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POLITICA
31 agosto 2016
AMMETTERE LA REALTA' DELL'EUROPA
Se dovessimo ricordare ogni momento della nostra vita ci troveremmo nella stessa difficoltà di chi ha nel computer troppi dati e non riesce più a trovare quello che gli interessa. Per fortuna, il nostro cervello passa al setaccio i ricordi e quando le esperienze si accumulano, mette in archivio quelle che reputa importanti e ne dimentica la maggior parte. Nell’insieme, crea una “formazione”, una “mentalità” o, come si dice con altre parole, un “orientamento generale”. Ecco perché la cultura è stata definita: “ciò che rimane quando si è dimenticato tutto”. 
Il nostro cervello è economico. In particolare per quanto riguarda le esperienze frequenti e ripetute, elimina il ricordo dei singoli episodi, mentre ne conserva il nocciolo. Quante volte il singolo ha sentito parlare di Matteo Renzi? quante volte lo ha visto in televisione? Non ne ha nemmeno un’idea approssimativa. E tuttavia la somma delle impressioni magari lo ha fatto passare dall’indifferenza alla simpatia e poi dalla simpatia ad un’antipatia tanto acida da volerlo mandare via ad ogni costo. 
Le conclusioni cui si giunge a poco a poco sono fra le più solide. Quando ai “giudizi” non si arriva di primo acchito, ma al contrario essi derivano da una sedimentazione, al soggetto sembrano infine del tutto naturali, e sarebbe addirittura infastidito dal doverli giustificare. Quando si giunge allo stadio della “sedimentazione”, non c’è argomentazione che possa ribaltare un atteggiamento mentale. Se c’è voluta una lunga serie di esperienze, per determinarlo, ci vorrebbe una lunga serie di esperienze di segno opposto, per cambiarlo. 
Il fenomeno si produce anche al livello delle nazioni o di un intero Continente.  I membri della comunità europea, cresciuti nel tempo da sei a ventisette, sono passati dall’iniziale e corale entusiasmo per ciò che chiamavano sinteticamente “l’Europa”, all’attuale, implacabile ostilità. L’Unione, con le sue mille regole e i suoi mille divieti, è l’origine di ogni male. Per dimostrare questo stato d’animo, i commentatori dei grandi giornali, citano i progressi dei partiti “populisti” e lo shock della Brexit. E tuttavia potrebbero benissimo risparmiarsi la fatica. Che lo stato d’animo sia cambiato – e quanto! – lo si sa benissimo. Lo si respira nell’aria. Prima tutti sembravano fieri di partecipare all’avventura europea, ora per difendere l’“Europa” ci vuole coraggio e ci si chiede piuttosto come si possa uscire dal vicolo cieco.
Quando si constata questo stato di cose, una persona di buon senso ne prende atto e ne trae le conseguenze. Poco importa che la cosa gli piaccia o no. E tuttavia non è affatto ciò che avviene. L’Europa ufficiale fa finta di non accorgersi di come la pensa l’Europa sostanziale ed emette continui proclami di incrollabile fedeltà all’ideale. Dichiara che indietro non si torna (come si dice sempre quando c’è il rischio di tornare indietro) e fa compunte genuflessioni dinanzi all’altare di Bruxelles. Come sempre, quando il vertice (si pensi a Luigi XVI) perde il contatto con la nazione, c’è rischio che quel vertice sia rovesciato.
E infatti l’attuale temperie del Continente induce a formulare scomodi paralleli. Mentre i russi invadevano Berlino, sotto il cemento armato del suo bunker Hitler organizzava la resistenza, dava ancora ordini e spostava reparti che esistevano soltanto nella sua fantasia. Ma non era soltanto follia. Hitler sapeva che non sarebbe sopravvissuto alla disfatta della Germania e si limitava a prolungare la sua personale agonia.
Tutti i grandi politici europei per anni ed anni si sono proclamati sostenitori senza condizioni dell’Europa comunitaria, e forse ora si sentono obbligati a dichiararla incontestabile perché temono di cadere con essa. E non hanno torto. Quando l’Ue scoppierà, trascinerà con sé nell’abisso un’intera classe politica. 
Se ancora i grandi dirigenti avessero qualche ragione di promettersi una tale serie di successi da riguadagnare il terreno perduto, si potrebbe capirli. Ma la cosa non è ipotizzabile. E allora come mai non organizzano essi stessi un soft landing, un atterraggio morbido verso una nuova sistemazione dell’euro e dell’Europa? Come mai non guidano la transizione, invece di lasciarsene travolgere?
Attualmente, la Politica vive alla giornata; la Finanza vive alla giornata; le Borse vivono alla giornata; e anche noi vecchi viviamo alla giornata: perché non ci interessa ciò che avverrà fra cinque o quindici anni. Ma chi ha dei figli, chi ha dei nipoti, chi guida grandi Paesi, come dorme la notte?
Finché la barca va, si dice. Ma in questo caso bisognerebbe raccomandare a tutti di non guardare giù. Perché potrebbero vedere il buco da cui entra l’acqua.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 agosto 2016




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POLITICA
29 agosto 2016
IL TERREMOTO, PARLANDONE SERIAMENTE
Per giorni, tutte le televisioni non hanno parlato che del terremoto. Un diluvio di parole che non ho ascoltato, nemmeno in minima parte. Era prevedibile una marea di sciocchezze, di cui qualche schizzo mi ha malgrado tutto raggiunto. 
Tutti hanno parlato di “mettere in sicurezza gli edifici”. Programma impossibile. Sia perché sono troppi, sia perché per un simile programma non ci sono soldi che bastino, sia perché l’Italia, in questo momento, è proprio al lumicino, economicamente. Perfino il debito pubblico, nei primi sei mesi dell’anno, è aumentato di settantasette miliardi. Già senza terremoto, stiamo vivendo facendo debiti.
Poi si è fatta l’ipotesi di costringere tutti i cittadini ad assicurarsi contro il rischio terremoto. Ottima idea. Se non fosse per il piccolo problema che manca l’assicuratore, nel senso che nessuno mai si assumerebbe il compito di indennizzare le vittime di un terremoto. 
Facciamo che ogni appartamento valga duecentomila euro e che sia richiesto un bel premio di mille euro l’anno. E già questo sarebbe un bel freno. Mille euro l’anno, per un rischio che magari si verifica ogni trecento anni? Comunque, facciamo che ci siano diecimila assicurati e che cada il 10% degli appartamenti, del valore di 200.000€ l’uno. I diecimila assicurati hanno versato dieci milioni di euro, i mille appartamenti, tutti insieme, valgono duecento milioni di euro. Venti volte tanto. Senza considerare i costi e i profitti dell’assicuratore. Le cifre ipotizzate potrebbero essere altre, il concetto non cambierebbe. Ecco perché, nelle polizze, sono spesso esclusi i danni conseguenti a “disastri naturali”. Non è cattiva volontà, è impossibilità di risarcire danni troppo grandi. Insomma, basta porre una domanda: chi avrebbe potuto indennizzare i terremotati del terremoto di Messina del 1908?
Altra baggianata: ricostruire ciò che è stato distrutto dov’era e com’era. Questa cosa, oltre che impossibile per i costi (come si è visto in tutti i casi del passato), è assolutamente stupida. Si ricostruirebbe un paese o una città in modo che crolli col prossimo terremoto esattamente come col precedente. E viceversa, ricostruendo con criteri antisismici, sia l’aspetto, sia i costi sarebbero differenti.
Tanto che val la pena di chiedersi come mai in passato abbiano costruito così male. Un secolo fa, in un mondo di analfabeti, si costruiva senza pensare al terremoto. Perché “a memoria d’uomo” (d’uomo, non di libri) in quella zona non ce n’erano stati. E così alla prima scossa tutto rovina, come è normale, per delle pietre messe l’una sull’altra. Oggi conosciamo meglio il passato e prevediamo meglio il futuro: ma nel frattempo le case sono le stesse di un secolo fa.
Una sciocchezza l’ha detta anche il vescovo di Ascoli che ha chiesto: “Signore, ma tu dove stai?” (O, secondo un’altra versione: “Signore, e ora che si fa?”) La domanda dimostra che questo prelato non si è accorto che nella realtà non si nota mai l’intervento di Dio. Perfino nel caso un disastro che si poteva verificare non si verifichi (la scuola essendo deserta di notte) è stupido dire: “È stato un miracolo”, “Dio ha salvato quei bambini”. Perché ciò corrisponde a dire, nel caso che quei bambini fossero morti sotto le macerie, “Dio non ha voluto fare un miracolo”, “Dio non ha voluto salvarli”. Non è meglio rassegnarsi ad obbedire alla Chiesa quando impone il dogma della Divina Provvidenza, e parlare dell’imperscrutabilità dei disegni divini? Ma forse, nell’era del papato “francescano”, questo vescovo non conosce il catechismo.
Un’altra stupidaggine: “Una cosa del genere non si deve verificare mai più”. Ma se si è verificata, probabilmente è perché corrisponde alla natura umana. È ovvio che guidando l’automobile possiamo provocare guai economici tali da rovinarci, e soltanto una buona assicurazione può salvarci. È evidente – soprattutto per il passeggero – che viaggiare senza cintura di sicurezza è una stupidaggine inescusabile. È evidente che il fastidio di una insignificante puntura è incomparabile col dramma di una malattia seria. E tuttavia, quand’ero giovane, gli assicurati contro la responsabilità civile automobilistica non erano la maggioranza. Quando mi sono intestardito ad usare le cinture di sicurezza, sono stato costretto a comprarle e ad installarle io stesso. Per fortuna sull’automobile (tedesca) nei montanti c’erano i buchi. Infine oggi c’è tanta gente che contesta i vaccini, tanto che lo Stato si appresta – come per l’assicurazione automobilistica – a renderli obbligatori. 
In queste condizioni, come meravigliarsi se nel corso dei secoli gli italiani hanno costruito case che non resistono ai terremoti, soprattutto pensando che le (costose) tecniche al riguardo sono recenti? Un tempo dunque non soltanto non avevano i soldi per costruire case antisismiche, ma non avevano nemmeno idea di come avrebbero dovuto fare. Non c’erano nemmeno i buchi sui montanti.
Questa è l’umanità, queste sono le case che i nostri padri hanno costruito. E ancora oggi, quanta gente, dovendo comprare un appartamento, chiede se l’immobile sia stato costruito con criteri antisismici? Quando mai questa qualità è sottolineata negli annunci di vendita? Quanto può essere sicuro, il costruttore, di recuperare le somme in più spese a questo scopo?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 agosto 2016




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POLITICA
28 agosto 2016
L'EURO E L'UE NON SONO LA STESSA COSA
Negare i fatti non serve a nulla. Neppure condannarli serve, se la condanna non è il realistico preludio alla loro eliminazione. E fra i fatti innegabili c’è la perdita di prestigio dell’idea dell’Europa unita. 
È inutile considerare anatema la semplice ipotesi di una disgregazione dell’Unione. Ogni genere di giaculatoria di questo genere non serve a niente. Fra l’altro, escludere ripetutamente qualcosa è di per sé allarmante. Nessuno sarebbe lieto di sentirsi dire: “Sappiamo che tua madre non è stata una prostituta”. Già l’ipotesi è offensiva. Dunque le continue professioni di fede europea somigliano ad esorcismi, che certo non escludono l’esistenza del Diavolo.
È inutile parlare continuamente di “un rilancio dell’idea di Europa”. È inutile sognare miracoli e risurrezioni. Il rischio reale è che, volendo salvare tutto - anche ciò che dà fastidio a milioni di europei - si finisca col perdere tutto. Il buon senso vorrebbe che si rendesse l’Europa meno indigesta e si vedesse che cosa si può correggere, per assicurarne la sopravvivenza. 
La crisi economica è troppo grave per lasciare che si incancrenisca. E poiché il nucleo centrale di questa crisi è l’euro, la prima cosa da fare è smantellarlo, prima che lo faccia in modo catastrofico una crisi di Borsa. Così nessun Paese potrebbe più dare a Bruxelles il torto dei propri guai, e ognuno si assumerebbe per intero le proprie responsabilità. 
Un esempio di questo equivoco l’abbiamo sotto gli occhi. Il tira e molla dell’Italia con la Germania, a proposito della flessibilità, nasce dal fatto che l’Italia vorrebbe fare ancora più debiti. Sapendo però quanto rischierebbe per la possibile reazione dei mercati, vuole farli all’interno dell’eurozona, cioè con la garanzia che nel caso la Germania correrebbe in suo aiuto. Mentre la Germania non vuole impegnarsi, perché se poi dovesse mantenere la parola data, i contribuenti tedeschi attaccherebbero il Reichstag con i forconi.
Renzi fa leva sulla paura tedesca che l’imprudenza dell’Italia metta in pericolo l’Europa e dunque anche la Germania. La signora Merkel (pure preoccupata perché l’uscita dell’Italia dall’eurozona, magari forzata dai mercati, metterebbe in pericolo tutta la struttura) cerca lo stesso di non aprire la borsa. Senza dire che l’eventuale svalutazione della moneta italiana penalizzerebbe pesantemente i detentori esteri dei nostri titoli. E si tratta di centinaia di milioni di euro. Ecco lo stallo, e non rimane che continuare a sorridere a Ventotene.
Se l’Italia uscisse - o fosse sbattuta fuori - dall’euro, dovrebbe vedersela con i mercati, e per cominciare dovrebbe drammaticamente svalutare. I mercati, naturalmente, sarebbero furenti, per essere stati depredati di milioni di euro, in termini di potere d’acquisto, e sarebbero guai.  Intanto comincerebbero col non comprare più i titoli italiani di nuova emissione, e sarebbe il default. Certo, non potremmo più dare la colpa a Bruxelles, ma non sarebbe gran che, come consolazione. 
Ciò vale più o meno per tutti gli Stati dell’unione. Siamo incatenati ad una moneta unica mentre sono diversi i sistemi fiscali, le capacità produttive, il livello tecnologico, l’efficienza della Pubblica Amministrazione, tutto. Cosicché la Germania ha una moneta sottovalutata, che le consente di esportare come se regalasse ciò che produce, e l’Italia una moneta sopravvalutata - per un valore a due cifre - che la paralizza. La situazione è insostenibile e si comprendono i malumori. 
Se si riuscisse ad eliminare pacificamente l’euro – con gli enormi costi conseguenti, ma minori di quelli determinati da una crisi borsistica selvaggia – si potrebbe ripensare l’Unione Europea. Da anni la politica che è stata adottata è stata quella dei “piccoli passi”: un’unione surrettizia realizzata con una miriade di piccole norme. Come quella, per dire, sulla curvatura delle banane. Alla lunga il risultato è stato che gli europei hanno sentito l’Unione come una maestrina pedante che rompe le scatole con i suoi mille regolamenti mentre non risolve il problema fondamentale: quello dello sviluppo economico.
Forse sarebbe (stata) migliore la strategia dei grandi passi, non dei piccoli. L‘abolizione dei dazi e delle frontiere. Schengen. La libera circolazione dei lavoratori. Queste operazioni sono state grandiose e lodevoli, e infatti nessuno se ne lamenta. Poi, si sarebbe potuto pensare a un corpo di polizia di frontiera comune, sognando magari una difesa integrata. Soltanto in seguito, avendo messo i buoi davanti al carro, proporre le vere, grandi riforme: l’unificazione del fisco e l’unione monetaria e politica. Ed ecco gli Stati Uniti d’Europa. Ma quello sarebbe appunto il traguardo, non la striscia di partenza. 
Nella realtà di oggi sarebbe bene, allo scopo di salvare l’Unione Europea, pensare seriamente a sciogliere l’euro, per non correre il rischio di perdere l’una e l’altro.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 agosto 2016




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POLITICA
27 agosto 2016
UN ARTICOLO DI J.STIGLITZ
RIFORMA O DIVORZIO IN EUROPA

di Joseph Stiglitz, 24 agosto 2016

Dire che l’eurozona non stia ottenendo buoni risultati, dall’inizio della crisi del 2008, è un eufemismo. I suoi membri hanno fatto peggio dei Paesi dell’Unione Europea che non sono nell’eurozona, e molto peggio degli Stati Uniti, che pure erano stati l’epicentro della crisi.
I Paesi dell’eurozona che se la passano peggio sono impantanati in una depressione o in una profonda recessione; la loro condizione – pensate alla Grecia – è peggiore per molti versi di quella che le economie hanno sofferto durante la Grande Depressione degli Anni Trenta. I membri dell’eurozona che sono andati meglio, come la Germania, sembrano in buone condizioni, ma soltanto a paragone; e il modello della loro crescita è parzialmente basato su politiche del tipo beggar-thy-neighbor (il mendicante che depreda il collega, noi diremmo “a fotti compagno”, NdT), cioè un caso in cui il successo si ha a spese dei precedenti “soci”.
Per spiegare l’attuale stato degli affari sono stati proposti quattro tipi di spiegazione.
Uno. La Germania si compiace di biasimare la vittima, puntando il dito contro la prodigalità della Grecia e, altrove, contro i deficit. Ma questo mette il carro dinanzi ai buoi: la Spagna e l’Irlanda avevano dei surplus e basse quote di debito/pil, prima della crisi dell’euro. Così la crisi ha causato i deficit e i debiti, non il contrario.
Il feticismo del deficit è, non c’è dubbio, una parte dei problemi dell’Europa. Anche la Finlandia ha avuto dei problemi a rispondere ai molti shock che ha dovuto subire, con un pil, nel 2015, all’incirca il 5.5% sotto il picco del 2008.
*Altri critici modello “prenditela con la vittima” citano il welfare state e le eccessive protezioni nel mercato del lavoro come causa del malessere dell’eurozona. E tuttavia alcuni dei Paesi dell’Europa che vanno meglio economicamente – come la Svezia e la Norvegia – hanno i più forti welfare state e le più forti protezioni del mercato del lavoro.
*Molti dei Paesi che attualmente vanno male andavano bene – al di sopra della media europea – prima che fosse introdotto l’euro. Il loro declino non è risultato da un qualche improvviso cambiamento nelle loro leggi sul lavoro, o da un’epidemia di pigrizia nei Paesi in crisi. Ciò che è cambiato è stata la sistemazione della valuta. 
Due. Il secondo tipo di spiegazione si riassume nel desiderio che l’Europa abbia migliori leader, uomini e donne che si intendono di più di economia e applicano migliori politiche. Politiche sbagliate – non soltanto l’austerità, ma anche cosiddette riforme strutturali imperfette, che hanno allargato l’ineguaglianza e così ulteriormente indebolito la domanda e la potenziale crescita – hanno indubbiamente peggiorato le cose.  Ma l’eurozona è stata una struttura politica nella quale era inevitabile che la voce della Germania contasse di più. Chiunque abbia avuto a che fare con i politici della Germania nell’ultimo terzo di secolo dovrebbe aver saputo in anticipo quale sarebbe stato verosimilmente il risultato. Cosa ancora più importante, considerati gli strumenti a disposizione, neppure il più brillante zar dell’economia avrebbe potuto far sì che l’eurozona prosperasse.
Tre. Il terzo insieme di ragioni per i cattivi risultati dell’eurozona è una più larga critica da destra dell’Unione Europea, concentrata sulla tendenza degli eurocrati a creare soffocanti regolamenti che proibiscono e impongono. Anche questa critica manca il bersaglio. Gli eurocrati, come le leggi sul lavoro o il welfare state, non sono improvvisamente cambiati nel 1999, con la creazione di un sistema di cambi fissi, o nel 2008, con l’inizio della crisi. Più alla base, ciò che importa è lo standard di vita, la qualità della vita. Chiunque neghi quanto più agiati siamo in Occidente con la nostra aria pulita e con la nostra acqua pulita, dovrebbe visitare Pechino.
Quattro. Questo ci lascia la quarta spiegazione: il colpevole è più l’euro che le politiche e le strutture dei singoli Paesi. L’euro è stato sbagliato sin dall’inizio. Anche i migliori uomini di Stato che il mondo abbia mai visto non sarebbero riusciti a farlo funzionare. La struttura dell’eurozona imponeva un genere di rigidità simile al gold standard. La valuta unica ha tolto ai membri il più importante meccanismo per l’aggiustamento – il tasso di cambio – e l’eurozona ha circoscritto la politica monetaria e fiscale.
In risposta agli shock asimmetrici e alle divergenze in produttività, ci sarebbero dovuti essere aggiustamenti nei reali (considerando l’inflazione) tassi di cambio, nel senso che i prezzi nella periferia dell’eurozona sarebbero dovuti cadere rispetto alla Germania e al Nord dell’Europa. Ma, con la Germania inflessibile riguardo all’inflazione – i suoi prezzi sono stati stagnanti – altrove l’aggiustamento poteva essere realizzato soltanto attraverso una violenta deflazione. Tipicamente, ciò significava una dolorosa disoccupazione e dei sindacati indeboliti; i più poveri Paesi dell’eurozona, e particolarmente i lavoratori all’interno di essi, hanno subito l’impatto più forte del fardello dell’aggiustamento. Così il piano di sollecitare una convergenza fra i Paesi dell’eurozona è fallito miseramente, con crescenti disparità all’interno dei Paesi e fra loro.
Questo sistema non può funzionare e non funzionerà a lungo termine: le politiche democratiche assicurano il suo fallimento. Soltanto cambiando le istituzioni e le regole dell’eurozona si può far sì che l’euro funzioni. Ciò richiederà sette cambiamenti:
1. abbandonare i criteri di convergenza, che richiedono che i deficit siano inferiori al 3% del pil;
2. sostituire l’austerità con una strategia di crescita, sostenuta da un fondo di solidarietà per la stabilizzazione;
3. smantellamento di un sistema tendente alla crisi nel quale i Paesi devono prendere a prestito in una valuta che non è sotto il loro controllo, e fondarsi al contrario su Eurobond o qualche meccanismo simile;
4. una migliore distribuzione del fardello durante l’aggiustamento, con i Paesi che hanno surplus nel loro conto corrente che si impegnano ad aumentare la spesa statale, con ciò assicurando che i loro prezzi aumentino più velocemente di quelli che hanno conti correnti in deficit;
5. cambiare il mandato della Banca Centrale Europea, che si concentra soprattutto sull’inflazione, diversamente dalla Federal Reserve americana, che prende in considerazione l’occupazione, la crescita ed anche la stabilità;
6. stabilire un deposito di assicurazione comune, che impedirebbe alla moneta di fuggir via dai Paesi che vanno economicamente male, ed altri elementi di una “unione bancaria”;
7. incoraggiare, invece di vietare, le politiche industriali destinate ad assicurare che i Paesi europei economicamente in ritardo possano riagganciare i leader della corsa. 
Da un punto di vista economico, questi cambiamenti sono piccoli; ma l’attuale dirigenza dell’eurozona potrebbe mancare della volontà politica di realizzarli. Ciò non cambia il fatto fondamentale che l’attuale casa a metà strada è insostenibile. Un sistema che miri a promuovere la prosperità e l’integrazione ha avuto esattamente l’effetto opposto. Un divorzio amichevole sarebbe meglio dell’attuale stallo.
Naturalmente, ogni divorzio è costoso; ma pasticciare a lungo sarebbe ancora più costoso. Come abbiamo già visto in questa estate nel Regno Unito, se i leader non vogliono o non possono prendere le decisioni difficili, quelle decisioni difficili le prenderanno per loro i votanti, e i leader potrebbero non essere molto contenti dei risultati.
(traduzione dall’inglese di Gianni Pardo – in coda l’articolo originale),

