombustione? Scettico, ho perfino dubitato che esistesse la parola. Poi il dizionario mi ha rassicurato. La parola c’è. È il fenomeno che probabilmente non c’è. Gli incendi della savana, a quanto ho letto, si verificano a causa di qualche fulmine. Del resto gli animali non fumano e non gettano cicche accese sulla sterpaglia. Ma già, provate a dar fuoco alla sterpaglia con una sigaretta accesa. C’è il rischio che consumiate l’intero pacchetto senza riuscirci. Una volta ho perfino letto che, gettando una cicca accesa su una pozzanghera di benzina, si spegne la cicca, invece di avere l’incendio. Insomma le cause degli incendi che ipotizzavano allora giornali e telegiornali erano talmente fantastiche, che oggi non vengono più prese in considerazione. 
Oggi la moda è quella di parlare di piromani e di interessi criminali. Dei malati di mente che amano il fuoco, o dei delinquenti che appiccano un immenso incendio per modificare un territorio secondo i loro interessi. Quanto ai malati di mente, è vero che esistono, ma possibile che si manifestino soprattutto in estate e soprattutto nei giorni di grande caldo? Non c’è proprio niente da bruciare, in autunno, in primavera e nello stesso inverno? Anche qui, la sproporzione fra il numero di incendi nelle giornale calde e ventose d’estate, e il resto dell’anno, richiederebbe una spiegazione.
Quanto ai criminali, ammesso che vogliano incendiare un capannone o un’area edificabile, non avrebbe senso dar fuoco ad un bosco in un giorno di grande caldo e di grande vento. Perché, se non si immagina la sproporzione fra lo scopo perseguito e le conseguenze concrete, prima che dei criminali si è degli idioti. 
Scettico come sempre, preferisco fare altre ipotesi. È evidentemente molto più facile incendiare un vasto territorio in un giorno di grande caldo, con molta sterpaglia secca, e mentre soffia un vento teso. E questo è il dato fondamentale. La cosa più semplice è dunque che l’incendio sia stato appiccato per errore. Proprio perché provocare il grande incendio in simili condizioni è facilissimo, basta che si accenda un fuocherello per qualsivoglia innocente ragione e il fuoco potrà immediatamente sfuggire al controllo. L’imbecille voleva soltanto arrostire una salsiccia, il fuoco è partito e da quel momento non c’è stato nessun modo per frenarlo. Ce lo dicono le cronache da tutto il mondo. All’imprudente non rimane che scappare via non visto, se può.
La seconda ipotesi, forse anche più probabile, è psicologica. I ragazzi, gli ignoranti, gli insicuri, e in generale i deboli di mente, sono coscienti di essere degli incapaci. Le difficoltà che gli altri superano, loro non riescono ad affrontarle. E invece, quando accendendo un fiammifero si può provocare una catastrofe, ecco risorge dal buio del tempo la figura di Erostrato. Colui che, cosciente della propria insignificanza, vuole per un momento sentirsi grande distruggendo con un gesto ciò che altri hanno costruito con il loro genio o con anni di fatica. La reazione distruttiva è la versione frustrata della creatività. È questa la ragione dei tanti attacchi che le più famose opere d’arte hanno subito nel mondo. Erostrato incendiò il famoso tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, proprio perché non sarebbe mai stato capace di costruirlo.
Il fuoco appiccato al bosco esalta la volontà di potenza dell’imbecille. “Ora si dovranno mobilitare i pompieri, i carabinieri, i Canadair, e tutto questo perché l’ho voluto io, con un gesto da nulla. E domani di questo disastro parleranno i giornali e le televisioni. Che impresa, la mia! Peccato non possa vantarmene”.
Ecco perché tutte le prediche e le richieste di “misure di prevenzione” contro gli incendi boschivi sono futili. O almeno insufficienti. Perché non c’è rimedio contro l’incoscienza, contro la distrazione, e contro la stupidità criminale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 luglio 2017




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POLITICA
24 luglio 2017
ANTISEMITISMO FREUDIANO
Un titolo del Corriere della Sera (23/7/’17) recita: “Israele, blitz di esercito e 007 in Cisgiordania: arrestati 25 membri di Hamas”. Il titolo – pedissequamente seguito dal Tg5 delle tredici - è assurdo. Innanzi tutto perché comincia con la parola “Israele” e continua con “in Cisgiordania”. Sicché la Cisgiordania dovrebbe essere all’interno di Israele, e francamente non risulta. Ma c’è di peggio. Dov’è la Cisgiordania? Per non far impazzire chi dovesse cercare nelle carte geografiche, diamo subito la risposta: la Cisgiordania non esiste. Non più di quanto esista la Transgiordania. Queste denominazioni si trovano soltanto nei libri di storia e furono inventate dai vincitori della Prima Guerra Mondiale. 
Durante la Guerra dei Sei Giorni, Gamal Abder Nasser indusse con l’inganno Amman a partecipare al conflitto contro Israele. E così, dopo il risultato disastroso dell’iniziativa, il re preferì liberarsi della sovranità su quella parte del suo territorio denominata Cisgiordania - ormai occupata da Israele - dal momento  che costituiva soltanto una fonte di spese e di problemi. A anche l’Egitto rinunciò alla sovranità sulla Striscia di Gaza.
La Transgiordania si è così trasformata nella Giordania e la ex Cisgiordania in parte è divenuta legittimamente (secondo i dettati dell’Onu) Israele; in parte, dal punto di vista del diritto internazionale, una sorta di res nullius. Il vincitore infatti non ha proceduto alla sua annessione, pur essendo stato aggredito nel 1948, e una seconda volta nel 1967. Israele ha invaso quelle terre - che ancora oggi presidia - non per annettersele, ma soltanto per evitare che costituissero la base di partenza per ulteriori attacchi. La denominazione che per esse si ritrova nei documenti ufficiali dell’Onu è: “Occupied Territories”. Ma nel caso specifico non significa molto. Infatti, in diritto internazionale e nelle Convenzioni di Ginevra, parlando di territori occupati ci si riferisce a porzioni di territorio dominate da una potenza straniera, nel corso di una guerra: terre che dunque, giuridicamente, appartengono alla potenza in quel momento soccombente. E qui non è così.
I Territori Occupati non appartengono a nessuno e la Giordania non desidera affatto averli indietro. La sua opinione al riguardo l’ha espressa nel 1970 in quel mese che, ancora oggi, i palestinesi chiamano “Settembre Nero”. Invadere la Cisgiordania è tanto possibile quanto invadere la Pannonia, la Cilicia, o il Ponto Eusino, per chi sa dove fossero. Il giornalista ha usato il termine “Cisgiordania” per suggerire, in modo subliminale e commettendo un lapsus freudiano, che Israele ha commesso un illecito. Avrebbe invaso un Paese straniero, più o meno come se avesse attaccato la Dacia, la Lidia, la Numidia.. 
I Territori Occupati palestinesi sono un unicum, nella storia. Di solito, chi conquista un territorio, se può, se l’annette. Anche se il precedente “proprietario” spesso continua a rivendicarlo per decenni, a volte per secoli, come fa dagli inizi del Settecento la Spagna con Gibilterra. Al contrario la West Bank (altra denominazione del territorio) è una tale rogna, che chi ne era il sovrano, il regno hascemita di Amman, ha rinunciato a considerarla propria e Israele, che avrebbe potuto annettersela, non ci ha mai nemmeno provato. S’è annessa le Alture di Golan (che appartenevano alla Siria) solo per ragioni militari, perché da quelle alture era possibile bombardare Israele con l’artiglieria.
Gli stessi abitanti di quei Territori hanno realizzato una sorta di capolavoro al contrario. Invece di approfittare della straordinaria occasione di costituire senza guerre d’indipendenza un loro Stato pacifico e riconosciuto, hanno continuato a sognare di arrivare all’indipendenza soltanto dopo avere eliminato Israele, al passaggio massacrando la maggior parte degli israeliani. Il sogno prosegue da mezzo secolo e si è trasformato in incubo, ma loro rifiutano di svegliarsi. Gaza, in particolare, è un autentico inferno dove si vive (malissimo) della carità internazionale: ma non per questo si arrende alla realtà. Del resto la maggior parte dei nostri giornalisti non dimostrano più buon senso o cultura storica dei palestinesi che, pur essendo gli aggressori, appaiono come i più deboli e dunque hanno ragione. Non c’è altro da dire.
È la tragedia dell’irragionevolezza. Dei criminali aggrediscono a tradimento dei militari israeliani, uccidendone due, e le autorità di Gerusalemme, invece di fare una strage, reagiscono istituendo dei controlli con i metal detector. Conseguenza? Per la comunità internazionale sono loro, quelli che meritano rimprovero, non i terroristi e quelli che li applaudono. A momenti, l’Occidente sogna una nuova intifada. E questo mentre milioni di innocenti occidentali, in tutto il mondo, sono sottoposti ai metal detector in tutti gli aeroporti e perfino costretti a togliersi le scarpe. 
Forse coloro che sono malati di antisemitismo nemmeno si accorgono di tutte queste assurdità. E quell’ebreo di Freud non sanno nemmeno chi sia. Verrebbe voglia di mandarli in Cisgiordania.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 luglio 2017




