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giannipardo@libero.it
POLITICA
31 ottobre 2017
PUIGDEMONT STRAPAZZA LA LINGUA E LA LEGGE
La conferenza stampa di Carles Puigdemont, a Bruxelles, è appena finita e già, leggendo lo scarno comunicato dell’Ansa, si ha l’impressione che raramente si è sentita una tale serie di assurdità. Poiché non ho simpatia per le “piccole patrie”, per le dichiarazioni di indipendenza farlocche e per un signore che, come i bambini, rifiuta di andare a farsi tagliare i capelli, se qualche commento sarà sbagliato, sarò pronto a riconoscerlo. Purché mi si dimostri che è sbagliato. 
"Venerdì pomeriggio - ha detto Puigdemont- ero alla Generalitat dopo la dichiarazione di indipendenza del parlamento e con una serie di dati che indicavano che il governo spagnolo stava preparando un'offensiva senza precedenti e anche una denuncia del procuratore che prevedeva pene che potevano arrivare a molti anni di detenzione. Abbiamo sempre voluto la strada del dialogo, ma in queste condizioni questa via non era percorribile”.
Anche quando si fa un discorso politico, bisogna avere rispetto delle parole e dei dati obiettivi. Se è reato attentare all’unità dello Stato, se è reato cercare di realizzare una secessione, se è reato violare apertamente il principio dell’unità dello Stato (come stabilisce anche il codice penale italiano), il governo spagnolo non preparava nessuna offensiva. Caso mai una difensiva, dal momento che il reato l’ha commesso una certa dirigenza catalana, non il governo di Madrid. Inoltre, il fatto che Puigdemont citi la denuncia del procuratore, per reati che prevedono molti anni di detenzione, dimostra che si sta parlando di legge penale; e in questo campo l’iniziativa non è mai dello Stato: è dei singoli.
Infine, che vuol dire che i catalani indipendentisti hanno cercato la strada del dialogo? Se il tentativo dell’indipendenza è reato, la strada del dialogo è assurda. Come sarebbe assurdo che i ladri pretendano di discutere con i carabinieri se il furto sia reato.
“Il governo spagnolo rispetterà i risultati, qualunque siano, delle elezioni del 21 dicembre?” chiede Puigdemont. Certamente, gli si può rispondere. L’Europa non ha mai messo in dubbio la correttezza delle elezioni spagnole. A meno che Puigdemont non si riservi di reputare veri i risulti che gli piacciono e falsi quelli che non gli piacciono. 
Ma comunque – contrariamente a quanto lui sembra credere - le elezioni non potranno mai decidere se la Catalogna debba essere indipendente. Perché una simile materia è sottratta al giudizio dei cittadini almeno finché, con le normali procedure parlamentari, non sarà stata modificata la Costituzione spagnola. Se i catalani votassero per l’indipendenza al novanta per cento, non per questo avrebbero diritto ad essa. Se al contrario il trenta per cento di loro fosse capace di strappare la Catalogna alla Spagna con la forza, quel trenta per cento otterrebbe certo l’indipendenza, perché la forza è un ottimo argomento per avere ragione. Ma di diritto in questo caso non bisognerebbe parlare. 
Le elezioni, con l’indipendenza, non hanno niente a che vedere. Neanche quando esiste un partito indipendentista. Un tale partito avrebbe soltanto una bandiera acchiappa-gonzi. Di certe cose si può anche parlare, ma provarci sul serio è un altro paio di maniche. Ed è la ragione per la quale in Italia si è tollerato un partito che si chiamava: “Lega Nord, per l’indipendenza della Padania”. Lasciamo  giocare i ragazzi.
 “Non sono qui per chiedere asilo politico ma per lavorare in libertà e sicurezza”. La Spagna intera è contenta che sia lì. Arrestandolo, Madrid ne avrebbe fatto un martire. E oltre tutto un serio lavoro è qualcosa che tutti augurano fervidamente ai politici. 
“Se mi fosse garantito un processo giusto, allora tornerei subito in Catalogna per continuare a lavorare".
Se teme che un processo in Spagna non sia giusto, perché mai ci ha vissuto fino ad ora? Doveva chiedere asilo politico decenni fa, perfino all’Italia, dove forse non abbiamo la migliore magistratura del mondo e tuttavia non l’accusiamo mai di celebrare processi programmaticamente ingiusti.
"Se lo stato spagnolo vuole portare avanti il suo progetto con la violenza sarà una decisione sua”. La violenza è contro la legge, e fino ad ora contro la legge sono andati alcuni catalani, non gli spagnoli. 
“La denuncia del procuratore spagnolo persegue idee e persone e non un reato. Questa denuncia dimostra le intenzioni bellicose del governo di Madrid”. Un momento: il diritto penale non può che perseguire persone. E fin qui, Puigdemont sfonda una porta aperta. Poi, perseguire le idee? Innanzi tutto le idee si perseguono eccome. Sono reati l’istigazione al suicidio, la calunnia, l’ingiuria, l’istigazione al reato, la diffamazione, l’istigazione all’odio razziale, l’oltraggio a magistrato in udienza. La lista è lunga. E poi, Puigdemont reputa che la secessione di un’intera, grande regione, sia soltanto un’idea?
“Non sfuggiremo alla giustizia ma ci confronteremo con la giustizia in modo politico”. Arrivano i carabinieri per portarci in galera, e non gli rispondiamo in modo politico. Parliamone. Vi pare giusto che lo Stato abbia stabilito che quel tale comportamento è reato? In fondo, che male c’è a uccidere? È questione di opinioni.
 “Il caso e la causa catalana mettono in questione i valori su cui si basa l'Europa". Puigdemont però non mette, fra i valori su cui si basa l’Europa, il rispetto della legge.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 ottobre 2017




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POLITICA
31 ottobre 2017
SHELLEY WINTERS INCONTRA PUIGDEMONT
In un film del 1968, “Joe Bass, l’implacabile”, una Shelley Winters anziana e ingrassata, è la donna di un capo delinquente. Forse è un’ex prostituta, certo ha un notevole passato. Ad un certo momento il piccolo gruppo è circondato dagli indiani e sembra non avere scampo. Shelley non si perde d’animo, sorride al capo degli aggressori facendogli capire che è disponibile, e tutto si aggiusta. Gli astanti sono stupiti e Shelley esclama, alzando le spalle: “E che credevate? Anche loro sono uomini”.
I film sono fiction, ma chi ha scritto quella battuta la sapeva lunga. Molti uomini - non tutti - hanno una divisa; molti – non tutti - hanno degli ideali: tutti però hanno l’istinto di conservazione e l’istinto sessuale. E questo li riduce tutti a proporzioni umane. E facile fare i gradassi quando il nemico è lontano, ma quando si avvicina, quando si tratta di combatterlo sul serio, e c’è una possibile via di fuga, perché non sceglierla? Il consiglio dell’istinto di conservazione è dei più pressanti.
“De te fabula narratur”, si potrebbe dire a Carles Puigdemont. “Stiamo parlando di te”. Fino a pochi giorni fa emettevi proclami magniloquenti, annunciavi inflessibile resistenza, dicevi insomma “noi tireremo dritto”, come qualcuno delle nostre parti, e poi, nel momento in cui il governo di Madrid decide che applicherà l’art.155, sparisci. Infatti il leader catalano prima si è spostato a Gerona, a due passi dal confine, ed ora è a Bruxelles, dove spera di ottenere asilo politico. Chissà come si dice in spagnolo, ma l’espressione giusta, in italiano, è: “La paura fa novanta”.
Una paura giustificata, del resto. Non è divertente essere arrestati, processati, e condannati a molti anni di carcere. La sedizione infatti è repressa duramente. Il nostro codice penale, all’art. 241, recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l'esercizio di funzioni pubbliche”. Che Puigdemont abbia esercitato funzioni pubbliche non è dubbio, e dunque la pena da noi non sarebbe inferiore a sedici anni. Si comprende che chi può esserne accusato scappi.
Si può capire, ma non apprezzare. Visto che abbiamo cominciato col cinema, immaginiamo una scena da film. Puigdemont, improbabile autostoppista, chiede un passaggio per andare da Gerona in Francia. Un vecchio signore lo riconosce, lo fa salire in auto e gli dice: “Guardi che do un passaggio a un fuggiasco, non a Carles Puigdemont, l’eroe dell’indipendenza catalana. Quello in questo momento è sicuramente nella Generalitat, come Salvador Allende. Il politico cileno le aveva sbagliate tutte, ma era un uomo di carattere: e infatti, nel momento supremo, non abbandonò il Palacio della Moneda. Affrontò i golpisti con le armi in ugno e infine si è suicidò per non cadere nelle loro mani”. 
La storia a volte non offre alternativa e si tratta di essere coerenti con la parte che si è scelto di recitare. Se Puigdemont era convinto che la proclamazione dell’indipendenza catalana era legittima, doveva considerare illegittima la reazione di Madrid e testimoniare questa illegalità lasciandosi arrestare. Perché questo imponeva il ruolo che si era scelto. Se invece era convinto che quella proclamazione era illegale, ha creato alla sua regione gravissimi ed inutili problemi. E infine, fuggendo, è scaduto al livello di un ladro di galline. Se ce ne sono ancora. Da uno spagnolo mi aspettavo di meglio. Non è bello assumere pose eroiche finché non c’è pericolo, e darsi a fughe precipitose quando la situazione si fa seria. 
Così rimane provato che un conto è riempirsi la bocca di belle parole, inclusa l’indipendenza della Catalogna, un altro conto è andare in galera per questo stupido capriccio. Ma forse il personaggio di Shelley Winters la sapeva più lunga di me. Che volete, sempre uomini sono. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 ottobre 2017




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POLITICA
30 ottobre 2017
LE ELEZIONI SICILIANE SONO IMPORTANTI
Le elezioni siciliane sono importanti perché la Sicilia è la più grande regione italiana, perché i siciliani sono molti e soprattutto perché sono particolari. Lo certificò molti anni fa un francese, Dominique Fernandez, l’autore di “Mère Méditerranée” quando definì la Sicilia “l’Italia al quadrato”.
La Sicilia è l’Italia al quadrato in ciò che l’Italia ha di negativo. Gli italiani sono realisti? I siciliani sono cinici. Gli italiani non soffrono di scrupoli? I siciliani a volte non si accorgono neppure di star violando la legge. In tutte le direzioni, questi isolani sono soltanto degli individui: non hanno il senso dello Stato, non coltivano sogni di gloria, non hanno ideologie e, se c’è modo di approfittare dei difetti del mondo, battono tutti gli altri, perché questa è la loro specialità: la lotta per la sopravvivenza. Se conoscessero il latino, non sarebbe sorpresi dalla massima “homo homini lupus”. Una delle conseguenze di questa mentalità è che la Sicilia ha sfruttato la sua qualità di regione autonoma per mettere in atto un sistema di corruzione così perfetto, così ramificato, così grandioso, da costare un mare di soldi all’Italia e nel frattempo da accumulare, lo stesso, un debito colossale. 
La spiegazione che personalmente mi do, per queste caratteristiche (a parte l’essere cugini dei greci) è la storia dell’isola. Costantemente governata da estranei, costantemente disprezzata e trattata da colonia (salvo che da Federico II) si è sempre sentita orfana. Il risultato è che per i siciliani lo Stato non conta nulla. È considerato più o meno un ladro e un nemico. Le istituzioni non contano nulla, né quelle che si incontrano per strada, come la polizia, né quelle astratte, come le leggi. L’unica cosa che conta, per ognuno, è lui stesso e la sua famiglia. Il massimo di collettività dei siciliani è il gruppo degli amici, inteso come società di mutuo soccorso. E infatti quando si deve raccomandare qualcuno si dice di lui che è “cosa nostra”. Uno di noi, della nostra consorteria e – occasionalmente, della nostra cosca. Ecco perché, nel mondo, “Cosa Nostra” è sinonimo di mafia.
Rimane da dire perché queste caratteristiche divengono importanti in materia di politica. Prendiamo la Toscana, l’Umbria e l’Emilia. Per decenni e decenni queste regioni sono state comuniste. E ancora oggi sono risolutamente di sinistra. Se dovessero essere tentate di abbandonare il Partito Democratico, sarebbe per spostarsi più a sinistra. O per imprecare votando M5s. La Sicilia invece è stata a lungo democristiana, perché la Democrazia Cristiana era il partito che poteva offrire più vantaggi. E coloro che non erano democristiani erano comunisti: infatti anche i comunisti pesavano molto, soprattutto erano i monopolisti del successo in campo intellettuale ed artistico. Ma possiamo dire che erano queste, le ideologie dei siciliani? Assolutamente no. A loro interessavano i vantaggi che quei partiti potevano offrire. Se un’altra formazione fosse apparsa più utile, avrebbero cambiato bandiera. In un momento in cui comunisti e anticomunisti erano come cani e gatti, in Sicilia si fu capaci di oltrepassare questi steccati in nome dell’interesse: “Il 30 ottobre 1958 (il 1958, si badi) il deputato regionale Silvio Milazzo della DC venne eletto presidente della Regione siciliana con i voti, all'Assemblea regionale siciliana, dei partiti di destra e di sinistra, contro il candidato ufficiale del suo partito, Giuseppe La Loggia, indicato dai vertici nazionali della DC ”. Il fenomeno fece epoca e nacque il termine “milazzismo”. 
In un altro momento – ma non ricordo l’anno – quando ancora il Msi era stramaledetto da tutti, Catania fu capace, in una occasione, di dargli una valanga di voti. I catanesi erano scontenti, avrebbero votato per il diavolo, e il diavolo in quel momento era il Msi. Come si vede, nessuna fedeltà, nessuna ideologia, nessuna “appartenenza”. Tutti sono disposti a cambiare partito e bandiera, e recentemente hanno votato in buona misura per il M5s, perché diceva “vaffanculo” a tutti. L’unica vera appartenenza, a ovest dello Stretto di Messina, è la famiglia.
Le elezioni siciliane potrebbero confermare le tendenze, i partiti e perfino le percentuali precedenti, come potrebbero sconvolgere il quadro politico. L’elettorato siciliano non ha padroni, non ha inerzia, non ha superego. L’unica costante è la diffidenza nei confronti della politica e il disprezzo per coloro che la praticano. Col suo voto, la Sicilia potrebbe esprimere il sentimento di fondo dell’Italia, anche quello che essa non osa confessare a sé stessa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
30 ottobre 2017




