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POLITICA
31 luglio 2016
IL SACRISTA IN SOGLIO


Se la Chiesa esiste ancora, è perché è sempre stata guidata da miscredenti. Affermazione paradossale? Fino a un certo punto.
Da sempre la Chiesa ha diffidato di coloro che credono che tutto il Cristianesimo sia nei Vangeli. Da Origene agli albigesi e ai teologi da salotto, li ha condannati tutti ed ha riservato a sé - in particolare al Pontefice, in quanto sommo rappresentante della Chiesa docente - l’insegnamento della dottrina. Il divieto della libera interpretazione della Sacra Scrittura, Vangeli inclusi, è infatti uno dei cardini del Cattolicesimo. Mentre i Protestanti, che quella libertà se la sono presa, si sono poi scissi in mille sette.
La Chiesa ha fatto ciò perché ha visto che i Vangeli si prestano ad interpretazioni contraddittorie. L’Eucarestia è una cerimonia del ricordo (“Farete questo in memoria di me”), o nell’ostia c’è veramente il corpo di Cristo? Certe affermazioni vanno prese alla lettera (“Porgete l’altra guancia”) o sono poetiche esagerazioni?
La Chiesa ha da sempre avuto il buon senso di adottare tacitamente un “double standard”. Finché si predica, finché si parla a fedeli ferventi e ingenui, va bene anche l’interpretazione letterale o poetica. Ma quando bisogna affrontare problemi reali, quando si fa sul serio, non scherziamo, il vangelo è il buon senso. 
Perfino fra i santi c’è questa dicotomia. Benedetto intimava “ora et labora” (prega e lavora), Francesco d’Assisi aspettava che Dio gli fornisse il saio e la pagnotta, mentre a Roma era evidente che, se nessuno avesse tessuto il saio, e nessuno avesse cotto la pagnotta, Dio avrebbe lasciato morire di fame quel demente di Francesco.
La Chiesa ha avuto il più grande rispetto per santi come Benedetto o Tommaso d’Aquino, ed è sempre stata piena di sospetto per tutti coloro che “esageravano”: fino a mandare al rogo Savonarola. Ancora oggi, quando si parla di miracoli è tendenzialmente scettica. Non perché sia veramente sicura che essi siano impossibili, quanto perché reputa molto più probabile che siano frutto d’imbrogli. E non vuole correre il rischio di essere ridicolizzata. Per prudenza, i miracoli preferisce non riconoscerli o li riconosce molti anni dopo, quando nessuno avrà la possibilità di verificarli. Semplice buon senso. 
I fedeli che hanno sufficiente spirito critico si sono sempre stupiti del realismo del Vaticano(1). Le folle sono capaci di acclamare Padre Pio come santo, mentre il Papa, a sentir parlare di qualcuno che dice d’avere le stimmate, è più che allarmato. I saggi reggitori di quella antica organizzazione hanno più fede nel buon senso che nel magico e nel divino.
Sappiamo che Matteo e Luca riportano le parole di Gesù, secondo cui gli uomini non si devono preoccupare di ciò che mangeranno o dei vestiti con cui si copriranno, perché queste cose non sono importanti: pensino a seguire il messaggio del Maestro e Dio provvederà al resto, come provvede al sostentamento di piane e animali. Ora immaginiamo che un grande predicatore, prendendo queste parole alla lettera (e perché non dovrebbe? Forse che Cristo scherzava?) inviti una folla di credenti a riunirsi in una grande spianata per cantare e pregare insieme a tempo indeterminato, essendo evidente che Dio prima o poi li provvederà del necessario. L’ipotesi non è assurda: un predicatore, il reverendo Jones, nella Guiana riuscì a convincere più di ottanta persone a suicidarsi contemporaneamente.
Dunque abbiamo una gran folla riunita che ha sempre più fame, e il predicatore che esorta tutti ad avere fede. Poi qualcuno si sente male, presto i malati sono sempre più numerosi e qualcuno, più debole, comincia a morire. Sarebbe strano che la Chiesa, se fosse informata in tempo, disapprovasse l’impresa? Infatti ne potrebbe risultare o che Gesù non parlava sul serio, o che tutta la faccenda della Divina Provvidenza è una bufala. 
Da un lato la gente ascolta rapita le parabole del vangelo, dall’altro, nel chiuso della Santa Sede, i cardinali non hanno mai creduto seriamente alla storia dei gigli vestiti meglio di Salomone. Sono gli organi sessuali di quelle piante e vogliono soltanto attirare gli insetti impollinatori. Quanto ai corvi, piuttosto che mangiare gratis, volano dalla mattina alla sera per procurarsi il cibo. 
I santi mistici prendono tutte le parole del Vangelo sul serio, e se guidassero la Chiesa provocherebbero disastri irreparabili. Invece i credenti di buon senso – sempre che siano credenti -  guidano la Chiesa con mano ferma, e tengono conto della realtà com’è. Certo non come la vedeva un predicatore di duemila anni fa, che per giunta finì male.
Nel XVI secolo un monaco di eccezionale erudizione e dotato di uno straordinario senso dell’umorismo, tale François Rabelais, illustrò la tesi che qui si sostiene con un aneddoto indimenticabile. I ladri erano andati a vendemmiare nella vigna del convento e i monaci, non sapendo che fare, si erano riuniti nella cappella per pregare. Uno di loro, Frère Jean des Entommeurs, li spronava invece ad agire. Quello non era il momento del servizio “divin” (divino), ma del servizio “du vin” (del vino). E visto che non gli davano ascolto, questo don Camillo nato con quattro secoli di anticipo, prese un palo, andò nella vigna e fece strage dei ladri.
Ora i giornali (uno per tutti, il Corriere, 2), riferiscono della fronda di molti credenti (fino al livello dei cardinali) nei confronti di Papa Bergoglio. Francesco, checché si pensi di lui, è al posto sbagliato. Proprio perché parla e si comporta come un certo tipo di santi e non fa parte della Chiesa del buon senso. Col rischio che, una volta o l’altra, la stessa Chiesa, a forza di essere mistica e santa, possa non esserci più.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 luglio 2016
(1)Una sapida barzelletta. Dio diede un’occhiata alla terra, per vedere come andassero le cose, e gli occhi gli caddero su una miniera di carbone in cui degli uomini scarni, sporchi e sudati, faticavano per ore. “E che fanno?”, chiese a S.Pietro. “Si guadagnano il pane col sudore della fronte. Non è quello che Vostra Maestà ha detto ad Adamo?”. Dio ebbe un moto di stizza: “Ma non in questo modo! Io scherzavo”. 
Poi guardò altrove, e vide i vescovi, in tutti i loro lussuosi paramenti, comodamente seduti, in Concilio. “E questi chi sono?”, chiese a Pietro.
“Questi, Sire, sono quelli che hanno capito che Vostra Maestà scherzava”.
(2)http://www.corriere.it/cronache/16_luglio_30/i-tradizionalisti-contro-francesco-auschwitz-3103d840-55ca-11e6-af7a-c71c10cda3a8.shtml




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ECONOMIA
30 luglio 2016
LA GIUSTIZIA ECONOMICA
L’espressione “giustizia economica”, sentita più volte, è molto interessante. Infatti le due parole tendono ad essere in conflitto. La giustizia è un ideale, un “dover essere” (Sollen, in tedesco), mentre l’economia è una scienza di osservazione, indica cioè come le cose vanno (“Sein”, in tedesco). Al punto che, se la si vuole indirizzare, lo si può fare soltanto obbedendo comunque alle sue leggi. Come diceva per la scienza Bacone: “Naturae non imperatur nisi parendo”, alla natura non si comanda se non obbedendole.
Anche quando, per un fine di giustizia o di altro genere, si vuole raggiungere un risultato non economico, è lo stesso all’economia che si chiede qual è il modo migliore di raggiungerlo. In guerra, contrariamente alla vita normale, si può essere interessati a provocare la massima distruzione di ricchezza, e dunque si chiede all’economista quale bene del nemico suggerisce di distruggere. E ciò conduce ad un corollario di grande valore: l’economia produce la massima quantità di ricchezza quando la si lascia libera di operare, addirittura sanzionando quei comportamenti (come i “cartelli” fra i grandi produttori, il “dumping” e in generale la concorrenza sleale) che danneggiano quella libertà. Normalmente l’ingresso della “giustizia” nell’“economia” avviene a spese di quest’ultima. Anche se si fa ciò per un fine che si reputa più importante della normale produzione di ricchezza, la cosa non impedisce che si violino le regole della produzione di ricchezza.
Il fenomeno è molto più corrente di quanto non si pensi. Già lo Stato non può finanziarsi che attraverso la tassazione, e la tassazione, mentre è un’assoluta necessità - perché una nazione non potrebbe fare a meno delle strade, dell’amministrazione della giustizia o dell’esercito - dal punto di vista economico è una rapina nei confronti del singolo. Si può perdonare all’erario per quanto riguarda il necessario, purtroppo però esso poi va molto, molto oltre.
Il concetto di “giustizia economica” di primo acchito non può che meritare approvazione. Si pensa subito a programmi come “il doveroso sostegno ai meno fortunati”, “il cambiamento degli iniqui parametri economici tra datori di lavoro e prestatori d’opera”, “la ridistribuzione della ricchezza”, e altre cose bellissime. Ma è come quando si parla del “potere del popolo”. Nessuno osa andare contro questo concetto ma poi, nella pratica delle rivoluzioni, esso si traduce nell’arbitrio di qualche fanatico, magari fino a far scorrere fiumi di sangue innocente. Dunque è bene vedere più da vicino come stiano realmente le cose.
Poniamo il caso che una legge stabilisca che per lo stesso lavoro – per esempio l’insegnamento della matematica nelle Scuole Medie Superiori – lo stipendio sia maggiore se il docente è un uomo, e minore se è una donna. Dal momento che sia la prestazione lavorativa, sia la qualificazione di chi opera sono identiche, la differenza si giustifica soltanto con l’assurdo pregiudizio che una donna, qualunque donna, sia comunque inferiore ad un uomo, qualunque uomo, e fornisca dunque una prestazione inferiore. Qui dunque non si tratta di un’ingiustizia economica, ma di un’ingiustizia sociale con conseguenze economiche.
Facciamo ora il caso di un elettricista che, per la sua prestazione di un’ora, richieda quaranta euro. Considerando che si reca nel domicilio del cliente, guadagna venti euro l’ora. Invece il noto gastroenterologo, per una visita nel suo studio della durata di meno di un’ora, chiede centoottanta euro. Anche considerando che ha delle spese (fitto per lo studio, infermiera, ecc.) lo squilibrio rimane. Si tratta di un’ingiustizia economica? Certamente no. Il malato va dal gastroenterologo di propria spontanea volontà e nel proprio preciso interesse. Reputa dunque – secondo i principi dell’economia – che la prestazione fornita dal professionista valga di più della somma che chiede per essa. 
Per completare il quadro, immaginiamo che l’elettricista abbia quattro figli e non riesca a provvedere alle esigenze della sua famiglia, mentre il medico è scapolo e non sa come spendere i suoi soldi. Secondo qualcuno, per “giustizia economica”, si dovrebbero aumentare le imposte del professionista per fornire un sussidio all’elettricista. È un’idea plausibile? Certamente sì, all’unica condizione che la si chiami “giustizia sociale”, “giustizia morale”, “giustizia socialista”, perfino, ma non “giustizia economica”. Perché economicamente è un’ingiustizia. Il professionista non ha alcun dovere, nei confronti dell’elettricista, salvo quello di provare a guarirlo. 
La giustizia economica è quella che risulta dalla libertà economica. E quando il fisco esagera per motivi morali, come in Italia, la conseguenza può essere la recessione e l’impoverimento dell’intera nazione. Economiae non imperatur nisi parendo.
Il concetto di giustizia è estraneo all’economia e ogni intervento della giustizia corrisponde ad una violazione delle regole economiche. Si può accettare questo intervento per scopi superiori, ma moralmente, politicamente superiori, certo non economicamente. 
In sintesi, giustizia giusta, o economia economica, ma né giustizia economica, né economia giusta.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 luglio 2016




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POLITICA
29 luglio 2016
BANALI OVVIETA' SUI POSTI DI LAVORO
I partiti politici, in occasione delle elezioni, promettono che creeranno posti di lavoro. I partiti d’opposizione rimproverano al governo di non avere creato posti di lavoro. Tutti accoppiano al rilancio dell’economia la necessità che siano creati posti di lavoro. Tanto che si arriva a rimproverare ad un’impresa la diminuzione degli addetti, sostituendoli con macchine, robot e computer: perché così vengono meno dei posti di lavoro. Questo comportamento viene addirittura considerato immorale. 
Tutte queste genuflessioni dinanzi ai posti di lavoro rischiano di risultare da un fraintendimento. Non si può essere contro i mattatoi e nel frattempo voler trovare nei supermercati i tagli di carne già pesati, prezzati e avvolti nella pellicola. Il principio generale è che chi vuole l’effetto, deve volerne anche la causa.
Sembra evidente, e tuttavia è esattamente ciò che avviene quando si parla di posti di lavoro. Molti vorrebbero i salari senza che ci sia qualcuno che ha interesse a pagarli. La carne in centro senza i mattatoi in periferia. Tutti desiderano che ci siano dei posti di lavoro, troppi sono scontenti all’idea che l’imprenditore, assumendo degli operai, ci guadagni. Da bravi comunisti inconsci considerano quel profitto un furto e fanno sì che la macchina s’inceppi.
Il lavoro subordinato nasce dall’incontro di due convenienze: qualcuno, per guadagnare, ha interesse che qualcun altro lavori per lui; e qualcun altro, per guadagnare, ha interesse a prestare la propria opera. Si noti al passaggio che, cronologicamente, viene prima l’interesse del datore di lavoro, e non ci può essere un dopo se prima non c’è questo presupposto: prima l’allevamento, poi la carne al supermercato. 
Se poi il fenomeno è stabile - nel senso che continuativamente qualcuno richiede una prestazione e continuativamente qualcun altro la offre - si ha il famoso “posto fisso”. E da queste ovvietà discendono conseguenze più importanti del previsto.
Salvo ci sia la schiavitù, il lavoro subordinato non può aversi se c’è soltanto l’interesse di uno. Se si ha bisogno di lavoranti e non ne se ne trovano, il rapporto di lavoro non può nascere. E ciò può avvenire anche in un momento di alta disoccupazione: i panettieri hanno sempre difficoltà a trovare salariati, perché il loro lavoro comincia in piena notte, quando la maggior parte delle persone preferisce dormire. Analogamente, la disponibilità al lavoro dei disoccupati, non si tradurrà in occupazione se non ci sarà qualcuno che avrà interesse alla loro prestazione. Al punto da essere pronto a pagarla. 
Sarò banale, ma bisogna ribadirlo: in tanto si può avere un posto di lavoro in quanto ci sia un datore di lavoro che ha bisogno di un lavoratore e un prestatore d’opera che ha bisogno di lavorare. Se manca questo interesse, sarà soltanto demagogia invocare la “creazione di posti di lavoro”. Solo Dio, a quanto dicono, è capace di creare qualcosa ex nihilo. 
Se, con un eccesso di ostacoli e di tassazione, sottraiamo al datore di lavoro il profitto, cioè l’interesse per il quale richiederebbe la prestazione degli operai, fatalmente verranno meno anche i posti di lavoro. E addirittura potrà avvenire che mentre l’operaio fa la fame, l’imprenditore consegua lo stesso il proprio profitto, perché chiuderà la fabbrica in un Paese e andrà ad aprirla altrove. Se glielo vietiamo certo non potrà farlo, ma non per questo aprirà la fabbrica dove rischia di rimetterci.
 Da molti decenni in Italia è di moda confiscare il profitto dell’imprenditore e poi lamentarsi della disoccupazione. Un po’ come togliere la benzina dal serbatoio e stupirsi che l’automobile non corra lo stesso. 
A questo schema fa eccezione lo Stato, il quale non agisce per fini di lucro e così, purtroppo, non ha preoccupazioni di redditività. Dunque è capace di assumere dipendenti in soprannumero, per fini elettoralistici, che poi paga attingendo al prelievo fiscale. In questo modo fa aumentare i posti di lavoro improduttivi o poco produttivi, aumentando le tasse su quelli produttivi, che devono finanziare tutta la baracca. E quando infine esagera, il risultato è che diminuisce l’interesse dei datori di lavoro a produrre ricchezza (visto che in buona parte gliela sequestrano), fa chiudere le imprese e in conclusione ecco la famosa disoccupazione. 
Non se ne esce. Direttamente o indirettamente i posti di lavoro li crea la convenienza ad assumere, cioè il profitto. Se si vuole che la macchina si metta in moto, le esortazioni e le teorie economico-politiche non sono un’alternativa valida alla benzina.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 luglio 2016 




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POLITICA
28 luglio 2016
IL DIRITTO COME FOLLIA
Se vivete in un mondo in cui tutti, dalla mattina alla sera, vi ripetono che il Sole è quadrato, è bene che ogni volta voi vi ripetiate, mentalmente: “No, il Sole è rotondo”. Diversamente rischiereste di abituarvi all’idea che il Sole sia quadrato. È per preservare e confermare il nostro retto pensiero che gli errori frequenti vanno costantemente raddrizzati. Se sentiamo mille volte “piuttosto” nel senso di “come anche”, mille volte dobbiamo effettuare mentalmente la correzione. “A me non convince, a me disturba, a me irrita” vanno immediatamente tradotti in: “Non mi convince, mi disturba, mi irrita”. Quanto meno, cosa non obbligatoria, se si vuol far parte di coloro che parlano e scrivono in buon italiano. 
Un meccanismo analogo vale anche in campo economico e politico. Se qualcuno dice che “gli imprenditori dovrebbero sentire il dovere di…” bisogna ripetere a sé stessi che il principio indefettibile è che gli imprenditori, esattamente come gli operai, hanno sempre fatto e sempre faranno soltanto il loro interesse. Ogni volta che in politica nazionale o internazionale qualcuno fa appello al diritto, bisogna mentalmente porre la domanda: “Costui ha la forza di farlo valere? Può ricorrere ad un’autorità che abbia la forza e la voglia di far valere quel diritto?”  E se la risposta è no – come è la regola nel diritto internazionale – bisogna giudicare sciocca oppure in malafede quella richiesta. 
L’occasione di ribadire per l’ennesima volta la necessità di questo elementare realismo la offre il governo palestinese di Ramallah, per come riferisce un articolo di Davide Frattini(1). 
Nel 1917, in previsione dell’imminente sconfitta di Istanbul, l’Inghilterra e la Francia concordarono lo smembramento dell’Impero Ottomano e si divisero le zone d’influenza nel Vicino Oriente. Concordarono anche la creazione di nuovi Stati (per esempio l’Iraq) e, poiché c’era il problema degli ebrei di Palestina, lord Arthur Balfour sintetizzò così il punto di vista di Londra: “Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. Questa famosa “dichiarazione” è da sempre considerata la fonte della legittimità dell’esistenza dello Stato di Israele. 
In seguito l’Onu – siamo dopo la Seconda Guerra Mondiale – propose la creazione di uno Stato ebraico (assurdo, perché spezzato in due parti) accanto alla Giordania (la “Palestina” è sempre stata un’espressione geografica) e, malgrado tutto, la proposta fu accettata dagli ebrei. Non dagli arabi i quali, non appena lo Stato di Israele fu proclamato, lo attaccarono per distruggerlo. Benché molto più deboli, sulla carta, e con un esercito raffazzonato, gli israeliani vinsero la guerra e da allora esiste Israele. Questa fu chiamata la Nabka, la catastrofe, da quegli stessi arabi che oggi vorrebbero due Stati, uno palestinese e uno israeliano.
Israele non chiedeva che di vivere in pace nei confini assegnati dall’Onu, o almeno da quelli risultati dalla guerra del 1948, ma nel 1967 la coalizione di tutti gli arabi del mondo (o poco meno) attaccò di nuovo Israele, con l’intenzione di distruggerlo, ed ottenne soltanto che Israele invadesse l’intera Cisgiordania (alla cui sovranità la Giordania poi rinunciò) e la Striscia di Gaza (alla cui sovranità poi l’Egitto rinunciò). Da allora nulla è cambiato.
Ora il governo di Abu Mazen, per bocca del suo ministro degli esteri Riad Al Malki, chiederebbe all’Inghilterra il risarcimento per i danni provocati ai palestinesi dalla Dichiarazione Balfour. La quantità di errori che si possono identificare in questo episodio è notevole.
In primo luogo, se i palestinesi reputano che la legalità internazionale rappresentata dall’Onu sia cogente, come spiegano che nel 1948, invece di dare esecuzione alla sistemazione prevista, cercarono di annullarla distruggendo Israele?
E se al contrario credono normale ricorrere alla forza (come hanno ripetutamente fatto nel 1948, nel 1967 e nel 1973), e per conseguenza avrebbero reputato legittima la situazione risultante da una loro eventuale vittoria, come mai non reputano legittima l’esistenza di Israele, ottenuta anch’essa con la forza, e per giunta a seguito di guerre puramente difensive?
Il Ministro palestinese ha così sintetizzato la sua lamentela: “Sulla base della promessa fatta da una parte che non possedeva questa terra a una che non la meritava migliaia di ebrei europei sono venuti ad abitare in Palestina”. Innanzi tutto avrebbe dovuto dire “migliaia di altri ebrei”, perché gli ebrei in Palestina c’erano già. Poi è vero che l’Inghilterra non “possedeva” (strano verbo, in politica internazionale) quella terra, ma non la possedevano neppure i palestinesi. E neppure la Turchia, il cui Impero era stato destinato alla dissoluzione. Qualcuno ogni tanto dovrebbe ricordarsi che c’è stata la Seconda Guerra Mondiale.
Quanto alla “parte che non la meritava”, si potrebbe chiedere a quel ministro come dimostra chi la meritava, e comunque che peso abbia in politica internazionale il “meritare” qualcosa. I palestinesi dimenticano che tutto è avvenuto a conclusione di guerre e, come si sa, l’assetto ad esse conseguente è quello deciso dai vincitori. 
L’episodio è risibile, ma sintomatico della confusione mentale che regna nel mondo (e dell’Italia neppure parliamo). Non è strano che Frattini concluda ironicamente: “Un analista ieri ricordava che un paio di anni fa anche gli egiziani avevano pensato agli indennizzi per la Storia, dagli ottomani al protettorato britannico. Agli israeliani avrebbero domandato i danni per le Dieci Piaghe”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 luglio 2016
(1)http://www.corriere.it/cultura/16_luglio_27/balfour-focolare-ebraico-mossa-palestinesi-dd4f52ae-5355-11e6-ae43-c1c76a863041.shtml




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POLITICA
27 luglio 2016
L'AGNELLEONE EUROPA
Un articolo di Ernesto Galli Della Loggia(1), per molti versi difficile, si conclude con un paragrafo sufficientemente chiaro. Chiaro se lo si legge almeno due volte. Eccolo in due versioni: in originale, e sintetizzato dal sottoscritto.
“Fatti oggetto a vario titolo, negli ultimi trent’anni (ma naturalmente tutto è cominciato assai prima), di una delegittimazione ideologico-culturale sempre più penetrante, l’impiego della forza, la dimensione dello Stato, e il Cristianesimo, più in generale il nesso religione-società, sono stati messi più o meno del tutto fuori gioco. In certo senso sono virtualmente – e agli occhi di molti «semplici», sospetto, inspiegabilmente – scomparsi dall’orizzonte sia pubblico che privato. È stata per gran parte l’opera di élite superficialmente progressiste, di debolissima cultura storica e politica, succubi delle mode, le quali hanno così creato un vuoto culturale e sociale enorme. Quel vuoto che da tempo forze torbidamente eterogenee hanno facilità a cercare di riempire con le loro ricette il più delle volte improbabili ma dalla presa emotiva potenzialmente sempre più forte”.
Cioè: “Le élite di sinistra, superficialmente progressiste e di debolissima cultura storica e politica, hanno delegittimato l’impiego della forza, lo Stato, e il Cristianesimo. Li hanno fatti scomparire dal nostro orizzonte mentale, fino a creare un vuoto culturale e sociale enorme”. La diagnosi è giusta. Manca però l’eziologia.
Non è detto che il fenomeno sia stato provocato dall’élite di sinistra, “superficialmente progressista”. È piuttosto verosimile che, essendo da sempre tendente all’utopia, la sinistra si sia naturalmente trovata in sintonia con il tipo di mentalità che si è avuta in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza di questa guerra costituisce il principio fondante della storia recente. 
La Prima Guerra Mondiale ha costituito un tale disastro, una tale tragedia, e soprattutto un tale salasso, che il continente ne è uscito spossato e ben deciso a non rivivere quell’incubo. I francesi chiamavano quella guerra l’ultima delle ultime, e invece undici anni dopo l’orrore è ricominciato, per colpa di un dittatore di destra. Quello che nessuno poteva immaginare era che questa guerra sarebbe stata, a parte il numero dei morti, ancor più disastrosa della precedente. La Prima ebbe come principale conseguenza il dissolversi dell’Impero Austro-Ungarico, la Seconda provocò il massacro di centinaia di migliaia di civili, la distruzione di intere grandi città, declassò la Francia a potenza di seconda categoria, pose fine all’Impero Britannico e rese mezza Europa schiava di un altro dittatore sanguinario.
Se dunque dopo il 1918 si stramaledisse l’“inutile strage”, la lista degli anatemi si allungò di molto dopo il 1945. Il programma di tutti recitò: mai più guerra, a costo di tenersi indefinitamente delle frontiere cervellotiche e ingiuste. Mai più “destra”, perché di destra era Hitler. Mai più persecuzione delle minoranze, fino ad arrivare al matrimonio degli omosessuali. E il ricordo della Shoah quasi castrò i tedeschi. Mai più violenza, per nessuna ragione.
La società europea è divenuta pacifista fino all’orrore delle armi e della stessa autodifesa. Anticolonialista, e anzi piena di scrupoli per non esserlo sempre stata. Ostile alle ideologie, visto ciò che avevano combinato comunismo, fascismo e nazismo: anche se s’è sempre avuto un occhio di riguardo per il comunismo, perché suppostamente di sinistra. Ostile alla religione, perché un pensiero risoluto è stato visto come “violento”: “Chi siamo noi per dire che la nostra fede è la vera, e le altre sono superstizioni?” Oggi una simile affermazione non sarebbe strana in bocca a Papa Francesco. Come se non bastasse, abbiamo avuto la fortuna di poter applicare questi principi, nel più lungo periodo di pace che si ricordi nel continente. E poiché abbiamo anche goduto di una notevole prosperità, ci siamo vieppiù convinti di alcuni dogmi: le guerre si possono sempre evitare; le armi sono inutili; la forza è inutile, anzi dannosa; fra l’altro, se proprio fosse necessaria, la userebbero gli amerikani, nel nostro interesse; la religione è solo un’occasione di divisioni e di contrasti, dunque è meglio adottare una sorta di sincretismo benevolo; il tutto fino a condurre al “vuoto culturale e sociale” di cui parla Della Loggia. 
Se gli europei avessero continuato a studiare e soprattutto a capire la storia, non avrebbero mai dimenticato che la guerra è iscritta nel Dna umano e che prima o poi torna. Che essa è una cosa tremenda, ma più tremenda per chi la perde. E soprattutto che, se per sposarsi bisogna essere d’accordo in due, per provocare una guerra basta che lo voglia uno soltanto.
Mettendo insieme tutte queste cose abbiamo una società che fa pensare ad un vecchio film di Walt Disney. Un cucciolo di leone, rimasto orfano, fu adottato dalle pecore. Naturalmente, crescendo con l’imprinting di pecora, si sentiva e si comportava da pecora. Infatti si chiamava Abele. Soltanto quando vide che i lupi stavano per uccidere la pecora che considerava sua madre ritrovò inopinatamente il suo istinto, gli scappò un enorme ruggito, e l’Agnelleone Abele divenne il grande protettore del gregge. L’Europa riuscirà mai a ruggire di nuovo?
La convinzione corrente, di fronte all’infinita serie di attentati di matrice islamica, è che i nostri governanti siano incapaci di adottare le opportune difese. Ma è una calunnia. Se essi approntassero le opportune difese, avrebbero tutti contro. Come, vietare il culto musulmano? Impossibile. Anche se è possibile che sia vietato il Cristianesimo in Arabia Saudita, e non parliamo di come sono trattati gli ebrei. Come, espellere tutti i musulmani? Anatema! Come se non fosse vero che i maghrebini hanno espulso tutti i francesi d’Algeria e tutti gli italiani di Libia. Sempre per non parlare degli ebrei. Come, bombardare a tappeto Raqqa o Mosul, uccidendo migliaia di civili per rappresaglia contro i nostri morti del Bataclan o della Promenade des Anglais? Assurdo. Anche se è quello che abbiamo fatto, proprio noi europei, durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli inglesi hanno bruciato vivi i profughi di Dresda, facendo più morti che a Hiroshima.
L’Europa, ignara del suo passato, galleggia fuori dal tempo. La guerra le sembra un evento nuovo e imparabile, e crede che la migliore risposta, dopo tutto, sia la preghiera, come suggerisce Papa Francesco. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 luglio 2016
http://www.corriere.it/opinioni/16_luglio_26/spaesati-deboli-noi-europei-paura-declino-50b258f4-5298-11e6-9335-9746f12b2562.shtml




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POLITICA
26 luglio 2016
LA WELT DICE BRUTALMENTE LA VERITA'
"L'Italia si avvia a divenire un failed state".
C’è un articolo della Welt che è troppo interessante per non parlarne agli amici. Purtroppo è troppo lungo (2.055 parole) per tradurlo. Chi può leggere il tedesco potrà farlo direttamente(1). Agli altri mi permetto di offrire la traduzione di alcuni passaggi. Già l’occhiello è significativo. 