OBIEZIONI AI 7 RIMEDI SUGGERITI DA STIGLITZ

Ho il più grande rispetto per Stiglitz, perché scrive chiaro e veloce, e questo indica un cervello molto ben oliato. Fra l’altro, egli è un economista di fama mondiale, e contestarlo, da parte di un profano, è azzardato. Ma alle sue tesi, e alle obiezioni del sottoscritto, forse potranno meglio rispondere i lettori più competenti.
Mentre infatti sono condivisibili gran parte delle diagnosi, e in particolare le critiche all’euro, si può rimanere scettici riguardo alle soluzioni. Utilizziamo i suoi stessi numeri.
1 Abbandonare il limite del 3% di deficit potrebbe essere un’idea. Ma se i mercati, improvvisamente allarmati, non comprassero più i titoli che un Paese come l’Italia è costretto ad emettere, per far fronte alle scadenze, che cosa lo salverebbe dal default?
2 L’espressione “strategia di crescita” è indeterminata. Quanto al fondo comune di solidarietà, è una bella idea. Ma rimane il problema: nel caso lo si debba utilizzare a favore di qualcuno, quelli che vi hanno contribuito perderebbero il denaro che ci hanno messo? E sono disposti a questo? Gli elettori del Paese che si impegnassero a questo, lo permetterebbero? Ed eventualmente come tratterebbero, in sede di voto, il partito che avesse realizzato questa “opera buona”?
3 Questo punto non mi è chiaro. Gli Eurobond comunque chi li garantirebbe? Perché se dovesse farlo la Germania, varrebbe l’obiezione esposta al punto precedente.
4 Dire alla Germania di provocarsi un’inflazione di cui non ha bisogno, e di cui ha un’atavica paura, dai tempi della Repubblica di Weimar, è tutt’altro che realistico.
6 Il punto non mi è chiaro, ma si parla di fondo di assicurazione comune, dove “comune” significa che, al bisogno, deve pagare la Germania. E siamo alle solite.
7 Incoraggiare è un bel verbo, dal contenuto economico poco chiaro. Se significa – come sembra - deficit spending, vale la prima obiezione.
Sarò grato a chi mi chiarirà le idee.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 agosto 2016

Joseph E. Stiglitz, a Nobel laureate in economics, is University Professor at Columbia University and Chief Economist at the Roosevelt Institute. This article is presented in partnership with Project Syndicate © 2016.

Reform or divorce in Europe

24 Aug 2016|Joseph Stiglitz

To say that the eurozone has not been performing well since the 2008 crisis is an understatement. Its member countries have done more poorly than the European Union countries outside the eurozone, and much more poorly than the United States, which was the epicenter of the crisis.
The worst-performing eurozone countries are mired in depression or deep recession; their condition—think of Greece—is worse in many ways than what economies suffered during the Great Depression of the 1930s. The best-performing eurozone members, such as Germany, look good, but only in comparison; and their growth model is partly based on beggar-thy-neighbor policies, whereby success comes at the expense of erstwhile ‘partners.’
Four types of explanation have been advanced to explain this state of affairs. 
1 Germany likes to blame the victim, pointing to Greece’s profligacy and the debt and deficits elsewhere. But this puts the cart before the horse: Spain and Ireland had surpluses and low debt-to-GDP ratios before the euro crisis. So the crisis caused the deficits and debts, not the other way around.
Deficit fetishism is, no doubt, part of Europe’s problems. Finland, too, has been having trouble adjusting to the multiple shocks it has confronted, with GDP in 2015 some 5.5% below its 2008 peak.
? Other ‘blame the victim’ critics cite the welfare state and excessive labor-market protections as the cause of the eurozone’s malaise. Yet some of Europe’s best-performing countries, such as Sweden and Norway, have the strongest welfare states and labor-market protections.
? Many of the countries now performing poorly were doing very well—above the European average—before the euro was introduced. Their decline did not result from some sudden change in their labor laws, or from an epidemic of laziness in the crisis countries. What changed was the currency arrangement.
2 The second type of explanation amounts to a wish that Europe had better leaders, men and women who understood economics better and implemented better policies. Flawed policies—not just austerity, but also misguided so-called structural reforms, which widened inequality and thus further weakened overall demand and potential growth—have undoubtedly made matters worse.
But the eurozone was a political arrangement, in which it was inevitable that Germany’s voice would be loud. Anyone who has dealt with German policymakers over the past third of a century should have known in advance the likely result. Most important, given the available tools, not even the most brilliant economic czar could not have made the eurozone prosper.
3 The third set of reasons for the eurozone’s poor performance is a broader right-wing critique of the EU, centered on eurocrats’ penchant for stifling soffocanti, innovation-inhibiting regulations. This critique, too, misses the mark. The eurocrats, like labor laws or the welfare state, didn’t suddenly change in 1999, with the creation of the fixed exchange-rate system, or in 2008, with the beginning of the crisis. More fundamentally, what matters is the standard of living, the quality of life. Anyone who denies how much better off we in the West are with our stiflingly clean air and water should visit Beijing. 
4 That leaves the fourth explanation: the euro is more to blame than the policies and structures of individual countries. The euro was flawed at birth. Even the best policymakers the world has ever seen could not have made it work. The eurozone’s structure imposed the kind of rigidity associated with the gold standard. The single currency took away its members’ most important mechanism for adjustment – the exchange rate – and the eurozona circumscribed monetary and fiscal policy.
In response to asymmetric shocks and divergences in productivity, there would have to be adjustments in the real (inflation-adjusted) exchange rate, meaning that prices in the eurozone periphery would have to fall relative to Germany and northern Europe. But, with Germany adamant about inflation—its prices have been stagnant—the adjustment could be accomplished only through wrenching deflation elsewhere. Typically, this meant painful unemployment and weakening unions; the eurozone’s poorest countries, and especially the workers within them, bore the brunt of the adjustment burden. So the plan to spur convergence among eurozone countries failed miserably, with disparities between and within countries growing.
This system cannot and will not work in the long run: democratic politics ensures its failure. Only by changing the eurozone’s rules and institutions can the euro be made to work This will require seven changes:
1. abandoning the convergence criteria, which require deficits to be less than 3% of GDP;
2. replacing austerity with a growth strategy, supported by a solidarity fund for stabilization;
3. dismantling a crisis-prone system whereby countries must borrow in a currency not under their control, and relying instead on Eurobonds or some similar mechanism;
4. better burden-sharing during adjustment, with countries running current -account surpluses committing to raise wages and increase fiscal spending, thereby ensuring that their prices increase faster than those in the countries with current-account deficits;
5. changing the mandate of the European Central Bank, which focuses only on inflation, unlike the US Federal Reserve, which takes into account employment, growth, and stability as well;
6. establishing common deposit insurance, which would prevent money from fleeing poorly performing countries, and other elements of a ‘banking union’;
7. encouraging, rather than forbidding, industrial policies designed to ensure that the eurozone’s laggards can catch up with its leaders.
From an economic perspective, these changes are small; but today’s Eurozone leadership may lack the political will to carryu them out. That doesn’t change the basic fact that the current halfwauy house is untenable. A system intended to promote prosperity and ruther integration has been having just the opposite effect. An amicable divorce would be better that the current stalemate.
Of course, every divorce is costly; but muddling through would be even more costly. As we’ve already seen this summer in the United Kingdom, if European leaders can’t or won’t make the hard decisions, European voters will make the decisions for them—and the leaders may not be happy with the results.




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POLITICA
26 agosto 2016
CHE COSA HA TRASFORMATO UN QUARTO DI MILIONI DI TEDESCHI IN ASSASSINI?
di Sven Felix Kellerhoff, da “Die Welt”.

Chi è un criminale? La domanda sembra soltanto banale e pare facile darle una risposta. Naturalmente un criminale è qualcuno che con le proprie mani commette un delitto. Ma questa definizione non basta, e si dimostrerebbe immediatamente capace di discolpare, nel caso di reati complessi, tutti i superiori.  Per esempio, con le proprie mani Heinrich Himmler non ha ammazzato nessuno – e tuttavia egli è stato il principale criminale dell’Olocausto. Esattamente come Adolf Eichmann, l’organizzatore delle deportazioni. 
E che dire dei degli stessi criminali? Dei conducenti di locomotive che guidavano i treni verso i campi di sterminio? Delle guardie che impedivano agli uomini la fuga, mentre marciavano verso le camere a gas? Delle persone insignificanti che hanno aiutato a tenere in funzione il sistema dell’omicidio di massa, senza uccidere nessuno con le loro mani?
Il diritto penale, nel Paragrafo 27 del codice penale, contempla per loro l’accusa di complicità nel delitto, con queste parole: “Viene punito come aiutante colui che dolosamente ha prestato aiuto per la commissione di un atto contrario alla legge dolosamente commesso da un altro. La pena comminata all’aiutante è la stessa di quella comminata al colpevole“. Anche se può essere diminuita secondo le attenuanti del paragrafo 49. 
Recentemente la Sede Centrale della Procura per il perseguimento dei reati nazisti ha di nuovo dato il via ad inchieste preliminari contro il personale degli antichi campi di concentramento e ai loro responsabili. Tutti e otto gli accusati sono vecchissimi, hanno fra ottantotto e novantotto anni. Non vengono loro ascritte concrete e singole uccisioni nel campi di Stutthof, presso Danzica, ma la collaborazione al sistema di annientamento. La Sede Centrale vede ciò come possibile aiuto per il crimine, e questo crimine non si prescrive. Dunque può condurre anche dopo più di settant’anni a procedimenti penali.
Dal 2011 sono stati avviati dalle procure procedimenti contro un totale di cinquantotto persone che erano appartenute al personale dei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau oppure Majdanek. Di loro cinquantadue procedimenti sono stati nel frattempo conclusi perché i presunti aiutanti dell’omicidio di massa sono morti oppure sono divenuti incapaci di intendere e volere. Due procedimenti sono finiti in prima istanza con condanne di colpevolezza, quattro residui sono ancora in corso.
Se anche dopo più di sette decenni si possono ancora trovare potenziali accusati, si pone automaticamente la domanda: quanti criminali ci sono stati, in totale? Questa non è materia della giustizia penale, che avvia procedimenti soltanto contro individui e dopo la cui morte nessuno può continuare ad agire. L’indagine generale sui crimini appartiene dunque molto di più ai doveri della storiografia. 
Ora Frank Bajphr, storico presso il rinomato Istituto per la Storia Contemporanea, a Monaco, nella raccolta “Attività Criminali Naziste”, ha stilato un attuale bilancio della ricerca sui criminali. La cosa è significativa, infatti importanti dati e conoscenze di questa sottodisciplina – molto cresciuta dagli anni novanta – si ritrovano sparpagliati in parecchi libri e saggi.
Oggi nell’Olocausto si va da duecento a duecentocinquantamila criminali tedeschi, austriaci e “tedeschi etnici”. A questi si aggiunge una quantità difficilmente precisabile di collaboratori, innanzi tutto lituani, lettoni ed ucraini, che dopo l’occupazione tedesca cominciarono dei pogrom contro gli ebrei con parecchie forme di organizzazione come polizia ausiliaria o i cosiddetti “ausiliari volontari”, che direttamente partecipavano alle uccisioni.
Osservando in senso lato i criminali tedeschi, si vede che certo fra loro c’era un certo numero di sadici ed altre persone psichicamente disturbate. Ma per la maggior parte dei casi ciò non è stato rilevato.  Analogamente si è rivelata insostenibile, secondo Bajohr, la tesi secondo cui l’esperienza della violenza della Prima Guerra Mondiale sia stata la premessa per gli assassini senza limiti della Seconda.
Anche i moventi individuali per gli omicidi, che il criminologo istintivamente comincia col cercare, si ritrovano soltanto in relativamente pochi casi: avidità personale, gelosia, motivi sessuali e altre cause tipiche si sono potuti riscontrare soltanto in pochi assassini.
Chiaramente respinte sono state le asserzioni spesso avanzate dagli accusati di avere ucciso perché costretti dagli ordini, in particolare dalla minaccia che sarebbero essi stessi stati fucilati, se avessero rifiutato di uccidere delle vittime inermi. E tuttavia migliaia di difensori in decine di migliaia di indagini e procedimenti penali non hanno potuto presentare un singolo caso concreto per una simile “costrizione dell’ordine”. Al contrario è stato spesso dimostrato che i superiori lasciavano ai loro uomini la scelta di partecipare o no agli omicidi di massa. La stragrande maggioranza non si è avvalsa di questa possibilità.
Che cosa dunque ha condotto così tanti tedeschi (ed austriaci) del tutto normali ad uccidere in massa uomini indifesi con la loro personale violenza? Le fabbriche di morte dei campi di sterminio, innanzi tutto Auschwitz-Birkenau come pure Belzec, Sobibor e Treblinka, in cui poche centinaia di criminali, col sostegno della tecnica, hanno “prodotto” numeri immensi di vittime, furono responsabili per “soltanto” la metà dei circa sei milioni totali di vittime dell’Olocausto. I rimanenti furono fucilati, ammazzati, cacciati a morte o morirono di fame dinanzi agli occhi degli amministratori del Ghetto. Qual è la spiegazione per questo mostruoso scoppio di violenza?
Certo una parte importante ha avuto il fenomeno del cameratismo. Bajohr lo descrive basandosi su una citazione dello scomparso pubblicista Sebastian Haffner, che si riferisce ad una situazione per nulla criminosa, uno stage di formazione per giuristi nell’estate del 1933: “Il cameratismo mette interamente da parte il sentimento della responsabilità personale.  L’uomo che vive nel cameratismo si sente togliere ogni preoccupazione per l’esistenza e gli è sottratta ogni durezza della lotta per la vita. La cosa più triste è che il cameratismo toglie all’individuo anche la responsabilità per sé stesso, dinanzi a Dio e la sua coscienza. Fa quello che fanno tutti gli altri”.
Con questo si spiegano molti se non tutti i crimini collegati all’Olocausto. Con la sua politica apertamente antisemita il regime nazista di fatto aveva dichiarato gli ebrei “selvaggina non protetta”. Prevalentemente gruppi paramilitari di poliziotti e riservisti, ma anche impieganti amministrativi e – nel campi di concrentramento – ausiliarie di sesso femminile, obbedirono ad ordini evidentemente amorali e non si rifiutarono di eseguirli, perché “tutti” facevano la stessa cosa.
La coscienza individuale della maggioranza di loro era spenta. Erano coscienti di far parte di un meccanismo di sterminio, anche quando lavoravano in un ufficio del campo di concentramento; e tuttavia vedevano la cosa secondo una reinterpretazione della parola “cameratismo”, come il loro dovere di continuare a collaborare e a “funzionare”.
La maggior parte dei criminali se la sono più o meno cavata. Nel complesso sono stati processati da tribunali tedeschi all’incirca soltanto settemila di loro, di cui soltanto 172 sono stati condannati all’ergastolo. Precedentemente erano stati puniti da giudici alleati all’incirca mille criminali, e fra loro un’intera schiera di comandanti di campi di concentramento. Una statistica frustrante, a fronte dei circa 170.000 accusati, riguardo ai quali si è indagato. Dei rimanenti, da trenta ad ottantamila una parte non ha vissuto l’anno 1945, la maggioranza invece fino alla sua morte semplicemente non è mai apparsa nelle liste di ricerca della procura. 
Qui può fare chiarezza – ma in ritardo – la storiografia. Senza accusati infatti non vi è processo penale. 
Sven Felix Kellerhoff
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
L’articolo è stato pubblicato dal giornale „die Welt”. http://www.welt.de/geschichte/article157862760/Was-machte-eine-Viertelmillion-Deutsche-zu-Moerdern.html




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POLITICA
26 agosto 2016
IL DITO NAZIONALE
Ogni società ha dei problemi, veri e grandi, che sono evidenti soprattutto nelle democrazie. In esse infatti la gente - convinta com’è che il governo sia espressione della sua volontà e dunque debba servirla - non si priva certo di esprimergli i propri desideri e le proprie insoddisfazioni, moltiplicando quei problemi all’inverosimile. Come se non bastasse, la stampa approfitta della sua libertà per dar voce e colore a quei problemi, amplificandoli anch’essa. Dice di farsi interprete della volontà e dell’indignazione dei lettori ma soprattutto cerca di incrementare il numero delle copie vendute.
Tutto ciò fa sì che si viva in una realtà tremendamente drammatica. Per così dire, accanto alla commedia, alla tragedia e al romanzo, è nato un nuovo genere “letterario”, a metà strada tra la lagna e l’accusa. Su tutta la nazione incombe un gigantesco Dito che indica quale sia il male da risolvere, chi abbia il dovere di risolverlo e chi abbia la colpa di non averlo risolto. Perché un colpevole si deve sempre trovare. Poi, mettendosi in verticale, il Dito docente spiega nei particolari in che consista il problema e come lo si possa risolvere. La soluzione non è nemmeno difficile, è soltanto che gli altri sono stupidi. 
Il Dito è intransigente e non soffre di dubbi. È sempre sicuro che ci sia un colpevole. È sempre pronto a indicare la direzione da imboccare. È sempre disposto a dare a tutti lezioni di etica, di giustizia, di generosità. E così la gente vive nella frustrazione di vedere che la classe politica non ha quel minimo di buona volontà che ci vorrebbe per seguire le indicazioni del Dito.
Molti artisti (ci sono perfino “le canzoni di denuncia”!) e tutti coloro che, a causa di una qualunque ragione di notorietà, si vedono mettere un microfono sotto il naso, reputano di adempiere un dovere pubblico denunciando i problemi e indicando il modo di risolverli. Basta fare questo, basta fare quello. Com’è che non ci avete pensato? O avete qualche sordido interesse per non fare il necessario?
 La caratteristica del Dito nazionale è infatti quella di essere nobile e disinteressato. Disinteressato anche della fattibilità concreta delle soluzioni indicate. Soprattutto si disinteressa della domanda: “Chi paga?”
A questo ignobile e fastidiosissimo quesito molta gente crede di potere rispondere: “Lo Stato”. Senza accorgersi che lo Stato non esiste. I soldi che l’erario può sborsare o sono presi a prestito (fino ad arrivare all’attuale tragedia del debito pubblico) o sono cavati dalle tasche dei contribuenti. In un caso come nell’altro, pagano i cittadini. Rispondere “lo Stato” è come rispondere “la tua tasca”.
Ma questo non è nemmeno il peggio. Quelli che parlano hanno almeno un’idea della materia di cui si occupano? Per esempio, in occasione del recente terremoto, si è detto ancora una volta che bisognerebbe “mettere in sicurezza tutte le case a rischio di crollo, in caso di terremoto”. Bene, si ha un’idea di quante sono? Si ha un’idea di quanto costerebbe, quel semplice “mettere in sicurezza”? Chiunque faccia un calcolo dovrà concludere che è impossibile. Non sarebbe meglio, prima di aprire la bocca e darle vento, vedere qualche numero? 
Ad ogni terremoto, si preferisce tornare a queste giaculatorie, e dare al governo il torto di non avere già fatto questo miracolo. Quando i critici di sinistra lo facevano contro Berlusconi, immaginavo che lo facessero in malafede, contro il nemico politico. Invece avrei dovuto capire che tanta gente è genuinamente stupida (o genuinamente in malafede) tanto da essere capace di dire le stesse bestialità anche contro un Primo Ministro del suo stesso partito. 
 Né più intelligente è parlare di impedire l’arrivo di migranti “aiutandoli a casa loro”. Si è calcolato quante sono le “case loro”? Si è calcolato quanto costerebbe? Si è per caso notato che l’Italia non è riuscita a trarre dalla sua arretratezza, non il Maghreb o il Sahel, ma il suo proprio Sud?
In tutte le direzioni, si parla continuamente di progetti irrealizzabili. La semplice domanda: “Ma quanto costa? E chi ci mette i soldi?” non è posta abbastanza spesso, e troppo raramente si tratta da imbecille chi propone finanziamenti fantasiosi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 agosto 2016