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POLITICA
23 luglio 2017
LA TRANSUMANZA
Quando si tratta dell’Amministrazione dello Stato, noi italiani siamo assolutamente perfezionisti e intransigenti in materia di moralità. Purtroppo poi siamo stramaledettamente pragmatici quando si tratta dei nostri personali interessi. La prima caratteristica ci spinge a  scrivere leggi impraticabili a forza di essere perfette, la seconda ci spinge a violarle ogni volta che la cosa corrisponde alla nostra utilità. E poiché queste caratteristiche si riscontrano anche nella vita parlamentare, è necessario trovare gli opportuni rimedi, ammesso che esistano.
All’art.67 la Costituzione statuisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Ciò significa che, se un deputato è stato inviato alla Camera da elettori che volevano che votasse contro un determinato progetto, e poi si accorge – in coscienza – che quel progetto sarebbe utile al Paese, deve avere il diritto di tradire il mandato degli elettori. Infatti lo farà per il loro stesso bene. In origine contava di espletare l’incarico ricevuto, ma quando ha ottenuto maggiori informazioni ha agito per il meglio. Tutto perfetto, in teoria. Il deputato ha una coscienza, e questa coscienza deve prevalere anche sugli impegni assunti.
Purtroppo, tra teoria e pratica c’è differenza. Nella vita concreta, il parlamentare contraddice il mandato ricevuto non quando glielo impone la sua coscienza, ma quando glielo consiglia sommessamente il suo interesse. Quando il tradimento corrisponde ad essere rieletto, alla prospettiva di ottenere una carica o alla speranza di un qualunque vantaggio personale. Che tutto questo sia tanto dolorosamente quanto innegabilmente vero, è dimostrato dal fatto che, nella legislatura che si avvia alla fine, i cambiamenti di partito sono stati  501 ed hanno riguardato 324 parlamentari. E soltanto lo scemo del villaggio può credere che ci siano state 501 crisi di coscienza su meno di mille parlamentari. Il fenomeno è talmente disgustoso che i giornalisti l’hanno spesso denominato transumanza. Una pratica che il dizionario definisce: migrazioni stagionali del bestiame. Con l’unica differenza che quelle dei politici avvengono tutto l’anno.
In realtà, noi viviamo in un mondo in cui le vere crisi di coscienza sono rare, anche perché le stesse coscienze, almeno in Italia, non si notano molto. Senza dire che in questo ultimo scorcio di legislatura  non abbiamo ancora finito di assistere allo sconcertante spettacolo. Con Renzi in perdita di velocità, e Alternativa Popolare in liquidazione, chissà a che numero arriveremo, prima della fine. 
Sembra un malvezzo inarrestabile, e tuttavia, ragionando pragmaticamente, il rimedio esiste. Se la causa del male è l’interesse, basta togliere l’interesse al cambio di casacca. Bisogna soltanto cambiare l’art.67 della Costituzione. L’unico provvedimento efficace è rendere poco conveniente ed anzi costoso il cambio di casacca.  L’eletto non deve poter passare dal partito del diavolo al partito dell’acqua santa, o viceversa, ricevendo per giunta un premio. Si pensi al caso di Alfano – dispiace dirlo – che addirittura ha mantenuto la titolarità dei più importanti dicasteri.
Nessun parlamentare deve poter essere utile, col suo voto, alla formazione di arrivo. Perché spesso questa formazione è invisa agli elettori che lo hanno mandato in Parlamento, e la cosa squalifica lo stesso sistema democratico. Il Parlamento deve mantenere una configurazione invariabile rispetto a quella uscita dalle urne. E soltanto un provvedimento che punisca i traditori, invece di premiarli, può ottenere questo risultato.
Come si vede, non si tratta di introdurre il vincolo di mandato, vincolo che ridurrebbe il parlamentare al rango di “nuncius”. Si tratta di ricordare ai deputati e ai senatori che, se non sono d’accordo con una certa politica o con il voto per una certa legge, nessuno gli impedisce di votare contro, e soprattutto di dimettersi. Se non fanno né l’una né l’altra cosa, è segno che in loro l’interesse alla possibile rielezione (e, sul momento, alla paga di parlamentare) prevale sulla loro coscienza. 
Le altre proposte sono chiaramente inefficaci. Fare appello alla correttezza e alla coscienza dei parlamentari è come parlare ai sordi. Fare appello ai grandi capipartito, raccomandando loro di non accettare fra le loro file i transfughi, sarebbe anche questa una perdita di tempo, perché anche loro sono guidati dall’interesse. O la coscienza civile dei politici è afona, o i politici non hanno orecchie per ascoltarla. Ma questo l’avevamo già capito.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 luglio 2017 