“Un Paese sull’orlo del burrone”

L’ITALIA SI AVVIA A DIVENIRE UN “FAILED STATE”

Di Jan Dams, Anja Ettel, Martin Greive, Constanze Reuscher, Holger Zschäpitz

Il testo comincia meravigliandosi che Wolfgang Schäuble, che di solito si esprime con severa pesantezza, parlando dell’Italia divenga diplomatico e quasi ottimista. Il fatto è “che la grande Italia non può essere costretta, come il Portogallo o la Grecia, a cambiare comportamento attraverso pubbliche umiliazioni”. “Se l’Italia cappotta, cappotta il progetto europeo”. “Da molti anni l’Italia è la profezia negativa dell’Europa”, è “il malato d’Europa”. “Per molti osservatori è un Paese che si avvia a divenire un ‘failed state’, nell’eurozona”. 
 “Ma d’altra parte il Paese è anche quello che fino ad oggi è riuscito a cavarsela, in tutte le crisi. Se i tedeschi avessero lo stesso caos nel campo politico, probabilmente sarebbero da tempo impazziti. Al contrario gli italiani hanno imparato a cavarsela malgrado tutte le deficienze e sono saliti, con grande stupore del resto dell’Europa, al livello di benessere del continente. In ogni caso, fino ad ora. Perché l’Italia è sul bordo del burrone, che possibilmente è più profondo che mai prima, nella sua storia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Chi vuole sapere quanto terribile sia la situazione, dovrebbe leggere il più recente report sull’Italia del Fondo Monetario Internazionale. Vi si parla di ‘sfide monumentali’. “Il Paese potrebbe ritrovare una produttività economica come quella che aveva prima che scoppiasse la crisi finanziaria del 2007 soltanto fra circa un decennio”.
 “Il grande pericolo viene dal degrado del sistema bancario”. “Certo le autorità italiane obiettano che molti crediti sono muniti di garanzie immobiliari. Ma il problema è che il Paese da molto tempo è impantanato in una crisi immobiliare strisciante”. E così anche le garanzie immobiliari, essendo caduti i prezzi, “ne risultano erose.
 “I suicidi in Italia sono divenuti un grande indicatore della crisi. Il loro numero dal 2006 continua a salire e secondo l’organizzazione industriale OECD sono arrivati nell’anno 2012 alla percentuale del 6,3 suicidi per 100.000 abitanti”. Poi viene raccontato il suicidio di un pensionato che ha perduto tutto col fallimento della Banca Popolare di Vicenza, e ci si chiede: “Casi singoli? Dieci anni di stagnazione e tre anni di recessione hanno rovinato il benessere, i risparmi, i posti di lavoro e le forze economiche dell’Italia. Il degrado del sistema bancario - che il Fondo Monetario Internazionale vede come problema principale, è soltanto la stazione d’arrivo di una crisi strutturale dell’economia italiana”.
Infatti “Molti problemi hanno soltanto un rapporto indiretto con la crisi del 2008”. Le crisi “rafforzano i sintomi, ma i veri problemi esistono da molto più tempo: corruzione, mafia, economia sommersa, evasione fiscale, un’escalation del Welfare State e delle sovvenzioni, una burocrazia pigra e il nepotismo”.
Si parla anche di quelli che noi abbiamo chiamato “i furbetti del badge”, e di quello che ne passava parecchi con un cartone in testa. Addirittura, riferisce la Welt, in un comune campano la polizia ha arrestato 23 dei 60 impiegati dell’Amministrazione Comunale, tanto che “il sindaco, Pietro Carotenuto, si lamenta: ‘Corriamo il rischio di dover chiudere l’intera baracca’.
Probabilmente aneddoti divertenti, che però indicano lo sbriciolamento di uno stato importante per l’UE. E in Italia ci sono sempre stati. Soltanto che la situazione del Paese non è mai stata difficile come attualmente. Così molti privati risparmiatori, a causa dei bassi interessi pagati sul conto corrente bancario, hanno investito il loro denaro in obbligazioni della banca. E questa è una specialità dell’Italia. Più di duecento miliari di euro sono stati così affidati dagli investitori alle loro banche. E questo potrebbe avere conseguenze spaventose. Infatti le nuove normative europee per la sistemazione delle banche dissestate prevedono che i creditori debbano partecipare con i loro depositi al risanamento degli istituti bancari praticamente falliti”. Come si è visto a Cipro. “Se le regole fossero esattamente applicate, anche in Italia una grande parte del denaro sparirebbe. Sono in gioco per lo meno trentuno miliardi di euro dei privati risparmiatori in euro, secondo la valutazione del Fondo Monetario Internazionale”. “Per coloro che hanno fondato su quel denaro la loro assicurazione contro la vecchiaia, questo è un incubo”.
Matteo Renzi “ha convocato un referendum costituzionale per ottobre ed ha legato ad esso il suo destino politico”. La consultazione dovrebbe servire ad abolire il senato, ma “gli italiani potrebbero utilizzare il referendum per dargli una lezione”. “Il referendum è un momento decisivo per la storia della nazione, e perfino per la storia dell’Europa, dice Gilles Moec, capo economista europeo della Bank of America. Se fallisce Renzi, c’è la minaccia di nuove elezioni, e in questo caso il movimento anti-europeo Cinque Stelle potrebbe arrivare al potere. 
Molti italiani rendono l’euro colpevole della loro miseria economica. Prima della sua introduzione” essi risolvevano le loro crisi svalutando la lira. “E come conseguenza la valuta italiana fra il 1971 e l’inizio dell’euro perdette più dell’80% del suo valore rispetto al marco tedesco”. “Soltanto con l’introduzione dell’euro il modello è andato a pallino. Da allora il Paese è fermo in una stagnazione di lunga durata. E le conseguenze sono amare. Il gap rispetto al benessere economico dei tedeschi corrisponde, a testa, a 12.000 dollari l’anno”.
“Al riguardo le cifre ufficiali non mostrano ancora la vera misura del malessere. Negli anni scorsi è stata introdotta nella statistica regolare una parte dell’economia sommersa. Senza questo aumento artificiale il Paese si presenterebbe ancora più debole”. 
“Jörg Krämer della Commerzbank considera l’Italia il membro più debole nella catena delle grandi nazioni europee”. “Dobbiamo dire addio all’idea che ci sia un Paese dei Balocchi nel quale gli investitori delle banche non possano soffrire perdite”. Ma il problema è che le obbligazioni delle banche italiane non sono possedute soltanto da piccoli risparmiatori italiani, ma anche da grandi assicurazioni e grandi istituti europei”. E quelli che perderebbero di più sarebbero proprio i grandi investitori.
“A Berlino e nella Banca Centrale Europea di Francoforte la cosa che si amerebbe di più sarebbe di mantenere il più completo silenzio, finché la barca va”. L’Italia vorrebbe salvare le sue banche con un fondo di salvataggio, Giasone, “Soltanto che questo non basterà. A quanto si dice, i rappresentanti del Paese negoziano già per questa ragione con l’Ue una soluzione che permetta un’applicazione flessibile delle regole di salvataggio delle banche.
A Berlino è comunque ciò che si spera”.
(Citazioni tradotte da Gianni Pardo)
(1)http://www.welt.de/wirtschaft/article157217931/Italien-ist-auf-dem-Weg-zum-failed-state.html


Land am Abgrund
Italien ist auf dem Weg zum "failed state"

       Bislang haben sich die Italiener durch jede Krise gemogelt. Doch diesmal wird es eng. Eine lahme Wirtschaft und kranke Banken bedrohen das Land – und ein Blick in die Statistik beunruhigt noch mehr. 
Von Jan Dams , Anja Ettel , Martin Greive , Constanze Reuscher, Holger Zschäpitz

Wolfgang Schäuble wiegelt ab è. "Wir haben über die Situation der Banken in Italien gesprochen", sagt der Bundesfinanzminister und schaut dabei wie zur Bestätigung zu seinem Amtskollegen aus den USA, Jack Lew. Die Kameras der Fotografen klicken. Man müsse zunächst einmal die Ergebnisse der Stresstests abwarten, fügt er dann noch hinzu. Sollte es wirklich Probleme geben, würden diese im Rahmen der europäischen Regelungen gelöst. "Ich finde, dass viel zu viel darüber diskutiert wird", schiebt Schäuble scheinbar gelassen hinterher. Der Amerikaner an seiner Seite nickt.
Dass der Finanzminister auch anders kann, ist bekannt. Das bekamen die Portugiesen wenige Tage zuvor zu spüren. In geharnischten Worten warf er der Regierung in Lissabon vor, sich nicht an die europäischen Fiskalregeln zu halten. Die Griechen wollte er im vergangenen Jahr sogar aus der Euro-Zone treiben. Bei den Italienern aber gibt Wolfgang Schäuble (Link: www.welt.de/themen/wolfgang-schaeuble) seit Wochen den verständigen Diplomaten.
Der mächtigste Finanzminister der Euro-Zone misst mit zweierlei Maß, weil er ahnt, dass er das große Italien nicht wie Portugal oder Griechenland durch öffentliche Demütigung zum Kurswechsel zwingen kann. Und weil jede weitere Debatte über das Ausmaß der Krise das Land erst recht beschädigen könnte. Kippt Italien, dann kippt das europäische Projekt(Link: http://www.welt.de/157183762) . Erst recht nach dem Brexit-Votum der Briten.
Seit vielen Jahren ist Italien ein europäisches Menetekel: eine liebenswerte Reiseregion zwar, aber eine, die beim Blick in die volkswirtschaftlichen Bilanzen Abgründe offenbart. Italien, das ist der kranke Mann Europas, geschlagen mit ständig wechselnden Regierungen, die zu Reformen nicht fähig sind. Ein regionales Gebilde, bei dem Nord und Süd nicht recht zueinanderpassen wollen und dessen Süden ganz besonders unter der organisierten Kriminalität leidet. Italien, das ist für viele Beobachter ein Land auf dem Weg zum "failed state" der Euro-Zone. Einerseits.
Italien steht an einem Abgrund
Und auf der anderen Seite doch auch ein Land, das sich bislang noch durch jede Krise gemogelt hat. Die Deutschen hätte so viel Chaos im Politikbetrieb vermutlich längst in den Wahnsinn getrieben. Doch die Italiener haben gelernt, sich mit den Unzulänglichkeiten zu arrangieren – und sind darüber hinaus zum Erstaunen des restlichen Europas zu den Wohlhabenderen des Kontinents aufgestiegen. Bislang jedenfalls. Denn Italien steht an einem Abgrund, der möglicherweise tiefer ist als je zuvor in seiner Geschichte seit Ende des Zweiten Weltkrieges.
Wer wissen will, wie schlimm die Lage ist, muss den jüngsten Italien-Bericht des Internationalen Währungsfonds (IWF) (Link: http://www.welt.de/themen/iwf/) lesen. Von "monumentalen Herausforderungen" ist da die Rede. Davon, dass das Land erst in knapp einem Jahrzehnt wieder jene Wirtschaftsleistung erreichen dürfte, die es vor Ausbruch der Finanzkrise im Jahr 2007 hatte.
Schleichende Immobilienkrise
Die größte Gefahr aber geht vom maroden degrado  Bankensystem aus (Link: http://www.welt.de/156865278) . 360 Milliarden Euro an faulen Krediten schlummern angeblich in den Bilanzen. Der italienischen Notenbank zufolge entspricht das rund 18 Prozent der gesamten Kredite. Zwar verweisen italienische Offizielle darauf, dass viele Kredite mit Sicherheiten wie Immobilien hinterlegt sind. Das Problem ist nur, dass das Land längst in einer schleichenden Immobilienkrise steckt.
Die Preise sind nicht so abrupt abgestürzt, wie das in Spanien oder Irland der Fall war. Doch der langsame Wertverfall vernichtet Jahr um Jahr ein Vermögen in dreistelliger Milliardenhöhe. Allein seit 2010 ging es 15 Prozent nach unten. Damit erodieren auch die Sicherheiten. Deshalb gehen Immobilienkrisen meist Hand in Hand mit Bankenkrisen.
Die Probleme sind so riesig, dass sie ein Land in dieser schwierigen wirtschaftlichen und auch politischen Gemengelage kaum allein meistern kann – und wenn, dann nur unter Umgehung der neuen europäischen Rettungsrichtlinien.
Was weit weg zu sein scheint von den Sorgen normaler Leute, hat den Alltag der Italiener längst erreicht. "So hat es keinen Sinn mehr zu leben", schreibt Salvatore De Francesco am 8. Juli in einem Brief an seine Frau und seine beiden kleinen Kinder. Dann stürzt er sich aus dem Fenster in seinem Heimatort Marcianise nördlich von Neapel. 43 Jahre ist er zu diesem Zeitpunkt alt. Im wirtschaftlich kranken Süden Italiens hat er keine Hoffnung mehr auf eine Stelle. Nicht einmal mehr auf einen Aushilfsjob. Seit 2008 haben in dieser Region knapp 8000 Firmen dichtgemacht. Für Menschen wie De Francesco gibt es dort keine Chance.
Zehn Jahre Stagnation, drei Jahre Rezession
Suizide sind in Italien ein Gradmesser für die Krise geworden. Seit 2006 steigt deren Zahl kontinuierlich an. Laut der Industrieländerorganisation OECD kamen im Jahr 2012 auf 100.000 Einwohner 6,3 Selbstmorde. Vor allem Jobverlust oder der Untergang der eigenen Firma treibt die Menschen in den Suizid. Aber auch kleine Sparer, die plötzlich vor dem Nichts stehen, wissen oft keinen anderen Ausweg mehr. So wie jener Rentner aus Norditalien, der sich im Juni das Leben nahm und dessen Schicksal die Nation bewegte. Der Ruheständler hatte seine gesamten Ersparnisse beim Niedergang der Banca Popolare di Vicenza verloren.
Bedauerliche Einzelfälle? Zehn Jahre Stagnation und drei Jahre Rezession haben Italiens Wohlstand, Ersparnisse, Arbeitsplätze und Wirtschaftskraft ruiniert. Das marode Bankensystem, das der IWF als Hauptproblem ansieht, ist doch nur die Endstation einer Strukturkrise der italienischen Wirtschaft. Die über Jahrzehnte gewachsenen Missstände sind so groß, dass die wenigen Reformbemühungen der Regierung in Rom nicht ausreichen.
Mit der Krise seit 2008 haben viele der Probleme nur mittelbar zu tun, mit der Brexit-Entscheidung der Briten, die Italiens Finanzminister Pier Carlo Padoan nun ins Feld führt, noch viel weniger. Sie verstärken die Symptome, doch die wahren Probleme bestehen schon viel länger: Korruption, Mafia, Schattenwirtschaft, Steuerhinterziehung, ein ausuferndes che fa un’escalade Wohlfahrts- und Subventionswesen, eine unwillige Bürokratie. Nepotismus.
"Bald müssen wir die ganze Gemeinde schließen"
Gerade erst sorgt ein Fall in der Gemeinde Boscotrecase europaweit für Aufsehen: Ein Mitarbeiter des Rathauses wurde gefilmt, als er seine Karte durch die Stechuhr zog. Danach ging er wieder nach Hause. Um von den Überwachungskameras nicht identifiziert zu werden, hatte sich der Mann einen Pappkarton über den Kopf gestülpt. Mittlerweile hat die Polizei angeblich 23 von 60 Mitarbeitern der Stadtverwaltung festgenommen. In 200 Einzelfällen wird ermittelt. Bürgermeister Pietro Carotenuto klagt: "Wir laufen Gefahr, bald die ganze Gemeinde schließen zu müssen."
Vermeintlich lustige Anekdoten, die für den Zerfall eines für die EU wichtigen Staates stehen. In Italien gibt es sie schon immer. Nur war die Lage des Landes nie so schwierig wie jetzt. So haben viele private Sparer ihr Geld wegen der niedrigen Zinsen auf dem Sparkonto in Bankanleihen umgewandelt. Das ist eine Besonderheit Italiens. Mehr als 200 Milliarden Euro haben Anleger ihren Banken auf diese Art anvertraut.
Das könnte nun fatale Auswirkungen haben. Denn die neue europäische Richtlinie zur Abwicklung maroder Banken sieht vor, dass die Gläubiger mit ihren Einlagen an der Sanierung wackeliger Geldhäuser beteiligt werden. In Zypern haben die Europäer demonstriert, wie das funktioniert. Wer mehr als 100.000 Euro auf dem Konto hatte, wurde rasiert.
Bei strenger Auslegung der Regeln wäre ein großer Teil des Geldes auch in Italien weg. Mindestens 31 Milliarden Euro privater Sparer-Euro stehen auf dem Spiel, schätzt der IWF. Allein die Problembank Monte dei Paschi hat mehr als fünf Milliarden Euro an solchen Nachrangdarlehen ausgegeben und das Gros davon bei privaten Kunden platziert. Für die Menschen, deren Alterssicherung darauf basiert, ist das ein Albtraum.
Scheitert Matteo Renzi, dann drohen Neuwahlen
Für Rom bedeutet das Chaos. Denn die Einhaltung der Regeln und deren Folgen könnte das Ende der Regierung von Premier Matteo Renzi (Link: www.welt.de/themen/matteo-renzi) besiegeln. Dieser hat für Oktober ein Verfassungsreferendum angesetzt und sein politisches Schicksal damit verknüpft. Zwar geht es in dem Votum nur darum, die Macht des Senats zu beschneiden. Die Italiener könnten das Referendum aber nutzen, um Renzi einen Denkzettel zu verpassen – zum Beispiel für eine aus ihrer Sicht vermasselte Bankenrettung. "Das Referendum ist ein entscheidender Moment für die Geschichte des Landes, ja sogar die Geschichte Europas", sagt Gilles Moec, Europa-Chefökonom bei der Bank of America(Link: http://www.welt.de/themen/bank-of-america/) . Scheitert Renzi, drohen Neuwahlen. Dann könnte die Euro-feindliche Fünf-Sterne-Bewegung an die Macht kommen.
Viele Italiener machen den Euro für ihre wirtschaftliche Misere verantwortlich. Vor der Euro-Einführung gelang es italienischen Regierungen über Jahrzehnte hinweg, durch alle wirtschaftlichen Fährnisse zu navigieren. Wenn der Wettbewerbsdruck der Konkurrenznationen zu stark wurde, werteten die Italiener die Lira ab. In der Folge büßte die italienische Währung zur D-Mark zwischen 1971 und dem Euro-Start mehr als 80 Prozent an Wert ein.
Was für Deutsche nach Untergang klingt, funktionierte für die Italiener dennoch erstaunlich gut. Die Wirtschaftsleistung pro Kopf als Gradmesser für den Wohlstand eines Landes konnte in Dollar umgerechnet mit der Entwicklung in Deutschland ganz gut mithalten. Erst mit der Euro-Einführung kippte das Modell. Seitdem steckt das Land in der Dauerstagnation. Die Folgen sind bitter: Pro Kopf beträgt die Wohlstandslücke zu den Deutschen inzwischen 12.000 Dollar im Jahr.
Volkswirte sorgen sich ernsthaft um die Lage in Italien
Dabei zeigen die offiziellen Zahlen wohl noch nicht mal das wahre Ausmaß der Malaise. In den vergangenen Jahren wurde ein Teil der Schattenwirtschaft in die reguläre Statistik verschoben. Ohne diesen künstlichen Zuwachs stünde das Land heute noch schwächer da.
Renzi hat die Probleme verstanden. Er hat versucht zu reformieren. Aus deutscher Sicht vielleicht zu zögerlich. Aber er hat es versucht. Italien brauche Zeit für seine Reformen, die eben erst in zwei bis drei Jahren wirken würden, sagt Holger Schmieding, Chefvolkswirt der Berenberg Bank.
Vorausgesetzt, die politische Entwicklung gibt Renzi so viel Zeit. Jörg Krämer von derCommerzbank (Link: www.welt.de/themen/commerzbank) hält Italien für das schwächste Glied in der Kette der großen Euro-Länder. "Der hohe Stand an faulen Krediten war bekannt, aber jetzt wird die Lage akut", fürchtet er. Krämer fordert die harte Anwendung der Sanierungsregeln für die Banken. "Wir müssen Abschied davon nehmen, dass es eine Kuschelwelt gibt, in der Bank-Investoren keine Verluste erleiden können."
Genau das ist der Knackpunkt – nicht nur für Renzi, sondern auch für einige andere europäische Länder. Denn italienische Bank-Anleihen halten eben nicht nur italienische Kleinsparer, sondern auch große europäische Kreditinstitute und Versicherungen. Auch in Deutschland. "Es sind nicht die kleinen Anleger, die durch die Bankenkrise Geld verlieren könnten", sagt Sven Giegold, Finanzexperte der Grünen im Europaparlament. Die EU habe längst angeboten, die Verluste der Sparer zu ersetzen.
Verlieren würden vielmehr die großen Anleger. "Die Rufe von Deutscher Bank und Blackrock nach einer neuen Bankenrettung auf Steuerzahlerkosten sind ein billiger Versuch, sich selbst Kosten zu ersparen." Giegold nimmt dabei unter anderem Bezug auf den Chefvolkswirt der Deutschen Bank, David Folkerts-Landau. Der hatte vergangene Woche in der "Welt am Sonntag" eine neue europäische Bankenrettung im Volumen von bis zu 150 Milliarden Euro gefordert (Link: http://www.welt.de/156924408) – ohne Beteiligung der privaten Gläubiger. Immerhin hat die Deutsche Bank (Link: http://www.welt.de/themen/deutsche-bank/) in Italien insgesamt rund 13 Milliarden Euro im Feuer.
Totschweigen, solange es geht
Folkerts-Landau hat mit seinem Vorschlag nicht nur die Grünen verärgert. Auch in der Bundesregierung stößt seine Forderung auf Unverständnis. Von einer "unguided missile" ist da die Rede – von einer nicht mehr steuerbaren Rakete. Folkerts-Landau müsse aufpassen, dass er mit seinen Forderungen nicht die Verunsicherung über die Stabilität des europäischen Bankensektors zusätzlich schüre.
Ohnehin scheint die Deutsche Bank das rote Tuch zu sein, mit dem Renzi immer dann wedelt, wenn die schwierige Lage seiner Banken zur Sprache kommt. "Wir haben unsere Banken mit den vielen faulen Krediten, Deutschland die Deutsche Bank mit ihrem riesigen Derivate-Buch', sagt Renzi immer", erzählt ein Brüsseler Finanzfachmann. Es ist nicht so, dass man diesen Warnhinweis Renzis in Berlin einfach ignorieren könnte. Umso größer ist der Ärger über die Einwürfe aus Frankfurt.
Am liebsten würde man in Berlin und bei der  Europäischen Zentralbank (Link: http://www.welt.de/themen/europaeische-zentralbank-ezb/)  in Frankfurt das Thema totschweigen, so lange es geht. Ende des Monats veröffentlicht die EZB ihren neuesten Stresstest zu den europäischen Banken. Läuft alles nach Plan, haben die Italiener bis dahin eine Lösung für ihre Probleme. Die Regierung in Rom plant derzeit wohl einen zweiten Bankenrettungsfonds.
Der Name: Giasone. In den Topf sollen fünf bis sechs Milliarden Euro eingelegt werden, um italienischen Banken zu helfen, ihre faulen Kredite loszuwerden. Nur wird das nicht reichen. Angeblich verhandeln Vertreter des Landes daher auch schon mit der EU über eine Lösung, die eine flexible Anwendung der Sanierungsregeln erlaubt.
In Berlin hofft man das jedenfalls. "Sie werden von uns nichts Negatives über Italien hören", heißt es in Regierungskreisen. Die Italiener hätten schon viel getan. Renzi sei ein guter Ministerpräsident. Und das soll er aus Berliner Sicht ja auch bleiben.