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POLITICA
24 agosto 2016
PERCHÉ LA CINA COMPRA TUTTO
Il Celeste Impero non aveva tendenze espansionistiche, dal punto di vista culturale. I cinesi erano convinti che il resto del mondo fosse popolato di barbari di cui non valesse la pena di occuparsi. Forse per questo, nel corso dei secoli, anzi dei millenni, non è stato molto esportato uno dei prodotti più caratteristici di quel grande Paese: la saggezza. 
Per quel che ne so, la filosofia cinese non si è dedicata molto all’astrazione. Il suo primo interesse è stato il problema di come vivere, quel problema di cui nell’Occidente si sono occupati soprattutto i cinici, gli stoici e gli epicurei. Ma questi antichi saggi sono stati presto sommersi dalla storia. La nostra intelligenza va in un’altra direzione, se perfino la religione ha una cosmogonia e una metafisica. Così il pensiero si è infine perduto nelle nebbie hegeliane e nelle utopie marxiste.
Era del tutto innaturale che un Paese come la Cina, votato al buon senso confuciano, facesse prevalere la teoria sulla pratica e divenisse comunista. Ma è avvenuto. E dal momento che il pugno di ferro paranoico del regime di Mao non fu meno spietato di quello di Stalin, si poteva anche temere che quell’aberrazione durasse, come in Russia, settant’anni. Invece gli eccessi di quel regime sono stati visti per quello che erano, e a poco a poco la Cina è tornata ad essere quello che è sempre stata. Come disse Deng Xiaoping, “Non importa se il gatto è bianco o nero, basta che prenda i topi”. Così, quando si è avuto il coraggio di riconoscere che i topi li prendeva meglio il capitalismo privato (e all’occasione anche il cosiddetto “liberismo selvaggio”) il comunismo economico è morto. E la Cina è divenuta una superpotenza economica mondiale. 
Ma il buon senso cinese non si è fermato lì. L’espansione economica galoppante di quell’economia ha reso la Cina il grande creditore del mondo, in particolare degli Stati Uniti. E ciò le ha creato il problema di che cosa fare dell’immensa montagna di soldi. Il denaro è soltanto una possibilità di futuri acquisti, una promessa che non vale più di chi la fa. Chi ha dollari può andare negli Stati Uniti e comprare ciò che vuole, ma nella misura in cui i dollari valgono in quel momento. Ciò significa che, se c’è una svalutazione, si svaluta anche il denaro in mano al creditore. E se c’è un crollo, lo stesso crollo si ha nelle aspettative di chi deteneva dollari. 
Se si è in tempo di pace, dal punto di vista economico, si può anche detenere il denaro altrui a tempo indeterminato. È infatti lecito pensare che la promessa di beni in cambio di quel denaro sarà mantenuta, e nelle proporzioni previste. Se invece si teme l’instabilità finanziaria – basti dire che correntemente in Europa si fa anche l’ipotesi di un improvviso crollo dell’euro – che cosa pensa la persona di buon senso, e dunque il cinese? “Finché avrò denaro, avrò da temere. Se invece avrò dei beni, potrò serenamente disinteressarmi del valore del denaro con cui li avrò comprati”. 
Se si hanno milioni di euro in banca, si rischia parecchio. Se invece si è comprato il Milan, il Milan conserverà il suo valore anche se l’euro dovesse crollare. Ecco perché la Cina compra a tutto spiano, tanto che la lista della spesa, a volerla redigere, sarebbe troppo lunga. E ciò non tanto per ricavare profitti, dagli acquisti – perché se ci fossero profitti in vista avrebbe concorrenti, in quegli stessi acquisti – quanto per avere beni e non denaro. E mettersi al riparo da una probabile crisi.
In Cina probabilmente vedono nero almeno quanto il sottoscritto, notoria Cassandra. Certo è che, secondo il Financial Times, Pechino nel 2015 ha comprato per cento miliardi di dollari, e da gennaio a giugno 2016 ha già speso 134 miliardi, apprestandosi dunque a più che raddoppiare gli acquisti dell’anno precedente. Chi ha orecchie da intendere intenda.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 agosto 2016




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POLITICA
23 agosto 2016
LA MENTALITA' SCIENTIFICA IN ECONOMIA
Noi europei occidentali abbiamo di che vantarci. Aristotele ha inventato la riflessione seria sulla Natura, Galileo ha inventato la scienza moderna. E anche a parlare di Bacone, rimaniamo sempre nell’Europa Occidentale. 
Il grande messaggio della scienza è semplice: impariamo dai fatti. Se una teoria appare logica, elegante e razionale, ma poi è contraddetta dai fatti, sono i fatti che hanno ragione. Anche se la teoria è firmata da un genio immortale come Aristotele.
Sembra ovvio e non è. Purtroppo, la mentalità scientifica non può entrare in tutti i campi. A volte il problema è così complesso che nemmeno l’esperimento è conducente: perché non si sa, fra i mille fattori, quale dato, positivo o negativo, abbia condotto al risultato. E ciò permette che si commettano gli stessi errori indefinitamente: perché il nucleo teorico resta intangibile. Nella scienza si procede per esperimenti e controllando i risultati, in altri campi spesso, se i risultati non sono quelli desiderati, si dà la colpa a qualcun altro o a qualcos’altro. 
Ad esempio, che la società abbia dei difetti non c’è dubbio. E non c’è dubbio che se si potesse programmare un nuovo tipo di società come si programma uno spettacolo, forse si avrebbe una società migliore. Ma di fatto tutte le teorie o sono rimaste (fortunatamente) sulla carta, dalla Repubblica di Platone alla Città del Sole di Campanella; oppure si è provato ad attuarle, e ciò ha condotto a disastri epocali. Il più grande e longevo dei quali è stato l‘Unione Sovietica. Mao Tse Tung – per fortuna – è rimasto al potere meno a lungo. Per buon senso, nel momento in cui qualcuno propone di riformare la società, prima ancora che apra bocca bisognerebbe mandarlo via minacciandolo fisicamente. La società avrà i suoi difetti, ma è meglio che si tenga quelli che ha, perché il rischio è soltanto quello di aggiungerne.
Qualcosa di analogo – ma qui siamo sul terreno dell’opinabile – è avvenuto in economia. Da quando i governi hanno reputato opportuno occuparsene, non s’è fatto che constatare una serie di fallimenti. La storia non fa che riferire gli inconvenienti che si sono avuti applicando le varie teorie. Che sono tutte finite nell’archivio degli errori. Colbert, sul momento, è sembrato un genio, ma chi oggi proporrebbe di applicare la sua macroeconomia? E lo stesso vale per tutti. Come sempre la palma della vittoria, in questo concorso a chi sbaglia di più, va alla Russia Sovietica e a Mao Tse Tung.
I fatti, in materia di economia, dicono che meno la si dirige e meglio sta in salute. Naturalmente a questo punto risuona l’anatema: “Ma questo è liberismo selvaggio!” Può darsi. Qui interessa soltanto il fatto che funzioni. Prima la Cina è stata per anni un Paese guidato con pugno di ferro verso la felicità da quel genio che fu Mao Tse Tung, ancora oggi con la faccia sulle banconote. Ma la gente moriva letteramente (non metaforicamente) di fame. Si sa che la strada dell’ideale è a volte impervia e bisogna aspettare, per avere i risultati. Ma è difficile farlo da morti. 
Poi Pechino ha cambiato politica. Niente economia diretta dall’alto. Niente capitalismo di Stato. Praticamente nessun rispetto per nulla e nessuno e nessuna regola per la produzione. Ognuno ha potuto fare quello che ha voluto, ognuno ha potuto arricchirsi, anche non rispettando i brevetti altrui, anche sfruttando la manodopera, in un ambiente da “liberismo selvaggio” quale oggi in Occidente non oseremmo nemmeno immaginare. Il risultato è stato una crescita esponenziale che ha trasformato quel Paese di morti di fame in un Paese ricchissimo, modernissimo, che oggi è praticamente il Grande Creditore del Mondo.
E qui si torna alla mentalità scientifica. La nostra economia ha tutte le qualità: è democratica, è sindacale, è etica, segue le più moderne teorie ed è impegnata nel perseguimento del massimo bene comune: ma l’Italia è vicina al fallimento. L’economia cinese è immorale, forse perfino illegale, e produce ricchezza in quantità inconcepibile. Il responso della mentalità scientifica è che, a partire dai fatti, l’economia cinese è quella giusta e la nostra è quella sbagliata.
Nessuno dice che si debba andare a Pechino e Shanghai, vedere come vanno le cose, e fare esattamente lo stesso. Ma è così assurdo il suggerimento di andare a vedere che cosa potremmo copiare, da loro, senza andare troppo contro i nostri principi? Quanto meno, non potremmo andarci per capire che cosa funziona da loro, e perché, e che cosa non funziona da noi, e perché?
Ecco la decadenza dell’Occidente. Finché si resiste ai fatti, finché si dà ragione ad Aristotele (o agli economisti con mentalità “progressista”) si rimane fermi al sistema tolemaico. Mentre la Terra continua a girare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 agosto 2016




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POLITICA
22 agosto 2016
LE FINZIONI DI HARARI
Ho avuto notizia dell’esistenza di un professore di storia israeliano, Yuval Noah Harari, le cui teorie sono interessanti. Nel libro “Breve Storia dell’Umanità” (secondo en.wikipedia.org) egli sostiene che l’umanità è caratterizzata dalla capacità di credere in cose che esistono puramente nella sua immaginazione, come divinità, nazioni, denaro e diritti umani. Sono finzioni le religioni, le strutture politiche, le reti commerciali e le istituzioni legali. Per qualcuno che ama essere realista fino all’empietà, queste affermazioni suonano come musica. E d’istinto si sarebbe tentati di dargli ragione. Infatti sia le religioni, sia le varie strutture sociali non esistono in sé, ma soltanto nella mente della gente. E tuttavia bisogna intendersi sul significato di “finzione”. 
Innanzi tutto, la parola potrebbe essere intesa nel significato di concetto – come quello di “salute” - non corrispondente ad una realtà oggettiva, magari fotografabile, come una tartaruga o un contrabbasso. E fin qui sfonderemmo una porta aperta. Ma guardando più a fondo la finzione corrisponde a due nuclei semantici fondamentali: da un lato è una condotta intesa ad ingannare qualcuno, dall’altro è qualcosa come il frutto dell’immaginazione, nel quale però il soggetto può anche credere. I troiani finsero di donare a Troia un cavallo, e quella fu una finzione nel primo senso. Quando invece Leopardi scrive che: “interminato spazio”, “sovrumani silenzi e profondissima quiete, io nel pensier mi fingo”, “mi fingo” significa “immagino, mi rappresento”, e addirittura tendenzialmente ci credo. 
In sé, le cose che Harari dichiara finzioni effettivamente non esistono, e nondimeno ogni giorno se ne constatano gli effetti. Se tento di uccidere un uomo, quel diritto penale che in sé non esiste, applicato secondo un sistema giudiziario che in sé neanch’esso esiste, mi manda in una concreta prigione per anni, e della prigione non posso certo negare l’esistenza reale. A questo punto, pur continuando a non esistere in sé, il diritto penale è qualcosa di cui devo tenere conto. Perché sulla mia vita ha effetti concreti esattamente come lo spigolo del tavolo contro il quale ho sbattuto inavvertitamente.
Ma probabilmente Harari ha voluto dire qualcosa di più ragionevole. Un conto è accettare che gli uomini, per vivere insieme, si diano delle regole, un altro conto è mitizzarle, coprirle di magico e di tabù e addirittura – a volte – divinizzarle. È vero che senza le regole imposte dal diritto penale vivremmo molto peggio, ma da questo a dire che “la legge è sacra”, ce ne corre eccome. Che nessuno consideri un’eventualità remota l’errore giudiziario, che nessuno mi parli della “maestà della legge”. Quel testo è stato voluto da gente arrivata sgomitando in Parlamento e che poi ha votato secondo l’indicazione dei capigruppo. Forse senza capire quello che faceva. Si può soltanto a sperare che una legge sia più utile che nociva. Poi personalmente l’approvo o la disapprovo, ma non le obbedisco per la sua maestà, le obbedisco perché diversamente potrei avere dei fastidi. Ma se la giudico sbagliata e posso eluderla, lo farò di certo.
E non parliamo di quanto sia vero questo discorso in campo religioso. Ognuno è libero di credere ciò che vuole, soprattutto se la religione serve a farlo vivere meglio. Ma che nessuno cominci un suo discorso – come a volte fa il Papa – con parole come queste: “Dio vuole…”, “Dio ha detto…” Qui si abusa della finzione. Infatti si avrebbe voglia di chiedere all’incauto di chiamarci, la prossima volta che Dio gli parlerà. Vorremmo sentirlo con le nostre orecchie.
La religione, fra le finzioni, occupa un posto importante perché offre ai meno colti e ai meno riflessivi una “sistemazione” del reale consolatoria e provvidenziale. Molto più “umanamente” comprensibile di una visione zoologica ed etologica dell’umanità. Inoltre, come diceva Voltaire, essa ha la funzione di fornire il “gendarme interno” (il dovere di coscienza) che fa da pendant al gendarme esterno, la forza della legge, in modo che la gente si comporti bene. Ma in materia di finzioni indimostrate porta la bandiera.
In conclusione, tutta la teoria di Harari sembra un po’ inutile. Basta dire che dalle istituzioni umane bisogna trarre tutta l’utilità che possono dare, senza mitizzarle o “ipostatizzarle” mai. Soprattutto senza mai credere che esse valgano più degli uomini: tutta l’organizzazione deve servire per l’uomo, e mai l’uomo per l’organizzazione. In questo senso, il totalitarismo è il momento in cui la “finzione” si fa Dio e richiede sacrifici umani. Ecco ciò contro cui bisogna lottare: non contro il diritto o l’organizzazione del commercio. Perché il diritto e l’organizzazione del commercio, salvo casi patologici, non interferiscono con le nostre vite ed anzi ci forniscono sicurezza e pasti caldi.
Chissà, forse l’intero libro di quel brillante professore può essere sostituito da un po’ di buon senso democratico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 agosto 2016

https://en.wikipedia.org/wiki/Sapiens:A_Brief_History_of_Humankind




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POLITICA
21 agosto 2016
LA SITUAZIONE DI ALEPPO
Sulla situazione di Aleppo il cittadino dispone soltanto delle notizie che dànno i giornali e le televisioni. E si sa che: “in guerra la prima vittima è sempre la verità”. In teoria, se si è assolutamente fuori dalla contesa, e se chi dovrebbe raccogliere le notizie è una persona affidabile, ci si potrebbe fidare di ciò che si sente. Ma sono condizioni che è difficile vedere riunite. 
Nella guerra del Vietnam, per esempio, noi non avevamo alcun interesse nazionale. Che quella del Nord contro il Sud fosse una guerra d’aggressione, in vista dell’annessione, non c’era dubbio. Ma se non si può giudicare male chi aggredisce, perché la morale è estranea alla politica internazionale, ancor meno si può giudicare male chi difende l’aggredito. E invece la sinistra italiana, solo per antiamericanismo – perché gli americani, oltre ad essere colpevoli di averci liberato da fascismo e nazismo, ci avevano anche impedito di divenire schiavi di Mosca – non soltanto parteggiava per Hanoi, ma arrivava a deformare le notizie, o a nascondere quelle che erano a favore di Saigon. Lo ha confessato anni dopo (pentendosene, ma senza ottenere la mia assoluzione) Tiziano Terzani. Se in una guerra, per caso, la verità dovesse risuscitare, in Italia i giornalisti l’ammazzerebbero di nuovo.
L’attuale caso della Siria è emblematico. Sin dall’inizio di questa guerra tutta la pubblicistica italiana è stata contro Bashar el-Assad, ed ha trasformato a scatola chiusa i ribelli in altrettanti eroi della democrazia. Stupidaggine cui ha subito aderito quel genio di Barack Obama. Solo quando non è più stato possibile negare che molti di quei ribelli erano degli integralisti islamici, e dei criminali, i nostri “media” hanno cominciato a calmare il loro entusiasmo. 
Quando infine quei ribelli hanno rivelato interamente la loro qualità morale e civile, dando vita al sedicente Stato Islamico, l’Occidentale è rimasto perplesso. Assad è ancora il cattivo, ma i suoi oppositori non sono perfetti, come gentlemen. Cionondimeno nel caso di un bombardamento che ammazza anche dei civili, i nostri “media” continuano a credere prevalentemente alla versione degli insorti. Forse perché – come Daesh ha dimostrato infinite volte - gli integralisti islamici hanno un grande rispetto della vita. 
Nella confusione, per Aleppo siamo giunti al buonismo semplificatorio. Assad è il cattivo; i russi sono cattivi perché gli dànno manforte, e per giunta, in questa guerra, usano le armi; i ribelli sono così frammentati che è difficile distinguere quelli insalvabili (modello tagliagole) e quelli che potrebbero ancora essere gli eroi dell’ideale. E allora si ripiega su una denuncia indiscriminata. In nome dei civili che muoiono, come in tutte le guerre. E in nome dei bambini uccisi, quasi che si potesse pretendere che le bombe li scansino. È una cosa inammissibile, dicono, come se si potesse ammetterla o non ammetterla. Ma ancora oggi, se non si sa chi sia il colpevole, si denuncia o si suggerisce che il bombardamento è colpa di Assad o dei russi. Non che siano delle verginelle, ma non abbiamo dati seri né a favore né contro nessuno.
Una persona ragionevole si attiene dunque ad alcune regole generali. Le carognate e i crimini di guerra non stanno mai tutti da una parte sola. Soprattutto nelle guerre civili. In tutte le guerre, anche quelle combattute da eserciti occidentali, ci sono danni collaterali. I danni collaterali non distinguono adulti, vecchi, bambini, malati. In guerra qualunque scorrettezza è lecita, e dunque non bisogna stupirsi di veder nascondere armi in asili elementari, inviare donne incinte o bambini a farsi esplodere per ammazzare degli innocenti o usare ambulanze per il trasporto di armi (tre esempi del modo di “combattere” dei palestinesi). Sicché, prima di condannare chi spara contro una donna o un bambino che non si fermano all’alt, sarebbe bene informarsi. La tregua si usa per preparare la vittoria, se è possibile, o per migliorare la difesa. Dunque è più pronto a concederla chi ha più bisogno di una pausa. Chi è sul punto di vincere la tregua non l’accetta. Inutile distinguere i “buoni” dai “cattivi”: in guerra ci sono soltanto dei cattivi normali e dei criminali. 
Di Aleppo non sappiamo niente. Sappiamo che la gente soffre, ma, se si parla di una guerra, questa non è una notizia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 agosto 2016




