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POLITICA
30 settembre 2016
PERDONIAMO IGNAZIO MARINO?
Giuro, non ce l’ho con i medici. Da ragazzo ringraziai con tale calore un medico che m’aveva curato che egli mi disse, calmo: “È il mio mestiere”. E per me fu come se si fosse autocalunniato. Anche in seguito, non ho avuto da lamentarmi. Forse anche perché non mi sono mai aspettato l’impossibile, dai medici, raramente li ho dovuti giudicare severamente. Magari gli psichiatri sono allarmanti, ma soggettivamente immagino che facciano del loro meglio. 
In generale la categoria mi è simpatica, ma ho delle riserve. Mi spiego con un esempio che spero non sia offensivo. Ho simpatia per i gatti, e francamente non riesco a rimproverargli nulla, salvo qualche follia quando sono in estro. Normalmente sono delicati, silenziosi, puliti, eleganti e, nel caso di certi gatti che ho avuto io, saggi fino a darmi dei complessi. I cani sono brave persone, ma sono anche afflitti da un temperamento esecrabile. Sono rumorosi, puzzolenti, invadenti, psicodipendenti, stupidamente aggressivi con gli estranei e umili come schiavi col padrone. Il gatto - se del caso - concede la propria amicizia alla pari, il cane l’implora: ed è disposto a dare cento per avere uno. Non è colpa loro, è la loro natura, ma a volte è difficile perdonargliela. 
I medici hanno notevoli qualità umane e professionali, ma anche nel loro caso è difficile nascondersi i loro limiti. Per esempio, sia detto senza offesa, sono ignoranti. E la cosa non è stupefacente. Una volta che sono usciti dalla scuola secondaria hanno studiato moltissimo, ma soltanto medicina. Che occasione hanno avuto di completare la loro cultura? La medicina non ha niente a che vedere con la storia, con la letteratura, con la geografia, con la filosofia, con l’arte, col diritto. È pura tecnica. I medici sono dei supermeccanici del corpo umano, che cercano di ripararlo per quanto possono; ed è un compito così difficile, che non hanno il tempo di occuparsi d’altro. Dunque culturalmente sono dei liceali che non aprono un libro da decenni.
Un altro difetto dei medici è che, avendo a che fare con dei malati – indeboliti, preoccupati, piuttosto supplichevoli che aggressivi – finiscono col dimenticare, come ragazzini, che esiste il diritto, e che certe cose addirittura costituiscono reato. Li ho visti sorridere dicendo e facendo cose che mi avrebbero fatto rabbrividire. Sono e si sentono naturalmente supra legem o, se si vuole, sub lege. Certo non allo stesso livello. 
Do un esempio personale. Conoscevo un chirurgo ed eravamo in buoni rapporti. In qualche occasione gli avevo anche fatto dei favori. Così, quando ho avuto bisogno di un’operazione, sono andato nel suo ospedale. Il giorno dopo l’operazione, mentre ero ancora degente, il dottore insistette per avere una traduzione tecnica, che diceva urgentissima, tanto che mi si fece avere un dizionario. Ma quando, settimane dopo, chiesi d’essere pagato, vidi che resisteva. Ore di lavoro, in ospedale, scrivendo a mano per l’estrema urgenza, e dovevo farlo gratis? Alla fine me lo disse chiaramente, che non intendeva pagarmi. Addirittura mi rimproverò per iscritto di averlo chiesto. Perché? Perché lui mi aveva “operato gratis”. Gratis? In ospedale? In altri termini non si rendeva conto d’avere messo nero su bianco che, per essere operati da lui, in un ospedale pubblico, bisognava pagare. Ecco in che senso i medici sono ignoranti e per qualche verso infantili. Non si rendono conto del mondo in cui vivono e dei rischi che corrono. 
Finì che rinunziai al pagamento. Ed anche a denunciarlo. Insomma lo assolsi per incapacità di intendere e di volere. Ecco perché leggendo che il Pm, per l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, ha richiesto tre anni, un mese e dieci giorni, e ciò soprattutto per avere offerto delle cene con la carta di credito del Comune, mi si è stretto il cuore. Anche Marino è un chirurgo. Anche lui, probabilmente, non si è mai reso conto che qualcuno poteva chiamare le sue marachelle peculato, falso, e chissà che altro. Del resto, se avesse scroccato una cena a un cliente, probabilmente quel poveraccio gliel’avrebbe fatta passare. Come ho fatto io col mio chirurgo. Marino non si è accorto che in politica le cose vanno diversamente. 
Da avvocato non potrei invocare per Ignazio Marino l’assoluzione per incapacità di intendere e di volere. Ma non so se saprei resistere alla tentazione di chiedere per l’imputato una speciale attenuante: quella di essere un medico. 




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POLITICA
29 settembre 2016
IL PONTE SULLO STRETTO
Prima di parlare del Ponte sullo Stretto di Messina bisogna mettere in chiaro due cose: il ponte è utile E non si farà, almeno non in tempi prevedibili. È tuttavia interessante che, per dimostrarne l’opportunità, il nostro Primo Ministro abbia detto che l’opera creerebbe centomila posti di lavoro, e contribuirebbe dunque seriamente al rilancio dell’economia nazionale. 
Per l’economia classica, un’opera è utile quando rende più di quanto costa. Facciamo l’ipotesi che il ponte costi cinque miliardi e poi, nel giro di dieci anni, si possa essere sicuri di incassarne 5,5 in pedaggi (profitto del 10%). In questo caso si può star sicuri che quei capitali ce li metterebbero volentieri gli investitori nazionali e internazionali. E allo Stato il ponte non costerebbe un euro. Poiché però lo Stato non realizza il ponte, è segno che gli investitori non sono pronti a pagarlo tutto da sé, e ciò dimostra a sua volta che il quantum della spesa è aleatorio e il rientro incerto. Soltanto lo Stato potrebbe rischiare. Ma non ha i soldi per quest’opera. Potrebbe farlo soltanto emettendo una sorta di assegno a vuoto, cioè con un semplice aumento del debito pubblico, a cui però l’Europa non consentirebbe. Del resto, il rischio ci sarebbe quand’anche disponessimo ancora della lira, perché una crisi di fiducia delle Borse riguardo alla nostra solvibilità ci metterebbe a rischio default. Dunque – seguendo l’economia classica – del ponte non se ne parla.
Ma Renzi non l’ha proposto per far un piacere ai siciliani, l’ha proposto perché potrebbe creare molti posti di lavoro. Il ponte infatti si può prendere a modello delle opere ipotizzate da John M.Keynes, come stimolo alla ripresa di un’economia: una spesa utile per la nazione. Dunque sarebbe l’ideale, in un momento come l’attuale, e non si vede perché non si corra a cominciare i lavori. 
Il Ponte sarebbe una manna per l’economia come la concepiva Keynes – cioè un’economia fondata sulla spesa dei consumatori piuttosto che sulla produzione di ricchezza. Anche se non si vede come si possa comprare una ricchezza che non è stata ancora prodotta, salvo che con denaro falso. Ma attualmente non discutiamo di questo. Secondo Keynes si innescherebbe questo meccanismo: si costruisce il ponte 1 si creano centomila posti di lavoro 1 si distribuiscono centomila salari 1 che si trasformano in altrettante spese delle famiglie dei lavoratori 1 creando una forte domanda di beni la quale 1 rilancia l’economia, compensando la spesa iniziale del Ponte. Si tenga presente che questa operazione, per lo stesso Keynes, era congiunturale, da adottare per crisi momentanee: infatti male che vada, cioè se l’opera pubblica è inutile, il vantaggio della manovra deriva dalla spesa delle centomila famiglie, per il rilancio dell’economia. Purtroppo il principio, se ha funzionato talvolta, non ha funzionato molte altre volte e al contrario, dal momento che è stato percepito come un incoraggiamento alla spesa facile, non ha fatto prosperare l’economia e ci ha condotti al debito pubblico attuale e all’interminabile crisi. 
Renzi non ci dovrebbe informare del beneficio della creazione di centomila posti di lavoro, perché questo beneficio – secondo Keynes – potrebbe ottenerlo anche pagando i lavoratori perché se ne stiano a casa. Ma bisognerebbe spendere cinque miliardi che non abbiamo, aumentando il debito pubblico di altrettanto, e per un risultato futuro e molto incerto.
Ecco perché il Ponte non si farà. La sua indubbia utilità per la velocità dei collegamenti fra il continente e la più grande regione italiana si tradurrà in un “ritorno” economico in un arco di tempo molto lungo, e in tanto l’Italia si potrebbe permettere questa spesa in quanto si possa anche permettere di essere economicamente “sotto” per trent’anni. Insomma il Ponte, rappresentando una grande scommessa sul futuro, andava fatto nel momento delle vacche grasse. Nelle condizioni attuali non abbiamo la necessità di ridurre a cinque minuti la traversata dello Stretto, ma quella di non affondarci. 
E lo dice uno che a volte, per passare lo Stretto, ha fatto la fila con l’automobile per un’ora o più, sotto il sole estivo. 
Gli investimenti dello Stato sono utili quando dànno un utile, come tutti gli investimenti. Ma gli investimenti dello Stato non lo danno sostanzialmente mai. Tanto vale limitarsi a quelli istituzionalmente a fondo perduto, come la costruzione di scuole, carceri e ospedali. E soltanto quando sono strettamente necessari.
È vero che attualmente si pone il problema del risarcimento richiesto dalle ditte incaricate di costruire il ponte. E si parla di cifre vicine al miliardo. Dunque quell’opera almeno eviterebbe spese inutili. Un Paese serio o decide di realizzare un’opera – e la realizza – o decide di non realizzarla, ma non dopo che ha incaricato delle imprese. Ma questo, direbbe Massimo D’Alema, soltanto se il Paese è “normale”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 settembre 2016




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POLITICA
27 settembre 2016
IMPRESSIONI SUL DIBATTITO PRESIDENZIALE
Del dibattito Hillary Clinton/Donald Trump ho seguito la prima mezz’ora. Poi ho avuto sonno ed ho cominciato ad annoiarmi. Ciò dovrebbe togliermi il diritto al commento, e infatti autorizzo il mio editore a non pubblicare ciò che scrivo. Ma poiché non ho un editore, e nessuno mi paga, ho la libertà di dire la mia. 
L’inflazione si misura con complesse tecniche statistiche, e tuttavia qualcuno ha detto che il prezzo di un uovo è un indicatore sufficiente, nel medio/lungo termine. Un biologo francese, a cavallo tra ‘700 e ‘800, ha lasciato il ricordo dell’“osso di Cuvier”: Georges Cuvier infatti sosteneva che da un singolo osso preistorico rinvenuto sarebbe stato capace di ricostruire l’intero animale. Insomma, inutile mangiare un’intera forma di Parmigiano-Reggiano per giudicarne la qualità. E allora forse la mia mezz’ora non è del tutto insufficiente.
I primi commenti – in particolare quelli del New York Times e del Washington Post – sembra abbiano dato Hillary Clinton vincente. Però è vero che quei giornali sostengono la signora Rodham; è vero che i commentatori influenzano gli elettori, e mettendo insieme questi due dati si arriva alla conclusione che quel commento potrebbe non essere imparziale. Inoltre questo dibattito non è l’ultimo e non è detto che i dibattiti siano poi determinanti, per il voto di novembre. Infine i competenti hanno scritto cento volte che in questo genere di sfide pesa molto il modo come ci si presenta, la storia passata del candidato, gli atteggiamenti durante la discussione, insomma l’impressione che si fa. Tutti hanno costantemente ricordato che Nixon era più qualificato, per divenire presidente, ma J.F.Kennedy vinse perché era più a suo agio dinanzi alle telecamere. Nixon, che per giunta era stato male, giorni prima, sembrava mal rasato e – horribile dictu – sudava. Che glamour volevate che avesse? E così il marito di Jackie si avviò verso la celebrità.
Ecco perché ho messo la sveglia alle tre: non per assistere all’intero dibattito, il cui interesse era soprattutto “americano”, ma per avere un’impressione di prima mano riguardo all’effetto che i candidati avrebbero potuto fare sugli spettatori. Per così dire fisicamente. E di questo parlerò.
Il rischio che correvano i due candidati era noto. La Clinton è notoriamente ben preparata e notoriamente antipatica. Non mi lancio a giudicare la sua competenza, per la quale non sono qualificato, ma l’antipatia è stata ampiamente confermata. Forse per renderla simpatica le hanno consigliato di sorridere costantemente ma, a mio parere, è stato un errore. Mentre il sorriso fisso di Giovanni Floris suona fatuo (e infatti nell’imitazione che ne fa Maurizio Crozza il personaggio è presentato come un imbecille) il caso della Clinton è molto più grave. Il suo costante sorriso appare o risolutamente falso, o chiaramente autocompiaciuto della propria superiorità. E nessuna di queste due caratteristiche avvantaggia la signora. Io non l’avevo mai vista parlare per mezz’ora, ma se mi era antipatica prima, ora mi è ancora più antipatica.
Il rischio di Donald Trump era opposto. L’uomo è simpatico, sembra sempre parlare chiaro e fuori dai denti, ma si teme che sia incompetente, superficiale e persino violento. Il suo massimo rischio era quello di non apparire “presidenziale”: e nella mia mezz’ora infatti è stato vivace, ma mai un insulto, mai un eccesso, mai uno scarto dalla retta via. Prova ne sia che, a giorno fatto, non ho ancora sentito sottolineare una gaffe, o un grave errore di gusto. 
E allora – se tutto ciò sarà confermato – quel candidato avrà ottenuto ciò che voleva ottenere: la non squalifica. Di fronte alla campionessa della “presidenzialità”, si è presentato come “presidenziale” anche lui. Applausi. Significa che ha saputo contenere la sua indignazione, di fronte alle placide e politically correct affermazioni della competitrice, ed insomma ha giocato di rimessa, per pareggiare, non per sbaragliare l’avversaria. Tanto sa che le promesse di un’esponente dell’establishment suonano poco credibili. In quella mezz’ora, se non ricordo male, a una certa affermazione di programma della signora, ha chiesto come mai, trovando quella cosa tanto giusta, lei e i suoi amici democratici non l’avessero fatta nei trent’anni precedenti. Ecco lo svantaggio della Clinton: non rappresenta il cambiamento, come non l’ha rappresentato Obama, che pure se n’era fatto una bandiera.
Il primo dibattito non è stato conclusivo. A mio parere ogni elettore avrà conservato le sue idee. Ma Trump è riuscito a non apparire “da scartare in ogni caso” e, per un candidato che ha avuto tutta l’ufficialità contro, non è un cattivo risultato.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 settembre 2016




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POLITICA
27 settembre 2016
GLI IDEALI NON TENGONO INSIEME L'EUROPA
Un lungo articolo a firma di Reva Goujon, su Stratfor, rivista Americana di geopolitica, numero 9024, contiene anche un concetto interessante sul valore degli ideali nella costruzione politica di un superstato. Soprattutto sulla base dell’esperienza fatta dalla Jugoslavia in questo campo. Offro agli amici la traduzione di questa parte dell’articolo. In calce il testo originale.
Gianni Pardo

