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POLITICA
31 dicembre 2017
L'ANGUILLA A CINQUE STELLE
Lo ammetto, la considerazione di Luigi Di Maio non è mai arrivata a soffocarmi. Ma forse lo dico perché siamo in concorrenza. Anch’io sono candidato premier. Basta che Mattarella si convinca a darmi l’incarico. Inoltre il giovanotto Di Maio ha il torto di confondermi le idee, e questo non è piacevole per nessuno. Per esempio, insieme con i suoi amici, mi ha insegnato per mesi e per anni che il Movimento – non lo chiamate partito, per favore, diversamente qualcuno potrebbe prenderlo per ciò che è – che il Movimento, dicevo, non può allearsi con gli altri partiti, essendo qualcosa di assolutamente diverso. Le leghe si possono fare fra metalli, ma come fare una lega fra legno e rame? Ecco, il Movimento è di legno. E infatti, per anni, ci è stato detto che esso mirava a prendere il potere ottenendo il cinquantuno per cento dei voti degli elettori. Da solo. 
Ho fatto una faticaccia bestiale, per assimilare questi concetti. Da quel balordo che sono, mi accorgevo continuamente che stavo trattando il Movimento come un partito e dovevo ricominciare il ragionamento da capo. Inoltre, malgrado ogni sforzo, mi ritrovavo a pensare che raggiungere il 51% in Italia è pura mitologia, ed ero costretto a dirmi che persone come Di Battista, Grillo, Di Maio, Toninelli ed altri luminari della politica non potevano sbagliarsi. 
Recentemente stavo finalmente riuscendo a completare questa rieducazione culturale quand’ecco Di Maio mi spiega che non ho capito niente, del suo partito. Pardon, Movimento. Leggo infatti, in un comunicato Ansa, queste sue parole: “Se avremo l'incarico, valuteremo le forze politiche che possano darci la disponibilità a fare il governo, lo vedremo all'indomani del voto”. Come, “le forze”? Al plurale? Ma quel monolite non era inassimilabile? La sua natura non era di opposizione totale a tutti gli altri? Possibile che io sia talmente tonto da non capire né una tesi né il suo contrario?
Inoltre, perché “all’indomani del voto”? Sappiamo tutti che il programma del M5s è chiarissimo (non a me, ma io non conto) e che mai quel partito si piegherà a negoziarlo con qualcun altro. Allora, perché esprimersi come se potesse vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie, da mangiare a Palazzo Chigi?
Dice ancora Di Maio: “Faremo un appello pubblico ai gruppi parlamentari. Attenderemo le risposte e faremo incontri”. Ed io, che sono rimasto all’Ancien Régime, traduco: il nostro partito entrerà in trattative con gli altri partiti, per concordare un programma comune e presentarci alle Camere per la fiducia. Ma naturalmente devo aver capito male. Perché “risposte” ed “incontri” significano trattative, quelle stesse trattative che il partito, pardon, Movimento, sdegnosamente rifiutò in un famoso colloquio in diretta televisiva con Bersani. 
Al riguardo si deve anche ricordare che a Bersani non furono mosse obiezioni politiche, non gli fu contrapposto un programma, gli si disse soltanto di no. In base all’inassimilabilità di quel nuovo fenomeno storico-politico. Ma forse ricordo male. Oggi invece secondo l’Ansa - anch’essa talmente stupida da tradurre questo linguaggio esoterico in terminologia corrente - “Di Maio in un'intervista alla Stampa non esclude intese con la Lega e con Liberi e uguali”. All’anima del programma, se può essere discusso con l’estrema destra e con l’estrema sinistra. Questa sì si chiama flessibilità. Insomma il partito che mai e poi mai si sarebbe alleato con nessuno, oggi dichiara che domani potrebbe allearsi con chiunque, anche con un eventuale “Partito degli amici degli amici”.
Accidenti, nella frase precedente ho ancora una volta chiamato il Movimento “partito”. Chiedo umilmente scusa, soprattutto dal momento che Di Maio, ancora in questa intervista, ci spiega che il suo partito non è un partito, “siamo un movimento semplicemente perché non abbiamo una struttura, perché non ci sono persone che decidono per le altre o dicono chi si deve candidare”. Chissà di quale Movimento parla. E comunque, se voi avete mai pensato che Beppe Grillo possa decidere per altri, per esempio escludere dalle candidature una signora che a Genova aveva ricevuto la maggioranza dei voti della sacrosanta Rete (quella in cui uno vale uno) ebbene, ricordate male. Di Maio e noi abbiamo visto film diversi. 
E così siamo venuti ad un altro dei principi sacramentali. Il principio secondo cui uno vale uno, sostiene Gigino, “è un concetto del quale si è abusato. Sicuramente uno vale uno - perché ci si può candidare (salvo che a Genova, se Grillo non è d’accordo, nota di G,P.) e votare - ma uno non vale l'altro”. Per esempio io devo assumere tre operai, ma al terzo candidato dico: “Uno vale uno, lo so, ma uno non vale l’altro, e dal momento che lei è nero non vale quanto i candidati bianchi. È un principio del nostro partito”. Pardon, Movimento.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 dicembre 2017




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POLITICA
30 dicembre 2017
TRUMP E IL RISCALDAMENTO GLOBALE
Franco Battaglia
Ma quale gaffe. Sul clima ha ragione Trump
RISCALDAMENTO GLOBALE
Il pianeta si sta svenando economicamente per proteggersi dal riscaldamento globale, che però sarebbe una manna dal cielo se ce ne fosse di più. Si può essere più stupidi?, si chiede Trump. E come dargli torto? Dunque, il problema sarebbe questo: negli ultimi 150 anni la concentrazione della CO2 atmosferica è aumentata di 100 ppm (parti per milione) a causa delle attività umane, causando, dicono, un aumento di temperatura media globale di 0,8 gradi, il quale avrebbe poi causato un aumento di eventi atmosferici catastrofici. Facciamo aritmetica di terza elementare (ma gli stupidi non capiscono neanche quella). 
Argomento della CO2. Il tinello di casa vostra sarà, al massimo, 100 metri cubi(1), cioè 100mila litri, 100 ppm dei quali corrispondono a 10 litri di CO2, che a loro volta corrispondono a 5 grammi di carbonio, cioè una candela di compleanno. Quindi, tutte le attività umane di tutto il pianeta degli ultimi 150 anni hanno causato nel vostro tinello un aumento di CO2 pari a quello che si ottiene bruciando una candela di compleanno! 
Argomento della temperatura. La temperatura del corpo umano può variare di 7 gradi, da 35 a 42 gradi, ma una variazione di 0,8 gradi dal valore medio non è nulla di cui allarmarsi: non è neanche febbre. Cosa può esserci mai di allarmante di +0,8 gradi per un pianeta, la cui temperatura varia di 100 gradi (da -50 ai poli a +50 all'equatore)? Anzi, possiamo dire con assoluta certezza che il clima è straordinariamente stabile, oltre ogni aspettativa. Altro che cambiamento climatico! 
Argomento degli eventi catastrofici. Gli uragani si contano. Quelli di forza 4 che hanno colpito l'America tra il 1850 e il 2010 sono stati 20, dei quali 10 sono occorsi tra il 1850 e il 1930 e 10 sono occorsi tra il 1930 e il 2010. Insomma, non v'è stato alcun aumento di eventi catastrofici. 
In conclusione, Trump ha ragione e il resto del mondo torto: forza caldo!
 Franco Battaglia. “il Giornale”, 30 12 2017.


(1) Note di Pardo. Battaglia è ottimista. Ammesso che il tinello sia una stanza di 4,5m di lato col soffitto alto 2,5m 4.5x4.5x2.5 = 55.25m3. Siamo più o meno alla metà di 100 m3.
Comunque a Battaglia (e dunque a Trump) si è liberi di dare torto purché si contestino i dati contenuti in questa noticina. E dal momento che io non sono in grado di farlo, prego gli amici di farlo loro, se possono.
G.P.




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POLITICA
30 dicembre 2017
MADAME BOVARY C'EST MOI
In Francia il romanticismo in letteratura finì all’incirca a metà Ottocento. L’epitaffio di quel grande movimento, e nel contempo il manifesto della nuova corrente (il realismo) fu costituito da “Madame Bovary”, il romanzo, tratto dalla cronaca, di una donna che di quegli ideali fumosi era stata la vittima. Gustave Flaubert avrebbe potuto essere un uomo duro e poco aperto agli ideali e ai sentimenti dei suoi contemporanei. Viceversa quel grande artista fu tanto sensibile, tanto capace di comprendere il romanticismo che, mentre poteva apparire come il suo più grande critico, confessò apertamente: “Madame Bovary sono io”. In altri termini, capiva talmente bene lo spirito di quel tempo, ed anzi ne era tanto partecipe lui stesso, che se pure la sua intelligenza ne condannava il messaggio, il suo cuore lo sposava totalmente. Per così dire fino alle estreme conseguenze, fin quasi a soffrire e a perire insieme con Emma.
Flaubert è un esempio di come per temperamento si può essere una cosa e per volontà si può essere un’altra cosa. Ciò si verifica ogni volta che l’affettività ci tira in una direzione e la ragione nella direzione opposta. Il cane spasima per i dolci. Uno gliene darebbe anche un chilo ma sa che gli fanno male e, anche se i suoi occhi imploranti ci fanno sentire colpevoli, continuiamo a dirgli di no. Per quanto resistere ci costi moltissimo. 
Questo è un esempio pedestre, ma è vero che il fenomeno si arrampica fino ai più alti livelli. L’uomo ha un’incompressibile tendenza al magico. Infatti tutti i bambini amano le favole e i film d’animazione. Quelli dove gli animali si comportano come gli uomini, la realtà si mescola con la fantasia, i cavalli volano e ai piccoli non può mai succedere nulla di male. Poi, crescendo, ci si stanca di fate e incantesimi ma – a parte il fatto che alcuni adulti, fra cui il sottoscritto, non escono mai sufficientemente dall’infanzia per smettere di amare Perrault e i fratelli Grimm – non è che la tendenza al magico sparisca: piuttosto si sposta su altri oggetti. Vediamo che si muore, e inventiamo l’anima immortale. Vediamo che siamo vivi soltanto in un certo tempo, e inventiamo la metempsicosi. Vediamo che la vita è dominata dall’egoismo, e parliamo di fratellanza universale. Vediamo che i ricchi non sono poi tanto più felici di noi, e continuiamo a fare del denaro un feticcio. Malgrado tante smentite, continuiamo a prendere sul serio una massa di scemenze, tanto che questa lista infinita si spiega col fatto che è molto difficile accettare la realtà come ci appare. Anzi com’è.
Il nostro desiderio è che – come nelle favole e come nei film – tutto comunque si concluda bene e ciò ci fa trovare inaccettabile che all’annuncio del tumore maligno segua poi effettivamente la morte. Che all’accumulo dei debiti segua il fallimento. Che insomma la realtà sia dominata da un principio di causalità che non guarda in faccia a nessuno. E certo non ai nostri sentimenti e ai nostri desideri. La principessa Diana è una donna vista quasi come una semidea, eppure, se sbatte contro un pezzo di cemento, la semidea muore come morirebbe qualunque mammifero. Ciò sembra talmente incomprensibile, talmente inaccettabile, che i più ingenui insistono a cercare un colpevole, a scoprire un complotto, qualcosa che spieghi un fatto incomprensibile. Si direbbe che per molti sia inammissibile che la realtà sia ciò che è. 
Questa voglia di chiudere gli occhi sul peggio fa apparire cinico ed addirittura inquietante l’uomo che osa parlarne. Mentre tutti vorrebbero attenuare la sensazione di spietatezza che dà l’esperienza, e al limite negare la realtà, lui non soltanto l’accetta, ma la proclama e sembra quasi un suo alleato. Se riconosce che la principale molla di tutti gli uomini è l’interesse, non è che per caso lo fa per giustificare il suo proprio interesse? 
Così può avvenire che un uomo sensibile, appassionato di favole, di musica, di poesia, ma nello stesso tempo capace di tenere gli occhi aperti sul mondo, passi per cinico e spietato. Non diversamente da come Flaubert, che pure comprendeva così a fondo il romanticismo, si pose a suo accusatore in nome della protezione dei più deboli. 
Quella teoria letteraria, debordando dall’arte alla moda, fu infatti un’epidemia di spontaneismo emotivo, di ingenuo velleitarismo e di cocenti delusioni. E lo è ancora.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 dicembre 2017




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POLITICA
29 dicembre 2017
LA SAGGEZZA DI PARACELSO
In democrazia i partiti si incaricano di portare in Parlamento le idee di chi li vota. Se le ideologie sono tendenzialmente due e nettamente differenziate, si ha la situazione per qualche verso ideale del sistema bipartitico. Se invece il voto si disperde in una miriade di partiti, o se i partiti più affini sono incapaci di allearsi in base ad un progetto di massima, si arriva allo stallo. In questi casi, come avviene attualmente in Germania e come è accaduto in Spagna e in Belgio, non si riesce a formare un nuovo governo. Con le elezioni del 4 marzo, noi ci avviamo a cacciarci in una situazione analoga e vien naturale chiedersi di chi sia la colpa.
Quando gli elettori esprimono un partito o una coalizione che vince e governa, dimostrano di avere idee chiare rispetto a ciò che bisognerebbe fare per il bene del Paese. Per risolvere i suoi problemi, rilanciare la sua economia e perfino attuare una migliore giustizia sociale. Quando invece sono tanto confusi e scoraggiati da seguire un partito anti-sistema o da astenersi dal voto, è il sistema che è in crisi. Il fenomeno indica che essi non soltanto sono delusi della politica dei partiti avversari, ma lo sono anche della politica del loro partito. L’elettore di sinistra non crede più all’intervento onnipresente dello Stato anche a costo di una pesante tassazione. L’elettore di destra non crede più al partito conservatore perché è scontento dei risultati: o le politiche attuate non sono liberali o i partiti liberali non sono in grado di applicarle. In un Paese come l’Italia il risultato è l’astensione, il voto di protesta e insomma una diaspora incapace di esprimere una maggioranza di governo. 
Rimane da chiedersi perché si sia arrivati a questo punto e il motivo potrebbe essere che si è spinto tanto lontano un modello sociale giusto da renderlo sbagliato. Non è un paradosso. Siamo tutti abituati a cercare di distinguere il buono dal cattivo, che spesso non pensiamo a chiederci con quale quantità avremo a che fare. Il grande Paracelso insegnava che “soltanto la dose fa che qualcosa non divenga veleno”. In altri termini, se si esagera, tutto può divenire veleno. E corrispondentemente nulla è veleno, se la dose è minima. 
Alla fine della guerra, malgrado la presenza del Pci la società aderì all’idea di uno stato liberale moderno. Così si attuò una veloce e impressionante ricostruzione, fino a sfociare negli anni del cosiddetto Miracolo Economico. Ma uno Stato liberale “puro” sembra poco sensibile alla pietà per i cittadini più poveri, più sfortunati o meno previdenti. Così lo si corregge introducendo sempre maggiori servizi e occupando sempre nuovi campi dell’attività umana. Si moltiplicano le funzioni dello Stato al punto da farlo somigliare in una certa misura a quello sovietico e ovviamente si ha un enorme incremento della pressione fiscale. Lo Stato diviene onnicomprensivo, onnipresente, onnipotente ed elefantiaco: in Italia ad esempio amministra direttamente o indirettamente più di metà dell’attività dei cittadini. Si chiamerà ancora liberale, ma di fatto non lo è più. E infatti tende alla paralisi economica che si riscontrava nell’Est comunista prima del 1989. La dose ha stravolto la natura di ciò che si voleva correggere.
Non si accusa nessuno. Se l’Italia è stata governata male è stato con le migliori intenzioni. Il fatto è che, echeggiando la mentalità dei cittadini, inconsciamente di sinistra, si è sempre creduto che l’Amministrazione potesse svolgere qualche altro compito, sia pure al prezzo di un aumento della pressione fiscale. E si è anche creduto che si potessero contrarre enormi debiti, sperando che una sorta di età dell’oro permettesse poi ai posteri di ripianare quella montagna. 
Ma purtroppo la realtà è spietata. A partire da un certo livello ogni nuovo miglioramento e ogni nuova correzione di rotta finiscono col peggiorare la situazione. Fino ad ottenere una crisi irresolubile. Irresolubile è un aggettivo che potrebbe sembrare eccessivo; infatti si potrebbe pensare che, se si è ecceduto in una data direzione, basterà tornare sui propri passi. Ed è infatti vero, normalmente. Ma la cosa diviene impossibile se si rimane convinti che la strada intrapresa sia l’unica giusta. Ed è questo il nostro problema. Noi non abbiamo in mente nessun’altra idea di Stato. Ed è la ragione per la quale da tanti anni si parla di “tagliare la spesa” senza riuscirci. 
Ha ragione Paracelso. Non è il modello di Stato italiano che è sbagliato. Lo sbaglio è stato quello di credere che si potesse migliorarlo sempre nella stessa direzione, quella dell’elefantiasi. Invece se la Germania va tanto meglio di noi non è perché abbia adottato un modello socio-economico diverso dal nostro, è perché ha saputo fermarsi prima di noi sulla china dello statalismo. Mentre la Francia, che non ha saputo farlo, si trova oggi in una situazione analoga alla nostra.
Alla gente si è insegnato che a tutto deve pensare lo Stato ed ora è difficile dirle che si può anche vivere diversamente. Cento anni fa chiunque si occupava di provvedere alla propria vecchiaia. I figli inoltre sapevano che si sarebbero dovuti occupare dei genitori anziani, non diversamente da come quei genitori si erano occupati di loro fino al momento in cui avevano potuto mantenersi da sé. Oggi invece la famiglia è nucleare, a curare tutti deve pensarci il Servizio Sanitario Nazionale e i vecchi devono vivere della loro pensione. Il singolo è largamente deresponsabilizzato e un po’ tutti non ci raccapezzeremmo più se improvvisamente lo Stato riducesse le sue prestazioni. Dunque la gente non sa quale strada indicare ai partiti e si chiede se abbia un senso andare a votare. Le soluzioni che essi propongono appaiono mitologiche o sono troppo simili alle promesse mai mantenute in passato.
In altre parole, nemmeno in vista del burrone riusciamo a concepire di fare marcia indietro. E con siamo disponibili a batterci per uno Stato liberale, perché siamo tanto ciechi da pensare di averlo già. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
29 dicembre 2017




