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POLITICA
29 aprile 2017
IDOLA TRIBUS
i principi morali e sociali correnti sono spesso sbagliati, o almeno discutibili. Leggere l'articolo su pardonuovo.myblog.it, almeno finché il Cannocchiale sarà inaccessibile



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POLITICA
26 aprile 2017
Alesina e Giavazzi dimostrano di non aver capito il senso del referendum Alitalia
Si legga l'articolo: "Un chiarimento sull'Alitalia" in pardonuovo.myblog.it, visto che, almeno a quanto mi risulta, gli articoli del Cannocchiale da parecchi giorni non si "aprono".
G.P.. 



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POLITICA
25 aprile 2017
FOLLITALIA
i dipendenti dell'Alitalia non sono pazzi. Forse l'Italia lo è. L'articolo è leggibile su pardonuovo.myblog.it, cui si rinvia, visto che gli articoli qui pubblicati non si riesce ad aprirli.



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25 aprile 2017
FOLLITALIA
Il risultato del referendum dell’Alitalia sul salvataggio dell’azienda potrebbe essere giudicato una follia. Nessuno sembra disposto a buttare soldi nel pozzo senza fondo di questa dissennata compagnia aerea. Il ministro Delrio ha avvertito che la nazionalizzazione (ciò in cui sperano i dipendenti) è impossibile. Per chi l’avesse dimenticato, nazionalizzazione significa che lo Stato ripiana con soldi suoi – cioè nostri – le perdite di un’impresa privata, e l’amministra in deficit a tempo indeterminato. Infine le norme comunitarie vietano allo Stato  di aiutare con denaro pubblico un’impresa a non fallire. Ammesso che questo denaro l’abbia. Insomma, come ha detto il governo, rispetto al piano di salvataggio proposto, non esisteva e non esiste “un piano B”.
In condizioni normali, la conclusione non potrebbe essere che una:.dicendo “no” al referendum, i dipendenti dell’Alitalia hanno dimostrato di essere pazzi. Ma è così? Non proprio.
I bambini sono inesperti, deboli, e privi di risorse, ma sanno sfruttare al meglio il po’ d’esperienza accumulata nei loro pochissimi anni. Dal momento che devono ottenere tutto dai genitori, un loro grande problema è la gestione di due parolette: “sì” e “no”. Se il passato gli avesse insegnato che “no” significa “impossibile”, “sbagliato”, “costoso” e comunque “da non fare”, per loro sarebbe facile orientarsi. “No” significherebbe “no”. Invece l’esperienza gli ha insegnato che se quel no gli provoca un grande dispiacere, tanto da farli piangere, non raramente diviene sì. E così per loro, razionalmente, “no” significa “i grandi resistono”. E l’unico modo per sapere se la risposta vera è “sì” o “no”, è piangere, pestare i piedi, buttarsi per terra, singhiozzare fino al punto di perdere il respiro e di sentirsi male. Se, malgrado questo, il no rimane no, si trattava di un’impossibilità. Se invece il no diviene sì, si ha la conferma di avere utilizzato il metodo giusto.
Naturalmente, nulla del genere si sarebbe mai verificato se gli adulti avessero detto “no” soltanto quando era veramente indispensabile, mantenendolo poi inesorabilmente. Purtroppo in questo contesto si combinano spinte contraddittorie. I genitori hanno tendenza a dire di no perché, per esempio, giudicano la richiesta pericolosa per lo stesso bambino. Ma poi, dinanzi alla sua disperazione, si dicono che dopo tutto basterà stare un po’ più attenti, e il no diventa sì. Da questo il disastro.
Nel caso dell’Alitalia, da molti decenni lo Stato italiano prima dice no, perché sarebbe giusto dire no, poi, di fronte alle proteste e all’impopolarità, dice sì, cosicché, alla lunga, i lavoratori hanno imparato che il no del governo non è da prendere sul serio. Anche se viene pienamente dimostrato che la richiesta è assurda, in quanto l’impresa fallirebbe, i lavoratori hanno imparato ad insistere, perché alla fine iil governo cede.
Nel caso dell’Alitalia, che già tanto ci è costata, lo Stato dice ai lavoratori che no, non può aiutarli. È vietato. È impossibile. No, no e poi no. E che cosa comprendono i lavoratori? Che bisogna piangere di più, minacciare di più, protestare di più. Alla fine, il no diverrà sì, con buona pace di tutti. C’è il divieto dell’Unione Europea? E allora pestiamo anche i piedi. Ci dicono che le banche non fanno più credito alla compagnia? E allora rotoliamoci anche per terra. Ci costerà un po’ più di fatica del solito, ma alla lunga ce la faremo anche stavolta.
Ecco perché non si possono giudicare male i dipendenti Alitalia. Se c’è qualcuno che è irrazionale, è lo Stato, non loro. Il loro voto è assolutamente comprensibile. Quando si tratta di parole e di cerimonie, tutti sono disposti a far finta di credere alle peggiori sciocchezze, ma quando si tratta degli interessi economici, i discorsi stanno a zero e vale il realismo più cinico. Avendo visto tante volte che per l’Alitalia il dare e l’avere sono passatempi per ragionieri, e l’aritmetica non vale, non si possono certo accettare consistenti decurtazioni di salario. Sarebbe il mondo sottosopra. Per decenni si è sempre parlato di aumenti di stipendio ed ora addirittura si dovrebbero accettare diminuzioni di paga? Ragionando così si potrebbe anche pretendere che domani il sole sorga a occidente, che gli agnelli mangino i lupi e l’esperienza non conti più niente.
Auguri, cari dipendenti Alitalia. Personalmente non posso condannarvi. Fate fesso lo Stato. Lo merita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 aprile 2107




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POLITICA
24 aprile 2017
POLITICS STATE OF THE ART
Gli autobus di Londra – i double deck - sono famosi per essere a due piani e vi si può vivere un’esperienza imbarazzante. Al piano superiore si può sedere immediatamente dietro i finestrini ed avere la sensazione di essere al posto di guida, ma senza volante, senza pedali, e senza poter far niente se il mezzo si avvicina pericolosamente al veicolo che lo precede. 
Quando pensa alla politica, all’economia, e in generale alla condotta del proprio Paese, il normale cittadino si sente in una situazione simile a quella appena descritta. Di solito non ha la più pallida idea di come risolvere i problemi della nazione, ma il peggio è che, anche se l’avesse, al massimo potrebbe parlarne con gli amici al bar. Cosa patetica. E tuttavia, per quanto la propria situazione possa sembrare frustrante, c’è di peggio: basterebbe essere colui che effettivamente guida l’autobus, e si sente anche lui nella prima fila in alto del double deck.
Chi indulge nello stupido sport di dare del cretino al prossimo, potrebbe pensare che, se i nostri governanti sembrano degli incapaci, è perché lo sono. Ma l’ipotesi non sta in piedi. Se sono arrivati ad un posto di comando, prevalendo sulle decine di migliaia di persone che ambivano ad occuparlo, probabilmente qualcosa valgono. Quand’anche la gara fosse a chi ha meno scrupoli. E poi, immaginiamo che al governo ci siano dei politici di sinistra che noi reputiamo degli imbecilli; come rispondere all’obiezione che, quando al potere ci sono stati politici di destra o di centro, non è andata affatto bene? Non è che, per caso, sia difficilissimo, e forse impossibile, far di meglio?
Se così fosse, il problema diverrebbe ben più vasto, e darebbe conto del fatto che anche altri Paesi sono più o meno nella nostra situazione. 
Una spiegazione potrebbe essere che lo “state of the art” politico stia rivelando i suoi limiti. L’espressione inglese “state of the art” ha il significato del “più alto livello tecnologico o scientifico raggiunto in un certo momento storico”. Se, per ottenere un certo risultato si reputa che “la tecnica giusta” sia una, tutti l’adottano, e se per caso è sbagliata, tutti sbagliano. Ecco un triste esempio. Se la Prima Guerra Mondiale ha provocato un’autentica ecatombe di giovani, è anche perché, secondo la teoria militare del tempo, i fanti dovevano andare all’assalto in massa, anche contro le mitragliatrici che li falciavano, senza ottenere nulla. Eppure, il giorno dopo, era la controparte che andava all’assalto, e si faceva massacrare. Come si vide a Verdun. Ma chi discuteva questo modo di combattere era tacciato di vigliaccheria e messo a tacere. La guerra si doveva fare in quel modo.
Ora sembra che ci si sia impantanati in una situazione consimile. Tra pensioni regalate, Welfare State, sindacati, fisco di rapina, spese incompressibili, buonismo imperante e pessima amministrazione della giustizia, un Paese come l’Italia non vede la luce da lustri. Ma qualunque ipotesi di salvezza implica la violazione dello “state of the art” della politica ed è rigettata. Se qualcuno proponesse che la retribuzione del lavoratore debba essere fissata dalla contrattazione fra datore di lavoro e prestatore d’opera, e che si deve poter licenziare quest’ultimo senza spiegazioni, si vedrebbe trattare da folle, da fascista, da negriero. Ma se di colpo si facesse così, il lavoro ripartirebbe a razzo e magari, dopo qualche tempo, il rappresentante di commercio che aveva accettato di lavorare per una mancia ma si è dimostrato bravo, si vedrebbe offrire un lavoro meglio pagato da un’altra impresa, e la concorrenza moralizzerebbe il mercato. Ma – obiettano i sindacalisti, i religiosi, i progressisti e tutte le anime belle – questo è un modo di trattare il lavoro come una merce qualunque. Senza accorgersi che il lavoro è effettivamente una merce sul mercato, e che, se non lo si tratta come tale, poi si arriva alla situazione attuale.
Non abbiamo speranza. Finché lo state of the art prescriverà che il salasso è la migliore cura, si toglierà il sangue a chi già sta male, e lo si farà morire prima, ma nessuno potrà dir nulla: non è forse lo state of the art? E che altra operazione ci infligge, il fisco?
L’Europa non guarirà se non quando rinnegherà i dogmi. Se una situazione non si sblocca malgrado il passare degli anni, è chiaramente sbagliata in radice e bisogna cambiarla. Basta riuscire a pensare che lo state of the art non sia intangibile. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 24 aprile 2017




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POLITICA
23 aprile 2017
IDEE UN PO' PIU' CHIARE SULLA MONETA FISCALE DEIL M5S
Molti pensano che i guai dell’Italia nascano dell’euro, e che l’ideale sarebbe uscire da questa moneta. Poi si informano con qualche competente e passano dal sognare l’uscita dall’euro all’ipotesi di affiancare all’euro una moneta parallela. Persino Berlusconi ha detto questa sciocchezza. Il M5s in particolare ha parlato di una “moneta fiscale”, il “Certificato di Credito Fiscale” che dovrebbe funzionare così: lo Stato, per concedere sussidi, aumenti di pensioni, ecc., emette dei titoli che, due anni dopo, potrebbero essere utilizzati per pagare le imposte. Nel frattempo, quei titoli potrebbero essere scontati in borsa, ovviamente, e dunque trasformarsi in euro (salvo l’aggio per lo sconto) e dunque circolare come una moneta parallela. 
Per prima cosa bisogna chiedersi: chi, in pagamento, si vede offrire cento euro in CCF, può dire: “No, grazie, voglio euro”? Perché, se può, lo Stato con i CCF potrebbe farsi vento. Chi mai preferirebbe un titolo utilizzabile fra due anni, invece di denaro contante? Se si vuole imporre la circolazione dei CCF accanto all’euro, bisogna renderne il corso forzoso, in modo che nessuna possa rifiutarli come mezzo di pagamento; a rischio di perdere il diritto al pagamento stesso. Ma, se così fosse, l’emissione dei CCF urterebbe contro il monopolio di battere moneta detenuto dalla Banca Centrale Europea. Dunque il CCF a corso forzoso è impossibile. E se al contrario in qualche modo si riuscisse a imporre i CCF, in base alla legge di Gresham (“la moneta cattiva scaccia quella buona”) presto circolerebbero soltanto CCF. 
Seconda ipotesi. Lo Stato, non potendo imporre i CCF con la forza, potrebbe offrirli in regalo: “Eccoti cento euro che fra due anni potrai utilizzare per pagare le tasse. Se non li vuoi me li tengo”. In queste condizioni tutti li accetterebbero. Ecco perché i “grillini” hanno accennato a sussidi, aumenti di pensioni ecc. Purtroppo per loro, i CCF non stanno in piedi neanche a queste condizioni. 
Ammettiamo che lo Stato decida di regalare l’equivalente di cento euro ad ogni cittadino, a condizione che accetti il regalo sotto forma di CCF. Quei titoli, dal momento che sarebbero debiti dello Stato, sarebbero negoziabili in borsa (col normale sistema dello sconto) sicché andrebbero immediatamente a far parte del debito pubblico, il cui ampliamento è vietato dall’Unione Europea. A Bruxelles non hanno l’anello al naso: che si chiamino Btp, CCF o assegnini, sempre debito pubblico sono. Dunque avremmo pesantemente violato i trattati sottoscritti, con tutte le conseguenze del caso. 
Ma l’emissione dei CCF per pagare le imposte dopo due anni non funziona neanche dal punto di vista fiscale. Ammettiamo che un cittadino paghi mille euro l’anno di tasse. Ammettiamo che lo Stato gli dia 100€ in CCF e che il beneficiario conservi quel titolo per pagare le imposte due anni dopo. Nell’anno seguente paga i suoi normali mille euro. Due anni dopo potrà usare i CCF per pagare le imposte e dunque versa 900€+100CCF. Ma in questo modo lo Stato riceve 900€, più un pezzo di carta che era già suo in partenza, dunque 900€ invece di 1.000. Il CCF è dunque uno sconto fiscale “a due anni data”: ma lo Stato può permettersi questa decurtazione del gettito? Esso sarebbe costretto o a diminuire le spese (un esercizio che non gli è mai riuscito), o ad aumentare le tasse. Oppure infine a compensare la differenza aumentando il debito pubblico (cosa che l’Ue ci vieta) perché esso è già, al livello attuale, una minaccia sufficientemente spaventosa.
Né cambia qualcosa se il cittadino presenta il CCF allo sconto, in banca, e poi spende il ricavato in consumi. Infatti, alla fine dei passaggi, il detentore ultimo di quei titoli li presenterà allo Stato per pagare le imposte, sottraendo allo Stato le corrispondenti somme, il cui controvalore è stato infatti speso dal cittadino che ha effettuato lo sconto. 
I CCF non sono soldi “guadagnati”. Non corrispondono a ricchezza prodotta dai contribuenti e conferita poi allo Stato: sono soltanto titoli di debito a fronte di nulla. Semplice debito pubblico. E le spese con quei titoli sono state effettuate con denaro inflazionario. Sembra proprio difficile spiegare che il denaro non è ricchezza: è carta. Se si crea inflazione, al massimo si trasferisce ingiustificatamente ricchezza dai percettori di reddito fisso (gli impiegati, gli operai, i pensionati) ai primi prenditori del denaro nuovo. Molti sembrano averlo dimenticato.
I politici credono di poter dirigere l’economia con la moneta e non capiscono che ciò che potrebbero far di meglio, per essa, sarebbe lasciarla in pace. 
Ma già, così perderebbero potere. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 aprile 2017