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POLITICA
19 agosto 2016
IL SUD SUL LETTINO DELLO PSICOANALISTA
Il Sud dell’Italia era civile quando il Nord era selvaggio. A Siracusa si andava a teatro, e si batteva militarmente Atene, quando a Bergamo si viveva da primitivi. E poi la prima ferrovia è stata la Napoli-Portici, non la Milano-Varese. Quante volte abbiamo sentito queste inutili geremiadi? La verità è che il Sud è arretrato economicamente, scientificamente, politicamente, e tutti gli altri “mente” possibili.
Se si vuole capire un fenomeno, la prima regola è non raccontarsi favole consolatorie. La grandezza di Siracusa è innegabile ma risale a ventiquattro secoli fa. Più interessante è cercare di capire il perché di questa arretratezza, oggi. E alcuni dati obiettivi sono certamente influenti. Per esempio la distanza dall’Europa più produttiva o la mancanza di risorse del sottosuolo. Ma poi si pensa ad Israele - che ha una situazione geograficamente simile e uno sviluppo enorme - e si rimane senza parole: perché la Sicilia non è un’altra Israele? 
Forse la spiegazione è storico-sociale: il Sud è estremamente vecchio e sconfitto. Salvo i brevi anni di Federico II di Svevia (ma “di Svevia”) è stato soltanto invaso, dominato e mal governato. Nel Dna di un siciliano non si leggerà mai che “il governo può essere benefico”. È un concetto intraducibile, nel dialetto locale.
Nel Sud il pessimismo nei confronti della società come istituzione solidaristica è totale. Il meridionale è un individuo al superlativo, nel senso che nasce preparato alla guerra di tutti contro tutti, con l’aggravante di sapere che tutti bareranno. Il basso livello morale dei meridionali non nasce da un minore livello di civiltà, ma da un maggiore livello – se non di civiltà – di esperienza. Nel Sud si impara presto che avere studiato o non avere studiato non importa, perché, tanto, il posto probabilmente lo si otterrà per la raccomandazione che troverà papà. 
Ecco il punto fondamentale. Da molti decenni in Italia si predica quella che si potrebbe chiamare “la demenza nazionale” e il Sud, pragmaticamente, ha imparato ad approfittarne. In Italia si dice che bocciare un ragazzo che non studia è una cattiveria? E allora promuoviamolo, magari con un bel voto. Per giunta otterremmo che i genitori non protestino, che il bambino non pianga, che non si rovinino le vacanze della famiglia, e insomma, che non daremo fastidio a tanti amici. Mentre la “cultura” chi la conosce, chi l’ha mai vista? Promuoviamo dunque quell’asino: del resto dal Nord non ci hanno insegnato che la scuola boccia più facilmente i figli degli operai che i figli del “dottore”? 
È vero, le stesse baggianate sono state insegnate a Torino o a Ravenna, ma qui entrano in gioco le esperienze storiche. Se si invita un galantuomo a rubare, “perché qui lo fanno tutti”, può darsi che se ne astenga lo stesso. Invece chi ha una plurisecolare esperienza dell’altrui immoralità non se lo farà dire due volte. Ed anzi lo farà per primo, se scopre la possibilità, “perché tanto anche gli altri lo farebbero. O lo faranno”.
Il settentrionale che si accorge di un malvezzo, o si adeguerà o non si adeguerà, ma quanto meno percepirà che “è una cosa sbagliata”. Nel sud invece non lo si percepisce più. Non si è più all’ “immoralità”, si è alla “amoralità”. Il meridionale, direbbe Freud, non ha l’ingombro del superego. In occasione degli esami i professori suggeriscono ai ragazzi le soluzioni, perché ai ragazzi vogliono bene. E così come promuoverebbero i loro figli, anche se fossero dei perfetti asini, hanno un sufficiente senso della giustizia per promuovere, sia pure barando, i figli degli altri. E infatti sono contro i test “Invalsi” probabilmente perché temono di non essere sufficientemente colti per poter suggerire le risposte giuste ai loro alunni, rischiando di essere bocciati insieme con loro. 
I meridionali sono intelligenti ed estremamente sani di mente. Percepiscono che in Italia si arriva a dare ragione a chi sostiene che il salario è una variabile indipendente dai ricavi dell’impresa (Luciano Lama), e dunque non tengono conto della ragionevolezza, dell’onestà, del bene comune, di niente. Il fatto che Luciano Lama si pentì di aver affermato quel principio conta molto meno del fatto che, sul momento, nessuno lo trattò da pazzo pericoloso. 
Nel Sud si è imparata la lezione che non è essenziale “avere un lavoro”, è essenziale “avere uno stipendio”. Lavorare è un fastidio che i più furbi (per esempio col “distacco sindacale”) riescono ad evitare. E comunque, se si avverte una certa stanchezza, ci si può sempre “dare malati”. Tanto, i controlli sono per ridere. Anche nel Sud ci sono gli scrupolosi – cioè gli sciocchi – che vanno sempre in ufficio, perché si chiedono come andrebbe avanti il lavoro, se loro si assentassero. I furbi invece si dicono che, se le leggi sono tali che chi non vuole lavorare può farlo senza correre rischi, soltanto gli stupidi lavoreranno quando non è necessario. Come dargli torto? Si può pretendere che i cittadini siano più morali delle leggi?
I meridionali hanno tratto le più razionali conclusioni dalla situazione nazionale e la conseguenza è che il Sud affonda. Ma il Sud, appunto: il singolo vi sorriderà dicendo che lui personalmente, invece, se l’è cavata benissimo. Come diceva Totò: “E io che mi chiamo, Pasquale?” 
Se la cavano male soprattutto i disadattati. Per esempio chi ha pensato che, studiando da matti, e specializzandosi in chirurgia, poi diventerà il numero uno in ospedale. L’imbecille non ha capito che la prima qualità, per essere un grande chirurgo, è essere figlio di un grande chirurgo. È vero che non ci si possono scegliere i genitori, ma lui, invece di studiare, perché non ha cercato di corteggiare e sposare la figlia del primario chirurgo? 
Ah già, quel giovane è di Bergamo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 agosto 2016




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POLITICA
18 agosto 2016
IL DENARO NON È NIENTE. ANZI È QUASI UNA TRUFFA
Il portatore di una banconota può richiedere beni e servizi perché gli altri, quando saranno in possesso di quel pezzo di carta, potranno a loro volta ottenere beni e servizi. Il denaro è una possibilità di acquisto. Questo fenomeno non dà luogo a nessun problema dell’uovo e della gallina. Infatti mentre i beni e i servizi esistono da sempre, la moneta, ancora diecimila anni fa, non esisteva. Al massimo c’era il baratto, bene contro bene.
In ogni ragionamento che si occupi di questo problema, non bisogna dunque partire dalla moneta, perché essa non è esistita prima dei beni. Lo schema storico è: 1) creazione di un bene (o di un servizio); 2) cessione del bene in cambio di un bene equivalente (baratto), e poi 3) di un bene accettato da tutti, tanto da potere essere utilizzato come misura del valore e moneta di scambio. Nell’antichità italica pecore, ad esempio, pecus, da cui pecunia. Argento, da cui il francese argent, che significa denaro; o, caratteristicamente, l’oro.
A questo stadio dell’economia la moneta è “una cosa”, cioè un bene, non un “buono” per ottenere un bene. L’oro non è la promessa di un valore, è esso stesso un valore. Ecco perché non andrà mai fuori corso.
Poi è stata introdotta, forzosamente, la carta moneta. Fino ad allora il fabbricante di scarpe aveva dato le scarpe in cambio di un bene (pecora/argento/oro); da quel momento lo Stato gli ha ingiunto di accettare in pagamento la sua carta, dicendogli che, in fondo, non perdeva niente. Prima, scambiando l’oro, aveva la possibilità di avere un bene o un servizio; ora avrebbe avuto la stessa possibilità con la banconota: la quale dunque avrebbe rappresentato una sorta di titolo di credito nei confronti della collettività. Tutto questo sembra normale ed è lungi dall’esserlo.
La moneta/bene (l’oro) non è una promessa di bene, è un bene. La cartamoneta invece è soltanto una promessa di bene, non un bene. E come tutte le promesse può avvenire che non sia mantenuta. Ecco perché chi ha molto denaro (in banconote o in conti bancari) non è attualmente ricco. Dispone soltanto della promessa di molti beni, ma attualmente non li ha, e le promesse altrui valgono quanto chi le fa.
Ma l’introduzione della cartamoneta non ha eliminato il risparmio, il quale consiste in un accantonamento di beni per un uso futuro. Questo fenomeno, in origine motore essenziale dello sviluppo economico (basti pensare all’accantonamento di una parte del raccolto di grano per la semina successiva) col tempo è divenuto un cancro. Perché con la cartamoneta, risparmiando una quantità eccessiva non di beni, ma di “promesse di beni”, si arriva fatalmente a creare “promesse che non saranno mantenute”. E ciò a causa dell’intervento scorretto dello Stato, come è facile spiegare.
Nel momento in cui qualcuno comincia a risparmiare, cioè a non spendere il proprio denaro, questo dovrebbe diminuire l’offerta di denaro sul mercato, facendone per conseguenza aumentare il valore. Ma lo Stato ne approfitta per stamparne di più, perché ciò gli permette di spendere di più, e il risultato è che alla fine si ha lo stesso denaro circolante di prima, ma altrove c’è quello accantonato dai risparmiatori. È un passaggio cruciale. 
Immaginiamo che i risparmiatori risparmino nel giro di dieci anni la metà del circolante, e che lo Stato immetta nel mercato quella metà di circolante. Ora – anche se la gente non se ne accorge - abbiamo gli stessi beni di prima a fronte del 150% del denaro (100 in circolo e 50 risparmiato). E per conseguenza, nel momento in cui i risparmiatori vorranno finalmente spendere il loro denaro, otterranno il 66,66% del valore originario del loro denaro, in quanto l’afflusso di contante nella circolazione provocherà una svalutazione del 33,33%.
Ma – si dirà – salvo panico in Borsa i risparmiatori non si precipitano mai tutti insieme a spendere il loro denaro. Giusto. Ma la situazione col tempo non sarà meno pericolosa. Infatti, se essa si stabilizza, diviene normale che, accanto al denaro che viene utilizzato, ve ne sia una grande quantità inutilizzata, e, nella mentalità corrente, questo denaro diviene “una cosa in sé”. Si crea un turbine di titoli, cedole, obbligazioni, azioni, derivati, tutto un mondo finanziario – per un valore di molti trilioni di dollari - che rappresenta un notevole multiplo dei beni reali. Una massa di denaro che potrebbe abbattersi sul mercato vero, in occasione di una crisi di fiducia delle Borse (evento tutt’altro che inverosimile) con effetti ben più devastanti di quelli di un tornado tropicale. Infatti, in caso di allarme sulla realizzabilità della promessa costituita dal denaro, i risparmiatori si precipitano a trasformare quanto più è possibile il denaro in beni e servizi, ottenendo come risultato l’aumento improvviso del circolante, una tremenda inflazione e per conseguenza la perdita di potere d’acquisto del denaro stesso.
Attualmente, sopra le nostre teste, esiste una nuvola di denaro che rappresenta una cifra incredibilmente superiore all’intero prodotto interno lordo del mondo. I possessori di questo denaro vivono nella doppia angoscia di avere del denaro che non rende niente (e da questo la spasmodica ricerca dell’investimento giusto) e di perderlo pressoché interamente nel caso di una crisi di Borsa. Loro rischiano la metà dei loro risparmi, ma i percettori di reddito fisso non stanno meglio: nel momento della grande inflazione, operai, impiegati e pensionati rischiano la metà del potere d’acquisto dei loro stipendi, perché tutti i prezzi sono raddoppiati.
I risparmiatori si illudono, pensando di poter fare determinati acquisti. In realtà sono ricchi soltanto di promesse che, nel momento della crisi, saranno mantenute per una percentuale del loro valore originario. Il vero vincente è lo sprecone e chi fa debiti. Chi spende beneficia fino all’ultimo dell’attuale valore del suo denaro e chi fa debiti non rischia nulla, al massimo avrà un bello sconto.
Il denaro si è sganciato dalla realtà ed è divenuto un oggetto autonomo. Tutti lo trattano come se valesse ciò che dice di valere, ma in realtà è come in quel gioco di società in cui cinque coppie ballano e ci sono nove sedie. Quando la musica improvvisamente si ferma, tutti devono sedersi ma è fatale che una persona rimanga in piedi. Qui rimarrà in piedi ben più di una persona su dieci. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 agosto 2016 




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POLITICA
17 agosto 2016
IL BUON SENSO È FLESSIBILE?
In ospedale un uomo vorrebbe visitare la moglie, malata di una malattia contagiosa e tanto pericolosa, che quel contagio corrisponde a morire. Glielo vietano, ma l’uomo non sente ragioni. Sembra convinto che tutto il problema consista nel convincere il dottore, non nell’evitare il contagio. Il medico invece pensa che non soltanto quell’imbecille rischia di morire (e questo sarebbe il meno, visto che si tratta di un imbecille) ma una volta uscito da quella stanza potrebbe a sua volta contagiare altri, e farli morire. E la discussione si prolunga.
La similitudine che si è appena esposta va bene per chiarire ancora una volta il problema della “flessibilità”, che troppi considerano “normale”. Per vedere come stiano le cose, chiedendo scusa a chi conosce perfettamente l’argomento, bisogna riprendere il problema da principio.
L’Italia è impantanata in una crisi economica da cui non riesce assolutamente ad uscire. Anche gli altri Stati europei hanno problemi, ma il nostro Paese è il fanalino di coda. Se gli altri stanno male, noi stiamo malissimo e per riprenderci, secondo l’unanime consenso (non so quanto giustificato) sarebbero necessari grandi investimenti pubblici. Ma l’Italia i capitali per questi investimenti non li ha e inoltre si è impegnata con l’“Europa”, a non “sforare” i bilanci, contraendo ulteriori debiti. E proprio su questi impegni insistono a Bruxelles. Ma – dice l’Italia – questo è un momento speciale. Se nell’Ue non lo si capisce, è segno che c’è troppa “rigidità”. Oggi è assolutamente necessaria una maggiore “flessibilità”. Non bisogna tenere conto delle regole, bisogna renderle “flessibili”, “piegandole” alle necessità dell’Italia. Ci si deve permettere di prendere a prestito dai mercati i capitali necessari per il nostro rilancio produttivo.  
A leggere i giornali e ad ascoltare i telegiornali, non si capisce perché l’Europa dica di no. Miopia? Volontà di tenere l’Italia in crisi? Ignoranza delle più semplici teorie economiche, come il vangelo keynesiano?
Ovviamente la volontà di far male al prossimo è piuttosto inverosimile. Che beneficio ha avuto, l’Europa, dalla crisi greca? E che beneficio traiamo, tutti, della cattiva situazione economica in Portogallo o in Irlanda? C’è un bel proverbio siciliano che è un autentico antidoto contro l’invidia: “Augura che vada tutto bene al tuo vicino, qualche beneficio ne verrà anche a te”.
A Bruxelles non sono tutti imbecilli. La ragione per la quale si è contrari al fatto che l’Italia contragga altri debiti è triplice. In primo luogo, non è detto che per rilanciare l’economia gli investimenti pubblici funzionino. In secondo luogo, se il debito sovrano dell’Itala aumenta di molto (è già aumentato di settantasette miliardi dall’inizio dell’anno e corrisponde a più del 130% del nostro pil) i mercati borsistici potrebbero allarmarsi e non comprare i nostri titoli. La conseguenza sarebbe il fallimento dell’Italia. Anche se ora, pudicamente, si chiama “default”. E fin qui si tratterebbe della morte dell’imbecille. Ma – ecco la terza ragione – è evidente che mentre il fallimento di un Paese piccolo come la Grecia sarebbe grave soltanto come segnale dell’instabilità dell’intera eurozona, il fallimento di un gigante come l’Italia provocherebbe un tale panico, che sarebbe un immediato certificato di morte per infarto dell’euro e della comunità. E questo è il contagio dei terzi che teme il medico. Anche perché non ci sarebbero sforzi finanziari sufficienti per tenere in vita un organismo economico tanto ingombrante.
Ecco perché la diatriba sulla flessibilità sembra veramente insulsa. Qui non si tratta di “ottenere il permesso di contrarre debiti”, qui si tratta di sapere se, contraendo questi debiti, non ci mettiamo in pericolo noi e non mettiamo in pericolo tutti gli altri. È di questo che bisognerebbe discutere, è questo il problema, non il pareggio di bilancio, non il limite del 3%, non il permesso di metterci nei guai. 
Fra l’altro, anche se nessuno osa dirlo, per non svegliare il cane che dorme, già così è fatale che, una volta o l’altra, scoppi il bubbone dell’enorme bolla finanziaria mondiale: infatti ci sono molti trilioni di dollari nelle banche e nelle borse, a fronte di niente. Il debito pubblico degli Stati (a partire dall’Italia, come sempre) continua ad aumentare e non può aumentare all’infinito. Dunque i competenti sanno che l’evento della sfiducia dei mercati è “inevitabile”, e sanno anche che sarà innescato, in un giorno imprevedibile, da una qualunque scintilla. Per questo sono spaventati da qualunque cosa somigli ad una scintilla. Non è evidente?
Non si tratta di tenere l’indice alzato, per chiedere alla maestrina Angela Merkel il permesso di andare al gabinetto. La situazione è un po’ più seria.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 agosto 2016




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POLITICA
16 agosto 2016
LA SFIDUCIA NEGLI ESPERTI
Un articolo di Jean Pisani-Ferry, sul Sole 24 Ore(1), denuncia un fatto che è sotto gli occhi di tutti e di cui nessuno parla: l’attuale sfiducia della gente negli esperti, e in particolare negli economisti. Si è visto nella Brexit, si vede nel successo di Donald Trump in America e di Marine Le Pen in Francia. Per non parlare dell’ostilità ai tecnocrati di Bruxelles. Pisani-Ferry attribuisce il fenomeno soprattutto a due cause: al fatto che gli economisti non siano stati in grado di avvertire il grande pubblico della crisi che stava per cominciare nel 2008, e in generale al fatto che chi governa l’economia si occupa di grandi fenomeni che non tengono sufficientemente conto delle conseguenze su certe categorie di cittadini. È possibile, per esempio, che l’arrivo di immigrati sia utile alla produzione, ma è anche vero che esso potrebbe comportare un contenimento dei salari, cosa sgradita agli operai. Così l’editorialista. A mio parere tuttavia c’è di più. 
È vero, milioni e milioni di persone sono rimaste amaramente deluse vedendo che tutti gli esperti del mondo messi insieme, ed anche quelli di Wall Street (che quella banca l’avevano sotto il naso) non abbiano previsto con un solo giorno d’anticipo il fallimento della Lehman Brothers. Se, per così dire, gli economisti e gli analisti non sono in grado di vedere il quasi-presente, come potrebbero predire il futuro? Ma il peggio non è, come scrive Pisani-Ferry, che gli esperti non siano stati in grado di prevedere la grande crisi, il peggio, a mio parere, è che, soprattutto in Europa (per non parlare dell’Italia) non siano stati capaci di metterci rimedio. E ciò per un tempo infinito. 
A volte si accumulano per anni delle forze, simili a cariche elettriche, e la gente continua a vivere normalmente. Si spera sempre che non accada niente. Ma è fatale che quelle cariche elettriche, in un momento che nessuno riesce a prevedere, si scarichino trasformandosi in un fulmine devastante. Gli economisti forse non possono impedire il disastro, ma potrebbero almeno avvertire del pericolo. Dovrebbero instancabilmente raccomandare a tutti, ai politici e alla gente comune, di non accumulare cause di disastri, come per esempio gli enormi debiti sovrani. Perché poi una volta o l’altra si ha il fulmine. E invece reggono il sacco ai governi. 
Per gli uomini qualunque, gli esperti sono quelli che li guardano dall’alto in basso, parlano difficile, a parole prevedono tutto e risolvono qualunque difficoltà, mentre poi, di fatto, non azzeccano una previsione e non risolvono nessun problema. E per questi bei risultati sono pagatissimi, mentre la gente ha le pezze sul sedere e se c’è una crisi se la tiene per anni.
Non c’è nessuna ragione di ironizzare sulla sfiducia negli esperti, perché deriva dai fatti. I risultati dei macroeconomisti sono disastrosi, soprattutto quanto maggiore è il loro potere. Basti pensare all’Unione Sovietica. Rimane indimenticabile l’ironia di Sergio Ricossa sulle previsioni economiche con la virgola (“l’anno prossimo il pil crescerà al 2,7%”), mentre poi i risultati divergono di numeri interi.
La conclusione è di portata generale. Dr gli economisti non sono in grado di prevedere il futuro economico non è perché siano sciocchi o incompetenti, è semplicemente perché, riguardo al futuro, la scienza economica non è una scienza. Bisognerebbe smetterla di ascoltarli come oracoli e loro stessi dovrebbero smetterla di presentarsi come tali. I governi non dovrebbero credersi in dovere e in grado di guidare l’economia: lo hanno fatto per molti decenni sulla base delle loro teorie politiche e i risultati sono stati disastrosi. La sfiducia nei loro confronti è giustificata. Il meglio che essi possano fare, è non mettere i bastoni fra le ruote.
In occasione della Brexit, come giustamente nota Pisani-Ferry, tutti gli economisti nazionali ed internazionali hanno sconsigliato il sì, e tuttavia gli inglesi (proprio gli inglesi, perché gli scozzesi hanno votato no) non gli hanno dato retta. Avranno pensato: “Gli esperti sono d’accordo con i governanti, e insieme hanno fatto più danni della peste”. Forse hanno sbagliato nel caso specifico, ma non hanno sbagliato in generale. 
Per la stessa ragione in Italia la gente non ascolterà i discorsi tecnici in favore della riforma costituzionale, fondati o infondati che siano. Per il “sì” sarebbe più efficace qualcosa di concreto, un vero rilancio dell’economia o una seria diminuzione della disoccupazione. Le “technicalities” stanno a zero.
Comunque, in materia di economia gli esperti e i governanti potrebbero liberarsi di ogni problema smettendo di proclamarsi capaci di guidare il mondo e soprattutto smettendo di provarci. Se, come è probabile, le cose andassero meglio, saremmo salvi. E se continuassero ad andare male, i governanti potrebbero almeno dire che non è colpa loro.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 agosto 2016
(1)http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-08-15/la-pericolosa-sfiducia-esperti-103850.shtml?uuid=ADOwq13