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POLITICA
22 luglio 2017
IL POTERE DELLO STATO E IL POTERE DEI CITTADINI
Galli della Loggia, sul “Corriere”(1), sostiene che lo Stato in Italia non ha il potere di far valere la propria volontà. Su di essa prevale quella dei cittadini che non vogliono essere infastiditi. Il potere prevalente è dunque quello di non tenere conto delle leggi. Tesi interessante ma che può essere approfondita. Soprattutto per spiegare come si sia arrivati a questa situazione. 
Chi osserva la legislazione italiana è invariabilmente colpito da due fenomeni costanti e universalmente noti: uno strabocchevole numero di leggi, caratterizzate dall’essere minuziosissime. Il loro scopo evidente è quello di raggiungere un’ideale regolamentazione della materia. Purtroppo, come insegna il buon senso, l’ottimo è nemico del buono.
Da noi, anche chi gestisce un panificio in un paesino di montagna ha bisogno del commercialista per sbrigare le faccende fiscali. La materia è spesso così complicata da risultare impervia per gli stessi professionisti che devono tuffarsi in un mare di leggi e di regolamenti che si accavallano e si contraddicono, in una selva di rimandi, di eccezioni e di complicazioni che non sembrano avere mai fine. Lo Stato stesso forse non saprebbe come metterci le mani, e infatti non si avventura a varare un Testo Unico che riassuma e semplifichi la materia. Il risultato di queste correzioni di rotta a getto continuo è l’evasione, l’immenso contenzioso fiscale, i periodici condoni, il caos.
E questo non è affatto un caso particolare. Chiunque abiti in una grande città italiana sa che le sue strade sono piene di divieti di sosta e spesso addirittura di fermata. I divieti sono ovviamente opportuni: se gli italiani li rispettassero, la nostra circolazione sarebbe comoda e spedita. E infatti è proprio questo lo scopo che hanno perseguito gli uffici comunali che hanno stabilito quelle norme. Soltanto hanno dimenticato di chiedersi: gli automobilisti potranno rispettarle? Se si considera il numero di automobili che devono forzatamente entrare in città (anche perché i servizi pubblici fanno pena e su di essi non si può contare) è ovvio che la gente finirà col parcheggiare in divieto di sosta. E tanto più facilmente lo farà, in quanto i divieti di sosta sono in tale numero e per tanti chilometri di strade, che i vigili non possono multare tutti i contravventori. Così questi ultimi corrono l’alea. La contravvenzione viene vista non come la repressione di un abuso, ma come la piccola sfortuna del giorno. Grazie al Cielo molto saltuaria. 
L’intera legislazione italiana è caratterizzata dalla ricerca della perfezione. Un’utopia lontana non soltanto dalla mentalità italiana, ma anche dalla possibilità di  realizzazione. Gli italiani, che pure sono tanto pragmatici nella gestione del loro privato, divengono perfezionisti nella vita pubblica. Se qualcuno, in sede di determinazione dei divieti di sosta, suggerisse di istituirne pochi, l’assoluto minimo, ma di farli poi costantemente rispettare, non sarebbe ascoltato  Tutti hanno in mente l’ideale e preferiscono contribuire al caos, che rinnegare le loro astratte geometrie. 
È stato sempre così e l’intero ordinamento giuridico italiano segue questi criteri. Se c’è una legge poco applicata, invece di applicarla seriamente, se ne fa un’altra più severa. Col doppio risultato negativo che non si applichi una legge ancor più severa, o tale che, quando è applicata, risulti eccessiva. Il malcapitato che subisce quella sanzione la vede come un eccezionale infortunio che ha colpito lui e non tanti altri nella stessa condizione. Con violazione del principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. 
Per non parlare dell’assurda richiesta di tanti imbecilli – ascoltatissimi dai media e dai politici – di impedire per via giudiziaria il verificarsi di certi reati. Molti sono convinti che se, per la corruzione negli appalti pubblici, si istituisse la pena di morte, il fenomeno sarebbe finalmente eliminato. Non hanno idea della storia del diritto penale. 
Questo contrasto fra ciò che dovrebbe avvenire e ciò che avviene, fra ciò che sarebbe bello realizzare e ciò che è possibile realizzare, è una delle principali cause del marasma italiano. Fino a dar ragione a quel cinico straniero che una volta scrisse: “L’Italia è un Paese dalle pessime leggi, per fortuna non applicate”.
La conclusione è molto semplice. È vero che lo Stato italiano ha poco potere, ed è vero che gli italiani hanno tendenza a non osservare le leggi. Ma lo Stato ha poco potere perché vorrebbe averne troppo, e gli italiani hanno tendenza a sottovalutarlo perché vogliono soltanto sopravvivere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 luglio 2017
(1) http://www.corriere.it/opinioni/17_luglio_22/politica-senza-potere-a3df223a-6e46-11e7-adc0-ba2bd5ab3f02.shtml




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POLITICA
20 luglio 2017
MOLLICHINA
Corriere della Sera: “Il ministro Costa si dimette: ‘Non potevo tenere i piedi in due scarpe’ ” C’è da comprenderlo. Gliene sarebbero rimasti due scalzi.