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POLITICA
28 dicembre 2017
IL SUCCESSO DELL'INSUCCESSO
Un detto insegna che: “Nulla ha più successo del successo”. Se un prodotto commerciale, un attore, un uomo politico cominciano ad avere successo, i loro acquirenti o i loro simpatizzanti aumentano a vista d’occhio. Perché ognuno si fida del giudizio degli altri e consciamente o inconsciamente sale sul carro del vincitore.
Le cose vanno così anche al negativo. Si potrebbe dire che: “Nulla ha più insuccesso dell’insuccesso”. La tendenza ad allontanarsi dal perdente è legata all’istinto di protezione di sé e dei propri interessi. Quando si profilano delle elezioni ciò diviene: “Se molti dicono che questo politico sarà sconfitto, io sosterrò un altro”.
Oggi il crudele meccanismo – a torto o a ragione - sembra funzionare contro Matteo Renzi. È vero che in poco tempo questo campione di simpatia è riuscito a sprecare il suo capitale, ma sembra anche che la fortuna gli abbia voltato le spalle e in molti, temendo per la propria sorte, più o meno copertamente gli consigliano di fare le valigie e andarsene. Forse prima ha avuto più successo di quel che meritava, ora non fa che accumulare insuccessi. A volte la malasorte sembra addirittura che lo derida. Nelle sue ciniche intenzioni la nuova legge elettorale avrebbe dovuto favorire la coalizione capeggiata dal Pd e tagliare le unghie al Movimento 5 Stelle, tanto che l’ha imposta a colpi di voti di fiducia. Invece si direbbe che a conti fatti il “Rosatellum” dovrebbe chiamarsi “Tafazzellum”.
Tutto è andato per il verso storto. Il Pd ha subito una scissione e piuttosto che aumentare le sue forze le ha viste diminuire. I tentativi di aggregare intorno a sé il gruppo di Pisapia e il partitino di Alfano sono andati a male e in totale, per dirla col “Fatto Quotidiano”, il povero Renzi “l’hanno rimasto solo”. Inoltre, secondo una nota di Massimo Franco, sul “Corriere della Sera”, si osserva “una sorta di ‘strategia della fuga da Matteo Renzi”. Né meglio è andata con l’improvvida iniziativa di dichiarare guerra al Governatore della Banca d’Italia Visco. Renzi prima ha provato a “farlo fuori” con un (illegittimo) voto in Parlamento, facendosi poi sconfessare da Gentiloni e Mattarella. Poi ha insistito per avere una Commissione d’Inchiesta sul crac di tante banche – operazione con la quale sperava di far ricadere tutte le colpe sulla Banca d’Italia, posando nel frattempo a nemico delle banche e vindice dei clienti truffati – e il risultato è che, di fatto, quella Commissione è stata vista come il tribunale che ha dichiarato la colpevolezza di Maria Elena Boschi. E comunque il fatto che non si parli che di questo, al di là delle eventuali responsabilità dell’allora ministra, è un grave danno per il partito in questa già focosa campagna elettorale. Troppa sfortuna o troppe mosse sbagliate. 
Qualcuno – non si sa quanto pessimista e quanto realista – parla di un Pd ridotto più o meno al 20% delle intenzioni di voto. Tempo fa l’ipotesi che Matteo Renzi fosse costretto a gettare la spugna era impensabile, oggi la segreta speranza dei bersaniani è azzardata ma non folle. La carriera politica di Renzi potrebbe essere ricordata per lo straordinario successo e l’incredibile brevità. 
Si sarebbe tentati di esprimergli comprensione, ma purtroppo disturba la sua incapacità di imparare dagli errori. Già nell’estate del 2016, quando ha cominciato ad apparire possibile un insuccesso al referendum, la sua reazione è stata frenetica ed esagerata. Infine ha gettato sul piatto della bilancia sé stesso, diventando onnipresente e fastidioso come la pubblicità di “Poltrone e Sofà”. Ha trasformato il voto in un plebiscito sul suo nome ed è stato un errore fatale: pensava di raddrizzare la situazione e l’ha peggiorata. Molti hanno visto nel “no” lo strumento con cui liberarsi da questo seccatore. Il quale poi non ha percepito le dimensioni della catastrofe. Traendone la lezione, la prima opzione sarebbe stata quella di ritirarsi a vita privata, come aveva promesso e come fece De Gaulle. Avendo scelto di proseguire la vita politica, avrebbe almeno dovuto fare come quelle squadre di calcio che, retrocesse per punizione, risalgono a poco a poco la china, riconquistando gli amici a forza di sorrisi ed umiltà, dando a tutti la sensazione che li rispettava e li amava. Anche se fosse stata tutta una recita.
Ma quell’uomo non domina il suo carattere: ne è dominato. Ha continuato a credere di poter fare a meno di chiunque, e che la vittoria non potrà non cedere al suo fascino personale. Cita instancabilmente il 40% ottenuto alle europee, come se nel frattempo non fosse passato un oceano d’acqua, sotto i ponti, e suscita ironie sostenendo che il 41% di sì al referendum è stato un definitivo consenso a lui personalmente. E allora non è salvabile. Forse gli riuscirà soltanto ciò che non è riuscito a Berlusconi: distruggere la sinistra.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 dicembre 2017




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POLITICA
26 dicembre 2017
MERITIAMO IL NOSTRO DESTINO
C’è un fenomeno che non riceve l’attenzione che meriterebbe. Silvio Berlusconi ripete un giorno sì e l’altro pure che il vero nemico di Forza Italia, e in generale del centrodestra, non sono Renzi e il Pd: è il Movimento 5 Stelle. Perché antisistema, perché antieuropeo, perché composto da inesperti e incapaci dilettanti della politica. Queste accuse potrebbero anche avere un fondamento ma la cosa non spiegherebbe il perché di questo martellamento continuo su un partito che già si è condannato da sé all’isolamento e forse ad essere ininfluente. E ciò mentre il Pd rimane il nemico di sempre e Renzi non è certo più rassicurante di prima. 
L’intero centrodestra non sembra per nulla lieto del discredito caduto su Renzi e i suoi amici a causa della ministra Boschi. Più o meno copertamente si rammarica della loro perdita di consensi, mentre per un vecchio anticomunista viscerale dovrebbe essere un piacere vedere la sinistra che prende sonore bastonate. Ma Berlusconi non è un fesso e per giunta il partito lo segue in questa strategia. Dunque essa deve avere un senso. 
Tenendo conto della nuova legge elettorale e dei sondaggi, Berlusconi si preoccupa che le urne possano dare un responso in base al quale sarà impossibile formare un governo sostenuto dai “partiti ragionevoli”, cioè la coalizione di centrodestra e la coalizione di centrosinistra. E in questo caso, chi governerà l’Italia? La risposta è, inevitabilmente, il M5s. Questo partito finalmente romperà il digiuno, si alleerà con con Bersani e compagni o anche con la Lega, e metterà in cantiere l’ulteriore distruzione dell’Italia. Magari porterà il Paese al default. Per Berlusconi sarà pur vero che la sinistra ha fatto infiniti danni, all’Italia, ma qui corriamo il pericolo di avere a che fare con qualcosa di peggio: dunque bisogna sostenere la sinistra affinché in modo che perda ma non tanto gravemente da non avere poi i numeri per dar vita col centrodestra ad un governo di salvezza nazionale. Il ragionamento è stringente e dunque si capisce che sia fedelmente seguito da tutti i rappresentanti di Forza Italia. Ma una domanda è ancora possibile: siamo sicuri che valga la pena di salvare l’Italia, a costo di augurare lunga vita al Partito Democratico? 
Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro nel tempo. Ai quarantacinque anni intercorsi fra la fine della guerra e il 1989. In tutti quei decenni molti milioni di italiani hanno giudicato la Democrazia (fintamente) Cristiana un partito di populisti, di corrotti e, quando andava bene, di opportunisti. E tuttavia – nel 1976 – votarono per la Democrazia Cristiana anche atei convinti e mangiapreti. Perché la scelta non era tra quel partito e un altro ma tra la democrazia occidentale e il rischio di essere infeudati a Mosca. Il pericolo non sarebbe stato tanto la vittoria del partito comunista, quanto il pericolo di non poterlo rimandare a casa, se avesse deluso. Nessuno dimenticava che, vent’anni prima, l’Ungheria era stata rimessa in catene da una sanguinosa repressione. Ecco perché nel 1976 bisognò votare Dc, quand’anche essa fosse stata dieci volte peggiore di ciò che era. Perché della Dc ci si poteva liberare con un voto, del Pci no.
Si può dire che sia la stessa cosa del M5s? Francamente no. Se esso andasse al governo sarebbero da prevedere disastri, fino al rischio di default, disastri che potrebbero innescare una crisi internazionale, dell’euro o dell’intera Unione Europea, ma il danno non sarebbe irreversibile. Se l’Italia cambiasse opinione, sputando via il partito di Grillo, vedremmo forse arrivare i tank dell’Armata Rossa, come a Budapest o a Praga? Certo no. Perché dietro di esso non c’è nessuna Armata Rossa. Se il M5s andasse al governo e scontentasse gli italiani, perderebbe le successive elezioni e forse scomparirebbe dal panorama politico. Nient’altro.
E allora ci si può chiedere se tutto il male venga per nuocere. Un’eventuale vittoria del M5s potrebbe finalmente farci uscire da questa palude. Potremmo finalmente capire che il modello socio-economico che sogniamo – un sistema in cui dovremmo ottenere moltissimo dando pochissimo, e se possibile vivendo a spese degli altri – non ha senso o, più semplicemente, non funziona. Abbiamo seriamente bisogno di un bagno di buon senso e di realismo, principi che sembrano scomparsi all’orizzonte.
Naturalmente questo punto di vista è discutibile, ma rimane vero che l’unico, grande bene della democrazia è la libertà. La libertà di fare marcia indietro quando si sbaglia, sia pure pagando caro l’errore commesso. E se questo supremo valore non viene meno, ben vengano le educative catastrofi provocate dall’idealismo cretino. Come ho sempre sostenuto, “per quanti mali possano soffrire gli italiani, non ce ne sarà mai uno che non avranno meritato”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 dicembre 2017 




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POLITICA
25 dicembre 2017
QUANDO LE SANZIONI MORDONO
Secondo una nota del ministero degli esteri di Pyongyang, riferita dalla BBC online, e in Italia dall’Ansa,  le ultime sanzioni Onu rappresentano "una violenta violazione della sovranità della nostra repubblica e un atto di guerra che distrugge la pace e la stabilità della penisola coreana e di una vasta regione. Gli Stati Uniti terrorizzati per la storica realizzazione del completamento della nostra forza nucleare, stanno diventando sempre più deliranti nelle mosse per imporre sanzioni sempre più severe e pressioni sul nostro Paese. Consolideremo ulteriormente la nostra difesa nucleare come deterrente finalizzato a sradicare radicalmente le minacce nucleari statunitensi, i loro ricatti e le mosse ostili per stabilire un equilibrio con i loro armamenti”. Quando non si può far nulla, a proposito di un grave problema, si può almeno esaminarlo, e magari trarne qualche dato. 
La nota si lascia innanzi tutto andare al vittimismo. Denuncia una violazione della propria sovranità, quando invece si sa che le sanzioni non violano la sovranità di nessuno. Se gli Stati Uniti si rifiutano di commerciare con Cuba, certo danneggiano Cuba ma non ne violano la sovranità, perché quell’isola rimane libera di commerciare col resto del mondo. Le sanzioni non sono un atto di guerra, sono un atto inteso proprio ad evitare la guerra, convincendo il possibile aggressore a cambiare politica. Ma Pyongyang ha interesse ad esagerare, e questo prova che quelle sanzioni le stanno già facendo molto male. 
Sempre a fini di vittimismo il comunicato prosegue parlando di un danno alla stabilità della penisola coreana “e di una vasta regione”, cosa assolutamente falsa. La Corea del Sud è infinitamente più prospera e felice del Nord e non ci sono altri interessati dalle sanzioni, in quello scacchiere.  Non certo la Cina o il Giappone. Ma fa effetto far credere al popolo nordcoreano che non soltanto loro soffrono, soffre buona parte dell’Asia orientale, e per colpa degli Stati Uniti. Mentre in realtà chi veramente sta punendo Pyongyang è la Cina. 
Infatti la notizia che dà involontariamente il comunicato riguarda l’efficacia di quella ritorsione, quando parla di “sanzioni sempre più severe”. Di solito il Paese che ne è colpito si comporta come quei pugili che sul ring cominciano a “prenderle” ma danno a vedere di star benissimo e di non aver nemmeno sentito i colpi ricevuti. Qui invece udiamo un grido di dolore. Non pareva che gli Stati Uniti fossero riusciti ad ottenere tanto: infatti le sanzioni più severe non sono quelle che possono applicare loro e i loro alleati, ma quelle che può applicare la Cina, unico Paese con cui la Corea del Nord ha rapporti commerciali di qualche rilievo. Pare che il fu Celeste Impero costituisca il pressoché unico sbocco delle sue magre esportazioni, principalmente carbone. Naturalmente non si sta dicendo qui che le sanzioni indurranno quel Paese a cambiare politica. Le sanzioni mordono molti, ma i personali polpacci di Kim Jong-un non hanno subito un graffio.
 Gli Stati Uniti sarebbero “terrorizzati per la storica realizzazione del completamento della nostra forza nucleare” e i nordcoreani intendono rafforzare il loro “deterrente nucleare” per “stabilire un equilibrio con i loro armamenti”. Questo è un delirio di falsità. Gli Stati Uniti sono separati dalla Corea dal più grande oceano del mondo e un missile nordcoreano, per colpire gli Stati Uniti, dovrebbe viaggiare tanto a lungo da dare alle difese americane tutto il tempo per distruggerlo, a momenti con un tirasassi. Col sistema “Iron Dome”gli israeliani distruggono in volo i missili sparati da Gaza nel giro di qualche secondo, e dopo che quegli ordigni hanno percorso soltanto qualche chilometro. Figurarsi quando si hanno a disposizione migliaia di chilometri. 
Gli Stati Uniti sono effettivamente preoccupati ma non tanto per i missili che potrebbero ricevere sul loro territorio, quanto per i danni e i morti che il tiranno di Pyongyang potrebbe provocare nella Corea del Sud o in Giappone. Perché ciò costringendo Washington ad una seconda guerra di Corea, in cui i morti si conterebbero a centinaia di migliaia. O molti milioni, se la Corea del Nord osasse usare l’arma atomica. Il quadro è allarmante, ma non tanto dal punto di vista bilaterale quanto dal punto di vista complessivo.
Infine fa ridere il concetto di “un equilibrio con i loro armamenti”, detto dalla Corea del Nord riguardo agli Stati Uniti. È come se un chihuahua dicesse ad un leone: “Hai visto? Anch’io ho i canini”. Nessuno al mondo, neppure la Russia e neppure la Cina si sentono oggi in grado di sfidare gli Stati Uniti, e questa pulce parla di equilibrio negli armamenti? Senza dire che la guerra di domani sarà largamente cibernetica, e mentre gli Stati Uniti hanno inventato il computer, la Corea del Nord ancora recentemente ha conosciuto carestia e fame.
Si dice che, nelle guerre, la prima vittima sia la verità. Ma nel caso delle dittature, non bisogna aspettare le guerre, per assistere a quel crimine. La menzogna di regime è la regola costante.
Naturalmente non si sta dicendo qui che le sanzioni indurranno quel Paese a cambiare politica. Le sanzioni mordono molti, ma i personali polpacci di Kim Jong-un non hanno subito un graffio.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 dicembre 2017