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POLITICA
25 luglio 2016
IL TERRORISMO, CRIMINE MEDIATICO
Tutti abbiamo la tentazione di commentare i fatti del giorno. Nel momento in cui prendiamo coscienza dell’attualità - e la giudichiamo - inconsciamente pensiamo di avere agito su di essa. In realtà, l’unica influenza che abbiamo sulla politica è quella che esercitiamo col voto, soltanto ogni cinque anni. E non è gran che. Ognuno di noi è il numeratore – uno – di un’immensa frazione, di cui il numeratore è lo sterminato corpo elettorale. Insomma il singolo ha un valore molto vicino a zero.
Non fosse per il piacere di conversare con gli amici, ci sarebbero dunque possenti ragioni per conservare un ermetico silenzio sulla Turchia, sul sedicente Stato Islamico e sulle elezioni americane. Per tutti questi argomenti è difficile sfuggire al sentimento di inutilità della parola. E infine c’è un argomento – il terrorismo – riguardo al quale l’afasia è indotta da una ragione in più: il disprezzo. Lo schifo che, per certi fatti, sentono le meningi. Cercare di capirli, come dice qualcuno in vena di crearsi scrupoli? Nient’affatto. Se vediamo correre qualcosa sul pavimento intanto lo schiacciamo, e soltanto poi cediamo alla nostra curiosità di entomologi.
Le imprese di criminali folli che infestano le prime pagine dei giornali inducono a considerazioni deprimenti: per cominciare, noi uomini, in quanto specie che fa guerre, siamo inferiori alla maggior parte degli animali. E i terroristi sono dei codardi al di sotto del livello delle specie animali che fanno guerre, perché quelle almeno non agiscono a tradimento e contro inermi innocenti. 
Non lo dimentichiamo, in guerra si può usare l’inganno, ma il nemico non è in un mercato a fare la spesa con moglie e figli. E comunque, se è lecito cercare in tutti i modi di ingannare gli avversari, il fine è quello della vittoria, non quello, sterile, di infliggere dolore. L’esercito di un Paese civile, potendo uccidere tutti i nemici di un reparto, sceglie di farli prigionieri perché il massacro non giova alla guerra e può soltanto inasprire il comportamento dei nemici quando si trovassero nell’opposta situazione.
Qualcuno potrebbe dire che i terroristi sono eroi perché si sacrificano alla riuscita della loro azione, ma non è vero. Chi spreca la propria vita senza una ragione valida non è un eroe, è uno sciocco: esattamente come chi fa free climbing e affida la sua esistenza alla solidità di una pietra che sporge. E se già è imperdonabile morire senza ragione, si pensi a quanto sia condannabile chi sacrifica la propria vita ad un odio implacabile e senza alcuna utilità. Costui è insieme un imbecille, un criminale e un caso psichiatrico. Quelli che i palestinesi, ubriachi di una retorica insensata, chiamano “martiri”, insanguinano inutilmente la Palestina da oltre sessant’anni ed hanno conseguito l’unico risultato di rendere ancor più povera la popolazione. Questa non è guerra, è stupidità. Quand’anche i palestinesi avessero ragione, il terrorismo non è lo strumento giusto per ottenere qualcosa. Lo provano i decenni trascorsi.
Ma la nostra è l’epoca della comunicazione. E ciò spiega molte cose. Non è vero che nell’Anno Mille avvenne tutto ciò che dice la leggenda, perché la gente non lo sapeva nemmeno, che quello era l’Anno Mille. La datazione di Dionigi il Piccolo era relativamente recente e ne tenevano conto soltanto i dotti. L’informazione in generale era pressoché inesistente. Chi avesse ucciso dieci persone sarebbe stato serenamente impiccato e la cosa si sarebbe saputa soltanto nel circondario. Il grande criminale non poteva mirare alla grande risonanza della sua azione perché quella risonanza semplicemente non si sarebbe avuta, per la mancanza di mezzi di comunicazione di massa. Viceversa oggi siamo informati di tutto, praticamente in tempo reale. Il fatto ritenuto importante ci viene comunicato addirittura interrompendo le comunicazioni in corso, e poi si pesta l’acqua nel mortaio per ore, senza aggiungere niente di sostanziale. 
E si finisce col trasfondere l’importanza del fatto nell’importanza di colui che lo ha provocato, incentivandone il narcisismo. Cosa stupida, perché così si confonde notorietà con celebrità, grande crimine con grande impresa, atto di codardia con atto di coraggio. Il criminale mediatico sacrifica la propria esistenza allo scopo di ottenere i titoli dei giornali, e noi non comprendiamo che la migliore lotta contro il terrorismo sarebbe il silenzio. Quanto sarebbero durate, le Brigate Rosse, se non si fosse data notizia dei loro delitti e dei loro deliranti “comunicati”? 
Se non si desse notizia delle stragi dei terroristi, quel fenomeno si prosciugherebbe come un fiume non alimentato. Ma oggi, anche se gli Stati vietassero certe notizie, queste correrebbero lo stesso su Internet. Viviamo nel mondo della comunicazione e la libertà di stampa è sacra. Molto più della nostra vita. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 luglio 2016




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POLITICA
23 luglio 2016
L'ECONOMIA NELLA POLITICA ESTERA DI TRUMP
Un personaggio come Donald J.Trump è l’ideale per chi, essendo di destra, vuole scrivere un pezzo di colore. Ed è anche l’ideale per chi, essendo di sinistra, ce l’ha col “fascista” di turno. Ma ci può essere “un metodo nella sua follia”.
Certo quell’uomo vuole conquistare quella parte dell’anima americana che è esasperata da anni di buonismo, di political correctness e insomma di debolezza, quando si tratta di affrontare i problemi del Paese, e per questo è disposto ad esagerare. Ma, si sa, i discorsi elettorali non sono da prendere del tutto alla lettera. Inoltre, quand’anche il candidato repubblicano fosse assolutamente serio in tutto ciò che dice, il sistema americano di check and balance (controllo e bilanciamento) non permette nemmeno a un Presidente apparso fatuo come Carter, oppure a un Presidente idealista e dalle idee vaghe come Obama, di fare seri danni. Per imprimere dei veri colpi di timone alla nazione, come ha fatto per esempio Ronald Reagan, bisogna avere un preciso e grande programma sul quale ottenere un sufficiente appoggio dall’establishment politico. E non è cosa facile. 
In questo senso ci si può chiedere se vada presa in considerazione la necessità più volte espressa da Trump di un bilancio economico della politica estera americana. Perché se ciò che dice fosse ragionevole, domani essa potrebbe determinare una policy veramente nuova. Ad esempio egli ha più volte sottolineato che gli alleati europei non devono più aspettarsi che gli americani si sobbarchino ai costi della loro difesa. È stato duro perfino per quanto riguarda i piccoli Stati Baltici. Certamente incapaci di difendersi da sole, Estonia, Lettonia e Lituania sono nella Nato e, secondo l’art.5 del Trattato, tutti gli altri membri dell’alleanza dovrebbero intervenire militarmente in loro soccorso, se fossero attaccate. Trump però risponde che ciò avverrà se quei Paesi saranno in regola con i pagamenti, secondo gli impegni assunti. Non so a quali impegni alluda, ma è riconfermato il dogma che gli Stati Uniti non intendono regalare nulla. Gli europei sono maggiorenni ed hanno l’obbligo di provvedere alla loro difesa a proprie spese.
Naturalmente in Europa quasi nessuno è disposto a sostenere questa tesi. È più facile condannare la superficialità, la stupidità, l’arroganza del magnate nuovayorkese, che ragionare su ciò che ha detto. E invece, il dilemma è semplice: o si dimostra che per gli Stati Uniti rinunciare a difendere gli europei è un pessimo affare, e Trump ha torto, oppure è un ottimo affare, e Trump ha ragione. È di questo che bisogna discutere. Dell’interesse degli Stati Uniti, non del nostro. Noi europei abbiamo potuto trascurare la difesa e giocare al pacifismo perché per decenni abbiamo fruito del preciso interesse geopolitico di Washington a controbilanciare l’espansionismo sovietico. Ma il tempo passa. Se la Russia di Putin fa la faccia feroce, è pur vero che essa non è più l’Unione Sovietica, né per dimensioni né per fanatismo ideologico. 
È vero che, con l’annessione della Crimea, che pure è avvenuta col cache-sexe di un referendum popolare, Mosca ha molto allarmato l’Est europeo. Essa ha infatti violato il tabù dell’intangibilità delle frontiere, che è stato alla base di settant’anni di pace. Dunque sarà opportuno tenere stabilmente truppe Nato negli Stati Baltici, sarà opportuno ribadire la validità e l’operatività dell’art.5 del Trattato (quanto meno Putin non deve essere sicuro dell’inerzia occidentale) ma rimane vero che il primo interesse a resistere alla Russia lo hanno gli Stati che si allineano sul suo confine occidentale. E poi, prima degli Stati Uniti, le grandi potenze europee. 
L’integrità dell’Europa Occidentale non è più tanto geostrategicamente essenziale per gli Stati Uniti quanto lo fu in passato. E del resto sono potenze nucleari anche la Gran Bretagna e la Francia. Che senso ha che gli europei accusino gli americani di scarsa generosità? Sono generosi loro, che vorrebbero essere difesi coi soldi dei contribuenti statunitensi? 
Un’altra idea di Trump per molti sarà occasione di stupore o, a scelta, di indignazione: egli sarebbe lieto di vedere il Giappone provvedere alla propria difesa, al bisogno con l’arma nucleare. E tuttavia, anche qui, basta ragionare. Molto tempo è passato dalla Seconda Guerra Mondiale. Dapprima quel grande Paese ha sofferto come un’umiliazione le limitazioni in materia di armamenti, ma poi, a poco a poco, ne ha visto i vantaggi: alle spese della loro difesa dovevano provvedere gli Stati Uniti. Ora sono passati oltre settant’anni: è così strana l’idea che Tokyo divenga indipendente, dal punto di vista militare, e paghi per la propria difesa? L’atomica ce l’ha Pyongyang, perché non dovrebbe averla Tokyo?
Guardando al lato economico della politica, Trump non sbaglia. Troppo spesso i governanti non badano all’economia, perché, tanto, paga il popolo. Dimenticando che la democrazia inglese è nata dalla resistenza al fisco, l’indipendenza degli Stati Uniti ha avuto le tasse come detonatore e il comunismo è caduto più per la miseria che provocava che perché aveva ucciso la libertà.
Donald Trump sarà un personaggio estroso, ma per questa parte non dice cose insensate. E le sue parole suoneranno come musica, alle orecchie dei taxpayer americani.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22 luglio 2016




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POLITICA
22 luglio 2016
IMMIGRATI, TERRORISMO E TABU' POLITICI
Il tabù è un’interdizione sacrale. Dunque un divieto su base religiosa la cui ratio non è necessariamente chiara e la cui validità non può essere contestata con argomenti razionali. 
Un vecchio libro di etnologia riferiva di una popolazione che non andava a cacciare in una certa parte del territorio, benché la cacciagione vi fosse più abbondante che altrove, perché la zona oltre il ruscello era tabù. Lo studioso bianco cercò di dimostrare che quel tabù non aveva ragion d’essere e per provarlo attraversò il ruscello, andò a cacciare in quel bosco e tornò poco dopo con un paio di prede. I suoi ospiti gli risposero sorridendo che evidentemente il tabù non riguardava i bianchi: mentre loro sarebbero morti, se ci fossero andati.  Fine.
L’uomo civile non è privo di tabù e alcune convinzioni non sono meno salde per il semplice fatto che la gente nemmeno si chieda che cosa le motivi. Il sesso fra fratello e sorella o tra madre e figlio è considerato sin dalla più remota antichità come un obbrobrio, ma quante persone conoscono la ragione (effettiva e valida) del divieto? Se gliela chiedeste vi direbbero che “è così e basta”. E chi pone quella domanda già per questo è uno scostumato. 
La verità scientifica ricava la sua validità o la sua smentita dall’osservazione, e ancor meglio dall’esperimento. Il tabù invece non abbisogna di dimostrazione ed è impermeabile alle prove che lo contraddicono. Benché quanto di più diverso dalla verità scientifica si possa immaginare, il tabù conduce ad un genere di certezza ancor più incrollabile.
Queste ovvietà hanno conseguenze concrete. A chi sostiene una teoria scientifica erronea si possono opporre obiezioni, perché l’avversario condivide con noi l’approccio al problema. Viceversa, se si parla con qualcuno che ha una convinzione irrazionale, non bisogna sprecare il fiato. È inutile cercare di convincere l’antisemita, il fanatico politico e comunque il paranoico. Il loro cervello si colloca in una regione inaccessibile.
Pensando al problema del terrorismo in Europa, capita di chiedersi se non sia necessario far ricorso a queste categorie. Potrebbe effettivamente essere che non ci siano risposte valide, per quella piaga: nel qual caso saremmo di fronte ad un’impossibilità scientifica. Ma potrebbe anche darsi che le risposte ci siano, ma siano al di là del ruscello, e la nostra società non accetti di prenderle in considerazione. 
Alla seconda ipotesi si è tentati di pensare quando, soprattutto nei discorsi ufficiali al più alto livello, si parla di rispondere all’attacco con le armi della cultura, della dialettica, del dialogo. Insomma tendendo la mano, offrendo migliori condizioni di vita ai disperati ed anche un aiuto ai Paesi di provenienza. Pur essendo perfettamente coscienti che molti di questi rimedi non ce li possiamo permettere economicamente e che comunque, quando sono stati tentati, non hanno dato un risultato positivo.
Argomenti del genere sono tanto stupefacenti da far sorgere il sospetto che chi li formula, non potendo essere sincero, nasconda così di non sapere che cosa ipotizzare, per risolvere il problema.
I governanti europei non osano proporre risposte realistiche - nemmeno quelle puramente difensive attuate con successo da Israele - perché sono contrarie al tabù.  Le nostre nazioni sono tanto pacifiche che non soltanto rifiutano di attaccare qualcuno, ma perfino di riconoscere che sono attaccate. Dinanzi alla tragedia di una battaglia persa rispondono con la retorica: “Noi non cederemo alla minaccia. Noi non cambieremo il nostro stile di vita”. “Noi non rinunzieremo ai nostri valori”. “Noi non scenderemo al livello di questi selvaggi”. Tutte frasi che si traducono in una soltanto: “Noi non faremo nulla di serio”. Rischiando di scendere non al livello dei selvaggi, ma al di sotto, nella terra dei cimiteri.
È proprio ascoltando simili parole che si comprende che non val la pena di proporre risposte efficaci per problemi come l’immigrazione o il terrorismo: si è di fronte a tabù indiscussi e indiscutibili. L’idea di violarli non è vista come una possibilità ma come una bestemmia. I nostri governanti – dice qualcuno - sembrano inadeguati a fronteggiare i massimi problemi del nostro tempo. Il fatto è che non lo sembrano: lo sono.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 luglio 2016

IL NON-CONIGLIO

Avrò avuto otto anni, forse dieci, quando mi sono posto il problema del “contrario”. Il contrario di buono è cattivo, mi avevano insegnato; il contrario di alto è basso e quello di destra è sinistra. Ma negli altri casi? Certo, ci sono luce e buio, bello e brutto, ma qual è il contrario di “rosso”? Non è “verde” perché potrebbe altrettanto bene essere “blu”. È forse: “un altro colore”? Ma “un altro” non è “il contrario”.
Fu “il coniglio”, su cui mi intestardii, a risolvere il problema. Il contrario di coniglio non è lepre o cane, perché potrebbe altrettanto bene essere cavallo. Infatti sono tutti mammiferi. Ma non è neppure allodola, perché, se è vero che non è un mammifero, è anche vero che al posto di allodola potrei dire merlo. O gallina. Essere inanimato? Pietra?
Mi accorsi che, risalendo all’indietro, l’unico contrario accettabile di coniglio era non-coniglio. Cioè, pensai allora, “il fatto che quel coniglio non esista”.
Molti decenni dopo, da vecchio, forse non sono d’accordo. Se il contrario del coniglio è il non-coniglio, e il contrario del cane è il non-cane, che differenza c’è, tra non-coniglio e non-cane? Evidentemente nessuna, e dunque avevo trovato soltanto il contrario di esistente.
La vera soluzione credo me l’abbia fornita la linguistica. La lingua è un sistema di opposizioni. Già “casa” non è “cosa” perché cambia un fonema, e quel contrasto, per convenzione, corrisponde a quello che si ha in francese tra “maison” e “chose”, e in inglese con “house” e “thing”.
Anche nella definizione di una parola (o più precisamente di un concetto) il sistema funziona a base di contrasti. Certo, un frutto non è una foglia, ma non è neanche un albero, sicché se lo definissimo non-foglia, non daremmo nessuna indicazione sul suo conto. E non potremmo neanche definirlo non-mela, perché da un lato la mela è un frutto, dall’altro potremmo ugualmente bene parlare di non-arancia. Insomma qualcuno ha detto che il vero senso di una parola – “frutto”, nel nostro caso – è “il senso di tutte le altre parole meno frutto”. Insomma “Frutto” si contrappone a tutto ciò che non è frutto, tanto albero quanto grattacielo, mela, rotaia ed anche “cosa inesistente”. 
Il contrario di coniglio non esiste. Il contrario di coniglio, in quanto parola, è: “tutte le altre parole salvo coniglio”. E queste, finalmente, sono determinazioni (che purtroppo non ho trovato io) a cui – fino ad ora – non ho trovato obiezioni. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 luglio 2016 Fine

1. L’altra metà
2. La nuova auto
3. L’Alluvione
4. Saluto al Preside
5. Cunnutu
6. Odissea metropolitana
7. La tragedia della supplente
8. Il condizionatore 
9. L’inquilino autorizzato
10. Il terremoto
11. Raccomandazioni
12. Lavoro stabile e garanzie immobiliari
13. Belpasso
14. La fama della VD
15. L’inquilino simpatico e moroso
16. Prima esperienza giornalistica
17. All’anagrafe di Aci Castello
18. Il prof.Pardo
19. Il vicino non ama il glicine
20. Il ragioniere votò no
21. Il non coniglio




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POLITICA
21 luglio 2016
GOLPE, CONTRO-GOLPE E CONTRO-CONTRO-GOLPE
La Turchia è stata per il mondo un esperimento di modernizzazione e laicizzazione dall’alto. Per essere chiari (anche se imprecisi) si immagini che, nel Medio Evo spagnolo, si fosse affermata una casta di militari con idee illuministiche ante litteram, tanto da imporre con la forza il laicismo, la libertà e la democrazia. E che questo miracolo durasse tanto a lungo, da far sperare che fosse definitivo.
Mustafà Kemal, il Padre dei Turchi, era tuttavia troppo intelligente per farsi illusioni. Sapeva che la nazione avrebbe corso il rischio di tralignare e per questo dette mandato ai suoi successori militari di intervenire, quando ciò si fosse verificato. E così è stato. Dopo che il leader è scomparso, i militari sono più volte intervenuti per riportare il Paese sulla retta via. Naturalmente le potenze occidentali, pensando di saperla lunga, si sono scandalizzate di questo momentaneo ricorso alla forza e non hanno badato a sufficienza al fatto che ogni volta, ripristinato il laicismo, i golpisti riconsegnavano le istituzioni alla democrazia e rientravano nelle caserme. Fino a farsi dimenticare.
Tutto ciò è durato fino all’arrivo di Recep Tayyip Erdogan. Con lui la Turchia è andata sempre più indietro, è divenuta sempre più islamica e sempre più bigotta, fino ad incoraggiare il velo per le donne e a sostenere i terroristi del sedicente Stato Islamico. Infine, approfittando del colpo di Stato più maldestro che si sia visto (come se i militari turchi si fossero mostrati singolarmente incompetenti nel compiere un atto che era largamente nelle loro tradizioni) in questi giorni Erdogan si sta impadronendo totalmente della nazione, sta gettando in galera non decine, non centinaia, e neppure migliaia di oppositori veri o presunti, ma decine e decine di migliaia di persone, fra le quali, oltre ovviamente a dei militari, anche magistrati e docenti. Come se si volesse decapitare l’intellighenzia della nazione. Il modello indimenticabile in questo campo è il comportamento di Stalin, in Polonia, che portò al massacro di Katyn. E le potenze occidentali non hanno nulla da dire.
Forse dovremo rassegnarci a vedere tramontare quel modello di modernizzazione democratica dall’alto. Avremo al suo posto una delle tante satrapie mediorientali in cui comanda un sultano che copre l’oscenità della sua qualifica chiamandosi Presidente. Ma certo nessuno mai si è illuso che Saddam Hussein fosse il capo delle istituzioni democratiche irakene. E neanche stavolta chi ha buon senso si fa illusioni sulle reali intenzioni di questo signor Erdogan. 
E tuttavia, forse, la Turchia non è perduta per la stessa ragione per la quale l’attuale Presidente ha potuto impadronirsi del potere.
 “L’Ancien Régime et la Révolution”, a parere di molti, è il miglior libro di Alexis de Tocqueville. A distanza di anni, si ricorda che il libro dimostra con dovizia di prove che non ci fu una profonda – e soprattutto improvvisa - differenza fra la Francia pre e postrivoluzionaria: l’evoluzione che portò dall’una all’altra fu graduale e la continuità prevalse sulla rottura.
Utilizzando questo principio interpretativo della storia, è lecito pensare che il trionfo di Erdogan – per non dire ciò che si può temere per il domani - sia dipeso dal fatto che, malgrado ottant’anni di Kemalismo, la Turchia abbia conservato il suo fondo islamico, arretrato e tendenzialmente antidemocratico. E su questo farebbe leva il regime attuale. Sembrava che Mustafà Kemal avesse realizzato un miracolo e forse gli anni recenti ci hanno rivelato che, come tutti i miracoli, o non si era veramente avuto, o non era un miracolo.
Ma questo stesso ragionamento è double face. Se è vero che, malgrado ottantant’anni di Kemalismo, la Turchia può ancora avere nostalgia del Sultano e dell’assolutismo sotto il segno di Maometto, è anche vero che, nel momento in cui dovesse assaggiare veramente che cosa ciò significhi, potrebbe ricordarsi che, dopo tutto, aveva più ragione Atatürk. Che si viveva meglio quando nei locali pubblici era imposto di vestire all’europea, quando era lecito bere alcoolici, quando c’era la libertà di stampa e, soprattutto, ogni tanto, si votava. 
Se il recente golpe non è andato a buon fine, forse è perché una buona parte della nazione è con Erdogan. Ma se il ras sbaglierà le ulteriori mosse, potrebbe scoprire che, come prima il Paese si è rivelato più islamista di quanto si credesse, poi potrebbe rivelarsi più kemalista di quanto lui oggi sospetti. E quel giorno a sostenerlo con la forza non è detto che trovi gli uomini in divisa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 luglio 2016

IL RAGIONIERE VOTA CONTRO

Chi non ha avuto a che fare con i condomini non ha mai misurato la profondità della stupidità umana. Una simile affermazione sembra scelta per introdurre l’argomento di cui si intende parlare, tanto che, se si intendesse parlare di vita militare, magari si direbbe che “chi non conosce l’esercito non ha mai misurato la profondità della stupidità umana”. E invece no, effettivamente le assemblee di condominio son dei picchi d’imbecillità, perfino a preferenza dell’esercito.
Il mondo militare è dominato da principi tali che rendono la stupidità è inevitabile. Il superiore di grado ha sempre ragione, e va obbedito, qualunque cosa dica. Un ordine pericoloso che mette in pericolo la vita di chi deve eseguirlo è ancora indiscutibile. Non è lecito chiedere spiegazioni, perché la rapidità dell’obbedienza è essenziale, nella condotta delle operazioni. Senza parlare dell’obbligo del segreto, sulle vere intenzioni del comando, che ne rende imperscrutabili le motivazioni. Insomma il mondo militare non è stupido per scelta, ma per così dire istituzionalmente. Mentre nel mondo del condominio la stupidità è vocazionale. 
Alle assemblee partecipano membri che non sono sottoposti a nessuna autorità, salvo quella della legge. Che non rischiano l’incolumità. Che non hanno particolare premura. Che hanno persino un arbitro, il Presidente eletto, e un consulente tecnico, l’Amministratore. Ed è per questo che potrebbero essere ragionevoli. Purtroppo, in quelle riunioni tutti hanno pari diritto di parlare, anche i più stupidi, e non se ne privano certo. Tutti hanno interessi particolari, esacerbati da una vicinanza con gli altri condomini che già i romani avevano definito “mater discordiarum”. E li difendono al di là di ogni ragionevolezza. Molti sono convinti che il buon senso debba prevalere anche sulla legge, secondo il principio che questa si applica soltanto se dà ragione a loro. E si potrebbe continuare, fino a sentire quel disgusto che chi ha esperienza ben conosce. 
Ma in materia di stupidità, proprio per finire con un sorriso, riferirò un piccolo episodio incruento, al massimo pericoloso per la stima che si può avere della specie umana.
In un condominio eravamo in quattro o cinque, e la signora del piano di sotto al mio non aveva molto frequentato le scuole. Forse per questo compensava l’handicap con l’aggressività, la diffidenza e l’irragionevolezza. Era semplicemente insopportabile. Ma poi la cultura le fece il regalo di un asso nella manica: suo figlio si diplomò ragioniere e alla riunione seguente lei poté rimanere a casa. Il giovane professionista avrebbe sostenuto i suoi interessi. Chissà, magari essendo stato avvertito di guardarsi da Pardo.
Comunque, ad un dato momento, dovendo risolvere un problema, il ragioniere fece una proposta. Sulla quale io riflettei un attimo e decisi che dopo tutto, perché no, non era malaccio. Comunque risolveva la questione. Poco dopo votammo: X sì, Pardo sì, Y sì, e il ragioniere? Il ragioniere votò no.
Forse, battendo due campionati mondiali, quello dell’autostima e quello della coerenza, aveva pensato: “Probabilmente non ho capito come stanno le cose. Ho creduto che mi convenisse fare in quel modo, ma se Pardo è d’accordo vuol dire che la soluzione gli conviene, e magari non conviene a me. Nel dubbio voto no”. 
E per giunta rimase in minoranza.
20 – Continua




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POLITICA
18 luglio 2016
JOKE
Una barzelletta, tanto per ringraziare gli amici che “si affacciano” sul sito per vedere se c’è qualcosa di nuovo. Ringraziando anche l’amico australiano Bruno Wider che me l’ha mandata.

Ieri stavo seduto dinanzi al semaforo, pensando agli affari miei e aspettando pazientemente che divenisse verde, benché non ci fosse quasi traffico.
Una macchina si fermò accanto a me. Aveva un adesivo attaccato al lunotto posteriore rappresentante una bandiera australiana bruciacchiata, lo slogan “Ricordate l’11 settembre” dipinto con lo spray sulla fiancata, ed era piena di giovani barbuti musulmani vocianti, che gridavano slogan contro gli australiani. 
Improvvisamente gridarono “Allah Akhbar!”, e partirono sgommando prima che la luce del semaforo cambiasse. Arrivando all’improvviso all’incrocio, a tutta velocità, un autobus andò a sbattere direttamente sulla loro automobile, distruggendola completamente e uccidendo tutti coloro che erano a bordo.
Per parecchi minuti rimasi seduto nella mia automobile riflettendo e dicendomi: “Accidentaccio cane! Sarebbe potuto toccare a me!”
Così oggi, rapido e di buon’ora, sono uscito di casa ed ho ottenuto il posto di conducente di autobus.