In Slovenia ho avuto l’occasione di entrare in contatto con una gradevole dose di realismo sul futuro dell’Europa. Durante un dibattito a cui ho partecipato nel Bled Strategic Forum, un commento mi è rimasto impresso. Il dr.Ziga Turk, un professore dell’Università di Lubiana ed ex ministro, sosteneva che gli europei dovrebbero smetterla di illudersi pensando che essi possano costruire una nazione europea sulla base dell’ideologia. Una lingua comune, la storia, la cultura, la religione e cose simili l’avranno sempre vinta sulle idee comuni riguardanti il libero mercato, la democrazia, la giustizia sociale, i diritti umani e l’ecologia. Ciò non significa che queste ultime cose non siano importanti, soltanto non lo sono abbastanza per tenere insieme un superstato europeo. L’implicazione, almeno a mio parere, è che i leader europei dovrebbero temperare le loro ambizioni e concentrarsi sul riequilibrio dei meriti di una unione continentale con le realtà degli Stati nazionali.
Questa è ancora un’idea veramente sconcertante per gli europeisti i quali vorrebbero piuttosto parlare degli autentici successi dell’Unione Europea nella preservazione della pace per decenni. Un membro del pubblico lamentò di essere profondamente deluso dal fatto che la maggior parte dei partecipanti al dibattito non parlavano in difesa dei valori dell’Ue. Ma non si sarebbe speso meglio il tempo lavorando alla comprensione e alla risposta da dare alle autentiche forze che stanno a poco a poco facendo a pezzi l’Unione? Ai miei occhi, tutto ciò somiglia a tenere una Ferrari d’epoca in garage senza nemmeno darsi la pena di riparare il motore che la fa andare avanti. Possiamo continuare ad ammirare una bellissima reliquia del tempo passato, ma ciò non ci condurrà da nessuna parte, finché non avremo la buona volontà di sporcarci le mani di grasso per ripararla e curarne la manutenzione.
Forse, quando si tratta di costruire delle nazioni, nessuno comprende meglio gli svantaggi di un’ideologia di coloro che hanno fatto l’esperienza concreta di questi fallimenti. Il socialismo e la fratellanza slava si sono dimostrati terribilmente inadeguati nel domare le correnti etniche e nazionalistiche dell’ex Jugoslavia. Il materialismo dialettico teneva insieme gli intellettuali, che rigettavano il capitalismo occidentale, ma presto divenne un incubo per le masse che vivevano dietro la Cortina di Ferro nel traballante Impero Sovietico. Gamal Abdel Nasser pensava che potesse forgiare una comune identità araba creando la Repubblica Araba Unita, soltanto per poi accorgersi che i suoi sforzi per assicurare un’egemonia egiziana acceleravano il crollo dei suoi progetti consolidando l’identità siriana in opposizione al Cairo. Ora, lo Stato Islamico fronteggia una dozzina di eserciti mentre prova a dimostrare che potrebbe far risorgere un califfato sulla base delle norme della Sharia, anche se quello Stato può essere costruito e mantenuto soltanto attraverso la nuda forza.
Ma ci sono ideologie “buone” e ideologie “cattive”, uno potrebbe opporre. Che dire di una nazione fondata su questi valori apparentemente universali? Molti europeisti indicano gli Stati Uniti come un esempio di Stato tenuto insieme da un credo lockiano comune nella vita, nella libertà e nella prosperità. Forse tali valori incontestabili potrebbero fornire una base ugualmente solida non soltanto per un superstato europeo, ma anche per i vuoti di potere post-coloniali sparpagliati un po’ in tutto il Medio Oriente, o per le numerose nazioni nascenti che cercano di divenire Stati a pieno titolo in Africa.
I valori possono essere facilmente discussi in astratto. Ma essi possono anche rivoltarsi e mordere. Gli europei possono anche vantare a gran voce i valori democratici come i principi che tengono insieme l’Unione, e tuttavia i referendum e le elezioni – gli autentici strumenti della democrazia – stanno facendo a pezzi l’Unione. Nello stesso modo l’Occidente promuove la democrazia nel Medio Oriente ma poi non è certo ansiosa di fronteggiare le conseguenze quando vede gli islamisti portati al potere dal voto. La democrazia è insieme una tentazione e un motivo di terrore per chiunque ci abbia da fare. Da sola, comunque, non è sufficiente a costruire uno Stato vitale.  
Possiamo avere una visione romantica della Fondazione degli Stati Uniti, come il primo Stato-nazione costruito su verità e valori universali. Ma dovremmo anche ricordare che la giovane repubblica aveva alcuni innegabili ed unici vantaggi geopolitici. Gli imperi europei erano troppo occupati a combattersi l’un l’altro sul loro proprio continente per espandersi nel Nuovo Mondo. E con un Oceano di notevoli dimensioni come cuscinetto, una rete di grandi fiumi e un grande territorio agricolo da sviluppare, la giovane America aveva lo spazio per respirare di cui aveva bisogno per costruire la sua economia, i suoi centri cittadini e le sue industrie, combattere una guerra civile, e stabilire confini con i suoi vicini. Questo lusso le permise di emergere infine come una grande potenza senza il costante intervento di potenze esterne che ne frenassero la crescita.
L’ideologia, la parentela etnica, la lingua e la cultura sono tutti pilastri dell’architettura di una nazione, ma la geografia ancora forma la sua vera base. Senza un certo grado di coerenza geografica, di risorse e di isolamento, è improbabile che una tribù abbia il tempo e lo spazio per forgiare una comune identità e darsi la forma organica di una nazione. È per questa ragione che il nocciolo Han della Cina sopravvivrà al Partito Comunista, e che l’Iran dominato dalla Persia, protetto da una fortezza di montagne, resisterà e prevarrà sulla Repubblica Islamica. È per questa stessa ragione che una collezione di distinte nazioni europee non può essere infilata a forza, col calzascarpe, negli Stati Uniti d’Europa.
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Ciò che è interessante, in questo articolo, è l’idea dell’insufficienza di un’identità di civiltà per creare uno Stato. L’esperienza della Jugoslavia in questo senso è esemplare. Finché è stata tenuta insieme con la forza, ha retto; poi, non appena le singole mini-nazioni, al suo interno, hanno sentito di avere la possibilità di scegliere, gli sloveni, i croati, i serbi, si sono sentiti sloveni, croati, serbi, ed hanno rifiutato con veemenza l’idea di essere cittadini, insieme con gli altri, dello stesso Stato. 
Nel caso dell’Europa, l’orrore e la stanchezza delle due Guerre Mondiali hanno fatto nascere una sufficiente forza ideale per desiderare una Unione Europea, e finché la prosperità ha steso un velo di ottimismo sulla realtà, l’Unione è sembrata avere un grande futuro. Purtroppo, non appena quella prosperità si è appannata, e una interminabile crisi ha cominciato a mordere i singoli Stati, ognuno si è sentito di nuovo molto più inglese, austriaco o italiano di quanto non si sentisse europeo. E l’Europa ha cominciato a scricchiolare. Soprattutto dal momento che la moneta comune, che pareva dovesse fornire il cemento per la saldatura finale, è stata vista come la causa centrale di una crisi economica insolubile. 
Forse è troppo tardi per salvare questo ideale. Ma si potrebbe almeno accompagnarlo, nella sua decadenza, in modo da far sì che non si passi dai progetti di matrimonio all’odio. 
La pacifica convivenza sarebbe sufficiente. Soprattutto se si pensa alle origini, e cioè alle due Guerre Mondiali.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 settembre 2016

Instead, a welcome dose of realism met me in Slovenia in talks on the future of Europe. During a panel discussion I participated in at the Bled Strategic Forum, one comment in particular stood out to me. Dr. Ziga Turk, a professor at the University of Ljubljana and a former government minister, argued that Europeans must stop deluding themselves into thinking that they can build a European nation on ideology. Common language, history, culture, religion and kin will consistently trump shared ideas on the free market, democracy, social justice, human rights and environmentalism. This is not to say that the latter are unimportant; they just aren't enough to hold up a European superstate. The implication, at least in my mind, is that European leaders need to temper their ambitions and focus on rebalancing the merits of a Continental union with the realities of the nation-state.
This is still a very unsettling idea for Europeanists who would rather talk about the veritable achievements the European Union has had in preserving peace for decades. One member of the audience complained that he was severely disappointed more of the panelists were not speaking in defense of EU values. But wouldn't time be better spent working to understand and respond to the very real forces that are pulling the union apart? This, to me, is like keeping a vintage Ferrari in the garage without ever taking the time to repair the engine that makes it run. We can continue to admire a beautiful relic of a bygone era, but it will not get us anywhere until we are willing to get our hands greasy fixing and maintaining it.
Perhaps nobody better understands the shortcomings of ideology in building nations than those who have lived through such experiments' failures. Socialism and Slavic brotherhood proved woefully inadequate in taming ethnic and nationalistic currents in the former Yugoslavia. Dialectical materialism held sway with intellectuals who were repulsed by Western capitalism, but it quickly became a nightmare for the masses living behind the Iron Curtain in the crumbling Soviet Empire. Gamal Abdel Nasser thought he could foster a common Arab identity by creating a United Arab Republic, only to find that his efforts to ensure Egyptian domination accelerated his project's downfall by consolidating a Syrian identity in opposition to Cairo. Now, the Islamic State faces at least a dozen militaries as it tries to prove it can resurrect a caliphate under the tenets of Sharia, even if that state can only be built and maintained through brute force.
But there are "good" and "bad" ideologies, one might counter. What about a nation based on seemingly universal values? Many Europeanists point to the United States as an example of a state bound by a common Lockesian belief in life, liberty and prosperity. Perhaps such uncontroversial values could provide an equally sturdy foundation not just for a European superstate, but also for the post-colonial power vacuums scattered throughout the Middle East, or for the numerous fledgling nations trying to become full-fledged states. 
Values are easy to discuss in the abstract. But they can also come back to bite. Europeans may trumpet democratic values as one of the binding principles of the union, yet referendums and elections — the very tools of democracy — are pulling the union apart. The West likewise promotes democracy in the Middle East but is not eager to face the consequences of Islamists being elected into office. Democracy is both tantalizing and terrifying for everyone involved. Alone, however, it is not enough to build a viable state.
We can romanticize the founding of the United States as the first nation-state to be built on universal truths and values. We should also remember, though, that the young republic had certain undeniable, unique geopolitical advantages. European empires were too busy competing with one another on their own continent to overextend themselves in the New World. And with a sizable ocean buffer, robust river networks and ample farmland to develop, young America had the breathing room it needed to build its economy, population centers and industries, fight a civil war, and settle boundaries with its neighbors. This luxury enabled it to eventually emerge as a great power without the constant intervention of external powers stunting its growth.
Ideology, ethnic kinship, language and culture are all pillars of a nation's architecture, but geography still forms its foundation. Without some degree of geographic coherence, resources and insulation, a tribe is unlikely to find the time and space to forge a common identity and organically mold it into a nation. It is for this reason that China's Han core will outlive the Communist Party, and that a Persian-dominated Iran, buffeted by a mountain fortress, will endure beyond the Islamic Republic. It is for the same reason that a collection of distinct European nations cannot be shoehorned into a United States of Europe.




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POLITICA
26 settembre 2016
LA GUERRA AD ALEPPO. ECCEZIONALE?
Si può essere stufi della televisione? Si può essere stufi dei giornalisti? Dato che la “stufezza” è un sentimento, e al cuore non si comanda, può certo dirsi che sì. Si ha anche il diritto di non leggere gli articoli che si prevedono stupidi, di togliere l’audio quando chi sta per parlare è notoriamente insulso, fazioso e comunque insopportabile. Ma non si può essere tanto vigili da scansare tutte le sciocchezze. Anche perché ne arrivano da fonti impreviste, prima che uno possa prevederle. 
In questi giorni la stupidità impunita si manifesta a proposito di Aleppo. E qui bisogna premettere alcune cose. La guerra è orribile. Le donne sono stuprate, i malati non sono curati, si muore di fame e sotto le macerie, si muore perfino per il capriccio di un ragazzotto cui è stata data un’arma. Senza dire che a volte gli eserciti programmano il massacro di tutta la popolazione civile, come fecero i romani a Cartagine o i Crociati a Gerusalemme. 
Nella guerra non ci sono i buoni e i cattivi, ci sono soltanto i cattivi. E quelli che all’inizio, magari, erano buoni, diventano cattivi. Gli orrori della guerra non sono mai una novità. In passato si combatteva in campagna, ma poi la popolazione era spesso sterminata quando le città erano conquistate. O la si faceva morire di fame durante gli assedi. Nell’epoca moderna – si parla della Seconda Guerra Mondiale lo sterminio degli abitanti di intere città, come fecero gli inglesi a Dresda e gli americani a Hiróshima, è pianificato a tavolino e realizzato con metodi industriali. 
Ad Aleppo non sta avvenendo nulla di nuovo e nulla di speciale, e al contrario le televisioni sottolineano la tregua violata e i bambini morti. E allora parliamone.
In casi eccezionali, la tregua può essere accettata perché quella pausa, nel quadro delle operazioni, non ha importanza, come in un Natale della Prima Guerra Mondiale. In altri casi la tregua è accettata perché le parti sono pronte a cessare la guerra, ed esistono già i negoziati. In qualche caso infine la tregua, insieme col rifiuto di firmare un trattato di pace, è una foglia di fico per non dire che si è stati già battuti. È il caso di molti dei Paesi che hanno attaccato Israele e sono stati sconfitti. Normalmente la tregua non è accettata da chi sta vincendo, perché non ha interesse a dare al nemico il tempo di rifiatare. Così a volte si fa finta di accettarla – perché rifiutarla “pare brutto”, come dicono a Napoli – ma poi, affermando che la controparte l’ha violata, si riprendono le operazioni militari. Naturalmente questa non è una regola generale: a volte per iniziativa di qualche sconsiderato, o perché crede di poterne ricavare un vantaggio, anche il perdente viola per primo la tregua. Come detto, non ci sono i buoni e i cattivi.
Le sofferenze della popolazione di Aleppo comunque non sono attribuibili soltanto a Damasco. Come mai i giornalisti non pensano che, se la Siria e la Russia sono colpevoli di bombardare Aleppo, i ribelli sono colpevoli di non arrendersi o quanto meno di non abbandonare la città? Ciò farebbe ipso facto cessare i bombardamenti e permetterebbe di soccorrere i civili. Ma già, i ribelli, visto che sono contro Assad, del quale è obbligatorio dire male, sono i buoni. Anche quando fanno massacrare gli abitanti di una città.
Poi ci sono i bambini uccisi. A parte il fatto che da quelle parti i piccoli sono una miriade, essi sono esseri umani, e come tutti gli esseri umani sotto le bombe muoiono. Parlare di questo fatto come se si mirasse ai bambini, o come se si potesse evitarli, dal cielo, è una immane cretinata. Gli aeroplani sono supersonici e bombardano obiettivi militari. I civili nemici, non importa l’età, non valgono il prezzo di una bomba. E comunque, se cercassero intenzionalmente di uccidere dei civili, non farebbero niente di diverso da ciò che fecero gli inglesi e gli americani a Dresda, ad Hannover, ad Amburgo. O Hitler a Coventry. Nessuno può mirare ai bambini da diecimila metri di altezza, lasciando indenni i loro genitori, in modo che li possano piangere. Questa è soltanto untuosa, becera demagogia.
Infine l’invocazione all’Onu o alle grandi potenze perché facciano cessare il massacro. L’Onu è impotente e chiederle di intervenire è come chiedere ad un vecchio sdentato di mordere l’aggressore. Le grandi potenze hanno la forza per farlo ma sono scottate dagli interventi dell’esercito in terra straniera. Sia la Russia sia gli Stati Uniti hanno assaggiato l’Afghanistan. E comunque a nessuno importa abbastanza di Aleppo e della Siria per far morire un proprio soldato. Le cose che sono dette qui sono di desolante banalità, in tutti gli Stati Maggiori del mondo. 
Se qualcosa è desiderabile, è che Damasco vinca il più presto possibile, ad Aleppo, sia perché ciò libererà i civili, sia perché ciò spianerà la strada verso Raqqa, ponendo termine all’indecenza del sedicente Stato Islamico.
Altra perla: una giornalista ha detto che in Siria non si rispettano più quelle che lei immagina siano le regole della guerra. Costei dimentica che fino ad un’epoca molto recente (la guerra di Crimea) esse non sono mai esistite. Poi gli Stati più civili hanno sottoscritto le Convenzioni di Ginevra, ma la guerra non è per questo divenuta un divertimento. Per cominciare, sono ovviamente permessi i bombardamenti. Poi i soldati degli eserciti regolari, se catturati, sono protetti ma sempre che siano in divisa e con le armi bene in vista. I ribelli invece non hanno firmato nessuna Convenzione, e non ne sono protetti, perché non combattono in divista. Tanto che se i siriani, dopo averli catturati, li fucilassero, non violerebbero i patti eventualmente sottoscritti. 
Ogni volta che i giornalisti parlano di Aleppo non perdono l’occasione di dimostrare la loro faziosità e la loro ignoranza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 settembre 2016




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POLITICA
25 settembre 2016
L'ITALIA È DENTRO O FUORI DELLA CRISI?
I decimali di Renzi

Che cos’è un fatto? Sembra una domanda facile. Infatti se qualcuno risponde: “Guarda fuori: sta piovendo”, può darsi che abbia offerto un esempio perfetto. Ma la sua validità dipende dall’assenza di opinabilità, di connotazioni morali o giuridiche. Per la pioggia non c’è un colpevole (almeno fino ad ora i giudici di Perugia non hanno condannato nessuno per averla provocata) e tutti sono disposti a riconoscerne l’esistenza. Quando invece una coppia si separa, la separazione è un fatto, ma è un fatto la colpa di uno dei coniugi? Certo che no. E non diventerà tale nemmeno se è il giudice a stabilirlo. Sarà un fatto la decisione, ma non che essa sia incontestabilmente giusta.
Addirittura, qualcuno sostiene che se un altissimo albero dell’Amazzonia rovina a terra per vecchiaia, ciò non costituisce un fatto perché nessuno l’ha udito cadere. E questa sembra un’esagerazione vagamente idealistica - nel senso filosofico del termine – dell’importanza dell’uomo. Infatti riduce tutta la realtà alla coscienza che esso può averne. Rimane però vero che gli uomini percepiscono tanto meglio i concetti quanto più essi sono intrecciati al linguaggio. Fino a scambiare per fatti le parole, o per considerare le parole strumenti magici per cambiare la realtà. Basta chiamare un cieco non vedente, e chissà che la sua vista non migliori. Basta dire che siamo fuori dalla crisi economica ed ecco che siamo tutti un po’ più ricchi.
Le incertezze, su ciò che sono fatti e ciò che non lo sono, divengono massime in materia di statistica. Non dubitiamo che gli incaricati siano in buona fede, ma hanno difficoltà ad orientarsi fra mille dati, magari di incerta affidabilità. Fanno sforzi erculei, cercano di parare tutte le possibili insidie, compensano tutte le possibili deviazioni, addizionano e sottraggono infinite serie di numeri, ma alla fine sono costretti a sparare una cifra, per esempio “inflazione al 2,4%”, su cui tutti si baseranno come se fosse stata rivelata a Mosè, sul Sinai: mentre gli stessi autori sapranno di quante approssimazioni quel numeretto è frutto. 
C’è un proverbio siciliano che è essenziale, in questo campo: “Nessuno conosce i guai della pentola, se non il cucchiaio che mescola la minestra”. Il politico accusato spara la solta frase: “Ho intera fiducia nella magistratura”. Invece Piero Calamandrei – grandissimo giurista – diceva che se l’avessero accusato di avere rubato la Madonnina del Duomo di Milano, si sarebbe dato alla latitanza. Perché di mestiere faceva il cucchiaio.
Sergio Ricossa, celebre economista, rideva delle statistiche economiche “con la virgola”. Proprio per l’incertezza derivante dal modo di misurare i fenomeni. Determinare l’inflazione ad esempio è impresa notevolmente complessa, tanto che, al contrario, qualcuno una volta suggeriva di prendere in considerazione soltanto il prezzo di un uovo. È un prodotto standard e se si studia il suo prezzo nel corso dei decenni, si vede che all’ingrosso il dato che se ne ricava corrisponde alle più serie statistiche. E quel dato può anche misurare, grosso modo, il potere d’acquisto delle diverse monete, o della stessa moneta in diversi Paesi, come l’euro. 
La conclusione è che, mentre l’aumento o la diminuzione di un paio di decimali del prodotto interno lordo possono semplicemente derivare dal normale margine di errore, è significativo che annusando l’aria si percepisca miseria o prosperità. Se sentiamo dire che non si trova lavoro, che i negozi chiudono, che si stanno intaccando i risparmi, è inutile andare a cercare le statistiche: le cose vanno male. Se viceversa sentiamo parlare di progetti e speranze, possiamo star sicuri che stiamo vivendo un momento positivo.
Ecco perché i discorsi di Matteo Renzi, in Italia, sono supremamente irritanti. Nessuno dice che l’attuale, annosa situazione di crisi economia sia colpa sua. Nessuno – che sia ragionevole –gli rimprovera di non averci messo rimedio. Ma la sua costante insistenza sul fatto che abbiamo invertito la tendenza, che la crisi è finita, che ci siamo rimessi in cammino, che stiamo prendendo lo slancio e fra poco correremo incontro al sol dell’avvenire, può mandare in bestia chi vede benissimo che non è così. Soprattutto se ha una famiglia da sfamare e non trova lavoro. Non soltanto i famosi decimali di Renzi potrebbero essere falsi, ma anche ad essere veri non si vive di decimali.
L’ottimismo di chi governa è un naturale instrumentum regni ma. come diceva Paracelso, “la dose è il veleno”. Anche se il medicinale è ottimo, eccedendo nella quantità lo si trasforma in veleno. Chissà se Renzi ha mai sentito parlare di Paracelso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 settembre 2016