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POLITICA
21 aprile 2017
L'EURO, CAMBI FISSI E CAMBI FLESSIBILI
Se qualcuno è riuscito ad aprire questo articolo e a leggerlo, per favore me lo scriva, giannipardo@libero.it. Io non ci riesco da molti giorni.
L’euro ha cominciato col suscitare entusiasmo (in Italia il consenso era all’84%) mentre oggi non soltanto quell’entusiasmo è scomparso, ma moltissima gente è convinta che esso sia stato un pessimo affare. Un cambiamento per il peggio, una disgrazia irrimediabile. Tanto che molti pensano di salvare la Patria abbandonando quella stramaledetta moneta. 
In realtà, anche ad ammettere ­che sia una cosa utile, uscire dall’euro di botto, come l’Inghilterra è uscita dall’Unione, ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ comporterebbe danni immensi. L’operazione è talmente difficile che, anche effettuandola con l’opportuna gradualità e le opportune cautele, non è detto che non si riveli una tragedia. Per non dire che, mentre esitiamo, una crisi di Borsa potrebbe tagliare il nodo gordiano, precipitandoci senza paracadute in una crisi economica mondiale pressoché inimmaginabile.
Bisogna innanzi tutto aver chiaro da che cosa nascono i cambi fra le monete. Immaginiamo che il Paese A abbia la moneta x, e il Paese B la moneta y. Anche ad ammettere che in partenza x e y abbiano lo stesso valore, il diverso sviluppo economico, politico, finanziario dei due Paesi, farà sì che, dopo un certo tempo, con 10y non si comprerà la stessa quantità di beni che si compra con x. Poniamo il caso che siano necessari 12y. A quel punto sarà ovvio che, cambiando le monete, il tasso di cambio sarà 10x=12y. Se, nel tempo, y si svalutasse ulteriormente rispetto ad x, arrivando a rendere necessari 13y per comprare i beni che comprano 10x, si adeguerà corrispondentemente il cambio fra le due monete, 10x=13y. Questi sono i cambi flessibili.
Se invece le due monete stabilissero di non variare mai il valore di scambio, o se i due Paesi adottassero addirittura la stessa moneta (come è avvenuto con la zona euro), i cambi sarebbero fissi e gli Stati dovrebbero cercare di adattarsi a questa immutabilità, ammesso che sia possibile. 
E qui si innesca la discussione. C’è chi sostiene che i cambi fissi sono causa di prosperità, e per questa ragione si è creata l’eurozona, e  c’è chi sostiene che essi alla lunga sono un’immensa disgrazia, come dimostra la situazione dell’Italia nell’euro. Ognuno può portare esempi storici a sostegno della propria tesi. Finché sono stati in vigore gli accordi di Bretton Woods, cioè fino al 1971, con un regime di cambi fissi, si è avuta la ricostruzione e la grande ripresa postbellica, e il prodotto interno lordo italiano cresceva del 5% l’anno. Viceversa, da metà degli Anni Settanta, con i cambi flessibili,  la lira non ha fatto che svalutarsi e la nostra economia non ha fatto che perdere colpi. 
Ma i fautori dei cambi flessibili possono subito rispondere che sì, l’Italia ha cominciato ad andar male da quel momento: la lira si è svalutata e il debito pubblico è diventato enorme. Ma è anche vero che non siamo mai stati tanto miseri, tanto in crisi, tanto senza speranza come da quando abbiamo l’euro. Ed è proprio la ragione per cui sogniamo di uscirne. 
In realtà, si notano periodi di prosperità (o di crisi economica) sia con i cambi fissi sia con i cambi flessibili. Oggi l’Italia non sa dove sbattere la testa, e rischia il fallimento, e nel frattempo la Germania, anch’essa nella zona dei cambi fissi, scoppia di salute. Non è che, per caso, la prosperità di un Paese sia indipendente dal regime dei cambi? 
Immaginiamo che il Paese A sia ben amministrato, abbia governi stabili, corruzione bassa, livello culturale alto, e che produca una grande quantità di beni ad alto valore aggiunto. Il Paese sarà “ricco”.  Ora immaginiamo un Paese B, che sia tutto l’opposto: il Paese sarà povero e il cittadino dovrà lavorare due giorni per produrre la ricchezza che il lavoratore medio di A produce in un giorno. È ovvio che il rapporto ricchezza/ora di lavoro sarà diverso nei due Paesi, e per conseguenze diverso sarà il valore della moneta. 
Ora, se il cambio delle due monete è flessibile, la quotazione si adatterà al variare del rapporto economico fra i due Paesi. Se invece il cambio è fisso, si produce col tempo uno squilibrio drammatico. La Germania produce ottime automobili, ed essendo legata all’Italia da un cambio fisso (che sottovaluta la sua moneta), si trova ad esportare molto in Italia, perché gli italiani, per lo stesso prezzo, preferiscono la macchina tedesca. Conseguenza: i lavoratori tedeschi ricevono, per il loro lavoro, meno di quanto dovrebbero e i lavoratori italiani, se fossero pagati come i tedeschi, riceverebbero più di quanto dovrebbero, ma di fatto, dal momento che le loro automobili non si vendono, non ricevono niente, perché sono disoccupati. I cambi fissi alla lunga producono squilibri che vanno a danno di tutti. Finché non si sa più come metterci rimedio.
Maledire i cambi fissi o quelli flessibili non ha senso. L’Italia è stata prospera e in miseria sia con l’uno, sistema, sia con l’altro. Ma per essere prosperi con i cambi fissi, bisogna che le due economie siano omogenee, e che quella “fissità” corrisponda ad una “fissità” del rapporto sostanziale fra le economie. E se ci si accorge che quella fissità è venuta meno, bisogna immediatamente abolire i cambi fissi, non più adeguati alla realtà.
La conclusione è semplice è chiara.  In primo luogo, la ricchezza di un Paese non dipende dai cambi fissi o dai cambi flessibili, ma dalla produzione di ricchezza e dalla libertà di commercio fra i vari Paesi. I cambi flessibili permettono l’aggiustamento delle monete in conformità con la realtà, ed impediscono l’insorgenza di squilibri. Viceversa i cambi fissi sono una benedizione all’interno di un dato Paese (gli Stati Uniti, per esempio) soltanto perché c’è un unico governo centrale, un’unica fiscalità, e via dicendo. 
La moneta unica va bene per un Paese unico, e soltanto per un Paese unico. E  l’euro sarebbe stato un’ottima cosa, se prima si fosse realizzata l’unione politica dell’Europa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 aprile 2017




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POLITICA
20 aprile 2017
CAPIRE LA COREA DEL NORD
L’articolo di Alessandro Orsini dal titolo “Disinnescare la miccia coreana”(1) è interessante perché è scritto con un evidente sforzo di moderazione ed equidistanza. L’autore espone le ragioni nordcoreane e americane per così dire senza prendere posizione. La tesi fondamentale è che c’è un reciproco eccesso di diffidenza e ciò rende quasi impossibile qualunque accordo. Bisognerebbe invece cominciare col non considerare l’altro un mostro.
Tralasciando di parlare della guerra del 1950, Orsini salta al 1994 quando Pyongyang aderì al trattato di non proliferazione nucleare in cambio di sostanziosi aiuti economici. Poi George W.Bush inserì la Corea del Nord nella lista dei Paesi dell’“evil axis” (l’asse del male) e per giunta invase l’Iraq. La Corea si ritirò allora dal trattato e si convinse che, per evitare l’invasione americana, ritenuta “imminente”, dovesse farsi la “bomba”. Seguirono negoziati durati anni ed anni, finché gli americani si convinsero che i coreani volevano soltanto perdere tempo. Gli americani volevano che i coreani rinunziassero all’arma nucleare, e poi avrebbero tolto le sanzioni, i coreani volevano che gli americani togliessero le sanzioni, e poi avrebbero rinunziato all’arma nucleare, arrivando allo sallo. Infine Pyongyang ha dimostrato di essersi effettivamente fabbricata la bomba atomica e siamo al presente..
La tesi ripetutamente ribadita di Orsini è che i nordcoreani temono di essere invasi dagli americani. La loro bomba ha fini difensivi ed essi la reputano l’unica garanzia di sopravvivenza del loro regime. Ma questa tesi resiste male all’esame critico. 
1 Né la Corea del Sud, né gli Stati Uniti d’America, dal 1950, fino a pochi giorni fa, hanno mai minacciato di invadere la Corea del Nord.
2 Gli americani avrebbero potuto invadere la Corea del Nord nel 1950, ed avevano un’ottima scusa: Quel Paese aveva tentato di annettersi la Corea del Sud e, avendo gli americani vinto la guerra, il Sud sarebbe stato giustificato se si fosse annesso il Nord. Lo suggeriva il generale McArthur, ma Washington non volle completare la vittoria, probabilmente per non urtare la Cina, che di fatto aveva partecipato al conflitto. Quella grande nazione ha forse cambiato opinione? Sarebbe contenta di avere una frontiera in comune con un Paese in cui stazionano truppe americane? L’invasione da sud fu giudicata inopportuna allora e lo è ancora. Se avvenisse oggi, sarebbe per disperazione, non per espansionismo.
3 In sé, l’invasione della Corea del Nord non offre né vantaggi economici né vantaggi strategici. Il Paese è poverissimo. Per il Sud l’eventuale riunificazione sarebbe un’enorme disgrazia economica.
4 La bomba atomica c’entra poco o niente con la difesa di Pyongyang. Se il Sud cercasse d’invadere il Nord, il Nord, anche avendo la bomba, non dovrebbe usarla: sia perché il vento da sud gli potrebbe portare la morte nel nord, sia perché, in base alla garanzia atomica americana, il giorno dopo del Nord non rimarrebbe pietra su pietra. 
Gli americani non scherzano affatto, in questo campo. Negli anni della guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva nell’Europa Occidentale una schiacciante superiorità in materia di mezzi corazzati ed aveva anche l’armamento nucleare. Gli americani si limitarono a proclamare pubblicamente che, se la Russia avesse provato ad invadere la Germania Ovest, avrebbero reagito con l’atomica. E i sovietici, pur avendo speso somme enormi nell’armamento convenzionale, lasciarono che i carri divenissero obsoleti, talmente la garanzia americana era seria. Gli Stati Uniti del resto, usando la bomba, non avrebbero rischiato il fall out, e probabilmente – viste le dimensioni della Russia – non l’avrebbero rischiato neanche i tedeschi. Ma la Corea è una piccola penisola e il teatro delle operazioni è del tutto diverso. Essenziale è comunque che la garanzia americana è credibile, se l’hanno temuta i sovietici e se se ne sono fidati sia il Giappone sia la Corea del Sud. 
5 Inoltre la bomba atomica nordcoreana sarebbe una ben strana difesa contro un’invasione che, guarda caso, nessuno ha progettato. Almeno non fino al momento in cui non sono riusciti gli esperimenti atomici nordcoreani. In altri termini, invece di essere una difesa contro l’invasione, la bomba potrebbe esserne la causa. Perfino la Cina ha applicato sanzioni economiche a Pyongyang. Insomma farsi la bomba per evitare l’invasione è come accumulare benzina per difendersi dagli incendi.
6 L’unica vera causa della bomba atomica nordcoreana sembra essere il delirio militarista dei Kim. I dittatori si ubriacano di sfilate in cui gli scarponi dei soldati fanno tremare il terreno col loro passo dell’oca e si credono per questo temibili. Chi ha dimenticato le rodomontate di Saddam Hussein? E chi ha dimenticato la sua fine? Se gli Stati Uniti risultarono temibili per Stalin, sarebbe normale che facciano paura anche ad un giovanotto dagli occhi a mandorla. E invece lui insiste a provocarli. Forse le sue sinapsi funzionano male, a causa del grasso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 aprile 2017
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POLITICA
19 aprile 2017
LA RIVOLUZIONE TURCA
iNSERISCO QUESTO ARTICOLO, MA FORSE PERDO IL MIO TEMPO. PERCH144 GIA' IO NON RIESCO AD APRIRLO.
Quanto avviene in Turchia sorprende, rattrista, fa sorgere domande. Sono passati tanti anni da quando una guida turistica di Istanbul, un giovane di religione cristiana, ci fece notare che in Italia avevamo avuto la Democrazia Cristiana, mentre in Turchia un partito con denominazione religiosa non sarebbe stato possibile. Io, che già avevo un’immensa stima di Mustafà Keman, mi congratulai con lui e un po’ invidiai il suo Paese.
Forse non sono passati tanti anni. Forse sono passati secoli. Secoli da quando, avendo difeso da calunnie una Turchia immensamente più democratica di oggi, fui addirittura ripetutamente invitato all’ambasciata romana. Oggi in quella nazione non andrei più neppure da turista, esattamente come, prima della rimozione del Muro di Berlino, non sono mai andato in un Paese dell’Est. Per paura che, mancando la libertà, potessi morire soffocato passando la frontiera.
Altri scriveranno dotti e particolareggiati articoli su ciò che sta avvenendo in Turchia, ma forse questi avvenimenti si prestano a considerazioni più generali. Soprattutto su ciò che, dal punto di vista politico, è un equilibrio stabile o un equilibrio instabile.
I Paesi hanno una civiltà di fondo e delle istituzioni. E poiché le istituzioni derivano dalla civiltà, di solito fra le due cose vi è coerenza. L’Inghilterra è democratica perché è democratica nella sua essenza. È per questo che non ha bisogno di una Costituzione scritta. Se la nazione ebbe Oliver Cromwell, fu per reazione ad un re che avrebbe voluto imporre il suo potere “per grazia di Dio”. Cromwell spinse la reazione fino al regicidio, ma dopo qualche tempo lo stesso Paese che aveva decapitato Carlo I restaurò la monarchia costituzionale con Carlo II. Anche l’autoritarismo “repubblicano” non era gradito. 
Le nazioni sono organismi viventi e, come gli esseri umani, a volte vivono grandi passioni. I russi e i tedeschi ad esempio hanno seguito un capo fino ad arrivare ad alcune delle più tremende esperienze dell’umanità. Nel caso della Russia, per ben oltre mezzo secolo. Gli stessi francesi, dopo aver decapitato un re bonario, arrivarono al ridicolo di proclamare Imperatore dei francesi un tenente d’artiglieria che aveva fatto carriera. Ma è anche vero che questo autocrate non era lontano dai sovrani “costituzionali” inglesi. E infatti la democrazia francese è inamovibile.
La civiltà di fondo di un Paese è l’equilibrio stabile, quello cui si torna dopo i periodi di follia. Come sarebbe la tirannide per la Russia, se l’attuale periodo democratico dovesse concludersi. Infatti sin dalla notte dei tempi, quell’immensa nazione non ha conosciuto che quel regime. Il nazismo invece fu una passione momentanea, da cui poi si ritornò all’anima pacifica, commerciale, per così dire anseatica, del Paese. Questo forse aveva reagito a secoli di sudditanza psicologica nei confronti di Vienna e di Parigi, ma la stessa ampiezza dei disastri provocati da quella reazione, gli ha insegnato sia la prudenza, sia la coscienza dei propri mezzi. La parole “rivoluzione”, contrariamente a ciò che si crede, non significa “novità violenta”, ma “ritorno allo spirito originario”.
Tutto ciò ci conduce alla Turchia. La sua vicenda insegna che nemmeno una parentesi di quasi cent’anni è sufficiente a soffocare la civiltà di fondo di un Paese. La parola Asia è nata in contrapposizione alla parola Europa, e la linea di frontiera era nel Mar Egeo. Ad ovest la Grecia, cioè l’Europa; ad est l’Anatolia, cioè l’Asia. Sono passati millenni, ma ad ovest, fino all’Atlantico, la sempiterna e spesso vincente tentazione è quella della democrazia, mentre ad est, fino al Pacifico, spesso si ricade nella tirannide. Qualcuno ha addirittura detto che il monoteismo ebraico è la tirannide asiatica nel Cielo, mentre il politeismo è la democrazia sull’Olimpo.
La Turchia ha avuto con Atatürk la tentazione della democrazia laica, e l’ha seguita per quasi un secolo. Esattamente come la Germania, profondamente europea, ha potuto avere la tentazione della tirannide, con Hitler, grazie al Cielo durata poco più d’un decennio. Sulla Turchia ci eravamo dunque entusiasmati a torto. Ci eravamo illusi che un genio del bene potesse per una volta prevalere sul lato negativo di una civiltà in cui il nuovo sultano, appena giunto al potere, ad ogni buon conto faceva assassinare tutti i suoi parenti. Per evitare che complottassero contro di lui. E infatti Erdogan, seguendo l’istinto del sultano, non appena ha avuto il potere, ha gettato in galera molte decine di migliaia di veri o presunti oppositori. E ora propone la reintroduzione della pena di morte. Nei panni dei suoi parenti, tremerei.
Noi europei, al passaggio, dimostriamo la nostra mancanza di buon senso. Atatürk, conoscendo i suoi compatrioti, raccomandò ai militari di intervenire per riportare il Paese sulla retta via, ogni volta che la tentazione del sultanato si fosse ripresentata. Ed è quello che i militari hanno più volte fatto, provocando le scandalizzate proteste dell’Europa. Ma ogni volta restituendo la nazione alla democrazia. Poi Erdogan ha esautorato i militari, gli europei hanno applaudito ed ora abbiamo di nuovo il sultano. 
Possiamo soltanto compiangere quei turchi che Atatürk aveva veramente convertito al laicismo e alla democrazia, e che ora rischiano di pagare, magari con la vita, questa adesione alla libertà.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 aprile 2017