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POLITICA
29 ottobre 2017
LA SEMANTICA DEMOCRATICA A BARCELLONA
L’onestà è un affare anche in campo intellettuale. Nel senso che a volte si appare intelligenti soltanto perché si è stati onesti. Onesti con le parole, innanzi tutto. 
La prima regola è di non dire mai di avere capito se non si è veramente capito. La seconda è di non lasciarsi impressionare da ciò che non si è capito. È meglio non capire qualcosa di intelligente, che credere di avere capito qualcosa, e accorgersi poi di avere preso per buona un’enorme sciocchezza. E comunque, chi ha detto che si debba capire tutto? E soprattutto, chi ha detto che si debba avallare ciò che non si è capito?
Prendiamo la teoria della relatività. Dopo decenni di discussioni, oggi è considerata pura e semplice scienza. Anche perché è stata confortata da esperienze un tempo impossibili. A questo punto, se vi chiedono se avete capito la relatività, non bisogna rispondere: “Sì”. Non bisogna neppure rispondere: “Sì, qualcosa ho capito anch’io”. L’unica risposta è un onesto: “No”. E se vi chiedono se la considerate scienza, non dovete rispondere “Sì”: perché non avete l’autorità per farlo. Uno che ha difficoltà con l’aritmetica, figurarsi se può esprimere un parere su quella teoria. Al massimo può dire: “I competenti la reputano tale”. 
Semplice prudenza. E a volte avviene che da principi semplici, addirittura banali, derivino sviluppi impensati. Per molti secoli l’umanità ha studiato per acquisire le nozioni delle persone colte e fu soltanto nel Seicento che un signore si chiese: “Ma è vero, ciò che dicono? Verifichiamolo”. Quel signore si chiamava Galileo, e quella verifica fece nascere la scienza sperimentale. L’orbe terracqueo ha sostituito il principio d’autorità con l’osservazione e l’esperimento, e il mondo non stato più lo stesso, da allora. 
Ognuno di noi può migliorare la propria conoscenza del reale con l’analisi delle parole. La semantica è la scienza dei significati, e il suo corretto uso ha, su molte affermazioni, l’effetto di un filtro, di un solvente, di un depuratore. Le parole si spogliano della loro autorità e rivelano a volte la loro inconsistenza o, persino, la loro natura truffaldina. 
In questi giorni abbiamo l’occasione di utilizzare questo metodo interpretativo con la crisi catalana. Stiamo tutti a chiederci che cosa avverrà, come si comporteranno i protagonisti, e tendenzialmente prendiamo sul serio ciò che dicono. Quanto meno crediamo che le loro parole esprimano concetti importanti. E non sempre è vero. 
Dovendo fronteggiare i provvedimenti che Madrid prenderà sulla base dell’art.155 della Costituzione, Puigdemont, il leader indipendentista, ha annunciato che il popolo catalano attuerà una: “opposizione democratica”. Belle parole, indubbiamente. Ma in concreto, nella situazione reale, che significano? Se il governo di Madrid deciderà di usare la forza, per esempi sgombrando le strade dai manifestanti, per esempio impedendo ai ministri e ai funzionari rimossi di accedere ai loro uffici o arrestando chi inneggia all’indipendenza, in che consisterà l’opposizione? Se si risponderà alla violenza con la violenza, l’opposizione sarà violenta. E se alla violenza non si risponderà con la violenza, si sarà democratici, ma non ci si sarà opposti. Queste due parole, dal punto di vista semantico, non vanno d’accordo.
Ma è tutto un festival di dichiarazioni velleitarie. Puigdemont ha ancora detto: non dobbiamo "mai abbandonare l'atteggiamento civile e pacifico. Non vogliamo la ragione della forza, non noi". Anche queste, belle parole. Ma i catalani hanno la scelta fra l’atteggiamento civile e la forza? È come se una pecora dicesse a un leone che considera volgare mangiare pecore. 
"Andiamo avanti", afferma su Twitter il ministro catalano Josep Rull. E uno gli chiederebbe: “Anche se un carro armato ti sbarra la strada?”
Inoltre leggiamo che il Governo catalano non si considera destituito. Come un pugilatore che, portato via in barella, si consideri il vincitore. 
Vediamo invece che cosa può realmente fare la Catalogna, per opporsi ak giverno centrale. Per esempio, tutti i funzionari di Stato potrebbero attuare una sorta di sciopero costante, rallentando enormemente lo svolgimento del loro lavoro, e rendendo la vita difficile a chi viene nel nome di Rajoy. Anche qui, però, il boicottaggio avrà o no successo secondo la reazione di Madrid. Se quel governo licenziasse in blocco i dipendenti di un ministero, farebbe una sciocchezza. Perché il giorno dopo gli mancherebbe il personale per farlo funzionare. Ma se licenziasse non tutti i funzionari, ma a poco a poco, col contagocce, quelli che si spingono più lontano, senza mai smettere, presto tutti comprenderebbero che, continuando, rimarrebbero disoccupati. Si può star sicuri che il boicottaggio finirebbe presto. Senza dire che una volta Reagan, di fronte alla minaccia di un massiccio sciopero dei controllori di volo, li licenziò tutti in blocco, e sopravvisse. Sopravvisse lui, e sopravvisse anche l’aviazione civile.
Altro esempio. Ammettiamo che gli attivisti catalani si mobilitino per non fare entrare i nuovi funzionari negli uffici. Potrebbero creare un immenso sit in, una muraglia umana intorno a quegli edifici. Avrebbero vinto? Certamente no. Se soltanto Madrid fosse abile. Infatti basterà aspettare che si stanchino, che abbiano fame, o che piova, ed andranno via. Lo stesso vale per le manifestazioni di strada. Quelle non violente basterà lasciarle passare, finché gli indipendentisti non vedranno che non concludono niente. E quelle violente basterà reprimerle con una violenza doppia o tripla rispetto a quella dei rivoltosi.
Insomma, gli indipendentisti catalani, coscienti di non avere i mezzi per resistere, si gargarizzano con parole altisonanti. E inutili. La verità è che la vittoria di Madrid non è sicura, ma non perché possa essere battuta da Barcellona: semplicemente perché potrebbe essere battuta dalla propria vigliaccheria.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 ottobre 2017




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POLITICA
28 ottobre 2017
INTERPRETANDO GLI AVVENIMENTI CATALANI
A Barcellona e a Madrid si gioca una partita più drammatica di quanto molti pensino. Ma non è ad armi eguali: è come se Madrid avesse tutte le briscole  e Barcellona soltanto la voce dei suoi indipendentisti che poi, ovviamente, non sono la totalità dei catalani. In questo campo è significativo il modo in cui si è votato per l’indipendenza. Si è usato lo scrutinio segreto e i voti a favore sono stati la totalità, salvo dieci contrari e due schede bianche. E bisogna anche segnalare le assenze. Nell’aula non c’erano i partiti contrari alla dichiarazione d’indipendenza. E già questi dati, da soli, dicono parecchio. 
I catalani anonimi, in piazza, brindano e si dichiarano orgogliosamente per l’indipendenza. I parlamentari catalani, anche se indipendentisti, preferiscono avere un alibi. Se domani Madrid decidesse di processare tutti i parlamentari che hanno votato sì, si scoprirebbe che tutti, guarda caso, facevano parte dei dieci no. Ecco una semplice domanda: come mai non si è proceduto per appello nominale? O la dichiarazione d’indipendenza era legale, e sarebbe stato un onore “firmarla” a viso aperto. Oppure era illegale e pericolosa, e dunque non vale niente. L’indipendenza si dichiara dopo aver vinto la guerra, non apprestandosi a perderla.
Esiste la riprova della natura demenziale di quel voto. I favorevoli all’indipendenza hanno lanciato la pietra e nascosto la mano, i partiti contrari invece, per eliminare i dubbi che il voto segreto avrebbe creato anche riguardo a loro, si sono astenuti dal voto. 
Il potere centrale è risoluto a ristabilire la legalità, anche con la forza. Secondo le previsioni, applicherà l’art. 155 della Costituzione, sospenderà l’autonomia della Catalogna, destituirà il potere locale ed invierà dei commissari governativi con pieni poteri. Ed anche a questo riguardo – salvo smentite – c’è un’osservazione da fare. 
Era sembrato che Puigdemont propendesse per la convocazione di nuove elezioni e non per la proclamazione unilaterale d’indipendenza. In questo caso - si diceva - Madrid non avrebbe applicato l’art.155 e si sarebbe comunque guadagnato tempo. Ma gli estremisti devono avere vinto, e Puigdemont si è rassegnato a trovare una scusa per la sua marcia indietro. Ma perché mai la convocazione delle elezioni avrebbe dovuto essere sufficiente a scongiurare l’applicazione della Costituzione? Fra l’altro visto che, già ieri sera, queste elezioni le ha convocate il governo centrale per così dire subito, il 21 dicembre? O le elezioni avevano il preciso valore legale di impedire l’applicazione dell’art.155 o non l’avevano. E allora perché prima avevano ventilato quella ipotesi? A questa domanda risponde un ragionamento “dietrologico”, che potrebbe anche non valer nulla. 
Ammettiamo che le colombe dei rispettivi campi abbiano prospettato le elezioni come una mossa concordata per far calare la tensione e prendere tempo ma Madrid, si lamenta Puigdemont, non ha promesso nulla, dunque non rimane che la proclamazione dell’indipendenza. Quasi come se Barcellona attuasse una minaccia. In realtà, non prendendo in considerazione l’ipotesi accarezzata da Puigdemont il governo centrale dimostra che ha soltanto l’intenzione di agire: ed è per farlo senza che ci possano essere equivoci, né nazionali né internazionali, che per essa è un bene che Barcellona commetta l’errore di proclamare l’indipendenza. Questa sedizione autorizza qualunque intervento, incluso quello dell’esercito. La Costituzione infatti non pone limiti. Parla di “adottare i provvedimenti necessari per obbligare la detta [Comunità] all’adempimento forzoso dei detti obblighi”. E chi giudica quali provvedimenti sono necessari? 
Il cielo di Barcellona è nuvoloso e i festeggiamenti in piazza sono patetici. Mentre la gente brinda in strada ed è convinta di avere vinto, il Parlamento catalano sa di avere perso e ad ogni buon conto adotta il voto segreto.
L’interpretazione dei fatti politici nazionali è estremamente difficile. Infatti in essi si ha un inestricabile intreccio di interessi, ideologie, opinione pubblica, magistratura, giornali, denaro ed altre cose ancora. Una volta chiesero a Henri Kissinger un parere su un fatto accaduto in Italia, e lui rispose più o meno: “Non credo di essere abbastanza intelligente per capire la politica italiana”.
L’interpretazione dei fatti internazionali è invece più semplice. Qui gli interessi sono brutalmente contrapposti e non c’è nessuno spazio per la retorica. Soprattutto è facilissimo capire “chi ha ragione”: perché ha sempre ragione il più forte. E appunto, nel momento in cui una regione dichiara la propria indipendenza, trasforma il problema da nazionale in internazionale. A quel punto non deve più aspettarsi che la controparte abbia scrupoli. Il governo centrale ha soltanto l’interesse a non mettersi contro tutti – per vincere più facilmente – e quello di lasciare spazio alla successiva riconciliazione, perché tutte le guerre finiscono, una volta o l’altra. Ma nulla più di questo. Nel momento in cui si tratta di vincere o di perdere, chiunque si pari davanti va eliminato. In Catalogna farebbero bene a ricordarselo. Se sulla bandiera Italiana c’è scritto idealmente “Tengo famiglia”, come diceva Leo Longanesi, in quella spagnola forse c’è l’immagine di un enorme toro, capace di caricare a testa bassa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28 ottobre 2017