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POLITICA
24 dicembre 2017
LA RAZIONALITA' RICHIEDE CORAGGIO
Se reputiamo che la razionalità sia una grande qualità, e soprattutto se affermiamo che noi stessi siamo razionali, dovremmo comportarci di conseguenza. E invece a volte siamo costretti a dire, con Ovidio, “Video meliora proboque, deteriora sequor”, vedo le soluzioni migliori, le approvo, e poi adotto le peggiori. Sono abbastanza razionale per riconoscere la decisione giusta, ma non sono abbastanza forte per metterla in pratica.
Certo, si deve essere tolleranti nei confronti della fragilità umana. Nihil humanum a me alienum puto, diceva Terenzio: nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Se mi dici che adori il tuo cane, anche se non mi piacciono i cani, non ti contesterò, perché amo il mio gatto. Ma la tolleranza non è ammissibile in campo strettamente intellettuale. Se mi dici che l’Artico è più freddo dell’Antartide non te la lascio passare. Quando si tratta di affermazioni dimostrabili, cioè ogni volta che l’interferenza affettiva od emotiva è esclusa, ogni argomentazione che non sia in linea con i principi di quella disciplina va rigettata energicamente. 
In filosofia, in particolare, va rigettato ogni ragionamento che parta da un principio indimostrato, irrazionale o puramente fantastico. Pare che Schopenhauer abbia detto dello Spirito di Hegel: “Questo è un tizio che non conosco”. Provocando in me in caloroso applauso mentale. Infatti, se si chiede come Hegel dimostri lo Spirito, si apprende che lo dà per ovvio. E francamente non basta. Si può prendere per oro colato ogni genere di filosofia, si può anche essere ferventi cattolici, purché non si pretenda che la filosofia di Hegel o quella religione siano razionali. 
Naturalmente sappiamo che i vari sistemi filosofici, anche quelli che potremmo definire razionali, si contraddicono e a volte svolgono argomentazioni che ci sembrano contestabili: ma l’essenziale è il metodo usato. Che non si richieda al prossimo di accettare un principio senza nemmeno tentare di dimostrarlo. La famosa “catena causale” di Aristotele, quella che parte da qualcosa (un motore) che ha messo in moto le altre cose, senza che altro abbia messo in moto lui (motore immoto) è un ottimo ragionamento. Dunque è razionale. Anche se ciò non impedisce che poi cada nel momento in cui lo Stagirita richiede di accettare che “la catena non può essere infinita”: perché così richiede un atto di fede. Se è possibile un Dio eterno ed incausato, perché non potrebbe esistere un Universo eterno ed incausato? Ed è per questo che la sua dimostrazione dell’esistenza di Dio non è stata poi accettata dai filosofi.
Per mostrare in che senso la fedeltà al metodo razionale sia meno praticata di quanto non si creda, prendiamo un paragrafo di Norberto Bobbio, citato da Dario Antiseri(1): “La domanda di senso si allarga, si estende a tutta la nostra vita individuale, a tutta la storia dell'uomo, a tutto l'universo. Rispetto all'individuo, perché il dolore e non anche il piacere e non soltanto il piacere? Perché la sofferenza e non soltanto la gioia? Perché l'infelicità e non soltanto la felicità? Rispetto alla storia: perché l'oppressione e non soltanto la libertà? Perché la guerra, la violenza, le stragi e non soltanto la pace, il benessere e la fraternità? Rispetto all'universo intero, infine, la domanda fondamentale che comprende tutte le altre: perché l'essere e non il nulla? Non so se riesco a far capire la pregnanza di questa domanda che è davvero la domanda ultima”. 
Per abbreviare, occupiamoci soltanto della “domanda fondamentale”: perché l’essere e non il nulla? L’interrogativo, che sembra tanto profondo, è insulso. Il fatto di chiedere “perché” implica infatti che qualcuno avrebbe potuto scegliere fra l’essere e il nulla. In altre parole, creare o non creare l’Universo. Ma esiste la prova dell’esistenza di questo Qualcuno? No. E allora la domanda è sentimentale, non filosofica. Se non possiamo dimostrare che qualcuno abbia avuto una finalità nello scegliere una soluzione o l’altra, non possiamo certo valutare quella scelta. Il cristiano avrà il diritto di pensare ciò che vuole, ma filosoficamente non abbiamo mai dimostrato che una scelta ci sia stata. Se si vuole parlare di scelta, bisogna prima dimostrare l’esistenza di un Dio personale e creatore.
In realtà la materia potrebbe esistere da sempre, senza avere nessun senso e senza rispondere a nessun perché. La domanda di Bobbio non è affatto alla base di tutto, come lui sembra affermare. Non è un punto di partenza, è un punto d’arrivo. Dimostrato che l’Universo è stato creato; dimostrato che chi l’ha creato è un essere intelligente; dimostrato che questo essere era libero di creare o di non creare l’Universo (e già a questo punto ce ne sono, di cose da dimostrare!), si può chiedere: perché Dio ha creato l’Universo? Infatti soltanto un atto volontario e cosciente darebbe un senso all’Universo. E dal momento che nulla dimostra l’esistenza di un Dio creatore, la discussione sul nulla e sull’essere è una perdita di tempo.
Rimane da vedere perché, malgrado l’inconsistenza del problema, l’uomo continui a porsi questo genere di domande e soprattutto sul senso della sua vita.  Ecco un interrogativo che da solo non è per niente filosofico. Nessuno si chiede mai che senso abbia il cavolfiore. E dove sta scritto che il cavolfiore può non avere un senso e noi invece dovremmo averlo? Le zanzare, se potessero pensare, forse direbbero che Dio ha creato l’uomo perché loro possano succhiarne il sangue. La domanda sul senso della vita non è filosofica, è affettiva.
Il filosofo si sente razionale ma è normalmente qualcuno che mal si rassegna a vivere una vita priva di senso, per poi morire, senza che neanche la morte abbia un senso. Ne nasce tutta una metafisica salvifica e purtroppo immaginaria. È triste constatarlo, ma dietro alle più ardue considerazioni c’è spesso il bisogno di sfuggire all’assurdità del tutto. La semplice incapacità di accettare le conclusioni cui conduce l’osservazione della realtà. La piana, elementare razionalità di un cimitero. 
A molti verrebbe da dire: “Se non ce la fate a non credere, se siete incapaci di accettare una realtà senza Dio e priva di senso, se proprio dovete aggrapparvi a qualcosa, andate in chiesa, confessatevi e fate penitenza”. I discorsi razionali non fanno per voi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
24 dicembre 2017
P.S. Ha senso augurare Buon Natale, dopo un articolo del genere?
Certo che sì. La gastronomia è perfettamente razionale.
(1)https://mail.libero.it/appsuite/api/mail/Il%20cristianesimo%20ci%20salverà%20Oltre%20c'è%20solo%20la%20barbarie.pdf?action=attachment&folder=default0%2FINBOX&id=79297&attachment=2&user=2&context=5291439&sequence=1&delivery=view




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POLITICA
23 dicembre 2017
LA SPAGNA DI PUIGDEMONT E QUELLA DI MOSCARDO'
Sul sito dell’Ansa, leggo allibito un titolo che troneggia nella schermata d’ingresso: “Puigdemont: ‘Pronto a vedere Rajoy, la sua ricetta ha fallito’ ”.
Lo confesso, non ho letto l’articolo. Non ne vale la pena. Qui siamo ad una riedizione europea dell’assurdità del Vicino Oriente, dove si vuole che vincitori e vinti – intendo israeliani e palestinesi – siedano al tavolo dei negoziati di pace con pari diritti. Come se Cesare - invece di tenere in carcere per cinque anni Vercingetorige, per poi farlo sfilare in catene dietro il suo carro di trionfatore e infine farlo strangolare - dopo l’assedio di Alesia si fosse seduto a un tavolo per concordare con lui il nuovo assetto della Gallia. Con la differenza che dominare o no la Gallia non metteva a rischio la sicurezza di Roma, mentre per Israele si tratta di sopravvivenza.
Un Paese o ha una Costituzione e la prende sul serio, o non l’ha. O ha un codice penale, e lo prende sul serio, o non ha un ordinamento giuridico. Che senso ha che Puigdemont si dica “pronto a vedere Rajoy”, come se gli concedesse udienza, mentre è accusato di gravissimi delitti per i quali i suoi sodali sono già in carcere, e lui stesso vive da fuggiasco? È vero che un governo, per Realpolitik, può non tenere conto delle leggi e dunque, per preservare l’unità del Paese, Rajoy potrebbe anche incontrare un esule che sfugge alla giustizia: ma potrebbe mai farlo per regalargli una regione della Spagna?
L’errore commesso da Madrid non è la recente repressione, è stato permettere che le cose andassero tanto lontano da indurre i catalani a reputare la secessione a portata di mano. L’istinto di conservazione non riguarda soltanto gli esseri viventi, dallo scarafaggio all’uomo, riguarda anche gli Stati. Per l’unità della Spagna c’è stata una tremenda guerra civile i cui orrori furono il preludio della Seconda Guerra Mondiale. Sono cose che non si dimenticano. Sono cose che gli spagnoli non hanno dimenticato.
Rajoy e Madrid hanno avuto il torto di reagire quando hanno avuto l’acqua alla gola e molti catalani erano convinti di avere già vinto. Così la reazione del governo li ha dolorosamente sorpresi ed ora hanno ancora votato per Puigdemont, malgrado i limiti del personaggio. 
Forse nello spirito della Spagna c’è stata una decadenza di cui non ci siamo accorti, perché abbagliati dal suo passaggio dalla dittatura alla democrazia e dalla povertà alla prosperità. Oggi sembra che quella nazione sia meno sensibile che in passato ai doveri imposti dall’onore. I catalani hanno votato per un uomo che non si è dimostrato all’altezza della propria impresa, ed è fuggito all’estero per paura mentre altri affrontavano il carcere a testa alta. Che differenza con il colonnello Moscardò, il difensore dell’Alcázar di Toledo. Leggiamo su Wikipedia: “Il 23 luglio le forze repubblicane catturarono il figlio sedicenne di Moscardó, Luis. Chiamarono telefonicamente l'Alcázar e rispose Moscardó in persona. L'ufficiale politico repubblicano lo informò che, se non avesse dichiarato la resa, suo figlio sarebbe stato fucilato. Moscardó chiese di parlare con il proprio figlio. Quindi disse a Luis, "Raccomanda la tua anima a Dio e muori come un patriota, gridando 'Lunga vita a Cristo Re' e 'Lunga vita alla Spagna' ". "Lo posso fare" rispose il figlio”. E il ragazzo alla fine fu effettivamente fucilato. Aveva diciassette anni.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 dicembre 2017




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POLITICA
22 dicembre 2017
LEGA NORD PER L'INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA
Se un bambino nasce morto o se muore pochi minuti dopo la nascita non è che faccia molta differenza, dal punto di vista dei genitori. Ma ne può fare molta per il diritto. Infatti il bambino che vive pochi minuti è comunque stato vivo, e se il nonno aveva scritto che lasciava una certa somma alla nipote a condizione che avesse figli, quel bambino, pure vissuto per pochi minuti, avrebbe realizzato la condizione. Se invece fosse nato morto, giuridicamente la nipote non avrebbe avuto figli e dunque non avrebbe ereditato. La cosa era tanto importante che già i romani usavano in questi casi la “docimasia galenica”. Si mettevano in acqua i polmoni del bambino morto e se essi galleggiavano era segno che il piccolo aveva respirato: dunque era nato vivo. 
L’espressione “vivo e vitale” non è una tautologia. Per essere vivo, è vivo anche chi ha pochi secondi di vita, per essere vitali invece è necessario che appaia destinato a vivere ancora a lungo, a tempo indeterminato.
Queste considerazioni possono anche valere in altri ambiti. Se si sapesse che un certo ponte, data la sua costruzione, è destinato a rovinare presto, certo lo si chiuderebbe subito al traffico, senza aspettare l’evento catastrofico. E tutto ciò funziona anche in politica. Per esempio, per quanto riguarda l’Italia, o il Movimento 5 Stelle si impegna concretamente in politica, accettando di allearsi con altri partiti ed accettando di far parte di maggioranze di governo, se i voti glielo consentono, oppure finirà con l’essere abbandonato dagli elettori, quando questi si convinceranno che votare per il Movimento o astenersi dà lo stesso risultato. Non si fa politica soltanto protestando, come non si fa politica agitando una bandiera irrealistica. A meno che quella bandiera non indichi soltanto un ideale vagheggiato e non realmente perseguito. In Italia abbiamo avuto una Lega Nord che, anche nei simboli, precisava: “Per l’indipendenza della Padania” ma nessuno prendeva sul serio la parola “indipendenza”. Infatti lo Stato, saggiamente, non ha reagito, anche se la nostra Costituzione non permetterebbe quell’indipendenza più di quanto la Costituzione spagnola non abbia permesso l’indipendenza della Catalogna. E allora che senso ha agitare simili programmi?
La risposta è semplice: è una questione di pubblicità. Se la televisione promette alle donne che, adottando un certo profumo, tutti gli uomini si innamoreranno di loro, nessuna si aspetta che quel fenomeno (del resto scomodissimo) si verifichi realmente. Le donne si accontenterebbero che qualcuno dica loro: “Ma che bel profumo!” Dell’innamoramento non si parla nemmeno.
Nello stesso modo va forse interpretato il successo degli indipendentisti in Catalogna. Che la maggioranza si esprima in favore di un diverso assetto istituzionale che è stato appena bocciato dallo Stato, fino a mettere in carcere i suoi promotori, potrebbe sembrare assurdo. Sarebbe come votare per un candidato morto prima delle elezioni. E allora non resta che una conclusione: il voto catalano è un voto sentimentale. Quegli spagnoli votano per l’indipendenza della Catalogna come i milanesi o i piacentini votavano per l’indipendenza della Padania. E il voto potrebbe anche essere stato influenzato dalla simpatia che si sente per le “vittime” della repressione. Per il perdente, per il debole che ha affrontato il forte. Ma sono simpatie passeggere. Indubbiamente fra Tommaso Moro e Carlo VIII, le simpatie non possono che andare a Tommaso (che la Chiesa ha addirittura fatto santo) ma chi ha vinto in concreto è stato Carlo, prova ne sia che la Chiesa a Londra è ancora anglicana. 
C’è dunque da pensare che gli indipendentisti catalani si adatteranno ad essere indipendentisti senza sperare di ottenere l’indipendenza. Gli basterà qualche forma di autonomia (che del resto già avevano) e forse col tempo cancelleranno dalla bandiera l’indipendenza della Catalogna come la Lega italiana ha cancellato l’indipendenza della Padania.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 dicembre 2017




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POLITICA
20 dicembre 2017
BOSCHI: UNA LINEA DI DIFESA INCONSISTENTE
Ho seguito per ore l’intervento - nella Commissione d’inchiesta presieduta da Pierferdinando Casini - del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e dell’ex Amministratore Delegato dell’Unicredit Federico Ghizzoni. E dal momento che non tutti gli amici hanno lo stesso tempo da perdere che ho io, propongo le mie impressioni sul punto centrale della questione.
La linea di difesa della persona nel mirino, cioè l’allora ministra Maria Elena Boschi, è stata sempre la stessa. Lei ha chiesto infinite volte: “Ho forse fatto pressioni per salvare la Banca Etruria? Certamente no. E sia Visco che Ghizzoni hanno negato di avere ricevuto da me pressioni o minacce”. Per questo la signora proclama alto e forte: “Avete visto? Non ho nulla da rimproverarmi. Come ho dichiarato in Parlamento, ho solo chiesto informazioni”. 
Purtroppo per lei, la cosa non è così semplice. Immaginiamo che due classi di liceo in gita abbiano un brutto incidente. Il pullman finisce in una scarpata e dei cinquanta alunni dieci sono gravemente feriti, e trenta sono feriti soltanto lievemente. Il Ministro della Difesa, il cui figlio è uno dei feriti gravi, va a trovare il primario del reparto di chirurgia e gli chiede come sta suo figlio; qual è la prognosi e come si intende curarlo. Domanda: è necessario che spieghi che è interessato personalmente al caso? È necessario che raccomandi la massima cura, negli interventi, essendo ovvio che in caso di negligenze o errori professionali ci sarebbero delle conseguenze? 
Non basta. È credibile che, accusato di avere raccomandato il figlio, sostenga poi che è andato a vedere, nell’interesse della patria  come sono curati i feriti, in caso d’incidente? Soprattutto quando risulta da tutte le testimonianze che si è interessato soltanto del caso di un singolo ragazzo e soltanto di lui ha chiesto notizie?
E ancora: è credibile che affermi di essersi attivato in quanto ministro, dal momento che il caso semmai sarebbe stato di competenza del ministro della Sanità, e non del Ministro della Difesa?
Il parallelo con Maria Elena Boschi è perfettamente calzante. Lei ha convocato il dr.Ghizzoni, e questi si è sentito convocato dalla signora Boschi “in quanto ministra”, non “in quanto parlamentare” interessata alla difesa degli orafi aretini. Lo ha detto Ghizzoni e l’ho sentito con le mie orecchie. Ma la signora non era affatto il Ministro dell’Economia. Risulta inoltre da tutte le testimonianze che l’interessamento della Boschi, di Renzi e dell’avv.Carrai, ha riguardato soltanto la Banca Etruria. Francamente una casualità che è troppo una casualità. Infine, è necessario che si sottolinei il proprio potere, e la possibilità sia di favorire sia di danneggiare qualcuno, per ottenere ascolto? Neanche nel mondo della malavita è necessario comportarsi da bulli. 
Se un estortore dice cortesemente al negoziante che ha rifiutato di pagare il “pizzo” che è libero di dire di no, ma salutandolo nota che nel negozio c’è molta materia infiammabile, e un incendio può sempre scoppiare, sicché gli raccomanda la prudenza, c’è qualcuno che non capisce il senso di quella osservazione innocente, anzi, di quel consiglio amichevole?
Insomma, la mia personale impressione è che la linea di difesa trionfalmente adottata dalla Boschi e dall’intero Pd sia più audace che credibile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 dicembre 2017




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POLITICA
20 dicembre 2017
LE CERTEZZE CORALI
Quando un sentimento diventa corale diviene per ciò stesso allarmante. Almeno, per coloro che temono di essere ingannati. Infatti un sentimento diviene corale quando acquista una caratteristica di dogma innegabile, di virtuosa religiosità, di sostegno incondizionato a chi guida la campagna dei buoni contro i cattivi.
La gente adora le certezze. Se tutte le radio russe senza eccezione dicono bene di Stalin e male dei suoi nemici, è possibile non essere a favore di Stalin e contro i suoi nemici? Se tutte le radio e tutti i giornali attribuiscono a Stalin tutto ciò che va bene e ai nemici di Stalin tutto ciò che va male, come incolparlo della fame, dell’oppressione poliziesca, della morte per inenarrabili stenti nel gulag? Ad un occidentale dei giorni nostri risulta inconcepibile che l’opinione pubblica russa non sia stata allarmata dalle deportazioni in massa, dall’internamento di centinaia di migliaia di persone nei campi di abiezione siberiani per un semplice sospetto, fino alla distruzione fisica, ma ancor più inconcepibile gli risulterebbe sapere che molti degli internati dicevano: “Ah, se Stalin sapesse di che ingiustizia sono vittima, lui mi salverebbe e questi aguzzini sarebbero puniti”. Tanto capillare, costante e implacabile era stata la propaganda, da convincere anche coloro che vivevano l’evidenza di una tirannide spietata e folle che la colpa non era del tiranno spietato e folle.
Ma il sistema funziona anche in contesti meno tragici e perfino nelle migliori democrazie. Se, per qualche ragione, l’insieme dei media si schiera in una determinata direzione, l’adesione di tutti diviene poi volenterosa e spontanea. Finché in Italia c’è stato un possente Partito Comunista Italiano, spesso queste campagne di venerazione o diffamazione erano sapientemente pilotate dall’alto, ma anche oggi, nel momento in cui manca una centrale della “disinformatia”, si verifica lo stesso fenomeno, sulla base di un pregiudizio, di un’impressione, di una semplice suggestione. Per anni ed anni da noi si è parlato col massimo di indignazione e stramaledizione di P2, una loggia massonica, senza che nessuno mai abbia detto o scritto di quali crimini si sarebbero resi colpevoli i suoi iscritti, spregiativamente indicati come “piduisti” e reputati per ciò stesso indegni. Mentre prima si brigava a morte per farne parte.
I “piduisti” costituivano una lobby? Erano colpevoli di qualche raccomandazione? E sia. Ma come dimenticare che l’articolo uno della nostra Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sulle raccomandazioni. Una raccomandazione non si nega a nessuno”. Anche se poi l’articolo due prosegue: “Alla raccomandazione si dà seguito quando ciò è utile al raccomandante, non al raccomandato”. E solo questo ha limitato i danni.
Qualcosa di analogo si verificò con Berlusconi. Dal momento che aveva sbarrato la strada alla sinistra, bisognava dirne male sempre, in ogni caso, a torto o a ragione. A questo impegno si dedicarono tutti, con un vomitevole entusiasmo caudatario. Oggi si perdona a Di Maio di sbagliare i congiuntivi e di credere che Pinochet sia stato il dittatore del Venezuela, o qualcosa del genere, una volta a Berlusconi, a causa di un’assonanza, scappò “Romolo e Remolo”, e l’Italia ne rise per anni. Dimenticando che Berlusconi è un laureato in legge, del tempo in cui non esistevano le lauree di tre anni e dalla scuola si usciva ancora alfabetizzati. Ma Berlusconi doveva essere ignorante, perché alla sua collezione di difetti non poteva mancare l’ignoranza.
E ancora, i partigiani tutti buoni e patrioti, i fascisti tutti cattivi e nemici della patria. Quelli di sinistra tutti idealisti e mansueti, quelli di destra tutti venduti e violenti. Fino a dire che l’Italia ha vinto la guerra contro i tedeschi, fra l’altro perché non era mai stata fascista. Fascista ce n’è stato soltanto uno e si chiamava Benito Mussolini. Ma i partigiani, coraggiosamente, l’hanno fucilato senza processo, e per fare buon peso hanno fucilato anche Clara Petacci, colpevole di volergli bene. 
La lista è infinita, tanto che si arriva all’affermazione iniziale: se tutti dicono bene di qualcuno, è bene chiedersi quali siano le sue colpe. E se tutti dicono male di qualcuno, è bene chiedersi che cosa ci sia di vero nelle accuse.
Un esempio contemporaneo di congiura universale e volontaria si ha a proposito di Donald Trump: il quale manca di un solo difetto, non è basso di statura. Diversamente, come è avvenuto per Berlusconi, l’avrebbero chiamato “nano”. E poco importa che Berlusconi sia all’incirca dieci centimetri più alto della maggior parte degli amici della mia età me, che nessuno ha mai chiamato nani. Ma Berlusconi è un nano in confronto ai suoi critici, tutti giganti, almeno intellettualmente.
Per Trump è come per Reagan (anche lui oggetto della divertita irrisione di tutti i nostri intellettuali): bisogna aspettare i risultati concreti. Se saranno positivi, come è stato per Ronald Reagan, diremo che è stato uno dei più grandi Presidenti degli Stati Uniti. Se saranno negativi, come è stato per Jimmy Carter (Presidente costantemente osannato dalla sinistra, e dunque dai media), diremo che è stato uno dei peggiori Presidenti degli Stati Uniti. Per il resto, che premura abbiamo?
Ma la massa adora le certezze corali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
20 dicembre 2017