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POLITICA
16 agosto 2016
GLI INVESTIMENTI PUBBLICI PER RILANCIARE L'ECONOMIA
Ecco il titolo di un’intervista al ministro Delrio(1). E infatti, a parere della maggior parte degli economisti e dei politici, per rilanciare l’economia sono necessari gli investimenti pubblici. Il governo italiano non li attua, perché non è autorizzato a contrarre nuovi debiti per farlo, e se ne duole. Ma siamo sicuri che sia un male? Vale dunque la pena di capire innanzi tutto come funzionano. 
Immaginiamo un Paese che vive un momento di difficoltà economica e tuttavia scopre che il proprio sottosuolo potrebbe essere sfruttato per produrre rame. È un metallo richiestissimo ma per estrarlo sono necessari capitali ingentissimi. Capitali che i privati non hanno o non intendono rischiare. A questo punto il governo, sia pure facendosi prestare il denaro dal mercato borsistico, fonda una gigantesca impresa mineraria, e ottiene i seguenti risultati: in primo luogo, assumendo ingegneri, tecnici e operai per l’estrazione del metallo, per i trasporti, e per tante attività collaterali, crea moltissimi posti di lavoro. Percependo uno stipendio, tutto questo personale spende di più, consuma di più, e alimenta così la domanda di beni e servizi. Ciò provoca il rilancio dell’economia nazionale. Nel frattempo, l’estrazione del rame produce grandi profitti con i quali lo Stato rimborsa il debito contratto per creare l’impresa di produzione e addirittura ricava un gettito per l’erario.
Sarebbe veramente bellissimo, se andasse sempre così. In realtà fin troppo spesso le cose vanno diversamente.
Innanzi tutto non sempre si ha l’occasione di profittare di una possibilità di investimento produttivo. Non sempre si scopre un giacimento di rame quando serve. E infatti colui che ha teorizzato quel genere di manovra economica, John Maynard Keynes, non si è fatto illusioni: ha parlato di un intervento congiunturale (non stabile) dello Stato che sia anche moderatamente produttivo, o produttivo a lunga scadenza, come costruire una nuova autostrada o gli edifici necessari a una grande università (gli esempi sono miei), perché il beneficio ricercato non è il profitto: è innanzi tutto la creazione di posti di lavoro. Infatti questi richiedono salari e stipendi, i quali a loro volta, nel momento in cui saranno spesi, aumenteranno i consumi, aumenteranno la domanda e dunque la vivacità dell’economia. Fino a rilanciarla. Ma anche a questo riguardo rimangono delle perplessità. 
Ammesso che, distribuendo salari e stipendi si aumenti la domanda, questo beneficio è minore o maggiore del suo costo? Infatti i nuovi lavoratori hanno ottenuto non un denaro che è stato ricavato dalla produzione di ricchezza, ma denaro nato esclusivamente da un debito dell’erario. A questo punto: a) se il rilancio dell’economia che si ottiene è superiore al costo di quel debito, il Paese avrà fatto un affare: b) se ciò non si verifica, il costo sarà superiore ai ricavi, e la situazione economica, invece di migliorare, peggiorerà.
Ma si può fare un ragionamento a monte. Se il mercato offre l’occasione di investimenti (la miniera di rame), si può star certi che gli investitori nazionali e internazionali si getteranno sull’affare. E investiranno proprio perché contano di ottenere dei profitti. Se invece non lo fanno, è segno che non c’è l’occasione di ottenere dei profitti e si può star certi che se lo Stato (per giunta pessimo imprenditore) effettua un investimento, quell’investimento sarà probabilmente in perdita. Con la differenza che quando un privato effettua un investimento che si rivela improduttivo, vede svanire in tutto o in parte il capitale che ha rischiato; mentre quando l’investimento lo fa lo Stato, chi paga sono tutti i contribuenti, in quanto si sarà avuta distruzione di ricchezza. Con l’aggravamento della situazione economica generale.
Anche qui conviene fare un esempio terra terra. Contrariamente a quanto molta gente pensa, nell’economia il “capitale” non è necessariamente il denaro, ma qualunque cosa serva alla produzione. Capitale è la pinza dell’elettricista, l’automobile del tassista, il violino del concertista, il grano dell’agricoltore. E quest’ultimo esempio è il migliore. Se il contadino usa il grano per fare il suo pane, quel grano è bene di consumo. Se lo usa per seminare il suo campo, quel grano è capitale. E ancora, se semina nel posto giusto, mieterà più grano di quello seminato (investimento produttivo), se invece ricava meno grano del seminato (investimento improduttivo) si avrà un caso di distruzione di ricchezza. La sua famiglia infatti sarebbe stata più ricca se quel grano non l’avesse seminato.
Gli investimenti dello Stato - non che essere la salvezza di un Paese in crisi - sono troppo spesso l’occasione per la distruzione di ricchezza. La cosa migliore che lo Stato può fare, per rilanciare l’industria, è permettere a chi investe di ricavarne profitti.  Chi investe crea lavoro e, se l’impresa va male, almeno la perdita non è a carico della collettività.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 agosto 2016
(1)http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/delrio_intervista_investimenti_pubblici_rilanciare_economia-1911333.html

ODIO LA NORVEGIA

Se dicessi – così, a freddo – odio la Norvegia, potrei sembrare pazzo. Fra l’altro ci sono andato e ci sono posti, come Bergen, che proprio non sono male. Ci sono stato in estate, ed è qui che è cominciato il guaio: perché, poi, la maledetta immaginazione mi ci ha riportato in inverno, ed ho cominciato ad odiarla.
Ho qualche buona attenuante, forse addirittura una scusa: non ho cominciato io, con l’odio. Ero stato gentile, con gli alberi, col cielo, perfino con i fiordi, che forse nemmeno lo meritavano. Ma, nell’inverno che ho immaginato, il cielo è divenuto grigio, bianco, scuro: tutti i colori salvo l’azzurro. Una notte c’è stata perfino un’aurora boreale, ma era verde, non azzurra. E figurarsi il blu carta da zucchero della mia terra. 
Il freddo, il vento, il nevischio, tutto mi diceva che non ero il benvenuto. La luce del giorno durava soltanto un paio d’ore, giusto il tempo di mostrarmi il posto in cui forse sarei morto. Come fossi arrivato a casa dell’orco, dove tutto era stato preparato per lui, e dove forse soltanto lui sarebbe potuto stare bene. 
Il gelo era spietato. Soltanto le rocce gli rispondevano adeguatamente, annientandolo con la loro indifferenza. Era sparita la stessa acqua, quella che Francesco chiamava sorella, e definiva umile, preziosa e casta. La sostituiva il ghiaccio, che non ha nulla di umile ed è capace di trasformarsi in lama che trafigge.
La Norvegia, più che con me, ce l’aveva con l’umanità. Non aveva previsto che qualcuno venisse a disturbarla, lì nel nord, dove contava di mettere in scena l’assurdità dell’esistenza. Dove sono cresciuto io, un ingenuo può pensare che il sole splenda per far crescere l’erba, il vento per gonfiare le vele, la pioggia per irrigare i giardini. Qui nel Nord invece tutto è privo di senso. In questa landa il freddo è mortale, e se nessuno muore, è perché non c’è nessuno. Il vento non trova orecchie che percepiscano i suoi sibili e le sue minacce. Quanto al sole, è soltanto un ricordo. 
Questa realtà è peggio che estranea all’uomo: gli è nemica. Vuole tanto risolutamente respingerlo che forse lo fa per il suo bene. Perché altrove può almeno illudersi sul suo destino, mentre qui la realtà è desolata fino all’impudicizia. Guardando il fondo scuro e bieco di un fiordo, più che mortale l’uomo si sente morente.
Povera Norvegia, di cui i greci non sentirono mai parlare e che i romani non desiderarono conquistare. Dove l’uomo sopravvive a dispetto della natura e dove non vorrei andare in inverno, nemmeno con l’immaginazione. Perché sono stanco di sentirmi ripetere che non sono il benvenuto. Se in inverno la Norvegia non mi vuole, posso soltanto ripagarla rincarando la dose e non andandoci più. Nemmeno con l’immaginazione.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 agosto 2016




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POLITICA
13 agosto 2016
HOMO HOMINI OVIS
Condensandolo in tre parole – “homo homini lupus” – Thomas Hobbes ha dato forma definitiva a un concetto riguardante lo stato di natura. Dicendo che l’uomo è un lupo per l’uomo Hobbes è stato tuttavia troppo ottimista: i lupi rispettano la gerarchia, cacciano insieme, soprattutto non si uccidono vicendevolmente. Mentre noi uomini sappiamo che siamo tutti civili finché non si è pericolo: ci fermiamo dinanzi alle porte per lasciar passare prima di noi le persone importanti, ma se ci fosse un incendio quelle stesse persone addirittura le calpesteremmo. 
Ma in tempo di pace, e in una società come la nostra, si professano e perfino si applicano principi piuttosto lontani dal bellum omnium contra omnes (la guerra di tutti contro tutti, come scriveva ancora Hobbes): l’homo sapiens ha finalmente capito che il massimo del benessere per tutti si ottiene in una comunità ben ordinata, dove, in generale, sono assenti la violenza e l’ingiustizia. 
Tutto ciò sarebbe stato chiarissimo a Seneca, per fare un nome, ma ciò che quel grande romano non avrebbe mai potuto immaginare era che l’umanità potesse sbagliare la misura della “socialità”, esagerando in “buonismo”. E se l’ipotesi glie fosse stata prospettata, l’avrebbe giudicata inverosimile, perché contraria alla natura umana.
La cosa è potuta avvenire perché sono cambiate le condizioni economiche. Nell’epoca moderna siamo tutti relativamente ricchi. Un tempo non si sarebbe potuto dire: “nessuno deve essere lasciato morire di fame”, perché la frase ha un senso quando c’è cibo per tutti. L’elemosina ha infatti come presupposto che chi la fa non si privi lui stesso del necessario per la sopravvivenza. 
Purtroppo, questo lodevole sentimento di solidarietà si è combinato con il fatto che chi governa, mentre obbedisce ai grandi principi “morali”, non paga di tasca sua per metterli in pratica. E così si corre il rischio dell’esagerazione. Ad esempio, chi predica l’indefinita accoglienza dei rifugiati lo fa essendo inteso che essi non arriveranno né a casa sua né nel suo quartiere. Ed è proprio questo che gli consente di essere generoso. Lo Stato è buonista a spese altrui.
La mentalità “materna”, allargandosi a macchia d’olio, ha depotenziato lo stesso istinto di sopravvivenza del gruppo. Se sente in pericolo sé stesso o la sua famiglia, l’individuo combatte vigorosamente, al bisogno usando la massima violenza. Il gruppo invece reagisce secondo gli ordini di coloro che lo comandano, e coloro che comandano normalmente non sono in pericolo. Se si tratta di rischi economici, loro al massimo rinunzieranno all’Armagnac; se si tratta di correre dei rischi, loro personalmente sono quelli che ne corrono di meno. Perfino se dalla loro inettitudine deriva una guerra, non saranno loro che andranno in trincea. 
Così gli Stati civili – ubriachi di retorica buonista - sono riluttanti ad usare la forza anche quando si tratta della loro difesa. Tutti stramaledicono la violenza, le armi, gli eserciti, e dimenticano che a volte da essi dipende la sopravvivenza. Chi comanda è già tentato di comportarsi da vile perché anche a lui è stato insegnato questo il comportamento: e per giunta sa che, se reagisse correttamente, avrebbe l’appoggio delle possibili vittime, ma la disapprovazione di tutti coloro che non si trovano in ballo. E che spesso sono la maggioranza. 
Quando mai la società italiana si è veramente scandalizzata per la lentezza della giustizia penale, o per la facilità con cui si infligge la “custodia cautelare”? Quando mai, negli anni scorsi, l’Europa s’è interessata della condizione degli abitanti di Lampedusa, a causa del numero dei naufraghi? Tutti questi fattori messi insieme rendono lo Stato moderno tendenzialmente inerte e incapace di riconoscere il momento in cui bisogna cambiare registro.
Al contrario dell’individuo – che quando si sente in pericolo è capace di qualunque cosa - la società nel suo complesso da un lato non percepisce correttamente la situazione, dall’altro è guidata da persone non personalmente coinvolte e preoccupate soltanto della politica. Se il vicino dalla sua finestra spara ai miei figli, io, potendo, con una cannonata l’uccido con tutta la sua famiglia. Per i governanti purtroppo si tratta sempre dei figli degli altri. Diversamente, quando Roma si sentisse dire dallo Stato Islamico che sta progettando di uccidere quanti più italiani inermi e innocenti può, sarebbe comprensibile che il giorno dopo, a titolo di avvertimento e di deterrenza, distruggesse una città di diecimila abitanti, uccidendone la metà, per chiedere poi al sedicente califfo: “Parlavi seriamente? Perché, se sì, ora abbiamo nel mirino la tua capitale”. Insomma ragionerebbe come si ragionava non al tempo dei romani, ma durante la Seconda Guerra Mondiale.
Invece nella realtà attuale quell’imbecille criminale può minacciare l’universo mondo e farla franca. Siamo passati da “homo homini lupus” a “homo homini ovis”, pecora.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 agosto 2016




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POLITICA
12 agosto 2016
LO STATO DELLE COSE, RIGUARDO ALLA BOSCHI
Tutto nasce da una vignetta di Riccardo Mannelli, sul “Fatto Quotidiano”, che rappresenta la ministra Maria Elena Boschi, seduta, con le gambe accavallate e lasciate largamente nude da una coraggiosa minigonna (sempre che il disegno sia tratto da una foto). Battuta: “Lo stato delle cos(c)e”(1). 
Il povero vignettista è stato sommerso da un mare di critiche. Per Marilisa Palumbo, del Corriere della Sera(2), la vignetta è “sconsolante”, “sbagliata”, “non fa ridere”, “è sessista, nel modo più prevedibile, secondo stereotipo nazionale”, e Travaglio – che tiene il sacco a Mannelli – arriva perfino a chiamare la ministra “signorina”. L’avevamo sempre saputo che Travaglio è un gaglioffo.
Le vignette, come dice la stessa giornalista, tendono a suscitare un sorriso. A mio parere, se non ci riescono, questo insuccesso è sufficiente sanzione e non ne sono necessarie altre. Ecco qualcosa che si sarebbe dovuto spiegare agli attentatori di Charlie Hebdo. Inoltre, perché affermare che la vignetta di Mannelli non fa ridere?  Ciò che fa ridere te può darsi non faccia ridere me, e viceversa. 
Ma soprattutto è interessante la critica per la quale la vignetta sarebbe “sessista”. Una domanda: caso mai, perché non dovrebbe esserlo? L’umorismo è l’irriverente verso tutto ciò che è considerato intoccabile. Ai giullari era perfino permesso ridere e far ridere del re. Dunque si ride del potere (ricorda la giornalista che Forattini rappresentava Spadolini come un grassone impotente? Walter Veltroni come un verme? Craxi come un potenziale dittatore?), della religione – anche se di solito privatamente – dei carabinieri e perfino degli incolpevoli cretini.
Qui si ha un’esagerazione speculare a quella dei fondamentalisti islamici.
Il problema è: fino a che punto la donna può, deve, ha interesse a rendersi attraente? I Taliban rispondono: “Per niente”, e nascondono la donna in un sacco nero anche quando esce, lasciandole malvolentieri liberi gli occhi, soltanto perché non si rompa il naso o debba comprare un cane per ciechi. Ed è chiaramente un eccesso. All’altro capo c’è la società occidentale, dove alla donna viene bonariamente richiesto di coprirsi il pube e i capezzoli. Ma se una bella donna in spiaggia indossa un bikini ridottissimo, poi può meravigliarsi se tutti gli sguardi si posano su di lei, mentre passa? Ed è perfino lecita la domanda: possiamo dire in buona fede che quegli sguardi non li ha provocati?
Ecco il punto: nella nostra società, grazie al Cielo, una donna può mostrarsi come vuole, al limite anche nuda: ma deve accettare i rischi conseguenti alla sua scelta, se il rischio è soltanto quello di essere guardata. O garbatamente commentata. È proprio per questa ragione che un tempo – oggi non ne hanno più il potere – i genitori cercavano di indurre le figlie a vestirsi “modestamente”. In fondo il messaggio non era assurdo: “Se ti vesti come una prostituta, poi non ti stupire se ti prendono per una prostituta o ti trattano da prostituta”.
Dunque è tutta questione di limiti. Di senso dell’opportunità. Di buon gusto. La signora Palumbo, che si scandalizza per il commento della vignetta (l’immagine l’ha fornita, bontà sua, la Boschi), trova normale che una ministra della Repubblica si esibisca come si è esibita la signora Boschi? Se non ci fosse la decenza e la dignità della carica, che cosa impedirebbe ai ministri maschi di sedere sui banchi del governo in costume da bagno?
La cara Maria Elena può vestirsi come vuole. Ma non può impedire che poi una fotografia mostri come è vestita. O svestita. Nello stesso modo, un gentiluomo, parlando con una donna, non abbassa gli occhi sulla sua scollatura, per quanto generosa. Ma se lo facesse, e la donna lo rimproverasse, potrebbe sempre chiedere, acido: “Lei vuole che io faccia finta di non aver visto? E allora faccia anche finta di non aver mostrato". Meglio non imbarcarsi in certi discorsi. 
Lasciamo liberi i ministri, i vignettisti e le belle donne di fare ciò che vogliono, e pensiamo piuttosto che, da gennaio, il nostro debito pubblico è aumentato di settantasette miliardi. Abbiamo di che parlare, e forse di chi piangere, fino a sera.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
12 agosto 2016
(1)http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/edizione/mercoledi-10-agosto-2016/
(2)http://27esimaora.corriere.it/16_agosto_10/cosce-cellulite-prima-pagina-un-insopportabile-noia-sessista-boschi-travaglio-sessismo-vignetta-mannelli-cicciottelle-f2cd0f62-5f22-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml 




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POLITICA
12 agosto 2016
IL FUTURO DELLA TURCHIA
Non c’è dubbio che tutti saremmo lieti di constatare il quotidiano e benefico intervento della Divina Provvidenza. O anche – più semplicemente – una forma di “giustizia” del genere di quella che si vede quotidianamente nei film, dove i pochi, buoni ma in condizione d’inferiorità, la vincono sui molti, che sono più forti ma sono cattivi. Nella realtà le cose non vanno secondo “giustizia”, e seguono implacabilmente la legge di causalità. Se il cattivo è più forte, vince eccome. A volte addirittura vince anche se è il più debole, perché usa mezzi sleali.
Tutto ciò vale anche per la politica internazionale. La Storia non è guidata da nessuno, e non obbedisce nemmeno alle convinzioni vagamente panglossiane per cui si andrà sempre verso il meglio. Chi fosse stato tollerante alla fine del ‘400, avrebbe potuto pensare che la cacciata degli ebrei dalla Spagna, nel 1492, fosse il massimo cui si potesse giungere, in materia di fanatismo e di antisemitismo. E invece, quasi cinque secoli dopo - duecento anni dopo l’Illuminismo - abbiamo avuto lo sterminio degli ebrei. 
Ma quella stessa Storia che è indifferente alla morale e non guida la realtà verso il meglio, proprio perché obbedisce alla legga di causalità, è spietata nei confronti di chi sbaglia. Hitler, per esempio, avrebbe avuto un ben altro destino, se non avesse commesso troppi errori. Per cominciare, quello di attaccare l’Unione Sovietica, praticamente senza ragione. La Storia gli avrebbe perfino perdonato lo sterminio degli ebrei, se non avesse commesso l’errore di voler guidare militarmente la guerra contro il parere dei suoi generali, o di cedere all’impulso dell’orgoglio – al costo della vita di decine di migliaia di giovani tedeschi – a Stalingrado.
Ai tiranni è permesso andare contro la morale, ma non contro la logica. La morale è disarmata, il principio di causalità non ha mai perso una battaglia o una guerra. Ma purtroppo i governanti sono soltanto esseri umani ed hanno, come tutti, la difficoltà di ben capire la realtà in cui sono immersi. Per non parlare della distinzione fra mosse giuste e mosse sbagliate. 
Il caso di Erdogan, in questo senso, si rivelerà forse esemplare. La Turchia kemalista, percentualmente minoritaria, è riuscita a dominare il Paese per ottant’anni; la Turchia confessionale, oggi maggioritaria, avrà altrettanto successo? Può darsi che i turchi, dopo ottant’anni della democrazia disegnata da Atatürk, si siano talmente abituati ai suoi vantaggi, da considerarli ovvi e da avere nostalgia del Sultano. Mentre poi, quando vedranno gli svantaggi della Sublime Porta, potrebbero anche controreagire.
Il tempo dell’attualità è così breve, che ciò che è avvenuto un anno fa sembra lontano. Ma il tempo della vita umana ha un altro metro. Ero un bambino, quando finì la Seconda Guerra Mondiale, e mi stupii che, caduto il fascismo, in Italia ci fossero tanti politici antifascisti – noti agli adulti per giunta – in grado di formare un nuovo governo e di guidare l’Italia. Come se l’epoca di Mussolini fosse stata soltanto una parentesi fra il Paese di prima e quello di dopo. Semplicemente perché io non avevo vissuto nulla che appartenesse a prima del fascismo. Non sapevo, nella mia ingenuità, che vent’anni, nella vita di un uomo normalmente longevo, sono tutt’altro che l’eternità. Chi in Francia aveva ottant’anni nel 1840 aveva vissuto quasi trent’anni sotto la monarchia assoluta, l’intera rivoluzione francese e venticinque anni di Restaurazione. Questo spiega come siano possibili certi ritorni storici. I ricordi delle persone anziane, spesso le più influenti nella nazione, affondano le loro radici in fatti ed esperienze che i giovani nemmeno hanno conosciuto.
La partita di Erdogan è dunque più complicata di quanto non si pensi. I turchi attuali, anche se non sanno chiaramente né chi sono né che cosa vogliono, per ottant’anni sono vissuti, tutti, sotto l’ombra e la tutela di Atatürk. Non hanno mai conosciuto altro. Oggi sono orfani e devono vivere da adulti, decidendo della loro vita e del loro futuro. E non possiamo dimenticare che, fra cinquant’anni, le turche ricorderanno che prima di averne venti andavano in giro in minigonna. Fra cinquant’anni tutti ricorderanno ancora che cos’è la libertà di stampa, il potere laico, la tolleranza religiosa. Perché l’avranno vissuta, secondo l’età, da dieci a trent’anni. Dunque i turchi attuali ed Erdogan scommettono su una formula di governo che, se vuole durare, è condannata ad avere un notevole successo. Perché il paragone, per molti decenni, sarà ancora con il modello precedente. Nel 1789 i francesi fecero una rivoluzione mirando a realizzare ciò di cui si era sognato nei salotti di Parigi; nel caso della Turchia, una restaurazione potrebbe mirare a ricuperare ciò che si è conosciuto per esperienza.
Può darsi che Erdogan rappresenti un grande problema per l’Occidente, ma certamente rappresenta un problema ancora più grande per la Turchia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 agosto 20160