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POLITICA
27 ottobre 2017
COME PEGGIORARE UNA SITUAZIONE GIA' DIFFICILE
La Banca d’Italia è una delle poche istituzioni italiane cui tutti tributano stima e rispetto. Da essa ci si aspetta che sia autonoma, indipendente e al di sopra delle parti. Per anni la nomina del suo capo è stata a vita, proprio per sottrarlo a qualunque influenza esterna, e ancora oggi la durata della carica è di sei anni - rinnovabili per altri sei - ovviamente scavalcando le legislature. E il governatore è designato dal Presidente della Repubblica su proposta del governo e col placet del vertice della stessa banca. Come si vede, quella nomina non soltanto non è figlia di un accordo politico ma non deve neppure sembrarlo. 
Purtroppo i poteri della banca centrale sulle altre banche non sono chiari (a me, quanto meno) e non è chiara neppure la natura del controllo della Consob. Così sulle malefatte delle banche è planata una fitta nebbia e i risparmiatori depredati non hanno saputo con chi prendersela. Soprattutto dal momento che si è avuta l’impressione che nessuno intendesse disturbare i loro dirigenti. Ma non tutti hanno avuto questo genere di scrupoli. Molti – per esempio il M5s - cavalcano la tigre e danno la colpa alla suprema autorità monetaria. Se Visco era al top, non poteva che essere onnipotente, e dunque è lui che non ha impedito il disastro. Ragionamento infantile. Ammesso che Bankitalia avesse il dovere di vigilare, ne aveva il potere? Quali sanzioni poteva applicare e quali non ha applicato? Quesiti per menti sottili, certo, mentre forse il  M5s confonde sottigliezza e sottilette. 
Le cose sono comunque cambiate quando Renzi ha voluto fare il furbo. Tenendo conto che, per tre degli ultimi quattro anni, è stato Presidente del Consiglio, ha temuto di essere coinvolto nelle accuse ed ha escogitato un brillante stratagemma: invece di perdersi nelle “technicalities”, ha deciso di accodarsi ai “grillini” gettando tutte le colpe sulla Banca d’Italia. Quanto a lui, non c’era, e se c’era dormiva. Così ha fatto sì che il Pd presentasse e il Parlamento approvasse una mozione in cui si auspicava che non si rinnovasse il mandato a Ignazio Visco, in modo da avere un capro espiatorio. E poi nelle piazze ha detto e ripetuto: “Noi del Pd non siamo con le banche, noi siamo con i risparmiatori”.
La mossa di Renzi è stata peggio che irrituale. Se la nomina del governatore non passa attraverso gli alti palazzi è perché la si vuole del tutto lontana dalla politica. E quando Renzi ha proclamato che il governo ha il dovere di tenere conto dell’opinione dei cittadini espressa con l’approvazione di quella mozione ha detto una sonora sciocchezza. È come se avesse detto che il chirurgo, nello scegliere la tecnica operatoria, deve tenere conto del parere dei parenti del malato. Qui la politica non ha voce in capitolo. E figurarsi se può averla chi, come Renzi, ha bisogno di un alibi. Così la mossa ha sollevato un unanime coro di critiche e di condanne. Naturalmente ciò non ha impedito al re dell’arroganza di rimanere tracotante e di insistere nella sua demagogia. Ma quell’uomo è fatto così. 
A volte bisognerebbe rendersi conto che il randello che si lancia è un boomerang. Prima molti dicevano che probabilmente il governatore avrebbe rifiutato una nuova candidatura; poi la Camera ha stupidamente approvato la mozione che lo lo invitava ad andarsene e Visco ha capito che un passo indietro sarebbe apparso come un’ammissione di colpa. Dunque niente passo indietro. Per giunta, in queste condizioni, all’estero un eventuale ricambio sarebbe stato visto come la prova dell’inadeguatezza di Bankitalia. Oppure come la dimostrazione di una pesante e indebita influenza politica Gentiloni non ama ruggire ma ha dovuto dimostrare che la sua schiena è diritta e che la Banca d’Italia al di sopra della mischia. Così ha proposto la riconferma del governatore: eterogenesi dei risultati.
Riconfermando Ignazio Visco, quel governo che è emanazione del Pd, e quel Primo Ministro che Renzi stesso ha mandato a Palazzo Chigi, hanno implicitamente affermato che il governatore ha fatto bene il suo mestiere e che chi l’ha criticato, con la sua improvvida mozione, si è comportato da calunniatore. Che fenomenale autogol. 
Ennio Flaiano avrebbe detto di Renzi che “l’insuccesso gli ha dato alla testa”. Malgrado il tremendo smacco del quattro dicembre, ha creduto di potere rimontare subito la corrente, come un salmone, e per la smania di riuscirci al più presto ha sbagliato tutte le mosse. È insalvabile.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 ottobre 2017




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POLITICA
26 ottobre 2017
L'ILLUSIONE DELL'IMPUNITA'
In passato mi è capitato di odiare intensamente dei bambini. Parlo di pargoletti da due a quattro anni, capaci di infastidire e provocare degli adulti per il piacere di farlo. Esattamente come chi provoca un cane dietro un cancello, per farlo impazzire di rabbia, ché tanto il cancello gli impedirà di attaccarci. Solo che io non ero dietro un cancello.
Il loro comportamento, benché assolutamente stupido e odioso, rimaneva incolpevole. Inescusabili erano i loro genitori. Quelli che gli avevano insegnato che un bambino è comunque intoccabile. Perché questa è una stupidaggine monumentale. Tutti i mammiferi rispettano un animale più grosso e armato di loro, e insegnare ad un soldo di cacio che può anche provocare Erode è un pessimo viatico, nella vita.
Ma se il problema fosse soltanto questo, non ci sarebbe da preoccuparsi. Basterebbe smettere di frequentare le piccole pesti insieme con i loro genitori. Il guaio è che questa presunzione di impunità si ritrova nei contesti più svariati. È persino divenuta uno dei grandi problemi della nostra epoca. I lavoratori a volte si comportano malissimo, i datori di lavoro inevitabilmente li licenziano e i giudici del lavoro gli impongono di riassumerli. Qual è il messaggio, per i dipendenti, se non quello dell’impunità? Ci sono giovani che aspettano con ansia che ci sia una qualunque manifestazione di piazza per cercare di malmenare carabinieri e agenti di polizia. Le autorità e i giornali li hanno designati con vari nomi, hanno cercato di fronteggiarli in vari modi, ma hanno regolarmente perso la guerra. Ad ogni nuova, importante manifestazione, dobbiamo sopportare l’intervento di questi delinquenti per i quali la violenza è uno sport e l’uomo in divisa il pupazzo di stoppa contro il quale esercitarsi.
Come spiegare tutto ciò, se non con il fatto che lo Stato non li punisce, e con la possibilità che gli dà di riprovarci? È la società che ha fatto rientrare la violenza nella libera manifestazione del pensiero. È lo Stato che fraintende la Costituzione, e mentre è severissimo col pescivendolo ambulante che inveisce contro due vigili urbani, o con l’automobilista che insulta i poliziotti della “Stradale”, diviene cieco e sordo quando le stesse azioni sono compiute non da un singolo maleducato inoffensivo, ma da cento energumeni aspiranti omicidi. E se i poliziotti fermano qualcuno, il giorno dopo il magistrato li rimanda a casa. Anche qui, qual è il messaggio? Che i manifestanti sono intoccabili. Anche se lanciano biglie di ferro col tirasassi, anche se roteano spranghe, anche se scagliano bottiglie Molotov nella speranza di bruciare vivo un carabiniere. 
Siamo immersi nella cultura dell’impunità. Una convinzione nata dalla delegittimazione dell’autorità. Un tempo “contestare” significava “contrappore seri argomenti ad una tesi”, oggi significa tirar giù tutto, perché tutto è da tirar giù. Fra l’altro chi lo fa non corre rischi e per giunta passa per coraggioso, per un precursore di tempi migliori. 
Per decenni e decenni abbiamo considerato meritorio distruggere, non costruire. Da un lato abbiamo giudicato ovvio che tutto fosse negativo, dall’altro siamo stati convinti che il mondo si sarebbe ricostruito da sé, migliore di com’era prima. E infatti abbiamo distrutto la scuola, la fabbrica, la famiglia e perfino la religione e la morale.
Queste manifestazioni di follia collettiva si sono estese all’intero continente. In Europa non ci rendiamo conto che, se rimaniamo divisi in materia di Difesa, non conteremo più nulla. E invece di unirci imbocchiamo la strada contraria. Paesi come la Gran Bretagna, la Francia o la Spagna non pesano più come un tempo e i cittadini reagiscono cercando di indebolirle e indebolirsi ancora di più. Gli scozzesi vogliono separarsi dagli inglesi, i bretoni dai francesi, i catalani dagli spagnoli. Perfino il Nord Italia sogna di mettere le dogane sull’Appennino Tosco-Emiliano. E tutto ciò a che cosa corrisponde, se non alla serena convinzione che nessuno mai attaccherà la Scozia, la Bretagna, la Catalogna?
Come spiegare alla gente che la debolezza degli uni rende forti e aggressivi gli altri, anche quelli che prima non lo erano? Non ha insegnato niente l’annessione della Crimea da parte della Russia? Mosca avrebbe deglutito tanto facilmente quella penisola, se l’Ucraìna fosse stata abbastanza forte da fargliela pagare? 
Ma la storia non insegna nulla. Chi parla di geopolitica e del rischio di scontri bellici è accolto con cortese scetticismo. Come parlasse un paranoico. Oggi, un conflitto? Oggi avremmo bisogno di un esercito? E per combattere contro chi? Suvvia. Potremmo anche dare calci negli stinchi agli adulti, ché tanto, che possono fare, a noi bambini?
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 ottobre 2017




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POLITICA
25 ottobre 2017
DIRITTO E POLITICA NELLA QUESTIONE CATALANA
Per discutere della questione catalana bisogna innanzi tutto avere chiari i concetti di sovranità e di Stato. 
Uno Stato si compone di tre elementi essenziali: un popolo, un territorio e un governo. Se manca il popolo, si ha al massimo un territorio. Un eventuale governo non saprebbe su chi esercitare il proprio potere. 
Se manca il territorio, si avrà una comunità tenuta insieme da qualcosa, per esempio la religione (come gli ebrei prima della nascita di Israele), ma certo non uno Stato. 
Se manca il governo, anche ad avere gli altri due elementi, non si avrà uno Stato, perché la situazione sarà simile a quella dei palestinesi. Ammesso che essi siano un popolo (ed è discutibile) e ammesso che esista una Palestina (a parte che come espressione geografica), dal momento che il potere sul territorio appartiene al governo di Gerusalemme, non si può dire che la Palestina sia uno Stato. O per meglio dire può dirlo l’Unesco, dimostrando così che merita di essere chiusa, dal momento che contribuisce più all’incultura che alla cultura.
Il concetto di governo è strettamente legato alla sovranità. Se su un dato territorio comanda un potere che non deve rendere conto a nessuno delle sue decisioni, si avrà sovranità. Se invece le sue decisioni sono sottoposte all’approvazione di un altro potere, al di fuori del proprio territorio, non ci sarà sovranità e si avrà la situazione che si è avuta con le colonie, incluse le Repubbliche Democratiche dell’Europa Orientale quando c’era l’U.r.s.s. La “sovranità limitata” (ci cui parlava Breznev) non esiste.
Sulla base dei detti principi, su un dato territorio non possono esercitarsi due sovranità. Se esistono due poteri diversi, e uno dei due ha l’ultima parola, si avrà da un lato la sovranità, dall’altro al massimo un’autonomia. E se una regione autonoma pretende la propria intera sovranità, potrà ottenerla o perché al governo centrale è disposto a regalargliela (come è avvenuto per la separazione fra la Repubblica Ceca e la Slovacchia) o perché la regione autonoma rigetta con la forza la sovranità del potere centrale: come è avvenuto con tutte le guerre di indipendenza, da quella americana contro il Regno Unito a quella del Lombardo-Veneto contro l’Austria. 
Nel caso della Catalogna, è evidente che su quella regione vige la sovranità spagnola. Se Barcellona vuole essere indipendente, o chiede la secessione alla Spagna, e se questa gliela concede poi sarà indipendente, oppure dichiara guerra a Madrid e, se la vince, poi sarà indipendente. Una cosa è chiara: chiedere non corrisponde al diritto ad ottenere. È lecito corteggiare una donna, ma se lei si rifiuta, lo stupro non è un’alternativa. Comunque, non un’alternativa gratuita.
Purtroppo in questi casi il problema è anche politico. Che Madrid abbia ragione non c’è dubbio, ma anche avere ragione ha un costo. Se, per affermare la propria sovranità, la Spagna si vedesse obbligata ad usare le armi e a provocare molti morti, il mondo - sempre perfezionista, quando sono gli altri a dover agire - sarebbe molto severo. “Proprio non c’era altro modo, per risolvere il problema?” “Proprio non si poteva dare un qualche contentino, agli indipendentisti?” E si riproporrebbe l’eterno, stupido schema, per cui si ha tendenza a difendere il debole che provoca il forte e poi le prende. Ma la politica non è cosa che obbedisca alla ragionevolezza e al diritto. E neanche alla logica.  
La Catalogna non ha molti argomenti, dalla sua parte. Non si avvale di nessuna norma giuridica e non può nemmeno invocare il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Perché i catalani non sono un popolo diverso da quello spagnolo e il catalano (a differenza del basco) è soltanto un dialetto dello spagnolo. Quella regione appartiene alla Spagna sin dalla preistoria, e del resto i Pirenei e lo stretto di Gibilterra sono lì da parecchio tempo. 
Come se non bastasse, i dirigenti indipendentisti hanno commesso il gravissimo errore di parlare di Repubblica. Sarebbero stati abili se avessero inneggiato a re Felipe, chiedendo magari la sua intermediazione e prospettando una “unione personale” (l’indipendenza dalla Spagna avendo in comune con essa il re, come l’Australia ce l’ha col Regno Unito). Parlando di Repubblica invece hanno rievocato la Guerra Civile, innescando una reazione di rigetto al limite dell’anafilassi. Nessuno ha dimenticato quella terribile guerra, né dentro né fuori i confini della Spagna. 
Ma è questa la politica, e la sua strada è sempre costellata di errori.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 ottobre 2017