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POLITICA
18 luglio 2017
LE RADICI DELL'ODIO SONO EMOTIVE
Un articolo di Massimo Recalcati, sulla Repubblica”(1) ha il titolo: “L’odio per Matteo e il lutto della sinistra”. Il testo non è sempre facile ma credo di averne ricavato due concetti: uno, Renzi è odiato perché inassimilabile come uomo di sinistra; due, la sinistra stessa è morta e non vuole accettarlo. Renzi col suo comportamento fa notare quella morte ed assurdamente il partito lo tratta come se fosse la causa, e non soltanto il messaggero di quell’avvenimento. La tesi è suggestiva, ma forse si possono proporre alcune obiezioni.
La sinistra dura e pura, quella utopica e massimalista, quella comunista e rivoluzionaria, oggi è improponibile. In Unione Sovietica il più grande esperimento di marxismo si è risolto in un fallimento e tutti i Paesi che hanno potuto liberarsi del comunismo l’hanno fatto con entusiasmo. Gli stessi Paesi che ancora oggi si proclamano comunisti, il comunismo o l’hanno  eviscerato dal punto di vista economico, come ha fatto la Cina, oppure, come Cuba, dimostrano ancora oggi che quel sistema è fonte di miseria e di illibertà. Nel mondo sviluppato, se qualcuno richiama le antiche ricette della sinistra, ottiene soltanto di provocare un allarme. Dunque la sinistra non dovrebbe affatto odiare chi le indica una nuova via e, sperabilmente, il modo di ottenere nuovi successi. 
Per queste ragioni il Pd e in generale la sinistra avrebbero dovuto amare, non odiare, Matteo Renzi. E in buona misura, da principio l’hanno anche fatto, vedendolo correttamente non come un affossatore ma come un riformatore della sinistra. Questa infatti – contrariamente a quanto pensa  Recalcati – non morirà mai. Essa  rappresenta infatti il punto di vista idealistico e al limite utopico di tanta brava gente, magari di poca cultura storica, certo di grande cuore. 
È vero che Renzi proclamava brutalmente la sua intenzione di mandare in pensione i vecchi leader, ma perché riteneva necessario un rinnovamento (“Con questi leader non vinceremo mai”, proclamava Nanni Moretti), non per far morire il partito. Voleva dunque rigettare i vecchi fanatismi e i vecchi steccati e proporre una nuova politica; flessibile, pragmatica, tollerante. Soprattutto più inclusiva che divisiva: prova ne sia che dialogava persino con Berlusconi. E questa immagine che dette di sé fu una delle principali cause del suo fulminante successo. Un successo – si badi – non limitato soltanto alla sinistra, ma esteso al centro e più o meno all’intero Paese. 
Forse la pretesa “inassimilabilità” di Renzi, su cui Recalcati si dilunga, è stata vista più come un pregio che come un difetto, e il suo piglio di condottiero risoluto e vincente ha fatto il resto. Molta parte dell’Italia ha sognato di avere trovato in lui chi l’avrebbe salvata dalla crisi e dalla decadenza. Era un viatico di gloria. Se il miracolo non è durato, è stato per motivi economici e soprattutto umani. 
L’Italia in crisi prima è stata delusa dalla mancanza di risultati. Poi è stata irritata dalle infinite bugie e dal trionfalismo vuoto del Presidente del Consiglio. Infine si è indignata dinanzi al suo evidente egocentrismo, ai suoi modi a volte sgarbati, alla sua insopportabile invadenza. Così nel dicembre del 2016 ha avuto una crisi di rigetto. Prima sembrava che a Renzi tutte le ciambelle riuscissero col buco, poi che la fortuna l’avesse del tutto abbandonato. Prima era sempre “vincente”, anche contro venti e maree, poi è stato visto come perdente ed è clamorosamente passato da simpatico ad odioso, per riprendere il concetto di Recalcati. 
L’influenza del dato umano e personale è stata ancora più chiara nei rapporti con i colleghi di partito. Il suo modo di fare imperativo, arrogante e all’occasione irridente, gli ha creato un numero incalcolabile di nemici, ma lui non se ne è affatto preoccupato. E così il calo di gradimento, da prima sussurrato, a poco a poco ha raggiunto i  livelli minacciosi del tuono. Prima era sembrato stravagante che qualcuno lo criticasse, poi è sembrato sorprendente che qualcuno lo difendesse.
Può anche darsi che le ragioni politiche di cui parla Recalcati abbiano qualche reale fondamento, ma rimane il sospetto che gli oppositori di Renzi le abbiano cercate e trovate per giustificare la loro lotta contro un uomo che odiavano. E continueranno ad odiare, qualunque cosa farà. Lui per giunta ricambia cordialmente odio e disprezzo, figurarsi quante probabilità ci sono di avere una sinistra unita e vincente.
Finita la guerra, e a volte persino durante (si ricordi un famoso Natale della Prima Guerra Mondiale), i fanti che fino al giorno prima hanno cercato volenterosamente di ammazzarsi possono fraternizzare, perché nella guerra non c’è nulla di personale. Al contrario, fra i coniugi che si separano, possono nascere odi inestinguibili anche se prima non si sono mai torti un capello. E i greci, quando hanno dovuto creare il paradigma dell’odio, hanno scelto due fratelli, Eteocle e Polinice. Nella vita il “tocco umano” è essenziale. Purtroppo Renzi ne è totalmente sprovvisto. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 luglio 2017
(1)La Repubblica - MASSIMO RECALCATI - 17/07/2017 pg. 1 ed. Nazionale

L'odio per Matteo e il lutto della sinistraImage
L'ANALISI
QUALE è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l'indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l'odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l'odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica.
L'accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.
Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po' sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati. La convinzione resta inscalfibile: nemmeno l'accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina, scelto da Renzi come suo vice, la sposta di un solo millimetro.
Proviamo a riflettere brevemente sulle origini del sentimento dell'odio. L'odio investe l'altro in quanto eterogeneo e inassimilabile. Renzi per la "sinistra sinistra" è l'incarnazione maligna di una eterogeneità che resiste ad ogni assimilazione. Le sue origini culturali e antropologiche sono differenti da quelle del vecchio gruppo dirigente del Pci che è migrato nel Pd. Un'altra cultura, un'altra sensibilità, ma anche un'altra generazione. Il fatto che questo "eterogeneo inassimilabile" sia divenuto, attraverso il legittimo voto delle primarie, il segretario del maggiore partito della sinistra italiana non è stato vissuto come il segno di un arricchimento, di una contaminazione propulsiva, di un superamento degli steccati ideologici, ma come una vera e propria usurpazione. Per questo è insistente - se non drammaticamente compulsivo - l'invito alla discussione interna sulla linea del segretario; invito chiaramente sintomatico che denuncia, a mio giudizio, proprio quel fantasma di usurpazione relativo ad una eterogeneità giudicata, appunto, originariamente e ideologicamente illegittima. Non solo bisogna infinitamente discutere sulla linea del segretario - non solo oggi che il partito è in difficoltà, ma, occorre ricordarlo, sin da quando Renzi ha acquisito legittimamente il suo incarico - , ma si deve continuare a discutere sino a quando questa eterogeneità scandalosa sarà espulsa o ridotta a una posizione minoritaria... La vera ragione di tutto questo odio è la difficoltà della vecchia sinistra di fare il lutto della sua fine storica. Più schiettamente: Renzi è colpevole di avere messo la sinistra di fronte al suo cadavere. Anziché fare il lutto della sua identità ideologica essa preferisce - come spesso accade - imputare all'eterogeno la colpa della sua morte (già avvenuta). È un fenomeno che ricorda il rito tribale di alcune popolazioni dell'Africa nera riportato da Franco Fornari nel suo celebre Psicoanalisi della guerra: di fronte alla morte insensata di un bambino, la tribù afflitta anziché incamminarsi verso la via dolorosa dell'elaborazione del lutto preferisce attribuirne la responsabilità alla popolazione confinante e ai malefici del suo sciamano dichiarandole guerra. Renzi sciamano? L'odio che lo investe vorrebbe coprire la fine di una concezione del mondo che ha nutrito l'interpretazione della storia per tutto il Novecento: la lotta di classe, una concezione etica dello Stato, l'identificazione del liberalismo e dei sui principi come Male, la gerarchia immobile del partito, la prevalenza della Causa universale sulle relazioni di cura particolari, una differenziazione paranoide del mondo in forze del Bene e in forze del Male, l'inclinazione populista e incestuosa della cosiddetta democrazia diretta, la riduzione delle politiche sociali a un maternage assistenzialista, il sospetto verso le manifestazioni della singolarità in tutte le sue forme, un paternalismo insopportabile che cancella le nuove generazioni. La morte irreversibile di questo paradigma imporrebbe un lavoro del lutto estremamente impegnativo. Molto più facile allora imputare al carattere spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico di Matteo Renzi la crisi del Pd e della sinistra in generale che affrontare questo immane e, in realtà, inaggirabile compito.