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POLITICA
18 aprile 2017
IL FUTURO POLITICO DI RENZI
Se alle future elezioni si andrà con la proporzionale, come sembra inevitabile, nessun partito può sperare di avere da solo la maggioranza in Parlamento. Per le alleanze prima delle elezioni, le differenze ideologiche sono tali da renderle del tutto improbabili. E del resto, della sua solitudine il M5s ha fatto un articolo di fede. Si voterà dunque alla rinfusa e soltanto dopo il voto si cercherà di costituire un’alleanza di governo, con compromessi svergognati e mercanteggiamenti al livello dei suk arabi. Il governo sarà fragile, travagliato da spinte e ricatti contraddittori, tendenzialmente inerte.
Ma non possiamo nemmeno sentirci spaesati. Non soltanto quella fu la regola, ai tempi della Democrazia Cristiana, ma in tempi di maggioritario abbiamo visto il governo Renzi reggersi  per tre anni appoggiandosi ad un esercito di traditori e mercenari. 
Almeno fino alle elezioni del 2018 il perno centrale rimarrà comunque il Pd. Questo partito, erede del ferreo Pci, non è nemmeno sicuro che sia di sinistra e l’unica certezza che possiede è quella di avere un capo. Le previsioni dicono infatti che Matteo Renzi vincerà le primarie, avrà in mano il partito e potrà anche ricattare il governo Gentiloni. Sarà insomma l’uomo più potente d’Italia. Non c’è da essere allegri. Ma non ha da essere allegro neppure lui. Infatti, più comanderà, più sarà responsabile dei risultati. E in questo momento nessuno potrebbe ottenerne di positivi.
Renzi è un puro politico. È uno che non tiene conto di nulla che non sia funzionale al suo proprio successo. Non gli interessa l’economia. Non gli interessa il futuro del suo Paese. Non gli interessa la politica internazionale. Non gli interessa nemmeno l’aritmetica, il dare e avere, il debito pubblico. Per lui la realtà esterna è soltanto un ectoplasma, un ologramma da lui creato e proiettato nell’aria. Il suo unico problema è convincere la gente della sua esistenza. Per mesi e mesi ha cercato di far credere a tutti che l’Italia era in piena ripresa economica, tanto che si nuotava nella prosperità e nel pieno impiego. Poi gli italiani hanno dimostrato col referendum come la pensavano, e qual è la spiegazione che lui si è data del fenomeno? “Non sono riuscito a spiegare l’ampiezza dei grandi risultati raggiunti dal mio governo”. Un semplice problema di eristica, di tecnica della dimostrazione. Il fatto che quei grandi risultati non ci fossero stati era un particolare secondario. 
E infatti il progetto non è cambiato. L’essenziale è il consenso fondato sulla prestidigitazione. Dunque che non si aumentino le tasse, anche se l’Europa lo esige; che non si attui una politica di risparmio, perché è impopolare; che non si varino le riforme necessarie, perché non piacciono, e via dicendo. Nessun provvedimento serio finché lui non sarà stato rieletto segretario: e infatti l’Italia sta col fiato sospeso, in attesa della fine di aprile. Finché lui non avrà ripreso le leve del potere.
Quell’uomo sembra incapace di comprendere che intorno a lui, indipendente da ciò che lui pensa ed anche indipendente dalla sua retorica, esiste una realtà. Per i competenti l’autunno si presenta come un incubo. Un incubo che non è frutto di fantasie o di angosce metafisiche, ma di conti, conti e conti. Numeri, numeri e numeri. In particolare debiti, debiti e debiti. In sintesi, il governo sarà costretto a varare una manovra di una trentina di miliardi (su questo numero c’è unanime consenso dei commentatori) di cui già diciannove per le clausole di salvaguardia. Come ce la racconterà Renzi, questa? Dirà semplicemente “no” e pesterà i piedi?
Le clausola di salvaguardia, malgrado il loro nome rassicurante, possono fare spavento. Per ogni spesa il governo deve indicare la copertura e, nel caso che la copertura non funzioni (per esempio, “Ricaveremo dieci miliardi dalla lotta all’evasione”, e poi ne ricaviamo soltanto due) la differenza sarà ricuperata così e così. L’Italia ha ottenuto diciannove miliardi di flessibilità (recte: ulteriori debiti) da spendere in investimenti, e li ha utilizzati per spese correnti, non ottenendo le previste contropartite positive. Così ora scattano le clausole di salvaguardia: per cominciare, l’Iva deve passare dal 22% al 25%. Una mazzata di tasse indiscriminata, un freno potentissimo per la ripresa e un disastro inevitabile. Come ce la racconterà, Renzi, che tiene tanto a guidare il Paese? E dove troverà quella trentina di miliardi se attualmente, per trovare tre miliardi e mezzo, come ci impone l’Europa, Padoan si è contorto in tutti i modi (anche per i veti di Renzi) e forse non li ha ancora trovati?
Siamo sicuri che l’Italia riuscirà ad evitare la procedura d’infrazione? Siamo sicuri che il Paese non sarà commissariato? Siamo sicuri che i mercati, perdendo fiducia nella nostra capacità di rifinanziare il debito, non smettano di comprare i nostri titoli di Stato, facendoci fallire in quattro e quattr’otto? Ma con quale coraggio Renzi spera di riprendere il volante del Paese? Di fronte a tanta improntitudine non rimane che augurargli di riuscirci. Così impara. Il guaio è che impareremo anche noi. 
Nei panni di Gentiloni, fra un paio di mesi mi procurerei un voto di sfiducia per farmi mandare a casa, lasciare Renzi al comando e poi vedere di nascosto l’effetto che fa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2017




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POLITICA
17 aprile 2017
SEGNALO AGLI AMICI CHE
io non riesco più ad aprire i miei articoli. Ne compare soltanto il titolo sulla schermata del "Cannocchiale", ma se cerco di aprire l'articolo, mi dà errore. Da giorni.



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POLITICA
17 aprile 2017
PERCHÉ NON CI PREMIANO A CANNES
Paolo Mereghetti, che in fatto di cinema è un’autorità, spiega sul Corriere(1) le ragioni per le quali il cinema italiano non ha successo all’estero, a cominciare dal prossimo Festival del Cinema di Cannes. La carenza – spiega - è nel nostro sistema produttivo che, pur non mancando noi di talenti e di buoni registi, non riesce a confezionare prodotti di alto standard capaci di imporsi sul mercato internazionale.
Che ora un quisque de populo che neanche va al cinema voglia dire la sua in questo campo, potrebbe avere dell’oltraggioso. Ma è anche vero che, se uno non va al cinema, ha ragioni per non andarci. Saranno semplici opinioni, ma si ha il diritto di spiegarle. 
Col passare degli anni il cinema piace sempre meno. Probabilmente perché l’esperienza rende trite le situazioni e gli epiloghi. Si costituisce nel cervello una sorta di confuso archivio, in cui molte novità riescono a trasformarsi in remake o luoghi comuni. Del resto, già nel ‘700 Carlo Gozzi ridusse tutte le “trame drammatiche” a trentasei. In queste condizioni il cinema non è più l’immagine in movimento che cattura comunque l’attenzione dei più giovani: è al contrario normalmente un’occasione di noia, e soltanto eccezionalmente l’occasione per assistere ad un’opera d’arte o, almeno, a uno spettacolo di valore intellettuale. Film come “La Grande Illusione”, “Citizen Kane” o perfino “La vita è meravigliosa” rimangono pietre miliari anche per il loro messaggio. Altri film, pure su una trama tenue, rimangono scolpiti nella memoria per il loro altissimo valore visivo e pittorico: un nome per tutti, “Barry Lyndon”. E si potrebbe continuare. Ma per altri, seppure grandiosi, come “Via col Vento”, qual è il valore artistico? Non si va al di là di una lunga storia personale, seppure inquadrata in un turbolento momento storico: e infatti non sono mai riuscito a vedere questo film, neanche quando ero giovane.
Infine, al di là di tutto ciò, c’è quel quid indefinibile che chiamiamo “arte”. Qualcosa che a volte c’è, anche quando l’autore credeva di realizzare un’opera di artigianato, e a volte non c’è, neanche quando i produttori hanno impegnato grandi capitali e riunito le più grandi competenze per raggiungerlo. De Sica, nella povertà del dopoguerra, riuscì ad ottenere successi internazionali filmando la miseria dell’Italia; Hollywood, con mezzi elefantiaci, di “Cleopatra” riuscì a fare soltanto un “peplum”.
Il cinema è un’industria che non vive di arte, vive di successi al botteghino. E questi si ottengono con la professionalità. Ecco la differenza fondamentale tra Hollywood e l’Italia. A parte i mezzi economici, i registi italiani vogliono raccontare la vita, spesso nel suo contesto piccolo borghese, dialettale, e addirittura plebeo. Inoltre, diffidano del pubblico, e abbondano in una recitazione caricaturale che sfocia spesso nel grottesco. Mentre Hollywood, sia pure con intenti precisamente commerciali, non esita a trattare grandi problemi: si pensi ad un film come “A million dollar baby”, di Clint Eastwood che osa affrontare il tema dell’omicidio per amore o per pietà che sia, e tuttavia si è venduto benissimo. Assistendo a questo genere di opere, lo spettatore si sente trattato da adulto. Se invece assiste a molti film italiani, si sente trattato da imbecille seduto in un teatrino parrocchiale. Con l’aggravante del turpiloquio.
Per avere successo sul piano internazionale, è necessario che un’industria si ponga sul piano internazionale. Niente dialetto, niente strapaese, niente pretese politiche. Il primo imperativo è quello di sfuggire  le lungaggini e la noia. Bisogna evitare di avere l’applauso dei grandi critici e il flop al botteghino. Quanto al colore locale, bisogna ricordarsi che quanto più un film rappresenta un particolare ambiente, tanto meno interesserà il resto del mondo. È una delle ragioni per le quali il cinema francese piace molto di più in Francia che altrove. 
Il film ideale è il capolavoro firmato Alfred Hitchcock. Uno spettacolo patinato, a colori, recitato in modo assolutamente perfetto, senza accentuazioni da commedia dell’arte, senza esagerazioni filodrammatiche, senza la compiaciuta volgarità di tanti film. “Caccia al ladro” forse non è un capolavoro, ma è un indimenticabile godimento per lo spettatore, dal principio alla fine. E il botteghino dice grazie. Lo stesso vale per “Intrigo internazionale”, “La donna che visse due volte” e tanti altri. I personaggi devono necessariamente avere una nazionalità, ma non sono pesantemente inglesi, americani o francesi. Ciò che deve risaltare è la loro umanità, tanto che gli spettatori di tutto il mondo possano non sentirli come estranei ed esotici. Lo stesso vale per quanto riguarda la vicenda: come nelle tragedie greche, essa deve prendere spunto dalle pulsioni fondamentali dell’essere umano: l’amore, la vendetta, l’ambizione, il patriottismo, il mistero. Perché Shakespeare è tanto grande? Perché ci ha parlato dell’essenza dell’uomo, quella che travalica i tempi e le frontiere.
Infine una nota particolare per quanto riguarda l’umorismo. Noi italiani dobbiamo rassegnarci a partire da zero. Dovremmo dimenticare Totò (un grande sprecato su canovacci da avanspettacolo) e cercare un genio capace di vero umorismo. Poi gli metteremmo in mano una penna d’oca (non un piccone) e l’avvertiremmo che se i pecorai analfabeti del Gennargentu si sganasceranno dalle risa, non lo pagheremo. Se quelli ridono, il suo humour è di lana troppo grossa per essere di buon livello. 
Ma questo è un discorso inutile. Di Guareschi, di  Mosca, di Simili, di Antongini, di De Crescenzo in Italia ne nascono troppo pochi, e i loro testi non sarebbero mai accolti nei cinepanettoni. Per gli italiani “British Humour” si traduce in: “E che c’è da ridere?”
Comunque potremmo ancora fare grande cinema, se il cielo ci mandasse altri Visconti, altri Zeffirelli, altri Fellini. Ma dovremmo mirare molto più in alto di quanto facciamo. Per il momento continua a valere la regola: “È italiano? Non m’interessa”. Che pare si segua anche all’estero.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 aprile 2017
http://rassegnastampaquotidiani.com/corriere-della-sera.html




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POLITICA
16 aprile 2017
LA COREA DEL NORD E I SUOI PROBLEMI
VI. La prospettiva storica

Sempre che non si verifichino tremendi imprevisti, sempre che non intervengano i terzi, sempre che non divampi la Terza Guerra Mondiale, l’eventuale riuscita dell’operazione americana cambierebbe la prospettiva storica quale si è delineata dal 1945.
Con il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, il mondo ha saputo che esiste la bomba atomica. Lo spavento e l’orrore non si sono molto attenuati col tempo, ed ora per giunta la bomba all’idrogeno è così potente che  al suo confronto la bomba di Hiroshima è poco più di un petardo. Così tutti hanno compreso che è meglio non usare né l’una né l’altra perché, soprattutto se anche il nemico ne dispone, si corre il rischio di ricevere pan per focaccia. È la teoria della “Distruzione Vicendevole Assicurata” (Mad).
Inoltre, mentre un tempo si poteva sperare di avere bombardato per primi i siti nucleari dell’avversario, in modo che non potesse rispondere all’aggressione con una risposta atomica, dal momento in cui sono esistiti i sottomarini nucleari armati di missili atomici, non c’è alcun modo di evitare la risposta nucleare. 
Rimane la possibilità di intercettare i missili in volo, ovviamente tanto più facilmente quanto più il bersaglio è grosso e viaggia a lungo. Ma anche ad essere sicuri di intercettare il novantanove per cento dei missili, uno solo basta a distruggere New York. Ecco perché si preferisce non correre nessuna alea. Ed hanno stretto accordi in tale senso anche nemici storici come l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti.
Ma il problema è che non tutti sono ragionevoli. Il sedicente califfo al-Baghdadi non sarebbe forse felice di sganciare una bomba atomica su Parigi o su Londra? Non soltanto quello “Stato” non dispone di nessuna città degna di essere distrutta per vendicare Parigi o Londra, ma ad un fanatico innamorato della morte come alBaghdadi la morte di un milione dei suoi concittadini non farebbe né caldo né freddo. Aumenterebbe soltanto la folla in paradiso.
Ecco perché il problema posto dalla Corea del Nord rappresenta una novità. Inutile dire che ci sono Paesi come Israele o il Pakistan che la bomba già ce l’hanno, e tuttavia nessuno si sogna di colpirli. Infatti i Paesi normali non passano il tempo a minacciare i vicini. Il Pakistan e l’India, ambedue potenze atomiche, si sono perfino mossi guerra, ma nessuno di loro ha mai minacciato l’altro con l’atomica. 
Un conto è la pistola al fianco del carabiniere, o anche del gioielliere spaventato dai rapinatori, un altro è la pistola sotto la giacca del terrorista o del sicario. È la stessa Corea del Nord che si è resa “diversa”. Se si fosse “fatta la bomba” dimostrandosi pacifica sotto ogni aspetto, forse nessuno si sarebbe preoccupato. O si sarebbe preoccupato “moderatamente”, come avviene per l’Iran. Ma non si può contemporaneamente essere una potenza atomica ed essere minacciosi nei confronti di tutti. Perché le controparti si chiederanno se hanno da fare con dei pazzi pericolosi e che genere di rischio sono disposti a correre. Se sono grandi e forti come gli Stati Uniti, ed hanno alleati deboli e denuclearizzati come la Corea del Sud, possono anche decidere di agire prima che i pazzi pericolosi possano concretamente fare del male.
Ci si può anche chiedere come reagirà l’opinione pubblica internazionale e rispondere: con un festival internazionale dell’idiozia, naturalmente. La prima voce indignata sarà quella dei pacifisti. Dopo tutto che ha fatto, Kim Jong-un? Ha solo parlato. Non ha ammazzato neanche una zanzara. Come Hitler nel 1938, si potrebbe rispondere.. Solo che stavolta i pacifisti urterebbero contro l’istinto di sopravvivenza dei popoli. Nel momento in cui i governi si rendessero conto di dover difendere la vita dei propri cittadini, tirerebbero diritto a costo di proclamare lo Stato d’emergenza e la sospensione delle garanzie democratiche. La democrazia è una cosa bellissima, ma soltanto quando uno se la può permettere. Se andasse male, quegli stessi cittadini, pacifisti inclusi, non perdonerebbero mai ai loro governanti di non averli difesi in tempo. Sono passati 79 anni e l’Europa Occidentale non ha ancora smesso di pentirsi dello “spirito di Monaco”.
Ecco perché si parla di cambio della prospettiva. Dal 1945 la sottintesa convenzione internazionale è stata di cercare innanzi tutto di ridurre al minimo il numero di Paesi armati dell’atomica e, in ogni caso, di non usarla e nemmeno di minacciarne l’uso. Ora la Corea del Nord viola questa convenzione un giorno sì e l’altro pure, ed è questo che spinge le possibili vittime a correre ai ripari. 
Se gli Stati Uniti interverranno nella penisola e se il mondo li lascerà fare, la convenzione potrebbe arricchirsi di un nuovo articolo: “Se uno Stato si appresta ad usare la bomba atomica, l’intervento delle grandi potenze per disarmarlo sarà giustificato. Anche a costo di una guerra preventiva”. E chi crede che le grandi potenze e gli staterelli abbiano gli stessi diritti non ha studiato storia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2017
Fine.




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15 aprile 2017
QUINTO ARTICOLO 2 PER VEDERE SE APPARE
V2. Le azioni possibili