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POLITICA
19 dicembre 2017
VITTORIO EMANUELE III, UN POVERO SCHELETRO
Se c’è una cosa triste, e vagamente macabra, è litigare sui morti. Per questo, in linea di principio, bisognerebbe tendere a lasciare le cose come sono. Se di un personaggio si è per così dire persa la memoria, tanto che il nome di una strada o di una piazza prevale sul suo ricordo, è meglio non “fare giustizia”. Ammesso per ipotesi che il generale Luigi Cadorna, quello della Prima Guerra Mondiale, sia stato uno che ha fatto morire inutilmente decine di migliaia dei nostri soldati, cioè un cretino e un macellaio, dal momento che la maggior parte delle persone ormai non sa più chi sia, è inutile disturbare postini e cittadini, cambiando il nome di una strada intitolata a lui. Che via Cadorna rimanga via Cadorna.
Diverso è il caso di personaggi dei quali, malgrado il lungo tempo passato, la memoria è fin troppo viva. Se in una cittadina, a causa di un eccessivo entusiasmo per l’alleato tedesco, alla fine degli Anni Trenta si fosse intitolato un viale a Hitler, oggi sarebbe pur necessario cambiare quel nome, perché quelli che vi abitano sarebbero sempre imbarazzati, dando il loro indirizzo. Dovrebbero continuamente confessare che gli amministratori della loro città a suo tempo ammiravano un simile personaggio.
Il problema di casa Savoia, al riguardo, è particolarmente complesso. La leggenda laudatoria vorrebbe che tutti i monarchi siano stati grandi personaggi, mentre la ricerca storica ne mostra fin troppo spesso gli errori, le miserie e i limiti. In una parola la semplice umanità. Vittorio Emanuele II cavalca impavido su molte delle nostre piazze, ma nella realtà fu una sorta di bifolco che molti distinti borghesi non amerebbero frequentare. Dunque in primo luogo bisognerebbe chiedersi che cosa ne sa, la gente, di questa nobile stirpe. 
Il caso di Vittorio Emanuele III fra l’altro è particolarmente triste. In lui si intrecciano la sfortuna di una sorta di deformità fisica (le gambe troppo corte, una statura insignificante) e notevoli problemi caratteriali in cui si incrociavano un’acuta e suscettibile coscienza della propria dignità e un realismo che confinava con la viltà; un severo sentimento dei propri doveri di sovrano e tuttavia una capacità molto umana di badare, all’occasione, soltanto alla propria personale sicurezza. E tutto ciò in un momento in cui le scelte della monarchia – di fronte al fascismo e di fronte alla disastrosa sconfitta durante la Seconda Guerra Mondiale – avrebbero richiesto ben altra tempra di uomo e ben altra risolutezza di sovrano.
Oggi che la sua salma è rientrata dall’Egitto, dove il re morì tanti decenni fa, si rinfocolano i rancori e la severità del giudizio non è attenuata dal lungo tempo passato. Si accusa il re di connivenza col fascismo, dimenticando che di questa connivenza si rese colpevole l’intero popolo italiano. E il re non avrebbe potuto farci niente. Lo si accusa di avere controfirmato le leggi razziali fasciste, senza chiedersi però se avrebbe avuto alternativa. Infine – e qui veniamo al capitolo più doloroso – lo si accusa di furbesca indecisione nel momento dell’ignominiosa resa dell’Italia nel 1943. E per questa parte il re è difficilmente difendibile.
Il suo comportamento, in quei giorni, fu opportunista, cinico, perfino vile, se si vuole. E purtroppo in linea con un certo temperamento italiano. Non si intende offendere la nazione, si vuole soltanto dire che le infinite disgrazie storiche - dalla caduta dell’Impero Romano alle ricorrenti invasioni, alla mancanza di una monarchia unitaria come l’hanno avuta la Francia e la Spagna - non hanno creato da noi un sufficiente spirito nazionale. Il  Sud ha potuto inventare una malavita organizzata (che ne è diventata il modello nel mondo) perché in quelle regioni lo Stato, insufficiente e lontano, si è spesso fatto percepire soltanto come rapina fiscale ed oppressione straniera. Così gli italiani, e in particolare i meridionali, hanno soprattutto imparato a sopravvivere comunque. “Franza o Spagna, purché se magna”. La dignità, la parola data, l’immagine di sé sono tutte cose che venivano dopo.
Il re si conformò a questo modello arrestando Mussolini, fuggendo a Pescara, affidandosi a Badoglio, facendo il pesce in barile fra i vincitori e l’alleato tedesco, col bel risultato di farsi disprezzare da ambedue le parti. In questo Vittorio Emanuele III non può essere perdonato come re, perché il potere del re riposa sulla sua immagine. E distrutta quell’immagine, si è distrutta la monarchia. Mia madre, maestra elementare, non faceva che ripetere la sua stima per il re del Belgio, rimasto al suo posto, e il suo disprezzo repubblicano per una monarchia modello di opportunismo e di viltà.
Parce sepulto. Si può avere pietà di un re irriso col soprannome di “Sciaboletta”, ma bisogna riconoscere che sarebbe forse eccessivo porlo fra gli dei, nel Pantheon. Che la salma torni pure in Italia: è un povero scheletro e nulla più. Ma si consenta all’Italia di dimenticare un uomo che, se fu personalmente sfortunato, fu anche una sfortuna per il suo regno.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 dicembre 2017




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POLITICA
18 dicembre 2017
L'IPOCRISIA COME MOLLA MORALE
Michel de Montaigne pare abbia sostenuto che la distanza che ci separa dagli altri è più o meno la stessa di quella che ci separa da noi stessi. Vera o falsa che sia, questa massima (che non ricordo di aver letto negli Essais) permette una sapida interpretazione. 
Ci capita di avere difficoltà a capire gli altri e in questi casi diciamo che sono diversi da noi. Ma affermando ciò sosteniamo implicitamente che siamo convinti di capire almeno noi stessi e proprio questa convinzione potrebbe essere infondata. Non a caso il frontone del tempo di Apollo ammoniva “Gnothi seauton”, conosci te stesso.
Potrebbe infatti darsi che gli altri li capiamo male ma quel poco che capiamo è fondato, perché rispetto ad essi siamo degli osservatori neutrali. Mentre per quanto riguarda noi stessi ci sbagliamo di più, perché non vediamo i nostri condizionamenti, le nostre manie e le nostre ubbie. E allora potrebbe avere ragione Montaigne. 
Per quanto mi riguarda ho la sensazione di essere straordinariamente trasparente e di vivere in perfetta armonia con me stesso. Ciò potrebbe significare che ho le idee chiarissime ma potrebbe anche essere la dimostrazione che sono più cieco degli altri. Per fortuna proprio oggi, improvvisamente, mi è capitato di non essere sicuro di essere d’accordo con me stesso e la notizia mi ha molto consolato. Al punto che mi lascio andare a comunicarla agli amici.
Tutto è nato da Maria Elena Boschi. Io l’ho difesa dicendo che i suoi avversari e i moralisti in genere non sono migliori di lei, sicché sarebbe opportuno essere più magnanimi e longanimi. Ed ho anche precisato che ciò sarebbe necessario sia che si sia comportata bene, sia che si sia comportata male, perché nel secondo caso avrebbe semplicemente agito come tutti. Non mi pare che ci sia una massa di cittadini autorizzata a gettare la prima pietra. 
In realtà, quando pretendono dagli altri una moralità che personalmente non hanno, gli italiani sono ipocriti. Tutti biasimano con le parole più severe gli evasori fiscali e poi sono costretti ad ammettere che qualche piccola cosa hanno evaso anche loro. Basta che abbiano pagato in nero l’idraulico che gli ha sturato il lavandino. E allora la loro indignazione è imperdonabile. Che altra occasione di evadere hanno avuto? E se avessero avuto l’occasione di risparmiare non cinquanta euro, ma un milione di euro (come l’evasore che vorrebbero vedere in carcere) siamo sicuri che al fisco non avrebbero sottratto neanche un soldo? Fino ad ora hanno soltanto dimostrato di avere evaso fin dove potevano evadere. Non sarebbe meglio che fossero un po’ meno severi?
E tuttavia, se questa è la tesi, esiste anche l’antitesi. Una società che non percepisce la negatività di certi comportamenti non ha nessuna speranza di miglioramento. Quand’ero bambino chiunque finiva il pacchetto di sigarette gettava l’involucro per terra. Oggi la stessa persona sarebbe guardata male e forse qualcuno si chinerebbe a raccogliere il pacchetto vuoto per dimostrargli, con l’esempio, che è un selvaggio. È stata questa riprovazione sociale che a poco a poco ha migliorato la pulizia delle nostre strade. Nello stesso modo, quando la gente stigmatizza il cattivo comportamento delle figure in vista, dimostra che quanto meno ne percepisce la negatività. Sarebbe peggio se lo considerasse normale. Col tempo chissà che l’indignazione collettiva non cambi in meglio le cose. La Rochefoucauld ha scritto che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù e qui si può interpretare la sua massima come presa di coscienza della regola. Il corrotto che sa di essere un corrotto è moralmente e giuridicamente un gradino più su di chi si lasciasse corrompere senza uno scrupolo e senza la coscienza di violare la legge.
Sul momento non ho saputo quale tesi fosse più giusta ma poi ho forse trovato una conciliazione. Che la società sia ipocrita è meglio che se non fosse neppure ipocrita. Ma mentre ciò è utile all’insieme del popolo, questa ipocrisia non giustifica il singolo. E qui sorge un’obiezione simile a quella che si muoveva a Rousseau. Il pensatore sosteneva che il singolo nasce buono e la società lo corrompe e i critici gli chiedevano come potesse essere cattivo l’insieme se i suoi singoli componenti erano buoni. Ma mentre per Rousseau l’obiezione è forse insuperabile, nel nostro caso si può fare un paragone con il senso della morte. 
L’orologio biologico vuole che il singolo muoia e lasci il posto ad un nuovo nato in vista del miglioramento della specie. Ma se questo meccanismo è utile per la collettività, non si può certo dire che sia un bene per il singolo. Così, mentre accetto che l’ipocrisia della società può avere un lato positivo, non riesco ad esimermi dal disprezzare il singolo ipocrita. Anche perché, mentre lui emette un giudizio morale, la specie non se lo permetterebbe mai.
Meno male. Mi sento daccapo d’accordo con me stesso. Forse sono insalvabile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 dicembre 2017




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POLITICA
16 dicembre 2017
TU SEI PEGGIO DI ME
Tutta la verità sulla Boschi 

Non riesco mai a dimenticare come Michel de Montaigne difese il teologo Raymond de Sebonde, accusato di avere utilizzato argomenti inconsistenti per confutare l’ateismo. Montaigne realizzò un capolavoro di ironia. Infatti non difese gli argomenti di Sebonde, si limitò a dimostrare che le obiezioni dei suoi oppositori non valevano di più. 
La lezione dell’episodio è di portata generale. Il censore che accusa qualcuno di immoralità, e riesce anche a farlo condannare, non prova con ciò che egli stesso sia esente da immoralità. È questa la tesi della “Lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne. Una tesi che si riassume nell’immortale epitaffio di Ernest Renan: “Ho conosciuto molti furfanti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto moralisti che non fossero dei furfanti”. E Renan, non lo si dimentichi, era stato in seminario.
A queste considerazioni si è indotti, riflettendo sul caso di Maria Elena Boschi. Che questa giovane donna sia stata proiettata alla carica di ministra quando tante sue coetanee, pur essendo laureate con ottimi voti, non riescono nemmeno ad avere un posto da impiegate, è un miracolo che lascia perplessi. Potrà essere brillante, potrà avere un eloquio fluido e corretto (oggi non è qualità di tutti), rimane un divario incolmabile fra mezzi e risultati. Ma questo potrebbe essere il discorso di un invidioso.
Che la Boschi sia adorabile o irritante, è secondario rispetto al problema che oggi si pone tutta l’Italia: è “colpevole” o “innocente” di ciò di cui la si accusa? In particolare: ha o no mentito quando si è difesa in Parlamento? Ha sì o no agito in pieno conflitto d’interessi? E infine, si dovrebbe o no dimettere?
Lasciamo perdere il mentire o dire la verità, perché nel mondo della politica sarebbe come parlare di castità in un bordello. Parlando seriamente, cominciamo dal conflitto d’interessi. La richiesta delle dimissioni viene da parecchi giornali ma, si sa, quelli vivono di punti esclamativi. Più importante è invece la posizione dei politici. Quelli che richiedono le sue dimissioni, perché il conflitto d’interessi è “grande come una casa” (come ha detto Di Maio) appartengono in primo luogo al M5s. Ma anche gli altri partiti d’opposizione non si privano certo di sostenere questa necessità. Al contrario, difendono la Boschi e la sua correttezza – ma vedete quant’è strano a volte il caso – il Partito Democratico, cui la Boschi appartiene, e i renziani di stretta osservanza. Gli amici di quello stesso Matteo Renzi che l’ha fatta ministra. È del tutto infondato il sospetto che chi accusa o difende la Boschi abbia un conflitto d’interessi, nel farlo? Soprattutto in vista delle elezioni?
Tornando alla sostanza del problema, se fosse colpevole, la Boschi sarebbe colpevole di avere raccomandato suo padre e la sua banca. Ma ci si può chiedere: eventualmente, ci sarebbe da stracciarsi le vesti?
Da professore non ho mai dato seguito ad una raccomandazione ed ero protetto dalla diceria che avrei bocciato lo studente, se avessero osato raccomandarmelo. Dunque, in base alla mentalità corrente in Italia, avrei il diritto di condannare tutti. E invece la penso all’opposto. Dal momento che la morale dipende dalla mentalità e dal comportamento della massa, non io ero virtuoso e gli altri immorali, ma al contrario gli altri erano normali ed io imbecille. “Così ti giochi gli amici”, mi disse qualcuno, con aria di compatimento.
E allora, in un mondo in cui le raccomandazioni cominciano dalle scuole elementari e finiscono alla Consip, per un valore di miliardi di euro, con quale coraggio gli italiani trattano la Boschi come se lei fosse una criminale e loro angeli senza macchia? Ma smettiamola.
O – almeno – dovremmo smetterla, se nel mondo imperasse la coerenza. Se tutti raccomandano tutti, in materia bisognerebbe essere, se non tolleranti, longanimi. Nella realtà invece tutti sono abbastanza ipocriti per stigmatizzare negli altri un comportamento che è anche loro, per ragioni di reciprocità. Così si passa il tempo ad accusare gli altri non appena ce n’è la possibilità. “Tu sei peggio di me”. La sinistra a suo tempo issò la bandiera della “questione morale”, ed oggi i “grillini” usano l’asta di quella bandiera per colpire la Boschi. Anche perché le bastonate hanno cominciato a riceverle anche loro, non appena hanno cominciato a mettere le mani in pasta.
L’indignazione alla fine è inevitabile e giustificata, ma non riguardo alla Boschi. C’è da indignarsi vedendo che il Paese che ha dato al mondo Machiavelli sia passato dal suo naturale cinismo all’ipocrisia di facciata di un Paese calvinista.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 dicembre 2017