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POLITICA
24 ottobre 2017
LA VIDA ES SUEÑO
I referendum che si sono tenuti in Lombardia e in Veneto sono parte di un sentimento generale di sfiducia nei confronti dei governi centrali. Non tanto perché i votanti siano sicuri che i politici locali saprebbero far meglio, quanto perché sono sicuri che è difficile fare peggio. In fondo tutta la dottrina politica del Movimento 5 Stelle si riassume in questo. E infatti i suoi insuccessi non intaccano le intenzioni di voto a suo favore perché la gente non si aspetta miracoli, dal Movimento: semplicemente voterebbe per il diavolo, pur di dire no a quelli che già stanno a Roma. 
Ma la reazione di rigetto non è soltanto italiana. Non sfuggono a questo stato d’animo politico gli Stati Uniti, quando votano per Trump; i francesi quando votano per Marine Le Pen o abbandonano i grandi partiti per votare un Macron che ha solo il pregio di rappresentare una novità; gli inglesi che votano per l’uscita dall’Unione Europea e magari fanno credito a un personaggio come Corbyn; la Germania che plaude ad un partito, come Alternative für Deutschland, che fino a qualche anno fa si sarebbe considerato indecente. La stessa piccola Repubblica Ceca nelle recenti elezioni si affida a un improbabile miliardario. Dovunque è tutto un rosario di delusioni, di proteste, di fughe in avanti e perfino verso il nulla.
La gente è scontenta. È esasperata al punto da fare follie. E volere spiegare un fenomeno che traversa i decenni, scavalca l’Oceano, si manifesta a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest, non è impresa da poco. Forse soltanto gli storici futuri avranno le idee abbastanza chiare per spiegare ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Oggi si può soltanto sperare di cogliere una parte della verità. Di formulare almeno delle ipotesi, magari ottenendo qualche luce da chi quelle stesse ipotesi mette in dubbio.
Fra le principali ragioni dello scontento ci sono la disoccupazione, la stagnazione economica, le basse pensioni, l’eccesso di pressione fiscale, il grande numero di poveri male assistiti, i limiti e le disfunzioni della sanità pubblica, l’insufficienza dei servizi forniti dagli enti locali, e tanti altri problemi per i quali, in fin dei conti, la soluzione sarebbe sempre la stessa: il denaro. Col denaro si potrebbero fare grandi investimenti, eliminando la disoccupazione. Si potrebbe rilanciare l’economia. Si potrebbero imporre meno tasse. Si potrebbe risolvere tutto, insomma. Ma dove trovarlo, il denaro? E poiché questa domanda non ha risposta, non hanno molto senso le promesse elettorali e buona parte della politica. Le nozze non si fanno coi fichi secchi, e qui sono perfino i fichi secchi, che mancano. Ecco perché si può sorridere amaramente dei tentativi di innovazione, delle soluzioni autonomistiche, delle proteste, delle speranze e delle minacce di tutti. Queste cose sembrano una sceneggiata che non intacca minimamente una situazione inamovibile. 
Ma lo stesso denaro è una falsa soluzione, per l’ottima ragione che, per se - come si direbbe in latino - non esiste. Non è ricchezza, è soltanto un intermediario per il trasferimento della ricchezza. Per questo, se i cittadini producessero una grande ricchezza, e una parte di questa fosse prelevata dallo Stato, si potrebbero assistere i poveri, sostenere i disoccupati, migliorare i servizi e via dicendo. Se invece i cittadini producono poca ricchezza, non soltanto lo Stato ne riceverà poca e potrà fare poco, ma spremendo i cittadini col fisco li indurrà a produrre sempre meno. 
Questo semplice schema mette a fuoco l’errore. Ci si aspetta che lo Stato risolva il problema, mentre esso ha soltanto la funzione di stabilire il quadro in cui la ricchezza può essere prodotta, prelevandone poi una parte e non certo producendola esso stesso. Perfino quando la preleva per usarla a favore dei contribuenti, nel giroconto dai cittadini ai cittadini una parte della stessa ricchezza si perde negli ingranaggi dell’Amministrazione. Ed è questa la ragione per la quale, sia detto al passaggio, il cosiddetto problema della distribuzione della ricchezza è futile. Il problema non è distribuirla, il problema è produrla.
La causa fondamentale della crisi è la sproporzione fra la ricchezza che i cittadini producono e quella di cui essi vorrebbero beneficiare. Questo fenomeno può avere le cause più diverse, e se ne possono enumerare alcune, senza sostenere che la lista sia completa e che esse operino dovunque nello stesso modo. Può darsi ad esempio che il lavoro sia appesantito da troppe guarentigie, da troppe “conquiste sindacali” e da troppi vincoli, per essere competitivo con i Paesi “meno progrediti”. Può darsi che la pressione fiscale sia passata da fardello dei produttori a freno della produzione, fino a permettere la sopravvivenza soltanto alle imprese con maggior margine o a quelle che evadono il fisco. Può perfino darsi che i cittadini abbiano ormai una tale concezione della comodità della vita da non strapazzarsi abbastanza per produrre ricchezza. Tutto ciò per non parlare dell’autentico esercito di dipendenti dello Stato, la cui produttività è sempre bassa e il cui peso economico è schiacciante. 
La crisi non è politica. I futuri governanti non saranno né migliori né peggiori dei passati perché gli uni e gli altri sono impotenti a modificare la realtà. Forse la crisi è economica ma non perché lo Stato non sappia dirigere il Paese: piuttosto perché il Paese è bloccato nella sua bassa produttività. La crisi è insolubile perché ognuno continua a pensare che tutto dovrebbe andar meglio senza che la sua personale condizione peggiori. Mentre è proprio il modello socio-economico generale che bisognerebbe cambiare.
Per tutte queste ragioni è cosa assolutamente giustificata sentire una profonda noia, nei confronti del dibattito politico, e perfino nei confronti dell’esasperazione della gente. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
23 ottobre 2017




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POLITICA
23 ottobre 2017
PERCHÉ GLI ALTRI CI SEMBRANO CRETINI
L’osservazione pacata della realtà indurrebbe a concludere che gli uomini siano per la maggior parte degli sciocchi. E tuttavia, quand’anche sembrasse un’ovvietà, questa affermazione urterebbe contro alcune semplici obiezioni. Dire che A è uno sciocco significa dire che è meno intelligente di B, o ancor meglio della media degli uomini. Ma se si dice che tutti gli uomini sono sciocchi bisogna precisare: rispetto a chi? L’umanità non può essere né sciocca né intelligente, perché essa è il metro rispetto al quale il singolo può essere normale, sciocco o intelligente. Essa è per così dire lo zero della scala, quello rispetto al quale si può andare verso il più o il meno. Ma se tutto ciò è incontestabile, rimane lo stesso da spiegare come mai gli altri ci sembrino così spesso “cretini”. 
Una prima, possibile spiegazione è che chi trova gli altri poco intelligenti sia effettivamente più intelligente di loro. Ma è bene che ciascuno faccia questa ipotesi pensando a qualcun altro, non pensando a sé stesso. Una seconda ipotesi è fondata sul temperamento. Facciamo il caso che una persona sia mediamente intelligente, ma molto razionale. Dal momento che la maggioranza razionale non è, si comprenderebbe la sua impressione di avere a che fare con dei cretini. Ma proprio questa ipotesi apre la porta ad un’interpretazione più vasta – e forse più fondata – dell’intero fenomeno.
Essere razionali significa applicare alla realtà un certo modulo interpretativo. Forse anche il migliore, comunque non l’unico. L’avvocato per esempio, per professione, possiede un modulo interpretativo diverso. La sua bussola non è la razionalità, ma ciò che prescrive la legge. E nel suo cuore potrà trovare “cretino” l’uomo razionale di cui sopra perché, mentre gli racconta il suo caso, ci mette dentro molte cose che, giuridicamente, non hanno nessuna importanza. Si appella ad una giustizia che è un rispettabile ideale ma non fa parte dei codici; invoca con convinzione fatti veri, ma che non può provare; è sicuro della competenza giuridica e dello scrupolo morale dei giudici, e via dicendo. Dal punto di vista del giurista, il modo di ragionare della persona normale è spesso “stupido”. 
Né le cose vanno diversamente per l’idealista. Malgrado ogni smentita della realtà, questi continua a usare come metro il punto di vista morale. Dunque giudicherà “cretino” l’uomo razionale che non tiene conto dei veri valori, ed anche il magistrato che ha deciso secondo la legge, e non secondo ciò che a lui appare conforme a giustizia. 
L’uomo freddamente razionale disprezza gli emotivi e li giudica con severità. Gli emotivi sono convintissimi che ciò che li entusiasma, li deprime, li preoccupa sia un motivo validissimo per essere entusiasti, depressi, preoccupati. E così, nel momento in cui l’uomo freddo non reagisce nella loro maniera è lui, quello che sbaglia. È lui, il “cretino”.
Ognuno, per professione, per formazione o per temperamento, ha un proprio modulo interpretativo della realtà. E poiché gli altri non hanno lo stesso metro, ne deduce che, non lui, ma gli altri sbagliano. E la conclusione è inevitabile: sono poco intelligenti. E se la parola “intelligenti” non piace, se ne può usare un’altra: rimane comunque il giudizio negativo. 
La conclusione è che, mentre l’umanità è costituita da una sterminata folla di oltre sette miliardi di persone, ognuno usa per misurarla il suo metro personale. E la frase: “Tutti mi sembrano cretini” dovrebbe semplicemente essere tradotta in quest’altra: “Tutti sono diversi da me”. 
E questo spiega anche le difficoltà della convivenza. Anche le persone che si vogliono bene – e dovrebbero dunque realizzare il paradiso in terra – si trovano spesso a costatare che due rimangono due e non sono mai uno. Se a volte siamo in collera con noi stessi - perché siamo incorsi in un errore, perché non abbiamo efficacemente reagito ad un sopruso, perché abbiamo commesso una gaffe - figurarsi se non possiamo essere irritati rispetto a qualcuno col quale viviamo costantemente. Nella quotidianità le piccole differenze si ingrandiscono, fino a costituire una continua pietra d’inciampo. 
E così, risalendo dal filo all’ago, come dicono i francesi, arriviamo alla conclusione: non è che gli altri siano cretini, semplicemente “non sono noi”. E poiché questo è inevitabile, dovremmo essere tolleranti con tutti. Soltanto così potremo sperare di avere rapporti armoniosi con gli altri. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 ottobre 2017




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POLITICA
22 ottobre 2017
I CANI ABBAIANO E MORDONO
A tutti i livelli si ha la tendenza a reagire molto tempo dopo il momento in cui si sarebbe dovuto. Il fenomeno ha molte cause. Innanzi tutto, nessuno ha voglia di combattere, sicché la prima reazione è quella di sperare che tutto si calmi da sé. Un secondo possibile motivo è che non si è sicuri di aver capito bene: “Mi voleva provocare, o ha commesso una gaffe?” “Cercava lo scontro o voleva dire altro?” Insomma la vigliaccheria, quando si teme di essere i più deboli, il fastidio, quando si pensa di essere i più forti, e comunque l’amor di pace, fanno sì che molte volte si risponda all’aggressione con molto ritardo, o non si risponda. 
Le conseguenze possono essere gravi. Quando gli va bene una volta, gli imbecilli, i violenti, i provocatori si convincono che gli andrà sempre bene. Infatti esagerano sempre più, fino ad ottenere una reazione ben più forte di quella che avrebbero meritato da principio. Nei film western questo era il sospirato momento in cui il protagonista tirava fuori la pistola e faceva una strage.
Ma la vita non sempre prevede il happy end. Nella realtà concreta, quando ci si decide a rispondere, può essere troppo tardi. Il danno è fatto ed è irrimediabile. Oppure c’è ancora modo di difendersi, ma si è lasciato tanto spazio al provocatore che ormai batterlo sarà molto costoso.
Tutti abbiamo commesso qualche colpa di questo genere e, per certi errori del passato non riusciamo ancora a perdonarci. E tuttavia dovremmo farl,: non tanto per amore di noi stessi (che comunque non ci manca certo) quanto perché lo stesso genere di errori è stato ripetutamente commesso da persone più importanti di noi e per fatti di valore incommensurabilmente più grande. L’Europa intera, quasi con la sola eccezione di Churchill, ha sottostimato il pericolo costituito da Hitler. E quando ha cominciato a reagire, s’è accorta di avere lasciato al dittatore tedesco il tempo di divenire un gigante, dal punto di vista militare. Per decenni, i Presidenti degli Stati Uniti non hanno preso sul serio la dinastia nordcoreana dei Kim, hanno confidato sulla drammatica povertà del Paese, ed anche su un minimo di buon senso che sconsigliasse a Pyongyang di provocare potenze tanto più forti. Washington è arrivata al punto di fare dei regali, ai nordcoreani, sperando un po’ di ammansirli e un po’ di comprarli. Il risultato, di tolleranza in tolleranza, è stato che quei fanatici si sono dotati della bomba atomica e dei missili per recapitarla. Ed oggi non si sa più come contenerli. Prima si è rinviata l’azione di polizia, ora si rischia la guerra.
Il più recente esempio di questo genere di follia ce lo fornisce il governo di Madrid. Se per una regione come la Catalogna, come per qualunque altra regione della Spagna, chiedere l’indipendenza è anticostituzionale, perché si è permesso che se ne parlasse per anni ed anni, fino a convincere tanti catalani che essa fosse a portata di mano? Che comunque fosse lecito chiederla e addirittura pretenderla? Sarebbe stato necessario processare per sedizione il primo che ne ha parlato. Oggi invece arrestare per sedizione due personaggi per avere detto e fatto quello che dicono e fanno migliaia e migliaia di catalani, alla gente sembra un’ingiustizia. I romani, maestri della materia, sostenevano che ex facto oritur ius, dal fatto nasce il diritto. Se il diritto vieta una cosa, e in concreto la si tollera, la gente ne dedurrà la liceità di quel comportamento. E se qualcuno gli ricorda che la legge la pensa diversamente, dirà che la legge deve adeguarsi.
Come sempre quando c’entra la politica, le cose sono più complicate di come sembrano. Se un governo reagisce con durezza al primo sgarro, rischia di essere impopolare. Infatti alla prima avvisaglia di un problema la gente lascia prevalere il buonismo, perdona tutto e se il governo si comporta con risolutezza lo accusa di brutalità. Però poi, quando il venticello diviene tempesta, gli rimprovera di essere stato debole e di non avere reagito in tempo. 
E in questo caso, Rajoy il temporeggiatore ha veramente lasciato che le cose andassero troppo oltre. Se ora, come si dice, parecchie centinaia di migliaia di barcellonesi scendono in strada per protestare contro il governo centrale, è segno che centinaia di migliaia di barcellonesi reputano di avere il diritto di parlare di indipendenza. E il fatto che si sbaglino non conta. Bisognava dirglielo mesi fa, anni fa, che si sbagliavano. Ormai forse li convinceranno soltanto le armi da fuoco.
   Mai contare sul fatto che can che abbaia non morde. Molti cani abbaiano e mordono.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 ottobre 2017