La prima cosa da dire - anche se ormai è inutile - è che il problema della Corea del Nord è divenuto gravissimo perché lo si è troppo a lungo rinviato. Sarebbe stato necessario agire prima, quando la possibilità di una risposta nucleare era ancora assolutamente esclusa. Mai aspettare che il “cattivo” si ravveda. Con Hitler le democrazie hanno già dato, ma a quanto pare “they never learn”, non imparano mai. Così gli Stati Uniti si trovano costretti ad agire nelle condizioni attuali, quali che siano. E di chiunque sia la colpa.
In questi mesi al Pentagono si saranno chiesti infinite volte che cosa fare in concreto e questa semplice domanda chissà quanti mal di testa ha già provocato, prima di giungere ad una decisione. Ma una decisione, se pure senza entusiasmo, l’avranno certamente raggiunta,. Semplicemente perché sono stretti nella morsa della necessità. Ne va della loro sicurezza (se non ora, in futuro) e del loro onore. Se un Paese importante come il Giappone non ha l’arma atomica, non è perché non potrebbe farsela, in quattro e quattr’otto, è perché vi ha rinunciato, contentandosi della parola di Washington. E se Washington non la mantenesse, da un lato sarebbe disonorata, dall’altro otterrebbe soltanto una micidiale proliferazione atomica. Col rischio che a qualche demente, una volta o l’altra, scivoli il dito sul grilletto.
Di solito si pensa ai rischi che corrono gli Stati Uniti, in questo frangente. E tuttavia, se pure non è sicuro che riescano a neutralizzare le ambizioni atomiche di Pyong Yang, è sicuro che essi possono arrecare immensi danni al regno di Kim Jong-un, mentre lui non può arrecare nessun danno agli States, molto lontani e comunque ben difesi.
Dunque le possibili “risposte” nordcoreane hanno molta importanza soltanto per gli altri attori in commedia, in particolare per la Corea del Sud. Ma questa deve rassegnarsi: se il Nord è aggressivo, una volta o l’altra sarà comunque obbligata ad affrontarlo. L’essersi mostrata pacifica per quasi settant’anni non è servito a farlo disarmare.  
Dicono che la frontiera sia piena zeppa di cannoni nordcoreani, ma c’è da pensare che, se si cominciasse a sparare, da sud non risponderebbero certo con marce per la pace. È impossibile che, contro un pericolo molto noto, non si siano approntate da tempo serie difese. 
Seul è comunque in serio pericolo, perché è relativamente vicina alla frontiera, ma Pyong Yang e gli altri centri del Nord non potrebbero per questo star tranquilli: l’aviazione americana non teme né la distanza né la difesa nordcoreana, e volendo può fare tabula rasa dell’intero Paese, con bombe convenzionali. In Europa nessun vecchio ha dimenticato i bombardamenti degli americani. La Francia era loro alleata, e tuttavia dopo la guerra è stato necessario ricostruire da zero Brest e Lorient, fino a tracciare nuove strade urbane sulle macerie.
I primi provvedimenti degli americani sono comunque difensivi. Poco a sud di Seul un mega radar Thaad (“Terminal High Altitude Area Defense”) ha già provocato le proteste (inascoltate) della Cina, perché quell’installazione è talmente potente da sorvegliare anche il cielo cinese. In secondo luogo, la tecnica di intercettazione è molto progredita, e dunque non è impossibile che un eventuale missile, atomico o no, sia distrutto in volo. È vero che il preavviso sarebbe minimo (Seul è a circa quaranta chilometri dalla frontiera), ma sappiamo che  la tecnica Israeliana “Iron Dome” è capace di intercettare missili anche con una manciata di secondi di preavviso. E gli americani sicuramente non saranno da meno. 
Infine – arma da fantascienza ma non inverosimile – si parla anche di cyber-boomerang. In altre parole, i nordcoreani potrebbero far partire un missile atomico e gli americani potrebbero modificare elettronicamente il programma di volo del missile, in modo da farlo tornare indietro e farlo scoppiare sul mittente. Ovviamente non si parla di attacchi aerei nordcoreani, perché la superiorità americana in questo campo è indiscussa.
Per quanto riguarda l’attività “aggressiva”, intesa a raggiungere il risultato voluto, si può star certi che la semplice minaccia non sarà sufficiente. È caratteristica delle dittature non dare importanza alla sopravvivenza del popolo. Per quanto il Paese possa essere ridotto ad un cumulo di rovine, un Hitler o un Kim Jong-un, nel loro bunker, possono ancora vivere nel lusso e nella sicurezza.
La seconda opzione sono i bombardamenti, ma questi sono esattamente ciò che si aspetta Pyong Yang, sicché le installazioni più importanti saranno tutte nel ventre delle montagne. Nessuna bomba, per quanto potente, potrà mai penetrarvi. Il punto debole dei nascondigli rimane però l’accesso a quelle caverne. Una grande bomba può farlo rovinare e seriamente ostruire. Naturalmente, tutto ciò richiede un accurato e affidabile lavoro di intelligence, in modo da localizzarlo esattamente. E non è detto che sia facile.
Un’altra opzione è l’intervento di massicci commando, bene informati, capaci di conquistare manu militari tutti i siti segnalati e distruggerli. I commando sarebbero eventualmente sostenuti dall’esercito vero e proprio, il quale distruggerebbe tutte le forze militari nordcoreane che tentassero di resistere. Si tratterebbe di una vera guerra intrapresa non in vista della conquista del Paese, ché anzi non riguarderebbe nemmeno l’intero territorio, ma soltanto per “dargli una lezione” ed  attuare quella “pulizia atomica” che è lo scopo di tutto il raid. 
Visto che siamo in Asia, e qualcuno potrebbe ricordare il Vietnam, va subito detto che nessun paragone è possibile. Qui non siamo nella giungla, siamo in un terreno in cui la forza militare americana ha la possibilità di dispiegare tutta la sua potenza. Come si è visto in Iraq. 
Un’altra ipotesi che è stata ventilata è quella dell’“omicidio mirato”, eliminando Kim Jong-un, ma se dovesse essere vero che chi comanda è un’oligarchia e non quell’uomo, una simile azione non sarebbe risolutiva. Inoltre essa avrebbe cattiva stampa. Il mondo è forse disposto a sopportare l’omicidio di un certificato terrorista, ma l’eliminazione fisica di un Capo di Stato estero sarebbe più difficile da digerire. Probabilmente questa ipotesi farà parte di quelle escluse.
Comunque, dal momento che si è parlato di guerra, probabilmente gli Stati Uniti avranno interesse a proclamare alto e forte che si sta per attuare un’azione temporanea, di scopo limitato, col minimo costo economico ed umano, nell’interesse della sicurezza del mondo. Una piccola guerra  che però cambierebbe la prospettiva storica.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2017




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POLITICA
15 aprile 2017
LA COREA DEL NORD E I SUOI PROBLEMI
V2. Le azioni possibili

La prima cosa da dire - anche se ormai è inutile - è che il problema della Corea del Nord è divenuto gravissimo perché lo si è troppo a lungo rinviato. Sarebbe stato necessario agire prima, quando la possibilità di una risposta nucleare era ancora assolutamente esclusa. Mai aspettare che il “cattivo” si ravveda. Con Hitler le democrazie hanno già dato, ma a quanto pare “they never learn”, non imparano mai. Così gli Stati Uniti si trovano costretti ad agire nelle condizioni attuali, quali che siano. E di chiunque sia la colpa.
In questi mesi al Pentagono si saranno chiesti infinite volte che cosa fare in concreto e questa semplice domanda chissà quanti mal di testa ha già provocato, prima di giungere ad una decisione. Ma una decisione, se pure senza entusiasmo, l’avranno certamente raggiunta,. Semplicemente perché sono stretti nella morsa della necessità. Ne va della loro sicurezza (se non ora, in futuro) e del loro onore. Se un Paese importante come il Giappone non ha l’arma atomica, non è perché non potrebbe farsela, in quattro e quattr’otto, è perché vi ha rinunciato, contentandosi della parola di Washington. E se Washington non la mantenesse, da un lato sarebbe disonorata, dall’altro otterrebbe soltanto una micidiale proliferazione atomica. Col rischio che a qualche demente, una volta o l’altra, scivoli il dito sul grilletto.
Di solito si pensa ai rischi che corrono gli Stati Uniti, in questo frangente. E tuttavia, se pure non è sicuro che riescano a neutralizzare le ambizioni atomiche di Pyong Yang, è sicuro che essi possono arrecare immensi danni al regno di Kim Jong-un, mentre lui non può arrecare nessun danno agli States, molto lontani e comunque ben difesi.
Dunque le possibili “risposte” nordcoreane hanno molta importanza soltanto per gli altri attori in commedia, in particolare per la Corea del Sud. Ma questa deve rassegnarsi: se il Nord è aggressivo, una volta o l’altra sarà comunque obbligata ad affrontarlo. L’essersi mostrata pacifica per quasi settant’anni non è servito a farlo disarmare.  
Dicono che la frontiera sia piena zeppa di cannoni nordcoreani, ma c’è da pensare che, se si cominciasse a sparare, da sud non risponderebbero certo con marce per la pace. È impossibile che, contro un pericolo molto noto, non si siano approntate da tempo serie difese. 
Seul è comunque in serio pericolo, perché è relativamente vicina alla frontiera, ma Pyong Yang e gli altri centri del Nord non potrebbero per questo star tranquilli: l’aviazione americana non teme né la distanza né la difesa nordcoreana, e volendo può fare tabula rasa dell’intero Paese, con bombe convenzionali. In Europa nessun vecchio ha dimenticato i bombardamenti degli americani. La Francia era loro alleata, e tuttavia dopo la guerra è stato necessario ricostruire da zero Brest e Lorient, fino a tracciare nuove strade urbane sulle macerie.
I primi provvedimenti degli americani sono comunque difensivi. Poco a sud di Seul un mega radar Thaad (“Terminal High Altitude Area Defense”) ha già provocato le proteste (inascoltate) della Cina, perché quell’installazione è talmente potente da sorvegliare anche il cielo cinese. In secondo luogo, la tecnica di intercettazione è molto progredita, e dunque non è impossibile che un eventuale missile, atomico o no, sia distrutto in volo. È vero che il preavviso sarebbe minimo (Seul è a circa quaranta chilometri dalla frontiera), ma sappiamo che  la tecnica Israeliana “Iron Dome” è capace di intercettare missili anche con una manciata di secondi di preavviso. E gli americani sicuramente non saranno da meno. 
Infine – arma da fantascienza ma non inverosimile – si parla anche di cyber-boomerang. In altre parole, i nordcoreani potrebbero far partire un missile atomico e gli americani potrebbero modificare elettronicamente il programma di volo del missile, in modo da farlo tornare indietro e farlo scoppiare sul mittente. Ovviamente non si parla di attacchi aerei nordcoreani, perché la superiorità americana in questo campo è indiscussa.
Per quanto riguarda l’attività “aggressiva”, intesa a raggiungere il risultato voluto, si può star certi che la semplice minaccia non sarà sufficiente. È caratteristica delle dittature non dare importanza alla sopravvivenza del popolo. Per quanto il Paese possa essere ridotto ad un cumulo di rovine, un Hitler o un Kim Jong-un, nel loro bunker, possono ancora vivere nel lusso e nella sicurezza.
La seconda opzione sono i bombardamenti, ma questi sono esattamente ciò che si aspetta Pyong Yang, sicché le installazioni più importanti saranno tutte nel ventre delle montagne. Nessuna bomba, per quanto potente, potrà mai penetrarvi. Il punto debole dei nascondigli rimane però l’accesso a quelle caverne. Una grande bomba può farlo rovinare e seriamente ostruire. Naturalmente, tutto ciò richiede un accurato e affidabile lavoro di intelligence, in modo da localizzarlo esattamente. E non è detto che sia facile.
Un’altra opzione è l’intervento di massicci commando, bene informati, capaci di conquistare manu militari tutti i siti segnalati e distruggerli. I commando sarebbero eventualmente sostenuti dall’esercito vero e proprio, il quale distruggerebbe tutte le forze militari nordcoreane che tentassero di resistere. Si tratterebbe di una vera guerra intrapresa non in vista della conquista del Paese, ché anzi non riguarderebbe nemmeno l’intero territorio, ma soltanto per “dargli una lezione” ed  attuare quella “pulizia atomica” che è lo scopo di tutto il raid. 
Visto che siamo in Asia, e qualcuno potrebbe ricordare il Vietnam, va subito detto che nessun paragone è possibile. Qui non siamo nella giungla, siamo in un terreno in cui la forza militare americana ha la possibilità di dispiegare tutta la sua potenza. Come si è visto in Iraq. 
Un’altra ipotesi che è stata ventilata è quella dell’“omicidio mirato”, eliminando Kim Jong-un, ma se dovesse essere vero che chi comanda è un’oligarchia e non quell’uomo, una simile azione non sarebbe risolutiva. Inoltre essa avrebbe cattiva stampa. Il mondo è forse disposto a sopportare l’omicidio di un certificato terrorista, ma l’eliminazione fisica di un Capo di Stato estero sarebbe più difficile da digerire. Probabilmente questa ipotesi farà parte di quelle escluse.
Comunque, dal momento che si è parlato di guerra, probabilmente gli Stati Uniti avranno interesse a proclamare alto e forte che si sta per attuare un’azione temporanea, di scopo limitato, col minimo costo economico ed umano, nell’interesse della sicurezza del mondo. Una piccola guerra  che però cambierebbe la prospettiva storica.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 aprile 2017




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POLITICA
14 aprile 2017
LA COREA DEL NORD E I SUOI PROBLEMI - v1

V1. A la guerre comme à la guerre(1)
 
A mano a mano che passano i giorni, ci si rende conto che è proprio vero: più un problema ineludibile viene trascurato, più diviene difficile risolverlo. Le potenze occidentali – e in primo luogo, per ben otto anni, il presidente Obama – hanno lasciato che la Corea del Nord andasse avanti con le sue minacce e col suo programma nucleare. Così Kim Jong-un è finalmente arrivato ad avere realmente la bomba atomica, e ora si sta procurando i vettori per sganciarla sui nemici. Anche quando non sono tali, e in particolare sulla confinante Corea del Sud. Così, chi intende contrastare questo programma, non può più limitarsi agli ammonimenti o alle minacce.
Gli Stati Uniti sono la massima potenza militare mondiale e il fatto che la Corea del Nord osi sfidarli è allarmante in primo luogo perché questa è una cosa che nessuna persona sana di mente farebbe mai. E se si ha da fare con una persona non sana di mente, il problema si aggrava oltremisura. Infatti non si può nemmeno contare sul suo istinto di conservazione o sulla volontà di evitare al proprio popolo sofferenze enormi e ingiustificate.
In secondo luogo, se la persona che abbiamo definito non sana di mente dispone di un’arma devastante come la bomba atomica – tale cioè che, anche a perdere dopo la guerra, si sono provocati all’aggredito danni ingentissimi (si parla di milioni di morti) le sue minacce vanno prese molto sul serio. 
Purtroppo, un’azione risoluta urta contro l’ostacolo della pubblica opinione. Siamo da molti decenni in tempo di pace e l’opinione pubblica non è pronta ad accettare il massacro di centinaia e centinaia di innocenti vittime civili per un’azione preventiva. E tuttavia, se domani la Corea del Nord aggredisse la Corea del Sud, se bombardasse Seul con l’atomica e facesse un milione di morti in un sol colpo, i dirigenti delle grandi potenze, qualunque vendetta esercitassero dopo, da quella stessa pubblica opinione sarebbero reputati colpevoli di non avere impedito il fatto quando ancora potevano farlo. La gente depreca le spese per le armi e i piani di guerra, ma se poi le cose vanno male, depreca che non ci si sia armati meglio e non si sia stati capaci di contrastare preventivamente i piani nemici.
In sintesi: le minacce della Corea del Nord sono diventate credibili; quel Paese è in mano ad irresponsabili; questa concreta possibilità impone alle grandi potenze, e in primo luogo agli Stati Uniti - il continente europeo essendosi evirato - il dovere di correre ai ripari prima che accada l’irreparabile. E la risposta non può essere meramente simbolica. Per essere credibili gli Stati Uniti non potranno limitarsi alle dichiarazioni bellicose, perché ciò potrebbe indurre la Corea del Nord a pensare ad un impegno parziale e inefficace, che le lasci magari il vantaggio di sparare il primo colpo. La conseguenza finale è che gli Stati Uniti da un lato devono essere pronti ad usare non una parte, ma tutta la loro potenza, fino ad annichilire Pyong Yang sin dal primo colpo; dall’altro, se vogliono avere una speranza di non essere costretti a tanto, devono convincere la controparte di questa loro tragica volontà. E Trump ha fatto e fa esattamente questo.
1. Ha detto che gli Stati Uniti sperano che altri Paesi, e in primo luogo la Cina, intervengano, per convincere la Corea del Nord a smettere le sue provocazioni, le sue minacce, e se possibile a disarmare.
2. Ha però aggiunto che questa preghiera non significa rinuncia all’azione. Se la Cina non si attiverà fattivamente, gli Stati Uniti faranno da soli.
3. Per dare un esempio di come intendono fare, ha cominciato col bombardare la Siria, per un caso che neanche metteva in pericolo gli Stati Uniti o un Paese loro alleato.
4. Poi sta facendo arrivare nel mar del Giappone, a ridosso delle coste nordcoreane, una flotta composta di un’enorme portaerei con una settantina di aeroplani, più altre navi e una flotta di sottomarini nucleari, capaci da soli di infliggere gravissimi danni alla Corea.
5. Infine, ha fatto esplodere in Afghanistan un’enorme bomba convenzionale (equivalente a oltre dieci tonnellate di tritolo, inferiore per potenza soltanto alle bombe atomiche) capace di scuotere le montagne e far magari crollare le gallerie e le caverne in cui potrebbero essere nascoste le installazioni nucleari. Si noti che questa bomba esiste da più di dieci anni e non è mai stata usata. Ora lo si è fatto più che per la necessità di eliminare qualche adepto dello Stato Islamico, per dimostrare che gli Stati Uniti sono disposti in questa occasione ad usare in concreto le massime armi di cui dispongono. Per non parlare delle armi che costituirebbero una sorpresa e che l’America tiene segrete affinché i nemici non possano predisporre difese al riguardo.
A questo punto bisogna veramente prepararsi al peggio. Sembra che Trump si sia reso conto che la minaccia nordcoreana è andata tanto lontano, che orami bisogna essere disposti, per porvi rimedio, anche ad applicare il detto francese: “à la guerre comme à la guerre”. Se ci costringono alla guerra, ci comporteremo come ci si comporta in guerra. Ed è proprio per vedere se c’è modo di evitarlo che il pugile Trump esibisce le sue dimensioni, la sua muscolatura, la sua grinta, nella speranza che l’avversario rinunci a salire sul ring evitando così al campione la scomoda incombenza di infliggergli un K.O. mortale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 aprile 2017
 
(1) Questo articolo viene intercalato fra Corea IV e Corea V perché di stretta attualità. Ma la parte generale, sulle possibili azioni degli Stati Uniti, è contenuta nell’articolo che sarà pubblicato domani.