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POLITICA
14 dicembre 2017
I MUSULMANI RISOLVONO IL PROBLEMA DEI PALESTINESI
Si è sempre costretti a ritornare ai problemi della Palestina perché essa offre più spunti di altre regioni per dimostrare come la definizione di homo sapiens, che ci attribuiamo, sia spesso abusiva.
Con la definizione di “sapiens” credo si voglia alludere alle qualità speciali dell’uomo: il linguaggio, l’enorme capacità di costruire utensili e un’intelligenza che si esprime al suo massimo grado con la razionalità e l’astrazione. Dal momento che i dizionari definiscono la razionalità come “ciò che corrisponde alla ragione” (riportandoci così al punto di partenza) azzarderò un chiarimento. 
Se qualcuno guarda il cielo nuvoloso e commenta: “Accidenti, proprio ora che devo uscire io si mette a piovere” dice qualcosa di perfettamente umano. Sostiene serenamente che il tempo fa piovere sull’intera città soltanto per bagnare lui. Perché una simile affermazione non può essere detta razionale? Perché non trova nessun riscontro nei dati di cui si dispone. Anzi, più ci si riflette, meno è valida. Razionale è collegare la pioggia alla pressione barometrica, alla temperatura, ai venti, e insomma ai dati obiettivi della meteorologia. È razionale ciò che trova conforto nella osservazione della realtà. 
L’uomo tuttavia tende ad una rappresentazione mitologica del reale e, benché la razionalità sia reputata la sua caratteristica più specifica, non può certo dirsi che sia stata una conquista facile. Basti dire che al metodo scientifico si è arrivati appena tre o quattro secoli fa, dopo milioni di anni di evoluzione. 
Il livello medio di razionalità è ancora oggi notevolmente basso. Il pensiero magico non è stato ancora vinto, e prevale nell’uomo quanto più egli è incolto, emotivo, istintivo. Se così non fosse non avremmo ancora gli oroscopi, le cartomanti, i demagoghi e le medicine alternative.
E allora, perché lo Stato della Palestina è l’occasione per mettere in discussione la razionalità dell’uomo? Perché non esiste e quando si tratta di esso delirano anche i governanti. Questi sono spesso inferiori alla media in quanto a moralità, ma sono largamente superiori alla maggior parte dei cittadini come razionalità, perché la razionalità è uno strumento di potere. E se dicono sciocchezze o accarezzano l’emotività del popolo, lo fanno in malafede, sapendo di mentire. Il loro limite è soltanto il ridicolo. Se promettono cinquecento euro a testa, molti saranno abbastanza ingenui da credergli. Se invece promettessero cinquantamila euro a testa, tutti si metterebbero a ridere. Ebbene, la Palestina è l’unico caso a proposito del quale i governanti non hanno il senso del ridicolo, o almeno contano sul fatto che ne siano assolutamente privi i loro governati.
È notizia di oggi che a Istanbul si è aperto il vertice straordinario dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) e in questa occasione Recep Tayyip Erdogan, il dittatore islamico della Turchia, ha affermato che "Dobbiamo riconoscere lo Stato di Palestina con i confini del 1967, e "Gerusalemme come capitale dello stato occupato di Palestina". 
Cominciamo dall’uso del verbo riconoscere, il quale significa identificare qualcosa come già noto ed esistente. Se vedo la fotografia di mio cugino, dico: “Riconosco mio cugino”. Se Erdogan vuole riconoscere lo Stato della Palestina e Gerusalemme Est come sua capitale, è segno che quelle entità esistono già. Cosa che francamente non risulta. Non soltanto quella regione non è indipendente, ma non lo è mai stata. La Polonia nel 1941 poteva avere un governo in esilio, perché prima dell’invasione russo-tedesca era già uno Stato, ma la Palestina giuridicamente non è mai esistita. Perfino dopo il disfacimento dell’Impero Ottomano quel territorio ha fatto parte della Giordania, che in seguito ha rinunciato alla sua sovranità su di esso. Si tratta di un territorio occupato, non di uno Stato occupato. 
Naturalmente, visto che c’era il festival dell’insipienza, i giornalisti italiani ci si sono buttati a capofitto, e tutti i media hanno parlato seriamente di Gerusalemme Est (che dal punto di vista internazionale non esiste più dei Parioli o del Testaccio) come capitale della Palestina, la quale a sua volta non esiste, come Stato, più di quanto esista il Molise. Ma tutto fa notizia, e tanto basta.
Sarà banale, ma non si può proclamare propria capitale una città sotto la sovranità altrui. Che i musulmani dicano che “Gerusalemme Est” è la capitale dello “Stato di Palestina” non è affermazione più seria di quella secondo cui le riserve d’oro di Fort Knox appartengono a me. Questo genere di discorsi, mentre rinfocola l’odio e i rancori, non fa certo avanzare la causa della pace.
Il documento inoltre definisce la decisione di Trump «illegittima» e «illegale». Illegittimo e illegale hanno, come etimologia, la parola legge. E allora si dica quale legge vieta ad Israele di scegliersi come capitale Gerusalemme, città sotto la sua sovranità. Quale legge vieta agli Stati Uniti di aprirvi un’ambasciata, dopo averla riconosciuta capitale d’Israele decenni fa. Ma è come parlare ai sordi.
A conclusione del summit, Erdogan ha affermato che «gli Usa non possono più essere mediatori nel processo di pace», perché non sono neutrali. È neutrale lui, che definisce Israele “uno Stato terrorista” che uccide i bambini? 
Che il discorso di Erdogan e la decisione finale dell’Oic non siano stato accolti da una salva di risate, nel mondo, dimostra che, se un giorno qualcosa farà estinguere l’umanità, non sarà l’eccesso di razionalità. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 dicembre 2017




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POLITICA
13 dicembre 2017
CALMA DI MARE E FELICE VIAGGIO
Meeres Stille und glückliche Fahrt, “Calma di mare e felice viaggio”, è una cantata composta da Beethoven nel 1815, su testo di Goethe. Quel titolo cui, a forza di sentirlo, nessuno bada più, è sorprendente, soprattutto se si pensa alla data di composizione: nel 1815 la navigazione a vapore era agli esordi e per quella a vela la Meeres Stille significava che non tirava un alito di vento, dunque la situazione era tutt’altro che glückliche. Un vento forte era un motivo per avere paura, ma la sua totale assenza poteva significare giorni e giorni fermi in mezzo all’oceano, aspettando che il tempo si decidesse a cambiare. 
La calma è una bella cosa, ma soltanto se si è ottenuto ciò che si desiderava. È bella la calma del porto, perché è segno che si giunti a destinazione. Se invece si spera di uscire dalla situazione scomoda in cui si è, la calma ha tutt’altro sapore.
In Italia viviamo da parecchio tempo questo momento di calma. La prova, per esempio, è che i titoloni di prima pagina dei giornali sono spesso diversi, proprio perché manca “la” notizia e dunque bisogna inventarsela. Ovviamente mentre le testate concorrenti mettono altre vincitrici sul podio, con l’effetto di sminuire il valore di tutte loro. 
Se questa calma significasse che non abbiamo nulla di cui preoccuparci sarebbe ancora bello. Nessuna nuova buona nuova. Ma non è così. Sono anni, anzi decenni che rinviamo i problemi. Siamo entrati nell’eurozona promettendo che avremmo ridotto il debito pubblico al 60% del prodotto interno lordo, e siamo sempre rimasti largamente sopra il 100%. Recentemente le richieste dell’Unione Europea si sono fatte più pressanti, ma il nostro debito pubblico ha continuato ad aumentare, sia in cifra assoluta, sia in percentuale sul pil. Ci si chiede una manovra aggiuntiva – che è stata rinviata a primavera – ma non si riesce ad immaginare né quale capitolo di introiti potrà ancora essere spremuto per ricavarne denaro né quale capitolo di spesa si potrà ulteriormente strangolare. È oltre tutto probabile che per quella data non ci sarà nemmeno un governo in carica nella pienezza dei suoi poteri, perché non sappiamo nemmeno quanto tempo ci vorrà, per formarne uno. Già gli ottimisti parlano di mesi. 
Ci siamo occupati dell’Italia e, se non ci fossero gravi problemi internazionali, potremmo anche chiudere qui l’elenco dei malanni. Potremmo persino sperare che, dopo tutto, siamo una potenza di seconda categoria e forse, per non farci affondare, i soci potrebbero darci una mano. Ma le cose non stanno così. Anche nel resto del mondo ci sono motivi di preoccupazione. Non è risolto il problema della frontiera orientale dell’Ucraina. La situazione debitoria della quasi totalità dei Paesi è esplosiva: a cominciare dal debito pubblico americano per finire con quello delle piccole nazioni la cui moneta non è nemmeno quotata in Borsa. A causa di un piccolo dittatore demente e privo di qualcuno che sappia tagliargli i capelli rischiamo una guerra nucleare che, oltre a fare milioni di morti in loco, altri ne farebbe col fall out nel resto del pianeta. Perfino senza arrivare a questa catastrofe, un conflitto in Corea (il secondo in meno di un secolo nella penisola) costerebbe come minimo decine di migliaia di morti. E tutti questi elementi di preoccupazione hanno una cosa in comune: da un lato esistono da tempo, dall’altro sono coralmente scomparsi dalle prime pagine dei giornali. Abbiamo convissuto troppo a lungo con esse e ormai ci eccitano come il coniuge quarant’anni dopo il matrimonio. Ormai quasi non ci rivolgiamo la parola e ci occupiamo di futili scontri di piazza, in Palestina, dove chiamiamo “feriti” quelli che hanno troppo pianto per i gas lacrimogeni. Mentre i problemi non risolti ci aspettano dopo la prossima curva.
Brutta cosa, la calma piatta. Significa che non abbiamo vento nelle vele e non possiamo governare. Significa che siamo in balia di ciò che ci vorrà riservare il futuro e nel frattempo affrontiamo il problema delle vacanze di Natale. Cari ospiti del Titanic, quale pezzo desiderate che suoni, l’orchestrina?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 dicembre 2017 




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POLITICA
13 dicembre 2017
Per chi si è interessato ai bitcoin
ECCO CHE COSA CREDO D’AVERE APPRESO SUI BC

Dalla discussione sui bitcoin (ho poi capito che l’abbreviazione è bc) ho imparato soprattutto che i bc sono in numero limitato perché sono in numero limitato i numeri considerati per la crittografia adottata. Si tratta di numeri primi moltiplicati per altri numeri primi, fino ad un certo grandissimo e segretissimo numero segreto per ogni bc. Il totale è ventuno milioni. Se ho capito bene. 
Qui sorge il primo problema. Quanti ne hanno venduti, di questi ventuno milioni? E a che prezzo, inizialmente? Perché, oggi, quelli ancora invenduti, li venderanno a sedicimila dollari al pezzo o giù di lì. Bel guadagno, come vendere automobili senza consegnare le automobili. Affari loro. 
Comunque, prima o poi saranno stati tutti venduti. In quel momento ci saranno ancora scambi in bc, ma avverranno secondo la quotazione di mercato dei bc. L’unico modo di ottenere quella moneta virtuale sarà vendendo merci o servizi a qualcuno che paghi in quel modo e. alla lunga, la quotazione si dovrebbe stabilizzare, innanzi tutto perché l’inflazione è impossibile. Dal momento che il numero massimo di bc (salvo diverse decisioni dei gestori, che di queste decisioni non ne risponderebbero a nessuno) è già stato fissato una volta per tutte dall’algoritmo che costituisce la spina dorsale della moneta virtuale, la quantità di bc sarà immodificabile. Oro se ne estrae un po’ più un po’ meno, secondo l’annata, i bc sarebbero quelli e non più. Forse l’umanità non avrà mai visto una simile stabilità.
Il secondo motivo per confermare la stabilità dell’insieme di quelle monete è che – essendo il suo controvalore costituito dai beni e servizi scambiati – questo controvalore potrà avere poche variazioni, perché il suo “paniere” di riferimento sarebbe il più diversificato possibile e dunque il più stabile. Sempre che i gestori non barino.
A questo punto ci si può chiedere: perché mai la gente dovrebbe effettuare transazioni in bc piuttosto che in monete forti? L’unica risposta che si riesce ad immaginare è: a causa delle speciali caratteristiche della transazione, che con i bc è segreta, veloce, non soggetta a restrizioni internazionali, ecc. Sarebbe soltanto questo plusvalore a tenere in piedi i bc, non altro. Per così dire, se una data merce vale centomila euro, ma per pagarla avrei difficoltà (valutabili in diecimila euro) o se addirittura fosse impossibile (per leggi e divieti), potrei essere disposto a pagarla in bc, corrispondenti a centodiecimila euro, perché con quei diecimila euro in più mi pagherei il modo di effettuare la transazione.
I bc sarebbero dunque – con la loro stabilità, la loro neutralità e la loro invariabilità, che li sottrarrebbe all’aleatorietà delle monete nazionali  – il modo di consentire il baratto internazionale, senza perdite, sfrido, costose approssimazioni.
Ma ciò significa anche che i bc non faranno mai concorrenza alla moneta corrente dei vari Paesi. Ventuno milioni di transazioni sono un’inezia, qualcosa di  assolutamente insignificante, se si pensa alla quantità di transazioni quotidiane nel mondo. Per giunta, dal momento che – ovviamente –le transazioni non saranno tutte di un solo bc, le transazioni saranno molte, molte di meno di 21.000.000. Insomma stiamo parlando di una cosa senza importanza. 
La fiammata delle quotazione dei bc che si constata attualmente potrebbe derivare dall’idea che, in futuro, i bc saranno preziosi per alcuni generi di transazione (vietate, pesantemente tassate, illegali o anche criminali), e il loro plusvalore rispetto alle monete correnti corrisponderà al plusvalore rappresentato dal loro modo di trasferimento. Per il resto il fenomeno dovrebbe assestarsi e rimanere del tutto ininfluente sulla normalità degli scambi della stragrande maggioranza degli esseri umani. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 dicembre 2017 




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POLITICA
12 dicembre 2017
L'ARABIA SAUDITA E L'EMPIETA' DELLA RAGIONE
Il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, attualmente di fatto dittatore del suo Paese, è chiaramente risoluto a svecchiarlo e a cancellare alcuni divieti che – soprattutto agli occhi di noi occidentali – sono assurdi. Pare ad esempio che dal prossimo anno sarà permesso alle donne di guidare l’automobile. E lo svergognato pensa anche – è notizia dell’Ansa di oggi – di riaprire i cinema, dopo che per trentacinque anni, in seguito ad una svolta tradizionalista e rigorista, erano stati vietati in tutto il regno.
Il fatto si presta a serie considerazioni. Salman ha ovviamente ragione, dal nostro punto di vista. Ma questo punto di vista è il solo possibile?
A me è capitato di sostenere che avere dei figli è assurdo: limitano terribilmente la nostra libertà, ci legano indissolubilmente al partner con cui li mettiamo al mondo, costano un sacco di soldi e sono costantemente e inevitabilmente degli ingrati. Senza dire che sono una tremenda rottura di scatole. Naturalmente, nell’affermare tutto ciò, potrei avere torto come potrei avere ragione, ma una cosa è certa: questo genere di osservazioni suscita una unanime riprovazione. E ciò avviene perché esse vanno chiaramente contro l’interesse che la specie umana ha a sopravvivere e a perpetuarsi. Infatti la tendenza è quella di rifiutare tesi come le mie prima ancora di prenderle in considerazione. 
La notazione è interessante perché dimostra che la logica funziona finché non interferisce con l’interesse. Che A obbedisca a B è chiaramente nell’interesse di B. E allora ecco che B, se ha il potere sulle opinioni, impone di credere che l’obbedienza è una virtù, e vieta anche soltanto di mostrare che, stranamente, questa virtù è nell’interesse di chi la predica. 
Altra notazione: la fede degli umili è la più salda. Infatti nello stesso Vangelo si legge che Cristo invitò chi voleva entrare in Cielo a somigliare ai bambini che lo circondavano in quel momento. Certo, perché i bambini non sono campioni di logica o pozzi di cultura. E poi, ci sono forse bambini eretici? Gli eretici vengono dalle file dei teologi. Cioè di quelle persone che si sono permesse di ragionare sulla fede e alla fine ne hanno sottolineato le incongruenze. Nello stesso tempo contraddicendosi fra loro, fra l’altro, e dimostrando così che la critica avrebbe dovuto essere ancor più radicale. Ma non bestemmiamo oltre.
Insomma il punto di vista che Salman forse non vede, perché tende a sposare il punto di vista occidentale, è che quando un sistema è assurdo, l’ultima delle cose da fare è liberalizzarlo, attenuarlo, ragionarci su. Aprirlo alla logica e alla ragionevolezza. Perché è come fare un buco in una diga: non soltanto l’acqua uscirà da quel buco, ma lo allargherà fino a far crollare l’intero sbarramento. Lo si è visto con Gorbaciov: lui voleva soltanto rendere un po’ meno assurdo il sistema sovietico e tutto è venuto giù. Come lo si vede con Papa Francesco, che apre alla semplice, piana umanità, e sta distruggendo la Chiesa Cattolica. 
Per tornare al caso specifico: il cinema è immorale, come pensavano i tradizionalisti sauditi, o assistere ai film è normale, come pensa il principe Salman? Va detto al passaggio che i sauditi non sono stati i primi a combattere gli spettacoli come immorali. Prima di loro Jean-Jacques Rousseau, l’idealista che è alla base della mentalità di sinistra – e di tutti i totalitarismi – era contro il teatro, che reputava tale da corrompere i costumi. Ma, rispetto al cinema, mi si consenta un ricordo personale.
Quand’ero bambino la Sicilia – come ho più volte scritto – come mentalità era un Paese mediorientale. Io andavo al cinema, vedevo commedie americane castigatissime, rispetto agli standard attuali, e osservavo che la gente le capiva e si divertiva. E questo anche se sullo schermo avvenivano cose che, nella locale realtà, avrebbero provocato tragedie. Si vedevano uomini che parlavano civilmente con colui che aveva sposato la loro moglie, dopo esserne stato l’amante. Donne che, chiaramente, non erano vergini, pur non essendo sposate, e tutti rispettavano come signore. Un mondo la cui moralità era tutt’altro che islamica, come da noi, ma sembrava che della cosa gli spettatori nemmeno si accorgessero, talmente erano abituati al double standard: da un lato il cinema, dall’altro il loro mondo. Ed io, bambino, non capivo. O piuttosto, capivo che presto sarei stato guardato come un immorale, perché parteggiavo per quella che mi sembrava la realtà “logica”, cioè per gli Stati Uniti.
Ma il contatto con l’America e l’Europa, per non parlare della televisione, a poco a poco ha cambiato le cose. La gente non prendeva sul serio ciò che vedeva ma col tempo abbiamo avuto anche noi il divorzio, la verginità ha smesso di essere un tabù, e perfino gli omosessuali sono stati considerati esseri umani. 
Salman è a capo di una monarchia assoluta, aggrappata ai dogmi di una religione retrograda, che per giunta è stata interpretata in modo anche più retrogrado del necessario, e forse non si rende conto dei rischi che corre. Certo, è assurdo vietare il cinema. Ma è forse meno assurdo considerare alcuni esseri umani destinati ad avere diritto di vita e di morte sugli altri, soltanto perché figli del re, e tanti altri destinati ad obbedire e a servire quei pochi privilegiati? 
Étienne de la Boëtie, un pensatore francese del Cinquecento, ha parlato della “Schiavitù volontaria” dei molti che obbediscono a un solo. Dunque se Salman oggi non ha nulla da temere è perché il suo popolo è troppo ignorante per conoscere il francese. Dunque farebbe bene a confermare per le donne il divieto di guidare e, visto che c’è, potrebbe anche chiudere tutte le scuole. I sudditi, se proprio vogliono, possono imparare a loro spese a leggere l’unico testo che merita di essere letto (l’ha detto il califfo Omar): il Corano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 dicembre 2017