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POLITICA
17 luglio 2016
ABBIAMO PERSO LA TURCHIA
Abbiamo perso la Turchia. E non è lezione da poco. La Turchia moderna, laica, tollerante, democratica, è stata l’invenzione di un uomo, Mustafà Kemal Atatürk, che, col sostegno di pochi militari “illuminati”, impose alla Turchia, per il suo bene, un rinnovamento così coraggioso e profondo, da avere suscitato l’ammirazione del mondo per circa ottant’anni. 
I militari turchi, contrariamente a quanto si è visto dovunque altrove, avevano veramente a cuore i principi del Kemalismo, e quando sono intervenuti, con ripetuti colpi di Stato (naturalmente deprecati con alti lai dai Paesi occidentali) l’hanno fatto per rimettere sulla retta via la Turchia, restituendola sempre alla democrazia. Ma ciò è stato vero fino ad avant’ieri, quando il colpo di Stato militare non è riuscito e la gente è scesa in strada per confermare il proprio sostegno a un governo tendenzialmente autocratico e tendenzialmente islamista. Cioè – sempre tendenzialmente – un governo com’era prima di Atatürk. E da ciò si possono trarre alcune lezioni.
In primo luogo che la democrazia non è necessariamente un regime moderno, nel quale sono ovviamente assicurate le libertà di parola, di stampa, di religione o perfino di vestiario. La democrazia è soltanto un regime in cui votano in molti (oggi tutti i maggiorenni) e questi decidono non per il loro bene, ma per quello che credono il loro bene. Inoltre, non per il bene di tutti, ma per il bene della maggioranza, che può benissimo essere in conflitto con il bene della minoranza. Anche quando il bene della minoranza è quella libertà che credevamo connaturata con la democrazia. Insomma la democrazia non è un risultato – cioè un certo modello di società – ma un modo di attribuzione del potere. E se con questo sistema si consegna il timone della nazione a qualcuno, fino alla dittatura, può avvenire che sia abolito lo stesso il sistema di attribuzione del potere. Insomma prima con le elezioni si manda al governo Hitler, e poi Hitler abolisce le elezioni.
Ora la Turchia, con libere elezioni, ha a poco a poco modificato il Paese che Atatürk aveva reso moderno e laico fino a farne un Paese tendenzialmente confessionale, bigotto e magari arretrato. Ecco perché possiamo dire che abbiamo perso la Turchia come la conoscevamo. E abbiamo avuto la conferma che a migliorare un Paese non basta una guida illuminata. Non basta che una sterminata metropoli largamente europea come Istanbul abbia una mentalità moderna e laica, se la maggior parte della popolazione del Paese abita in periferia, è tradizionalista e vota per un partito a tendenza religiosa, nel nostro caso musulmana. Il risultato è che anche la nazione sarà a tendenza religiosa ed anzi bigotta. Non basta un pugno di laici eredi di Atatürk a cambiare la vecchia Anatolia delle campagne. Gli eventi di questi ultimi anni ci dimostrano che la Turchia meritava il Califfo, non Atatürk. 
Le conclusioni cui conducono questi fatti non sono insignificanti. Innanzi tutto è vero che la democrazia è il miglior regime fra quelli offerti dalla realtà, ma chi si illude che essa conduca a decisioni sagge, o anche soltanto alla libertà, si sbaglia di grosso. Rimane assolutamente vero il detto – che pareva banale – secondo cui ogni popolo ha il governo che merita. Anche quando una nazione si trova ad avere un regime migliore di quello che merita – octroyé dalla storia – poi appena possibile opera una svolta per tornare alla situazione precedente. Ed ecco perché la Turchia merita Erdogan.
 Attenzione, vale anche per noi. Gli italiani sono convinti di essere migliori del governo che hanno, ed anche per questo votano per il M5S. Ma si sbagliano pesantemente. Il governo che abbiamo è il migliore che potremmo avere, considerando quello che siamo. È inutile chiedergli di essere più onesto, più intelligente, per economicamente saggio di quello che è. Sarebbe come chiedere agli italiani di essere più onesti, più intelligenti, più economicamente saggi di quello che sono.
Naturalmente la storia va avanti e non è detta l’ultima parola. Qualcuno dice che il successo di Erdogan è anche dovuto al momento economicamente positivo attraversato dalla Turchia, che ha fatto anche chiudere gli occhi sui disastri accumulati da Erdogan in politica estera. E per conseguenza, se questo momento economicamente positivo avesse termine, potrebbe aversi nella popolazione una reazione opposta. Ma in quel momento potrà ancora esercitare il diritto di voto, per scegliere un governo diverso?
Anche questo è un corollario importante. Non tutti gli errori dispongono di marcia indietro. La democrazia può votare per la dittatura, ma con la dittatura si può votare per la democrazia? O, più precisamente, in che misura il popolo è disposto a scendere in piazza e rischiare la vita, quando si tratta di riconquistare la libertà? Alcuni popoli, a cominciare dai placidi inglesi, la rivoluzione e persino il regicidio ce l’hanno nel sangue, altri, come noi italiani, non hanno mai fatto una rivoluzione. C’è di che toccare ferro.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
17 luglio 2016

IL VICINO NON AMA IL GLICINE

Chissà, forse sono sfortunato. Forse sono uno di quei personaggi mitologici, come Paperino, che sono sempre nei guai anche se non vanno a cercarseli. Per non avere a che fare con i ragazzi, con i colleghi, e soprattutto con i presidi, mi sono messo in pensione appena ho potuto. Per non avere a che fare con gli inquilini, e con lo Stato italiano, ho venduto gli appartamenti che avevo. Non mi iscrivo a nessun club, nessun partito, non partecipo ad iniziative e vivo prevalentemente nella mia stanza. Felice quando non sono costretto a mettere il naso fuori dalla porta. Ma ciò non ha scoraggiato il Fato, quell’Entità Superiore capace di far cadere la pioggia sulla testa di Fantozzi, con un’apposita nuvola, mentre sul resto del territorio splende il sole. 
Una mattina ho visto il vicino del fondo accanto a quello del nostro condominio che prendeva una discutibile iniziativa. Come scritto da mia moglie nella sua querela, “attraverso la rete che separa la sua villetta dal condominio nel quale risiedo e in cui sono proprietaria di un appartamento, con delle cesoie e con un seghetto per i rami più grossi, tagliava in molti punti le piante di glicine del nostro condominio, danneggiandole pesantemente. La cosa è ampiamente documentata dalle fotografie. Egli ha tagliato le piante benché mio marito, dallo stesso balcone, lo abbia avvertito che quanto fatto, e quanto continuava a fare, costituiva reato”. 
Il processo è interminabile. La difesa non sa che cosa opporre, perché il reato è evidente. Anche ad ammettere che quel tale fosse in buona fede, avrebbe ancora commesso il delitto di esercizio arbitrario con violenza sulle cose. Lo sconsiderato inoltre non ha mai chiesto scusa e non si è mai offerto di risarcire il danno. Ero proprio curioso di vedere come avrebbero potuto assolverlo, ammesso che volessero. Ma per questa parte “avevo fiducia nella giustizia”, nel senso ironico dell’espressione.
Emessa la sentenza, due giorni dopo riceviamo dall’avvocato difensore dell’imputato una lettera in cui informa mia moglie che il giudice ha assolto il suo difeso dal reato ascrittogli “per non averlo commesso”, infatti lui era “totalmente estraneo ai fatti”. Poiché però l’imputato, falsamente accusato, ha dovuto pagargli un notevole onorario, intima a mia moglie di pagarli 2.537€, “giusta fattura che alleghiamo in copia”. Il tutto entro una settimana, a pena di azione legale.
Inutile stare a descrivere la rabbia, la frustrazione, l’umiliazione che abbiamo provato. Un autentico lutto. Perdere sì, l’avevamo previsto, avendo fiducia nella giustizia, ma pagare una somma del genere a chi aveva commesso il reato di danneggiamento? Tuttavia, qualche settimana dopo sono stato in grado di rispondere all’avvocato nei termini che seguono.
“[omissis]. Dal momento che Lei riferiva, riguardo al proscioglimento, i motivi sopra riportati, ho da prima presunto che proprio quelle ragioni avessero motivato la decisione; e che sulla base di esse il giudice avesse stabilito quell’obbrobrioso risarcimento a favore di un imputato certamente colpevole. Poi ho letto la motivazione della sentenza ed ho così appreso che il tutto era frutto della sua fantasia.  Il magistrato non è per nulla entrato nel merito della vicenda ed ha prosciolto l’imputato sulla base dell’asserita improcedibilità dell’azione penale, ai sensi di un mutato orientamento giurisprudenziale (del 2011). 
Lei ha sottoscritto la sua richiesta di risarcimento in favore dell’imputato l’undici settembre 2015, cioè lo stesso giorno in cui il giudice ha letto il dispositivo. Che premura aveva? Ci teneva a procurarsi al più presto una cattiva figura o magari a rischiare una denunzia per truffa, consistente nell’artificio e il raggiro di fornire come base della richiesta inesistenti motivazioni della sentenza, citate per giunta fra virgolette? Come scritto nell’art.542 del C.p.p., “la rifusione delle spese” e “il risarcimento del danno in favore dell’imputato” sono previsti soltanto “Nel caso di assoluzione perché il fatto non sussiste o perché l'imputato non lo ha commesso”. Non nel caso di proscioglimento per improcedibilità dell’azione penale: unde le parole del magistrato, “Nulla sulle spese”. È per documentare tutto ciò che conservo gelosamente il foglio da Lei firmato. 
Lei è stato veramente troppo ottimista. Il giudice non poteva assolvere il sig.XX per non aver commesso il fatto, come Lei ha più che arditamente presunto, perché il suo assistito ha ammesso in aula di avere tagliato i rami dei glicini. “Facevo giardinaggio”, ha detto, come se lo si potesse fare nel fondo altrui. E dunque non poteva sfuggire alla condanna per danneggiamento o per esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose.
Facciamo comunque l’ipotesi che il giudice l’avesse assolto per insufficienza di prove sul dolo, anche se ciò non avrebbe spiegato l’assoluzione per il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose, che proprio l’assenza del dolo di danneggiamento prevede: ebbene, anche in questo caso la sua richiesta sarebbe stata azzardata. Ipotizzando l’insufficienza di prove sul dolo riguardo al fatto, si confermerebbe implicitamente il fatto stesso. Il risarcimento inoltre è previsto a fronte di un danno ingiusto, e qui il danno ingiusto l’ha subito la parte offesa. Dunque la sua richiesta sarebbe stata non soltanto tutta in salita – ed esposta ad un’immediata riconvenzionale – ma addirittura temeraria.
La conclusione è piuttosto mesta. Da un lato il suo amico XX è un campione di sciocca arroganza, in quanto avrebbe evitato un intero processo se avesse riconosciuto i suoi torti e avesse chiesto scusa. Ma forse è qualcuno che reclama il diritto di tagliare le piante nei fondi altrui.
In secondo luogo, Lei ci ha inviato una richiesta irrituale ed infondata, mediante copia informale della Parcella n.11 inviata al sig.XX, e dunque Lei deve avere già effettivamente ricevuto quel denaro in modo ”tracciabile” (non credo sia già vigente la norma che permette pagamenti superiori ai mille euro in contanti): diversamente si dovrebbe già ipotizzare un illecito finanziario. Come se non bastasse, Lei deve avere in qualunque caso versato al fisco la somma di 457,60€ di Iva: lo ha fatto? Perché se il sig.XX non l’ha effettivamente pagata, e comunque se Lei non ha versato l’Iva in quella misura, la sua lettera richiederebbe un risarcimento per un “danno” non subito, sostanziando, oltre che il reato di truffa mediante induzione di un errore sul fatto, un’evasione dell’Iva. Reati in cui potrebbe anche essere coinvolto il sig.XX, beneficiario della somma richiesta. Infatti, mentre è del tutto inverosimile che la lettera sia stata inviata a sua insaputa, è del tutto verosimile che sia stata inviata su sua pressione. 
Ma ormai questa vicenda è conclusa, e non ho nessuna voglia di prolungarla. Mi rimane soltanto il dispiacere di avere dei vicini di casa i cui comportamenti appaiono determinati da irragionevolezza e infantile arroganza”.
19 – Continua




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POLITICA
15 luglio 2016
LA DIFESA CONTRO IL TERRORISMO SUICIDA È POSSIBILE
Chi vuole può leggere un vecchio articolo del 2015, a mia firma, su pardonuovo.myblog.it
G.P.
P.S. Per stomaci forti!



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POLITICA
15 luglio 2016
IL PICCOLO STIN
Poiché recentemente ho acquisito nuovi lettori, segnalo che non scrivo nulla sulla strage di Nizza perché, della risposta al terrorismo, ho lungamente parlato in passato e non desidero ripetermi.
In sintesi, si tratterebbe di rispondere con la barbarie alla barbarie del terrorismo . Per averne un’idea, digitare su Google “Pompeo pirati”. Il concetto di base è quello della responsabilità obiettiva attribuita al gruppo di provenienza 

IL PICCOLO STIN

La data - marzo 2012 -  non deve stupire. Ho scritto allora questo racconto, ma accanto al titolo c’era scritto: “non pub”. Non pubblicato. Ora l’ho riletto –non ne ricordavo una riga – ed ho passato un po’ di tempo gradevolmente. Propongo la stessa occasione a chi vorrà avrà voglia di leggere, per un po’.


Serse non era un bambino fortunato. Sua madre, una ragazza all’avventura, l’aveva concepito in occasione di un rapporto occasionale. Prima l’aveva stramaledetto, poi non aveva avuto il coraggio di abortire, infine, quando il piccolo aveva tre anni, era morta di overdose. Suo padre, un eterno studente, era morto a ventiquattro anni a causa di un incidente durante una manifestazione politica. Lui era nato perché i suoi genitori avevano giocato alla roulette russa e prima ancora di andare all’asilo era stato orfano di padre e madre. L’unico parente superstite, cui fu naturalmente affidato, era il nonno Antonio: un uomo sui sessant’anni, invalido totale del lavoro, che viveva del suo sussidio, e che ringraziava la sorte per quell’incidente: talmente non si sentiva tagliato per il lavoro. 
Naturalmente però era poverissimo e da principio non benedisse certo il caso che l’aveva reso di nuovo padre. Ma il piccolo era così mite, si aspettava così poco da tutti, era così grato per ogni gesto d’affetto, che presto, più che chiedersi se se lo potesse permettere, Antonio cominciò a chiedersi come sarebbe potuto sopravvivere senza quella piccola luce in casa. 
Ma di chiamarlo Serse non se ne doveva parlare. Quello no. Quando gli avevano annunciato di avere scelto quel nome era rimasto sorpreso: “Ma loro sapevano chi era stato Serse, e che cosa aveva rappresentato, nell’antichità?” Vide così che non avevano le idee chiare e che piaceva loro il suono, di quel nome. Quelle “s”, quel “se” insistito, proprio quel sibilare che lui non sopportava: un nome deve essere un canto di gioia, Aldo, o un proclama di guerra, Vittorio, non un lamento vagamente ovino, come Samuele. E poi, se proprio bisognava attingere all’antichità e si amavano le “s” perché non Sesto, o ancor meglio un nome famoso, per esempio Pompeo? Le risate che accolsero la proposta lo zittirono definitivamente: “Un nome da pompiere!” 
Quando però si ritrovò da solo col bambino non esitò: sarebbe rimasto Serse per l’anagrafe, ma in quella casa sarebbe stato Sesto. 
E tuttavia, Sesto? Con quegli occhioni ingenui e affamati? E poi era figlio e nipote unico. Forse Sestino. Ma scoppiò a ridere. Sestino, il maschio della sestina? Solo “Stino”, allora? Ma rise ancora: il diminutivo di “Postino”?
Finì che, abbreviando abbreviando, il bambino fu universalmente conosciuto come “Stin”. Anni dopo sorse il problema:
- Nonno, mi chiedono che nome è, Stin.
- E tu chiedigli che nome è il loro.
E si metteva a spiegare al bambino che i nomi non significano niente, sono come le targhe delle automobili. Servono a far voltare una persona e non un’altra, se la chiamiamo. Se ci chiamassimo con dei numeri, perderemmo troppo tempo: i numeri sono polisillabi e...
- Che vuol dire polisibbi?
- Polisillabi. Vuol dire lunghi, appunto. 
Comunque, una volta che Stin fu un po’ più cresciuto gli raccontò la storia del suo nome, fornendogli anche due risposte per tutti i curiosi: o gli dici che è diminutivo di Agostino, e te li togli di torno, o li inviti ad andare a chiedere a tuo padre.
- Ma mi diranno che è morto.
- E tu li inviterai a pazientare. Un giorno saranno morti anche loro e potranno avere un’interpretazione autentica.
Il piccolo cresceva da un lato avendo a che fare con le tabelle della Tavola Pitagorica, dall’altro con un nonno originale che parlava a base di parole come “polisillabi”, “interpretazione autentica”, “iperuranio” e “tirannide”. Ma accanto a questa ricchezza culturale, dovuta all’indomabile eclettismo dell’invalido, permaneva la miseria economica. Stin crebbe con l’idea che “avere scarpe” significasse averne due, una destra e una sinistra. Che tutto era “troppo caro” o, al limite, “di ottimo prezzo, peccato che non ce lo possiamo permettere”. Ed era vero. 
Antonio gli avrebbe dato tutto quello che aveva, ma non aveva niente. Poteva solo dargli brani della sua filosofia. Se il bambino desiderava un giocattolo che altri avevano e lui no, ecco il nonno gli faceva notare che alcuni dei suoi giocattoli li aveva raccolti nella spazzatura, praticamente intatti. Sapeva che significava? Che qualcuno li aveva voluti e comprati, e presto se ne era stancato. Dunque che non piangesse sul giocattolo che non aveva: forse, se l’avesse avuto, se ne sarebbe presto stancato. E comunque, chissà che un giorno o l’altro non avrebbero trovato nella spazzatura, magari in accettabili condizioni, quello che desiderava ora? Per questo doveva sempre avere l’occhio vigile, passando accanto ai cassonetti. Fu infatti così che Stin riuscì ad avere la sua prima bicicletta, dopo che il nonno ebbe riparato un paio di insignificanti guasti, fra cui una gomma bucata.
Tutti siamo figli delle nostre esperienze e Stin non faceva eccezione. La sua mentalità, a mano a mano che andava avanti negli anni e si apprestava a varcare la soglia del Liceo Classico, aveva dei capisaldi che nulla poteva scuotere. Erano il frutto di un’esperienza senza falle: niente è regalato, tutto è troppo caro e spesso non vale la pena di averlo. Perché comprare un libro di scuola carissimo se lo si può avere di seconda mano? E perché averlo di seconda mano, se si può utilizzare quello di un compagno? 
Infatti era per tutte le famiglie “l’amico del figlio” ideale. Bravissimo a scuola, serio, capace di spiegare e comunque interessato a studiare, era letteralmente conteso. Riceveva persino, malgrado le sue proteste, regali e inviti. Gli proposero persino di pagarlo ma, malgrado il suo estremo bisogno, rifiutò: ricevere denaro l’avrebbe fatto passare dal lato dei reprobi, quelli che il denaro lo chiedono, abbandonando il lato dei virtuosi, quello di coloro che possono avere l’orgoglio di dire che non ne hanno bisogno. Come il nonno Antonio.
Stin andò all’università, ma le spese erano molto aumentate. Per questo, da un lato studiava e frequentava le lezioni, dall’altro faceva ogni sorta di lavori, dall’idraulico con un vicino di casa, al “ragazzo delle pizze” in motoretta, ed aveva inoltre mille piccoli introiti imprevisti, perché era il factotum del quartiere. Soprattutto delle vecchie signore, deliziate dalla sua gentilezza e dal fatto che non chiedeva nulla, per i piccoli favori che faceva.
Fu all’università che un professore, dopo l’esame, gli propose di dargli una mano con gli studenti. Lo avviò così ad una carriera prima di ricercatore e un giorno, chissà, di docente o cattedratico. 
La vita è strana. Come da prima si era accanita sul piccolo Stin, ora sembrava avere completamente cambiato registro. È vero che il ragazzo ce l’aveva messa tutta, per sopravvivere, ma i risultati erano stati spettacolari. Il professor Panuzzi l’aveva di fatto condotto per mano a succedergli nella cattedra e per tutta la facoltà Serse Anniceto era presto divenuto sinonimo di “Scienza delle Costruzioni”. Gli studenti lo stimavano ancor più di quanto lo temessero e la regola era: “Se superi l’esame con quel bastardo, ti puoi considerare ingegnere”. Presto fu noto anche come professionista e gli si richiedevano consulenze e perizie. Tutto ciò, insieme con l’atteggiamento avuto sin da bambino nei confronti del denaro, lo rese presto ricco.
Stin considerava se stesso con stupore: vedeva intorno a sé gente che avrebbe fatto carte false, per trovarsi nella sua situazione, mentre lui ad essa non aveva nemmeno mirato. Era con stupore che si accorgeva di essere al di sopra della maggior parte delle persone con cui aveva a che fare. 
Non credendo che l’intelligenza o la buona volontà da sole bastino per portare un uomo all’agiatezza, cominciò a porsi delle domande sul proprio successo. La prima ragione del suo successo era stata innegabilmente la miseria. Quando non ci si può permettere nulla, quando tutto diviene prezioso, si impara a non sprecare neanche un centesimo e a fare a meno di moltissime cose. Come se non bastasse, questa situazione, che per altri sarebbe stata drammatica, lui l’aveva vissuta con nonno Antonio e questa sorta di filosofo gli aveva insegnato, col suo stesso esempio, a non dare molto valore ai “beni della Terra”, come li chiamava. Non valeva la pena di invidiare nessuno, non valeva nemmeno la pena di attivarsi per ottenere di più e di meglio. Quello che hai già ti basta.
Stin ricordava ancora un episodio di quando era ancora ragazzo:
-Nonno, aveva chiesto, ma io perché devo avere un solo paio di scarpe?
-Ma è chiaro, piccolo mio: hai forse più di un paio di piedi?
-Ma gli altri hanno molte più paia di scarpe di me, le vanno cambiando...
Suo nonno allora gli aveva spiegato che nella vita si può tendere a un massimo o a un minimo di beni materiali e a un massimo o un minimo di beni non materiali. Lui, per esempio, un po’ per temperamento, un po’ per necessità, aveva fatto pressoché completamente a meno dei beni materiali. In compenso la sua vita era stata piena d’amore – a cominciare da quello che legava loro due – e di cultura. “Lo so, non ho letto i giornali che ho comprato, ma quelli che la gente abbandona nei cestini del parco; ho studiato più su libri che mi hanno prestato che su libri miei; ho indossato soprattutto vestiti di seconda mano, regalati, ma in compenso non ho mai avuto debiti, non ho mai piegato la schiena dinanzi a nessuno e non sono sceso a compromessi con la mia coscienza. Storpio come sono, morendo dovrò dire di avere avuto una vita felice. Felice soprattutto perché sei venuto tu, che m’hai dato l’immenso piacere di potere amare qualcuno che meritava di essere amato...”.
Antonio era un po’ più dispiaciuto di quanto non dicesse, in quel momento, dovendo ammettere di aver fatto vivere nella miseria questo nipotino amatissimo. Ma Stin già capiva che da un lato il vecchio non aveva modo di guadagnare nulla, dall’altra non gli aveva mai fatto mancare l’affetto, il dialogo, e persino un metodo per sentirsi superiore ai problemi di denaro.
Quella scena era finita con Stin che era andato ad abbracciarlo, pentendosi di avere parlato delle scarpe, e ripromettendosi di regalarne lui decine di paia,  al nonno, un giorno.
Era cresciuto secondo questi principi e ciò l’aveva condotto a quella cattedra e ai suoi trentotto anni di successo.
Andava pure spiegato che, accanto alla immeritata disgrazia di avere avuto una madre come la sua, aveva anche avuto la fortuna, altrettanto immeritata, di incontrare Panuzzi. Era questi il professore di Scienza delle Costruzioni che l’aveva preso sotto l’ala. Un vecchio scapolo non lontano dalla pensione e di cui Stin solo con molto ritardo aveva capito che era omosessuale. L’anziano, già prima degli esami, aveva ammirato in Stin un ragazzo intelligentissimo e volenteroso che avrebbe amato avere come figlio, e cui sarebbe stato contento di lasciare la sua cattedra. Sicché l’aveva in ogni modo aiutato. Non per farne il suo favorito - Stin era evidentemente eterosessuale - ma come un vecchio donnaiolo divenuto impotente per età guarda ancora con irrefrenabile simpatia una giovane donna attraente. 
E comunque, in questo caso, si ripeteva un fenomeno costante: il comportamento mite e gentile di Stin aveva sedotto lui come seduceva tutti.
Tutto bene, dunque, salvo un neo. Fu quasi per caso che il giovane apprese che in giro tutti lo reputavano una gran persona perbene ma anche un avaro. 
Lo stupore lo tramortì. Sin da bambino aveva risparmiato, questo sì, perché nella sua vita non c’era da sprecare nulla: ma da questo ad essere avaro! Avaro è uno che ama il denaro, che vuole possederlo, accumularlo, compiacersene. Tutte cose che a lui non passavano nemmeno per la mente.
Decise di parlarne con un collega anziano, Bonetti, il professore di estimo, da tutti considerato un farfallone. Costui andava in giro con un’incongrua cravatta a papillon, si era sposato tre volte e aveva parecchi figli. Aveva costantemente moltissimi debiti che andava tamponando da una vita, come poteva, sperando sempre in qualche ricca consulenza che gli desse un po’ di respiro.  Una persona simpatica ma, per così dire, un irresponsabile cui Stin non avrebbe prestato un soldo. Ma era il contrario di un avaro e dunque bisogna parlarne con lui. 
Quando entrarono in argomento, fu con la delicatezza di una cannonata che Binetti rispose alla domanda: 
-Se ti considero avaro? Certo, sì, perché?
Avrebbe potuto dire “Non avaro ma”; oppure “avaro non direi ma”; anche “molto attento ai soldi”, invece rispondeva, con la sfrontatezza di un bambino, “Sì, perché?”
Stin, a suo parere, era avaro perché non spendeva. Certo, non viveva di carità, ma perché aveva la stessa piccola automobile da anni? Perché aveva sì e no due o tre vestiti? Perché le camicie le comprava alla Rinascente, invece di farsele fare da una buona camiciaia, come quelle che indossava lui, che pure era meno ricco? Il collega pareva non capacitarsi dell’esistenza di un Serse Anniceto ed era un fiume in piena. Lo riempiva di lodi, al passaggio, ma Stin aveva la sensazione di chi, aprendo la porta di un armadio, si vede rovinare addosso tutto il contenuto che stava sugli scaffali. Bonetti quelle cose le pensava da tempo, evidentemente, e con lui chissà quanti altri. Si rassegnò dunque alla condanna ma chiese di potersi spiegare.
-Cominciamo dall’automobile, esordì. Come sai, non faccio molti chilometri, in un anno. Quell’auto va ancora bene e risponde perfettamente ai miei bisogni. Perché dovrei cambiarla?
-Perché gli altri la cambierebbero. Perché con un’automobile più grande, bella e costosa, faresti un’altra figura. Con quella che hai, quando vai a fare benzina, l’addetto avrà la tentazione di dartela lui, la mancia.
-E per questo io dovrei comprare qualcosa che non mi interessa? O credi che m’importi l’opinione di un ignoto salariato?
Bonetti non vacillava: 
- La verità è che tu preferisci tenerti i soldi che costerebbe l’automobile nuova.
-Certo, perché per me l’automobile nuova non vale i soldi che costerebbe.
-E per questo sei un avaro.
La discussione andò avanti fin quasi allo sfinimento e Stin riuscì soltanto a dimostrare che non era l’amore per il denaro, che gli impediva di spendere: infatti aveva fatto delle spese ingentissime, quando gli era sembrato che ne fosse il caso. Badava solo al bilanciamento tra costi e ricavi: 
-Se posso ottenere una cosa facendo un certo sforzo, mi chiedo se ne valga la pena. E di solito la risposta è no. Vale persino se devo alzarmi perché ho dimenticato qualcosa nell’altra stanza: infatti sono noto per essere pigro. Se un vantaggio è al prezzo di “tenersi buona” una persona antipatica, io non me la tengo buona e perdo il vantaggio. Senza Panuzzi sarei un ingegnere del comune, come avevo programmato: e l’avrei ottenuto per concorso, non per via di amicizie o umiliazioni. 
-Insomma per te niente vale niente.
-Forse è così. Anche per questo non mi sono sposato e non ho avuto figli. È vero, non m’è capitato di innamorarmi, ma alcuni si sposano per il piacere e il calore di una famiglia. Ora io chiedo: a parte il fatto che non sempre il risultato è il calore degli affetti, a quale prezzo si ottiene, tutto questo? Per uno che si dichiara contento, quante persone ci sono che si lamentano del peso della propria famiglia?
-Ho capito, disse Bonetti, che non insegnava filosofia: tu non sei solo avaro per il denaro, sei avaro a trencentosessanta gradi. Non pagheresti nessun prezzo per nessuna cosa. E se sei contento così, dopo tutto, buon per te.
Stin rimase impressionato, da questa conversazione. L’opinione di Bonetti contava più o meno quanto quella del pompista, ma era lui stesso ad essere perplesso. Come mai non aveva mai pensato a tutto questo? Era sempre vissuto in perfetta serenità, da quando era uscito dalla miseria, e il denaro era stato soltanto “qualcosa che sta in banca”. “Qualcosa che permetteva di emettere assegni senza neanche chiedere quanto ci fosse nel conto”. 
Ora si chiedeva se la dottrina stoica della soppressione dei desideri nascesse soltanto dall’impossibilità di soddisfarli o non corrispondesse alla voglia di dirsi di no; alla voglia di dichiararsi superiore ai desideri stessi; a una sorta di piacere dell’autoprivazione, dell’automortificazione, e nel frattempo d’irrisione nei confronti delle tentazioni. 
Nato per lottare contro i desideri smodati, lo stoicismo diveniva una lotta contro il desiderio in sé. E cominciava a somigliare all’avarizia. Bisognava dunque identificare ciò che era effettivamente utile e degno di essere desiderato: ma come evitare che la conclusione dipendesse dal temperamento dell’interessato? 
L’esempio dell’automobile era perfetto. Era saggio lui, che considerava quel veicolo un mezzo per spostarsi nello spazio e basta, o avevano ragione gli altri, che lo consideravano anche un distintivo, un fiore all’occhiello infantile, del tipo: “Io ce l’ho e tu no”? Era saggio, lui, che aveva tenuto così ben separata la sua vita privata da ogni impegno esistenziale che lo rendesse per così dire schiavo della situazione in cui si era messo, o erano saggi gli altri? E come reputare sagge e libere le persone che di ciò che facevano, di quanto guadagnavano, di dove vivevano, dell’automobile e di tutto dovevano rispondere a moglie e figli? Lui avrebbe potuto accettare quel posto negli Stati Uniti l’indomani, senza rendere conto a nessuno della decisione. Immaginò il commento di Bonetti:
-Sì, così andrai a guadagnare un’altra montagna di denaro che non spenderai mai. 
Non c’era scampo, la discussione era circolare. E forse la conclusione giusta l’aveva formulata proprio il collega farfallone: “Se sei contento così, buon per te”. Il problema non era quello del rapporto col denaro ma quello del rapporto fra costi e ricavi, fra sforzo e soddisfazione, fra impegno esistenziale e situazione conseguente: era soltanto un bilancio in termini di felicità individuale. 
Stin era uno cui era toccato in sorte un motore che gli permetteva i duecento orari ma che amava andare placidamente a non più di ottanta. E non faceva male a nessuno.
Gianni Pardo, 1° marzo 2012