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POLITICA
23 settembre 2016
AIUTO!
Aiuto! Mi sta succedendo qualcosa di grave. E al dottore che, preoccupato, si china su di me, dico con un filo di voce: “Sul ‘Corriere’ ho visto qualche secondo di un dibattito fra Marco Travaglio e Matteo Renzi, ed ho trovato Renzi più antipatico di Travaglio. Sopravvivrò?”
Ho saputo dell’esistenza di Travaglio quando, leggendo “il Giornale” (ai tempi in cui ancora Montanelli aveva la testa sulle spalle), ho scoperto la sua firma. Lo ricordo perché trovai quel cognome veramente brutto. Tutti conosciamo il travaglio del parto, e l’uso figurato di quella parola per indicare qualcosa di faticoso, di angoscioso e persino di doloroso. L’origine della parola è del resto interessante. Il “tripalium” era quell’insieme di tre pali ai quali si legavano tre delle quattro zampe di un cavallo, per ferrare tranquillamente la quarta. Ma in quelle condizioni l’animale soffriva, e da questo “tormento” è nato il travaglio italiano. A proposito, da tripalium è nato anche il francese “travail”, lavoro: ragione per cui non bisogna dire mai, ad un francese che conosca l’etimologia del termine, che il lavoro nobilita l’uomo.
In Italia meglio avere un cognome che non sia un complimento, e magari alluda ad una certa torpidità, come Scotto, Fermo, Semplice - che chiamarsi Travaglio. Comunque, a parte ciò, non feci particolarmente caso al nuovo giornalista. Lo notai invece quando comparve in una trasmissione di Daniele Luttazzi, in cui affermò cose tali, di Silvio Berlusconi, che mi dissi: “Finirà in prigione per debiti, visto il risarcimento che gli chiederà il Cavaliere, e non lo rivedremo più”. Invece sparì Luttazzi, e Travaglio non andò in prigione. Continuò ad imperversare con la sua faccia puntuta, da inquisitore, con la sua aria di moralista, con la sua fama di antiberlusconiano antemarcia, di trascrittore di documenti giudiziari e di adoratore dei magistrati.
Così a poco a poco fui costretto a rivedere la mia impressione. L’uomo aveva successo. Si vantava di documentazioni inattaccabili, ed era effettivamente acurato. Era divenuto temibile e perfino una celebrità. Dinanzi a questi dati non mi rimaneva che inchinarmi. Poteva essere antipatico a me, garantista viscerale, e ben poco sicuro dell’infallibilità dei magistrati, ma Travaglio andava rispettato. Era una star. Anzi, è una star. E infatti lo rispetto: e tuttavia, posso lo stesso rivendicare il mio umano diritto di trovarlo antipatico?
Oggi invece nella clip che ho visto (si chiama così? Comunque, un filmato di un minuto o due) in cui dialoga con Renzi, ho constatato che dei due mi è ancora più antipatico Renzi. Possibile? Renzi col suo simpatico accento toscano, col suo faccino da bravo ragazzo, con la sua parlata spontanea e quasi popolare, con la sua comunicativa da grande presentatore televisivo, possibile che proprio lui mi fosse più antipatico di Travaglio? Che persino io tifassi per quel giornalista che tante altre volte avevo (forse) calunniato, trovandolo supponente e insopportabile?
Ecco perché ho bisogno di un medico. La misura in cui trovo irritante Renzi ha raggiunto livelli patologici. Non soltanto non credo mai – e dico mai – a quello che dice, nemmeno se accenna all’ora che è, ma più semplicemente, se appare in televisione, tolgo l’audio. Sono convinto che, se desidero sentire insulsaggini ottimistiche e prive di fondamento, sono più divertenti gli oroscopi. E comunque ho un’età in cui è meglio tenere conto del mio fegato.
Non intendo pormi a modello. Non è detto che le persone normali possano, e ancor meno debbano avere il mio atteggiamento. Del resto di questo atteggiamento sono io la prima vittima, nel senso che non ho pianificato un simile rigetto, mi sono soltanto accorto di averlo. Fin nel più profondo di me stesso.
Mentre mi dispongo a sopportare cristianamente questa inopinata malattia, mi riservo di comunicare agli amici se, nel caso il prossimo referendum mandasse a casa Renzi, lo troverò più sopportabile. Ne sarei felice, perché ciò significherebbe anche che sono guarito.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

23 settembre 2016



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POLITICA
23 settembre 2016
L'ONU E LA SIRIA
La grande kermesse dell’Onu, a New York, ha sempre dibattuto i più grandi problemi del mondo. Con l’aria di chi sta per porci rimedio. La discussione ha toni elevati, ma i delegati somigliano a dei comproprietari che, in una riunione di condominio, discutano su chi deve cedere gratuitamente metà del suo appartamento per gli usi comuni. È ovvio che, in assenza di un giudice, di un ufficiale giudiziario e di una polizia giudiziaria, non si riuscirà mai ad imporre niente a nessuno. L’Onu è un organismo inutile e inconcludente. 
Nelle controversie fra gli Stati il primo problema non è quello di stabilire che cosa sia giusto, ma se si ha la forza di imporre una soluzione quale che sia. E infatti, come diceva Tucidide, nessuno ricorre alla giustizia quando può ricorrere alla forza. Avere ragione serve a qualcosa quando – come avviene fra i cittadini di una nazione civile - c’è un potere, estraneo ai contendenti e più forte di loro, che può applicarla: il sistema giudiziario. Viceversa, poiché in campo internazionale non c’è nessun giudice, nessuna polizia, e persino nessuna morale, parlare di giustizia o credere di risolvere i problemi parlandone, è una pura perdita di tempo e la discussione è oziosa.
L’Onu in questo campo cumula tutti i difetti. In primo luogo non dispone di forze militari per rendere effettive le sue risoluzioni. Fra l’altro, per essere efficaci, per applicare la sentenza a qualunque Paese, queste forze dovrebbero essere più forti di quelle del più forte dei Paesi. Per esempio degli Stati Uniti. E dal momento che gli Stati Uniti, per fare i loro interessi (stavolta contrari alla giustizia) potrebbero allearsi con la Russia, o con la Cina, o con tutti e due, l’Onu dovrebbe avere un esercito più forte di queste tre potenze riunite. È verosimile? Dunque le sue “sentenze” sono inapplicabili. 
È vero che qualche volta dei Paesi “prestano” all’Onu le loro forze, ma lo fanno soltanto quando ciò corrisponde ai loro interessi. E questo toglie loro il crisma della giustizia. Anche “gli interventi dell’Onu” sono politica. Inoltre la maggioranza dei Paesi dell’Onu è faziosa e antidemocratica. Si trova sempre una larga maggioranza per condannare Israele, e si perdona tutto a parecchi regimi impresentabili. Soltanto perché chi dovrebbe condannarli ha la coda di paglia. 
 Ecco perché fa sorridere il pianto greco di quel giornale, quando si accorge che non si riesce a porre fine all’interminabile guerra civile siriana. E questo neanche dopo che c’è stato l’intervento di Russia e Stati Uniti, che però non si sono voluti impegnare sul terreno. È inutile parlare di “fallimento della società internazionale”. Una società internazionale non esiste. A suo tempo non è realmente esistita una “Società delle Nazioni”, come non sono “Unite” le nazioni attualmente nell’Onu. Né si può prendere sul serio la tanto condivisa ostilità contro Bashar el Assad. Gli si addebitano disinvoltamente le peggiori atrocità, e si dimentica che i ribelli sono gli stessi che hanno dato origine al sedicente Stato Islamico e che la Siria non è un’autocrazia peggiore delle altre. Sarà un cattivo regime, ma non ci si è forse pentiti di essersi dati la pena di rovesciare Saddam Hussein? Ed è forse stata una buona idea quella di eliminare Gheddafi? Fra le altre assurdità, a Damasco si addebita la colpa della prosecuzione della guerra, come se avesse preso l’iniziativa del conflitto, mentre in realtà, Assad dal suo punto di vista agisce in condizioni di legittima difesa. E invece si insiste a chiedergli di lasciare il potere, che è un po’ come chiedere al tacchino di organizzare la festa del Thanksgiving day. Dopo ciò che è capitato a Gheddafi, persino io, che odio il potere, preferirei morire con un mitra in braccio, come Salvador Allende.
In materia di politica internazionale, la regola eterna ed universale dei moralisti è quella di parlare a vanvera. Non esiste una società delle nazioni. Non esiste un diritto internazionale (se non per la parte su cui gli Stati sono d’accordo). Non esiste una morale internazionale. Esistono soltanto interessi, e forze militari per proteggerli. Il resto è aria fritta.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 settembre 2016




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POLITICA
22 settembre 2016
IN ITALIA RAGIONARE È UN OPTIONAL
Scrive Dario Di Vico, sul Corriere(1) : “Le cronache di questi giorni ci segnalano il governatore Michele Emiliano che chiede il sequestro degli impianti dell’Ilva”, “mentre l’impresa “aspetta di essere venduta e sostenere oggi lo stop alla produzione – come ha fatto Emiliano – serve solo a sabotare l’unica exit strategy possibile”;  “il sindaco di Bologna Virginio Merola che invece ripubblicizza il sistema fieristico”, soltanto “per evitare di razionalizzare gli organici” e, “dulcis in fundo, i piloti dell’Anpac che tentano ancora una volta di sabotare il risanamento dell’Alitalia. Tre robusti indizi fanno ancora una prova: manca quel senso di responsabilità che pure le avverse condizioni del ciclo economico renderebbero necessario”.
Le parole di Di Vico sembrano inoppugnabili, come sembra inoppugnabile che le rette parallele non debbano incontrarsi mai. Ma se si segue la geometria di Lobacewskij? Ecco, in Italia è come se non seguissimo Euclide. Per molti decenni da noi non si è guardato alle conseguenze economiche dei propri atti sulla collettività ma soltanto alle proprie finalità politiche, quando non - più semplicemente - ai propri interessi. E chi è stato allevato in quel mondo si disinteressa delle regole di buon senso. 
Il fatto è che per troppi anni si è potuto prescinderne. Anche sapendo che si richiedeva qualcosa di assurdo, la gente non si fermava, perché pensava che “qualcuno avrebbe trovato la soluzione”. Ed effettivamente andava così. Lo Stato ha ripianato qualunque follia prima col denaro dei contribuenti e poi col denaro preso a prestito, fino all’attuale debito pubblico. 
Se il leader della Cgil Luciano Lama poté affermare che “il salario era una variabile indipendente” dai costi dell’impresa, non fu perché era pazzo. Intendeva semplicemente che se le rivendicazioni dei salariati erano giuste, il fatto che l’impresa non fosse in grado di farvi fronte non importava: la differenza ce l’avrebbe messa lo Stato. E finiva che aveva ragione lui. Al limite “si nazionalizzava”, per istituzionalizzare la gestione in perdita.
Una simile mentalità è demenziale, naturalmente. Perché alla lunga lo Stato fallisce. Ma in Italia perfino questa semplice osservazione è stata ritenuta infondata. Da un lato i comunisti di allora (forse gli unici coerenti) volevano far saltare lo Stato borghese, per renderlo sovietico, e dunque non si curavano certo della sua salute economica. Dall’altro socialisti e democristiani, sulla base di una lettura tanto frettolosa quanto universalmente accettata delle teorie di John Maynard Keynes, erano convinti che più lo Stato spendeva, anche contraendo debiti, più prospera sarebbe stata l’economia del Paese. Fino ad accumulare un debito pubblico stratosferico. 
Ma tutto ciò non ha insegnato nulla. Neppure attualmente si è cambiata idea. Di fronte ad una stagnazione spaventosa, che cosa invocano tutti i politici? Investimenti statali. Fatti naturalmente coi soldi che lo Stato non ha. Può sempre indebitarsi, no? Per il bene del Paese. Fra l’altro questo brutto verbo si evita parlando di “flessibilità”.
Di Vico non dovrebbe stupirsi. Emiliano, Merola, i dipendenti dell’Alitalia non sono dementi. La loro mentalità ha radici lontane. È vero, oggi vediamo le conseguenze delle passate follie, ma non raramente i rimedi invocati sono un aggravamento degli antichi errori. Il far di conto, l’attenzione al dare e all’avere, la semplice idea che non si può vivere soltanto facendo debiti, sono tutte cose fuori moda. E infatti in questi giorni piovono critiche sulla sindaca di Roma, che ha detto no ad ulteriori, enormi debiti, per i Giochi Olimpici a Roma nel 2024. Dice qualcosa il fatto che in Italia si parli da decenni di risparmi sulla spesa dello Stato e non si riesca mai attuarla? Matteo Renzi si vanta di economie per venticinque miliardi, e il suo stesso ex incaricato della spending review, Roberto Perotti, fa notare che venticinque sono stati risparmiati da un lato e altri venticinque sono stati spesi in più dall’altro. Nulla di fatto.
Qui non si tratta di difendere i dipendenti Alitalia, che sono in contrasto persino con i loro sindacati: si tratta di comprenderli. Basta far caso a questo particolare: per indurli a più miti consigli uno dei massimi dirigenti ha ricordato che notoriamente “la Compagnia perde cinquecentomila euro al giorno”. Quel signore non si è accorto che con quell’affermazione si è dato la zappa sui piedi. Se una Compagnia perde 500.000€ al giorno e non chiude, è segno che non tiene conto di entrate e uscite, dispone di introiti nascosti, o comunque riesce a vivere a spese di qualcun altro. E allora perché non scioperare? Come l’Alitalia non ha chiuso prima, non chiuderà nemmeno questa volta. 
Gli ingegneri studiano scienza delle costruzioni. Per il pubblico invece solo il crollo di un palazzo insegna che ci sono delle regole, per edificarlo. Ora basta pensare che l’Italia è un edificio.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 settembre 2016
(1)http://www.corriere.it/opinioni/16_settembre_21/fai-da-te-fa-male-all-economia-non-meno-populismo-220fc6ac-7f53-11e6-882b-8c36c80b948f.shtml




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POLITICA
21 settembre 2016
LA SORTE DELL'ITALICUM
Si può riformare la legge elettorale prima del voto sul referendum? Si può votare “sì” al referendum contando sul fatto che, dopo, sarà riformata la legge elettorale?
Sembrano domande difficili, e tuttavia le risposte sono facili. La legge elettorale non si può riformare prima del voto perché non ci sono i tempi tecnici. Se Renzi e gli amici suoi si fossero dichiarati disposti a modificare il testo mesi fa, quando ci sarebbe stato tempo per gli inevitabili adempimenti e per la discussione in Parlamento, sarebbe stato un altro paio di maniche. Ora stiamo parlando di qualcosa che sarebbe potuto essere, ma non può più essere. Fare la mossa oggi è derisorio. Per giunta Matteo Renzi, con finta magnanimità, ha invitato gli altri a fare loro una proposta, e a trovare una maggioranza in Parlamento, ben sapendo che nessuna proposta mai raccoglierà il plauso di tutti. E così poi potrebbe dire: “Lo vedete che non siete d’accordo sulle modifiche? La mia legge è ancora la migliore”.
Comunque il suo imbroglio è tanto trasparente quanto quello della sinistra del Pd e dell’ultrasinistra quando chiedono la modifica della legge per dire “sì” al referendum. Si prendono in giro reciprocamente e prendono in giro gli italiani.
Al punto in cui siamo è evidente che non succederà nulla prima del voto, e dunque bisogna fare le due ipotesi, quella del “sì” e quella del “no” al referendum. Se gli italiani cassano la riforma, a parte il fatto che potrebbe anche cadere il governo, l’Italicum diverrà inapplicabile, perché non si tocca il Senato – implicitamente confermato nella sua composizione, nel suo sistema di elezione e nelle sue funzioni - e si potrà rendere il Paese ingovernabile. Magari con due maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Il “no” al referendum sarà dunque un “no” anche all’Italicum, per il quale non ci sarà da strapazzarsi. Dopo il “no” il suo cambiamento, o la sua abrogazione pura e semplice, sarebbero un’imprescindibile necessità.
Ma le cose non andrebbero diversamente nel caso vincesse il “sì”. Perché a quel punto la minoranza del Pd (che ha offerto il suo “sì” contro il cambiamento dell’Italicum) non avrebbe più niente da offrire e Renzi non avrebbe più nulla da chiedere. Direbbe, al massimo, che gli altri possono proporre delle modifiche, lasciando così che le opposizioni si scontrino fra loro – ci si scontra sempre, sulla legge elettorale – e infine rigetterebbe la proposta.
A quel punto sul governo penderebbe soltanto la spada di Damocle della Corte Costituzionale, che potrebbe annullare la legge in tutto o in parte per motivi di costituzionalità. Più o meno per gli stessi motivi per i quali a suo tempo ha affossato il cosiddetto “Porcellum”. Ma è anche vero che, per amor di patria, potrebbe dichiararlo costituzionale non perché lo sia, ma per salvaguardare la stabilità del governo e del Paese. Considerazione questa che deve avere molto pesato nella decisione di rinviare la sua pronuncia a dopo il voto referendario.
La Consulta ha infatti probabilmente pensato che, se segue gli stessi criteri seguiti per il “Porcellum”, dovrebbe dichiarare incostituzionale la legge. Ma con ciò assesterebbe un grave colpo al governo e alla sua credibilità, proprio in vista del voto sul referendum, e potrebbe essere accusata di attività politica antigovernativa. Mentre se lascia andare avanti le cose, e poi l’elettorato vota “no” alla riforma costituzionale, l’Italicum cade da sé, e ciò toglie per essa le castagne dal fuoco. Quand’anche poi annullasse totalmente la legge. 
Tutti questi ragionamenti sarebbero pregevoli se la Corte Costituzionale fosse un organo politico, o se almeno ammettesse di esserlo, come quando è sembrata andare contro Berlusconi. Esempio: dichiarò incostituzionale una legge che proteggeva il governo dagli eccessi dei magistrati e motivò la decisione con alcuni argomenti. Il governo approvò una nuova legge che, tenendo conto dei rilievi della Corte, correggeva la precedente, e la Consulta l’annullò per motivi nuovi e diversi. Come insegna il proverbio, chi vuole annegare il proprio cane dice che ha la rabbia. 
Se la Corte fosse insensibile alle ragioni della politica, non avrebbe rinviato la decisione. O l’Italicum è costituzionale, e non c’è che da dirlo, o non è costituzionale, e non c’è che da dirlo. L’opportunità di un provvedimento, e del momento della sua emanazione, sono considerazioni essenzialmente politiche, che non dovrebbero mai varcare il portone della Consulta. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 settembre 2016