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POLITICA
11 agosto 2016
LA BICICLETTA AL PARTITO
Spiegare perché si ride non è impresa facile. Uno dei possibili motivi è che le barzellette osano dire, sotto forma di scherzo, verità che magari non si oserebbe formulare. Perché sono contrarie alla morale corrente, alla decenza, al bon ton. La risata rappresenta dunque un moto di sollievo e di liberazione e ciò spiega fra l’altro perché siano così numerose le barzellette sulla suocera, sulla religione, sulle mogli e sui mariti, e su coloro che hanno il potere.
Proprio riflettendo sui problemi provocati dall’immigrazione si è indotti a ripensare a una storiella dei tempi del Pci. Pasquale voleva ottenere la tessera del Partito e per questo doveva sottostare ad un esame di ortodossia. “Se avessi una casa che faresti?” “La darei al Partito, per creare la sezione nel nostro comune”. “Bravo. E se avessi un’automobile?” “Lo stesso, la darei al Partito, per andare a prendere i dirigenti e annunciare i comizi”. “Bravissimo. E se avessi una bicicletta?” “Eh no! esclama a questo punto Pasquale: la bicicletta io ce l’ho veramente!”
I grandi principi eroici è più facile enunciarli quando non si è chiamati ad applicarli. È per questo che non bisogna lasciarsi suggestionare dai sermoni di chi non è in ballo. Soltanto i più ingenui si sacrificano veramente, cedendo all’illusione che anche chi predica i grandi principi, venuto il momento, li seguirebbe. Chi è saggio applica i principi che reputa giusti, checché ne dicano gli altri. E diffida delle parole nobili.
Per quanto riguarda l’immigrazione clandestina l’intera Europa ha proclamato i principi della più grande umanità, della più grande solidarietà, della più grande accoglienza. Quei profughi non potevano non essere salvati, in mare, anche se si erano messi in pericolo volontariamente; e non potevano non essere accolti, quale che fosse il loro numero, anche se fuggivano soltanto dalla miseria. L’Italia naturalmente – come sempre con la coda di paglia - ha applicato questi principi, per paura di essere accusata di inumanità, e non si è chiesta quanto sincere fossero le altre nazioni. Fino a che punto, all’occasione, i loro comportamenti avrebbero corrisposto alle loro parole.
E infatti poi l’esperienza ha cantato un’altra canzone. Non appena il flusso migratorio è divenuto imponente e all’estero hanno cominciato a vivere qualcosa di simile a ciò che l’Italia vive da anni, qual è stata la reazione? L’Austria, la Danimarca, la Svezia, la Francia, l’Inghilterra (che pure non fa parte dell’area Schengen!) si sono accorti che la bicicletta l’avevano davvero. Così oggi i migranti sono imbottigliati in Italia. Premono sulla frontiera di Mentone, di Chiasso, del Brennero, col rischio, in quest’ultimo caso, che le cose peggiorino ulteriormente se le elezioni ripetute saranno favorevoli a Norbert Hofer. 
L’Europa del Nord è stata ineccepibile ed ha risolto il problema dei migranti in modo morale, finché esso è stato teorico. Invece, una volta che per essa ha cessato di essere teorico, ha reagito con piatto buon senso e pensando all’autodifesa. Queste considerazioni non servono ad accusare la Svizzera o la Francia: servono a denunciare la nostra ingenuità. 
Noi siamo convinti che il nostro Paese sia, più degli altri, privo di senso civico, di scrupoli, di onestà. I “grillini” addirittura l’onestà si sentono in dovere di invocarla a gran voce, perché pare sia dura d’orecchio. Su di noi aleggia sempre il monito: “Ragazzi, non facciamoci riconoscere”. E così a volte ci comportiamo come gli altri non si comporterebbero. Da stupidi.
Invitato a Ventimiglia per porre rimedio alla crisi degli emigranti che vorrebbero passare in Francia, il prefetto Franco Gabrielli, capo della polizia, ha confessato che era venuto ad ottenere una “decompressione” del problema, non una sua soluzione. E infatti si sposteranno gli emigranti al Sud, come se il Sud non ne avesse già abbastanza. O come se quelli poi, una volta nel Sud, si innamoreranno dell’Italia e rinunceranno ad andare in Francia o dove che sia. 
La verità è che il problema è oramai divenuto insolubile. Gli immigranti sono troppo numerosi e la loro presenza è dovunque sgradita. In Francia, in Svizzera, in Austria lo confessano. Noi no, noi siamo i primi della classe. E le cose sono andate talmente lontano che ormai non si saprebbe più che cosa suggerire.
Anni fa, se questo sfortunato Paese avesse avuto le orecchie, avremmo potuto chiedergli: “È concepibile accogliere una quantità indeterminata di immigranti, per esempio cinquanta milioni?” E all’ovvia risposta, avremmo concluso: “Stabilisci dunque la quantità massima e poi, Costituzione o non Costituzione, respingi il di più con qualunque mezzo”.
Ma questo sarebbe stato un discorso politicamente scorretto. E allora teniamoci l’Italia com’è.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 agosto 2016




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POLITICA
10 agosto 2016
LA DATA DEL REFERENDUM
Sulla data del referendum confermativo della riforma costituzionale non s’è certo finito di discutere. Ciascuno ha – o crede di avere – un interesse ad anticiparla o a posticiparla, e fornisce le proprie ragioni. Ma, ammettiamolo, la noia ci rende meno intelligenti. Fra l’altro sappiamo che, per interesse politico, tutti sono disposti a sostenere che il Sole è quadrato e dunque alla fine è del tutto indifferente che chi parla dica qualcosa di ragionevole o di irragionevole. 
Per chi è fuori della mischia, il problema della data è interessante per un altro verso: innanzi tutto è possibile che non ci sia una data obiettivamente migliore. Poi, anche a conoscerla, si può essere perplessi riguardo a chi ne beneficerebbe. C’è sempre il rischio di darsi la zappa sui piedi. Sembra ad esempio che il Pd voglia rinviare al massimo la data, fino ad arrivare a ridosso del Natale, ma – appunto - farebbe un affare, se si votasse fra molto tempo? Il M5S, che sembra volere anticipare al massimo quella data, che cosa ci guadagnerebbe? E se ci perdesse qualcosa? Le domande sono una folla e alla fine si è disorientati. 
Potrebbe dirsi che il Pd voglia rinviare la data per avere dinanzi a sé il tempo necessario per spiegare al massimo numero di elettori i benefici della riforma. Ma è uno scopo poco verosimile. Da un lato la materia è molto tecnica e dunque la gente si rifiuterà di studiarla. Dall’altro gli argomenti più “contundenti” possono essere ribaltati a botte di “non è vero”. Abolizione del Senato? Macché, rimarrà ancora lì. Risparmi? Forse il 10% delle spese, per il Senato. E via di seguito. 
Tutto ciò è comunque secondario rispetto all’errore epocale e irrimediabile commesso da Matteo Renzi quando ha detto che, se perde, va a casa. Così il referendum è divenuto: “Volete che Matteo Renzi rimanga Presidente del Consiglio o che sloggi da Palazzo Chigi?” Di contro a questa domanda le technicalities costituzionali pesano zero. Considerando che due terzi dei votanti sono già contro il Pd, e gli astenuti (circa il cinquanta per cento del corpo elettorale) potrebbero, almeno in parte, andare a votare soltanto per il piacere di rovesciare il governo, l’impresa di convincere la gente a forza di ragionamenti sembra senza speranza. Il partito degli astensionisti disgustati è il più grande e temibile d’Italia. 
Se il carisma del nostro Primo Ministro è tanto gravemente intaccato che, mentre prima faceva notizia dirne male, ora fa notizia dirne bene, è perché il giovane ha suscitato immense speranze ed ha promesso troppo. Ha anche battuto eccessivamente la propria grancassa ed ha finito con lo sminuire il valore di ciò che ha fatto. Come se non bastasse, si è reso colpevole di un ottimismo così smaccato, e si direbbe svergognato, da provocare prima ironie, poi irritazione e infine sarcasmi.  Non ci si può vantare di una ripresa che non arriva mai, mentre i negozi chiudono, la gente non trova lavoro e il Paese langue.
Paralizzata nella sua crisi, l’Italia è l’anello debole dell’Europa. Quello che spezzandosi potrebbe far crollare l’intera Unione. È vero che questi problemi non sono affatto colpa di Renzi ed è vero che era semplicemente impossibile risolverli. Ma lui ha promesso che l’avrebbe fatto, e con ciò stesso ha dichiarato che l’impresa era possibile. Così ora è inevitabilmente responsabile dell’insuccesso. Insomma, più tempo passa, più la gente è delusa. Anche quella che, nel dubbio, aveva detto, di Renzi: “Lasciamo che ci provi”, oggi pensa che ha già avuto il tempo di provarci. 
La situazione è brutta e non è detto che non peggiori. La stabilità non dipende soltanto dal nostro governo e le condizioni di dicembre potrebbero essere peggiori di quelle di ottobre. Potremmo avere una crisi del nostro debito pubblico, una crisi delle banche, una crisi dell’immigrazione, una crisi del terrorismo, una crisi dell’Intera Unione Europea. Le possibili disgrazie ovviamente non dipenderebbero da Renzi ma gli sarebbero lo stesso addebitate. Ci fu un momento in cui accadevano dei disastri naturali, ed essendo Berlusconi al governo, qualcuno disse che era colpa sua: perché “portava sfiga”. 
Che il governo abbia interesse a rinviare il voto è opinabile e può darsi che io mi sbagli. Ma se non mi sbaglio, il rinvio della data del referendum è una manna, per chi spera di mandar via Renzi. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 agosto 2016
 




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POLITICA
9 agosto 2016
SNEET
Pare che aumentino sempre più, al punto che s’è creato un acronimo per designarli: sono gli Sneet, single not engaged, expecting, toying, cioè giovani non fidanzati, non in attesa della persona giusta, e che neppure giocano all’amore.
Come sempre, simili affermazioni sono da prendere con le molle. Innanzi tutto agosto è un mese avaro di grandi notizie e dunque è l’epoca d’oro del “serpente di mare”, la bufala di stagione. Poi perché i rapporti uomo donna sono dominati dall’istinto, ed è ben difficile che l’istinto cambi nel giro di qualche anno. Infine perché non si vede in che modo si raccolgano i dati: “Scusi, lei ha un/a fidanzato/a?”, “Scusi lei va a puttane?”, “Scusi, lei è una ragazza pressoché seria, o va a letto col primo venuto, tanto per giocare?” Con l’ovvia risposta sempre in agguato: “Ma scusi, a lei che gliene frega?”
Cionondimeno si può fare l’ipotesi che gli Sneet esistano, che divengano sempre più numerosi, e chiedersi quale potrebbe essere la causa del fenomeno.
Se è vero quello che dicono, oggi i ragazzi e le ragazze cominciano molto precocemente ad avere rapporti sessuali. E poiché canzoni, film, telefilm e gossip non fanno che parlare d’amore, è probabile che i ragazzi condiscano queste esperienze corporali con l’idea che la cosa sia intrecciata con l’amore, o quanto meno che l’amore potrebbe farlo sorgere. In altri termini, la generazione attuale avrebbe la possibilità – negata per molti millenni ai giovani che li hanno preceduti – di fare l’esperienza completa del rapporto uomo-donna almeno un decennio prima del solito, e per giunta col beneficio della marcia indietro: “Si sa, siamo soltanto ragazzi”.
Se effettivamente aumenta il numero dei delusi, dovrebbe essere evidente che quell’esperienza (di cui noi vecchi a suo tempo non abbiamo nemmeno osato sognare) non sia stata soddisfacente. Il grande pericolo per chi assaggia la droga – dicono – è che si ha voglia di tornarci, fino alla dipendenza. Se ciò non avviene con l’amore (almeno, come lo conoscono i giovani d’oggi) c’è da pensare che non ha per nulla il fascino della droga. Che cosa può deludere, in questo campo?
Può deludere il sesso, per cominciare. Certo, se ne parla con molta disinvoltura. E tuttavia i ragazzi sono poco informati. Tutti i teenagers, nel pieno della potenza sessuale, sono naturalmente portati all’eiaculazione precoce, cioè alla delusione, ed anche alla tentazione di trasformare il sesso non in passione ma in collezionismo. “Quella me la sono già fatta, ora passo a quell’altra”. O “quell’altro”. Infatti le ragazze giocano anch’esse questo gioco, e sono in una condizione ancora più sfortunata. Il piccolo incompetente, infatti, nel momento dell’eiaculazione, ha un forte piacere. La ragazzina brutalmente penetrata per pochi minuti, non ha neanche quel piacere. L’idea che l’erotismo sia una materia più difficile della matematica che affrontano sui banchi di scuola non sfiora neppure i ragazzini. E per questo è facile immaginarli simili alle scimmie. I loro accoppiamenti saranno diretti, brutali, rapidi, e sostanzialmente insignificanti.
Né meglio vanne le cose nell’amore. Il grande amore, ovviamente, non è né attrazione momentanea, né pura istintività: è intesa intellettuale, è affetto, è delicatezza, è generosità, è disciplina, è profonda conoscenza l’uno dell’altro. È per questo che non bisogna confondere l’assurdo “colpo di fulmine” col grande amore. Non si colpisce per puro caso un bersaglio piccolo e lontano.
Gli Sneet, ammesso che esistano, potrebbero essere i giovani che hanno assaggiato il sesso e l’amore secondo gli standard correnti, e sono delusi da ambedue le cose. Anche perché, nel caso siano andati oltre il semplice flirt + sesso, si saranno presto accorti che ogni contatto umano, e soprattutto quello di coppia, è problematico: nell’epoca attuale bisogna contemperare due caratteri, due condizionamenti, due aspettative e due egoismi speculari. Proprio per questa ragione non si ripeterà mai a sufficienza ai ragazzi che il rapporto uomo-donna è un rapporto personale, non il rapporto fra due immagini. Fra l’altro, cercando ad ogni costo un partner di bell’aspetto, si rischia d’avere una bottiglia con una bella etichetta e un pessimo vino.
Poi il singolo parte troppo spesso con la convinzione di meritare l’amore, senza intanto sapere se lui sia capace di darlo. Troppi non si chiedono mai: “Che cosa posso dare, io, in amore? E perché meriterei che qualcuno mi ami per tutta la vita?”. E così si parte col piede sbagliato, verso l’inevitabile delusione. 
Una volta si ritornava alla piatta realtà dopo il matrimonio, quando magari si avevano già dei figli. Oggi invece, facendo esperienza addirittura da adolescenti, qualcuno potrebbe sentirsi scoraggiato prima di arrivare alla piena giovinezza. Ma forse sono soltanto variazioni sul serpente di mare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 agosto 2016




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POLITICA
8 agosto 2016
ERDOGAN FOR SULTAN
La grande manifestazione di Istànbul non va sottovalutata. È vero che è stata convocata personalmente da Recep Tayyip Erdogan ed è vero che il quotidiano Hürryet può darsi che esageri, quando parla di “milioni di persone” intervenute al “Raduno per la democrazia e i martiri”. Per non parlare dell’accenno a “milioni di bandiere”. Esagerazioni a parte, è certo che ad applaudire il Presidente (fino ad ora) è venuta una folla sterminata di persone. Lo dimostrano le immagini e non c’è ragione di dubitarne. Anche se gli intervenuti fossero trecentomila, bisognerebbe quanto meno dedurne che moltissima gente continua a sostenere Erdogan, malgrado i recenti provvedimenti liberticidi e peggio che autoritari.
Dopo ottant’anni di kemalismo, ciò induce a porsi la domanda: la Turchia vuole la democrazia laica e occidentale o il sultanato e quasi il califfato? Ed anzi, sul piano generale, in che misura il governo corrisponde al popolo che da esso è guidato? Atatürk è riuscito a stravolgere la Turchia per ottant’anni, oppure la Turchia attuale - quella che riempie una piazza enorme per applaudire il nuovo autocrate - si pentirà fra qualche anno di questo passo indietro nella storia?
Che tra popolo e governo non vi sia sempre corrispondenza è ovvio. Non v’è alcun dubbio che, dalla fine della guerra, la Polonia ha subito come uno stupro il governo imposto da Mosca. E se i polacchi non l’hanno rovesciato con la forza è perché i carri armati sovietici avevano già dimostrato nel 1953 a Berlino, nel 1956 a Budapest e nel 1968 a Praga, che le cosiddette “Democrazie Popolari” non erano né democrazie né popolari. Addirittura, non erano neppure nazionali.
Tuttavia, salvo il caso di un’interminabile occupazione militare, di solito una corrispondenza tra governo e popolo esiste. Malgrado vicissitudini che vanno dalla monarchia assoluta a quella puramente simbolica, e dal regicidio alla dittatura militare, la democrazia inglese rimane un fulgido esempio proprio per la sua stabilità. In quella nazione il popolo sente di essere il vero titolare della sovranità, ed è pronto a reagire contro qualunque usurpatore di questo potere. Cromwell può comandare per qualche anno, ma gli inglesi rimangono allergici alla dittatura.
Viceversa i Paesi del Maghreb, del Vicino e del Medio Oriente hanno una naturale tendenza all’autocrazia. Con le uniche eccezioni del Marocco (monarchia costituzionale comparativamente democratica) e della Tunisia (che vive attualmente un precario ritorno al governo moderato) di riffa o di raffa quel mondo ricade sempre nella dittatura. 
Proprio per questo c’è stato da sorridere quando tante anime belle, a partire da Barack Obama, hanno entusiasticamente applaudito la Primavera Araba. Chi non è uso farsi illusioni ha subito pensato che, ad andar bene, non sarebbe cambiato niente. E purtroppo non è andata bene. Negli Anni Settanta Oriana Fallaci sperava di veder cadere lo Shah di Persia per avere un Paese più democratico, e sostanzialmente glielo diceva sul muso. Di fatto, quando ciò è avvenuto, si è ottenuta una teocrazia che permette la candidatura soltanto di soggetti che piacciono ai vertici del clero e impicca gli omosessuali in quanto tali. Gli egiziani hanno votato eleggendo un Presidente favorevole agli estremisti della Fratellanza Musulmana, e c’è voluto un colpo di Stato (larghissimamente favorito dalla popolazione, che si è subito pentita del suo voto) per ritrovare una migliore libertà. Ed hanno fatto bene. L’Egitto è più libero sotto l’autocrazia militare che sotto la democrazia dei Fratelli Musulmani. Lo stesso è avvenuto in Algeria, che si è liberata con la forza del partito islamista, che pure aveva forse vinto le elezioni. Per certi Paesi, il migliore regime è forse quello rappresentato da Nasser, Sadat, Mubarak. Se è libero, il popolo vota per Caligola o, in mancanza, per Erdogan .
Ecco perché la guerra in Iraq è stata un errore. Quell’orrendo criminale di Saddam Hussein riusciva a tenere unito il Paese, mentre, tredici anni dopo, la democrazia non ce l’ha ancora fatta. Soltanto un ingenuo come Obama ha potuto insistere tanto per abbattere Bashar el-Assad, come se chissà quali benefici se ne sarebbero ricavati. Per quanto riguarda Damasco, la scelta è fra Assad e uno peggio di lui. Come ha capito Putin.
La Turchia, guidata con mano ferma dallo spirito di Atatürk, per ottant’anni, ci ha fatto credere che potesse esistere in Anatolia una democrazia di tipo europeo. Ora abbiamo la prova che la sua era un’impresa senza speranza. Ciò che rimane dell’Impero Ottomano preferisce una teocrazia simile all’Iran, con l’unica differenza che a Tehran comandano gli shiiti e qui comanderanno i sunniti. Qualche giorno fa ho scritto che “avevamo perso la Turchia”. Forse mi sono sbagliato. Forse non l’abbiamo mai avuta.
I turchi capiranno col tempo il valore di ciò cui hanno rinunciato. Ma quando lo si fa troppo tardi, capire è soltanto un modo per soffrire di più.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 agosto 2016