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POLITICA
14 luglio 2016
L'INNAMORAMENTO NORMALE E QUELLO ANORMALE
L’innamoramento normale è una “malattia” simile alla rosolia o al morbillo. Quelle sono malattie dell’infanzia, l’innamoramento è un fenomeno dell’adolescenza. E mentre non sappiamo a che cosa servano la rosolia e il morbillo, l’innamoramento è la faccia mentale dell’istinto di riproduzione della specie. Nell’adolescenza si risveglia l’appetito sessuale, che è indiscriminato, e ad esso si accoppia un istinto che non è indiscriminato: quello di formare una coppia con una persona dell’altro sesso. 
Quando la vita media durava venticinque anni, era opportuno che gli esseri umani si accoppiassero non appena erano in grado di farlo: così avevano almeno una decina d’anni da dedicare alle cure parentali. Oggi invece la vita media in alcuni Paesi, come in Italia, dura una ottantina d’anni e, per le esigenze attuali, dei ragazzini di meno di quindici anni non sono in grado di divenire padri e madri di famiglia. Dunque il loro innamoramento rimane allo stato di vagheggiamento e di intensa, dolorosa esigenza insoddisfatta. 
Benché l’innamoramento degli adulti faccia parte di infiniti argomenti di film, romanzi, opere liriche e canzoni, molti in seguito non fanno più questa esperienza. Si sposano ed hanno figli, perché è ciò che si fa, ma l’innamoramento fa parte del passato. 
Avviene tuttavia che ci si innamori anche dopo i trenta o i quarant’anni, e questo fenomeno è etologicamente poco comprensibile. A quell’età, per la natura, si dovrebbe essere o morti o nonni: e l’innamoramento è “anormale”. Se un’utilità può avere, va ricercata nella psiche del singolo. 
Un’ipotesi è quella dell’innamoramento/“agnizione” (riconoscimento). Un uomo o una donna hanno sempre sognato, magari inconsciamente, un tipo di partner, e un giorno credono d’incontrarlo: ciò produce una sorta di scarica dell’elettricità accumulata (“colpo di fulmine”).  Sarebbe interessante sapere quali condizionamenti inconsci abbiano creato l’archetipo cui l’oggetto dell’amore sembra corrispondere, ma il risultato non cambierebbe: per qualche strano motivo si ha la sensazione di avere incontrato “la persona giusta”, ed è normale che per essa si facciano follie. Anche lasciando la famiglia e i figli, anche abbandonando il proprio Paese, anche mettendosi in pericolo, come Anita Garibaldi. O distruggendo la propria dignità, come il professor Unrat del film “L’Angelo Azzurro”.
Un secondo fenomeno potrebbe essere l’innamoramento/salvezza. Una persona infelice sogna più o meno consciamente di uscire dalla propria situazione esistenziale e si innamora di chi crede potrebbe aiutarla ad evadere. Madame Bovary è stata fin troppo irrisa per il suo romanticismo ingenuo, e tuttavia meriterebbe maggiore considerazione. Non fu tutta colpa sua se, nella ricerca di un po’ di poesia, e per salvarsi da una vita piattamente provinciale, la sua intelligenza e la sua cultura non poterono farla andare più lontano del “bovarismo”. E magari le impedirono di capire che Rodolphe era un mascalzone. 
L’innamoramento/salvezza spiega molte follie dell’età matura. Questa non è certo l’ “età dell’amore”, e i francesi infatti parlano del “démon de midi”, il diavolo di mezzogiorno. È il momento in cui anche le persone meno riflessive si rendono conto che la maggior parte dei loro anni ruggenti sono finiti. Che hanno più passato che futuro. Che non possono più avere grandi speranze. Anzi, che forse non ne hanno più: e una disperazione inconscia spinge alcuni a reagire, perfino al prezzo di qualche follia.
Per come se n’è parlato sin qui, si direbbe che l’innamoramento sia un fenomeno unilaterale, mentre comunemente si parla di “due persone che s’innamorano”. Qual è la realtà? Che possa aversi l’innamoramento vicendevole non c’è dubbio, ma che si verifichi spesso è un’evidente falsità. E ciò per ovvi motivi: bisogna che si realizzino molte casualità concomitanti. Di solito si innamora soltanto uno dei due, e l’altro – più o meno lusingato – accetta questo rapporto. La cosa può anche condurre ad un pieno successo, se il non-innamorato comprende che quella è la persona giusta e cerca di rispondere all’innamoramento con l’amore. Ma parleremo d’amore, non d’innamoramento. 
L’innamoramento speculare è spesso un artificio artistico. La sua frequenza nella realtà corrente è insignificante. E ciò conduce a parlare di una caricatura di questa magia. Ci sono persone che affermano di essersi innamorate “molte volte”. Alcuni arrivano a vantarsi di “essere sempre innamorati” e dunque scambiano la loro brezzolina intima per una tempesta emotiva che evidentemente non conoscono. Questo lo si potrebbe chiamare innamoramento/equivoco. A meno che non sia la copertura elegante di una promiscuità sessuale di cui non val la pena di parlare.
L’innamoramento è uno stato patologico temporaneo che a volte, come l’ostrica, produce una perla. Ma più spesso dolore.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 luglio 2016

IL PROF.PARDO
Visto dal lato dei banchi

Ognuno di noi conserva dei ricordi di liceo e non è strano che, dopo tanti anni, alcune persone o alcuni fatti tendano a trasformarsi in miti. Ho tutta­via l'impressione che il mio professore di francese fosse effettivamente un personaggio, già allora. 
Basso, più grasso che magro, con una barba sale e pepe, era noto in tutto il liceo perché non raramente invece di camminare correva e spesso veniva a scuola in bicicletta. Era tutta una collezione di stranezze. Per dirne una, non sopportava le osservazioni ovvie e sciocche e quando si fece crescere la barba si presentò agli esami di riparazione con un cartello appuntato sul petto: "Sì, lo so: ho la barba".
Assolutamente impermeabile alle raccomandazioni, era cordiale con gli alunni indipendentemente dal profitto e commentava i due e i tre con l'inte­ressato come se non li avesse messi lui. Pure se era capace di mettere dieci, per i voti partiva infatti dall'uno meno meno. Ma l'imperitura leggenda del liceo voleva che mettesse voti negativi.
Il prof.Pardo, così si chiamava, avrebbe dovuto essere un'occasione di sbalordimento soprattutto per i ragazzini che venivano dalla media, ma a quell'età, mancando di esperienza, tutto sembra più o meno naturale. Al con­trario, i ragazzi che entravano a far parte della sezione negli anni successivi subivano uno choc. Capitava che fossero rinviati a posto solo dopo aver letto male qualche riga in francese, e prendendo magari un due, e tutti noi compagni dovevamo consolarli, incoraggiarli, spiegargli come andavano le cose. Gli assicuravamo, shakespearianamente, che c'era un meto­do, nella pazzia di Pardo. Se si applicavano, non era impossibile che, fra un paio di mesi, avessero sette.
Ma un alunno sfuggì totalmente a questi drammi.
In quinta anche Pardo ci trattava con disinteresse. Lui certo nei giudizi avrebbe detto la verità, ma per il resto ciascuno era libero di fare quello che voleva. Questo si vide soprattutto quando, addirittura in quinta, venne a far parte della classe Grassia. Questi era un ragazzone dall’aria severa, barbuto come Marx e del resto era il capoccia comunista della scuola. In francese e in letteratura francese era di un’ignoranza totale e confessata. La libertà che ci offriva Pardo si tradusse dunque per lui in quella di escludere la sua materia dal corso di studi. Sin dall'inizio della lezione, si alzava, chiedeva cerimoniosamente il permesso di uscire e non si vedeva più per tutta l’ora. Dapprima Pardo gli accordò quel permesso distrattamente, ma appena si rese conto che Grassia lo faceva per principio, invece di fare obiezioni, ogni volta accennò ad alzarsi mentre diceva cerimoniosamente (parlava sempre in francese, in classe): “Mais je vous en prie, Monsieur, je vous en prie!” (Ma la prego, signore, la prego!).
Erano i tempi del delirio di sinistra e il loro dialogo sostanziale era saporito. Grassia, fanatico di politica, aveva l'aria di dire: "Io non rico­nosco nessuna validità né a lei né alla scuola. E ancor meno le riconosco il potere di trattenermi in classe. Ma visto che sono un vero capo, e non un manovale della rivoluzione, la tratto civilmente. Se un giorno dovessi condannarla a morte lo farei ancora con estrema cortesia".
Pardo gli rispondeva: "Lei non immagina il dolore che mi dà, disertando le mie lezioni. E tuttavia non penserei mai di trattenerla in classe. Lei ci tiene a rimanere ignorante: perché mai dovrei interferire? Continui a giocare con la politica, io sono un professore di letteratura, non una maestra giardiniera".
Nel corso dell'anno, per dovere, Pardo faceva a volte l'atto di interrogar­lo e otteneva come risposta: impreparato. Sicché il professore gli scriveva “uno” sul registro - per lui l'impreparato non esisteva - ed aveva l'aria contenta di chi si era risparmiata una seccatura.
A fine anno, nel giudizio che si portava agli esami di Stato, scrisse le seguenti lapidarie parole: “Giunto quest’anno nella sezione D, Grassia ha dimostrato un totale disinteresse per la mia materia. Ignoro la sua preparazione tanto in lingua quanto in letteratura francese, perché in tutto l’anno ha saputo dirmi una sola parola: ‘impreparato’. E l’ha detta in italiano”.
Ma erano gli anni folli della politica. Agli esami la commissione risultò tanto di sinistra quanto Grassia e il collega di matematica, membro interno, e persona che conosceva bene le enormi lacune dell'alunno in parecchie materie, dovette battersi perché gli esaminatori non gli dessero il massimo dei voti. L’ottenne facendo presente che nella classe sarebbe stato uno scandalo e molti alunni sarebbero stati peggio che urtati da quel voto. Così andavano le cose in quegli anni.
Un episodio indimenticabile per tutta la classe riguardò invece una ragazza che si chiamava Sinitò. Era una giovane riservata, dal petto piatto e dal colorito smorto. Giunta da noi in quarta, non si era mai fatta notare. Era lì e basta.
In quell'anno, come prescrivono i programmi, dovevamo leggere un'opera in francese, ed era stato scelto "Lorenzaccio", di Musset. Pardo ne assegnava un paio di pagine alla volta e quando interrogava chiedeva dei particolari per scopri­re se l'alunno avesse realmente letto il testo. 
Il giorno in cui interrogò Sinitò chiese anche a lei il solito parti­colare rivelatore - a proposito della spada di Lorenzaccio, lo ricordiamo tutti ancora - e la ragazza prese a rispondere. Pardo la guardava con la faccia impenetra­bile e quando la giovane finì, fece un segno di assenso e chiese per così dire un particolare: non so, di che forma era la spada? Era così e così. Cominciò allora a chiedere come mai Lorenzaccio la tenesse appoggiata sulla spalla, come mai tutti gli altri avessero una spada più corta, e questo e quello. Sinitò rispondeva baldanzosamente. 
In classe cominciammo a guardarci gli uni gli altri. Qualcuno cominciò a sfogliare freneticamente la tragedia, perché tutto quello che la giovane diceva ci risultava nuovo. E ci chiedevamo come ce la saremmo cavata noi, se interrogati.
Infine Pardo, sempre con l'aria benevola, chiese:
-Très bien. Et où est-ce que vous avez lu tout cela? (E dove l’ha letto?)
-Dans la pièce, disse Sinitò (nella commedia).
-Laquelle? (Quale?)
-Lorenzaccio.
-Ah non, pas ça. Dans Lorenzaccio tout ce que vous avez dit n’existe pas. (Questo no. In Lorenzaccio tutto quello che lei ha detto non esiste). 
E le scrisse due sul registro. Era successo che la ragazza, imprevedibilmente brillante, aveva dapprima bluffato e poi, vedendo che andava bene, aveva insistito. Controbluffando, Pardo l'aveva lasciata parlare, e infine l'aveva ridicolizzata. Ma non era un uomo stupidamente vendicativo. Sinitò finì l'anno non ricordo più se con sette o con otto.
18 Continua




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POLITICA
13 luglio 2016
L'ALLUVIONE MORALE
Siamo invasi dalla morale. È come quando un fiume esonda e siamo costretti a vedere l’acqua che entra da sotto le porte chiuse, appare dallo scarico del bidet, fra poco farà capolino dal fondo dell’acquaio. Era giusto che ci fosse, la morale. Se ne teneva conto. A volte magari soltanto per quieto vivere, ma insomma c’era modo di adattarsi. Ora invece è diventata aggressiva, pervasiva, eccessiva. Va a giudicare i nostri minimi comportamenti, si erge a giudice della storia, della politica, del diritto, dell’economia. E siamo al totalitarismo etico.
Qualcuno potrebbe pensare: “Poco male!” Se di una cosa giusta ce n’è più di prima, meglio così. E invece. Perché nulla ci assicura che “quella” morale sia giusta. Infatti essa dipende dai costumi (dai mores, come dice l’etimologia) e quando questi cambiano, quel supremo valore si rivela ben poco supremo, e cambia anch’esso. Quand’ero bambino la parola “omosessuale” non poteva essere pronunciata dinanzi ai professori, e certamente non dinanzi alle signore. Saffo era innamorata, ma non si sapeva bene di chi. Oggi se uno dice che l’eterosessualità è la norma, e l’omosessualità non fa parte della norma, magari rischia un processo per omofobia. E allora, che cosa dice la “Morale con la maiuscola”, quella che dovrebbe essere costante, riguardo all’omosessualità? Quello che diceva cent’anni fa o quello che dice oggi?
Immanuel Kant, che non era uno stupido, pur di creare una morale “eterna”, non le dette un contenuto. La morale, per lui, è quella molla che ti dice: “Tu devi”. Ma “che cosa devi” è un problema tuo.
Da noi la morale, in politica, è stata per lungo tempo “quella cosa che ci dovrebbe essere, ma sappiamo benissimo che non c’è”. E tuttavia abbiamo continuato a vivere. I partiti politici avevano dei programmi che magari non applicavano, ma insomma tiravamo a campare. Chiedendo soltanto, in concreto, che si migliorasse qualcosa. Ora abbiamo un partito che della morale ha fatto la sua bandiera (“Onestà! Onestà! Onestà!”, mentre, si sa, gli altri gridano: “Malaffare! Malaffare! Malaffare!”) senza vedere che, a parte la vacuità dell’invocazione, l’onestà serve a realizzare il programma senza lucrarci, ma intanto bisogna avere un programma. Non una favola come il reddito di cittadinanza.
L’Italia è giunta all’unità da poco tempo e la sua stessa repubblica è lungi dall’avere un secolo di vita. Possiamo perdonarle qualcosa. Meno facile è perdonare la Gran Bretagna che, malgrado il suo tradizionale pragmatismo, sacrifica alle nuove mode cretine e crea una commissione d’inchiesta per giudicare se l’intervento in Iraq fu opportuno o inopportuno. Necessario o inutile. Doveroso o cervellotico. Come se qualunque adulto che ha studiato non sapesse che la storia è costellata d’errori d’ogni genere. 
Chi governa crede di fare la cosa giusta e magari fa quella più sbagliata, fino a pagarla con la vita, come Mussolini, Ceausescu, Gheddafi, e mille altri. Dunque sì, può darsi che Tony Blair abbia fatto un’enorme sciocchezza, seguendo George W.Bush, quando questi ha ordinato di invadere l’Iraq. Ma che sia stata una sciocchezza lo sappiamo ora, a cose fatte. Sul momento era giusto sospendere il giudizio. Perché il tribunale competente ad emetterlo, questo giudizio, è la storia, non un signore posto alla testa di un apposito sinedrio. E quand’anche fosse certo che Blair si è pesantemente sbagliato, non si può impiccarlo a un lampione. Non rimane che dire: “Purtroppo!”
Invece ho addirittura letto un titolo agghiacciante, secondo cui l’intervento inglese in Iraq è stato “illegale”. Illegale? E allora per dichiarare guerra che facciamo, presentiamo un’istanza al giudice competente per territorio? 
Quand’anche si dimostrasse che Blair non era in buona fede, quando ha sostenuto che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa (ma credo che lo fosse, senza che ciò lo assolva) dovremmo condannarlo per questo? La severità corrisponderebbe a dire che gli uomini politici devono sempre dire la verità, diversamente li buttiamo in galera. Dimostrando così di non essere i connazionali di Niccolò Machiavelli.
Da ogni parte ci si dice che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, da ogni parte si invoca l’intervento del magistrato, se possibile penale, e questo fenomeno, che è stato chiamato “pangiuridicismo”, in fondo è figlio del “panmoralismo”. Ne rappresenta il braccio secolare. 
La vita è imprevedibile. Oggi neanche il Regno Unito – la shopkeeper nation, secondo Napoleone - riesce a sottrarsi all’alluvione etica. Chi l’avrebbe detto, a chi oggi è vecchio, che un giorno avrebbe rimpianto un po’ d’immoralità, se immoralità significa libertà, comprensione della storia e, soprattutto, della politica?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 luglio 2016

ALL’ANAGRAFE 

Mi ero trasferito in un altro comune e questo, ovviamente, comportava adempimenti amministrativi. Non so più per quale complicazione, mi fu detto di parlare col funzionario dirigente, il quale si dimostrò subito una persona gentile. Mi fece accomodare dall’altro lato della scrivania, si dette da fare per risolvere il mio problema e si rivelò aperto alla conversazione. Poco dopo stavamo parlando come vecchi amici e – soprattutto – leccandoci vicendevolmente le ferite. “Io, gli dicevo, ho venduto la mia casa di Catania e sono venuto ad abitare qui, nella mia residenza secondaria, perché non posso affittare né la casa di Catania né questa. Dopo le esperienze avute con gli inquilini e con la giustizia italiana, preferisco non possedere nulla. Non guadagnerò nulla, ma almeno non mi mangerò il fegato”. Il suo discorso fu simile al mio. Aveva locato una casa ed ora si trovava in una situazione impossibile: gli inquilini si rifiutavano di pagare, si rifiutavano di liberare l’appartamento. Il giudice – a via di rinvii e concessione di termini di salvezza, per gente che non aveva nessuna intenzione di pagare - si rifiutava sostanzialmente di costringerli ad andar via. Non ricordo i particolari, ma ricordo l’infelicità di questo funzionario, uomo abituato ad obbedire ad una delle leggi più severe della Repubblica (è più grave non denunciare la nascita di un bambino che ucciderlo), che da quella stessa Repubblica non riusciva ad ottenere giustizia. Ci salutammo mestamente, come due naufraghi senza molte speranze.
Il caso volle che, parecchi mesi dopo, avessi di nuovo bisogno dell’anagrafe e alla fine passassi a salutare il capufficio. Si ricordava perfettamente di me. Dopo qualche convenevole, solo per dimostrargli il mio interessamento, gli chiesi come fosse finita con quel suo inquilino. “Tutto bene!”, mi rispose con un sorriso. “Tutto risolto”. Me ne compiacqui e commentai: “Vedo che la giustizia si è finalmente svegliata”. “La giustizia? domandò stupito. E che c’entra?” 
Mi raccontò com’era andata. Poco tempo dopo il giorno in cui ci eravamo incontrati si era veramente stancato e si era messo in contatto con “persone dagli argomenti molto convincenti”. Il risultato era stato che ciò che la giustizia non aveva ottenuto in molti mesi, l’aveva raggiunto “l’ingiustizia” in un paio di giorni. L’inquilino aveva finalmente sgombrato la casa, aveva promesso di pagare gli arretrati e, fino a quel momento, aveva mantenuto l’impegno.
Poi a Roma si chiedono perché in Italia c’è la mafia e in Francia no. Se uno specchiato galantuomo è spinto – avendone la possibilità – a fare a meno dello Stato per ottenere quanto gli sarebbe dovuto, qualcosa che un altro Stato gli farebbe avere in un amen, e si sente costretto a rivolgersi alla malavita, abbiamo poche speranze. Il guaio non è che la mafia sia presente, il guaio è che lo Stato è assente.
17 - Continua




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POLITICA
12 luglio 2016
Dalla WELT, un articolo economico sulla crisi delle banche, se interessa

L’ITALIA COME LA GRECIA – SOLTANTO PEGGIORE

L’Italia costituisce attualmente il più grande pericolo per l’Europa

Di Holger Zschäpitz

Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) deve assicurare la stabilità finanziaria del mondo. Questa almeno è la sua funzione ufficiale. Ma in questi giorni gli economisti hanno a volte l’impressione che l’IMF voglia gettare benzina sul fuoco.
Pochi giorni prima del voto dei britannici sul problema della permanenza del loro Paese nell’Unione Europea l’organizzazione ha pubblicato un drammatico “Report”, che avrebbe dovuto trattenere gli elettori dal votare per l’uscita. Quando però quelli non si sono curati degli argomenti dell’IMF ed hanno votato per la Brexit, lo scenario Horror che era stata presentato dagli economisti ha aggiunto insicurezza.
Ora l’IMF ha operato riguardo all’Italia una scelta di tempo veramente curiosa. Nel momento della più grande crisi bancaria da molti anni a questa parte gli esperti dell’IMF hanno pubblicato una valutazione del Paese. E questa contiene tale materia esplosiva, che potrebbe condurre a traumi emotivi in tutta l’Europa. Perché da questa testimonianza, che l’IMF propone riguardo al governo di Matteo Renzi, si ricava che l’Italia rappresenta attualmente il più grande pericolo per l’Europa e che tutte le dichiarazioni, secondo cui non si tratta di una crisi, non sono degne di fede. L’Italia si trova ad affrontare “sfide monumentali”, viene detto senza eufemismi.
L’analisi degli esperti ammette che la crisi bancaria può essere superata soltanto attraverso una violazione delle norme recentemente introdotte riguardanti le banche. E ancora peggio: l’Italia, a causa della propria debolezza economica, per far ciò dovrà certamente rivolgersi ai partner europei. L’IMF come minimo calcola che la quarta economia dell’Europa soltanto nell’anno 2025 avrà raggiunto il livello economico del 2007, prima della crisi. 
“L’Italia in quel momento avrà due decenni perduti dietro di sé, durante i quali i partner dell’eurozona saranno cresciuti dal 20 al 25%”, scrivono gli autori dell’IMF intorno a Rishi Goyal. “La crescita è troppo piccola, per risolvere i problemi del settore finanziario. Nello stesso tempo i bilanci traballanti saranno una fonte di costante insicurezza”. E non sono soltanto i bilanci delle società quelli che nascondono immensi rischi, secondo l’opinione dell’IMF.
Anche l’alto indebitamento pubblico, corrispondente al 135% del pil, rende il Paese esposto a shock, hanno osservato gli esperti dell’IMF. Soprattutto il settore bancario è divenuto un rischio di sistema per l’Europa. I problemi creditizi dell’UniCredit e del Monte dei Paschi & C. assommano ad almeno 360mld di euro. In media è problematico il 18% dell’intero credito, e soltanto nelle imprese greche la quota è ancora più alta. Gli esperti sono unanimi sul punto che gli istituti hanno un’urgente necessità di essere ricapitalizzati.
Ma proprio lì è il problema. I nuovi regolamenti bancari di Bruxelles non permettono un simile aiuto, se in primo luogo i proprietari e i creditori della banca non hanno coperto i debiti per l’otto per cento. Con ciò dovrebbe essere evitato che ancora una volta in conclusione sia usato denaro dei contribuenti per salvare le banche. Ma molti privati risparmiatori, a causa dei bassi interessi pagati, hanno trasformato il loro denaro sul conto corrente in obbligazioni bancarie. Il 38% delle obbligazioni bancarie è detenuto da piccoli risparmiatori. Secondo una stretta applicazione delle regole, essi dovrebbero essere dissanguati, come rende chiaro fra l’altro l’IMF nella sua analisi. Questi clienti privati dovrebbero perdere come minimo trentuno miliardi di euro di denaro risparmiato. E questo è politicamente irrealizzabile, constatano i protettori della stabilità. “Riguardo a questo problema bisogna muoversi con cautela”, hanno scritto gli analisti dell’IMF.
Perfino il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, che fino ad ora è stato per una stretta applicazione delle regole sulle banche, all’inizio della settimana su questo punto ha cominciato a mostrarsi cedevole. Bisogna trovare una strada, in modo che possano essere risparmiati i piccoli depositanti, ha detto in occasione dell’incontro dei ministri delle finanze dell’eurozona.
Il passo indietro ha delle buone ragioni. Già oggi il pessimismo riguardo all’Unione Europea in Italia è molto forte. Nei più recenti sondaggi l’antisistema Movimento 5 Stelle è allo stesso livello del partito di governo di Matteo Renzi. Secondo una stima dell’Ipsos in tutta l’Europa non c’è nessun popolo che desideri quanto gli italiani un voto riguardo alla partecipazione all’Unione Europea. Quasi la metà di loro voterebbe per lasciarla. “La crisi bancaria è soltanto la punta dell’iceberg. I problemi politici sono almeno altrettanto drammatici per il continente”, dice Alastair Newton, stratega presso l’istituto di analisi politiche Alavan.
Quanto drammatici siano l’ha espresso precisamente con le sue dichiarazioni il ministro delle finanze francese Michel Sapin. Si deve trovare con l’Italia una soluzione paneuropea e solidale, ha detto. Le sue parole non sono scevre da interessi personali. Le banche francesi sono impegnate in Italia molto pesantemente, con buoni 250 miliardi di euro.
L’Italia è tanto pericolosa, per l’Europa, perché si tratta di una delle più grandi economie, che non ci si può trascinare dietro facilmente come s’è fatto con la Grecia. Lo Stivale appartiene agli Stati europei con il più alto debito pubblico, e la più bassa tendenza al lavoro. La ricerca del lavoro che coinvolge le italiane fra i 25 e i 54 anni è esattamente di due terzi. Qui in Germania invece più dell’80% delle donne in questa fascia di età sono occupate almeno a tempo parziale.
Nello stesso tempo l’economia non è concorrenziale. Ciò si ricava dalle statistiche dell’esportazione. La partecipazione dell’Italia al commercio mondiale negli ultimi anni è andata costantemente diminuendo. Una delle ragioni sono i bassi investimenti, che hanno condotto ad una stagnazione della produttività. Un’altra ragione è l’euro.
Prima dell’ingresso nell’euro gli italiani erano capaci di sopravvivere economicamente soltanto grazie alla flessibilità della loro moneta, e potevano vendere le loro automobili e le loro macchine sui mercati mondiali. Di fatto, tra il 1971 e l’inizio dell’euro, la divisa italiana ha perduto più dell’80% del suo valore nei confronti del marco tedesco. Dal momento dell’introduzione dell’euro questo non è più stato possibile e tuttavia l’Italia non si è separata mentalmente dalle vecchie abitudini e per questo è costretta a subire una crescita anemica ed alti debiti.
Ma da molto tempo l’IMF non appartiene più agli unici dispensatori di ammonimenti. Anche agli economisti della Deutsche Bank l’Italia provoca grandi preoccupazioni. Essi temono che i rischi che si sovrappongono di crescita economica debole, insicurezze politiche e una montagna di crediti irrecuperabili potrebbero provocare tutti insieme un più grande shock.
“L’unione Europea si trova nella sua più grande crisi esistenziale da sei decenni”, scrivono gli esperti della Deutsche Bank. Se non si riuscirà abbastanza velocemente a fronteggiarla, la ripresa economica dell’Europa potrebbe esserne seriamente rinviata. Per non parlare della sostenibilità politica della situazione. La soluzione del problema delle banche ha la massima priorità. L’economista capo David Folkerts-Landau nell’intervista alla “Welt am Sonntag” aveva proposto che le direttive di sviluppo delle banche fossero in breve tempo abbandonate, per evitare un collasso del settore finanziario”.
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
http://www.welt.de/wirtschaft/article156970356/Italien-ist-wie-Griechenland-nur-schlimmer.html