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POLITICA
20 settembre 2016
COMPLICARE LA VITA A VIRGINIA RAGGI
“La Repubblica”, con un articolo di Giovanna Vitale, ci racconta come, a mesi dall’elezione di Virginia Raggi a sindaca di Roma, tutto sia fermo ed anzi nel caos. I vincitori della competizione elettorale non riescono a colmare i vuoti della squadra capitolina. Le persone contattate si defilano. Troppi provvedimenti sono fermi. Insomma si annaspa e tutto va a rotoli. Per chi ha una pessima stima del Movimento 5 Stelle questa dovrebbe essere musica, ma è difficile compiacersi dei guai dei propri connazionali. E infatti le riflessioni sono altre.
Guidare una grande città è molto difficile. Forse non impossibile, se si può contare su un personale di asburgica onestà e teutonico scrupolo. Ma farlo in Italia, dove l’approssimazione è la regola, battere fiacca nella Pubblica Amministrazione quasi un dovere (per non squalificare i colleghi) e la stessa onestà si tiene lontana da eccessi puritani, richiama erculee fatiche. Si può forse riuscire a sopravvivere a Torino: i piemontesi, si sa, hanno una testa “alpina”; ma volerlo fare a Roma, è temerario. Se si sentisse offrire la carica di sindaco, sono certo che Pericle rifiuterebbe. Quand’anche gli proponessero Solone come Capo di Gabinetto e l’integerrimo Aristide come Assessore al Bilancio. Anche ad essere tutti dei grandi, non per questo potrebbero fronteggiare l’enorme debito pregresso della città. È per questo che è stato naturale guardare alla giovane Virginia Raggi con un atteggiamento di paterno compatimento, all’insegna del romanesco: “Ma chi te l’ha fatto fare?”
La definizione della politica come arte del possibile sottolinea la natura pragmatica di quell’attività: destinata a muoversi nella concretezza, nella situazione data, senza la speranza né di cambiare gli uomini né di far miracoli. In questo senso, “mettere le mani in pasta” corrisponde a “sporcarsi le mani”. La politica richiede tolleranza, compromessi, magari accordi col diavolo. Perché agli elettori in fin dei conti interessano i risultati. In questo la politica è simile alla guerra, dove è ottimo generale colui che sacrifica coscientemente un migliaio di soldati per vincere una grande battaglia. Se il governo ingiungesse ai capi militari di non cercare di ingannare il nemico, di non sacrificare mai coscientemente un singolo soldato, di essere trasparenti nei loro piani e nei loro comportamenti, chiunque direbbe che quei politici sono dei dementi. E che l’unica conseguenza possibile sarà la sconfitta. Nello stesso modo nella pratica un eccesso di ideali che soffre troppo il solletico può andar bene per la campagna elettorale, ma nessuna persona sana di mente penserebbe di star parlando sul serio. E invece il M5S - probabilmente perché guidato non da un politico, ma da un artista - non ha capito che, vinte le elezioni, bisognava smetterla con le parole a vanvera. Con la deificazione dei magistrati. Con la fedeltà perinde ac cadaver a un ideale irrealizzabile. 
Eleggendo Virginia Raggi, i romani hanno sottoposto il M5S ai suoi esami di maturità, per quanto riguarda la capacità di guidare il Paese. I dirigenti del Movimento avrebbero dunque dovuto aiutare in tutti i modi la giovane sindaca – se non a superare la prova – almeno a non fare cattiva figura. Invece hanno continuato ad insistere con le loro “fisse” ideal-giudiziarie. Avrebbero dovuto dire che la pretesa delle stimmate dell’Immacolata Concezione giudiziaria, per la minima carica, erano stati degli errori. Non si può attribuire a un qualunque Pm il potere di stroncare con un avviso di garanzia la vita politica di qualcuno. E invece hanno continuato a prendere sul serio le loro assurde regole, e il risultato è il caos di Roma, oltre che nel Movimento. La stessa Raggi ha dovuto scegliere tra sottomettersi in tutto e per tutto, dimostrandosi un burattino nelle mani di Beppe Grillo, oppure di ribellarsi, come ha fatto quando si è rifiutata di liquidare Paola Muraro soltanto perché iscritta nel registro degli indagati. Così ha messo in dubbio la struttura stessa del Movimento, che oggi non può né sfiduciarla né approvarla.
Tutti coloro che credono di avere trovato la soluzione per il motore ad acqua dovrebbero essere messi alla porta, perché è assurdo. Come è assurdo che dei giovani la sappiano tanto più lunga dei vecchi, che degli incompetenti possano governare meglio dei competenti, che la prima qualità della politica possa essere l’onestà e che si possa maneggiare la realtà senza sporcarsi nemmeno la punta delle dita. Vogliamo dire che Rino Formica ha esagerato quando ha definito la politica “sangue e merda”? Va bene, facciamo che sia “sangue e fango”: ma ci si può aspettare di avere le mani immacolate, maneggiandola?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 settembre 2016-913




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POLITICA
19 settembre 2016
EGDL PERDE UN'OCCASIONE PER TACERE
Poche volte un articolo(1) di Ernesto Galli Della Loggia (Egdl) è stato più discutibile di quello pubblicato oggi. Si direbbe che il professore si sia svegliato male, abbia dato fiato al suo malumore e, nel complesso, abbia perso una buona occasione per tacere. 
La tesi generale è quella – largamente condivisa dal qualunquismo nazionale – che, se può permettersi buoni avvocati, in Italia nessuno paga per il reato commesso. Prova ne sia che in galera ci finiscono soltanto i poveracci. Tesi che normalmente non ci si abbasserebbe a contestare, ma se ad esprimerla è un editorialista famoso, e sul più importante giornale italiano, non si può far finta di nulla. O quella tesi è più valida del previsto, e dunque sarà facile sbugiardare chi la mette in dubbio, o quella tesi è balorda, è allora è giusto fare le bucce a chi la sostiene. Chiunque sia.
Egdl comincia dubitando che saranno puniti i “responsabili della sospetta (direi quasi certa) pessima qualità costruttiva di molti degli edifici crollati nel recente terremoto dell’Italia centrale” e sembra ignorare che la maggior parte dei costruttori delle vecchie case sono morti. E quelli delle case meno vecchie magari hanno soltanto obbedito alle norme in vigore sul momento. Il professore non ignora certo il principio nullum crimen sine praevia lege poenali, non si può avere reato se esso non è definito come tale da una precedente legge penale. Formulato nel Settecento, non soltanto il principio è ancora oggi valido, ma è contenuto nell’art.1 del vigente Codice Penale.
Egdl prosegue: “nei decenni passati – dal Friuli all’Emilia passando per l’Irpinia e il Molise – tutte le numerose azioni giudiziarie conseguenti ai relativi terremoti occorsi in quei luoghi hanno portato a niente altro che ad appena 14 condanne di progettisti, costruttori e responsabili amministrativi”. Se questi sono i dati, ciò che significa, che i magistrati non puniscono gli omicidi, o piuttosto che gli italiani, ed Egdl con loro, invocavano una caccia al colpevole che non c’era? 
Per l’editorialista invece siamo di fronte a un “fenomeno più generale, anche questo quasi scontato. In Italia, in prigione forse anche i benestanti, i professionisti, le persone più o meno importanti e quelle che appartengono a una certa classe sociale ci fanno qualche volta una capatina: ma quanto a restarci ci restano solo i poveracci”. L’editorialista dimentica che in prigione c’è andato Enzo Tortora, con una condanna a dieci anni, da innocente. Marcello Dell’Utri è ancora in galera, per un reato evanescente come il “concorso esterno in associazione mafiosa”. Adriano Sofri è stato condannato a ventidue anni, salvo errori. E si potrebbe continuare. La teoria secondo cui i ricchi e famosi la sfangano sempre è puro qualunquismo, da lasciare alle comari. In Italia c’è piuttosto il problema della caccia alle streghe. Basti vedere che si è introdotto a furor di popolo il reato di omicidio stradale, sostanzialmente già previsto dal Codice Penale, con la prevedibile conseguenza, data l’assurda severità delle pene, che aumenteranno i casi di mancato soccorso stradale. Rischiare per rischiare – penserà molta gente – intanto meglio fuggire. 
“Non ingannino a questo riguardo le dure condanne, che pure ci sono, come quella a 10 anni di prigione inflitta pochi giorni fa ai vertici dell’industria farmaceutica Menarini. Le condanne in primo e magari anche in secondo grado ci sono, ripeto: peccato che però non corrispondano a nessuna punizione effettiva, cioè non mandino in prigione nessuno”. Non mandano in prigione nessuno? Ciò che scrive Egdl non ha senso. O quelle condanne sono annullate in Cassazione, o le pene inflitte saranno inesorabilmente eseguite. Perché un modo per non eseguirle non esiste nemmeno.
Ma Egdl schiuma d’indignazione. “Novantanove volte su cento, infatti, con il tempo, con gli appelli, i contrappelli e la Cassazione, anche le condanne iniziali vengono poi cancellate”. Il professore dimentica che, se sono cancellate, è segno che non dovevano essere inflitte. E in questo caso ci dovremmo innanzi tutto lamentare del fatto che non paghino pegno i magistrati che le hanno inflitte, quelle condanne, non del fatto che magistrati più anziani, colti, ed esperienti abbiano dovuto annullarle. “Sicché alla fine solo gli extracomunitari, gli infimi spacciatori, gli emarginati a vario titolo, gli appartenenti alle classi povere, popolano le nostre galere”. Ancora una volta qualunquismo di bassa lega.
Quanto al fatto che i ricchi, celebri e potenti se la cavino sempre, Egdl dimentica che Berlusconi è stato assurdamente condannato per un reato di cui si è dichiarata inoperante la prescrizione con un artificio logico e particolare, che descriviamo. Immaginiamo che un borseggiatore, trent’anni fa, abbia rubato un orologio e in seguito non l’abbia mai ceduto, né a un ricettatore né a un familiare. Naturalmente, secondo la giurisprudenza normale, dopo qualche anno, il reato è prescritto. A proposito di Berlusconi invece, la Sezione della Cassazione presieduta dal dr.Antonio Esposito ha fatto un ragionamento di questo genere. Dal momento che nei successivi trent’anni il borseggiatore ha continuato a tenere al polso l’orologio, ed ha così continuato a fruire dei frutti del suo reato, il reato non è prescritto. Che il borseggiatore vada in galera. Se non si crede che è andata così, ci si informi. 
Sarebbe desiderabile, secondo l’editoriale del “Corriere”, la severità degli Stati Uniti, di cui Egdl fornisce esempi. “Tutte cose in Italia impensabili”. Ma chi ci dice – a parte il qualunquismo antitaliano - che ciò che è impensabile in Italia non sia effettivamente sbagliato? Lo sa Egdl che il numero dei detenuti americani è strabiliante? Siamo sicuri che non bisognerebbe adottare una migliore politica criminale? Non intendo che sia sicuramente così: ma neanche è lecito dare per sicuro che questa politica sia migliore della nostra.
E tuttavia ecco l’indignazione: “nessuno solleva il problema. Meno che meno l’ineffabile Consiglio superiore della magistratura, pur così instancabilmente sollecito delle sorti della giustizia. E dire che proprio i magistrati, invece, sarebbero i più titolati a spiegarci il perché della vasta impunità italiana”. Ma la vasta impunità italiana è una fantasia di Egdl. È vero che molta gente finisce col non pagare a causa della prescrizione, ma questo è un difetto della magistratura, o al massimo dell’organizzazione dell’amministrazione della giustizia, non delle leggi. Poi, a causa della sua lentezza, la nostra giustizia tiene un sacco di gente dietro le sbarre in attesa di giudizio, e questo è gravemente sbagliato. Infine mantiene migliaia e migliaia di galantuomini nella condizione di imputati per troppi anni. E li definiamo galantuomini perché poi per la metà finiscono assolti. 
Il resto del lungo articolo è tutto su questa linea, e non val la pena di spenderci altre parole. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 settembre 2016 
(1)http://www.corriere.it/opinioni/16_settembre_19/grande-impunita-italiana-c6dc84e8-7dcf-11e6-a52b-23618613e7e7.shtml




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POLITICA
18 settembre 2016
RICOLFI, L'UOVO E LA GALLINA
Un prezioso articolo di Luca Ricolfi, sul Sole24Ore, mette in fila alcuni dati interessanti. I Trattati europei sono “severi sul deficit pubblico” e indulgenti sul debito. Mentre i mercati – lo dimostra l’analisi statistica - si preoccupano più del debito che del deficit, e lo dimostrano con lo spread. Dunque a suo parere un Paese dovrebbe preoccuparsi più del debito pubblico che del deficit. L’esatto contrario di ciò che esige l’Europa. Ed ha ragione il governo italiano quando punta più alla riduzione del debito che a mantenere il sacrosanto livello del deficit. 
In parte ci si è riusciti, dice Ricolfi, se non a diminuire il debito, almeno a diminuirne la crescita. All’inizio della crisi il debito pubblico nominale aumentava all’incirca del 4% l’anno, poi è sceso a poco a poco, fino all’1,7% dei primi sette mesi del 2016. Purtroppo, passando dal numeratore (il debito) al denominatore (il Pil), sappiamo che ora quest’ultimo non crescerà nemmeno dell’1%. Il primo cresce poco, il secondo cresce ancora di meno. “L'ultima variazione tendenziale del debito pubblico in termini reali segna +2.4%, l'ultima variazione tendenziale del Pil segna +0.8%. E' come dire che facciamo debiti a un ritmo triplo rispetto a quello con cui crescono le nostre risorse”. Una fatica di Sisifo, scrive Ricolfi. E “nessuno, ma proprio nessuno, pare avere un'idea praticabile”. 
Il problema in realtà non è quello del deficit, e neppure quello del debito pubblico: è quello del loro rapporto, cioè del bilancio fra le due grandezze. 
Non si tratta di spendere molto o poco, di guadagnare poco o molto: se uno spende molto ma guadagna ancora di più, si chiama ricchezza. Se spende poco, ma guadagna ancora di meno, si chiama miseria e – ai tempi di Charles Dickens – prigione per debiti. Ecco perché la questione sembra futile. Se i mercati vedono che il debito aumenta, ma il Pil aumenta parecchio di più, non si allarmeranno di certo. Se invece il Paese è economicamente fermo e il debito aumenta, si paventa giustamente che arrivi il momento in cui non potrà far fronte nemmeno al pagamento degli interessi. 
Il rapporto debito/Pil può migliorare se il Paese è talmente florido da avere una crescita del Pil superiore alla crescita del debito, o se è capace di risparmiare tanto, da potere ridurre il debito. In ambedue i casi i mercati sono indotti a pensare che la situazione migliorerà, e dunque possono comprare i titoli di Stato. Se invece il Paese cresce meno del suo debito, o se comunque non riesce a ridurre il suo debito, sarà chiaro che le prospettive future non sono migliori del presente, e i mercati si allarmano.
Ricolfi dice che si bada troppo al deficit: ma ciò significa soltanto che l’Europa non crede affatto alla capacità degli Stati membri di ridurre il debito. L’unica soluzione è un incremento del Pil: ma, appunto, che significa, “aumento del Pil?” È giusto chiederselo perché di solito se ne parla come di una grandezza astratta, che dipende dalle stelle. 
Il Pil è la quantità annuale di ricchezza prodotta dal Paese. Calcolata magari in modo cervellotico e discutibile (ne fanno parte le spese dello Stato!) ma è comunque certo che se la gente guadagna e spende sempre di più, quella grandezza aumenta, e aumenta per tutti. Se invece tutti sono in ristrettezze, il Paese va in recessione.
La ricchezza infatti, contrariamente a quanto pensa la gente, ha tendenza ad espandersi. Cioè a riflettersi sui non-ricchi. L’imprenditore che fa grandi profitti è felice di allargare l’azienda, di creare filiali, di esportare, e tutto ciò richiede forza lavoro, macchine per produrre, trasporti per recapitare le merci, e via di seguito. Tutte cose che rilanciano l’economia. Ma il motore del fenomeno è il profitto dell’imprenditore. Se glielo sottraiamo, o glielo rendiamo marginale, il risultato è che quell’imprenditore non aprirà una fabbrica e, avendo denaro, cercherà di ricavarne qualcosa investendolo, piuttosto che creando un’attività produttiva. Per questo si parla di “finanziarizzazione dell’economia”. Se riesce, si arriva al denaro che partorisce denaro, ma niente di concreto. Niente per il popolo che vorrebbe un lavoro.
La conclusione – banale – è sempre la stessa. L’economia non si rimette in moto con gli investimenti di Stato. Ci si è provato per decenni e la cosa ci ha portati dove siamo. Finché si continuerà a pensare che la vita del Paese debba essere diretta dai Dulcamara economici dello Stato, saremo nella miseria.
Forse è questo che intendeva Ricolfi scrivendo che “nessuno ha un’idea praticabile”. Perché l’idea giusta è quella della convenienza d’intraprendere, ma in Italia questa non è un’idea praticabile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 settembre 2016