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POLITICA
21 ottobre 2017
IL CUORE A LUTTO PER LA SPAGNA
Ci sono Paesi di cui ci si innamora. Un tempo si diceva che non si poteva vivere in Cina o in Francia senza esserne cambiati e senza rimpiangerle, se poi si andava a vivere altrove. Per la Cina non so, per la Francia lo so per esperienza, anche se la nazione di cui parlo è quella che ho conosciuto tanti anni fa.
E tuttavia il dolore per la decadenza della nostra “sorella latina” è nulla in confronto a quello che sento per la Turchia. Negli ultimi anni sono passato dall’entusiasmo per una città come Istànbul  - e quasi all’indignazione per le difficoltà che si facevano a quel Paese riguardo all’ingresso nell’Unione Europea - al lutto per un Paese che era laico ed è divenuto bigotto, era tollerante ed è divenuto oppressivo, era moderno e vuole tornare al Medioevo. Soprattutto era libero e non lo è più. Non avrei mai immaginato che la storia mi desse così brutalmente torto, dopo ottant’anni di kemalismo. Ancora una volta è risultato vero il detto del poeta, secondo il quale anche le civiltà sono mortali.
L’ultimo dolore me lo sta dando la Spagna. L’umanità deve essere folle, se corre questi rischi. Gli spagnoli devono conoscere male la loro storia e il loro stesso carattere, se osano sfidarsi. Come possono i catalani pensare che Madrid, avendo dalla sua l’orgoglio, la legge e la forza (in ordine d’importanza) possa cedere a una regione ribelle? Come possono permettere che quella Spagna che, ancora nel Ventesimo Secolo, ha insegnato al mondo quanto possa essere crudele una guerra civile, ne dia ancora l’esempio? E come si può pensare che una grande e gloriosa nazione che, al prezzo di una guerra, ha riconquistato la sua unità, consenta la secessione di Barcellona?
Che memoria corta, hanno gli uomini. Il bagno di sangue degli Anni Trenta fu così doloroso che il duro vincitore, Francisco Franco, si premurò di onorare nello stesso modo i caduti delle due parti in conflitto. Infatti li tumulò insieme, nell’immensa cattedrale sotto la montagna della Valle de los Caídos. Per riconciliarli almeno nella morte. 
In quel momento gli spagnoli conoscevano benissimo il valore della pace riconquistata. Un bene da non mettere a rischio per nessuna ragione, e talmente prezioso che Franco – malgrado mille pressioni - rifiutò a Hitler l’intervento della Spagna a fianco dell’Asse e perfino il passaggio delle truppe tedesche attraverso la penisola iberica.
E tutto questo si rimette in gioco per un’ubbia. Per un’indipendenza di cui la Catalogna non ha nessun bisogno e che Madrid non potrà mai permettere. Lo sanno, i catalani, quanto può essere duro uno scontro fra spagnoli? Lo saprebbero certamente, se avessero tutti cento anni. Lo saprebbero, se avessero seriamente studiato storia. E invece credono che le battaglie si vincano con le folle sterminate che applaudono in piazza. Senza pensare che, Dio non voglia, sono il più produttivo bersaglio per le mitragliatrici. 
A questo punto uno non sa più né che cosa aspettarsi, né che cosa augurarsi. Pensando a quante guerre, stupide e dolorose, sono scoppiate per motivi futili, è veramente troppo difficile essere ottimisti. La prospettiva della vittoria alimenta gli spiriti guerrieri, l’esperienza spesso fa preferire la sconfitta alla prosecuzione del conflitto. Ma questo gli uomini non lo imparano mai.
Forse nessuno, oggi, vorrebbe essere nei panni di Rajoy. Il suo dovere gli impone di preservare ad ogni costo l’unità della Spagna; la costituzione gli impone di revocare l’autonomia di Barcellona, ma come poi debba fare, tecnicamente, per affermare l’autorità di Madrid, se possibile limitando il numero dei morti a quello di qualche scaramuccia, questo non si sa. 
Se fossi credente pregherei Dio di illuminare le menti di tutti i contendenti. Ma poiché non lo sono, temo che resteranno al buio. Soltanto un colpo di fortuna potrà evitare alla Spagna una bruttissima esperienza che Barcellona avrà voluto per sé e inflitto alla Spagna intera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 ottobre 2017




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POLITICA
20 ottobre 2017
LA FINE DELL'ISIS
Da quando l’autoproclamato Califfato dai mille nomi – Isis, Stato Islamico, Daesh e ce ne saranno altri – ha cominciato a perdere terreno, si è capito che era questione di tempo, ma sarebbe stato cancellato dalla carta geografica. Il futuro tuttavia è sempre incerto, e si aspettava qualche conferma. Che si è avuta quando si è capito che Mosul sarebbe stata riconquistata. Da quel momento è stata soltanto un’inutile agonia che si è conclusa ieri, con la caduta di Raqqa, la cosiddetta capitale. Ormai, se qualcuno commetterà qualche atrocità in nome di quello Stato, sarà come quando, prima, ci si richiamava ad Al Qaeda. Un fanatismo disincarnato. 
Non rimane che trarre le conclusioni di questa avventura e personalmente mi scuso con quegli amici che dovessero farmi notare che molte di queste cose le ho già scritte mesi fa. Ma un conto è fare delle previsioni, un altro è trarre delle conclusioni dai fatti.
L’idea stessa di uno Stato Islamico è nata dal risveglio dell’Islàm più rigido, più intransigente, più fanatico e – in un certo senso – più selvaggio. Al punto che siamo ormai abituati al terrorismo in nome di Allah e abbiamo difficoltà a ricordare che, ancora una sessantina d’anni fa, l’intero Maghreb e il Vicino Oriente erano territori di pace e di tolleranza. Gli ebrei erano numerosi dappertutto (in seguito alla cacciata dalla Spagna nel 1492) e convivevano serenamente con gli arabi, i francesi, gli spagnoli, gli italiani. Era un altro mondo. È soltanto dopo, che è nata una feroce intolleranza. Un’implacabile ostilità che ha spinto praticamente tutti gli ebrei a fuggire. Così, questi profughi che nessuno ha compianto, sono andati ad irrobustire Israele, divenuta anche col loro apporto il simbolo di una superiorità economica e militare. Una superiorità che i fanatici musulmani hanno involontariamente sottolineato creando una coalizione quasi mondiale (1967) per annientare l’“Entità sionista”, e riuscendo soltanto a uscire battuti e umiliati dal confronto. 
Purtroppo, questa lunga serie di smacchi non ha convinto i maomettani ad abbassare le loro pretese. Lo Stato Islamico, ad esempio, mentre già si avviava a sparire, parlava di far sventolare la Mezza Luna sulla Basilica di S.Pietro. I palestinesi poi, ad ogni sconfitta e ad ogni delusione, hanno raddoppiato la posta. Ovviamente senza cavare mai un ragno dal buco.
L’idea dello Stato Islamico è nata da queste frustrazioni ed ha rappresentato, probabilmente, la risposta più logica al problema. Nel Settimo Secolo d.C. l’idea di nazione non esisteva. La mentalità occidentale era stata forgiata da tredici secoli di potere di Roma (un potere ancora vivo a Costantinopoli, dove sarebbe sopravvissuto fino al 1453) e l’idea fondamentale era quella di uno Stato multinazionale, nato dalla conquista militare e dalla libera adesione ad una civiltà superiore. Un modo di concepire il mondo che non cambiò con Maometto. Roma aveva conquistato un impero ricercando la propria sicurezza e si era imposta col proprio esempio, con i successori di Maometto fu ripresa l’idea della conquista di un impero con le armi ma l’elemento unificatore divenne la religione. Il collante fondamentale delle conquiste arabe fu l’imposizione di un nuovo credo e la stessa lingua araba fu imposta non tanto come elemento di civiltà, quanto come strumento necessario per leggere il Corano, unica norma della società. 
Dal momento che le nazioni non avevano importanza, non avevano importanza i singoli potentati locali. Anzi – teoricamente – non avevano nemmeno diritto all’esistenza. Nel mondo islamico vi doveva essere coincidenza fra autorità statale e autorità religiosa, fra legge civile e legge religiosa. Concetto che corrisponde ad una sola parola: califfato.
L’idea di al Baghdadi era coerente con tutto ciò. La prima eresia è la sua suddivisione in Stati musulmani indipendenti. Questo è un assurdo, dal momento che un vero credente ha una sola patria e può riconoscere una sola autorità, quella di Dio e della sua religione. L’esistenza di più Stati, contraria alla dottrina di Maometto, è anche la causa della debolezza del mondo islamico, incapace di parlare con una sola voce. Dunque rifondare il Califfato e abbattere le frontiere all’interno della Umma dei credenti non è dunque qualcosa che nasce dalla volontà di conquista, ma da un dovere religioso. È la riorganizzazione del mondo secondo i precetti del Profeta. 
Queste premesse spiegano in che senso la denominazione di “foreign fighters”, applicata ai molti accorsi per combattere sotto la bandiera del Califfo, non abbia senso. In quanto musulmani essi non erano affatto “foreign”: avevano lo stesso status degli altri combattenti. E di tutti i musulmani del mondo, quando si fosse riusciti a ricostituire il Califfato nella sua interezza.
L’iniziale successo dell’idea di al Baghdadi mostra quanto tutto ciò fosse evidente nella mente di tutti. Cosa confermata anche dal nome inizialmente adottato, quello di Isis. Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. L’idea fondativa era soprannazionale.
L’errore dei seguaci di al Baghdadi è stato di non tenere conto dell’istinto di sopravvivenza. Nel momento stesso in cui il Daesh ha proclamato di voler abbattere tutti i governi per sostituirli col Corano, li ha trasformati in suoi nemici. E infatti il Daesh è stato sconfitto non da un singolo Stato, ma da una coalizione. Quegli stessi governi che magari guardavano con malcelata simpatia organizzazioni criminali come Al Qaeda, perfino quelli che le hanno finanziate e sostenute, hanno cambiato atteggiamento quando quelle stesse organizzazioni hanno minacciato la loro esistenza. Gli attentati contro l’Occidente o contro gli ebrei andavano bene, anche se discutibili in dottrina, ma cercare di ammazzare dei principi sauditi, voler esautorare il dittatore di Damasco o il governo di Baghdad, era un altro paio di maniche.
Troppa gente, a sud e ad est del Mediterraneo, non si è accorta che dal Settimo al Ventunesimo Secolo è passato molto tempo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 ottobre 2017




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POLITICA
19 ottobre 2017
Piccola nota sull'art.155, visto che se ne parla tanto

Articulo 155

Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.

2.   Para la ejecución de las medidas previstas en el apartado anterior, el Gobierno podrá dar instrucciones a todas las autoridades de las Comunidades Autónomas”.

 

Articolo 155

Se una Comunità Autonoma non adempie gli obblighi che la Costituzione oppure altre leggi le impongono, o se si comporta in modo da attentare gravemente all’interesse generale della Spagna, il governo, previa ingiunzione al Presidente della Comunità Autonoma e, nel caso che questa non sia ottemperata, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare i provvedimenti necessari per obbligare la detta [Comunità] all’adempimento forzoso dei detti obblighi o per la protezione del menzionato interesse.

Per l’esecuzione dei provvedimenti previsti nel comma precedente, il governo potrà dar istruzioni a tutte le autorità delle Comunità Autonome.

 

La lettura di queste poche righe dimostra che Madrid è nella piena legalità, revocando l’autonomia della Catalogna. Poi si potrà simpatizzare con l’indipendenza della Catalogna. Si potrà dire che la volontà popolare conta più dei pezzi di carta, e che se la Catalogna riuscirà a rendersi indipendente, la Spagna non potrà che rassegnarsi. Tutto, salvo dire che la Catalogna, alla stato attuale, stia agendo nell’ambito della legalità democratica.