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POLITICA
12 luglio 2016
IL SECOLO DEL BUON SENSO
Conoscere i fatti è già difficile. Interpretarli addirittura un azzardo. E tuttavia sono le interpretazioni che li rendono significativi. E se anche poi esse dovessero essere smentite, poco male: chi le smentisce apporta la sua pietra alla ricostruzione della verità.
Pierluigi Battista, sul “Corriere”(1), parla della “secessione culturale e psicologica che ormai un terzo stabile dell’elettorato europeo (e americano) ha consumato nei confronti delle famiglie politiche e ideologiche in cui si è strutturato il Novecento del dopoguerra, quella del socialismo declinato in tutte le sue variopinte denominazioni, e quella della liberaldemocrazia e del popolarismo, anch’essa variegata e multiforme, ma destinata a presidiare il lato moderato e di centrodestra del sistema politico. Quell’ordine è crollato”. E infatti egli stila un lungo elenco dei luoghi in cui il fenomeno si è prodotto: Gran Bretagna, Spagna, Francia, Italia, Germania, Grecia, Austria, Olanda, Stati Uniti. E infine conclude: “il Novecento, tristemente, saluta”. Tesi interessante che però non risponde alla domanda: “E perché ciò è avvenuto?”
Una risposta può darla la natura delle grandi tendenze politiche che qui appaiono accomunate dalla sconfitta. La lunga lista di P.G.Battista mostra Paesi in cui è stato vigente il bipolarismo. La cosa vale perfino per l’Italia, dove il bipolarismo imperfetto è stato di fatto meno imperfetto di quanto sembrasse, se è vero che Dc e Pci, alla fine hanno potuto fondersi. Dunque l’elemento comune fra gli sconfitti è il fatto di avere governato, or l’uno or l’altro, ma secondo uno schema comune. 
Il socialismo è stato lungi dal socialismo reale (nella realtà comunismo applicato) ma non ha rinunciato alla sua anima proletaria e collettivista. In Italia siamo arrivati a decurtare le cosiddette “pensioni d’oro”, frutto di contributi o conseguenza di leggi liberamente votate dal Parlamento, perché bisognava dare un aiuto - simbolico per i beneficiari, pesante per i donanti - ai meno abbienti. E la Corte Costituzionale ha confermato la legittimità di questo arbitrio, sia pure coprendolo con la foglia di fico della “temporaneità”. “Per questa volta vi permetto di rubare”. 
La liberaldemocrazia avrebbe dovuto essere diversa e invece l’idea di società che ha dimostrato di avere è quella stessa del socialismo. Siamo sempre al collettivismo, alla solidarietà, allo Stato invadente e onnipresente. Nella realtà, finché questi modelli sono stati di successo, anche il bipolarismo ha avuto successo. Dopo tutto, cambiava poco se al governo c’erano i socialisti o i neo-liberali: in fondo, facevano la stessa politica. Ma poi, quando le cose hanno incominciato ad andare veramente male, il popolo ha tratto dalla realtà la stessa conclusione logica che ne aveva tratto precedentemente. Prima aveva detto: “Socialismo o liberalismo poco importa, forse sono la stessa cosa, forse no, certo è che funzionano”. Ora dice: “Socialismo o liberalismo poco importa, il fatto è che non funzionano, e ci vuol altro”. E per questo comincia a votare per qualunque “altro”. Lo Stato che aveva l’ambizione di apparire come Provvidenza ha finito con l’apparire come Predatore.
La protesta che sembra essere “contro tutti i partiti” è in realtà contro questo modello di società. Contro questa inguaribile crisi economica che non sembra una “crisi”, ma un esito. Un punto d’arrivo. Oggi è una lunga agonia, domani potrebbe essere un big bang. E allora si cerca “qualcosa di diverso”. 
Ma che cosa? In politica nessuno è per la dittatura. Dunque la democrazia non ha alternativa. In economia nessuno è per il comunismo. Dunque l’economia di mercato non ha alternativa. Rimane soltanto l’ipotesi che si sia esagerato nel voler fare il meglio. La riprova che l’ottimo è nemico del buono. E dunque la soluzione del problema potrebbe essere la rinuncia a quel “troppo” che è il collettivismo. Sarà pure stato bello concepire lo Stato come una Madre che si occupa di tutto (un tempo si diceva “dalla culla alla tomba”) ma questo lusso è insostenibile. Il risultato è l’inarrestabile decadenza economica. 
Dovremmo rinunciare allo Stato Mamma e tornare allo Stato Vigile Urbano: un’entità che dirige il traffico ma non costruisce automobili, non dice dove andare, non indica a nessuno la via del bene e si limita a reprimere la via del male. Uno Stato che permetta ai cittadini di vivere - e perfino di arricchirsi, se ce la fanno - mentre ai più deboli, eventualmente, offre soltanto l’aiuto essenziale. I poveri sopravvivevano anche secoli prima che Marx nascesse.
 “Il Novecento tristemente saluta”? Sarà triste lui, ma dovremmo essere contenti noi, se finalmente mettessimo un termine alle sue follie. Se il XX Secolo è stato il Secolo delle Grandi Speranze (deluse) il XXI potrebbe essere il Secolo del Buon Senso. Ne abbiamo un bisogno estremo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
11 luglio 2016
http://www.corriere.it/cultura/16_luglio_11/seppellito-urne-novecento-saluta-19e2e54e-46b5-11e6-991c-561dff04b946.shtml#

PRIMA ESPERIENZA GIORNALISTICA

Molti anni fa, fu chiesto agli studenti del ginnasio di pagare una certa somma a titolo di assicurazione per eventuali incidenti nell’ora di ginnastica. Protestammo e facemmo sciopero. Decidemmo anzi di andare a spiegare le nostre ragioni al quotidiano locale. Partì una frotta di ragazzi che tuttavia per istrada si andava assottigliando, tanto che sotto il portone del giornale si sarà stati in otto o dieci. E infine, visto che gli altri non ne avevano il coraggio, salii solo io.
Il giorno dopo comparve sul giornale un corsivo ironico e zeppo di bugie che mi indusse a precipitarmi al giornale, con i miei quindici anni, a chiedere conto di quella scorrettezza. Il giornalista responsabile mi ricevette e credette di essere benevolo con me ripetendomi più volte che non potevo considerarmi offeso, visto che il mio nome non era stato fatto. Sì, i fatti non erano andati in quel modo, ma che importava? “Il tuo nome non è stato fatto, nessuno sa che sei venuto tu, noi abbiamo scritto un pezzo di colore e tu non ne hai subito alcun danno”. 
Aveva ragione, in fondo: chi ne aveva subito un danno era stata la credibilità del giornale. Da quel giorno, leggendo un fatto di cronaca sul giornale, mi sono sempre chiesto che cosa ci fosse di vero.
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POLITICA
11 luglio 2016
LUCIANO FONTANA LEGGE POCO IL CORRIERE

Di Nietzsche di può pensare il peggio, anche dopo averlo letto. Soprattutto se si bada ad alcune sciocchezze che ha scritto. Ma non ci sono dubbi sul fatto che quel genio ha “sparato” anche perle immortali. Eccone una: “Il miglior modo di andare contro una tesi è difenderla con pessimi argomenti”. Perché di fatto la si ridicolizza. 

In un suo editoriale sul Corriere della Sera, di cui è direttore, Luciano Fontana si esprime in maniera benevola nei confronti di Matteo Renzi e sostanzialmente si limita a dargli qualche buon consiglio. E tuttavia, di fatto, lo danneggia talmente, al di là dei suoi demeriti, che si è indotti a protestare. 

Devo premettere che non ho nessuna speciale simpatia nei confronti del nostro Primo Ministro. Non lo considero un uomo di Stato. Sono infastidito da alcuni suoi atteggiamenti plebei. Lo trovo arrogante, superficiale, provocatorio. Costantemente colpevole di hybris. Per me è un demagogo che non ha il minimo rispetto per la verità. Non è strano che io non veda l’ora di vederlo andar via da Palazzo Chigi. Basta così? 

E tuttavia sono costretto a difenderlo quando leggo(1): “Ora il premier ha una necessità e un’ultima occasione. Quella di cambiare la sua agenda, mettendo da parte le sfide continue su se stesso per concentrarsi sull’unico tema che conta: dare una scossa all’economia, puntando sul taglio delle tasse e sull’innovazione (dimenticando la deludente politica dei bonus a pioggia), Con lo spirito del leader che sa unire oltre che rottamare, che sa coinvolgere e creare nuova classe dirigente, al centro e in periferia”. È come se qualcuno, mentre il Titanic imbarcava acqua su tutta la fiancata, avesse detto al capitano: “Lei ha una necessità e un’ultima occasione. Deve puntare sul galleggiamento della nave, magari innovando sui sistemi di riparazione delle falle, e coinvolgere in questa azione la ciurma, fino a renderla entusiasta dell’impegno”.

Lasciamo da parte l’idea di “dare una scossa all’economia” - espressione che fa parte della più inconcludente e vuota retorica – e parliamo di una cosa concreta: in che modo Renzi potrebbe “puntare sul taglio delle tasse”? Ridotti drasticamente gli introiti dell’erario, come provvederebbe poi al pagamento degli stipendi della Pubblica Amministrazione, al “servizio del debito”, ai fondi per la sanità, a quelli per la scuola e la previdenza, e a tutte le spese correnti?

Si parla da anni di revisione della spesa statale (vulgo “spending review”) ma non dice niente il fatto che tutti coloro che sono stati incaricati di approntare concreti programmi di realizzazione alla fine abbiano rinunciato all’impresa? Renzi, come qualunque altro Presidente del Consiglio, sarebbe felice di ottenere quei risparmi, di diminuire le tasse e di rilanciare l’economia. O Fontana crede di averci pensato per primo? 

Abbassare la pressione fiscale è il sogno di tutti, ma se nessuno c’è riuscito, quanto meno ci si renda conto che a Renzi si sta chiedendo un miracolo, non il semplice adempimento di un dovere. Ecco perché leggendo l’editoriale di Fontana si arriva all’irritazione. Ci sono poche cose più fastidiose dell’essere costretti a difendere il giovanotto di Rignano.

Che la diminuzione delle tasse sia un’impresa praticamente impossibile è dimostrato anche dal fatto che Renzi cerca disperatamente di ottenere dall’Europa l’autorizzazione a contrarre ulteriori debiti per tentare di rilanciare l’economia. Lui sembra incurante delle possibili conseguenze, ma l’Europa resiste perché non possiamo permetterci di allarmare le Borse. Sono già fin troppo dubbiose sulla tenuta dei nostri conti. Dunque Renzi è disposto a rischiare il default dell’Italia - talmente non vede altre soluzioni - e Fontana gli consiglia puramente e semplicemente di “dare una scossa all’economia”. Mentre noi rischiamo che la scossa gliela dia il fallimento del Monte dei Paschi di Siena, e a catena quello delle principali banche italiane ed europee.

La verità è che l’intera Europa non ha libertà di manovra. Si è infilata in un vicolo cieco e non sa come uscirne. La Bce e Draghi passano il tempo a tappare falle e a sostenere le quotazioni dei titoli di Stato, Bruxelles tenta disperatamente di evitare che sia turbato l’attuale precario equilibrio, e c’è ancora chi crede che l’Italia, con una soluzione geniale, potrebbe risolvere il suo problema, mentre la grande Francia continua ad affondare?

Fontana dirige il più grande giornale italiano, ma ci si può chiedere se lo legga. 

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

10 luglio 2016

(1)http://www.corriere.it/cultura/16_luglio_08/tempestaquasi-perfetta-b14504ac-4477-11e6-a4dc-8aa8f57c2afd.shtml


L’INQUILINO DI ACITREZZA


Un’altra avventura con un inquilino, per la casetta di Acitrezza. In questo caso ho avuto da fare con un bel giovane, simpatico e bene educato, che in breve tempo si era trovato nei guai e aveva preso a non pagarmi. Era stato vittima di una rapina, aveva perso il lavoro, gli avevano rubato ripetutamente l’automobile, ed altro ancora. Mia moglie sosteneva che una simile serie di disgrazie non è mai capitata a nessuno, nemmeno a Giobbe. Ma io comunque gli davo tempo, per cortesia, visto che per cortesia me l’aveva chiesto. Sicché quando è andato via (quando gli è venuto comodo), mi doveva ancora tre o quattro mensilità. 

A forza di inseguirlo per qualche mese ottenni un impegno scritto a versarmi il dovuto entro un certo mese, fine ottobre per la precisione; e infatti a metà ottobre il Granata - si chiamava Granata - mi telefonò dicendomi che lui non mi ha affatto dimenticato, che ci saremmo visti a fine mese.

Nel frattempo era tuttavia successo qualcosa che io ignoravo. L’inquilina precedente, lasciando l’appartamento, non aveva disdetto il contratto e aveva lasciato un insoluto. Il Granata non aveva inteso pagare per lei (e neppure inseguirla per farsi dare i soldi) e aveva trovato una soluzione brillante: aveva rotto i sigilli e aveva fruito dell’elettricità a sbafo. Quando è andato via e io ho scoperto la cosa ho denunciato il fatto all’Enel, con conseguenti verbali, denunce, ecc.: la conclusione è stata che, dopo aver perso delle mattinate nei vari uffici, ho dovuto fare il contratto a mio nome. Comunque era chiaro che il ragazzo era come minimo un superficiale e come massimo un ladro. Solo che, nel codice penale, la definizione di superficiale non si trova.

Il Granata sarebbe dovuto venire a pagarmi a fine ottobre ma a fine ottobre non dette notizia di sé. Né a fine ottobre e neanche alcune settimane dopo. Fra l’altro, andando ad Acitrezza, avevo trovato una fattura del telefono non pagata per oltre un milione o due. E questo contribuì a farmi preoccupare. Sembrava che il giovane lasciasse insoluti dappertutto.

A questo punto decisi che il troppo era troppo e mi attivai per vedere se effettivamente, come aveva dichiarato nel contratto di locazione, era proprietario per metà dell’appartamento in cui ancora abitava la prima moglie. Dopo parecchie ricerche, individuai l’immobile, riuscii a farmi dire da un condomino sospettoso, raccontandogli una balla, il nome dell’amministratore di condominio e infine riuscii a parlare con questo amministratore. Costui, cui per telefono mi presentai falsamente come amministratore di condominio io stesso, opportunamente trattato con comprensione e con squisita cortesia, a poco a poco lasciò cadere l’iniziale diffidenza, più grande persino di quella del condomino, e mi rivelò due cose interessanti: né il Granata né la moglie possedevano più, da molti anni, alcun appartamento in quel palazzo e comunque, se volevo il suo consiglio, rinunciassi a locare loro un appartamento. 

A questo punto rimaneva il problema di mettermi in contatto col Granata, il quale si era sempre accuratamente preoccupato di non darmi un recapito e il cui “telefonino” era stato tagliato. Come unica traccia mi rimaneva il cognome della sua ragazza e per questo mi misi a telefonare a tutti quelli che avevano quel cognome finché, al terzo o quarto tentativo, ebbi la fortuna di ritrovarmi a parlare con la stessa interessata. Costei si mostrò comprensiva e mi disse che gli avrebbe detto della mia telefonata ma io le preannunciai che io stesso le avrei recapitato una lettera per lui.

Nella lettera dissi al bel giovane che io l’avevo aspettato abbastanza; che dalla metà di ottobre lui mi aveva bellamente piantato; che lui non pagava nessuno - né me né la Telecom né l’Enel - e soprattutto che lui non possedeva nessuna casa. Ora i casi erano due: o l’aveva venduta dopo aver dichiarato nel contratto di locazione di possederla, quella casa, e in questo caso io avevo perduto ogni possibilità di recuperare i miei soldi. Oppure l’aveva venduta prima di prendere in affitto la casa, e in questo caso era colpevole di truffa. Reato per il quale l’avrei denunciato. La mia denuncia si sarebbe sommata a quella dell’Enel, lui sarebbe divenuto recidivo, avrebbe perso la condizionale e sarebbe finito in carcere.

Totale: in capo a un paio di giorni il Granata - pure offeso per la mia mancanza di fiducia - mi fece avere degli assegni postdatati, firmati dalla fidanzata (da lui non li avrei accettati), pagandomi tutto quanto dovuto. La povera ragazza, che studiava legge e si rendeva conto dei rischi (ma nel frattempo firmava assegni post-datati) mi faceva un po’ pena. Pagava per altri. Ma sperabilmente l’episodio le avrebbe chiaramente spiegato che le conveniva evitare di sposare quel bellimbusto.

15 - Continua





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POLITICA
11 luglio 2016
LA CRISI DELLE BANCHE IN SOLDONI - 3
Andrea Greco, su Repubblica sempre del 7 luglio, fornisce alcune cifre non su tutti i derivati del mondo, e neppure su tutti i derivati presenti in Europa: soltanto sul “valore nozionale dei derivati che danzano nei bilanci delle 37 banche europee con attivi superiori a 200 miliardi (censimento dell’autorità bancaria Eba su dati 2014)”. Il valore nozionale, lo ricordiamo, è quello che si ottiene addizionando il valore della stessa somma nei vari passaggi. Ebbene, solo per quelle trentasette banche, si tratta di “almeno 277mila miliardi di euro”. 
Quando ho sentito questa cifra alla radio, durante una rassegna stampa, ho pensato ad un errore. La cifra veniva ripetuta, e non ci ho creduto lo stesso. Avrei controllato leggendo l’articolo personalmente. Ma anche quando ho letto l’articolo ho visto che quella cifra era ripetuta e confermata. E allora, per avere un ordine di grandezza, ho dovuto r fare un po’ di conti. 
Il nostro debito pubblico è di più di 2.200 miliardi di euro. Questa somma corrisponde a circa trentaseimila euro a italiano, poppanti inclusi. Ebbene, i derivati di quelle trentasette banche corrispondo ad una somma centoventicinque volte superiore a 2.200mld€. Somma che, si ricordi, corrisponde all’intera ricchezza nazionale che produciamo in un anno e quattro mesi. 
È ovvio che qualunque crisi di fiducia che si manifesti riguardo a somme di quelle grandezza, cui assolutamente nessuno è in grado di fare fronte, potrebbe rivoluzionare il mondo. Dovremmo ripartire, se non dall’età della pietra, certo da principi oggi caduti in disuso, come pagare i debiti o avere un denaro che corrisponde a qualcosa, non ad una fantasia cartacea o contabile. 
È vero che il problema dei derivati è infinitamente più grave di quello di una banca fallita in un Paese di secondaria importanza come l’Italia (non 11100, ma 111.385). Ma lo stesso non bisogna in nessun modo allarmare i mercati, neanche col fallimento di una banca come l’Mps. I competenti conoscono benissimo il pericolo che corriamo e le sue straordinarie dimensioni, ma ciò che temono è che improvvisamente questo pericolo divenga “attuale”. Che cioè si passi dalle discussioni economiche al panico, alla corsa agli sportelli e alla catastrofe.
Siamo seduti su una bomba che continua imperterrita a ticchettare. Il Mps è una pulce, in questo contesto. La sua capitalizzazione è di appena 816 milioni di euro. Neanche un singolo miliardo su 227mila miliardi di derivati. Ma una pulce che fallisce può creare l’allarme. È per evitare allarmi che la Bce immette nelle Borse ottanta miliardi al mese, è per evitare questo allarmi che l’Ue vieta gli aiuti di Stato. E, visto che si è parlato di “capitalizzazione”, val la pena di ricordare che cos’è.
Il proprietario della banca è chi possiede le sue azioni. Immaginiamo che un singolo le possieda tutte e si chieda quanto valga quella banca. Il sistema usato è il seguente: si moltiplica il valore di una singola azione (secondo la quotazione di Borsa, in un dato giorno) per il numero totale di azioni e quello è il valore della banca, la sua capitalizzazione. Nel caso del Mps, ciò corrisponde a dire che teoricamente, se uno si presentasse in Borsa con 815 milioni di euro (una mancia, rispetto alle cifre di cui ci stiamo occupando) potrebbe comprare in un sol colpo l’intero Mps. Immagino che la quotazione sia così bassa è perché nessuno lo vuole. È soltanto una banca che produce deficit.
Ma il problema è più vasto. Basterà citare ancora Greco: “i titoli bancari in Europa hanno perso il 38% da inizio anno e il 22% dal referendum britannico del 23 giugno. In Italia le cadute sono state rispettivamente del 55% e del 30%, mentre dalla Brexit Deutsche Bank ha già perso il 34% e Montepaschi il 46”.
L’Mps ha sofferenze (crediti inesigibili) per circa 47 miliardi lordi, che si riducono a circa 24 netti (checché ciò significhi). Ora l’Europa gli ha imposto di disfarsi di almeno dieci miliardi. Credo si tratti di questo: le banche mettono le sofferenze all’attivo, nei loro bilanci, perché dopo tutto è denaro che avrebbero diritto a ricevere. Ma dal momento che il debitore, per esempio, è fallito, tutta la faccenda è una finzione. Forse l’Europa vorrebbe che l’Mps smettesse di far finta, cominciando con quei primi dieci miliardi: ma per l’Mps è impossibile. 
Ma, dirà qualcuno, non esiste la cartolarizzazione? Si vendono i crediti, per esempio al 20% del loro valore nominale, e l’acquirente cerca di recuperarli. Si realizza così almeno il 20%. Ebbene, i debiti del Mps quasi non hanno mercato. Oggi si parla di una possibile offerta (se c’è) del 5%. Insomma, tolto il 5% di quei ventiquattro miliardi netti, l’Mps avrebbe ancora un buco di 22,8 miliardi di euro.
Con l’aritmetica ho litigato molto tempo fa, e sono pronto a riconoscere i miei errori. Ma difficilmente qualcuno riuscirà a dimostrarmi che sono inutilmente pessimista. 
Fine
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

LA BUONA FAMA DELLA V D

Negli Anni Settanta ebbi una quinta composta, come spesso in quegli anni, pressoché interamente da giovani comunisti. A scanso d’equivoci, sul vetro della finestra avevano scritto col gessetto: “V D di sinistra”. E il proclama rimase lì per sempre, dal momento che nessuno lavava i vetri. 
A me perdonavano a titolo personale d’essere un “fascista” mentre io mi divertivo a dirgli sul muso: “Oggi siete tutti di sinistra ma negli Anni Trenta sareste stati tutti ad applaudire Mussolini. Mentre io sarei stato un liberale anche allora”. Ci volevamo bene.
La disciplina era ovviamente ridotta all’essenziale: collaboravamo in allegria e l’ora scorreva via velocemente. C’era tuttavia un momento in cui il silenzio assoluto, anche nel loro interesse, era d’obbligo: era la spiegazione. Io parlavo, come sempre, in francese e loro prendevano delle note perché sapevano che nel libro di letteratura non avrebbero trovato neanche la metà di ciò che dicevo. Le spiegazioni erano dunque una sorta di momento sacro, in cui cessava l’abitudine di ridere e scherzare su tutto.
Un giorno, mentre parlavo, bussarono alla porta. Erano due ragazzi di un’altra classe che, dopo avere segnalato che per interrompere la lezione avevano il permesso del preside, dissero ai colleghi che era stata organizzata non so che manifestazione. Una volta che furono usciti, prima di riprendere commentai: “Ragazzi, ci siamo rovinata la reputazione. Ora costoro andranno in giro a dire che questa è una classe normale, in cui si sta perfettamente in silenzio come tanti angioletti!” 
Ripresi la spiegazione. Non erano passati cinque minuti che bussarono di nuovo alla porta. Io mi rabbuiai ma erano i due ragazzi di prima che, scusandosi, dissero d’avere dimenticato di comunicare una cosa. Ma non riuscirono a finire la frase: i miei alunni, senza nemmeno consultarsi, si scatenarono. Due si misero a lottare, qualcuno prese a gridare, un altro lanciava palline di carta, qualcuno pestava i piedi… un inferno. I due ragazzi, rimasti sulla porta, erano allibiti, ma soprattutto sbalorditi per il fatto che io, invece di rimproverare gli alunni per quella cagnara, ero piegato in due dalle risate e non riuscivo neppure a parlare.
Quando se ne andarono la Quinta D di sinistra riprese la lezione con la buona coscienza di chi ha riconfermato la propria buona fama.
14 Continua