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POLITICA
17 settembre 2016
IL TERMOMETRO DI BRATISLAVA
Il vertice di Bratislava non ha dato nessun risultato concreto, e men che meno positivo. Ha soltanto confermato che Francia e Germania sono uguali agli altri Stati. Soltanto un po’ di più. Tant’è vero che alla conferenza stampa finale non hanno invitato l’Italia. E questo terzo “peso massimo” ce ne ha messo del suo, con Matteo Renzi che ha fatto finta di non aver voluto andarci lui. Due più uguali degli altri, uno più ridicolo degli altri.
Angela Merkel non ha nascosto la difficoltà del momento: “Siamo in una situazione critica”. François Hollande è stato anche più esplicito: “Il rischio di sfaldamento dell’Europa non è mai stato così grande. Parlo proprio della separazione, del ritorno alle frontiere, del rifiuto della solidarietà, dell’euro”. Che la situazione sia peggio che critica, lo si dice da anni. E che lo si riconosca è positivo. Ma sarebbe utile se, dalla constatazione del danno, si potesse passare al modo di metterci rimedio. Invece non ci sono speranze.
Renzi, nella sua personale conferenza stampa, le ha cantate veramente chiare, all’Europa. Ma è stata tutta scena. Per esempio, come stupirsi che l’Unione non voglia far nulla per i migranti, e lasci l’intero problema sulle spalle dell’Italia? L’egoismo è la prima regola di una politica nazionale e razionale. E come reagisce Renzi? Rimproverando i cattivi. Afferma che l’Italia cercherà accordi bilaterali con l’Africa e dimentica che non abbiamo né la forza economica né la forza militare per ottenere checchessia. L’unica risposta sarebbe stata non accogliere i migranti, rigettandone la colpa sull’Europa. Ed anche sugli Stati dell’Est europeo, che in questa occasione hanno confermato il loro rifiuto di riceverli. Il resto sono parole al vento. 
A Bratislava si è confermato che ognuno pensa agli affari suoi. Quando la signora Merkel dice che siamo in una situazione critica, intende che, se le cose vanno male, anche la Germania dovrà affrontare problemi. Un po’ come un ricco che rinuncia alle tartine al caviale per la festa di compleanno della bambina. Hollande dice una più brutale verità, quando prospetta lo scoppio dell’Unione nella sua interezza, ma non suggerisce nulla. Renzi non soltanto si rende ridicolo, facendo finta di non partecipare a una conferenza stampa a cui non è stato invitato, ma dimostra di non capire l’essenza della crisi. 
Oltre a lamentarsi per gli immigrati, il nostro Primo Ministro ha chiesto inutilmente di potere spendere di più, per i terremotati, per la crescita, per rilanciare l’economia. Senza capire che se la sta prendendo col termometro invece che con la febbre. Né la Germania né nessun altro è disposto ad accollarsi i nostri debiti, e se l’Italia non è ancora fallita, è perché gli investitori pensano che da un lato c’è la Banca Centrale Europea, dall’altro che un nostro crollo provocherebbe quello dell’intera Unione Europea. Se, invece di dare almeno l’impressione che stiamo mettendo in ordine i nostri conti, chiediamo di contrarre nuovi debiti, c’è il rischio che le Borse si allarmino, non comprino più i nostri titoli di nuova emissione, e salti tutto. Come dicono a Bruxelles, in materia di “flessibilità” abbiamo già ottenuto tutto ciò che potevamo ottenere.
Il fatto è che con l’euro che ci siamo preclusa ogni salvezza. Certo, eravamo molto indebitati anche alla fine del secolo scorso, ma se non fossimo entrati nell’euro, essendo padroni della nostra moneta, avremmo potuto svalutare, rimanendo competitivi. Avremmo avuto una moneta corrispondente alla nostra situazione economica. Inoltre, progressivamente svalutando, avremmo diminuito il valore del nostro debito pubblico. È vero che questa diminuzione avrebbe tolto appetibilità ai nostri titoli, e per conseguenza avremmo dovuto pagare interessi molto alti, ma non sarebbe stato soltanto un male: il nostro erario sarebbe stato indotto a limitare al massimo i nuovi debiti e nel frattempo avremmo eliminato il fallimento dell’Italia, perché tutti avrebbero saputo – come lo si sa per il Giappone – che la Banca Centrale può sempre stampare banconote per rimborsare i creditori. Invece con l’euro la distanza fra il valore del debito pubblico in euro (non svalutato) e le possibilità di rimborso da parte dell’Italia, in caso di crisi borsistica, sono così scarse, da far prevedere più un fallimento che una svalutazione.
Francamente, non possiamo alzare la voce. La Bce ci tiene in vita con l’ossigeno, e se l’Europa lo fa non è per salvarci la vita, ma perché teme che la nostra morte possa provocarle danni irreparabili. Ecco la febbre. E le rodomontate italiane lasciano il tempo che trovano. Ci rimane la speranza che Renzi menta sapendo di mentire. Perché, se crede in ciò che dice, non saremmo nelle mani di un politico bugiardo ma di un politico incapace.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 settembre 2016




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POLITICA
16 settembre 2016
PERCHÉ È STATO APPLAUDITO TRUMP
Chi vincerà le elezioni presidenziali americane nessuno lo sa. Ma che Donald J.Trump sia il candidato repubblicano è cosa sicura. E già significativa. È naturale che i politologi discutano delle conseguenze di una sua elezione, ma per ciò che fa capire la sua candidatura, disponiamo già di sufficienti elementi. Il più importante è il suo plateale rigetto della political correctness. 
Questo codice nasce da un intento lodevole, quello di non ferire il prossimo, e giunge a risultati assolutamente grotteschi. “Cesso” significa in origine “luogo in cui ci si ritira”, parola perfetta. Col tempo però ha cominciato a puzzare, e si è passati a “gabinetto”, alludendo al fatto che in origine era in una cabina fuori casa. Ma anche il gabinetto si è messo a puzzare e si è passati al bagno, anche se non c’è nessuna vasca. Di bagno parlano comicamente i ragazzi a scuola, dove la cosa è inconcepibile. La molla fondamentale della political correctness è l’idea che tutti siano ipersensibili e che, omettendo la parola, si elimini il fatto. Lo spazzino non aveva da offendersi, se lo chiamavano così, perché spazzava, e spazza ancora. E invece è divenuto netturbino e infine “operatore ecologico”. Se non si fosse avvertiti, non si saprebbe che mestiere fa. La mania non è soltanto italiana. Per il cesso, ad esempio, il diluvio di eufemismi si ha in tutte le lingue. 
Gli americani, in questo campo, hanno portato la bandiera. Nella loro ansia di delicatezza (e per evitare la rabbiosa reazione degli interessati fanatici) i negri prima sono diventati neri – quasi fossero pezzi degli scacchi, o quasi che “negri” fosse un insulto – e infine afroamericani. I bianchi, per non alludere al colore della loro pelle, cosa che sembrava una protesta contro l’ipotesi insultante della pelle nera, sono divenuti caucasici. E caucasici per non dire ariani, perché di ariani parlavano i nazisti. Pare addirittura che si siano chiamati i nani “persone verticalmente svantaggiate”.
La political correctness, invadente e insaziabile, è divenuta un universale dovere di ipocrisia. Una continua e insulsa imposizione di eufemismi. L’obbligo di chiedere scusa se si allude incautamente ad una evidente caratteristica dell’interlocutore. La paura (e l’accusa) di discriminazione incombe. Non si può più dire postino (postman, uomo della posta), perché ciò sembra escludere la donna. E allora postperson. 
Chi è disgustato da questi esempi (che tuttavia sono una goccia nel mare, in questo campo), chi non ne può più, sappia che grazie a Trump non è più solo. Non ne possono più gli americani, minacciati di essere linciati se raccontano barzellette sui balbuzienti, se prendono in giro gli omosessuali, i messicani, i neri, le donne, i preti, se insomma si permettono di vivere. 
È inutile rimproverare a Trump la reazione a questa oppressione.  La sua violenza verbale, i suoi eccessi espressivi, sono stati visti in chiave di legittima difesa. E a questo punto non importa più che vinca o perda, a novembre, importa che abbia eliminato il velo dell’ipocrisia espressiva, e che sia ridivenuta lecita la libertà di parola. Con la libertà di dire la verità. Ammettiamolo, la gente muore. Non scompare, non sparisce, non viene meno. Non è chiamata a sé dal Signore e non passa a miglior vita: muore, muore, muore. E morirò anch’io, caro lettore, come morirai tu. Vivremo forse più a lungo se anneghiamo la cosa in un mare di eufemismi?
L’obbligo della bontà untuosa può anche rendere furenti persone dal cuore d’oro. La delicatezza non consiste nel non chiamare cieco un cieco, consiste nel trattarlo con rispetto, da uguale, al bisogno aiutandolo nella sua inferiorità. Volergli nascondere qualcosa che già sa, e cioè di essere cieco, è un modo di offenderne l’intelligenza. E ciò malgrado in questo campo abbiamo un’alluvione di stupidità. I minorati (parola perfetta) sono diventati prima handicappati (quasi partecipassero costantemente a un concorso ippico), poi disabili, infine diversamente abili. Il tizio è quadriplegico, ma è diversamente abile: è più abile degli altri nel piangere.
Da un lato, uno tsunami di parolacce in tutti i film e in tutti gli ambienti: fino ad avere un partito politico che ha come programma la parola “Vaffanculo”; dall’altro il divieto di chiamare prostituta una prostituta: ormai è una escort. Forse per il caso che il cliente sia aggredito, sotto il lampione. O magari è un’accompagnatrice, per il caso che il giovanotto infoiato non ritrovi la strada di casa. 
Forse da a
mericano voterei per Trump solo per gridare che sono politically incorrect. E che anche la verità è incorrect: non solo è nuda, ma non fa sconti a nessuno. Se alla escort non piace la parola puttana, cambi mestiere.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 settembre 2016-989



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POLITICA
15 settembre 2016
TRE MONDI
Malgrado mille esperienze quotidiane, rimaniamo tutti convinti che l’uomo sia un essere razionale. È un errore. L’uomo è anche razionale, è occasionalmente razionale, forse addirittura per eccezione razionale. Ciò che lo domina, come singolo, è di solito l’affettività, e come nazione la civiltà, il temperamento. E con questa chiave potremmo meglio capire il comportamento di interi continenti.
L’Estremo Oriente è caratterizzato da un temperamento pragmatico e alieno dalla metafisica. In esso bisogna distinguere da un lato i giapponesi, i quali hanno un “pragmatismo onorevole” e, accanto alla normale voglia di vivere bene, sono capaci di combattere guerre aggressive perché pensano di meritare un impero; e dall’altro i cinesi, caratterizzati dal pragmatismo edonistico. La Cina è da sempre dedita ai commerci, al guadagno, e a godersi la vita. Anche all’estero - nel Sud Est asiatico, negli Stati Uniti o perfino in Italia - i cinesi sono talmente dediti alla vita pratica da non dare nessun fastidio. La follia maoista è stata una parentesi. Oggi dei cinesi terroristi, fanatici o violenti, sembrano un’assurdità. 
Il resto dell’Estremo Oriente è più o meno in linea con questi due poli. Fino al caso esemplare del Vietnam del Nord, “giapponese”, aggressivo e militarista, che invade il Vietnam del Sud, “cinese”, pacifico ed edonista.
In Occidente invece prevalgono l’astrazione e la metafisica. E queste due tendenze conducono a risultati contraddittori. Da un lato creano, appunto, una metafisica, che sin dal tempo dei greci porta il pensiero alle sue più alte vette. Dall’altro (si pensi ad Aristotele) danno inizio ad una scienza che, se fallì nella concretezza, non fu perché non impiegava tutta l’intelligenza possibile (Eratostene avrebbe meritato più di un Nobel) ma perché le mancarono i dati e gli strumenti essenziali. Quando, con Galileo e col cannocchiale, si riunirono capacità di pensiero astratto – il Pisano creò il metodo scientifico – e un accettabile strumento di osservazione, nacquero l’astronomia e la scienza moderna.
La tendenza all’astrazione è invece quella che ha spinto milioni di uomini a prendere sul serio la religione e ad insanguinare l’Europa in suo nome, con le note guerre. È ancora la tendenza all’astrazione che ha spinto l’Occidente a creare il marxismo e a cercare di imporlo al mondo. Fra l’altro il comunismo ha avuto connotazioni religiose, fino a trascurare la verifica dei risultati concreti e al fanatismo, ma nel frattempo pretendeva addirittura di avere basi scientifiche. 
Questa fede nel pensiero astratto e razionale ha fatto sì che gli occidentali non abbiano concepito che altri “mondi” potessero avere un’altra mentalità. Gli è sembrato impensabile che essi potessero non apprezzare i risultati di un sistema di vita e di pensiero che ha condotto loro alla libertà e alla prosperità. E per questo hanno potuto credere che, se appena ne avessero avuto la possibilità, l’Iraq di Saddam Hussein o la Libia di Gheddafi si sarebbero dati alla democrazia. 
Nel Medio Oriente di religione islamica impera invece una mentalità che non è né pragmatica, né razionale. Tanto che si stenta a trovare un aggettivo che la riassuma. Se le nazioni di questa parte del mondo avessero avuto il senso della realtà, avrebbero pensato a sfuggire alla povertà, come hanno fatto con successo tanti Paesi del Sud Est asiatico. Perfino quelli che – come il Vietnam o la Cambogia – si erano dati al comunismo di più stretta osservanza. Invece, pure in presenza di notevoli risorse del loro territorio, sono rimasti poveri o al massimo “ricchi parassitari delle royalties”. Che rimarranno ricchi finché dureranno le royalties.
In questi Paesi – a partire dal califfo Omar - si nota una sorta di rifiuto della cultura, sentita come inutile ed estranea. Gli “arabi” leggono poco, non traducono in arabo i testi stranieri, e si autoemarginano dal dibattito culturale. I livelli di alfabetizzazione rimangono bassi e quel ch’è peggio sono sempre subordinati ai “mores”. Un uomo diviene ingegnere, ma poi non accetta l’uguaglianza della donna.
Questa mentalità si potrebbe definire latu sensu religiosa: ma non nel senso di “islamica”, quanto nel senso di aderente a principi ritenuti validi al di fuori di ogni ragionamento, di ogni dimostrazione e di ogni esperienza. I principi che informano la vita di queste nazioni sono profondamente radicati nell’animo di tutti e da questo nasce, in alcuni, l’integralismo islamico. Insomma non è l’Islàm che ha provocato questa mentalità, è questa mentalità che ha fatto trionfare l’Islàm. 
Gli sforzi fatti dall’Occidente per regalare a questi popoli la democrazia e la libertà sono stati vani perché essi non ne sentono l’esigenza. Litigiosi e aggressivi, sono piuttosto disposti a combattere per motivi tribali che per conquistare i diritti civili. Anche in occasione dell’eterna guerra contro Israele, non badano per nulla agli utili che potrebbero ricavare dalla pace: i palestinesi starebbero infinitamente meglio, economicamente, se collaborassero con Gerusalemme, che potrebbe dare lavoro a molti di loro. Invece – come nel caso della Striscia di Gaza – piuttosto che chiedersi razionalmente che cosa gli convenga fare, preferiscono vivere pressoché esclusivamente della carità internazionale e procurarsi qualche guaio aggiuntivo sparando razzi contro la popolazione di Ashdod. 
Dal momento che prevedibilmente nessuno di questi mondi cambierà, non rimane che accordarsi con chi è disposto ad accordarsi e tenere lontani gli altri, in particolare limitando l’immigrazione islamica. 
Ma l’Occidente non è tanto razionale quanto si potrebbe desiderare. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 settembre 2016




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POLITICA
14 settembre 2016
DUBBI SUL QUANTITATIVE EASING
La Bce compra ogni mese circa ottanta miliardi di titoli delle Banche Centrali di alcuni Paesi dell’eurozona. Questi titoli non sono di nuova emissione e neppure in scadenza, perché in quel caso sarebbero le banche centrali a rimborsare l’intero capitale. Compra per esempio quei BTP italiani che (prima della scadenza) i detentori riversano in Borsa (nel cosiddetto “mercato secondario”) perché hanno bisogno di denaro, perché vogliono disfarsene o per qualunque altra ragione. E la Bce ha promesso di farlo fino alla primavera prossima. Se non oltre.
Personalmente, non capisco il senso dell’operazione. Sul “mercato secondario” i titoli sono venduti secondo la legge della domanda e dell’offerta. Poniamo il caso che ci sia un titolo portoghese con scadenza fra tre anni, e che il venditore tema un crollo totale dell’euro. Tenta dunque di disfarsene, realizzandone il valore attuale.  Ma anche il compratore potrebbe temere la stessa cosa, e dunque vorrà pagarlo meno del suo valore normale. Analogamente, se il titolo è considerato “sicuro” (per esempio i Bund tedeschi) si sarà disposti a pagarlo di più. Ecco la legge della domanda e dell’offerta. 
Molti Paesi hanno debiti così grandi che non saranno mai rimborsati, dunque nel mercato secondario i loro titoli potrebbero essere grandemente deprezzati. Ma ciò potrebbe allarmare gli investitori e in definitiva di far saltare l’intero sistema. A questo punto la Bce compra a valanga (ottanta miliardi al mese!) i titoli di alcuni Paesi, facendone così aumentare la domanda. Così tenendone più alto il prezzo e l’apparente appetibilità. L’essenziale è che le Borse rimangano tranquille. Se appena la Bce smettesse i suoi interventi, si potrebbe determinarsi il panico, con tutti che tentano di vendere e la conseguente crisi del sistema. Ed ora andiamo ai dubbi.
La Bce compra i titoli: ma con quale denaro? Qualcuno risponde col gesto classico della stampa: un pugno verticale che batte sul palmo dell’altra mano. Il denaro è “falso”, ma la Bce potrebbe asserire che l’operazione è a somma zero: prima ha creato ottanta miliardi di euro immaginari, in contanti, poi ha ottanta miliardi di euro in titoli. Pareggio. Quando i titoli scadranno, si ripianerà il “debito” contratto al momento in cui sono stati “stampati” gli ottanta miliardi di euro.
Se l’operazione ha questo senso, è una truffa. A parte il fatto che si trasforma risparmio in liquidità, perché la Bce compra i titoli? Per evitare che gli investitori dubitino della solvibilità degli Stati. Ma ammesso che uno Stato cessi i pagamenti (default) è ovvio che anche i suoi titoli, in possesso della Bce, si trasformerebbero in carta straccia. Dunque il rischio che giustamente dovrebbero correre i detentori di quei titoli, che li hanno volontariamente acquistati, si trasferisce alla collettività, che quei titoli non ha acquistati e certo non acquisterebbe.
Non è tutto. Tenendo alto il prezzo dei titoli sul mercato secondario, la Bce induce i risparmiatori a comprarli ad un prezzo superiore al loro valore reale e fa loro correre un rischio ingiustificato. Mentre, se avesse lasciato il mercato libero e non lo avesse influenzato, il valore dei titoli sarebbe sceso, corrispondendo al giudizio del mercato sulla solvibilità dello Stato che li ha emessi, riducendo le perdite degli acquirenti e avvertendo tutti dello stato reale della loro economia. Inoltre, facendo aumentare lo spread fra i titoli degli Stati in bilico – per esempio l’Italia – e i Bund tedeschi, indurrebbe gli Stati in bilico a non contrarre nuovi debiti, perché già a rischio. E invece oggi si parla continuamente di “ulteriore flessibilità”, cioè di aumentare il debito pubblico, ché tanto abbiamo l’ombrello di carta velina della Bce. 
Fra l’altro, se l’operazione è così intelligente, perché mai non la fa ogni singolo Paese? Ad esempio l’Italia, non volendo veder crollare il prezzo dei suoi titoli sul mercato secondario, potrebbe acquistare grandi stock di titoli. Ma per comprarli dovrebbe procurarsi contante, e per farlo non potrebbe che riversare nel mercato titoli di nuova emissione, aumentando il suo debito pubblico. Ciò allarmerebbe le Borse, che infine potrebbero non comprare i titoli di nuova emissione, rivelando il sostanziale fallimento tecnico dell’Italia. Con quel che segue. 
Ora, nel momento in cui la stessa cosa la fa la Bce, che differenza c’è? Nessuna. La Bce non è più solvibile dell’Italia, perché non ha un suo patrimonio e gli stessi titoli comprati diverrebbero spazzatura. Insomma in caso di crisi fallirebbe insieme con le altre banche centrali. Così il quantitative easing è una soluzione cosmetica che non è mai stata spiegata chiaramente perché si vuol far credere che abbia un senso: mentre non l’ha. 
Inoltre tutto ciò si potrà farlo indefinitamente? Sicuramente no: il debito pubblico continua ad aumentare e fatalmente, una volta o l’altra. una scintilla farà scoppiare l’incendio. Il “quantitative easing” è soltanto uno specchietto per le allodole. Si spera di tirare avanti qualche altro meseè qualche altro anno, prima che ci si apra una voragine sotto i piedi.
Ma naturalmente attendo lumi da chi ne sa di più.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 settembre 2016