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POLITICA
13 aprile 2017
LA COREA DEL NORD E I SUOI PROBLEMI
IV. Il possibile intervento della Cina

La soluzione ideale, la più indolore e la più facile, potrebbe essere un silenzioso intervento della Cina. La Corea del Nord è uno Stato chiuso sul mondo che ha come unico interlocutore Pechino. Già recentemente, a titolo di monito, la Cina ha considerevolmente ridotto le importazioni di carbone, e questa è già stata una mossa pesante, nei confronti di Kim Jong-un: perché il Paese non esporta altro. Se dunque la Cina fosse risoluta a calmare i bollenti spiriti del regime, magari fino ad imporgli un disarmo atomico, forse ne avrebbe la possibilità. E il mondo dall’indomani dormirebbe meglio. Ed è sicuramente ciò che Trump ha chiesto a Xi Jinping, durante l’incontro in Florida. 
Ma la Cina è disposta a muoversi in questo senso? Per ottenere il risultato dovrebbe infliggere un colpo mortale all’orgoglio di quel piccolo e stupido Paese che delle sue rodomontate, nel corso dei decenni, ha fatto una ragione di sopravvivenza. A Pechino qualcuno farà notare che Kim minaccia tutti ma non loro, anche perché la loro è la mano che li tiene a galla. E allora, perché accedere alla richiesta di Trump?
Questi ragionamenti sono perfettamente in grado di farli anche gli americani, ma ciò non significa che quella strada sia necessariamente un vicolo cieco. Se il Chief Commander è un uomo pratico e senza scrupoli, potrà sempre dire. “Se non fate ciò che vi chiedo perché è la cosa giusta, se non la fate nell’interesse del mondo, fatela perché ve lo dico io. Diversamente il vostro amico patirà per mano mia ben più di quanto patirebbe se interveniste voi”. Ecco il senso di quanto Trump ha dichiarato ripetutamente, affermando che gli Stati Uniti sono pronti ad agire contro la Corea del Nord anche da soli. Se reputeranno che sia necessario, sono in grado di farlo e lo faranno. 
Il problema teoricamente è elementare. Se l’unico modo di ottenere che Kim rinunci all’armamento atomico è quello di andare a toglierglielo, bisogna andare a toglierglielo, Cina o non Cina. Il pericolo atomico – e il pericolo si ha non quando la bomba ce l’ha un Putin ragionevole, ma quando ce l’ha un qualunque leader irragionevole – non permette esitazioni. Ecco perché l’America dice alla Cina:“Te lo chiedo per favore, ma se non me lo farai per favore, ti costerà anche di più, e forse costerà di più all’intero mondo”. Trump è pronto ad agire (sempre che non stia bluffando) a costo di scatenare un putiferio internazionale: ma il putiferio non è ciò che potrebbe scatenare Kim Jong-un?
Questa è una partita a scacchi mortale. Qualcosa che nessuna persona di buon senso vorrebbe mai vivere, e che per decenni abbiamo evitato perché le grandi potenze sono state in mano a persone più o meno sane di mente. Ma basta chiedersi: che ne sarebbe del mondo, se una bomba atomica fosse in mano ad un al-Baghdadi, cioè al sedicente califfo che domina lo Stato Islamico? Quale azione sarebbe troppo azzardata, per non tentare di bloccarlo prima che possa disporne o usarla?
Un vero statista non esclude mai un’ipotesi soltanto perché “sarebbe troppo brutta”. Anche le cose “troppo brutte” (si pensi alla Shoah) possono verificarsi, e deprecarle non serve a scongiurarle. Se se ne hanno i mezzi, bisogna avere il coraggio di eliminarne la possibilità prima che si verifichino. Stiamo parlando di un autentico massacro? Sia. Non è un impedimento. Se il rischio che si corre è quello di un nostro milione di morti, e il prezzo da pagare per eliminare il rischio è quello di centomila morti, quei centomila morti sono un affare. Soprattutto se nel frattempo si provoca al nemico un milione di morti.
Forse Kim e i suoi amici stavolta hanno commesso un errore irreparabile. Rendendo credibile la loro minaccia hanno con ciò stesso obbligato la controparte non soltanto a rendere credibile la propria risposta, ma addirittura ad attuarla preventivamente. E infatti gli Stati Uniti – liberatisi dalla palla al piede idealista di Obama - sono ormai pronti ad agire, come dichiara apertamente Trump. Del resto, se non lo fossero, obbligherebbero la Corea del Sud e il Giappone – avendone sperabilmente il tempo – a dotarsi di armi atomiche, e ad essere pronti a fare dell’intera Corea del Nord terra bruciata per qualche secolo. 
Forse quella portaerei americana in viaggio verso il Mar del Giappone va ad aspettare qualche mossa stupida e provocatoria di Pyong Yang per coglierla come pretesto per qualcosa di immensamente più devastante di ciò che si è visto con il bombardamento dell’aeroporto siriano.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 aprile 2017




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POLITICA
11 aprile 2017
FINANCIAL TIMES: DI MAIO E L'ITALIA CHE LASCIA L'EURO

Immaginate una lista di propositi per il nuovo anno che fosse così: primo, rinunziare al cioccolato; secondo, divorziare. Direste a giusta ragione che è assurda. Se si parla seriamente di divorzio, non lo si mettere in una lista. Se si fosse abbastanza pedanti per farlo, il divorzio non starebbe al secondo posto.
Ma questo è precisamente il modo in cui I populisti in Francia e in Italia hanno delineato la loro politica sull’euro. Essi sembrano favorevoli ad uscire dall’euro, ma desiderano rinviare la decisione per qualche tempo, e poi proporre la cosa con un referendum. Ciò ci fa sapere che Marine Le Pen e Beppe Grillo, i leader, rispettivamente,  del Front National in Francia e del Movimento Cinque Stelle in Italia, sono del tutto impreparati a governare. Sono tanto degli estremisti quanto dei ciarlatani.
È possibile, benché non facile, progettare come esercizio intellettuale l’uscita dall’euro in ambedue i Paesi, ma né Grillo né la signora Le Pena l’hanno fatto. Se vi foste occupati seriamente dell’uscita dall’euro, vi sareste resi conto che si tratta di un’impresa veramente grande: l’unica che veramente definirebbe il vostro tempo al potere. Sarebbe ciò di cui dovreste occuparvi esclusivamente per un certo numero di anni. È qualcosa di molto più grande della Brexit , e già questa occupa il governo inglese a tempo pieno.
Se uno dei due Paesi lasciasse la moneta unica, ciò condurrebbe al più grande fallimento della storia umana. Vi sarebbero crisi bancarie nell’intera Unione Europea. Il blocco potrebbe lottare per rimanere unito. L’euro stesso potrebbe essere minacciato. Un’uscita dall’euro è all’incirca tanto complicata e causa di rischi quanto l’inizio ad una guerra. Avreste la necessità di assicurare le vostre frontiere per impedire alla gente di portare il loro contante in euro fuori dal Paese. Avreste la necessità di impegnare la polizia nella repressione delle sommosse. Avreste la necessità di un’operazione in stile militare semplicemente per assicurare la logistica. Avete pensato accuratamente a tutto questo? Non vi sono praticamente strade per un’ordinata uscita dall’euro, neppure legali.
Pensate all’uscita dall’euro come a un putsch militare, qualcosa che fate nel corso di un fine settimana con i carri armati nelle strade. Io sono sbalordito quando sento Luigi Di Maio, il politico italiano che ha maggiori probabilità di divenire primo ministro nel caso di una vittoria del M5s, dire che egli si impegna a tenere un referendum sull’euro come seconda cosa da fare, per il suo partito. Ma per prima cosa, vuole combattere la povertà. In altre parole, sta rinunciando al cioccolato come prima cosa invece di divorziare da sua moglie. O .Di Maio non ci sta dicendo la verità, oppure, più probabilmente, non è preparato per quella carica. Ha soltanto trent’anni. Aveva sei anni quando, nel 1992, l’Italia fu buttata fuori dal meccanismo europeo dei cambi, insieme con il Regno Unito. Chiunque abbia vissuto quel periodo saprebbe che i cambiamenti nel regime monetario sono dei traumi. E quel fatto impallidisce in confronto ad un’uscita dall’euro. Pensate ad un investitore estero. Se ci si aspetta che l’Italia denomini il suo debito nella nuova moneta – chiamiamola lira – quella nuova moneta sarebbe svalutata. Che cosa avverrebbe, riguardo ai rendimenti dei titoli del debito pubblico italiano, diciamo i Btp a dieci anni che oggi rendono una cedola del due per cento? Se ci si aspetta una svalutazione del 40%, il rendimento salirebbe immediatamente al 6%.
Gli investitori non aspetterebbero fino al referendum. Una volta che fosse chiaro che Di Maio sarà il primo ministro, un investitore razionale , reputando probabile un voto a favore dell’exit, stimerebbe le proporzioni della svalutazione e calcolerebbe di quale rendimento dovrebbe aumentare per neutralizzare una futura ri-denominazione [nella nuova moneta]. La notte delle elezioni, Di Maio dovrebbe fronteggiare una corsa contro il sistema finanziario italiano. Le banche sarebbero insolventi la mattina seguente. Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, non darebbe una garanzia whatever it takes ad un politico che minaccia un referendum. Di Maio avrebbe al massimo 24 ore per accettare la sfida o revocare il referendum. E non è preparato per la prima soluzione.
La Grecia ha brevemente fantasticato riguardo all’idea di una moneta parallela durante la Primavera di Atene 2015, ma Alexis Tsipras, il primo ministro, considerò l’idea troppo rischiosa. Non vedo segnali che la Le Pen, Grillo o Di Maio siano persone più serie di Tsipras.
L’unica previsione che mi sento di fare è questa: se l’Italia, la Francia o chiunque altro dovesse lasciare l’euro, ciò non avverrebbe attraverso un referendum, ma in seguito ad un incidente. La cattiva notizia è che gli incidenti accadono eccome.
Wolfgang Münchau
(Traduzione di Gianni Pardo)
munchau@eurointelligence.com
Dal Financial Times
https://www.ft.com/content/37d73c48-1b7c-11e7-bcac-6d03d067f81f




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POLITICA
11 aprile 2017
LA COREA DEL NORD E I SUOI PROBLEMI
II. L’America credibile

La credibilità è un concetto relativamente nuovo. Per moltissimo tempo la gente è stata – o si è creduta – sufficientemente realista per far coincidere la possibilità di compiere un’azione con il possesso dei mezzi per attuarla. Esempio brutale: avere una pistola ed avere il coraggio di usarla. Dopo decenni e decenni di pace, ci si è ridotti ad aggiungere all’antica categoria del miles gloriosus, colui che si vanta di imprese di cui non è capace, quella del leone che si crede ed è considerato un agnello. La credibilità è un concetto venuto a coprire il caso di chi ha la fama di avere sia i mezzi materiali sia la capacità psicologica di fare qualcosa. 
Come avviene nei momenti storici in cui i fatti significativi sono rari, la pubblica opinione ha tendenza ad esagerare il dato psicologico. Fino a clamorosi errori di giudizio per quanto riguarda la realtà effettiva. Un buon esempio è il Presidente Jimmy Carter, di cui non molti hanno grande stima. Costui è stato un mite e sincero democratico ed anzi, per esprimerci in modo evangelico, “un uomo di buona volontà”. A termini di Costituzione, finché è stato in carica, è stato anche il Commander in Chief delle forze armate degli Stati Uniti, ma aveva tanto l’aria di esserlo in concreto quanto l’avrebbe l’attuale Papa. Quando poi i fanatici iraniani sequestrano il personale diplomatico americano di Teheran nella sua ambasciata per mesi, Carter non seppe come reagire. Fra l’altro fu anche sfortunato nell’unico tentativo militare che intraprese. L’idea di tutti fu che l’America era divenuta una potenza risibile, una tigre di carta. 
Errore colossale, naturalmente. Quell’immenso Paese non era certo cambiato dall’oggi al domani. Non soltanto avrebbe potuto facilmente dimostrarlo un diverso Presidente, ma lo stesso Carter, se la situazione l’avesse richiesto, per quanto “buono” sarebbe stato capace di difendere la sua patria. Quel bisogno però non si manifestò, e l’idea rimase che l’America di Carter era una pecora.
Qualcosa del genere si è recentemente verificato con Obama. Prima ancora di essere eletto, questo senatore ha detto in giro che i contrasti più gravi, nel mondo, dipendevano dall’incomprensione. Lui sarebbe dunque riuscito ad appianarli andando a dialogare con tutti, sorridendo a tutti, aprendo le braccia a tutti. Anche a costo di trascurare le alleanze tradizionali e gli interessi consolidati dell’America. 
Il risultato è stato disastroso: Israele, l’unico sincero e valido alleato degli Stati Uniti nel Vicino Oriente, si è sentita abbandonata; i Paesi arabi si sono creduti autorizzati a ribellarsi ai loro autocrati laici, ed Obama è stato sufficientemente stolto per credere che si sarebbero volti alla democrazia, piuttosto che al fanatismo islamico; infine, nella sua crociata contro il tiranno Gheddafi, ha favorito l’ingiustificato e demenziale intervento libico franco-inglese, fino a creare una situazione che ancora non si è sbrogliata. Infine si è dichiarato nemico mortale di Assad, dopo tutto un autocrate fra gli altri, ed un elemento di stabilità (cosa conforme agli interessi americani), ma nel frattempo non ha fatto niente contro di lui. Nemmeno quando (col superamento della “linea rossa” costituito dal primo uso dei gas asfissianti, sempre che ne sia stato colpevole Assad) ne ha avuto la concreta occasione ed anche il dovere. Insomma Obama ha accumulato una tale serie di gaffe, in politica estera, che negli ultimi anni sullo scenario internazionale l’America è stata considerata mite, arrendevole e quasi insignificante.
Era necessario un gran colpo di timone. Donald Trump ha percepito questa necessità, ed ha capito che l’avevano percepita anche gli americani. Hillary Clinton prospettava la continuità, Trump parlava di America great again, dove l’avverbio cui bisogna badare è quell’ “again”: di nuovo, com’era prima. Non prima che disarmasse – perché non ha mai disarmato – ma prima che si pensasse che non aveva il coraggio di usare le sue armi. Così, non appena se n’è presentata l’occasione, da un lato ha sparato una sessantina di missili, senza fare troppo danno, dall’altro li ha sparati contro qualcuno che prima aveva avuto l’aria di difendere, agganciandosi sul petto la medaglia dell’imprevedibilità, e da un giorno all’altro ha reso credibile un’America divenuta incredibile.
La realtà contemporanea è talmente costruita con la fantasia, che si prendono i simboli per dati reali. Ma quando i simboli cambiano e sono effettivamente sostenuti dai mezzi necessari per farli operare, ecco che il mondo cambia insieme con loro. Oggi tutti sentono che devono fare i conti con l’America molto più di quanto non avessero il dovere di farlo un anno fa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 aprile 2017




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POLITICA
11 aprile 2017
LA COREA DEL NORD E I SUOI PROBLEMI
II. L’America credibile

La credibilità è un concetto relativamente nuovo. Per moltissimo tempo la gente è stata – o si è creduta – sufficientemente realista per far coincidere la possibilità di compiere un’azione con il possesso dei mezzi per attuarla. Esempio brutale: avere una pistola ed avere il coraggio di usarla. Dopo decenni e decenni di pace, ci si è ridotti ad aggiungere all’antica categoria del miles gloriosus, colui che si vanta di imprese di cui non è capace, quella del leone che si crede ed è considerato un agnello. La credibilità è un concetto venuto a coprire il caso di chi ha la fama di avere sia i mezzi materiali sia la capacità psicologica di fare qualcosa. 
Come avviene nei momenti storici in cui i fatti significativi sono rari, la pubblica opinione ha tendenza ad esagerare il dato psicologico. Fino a clamorosi errori di giudizio per quanto riguarda la realtà effettiva. Un buon esempio è il Presidente Jimmy Carter, di cui non molti hanno grande stima. Costui è stato un mite e sincero democratico ed anzi, per esprimerci in modo evangelico, “un uomo di buona volontà”. A termini di Costituzione, finché è stato in carica, è stato anche il Commander in Chief delle forze armate degli Stati Uniti, ma aveva tanto l’aria di esserlo in concreto quanto l’avrebbe l’attuale Papa. Quando poi i fanatici iraniani sequestrano il personale diplomatico americano di Teheran nella sua ambasciata per mesi, Carter non seppe come reagire. Fra l’altro fu anche sfortunato nell’unico tentativo militare che intraprese. L’idea di tutti fu che l’America era divenuta una potenza risibile, una tigre di carta. 
Errore colossale, naturalmente. Quell’immenso Paese non era certo cambiato dall’oggi al domani. Non soltanto avrebbe potuto facilmente dimostrarlo un diverso Presidente, ma lo stesso Carter, se la situazione l’avesse richiesto, per quanto “buono” sarebbe stato capace di difendere la sua patria. Quel bisogno però non si manifestò, e l’idea rimase che l’America di Carter era una pecora.
Qualcosa del genere si è recentemente verificato con Obama. Prima ancora di essere eletto, questo senatore ha detto in giro che i contrasti più gravi, nel mondo, dipendevano dall’incomprensione. Lui sarebbe dunque riuscito ad appianarli andando a dialogare con tutti, sorridendo a tutti, aprendo le braccia a tutti. Anche a costo di trascurare le alleanze tradizionali e gli interessi consolidati dell’America. 
Il risultato è stato disastroso: Israele, l’unico sincero e valido alleato degli Stati Uniti nel Vicino Oriente, si è sentita abbandonata; i Paesi arabi si sono creduti autorizzati a ribellarsi ai loro autocrati laici, ed Obama è stato sufficientemente stolto per credere che si sarebbero volti alla democrazia, piuttosto che al fanatismo islamico; infine, nella sua crociata contro il tiranno Gheddafi, ha favorito l’ingiustificato e demenziale intervento libico franco-inglese, fino a creare una situazione che ancora non si è sbrogliata. Infine si è dichiarato nemico mortale di Assad, dopo tutto un autocrate fra gli altri, ed un elemento di stabilità (cosa conforme agli interessi americani), ma nel frattempo non ha fatto niente contro di lui. Nemmeno quando (col superamento della “linea rossa” costituito dal primo uso dei gas asfissianti, sempre che ne sia stato colpevole Assad) ne ha avuto la concreta occasione ed anche il dovere. Insomma Obama ha accumulato una tale serie di gaffe, in politica estera, che negli ultimi anni sullo scenario internazionale l’America è stata considerata mite, arrendevole e quasi insignificante.
Era necessario un gran colpo di timone. Donald Trump ha percepito questa necessità, ed ha capito che l’avevano percepita anche gli americani. Hillary Clinton prospettava la continuità, Trump parlava di America great again, dove l’avverbio cui bisogna badare è quell’ “again”: di nuovo, com’era prima. Non prima che disarmasse – perché non ha mai disarmato – ma prima che si pensasse che non aveva il coraggio di usare le sue armi. Così, non appena se n’è presentata l’occasione, da un lato ha sparato una sessantina di missili, senza fare troppo danno, dall’altro li ha sparati contro qualcuno che prima aveva avuto l’aria di difendere, agganciandosi sul petto la medaglia dell’imprevedibilità, e da un giorno all’altro ha reso credibile un’America divenuta incredibile.
La realtà contemporanea è talmente costruita con la fantasia, che si prendono i simboli per dati reali. Ma quando i simboli cambiano e sono effettivamente sostenuti dai mezzi necessari per farli operare, ecco che il mondo cambia insieme con loro. Oggi tutti sentono che devono fare i conti con l’America molto più di quanto non avessero il dovere di farlo un anno fa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 aprile 2017




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POLITICA
10 aprile 2017
I PROBLEMI DELLA COREA DEL NORD
Una serie di sei articoli dedicati alla Corea del Nord che saranno offerti (eventualmente insieme ad altri articoli) in modo che possano essere letti da coloro che si interessano di questo problema, ed essere trascurati dagli altri.