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POLITICA
11 dicembre 2017
IL MISTERO DEI BITCOIN
Propongo agli amici lettori che siano competenti di economia (cioè che ne sappiano più di me) di chiarire che cosa sono i Bitcoin e quali rischi comporta il loro uso.
Comincerò con lo scrivere io alcune cose che potrebbero benissimo essere sbagliate ma, appunto, le correzioni suggerite saranno un passo avanti nella comprensione del fenomeno.
Bisogna premettere alcune nozioni sul denaro. Si tratta di un mezzo che facilita gli scambi perché è un bene fungibile, di valore standard, indefinitamente frazionabile, incorruttibile nel tempo, gradito a tutti e tesaurizzabile. Tutti questi aggettivi si adattano facilmente all’oro, quando è usato come moneta. Quel metallo è fungibile perché dieci grammi d’oro sono identici, come qualità e valore, ad altri dieci grammi d’oro. Ha un valore standard perché, in tempi relativamente brevi, ha un prezzo sostanzialmente stabile. È frazionabile perché si può scambiare da un centesimo di grammo a più tonnellate. È incorruttibile, nel senso che nel tempo non si deteriora e non perde valore. Infine è tesaurizzabile perché dieci o cent’anni dopo ha più o meno il valore che aveva all’inizio.
Se ne deduce che, in occasione delle transazioni, le altre monete e in particolare la cartamoneta sono piuttosto “promesse” di pagamento che pagamenti effettivi. Infatti non hanno molte delle qualità dell’oro e vivono della garanzia dello Stato che ne impone la circolazione.
I bitcoin (d’ora in poi bt) sono strani mezzi di pagamento che hanno ancor meno garanzie della cartamoneta. Un’organizzazione (che qui chiameremo Organizzazione dei bt, OB) soprassiede agli scambi i quali, se ho capito bene, avvengono in questo modo: A e B si mettono d’accordo che la merce che scambiano vale mille bt. A fornisce la merce e B gli accredita mille bt, di cui l’OB prende nota, annotandoli in un registro pubblico, consultabile da tutti, in modo che si sappia che A ha un credito di 1.000 bt. Dunque, con lo stesso meccanismo, A potrà acquistare merce da C. E così via di seguito. 
Naturalmente OB si impegna a mantenere ad un livello pubblico e concordato la quantità di bt in circolazione. Anzi, teoricamente, questa quantità dovrebbe essere determinata dalla quantità di scambi. Basti immaginare che A venda a B, e successivamente B venda ad A, per lo stesso valore, e i bt dovrebbero annullarsi. Ma poiché recentemente la richiesta di bt è molto aumentata, e si è avuta una fiammata nella quotazione di tale fantasmagorica moneta, è evidente che lo schema appena accennato non funziona o non è quello adottato. Fin qui i fatti, salvo errori od omissioni. E ora passiamo ai dubbi. 
Innanzi tutto, mi interesserebbe sapere come si è messa in moto la macchina. Facciamo che B, vendendo una merce ad A, si accontenti dell’iscrizione in OB di un credito di mille bt. Poi, a sua volta, con quei mille bt fa degli acquisti, e il credito passa a chi gli ha fornito la nuova merce. Ma appunto, come è stato stabilito che il valore della prima transazione sia di mille bt? 
Ammettiamo che in origine si sia detto un bt=100 dollari: fino a quel momento sarebbe tutto chiaro. Ma continuando, trattandosi di una moneta il cui valore è determinato dal valore che gli assegnano quelli che la scambiano, questo valore potrà salire o scendere, in funzione dell’apprezzamento positivo o negativo di quelli che la usano. E soprattutto in funzione della quantità di bt in circolazione, come si vede dalle attuali stratosferiche quotazioni. Chi impedisce a OB di immettere in circolo bt a fronte di niente, come fanno tutte le banche centrali? Ammettiamo pure che non lo faccia: ma chi gli impedirebbe di farlo? 
Se la prima mossa – quella che mette in moto il sistema – è l’offerta di una merce in cambio di futuri bt, chi impedirebbe ad OB di affermare di avere venduto il carico di un petroliera per potersi iscrivere la somma corrispondente?
Ho sentito dire che la quantità di bt in circolazione è contingentata, nel senso che OB non ne emette altri, e chi li vuole li deve ottenere dal mercato degli scambi in bt. Ottimo. Ma chi ha stabilito la quantità di bt da non aumentare? E chi vieta di aumentarla? E che avviene, se la si aumenta?
E ancora, se i bt sono scambiati a fronte di merci e servizi, ipotizziamo – per semplificare il problema - che si scambi soltanto oro. Se – come avviene attualmente – la quotazione sul mercato dei bt è schizzata in alto, è come se si dicesse che prima un grammo d’oro valeva un bt, e ora vale un decimo di bt o anche meno. Ma questo è il concetto stesso di deflazione. In che cosa consiste il plusvalore attribuito al bt? L’oro certo non si è svalutato, essendo una merce e non una moneta. E le stesse commodities, per esempio il caffè o il cotone, hanno variazioni di valore, in borsa, ma certo non ci sarà mai un’inflazione tipo Weimar per il caffè o il petrolio. Insomma, che senso ha l’aumento di valore dei bt? Che cosa si aspettano i detentori di bt? E che cosa sperano quelli che, per acquistarli, sono disposti a pagare prezzi così alti o a fornire tali grandi quantità di merci? 
È vero, le transazioni in bt non sono tassate, non sono controllate, neanche se si tratta di partite di droga o di riciclaggio di denaro sporco. Ma a parte queste situazioni patologiche, e questi vantaggi illegali, i cittadini normali sono sicuri di non correre troppi rischi?
Nella circolazione aurea, la stabilità del sistema è assicurata dal fatto che l’oro è una merce. Nella circolazione forzosa della cartamoneta, la (relativa) stabilità è assicurata dalla sorveglianza della banca emittente, che quanto meno risponde alle esigenze economico-politiche del Paese. Ma nel caso dei bitcoin, anche ad ammettere che la stabilità del sistema sia costituita dall’interesse dell’OB di comportarsi correttamente per far sì che il sistema continui ad esistere e progredisca, chi garantisce che ad un certo momento la stessa OB non voglia “capitalizzare” il lavoro fatto, creando un’enorme inflazione, lucrando somme immani ed eclissandosi poi dal mercato con l’enorme malloppo sottobraccio?
La cartamoneta - il dollaro americano, ad esempio - è già un notevole rischio. Basti pensare alle dimensioni del debito pubblico statunitense. E anche gli altri Stati sono tutt’altro che modelli di onestà. Figurarsi ora quanto è affidabile la moneta virtuale di un’organizzazione privata. 
Se ci mettiamo a giocare con la fantasia, tutto è possibile. E in materia di bt mi hanno raccontato questa storiella. Un tizio si vanta di avere venduto il suo cane per mille dollari, e l’interlocutore se ne meraviglia molto, perché era un cane qualunque. “Ma come ti hanno pagato, in contanti? Con un assegno? Ti hanno fatto un bonifico?” “No, mi hanno dato due gatti da cinquemila euro”. 
Aspetto di saperne di più dagli amici.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 dicembre 2017




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POLITICA
10 dicembre 2017
LA TRANQUILLA REALTA' PALESTINESE
Non appena Trump ha firmato il provvedimento con cui portava l’ambasciata americana a Gerusalemme, provvedimento che avevano implicitamente promesso Clinton, Bush e Obama nel momento stesso in cui riconoscevano pubblicamente e solennemente che Gerusalemme è la capitale di Israele, i commentatori di tutto il mondo, i governi occidentali e perfino il Papa si sono riempiti la bocca di una virtuosa preoccupazione. Molti hanno anzi affettato un melodrammatico terrore dinanzi ai massacri che si profilavano. Massacri che sarebbero stati materialmente perpetrati dai palestinesi, e altrove nel mondo dai terroristi, ma la cui colpa sarebbe comunque stata di Trump e ovviamente di Israele. 
Il giorno previsto per l’inizio della tragedia era ovviamente venerdì otto dicembre, sia perché giorno di preghiera (per gli islamici) sia perché giorno festivo. In realtà, non è successo niente di speciale e non è morto nemmeno un israeliano. Ci sono state alcune manifestazioni di piazza, ma niente di comparabile con ciò che abbiamo visto in Europa, e altrove nel mondo, in occasione delle manifestazioni contro i vari G6, G7, G8. Ci sono stati centinaia di intossicati dai gas lacrimogeni e, dicono, quattro morti.  Dal piccolo territorio di Gaza sono partiti tre razzi contro Israele, di cui due non sono nemmeno riusciti a superare la frontiera, ma la cosa ha comunque comportato l’intervento dell’aviazione israeliana la quale, dopo l’operazione Piombo Fuso (che fu piuttosto convincente), non vuol fare dimenticare che a quello sport, largamente praticato in passato, gli abitanti di Gaza è meglio che rinuncino. E forse in questa occasione c’è stato un morto.
A conti fatti, è successo poco o niente. Come scrive Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera(1), “le proteste restano tutto sommato contenute. Nulla a che vedere con quelle che esplosero come un fiume in piena all'inizio della prima intifada delle pietre”. Quella di oggi è “Una situazione molto diversa dalla «seconda intifada» dell'autunno Duemila, degenerata rapidamente negli attentati suicidi e le bombe nei caffè e sugli autobus”.
Tutto ciò viene a confermare quanto era evidente perfino a chi si limita a leggere qualche giornale. Infatti, a proposito dei timori di attentati terroristici, giorno sei dicembre scrivevo: “nel caso di due nazioni che sono da sempre sull’orlo della guerra, il rischio non esiste. Da che cosa si sono astenuti i palestinesi, che ora invece potrebbero fare contro Israele? Essi sono stati i maestri del terrorismo internazionale e se recentemente non ne sono più stati i protagonisti è perché Israele è divenuto a sua volta il maestro delle misure antiterrorismo. I palestinesi sono già a fondo corsa e non possono minacciare nulla di nuovo. Trump può spostare tutte le capitali che vuole”. Ora i fatti vengono a darmi ragione, e non ho motivo di vantarmene. Non più di quello di avere gli occhi della mente (almeno quelli) ancora in grado di funzionare. 
Salvo imprevisti, le manifestazioni proseguiranno ancora per qualche giorno, fino a spegnersi senza conseguenze, e tutto ciò fa pensare all’eterna rincorsa della spada e dello scudo. Dopo che gli arabi furono sconfitti sul campo di battaglia, sentendosi militarmente meno forti, pensarono di usare l’arma dei deboli: l’attacco a tradimento contro degli innocenti disarmati. Cominciarono così i sequestri degli aeroplani, il massacro degli atleti israeliani a Monaco di Baviera, gli attentati con le bombe nei locali affollati di Israele e perfino l’uccisione deliberata di bambini (otto, a Kyriat Shmonà, nel 1974). Il terrorismo sembrava un’arma imparabile, soprattutto dopo l’attentato alle Torri Gemelle, e invece per prima Israele progettò gli scudi più efficaci. Ci furono ancora sequestri d’aeroplani, ma mai su El Al, la compagnia aerea israeliana e ci furono attentati, ma sempre meno, soprattutto dal momento in cui Israele costruì una recinzione per sigillare il proprio territorio. Gli attacchi divennero quelli individuali, imprevedibili, realizzato con un coltello o lanciando un’automobile sui passanti, ma si conclusero sempre con poche vittime, spesso soltanto con qualche ferito, e praticamente sempre con la morte dell’attentatore. Il baccano sui giornali – cioè lo scopo delle azioni - è divenuto insignificante e oggi i palestinesi non sanno più che cosa inventare. 
Nei Paesi che si rassegnano a serie misure di sicurezza, in questo momento sta vincendo lo scudo. E infatti Cremonesi scrive che nelle interviste da lui effettuate in loco si percepisce una sorta di rassegnazione: “Nel dicembre 1987 eravamo speranzosi in un mutamento radicale e veloce. Pensavamo che la nascita di un nostro Stato indipendente fosse imminente”, oggi non si vede nessuno sbocco. Insomma, dopo avere perso tutte le guerre guerreggiate (inclusa la sconfitta dello Stato Islamico) i fanatici musulmani hanno perso anche la guerra del terrorismo. Ci potranno ancora essere attentati, ma il loro momento d’oro è certamente finito. E si è tornati all’eterna regola per la quale le guerre non si vincono con i crimini, ma sul campo di battaglia.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
dicembre 2017
(1) Lorenzo Cremonesi, “I giorni della frustrazione”, Corriere della Sera, 9 dicembre 2017




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POLITICA
9 dicembre 2017
PROSPETTIVE POLITICHE DEL DOPO-VOTO
I problemi complicati scoraggiano. Se di un groviglio di fili non si vede neppure uno dei due capi, per districarlo non si sa da dove cominciare. Proprio per questo molte volte, per risolvere un problema complesso, si cerca di ridurlo ad una serie di problemi semplici. 
Prendiamo l’area dell’esagono. Chi se la ricorda? Eppure basta ragionare. Ognuno dei suoi lati forma un triangolo con il centro al vertice. E l’area del triangolo la ricordiamo tutti: base per altezza e prodotto diviso due. Dunque, per l’esagono, un lato moltiplicato per l’apotema (altezza del singolo triangolo), per sei, e il prodotto diviso due. Non solo è facile da calcolare, ma si conosce e si ricorda anche il procedimento. Tutto ciò però perché da principio abbiamo parlato dell’area del triangolo e non di quella dell’esagono.
Nello stesso modo possiamo affrontare una questione anche più complicata: che tipo di governo e che tipo di politica avremo dopo le prossime elezioni? Ancora una volta, se a qualche conclusione riusciremo ad arrivare, sarà partendo dai dati elementari.
Sappiamo che il M5s intende governare da solo ma tutte le previsioni dicono che non avrà i numeri per farlo. Dunque, primo risultato, possiamo escludere un governo del solo M5s.
Le stesse previsioni ci dicono che neanche il Pd e i suoi alleati - o Fi, la Lega e i loro alleati - avranno da soli i numeri per governare. Dunque, dal momento che questi partiti non escludono programmaticamente un governo in cui si alleano con altre coalizioni (o almeno non lo escludono con la nettezza e la credibilità del M5s) è facile prevedere che per formare il nuovo governo ci vorrà del tempo e i negoziati potrebbero anche essere molto difficili. E tuttavia il risultato è inevitabile: si tratterà di un governo sostenuto da una federazione di coalizioni, prevedibilmente quella di centrodestra e quella di centrosinistra. E non perché questa alleanza piaccia a molti, a partire dagli interessati; non perché essi l’abbiano promessa, ché anzi spesso l’hanno esclusa: semplicemente perché non esistono altre soluzioni. Nemmeno quella di tornare alle urne, perché probabilmente le urne darebbero un risultato simile a quello delle elezioni precedenti, senza sciogliere il nodo.
Poi ci si può chiedere che politica potrà fare un governo sostenuto da partiti che hanno mentalità e programmi diversi. Anche qui la domanda sembra difficile ma potrebbe avere una risposta semplice: quasi nessuna politica. Proprio perché si è parlato di “mentalità e programmi diversi”. Quando le grandi riforme riescono ad arrivare in porto, è perché sono in linea con l’ideologia dei partiti che le attuano, e questi si sono duramente battuti per arrivare a quel risultato. Ora appunto, se queste ideologie sono in conflitto, la conseguenza è lo stallo: “Tu vieti a me le mie riforme, io vieto a te le tue riforme”. Se il prossimo governo sarà formato secondo le linee qui accennate, sarà in sostanza simile a un governo dimissionario. Rinuncerà a tutti quei provvedimenti che sarebbero qualificanti per una data linea politica e “tirerà a campare”.
E, se così fosse, non sarebbe neanche troppo male. Il rischio infatti è che le coalizioni al governo un accordo lo trovino non nel fare gli interessi del Paese, ma nel fare i propri interessi. Per esempio, temendo di essere puniti dall’elettorato, in vista di future elezioni potrebbero adottare provvedimenti popolari ma costosi, che aumenterebbero ulteriormente le dimensioni del debito pubblico. E ciò potrebbe essere molto pericoloso. Già a non provocare nessuna reazione internazionale, si sarebbe ancora aggravata la tremenda eredità finanziaria che quegli incoscienti dei nostri nonni e dei nostri genitori hanno lasciato alle successive generazioni. Ma potrebbe anche avvenire che si allarmino una volta per tutte le Borse e salti l’intero sistema dell’euro e dell’Unione Europea. Con maggiori sofferenze, per noi italiani, di quante ne immaginino quelli che sognano di ritrovare la nostra intera sovranità.
Se poi vogliamo spingere lo sguardo ancora più lontano – ma saremo in pieno “guesswork”, cioè nell’ambito del tirare a indovinare – si può ipotizzare che questa situazione di paralisi faccia svanire i consensi del M5s e spinga la politica a richiedere il ritorno a un sistema che assicuri la governabilità. Cioè al maggioritario. E allora avremmo ancora una nuova legge elettorale, un nuovo quadro politico, e magari nuovi guai. Limitandoci invece a ciò che oggi è ragionevole prevedere, possiamo dire soltanto che il prossimo governo sarà difficile da formare; sarà composto da vari partiti in conflitto; governerà in maniera poco incisiva, e forse male e per poco tempo. Il resto è da vedersi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 dicembre 2017