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POLITICA
14 luglio 2017
IL SENSO DEL REALE IN POLITICA
È concepibile che uno che ha spesso definito il comunismo una malattia mentale possa dispiacersi per i problemi della sinistra? No. Ma inconcepibile non è sinonimo di impossibile. Perché la realtà non tiene conto di ciò che noi concepiamo. Senza dire che i guai della sinistra sono anche guai dell’Italia.
Questa parte del nostro panorama politico è in questo momento dilaniata da un dilemma tanto semplice quanto assurdo: disunita perde, ma per unirsi deve accettare Renzi come capo e alcuni degli interessati in questo momento preferiscono perdere ed essere emarginati, che subire il sorriso del giovanotto. Ecco perché il tentativo di Pisapia sembra senza speranza.
Che Renzi non sia simpatico è comprensibile, ma potrebbe essere eccessivo che lo si odi al punto da preferire la morte politica piuttosto che concedergli un successo. Purtroppo, in questa analisi, non si può assolvere lo stesso Renzi il quale, nella sua visione autocratica del potere, è disposto a correre l’alea di un insuccesso, pur di non concedere spazio ad altri. E infatti tratta male Pisapia, Prodi, e chiunque proponga la pace. Il risultato è quello che vediamo.
I commentatori parlano di una possibile seconda scissione del Pd e della trasformazione di ciò che resterà di quella formazione in PdR, Partito di Renzi. Ma quale percentuale avrebbe un partito percepito come di centro, eppure con tanti ex comunisti dentro? Il rischio è quello di riuscire a distruggere la sinistra senza creare un movimento di dimensioni altrettanto grandi.
La sinistra, fino a qualche decennio fa, era la formazione più seria e più ideologicamente motivata. Oggi non è più né seria né ideologicamente motivata. Il PdR, nella misura in cui esiste, è un comitato elettorale a favore di Renzi. Il Mpd, cioè i fuorusciti del Pd, non potendo dire che il loro unico programma è quello di distruggere Renzi, parlando di reintrodurre l’articolo 18 e di risolvere i problemi economici dell’Italia contraendo ulteriori debiti (loro li chiamano “investimenti di Stato”) quasi che i creditori fossero obbligati dal Destino a farci credito indefinitamente.
Renzi avrebbe dovuto capire che chi si fa troppi nemici finisce inevitabilmente male e che la dittatura non va bene neppure in un partito. I suoi avversari avrebbero dovuto ricordare che le scissioni dànno praticamente sempre un pessimo risultato e che è sempre meglio combattere dall’interno un capo inviso che condannarsi all’irrilevanza. Soprattutto se quel capo continua a farsi dei nemici. Per non dire che comunque è sempre meglio vincere con un leader insopportabile che perdere da soli.
Ma non è che gli altri partiti stiano poi tanto meglio. Il partito di Grillo è una barzelletta che non fa ridere, e potrebbe provocare disastri, in base al noto principio che fa più danni un imbecille che un delinquente. Dopo un’esperienza triennale, il M5s avrebbe dovuto arrendersi all’evidenza: da soli non si arriverà mai al governo, soprattutto se si esprime un programma fumoso, inafferrabile e, per quel po’ che si comprende, disastroso. Tanto che, se ancora ci fosse stato l’Italicum, in caso di ballottaggio fra il M5s e qualunque altro partito, vincerebbe qualunque altro partito. È realismo, questo?
Il centrodestra appare poco credibile. Berlusconi è ancora la figura più seria, ma sta per compire ottantun anni e nessuno è eterno. Che ne sarà, di quella formazione, se lui scompare? 
Il centrodestra attualmente viene dato, se non vincente, almeno piazzato, ma tutto dipende da un interrogativo: si presenterà unito o inciamperà sulla futile questione del leader? Salvini come può pensare di competere con Berlusconi, o anche, lasciando da parte Berlusconi, come può credere che voterebbero entusiasticamente per lui i milioni di moderati del centrodestra? Ha scelto di coltivare l’estremismo e non può pretendere che ciò che è estremo stia al centro. Neanche l’etimologia lo permette. 
Forse sbaglierò, ma Berlusconi non può lasciargli la leadership non tanto perché voglia tenersela, quanto perché teme che sia dannosa per il centrodestra. Se Angelino Alfano non avesse sofferto della malattia della poltrona, ed anche dell’infedeltà finiana, sono convinto che il Cavaliere gli avrebbe volentieri ceduto lo scettro. Ma anche Alfano manca di senso del reale e i fatti glielo confermeranno, come l’hanno ampiamente confermato a Fini.
Come se non bastasse, malgrado decenni di esperienze di senso contrario, il Paese è ancora convinto che la soluzione ai nostri gravissimi problemi passi dalla mentalità di sinistra, dal contrarre ancora debito, dalle teorie di Keynes e dalle mosse avventate. Se i nostri governanti mancano di senso del reale, non è che noi italiani ne abbiamo in chissà quale quantità. Cosa che del resto conferma il più spietato dei detti: ogni Paese ha il governo che merita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 luglio 2017




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POLITICA
12 luglio 2017
COME STARA' L'ITALIA FRA UN ANNO?

Nella primavera del 2018 si avranno le elezioni politiche, e mai il risultato delle urne e il futuro della nazione furono tanto incerti. Non soltanto è probabile che nessun partito otterrà la maggioranza assoluta per guidare il Paese, ma non è nemmeno sicuro che due dei grandi partiti, o perfino due grandi  coalizioni, mettendosi insieme, abbiano un numero sufficiente di seggi per votare la fiducia al governo. 
Tuttavia, a ben guardare, non c’è motivo di essere pessimisti. Non per fiducia nelle istituzioni, e men che meno nella classe politica che andrà in Parlamento, ma esattamente per la ragione contraria. L’Italia è il Paese che, nel 1940, prima ha dichiarato la guerra ad una Francia già militarmente sconfitta, e poi, appena tre o quattro anni dopo, all’alleata Germania, anch’essa militarmente sconfitta, e colpevole di non aver vinto. A giudicare dai precedenti storici, sembriamo non avere la minima preoccupazione di morale, o di “faccia”, come direbbero i giapponesi. Il nostro superio è in vacanza da molti decenni, forse secoli. Dunque, riflettendo sul passato, possiamo essere ottimisti sul futuro.
La commedia ebbe inizio quando, nel 2013, le elezioni non produssero una maggioranza. In questi casi – come è avvenuto in Spagna – si procede a nuove elezioni ma – questo è il punto – “accà nisciùn è fess”. Andando a nuove elezioni, chi dice che i parlamentari saranno gli stessi? Ché anzi, se si va di nuovo alle urne, è proprio perché si spera che saranno eletti altri parlamentari, con altre maggioranze, magari capaci di dar vita a un governo. Dunque gli interessati, sempre in base al principio che accà fisciùn è fess, si dicono che il primo imperativo non è governare il Paese, ma non andare a casa. E per ottenere questo risultato sono disposti a votare a favore del governo, da chiunque costituito e appoggiato da non importa quali partiti. Franza o Spagna, purché se magna. Dunque da quel fatale anno abbiamo avuto tre governi, nessuno corrispondente ai risultati  delle elezioni, ma tutti e tre infrangibili. Un mare di berlusconiani, eletti da votanti sicuramente anticomunisti, abbandonano il Cavaliere per sostenere il governo degli ex comunisti. Come ha scritto Leo Longanesi, “La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ‘Tengo famiglia’ ”. Con questo livello di moralità, c’è da stupirsi che non ci sia un maggior numero di omicidi per rapina.
Ma non ogni male viene per nuocere. Come si dice in inglese, ogni nuvola ha un bordo d’argento. Non c’è nessuna ragione perché i parlamentari eletti nel 2018 siano più morali di quelli eletti nel 2013. Dunque dalle urne, nel 2018, uscirà un Paese ingovernabile. Ma sarà governato lo stesso, perché neanche quei parlamentari vorranno andare a casa. Senza la pensione da deputati o senatori? Ma non scherziamo.
Naturalmente delle Camere costituite per tanta parte da soldati di ventura non potranno che esprimere un cattivo governo. Questa non è certo una previsione azzardata. Ma, anche in questo caso, operano in senso contrario un paio di considerazioni. I governi del passato non sono stati certo ottimi, e sarà difficile notare la differenza; in secondo luogo, data la crisi e la dipendenza dall’Europa, gli spazi di manovra sono limitati, perfino quelli per fare sciocchezze; infine dobbiamo sperare che non si abbia nessun avvenimento esterno che peggiori ulteriormente la nostra situazione, ben al di là della nostra capacità di manovra. 
Si parlerà certo molto del problema dei migranti, ma abbiamo finalmente saputo che siamo noi stessi la causa dei nostri guai, essendoci volontariamente impegnati a ricevere  nei nostri porti i migranti, da chiunque raccolti. E probabilmente l’abbiamo fatto non per generosità ma per un atto di furbizia (ottenere il permesso di fare ulteriori debiti) o per un atto d’insicurezza: non essendo certi della bontà delle nostre ragioni, e temendo sempre che gli altri ci giudichino male (come così spesso hanno avuto occasione di fare) ci siamo sempre dimostrati europeisti entusiasti, e siamo stati pronti a mettere la firma sotto qualunque contratto che ci danneggiasse, ma ci facesse apparire i primi della classe. Un esempio su tutti: perché abbiamo firmato un “fiscal compact” (forse a Londra dicono “patto fiscale”), che non saremo mai in grado di onorare, e ci mostrerà ancora una volta incapaci di tener fede agli impegni? Un futuro governo, persino a guida grillina, potrà essere peggiore di quelli del passato?
Il bello del pessimismo è che non ci fa rischiare delusioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
12 luglio 2017