permalink | inviato da giannipardo il 8/8/2016 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 agosto 2016
L'EUROPA È SORDA ALLA REALTA'
Qual è l’origine della crisi economica europea? Qual è l’origine del terrorismo in Europa? Per quanto strano possa sembrare, può darsi che la causa di ambedue i fenomeni sia la stessa: l’insensibilità ai segnali della realtà. 
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa non ha cambiato di un millimetro il proprio atteggiamento. Che in partenza era giusto: e infatti, per alcuni anni, ha condotto a risultati positivi. Ma gli europei non si sono mai chiesti se non sia cambiata realtà sottostante, e se quel modello non sia divenuto sbagliato. 
Un esempio tra il linguistico e l’umoristico darà un’idea di ciò che si intende. Gli europei hanno il pregiudizio - tra l’illuministico e il fideistico - che tutto debba andare sempre meglio. Che si sia sempre più ricchi e che il prodotto interno lordo (pil) aumenti. La crescita è divenuta un tale dogma che non si concepisce nient’altro: se di fatto il pil arretra, invece di dire che è diminuito, si dice che ha avuto “una crescita negativa”. Come chiedere: “Di quanto è aumentato il tuo conto in banca?” e sentirsi rispondere: “È aumentato di ventimila euro in meno”. Sembra il teatro dell’assurdo, ed è invece l’indice di una rigidità mentale. Come pure del teatro dell’assurdo fa parte l’idea che Stati interi possano vivere facendo debiti e non pagandoli mai.
Ma la massima rigidità si trova nel mondo del lavoro. Prima producevamo beni che soltanto noi occidentali eravamo capaci di produrre, e pensavamo di averne per sempre il monopolio. Oggi questi beni li producono molti Stati asiatici, a prezzi minori dei nostri, ci fanno una concorrenza imbattibile e noi non cambiamo opinione. Il monitor che guardo è coreano, il computer è cinese (come il router), e la tastiera è fabbricata in Malesia. Lo giuro. Ma noi rimaniamo gli Stati sviluppati, e gli altri sono soltanto in via di sviluppo. Poverini. 
Il mondo è cambiato e le nostre società non se ne vogliono dare per intese. In una situazione del genere si possono adottare politiche protezionistiche, ma gli economisti vi diranno giustamente che il protezionismo produce povertà (e del resto è questa la ragione per la quale sono state abolite tutte le frontiere economiche nell’Unione Europea). Oppure si abbassano i nostri costi di produzione - traduzione, si abbassano i salari degli operai - in modo da rimanere competitivi. Ma se non si fa né l’una cosa né l’altra, finirà che le nostre fabbriche chiuderanno e gli operai rimarranno disoccupati.
Ma noi, come i ci-devant, non abbiamo niente appreso e niente dimenticato. È meglio che gli operai siano disoccupati che pagati meno di prima: indietro non si torna. I salari possono soltanto crescere. Anche se poi ne cresce l’assenza.
Altro dogma: lo Stato non può diminuire i suoi servizi, perché può soltanto estenderli e migliorarli. E per conseguenza non può abbassare la pressione fiscale, anche se strangola il Paese. Possiamo dichiarare fallimento, non correggere la rotta.
Per quanto riguarda il terrorismo, c’è un pregiudizio immodificabile: tutti gli uomini sono uguali e, se appena possono, adottano la democrazia, la tolleranza, l’integrazione sociale. Dissolto l’Impero, gli inglesi hanno dato accoglienza a tutti i membri del Commonwealth che volevano trasferirsi in Gran Bretagna. Il risultato è che ora si trova un’enorme comunità musulmana la quale, anche molti decenni dopo, non si è affatto integrata ed ha cominciato a costituire un problema. In particolare per quanto riguarda il terrorismo. E non parliamo della Francia.
Dov’è l’errore? Nel non avere tenuto conto dell’esperienza. Se un italiano si trasferisce in Germania, i suoi nipoti saranno perfettamente tedeschi. Perché bianchi, perché cristiani, perché europei. Ma non bisogna credere che lo stesso fenomeno si possa riprodurre con una comunità inassimilabile per religione (i musulmani) o per colore della pelle. E di quest’ultimo fenomeno avevamo la prova sotto gli occhi. 
Gli americani hanno commesso l’errore d’importare degli schiavi e, anche quando li hanno liberati, anche quando hanno cercato in tutti i modi di integrarli, perfino favorendoli rispetto ai bianchi (il sistema delle quote) non hanno cavato un ragno da un buco. Perché quelli neri erano e neri sono rimasti, sentendosi diversi ed essendo considerati diversi. E l’Europa, invece di imparare la lezione, ha preferito i propri pregiudizi: gli americani erano razzisti, noi non lo siamo.  Il risultato è che, accanto al problema della minoranza musulmana, ci siamo procurati anche il problema dei coloured, scoprendo - oggi, e se non oggi domani - che siamo razzisti quanto e più degli americani. 
Altro problema: gli integralisti islamici. Gli europei, che pure hanno conosciuto la Shoah, non riescono a concepire che un gruppo umano possa desiderare la morte di un altro gruppo umano tutt’intero. E parlano di integrare i terroristi, magari con qualche sussidio economico, senza capire che quelli vogliono semplicemente la nostra morte. La morte di tutti noi, o – a voler essere buoni – la conversione di massa all’Islàm. Si è forse dimenticato che il Maghreb era tutto cristiano, prima di essere musulmano?
Certi problemi si risolvono non facendoli sorgere. Dovremmo smetterla, con i pregiudizi. Noi non abbiamo il dovere di accogliere tutti i rifugiati dell’Asia e dell’Africa. Noi abbiamo verso noi stessi il dovere di sopravvivere. E di questo passo nemmeno ce la faremo. Infatti non facciamo che ripetere che i nostri valori non sono negoziabili; che non possiamo cambiare il nostro modello di società; che non possiamo derogare dalle norme di una società democratica e civile; che non possiamo sparare nel mucchio. Insomma che non abbiamo né il diritto né la volontà di difenderci. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 agosto 2016




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POLITICA
6 agosto 2016
PALESTINA: LA PACE A PORTATA DI MANO
Agli amici ho sempre raccontato della volta in cui un condomino, afflitto da complessi nei miei confronti, prima fece una proposta e poi, quando vide che ero d’accordo, votò contro. E questo, a mio parere, è il record del mondo dell’auto-disistima. 
Un’altra delle mie tesi è che, come gli individui possono avere dei complessi (anche se la parola è fuori moda), complessi possono avere intere etnie. Per esempio gli arabi in materia di sesso. 
Si possono combinare ambedue le osservazioni riguardo alla situazione che si ha in Palestina. I residenti nei Territori stanno infatti dimostrando di avere una pessima stima di sé e gravissimi complessi d’inferiorità. 
Come riferisce Frattini, sul Corriere(1), in occasione delle elezioni municipali, per sedurre i votanti, al Fatah ha pubblicato questo testo: “Abbiamo ammazzato 11 mila israeliani, abbiamo sacrificato 170 mila martiri”. Il giornalista si affretta a chiarire che si tratta di cifre largamente esagerate, ma – osserviamo – non per questo meno significative.
Il fatto che quelle cifre non siano vere dimostra che quel partito non ha nessun rispetto per la verità, e soprattutto nessuna stima dei futuri elettori. Nessuno infatti mente smaccatamente, se non è convinto che i destinatari siano tanto balordi da ingoiare anche le sciocchezze più evidenti. E comunque evidentemente non c’è una stampa capace di ridicolizzare l’avversario politico dimostrando l’evidente falsità dei dati forniti. 
Ma questo è il meno. Vantarsi di avere perso undici a centosettanta corrisponde a dire che un israeliano vale, come persona o come combattente, circa quindici arabi e mezzo. Che cosa si penserebbe dei tifosi di una squadra di calcio che, avendo questa perduto 15 a 1, festeggiassero per le strade?
Inoltre la vanteria, rispetto a quelle cifre, induce ad altri calcoli impressionanti. La popolazione di Israele è stimata oggi in otto milioni di abitanti, di cui il venti per cento arabi. Tolto questo venti per cento, più qualche altra piccola percentuale, rimangono ancora sei milioni di israeliani. Ora, dal momento che gli arabi sognano di distruggere Israele uccidendo tutti gli israeliani, se ne deduce che, pur di uccidere sei milioni di israeliani, sarebbero disposti a far morire (6x15,5) novantatré milioni di arabi. E allora Israele deve ringraziare Geova che la Palestina non contenga tanta gente. 
Fra l’altro rimane un problema: ammesso che l’efficacia militare dei palestinesi migliorasse al punto da arrivare alla “ratio” 1-1, invece di 15-1, se, per uccidere tutti gli israeliani, morissero sei milioni di palestinesi, poi chi andrebbe ad occupare l’attuale territorio degli israeliani?
Naturalmente, chi volesse difendere ad ogni costo i palestinesi, potrebbe obiettare che questo esercizio di sarcasmo è inutile. Anche gli slogan e le promesse elettorali che si sentono in occasione delle nostre elezioni non brillano per verità o per semplice verosimiglianza. Giusto. Ma, appunto, il quantum di idiozia, bugie o inverosimiglianza che si sente in questi casi misura la stima che i candidati hanno degli elettori. Se un candidato sindaco promette di lottare contro la disoccupazione – che è una balordaggine – crede che gli elettori siano capaci di ingoiare questa panzana. Ma non prometterebbe mai di abolire tutte le tasse e di rendere gratuite per tutti acqua, luce e telefono. Perché una simile promessa nessuno la berrebbe. 
Se dunque vogliamo considerare quella campagna elettorale di Fatah dal punto di vista sociologico, se ne ricava soltanto una conferma della campagna di odio cieco, irragionevole ed autolesionistico che impera in Palestina e in generale in tutti i Paesi musulmani dal 1947. Come se si dicesse da mane a sera: “Noi non vogliamo stare meglio, vogliamo che gli israeliani muoiano”. “Noi non vogliamo la pace, vogliamo la vittoria. E se non possiamo avere la vittoria, alla pace preferiamo la morte”. “Noi non vogliamo che i nostri figli vivano, se muoiono per uccidere degli israeliani, li dichiariamo martiri e siamo contenti”. E infatti una volta Golda Meir disse: “Noi avremo la pace quando le madri arabe ameranno i loro figli quanto le madri israeliane amano i propri”.
I dirigenti palestinesi non possono seriamente credere i discorsi da pazzi fatti dagli estremisti, ma certi concetti e certi slogan non sarebbero usati in una campagna elettorale se non seducessero il popolo.
In queste condizioni, chi vuole la pace in Palestina dovrebbe avere il coraggio delle proprie idee, e dire agli israeliani: “I vostri vicini palestinesi non vogliono uno Stato Palestinese accanto ad uno Stato Israeliano. Vogliono soltanto che voi moriate. Siate gentili, se amate la pace, suicidatevi tutti”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 agosto 2016
(1)http://www.corriere.it/opinioni/16_agosto_06/se-fatah-rivendica-israeliani-ammazzati-198d78c4-5b3d-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml




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POLITICA
5 agosto 2016
La "purga" di Erdogan - E.Luttwak
Un articolo eccellente, di cui raccomando a tutti la lettura

LA “PURGA” DI ERDOGAN È UNA GUERRA SETTARIA.
di Edward Luttwak

Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della laica Repubblica Turca che ha sostituito l’Islamico Impero Ottomano, morì nel 1938, ma ancora oggi i turchi si dichiarano favorevoli o contrari ad Ataturk, anche se le donne non hanno alcuna necessità di dire nulla, perché il velo che hanno o non hanno in testa proclama la loro fede. Il campo anti-Ataturk, che vuole ritrasformare la Turchia in uno Stato islamico, è stato sempre sostenuto dalla maggioranza meno colta della popolazione del Paese, ma fino al 2002 essa è stata tenuta solidamente sotto controllo dal corpo degli ufficiali turchi, la cui ideologia unificatrice e “kemalista” è stata strettamente laica.
 Ciò che ha rotto questo equilibrio è stata l’alleanza vincente degli islamisti populisti, guidati dall’appena scolarizzato Recep Tayyip Erdogan, con la formazione di livello universitario dei seguaci di Fethullah Gulen, un imprenditore religioso su larga scala, i cui seguaci hanno fondato più di mille scuole dal Texas a Tashkent, come anche dozzine di università, di case dello studente e di istituti di insegnamento. Il talento di Erdogan era – ed è – quello di attirare le masse invocando la loro identità musulmana contro i nuovi venuti: dall’Occidente in generale ai meglio educati e meno devoti connazionali turchi. Nel 1999 ha passato mesi in carcere dopo essere stato condannato per avere incitato l’odio religioso.
La formula vincente di Gulen è stata quella di raccogliere fondi dai devoti per offrire opportunità di educazione gratuite o scontate in scuole presentate come interamente laiche, effettivamente ponendo l’accento sull’insegnamento della scienza, e nelle quali le pratiche islamiche sono propagandate in modo molto graduale, attraverso la “friendly persuasion” degli studenti appena un po’ più anziani, in conversazioni private. Secondo le regole di Ataturk, le università turche dovevano essere completamente laiche, essendo bandito nei loro locali il porto del velo islamico ed ogni forma di culto. Ma con la scarsa o costosa possibilità di alloggi, nelle città turche, le istituzioni guleniste che offrivano stanze gratuite servivano a convertire decine di migliaia di laureati in devoti, con molti di loro pronti a fare la loro parte dopo la laurea, contribuendo con fondi, aiutando a fondare scuole o insegnando in esse, oppure lavorando nei “media” per la buona causa. Altri hanno fatto anche più di questo, infiltrandosi con successo nel corpo degli ufficiali turchi, eludendo le regole che vietano la barba o il velo, con la benedizione di Gulen, il quale senza dubbio giustificava una tale dissimulazione con la sua propria interpretazione della regola islamica della “taqiyah”(diritto musulmano di mentire quando riaffermando la propria fede si rischiano persecuzioni. N.d.T.).
Così, quando il partito di Erdogan (AKP, Partito della Giustizia e dello Sviluppo) vinse le elezioni del 2002, fu in grado di governare con successo la Turchia, rimanendo al potere fino ad ora, invece di essere obbligato ad andarsene o ad essere sciolto per ordine dei militari, come avvenuto in tutti i precedent tentativi di formare governi islamisti. Non sono stati gli attaccabrighe e i provinciali di Erdogan quelli che sono riusciti ad applicare le politiche economiche dall’AKP ma piuttosto i competenti tecnocrati di Gulen, ottenendo risultati positivi che hanno dissuaso i militari dall’intervenire, insieme con le caparbie pressioni europee nel nome della democrazia e la vigilanza di gulenisti in incognito all’interno del corpo degli ufficiali.
Ciò che ha distrutto l’alleanza [di Gulen ed Erdogan] è stata l’esatta natura dell’Islam di Gulen, che permette la disonestà e l’inganno sistematico, ma la cui intima sostanza è effettivamente moderata. Il credo di Gulen accetta veramente la coesistenza con altri monoteisti, inclusi i musulmani non sunniti, e totalmente proibisce ogni forma di violenza in nome della religione, perfino contro i politeisti (malgrado le ingiunzioni coraniche).
Ma per Erdogan e I suoi stretti colleghi dell’AKP, come per esempio l’ex minisro degli esteri Ahmet Davutoglu, l’Islam è qualcosa di interamente e specificamente sunnita, e assolutamente la sola religione che ha diritto di esistere. La sua conquista del pianeta deve essere portata avanti con tutti i mezzi possibili, dall’educazione religiosa obbligatoria in Turchia (chiudendo sempre più le scuole laiche) all’uso di ogni forma di violenza dei musulmani sunniti che combattono i non sunniti dovunque nel mondo, da Hamas a Gaza agli affiliati di al Qaeda in Siria e agli Uiguri in Cina. Ecco perché Erdogan ha copertamente sostenuto lo Stato Islamico finché ha potuto, proibendo inizialmente l’uso della Base Aerea di Incirlik contro quel gruppo di fanatici e permettendo ai commercianti turchi di importare il loro petrolio. (Non è una coincidenza che quando alcuni conducenti di autobotti turche sono stati rapiti dal gruppo non furono decapitati ma rilasciati). Perfino quando i crimini commessi dallo Stato Islamico, andati oltre ogni limite, hanno obbligato Erdogan a permettere gli attacchi statunitensi da Incirlik, le forze aeree turche hanno bombardato soltanto i curdi. E di nuovo è stato a causa dell’identità specificamente sunnita della Turchia che i suoi legami con l’Iran shiita – e la Siria di Bashar al-Assad, l’alleato nominalmente alawita-shiita dell’Iran – sono stati sempre problematici, malgrado il loro comune odio nei confronti dell’Occidente. (È notevole che Davutoglu ed Erdogan non hanno mai usato la comune designazione di “Alawita” per descrivere la religione del leader siriano, ma piuttosto “Nusayri”, un epiteto per eretici comune presso i sunniti locali). 
Quando hanno incontrato Erdogan e Davutoglu, I loro colleghi europei e il president degli Stati Uniti Barack Obama hanno visto vestiti di Armani e sentito il linguaggio standard degli uomini di Stato. Ma all’incirca nel 2009 Gulen si è reso conto che aveva contribuito a generare un mostro, un governo (seppure copertamente) islamico estremista, che avrebbe rovinato la Turchia e danneggiato l’Islam facendo sorgere contrasti con tutti i vicini. Cosa che, come previsto, è avvenuta.
I gulenisti nella polizia e nell’amministrazione giudiziaria hanno tentato di risolvere il problema nel 2013 facendo cadere Erdogan e un certo numero dei suoi ministri con accuse ampiamente giustificate di corruzione; non c’è altra spiegazione per i miliardi di dollari accumulati dalla famiglia di Erdogan. Ma invece di dimettersi, Erdogan ordinò il licenziamento immediato dei pubblici accusatori e della polizia implicati nel procedimento, contando giustificatamente sull’incondizionato sostegno della sua base islamista dell’AKP; la legalità repubblicana, dopo tutto, è un concetto dell’Occidente del quale e a proposito del quale i più ferventi sostenitori di Erdogan sanno poco e si curano ancora meno. Erdogan reagì denunciando la “struttura parallela” dei gulenisti all’interno del governo e delle forze armate e licenziò quanti delle sue spie – o semplicemente subordinati gelosi – poté identificare per sé, mentre chiudeva le banche affiliate a Gulen, le imprese, e i mezzi di comunicazione, incluso Zaman, il giornale di massima circolazione nel Paese. Poiché non vi erano ovviamente liste dei membri – essere gulenista è uno stato d’animo – ciò che ne è seguito non è stata una retata ma una caccia alle streghe, che ha continuato ad espandersi, come dimensione, dal momento che continuavano ad arrivare sempre nuove denunce, indubbiamente motivate da rivalità personali o da ambizioni di carriera. 
All’incirca altri 2.500 investigatori di polizia, pubblici ministeri e giudici stavano per essere licenziati quando è intervenuto il colpo di Stato abborracciato del 15 luglio. Ciò, a sua volta, ha scatenato un Erdogan che non conosce freni, con licenziamenti di massa e arresti prima ancora che fosse proclamata la legge marziale, devastando l’intero apparato dello Stato turco, incluse le forze armate, che hanno perduto 87 dei 198 generali dell’esercito, 30 dei 72 generali dell’aviazione, 32 dei 55 ammiragli della marina, sette dei 32 generali nel comando della gendarmeria e l’unico ammiraglio dei guardiacoste, come anche 1.099 alti ufficiali meno importanti. Per un Paese che combatte sul serio contro i curdi militanti affiliati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), e che quanto meno finge di lottare contro lo Stato Islamico, queste sono perdite devastanti.
Per quanto riguarda l’economia del Paese, la confisca e la paralisi di molte imprese, grandi e piccole, stanno infliggendo grandi danni, soprattutto nel momento in cui i redditi del turismo sono azzerati. E ancora maggiori danni sono da attendersi nel momento in cui i meno culturalmente educati, male educati o incolti militanti dell’AKP andranno ad occupare, nel governo, i posti chiave lasciati liberi dal licenziamento o dall’arresto dei supposti gulenisti.
Ataturk non ne sarebbe sorpreso. Era convinto che l’Islam, in qualunque forma, sarebbe stato la rovina dei turchi.
(Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo)