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POLITICA
8 dicembre 2017
LA VALIGIA PALESTINESE
Forse questo episodio l’ho già raccontato. Avevo ventisette anni e andavo per la prima volta in Francia. Varcata la frontiera, forse avendo cambiato treno, trovai posto in uno scompartimento già occupato da parecchie persone. Mi apprestai a mettere la mia unica valigia sulla reticella quando un giovane si alzò e mi ingiunse di non metterla lì. Lo guardai sbalordito: voleva scherzare? Non scherzava affatto. Gli chiesi perché e mi rispose: “Perché quella è la mia valigia, e non voglio che lei ci metta sopra la sua”. Era una motivazione da folle, ma non cercavo la lite, così gli dissi di toglierla, momentaneamente, ché avrei messo la mia, e lui poi avrebbe potuto rimettere la sua sopra la mia. Mi disse ancora di no, e allora divenni una belva, gli dissi come la pensavo e che sarei andato a cercare il capotreno. A questo punto uno degli astanti mi fece segno che era un suo parente, non del tutto a posto con la testa. Ed io gli risposi secco che avrebbero dovuto tenerselo a casa, uno così. Poco ci mancò che non si passasse alle vie di fatto. 
Non ho mai dimenticato l’episodio perché rappresenta perfettamente la pretesa universale che, se c’è un violento, non bisogna dargli l’occasione di essere violento; se c’è un prevaricatore, è meglio lasciarlo fare per non peggiorare le cose; se si ha da fare con un pazzo, bisogna lasciargli la precedenza. E io non sono mai stato d’accordo con questi principi. In Sicilia si dice che chi ha più sale (sal sapientiae) condisce la minestra. Io non penso che il sale in zucca corrisponda al dovere della viltà. I violenti, i prevaricatori e i dementi sono degli inferiori e non soltanto non hanno la precedenza ma hanno diritto soltanto alla nostra pietà. Purché non esagerino.
In natura ogni animale piccolo scappa di fronte ad ogni animale grande, senza discutere. Nella società civile invece si è stabilita una scala per la quale il piccolo cretino può provocare il forte sano di mente, e se quest’ultimo reagisce è in colpa: “Non l’ha capito che quello è più debole? Non l’ha capito che è un cretino?” Ed io mi prendo la testa fra le mani. Mettere i minorati su un piedistallo da intoccabili è assurdo. Fra l’altro così non impareranno mai la prudenza dell’animale piccolo.
E questo si verifica anche in campo internazionale, in particolare in Palestina. Dal 1948 i palestinesi con i loro sostenitori hanno preso l’iniziativa di tutte le guerre e le hanno perse tutte. Ma chi è il cattivo, in ciò? Israele. Israele che si difende soltanto. I palestinesi poi parlano continuamente dei loro “diritti legittimi”. Ma si perderebbe tempo a chiedere loro quali sono e quale “legge” glieli garantisce. Senza dire che, storicamente, il vinto non ha nemmeno il “diritto legittimo” a vedersi risparmiare la vita.
La malafede e la stupidità degli occidentali arriva al punto da rimproverare ad Israele di avere realizzato una recinzione per tenere lontani i terroristi palestinesi. Come vietare a quei poverini l’infantile piacere di mettere qualche bomba in una pizzeria, o di far saltare in aria un cinema di Tel Aviv? Sono proprio delle carogne, questi ebrei. La recinzione non è stata benedetta, in Occidente, nemmeno quando ha dimostrato in concreto di avere fatto pressoché totalmente cessare gli attentati terroristici. E non sarà benedetta nemmeno ora quando si vedrà che, dopo tante promesse di sfracelli in occasione del riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale di Israele, i palestinesi non riusciranno a far niente di serio. Infatti non fanno niente di serio da molti anni perché non ne hanno la possibilità.
Gerusalemme è la capitale di Israele dal 1967. Riconoscere o non riconoscere una realtà fattuale non rende quella realtà più o meno reale, determina soltanto il grado di salute mentale di chi riconosce o non riconosce la realtà. La quale non chiede permesso a nessuno. E sicuramente gli Stati Uniti non hanno il dovere di obbedire alle fisime dei palestinesi e dei loro ipocriti sostenitori. Quanto agli occidentali, hanno una tale vocazione alla vigliaccheria da giustificare la decadenza di cui danno prova anche ex potenze imperiali come la Gran Bretagna o la Francia. 
Ma è tutto l’occidente che va a ramengo, e anche l’America andrà a ramengo, dopo Trump, esattamente come Roma dopo l’imperatore Giuliano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it




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POLITICA
6 dicembre 2017
QUAL È LA CAPITALE D'ISRAELE?
La capitale di ogni Paese è la città che esso stesso designa come capitale. 
Naturalmente il problema si complica quando ci sono contestazioni. Si pensi alla Catalogna. Se la sua dichiarazione d’indipendenza non fosse stata progettata ed attuata con modalità simil-politiche, e fosse riuscita, avremmo avuto persone e testi che, alla domanda: “Qual è la capitale della Catalogna?” avrebbero risposto: “Barcellona”, ed altre che avrebbero risposto: “Un simile Stato non esiste”. Ma avrebbero avuto ragione i primi.
Per questo problema, si possono distinguere diversi livelli. Un primo livello è quello “de facto”. Se un Paese è indipendente, e dichiara che la propria capitale è la tale città, è inutile stare a discutere: la capitale è quella. Un secondo livello è quello per così dire “giuridico”, cioè quello del riconoscimento internazionale. Se nessun Paese riconosce quella città come capitale, indubbiamente la sua legittimazione ne soffre e la sua dignità ne risente. E tuttavia capitale rimane. 
Naturalmente molto dipende dalla percentuale e dall’importanza dei Paesi che riconoscono o non riconoscono una data capitale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, credo nel 1948, l’Onu si rifiutò di riconoscere che la Cina era un grande Paese con capitale Pechino. Non volendo accettare la conquista dei comunisti di Mao, a lungo si perpetuò la finzione che la vera Cina fosse quella arroccata nella minuscola isola di Taiwan (Formosa), e dunque la capitale fosse Taipei. E questa mantenne addirittura il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, da cui era esclusa la Cina. Poi, col tempo, ci si rassegnò al fatto che tutto ciò era ridicolo e prima l’Inghilterra (credo di ricordare, nel 1950) poi, molto più tardi, gli stessi Stati Uniti, si piegarono all’evidenza.
In realtà, queste schermaglie politiche valgono poco. Il mancato riconoscimento di una capitale è questione futile, se non si è pronti a far guerra per cambiare la situazione. Tenere le ambasciate a Tel Aviv invece che a Gerusalemme o viceversa non serve a niente. Addirittura, in America, i singoli Stati hanno spesso preferito porre gli uffici centrali in una città che non è la più importante. New York, da sola, è più popolosa di tanti Stati del mondo, e tuttavia la capitale dello Stato di New York è Albany. La California – che come prodotto interno lordo è fra i primi Stati del mondo – ha come capitale l’ignota Sacramento. 
Per concludere, se proprio vogliamo sapere quale sia la capitale di Israele, l’unica risposta seria, perché fondata sui fatti, è quella data dagli interessati, già nel 1967: “Gerusalemme è la capitale unica e indivisibile di Israele”. Non c’è altro da aggiungere. Del resto, se proprio si vogliono fare dei commenti, a favore di questa soluzione giocano la cultura e la storia. Gli israeliani dicono che Gerusalemme è la capitale di Israele “da tremila anni” ed è difficile dargli torto. Non lo sarà stata con continuità – basti pensare al lungo dominio turco - ma se è per questo neanche Atene o Roma sono state con continuità le capitali di Stati (a lungo inesistenti) come la Grecia o l’Italia. 
I media e le cancellerie discutono la validità politica della mossa di Trump e gli rimproverano di avere deciso il trasferimento dell’ambasciata per motivi politici interni (la promessa fatta agli elettori) senza tenere conto delle possibili conseguenze sulla stabilità della regione. Ambedue le critiche sono infondate. Tutti i politici agiscono perseguendo i propri scopi e l’instabilità della regione non teme nulla di nuovo. Se, potendoselo permettere dal punto di vista militare, l’Italia dicesse che intende invadere la Corsica e annettersela, si guasterebbero i rapporti con la Francia. Ma nel caso di due nazioni che sono da sempre sull’orlo della guerra, il rischio non esiste. Da che cosa si sono astenuti i palestinesi, che ora invece potrebbero fare contro Israele? Essi sono stati i maestri del terrorismo internazionale e se recentemente non ne sono più stati i protagonisti è perché Israele è divenuto a sua volta il maestro delle misure antiterrorismo. 
I palestinesi sono già a fondo corsa e non possono minacciare nulla di nuovo. Trump può spostare tutte le capitali che vuole. Gli israeliani sanno di essere circondati da nemici e tutti devono sempre ricordare che non prendono mai l’iniziativa ma sono capacissimi di rispondere a quelle altrui. Chi l’ha dimenticato ha avuto modo di pentirsene. 
 In questi casi molti citano l’Onu. Questa organizzazione è sempre stata vergognosamente pro-araba e anti-israeliana, al punto da perdere ogni credibilità. Se il mediatore è troppo parziale non è un mediatore, è un mitomane che nessuno ascolta. Definizione che dopo tutto potrebbe essere la migliore, per l’Onu.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 dicembre 2017
 




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POLITICA
6 dicembre 2017
IL 51% AL M5S
Un film americano del 2003, dal titolo: “Una settimana da Dio”, senza essere un capolavoro, pone un interrogativo interessante: “Ammesso che siate scontenti di come Dio governa il mondo, al suo posto come lo governereste?”
Ovviamente, non tutti credono che un Dio governi il mondo. E molti, se lo credessero, aggiungerebbero che evidentemente non sta facendo un grande lavoro. Nondimeno l’interrogativo del film serve egregiamente a ricordarci che quasi ogni decisione ha delle conseguenze impreviste.  A volte l’opposto di ciò che si desiderava. Tanto che le conseguenze collaterali ci fanno rimpiangere di avere intrapreso quell’azione. 
Avvenne in Australia, dove dei “farmers” si accorsero che il territorio si prestava egregiamente ad allevare dei conigli, ne importarono una dozzina e qualche anno dopo i conigli erano diventati tanti milioni da trasformarsi in un flagello nazionale. Ecco che cosa può succedere quando uno si dice: “Qui sarebbe facile allevare qualche coniglio”. La realtà è più complessa di quanto non si pensi.
Questo genere di esperienza l’abbiamo fatto un po’ tutti. E tuttavia, in materia di politica, quasi nessuno riesce a trattenersi dal giocare con l’onnipotenza: “Se ne avessi il potere, saprei io come risolvere la questione. Farei questo e quest’altro”. E giù ipotesi che farebbero rizzare i capelli in testa ai competenti.
Probabilmente Giulio Andreotti non si sarà mai posto quell’interrogativo. Essendo una delle poche persone che l’esperienza di governo l’hanno effettivamente avuta, e nel suo caso per molti decenni, magari una certa idea di ciò che sarebbe stato bello fare, durante il successivo governo, l’aveva: ma la contemplava con distacco, senza farsi la minima illusione. Sapeva che la realtà spesso ci impedisce di fare ciò che avevamo progettato e ci costringe a fare ciò che non avremmo voluto.
In Italia il Movimento 5 Stelle ci pone pressoché quotidianamente un problema simile a quello del film “Una settimana da Dio”. La sua teoria/speranza/pretesa è quella di andare al governo da solo, per poi realizzare senza impedimenti il proprio programma. Bellissimo. Ma qual è questo programma? In che senso sarà differente da ciò che s’è fatto fino ad ora? E come reagiranno, questi dilettanti, quando si accorgeranno che tutto costa soldi, che i soldi non ci sono e che le nozze non si fanno coi fichisecchi? 
Al riguardo, le ipotesi sono fondamentalmente due. Una volta al volante, i grillini potrebbero avere il buon senso di chiedere a chi ha più esperienza: “Come si guida questa macchina?” E in questo caso non dovremmo aspettarci grandi novità, salvo, ovviamente, la delusione degli elettori. Infatti il governo di un Paese è determinato in larga misura da una situazione obiettiva che non cambia certo da un giorno all’altro. Anche per chi sembra onnipotente, come politicamente lo sono i dittatori, lo spazio di manovra è più ridotto di quanto non si pensi. Pietro Nenni disse una volta che lui aveva aspettato di entrare nella “stanza dei bottoni” (i pulsanti con cui si ottiene senza sforzo ciò che si vuole) e quando ci riuscì si accorse che non c’erano i bottoni.
Ma si può fare anche una seconda ipotesi. Immaginiamo che il “grillino”, proiettato dal mondo della fantasia a quello della realtà al più alto livello, una volta al volante rimanga seriamente convinto che chi l’ha preceduto fosse soltanto un cretino. Tanto che sarà facile fare meglio di lui, raddrizzare la baracca e ottenere l’entusiastico applauso della folla. Così potrebbe azzardare qualche manovra che lui reputa brillante e provocare un disastro. Ovviamente l’esperienza gli servirebbe da insegnamento, ma il costo della lezione lo pagheremmo noi e, benché Beppe Grillo sia un comico, in quell’occasione non avremmo voglia di ridere. 
Berlusconi sostiene che di gran lunga la maggior parte dei “grillini” non ha mai compilato una dichiarazione dei redditi e dunque “non ha né arte né parte”. Non so in che misura ciò sia vero e personalmente non penso che potrei incappare nell’accusa di Berlusconi. Tuttavia, se mi chiedessero: “Sei disposto a guidare l’Italia?” risponderei, come nei quiz televisivi: “Qual è la domanda di riserva?”
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
6 dicembre 2017




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POLITICA
5 dicembre 2017
LA BOSCHI, DE BORTOLI E I MEDIA
Mesi fa Ferruccio De Bortoli “rivelò” non so che contatti della signora Maria Elena Boschi con non so chi, per cercare di mettere rimedio al pasticcio della Banca Etruria. La Boschi minacciò immediatamente querela e De Bortoli le rispose tranquillo che lo querelasse pure. Ma lei non lo fece, e sono passati sette mesi, ben più dei tre mesi che costituiscono il tempo massimo entro il quale si può sporgere querela.
Ora la diatriba si è ravvivata per la deposizione del procuratore della Repubblica di Arezzo e finalmente la cannonata è partita. I media scrivono e dicono che la Boschi ha dato mandato di querelare De Bortoli, anche se poi, nel corso dei “servizi”, si parla di azione civile. 
Innanzi tutto, mesi fa, la Boschi avrebbe dovuto o querelare De Bortoli o non minacciare la querela. Certe azioni sono troppo serie per minacciarle: o si intraprendono o non se ne parla. In secondo luogo, non si dà mandato ai legali perché presentino la querela. È un atto che va firmato personalmente dinanzi al funzionario autorizzato a riceverlo. I famosi legali al massimo redigono la querela, se non si è in grado di scriversela da sé. Del resto, la legge prevede la forma “orale”, nel senso che l’analfabeta o comunque l’incompetente si presenta dai carabinieri e la querela gliela scrivono loro. La formula pomposa, “ho dato mandato”, parlando di “legali” al plurale, è una delle tante sciocche esagerazioni dello stupidario nazionale.
Poi i giornalisti avrebbero dovuto sapere che quella querela è impossibile, dato il tempo trascorso. Non è necessario essere dei penalisti, per possedere questa elementare nozione di diritto. Oggi si può parlare soltanto di azione civile, perché questa non si prescrive nei tre mesi.
La superficialità di chi scrive i titoli è del tutto inammissibile. Non si può annunciare con le trombe una querela e poi, nel testo, parlare di azione risarcitoria in sede civile. Sarebbe come confondere la richiesta di vedersi pagare il vestito da chi ce l’ha inavvertitamente macchiato al ristorante con la denuncia all’autorità giudiziaria di una violenza carnale. Parlare indifferentemente dell’una o dell’altra azione giudiziaria è imperdonabile.
Infine – ma qui si entra nell’opinabile, e chiedo scusa in anticipo se sembrerò maligno – la distinzione fra diritto civile e diritto penale ha un risvolto che potrebbe non andare a favore della signora Boschi.
Se qualcuno accusa falsamente De Bortoli di avergli rovinato l’automobile che gli aveva prestato, e chiede che il giornalista gliene rifonda il valore, il magistrato che accerterà il fatto potrà condannarlo a quel risarcimento. Se viceversa accertasse che il fatto non si è verificato, o non è dipeso da De Bortoli, potrebbe non condannarlo a quell’esborso. Al limite, convincendosi che quel signore l’ha citato senza ragione, potrebbe non soltanto condannarlo alle spese (anche quelle sostenute da De Bortoli) ma perfino ad una “multa” in quanto litigante temerario. Nient’altro.
Se viceversa una donna accusa De Bortoli di violenza carnale (anch’essa reato a querela) e il magistrato riconosce che non soltanto De Bortoli è innocente, ma la donna lo sapeva e lo ha accusato falsamente, stabilirà non soltanto che De Bortoli non ha commesso nessun reato, ma un reato ha commesso la querelante, e precisamente il reato di calunnia. 
Ecco il primo comma dell’art.368: “Chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all'autorità giudiziaria o ad un'altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne o alla Corte penale internazionale, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.
Da notare che il reato non è a querela. Ciò dimostra che lo Stato lo considera talmente grave, da esercitare l’azione penale a prescindere dall’interesse del danneggiato alla punizione del colpevole. La quale punizione è molto severa, come si vede. Nel caso più lieve la pena è di due anni, nel caso più grave (quando c’era la pena di morte) si arrivava all’ergastolo.
Ora è lecito pensare che la signora Boschi non abbia querelato De Bortoli per non rischiare un processo per calunnia e che oggi proponga un’azione civile per fare baccano e non rischiare nel contempo di andare in carcere pur di ottenere qualche titolo di giornale. Ma tutto ciò è possibile solo in un mondo in cui i giornalisti sono superficiali e pronti a trasformarsi in megafono delle peggiori stupidaggini. I giornalisti giudiziari queste cose dovrebbero saperle dal primo giorno in cui esercitano quella professione, e i giornalisti politici potrebbero quanto meno informarsi con i colleghi più competenti. Ma no, importa soltanto il titolo, per dare a credere che non soltanto la Boschi – e per contagio suo padre – sono innocenti, ma ora faranno punire chi ha osato attaccarli. 
Patetico.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
5 dicembre 2017