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POLITICA
10 luglio 2016
LA CRISI DELLE BANCHE, IN SOLDONI
A volte, quando si tratta di grandi crisi, il lettore di giornali, spazientito, azzarda una soluzione brutale. Per esempio: la crisi dell’Mps? Semplice. L’Italia non bada al divieto degli aiuti di Stato e salva la banca contraendo ulteriori debiti. “Siamo a 2.300 miliardi di debiti? Saremo a 2.400. Non cascherà il mondo”. 
In realtà, a parte il fatto che, se allarmassimo i mercati riguardo alla sostenibilità del nostro debito pubblico, potremmo fallire nel giro di un paio di settimane, sul “Corriere” del 7 luglio Federico Fubini scrive: “Il governo di Roma non imboccherà mai la via di un intervento dell’istituto di Siena in violazione delle regole europee”; “perché non può”; “basterebbe una nota di condanna della Commissione Ue per innescare in poche ore un effetto a catena”, “portando il valore delle banche a zero nel giro di poche ore”. “Ogni azione di forza è dunque preclusa”. Insomma, c’è poco da scherzare. Quando Alessandro tagliò il nodo di Gordio non doveva temere la risposta di Bruxelles, e questo spiega la sua prodezza.
Inoltre, il nostro problema va visto in un quadro più vasto, cioè quello della bolla finanziaria globale. Soprattutto per quanto riguarda i derivati, dei quali per prima cosa bisogna sapere che cosa sono. La definizione più semplice è: scommesse, contratti reciproci, imbrogli troppo astrusi per i profani, ma fondamentalmente assicurazioni. Immaginiamo che un investitore professionale – una banca, per esempio, che chiameremo A – abbia in portafoglio cento milioni di titoli di Stato spagnoli, e ad un certo punto si preoccupi: “Come potrei parare il colpo, se improvvisamente la Spagna dichiarasse fallimento?” E allora si assicura con B. B firma il contratto, ma a sua volta non vuole rischiare cento milioni e si assicura con C. E C con D. Come si vede, si tratta sempre degli stessi cento milioni, ma nel mondo della finanza, secondo il concetto di “valore nozionale”, si considera che sono in ballo quattrocento milioni di euro. 
Sembra un assurdo, ma non lo è. Infatti se il terminale di questa catena di S.Antonio, all’occasione non ha la possibilità di pagare cento milioni di euro, l’ammanco salta da D a C, da C a B e infine da B ad A, cosicché ognuno di loro ha perso i cento milioni. L’esempio può anche essere sbagliato, ma l’essenziale è che sia chiaro il concetto. Con i derivati si ha una moltiplicazione dei valori finanziari, a base di scatole cinesi, fino a creare un castello di carte fatto di denaro immaginario. Se si toglie una carta, può venir giù tutto.
Al riguardo, c’è un sapido particolare riguardante il nostro Presidente del Consiglio. Nel momento in cui l’Europa ci guarda con severità, Renzi si è fatto forte del fatto che la Deutsche Bank ha un problema di derivati anche più grave di quello dell’Mps.  I censori farebbero bene a guardare meglio a casa loro, ha detto, prima di fare gli occhiacci a noi. “Chi conosce la realtà sa che la vera questione sulla finanza in Europa non sono i Non performing loans italiani (crediti inesigibili, diciamo noi provinciali), ma i derivati di altre banche: il rapporto è di 1 a 100”. E questa è una notazione divertente. 
Se noi siamo in pericolo per uno, e altri non sono in pericolo malgrado cento, è segno che noi siamo sull’orlo del fallimento e no. Ma l’osservazione di Renzi fa ridere soprattutto per un altro verso. Renzi parla di un rapporto da 1 a 100, mentre i due giornalisti del Corriere scrivono: “Per l’esattezza, prendendo solo i derivati del 2014, il rapporto sarebbe di 1 a 1.385 rispetto ai 200 miliardi di sofferenze creditizie (lorde) che complicano la vita a tante banche italiane, Mps in testa”. La verità è che neanche il nostro Primo Ministro sembra avere un’idea dell’immenso problema che sovrasta il mondo. E di cui ci occuperemo nel prossimo articolo.
2. Continua
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 luglio 2016

BELPASSO

Una volta, avrò avuto ventott’anni, sono andato da praticante avvocato alla Cancelleria della Pretura di Belpasso, dove sono stato trattato normalmente da un paio di cancellieri e scortesemente da uno di loro. Stavo per andar via e mi sono reso conto che ero stato umiliato e non avevo saputo rispondere. Ormai era troppo tardi per riprendere la discussione e non c’era più rimedio. “Avrei potuto dirgli questo e quest’altro, ma ormai…” I francesi chiamano questo: “esprit de l’escalier”, spirito della scala. Cioè il venir mente delle risposte giuste mentre si sta andando via, scendendo le scale.
Ma a quel punto ho avuto un’idea, anche se da principio m’ha addirittura spaventato: potevo trasformare “l’esprit de l’escalier” in battaglia aperta. “Buongiorno a tutti!”, ho detto con voce stentorea, dal fondo dello stanzone: “Salvo che a quel signore lì”. L’interessato è saltato su come morso da una vipera, chiedendo conto e ragione di quello strano modo di accomiatarsi ed io ho colto l’occasione per dirgli per filo e per segno come lui si era comportato scortesemente con me. Non gli ho risparmiato nulla di quello che avevo sul cuore e poi me ne sono andato via soddisfattissimo.
La mansuetudine non è una qualità. Celestino V ci ha quasi lasciato le penne.
13 Continua




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POLITICA
9 luglio 2016
STRATEGIE MILITARI CONTRO LA RUSSIA

La Nato “schiera quattromila soldati dell’Alleanza nei Paesi più esposti, crea depositi di armi nei loro territori, irrobustisce la nuova forza di intervento rapido, accresce la sorveglianza aerea sulle Repubbliche Baltiche” (come si legge nell’articolo di Franco Venturini – link in nota – che si consiglia di leggere).
Un sano principio giornalistico insegna che non bisogna dare nulla per scontato, e dunque si chiede scusa per le righe che seguono. La Nato(1) è un’alleanza difensiva occidentale, stretta, in origine, per difendersi dalle mire espansive dell’Unione Sovietica. Anche dopo l’implosione del regime comunista, proprio temendo queste mire, alcuni Paesi, come la Polonia e gli Stati Baltici, si sono precipitati ad aderire a questa alleanza. E sono stati accolti.
L’art.5 del Trattato stabilisce che, nel caso un Paese membro dell’alleanza sia aggredito, gli altri debbono correre in suo soccorso. Ma un conto sono i patti sottoscritti, un altro la loro reale applicazione. Quando Hitler pretese Danzica, gli occidentali avrebbero dovuto reagire con la guerra, ma la grande, celebre domanda che allora corse per l’Europa fu: “Morire per Danzica?” Il senso era: “Sì, dovremmo farlo. Ma questo ci costerebbe la guerra. E morirebbero molti nostri soldati. Ora, se Hitler si ferma a Danzica, è il danno minore”. Di fatto, come si vide, Hitler non si fermò affatto, e ciò insegnò che l’arrendevolezza con i tiranni non serve a niente. A volte il costo minore è fronteggiare l’aggressione appena si manifesta. 
Ora gli Stati Baltici – che per giunta sono presi nella tenaglia fra la Russia e l’enclave di Kaliningrad (prima Königsberg) – si chiedono: se la Russia ci attacca e ci annette di nuovo, gli alleati della Nato sono disposti a morire per noi, soltanto perché glielo impone l’art.5 del Trattato? È dunque meglio che, qui da noi, ci siano uomini e armi della Nato, in modo che, se siamo attaccati, muoiano anche dei soldati appartenenti all’Alleanza (a proposito, anche 150 italiani), affinché ciò motivi gli alleati ad intervenire. Rendendo concreta la garanzia dell’art.5. 
Per comprendere meglio il problema, conviene allargare lo sguardo alla geografia e a un po’ di storia.
La Russia è un Paese privo di confini naturali ad ovest, e negli ultimi due secoli (giusti giusti) ha subito i tentativi di invasione di Napoleone e Hitler. Ciò le crea il complesso dell’accerchiamento e dell’aggressione. È per questa ragione che si è annessa la Crimea ed è intervenuta in Ukraina, per i motivi già esposti in passato. Per scoraggiare i possibili aggressori, mostra i denti, brandisce le sue armi, magari con qualche sconfinamento aereo o con qualche apparizione di torretta di sottomarino nel Mar Bianco. Ma la Russia dimentica che ha essa stessa aggredito la Finlandia nel 1939, ha inglobato mezza Polonia col Patto Ribbentrop-Molotov (in combutta con Hitler!), ha annesso violentemente gli Stati Baltici, sempre nello stesso periodo, e non li ha risputati fino a che non è implosa l’Unione Sovietica. Non si può presentare come un agnellino inoffensivo, perché non lo è.
La reazione della Russia è del resto contraddittoria. Chi, essendo spaventato, vorrebbe imporre ai suoi vicini di non organizzare le proprie difese, non si accorge che con ciò stesso può apparire come il futuro aggressore che vorrebbe, poi, non incontrare resistenza? L’unica soluzione è che tutti abbiano delle difese e nessuno aggredisca nessuno. Il disarmo, da solo, non è una difesa sufficiente.
È inutile che Mosca si offenda e minacci. Se essa è spaventata, gli Stati Baltici lo sono anche di più, e con maggiore ragione, guardando al passato. Che vogliano garantirsi, per quanto possibile, è semplicemente umano. 
Siamo in conclusione costretti a scomodi calcoli, riguardo a che cosa conviene, in casi del genere. Certamente non conviene cedere per la semplice paura della reazione della controparte. Se il “nemico” ci impone di non armarci, minacciandoci, e noi, perché lo reputiamo aggressivo, cediamo per paura della sua reazione, domani lui rimarrebbe aggressivo e noi gli avremmo spianato la strada, non predisponendo adeguate difese. Meglio accettare uno scontro cui ci siamo preparati che doverlo accettare senza esserci preparati.
Qualcuno teme il rischio di incidenti militari (che potrebbero trasformarsi in casus belli), soprattutto visto che la Russia non è aliena anche da scorrettezze come l’uso di soldati senza divise, come è avvenuto nell’Ucraìna orientale. Ma neanche questo può fermarci. Se saremo provocati, risponderemo alle provocazioni, checché ne possa derivare, sempre in base al principio che chi cede senza combattere rischia di perdere l’intera guerra senza avere neppure impugnato le armi.
Comunque, nel nostro caso, noi veramente non intendiamo aggredire nessuno. Effettivamente lasciamo all’altro l’intera responsabilità dell’eventuale aggressione. Ci siamo soltanto preparati a respingerlo.
In conclusione, quali che siano i rischi derivanti dall’irritazione russa, l’interesse dell’Occidente – dopo avere fatto tutto quanto è possibile fare per dimostrare le nostre intenzioni puramente difensive – è quello di predisporre la necessaria difesa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
9 luglio 2016
(1) North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. 
      (2)http://www.corriere.it/esteri/16_luglio_09/nato-si-rafforza-paesi-dell-est-dall-italia-150-soldati-mille-usa-5c935ec4-4542-11e6-888b-7573a5147368.shtml




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POLITICA
9 luglio 2016
LA CRISI DELLE BANCHE IN SOLDONI - 1
Mercoledì scorso ho provato a capire la crisi delle banche -  del Monte Paschi di Siena (Mps) in particolare - e alla fine non ho concluso nulla. lo stesso. E tuttavia dalla lettura di alcuni articoli ho ricavato dei dati che possono essere utili anche ad altri. Per esporli saranno necessari più articoli.
Il primo dato – tutt’altro che consolante - è che non hanno le idee chiare neanche coloro che i problemi dovrebbero risolverli. Non per mancanza d’intelligenza. È solo che, per quanto si possa essere competenti, non c’è modo di far sì che un triangolo abbia quattro lati e che il peso di un debito non pagato non finisca con lo scaricarsi su qualcuno. 
Per quanto riguarda l’Mps il problema è che, se il suo debito è scaricato sui clienti e sui correntisti, come ormai ci impongono le regole europee, le conseguenze sarebbero immensamente maggiori di quelle che abbiamo visto, ad esempio, per la Banca dell’Etruria. Perché l’Mps è molto più grande. Purtroppo per molti decenni in Italia ci è stato fatto credere che le banche non potessero fallire. Tutti abbiamo immaginato che lo Stato fosse in grado di controllarle (e non lo era), e che nel caso, proprio perché la difficoltà sarebbe stata il risultato della sua inefficienza, ci avrebbe risarciti. In realtà ora non vuole e non può farlo. E così i contraccolpi di un fallimento puro e semplice sarebbero enormi. Sono “costi politici” che il governo – qualunque governo – non si può permettere. E infatti il nostro Primo Ministro si è affrettato a dire ai risparmiatori che non rischiano niente, che sono al sicuro, che non devono preoccuparsi. Dunque, che “stiano sereni”.
Ma, se il debito non si scarica sui clienti, si scarica sullo Stato. Cioè sui contribuenti. E qui le conseguenze sono altre. Lo Stato è talmente indebitato che ogni aumento del suo passivo può innescare una crisi di Borsa e questa, a sua volta potrebbe mettere a rischio la tenuta dell’intero Paese. Ma i contraccolpi non si fermano qui: con l’effetto domino, sarebbe a rischio l’intera Unione Europea.  E proprio per questo le autorità europee da tempo hanno vietato gli “aiuti di Stato”. 
Purtroppo, questa soluzione ha controindicazioni anche per Bruxelles. Perché un fallimento dell’Mps o dell’intero sistema bancario italiano produrrebbe gli stessi rischi e gli stessi effetti dell’arma che potrebbe provocare l’aiuto di Stato e l’aumento del debito pubblico. Dunque anche l’Europa ha interesse a salvare l’Mps. Ma come?
Sembra il problema del traghettamento di capra, cavoli e lupo, con la differenza che stavolta la soluzione non c’è. Basta formulare questa frase: l’Unione Europea vieta allo Stato italiano di salvare l’Mps contraendo debiti, ma se l’Mps non è salvato è a rischio la stessa Unione Europea. Eppure – dicono i competenti – in qualunque caso, in qualunque modo e a qualunque costo, si DEVE trovare una soluzione che contemperi queste tre ineludibili esigenze: 1. I clienti non possono pagare per i debiti della Banca; 2. Lo Stato italiano non può metterci i soldi dei contribuenti; 3. Bruxelles deve continuare a vietare gli aiuti di Stato. 
Sembra inevitabile che Bruxelles ammorbidisca la sua posizione, ma da un lato perderebbe la faccia, dall’altro dovrebbe poi vedersela con gli Stati cui non ha concesso ciò che dovrà concedere all’Italia. Qualcosa che ancora nemmeno sappiamo che cosa sarà.
I tecnici sanno da molti anni che l’Mps è fallito, ma fino ad ora si è cercato di non ammetterlo ufficialmente. Ebbene, pare che questa dichiarazione l’avremo fra venti giorni, con gli “stress test” europei. Lo “stress test” (comportamento finanziario della banca nel caso di ipotetiche, notevoli crisi economiche) è un esame ufficiale europeo, che ben difficilmente potrebbe avere esito positivo per l’Mps. Con quali conseguenze per il sistema bancario italiano? Oppure si riuscirà ad evitare che si arrivi agli stress test in condizioni diverse da quelle attuali?
Questo quadro è già sufficientemente drammatico e tuttavia le cose stanno peggio di così. Infatti non è a rischio soltanto l’Italia e non sono a rischio soltanto le sue banche, è seriamente a rischio l’intero sistema bancario internazionale. Ci sono banche europee, come la Deutsche Bank, che rappresentano un problema di dimensioni ben maggiori del nostro. Anche se Matteo Renzi è riuscito a parlarne in modo da strapparci un sorriso.
1.Continua
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 luglio 2016

LAVORO STABILE E GARANZIE IMMOBILIARI

L’ultimo inquilino che ho avuto si chiamava Calì. Si presentò con l’aria disperata. Aveva assoluto bisogno di quella casa. Era stato sfrattato e non aveva dove andare. Che per favore gliela concedessi. La pigione non era un problema, che gli dessi la chiave.
Superando l’istintiva diffidenza che m’ispirava, e ammaestrato dalle precedenti esperienze, feci le mie verifiche. Era effettivamente un dipendente a tempo indeterminato delle ferrovie e inoltre mi dichiarava di essere proprietario di un terreno e, insieme con i fratelli (per via di eredità) di una casa in provincia. Ed io l’ho avvertito per iscritto, nello stesso contratto, che in caso di mendacio l’avrei denunciato per truffa.
Il contratto fu firmato, lui pagò anticipato il primo mese e poi più nulla. Pochi giorni dopo la prima scadenza ero dall’avvocato per sfrattarlo, ma il giudice gli concesse un “termine di salvezza”. Significava che poteva stare nel mio appartamento senza pagare per qualche mese ancora, nella speranza che inopinatamente divenisse onesto. Scaduto quel termine Calì – che non aveva i soldi per pagare me, ma li aveva per pagarsi l’avvocato – riuscì con trucchi vari e facili rinvii a vanificare il mio buon diritto. Cominciai ad avere l’impressione che, con l’aiuto del giudice, fosse destinato a rimanere gratis nell’appartamento a tempo indeterminato. 
Infatti se ne andò otto o nove mesi dopo, e non per effetto di uno sfratto effettivo che non ottenni mai: semplicemente perché aveva ritenuto opportuno andarsene. Ed io rimasi a contare ciò che mi era costata la vicenda in termini di pigioni non riscosse, danni alle suppellettili, spese di condominio e spese legali: milioni e milioni di lire. Per non parlare della mia autostima ferita. E le garanzie?
Alle ferrovie mi dissero che era una sorta di delinquente. Il suo stipendio era già sequestrato per la parte sequestrabile e sarebbero stati lieti di disfarsi di lui. Il fantomatico terreno forse non esisteva, o forse era un pezzettino di bosco senza valore. E la casa? Facendo un centinaio di chilometri, fra andata e ritorno, andai a vederla dall’esterno. Era un immobile insignificante, tre o quattro stanze o poco più, l’una sull’altra, dal valore trascurabile. E per giunta lui era proprietario soltanto di un sesto. Vicolo cieco. 
Riuscii a mettermi in contatto con sua sorella, e le spiegai che conveniva a tutti - anche a lei e ai suoi fratelli - cercare un accordo. Perché soltanto quella casa io potevo aggredire. Lei da prima fu gentile. Poi cercò di spiegarmi che loro non erano responsabili per quel fratello scapestrato. Infine cominciò a dimostrarsi seccata delle mie lettere e non mi rispose più. Non ottenni nulla. 
Le spiegai allora con un’ultima lettera, pregandola di far sapere la cosa ai suoi fratelli, che, se avessi fatto sequestrare il sesto della casa, all’asta l’avrei comprata io – e infatti chi altri avrebbe potuto desiderare un sesto di quella casa da nulla? – e così sarei divenuto il sesto coerede. Si rendeva conto delle conseguenze? Loro non avrebbero più potuto venderla se non al prezzo che dicevo io. Io li avrei obbligati a costituire un regolare condominio (recte comunione), avrei richiesto la nomina di un amministratore, avrei preteso delle assemblee e dei bilanci annuali. In una parola si sarebbero pentiti di avermi costretto a divenire uno “della famiglia”. Non ottenni nulla lo stesso. Forse non credevano che una cosa del genere fosse possibile.
Ma io parlavo sul serio. Mi attivai dunque per sequestrare quel sesto di casa e andai avanti fino all’istanza di vendita. A questo punto la famiglia si svegliò e i fratelli vennero in processione a pregarmi. Anche loro erano vittime di quell’uomo. Io gli imponevo di pagare per lui, ma loro che colpa avevano? Non potevo accontentarmi di metà di ciò che chiedevo? Io ero tendenzialmente irremovibile, e non soltanto perché avevo ragione: loro non potevano saperlo, ma assolutamente non potevo perdonargli le precedenti scortesie. Comunque, rispondevo, se loro non erano colpevoli di avere quel fratello, figurarsi io.
I rischi a mio carico comunque continuavano a sussistere. Io non avevo nessunissima voglia di avere a che fare con quella famiglia. Poi arrivare alla vendita e al resto richiedeva altri adempimenti ed altre beghe giudiziarie. Insomma, per non tirare troppo la corda, pur di arrivare ad un accordo alla fine concessi qualcosa. Non ricuperai tutto ma certo molto di più di ciò che il Calì avrebbe pagato se non fosse mai stato moroso. Insomma conclusi la vicenda con un’accettabile vittoria. Ma nel giro d’un paio d’anni svendetti i tre appartamenti di cui disponevo e andai ad abitare in un garage/monovano.
12 - Continua




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POLITICA
7 luglio 2016
IL DELIRIO DEL RIMPROVERO
Nessuno è responsabile di ciò che non è dipeso dalla sua volontà. E naturalmente, per converso, si è responsabili di ciò che è dipeso dalla nostra volontà. La rimproverabilità, come si legge in qualunque trattato di diritto penale, è dunque il fondamento della colpevolezza. Questa tuttavia ha avuto un’evoluzione. Nel diritto romano arcaico, se si provocava la frattura di un osso a qualcuno, non importava che l’azione fosse stata volontaria o no: si era tenuti all’identico risarcimento. Col progresso si poi è stabilita la distinzione tra reato doloso e reato colposo, e infine, almeno moralmente, con la mentalità del Cristianesimo si è tenuto conto soltanto dell’intenzione. Se qualcuno rischia di cadere in un burrone e nel tentativo di salvarlo proprio io lo faccio cadere, per la Chiesa sono ancora un buon Samaritano, mentre per il diritto penale sono colpevole di omicidio colposo. “Non essendo sicuro di essere in grado di aiutare quella persona non saresti dovuto intervenire”. E tuttavia così avrei rischiato, nel caso in cui quella persona fosse poi caduta, la condanna per omissione di soccorso. Il giudice avrebbe potuto non credere alla mia difesa: “Non ero sicuro di saperlo aiutare”.
Oggi l’ambito della rimproverabilità si è allargato a dismisura. Lo Stato pretende dal privato che si accerti che gli operai che gli manda in casa un’impresa siano in regola con le mille prescrizioni antifortunistiche di legge. Cosa di cui il privato naturalmente non sa nulla, ma di cui poi, nel caso di un grave incidente, potrebbe essere informato da qualche Pubblico Ministero.
Al saldatore il datore di lavoro fornisce la maschera con la finestrella, per proteggere i suoi occhi da qualche scintilla infuocata, ma se l’operaio per stupidità o per superficialità si rifiutasse di usarla, e perdesse un occhio, il buon senso vorrebbe che se la prendesse con sé stesso. E invece sicuramente il giudice penale obbligherebbe il padrone, il capofficina o comunque il responsabile del cantiere a rispondere del reato di non avere obbligato l’operaio a proteggersi. Non è responsabile la vittima, della sua stupidità, è responsabile chi avrebbe dovuto proteggerlo, per così dire anche contro la sua volontà. 
Del resto lo Stato non è quello che ci obbliga a indossare la cintura di sicurezza, in auto? In fondo sarebbe giusto che chi è tanto stupido da non indossarla si rompesse il naso o peggio, in caso d’incidente. Se dipendesse da me, non farei pagare un’ammenda, per un reato del quale allo Stato non dovrebbe importare nulla, ma un pesante contributo obbligatorio al pool dei Pronto Soccorso regionali, cui l’automobilista sarebbe andato a finire, contribuendo ad intasarli, in caso d’incidente. Proprio per fargli capire che l’obbligo non è stabilito per la sua sicurezza, ma per abbassare i costi sanitari dello Stato. 
Naturalmente l’ammenda sarebbe doppia se la cintura non l’hanno i figli minori, perché di loro si ha la responsabilità, ed è lecito rischiare solo in proprio.
Questa mania del rimprovero è giunta a livelli inverosimili. Non appena avviene un incidente, subito si va a cercare chi si possa rimproverare per esso. Molti anni fa – episodio indimenticabile – un padre che le aveva provate tutte, col figlio drogato, gli tagliò i viveri, visto che usava qualunque denaro ricevesse per comprarsi la droga, e quello si suicidò. Ebbene, i giornali si scandalizzarono e molti discussero della colpa che aveva (o aveva potuto avere) il padre in quella morte.
Oggi non siamo al rimprovero per chiunque abbia veramente una colpa, siamo alla ricerca di chi possa avere una colpa per qualunque cosa accada. Se avviene un attentato terroristico e muoiono dei nostri connazionali a Gaborone, la gente chiede: ma per caso il Botswana è un Paese a rischio? E se sì, le nostre autorità ci hanno avvertiti che non conviene andarci? Perché, se è un Paese a rischio e non ce l’hanno detto, sono quei funzionari i responsabili di queste morti. Non i terroristi, non gli imbecilli che eventualmente non si sono informati, ma chi avrebbe dovuto rincorrerli per avvertirli. 
Quando qualcuno muore in ospedale – in ospedale si muore, anche, per chi lo sapesse – i parenti si chiedono: il nostro caro poteva essere salvato dal migliore medico del mondo? Perché se la risposta è sì, poco importa che il medico presente fosse uno sbarbatello assonnato, fresco di laurea: avrebbe dovuto sapere usare con successo la tecnica del migliore medico del mondo. Perché così stabilisce anche il magistrato che ha avuto tutto il tempo di studiare con comodo il caso.
Il colmo si è raggiunto negli Stati Uniti, dove la mania della rimproverabilità ha condotto alla mania dell’autorimprovero. Lo vediamo nei film. La moglie dice: “Vado a fare un po’ di spesa”. Esce e muore in un incidente. Il marito è desolato: “Avrei dovuto andarci io, è colpa mia se è morta…” Magari i presenti lo consolano e gli dicono che non è vero, ma come mai quel personaggio ha detto quella frase? La risposta è che, nel mondo contemporaneo, dei guai non è colpevole colui che li ha provocati, ma colui che avrebbe, forse, potuto e dunque certamente dovuto impedirli, magari studiando meglio la sfera di cristallo. Per non dire che i genitori – quando i figli, anche adulti, combinano disastri – sono comunque colpevoli di non averli saputi educare. Ma sarebbero stati colpevoli di inammissibili vessazioni e brutalità, se ci avessero provato.
Comunque, non mi rimproverate, se ho idee del genere. È che ho avuto cattivi maestri.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
6 luglio 2016

RACCOMANDATI E RACCOMANDAZIONI 

Da professore sono stato irremovibilmente e notoriamente contrario alle raccomandazioni. Non ne ho mai fatte e non ne ho mai ricevute. Ho poi saputo di essere stato protetto dalla dea calunnia: si diceva infatti, in giro, che per vendetta avrei bocciato chi mi fosse stato raccomandato. Vent’anni d’insegnamento, vent’anni di pace. Sono vissuto in un mondo in cui pareva che quella pratica non fosse mai esistita.
Ma un giorno una ragazza volle raccomandare sé stessa. Si chiamava – e spero si chiami – Giuliana Cafarella. Era una esile diciassettenne, biondina, piatta come un’acciuga (o almeno così la ricordo), col fascino di una bambina di sei anni, e tuttavia aveva abbastanza testa per essere brava nella mia materia anche se fanaticamente comunista. Era il periodo in cui tutti lo erano, diversamente si era fascisti. I miei voti andavano da uno a dieci e dunque i suoi otto ed occasionali nove facevano un bel contrasto con i molti sette, i sei, e il nutrito gruppo di quelli che avevano quattro o meno di quattro. Fino all’uno, ovviamente.
Un giorno durante l’intervallo Giuliana mi fermò e mi chiese se potessi per caso non metterle dei voti così alti. Le risposi che glieli mettevo perché li meritava e finché li avrebbe meritati. Sì, obiettava, ma non le piaceva questo contrasto con i suoi compagni. Sorrisi: i voti, le spiegai, non devono avere caratteristiche estetiche o sociali o politiche, ma corrispondere al valore della prestazione. Oggi mi rendo conto che, se non l’aveva fatto prima, in quel momento lei mi catalogò come fascista. Comunque il discorso si concluse con le famose parole: Io – si sa – non accetto raccomandazione per alzare i voti. Ora è bene che si sappia che non ne accetto neppure per abbassarli. E la congedai con un sorriso benevolo. 
La battaglia maoista di Giuliana era persa.
Un problema inverso ebbi con Stancanelli.
Stancanelli era un ragazzo di terza, credo, allegrone, solare, normale. Purtroppo insalvabilmente insufficiente nella mia materia. Prova ne sia che, agli scrutini di giugno, creò un problema. L’alunno aveva la sufficienza in tutte le materie, salvo nella mia. Come altre volte, in questi casi, mi limitai a mostrare i compiti in classe: si poteva promuovere qualcuno che faceva quegli errori, e in quella quantità? Comunque, il consiglio era sovrano. Ma i professori furono risoluti: quel ragazzo non aveva che da migliorare la sua conoscenza di lingua e letteratura francese. E Stancanelli fu rimandato per quella sola materia.
Agli esami di riparazione Stancanelli arrivò allegro e cordiale come sempre. Gli feci la prima domanda: niente. La annotai diligentemente nel registro, e gliene feci una seconda: stesso risultato. L’esame andò avanti così per tutta la materia: grammatica (nella sua applicazione concreta), lingua, letteratura. Il professore che costituiva con me la “commissione”, ogni tanto mi dava un’occhiata sconsolata, ma c’era ben poco da dire. E l’esame finì. Ma la tragedia scoppiò al momento dello scrutinio.
“Ma proprio non aveva risposto?” “Chiedete al collega che mi assisteva”. “Ma lo sai che è il nipote del Provveditore agli Studi?”, chiedeva uno. “E come lo promuoviamo, con questo giudizio?” chiedeva un altro. “E tu non potresti addolcirlo un po’, questo giudizio, non potresti scrivere che gli hai fatto un’altra domanda ed ha risposto?” Per i buoni infatti – e i professori sono tanto buoni! – la verità è una versione fra le altre. Finché non pagano di tasca propria, la falsificano volentieri. Purtroppo per loro, io avevo anche studiato diritto penale. Se avessi cambiato qualcosa, mi sarei reso responsabile del reato di falso ideologico in atti pubblici commesso da un pubblico ufficiale. A parte il fatto che, poi, non avevo nessuna voglia di cambiare niente.
 “Promuovetelo per voto di consiglio”, raccomandavo. “E con quale scusa, con quale motivazione?”, mi chiedevano. Scrivete: “Intendiamo promuoverlo”, suggerivo. “Non ci possiamo rendere ridicoli!”. 
Il ragazzo fu bocciato per la mia sola materia e, dopo avere cambiato sezione, per tutto l’anno seguente mi guardò in cagnesco nei corridoi.
11 Continua




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7 luglio 2016
lsblog.it chiude chiuso chiusura inaccessibile

 (il titolo è formulato in quel modo per Google)

Informo gli eventuali lettori di lsblog.it che esso è stato chiuso. Chiunque voglia leggere i miei articoli può richiedermeli scrivendo a giannipardo@libero.it, oppure può leggerli in questo sito oppure ancora su pardo.ilcannocchiale.it.