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POLITICA
13 settembre 2016
AINIS E IL DIRITTO A PRIORI

Nel suo articolo di oggi, su Repubblica, Michele Ainis sostiene una tesi interessante. La riforma Boschi prevede che la Corte Costituzionale decida sulla costituzionalità di una legge non appena essa è stata approvata dal Parlamento, e non – come oggi – su ricorso di un giudice di merito. E Ainis chiede: “È ammissibile il ricorso contro una legge che non ha mai ricevuto applicazioni?” “Solo quando [le leggi] s’incidono sulla carne viva dei cittadini, soltanto allora è possibile misurarne la legittimità”. Con tutto il rispetto per il professore, è lecito dissentire.
Le leggi devono essere generali (divieto della legge in privos lata, privilegio), astratte (non devono prevedere casi particolari) e (ovviamente) nuove. Il fatto che le leggi debbano essere astratte ha delle conseguenze. Infatti, la loro applicazione concreta può far sorgere problemi interpretativi e perfino dimostrarne l’inopportunità. A questi problemi risponde in primo luogo la giurisprudenza, cioè l’insieme delle decisioni dei magistrati, fino alla Cassazione a Sezioni Unite; e poi la dottrina (cioè le tesi dei competenti di diritto). Soprattutto risponde lo stesso legislatore (il Parlamento) quando, per por fine ai dubbi e alle perplessità, vara una seconda legge che interpreta la prima. In questi casi si parla di “interpretazione autentica”.
Ci si può chiedere su che cosa vertano le perplessità. La risposta può sembrare banale, ma non è: “l’interpretazione verte sulle parole della legge”. Non è dirimente far riferimento alle intenzioni dei deputati e dei senatori che votarono la norma, cioè ai cosiddetti “lavori preparatori”: una volta pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, la legge vive di vita propria ed è legittima un’interpretazione estensiva o restrittiva di essa, anche in contrasto con le intenzioni del Parlamento.
Le leggi sono astratte. La Costituzione è una legge, ed anch’essa è dunque astratta. L’attività eminentemente giuridica della Corte Costituzionale è quella di confrontare la conformità’ di una legge ordinaria, astratta, con la legge fondamentale, anch’essa astratta. Se invece la Corte si occupasse di confrontare la conformità dei suoi effetti concreti con le intenzioni della Costituzione, eserciterebbe attività politica. Come attività politica è quella del Parlamento quando vota una legge per realizzare un’interpretazione autentica. 
Il bello è che il prof.Ainis lo sa perfettamente. Egli infatti comincia così il suo articolo: “Quando la politica è impotente, la Consulta è dirimente. Ma se è dirimente esplica attività politica”. Ma per l’appunto, perché non esplichi attività politica deve pronunziarsi prima che la legge sia applicata. Diversamente non giudicherà la legge in sé, ma la sua applicazione, fornendo sostanzialmente una interpretazione autentica della Costituzione. Ma così non giudicherebbe la norma in astratto, giudicherebbe la norma in concreto, esercitando un’attività “politica” e non un’attività giuridica. 
Si può essere a favore o contro la riforma Boschi – e personalmente sono contro – ma l’eventualità di un giudizio preventivo della Corte Costituzione, sulle leggi appena varate dal Parlamento, non è contraria al diritto. Il responso della Corte deve essere un’attività giuridica a priori.
Questa parte della riforma non è neppure contraria al buon senso. Narra la leggenda che un romano (forse un capo militare) comminò la pena di morte per chi avesse superato un certo solco. Per spiritosaggine, quel solco lo saltò il suo proprio figlio, e quel romano lo fece uccidere. Ecco in che senso “la legge è astratta”. Se quel romano avesse potuto pensare di avere generato un imbecille capace di mettere a rischio così la propria vita, certo non avrebbe emanato quella norma. O avrebbe prima chiuso a chiave suo figlio. In altre parole, la legge non va applicata o no, secondo che i suoi effetti ci piacciano o no. Va applicata in ogni caso. Sta al legislatore abrogarla ed emetterne una migliore: e questo sarà attività giuridica con fini politici. Mentre non applicarla sarebbe attività politica e antigiuridica. La Consulta, oggi, rischia questa seconda attività, “dirimente e politica”. Se poi si desidera che la Corte Costituzionale continui ad essere come è stata, da molti anni a questa parte, un organo politico che a volte interferisce con la volontà di un Parlamento votato dai cittadini, mentre proprio la Corte non lo è, che non si cambi nulla. Sopravvivremo, magari stringendo i denti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
13 settembre 2016




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POLITICA
12 settembre 2016
I 150.000€ DI VIRGINIA RAGGI

L’uomo è più forte della donna, dal punto di vista muscolare.E questa differenza ha effetti anche sul suo comportamento. Già i bambini sisfidano nella lotta, nella corsa, nel gioco “sportivo” e in qualunque campo incui si possa prevalere con i muscoli. Poi, divenuti adulti, i maschi trasferisconoquesto atteggiamento nel successo in carriera ed è questa una delle ragioni perle quali occupano più spesso delle donne i posti apicali. Sicché poi, dal puntodi vista dell’intera società, queste ultime sono considerate meno atte acomandare.

È un errore.

È vero che la donna tende a dare più importanza allafamiglia e ai sentimenti, ma è sbagliato pensare che le sue capacità siano perquesto inferiori. Forse è meno interessata alla guerra, ma non per questo è menocapace di combatterla. E infatti, quando decide di impegnarsi, non è menotemibile dell’uomo. Ma normalmente, quando si tratta di competizione, lasocietà non la favorisce, e il risultato è che in qualunque campo la sua stradaè più in salita di quella di un uomo. Quando scende in campo, è obbligata adessere ancor più dura degli uomini. Potrà badare ad avere una permanente incemento armato come Margaret Thatcher, ma è meglio prenderla dannatamente sulserio.

Fra l’altro, dal momento che tutti temono che le donne siano“dolci”, per sfuggire a questa fama di mitezza capita che mordano più di altri.Chissà se un uomo avrebbe tanto duramente punito l’Argentina, per le Falkland. Echissà se un premier israeliano maschio avrebbe, come Golda Meir, dato l’ordinedi andare a cercare ed uccidere, dovunque sulla Terra, tutti gli assassinidegli atleti israeliani alle Olimpiadi di  Monaco.

Ma anche quando si impegnano in politica, le donne rimangonodonne, e ciò significa che hanno una vita di riserva. Sono meno degli uominidisposte a chinare la testa per non perdere la poltrona. Dunque possono avereuna dignità ancora maggiore. Anche per questo verso i pregiudizi che leopprimono costituiscono altrettanti stimoli per smentirli.

A tutto ciò si è tentati di pensare a proposito di VirginiaRaggi. In un articolo di Ernesto Menicucci, sul Corriere della Sera di domenica11 settembre, leggiamo che la sindaca di Roma, candidandosi, ha dovuto firmareun contratto col quale accetta di essere “dimissionata” dalla firma dicinquecento scimmiette ammaestrate del Web o dalla volontà del “garante” ormaiunico, Beppe Grillo. Per giunta la poverina rischia una penale dicentocinquantamila euro (ammesso che li abbia) se “inadempiente”, checché ciòsignifichi. Come dice l’articolista, prima di concorrere, la Raggi haconsegnato al M5S la pistola con cui “farla fuori”. Ma andrebbe veramente così?

In primo luogo, chi tenterà di manovrare Virginia come unamarionetta, magari a ciò invitato dal suo aspetto di giovane donna, deve stareattento che i fili non gli si attorciglino intorno al collo. Nel momento in cuila si induce a sottomettersi, bisognerebbe tenere conto che mentre per un uomomolti direbbero semplicemente che “non ha potuto resistere alle pressioni”, peruna donna molti direbbero: “E che vi aspettavate?” E questo lo sa anchel’interessata. Nel M5S farebbero bene a tenerne conto.

Già alcune cose le abbiamo viste. Per esempio la Raggi difendePaola Muraro – macchiata di un avviso di garanzia e forse anche di genocidio –contro venti e maree. È una fortuna si tratti di un’altra donna, sennò chissàche pettegolezzi. E perché, questa difesa? Perché la sindaca la ritiene lamigliore competente per risolvere i problemi della spazzatura di Roma. Segnoche, al di là delle regole dei pentastellati e dei loro mantra, questa eretica inprimo luogo reputa che per fare una cosa bisogna saperla fare: e poi che, seuna cosa è giusta, le regole stupide dei bigotti contano poco. Brutto segnale,per chi ha creduto di potere darle ordini.

In secondo luogo, quanto vale la minaccia deicentocinquantamila euro? Per attivarla, il Ms5 dovrebbe rivolgersi allamagistratura: ma quale sarebbe l’effetto politico, in termini di immagine? Insecondo luogo, si sono dimenticati i tempi biblici della giustizia italiana? Ecome se non bastasse, quanto sarà semplice dimostrare l’“inadempienza”politica, in giudizio? Forse è il caso di andarci piano.

La Raggi affronta una sfida che non può vincere, come nonpotrebbe vincerla nessun altro. Già ora lo stesso Movimento parla per Roma didebiti pregressi, di situazione caotica e di problemi insolubili: tuttiargomenti che domani la sindaca potrebbe far valere dinanzi ai giudici. Dunque aGrillo conviene lasciarla libera, rispettarla, addirittura aiutarla, se habisogno. Tanto fallirà lo stesso. E in questo caso almeno i disinformatipotrebbero dare la colpa a lei, piuttosto che al Movimento.

L’abbiamo già detto, no? È una donna.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

11 settembre 2016

 




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POLITICA
11 settembre 2016
IL BIPOLARISMO È FINITO?
C’è un certo piacere a ribaltare o annullare le dicotomie. È un facile modo per passare per intellettualmente coraggiosi. Dio è il bene e Satana il male? E allora ecco i satanisti. La democrazia è un bene e la dittatura un male? E allora ecco i neonazisti, felici di scandalizzare i benpensanti. Se poi si parla di annullarle, le dicotomie, molta gente è felice di azzerare la distinzione fra destra e sinistra. Sono cose superate, dicono. E infine, in questi mesi, pare sia morto il bipolarismo. 
In Italia per decenni abbiamo avuto il bipartitismo imperfetto; poi abbiamo avuto il bipolarismo perfetto, infine è nato il M5S, e si parla di tripolarismo. Che sembra una malattia. Comunque è vero che alle ultime elezioni le formazioni “vincenti” (o perdenti, fa lo stesso) erano tre, e per governare era necessario che si mettessero d’accordo in due. Ma non ne sono stati capaci. Soprattutto per l’ostinazione del M5S, risoluto ad opporsi a qualunque cosa. Governabilità inclusa. Forse è proprio vero, il tripolarismo è qualcosa di affine al tripanosoma.
La cosa comunque si è risolta all’“italiana”, col tradimento in massa di molti senatori. Parecchi eletti del centrodestra sono passati (de facto, se non de iure) a sinistra: e l’Italia va avanti. È ovvio che, se appena si votasse, i transfughi dovrebbero continuare la fuga, ma stavolta in direzione di casa loro. Ma intanto, per un paio d’anni, hanno incassato i loro trenta denari. 
I punti di riferimento attualmente sono ancora tre: il Pd, il centrodestra e il M5S. Che cosa possiamo aspettarci? Per il Pd, molto dipenderà dalla percezione che, al momento del voto, l’elettorato avrà dell’azione di governo. Capirà che non poteva fare niente di più, o invece non perdonerà a Matteo Renzi le infinite rodomontate, le troppe promesse non mantenute, le innumerevoli e infondate vanterie? 
Il centrodestra lo si dà troppo facilmente per morto. E forse merita, di morire. Ma non può. Perché non può morire il suo elettorato. O Berlusconi riuscirà a tirare fuori dal cilindro una coalizione capace di essere competitiva, oppure il suo posto sarà preso da qualche altro leader. Non diversamente da come, a suo tempo, lo stesso Cavaliere prese il posto della Democrazia Cristiana. E la forza del centrodestra dipenderà da quanto gli elettori saranno stanchi degli errori della sinistra. Si ricorda come andarono le elezioni dopo il governo Prodi?
Più interessante è il caso del Movimento 5 Stelle. Ho sempre avuto una pessima opinione di questa formazione politica non tanto perché sostiene idee vaghe o ridicole, quanto perché essenzialmente tende a sovvertire le regole della politica. Regole che non derivano da un “dover essere”, non sono qualcosa di morale o di capriccioso: derivano semplicemente dalla natura umana e dalla realtà com’è. Qualcosa come “non puoi fare la frittata senza rompere le uova”. E qualunque cosa che sia contro la realtà è prima o poi perdente.
Se si è veramente contro la politica – un po’ come è sembrato essere Beppe Grillo – l’unica soluzione, per rimanere casti, puri e coerenti, è non impegnarsi mai. Ed infatti, a lungo, è ciò che egli ha imposto al M5S di fare. A costo di impedire la formazione di un governo. Ma – come ha detto qualcuno del mal du siècle, il Romanticismo – se un atteggiamento deriva da una malattia, alla lunga o se ne guarisce o se ne muore.
E infatti. Se gli elettori, credendo di premiare il rifiuto della politica, eleggono a sindaco di Roma una rappresentante del M5S, poi quel rifiuto diviene impossibile, e cominciano i guai. Chiunque provi a governare inevitabilmente è giudicato dai risultati. Dovrà affrontare gli incerti, le insidie e le calunnie che affronta chiunque altro, vedendosi anche attribuire colpe non sue. Il “dire” è fin troppo facile, e ancor più il “criticare”, mentre il “fare” comporta non raramente cattive figure irrimediabili. 
Il M5S ha dato di sé stesso un’immagine insostenibile e autolesionistica. Il suo moralismo intransigente e miope non può non ritorcersi contro di esso. Perché i suoi rappresentanti sono esseri umani come gli altri; perché l’utopia è irrealizzabile; e perché ha espresso un programma negativo. Negando tutto non si ottiene nulla, e il Movimento, a forza di negare tutto, si è negato persino una vera ideologia e una bandiera. Ciò che è andato più vicino ad essere una bandiera è stato la parola “Vaffanculo”: ma non costituisce un programma di governo.
Grillo forse ha avuto il buon senso di capire che “facendo” si rischia l’insuccesso, ed ha tentato di rifugiarsi nel nulla: ma gli elettori alla lunga non premiano né il nulla né l’insuccesso.
Ecco perché il M5S non potrà che sparire o trasformarsi. Se sparisce, si ritornerà al bipolarismo centrosinistra-centrodestra. Se invece si trasformerà e rimarrà grande, si collocherà a destra o a sinistra del Pd, ricostituendo il bipolarismo che si diceva morto.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 settembre 2016