Affinché sia equilibrato, ogni incontro di pugilato è preceduto dalla sacramentale cerimonia del peso. Ciò significa che, se il peso fosse differente, il più pesante vincerebbe facilmente sul più leggero. 
Questa regola vale anche per i conflitti fra le nazioni. Soprattutto se, accanto alle dimensioni per così dire fisiche, si ha anche, a favore di uno, uno squilibrio economico e tecnologico. Per queste ragioni, quando gli Stati Uniti si apprestavano ad invadere l’Iraq, e Saddam Hussein si vantava che avrebbe inflitto chissà quali perdite agli americani, i competenti sorrisero. Gli Stati Uniti erano infinitamente più grandi, infinitamente più ricchi, infinitamente più progrediti tecnologicamente dell’Iraq. E infatti fecero a pezzi l’esercito irakeno (vecchi tank inclusi), penetrando nel Paese, come una lama arroventata nel burro. I guai cominciarono dopo: come si sa, un conto è vincere la guerra, un altro conto è vincere la pace. Ma questa è un’altra storia.
Se questa premessa suona convincente, è chiaro che  la Corea del Nord, da un conflitto con gli Stati Uniti, non può che ricavare che una sconfitta cocente e devastante. Purtroppo, anche in questo caso, bisogna prendere in considerazione le variabili, gli imprevisti e  le conseguenze ulteriori. Tanto che alla fine non ci si raccapezza più. È questa la ragione per la quale nei giornali non si leggono molti scenari. E di previsioni neanche a parlarne.

I. I motivi dell’oscurità, da un lato come dall’altro

All’aprirsi del sipario, la scena su cui si reciterà il dramma della Corea del Nord è perfettamente buia. Indubbiamente è sempre così, quando ci si occupa del futuro. Non soltanto questo è sostanzialmente inconoscibile, ma nel caso di un’azione di guerra, anche se si sono fatti dei piani accuratissimi, si ha di fronte qualcuno che può ragionare diversamente da noi; che può cercare di sorprenderci ed ingannarci; che infine può essere lui stesso costretto dagli imprevisti ad agire diversamente da come tutti avevamo calcolato.
In previsione di un’azione militare, fare dei piani è indispensabile, ma nessuno può essere sicuro del loro risultato. Nessuno ha il diritto di essere troppo severo con gli altri ed ergersi a profeta del passato, magari affermando: “Io questo errore non l’avrei commesso”. Se quel genio militare che fu Helmut von Moltke poté sostenere che: “Nessuna battaglia mai si svolge come si era previsto” - con ciò stesso chiedendo scusa in anticipo per gli errori che lui stesso avrebbe potuto commettere - figurarsi se non ne commetteranno generali ed ammiragli che non valgono la metà di Moltke.
Un particolare motivo di incertezza deriva anche dall’età e dalla personalità di Kim Jong-un. Questo giovane sovrappeso in parte finge di essere pazzo, in parte forse lo è (soltanto un pazzo provocherebbe gli Stati Uniti senza ragione) e comunque ha vissuto la maggior parte della sua vita nel vaso chiuso del suo piccolo Paese. E, come tutti i dittatori, non essendo abituato a subire critiche, è poco disposto ad ascoltare i buoni consigli.
In questo campo si inserisce un ulteriore elemento di incertezza. È noto che anche nelle dittature non comanda realmente un uomo solo: il leader è alla testa di un gruppo di oligarchi che fanno riferimento a lui per conservare potere e privilegi, ma lui stesso poi lui stesso ha bisogno di loro per esercitare concretamente il potere. Si è visto decine di volte durante la decadenza di Roma. L’imperatore disponeva di un potere assoluto e incontrastato, ma doveva stare attento a chi gli stava intorno e magari l’aveva posto sul trono. In seguito alle congiure di palazzo, della trentina di imperatori che seguirono i Severi quasi nessuno morì nel suo letto. 
Nella fattispecie, qual è il reale bilanciamento fra il potere di Kim Jong-un e il potere della sua corte? In materia si va dal caso di Stalin, che veramente comandava da solo perché faceva paura anche alla sua ombra, al caso di una oligarchia che ha tutto il potere ma fa finta di obbedire ad un dittatore, soltanto perché costui presenta l’utilità di un cognome reputato illustre dal popolo. Esattamente il contrario di Ottaviano Augusto che aveva tutto il potere e faceva finta di obbedire al Senato. Riguardo alla Corea del Nord bisogna purtroppo tenersi tutti i dubbi, perché la trasparenza di quel regime è praticamente nulla.
Questa opacità non è casuale. Che il nemico non disponga di informazioni sul nostro conto costituisce un vantaggio. La cosa è talmente nota che certi Stati, come la Russia degli zar (lo notava in pieno Ottocento il Marchese de Custine) avevano addirittura la mania del segreto. Atteggiamento che divenne addirittura paranoico con Stalin. Nelle democrazie, invece, la tendenza è ad operare alla luce del sole, fino ad offrire al nemico dati e strumenti che avrebbe difficoltà a procurarsi. I governanti pensano infatti di avere il dovere di rendere conto al popolo delle loro azioni, ma in questo Donald Trump è diverso. Innanzi tutto è stato eletto dal popolo senza il sostegno del suo partito o delle grandi lobby. Dunque non gli deve rendere nessun conto. Poi, prima di essere di essere un politico è un uomo d’affari che mai, in un negoziato, comincerebbe annunciando il suo ultimo prezzo. L’avversario non deve conoscere in anticipo le sue mosse, le sue intenzioni, e le sue reali possibilità. Così, forse per la prima volta, gli Stati Uniti si sono abbassati la celata e gli avversari sono costretti a temere brutte sorprese. Trump non sa che cosa farà Kim, ma stavolta neanche Kim sa che cosa farà Trump. Per giunta quest’ultimo, col pretesto dell’uso delle armi chimiche in Siria, ha realizzato un colpo da maestro.
1 Ha effettuato un’azione fulminea che ha sorpreso assolutamente tutti;
2 Ha avvertito i russi, in modo da non uccidere neppure un loro soldato per sbaglio; 
3 Forse ha addirittura avvertito anche Assad, perché quattro morti soltanto, con cinquantanove missili, fanno pensare più ad un omicidio colposo plurimo che ad un’azione di guerra;
4 Ha provocato certo dei danni, ma non tali che qualche ora dopo quell’aeroporto militare non potesse di nuovo essere utilizzato;
5 Infine, nessun americano è rimasto nemmeno ferito e nel frattempo, pressoché gratis, ha convinto il mondo che l’America non è più quella di Obama. Chapeau.
In conclusione, l’oscurità, riguardo a ciò che avverrà, è totale ed inquietante, ma è tale anche per Pyong Yang, per Pechino e per tutti. Trump, magari col voltafaccia nei confronti di Assad e le giravolte in politica interna, coltiva la sua fama di pazzo sconsiderato, impulsivo e pericoloso, e può darsi che da questa fama riesca a trarre i massimi vantaggi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 aprile 2017




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POLITICA
9 aprile 2017
GOVERNARE, UNO SCOMODO ONORE
Il senatore Torrisi, di Alternativa Popolare, è stato eletto presidente della Commissione Affari Costituzionali, benché la carica (per come concordato fra i partiti) dovesse andare ad un rappresentante del Pd. L’incidente ha fatto parecchio scalpore. Si potrebbero cercare i reprobi che hanno affossato la candidatura prevista e si potrebbero cercare le loro motivazioni, ma ciò che più importa è la reazione scomposta del Pd. Non soltanto Renzi –attualmente soltanto un privato cittadino – ha preso cappello come fosse stato commesso un crimine di lesa maestà, ma ha avuto l’aria di minacciare la sopravvivenza del governo. Ha perfino tentato, senza successo, di scomodare il Presidente della Repubblica, al punto che Angelino Alfano ha detto in televisione: “Se vuole la crisi di governo, per andare subito alle elezioni, che lo dica. Nssuno è nato ieri mattina”.
Poi gli indignati hanno visto che le proteste si stavano volgendo contro di loro ed hanno lasciato perdere: ma rimane confermato che, dal momento in cui ha perso il referendum, Renzi anela ad andare subito a nuove elezioni. Quasi che la sua rivincita fosse assicurata.
L’ambizione è una passione violenta, bruciante, irresistibile. In alcuni la voglia di salire in alto, per essere in vista, è così forte, che forse si batterebbero per salire lassù quand’anche il palco fosse quello della ghigliottina. Del resto, che altro motiva gli attentatori suicidi, se non la fama di eroismo con cui, almeno fra i complici, sarà associato il loro nome? E quando sono commessi crimini tanto orrendi da conquistarsi i titoli dei giornali, la polizia non si deve forse guardare dai mitomani che si autoaccusano, pur di sentirsi protagonisti? Parlando degli ambiziosi, bisogna sempre mettere in conto un granello di follia. 
Renzi quasi non si è accorto che il 4 dicembre gli italiani hanno votato contro di lui con larghissimo margine. È sicuro che tornando alle urne avrebbe un trionfo e a questo scopo già in dicembre ha sostenuto che bisognava varare subito la nuova legge elettorale. Quando questa via si è rivelata impraticabile, ha chiesto di andare alle urne con qualunque sistema di voto, inclusi i due che attualmente si contraddicono per Camera e Senato. Infine ha proposto il Mattarellum, sapendo che tutti l’avrebbero respinto, in modo da poter poi dire: “Non si può fare una nuova legge, andiamo subito al voto con le leggi che abbiamo”. Infine l’episodio di cui si è detto. E tutto questo mentre il Pd, a causa della scissione, perderà voti e il Movimento 5 Stelle è attualmente il primo partito. Quali allori  ha fretta di andare a raccogliere, mentre il Paese appare del tutto ingovernabile?
Oltre a tutto ciò c’è una ragione massiccia, per rifiutare Palazzo Chigi.  Anche se fosse offerto gratis. L’Italia ha vissuto per decenni spazzando i problemi sotto il tappeto, facendo debiti, rinviando le scadenze, chiedendo proroghe e invocando stati di eccezione. Oggi somiglia a quei mariti che, dopo avere inventato mille bugie per nascondere il tradimento alla moglie, prima non ne trovano più e poi, anche se ne trovassero di ottime, non sono più creduti. Abbiamo già raschiato il fondo del barile e rischiamo la procedura d’infrazione. Insomma stiamo per affrontare una prova economica da cui rischiamo di uscire tramortiti. Non la piccola correzione dello 0,2% del Pil, di cui si occupa Padoan, ma una Legge di Stabilità che imporrà una stretta di molti miliardi. 
Se il governo in carica, pure incolpevole, sarà obbligato ad imporre questi sacrifici, sarà accusato nei secoli dei secoli di avere assassinato la patria, ma a Bruxelles non intendono più sentir parlare di flessibilità, di eccezioni alla regola, del dovere di aiutarci. L’unica cosa che li frena è il fatto che una crisi economica dell’Italia è pericolosa per l’intera eurozona. Ciò malgrado, a tutto c’è un limite. C’è sempre una goccia capace di far traboccare il vaso. La comunità giustamente teme che il disastro possa aversi per cause indipendenti da ciò che si decide in alto loco. Più si accumulano le cause che lo provocheranno, più esso diverrà probabile e imminente. E non dimentichiamolo: la situazione economica e debitoria dell’Italia è la prima causa di pericolo.
Se, come altre volte, riusciremo ad evitare l’inevitabile, rinviando la resa dei conti, avremo ossigeno ancora per un po’. Se invece il governo e i partiti che lo sostengono saranno obbligati a varare un piano di lacrime e sangue, determineranno la propria morte politica. Non s’è visto come l’ha pagata Monti, per molto meno? Come mai Renzi spera così ardentemente che la firma sotto il provvedimento sia la sua, e non quella di Gentiloni? Oggi sgrida il povero Padoan perché propone tasse e accise per un paio di miliardi, come farebbe domani, quando si tratterà di somme molto maggiori? Pensa di andare a Bruxelles, fare un colpo di Stato e proclamarsi padrone del continente? Fra l’altro, anche se gli riuscisse, non che risolvere i problemi dell’Italia, erediterebbe quelli dell’Europa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 aprile 2017




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POLITICA
8 aprile 2017
FALSO, INFONDATO, FONDATO, VERO
Un articolo può servire ad informare gli amici di qualcosa cui non avevano fatto caso, ma può anche servire a consolarli, se non hanno capito qualcosa, dimostrandogli che i veri imbecilli sono quelli che affermano di averla capita. È l’eterna storia degli abiti nuovi dell’imperatore.
Parliamo Si dell’azione ordinata da Donald Trump contro un campo d’aviazione siriano da cui – secondo quanto egli afferma – sarebbero partiti gli aerei che hanno bombardato con i gas la città di Idlib, tenuta dai ribelli. Sorprendentemente, l’azione ha suscitato l’unanime consenso del mondo occidentale. Gli stessi democratici americani, che avrebbero ogni interesse a dir male di Trump e lo hanno stramaledetto per molto meno, ora applaudono. Mistero gaudioso. L’approvazione è andata da Merkel a Netanyhau, da Hollande a tutti gli altri, fino al mite Gentiloni. E qui si pone una domanda: che prove hanno, tutti costoro, della colpevolezza di Assad? La risposta è: nessuna. E che ragione hanno, per sbilanciarsi tanto? Nessuna. Se non – forse – l’irresistibile voglia di salire sul carro del possibile vincitore, quando questi mostra i muscoli. 
E dire che per molto meno, se il vento fosse andato in una direzione diversa, gli stessi augusti governanti avrebbero solennemente gridato all’aggressione non provocata a un Paese sovrano, alla violazione del diritto internazionale, al pericolo che si fa correre alla pace, all’attentato al clima di collaborazione che si era finalmente stabilito con la Russia. Ma come si fa a somigliare tanto alle processionarie?
Per riemergere da questo vischioso mare di conformismo, bisogna fare chiarezza innanzi tutto riguardo ai termini usati. Vero è “corrispondente alla realtà”. Potrebbe benissimo essere vero che, cento metri sotto casa mia, ci sia un diamante da duecento grammi. Ma se qualcuno dicesse che c’è, la notizia sarebbe infondata. Vera sì, fondata no. E ancor meno certa. Sarebbe comunque verosimile? Neppure. Parlando di un fatto, la scala è dunque: falso, infondato, inverosimile, verosimile, fondato, vero.
Nel caso dei gas che hanno fatto ottanta morti ad Idlib, è vero che qualcuno ne è responsabile; è inverosimile che ne sia responsabile Assad, nel momento in cui la guerra volge a suo favore e questa azione non poteva avere per lui che conseguenze negative; è infondata la notizia della responsabilità di Assad, perché non è stata in nessun modo dimostrata; è pure inverosimile che la diffusione dei gas sia stata dovuta al fatto che casualmente gli aeroplani abbiano colpito depositi di armi (chimiche) dei ribelli, ma sarebbe infondato dire che non vero; è verosimile che responsabili siano stati gli aeroplani siriani, magari senza avere ricevuto ordini di Assad, ma la notizia, allo stato dei fatti, è infondata; in totale, quale sia la verità, allo stato dei fatti, nessuno lo sa. 
Proprio per questo si è in diritto di essere stupiti, assistendo all’esplosione di condanne infondate e assoluzioni immotivate che si ha sui giornali. Fra l’altro, ad ammettere che il consenso di tanti leader sia determinato dall’interesse nazionale, per il quale si possono dire le più grandi bugie, come spiegare la prona acquiescenza alla versione ufficiale dei più noti giornalisti  e delle televisioni? Antonio Polito, di solito commentatore moderato, in questa occasione sventola sul Corriere della Sera indignate certezze e addirittura parla, secondo il titolo dell’articolo, di “giusto messaggio ai regimi” criminali del mondo. Segue Inno alla Gioia.
Sergio Romano, sullo stesso giornale, riduce invece Trump a un imbecille vanesio e irresponsabile: “Nel caso dell’attacco chimico contro la città di Kan Sheikhoun ha deciso che il silenzio o la semplice richiesta di una inchiesta internazionale avrebbe nuociuto alla rilevazione quotidiana del suo tasso di popolarità. Oggi Putin e altri leader internazionali sanno che la vera preoccupazione del presidente americano è il tweet del giorno dopo”. In primo luogo Romano dimentica che non bisogna mai trattare con disprezzo il prossimo, si rischia di non valutarlo correttamente. Poi dimentica pure che, in occasione del precedente episodio di una strage con i gas, nella stessa Siria, non si è mai riusciti a stabilire chi ne sia stato il colpevole. Le inchieste internazionali somigliano alle nostre commissioni d’inchiesta parlamentari: quelle che non conducono a niente, ma in compenso durano tanto a lungo che alla fine la gente ne dimentica l’esistenza.
Per quanto mi riguarda, ho fatto l’ipotesi che Trump abbia approfittato della prima occasione utile per far sapere alla Corea del Nord che se, praticamente senza necessità, e per difendere gli indifendibili ribelli siriani, l’America è disposta a sparare sessanta missili, figurarsi che cosa non sarebbe disposto a fare per  difendere alleati importanti e fedeli come la Corea del Sud e il Giappone. “Stateve accuorte!” 
Ma anche questa è un’ipotesi, e sulla base delle ipotesi non si condanna e non si assolve nessuno. L’unico atto di buon senso che si può consigliare, è tenere la testa fuori dal fango delle antipatie e delle simpatie viscerali,  e soprattutto delle versioni interessate. Prima di giudicare bisogna in ogni caso accertare i fatti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 aprile 2017