 

Gianni Pardo





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POLITICA
19 ottobre 2017
RENZI, IL CARATTERE E L'INTELLIGENZA
Che Renzi non mi sia simpatico, gli amici lo sanno. E tuttavia spesso, in passato, ho espresso la mia ammirazione per quest’uomo. Per la rapidità della carriera, l’ho paragonato a Napoleone. Per la risolutezza, l’ho accostato ai grandi condottieri. Per l’energia e per la forza travolgente, ai grandi riformatori. Le mie critiche sono state fondamentalmente due. Una – di nessun peso – è che ho sempre trovato irritante il suo stile. L’altra, molto più seria, riguarda la sua chiarezza di visione.
Per il successo in politica, Machiavelli parlava di virtù (nel senso latino di valore) e di fortuna. Ma si potrebbe formulare anche un altro binomio: carattere e intelligenza. La parola “carattere”, come la parola “qualità”, è in sé neutra. Si può avere un buon carattere e un cattivo carattere, così come una qualità può essere tanto un pregio quanto un difetto. Ma nel linguaggio corrente ambedue i termini hanno una connotazione positiva. Un uomo dalle grandi qualità non fa certo pensare ad un gangster particolarmente abile, così come, dicendo di qualcuno che è un uomo di carattere, non pensiamo certo ad un timido gregario.
Renzi ha carattere. Nel senso positivo del termine. E per chi vuol fare una grande politica è una qualità essenziale. È vero che con l’abilità, col tatto, in una parola con una studiata callidità, si può andare lontano. Ma mai tanto lontano da lasciare un’impronta nella storia. Quelle sono le qualità adatte al piccolo cabotaggio. Quando invece l’azione vuol essere incisiva e di vasto raggio, si disturbano molte persone, le resistenze si moltiplicano e il semplice misoneismo trasforma in nemici anche coloro che non hanno ancora capito di che si tratta. 
E tuttavia è in questi casi che si vede il grande uomo. Lo statista non si cura dei particolari, non teme di urtare la sensibilità del prossimo, non teme di farsi dei nemici. Come diceva Lenin, “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. E come dicono più umilmente i francesi, “non si fa la frittata senza rompere le uova”. Ecco ciò che abbiamo potuto ammirare in Renzi, e sin dal primo momento. Non ha chiesto permesso, per entrare in scena, non ha retto lo strascico di nessuno, nella politica ha letteralmente fatto irruzione. Tanto di cappello.
Ma non è stato dello stesso livello il secondo elemento del binomio: l’intelligenza. Intendendo per intelligenza non la capacità di risolvere problemi di matematica o il sapersi destreggiare disinvoltamente nella filosofia di Hegel, ma quella qualità che fa riconoscere gli obiettivi possibili, che indica il modo di perseguirli, che sa frenare persino il temperamento, quando occorre, e insomma soprassiede a tutta l’attività di un uomo. Se il carattere è l’elica, l’intelligenza è il timone.
E qui le lodi per Renzi non possono essere altrettanto convinte. Sta bene urtare qualcuno, ma è stupido farsi gratuitamente dei nemici. È una buona cosa usare la violenza, i trucchi, persino il tradimento, ma bisogna essere sicuri che ne valga la pena. E che si otterrà il risultato desiderato. Perché, se non ne vale la pena, il danno non sarà compensato dal vantaggio. E se non si ottiene il risultato, è un disastro.
Renzi ha commesso questo genere di errori quando ha prospettato come una catastrofe il proprio abbandono della politica. Quando ha voluto imporre la sua riforma ad un elettorato infastidito dalla sua insistenza. Quando ha sbagliato misura, fino a rendersi importuno, e fino a trasformare un referendum nella possibilità di cacciarlo via.
Di questi errori il giovane ne ha commessi parecchi, fino ad appannare la sua immagine. Proprio avant’ieri ha fatto presentare dal Pd una mozione per impedire la riconferma di Visco come Governatore della Banca d’Italia ed ha ottenuto un unanime contributo di critiche aspre ed indignate. Persino il mite Mattarella gli ha dato sulla voce. Pare che Padoan, alla notizia, abbia ripetutamente implorato: “Ditemi che non è vero! Ditemi che non è vero!” Veltroni, ex segretario del Pd, ha definito la mozione: “Incomprensibile e ingiustificabile”. La levata di scudi è stata generale. 
Questo è il genere di comportamento dell’uomo di carattere, dell’uomo che recide il nodo di Gordio, ma non dell’uomo che ha una superiore visione della realtà. Non soltanto l’eventuale riconferma del Governatore non è di competenza del Parlamento, ma le malelingue hanno cominciato a dire che Renzi insegue la demagogia dell’opposizione e dei “grillini”, e soprattutto hanno cominciato a sospettare che il Segretario voglia scaricare le colpe dei banchieri su Visco, anche per salvare il padre di Maria Elena Boschi. Vero? Non vero? Non importa. In politica non bisogna dare adito alle interpretazioni che ci danneggiano. Soprattutto senza conseguirne nessun beneficio. 
Renzi è ogni giorno di più una delusione. In un Paese di pappamolla, di furbetti, di voltagabbana, per non parlare di traditori e di vigliacchi, questo giovane rappresentava una ventata d’aria fresca. La speranza che l’energia di un giovane eroe travolgesse la nostra polverosa routine. Ma non è andata così. Il solo carattere non basta. Ce ne dispiace per Renzi, e ancor più per noi.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 ottobre 2017




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POLITICA
17 ottobre 2017
RENZI: TREND IN DISCESA
Morire non è divertente. Ma non tutto ciò che è seccante può essere evitato. Il guaio della nostra conclusione finale, in particolare, è che non ha conosciuto eccezioni, per quanto se ne sa. Dunque non bisogna mai dimenticare che si può morire giovani o vecchi, di morte naturale o accidentale, ma la cosa è fatale. Da ciò si deduce che l’unica scelta è soltanto fra morire con dignità e morire facendo una pessima figura. Indimenticabile, al riguardo, il commento di uno degli astanti, mentre Nerone si dimenava freneticamente e senza preoccupazioni d’immagine, per sfuggire al suo destino. Le parole di quell’uomo – forse addirittura uno schiavo – rimasero indimenticabili: “Usque adeone mori miserum est?”, “A questo punto è triste morire?” Triste al punto da perdere la dignità, e tutto ciò soltanto per morire un po’ più tardi?
Il principio è generale. Vale per ogni male inevitabile. Sono infinitamente patetiche quelle attrici che, un tempo famose per la loro bellezza, ora esagerano col trucco, credendo di nascondere la devastazione del tempo. Sono patetici tutti coloro che un tempo hanno avuto successo, ed ora tediano il prossimo celebrandosi ad ogni occasione. Sono patetici i perdenti che si aggrappano ai simboli della gloria, quando della gloria gli sono rimasti soltanto i simboli. 
Un buon esempio è stato Gianfranco Fini. Quest’uomo, in un mondo in cui si comincia ad affermarsi dopo i cinquant’anni, è stato quasi un “bambino prodigio”. Inoltre, per molto tempo, si è dimostrato un eccellente dialettico, un vero capo di partito e, una volta che Berlusconi lo ha “sdoganato”, pressoché un uomo di Stato. Il Cavaliere, che lo stimava,  gli ha offerto grandi ruoli istituzionali e lo ha praticamente indicato come proprio delfino. Purtroppo, se è vero che senza ambizione non si va da nessuna parte, è anche vero che l’eccesso d’impazienza può rovinare tutto. Un po’ come quei mentecatti che, per ereditare prima, assassinano i propri genitori. Fini in particolare ha dimostrato fin dove può arrivare l’ingratitudine: si è messo a fare una guerra assurda e priva di sbocchi contro Berlusconi, ha fondato un partito per andargli contro, e il risultato finale è stato il più totale disastro. Suo proprio. A questo punto, se avesse letto Svetonio, avrebbe fatto meglio a ritirarsi dalla politica. Ci sono momenti in cui l’unica risorsa rimasta è quella di non sottolineare il proprio fallimento. 
Nel caso specifico, però, Fini si trovava a tenere in mano  un asso. Essendo Presidente della Camera - carica non soggetta a revoca - è rimasto aggrappato a quella poltrona fino all’ultimo giorno utile. Dando così uno spettacolo miserevole di sé. L’immagine di un morto che cammina. E infatti, scaduto finalmente il mandato, è sparito come quegli attori sotto i quali si apre all’improvviso una botola.
Il suo ruolo di naufrago della poltrona rischia ora di essere ereditato da Matteo Renzi. Questi, come direbbero gli inglesi, è ancora “alive and kicking”, e nondimeno ha imboccato un tale trend negativo che, salvo errori, nel suo futuro sembra ci sia soltanto l’alternativa fra uscire di scena fra i fischi o andarsene in silenzio. Si ha uno stringimento di cuore a sentirgli ripetere che lui è il segretario del partito, che a quella carica è stato eletto da milioni di militanti, che è lui il candidato Primo Ministro del Pd. Come se il resto del panorama non esistesse.
Renzi sembra non accorgersi che negli ultimi anni ha certo nanellato una serie di insuccessi. Dunque non ha più l’alone del vincente. Inoltre si è fatto un numero incalcolabile di nemici, ha provocato una scissione nel suo partito ed ha mostrato un tale piglio di uomo violento e autoreferenziale, che gli italiani, il 4 dicembre, gli hanno presentato il foglio di via. Insomma, sembra nettamente in perdita di velocità e i suoi stessi proclami gli si rivoltano contro.
La manfrina sul candidato alla carica di Primo Ministro è fuor di luogo per lui come per chiunque altro. È evidente che, con il “Rosatellum” (e ancor peggio con i moncherini lasciati in vita dalla Consulta) nessun partito potrà costituire da solo il nuovo governo. Dunque sarà necessario formare una coalizione, dopo le elezioni, e chi la capeggerà dovrà avere il gradimento non soltanto del proprio partito ma, in buona misura, anche quello degli alleati. E non contando sua moglie e suo padre, a quanti è gradito, oggi, Matteo Renzi? Perché prendere pose gladiatorie, quando la spada che si agita è di cartone? E soprattutto, che necessità ce n’è, in una materia in cui tutto sarà deciso da altri?
È dunque tanto difficile capire quando cala la tela? 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 ottobre 2017




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16 ottobre 2017
D'ALIMONTE DIFENDE L'ITALICUM CON UN PESSIMO ARGOMENTO
Roberto D’Alimonte è un osservatore che ha, quanto meno, il pregio di sapere di che cosa parla. Sul Sole24Ore del 15 ottobre ha sostenuto che, secondo le regole attuali, non potremo sapere che governo avremo subito dopo le elezioni. Tutto è rinviato ad un tempo successivo, “sperando che sia possibile assemblare una qualunque maggioranza di governo, viste le preclusioni, i veti e le idiosincrasie dei nostri partiti. Sarà un brutto spettacolo. Con buona pace di tutti coloro che votando no al referendum del 4 Dicembre 2016 e applaudendo la sentenza della Consulta sull'Italicum del Febbraio 2017 credevano di fare il bene dell'Italia”.
Per quanto riguarda la prima affermazione, che non sarà facile formare un nuovo governo, non c’è nulla da contestare.  Ma per quanto riguarda il referendum si ha il diritto di essere piuttosto delusi. D’Alimonte usa infatti un artificio retorico molto discutibile. Non è che, per salvare qualcuno dal rogo, il rimedio sia quello di chiuderlo in una cella frigorifera. Non è che, soltanto perché l’ingovernabilità fa rischiare l’anarchia, la dittatura sia una cosa buona. Insomma non è che esagerando nella direzione opposta, rispetto ad un errore, si possa essere sicuri d’avere imboccato la strada giusta. D’Alimonte stavolta cede alla passione politica e dice qualcosa di altamente criticabile. Per non dire di illogico.
Nessuna legge elettorale può essere perfetta. Nessuna può piacere a tutti. Così, la critica dell’una non corrisponde alla lode dell’altra e un’indicazione dei difetti costituisce soltanto la proposta di una diversa soluzione. Se ancora, fra le possibili, l’Italicum fosse stata un’ottima legge, comprenderemmo il rimpianto di D’Alimonte. Ma così non è. Innanzi tutto, essa è stata talmente poco applaudita dal Parlamento, che è stato necessario imporla con la “fiducia”. Inoltre essa prevedeva un premio di maggioranza enorme non per una coalizione, ma per un singolo partito vincente, qualunque percentuale avesse avuto, nelle urne. Questo stesso partito, prevalendo nel ballottaggio, avrebbe poi governato da solo per cinque anni. 
Un governo stabile è un’ottima cosa, a patto che non sia un pessimo governo, che per giunta nessuno può rovesciare. E comunque un governo che rappresenta soltanto una piccola parte degli elettori non è una cosa desiderabile. Secondo un’ipotesi teorica, immaginiamo che in un quadro politico molto frammentato, il primo partito ottenga soltanto il 15% dei voti e poi vinca il ballottaggio. Considerando che, ad essere ottimisti, l’affluenza sia del 60%, avremmo che di fatto il governo sarebbe stato determinato dall’opinione politica del 9% dei cittadini aventi diritto al voto.  Chi può negare che come rappresentatività staremmo malissimo? 
L’ipotesi è forse estrema, ma non è impossibile che i partiti moderati, pur maggioranza nel Paese, non riescano ad esprimere un partito unitario capace di battere quello che, pur essendo minoritario, è coeso e dunque, come singolo, riesca a battere tutti gli altri. In teoria potremmo avere un piccolo partito, estremista ma molto unito e fanatizzato da un capo carismatico, che potrebbe condurre la nazione alla rovina. Il 9% dei cittadini, e non i migliori, imporrebbe la sua volontà al rimanente novantuno per cento, con una dittatura di fatto. Chi non vede come sarebbero in pericolo il Paese e le sue istituzioni? Qualcuno potrebbe dire che si stanno accumulando fattori negativi. Può darsi. Ma nella distribuzione a caso può anche avvenire che la pallina della roulette si fermi per dieci volte di seguito sui numeri dispari. 
Naturalmente il sistema piaceva a Renzi, che immaginava di essere lui il capo di quel partito vincente, ai suoi ordini. Ma per chi non sia di sinistra e renziano per giunta, la prospettiva era un incubo. Senza dire che (al peggio non c’è limite) in futuro avremmo potuto perfino avere un partito peggiore del Pd e un capo peggiore di Renzi. Ciò non significa che qualunque legge sia migliore dell’Italicum, e in questo ha ragione D’Alimonte. Ma non si aveva il diritto di essere spaventati da quella che era sicuramente una pessima legge?
Inoltre può essere giudicata capziosa una seconda affermazione di D’Alimonte, quando scrive che, rigettando l’Italicum, l’elettorato ha mostrato di gradire l’ipotesi di andare alle elezioni con i residuati del taglia e cuci della Corte Costituzionale. Ciò non è affatto vero. Gli elettori – oltre a ingiungere a Renzi di togliersi di torno - hanno soltanto detto: “Vorremmo una legge migliore di questa”. Un esempio di legge migliore? Il Mattarellum. Un altro esempio? Il sistema tedesco. Non è che la temerità si guarisca con la vigliaccheria, e non è vero che gli uomini siano o avari o spendaccioni. Anche in materia di leggi elettorali esiste qualcosa che si chiama moderazione.
Dispiace che, per una volta, D’Alimonte abbia rinunziato ad avere rispetto intellettuale per chi non la pensa come lui. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 ottobre 2017