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POLITICA
9 settembre 2016
L'ARCHITETTURA, SFORTUNATA COME LE SUE SORELLE
L’arte è una meraviglia che bisogna andare a cercare. Nessuno, camminando per la strada, incontra un Brandeburghese di Bach o uno dei Canti di Leopardi. La sola eccezione a questa regola è l’architettura. Le sue opere sono inserite nella realtà quotidiana, che lo si voglia o no: sia quando sono capolavori immortali, anche se anonimi, come la cattedrale di Chartres, sia quando sono opere esteticamente discutibili come la Tour Eiffel.
Questo induce a particolari riflessioni sulla nostra epoca. Nel Medio Evo si costruivano case, castelli e cattedrali, senza pensare di “fare architettura”, un po’ come il Borghese Gentiluomo faceva prosa senza saperlo. Le case servivano per abitarci, i castelli per difendersi, le chiese per salvarsi l’anima. Le grandi cattedrali gotiche erano opere di fede che già prima di entrarci impartivano agli analfabeti di un tempo lezioni di religione con le loro statue, i loro bassorilievi, gli episodi della Bibbia. La loro eventuale bellezza era un by-product.
Le case, i palazzi, i ponti del passato sono stati eretti prevalentemente con intenti funzionali e senza preoccupazioni artistiche. Nondimeno alcune costruzioni sono così evidentemente belle, che il giudizio di “opere d’arte” è inevitabile. Forse anche perché questi edifici corrispondevano così da vicino allo spirito di chi li aveva realizzati, che ancora oggi una sperduta chiesetta di campagna, se antica, ha una sua dignità. Per così dire, appare valida e autentica, perché è l’espressione della fede di quel villaggio. E perfino se la si è voluta fare “bella”, ciò è avvenuto “ad maiorem Dei gloriam”, non per la vanità del progettista.
Quando, al contrario, a volersi esprimere erano grandi comunità, entrava in gioco anche un pizzico di orgoglio campanilistico, e si ricorreva ai competenti. Questi però non erano architetti con la corona d’alloro, erano tecnici itineranti, tanto apprezzati quanto anonimi. In Francia ancora oggi sono designati collettivamente “bâtisseurs de cathédrales”, semplicemente costruttori di cattedrali. 
Che poi questi artisti che non firmavano siano stati capaci di realizzare capolavori immortali come la Cattedrale di Amiens o quella di Colonia, sembra un miracolo. Ma essi non erano a caccia di una recensione favorevole. Costruivano templi che dovevano parlare a Dio dei credenti, e di loro a Dio. 
Quando invece l’architettura ha corrisposto ad una società più ricca e più laica, si è tornati in un certo modo all’architettura romana: quella in cui gli edifici dovevano essere la prova della munificenza di chi ne aveva pagato la costruzione – e non è strano che il nome di Agrippa stia sulla facciata del Pantheon - della sua gloria militare - si pensi agli archi di trionfo - o infine del suo potere e del suo lusso, come nel caso della Domus Aurea di Nerone. 
È nel Rinascimento che torna in auge l’edificio ricco che, oltre alla funzione sua propria, deve essere un monumento a qualcuno. E da allora ad oggi ecco le regge, le ville palladiane, le ville delle star di Hollywood e infine i grattacieli.
Così l’architettura si è corrotta. Non è più stata l’ancella di un ideale religioso, di una funzione civile o militare, e comunque il risultato di un artigiano anonimo che magari si rivela artista: è divenuta la serva della vanità. La vanità del committente e la vanità dell’architetto. Questi è così divenuto un personaggio normalmente insopportabile. In alcuni casi molto stimato, certo, e meritatamente: perché non possiamo dichiarare tutto il Ventesimo Secolo incapace di produrre qualche capolavoro. Ma ci si può chiedere che cosa penseranno i posteri – ammesso che ne abbiano la minima notizia – di un architetto-artista come Christo che ha imballato i monumenti con teli di plastica, come se dovese preservarli dalle intemperie o se dovesse spedirli. La sua prodezza è simile a quella di chi mettesse un cartone dinanzi alla Madonna del Cardellino, in modo che nessuno possa vederla, e lo firmasse come opera d’arte. 
Il peggio della nostra opera si riscontra nell’architettura dei grattacieli. Questi altissimi edifici sono nati da un’esigenza estremamente prosaica: il costo al metro quadrato del terreno. Ma dal momento che il committente per farli costruire deve spendere una somma enorme, cede anche alla vanità di volerne fare un monumento a sé stesso. Purtroppo sbatte poi contro l’inevitabile limite della grande altezza per una piccola base. Un tempo, ancora suggestionati dal tempio greco, si arrivò a mettere un timpano sopra l’ingresso a piano terra. Che è come mettere la cravatta ad un bue. Né sono molto migliori i grattacieli di oggi, che si contorcono nella ricerca di un’originalità ad ogni costo. Che senso ha trasformare un grattacielo è in un’immane pigna, come a Londra? Certo, è riconoscibile. Ma anch’io, se andassi costantemente vestito di viola shocking, dal cappello alle scarpe, sarei riconoscibile. 
E così siamo oppressi da enormi Palazzi di Giustizia che, come quelli di Milano o Catania sembrano quinte grandiose e mal riuscite per rappresentare l’Aida. O la Procura della Repubblica di Roma, con aperture che sembrano feritoie orizzontali perché i reclusi possano avere un po’ di luce. Il Ventesimo Secolo non ha prodotto un’opera che viene subito alle labbra di chi fosse richiesto di nominare un capolavoro.
Il bello è che quando si costruisce un grande immobile a forma di scatola la gente si lamenta. Come se si potesse fare chissà che di meglio. L’ingegnere che progetta il cosiddetto “casermone” è più onesto di tanti altri. Gli hanno chiesto di creare alloggi e lui ha costruito la migliore macchina per alloggi che si potesse avere al minimo prezzo.
Tuttavia, se nel caso del grattacielo lo sforzo artistico non è necessario, nessuno può negare la necessità istituzionale, per così dire, dell’opera d’arte, nel caso del progetto di una cattedrale. Anche attualmente il tempio non ha una natura che ne guidi la funzionalità: è un edificio eminentemente simbolico ed a questa simbologia deve corrispondere. Purtroppo, in un’epoca di miscredenza come la nostra, la condanna a creare un’opera d’arte costituisce una sfida pressoché insuperabile. L’opera dovrebbe parlare di Dio, ma in quel Dio che si dovrebbe glorificare non crede più né l’architetto né la maggioranza delle persone cui l’opera è dedicata. Il progettista non dispone più di un linguaggio condiviso con i fruitori dell’opera, come avveniva ai tempi del gotico (e dire che “gotico” è stato termine di disprezzo!), ed oltre a mancargli il linguaggio gli manca anche il messaggio da veicolare. Così anche in questo caso si ricade nella ricerca dell’originale, dell’imprevisto, del sorprendente. E in definitiva dell’insignificante, quando non chiaramente del brutto.
L’architettura segue la sorte di tutte le arti, dalla fine del XIX Secolo. Viviamo una decadenza inarrestabile e interminabile. Speriamo che i giovani d’oggi vivano abbastanza a lungo per vedere che si ravviva quella fiaccola che già illuminò l’Atene del V secolo a.C.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 settembre 2016
Naturalmente il testo che precede contiene soltanto opinioni, da considerare eventualmente uno spunto per conversazioni o contestazioni. Qualche esempio di architettura contemporanea in questo sito, anche se ci sono alcune foto fuori tema:
 https://twitter.com/awkwardgoogle/status/492081795442425857/photo/1




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POLITICA
8 settembre 2016
VIRGINIA RAGGI TRA POLITICA E DIRITTO
Virginia Raggi, a proposito di Paola Muraro, ha detto: “Saranno i pm a decidere se c’è un’ipotesi di reato o si va verso una richiesta di archiviazione. Non i partiti o qualche giornale”. (sottotitolo del Corriere della Sera, 8 set.2016). Essendo inteso che, se quella ipotesi ci fosse, la Muraro dovrebbe dimettersi. Poche, belle parole. Purtroppo, piene di errori.
Il Movimento 5 Stelle fa obbligo ai suoi adepti di dimettersi da qualunque carica se sono oggetto dell’attenzione della magistratura. Basta essere iscritti nel registro degli indagati (da ora semplicemente registro). E fino ad ora, questa è stata la regola, applicata con severità, soprattutto – sotto forma di ingiunzione - agli avversari politici. Anche con l’esplicita approvazione di Virginia Raggi. 
Invece per la Muraro - iscritta nel registro sin da aprile - la sindaca sostiene che ella non ha il dovere di dimettersi perché un’iscrizione nel registro degli indagati, (da ora semplicemente iscrizione) non è un avviso di garanzia (recte informazione di garanzia, da ora semplicemente informazione). Sarà una distinzione elegante, ma il M5S non l’ha mai fatta, prima. E mai ne ha tenuto conto. Inoltre la distinzione fra le due cose non è fondamentale. L’informazione viene inviata quando vanno compiute operazioni per le quali è necessaria la presenza dell’avvocato difensore, ma nessuno dice che queste operazioni ci siano in tutti i casi. Si può dunque essere rinviati a giudizio senza mai essere stati prima avvertiti del procedimento. La tesi della sindaca non regge.
Poi lei sembra dire ancora che la Muraro non avrebbe il dovere di dimettersi perché solo i pm sono autorizzati a stabilire se c’è un’ipotesi di reato. Al proposito va osservato che l’iscrizione non è in tutti i casi un “atto dovuto” e basta, come dicono a volte i magistrati. Se la notitia criminis fosse chiaramente assurda, la denuncia andrebbe diritta nel cestino. Naturalmente tra non essere assurda ed essere fondata c’è un abisso, ma rimane il fatto che anche l’iscrizione costituisce sempre un primo placet del magistrato. Ciò significa, in concreto, che sia nel caso dell’iscrizione, che nel caso dell’informazione, l’ipotesi del reato c’è. Perché se questa ipotesi apparisse assurda, perché bisognerebbe indagare su qualcuno? Dunque tanto l’iscrizione quanto l’informazione nascono da un’ipotesi di reato. 
La signora Raggi tuttavia potrebbe obiettare che tra l’iscrizione e il rinvio a giudizio c’è una differenza. L’iscrizione non esclude il reato, mentre il rinvio a giudizio dimostra che quanto meno il Pubblico Ministero lo crede sussistente. Giusto. Ma rimaniamo comunque nell’ambito della possibilità, perché soltanto il giudice è abilitato a decidere fra colpevolezza e innocenza. E spesso decide appunto per l’innocenza. Sia l’iscrizione che il rinvio a giudizio corrispondono ad un’ipotesi di reato, e nessuna delle due cose prova la colpevolezza dell’indiziato. E allora è lecito dare tanta importanza al quantum di probabilità della colpevolezza, fino magari a rovinare la vita di un innocente? 
Il pericolo è reale. Un giudice fazioso potrebbe avere qualche scrupolo a condannare un avversario politico che potrebbe essere innocente, il pm può esimersi da questi scrupoli. Tutti hanno “completa fiducia nella magistratura”. Dunque dirà: “Io l’accuso, se è innocente il collega lo assolverà”. Ma nel frattempo il malcapitato ha la vita e la carriera distrutte. Si può dare a qualcuno un simile potere privo di responsabilità?
Le parole della Raggi facevano albeggiare un minimo di garantismo, ma avrebbero dovuto concludersi semplicemente dando ragione alla Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
C’è un altro verso per il quale la frase della Raggi è incongrua. Se si parla di competenza a giudicare di un’ipotesi di reato, questa non spetta né ai giornali, né ai partiti (salvo al M5S), ma neppure ai Pm: spetta soltanto ai giudici. L’accusa è un’opinione, non una condanna. E da un’accusa non deriva nulla: né la prova dell’innocenza dell’accusato, perché non ancora condannato, né la prova della sua colpevolezza, perché soltanto accusato.
Non si getta la croce sulla Raggi. È umano: quando sono toccati personalmente, anche i “grillini” cercano di trovare scappatoie alla caccia alle streghe da loro stessi scatenata. Ma farebbero bene ad accorgersi che la verità stava, banalmente, in quei testi e in quei principi che loro intendevano rinnegare. Il fatto che la Chiesa abbia mandato sul rogo Girolamo Savonarola dovrebbe insegnare qualcosa. E quanto era saggio, il disincantato Talleyrand, quando raccomandava: “Surtout, pas de zèle”, soprattutto niente zelo. Senza dire che già prima di lui Molière aveva osato ridicolizzare l’uomo eccessivamente virtuoso, definendolo sin dal titolo Misanthrope: nel significato di uomo che odia l’umanità.
Purtroppo i “grillini” sono per la maggior parte bigotti incompetenti. Apprendisti stregoni che ignorano totalmente il significato della parola magnanimità.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 settembre 2016




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POLITICA
6 settembre 2016
Raggi di sole, Raggi X
Per i meno smaliziati, ciò che avviene in Campidoglio è notizia, mentre fra i romani chissà quanti reagiranno con un’alzata di spalle. I più anziani, magari, diranno: “E che v’aspettavate?” 
E di fatto è vero che non è successo niente di tragico. Ma il punto non è questo. Se il prestigiatore annuncia che farà sparire qualcosa, e dopo la cosa non sparisce per niente, dal punto di vista scientifico la cosa è normale, perché in natura nulla si crea e nulla si distrugge. Ma dal punto di vista dello spettacolo è un totale disastro. Non per quello che il prestigiatore ha fatto, ma per il contrasto con ciò che aveva promesso di fare.
Per anni i Cinque Stelle ci hanno riempito le orecchie con la loro intransigente onestà, la loro diversità, con la loro capacità di fare ciò che tutti gli altri non hanno saputo fare e via dicendo. Fino a non poterne più. Ed ecco che quando decidono di mettere le mani in pasta, cominciano ad accumulare cattive figure.
Non ci si poteva aspettare che in un paio di mesi sparissero i problemi di Roma: trasporti, nettezza urbana, debiti pregressi. La sparizione forse è contro la scienza, ma almeno l’apparenza? E invece è proprio in materia di stile che le signore del M5S non potevano combinare di peggio. 
Ecco il primo titolo del “Corriere”(1): “Caos rifiuti a Roma, Muraro e Raggi: Sapevamo dell’inchiesta da luglio”. Come, sapevate da luglio, e lo avete negato e non ve ne siete andate a casa? Se si sapeva da luglio delle indagini, come mai i vostri dirigenti non hanno preteso che sgombraste il campo, come avete sempre chiesto per tutti gli altri? E non rispondete che una simile richiesta è assurda, Che sia assurda noi l’abbiamo sempre saputo: siete voi che l’avete sempre avanzata per tutti. E avete proclamato che sulla testa di chi opera nell’interesse pubblico non ci devono essere nemmeno ombre. 
Ebbene, qui avete più che un’ombra, sulla testa. Già l’articolo comincia impietosamente con le parole: “Hanno mentito entrambe. Sia la sindaca Virginia Raggi, sia l’assessora Paola Muraro hanno appreso il 18 luglio, un mese e mezzo fa, che quest’ultima è indagata. Lo hanno ammesso davanti alla commissione parlamentare Ecomafie, all’inizio dell’audizione. La giunta Cinque stelle si era insediata in Campidoglio il 7, venti giorni prima. Ma fino a ieri la prima cittadina e la titolare dell’Ambiente hanno ripetuto senza esitare che l’iscrizione a «modello 21» a loro non risultava”. 
Pinzillacchere? E come dimenticare che uno dei migliori Presidenti degli Stati Uniti, Richard Nixon, è stato costretto a dimettersi perché è stato dimostrato che aveva mentito a proposito del Watergate? E Nixon non aveva mai posato a maestro di morale, tanto che lo chiamavano Tricky Dicky, imbroglione. Certe gaffe forse non sono tollerabili da parte di nessuno, ma figurarsi quando l’autore ne è il primo cittadino della capitale d’Italia, appartenente al partito dell’onestà. 
Queste cose non sono dette allegramente. È brutto crocifiggere qualcuno alle sue stesse parole. Ma come dimostrare la sua sostanziale crudeltà, se non facendogliela provare sulla sua stessa pelle? Come non rinfacciare alla Muraro che il 18 luglio ha ritualmente ottenuto la certificazione dell’iscrizione a «modello 21», cioè nel registro degli indagati, cosa che lei prima ha negato? Non si dice che la Muraro sia una delinquente, ma è certo una che non ha detto la verità.
L’estrema severità morale è sempre sconsigliabile, perché nessuno di noi è infallibile, e potremmo trovarci dal lato sbagliato del Tribunale. Potrebbe perfino capitarci di essere accusati ingiustamente, e se ci siamo atteggiati a Savonarola in quel caso non molti si sentiranno in dovere di vedere innanzi tutto se l’accusa sia fondata. Prevarrà il piacere di fustigare il fustigatore. 
Questa vicenda è soltanto la riconferma che non abbiamo le ali e non possiamo volare. Non siamo angeli. È la riconferma che i problemi di una città come Roma sono tali da scoraggiare la persona più intelligente e competente del Paese. È perfino la riconferma che se anche un genio della politica fosse capace di una perfetta diagnosi e di una perfetta terapia, per Roma, probabilmente tutti gli altri gli metterebbero tanti di quei bastoni fra le ruote, da frustrare ogni suo sforzo. Ma allora, chi gliel’ha fatto fare, a quella giovane donna piena di buona volontà, di entrare nella Sala Giulio Cesare? E perché ha promesso l’impossibile?
Se la Raggi si aspettava comprensione, ha con questo dimostrato la propria inesperienza. In politica non si fanno sconti a nessuno. E se per abbattere il nemico si è disposti alla calunnia, figurarsi se non si approfitta dell’occasione di distruggerlo, quando è offerta da lui stesso. Stavolta bisogna resistere alla tentazione di soccorrere l’avversario caduto col naso nel fango. Non soltanto perché lui non l’avrebbe fatto, per noi, ma perché se gli si desse una mano, potrebbe commettere l’ulteriore errore di considerarsi “diverso” anche in questo.
Eh no, bisogna che i “grillini” imparino che siamo tutti uguali dinanzi alla legge, e anche dinanzi alla politica. Sia per quanto riguarda il nostro comportamento, sia per quanto riguarda la reazione degli avversari.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 settembre 2016
1)http://roma.corriere.it/notizie/politica/16_settembre_05/campidoglio-muraro-raggi-commissione-ecomafie-so-luglio-essere-indagata-fe24b622-7380-11e6-8697-4ca4df3f7e63.shtml




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POLITICA
5 settembre 2016
RENZI E L'HONNETE HOMME