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POLITICA
10 luglio 2017
LA TURCHIA: UN NUOVO CALIFFATO?
Un articolo di Lorenzo Cremonesi(1) dà conto della battaglia dei curdi per riconquistare Raqqa, la capitale del cosiddetto Califfato. Anche senza sapere a chi riconsegnarla. Gli americani – divenuti attivi dopo la fine dell’era Obama - li sostengono vigorosamente e a naso può dirsi che Raqqa non ha speranze. Non soltanto la città cadrà. ma la cosa confermerà che per un califfato come quello di Al Baghdadi non c’è posto.
Il califfato è un regime in cui potere civile e potere religioso sono unificati, e la cui struttura portante è il Corano. Si tratta di un tipo di Stato in cui la democrazia, la parità fra uomo e donna, i diritti civili e tutti i principi di uno Stato moderno sono assolutamente inconcepibili. La sua mentalità è quella del Settimo Secolo dopo Cristo.  Che un simile dinosauro possa esistere nell’epoca attuale potrebbe sembrare azzardato ma – come dicevano gli scolastici – ab esse ad posse valet illatio, se una cosa esiste, è anche possibile che esista. E lo Stato Islamico è già durato un paio d’anni.
Il califfato sopravvive imponendosi con la forza. E se questa forza la esercita senza scrupoli, può durare a luvgo. Se Stalin fosse stato immortale, la Russia sarebbe ancora oggi  sovietica e dominata da lui. Sono le dittature moderate che hanno vita breve. Durano invece decenni le dittature sanguinarie, quelle in cui si è eliminati soltanto per aver respirato contro tempo oppure, come nell’antica Siracusa, per aver sognato di uccidere il tiranno -. Da Lenin a Gorbaciov sono passati circa settant’anni.
L’errore fondamentale di al Baghdadi non è stato dunque di concepire un califfato ma quello di non dominare già uno Stato di dimensioni e forza imperiali. Il califfato, dal momento che prevede l’unione di potere civile e potere religioso su tutti i Paesi di religione musulmana, è istituzionalmente nemico di ogni potere già costituito. In tanto può instaurarsi, in quanto esautori il potere esistente; e ovviamente tale programma non può che allarmare tutti i Paesi in cui prevale la religione islamica. E infatti contro il Daesh si sono alleati sunniti e sciiti, curdi e turchi e perfino (da che pulpito!) sauditi e iraniani. 
Al Baghdadi ha assurdamente sognato di creare un califfato sul territorio altrui, e da quel momento si è condannato a perdere. Come dice il proverbio, molti cani sono la morte della lepre. Ma, se non “nella Siria e nel Levante”,  dove potrebbe sorgere un califfato? 
In generale, un Paese sufficientemente sviluppato e colto il tentativo di instaurare un potere oscurantista potrebbe provocare una reazione di rigetto, prima della popolazione e poi delle forze armate. Si pensi all’Egitto. Potrebbe invece costituire una sede appropriata  un Paese arretrato e fanatico come l’Afghanistan; ma anche se riuscisse nell’impresa all’interno dei suoi confini, quella nazione è troppo piccola e t periferica,  per aspirare a costituire il califfato universale.
Curiosamente, una possibilità si avrebbe in un Paese avanzato, dal punto di vista culturale,  tecnologico e militare, quale la Turchia.  Un dittatore fanatico come Erdogan potrebbe infatti servirsi del potere assoluto per imporre il regime religioso. E tuttavia avrebbe delle difficoltà: perché egli stesso non è un’autorità religiosa. Dunque dovrebbe o passare la mano a qualcun altro, oppure creare uno schema in cui l’autorità religiosa è sottoposta a quella laica. E l’ortodossia sarebbe azzerata. Inoltre quel leader poggia su una base malferma, perché il Paese ha tradizioni democratiche pluridecennali. È stupefacente che dopo novant’anni di kemalismo, i turchi (quanto meno quelli dell’Anatolia profonda) siano ancora tanto bigotti da rinunciare, per la religione, alla libertà e ai vantaggi del mondo moderno. Non dimentichiamo che all’arrivo di Erdogan tutti i cittadini viventi erano nati e vissuti in democrazia. Non è dunque inverosimile che, dopo quel golpe pro-islamico da operetta (forse organizzato dallo stesso Erdogan per impadronirsi del potere) non ce ne sia uno serio per recuperare la democrazia kemalista. È impossibile che, da un giorno all’altro, siano improvvisamente spariti tutti coloro che avevano sentimenti laici, democratici e repubblicani. A Istanbul, ieri, ne abbiamo comunque visto un milione tutti insieme. Per non parlare dell’eterno, estremo rimedio del tirannicidio. Un nuovo von Stauffenberg, disposto a sacrificare anche sé stesso, potrebbe liberare la Turchia.
E pensare che ci si chiedeva se ammettere la Turchia nell’Unione Europea. Sono passati pochi anni, e ora si può discutere se quel Paese possa divenire un califfato.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 luglio 2017 
http://www.corriere.it/video-articoli/2017/07/08/dentro-raqqa-capitale-califfo-ventenni-curdi-che-sfidano-fuoco-dell-isis/ac034e72-6401-11e7-87e3-ee600ad1b24a.shtml#