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POLITICA
15 ottobre 2017
IMMIGRAZIONE E RAZIONALIZZAZIONE
La connotazione è il “sapore”, positivo o negativo di una parola. Ciò cui essa fa pensare. “Festa” ha una connotazione positiva, “emicrania” una connotazione negativa. Poi naturalmente c’è anche il dato personale. “Cancro” per tutti è quasi un sinonimo di terrore, ma per l’oncologo è il suo lavoro, e per il superstizioso è un segno zodiacale. Un altro esempio è la parola “razionalizzazione”. Normalmente essa ha una connotazione positiva, perché quel provvedimento rende più facile ed economica un’attività, più ordinato un archivio, insomma fa faticare di meno. E tuttavia c’è un caso in cui la razionalizzazione ha una connotazione negativa.
Immaginiamo di aver promesso un favore ad un amico e di non averglielo fatto. Se gli dicessimo che è uno scocciatore, che abbiamo avuto altro da fare e che comunque ci è perfino uscito di mente, lo offenderemmo senza necessità e perderemmo un amico. Se invece – coscienti di mentire – gli chiederemo scusa e gli diremo che “non abbiamo avuto tempo”, avremo usato una “white lie”. Una bugia innocente. Ma poniamo il caso che mentre diciamo: “Scusami, non ho avuto il tempo di farlo” fossimo convinti di dire la verità, magari perché ci vergogniamo molto: quella, per la psicoanalisi, sarebbe una “razionalizzazione”. Spiega infatti il Devoto-Oli che essa è: “In psicoanalisi, il tentativo di dare spiegazione di un comportamento o di un’intenzione, adducendo un motivo diverso da quello effettivo che rimane inconscio”. 
Questo modo di imbrogliare sé stessi funziona anche a livello collettivo e un esempio ce lo fornisce l’immigrazione. Mentre in natura è normale che ognuno pensi per sé, nella società civile - dove la sopravvivenza di solito non è a rischio - il dovere della solidarietà diviene pressante. Naturalmente finché va tutto bene. Infatti, in situazione di emergenza, gli uomini tornano a comportarsi come selvaggi. La cosa è talmente fisiologica che il codice penale dichiara non punibile chi ha commesso un reato per salvarsi da un grave pericolo: se, per non morire io stesso, uccido un innocente, la legge non mi punisce.
Il nostro mondo, malgrado tutti i suoi difetti, è un paradiso rispetto ad altri. E allora la solidarietà sociale ci spinge a pensare che dovremmo “fare qualcosa” per gli sfortunati. Dividere il nostro pane con loro, fornirgli la nostra assistenza sanitaria, proteggerli contro le vessazioni del potere. Ma poi sorge il problema del numero. Se qualcuno porta a casa un cucciolo abbandonato, dicendo che gli ha fatto pena, ha la comprensione di tutti. Ma la stessa persona sensibile sarebbe disposta ad accogliere in casa cinquanta cuccioli? Sarebbe disposta a nutrirli, accudirli, farli crescere e permettere che si accoppino, producendo una miriade di discendenti? Un cucciolo è una cara bestiola, duecento cani sono una catastrofe.
Dunque, quando si dice che “dobbiamo aprire le braccia ai migranti, a tutti quelli che si presentano”, si fa un discorso assurdo. E infatti, finché essi sono stati pochi, in Italia è prevalsa la retorica buonista. Quando l’affluenza è divenuta invasione, l’atteggiamento è cambiato e alcuni, piuttosto che di porte aperte, hanno cominciato a parlare di fucili spianati.
Ammettere la nostra impotenza dinanzi ai mali del mondo è doloroso. Ammettere che abbiamo sbagliato, quando dicevamo che “dobbiamo fare qualcosa” è umiliante. E allora ecco la razionalizzazione. Invece di dire chiaramente che non possiamo accogliere tutti, che ci dispiace per questi poveri fratelli ma i loro problemi li devono risolvere da sé, diciamo: “Aiutiamoli a casa loro”. Traduzione: “Non li vogliamo. Ma per non rinnegare apertamente il dovere di aiutarli, promettiamo che lo faremo a domicilio”.  
Colui che pensa realmente che la cosa sia possibile, procede ad una patologica razionalizzazione. Bisogna infatti strizzare gli occhi per non vedere quanti milioni sono le persone in grave difficoltà. Bisogna essere dementi per non ricordare che non siamo riusciti né a migliorare le condizioni del nostro Sud né a debellare la disoccupazione. 
Se invece chi dice quelle parole mente spudoratamente, come tutti i politici, non si tratta di razionalizzazione. Quei signori sono sani di mente ma, mentendo sonoramente, dimostrano la loro callosa insensibilità per la verità e il loro disprezzo per l’intelligenza dei cittadini. Non hanno saputo o potuto risolvere i problemi dell’Italia e vorrebbero risolvere quelli del mondo? Perché dunque formulano una promessa che non potranno mai mantenere?
La piatta verità è che non possiamo aiutare tutti, né a casa nostra né a casa loro. E negando la realtà non la cambieremo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 ottobre 2017




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POLITICA
13 ottobre 2017
LA NUOVA LEGGE ELETTORALE È BUONA O CATTIVA?
E così, incredibile dictu, come avrebbero commentato i romani, abbiamo una nuova legge elettorale. È buona? Certamente no. Ma non perché questa sia cattiva e un’altra potrebbe essere buona: semplicemente perché qualunque legge elettorale è cattiva. Questo genere di regolamento è sempre una coperta troppo corta perché qualcuno, ad un margine o all’altro, non abbia freddo. 
Questo principio è talmente innegabile, che in questo campo ognuno non si vergogna di tirare sfacciatamente l’acqua al proprio mulino. Per ogni formazione politica, è buona la legge che la favorisce e cattiva quella che la sfavorisce. Dunque è inutile stare ad ascoltare le critiche dotte. Quelle stesse critiche diverrebbero lodi, se il sistema favorisse il partito di chi le formula. E allora, che altro c’è da dire?
In primo luogo, che viene confermato il vecchio principio di La Rochefoucauld secondo il quale tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare. Infatti, benché tutti si riempiano la bocca di grandi principi giuridici, politici e costituzionali, è sempre stato estremamente improbabile che i partiti si mettessero d’accordo su una nuova legge elettorale. Per mesi e per anni, malgrado le infinite critiche alla legge vigente, non si è riusciti a farne una nuova. E invece ora, in quattro e quattr’otto, eccola qui. E non è difficile spiegarsi perché.
Quando è difficile raccapezzarsi riguardo alle ragioni che determinano il comportamento del prossimo, i romani si chiedevano: cui prodest? Il primo sospettato è sempre colui che beneficia del reato. Nel nostro caso è facile capire che il “successo” si è avuto non per la convergenza di chissà quali ideali, ma per il comune interesse di quei quattro partiti che, mettendosi insieme, hanno abbastanza voti per approvarla. Stiamo parlando di Pd, Fi, Alleanza Popolare e Lega Nord. 
Naturalmente i Cinque Stelle protestano, ma semplicemente perché i quattro partiti hanno favorito sé stessi e non il Movimento. Dunque il loro scontento non vale niente. Perché, se avessero potuto imporsi, avrebbero votato una legge che favoriva loro e non gli altri. I motivi ideali di cui si riempiono la bocca tutti sono soltanto degli alibi. In questo campo si tratta soltanto di interessi di bottega. 
Il mondo che viene qui descritto ha il soffitto basso di quelle case popolari francesi in cui una persona di altezza normale può senza sforzo toccare il soffitto con un dito. Ma la colpa di una realtà scoraggiante non è certo di chi la osserva. Nell’impossibilità di una legge perfetta, la seconda “best option” è una legge che duri a lungo, quale che sia. 
Posto che qualunque legge elettorale favorisce una parte politica, se la si corregge, si risolve un problema e se ne crea un altro. Si smette di favorire una parte politica e se ne favorisce un’altra. Insomma con la novazione non si sana l’ingiustizia, perché l’ingiustizia è una caratteristica ineliminabile delle leggi elettorali. E allora la cosa migliore – se non il rimedio - è la permanenza di una stessa legge elettorale per tanto tempo, che alla fine favorirà la parte che originariamente era stata sfavorita. La legge elettorale inglese (un maggioritario puro e brutale) è fra le più inique del mondo. Una di quelle che meno rispecchiano il voto popolare, e proprio l’opposto della legge proporzionale. E tuttavia essa non ha impedito che, nel tempo, i due partiti che si contendono il potere cambiassero. Così il partito che per lungo tempo è stato sottorappresentato in Parlamento è riuscito a soppiantare uno dei due partiti precedentemente prevalenti ed ha da quel momento fruito dei vantaggi che prima avevano gli altri.
L’uguaglianza dei vantaggi e degli svantaggi si ha nel tempo. E forse qualche buona riforma si può fare soltanto quando, alla lunga, tutti hanno potuto constatare sulla propria pelle l’iniquità di certi eccessi.
Nel nostro Paese si potrebbe almeno applicare per trent’anni la stessa legge elettorale. Anche mediocre, anche cattiva, anche criticabile: ma prevedibile e stabile. Il Mattarellum aveva i suoi limiti ma, se ce lo fossimo tenuto per alcuni decenni, avremmo conosciuto in anticipo le regole del gioco non soltanto per la successiva tornata elettorale, ma anche per quelle dei decenni seguenti. E soprattutto la legge non avrebbe avuto, come spesso da noi, l’odore dell’inchiostro fresco e la certezza che la regola è stata calibrata sugli interessi dell’ultimo che l’ha votata.
Le leggi elettorali in Italia sono peggiorate dalla voglia di cambiarle continuamente. E questo non è un difetto giuridico: è una delle tante prove della nostra insufficiente correttezza. Nella competizione alcuni non cercano di essere migliori degli altri, cercano di vincere facendogli lo sgambetto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 ottobre 2017