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POLITICA
7 aprile 2017
I TOMAHAWK DICONO 59 VOLTE DI SI'
Tutti sanno che è impossibile prevedere il futuro; gli storici costatano che spesso è difficile capire il passato, ma soltanto le persone di buon senso e con molta esperienza sanno che è difficile capire il presente. Il buon senso insegna a non saltare alle conclusioni e l’esperienza a ricordare quante volte, in passato, ci siamo sbagliati. 
Sui grandi avvenimenti del momento spesso mancano i dati essenziali. Alistair Cooke, uno dei più grandi giornalisti inglesi del passato, corrispondente da Washington della BBC, amava raccontare che di fatto, dei grandi summit, i giornalisti sono soltanto in grado di riferire a che ora sono arrivati i partecipanti e com’erano vestiti. Ciò che importerebbe sapere è ciò che si sono detti a porte chiuse, ma questo a volte lo si sa decenni dopo.
Quelli che la grande politica la fanno tengono la bocca chiusa perché, secondo Otto Bismarck, “Quanto meno la gente sa come si fanno le salsicce e la politica, tanto meglio dorme”. Bisogna tenere lontana l’opinione pubblica moralista e “buonista” dallo spietato cinismo dei rapporti internazionali.
Il presente è che il Presidente americano ha fatto sparare 59 missili Tomahawk verso la Siria, per punirla (sempre che sia la colpevole) di avere bombardato con i gas una città in mano ai ribelli. Le domande sono infinite: Trump vuole veramente far cadere Assad? Vuole veramente mettersi in urto con la Russia di Putin? Vuole aiutare i ribelli e lo Stato Islamico? Tutto ciò che si può fare, per ragionare fra amici, è partire dai pochi dati certi.
Qualche giorno fa Trump ha affermato che la sua America, quando lo reputasse necessario, è risoluta ad agire, da sola e contro chiunque, senza neanche preannunciare in che modo. Ora, dopo un fatto che reputa degno di risposta, appena nel giro di qualche ora ha attuato un’azione di guerra. Qualcuno penserà che la sua azione sia stata precipitosa. Qualcun altro penserà che non aveva prove sufficienti per sapere chi fosse il colpevole. E Putin ha detto che si è trattato di un’aggressione non provocata ad uno Stato sovrano. Magari sarà tutto vero, ma forse Trump ha proprio voluto far passare l’America dal campo dei buoni mansueti a quello dei cattivi temibili. Calcolo cinico ma non necessariamente sbagliato.
Probabilmente i veri destinatari dei missili erano Pyong Yang nell’immediato e Teheran nel futuro. Si può essere dispiaciuti per Assad che, con tutti i suoi difetti (ma non è detto che chi potrebbe sostituirlo sarebbe migliore) rappresenta un argine contro il terrorismo. Si può essere dispiaciuti per i morti e i danni provocati, ma può darsi che i dividendi siano apprezzabili. Forse l’America di Trump aspettava la prima occasione per far capire che deve essere presa sul serio. Un gigante può anche esitare ad usare la forza contro il debole che ha osato sfidarlo, ma bisognerebbe aver chiaro che la debolezza, contrariamente a quanto pensano gli ingenui, non è uno scudo. Nessuna gazzella provocherebbe una tigre. A meno che la tigre non abbia ricevuto un immeritato Premio Nobel per la pace.
Se tutto ciò che si è scritto fosse vero, ieri notte avremmo fatto un affare. Il momento forse è stato il peggiore: sia perché in Siria ci sono anche i russi, sia perché in Florida stava arrivando Xi Jinping, ma chissà che non sia stato scelto proprio per questo. Trump ha fragorosamente confermato che la sua America è disposta a colpire sul serio, da sola, e naturalmente in modo infinitamente più pesante, la Corea del Nord. Quando l’aveva dichiarato qualche giorno fa, il mondo si era chiesto: “Ma dice sul serio?” Ora, colpendo un obiettivo dopo tutto senza importanza, i Tomahawk hanno risposto per lui cinquantanove volte di sì. Ci si chiedeva se Trump facesse la mossa o fosse veramente disposto a passare per un pazzo capace di rischiare la Terza Guerra Mondiale ed ora sappiamo che è vero. 
Ciò che ci può confortare è che gli Stati Uniti non sono mai stati espansionisti. Non hanno mai voluto un impero. Hanno sempre chiesto di essere lasciati in pace, e che non fossero aggrediti i loro alleati. In questo senso, ciò che è avvenuto ieri sera avrà fatto scoppiare mortaretti di gioia in Giappone (troppo vicino alla Corea del Nord), in Israele (troppo vicina all’Iran), e negli Stati Baltici, troppi vicini ad uno Stato che si è annesso la Crimea.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 aprile 2017




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POLITICA
6 aprile 2017
SPATTEMU
Quand’ero bambino c’erano i trinariciuti, i comunisti viscerali che oggi sarebbero detti “senza se e senza ma”. Proletari obbedienti al Partito, qualunque cosa dicesse, perfino che la Pravda (“verità”) russa dicesse la verità. Era gente  che non aveva studiato e non aveva sentito il bisogno di studiare. Per essa il comunismo si riassumeva in un imperativo dialettale traducibile con: “Dividiamo tutto”. Il povero aveva diritto a prendersi la metà di ciò che aveva il ricco. Quella rivoluzione sociale avrebbe avuto qualche senso se per ogni cento poveri ci fossero stati cento ricchi, ma per porsi queste domande sarebbe stato necessario andare a scuola. E la cosa era fuori discussione. Dunque “Spattemu” e basta.
Appena un gradino più su c’erano quelli che almeno la licenza elementare l’avevano. Per costoro il Pci era il partito dei lavoratori, mentre tutti gli altri erano i partiti dei signori, di coloro che vivevano di rendita, insomma degli sfruttatori del popolo. Il primo dei  partiti che volevano tenere il popolo in catene, per succhiargli meglio il sangue, era l’abominevole Partito Liberale Italiano. Ma, come si vede,  la gente aveva le idee chiare, se queste si possono chiamare idee. I programmi – se pure grossolanamente semplificati e falsificati – erano ben definiti. 
In fondo la base marxista non era abusiva. La società era divisa in classi e  le classi erano in lotta. Dunque il Partito Comunista rappresentava il proletariato e se appartenevi (o pensavi di appartenere) ad esso, e non eri comunista, eri un traditore. O, più semplicemente, un fascista. Come del resto tutti quelli che non erano comunisti.
Situazione non invidiabile, ma senz’ombre sì. Per decenni e decenni, la Democrazia Cristiana è stata il partito dei preti, il Pci il partito dei lavoratori, e il Pli il partito dei padroni. Quanto al Psli (il partito di Saragat) era un partito liberale che non osava confessarsi tale, mentre il Psi era il partito dei comunisti che non volevano pagare alla destra il dazio di questa denominazione, ostica per i borghesi. Insomma la “reazione”, in cui stavano i profittatori e i ladri. E infatti, quando il comunismo è crollato, si è preferito distruggere Craxi e il Psi, piuttosto che accettare di dirsi socialisti.
L’Italia, in quegli anni lontani, non aveva una classe media. E infatti c’era da invidiare l’Inghilterra dove, essendoci quello strato sociale, ed essendo meno numerosi i poverissimi, il partito comunista non avrebbe mai potuto vincere. Gli inglesi si reputavano gente normale, non proletari.
Il tempo passa e anche noi abbiamo poi avuto la middle class. L’idraulico o l’elettricista sono venuti da noi in automobile e spesso con un’automobile più grossa della nostra. Abbiamo avuto il bipartitismo perfetto, e il popolo ha capito che né la destra né la sinistra sono in grado di fare miracoli. Infine la crisi economica ha azzerato lo spazio di manovra dei governi, tutti ugualmente paralizzati, ed ha tolto ogni speranza di soluzioni facili e indolori. Prova ne sia che ha successo un partito ancor più scombinato degli altri e ancor più privo di un programma, che però promette di fare piazza pulita di tutto. Prima abbiamo avuto la demagogia brillante di Guglielmo Giannini, poi quella coprolalica di Beppe Grillo. Chissà, forse tornando all’età della pietra saremo di nuovo felici. 
La serietà, la razionalità, il senso del reale non sono più stati di moda. Dal momento che nessuno ha più trovato soluzioni nella realtà, le si sono cercate nella fantasia. Qualche imbecille per esempio ha parlato, senza essere sommerso dai fischi, di decrescita felice. Neanche San Francesco era arrivato a tanto. Il poverello di Assisi voleva essere tale per fare penitenza, non per spassarsela più degli altri. Ma nel Duecento non erano progrediti come adesso.
Lo spettacolo che oggi offre il Pd è affliggente. Marxianamente, la tragedia, partendo dal Pci, si ripete come farsa. Si è arrivati alle scissioni, alle lotte intestine, al contarsi e ricontarsi, per valutare la consistenza delle schiere, senza che nessuno risponda a questa domanda: “Ma qual è la nostra differenza programmatica?” “Per caso abbiamo un programma realistico?” A questa seconda domanda tutti rispondono marcando visita. 
 E tuttavia questa afasia è incolpevole. O un programma realistico è possibile, e sarebbe veramente triste che nessun partito sia capace di formularlo; oppure non c’è spazio di manovra per nessuno, incatenati come siamo al debito pubblico, al rischio delle Borse e alle redini che ci ha messo in bocca Bruxelles. 
“Padella o brace, signore?”
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 aprile 2017




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POLITICA
5 aprile 2017
PARLA DONALD TRUMP
Il Financial Times ha pubblicato un’edizione abbreviata dell’intervista concessagli dal  Presidente degli Stati Uniti. A mia volta ne traduco alcuni passaggi. G.P.
D. Lei è il maestro dell’arte degli accordi. È in grado di fare un buon accordo con Xi Jinping quando lo incontrerà a Mar-a-Lago?
R. Ho un grande rispetto per lui. Ho un grande rispetto per la Cina. Non sarei affatto sorpreso se noi realizzassimo qualcosa di veramente impressionante, buono per ambedue, ed è ciò che spero.
D. Parlerà della Corea del Nord e di un modo di risolvere il problema?
R. Sì, parleremo della Corea del Nord. E la Cina ha una grande influenza sulla Corea del Nord. E la Cina dovrà decidere se aiutarci o no con la Corea del Nord. E se lo faranno sarà un’ottima cosa per la Cina, e se non lo faranno sarà qualcosa di sbagliato per tutti.
D. Qual è l’incentivo?
R. Penso sia il commercio. Si tratta sempre di commercio.
D. Come farà a far scendere velocemente il surplus commerciale della Cina?
R. Dicendo alla Cina che non possiamo continuare ad avere scambi commerciali se dobbiamo avere accordi scorretti come quelli che abbiamo attualmente. Quello attuale è un accordo sleale.
....
D. Quanto sono ambiziose le sue speranze riguardo alla Cina? Intravvede un grandioso accordo che risolve il problema della Corea del Nord, fa tornare in patria le truppe americane stanziate nella penisola coreana e realmente cambia il panorama di quella regione?
R. Beh, se la Cina non risolverà il problema della Corea del Nord, lo faremo noi. Ecco tutto ciò che posso dirle.
D. E pensa  che lei può risolvere quel problema senza l’aiuto della Cina?
R. Totalmente.
D. Direttamente [con la Corea del Nord]?
R. Non ho da dirle altro. Totalmente.
D. Comincerà parlando della Corea del Nord e si occuperà di commercio, o ci girerà intorno?
R. Non starò a dirlo a lei. Sa, questi non sono gli Stati Uniti del passato che dicevano in giro, in anticipo, dove stavano per colpire nel Medio Oriente. Quando si diceva – ho usato questo nei miei discorsi – “Attaccheremo Mosul fra quattro mesi”. E un mese dopo: “Attaccheremo Mosul fra tre mesi, fra due mesi, fra un mese”. E perché si parla tanto? Non c’è ragione di parlare tanto.
D. Signor Presidente, lei usa un linguaggio molto più rude e provocatorio di molti dei suoi predecessori.
R. Direi che lo spero proprio.
D. Lei è fiero di questo?
R. Beh, non è che abbia funzionato, per i nostri predecessori. Guardi a che punto siamo.
.....
.D. Il fatto è che quando la gente fa caso alle sue parole, è spaventata. Pensa che questo presidente, diversamente dai suoi predecessori, non creda realmente nel valore delle alleanze. Le alleanze non hanno sempre funzionato benissimo, per noi, ma io credo fermamente nelle alleanze.
R. Io credo nelle relazioni. E credo negli accordi per interesse. Ma le alleanze non hanno sempre funzionato benissimo per noi. Chiaro?
….
R. ….. Ho avuto un formidabile incontro con la Cancelliera Merkel. Ho avuto un formidabile incontro con lei. Veramente mi è piaciuta. E lei ha detto la stessa cosa di me. Ho parlato con lei due giorni fa. Lei ha detto la stessa cosa a me, noi abbiamo avuto un formidabile incontro e la stampa non l’ha capito.
D. Così il centro resiste, in Europa [dopo la Brexit]?
R. Penso proprio che stia resistendo. Penso che i dirigenti abbiano fatto un miglior lavoro dopo la Brexit. Penso che abbiano fatto un miglior lavoro.
D. In che senso lei pensa che abbiano fatto un miglior lavoro?
R. Sembra proprio che vi sia un diverso spirito per rimanere insieme. Non penso che avessero questo spirito quando lottavano col Regno Unito e il Regno Unito finalmente ha deciso di andarsene. Di fatto penso che tutto ciò si risolverà in un ottimo affare per il Regno Unito e penso che si risolverà in un affare veramente, veramente ottimo anche per l’Unione Europea.
(Traduzione e scelta dei passaggi di Gianni Pardo)
http://asia.nikkei.com/Politics-Economy/International-Relations/Transcript-of-Donald-Trump-s-interview-with-the-FT?page=2