Erdogan’s Purge Is a Sectarian War
The alliance between Erdogan and Gulen came apart because it's impossible to reconcile their rival interpretations of Islam — and Islamism.
 BY EDWARD LUTTWAK
 AUGUST 3, 2016
 Mustafa Kemal Ataturk, the founder of the secular Turkish Republic that replaced the Islamic Ottoman Empire, died in 1938, but Turks still define themselves as pro- or anti-Ataturk — though women need not say anything because their headscarves, or lack thereof, proclaim their allegiance. The anti-Ataturk camp that wants to remake Turkey into an Islamic state was always supported by the less educated majority of the country’s population, but until 2002 it was firmly kept under control by the Turkish officer corps, whose unifying “Kemalist” ideology was strictly secular.
 What undid this equilibrium was a winning alliance of populist Islamists, led by the thinly educated ex-soccer player Recep Tayyip Erdogan, and the university-educated followers of Fethullah Gulen, a religious entrepreneur on a huge scale, whose followers established more than a thousand schools from Texas to Tashkent, as well as dozens of universities, student halls, and teaching institutes. Erdogan’s talent was, and is, to rally the masses by invoking their Muslim identity against all comers, from the West in general to better-educated, less devout fellow Turks; in 1999, he spent months in prison after being convicted for inciting religious hatred. 
Gulen’s winning formula was to collect funds from the devout to offer free, or discounted, educational opportunities in schools presented as entirely secular Gulen’s winning formula was to collect funds from the devout to offer free, or discounted, educational opportunities in schools presented as entirely secular, indeed with an emphasis on the teaching of science, in which Islamic practices are propagated very gradually by the friendly persuasion of slightly older students in private chats. Under Ataturk’s rules, Turkish universities were to be completely secular, banning the wearing of the Islamic headscarf and any form of worship on the premises. But with student housing both scarce and expensive in Turkish cities, Gulenist lodges offering free rooms served to convert tens of thousands of graduates into his devotees, many of them ready to do their bit after graduation by contributing funds, helping to establish schools or teaching in them, or by working in the media to good effect. Others did more than that, successfully infiltrating the Turkish officer corps by outmaneuvering its no-beard and no-headscarf rules with the blessing of Gulen, who no doubt justified such concealment with his own interpretation of the Islamic tenet of taqiyah.
So when Erdogan’s Justice and Development Party (AKP) won the 2002 elections, it was able to govern Turkey successfully, remaining in power until now, instead of being forced out or dissolved by military order, as with all previous attempts at forming Islamist governments. It was not Erdogan’s brawlers and provincials who implemented the AKP’s economic policies but rather Gulen’s competent technocrats, achieving good results that dissuaded a military intervention, along with obdurate European pressures in the name of democracy, and the vigilance of disguised Gulenists within the officer corps.
 What destroyed the alliance was the exact nature of Gulen’s Islam, which allows the dishonesty of systematic deception, but whose own substance is genuinely moderate — his creed truly accepts coexistence with other monotheists, including non-Sunni Muslims, and totally prohibits any form of violence in the name of religion against polytheists as well (in spite of the Quranic injunction).
But for Erdogan and his core AKP colleagues, such as former Foreign Minister Ahmet Davutoglu, Islam is something else entirely: specifically Sunni and the only religion entitled to exist at all. Its conquest of the planet must be advanced by all means possible, from mandatory religious education in Turkey (achieved by closing more and more secular schools) to the use of any amount of violence by Sunni Muslims fighting non-Sunnis anywhere in the world, from Hamas in Gaza to the al Qaeda affiliates in Syria and the Uighurs in China. That is why Erdogan tacitly supported the Islamic State as long as he could, initially prohibiting the use of the Incirlik Air Base against the group and allowing Turkish dealers to import its oil. (It’s no coincidence that when some Turkish truck drivers were kidnapped by the group, they were not beheaded but released.) Even when over-the-top outrages committed by the Islamic State finally forced Erdogan to allow U.S. airstrikes from Incirlik, the Turkish air force bombed only the Kurds. It was again because of its specifically Sunni identity that Turkey’s ties to Shiite Iran — and Syria’s Bashar al-Assad, Iran’s nominally Shiite Alawite ally — were always strained in spite of their common hatred of the West. (It’s notable that Davutoglu and Erdogan never used the common label “Alawite” to describe the religion of Syria’s leader but rather “Nusayri,” a heretical epithet among local Sunnis.)
When they met Erdogan and Davutoglu, their European colleagues and U.S. President Barack Obama saw the Armani suits and heard the standard language of statecraft. But by 2009 or so, Gulen judged that he had helped engender a monster, a covertly extremist Islamist regime that would ruin Turkey and damage Islam by starting violent quarrels with all its neighbors, which duly happened.
 The Gulenists in the police and judiciary tried to solve the problem in 2013 by bringing down Erdogan and a number of his ministers on amply justified corruption charges
 The Gulenists in the police and judiciary tried to solve the problem in 2013 by bringing down Erdogan and a number of his ministers on amply justified corruption charges; there is no other explanation for the billions of dollars accumulated by Erdogan’s family. But instead of resigning, Erdogan ordered the abrupt dismissal of the prosecutors and police involved, rightly counting on the unconditional support of his Islamist AKP base; the rule of law, after all, is a Western concept of and about which Erdogan’s most fervent supporters know little and care less. Erdogan struck back by denouncing the Gulenists’ “parallel structure” inside the government and armed forces and dismissing as many as his spies — or merely jealous subordinates — could identify for him while shutting down Gulen-affiliated banks, businesses, and media outlets, including Zaman, the country’s largest-circulation newspaper. Because there were, of course, no membership lists — to be a Gulenist is a state of mind — what ensued was not a roundup but a witch hunt, which kept expanding in scope as more and more denunciations came in, many no doubt motivated by personal rivalries or career ambitions. Another 2,500 or so police investigators, public prosecutors, and judges were about to be dismissed when the botched coup intervened on July 15. That, in turn, unleashed the no-holds-barred Erdogan, with mass dismissals and arrests even before the proclamation of martial law, devastating the entire apparatus of the Turkish state, including the armed forces, which lost 87 of 198 army generals, 30 of 72 air force generals, 32 of 55 navy admirals, seven of 32 in the gendarmerie general command, and the only coast guard admiral, as well as 1,099 less senior officers. For a country fighting militant Kurds affiliated with the Kurdistan Workers’ Party (PKK) in earnest, and at least pretending to fight the Islamic State, those are devastating losses. 
 As for the country’s economy, the confiscation and paralysis of many businesses, large and small, are inflicting much damage, even as tourism revenues have plunged. Yet more damage is certain as less educated, miseducated, and uneducated AKP militants move into key government positions vacated by the dismissal or arrest of supposed Gulenists.
 Ataturk would not have been surprised: He was convinced that Islam in any form would be the ruin of the Turks.




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POLITICA
4 agosto 2016
COME MAI I TURCHI SOSTENGONO ERDOGAN?
Noi europei possiamo capire gli americani che sostengono Donald J.Trump e quelli che sostengono Hillary Rodham Clinton. Abbiamo invece difficoltà a capire che i turchi possano sostenere un personaggio come Recep Tayyip Erdogan, e concedergli successi sempre più grandi.
Fino al 1918 lo sterminato Impero Ottomano dominò un immenso territorio che andava dall’Algeria al Caspio e da Aden alla Serbia. Poi Istanbul perse la guerra, l’impero fu smembrato e la Turchia praticamente si ridusse all’Anatolia. Fu allora che a quel Paese umiliato e demoralizzato il caso mandò uno di quei rari personaggi che riescono ad imprimere una svolta alla storia: Mustafà Kemal. Con Atatürk, la nazione fu inserita a forza in Europa e divenne moderna, laica, democratica. Un esperimento mai visto nel mondo musulmano. 
Ma il “padre dei turchi” conosceva abbastanza il suo Paese per credere che la massa avrebbe veramente capito il valore del rinnovamento attuato dall’élite militare. Dunque previde che ci sarebbero stati tentativi di restaurazione, e nella sua dottrina (“kemalismo”) incluse il principio che, quando quei tentativi di restaurazione si fossero manifestati, i militari dovevano intervenire per confermare il kemalismo e riconsegnare poi il Paese alla sua normale vita democratica. Come è avvenuto più volte. La Turchia è stata una democrazia sorvegliata, ma sempre una libera democrazia di tipo occidentale, fino a far parte della Nato. Almeno, dai primi Anni Venti del Ventesimo Secolo fino al 15 del mese scorso. Da quel momento abbiamo avuto la presa del potere di Erdogan, con la sospensione della democrazia e le ondate di arresti di militari, di magistrati e d’intellettuali di cui ci parlano i giornali. 
E qui si pone una folla di domande. Come mai, mentre tutti gli altri sono andati lisci come l’olio, l’ultimo golpe è fallito, tanto miseramente e tanto velocemente? Al punto che qualcuno ha parlato di “golpe fasullo”? 
Sappiamo che Erdogan aveva già tagliato le unghie ai militari. Molti li aveva fatti processare con accuse poco credibili, mandandone parecchi in galera e rimuovendone moltissimi dal loro posto. Già allora, personalmente, mi stupii che non reagissero. Forse ormai erano meno convinti della loro missione. Fra l’altro gli Europei hanno sempre deprecato i precedenti “golpe”, e ciò benché il mondo abbia visto che i militari non intendevano instaurare una dittatura militare, ma soltanto restaurare la democrazia laica. 
Poi può darsi che Erdogan abbia sapientemente infiltrato uomini suoi nell’esercito, in modo da essere avvertito in anticipo del golpe, abbia cinicamente permesso che esso avesse inizio. Infine lo ha stroncato in circa sei ore e con la scusa dell’attacco alla democrazia si è impadronito di tutto il potere. Ha mandato in galera tutti i suoi oppositori, (inclusi i giornalisti che non lo applaudivano) ha rimosso dal loro posto decine di migliaia di funzionari di Stato, ha vietato l’espatrio di quelli di cui intende occuparsi più tardi ed è divenuto il padrone della Turchia. 
Che le cose siano andate così o no, ciò che qui interessa capire è come mai, mentre in Europa una situazione del genere ci allarmerebbe terribilmente, in Turchia ci siano manifestazioni di piazza in favore del nuovo despota. E ce ne siano addirittura in Germania, dove non manca certo l’informazione libera. Che un uomo possa desiderare di avere il potere assoluto non è notizia, che la nazione lo applauda per questo è un problema che chiede una risposta.
Il popolo turco va diviso in due parti asimmetriche. Da un lato c’è Istànbul, moderna, laica, europea, si direbbe “naturalmente kemalista”, e con essa gli intellettuali più avanzati e gli alti gradi dei militari. Dall’altro c’è la Turchia profonda: quella anatolica, musulmana al 97%, che dopo ottant’anni non ha ancora perduto la nostalgia del sultano, della religione, e del mondo cui Atatürk pose termine. Inoltre questa parte della popolazione - più bigotta, più ignorante, più superficiale, e favorita nei suoi pregiudizi dal relativo successo economico recente della Turchia -  ha interpretato le inammissibili goffaggini di Erdogan in politica estera come altrettanti successi. 
Questo governo a tendenza confessionale ha tentato, in nome della fede sunnita, di divenire la potenza egemone della regione che va dall’Egitto all’Iran. Anche per questo Erdogan ha rotto con Israele e cercato in tutti i modi di abbattere Bashar al Assad (alawita), facendo leva sullo scontento dei sunniti siriani. Per la stessa ragione Erdogan è stato alleato dello Stato Islamico, fino a far passare dalle sue frontiere tutti i foreign fighters che andavano a sud, fino a comprare di contrabbando, per finanziarlo, il petrolio di Al Baghdadi (gettando in galera il giornalista che rivelò il fatto), fino all’indecenza. Infine arrivò, per dimostrare il suo coraggio, a dare l’ordine di abbattere un jet russo (impresa che sarà stata vista dalla gente comune come un ruggito della potenza ottomana). Insomma ha commesso tanti errori che la misura è stata colma. E in tutte le direzioni ha dovuto fare una precipitosa marcia indietro.
Con l’intervento russo, il progetto di abbattere Assad è divenuto irrealistico ed è stato abbandonato. I russi aspettavano di farla pagare ad Ankara che ha dovuto così limitare di molto i propri interventi oltre frontiera. Ha subito dolorose sanzioni russe e in totale è stata costretta a riconciliarsi con Israele, chiedere scusa a Mosca e rinunciare alle proprie ambizioni di egemonia regionale.
Ma che cosa avrà saputo, che cosa avrà capito la gente delle gravi conseguenze economiche e geostrategiche degli azzardi vagamente hitleriani di Erdogan? 
Atatürk è morto e la Turchia, invece di capire che il nuovo sultano gioca col fuoco, ha visto soltanto che è orgogliosamente credente, tanto che sua moglie va in giro con quel velo la cui abolizione era stata il fiore all’occhiello di Atatürk. Erdogan del resto non ne ha fatto soltanto una scelta personale: ha revocato il divieto del velo islamico negli uffici pubblici, nelle scuole e nell’università, forse in attesa di renderlo obbligatorio, con grande soddisfazione dei bigotti. Sappiamo bene che nel mondo c’è un grande revival dell’Islàm tradizionalista.
L’inerzia dei popoli è molto più grande di ciò che si potrebbe pensare. L’idea di ammettere la Turchia nell’Unione Europea, che ho avuto anch’io, a suo tempo, è stata una balordaggine. Quel Paese è soltanto una grande Siria, una grande Giordania. Forse, fra qualche tempo, una grande Arabia Saudita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 agosto 2016




permalink | inviato da giannipardo il 4/8/2016 alle 7:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
3 agosto 2016
PER L'AMERICA O PER IL MONDO
Angelo Panebianco sostiene(1) che l’Europa è costretta a tifare per Hillary Clinton perché ciò corrisponde ai nostri interessi. In queste elezioni americane, a suo dire, si contrappongono “americanismo” (cioè isolazionismo economico e politico) e “globalismo”, cioè il mantenimento degli impegni della Pax Americana, o Impero americano che dir si voglia. Con Donald Trump Presidente “Ci sarebbe ancora una grande potenza militare ed economica, non ci sarebbe più un ordine internazionale sostenuto e guidato da quella potenza”.
Innanzi tutto, stupisce che il politologo si occupi del tifo che si può fare in Italia, per l’uno o per l’altro candidato. Nelle partite di calcio in campo ci sono soltanto ventidue giocatori e l’arbitro, ma almeno questi ventitré uomini sentono gli urli, le ovazioni o i fischi delle migliaia di persone che assistono all’incontro. Nel caso delle elezioni americane, il nostro tifo pesa – come si dice – quanto il due di coppe quando la briscola è a spade. Dunque il problema è semplicemente frivolo.
Né vale la pena di occuparsi di quei politici italiani che “dopo avere criticato per tutta la vita la leadership mondiale degli Stati Uniti, oggi tifano apertamente per il mantenimento di quella leadership”, raccontando a sé stessi la favola che questa è una scelta di sinistra.  Panebianco giustamente li irride: “Non è una scelta di sinistra. È solo la scelta giusta”. Cioè corrispondente agli interessi europei.
Ma anche questo importa poco. Sarebbe più interessante delle reazioni europee e – peggio – italiane, rispondere a questa domanda: per l’America qual è la policy giusta, quella di Donald Trump o quella di Hillary Clinton? Soltanto poi ci si potrà occupare degli interessi europei.
Per chiarire la domanda, si può partire da un caso teorico: immaginiamo che l’attacco ottomano a Vienna non si sia verificato dal 1683 al 1699, ma sia in corso attualmente e che l’Europa rischi di essere invasa dai turchi. Gli Stati Uniti dovrebbero intervenire? La risposta non è ovvia.
Chi pensa che bisogna rispondere: “Sì, certamente” è una di quelle persone che, magari dopo avere ripetutamente criticato gli interventi degli americani in varie parti del mondo, assegnano serenamente a Washington il dovere di salvare la nostra civiltà. E questo è soltanto un pregiudizio. Magari condiviso da parecchi americani, e nondimeno un pregiudizio. Ogni Stato deve agire nel proprio interesse. La volta in cui agisce per motivi morali o comunque ideali, spendendo i soldi dei contribuenti e le vite dei propri soldati, commette un chiaro errore. Se l’impresa riesce, nessuno gliene sarà grato, e tutti presumeranno che quello Stato sia stato mosso dal proprio interesse. Se l’impresa non riesce, sarà anche peggio. Le uniche guerre giustificate sono quelle nel proprio interesse, sempre che siano necessarie. 
Un buon esempio di guerra sbagliata - ma è facile dirlo, decenni dopo - è quella del Vietnam. Gli americani l’hanno combattuta per impedire che il Sud-Est asiatico divenisse comunista e alla fine si sono rassegnati: quella guerra non potevano vincerla; e in questo senso l’hanno persa. Ma era una guerra giusta? Idealmente sì: e già per questo verso era sbagliata. Battersi per la libertà altrui, che stupidaggine. Ma era sbagliata anche praticamente, sia perché gli americani non l’hanno vinta, sia perché si è dimostrata non necessaria. Si pensava che il Vietnam comunista unificato potesse divenire la longa manus della Cina comunista e invece ne è divenuto subito un oppositore, e poi, nel corso del tempo, non sono più stati comunisti né il Vietnam né la Cina. Totalitari e dittatoriali sì, comunisti no. Comunque, la democrazia è un privilegio di pochi.
Panebianco dunque non si deve chiedere se sia nell’interesse dell’Europa la vittoria della Clinton o di Trump: si deve chiedere quale sia la politica giusta per l’America. Se Trump riuscirà a risparmiare molto denaro dei contribuenti ed eviterà di far morire dei soldati americani senza che l’America sia in pericolo, sarà un grande Presidente. Ma non potrà dimenticare che gli Stati Uniti sono un Impero, e non perché lo dicono i loro avversari di sinistra, ma semplicemente perché, di fatto, hanno interessi in tutto il mondo.  Se dunque non terrà sufficientemente conto di questi interessi, sarà un pessimo presidente.
Naturalmente vale anche il ragionamento speculare: se si eleggerà la signora Rodham e lei azzeccherà tutte le mosse, applausi. Se invece sbaglierà politica, rimpiangeremo Trump. Il resto è bla bla.
Nelle elezioni americane sono in ballo gli interessi dell’America. Soltanto. Le conseguenze per tutti gli altri, noi inclusi, vanno poste al rango della meteorologia. Nel caso, possiamo soltanto aprire l’ombrello.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 agosto 2016
(1)http://www.corriere.it/opinioni/16_agosto_02/costretti-tifare-hillary-b4144c6c-581b-11e6-834e-2ef55a586913.shtml




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POLITICA
2 agosto 2016
L'ASILO NIDO
Titolo del Corriere della Sera di oggi: “Milano, botte e morsi ai bimbi dell’asilo nido: 2 arresti”. Non val la pena di leggere l’articolo, perché sarà la fotocopia dei molti, identici, comparsi su questo argomento. Forse è addirittura lecito pensare che, se i carabinieri piazzassero delle telecamere nascoste in qualunque asilo nido, constaterebbero gli stessi reati e procederebbero alle stesse denunce.
Naturalmente non c’è nessuna ragione di difendere le maestre d’asilo. Se la polizia giudiziaria, la magistratura e tutta l’Italia le condannano, è segno che sono colpevoli. Ma lo stesso è lecito avere delle curiosità. E dal momento che io non sono competente in materia, chiedo lumi a chi ne sa più di me. 
Ammettiamo che, come nel caso di cui parla il giornale, l’età dei bambini vada da uno a tre anni. Poi immaginiamo che dei bambini si comportino come non dovrebbero e vadano fermati. Si chiede quale sia il comportamento giusto: e questa è la prima, fondamentale domanda. Infatti per condannare le maestre è necessario poter dire loro: “Ecco quello che avreste dovuto fare”. 
Vanno escluse le botte, dal momento che esse fanno parte dei capi d’imputazione cui accenna il titolo del giornale. E per la stessa ragione vanno esclusi i morsi. Per analogia vanno pure escluse le scudisciate, le scariche elettriche, le punture con stiletti e ogni altro comportamento che comporti un dolore fisico. Poiché i telegiornali ne hanno parlato con scandalo, va pure esclusa l’idea di legare i bambini perché stiano fermi o chiuderli in uno stanzino per punizione. Peggio se lo stanzino è al buio. Assumiamo dunque che la maestra, per ricondurre alla ragione un piccolo selvaggio, possa soltanto parlargli. Ma quanto vale un invito verbale a un bambino di due anni, abituato a fare a casa sua tutto ciò che gli viene in mente? E come impedirgli di fare del male agli altri o a sé stesso? Alla prima domanda devono rispondere i competenti e tutti coloro che hanno avuto dei figli.
È noto che la maggior parte delle persone, quando è in collera e ancora non vuole passare alle vie di fatto, grida. Le maestre d’asilo hanno il diritto di rintronare i bambini fino a terrorizzarli (questo potrebbe rientrare nella crudeltà)? Inoltre abbiamo dimenticato che esse dovrebbero insegnare – innanzi tutto con l’esempio – che non è buona educazione gridare? Si insiste: che cosa deve fare la maestra per impedire un comportamento inammissibile?
È facile fornire degli esempi. Immaginiamo che un bambino ne morda un altro, e che non desista benché la maestra gliel’abbia cortesemente chiesto. Naturalmente, a parere di tutti, la maestra ha il dovere di intervenire. Ma come? Per separare i bambini deve usare la forza, seppure soltanto quella necessaria ad ottenere la separazione. Ma già questo è problematico. Se il bambino che prima voleva mordere l’altro si divincola, piange e si dispera, perché gli è impedito di fare ciò che vuol fare, fino a dar luogo ad una scena che, vista dalla telecamera, sembra di violenza inammissibile, che cosa deve fare la maestra? Questa è la seconda domanda.
Ammettiamo che la maestra sia inflessibile nel vietare al bambino di mordere la sua vittima, e lo trattenga, e che nel frattempo un terzo bambino ne morda un quarto, che cosa dovrà fare, la donna? Se lascia il primo sarà morsicato il secondo. Se non lo lascia, sarà morsicato il quarto. Immaginiamo allora che le maestre d’asilo siano due. Ambedue i bambini che rischiavano di essere morsicati sono salvi. Ma ce n’è un quinto che, presa una sedia, cerca di scalare la finestra, probabilmente per buttarsi giù dal terzo piano. È ovvio che bisogna intervenire. E ci vorrà una terza maestra. Così come, moltiplicando gli esempi, si potrà arrivare a dire che ce ne vuole una quarta, una quinta, ed anzi una per ogni bambino. È questa la cosa da fare? Ecco la terza domanda.
Ma qualcuno potrebbe dire che questo testo è una sequela di assurdità. E potrebbe anche avere ragione. Si è opportunamente cominciato col dire che chi scrive non è un competente. E tuttavia è nozione comune che, per modificare il comportamento altrui, o si opera con gli incentivi, o, non essendo questi sufficienti, con le sanzioni. Quali sono le sanzioni da adottare nei confronti dei bambini che percuotono gli altri bambini, li mordono, impediscono loro di giocare, gridano continuamente a squarciagola, vogliono giocare con le prese di corrente, vogliono lanciare oggetti contro i vetri delle finestre, si ostinano a sottrarre agli altri bambini i loro giocattoli, vogliono andar via dalla stanza o addirittura dall’asilo e vogliono fare qualunque cosa che, a parere dei genitori degli stessi bambini, la maestra avrebbe dovuto loro vietare di fare? E questa è la quarta ed ultima domanda. 
Io personalmente non sono tenuto a rispondere. La soluzione devono darla i competenti. Quelli che hanno avuto figli. E soprattutto quelli che poi li hanno affidati all’asilo nido. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
1 agosto 2016




permalink | inviato da giannipardo il 2/8/2016 alle 5:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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