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politica interna
9 ottobre 2017
LAS VEGAS E IL MOVENTE DEGLI SQUILIBRATI
Ansa: “Strage a Las Vegas: Stephen Paddock, giallo del pensionato-killer senza movente”. E se le autorità locali e federali, malgrado ogni possibile indagine, non sanno perché quell’uomo tranquillo ha ucciso cinquantanove persone e ne ha ferite circa cinquecento, certo non potrà farlo un privato a decine di migliaia di chilometri. In termini di certezza non si può affermare nulla. Ma sulla base degli scarni dati di cui si dispone qualche commento è possibile. Non risultassero esatti per quel tale Paddock, potrebbero ancora rimanere plausibili come teoria.
Il “movente” è ciò che fa muovere. Ciò che induce qualcuno a fare qualcosa. Il termine è di solito usato a proposito di gravi reati e si presume che debba designare una ragione seria, ma è un pregiudizio. Infatti il codice penale prevede l’aggravante dei futili motivi. Uno sconsiderato può uccidere chi ha osato guardare la sua donna, un altro può sparare a un amico che non gli ha restituito duecento euro o all’incauto automobilista che gli ha tagliato la strada. La serietà del movente dipende dai parametri del singolo. E infatti in qualche caso l’accusato non è condannabile  perché malato di mente.
Nei casi dell’omicidio per gelosia, per denaro o per questioni di traffico, si ha da fare con personaggi che temono di dimostrarsi sottomessi, di perdere la loro dignità, di non essere “veri uomini”. Che credono di non poter perdonare l’immaginario gravissimo torto subito, e per questo reagiscono in modo violento. 
Un altro movente è la coscienza del proprio scarso valore. L’omino insignificante immagina di procurarsi un momento di gloria – e di evasione dal proprio abisso – mettendosi a gridare “Al fuoco!” in un cinema. Vedere che tutti scappano terrorizzati, magari calpestandosi, gli fa sognare ad occhi aperti di averli vinti lui, tutti insieme, come forse soltanto Achille poteva fare. Che trionfo. Finalmente qualcosa che riscatta un’intera vita di frustrazioni.
L’artista non riconosciuto va a prendere a martellate la Pietà di Michelangelo e stabilisce un’equivalenza fra lo scalpello che crea un’opera immortale e il martello di un imbecille che la demolisce. Questo genere di motivazione è dietro decine di atti di terrorismo. Ci sono sbandati che, sobillati da una religione che conoscono male, si credono eroi solo perché sono disposti a sacrificare la loro vita, e l’altrui, per ottenere qualche titolo di giornale. Un’azione del genere, prima ancora che criminale, è patetica. I terroristi che si precipitano con l’auto sui pedoni non compiono un atto eroico, perché farlo è alla portata di tutti. In particolare dei pessimi guidatori. Come possono affidare il loro riscatto umano e morale ad un’azione del genere? L’unica spiegazione è che sia il tentativo di ribaltare un bilancio esistenziale negativo. Provocare molto dolore in pochi secondi e con pochissimo sforzo è qualcosa di divino. Qualcosa di simile al “fiat” con cui Dio creò l’universo. E quell’onnipotenza immaginaria fa gonfiare il petto di tanti falliti.
E così arriviamo a Paddock. Quest’uomo era avido di potenza, tanto che non gli bastava mai. Era riuscito ad arricchirsi. Aveva ottenuto il brevetto di pilota, e volare è azione mitologica, un modo di librarsi al di sopra degli altri. Era un accanito giocatore, e si sa che il giocatore non riesce a smettere perché – pur sapendo che il casino è una macchina per far perdere denaro ai clienti – continua a sfidare la sorte. Ha bisogno di un impossibile ma irrinunciabile riscatto, quello della vittoria improbabile. 
Infine Paddock collezionava armi e questo è il sintomo più significativo. Che cos’è un’arma da fuoco? È il mezzo con cui il debole può uccidere il forte. Infatti, quando queste armi comparvero sui campi di battaglia, i gentiluomini le considerarono sleali. Strumenti degni di vigliacchi che non osavano avvicinarsi al nemico. Ché anzi già prima, ad Azincourt, i nobili francesi si fecero infilzare a decine dai long bow degli arcieri inglesi perché li disprezzavano troppo per dimostrare di avere paura.
Paddock collezionava rivincite. Ogni nuova arma era come se gli dicesse: “Con me sola, potresti uccidere ante persone!” E questo martellamento deve essere divenuto un’ossessione. Qualcuno ha detto che, se in un’opera teatrale c’è un fucile appeso alla parete, si può star sicuri che, prima della fine, quel fucile sparerà. Probabilmente è proprio questo che è avvenuto: Paddock ha voluto realizzare il sogno di sempre. Insieme con i suoi tanti amici a canna lunga avrebbe dimostrato al mondo intero la sua potenza. Avrebbe vissuto quel momento cui anelava da anni. Dal bruco – improvvisamente – la farfalla. E dopo avrebbe anche potuto suicidarsi, ché tanto nessun momento sarebbe mai stato più alto.
Paddock è stato un poveraccio cui la tecnologia moderna ha permesso di fare molto danno con poco sforzo. Un po’ come il martello di colui che sfregiava la Pietà di Michelangelo. O come il fuoco di Erostrato che incendiò il tempio di Artemide. Uno dei tanti casi di complesso d’inferiorità così devastante da vietare alla sua vittima di sopravvivere.
E poiché di dementi, di frustrati o più semplicemente di imbecilli non ci sarà mai penuria, è inutile dire: “Cose del genere non devono più succedere”. Perché succederanno sempre. La specie umana, fra gli altri difetti, e a differenza di tanti altri mammiferi, ha un insufficiente rispetto dei congeneri. 
Noi organizziamo massacri di milioni di innocenti, e li chiamiamo guerre.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
9 ottobre 2017



permalink | inviato da giannipardo il 9/10/2017 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
5 ottobre 2017
ANCHE LA STORIA È CAPACE DI ARRABBIARSI
A volte il popolo reagisce con rabbia. Comincia col chiedere un po’ di autonomia e il diritto di dire la propria (no taxation without representation) e finisce, nel 1776, con la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. In Francia si comincia con la richiesta di qualche concessione costituzionale e democratica e si finisce col tagliare la testa al re. E anche nel nostro piccolo, in Italia, possiamo assistere a questo ritorno vindice della storia. Priama sembra che si tolleri tutto, poi si scatena una furia di vendetta che confina con l’autolesionismo. 
Oggi i giornali ci dicono concordemente che uno dei drammi dell’Italia è che rischiamo enormi guai soltanto perché i fuorusciti del Pd, pur di far fuori Renzi, sono disposti a provocare la crisi di governo in occasione della “finanziaria”. E lo stesso Renzi, pur di tagliare l’erba sotto i piedi a quegli stessi avversari, si dimostra non soltanto inflessibile su una legge elettorale che danneggerebbe gravemente i piccoli partiti, ma addirittura provoca ed irride. Evidentemente preferisce che il tempio rovini sui filistei piuttosto che chinare la testa o confessarsi sconfitto. Infatti non c’è dubbio che, se Renzi si dimettesse da Segretario del Pd e per un po’ scomparisse dalla scena, tutto sarebbe infinitamente più facile. Ma questo cedimento potrebbe costargli la vita politica perché i suoi nemici, non essendo più di moda la soppressione fisica, come minimo vogliono annientarlo. Dunque è comprensibile che l’interessato non veda nessun terreno d’incontro con loro. 
Mesi fa, forse fin troppo irritato dallo stile di Renzi, ho scritto cose tremende sul suo conto. E tuttavia non ho mai perso di vista il fatto che, in politica, ciò che conta sono le realizzazioni. Se Renzi avesse effettivamente operato i miracoli di cui si è vantato, gli si sarebbe dovuto perdonare qualunque cosa. Invece è stato un Primo Ministro come gli altri, che ha fatto poco, perché poco poteva fare. L’unica differenza è stata che il suo modo di essere gli ha attirato le antipatie di alcuni e le simpatie di molti altri. Almeno per qualche tempo. 
Ciò che non mi aspettavo è stato che, mentre è naturale che il cittadino senza importanza si conceda antipatie e simpatie, questi impressionanti scarti emotivi se li siano poi permessi quelli che hanno grandi responsabilità. La scissione del Pd, che ho sùbito interpretato esclusivamente come una mossa anti-Renzi, è nata da un odio implacabile. In generale, i fuorusciti sanno che separarsi corrisponde spesso a sparire. Lo dice la storia dei partiti. E tuttavia essi non si sono fermati dinanzi a nulla. Oggi – col loro potere di far forse cadere il governo al Senato – assaporano un momento di gloria, ma il domani potrebbe essere ben più grigio. Il loro vero programma è Renzi, in negativo. D’Alema deve fagli pagare con la morte il reato di lesa maestà, ed anche per gli altri lo scopo del sodalizio è la fine politica del nemico. Senza Renzi forse rientrerebbero nel Pd; con lui, anche se gli fosse offerta la Luna, la chiusura è totale. Ecco perché il tentativo di Pisapia probabilmente non ha avuto nessuna possibilità di riuscita. Il problema dei rapporti economici in questo divorzio è molto meno importante dei rapporti umani.
Tutta la vicenda ha lati stupefacenti. Prima è sembrata incomprensibile la tolleranza nei confronti di qualcuno che si comportava in modo odioso, oggi è incomprensibile che l’ostilità ad un singolo uomo possa condizionare l’intera politica e le sorti dell’Italia. La razionalità vorrebbe che non si escludesse dal dialogo neppure il diavolo, perché, se ci consente di fare ciò che serve alla nazione, il diavolo sarà un alleato prezioso. Qui non si sta insieme per amore, e non ci si dovrebbe separare per odio. È naturale che ognuno faccia i propri interessi e, se può, anche gli interessi degli italiani: ma in tutti e due i casi la Stella Polare sono gli interessi, non i sentimenti. Invece siamo arrivati ai Capuleti e ai Montecchi, e tutto ciò con un comportamento che ci avvicina al fanatismo irrealistico dei palestinesi.
Non avrei immaginato che, nell’ostilità a Renzi, si potesse andare tanto oltre. Soprattutto pensando per quanto tempo mi son dovuto considerare un isolato “denigratore” della speranza della nazione e “delizia del genere umano”. 
A volte la storia da prima non reagisce, poi iperreagisce. Il fatto è che, nei rapporti umani, il peggio si ha quando si proviene da una delusione, quando l’amore di un tempo diviene voglia di vendetta, e il miglior vino si trasforma in aceto.
Gianni Pardo, 5 ottobre 2017



permalink | inviato da giannipardo il 5/10/2017 alle 6:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 ottobre 2017
PROFESSORI CORROTTI, EX FACTO ORITUR IUS
Sono in pensione da oltre trent’anni e tuttavia non ho dimenticato un giovane che aveva tante qualità – bellezza a parte – da non sapere con quali parole descriverlo. Nel giudizio per la maturità lo definii: “Un modello di alunno e di essere umano”. E quelle parole, che i suoi compagni  di classe, magari ridendo, non dimenticarono mai, gli rimasero attaccate addosso. 
 In seduta di laurea, un professore disse che centodieci e lode non era un voto sufficiente, per lui. Così, pur essendo il giovane figlio di un oscuro ferroviere, un cattedratico ne fece subito il suo assistente volontario. E tutti ci aspettavamo che facesse una carriera fulminante, tanto era un fuori classe. Ma parecchio tempo dopo egli raggelò i nostri entusiasmi: “No, quest’anno è impossibile. Il vincitore è già designato. Il mio turno sarà l’anno prossimo”. Si noti il termine, “designato”. Non si parlava di concorso, e dunque di competenza: semplicemente il posto era prenotato. E anche il suo, dopo tutto, era prenotato. A data certa.
Tutto ciò per dire che lo scandalo di cui si parla in questi giorni è cosa vecchissima. Chissà che non dati dall’unità d’Italia. Si sa che alla cattedra universitaria non si arriva per puro merito, se non eccezionalmente. Ecco perché compiango i professori arrestati e svergognati. Perché soggettivamente si sentiranno innocenti. A suo tempo anche loro (come quasi tutti gli altri) sono stati scelti o perché figli di un altro cattedratico, o perché raccomandatissimi o infine perché hanno fatto la più umile gavetta, magari svillaneggiati come assistenti volontari, come ghost writer e perfino come camerieri da un barone. Il tutto aspettando che un giorno costui, inserendoli nel mercato dei baratti, gli facesse ottenere il posto. Così va la vita, nel tempio della cultura. Ex facto oritur ius, dicevano i giuristi romani, dal fatto nasce il diritto. Dunque all’università si pensa che  sia quella“la regola giuridica”. Il concorso è una formalità.
Ma da noi tutto può cambiare. Almeno per qualche mese, quanto dura la memoria dei titoli dei giornali. Ci sono infatti fiammate di moralità e irresistibili voglie di penitenza (altrui). Come per l’operazione Mani Pulite. Prima il notissimo andazzo era andato avanti per decenni e decenni, poi magistrati si svegliarono, ritrovarono l’udito e improvvisamente la giustizia si alzò. Gettò via bilancia e spada, e andò ad ammanettare quelli che il giorno prima aveva chiamato onorevole o signor ministro. 
Il tripudio che oggi accoglie la retata dei professori è vile e ingiustificato. Migliaia di loro sono vissuti in quel mondo, sono stati pagati e riveriti e sono morti coperti d’alloro. Oggi alcuni loro colleghi, con colpe e meriti identici, sono indicati all’intera società come corrotti da buttare in galera, e non è giusto. L’ottimistico articolo 3 della Costituzione – quello che proclama l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge - non dice il vero. In Italia può avvenire che, comportandosi nello stesso modo, si sia rispettabilissimi professori o pendagli da forca. Una giustizia è credibile quando tratta tutti nello stesso modo. 
Il reclutamento universitario è scandaloso. Ma è scandaloso da sempre. Moltissimi anni fa un professore universitario mi propose di divenire suo assistente (remunerato) e la cosa mi sarebbe piaciuta. Ma l’incarico previsto  era di quattro anni ed io mi chiesi che ne sarebbe stato di me se avessi rinunziato alla titolarità nel liceo. Magari – col mio caratterino – avrei litigato col professore o, più semplicemente, non sarei riuscito a piegarmi all’umiliante trafila del postulante. Dunque rinunciai all’università. Sono stato troppo povero, per giocarmi il pane. Qualunque pennacchio mi si proponga.
Se invece l’università avesse indetto un concorso onesto, vinto il quale avessi immediatamente avuto il posto per sempre, chissà che, superando la mia pigrizia, non avrei fatto un tentativo. Ma l’università era com’era. Era com’è. Era come probabilmente ancora sarà, quando sarà terminata questa ventata di indignazione.
Per favore, non gettate la croce sui professori “corrotti”. Saranno “cattivi”, ma non sono “peggiori” degli altri. Non vi scandalizzate per qualcosa che in Italia sapevano anche le pietre. Chiedete piuttosto ai politici di riformare il sistema di reclutamento dell’università. Basterebbe abolire il valore legale del titolo di studio, e tutto cambierebbe dall’oggi al domani. La prima domanda non sarebbe più: “Con che voto ti sei laureato?” ma, come in America: “In quale università ti sei laureato?” A quel punto le università competerebbero sul libero mercato, e quelle “corrotte”, valendo oggettivamente di meno, sarebbero retrocesse.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
1° ottobre 2017




permalink | inviato da giannipardo il 1/10/2017 alle 5:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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