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POLITICA
9 luglio 2017
AUT CAESAR AUT NIHIL
Un caro amico che lavorava nel campo della pubblicità una volta mi insegnò che è molto più facile vendere un prodotto nuovo che ridare lustro a un marchio che appare vecchio e superato. Quand’anche si migliorasse il prodotto, lo si rendesse competitivo e perfino superiore ad altri, è praticamente impossibile risalire la corrente. La regola vale nei campi in cui l’immagine è tutto. Se un attore è l’archetipo dell’uomo morale e del raddrizzatore di torti  e poi è credibilmente accusato di pedofilia, la sua carriera potrebbe finire bruscamente. Lui rimarrebbe lo stesso bravo interprete di prima, ma a volte, rotto l’incantesimo dell’immagine, non rimane niente.
Fra i campi in cui l’immagine a momenti prevale sulla sostanza c’è la politica. E questo spiega come mai a volte dei politici famosi, di cui si è a lungo parlato e discusso, possano scomparire, letteralmente, dai giornali e dagli schermi televisivi. Tanto che, se occasionalmente riappaiono, a momenti qualcuno esclama: “Toh, è ancora vivo?”  Un esempio è Gianfranco Fini. 
Sui giornali qualche commentatore politico si chiede se, in occasione delle prossime elezioni, Matteo Renzi si presenterà come candidato alla Presidenza del Consiglio. Al riguardo qualcuno intanto osserva che la questione è mal posta: la candidatura aveva più senso – benché non prevista in Costituzione - finché abbiamo avuto un sistema maggioritario. Oggi, con la proporzionale, le cose vanno molto diversamente. Ma non è detto che questa nota pesi molto. Può anche darsi che l’argomento del bastone, che Renzi maneggia così bene, abbia più valore di queste sapienti distinzioni. Il problema in realtà sembra essere un altro.
Renzi ha costruito tutta la sua carriera sull’immagine del giovane vincente, ma attualmente questa immagine è danneggiata da molti fattori. In primo luogo, l’attuale segretario del Pd non rappresenta più una novità. In politica tre anni sono un’eternità. In secondo luogo, oltre che sulla base delle promesse, è giudicato in base ai risultati e questi risultati – magari non per colpa sua, ma questo poco importa – non parlano in suo favore. Infine, poco saggiamente, egli si è fatto fin troppi nemici e non solo fra gli avversari. C’è da temere la conventio ad excludendum, “chiunque salvo Renzi”. E infatti, per cominciare, in nessun caso lo sosterrebbe il Mpd di Bersani. Giustamente tuttavia l’interessato potrebbe dire che l’ambito politico non è la stessa cosa del Paese. Ciò che conta è l’opinione degli elettori. Ma, appunto: qual è oggi il livello di popolarità di Matteo Renzi?
In questo campo il 4 dicembre è risuonato non come un campanello d’allarme, ma addirittura come una campana a morto. Una crisi di rigetto magari prevedibile ma sorprendente per le sue catastrofiche dimensioni. In queste condizioni sarebbe giusto chiedersi se valga la pena di rischiare, e di far rischiare un tracollo al Pd. Soprattutto dal momento che a Palazzo Chigi c’è un Presidente del Consiglio – da lui stesso messo lì – che è il suo esatto contrario: Paolo Gentiloni è moderato, garbato, fa pacatamente del suo meglio e sembra non avere nemici. Quanti nel Pd non pensano che con lui si rischierebbe di meno?
Ma, non si può che ripeterlo, tutto dipende dall’opinione degli elettori. Dopo che si è avuto il risultato delle urne tutti dichiarano che quell’opinione era evidente, ma oggi non la conosce nessuno. Se fosse vero che Renzi è diventato impopolare, dovrebbero sperare in una sua candidatura soltanto tutti coloro che sono ostili a lui e al Pd. Comunque, il rischio è talmente grande che nessuna persona di buon senso lo correrebbe.
Napoleone si credeva fortunato, ed effettivamente una volta fu assistito dal sole, ad Austerlitz. Ma poi fu sfavorito dalla nebbia a Waterloo. E purtroppo anche Renzi ha un’enorme dose di autostima e di ottimismo. Anche se oggi i sondaggi gli dicessero che, con una candidatura, rischia molto, il suo coraggio leonino lo indurrebbe lo stesso a buttarsi nella mischia. Nell’intimo è sempre convinto di riuscire a spuntarla, e se la lezione del 4 dicembre non gli è bastata, è perché non riesce ad inserirla nella sua visione della realtà. E invece, se stavolta dovesse andargli male, poi dovrebbe veramente e definitivamente uscire dalla politica. Non perché l’avrà promesso – cosa di cui è capace di non tener conto – ma perché dopo nessuno vorrebbe saperne, di lui. 
Se avesse più buon senso, si terrebbe stretta la sua carica di Segretario, che è più di quanto meritasse, dopo l’infortunio del referendum. E poi dovrebbe cercare di farsi amici tutti i dirigenza del partito. Rilanciare al poker della Presidenza del Consiglio potrebbe costargli l’intera posta. Purtroppo la sua costante tendenza all’eccesso non permette di essere ottimisti. Il suo motto, come per il Duca Valentino, sembra essere “aut Caesar au nihil”, o vincere tutto o perdere tutto. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it




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POLITICA
7 luglio 2017
UN CENTRATISSIMO ARTICOLO DI GEREMICCA

La lineadura di Matteo contro i nemici

Di Federeico Geremicca(1)

Tiraredritto e andare avanti, sempre avanti e soltanto avanti. In ossequio alla lineapreferita - o all'unica che pare in grado di gestire - Matteo Renzi haassestato ieri in Direzione un altro bel paio di bastonate ad Andrea Orlando eda Dario Franceschini - oppositore di nuovo conio - allungando ulteriormente lalista di quanti si sono o si stanno rapidamente allontanando da lui. Èuna listaormai corposa, e mette assieme - con sfumature diverse - quello che si può considerarelo stato maggiore dell'ex centrosinistra (o Ulivo o Unione, giusto percapirsi). D'Alema e Prodi, Veltroni e Bindi, Pisapia e Bersani, Speranza eLetta, poi Orlando, Epifani, Franceschini, Cofferati e via elencando. Moltinemici, molto onore è un modo - discutibile, secondo chi scrive - di intenderela politica e la vita: soprattutto quando i nemici diventano troppi ecominciano a far fronte comune con chi, in origine, nemico non era. La nuovalinea di demarcazione - ieri lo erano stati il profilo di alcune riforme o ilreferendum costituzionale stavolta è il tema delle alleanze: presentarsi alvoto politico della prossima primavera da soli o in coalizione? E diconseguenza: su quale modello di legge elettorale puntare? In fondo, nulla dicui si debba discutere necessariamente con il coltello tra i denti odenunciando il reato di lesa maestà. E invece, per dire, Orlando si è sentitoaccusare - più o meno - di tradimento («Tu vuoi aiutare Pisapia, io voglioaiutare il Pd») e Franceschini di scorrettezza e slealtà, avendo avanzato lesue critiche in un'intervista piuttosto che negli organismi di partito. Ieri ilministro della Cultura lo ha fatto anche in Direzione, ma non è che sia andatagranché meglio: io rispondo ai due milioni di cittadini che hanno votato alleprimarie - gli ha replicato Matteo Renzi - non certo a caminetti ecapicorrente. Il clima nel Pd, insomma, è di nuovo arroventato: e la sensazioneè che nemmeno la fresca vittoria alle primarie abbia restituito al segretariola forza e la serenità per affrontare discussioni che dovrebbero essere panequotidiano in qualsiasi partito. Può essere che Renzi sia influenzato da quelche vede accadere nelle forze dirimpettaie, dove Berlusconi, Salvini e Grillofanno e disfanno a proprio piacimento: eppure, l'esperienza maturata a Largodel Nazareno dovrebbe avergli fatto intendere che nel Pd un tale modo di fare èassai difficile - forse impossibile da praticare (pena abbandoni personali,scissioni di gruppo e guerriglia quotidiana). E il clima interno non dovrebbeessere l'unico elemento a preoccupare i militanti, elettori e simpatizzanti delPd: c'è anche la rotta verso le elezioni scelta da Renzi che sembra, almomento, rischiosa e poco convincente. L'elemento di possibile rischio non èsolo nella decisione - che pare ormai presa - di «andare da soli»: è anche lafilosofia di fondo (la linea, si sarebbe detto un tempo) a lasciare perplessi.Stando ai discorsi ed agli scritti del segretario, la campagna elettorale delPd dovrebbe infatti muoversi lungo due direttrici fondamentali: il no aipopulismi (con annessi e connessi) e la puntigliosa rivendicazione delleriforme e dell'operato del suo governo. Eppure, l'abbozzo di discussioneavviato dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre, metteva al centro - agiudizio unanime - questo elemento: molti cittadini non hanno votato contro lariforma costituzionale, ma contro Renzi, la sua personalizzazione e Il suogoverno. In sostanza: quell'occasione fu colta per protestare contro il JobsAct, la scarsa crescita economica, l'Imu tolta anche ai ricchi, l'insostenibileimmigrazione e via dicendo. E allora delle due l'una: o era sbagliataquell'analisi o è cosa simile ad un suicidio pensare di andare al votoesaltando proprio quei risultati di governo bocciati dalla maggioranza degliitaliani. Le due cose assieme, insomma, non possono stare. Il tempo percorreggere quel che eventualmente va corretto, c'è. Non farlo potrebberivelarsi, alla fine, un errore esiziale.