Ammettiamo per un momento che Matteo Renzi sia un grande campione. Se così fosse, somiglierebbe ad Usain Bolt. Oppure, per andare al passato, a Cassius Clay. Cioè grandi vincitori, meritatamente titolari di record, ma persone con una caratteristica comune: quella d’avere spinto molti spettatori ad assistere alle loro performance sperando soltanto che perdessero. Che qualcuno li umiliasse. Semplicemente perché colpevoli di un imperdonabile errore di gusto: quello di vantarsi ad ogni piè sospinto.
Qui si impone tuttavia una precisazione: non c’è riconoscimento di merito che possiamo tributare agli altri, che gli altri non abbiano già tributato a sé stessi. Addirittura, una lode ci fa piacere anche quando sappiamo benissimo di non meritarla. Perché in quel momento almeno ci permette di sognare di meritarla. Dunque non si può rimproverare ad Usain Bolt di considerarsi un eccezionale velocista, o a Clay un eccezionale pugilatore, perché la cosa è vera. L’errore di questi campioni, come di Matteo Renzi, è quello di credere di potere ingrandire i propri meriti vantandoli. Non hanno capito che gli altri i meriti altrui preferiscono scoprirli da sé che vederseli imporre. E se poi su di essi si insiste al di là del buon gusto - o, come nel caso di Renzi, ben oltre la verità - si suscita un’acida, impaziente ostilità, che può arrivare all’inimicizia.
Un errore di gusto, si diceva. Perché non è la sostanza, che si rimprovera: è lo stile. L’insufficiente intelligenza che gli impedisce di capire che quel comportamento li danneggia. E l’insufficiente stima dell’intelligenza altrui, nel credere che il prossimo sia capace di ingerire qualunque dose di vanagloria.
Prendiamo il caso di Renzi e dell’economia italiana. L’evidenza è che il Paese è in una crisi profondissima, da cui non ha nemmeno cominciato ad uscire. Dunque fa malissimo Renzi a negare i dati o ad aggrapparsi ai decimali. La sua autostima gli fa credere di potere convincere gli italiani del contrario di ciò che gli mostra la realtà quotidiana, ma questo è impossibile. Può darsi che provi a far ciò perché ha una fede sconfinata nella stupidità degli italiani, ma c’è il rischio che gli italiani giudichino stupido lui.
Nello stesso modo, difficilmente funzionerà a suo vantaggio – finalmente se n’è accorto lui stesso – l’avere legato il “sì” al referendum alla sua permanenza a Palazzo Chigi, e addirittura nella vita politica. Un errore macroscopico chiaramente derivato dall’idea, vagamente delirante, che gli italiani potessero essere terrorizzati dalla prospettiva di essere abbandonati da lui. Il giovane sembra avere dimenticato che “i cimiteri sono pieni di persone indispensabili”.
Che peccato che Cassius Clay non avesse imparato a sorridere, piuttosto che a irridere. Che peccato che Usain Bolt non corra e stia zitto. Che peccato che Matteo Renzi non abbia ricevuto l’educazione di un vero gentiluomo. C’è una massima immortale di La Rochefoucauld di cui l’epoca contemporanea non tiene sufficiente conto: “le vrai honnête homme est celui qui ne se pique de rien”, il vero uomo di mondo è colui che non pretende di essere un gran competente in nulla. Nel XVII secolo, l’honnête homme era l’uomo colto, elegante, pieno di savoir vivre e di buon gusto. Tanto da nascondere quasi una sua speciale competenza, perché semplicemente confessarla – non diciamo dichiararla – sarebbe corrisposto a far pesare sugli altri la propria superiorità in un campo. Fra l’altro nei salotti del tempo si sapeva benissimo che non si può nascondere nulla al prossimo, se lo si frequenta. Dunque era meglio che gli altri scoprissero da soli le qualità dell’honnête homme. Per altro verso il tacerle corrispondeva a mostrare di credere di potere essere apprezzati anche senza quella speciale qualità. Che non è dimostrazione d’orgoglio meno convinta, per quanto sottile, di quelle rozze e infantili di Renzi.
Sembra strano che, in un mondo in cui la mancanza di scrupoli non soltanto è di fatto la regola, ma addirittura un comportamento necessario, poi avvenga che il côté morale sconfigga il condottiero. Massima D’Alema è sempre stato considerato un fine politico, ed anche una persona di valore, e tuttavia ha finito col precludersi il successo nel partito e nel Paese per avere troppe volte preferito l’irrisione ad una critica magari mordace, ma sostanzialmente rispettosa dell’avversario. Può anche darsi che la storia giudichi Renzi meglio di come molti lo giudicano oggi, ma attualmente rischia di prepararsi un futuro deludente. E dire che, se avesse avuto la virtù della moderazione, data la sua gioventù avrebbe potuto sperare d’avere una lunga carriera di successi. Per esagerare, diciamo la metà di quella di Andreotti, uomo garbato fino ad apparire inoffensivo. 
Forse è più facile lottare contro gli altri che contro il proprio stesso temperamento.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 settembre 2016




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POLITICA
4 settembre 2016
TRECENTOMILA BANCARI DI TROPPO
A volte la realtà offre gratuitamente un ottimo esempio per illustrare una tesi. Oggi questo regalo ce lo fa la situazione delle banche. 
In origine, le banche erano una catena di negozi in cui i clienti andavano per depositare il loro denaro, per ritirarlo, ecc. Tutti sanno di che parliamo, perché questo è il modello di banca che siamo abituati ad immaginare. Ma oggi le cose possono andare diversamente. Ritirare contante? Non è necessario entrare nella filiale. Basta un qualunque bancomat. Versare denaro nel proprio o nell’altrui conto corrente? Nessuna difficoltà: un bonifico si può fare dal pc casalingo. Riscuotere lo stipendio, pagare le bollette delle forniture? Se si dà l’incarico alla banca, queste operazioni le fa essa stessa, alla scadenza. Insomma, più si descrive come può funzionare una banca, più si scopre che non è necessario il pellegrinaggio in filiale, a cominciare dalla camera di decompressione che vi punisce se avete in tasca le chiavi di casa.
La filiale della banca come la conoscevamo non è più necessaria e l’istituto di credito non ha motivo di sobbarcarsi i suoi enormi costi in termini di canoni di locazione, arredi, telefoni, computer, e soprattutto stipendi degli impiegati. Morale: bisognerebbe chiudere in Italia qualcosa come la metà delle trentamila filiali, magari in attesa di chiuderle tutte, conservando soltanto un ufficio centrale per le operazioni più complesse. Ma chiudere quindicimila filiali corrisponde a fare a meno di moltissimi bancari. E si possono licenziare centocinquantamila lavoratori, in un momento in cui, probabilmente, non riusciranno assolutamente a trovare un’altra occupazione? Anche a volere mandarne una buona parte in pensione, anticipatamente, il costo è astronomico e le banche non se lo possono permettere. E allora si esita, si rinvia, si aspetta, in una posizione economica sempre più precaria. In questo campo riescono meglio le banche che nascono direttamente secondo il nuovo modello, come la Banca Mediolanum: le vecchie hanno ineliminabili inerzie e problemi pressoché insolubili.
Ma giochiamo di fantasia: le banche si accorgono che le filiali sono un peso inutile e procedono a chiuderle tutte. Così sono licenziati circa trecentomila bancari. Questi lavoratori – gente alfabetizzata e capace – si riciclano in nuove attività e, dopo un doloroso periodo di aggiustamento, rientrano nel mondo del lavoro. L’episodio è dimenticato. Ma è lecita la domanda: come mai nell’ipotesi troverebbero un nuovo lavoro, e nella realtà attuale non lo troverebbero? 
La risposta è semplice. In un mondo in cui si licenzia, non sono licenziati soltanto i bancari. E si liberano continuamente posti di lavoro. Si ottiene cioè quella che si chiama “mobilità”: l’occupazione va dove ce n’è necessità (e dove è offerta una remunerazione) e finisce dove non è più redditizia. Del resto, non si dice che oggi bisogna dimenticare l’idea del posto fisso, dall’inizio dell’attività lavorativa al momento della pensione? Il cambiamento di attività è normale. 
E prima di proseguire c’è un concetto che va sottolineato: la mobilità non è a somma zero. Non è che se un lavoratore si sposta dal posto A al posto B non cambi nulla. Se il posto B produce più ricchezza, quand’anche lo stipendio del lavoratore rimanesse invariato, il Paese diverrebbe più ricco: proprio perché quel posto produce più ricchezza.
Tutto questo è bellissimo come punto d’arrivo, ma è tremendo come punto di partenza. Se le banche, nel giro d’un paio d’anni, licenziassero trecentomila persone, queste persone in larga misura rimarrebbero disoccupate e, diciamolo pure, frustrate e disperate. Perché quella mobilità che assicurerebbe il loro riassorbimento nel mercato del lavoro non sarebbe ancora funzionante. Sarebbe assicurata la loro uscita, non il loro rientro. Dal punto di vista dell’economia nazionale sarebbe soltanto un passaggio, e la situazione da quel momento comincerebbe a migliorare: ma nel frattempo quelle persone potrebbero anche suicidarsi. Dunque l’ipotesi è inverosimile o – quanto meno – sarebbe attuabile in tempi lunghissimi.
In altri termini, non bisognava arrivare alla situazione attuale, perché ora non si sa più come correggerla. È vero che nel caso dell’esempio la soluzione sarebbe il licenziamento di quell’esercito di lavoratori – con grande beneficio delle banche e dell’economia nazionale – ma nel frattempo quel beneficio sarebbe pagato con la sopravvivenza economica di centinaia di migliaia di famiglie.
La conclusione è semplice: ogni volta che si tenta di rendere morale l’economia – per esempio con il posto fisso e intangibile – il risultato, nel lungo termine, è l’immiserimento nazionale. L’Italia ne offre un esempio da manuale. 
Ci siamo infilati in un vicolo cieco, e la morale non ci consente nemmeno di uscirne a marcia indietro. Bisognerà aspettare una catastrofe economica che, per sua natura, non conosce morale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 settembre 2016




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POLITICA
3 settembre 2016
IL RECLUTAMENTO
Siamo abituati all’idea che un carabiniere è un carabiniere, un professore è un professore e un magistrato è un magistrato. Quasi che quegli uomini fossero nati già adulti e pronti per esercitare la loro professione. E come se non fossero mai vissuti prima di indossare la divisa, il tocco o la toga. In realtà si tratta di esseri umani come gli altri. E si può star certi che la loro professionalità non vale più di quanto valgano loro stessi.
Si può anche dire in un altro modo. Ammesso che qualcuno sia un cretino, cessa di essere un cretino se diviene carabiniere, professore o magistrato? E arrivato a quella professione, può fare carriera? La risposta purtroppo è sì. Secondo l’umorista Peter – quello del “principio di Peter” – la percentuale d’imbecilli è costante quale che sia il gruppo scelto. E gli si può credere. 
Tuttavia possiamo fare qualche distinzione. Ci sono professioni in cui la selezione è naturale e dunque non ammette scorciatoie: un libero imprenditore di successo non può essere un cretino, almeno, non come imprenditore. Sarà corrotto, senza scrupoli, malvagio, ed anche cattivo padre e cattivo marito, ma come imprenditore deve per forza essere bravo. Perché diversamente non potrebbe avere successo. Nello stesso modo, un campione ciclista potrà essere una totale nullità, ma per essere un campione deve vincere la corsa. Il controllo è obiettivo.
Tutto cambia quando il sistema di reclutamento non avviene per selezione naturale ma per giudizio di qualcuno. Se, per divenire magistrato, basta avere studiato ed essere bravi in diritto, è ovvio che si può vincere il concorso ed essere dei perfetti imbecilli. Del resto, anche se gli esaminatori si accorgessero che quel giovane o quella giovane hanno molto studiato e poco capito, che sono privi di buon senso e non brillano per intelligenza, non per questo potrebbero bocciarli. L’esame non verte sulle qualità umane del candidato, per non parlare della sanità mentale e dell’equilibrio: verte unicamente sul diritto. E se c’è la competenza in quella materia, c’è tutto ciò che si richiede. Eres iudex in aeternum.
Tutto ciò sembra tremendo e tuttavia – se non teniamo conto dei danni che si possono provocare in quella professione - questo caso non è il peggiore. Il caso peggiore è quello dell’Università. Anche qui, il sistema di reclutamento è fondato sul giudizio “culturale” di qualcuno. Su un esame. Ma diversamente da quanto avviene normalmente nei concorsi della magistratura, qui istituzionalmente tutto è falsato. Detto brutalmente, all’Università non si arriva alla cattedra perché competenti in una materia. La cosa è gradita, certo, ma non necessaria. Ciò che importa è avere uno “sponsor”. Un cattedratico al quale si sia a lungo offerta un’obbedienza canina, unita ad una totale insensibilità alle peggiori umiliazioni, fino a fargli occasionalmente le commissioni. Quando infine il cattedratico decide, dopo avere adeguatamente sfruttato per parecchi anni questo eroe della carriera, magari firmando le sue pubblicazioni, di farlo promuovere, si mette d’accordo con i colleghi, e ottiene che l’esame lo dia primo classificato. E naturalmente sarà una questione di turni. Stavolta vince il mio protetto, l’anno prossimo il tuo, poi sarà il turno del tale collega. Si chiama “cooptazione”.
Il sistema più comodo, per salire in cattedra, è essere figlio di un cattedratico, ma non tutti hanno l’abilità di esserlo. Si può ancora nascere nipoti, tuttavia. E comunque nelle università va come un tempo per le assunzioni dei giornalisti in Rai: ne prendiamo tre dc, tre comunisti, due socialisti, uno socialdemocratico e uno bravo. Basta essere il decimo. Forse l’unico veramente qualificato per il suo lavoro è il carabiniere.
Per i professori d’università non si vede una soluzione. E non perché i cattedratici – in partenza – siano più immorali di altri: solo perché, subendo meno controlli, nella cooptazione possono comportarsi come il resto degli italiani vorrebbe comportarsi. Per i magistrati invece la soluzione giusta è correntemente applicata nel sistema della common law. Lì non si può divenire magistrati a ventidue o ventitré anni, perché non esiste il famoso “concorso”: i giudici sono scelti fra gli avvocati di chiara fama, eche siano noti anche per il loro livello morale. E infatti la loro media è largamente superiore alla nostra, anche come prestigio.
A proposito di prestigio, chi è lontano dai Palazzi di Giustizia può farsi delle illusioni, al riguardo. Apparentemente nei confronti dei magistrati regna un atteggiamento di stima addirittura servile e untuoso. Ma devono essere presenti. Perché in terza persona imperversa un così totale e generalizzato disprezzo, da rischiare di essere eccessivo. Se un avvocato dice bene di un giudice, si sente poi in dovere di giustificarsi, e si premura di aggiungere che è un’eccezione. 
In Italia l’amministrazione della giustizia è penosa anche per questo verso.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
29 agosto 2016




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POLITICA
2 settembre 2016
NON VOGLIO ESSERE SINDACO DI ROMA
Per certe cose ci sono i tecnici. E per essere dei “tecnici” in materia di politica, per esempio in un Comune come quello di Roma, bisogna avere molta competenza, molti anni sul groppone e averne viste di tutti i colori.
Malauguratamente fin troppe persone pensano che il problema della politica sia fondamentalmente morale e per questo credono che “un cuore puro”, un autentico disinteresse e la volontà di fare il bene comune siano sufficienti. Una stupidaggine. Non basta “un cuore puro” per sostituire il chirurgo, in camera operatoria. 
I nuovi venuti della politica – quelli del Movimento Cinque Stelle, per esempio – potrebbero obiettare che con la sola tecnica non si va da nessuna parte. Tempo fa dei chirurghi sono stati condannati penalmente ad anni di carcere, per avere operato gente che non ne aveva affatto bisogno. Soltanto per farsi dare soldi dallo Stato. La tecnica da sola può servire tanto a far bene quanto a far male. Giusto.
Ma se è vero che non si può fare a meno dell’onestà, e non si può fare a meno della tecnica. Perché mai - dopo avere sofferto del comportamento di coloro che, secondo i pentastellati, usavano la tecnica per i loro scopi personali - dovremmo essere felici di chi in Campidoglio porta un “cuore puro”, e poi fa dei pasticci che, in concreto, non differiscono da quelli dei tecnici disonesti?
Quando a Roma hanno eletto sindaca Virginia Raggi, chiunque abbia in simpatia le donne (cioè una persona normale) ha avuto una stretta al cuore. “Siamo sicuri che si aprirà una nuova era, come quando Margaret Thatcher varcò la soglia del n.10 di Downing Street o stiamo assistendo al trasporto al macello di un agnello sacrificale?”
L’ipersemplificazione moralistica dei pentastellati è il loro peccato originale. Certe soluzioni brillanti sono concepibili in poesia – l’evasione di Dedalo e Icaro – o nell’umorismo, come quando il barone di Münchhausen si salvò dalle sabbie mobili tirandosi su dai propri capelli. E il successo delle critiche di Beppe Grillo era fondato non su diagnosi accurate, ma sul sentimento di liberazione che dà la risata. Ma provate a far ridere un ascesso.
L’incontro con la realtà è spietato. Ogni scusa, ogni spiegazione che i “grillini” potranno dare, sarà ritorta contro di loro. Diranno che i problemi di Roma sono insolubili, anche perché spesso risultano dall’accumulazione di decenni? E gli si farà osservare che lo erano anche per le precedenti amministrazioni. Diranno che c’è inerzia, malcostume, malafede? C’erano anche per Marino, per Alemanno, per Rutelli. Diranno che gli avversari politici stanno malvagiamente amplificando le loro cattive figure? E questi stessi avversari politici potranno irriderli, chiedendo se per caso loro abbiano mai fatto sconti, agli avversari in difficoltà.
La verità è che il problema è sempre quello della coperta troppo corta. In altre parole, si cerca sempre di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Prendiamo i trasporti di Roma: sono costosissimi e insufficienti. Ma il Comune, per assicurare questi trasporti (come per gli altri fini importanti) ha contratto debiti immani, che una volta o l’altra la comunità (nazionale?) dovrà pagare. Quali sono le possibili soluzioni? Contrarre ulteriori debiti? Da un lato non è possibile, dall’altro si sarà soltanto rinviato il problema, perché di debiti non si vive. Licenziare tutto il personale e sostituirlo? In primo luogo, la comunità nazionale – con la sua mentalità “sindacale” – una simile soluzione non la permetterebbe mai; e in secondo luogo, chi dice che i nuovi assunti sarebbero migliori e diversi dai precedenti? Allora la cosa più semplice sarebbe abolire il trasporto pubblico a Roma. Ma a parte il fatto che molti romani non saprebbero come andare al lavoro, spostarsi in una grande metropoli e, in una parola, vivere, ci si rende conto di che cosa penserebbe il mondo dell’Italia? E poi, che ne sarebbe dell’immenso personale dell’azienda dei trasporti? Andiamo allora alla soluzione tecnica: razionalizziamo il servizio e moralizziamo il funzionamento dell’azienda. Ottimo programma: ma è nuovo? E se non sono riusciti ad applicarlo le amministrazioni precedenti, perché e come ci si dovrebbe riuscire ora?
Ecco perché, se gli esseri umani fossero ragionevoli, non ci si dovrebbe battere per divenire sindaco di Roma. Bisognerebbe battersi per non esserlo, e alla fine procedere per sorteggio, come nelle decimazioni, in guerra. Al nominato non bisognerebbe dare la possibilità di rifiutarsi e bisognerebbe ricordandogli che, in caso di gravi irregolarità, andrebbe in galera: a nulla valendo la sua eventuale buona fede. 
Questa è la realtà, di Roma e dell’Italia. Ma è talmente scomoda, che si preferisce menare il can per l’aia, raccontare favole, e aspettarsi miracoli dal Movimento Cinque Stelle.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 settembre 2016




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