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POLITICA
4 aprile 2017
TRUMP IL SUPERPAZZO
Donald Trump si è procurato sul prossimo un enorme vantaggio: ha instillato il dubbio che sia emotivo, impulsivo, irrazionale, imprevedibile, insomma uno squilibrato irresponsabile. E perché una simile fama sarebbe un vantaggio? Chi mai si vanterebbe di essere uno squilibrato irresponsabile?
Non certo uno di noi, che siamo persone senza importanza. Fra l’altro, se ci dimostrassimo degli irresponsabili, non soltanto ci faremmo una pessima fama, ma saremmo puniti e forse ci metterebbero in prigione. Quando invece lo squilibrato irresponsabile è un capo di Stato, tutto cambia. Per cominciare, non c’è modo di mandargli i Carabinieri e la domanda diviene: quanto è forte il suo Paese, quante possibilità ha quel demente di fare ciò di cui parla, e quali difese potremmo approntare, nel caso?
Il dubbio ha un tale peso che, pro bono pacis, si è disposti a enormi concessioni. Hitler vuole i Sudeti? Ebbene, se si accontenta dei Sudeti, concediamoglieli, chi se ne frega della Cecoslovacchia. E fu lo “Spirito di Monaco”. Poi Hitler prese Danzica, e in Francia si chiesero: “Mourir pour Dantzig?” Purtroppo le concessioni incoraggiano il malintenzionato ad osare sempre di più e finì come finì. Se la Francia avesse invaso la Ruhr quando – violando il Trattato di Versailles – la Germania aveva cominciato a riarmarsi, forse si sarebbe evitata la Seconda Guerra Mondiale. Ma – come direbbero a Napoli – a Parigi “parve brutto”.
Forse, con la Corea del Nord, Trump sta reagendo nella maniera giusta. Questa piccola, poverissima e disgraziata nazione ha fatto dell’impressione che dà - quella di essere guidata da una gang di pazzi pericolosi - una politica pluridecennale. E ne ha ricavato molti vantaggi. Solo che ora le sue minacce sono sostenute da bombe atomiche (anche se non sappiamo in che misura operative) e il gioco non è più divertente. Sicché Trump reagisce secondo il principio: “A  brigante brigante e mezzo”. Pyong Yang minaccia di inviare missili atomici a bombardare il Giappone o gli Stati Uniti? Trump intima alla Cina di stringere il guinzaglio della sua protetta, diversamente: “We will”, lo faremo noi. 
Ne conseguirebbe un disastro, uno scontro con la Cina, la Terza Guerra Mondiale? E con ciò? Non è forse ciò che minaccia Kim Jong-un? Come lo minaccia quell’imbecille impotente non può minacciarlo Trump, che non è né imbecille né impotente? A brigante brigante e mezzo. Tutti temono la Corea del Nord? Che temano anche gli Stati Uniti. Mi attaccano fingendo di essere folli? Mi difenderò fingendo di essere più folle di loro. E al limite comportandomi effettivamente da folle.
Naturalmente qualcuno si affretterà a dire che tutto questo è da incoscienti e ci ricorderà che, come diceva un vecchio proverbio siciliano, chi ha più sale (sal sapientiae) condisca la minestra. Ma c’è il rischio che con quel sale la minestra poi avveleni tutti. Se è vero che la politica di Trump (sempre che faccia sul serio) è pericolosa, è anche vero che tutti i Presidenti che si sono succeduti a Washington, dalla guerra di Corea del 1950 in poi, non hanno saputo che pesci prendere. E mentre prima il rischio era quello di qualche cannonata al confine, ora come si può dormire tranquilli, con una megalopoli a una quarantina di chilometri dalla frontiera, da cui a momenti con un calcio si potrebbe spedire una bomba atomica a fare milioni di morti?
Qualcuno dice: Kim non lo farebbe mai. Magari! Ma basta chiedergli: “Ne siete sicuri?” “E perché ne siete sicuri, che cosa ve lo dimostra? E se invece quello fosse abbastanza pazzo e sanguinario per farlo sul serio, come chiedereste scusa ai pochi sopravissuti?”
Se la Cina reputerà Trump abbastanza pazzo da attuare quel “We will”, e si attiverà per ricondurre alla ragione Kim, il mondo tirerà un sospiro di sollievo. Se invece l’America si sentisse costretta a distruggere personalmente i siti atomici nordcoreani (annientando qualunque ostacolo, materiale od umano) il pericolo di un’escalation sarebbe terribile. Ma Trump potrebbe dire: “Non è meglio che l’iniziativa ce l’abbia io, alle mie condizioni, piuttosto che aspettare a rispondere ad un colpo del nemico, magari dopo aver subito ingenti danni? Di Pearl Harbour ce n’è bastata una”.
I buonisti tuttavia sono irriducibili. “Che diritto avrebbe l’America d’impedire alla Corea di avere armi nucleari? La sua azione sarebbe contraria al diritto internazionale”. La risposta tecnica, in americano, è “bullshit”. Più o meno “stronzate”. Il diritto internazionale è una fantasia dei giuristi della domenica. Fra gli Stati ciò che conta è soltanto la forza. L’America ha la forza di attuare una simile spedizione, e questo le dà il diritto di attuarla. Senza dire che gli stessi buonisti hanno applaudito il demenziale e ingiustificato intervento straniero in Libia.
Tutti lasciano in pace il Pakistan, o Israele, perché con l’atomica non minacciano nessuno. Invece la Corea del Nord minaccia tutti continuamente. Se beccherà una bella legnata, Kim imparerà, come l’ha imparato l’Argentina con le Falkland, che non sempre è igienico tirare la coda del leone. Forse non ha visto abbastanza film western. Se qualcuno mi dice: “Ora t’ammazzo”, con ciò stesso mi autorizza ad ammazzarlo per primo, se sono più veloce nell’estrarre la pistola. 
Trump sta giocando ai dadi con la pace del mondo. Ma se rifiutasse il gioco, potrebbe subire perdite ancora maggiori. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 aprile 2017




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POLITICA
3 aprile 2017
IL PLEBEO CON LA PUZZA SOTTO IL NASO
Come può uno che da ragazzo ha camminato con la scarpe sfondate, in un mondo in cui già così stava meglio di quelli che andavano scalzi; che aveva due nonne analfabete e due genitori soltanto diplomati ma da esterni (non potevano pagarsi la scuola serale); insomma uno che, quanto a caratura plebea, non ha nulla da rimproverarsi, avere la puzza sotto il naso e gli atteggiamenti di un marchese di prima della Rivoluzione? Come può un nessuno, forte soltanto del fatto di essere sé stesso, guardare dall’alto in basso alcuni grandi e potenti del mondo, se gli sembrano volgari e indegni della sua frequentazione? Può dunque la nobiltà essere una vocazione, più che un retaggio ereditario?
La domanda non è assurda. I nobili non sono fisiologicamente diversi dagli altri. Il sangue blu non esiste, e nella misura in cui esiste è una malattia. Se, ad un certo momento, è nata la casta dei nobili, è stato perché qualche loro capostipite, non nobile, ha realizzato tali imprese, da meritare l’alto riconoscimento regale. Mentre il nobile che è tale per eredità può essere indegno, non può essere indegna la ragione per cui la sua famiglia è di origine nobile. E ci può essere un non-nobile che è nobile come qualità d’animo e come comportamento.
Al riguardo c’è un episodio degno di figurare nella storia dell’umanità. François-Marie Arouet fu educato nelle stesse scuole dei nobili e visse sempre fra i nobili, ma nobile non era. Così, quando lo sciocco Chevalier de Rohan glielo rinfacciò, rispose fieramente: “Monsieur, mon nom je le commence. Vous finissez le vôtre!”, Che, per esplicitare le connotazioni, si può tradurre così: “Signore, io sono l’iniziatore della nobiltà col mio nome, voi, essendo l’indegno epigono del vostro, porrete fine alla nobiltà della vostra casata”. Lo Chevalier fu così profondamente offeso (e ridicolizzato) da questa famosa risposta, che mandò a bastonare l’incauto, il quale, a forza di protestare per ottenere giustizia, finì per essere spedito in esilio in Inghilterra. Dove Arouet divenne Voltaire. 
Il buon gusto è un tratto che deriva dall’educazione, ma ancor più dalla qualità di una persona. Da nessuna parte sta scritto che non bisogna sollevare la manica della giacca per dire gli amici: “Avete visto che mi sono comprato un Rolex d’oro?” Dovendo spiegare che cosa significa in tedesco “Alptraum” è normale dire: “Incubo”, mentre è assurdo aggiungere: “Sapete, io parlo quattro lingue oltre l’italiano”. Non si può dire: “Sì, verrà anche Giacomo. Gli ho pagato io il biglietto, poverino, è in difficoltà”. O non si è generosi, o lo si è, ma non lo si racconta senza necessità. Gli esempi sono infiniti. Purtroppo, mentre già questi esempi saranno disgustosi per alcuni, lasceranno interdetti altri: “Che c’è di male a dire che ci si è comprato un bell’orologio?” E allora, intimamente, si sente la differenza di casta.
Tutte queste considerazioni, così lontane dall’attualità, con l’attualità hanno tuttavia un collegamento. Mentre le questioni di buon gusto o cattivo gusto per alcuni sono del tutto incomprensibili, e comunque prive d’importanza, per altri  risultano assolutamente dirimenti. Per quanto mi riguarda, la mia sconfinata ammirazione va a quel nobile francese che, condannato alla ghigliottina insieme con la moglie, per offrirle qualche minuto di vita in più, si propose al boia per primo, dicendole: “Souffrez, Madame, que pour une fois je passe devant vous”. “Permetta, signora, che per una volta io non le ceda il passo”. Viceversa, il plebeo scalcagnato dell’inizio, cioè io, non riesce a reprimere la propria invincibile ostilità nei confronti di personaggi come Beppe Grillo, Matteo Renzi, e, a suo tempo, Antonio Di Pietro. Perché tanta animosità? Permettetemi di scansare le querele.
Io non potrei mai votare per qualcuno che ha organizzato il “Vaffanculo Day”, perfino se avesse un programma accettabile. Ma altri a momenti lo votano perché è volgare. Non potrei mai essere a favore di qualcuno che, nelle note circostanze, dice “Stai sereno”. E sono disposto a scusare intimamente l’ignorante, ma non chi si fa un vanto di esserlo. 
Ma queste fisime forse sono già indegne di un marchese. Figurarsi nel caso di uno che passa per un eccentrico, si veste come un barbone e fa una vita d’eremita. Scusatemi. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1° aprile 2017
Questo articolo è pubblicato oggi, tre aprile, perché ieri, quando ci ho provato, il sito è stato inaccessibile.




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POLITICA
3 aprile 2017
RIFORMARE LA LEGITTIMA DIFESA
Carlo Nordio sostiene che l’attuale Codice Penale è influenzato da quella filosofia hegeliana che mette al centro lo Stato, lo rende garante dell’etica e lo stima più importante del cittadino. Nella mentalità liberale, invece, al centro c’è il cittadino il quale è legittimato a riprendere quei diritti che aveva delegato allo Stato, se lo Stato non è in grado di farli valere per lui. Dunque sarebbe opportuno riformare il codice penale. Un liberale non può che condividere questa tesi, ma il celebre magistrato rimane nel vago. Dopo avere mostrato che la difesa legittima è stretta fra l’attualità del pericolo e la proporzionalità della risposta, non sembra proporre nessuna soluzione concreta. Ed è invece proprio di questo che bisogna discutere. 
L’idea generale dovrebbe essere che i diritti della vittima vadano tutelati molto più di quelli di chi l’aggredisce. Bisognerebbe perdonare molto all’onesto e quasi nulla al delinquente. Ad esempio, chi si introduce in casa altrui per commettere un reato, dovrebbe sapere che dal momento in cui varca quella soglia può essere abbattuto con una fucilata senza preavviso. Inoltre, verificatosi il fatto, non sarebbe emesso nessun avviso di garanzia per la vittima, e non ci sarebbe neppure l’iscrizione nel registro degli indagati, per dare al grande pubblico il segnale emotivo che lo Stato, in linea di principio e salvo prova contraria, reputa l’aggredito innocente. Naturalmente, se c’è un fumus di omicidio volontario, farà lo stesso le indagini del caso, avvertendo in gran segreto la vittima: ma soltanto se fosse evidente che forse non c’è stata legittima difesa. L’impressione generale dovrebbe essere esattamente quella dell’uomo della strada: “Quel delinquente ci ha lasciato le penne e ben gli sta”. A fare giustizia c’è comunque tempo.
Tutto ciò perché il sistema deve rimanere razionale. Se il ladro sta rubando delle mele, e il proprietario dal balcone vede che è disarmato, sparargli senza dire una parola sarebbe eccessivo. Basterebbe intimargli di andar via, lasciando le mele eventualmente già raccolte, e al limite sparando un colpo d’avvertimento. Ma se qualcuno di notte sentisse dei rumori in casa, avrebbe il diritto di sparare a tutte le ombre che percepisce. L’intruso si è condannato a morte varcando la soglia. 
Insomma, bisognerebbe dimostrare accuratamente le ragioni per le quali la difesa non è stata legittima, non l’innocenza della vittima, contrariamente a quanto avviene oggi. Analogamente, ise il rapinatore è armato e il rapinato gli spara preventivamente, tanto di cappello. Ottima mira. E forse lo si potrebbe condannare soltanto per omicidio colposo, se gli sparasse mentre scappa.
Ecco invece come stanno oggi le cose. Art.52 del Codice Penale:
“Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa.
Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
a) la propria o la altrui incolumità:
b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione.
La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.
Per cominciare, tutto ciò che segue il primo comma è inutile (bastava la giurisprudenza) ed è stato inutilmente aggiunto su pressione della piazza. Le leggi non andrebbero mai scritte sull’onda dell’emozione popolare. 
Io comunque riscriverei l’articolo così:
“Non commette reato (invece di “non è punibile”, parole che fanno pensare che lo Stato conceda l’esimente a malincuore) chi ha agito per difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo di una offesa ingiusta, salvo sia evidente un’immotivata volontà di ferire od uccidere”. 30 parole invece di 134.
La proporzionalità non è abolita, ma è lasciata al giudizio del magistrato. Così come la volontà di ferire od uccidere al di là della necessità della difesa. Ma il buonismo nazionale è sempre in agguato. Chissà, magari dopo avere applaudito il nuovo articolo, la folla chiederebbe la forca per qualcuno che ha ucciso due ventenni incensurati penetrati di notte nella sua abitazione. “Che cosa aveva di così prezioso, in casa, da valere la vita di due giovani disoccupati? E perché non ha aspettato di vedere se, oltre a rubare, volessero aggredire lui o sua moglie?”
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 aprile 2017 




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POLITICA
1 aprile 2017
L'OMOSESSUALITA' COME ANOMALIA
Un’anomalia è, in biologia, una “deviazione anatomico-strutturale o funzionale, per lo più ereditaria o congenita”. Un’anomalia anatomica, azzardo da non–medico, è l’alluce valgo. E qui si pongono le prime domande. Bisogna disprezzare o giudicare un inferiore chi ha l’alluce valgo? Domanda evidentemente stupida. E certo non si discrimina qualcuno se si dice che costituisce un caso di polidattilia (per esempio, piedi con sei dita) o presenta eterocromia (iridi di colore diverso nei due occhi). Essere diversi non significa essere inferiori, anche se non c’è dubbio che la polidattilia o l’eterocromia costituiscano delle anomalie.
Più grave è il caso che l’anomalia anatomica abbia conseguenze funzionali. La cecità dalla nascita non è una deviazione anatomica priva di conseguenze: è una grave minorazione funzionale. Anche se, ancora una volta, nessuno direbbe che il cieco è un inferiore. È soltanto vittima di una menomazione naturale. Piuttosto, bisogna aiutarlo a sopportarla.
Le anomalie funzionali possono non dipendere da malformazioni anatomiche evidenti. Nessun medico, esaminando un uomo che sta zitto, potrà dire se è balbuziente o no. E tuttavia, quando il caso è grave, la funzionalità dell’eloquio è gravemente danneggiata. Come anche esistono deficienze funzionali psicologiche – altro esempio, la dislessia – che si scoprono soltanto in determinate occasioni.
Riguardo al sesso, bisogna innanzi tutto ricordare quale sia la sua funzione. Nel corso di milioni di anni, in caso di modificazioni dell’ambiente, sono sopravvissute le specie più adattabili. Esse infatti hanno risposto  a quelle modificazioni, cambiando a poco a poco il loro fenotipo, cioè il “modello” della loro specie. È per non avere avuto questa capacità che i dinosauri si sono estinti. Naturalmente l’adattamento è avvenuto tanto più facilmente quanto più il nuovo nato, se pure all’interno del fenotipo, rappresentava una novità. Se questo individuo era capace di sopravvivere e di trasmettere alla propria discendenza quella utile “novità”, la specie non si estingueva.
La speranza che, nel corso delle successive generazioni, ci sia un modello nuovo e migliore, si ha dunque se il nuovo nato non è un’esatta copia dell’essere che l’ha generato, come avviene nella clonazione, ma quando presenta una nuova sequenza di Dna. E appunto, nella riproduzione sessuata, il Dna del nuovo organismo è costituito da mezza catena della femmina e mezza catena del maschio, creando un Dna del tutto nuovo, e unico nel mondo. Infatti oggi per la polizia è lo strumento principe per l’identificazione. 
Il successo del procedimento è stato tale che sono maschio e femmina non soltanto gli uomini e gli animali, ma anche la maggior parte dei vegetali, 
La funzione del sesso è la conservazione della specie, e per essa l’evoluzione ha posto nell’uomo gli istinti necessari per favorirla, oltre ad incentivarla con il piacere sessuale. L’essere umano tuttavia è fra gli animali quello che più è in grado di riflettere sui propri istinti, di dominarli e perfino di rinnegare il più forte di essi, come nel caso del suicidio. E poiché la nostra specie è lungi dal rischio di estinguersi – ché anzi il problema è l’iperantropizzazione del pianeta – limitiamo e programmiamo la nostra riproduzione, ricercando spesso il piacere sessuale per sé, mentre evitiamo la procreazione. Si chiama contraccezione.
Si può giudicare male chi la pratica? La Chiesa lo fa, ma chi non è credente non è obbligato a seguire il suo parere. Ché anzi la maggioranza dei credenti le dà ragione in teoria, e torto in pratica. Comunque, dal punto di vista della specie, non c’è differenza fra l’eterosessuale che non vuole figli e l’omosessuale. E infatti la Chiesa – sempre coerente con l’istinto primitivo – condanna sia il primo che il secondo.
L’omosessualità è certamente un’anomalia funzionale del fenotipo, in quanto impedisce la riproduzione e dunque la sopravvivenza della specie. Ma, dal momento che essa oggi non corre nessun pericolo, chi volesse giudicarla una malattia perderebbe il suo tempo. Perché, come l’eterocromia, essa non impedisce in nulla la vita normale dell’uomo moderno. Al riguardo si può porre soltanto il problema dell’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, e in materia ci sono opinioni diverse. La mia è contraria, ma non pesa più delle altre. Comunque metterei quell’adozione in coda a quella delle coppie eterosessuali.
Se l’omosessualità ha delle conseguenze dal punto di vista psicologico, non è per colpa dell’omosessuale stesso, quanto per colpa dell’assurda severità con cui la società ha guardato al fenomeno. Basti dire che, ancora al giorno d’oggi in Iran impiccano gli omosessuali in quanto tali. In società simili l’omosessualità non può non provocare sensi di colpa, complessi,  ed ogni sorta di malanni psicologici. 
Rimane tuttavia certo che l’omosessualità è in sé un’anomalia che non danneggia nessuno, neanche l’interessato, se la vive serenamente. Ma può farlo soltanto in una società che l’accetti serenamente.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1° aprile 2017




permalink | inviato da giannipardo il 1/4/2017 alle 9:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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