(1) Visto che non sipoteva dir meglio.

G.P.




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POLITICA
5 luglio 2017
LO IUS SOLI E IL VOTO DI FIDUCIA
Il Parlamento si appresta a votare la legge sullo ius soli (la cittadinanza a chiunque nasca sul territorio italiano) e la maggioranza degli italiani - come del resto, a quanto dicono, la maggioranza del Parlamento, è contraria. In queste condizioni, il risultato della votazione dovrebbe ovviamente essere negativo. Come potrebbe mai passare una legge che non vogliono né il popolo italiano né i suoi rappresentanti? Eppure può essere votata. Basta porre la questione di fiducia.
Ecco il meccanismo. Il governo dice: “Questa è una legge cui tengo tanto che, se mi dite di no, me ne vado e bisognerà formare un nuovo governo. In questo modo però lascereste il Paese senza una guida in un momento di particolare crisi (è sempre un momento di particolare crisi) e se non si riuscisse a formare un nuovo governo, dal momento che non avete completato il tempo minimo, andreste a casa senza pensione”. Naturalmente i deputati e i senatori, posti dinanzi ad una simile alternativa, magari imprecando votano la fiducia al governo. È con questo marchingegno che abbiamo avuto tre governi (quello di Enrico Letta, quello di Matteo Renzi e quello di Paolo Gentiloni) privi di maggioranza, e sostenuti da una marea di transfughi interessati innanzi tutto a non perdere il seggio e la pensione. Campioni imbattuti, in questo, Angelino Alfano e soci. Ed è ancora con questo sistema che Renzi ha coraggiosamente realizzato le sue più importanti e controverse riforme. Se è incappato nel referendum, è semplicemente perché non si possono mandare a casa gli italiani.
La prima domanda è: è lecito usare uno strumento previsto dalla Costituzione per realizzare una cosa contraria alla Costituzione, cioè votare leggi contro la volontà del popolo sovrano? La risposta è sì, ma bisogna precisarla.
In diritto si parla di lettera della legge e di spirito della legge. La prima è costituita dalle parole stesse della disposizione, mentre il secondo è lo scopo che la legge persegue. Sicché è un bel problema, quando le due cose sono in conflitto. 
Ammettiamo che un uomo d’affari concluda un contratto con un collega, stabilendo una grossa caparra penitenziale, perché – da notizie riservate – gli risulta che in capo all’altro sta per abbattersi una tempesta finanziaria, sicché non potrà onorare quel contratto e gli dovrà restituire la caparra raddoppiata. A termini di legge, egli ha diritto a quella somma. Ma moralmente? Per vedere quanto riprovevole sia questo comportamento basta chiedersi: se avesse stipulato quel contratto con suo figlio, che cosa penseremmo, di lui?
Nello stesso modo, il governo dovrebbe porre la questione di fiducia quando reputa che l’approvazione di quella legge sia essenziale per il bene del Paese, e non per corrispondere all’ideologia della maggioranza del partito dominante, anche se quell’opinione è minoritaria nel Paese. Nel caso del voto di fiducia per lo ius soli si fa cosa  giuridicamente lecita ma contraria allo spirito della legge. Infatti l’approvazione dipenderebbe non dalla fiducia nel governo o nella bontà della legge proposta, ma dalla paura di perdere dei vantaggi personali. Quel voto di fiducia somiglierebbe ad un ricatto tanto quanto la caparra penitenziale dell’esempio somigliava ad una truffa.
In queste condizioni, per prima cosa bisognerebbe gridare alto e forte che il governo va contro lo spirito della legge. Ma questo non farebbe impressione a nessuno, l’intero Paese c’è abituato. Poi bisognerebbe chiedersi che cosa si potrebbe fare per sventare il ricatto.
Una risposta – se c’è - dovrebbero darla i costituzionalisti. Già qui si potrebbe azzardare una soluzione: che avverrebbe se deputati e senatori contrari (anche quelli che, non appartenendo alla maggioranza dichiarata, hanno votato le precedenti questioni di fiducia soltanto per non andare a casa) facessero mancare il numero legale tante volte quante volte fosse proposta la questione di fiducia?
Naturalmente, il marchingegno funzionerebbe se veramente il Parlamento fosse in maggioranza contro il provvedimento. Perché diversamente, se il governo disponesse realmente della maggioranza dei votanti, questa maggioranza, ove fosse tutta presente, costituirebbe già la metà più uno (o più) dei parlamentari, e sarebbe autorizzata a votare da sola la fiducia. Inoltre ci sarebbe comunque da temere il “tradimento” di coloro che, non fidandosi dei colleghi all’opposizione, si presentassero lo stesso in aula, sia pure per votare contro, ma assicurando così il numero legale al governo e il seggio a sé stessi. 
Forse, in sintesi, non c’è speranza. Con la minaccia di mandare i parlamentari a casa, il governo può ottenere qualunque legge. 
Ciò significa che da un canto probabilmente dovremo sorbirci lo ius soli, e d’altro canto che tutte le riforme che non sono state votate non lo sono state perché i governi non si fidavano neppure della loro maggioranza.
E siamo in mano a questa gente.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 luglio 2017




permalink | inviato da giannipardo il 5/7/2017 alle 10:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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