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POLITICA
4 dicembre 2017
LIBERI DI FAR DANNO E UGUALI NEL SOFFRIRNE
Nasce oggi “Liberi e Uguali”, la coalizione dei partitini di estrema sinistra che ha l’intenzione di raccogliere il voto degli scontenti del Partito Democratico. Questi nostalgici del comunismo d’antan si difendono dall’accusa di indebolire la sinistra dicendo che i loro voti non saranno sottratti al Pd ma all’astensione. Infatti voteranno per loro tutti quelli che non sentono di poter più votare per un partito che è divenuto di centro, per non dire il feudo personale di un democristiano. 
L’argomentazione è speciosa. In assenza di una credibile alternativa più radicale, gli elettori di sinistra, è vero, potrebbero anche chiedersi se astenersi, a costo di favorire obiettivamente gli altri partiti. Ma potrebbero anche “turarsi il naso e votare Pd”, come fecero tanti italiani nel 1976, con la Dc.
Ciò significa che, concretamente, la nuova formazione di sinistra potrà seriamente danneggiare il Pd. Infatti rischia di dividere l’elettorato, e la cosa potrebbe rivelarsi disastrosa per la quota maggioritaria dei seggi. Il pericolo sarà grande soprattutto nelle regioni “rosse” dove tanta parte della popolazione, oggi anziana, non ha dimenticato che un tempo votava per un Pci risolutamente antisistema. 
Chi non è di sinistra potrebbe concludere questo genere di riflessioni con un asciutto: “Fatti loro”. Ma forse avrebbe torto. Pur non avendo potere, l’opposizione influenza il governo del Paese. Tutti credono di sapere che, “per un tempo infinito, in Italia ha comandato soltanto la Dc”. Ma coloro che si interessano seriamente di politica vi diranno che almeno negli ultimi decenni la Dc votava le leggi che aveva prima concordato sottobanco col Pci: si chiamò “consociativismo”. Del resto si è visto: mentre nel dopoguerra la Dc era stata il partito di un grande anticomunista come Alcide De Gasperi, quando scomparve metà dei suoi politici andò a sinistra fino a confluire nel Partito Democratico. La distinzione tra maggioranza e opposizione non sempre è così netta come si crede.
L&U probabilmente non andrà al potere ma avrà la sua importanza se si presenterà come megafono delle critiche degli estremisti e dei nostalgici del Pci. Che molti di costoro abbiano tanta voglia di farsi sentire è dimostrato dalla Cgil. Alla prima occasione Susanna Camusso ha imbracciato il fucile contro il Pd, anche al prezzo di spezzare l’unità sindacale e senza curarsi minimamente delle ragioni contabili che stanno alla base del provvedimento sulle pensioni. 
La noncuranza rispetto alle conseguenze del resto fa parte dell’antica dottrina. La “vera” sinistra non fa di conto. La “vera” sinistra non sostiene il potere. E soprattutto la “vera sinistra” non dimentica la rivoluzione che non riuscì a realizzare. A lungo il Pci ha visto i problemi del Paese come una benedizione: infatti ogni motivo di scontento era un motivo in più perché il popolo imbracciasse schioppi e forconi.
La scissione della sinistra non può fare piacere a nessuno. Neanche a chi non sopporta Matteo Renzi. Questi forse ha arrecato un male incalcolabile all’Italia e alla sinistra ma bisognava impedirgli di provocarlo, non arroccarsi sull’Aventino per gridargli dall’alto le proprie maledizioni. L’animosità nei confronti di un singolo non doveva mai arrivare a tali livelli da far pagare al Paese un prezzo troppo alto. 
Anche se, umanamente, la reazione al pessimo carattere e al pessimo comportamento di quell’uomo non è stata imprevedibile. Indimenticabile un episodio di anni fa. L’attuale segretario del Pd era ancora una novità e qualcuno, in pubblico, accennò alle critiche di Stefano Fassina. Renzi chiese ridendo: “Fassina chi?” e io mi dissi: “Costui è pazzo”. Anche ad ammettere che Fassina fosse la migliore pasta d’uomo, dopo quell’episodio gli avrebbe giurato un odio eterno. E così è stato. Come è stato per tanti altri, al punto che oggi se il Pd è tendenzialmente il “Partito di Renzi”, L&U è il “Partito contro Renzi”, e i nemici di Renzi sono diventati innumerevoli.
Così abbiamo in Italia: un partito dominato da un megalomane che da qualche tempo non ne azzecca una; un partito che ha come unico scopo quello di umiliare il suddetto megalomane; un partito di dilettanti allo sbaraglio guidati da un comico; un partito guidato da un leader declinante che, felice della ritrovata visibilità, snocciola più promesse di un ciarlatano di piazza; e infine un demagogo che, sparandole grosse ha portato il suo partito dal 6 al 16%, e ora cerca di spararle sempre più grosse. Infine tutti gli altri personaggi in cerca d’autore. E questo bel panorama politico proprio nel momento in cui vengono al pettine una quantità di nodi da far invidia a un tappeto iraniano.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 dicembre 2017




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3 dicembre 2017
Ciò che la Borsa pensa di Trump - dal Sole24Ore
Dal momento che i media italiani trattano continuamente Trump come un cretino, non è inutile dare un’occhiata a ciò che ne pensa la Borsa americana.
G.P.
Il Sole 24 Ore - Mario Platero - 03/12/2017 pg. 1

LA SVOLTA FISCALE/1
Interroghiamoci: è meglio credere alla forza del mercato o alle ragioni dello statalismo? Questa dicotomia, una costante di 40 anni di storia americana,è alla radice della riforma fiscale rivoluzionaria. Continua pagina 8 Maè anche l'oggetto centrale dell'aspro dibattito politico del giorno dopo. Meno statoe più mercato dunque? Austeritào spinta della domanda? La risposta l'avremo solo ex post. Ma questi interrogativi ci riguardano direttamente nel momento in cui l'Europa germanocentrica continuaa preferire misure economichee finanziarie con un taglio restrittivo proprio quando si dovrebbe premere sull'acceleratore della crescita. Un esempio recente riguarda le richieste in arrivo da Francoforte per ridurre crediti bancari non performanti, richieste inopportune sul piano dei tempi perché finiscono con l'avere un impatto negativo sull'economia. In America il dibattitoè diverso, perché si discutono misure aggressive per la crescita, non difensive. La sinistra chiede: perché rendere permanentii tagli fiscali alle aziende e limitarea otto anni quelli per il resto della popolazione? Perché discriminare contro la classe media? Perché ipotecare il futuro della Nazione creando enormi disavanzi pubblici? Perché sacrificare programmi sociali per arricchire chi non ha certo bisogno di aiuto?A questoi repubblicani rispondono: dobbiamo credere agli effetti moltiplicatori degli stimoli fiscali; fidatevi, che aiutando la crescita avremo aumenti degli introiti per lo stato, non si creeranno squilibri di bilancioe tutti staranno meglio. Su questo il Paeseè spaccato: 49 democratici compatti al Senato contro 51 repubblicani hanno perso la partita. Le motivazioni di fondo di ciascuna delle parti sono più politiche che economiche.È vero, il centro studi del Congresso (apolitico) anticipa forti rischi per l'economia in arrivo da questa riforma. In attesa delle conferme ex post tuttavia si impone l'unica verifica possibile ex ante: quella del mercatoe dei dati economici disponibili. I record di Borsa in questo 2017 hanno avuto portata storica: l'indice Dow Jones ha stabilito 74 nuovi recorda partire dalle elezioni presidenziali del 2016a oggie 61 nuovi record nel corso del 2017. La conferma di una svolta secolare l'abbiamo dall'aumento del 28,50% dell'indice Dow Jones all'anniversario dell'elezione di Trump alla Casa Bianca. Si tratta del secondo più importante nella storia. Il record spetta ancora all'aumento del 29,83% del 1945,a un anno dall'elezione di Franklin Delano Roosevelta un quarto mandato. Anche gli aumenti consecutivi hanno stabilito record che non si vedevano dagli anni Cinquanta. Per il Dow Jones il 28 di febbraio si è chiuso un periodo di 12 sedute record consecutive, in parità con il record precedente stabilito nel 1897!È raro che il mercato sbagli su questioni di questa importanza. Che le aspettative su una riforma fiscale abbiano avuto un impatto di Borsa senza precedenti in 120 anniè una garanzia ex ante non trascurabile. Altra verifica secolare ex ante? Alla fine di dicembre, con 102 mesi consecutivi di crescita, l'America si troverà nel bel mezzo di una delle più lunghe riprese della sua storia. Il secondo posto va al periodo tra il febbraio del 1961e il dicembre del 1969, con 106 mesi di ripresa consecutiva. Il record? Fra il marzo del 1991e il marzo del 2001 (Clinton), con 120 mesi di ripresa continua.E c'è da scommettere che entrambii record saranno battuti dalla ripresa in corso che negli ultimi due trimestri ha mostrato tassi medi di crescita del 3%. Ci sono altri costi impliciti?A giudicare dai dati­chiave assolutamente no: l'indice dei prezzi al consumo resta ostinatamente al di sotto della soglia del 2% perseguita dalla Fed; l'occupazione che ha ormai raggiunto uno dei livelli più elevati possibili senza minacciare la sostenibilità della crescita; si sono registrati aumenti dei redditi realie la riforma fiscale dovrebbe fare il resto sul piano dell'aumento del potere d'acquisto dei consumatori. L'unica spina nel fianco resta un debito da 20mila miliardi di dollari. Un debito su questi livelli con una popolazione che sta rapidamente invecchiando, con le spese per le pensioni per l'assistenza medica per gli anziani in crescitaa un tasso superiorea quello atteso per le entrate fiscali post­riforma preoccupa. Ma un rapporto debito Pil del 75% comeè quello attuale,è ancora accettabilee sostenibile. Di nuovo in questo caso la verifica sarà solo possibile ex post. Ma un fattoè certo, per la seconda volta in dieci anni l'America si porta in avanti, prende dei rischi ma nel frattempo crea ricchezzae sembra essere nel mezzo di un circolo virtuoso. Cose che all'Italia mancano. Che poi questo, oltre ai nostri limiti, sia anche colpa dell'ostinata austerità germanocentrica ce lo confermano giài dati ex post.




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POLITICA
3 dicembre 2017
BALLE
Non val la pena di seguire le polemiche sulle fake news. La prima ragione è che non se ne può più di quei compatrioti che, non conoscendo l’inglese, invece di dire bugie, invenzioni, menzogne, serpenti di mare, bufale, o semplicemente notizie false, sentono il bisogno irrefrenabile di parlare di fake news. Il fastidio è tanto più grande in quanto è noto che chi conosce una lingua straniera non la usa se sta parlando un’altra lingua. Rivolgendosi a un italiano, un tedesco non userebbe mai le parole Weltanschauung o Schadenfreude. Solo un italiano che non conosce il tedesco lo farebbe. 
Inoltre, per un problema così futile, c’è un rimedio radicale: la diffidenza. Se apprendiamo una notizia interessante, e la fonte è arcinota e affidabile, ciò malgrado la prima cosa da fare è controllarla. I giornalisti che non conoscono l’inglese chiamano questo “fact checking”, le persone normalmente colte usano una sola parola: “verifica”. Se i libri di storia sono ingombri di bibliografia, citazioni e note, è perché essi non devono soltanto riferire i fatti, ma spiegare come li hanno appresi, dando la possibilità ai lettori di ripercorrere il cammino e verificare a loro volta la notizia. A tutti può capitare di raccontare una balla soltanto perché si è creduto alla persona o al testo che ce l’ha raccontata. Forse Tito Livio ha creduto vero tutto ciò che ha scritto ma la facilità con cui ha preso per buona la tradizione o ciò che gli è stato raccontato ha fatto sì che nessuno lo consideri affidabile, soprattutto per l’epoca più antica. Né diversamente sono andate le cose per Svetonio, un brillantissimo giornalista ma certo non il più affidabile degli storiografi.
Nel dubbio è meglio non credere a niente di ciò che si legge, soprattutto quando chi scrive ha una partecipazione affettiva al fatto narrato. Vale anche per le intere collettività. Un buon esempio è il fascismo. A riguardo l’Italia intera è passata da un eccesso di stima ad un eccesso di condanna. Siamo al punto che si reputa verità assolutamente incontestabile che “Mussolini ha fatto uccidere Matteotti”, mentre una persona ragionevole in materia può dire soltanto: “Non lo so, ma non credo”. Analogamente tutti sono convinti che Gramsci sia morto in carcere e non è vero. Può dispiacermi, e mi dispiace, che la Chiesa abbia condannato al rogo Giordano Bruno, ma la storia seria insegna che la Chiesa ha fatto di tutto per dargli la possibilità di salvarsi. Ma quanta gente lo sa?
E se tutto questo vale per fatti del lontano passato, sui quali è normale che si sia depositata la polvere della storia, con quale coraggio si può affermare che il tale imputato è innocente o colpevole? Per lo storico nemmeno la sentenza che conclude il processo è una prova sufficiente, perché esistono gli errori giudiziari. Ma questa per Marco Travaglio sarebbe una fake news.
E parlando di storia e del pericolo di credere “evidentemente veri” certi fatti, un esempio eccellente è la vicenda delle fosse di Katyn. Durante la Seconda Guerra Mondiale i nazisti si imbatterono in fosse in cui erano stati seppelliti circa ventimila ufficiali e civili polacchi. Temendo di essere accusati dell’eccidio (magari l’unico di cui non erano colpevoli) i nazisti chiesero un accertamento da parte di una potenza neutrale e degli svedesi certificarono che le morti risalivano al periodo in cui quella parte della Polonia era stata invasa dai russi. Naturalmente la cosa non tornava ad onore dei sovietici, i quali negarono la loro responsabilità e dissero che i colpevoli erano i nazisti. La bugia era grande quanto una casa, ma non soltanto essa fu creduta da tutti i russi (i quali non disponevano di documenti indipendenti) ma anche da tutti i comunisti occidentali. Semplicemente perché i comunisti non potevano che avere ragione e i nazisti non potevano che avere torto. Per arrivare al momento in cui anche i russi hanno ammesso la responsabilità di quel massacro si è dovuto attendere oltre mezzo secolo. E ancora oggi i russi evitano di parlarne. 
Il problema non è a quali notizie non credere, il problema è a quali notizie credere. Nel dubbio bisogna ascoltare tutti come se raccontassero belle favole. Poi, se viene provato che realmente i trecento spartani alle Termopili si batterono come leoni, morendo fino all’ultimo, ci leveremo il cappello. Ma non prima di avere ricordato che in quella battaglia dal lato dei greci non erano affatto trecento, perché gli spartani combatterono con migliaia di alleati magari meno formidabili, come guerrieri, ma che non fecero una fine migliore. E non parliamo delle balle che l’Italia si racconta da sessant’anni sulla Resistenza.
Non mi resta che invitarvi a non credere una parola di ciò che ho scritto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
2 dicembre 2017




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POLITICA
2 dicembre 2017
IL DILEMMA DI ISRAELE E QUELLO DEGLI STATI UNITI
Leggo una nota dell’Ansa che reputo interessante. 
“Aerei da guerra israeliani hanno bombardato una ‘base militare iraniana in costruzione nei pressi della capitale siriana Damasco’, secondo quanto hanno riferito fonti di stampa filo-Assad citate dal quotidiano israeliano Haaretz online. Secondo le fonti, il raid è stato compiuto dallo spazio aereo libanese e ha preso di mira installazioni vicino alla cittadina di al Kiswa, a circa 13 chilometri da Damasco. Le difese contraeree siriane, riferisce la stessa fonte citando Sky News Arabia, hanno reagito sparando missili contri i jet siriani”.
Ovviamente si voleva parlare di jet israeliani. Credo comunque di potere esplicitare un po’ la nota attingendo a ciò che ricordo di aver letto settimane fa. 
Da tempo l’Iran foraggia economicamente e sostiene militarmente gli Hezbollah libanesi fino a farne una propria longa manus, così efficace da potere addirittura condizionare la politica di Beirut. Israele ha tollerato questa minaccia perché l’ha reputata sufficientemente contenuta e perché, quando l’Iran ha tentato di far pervenire armi di maggiore portata e valore bellico, ha bombardato i mezzi di trasporto, rendendo chiaro che non avrebbe permesso questa escalation. Su questa base, per un tacito accordo, si è avuta una sorta di tregua nel Vicino Oriente.
Successivamente però l’Iran ha scelto un’altra strada. Prima ha indotto gli Hezbollah a mettere su, sullo stesso suolo libanese, una fabbrica capace di produrre sul posto quelle armi che l’Iran non riesce a far pervenire in Libano, per esempio armi chimiche o bombe ad alto potenziale. Ora apprendiamo che, sempre via Hezbollah (cui il regime di Assad deve pur concedere qualcosa visto l’aiuto ricevuto contro i ribelli anche prima che intervenisse la Russia) la fabbrica ha pensato di farla sorgere in Siria, a circa tredici chilometri a sud di Damasco, cioè a ridosso del confine israeliano. E questo ha fatto traboccare il vaso.  
Israele era stato posto di fronte ad un difficile dilemma già quando la fabbrica era stata progettata in Libano e più lontano dalla frontiera. Ora il problema si era fatto anche più impellente. 
Il dilemma di Israele era classico. Intervenendo subito, avrebbe potuto provocare una reazione degli Hezbollah (e, nella misura del possibile, dello stesso Iran), e dunque un conflitto di più o meno grandi dimensioni. Non intervenendo, se dopo ci fosse stato un conflitto, Israele si sarebbe trovato costretto a fronteggiare armi contro le quali avrebbe avuto notevoli difficoltà a difendersi, e comunque correndo seri rischi. In altri termini: rischiare subito una guerra, forse senza necessità, o rischiare una guerra in seguito, quando sarebbe stata ancor più pericolosa? Non dimentichiamo che le armi chimiche sono state usate anche nella Siria del Nord. Gli arabi non soffrono di eccessivi scrupoli.
Questo genere di problema è tormentoso perché il mondo abbonda di profeti del passato. Non intervenendo subito, un giorno tutti direbbero e scriverebbero che Israele, rimanendo inerte, ha lasciato passare il momento in cui poteva parare il pericolo senza grandi rischi. Ma intervenendo subito, tutti potrebbero ancora dire che il possesso di notevoli armi non implica che esse siano usate, e comunque non possiamo muovere guerra a qualcuno soltanto perché un giorno lui potrebbe muoverla a noi.
Israele, apprendiamo ora, ha risolto il problema: meglio correre volontariamente un certo rischio subito, che un grandissimo rischio domani. Del resto, per chi se la ricorda, l’operazione Osirak è stata benedetta dal mondo intero. Naturalmente anni dopo, perché sul momento, come sempre, Israele aveva torto.
La mia opinione personale è che Israele ha fatto bene. Qual è il meccanismo dell’assicurazione contro la responsabilità civile automobilistica? Meglio pagare con certezza una piccola somma ogni anno, che vedersi sottrarre l’intero patrimonio per uno sfortunato incidente. Gerusalemme ha preferito pagare il prezzo dell’assicurazione che rischiare un bombardamento con armi chimiche. 
Israele è un Paese che sa di non poter contare su nessun alleato, in caso di necessità, ed ha provato sulla propria pelle a che cosa può condurre la mansuetudine. Dopo la Shoah, il principio indefettibile è divenuto che “l’uccisione degli ebrei non è più gratuita” e questa è una politica molto saggia. La riprova ce la fornisce un diverso scacchiere geopolitico. 
Il mondo è sulle spine perché la Corea del Nord è divenuta una potenza nucleare. Fra l’altro essa è insensibile alle sanzioni economiche perché di esse soffrirà il popolo, non certo il dittatore. Già in passato per la carestia i nordcoreani sono morti a milioni senza che sia cambiato nulla. Dunque l’unica opzione è l’intervento militare. Ma è ragionevole? E se Kim Jong-un volesse soltanto giocare coi soldatini nucleari, se volesse soltanto vantarsi di poter distruggere il mondo? E poi, anche a voler intervenire, siamo sicuri che quel pazzo non riuscirebbe a far partire un missile da far cadere su Los Angeles o su Tokyo, per non parlare di Seul? Stiamo parlando di decine di milioni di morti.
La morale è semplice. Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno avuto una dirigenza imbelle e imprevidente, e ciò ha permesso alla Corea del Nord di andare tanto lontano che ora non sa più come fermarla. Non era ovvio che bisognava intervenire prima? La stessa Cina, che si diceva tenesse al guinzaglio Pyongyang, non riesce a frenare Kim. Se oggi egli provocasse un disastro, forse Obama gli sventolerebbe sotto il naso il suo Premio Nobel per la pace?
L’ottimismo non è la bella qualità che si crede. Dio sa quanti milioni di fumatori sono morti semplicemente perché si sono chiesti: “E perché proprio io dovrei prendermi il cancro dei polmoni?”
Contro i mali presenti e futuri bisogna saper reagire. Perché una volta che sono divenuti irrimediabili neanche innaffiandoli di lacrime si potrà eliminarli.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
3 dicembre 2017




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