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POLITICA
6 luglio 2016
IL POETA COME CREDITORE
Quando si parla del poeta, non tutti intendono la stessa cosa. Soltanto le persone nutrite di cultura classica pensano in primo luogo ad Omero, a Virgilio, a Dante. Per la maggior parte, il poeta è quello romantico. Molti non concepiscono altra poesia che quella lirica: dolente o appassionata, pensosa o estetizzante, ma sempre in prima persona. Gli risulta difficile concepire che si possa fare poesia parlando della coltivazione dei campi, come ha fatto Virgilio; ironizzando sui poemi cavallereschi, come ha fatto l’Ariosto; scrivendo intere commedie in versi, come ha fatto Molière, o truculente tragedie, come ha fatto Hugo. Eppure la tradizione, in questo campo, è stata tanto forte, che ancora a pochi anni dal Ventesimo Secolo Rostand ha potuto scrivere in versi il suo famoso Cyrano de Bergerac. 
Poi la poesia è morta, intendendo stavolta per poesia il genere, e l’ultima fotografia disponibile, per rimanere nella cultura italiana, ci mostra Giacomo Leopardi. Un gigante dell’arte, indubbiamente, ma anche un esempio fuorviante. Questo giudizio in un certo senso è fuor di luogo: è vero che tutta la lirica del recanatese fu intrisa di pessimismo ma, se si poté fare poesia con le Bucoliche, sarebbe stato strano che non si potesse farla parlando della morte di una fanciulla. E infatti qui non si vuole parlare di estetica, ma degli effetti di una simile mentalità sulla società. 
Per molta gente l’aggettivo “romantico” è sinonimo di “delicato”, “sentimentale”, “poetico”. E la cosa è assurda, perché si dimenticano sia i moduli artistici di questo movimento letterario - che includono anche i melodrammoni di Hugo o il discutibile gusto di George Sand - sia soprattutto i tremendi guasti di cui ha parlato, praticamente per esperienza, Gustave Flaubert.
Il romanticismo ha posto al centro di tutto l’io. Un “io” il cui principale merito è quello di essere “io”. E il romantico, che sia poeta o no, grida la propria infelicità, il proprio distacco dalla realtà corrente, la propria delusione per l’esistenza com’è. Nell’Ottocento questo dolore inconsolabile e quasi metafisico fu chiamato “mal du siècle” e condusse perfino alla morte: come nel caso di Werther o di Jacopo Ortis. 
Purtroppo, da questa inadeguatezza alla vita, anche il romantico intellettualmente insignificante ricava il suo alto rango. È sconfitto, ma è la sconfitta del superiore in un mondo di inferiori. È l’albatros di Baudelaire. Il soffocante limite del presente, la percezione del “di più” che gli manca, la sensibilità martoriata di un cuore che si aspettava di meglio e vive nel disincanto, fanno ergere il romantico a creditore insoddisfatto: “O Natura, Natura, perché non rendi poi, quel che prometti allor?” 
Esaminando il fenomeno con occhio critico, certi atteggiamenti suonano deliranti. Ma ancora una volta, bisogna mettere le mani avanti: non delira affatto Leopardi, che è un grandissimo artista e un notevole pensatore, ma lo fanno tutti i disadattati, tutti i giovani scontenti, tutte le mezze calzette che amerebbero attribuire a qualcun altro la colpa delle loro sconfitte. O anche il torto delle loro illusioni cadute. Come non vedono che il torto non è delle illusioni ma di chi si illude? Soprattutto se le illusioni è andato a cercarsele, per farsene una corona? Perché mai la vita dovrebbe svolgersi come una favola bella, se nessuno ce l’ha promesso, nessuno ce l’ha garantito, ed anzi avremmo dovuto capire che saremo fortunati se riusciremo ad invecchiare, e dunque di superare il tempo della bellezza e dell’amore?
L’archetipo del poeta romantico ha creato una diffusa patologia: quella del creditore metafisico. Nella pièce di Vigny, Chatterton chiede di ricevere una pensione dallo Stato perché si dichiara poeta. E non ottenendola si uccide. L’individuo è scontento della realtà e la tratta da truffatrice. Non gli viene in mente che mai essa ha tentato d’ingannarlo: è lui stesso che l’ha percepita male. E comunque non è riuscito a modificarla a suo vantaggio. Troppo spesso l’individuo sogna l’amore e non si chiede se in primo luogo lui stesso ne sia degno e se sia capace di darlo. Si lamenta soltanto di non averlo ricevuto in regalo, e per giunta come un regalo che gli era dovuto. 
Da molti decenni non usiamo lo specchio e perdiamo l’umiltà. Malgrado Flaubert, rischiamo in milioni di essere altrettante Emma. Vorremmo il successo e dimentichiamo che, secondo Buffon, “il genio è una lunga pazienza”. Pensiamo che la bellezza sia di per sé meritevole d’amore e ci battiamo per essa, senza pensare alla bellezza dell’anima. Soltanto col tempo, e soltanto perché costretti dall’esperienza, scopriamo le nostre dimensioni e le dimensioni delle nostre illusioni.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 luglio 2016

 IL TERREMOTO E LA FLEMMA BRITANNICA

Nel 1990, a Catania abbiamo avuto un forte terremoto che m'ha fatto pensare fosse giunta la mia ultima ora. Ero spaventato e profondamente addolorato: "morire così, schiacciato fra le pietre!" pensavo mentre il letto ballava. I quaranta secondi più lunghi della mia vita. Poi, visto che la casa non era crollata, visto che i terremoti catastrofici di solito non concedono bis, ma solo piccole scosse d'assestamento, ho cercato di rimettermi a dormire. Ma ho avuto difficoltà. Fra l'altro mi chiedevo se la vecchia casa che possedevo in città fosse ancora in piedi. Allora mi sono alzato e sono andato a vedere dal balcone (da cui si godeva il panorama) se ci fosse polvere, da qualche parte, cioè se qualche casa fosse crollata. Ma la città era tranquilla. E allora, mi sono detto, tanto vale che me ne torni a letto.
A questo punto è squillato il telefono e un'A. inviperita mi ha chiesto come mai non le avessi telefonato, mentre lei tentava da non sapeva quanto tempo. Telefonarti? mi sono meravigliato. Casa tua è una casa moderna, su colonne di cemento, è antisismica. Se non è crollata la mia, è sicuro che la tua è in ottime condizioni. Non avevo nessuna inquietudine, riguardo a te. Perché avrei dovuto telefonarti, che c'è da dirsi? Lo sappiamo tutti che c'è stato un terremoto.
Non starò a riferire la reazione di A. Ha sempre considerato questo episodio come una prova della mia malattia mentale, del fatto che non l'amo, che sono un mostro, con un inespresso sospetto che il terremoto l'abbia provocato io.
Non è sicuro che il sangue freddo sia una qualità. 
10 Continua




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POLITICA
5 luglio 2016
PERCHÉ HO VOTATO PER IL "LEAVE"

Innanzi tutto devo dire che il titolo mente, perché, non essendo io un suddito di Sua Maestà Britannica, non è vero che ho votato. Ma è una difesa insufficiente. Infatti rimane vero che se fossi stato chiamato a votare avrei votato per la Brexit. E perché? Per le stesse ragioni per le quali la maggioranza dei britannici ha votato come ha votato. Per nostalgia dell’isolazionismo britannico. Per antipatia per Bruxelles. Per paura degli emigranti. Perché in troppi davano per scontato che la Brexit sarebbe stata una tragedia, e non mi sapevano spiegare perché. Potrei continuare ma non farei che confermare ciò che i commentatori hanno detto a proposito di questo voto: gli inglesi non conoscevano bene le istituzioni europee, non sapevano che cosa ci guadagnava il Regno Unito ad essere nell’Unione Europea, e non sapevano che cosa rischiava uscendone. Tanto che una delle domande più frequenti su Google, dopo il voto, è stata: “Che cos’è l’Unione Europea?” Qualcuno ha detto, giustamente: “Non potevano pensarci prima del voto, ad informarsi?”
In questo referendum i cittadini britannici sono stati chiamati – cosa veramente stupida – a dare un voto sentimentale su una materia tecnica. E le conseguenze potrebbero essere perfino più negative del previsto. Da cittadino di Sua Maestà Britannica potrei finire qui la mia confessione: “Sono stato stupido quanto gli altri e per le stesse ragioni”. Ma la realtà è peggiore. E non posso nasconderla.
Ho votato per il “Leave” nella speranza che danneggiasse solo un po’ la Gran Bretagna, e molto l’Unione Europea. Che magari facesse scoppiare l’intera organizzazione. E qui ho il dovere di fornire spiegazioni più serie.
L’intero continente è sommerso dalla retorica. È triste sentire i discorsi di un onest’uomo come Sergio Mattarella e non credere nemmeno una parola di ciò che dice. Addirittura, arrivo a pensare che glieli scrivano da cima a fondo e il poveretto li legge per dovere d’ufficio. Se gli proponessero di dire che basta che il Papa Bergoglio vada a baciare il sedicente Califfo di Mosul, perché costui, novello lupo di Gubbio, smetta di essere un terrorista e divenga un cattolico fervente, il Presidente biancocrinito direbbe anche quello. Per amor di Patria.
Questa cortina di retorica è divenuta simile a quei cappucci neri senza buchi che coprono l’intera testa, in modo che il prigioniero non veda nulla. È inteso che l’Unione Europea è un bene da salvaguardare a qualunque costo. È inteso che dall’euro non si torna indietro. È inteso che nessun Paese deve dichiarare fallimento, anche se di fatto è fallito da molto tempo. È inteso che con il costante aumento del debito pubblico corriamo verso il baratro ma, come nel caso del paradosso di Achille e della tartaruga, non ci arriveremo mai. È inteso che i provvedimenti adottati non sono stati capaci di farci superare la crisi, ma lo stesso è vietato dire che siano sbagliati. Insomma mi sento incatenato ad una serie pressoché infinita di false certezze e di falsi dogmi, che una volta o l’altra un colpo di vento spazzerà via.
È assolutamente impossibile che l’umanità possa reggere a tempo indeterminato la truffa planetaria della finanza. Per ogni euro, dollaro, yen che circola come moneta di scambio, c’è un enorme multiplo di euro, dollari, yen di denaro che non circola, ma produce interessi, è oggetto di scambi e negoziazioni, in un mondo assolutamente virtuale.
Immaginiamo che cento bambini abbiano ciascuno un buono per una merendina, e cinquanta merendine a disposizione. Finché i bambini non hanno fame, possono giocare con quei buoni, e scambiarseli come si fa con le figurine dei calciatori. Ma nel momento in cui il primo avesse fame, e si facesse dare una merendina, gli altri si renderebbero conto che non ce n’è a sufficienza per tutti e sarebbero la ressa, fino magari a rovesciare il tavolo. Sicuro è che non ce ne sarebbero per tutti e molti si renderebbero conto che prima non avevano buoni per merendine, ma figurine dei calciatori. 
È penoso assistere alla lenta agonia di una Unione Europea che non sa andare né avanti né indietro, che non trova la forza né di sopravvivere né di morire, che non sa organizzare né l’unione politica del continente né la dissoluzione di un organismo che ha ormai mostrato tutti i suoi limiti. Sono talmente disperato che vorrei tirare giù tutto, pur di far ripartire questo mondo verso una nuova prosperità. Basterebbe tornare ad un mondo in cui i debiti si pagano ed ai cittadini che lavorano è permesso trattenere tutto, o quasi tutto il frutto delle loro fatiche. Risanamento della moneta e drastico abbassamento della pressione fiscale, ecco un programma semplice, che abbisogna però di una rivoluzione, per essere attuato.
Così almeno pensavo alla quarta pinta di Guinness nel mio pub di fiducia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 luglio 2016

L’INQUILINO AUTORIZZATO

Molti anni fa mia moglie possedeva un appartamento in una villetta con quattro appartamenti, due sotto e due sopra, due a sinistra e due a destra. Lei aveva quello in alto a sinistra. La sorella quello sottostante, e il marito di costei i due a destra.
Il cognato però, oltre ad avere un cattivo carattere, era un uomo molto danaroso e molto ignorante. Infatti era convinto di poter fare sempre quello che voleva, perché era il più forte e il più ricco. La cosa era aggravata dal fatto che probabilmente era cosciente del taciuto disprezzo di mia moglie, che forse – prima – lui aveva creduto di poter sopraffare. 
Poiché il giardino era comune, ma lui era proprietario della metà di destra, un giorno decise di interporre una recinzione fra le due parti (anche perché dal suo lato c’era un autonomo cancello, che dava sulla strada) lasciando tuttavia un cancelletto per passare da una metà all’altra. Non so, o non ricordo, se ne avesse il diritto (il giardino avrebbe potuto essere condominiale) certo è che lo fece.
In seguito locò l’appartamento in alto a destra, e qui cominciarono i guai. L’inquilino pretendeva di passare dalla parte di giardino di mia moglie, e poi - attraverso il cancelletto fra le due metà del giardino – arrivare al suo appartamento, perché, pur avendo un proprio cancello, gli veniva più comodo così. Gli feci notare che non ne aveva diritto, ma mi rispose che il suo proprietario l’aveva autorizzato.
Giorni dopo, mentre mi chiedevo ancora che cosa fare, una sera, tornando a casa, mia moglie ed io non riuscimmo ad aprire il cancello esterno, e stavamo per invocare tutti i santi del paradiso quando l’inquilino ci aprì, dicendo che aveva cambiato la chiave. A casa d’altri, senza averne il diritto e per giunta senza avvertirci. Io l’avrei l’ucciso ma mia moglie ha orrore della sporcizia, così mi limitai a dirgli puramente e semplicemente che non si sarebbe mai più dovuto permettere di passare dal “nostro” giardinetto perché non ne aveva nessun diritto. Il suo conduttore non poteva concedergli il diritto di passaggio sul fondo altrui, che gli fosse chiaro. 
Lui andò a prendere il suo contratto di locazione e me lo esibì. Gli spiegai pazientemente che non mettevo in dubbio la sua parola, mettevo in dubbio, e più che in dubbio, il potere del suo dante causa di concedergli una servitù sul fondo di mia moglie. Non lo convinsi. E così misi un catenaccio sul cancello fra le due parti del giardino. 
Il giorno dopo scoprimmo che l’inquilino aveva rotto il catenaccio. Presa carta e penna stilai una bella querela per esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose” (Art.392 del Codice Penale) e andammo, mia moglie ed io, a presentarla ai Carabinieri. E qui cominciarono altri guai. I Carabinieri non capivano di che reato si trattasse. Continuavano a dirmi: ma l’inquilino era autorizzato, no? Ed io ricominciavo. Quando credevo avessero capito, obiettavano: “Ma l’inquilino era in buona fede, no?” Ed io a spiegargli che proprio per questo mia moglie lo querelava per esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose. Diversamente il reato sarebbe stato di danneggiamento. 
Il giorno dopo metto un nuovo catenaccio, ed ecco che l’inquilino rompe anche questo, per passare a suo comodo. Nuova querela, praticamente identica alla precedente, e nuovo viaggio dai dai carabinieri.
Un po’ contrariati, quelli ricominciano con le obiezioni. “Ma lui era in buona fede, tuttavia, no?” Ed io a spiegargli che, a parte che questo non lo scusava, io gli avevo detto chiaramente che commetteva un reato, buona fede fino ad un certo punto. Comunque, che accettassero la querela. 
Ma, evidentemente, non l’avevano convocato in Caserma. O quel tizio aveva veramente la testa dura. Certo è che, dopo la terza o quarta querela, all’ennesimo catenaccio rotto ci siamo fiondati dai Carabinieri, segnalando che non avremmo mai smesso di chiedere giustizia, e che forse avrebbero fatto meglio a venire e a spiegare di persona a quel tizio che si stava mettendo nei guai. 
Stavolta i Carabinieri, più per evitare di vederci arrivare con altre mille querele che per aiutarci, si sono messi in macchina e sono venuti a spiegare al tizio che doveva smetterla. E alla fine, forse nel vago intento di mettere pace, il graduato mi ha pregato di lasciare transitare l’energumeno da quel cancelletto. Nientemeno. Avremmo fatto una guerra per poi perderla sul tavolo del trattato di pace. A questo punto mi trasformai di uno spudorato ipocrita. Invece di dire a quel militare la semplice verità, e cioè che lui sì era degno di figurare nelle barzellette sui Carabinieri, ricopersi l’Arma di lodi spropositate (il presidio della legalità, lo scudo del galantuomo, la spina dorsale dell’ordine pubblico, chissà che altro ancora) con in più qualche lode per lui e per il disturbo che si era preso di fare quattro chilometri, concludendo però che, sia pure per amore di pace, non poteva darci un ordine illegale. Sicché non avrei affatto tolto l’ultimo catenaccio che avevo appena messo. E finalmente ognuno se ne tornò a casa sua. 
Da quel giorno il catenaccio fu lasciato tranquillo ma la storia prosegue. 
Le querele fecero il suo corso, e il giudice non soltanto mandò una citazione all’inquilino, ma anche al suo padrone di casa (il cognato di mia moglie) in quanto l’incauto inquilino, interrogato dai Carabinieri, aveva detto stupidamente che il suo padrone di casa l’aveva anche autorizzato a rompere i catenacci. E così anche il cognato finì sotto processo. E furono ambedue condannati penalmente. 
E poi dicono che in Italia è difficile avere giustizia.
9 Continua




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POLITICA
4 luglio 2016
L'ASSEMBLEA DEGLI ANIMALI


Se mi chiamassi Jean de la Fontaine potrei scrivere un piccolo capolavoro in versi dal titolo: “L’assemblea degli animali”. Ma poiché mi chiamo diversamente, mi limito a raccontare la trama di una favola.
Nella savana si discuteva da tempo del cibo migliore e alla fine, in base al principio che quattro occhi vedono meglio di due, e sei meglio di quattro, si decise di riunire l’assemblea e votare a maggioranza. Essendo in democrazia, si permise a ciascuno di sostenere la propria opinione. Una lepre vantò la lattuga, e fu ascoltata per pura cortesia. Un formichiere magnificò il sapore degli imenotteri (usò quel termine perché aveva frequentato il liceo classico) ma tutti avevano gusti molto diversi e non vedevano l’ora che smettesse di parlare. Altri ancora esposero brevemente la loro opinione, e infine la parola fu data al leone.
Il leone non era il re degli animali, come si crede, perché il vero re era, ed è, l’elefante. Infatti in quell’assemblea il pachiderma, essendo il più forte e non avendo nulla da ottenere, non si presentò neppure. Il leone comunque, re o non re, aveva più o meno la posizione dei maggiordomi al tempo dei Merovingi. Era temuto da tutti, stimato da tutti, universalmente considerato colto e intelligente e di fatto governava. Fra l’altro, essendo laureato in scienze politiche, era particolarmente preparato. Dunque tutti prestarono grande attenzione.
L’arringa fu mirabile per eleganza, per abbondanza di citazioni e di argomentazioni scientifiche. Il leone sosteneva che il cibo migliore è la carne, perché è la più ricca di proteine. Poi parlò anche del contenuto calorico, della digeribilità, del sapore (citando perfino l’Artusi e Brillat-Savarin) e alla fine tutti non poterono trattenersi dall’applaudire entusiasticamente. Quelli sì erano argomenti inoppugnabili! E inoltre erano stati esposti in modo tanto convincente che si reputò inutile ascoltare altri pareri. Si passò dunque al voto.
Il risultato però sorprese tutti. Infatti il cibo migliore, con largo margine anche sulla carne, risultò essere l’erba. Per l’eccellente ragione che i votanti per la maggior parte erano erbivori.
Il voto spesso non corrisponde alle previsioni dei competenti e dei sondaggisti. E dire che questi sono andati a procurarsi i dati interrogando i futuri votanti. Ciò avviene perché i commentatori politici esaminano i vari programmi, soppesano i leader e calcolano le possibili alleanze, mentre gli elettori non sono né politologi né notisti politici. Votano soltanto secondo i loro personali interessi (per come li percepiscono) e spesso seguendo pulsioni irrazionali. “Quel tale politico ha una faccia onesta”, “Quell’altro è arrogante e vorrei fargliela pagare”. E ancora: “Questo partito mi ha promesso la luna, chissà che non mi faccia avere qualcosa”, “Quell’altro mi ha promesso di far piangere i ricchi”. E infine: “Forse ha ragione quel figlio di puttana, bisogna buttare giù tutto, perché non c’è nulla da salvare”. 
Le pulsioni che spingono ad un dato voto sono tali, che i futuri votanti non li confessano nemmeno agli intervistatori. Ecco la differenza fra il voto in una cabina chiusa e la dotta discussione in pubblico. Tre anni fa molti votarono per il Movimento 5 Stelle pensando di esprimere uno sberleffo politico, di essere i soli a farlo perché “originali”, “coraggiosi”, “iconoclasti”. Ma avvenne che molti pensarono la stessa cosa e così crearono un partito. 
Il fenomeno è eterno. Un ateniese chiese al suo vicino di scrivere sull’ostrakon il nome di Aristide per esiliarlo, ma il vicino era proprio Aristide che scrisse il suo nome e gli chiese che motivo avesse, per quel voto. L’altro gli confessò che non lo conosceva neppure, ma non ne poteva più della sua smania di apparire morale e di essere stimato. 
Tutto ciò vale anche per il referendum di ottobre. Mentre i competenti si azzuffano sulla riforma costituzionale, io mi sono accorto che la vedevo così: Matteo Renzi ha detto che se perde se ne va, ed io desidero che se ne vada. È tutto. Mi si potrà dire che questo è un modo di ragionare da comari, e francamente lo è, ma è diverso il modo di ragionare di Renzi quando dice: “O votate sì o me ne vado”? È lui il primo che l’ha buttata sul personale. Lui conta sul fatto che è simpatico, a me non è simpatico, e dunque, salvo imprevisti voto “no”. Siamo fra noi comari.
Per conoscere le intenzioni di voto del popolo, bisogna ragionare in modo sommario, da ignoranti disinformati e rancorosi. Gente che magari vuol far perdere qualcuno piuttosto che far vincere qualcun altro. Gli elettori sono convinti di non contare assolutamente nulla, e dunque si sentono liberi di votare anche per il Diavolo. O perfino per Beppe Grillo, visto che grida così bene “Vaffanculo!”
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 luglio 2016

IL CONDIZIONATORE DIAVIA

Quando lessi sul giornale che una certa società, la “Diavia”, era riuscita a creare apparecchi di condizionamento d’aria venduti a molte marche di automobili, e così ben fatti da funzionare bene anche se montati su automobili che in origine non li montavano, decisi che mi sarei liberato dalla pena di essere torrefatto in auto durante i viaggi estivi. Era venuto il momento che anch’io avessi l’aria condizionata.
Aiutandomi con l’elenco telefonico riuscii a sapere chi poteva montarmi questa apparecchiatura e risultò che il più conveniente era un piccolo elettrauto (autorizzato dalla “Diavia”) con bottega vicino casa mia. Concordammo il prezzo, gli portai l’auto e me la restituì un paio di giorni dopo con la mia brava aria condizionata. 
Ma la mia soddisfazione fu di breve durata. Giunto a casa, controllando i documenti, mi accorsi che la garanzia era per un apparecchio “Autounion” e che questo nome non era affatto il tipo di aria condizionata, ma proprio la marca. “Diavia” non era scritto da nessuna parte. Insomma il piccolo elettrauto mi aveva promesso un apparecchio Diavia e mi aveva montato un altro apparecchio.
Ancora guai per me. Non solo, come sempre, avevo già pagato l’apparecchio, ma mi toccava provare che avevo ordinato un Diavia e non un Autounion. Grazie al cielo all’ordine era stata presente mia moglie, ma se il tizio si fosse messo a negare tutto? Che dovevo fare? 
Intanto andai dall’elettrauto e gli segnalai la cosa. Il sig.Ragusa non negò che gli avevo chiesto un Diavia ma cercò di convincermi che anche l’altra marca era altrettanto buona. Solo che io non volevo un apparecchio altrettanto buono, volevo un apparecchio Diavia. Sicché, vedendomi proprio risoluto, mi promise che mi avrebbe cambiato tutto. Io lo ringraziai ma gli feci presente che, disponendo solo di otto giorni per contestare la merce comprata, ai sensi del codice civile - non doveva offendersi - gli avrei spedito una raccomandata per segnalare il tutto, fare accenno anche alla truffa in commercio (citando solo l’articolo del codice penale) e richiedere il cambiamento del condizionatore. Infatti gli mandai la raccomandata e anche un secondo foglio, da firmare, in cui riconosceva che era incorso in un errore e mi prometteva che avrebbe cambiato il condizionatore. Lui firmò il foglio e non si offese.
Io cominciai ad essere leggermente meno preoccupato. Tuttavia, mentre mi diceva di sì, il Ragusa affermava di non avere un condizionatore Diavia sottomano, sicché - cosa che mi pareva piuttosto anomala - mi invitava a profittare dell’Autounion finché il Diavia non fosse arrivato. La cosa mi puzzava non poco ma non potevo far altro. E in realtà, un paio di mesi dopo, quasi con sorpresa, ottenni il mio condizionatore Diavia originale.
Il dato umoristico di tutta la faccenda è che, quando mi riconsegnò l’automobile per la seconda volta, l’elettrauto non seppe trattenersi dal magnificare la qualità del nuovo condizionatore, nettamente superiore, a suo dire, all’Autounion. Per esempio, oltre ad aggiungere il radiatore dell’aria condizionata, era stato cambiato anche il radiatore della macchina con un tipo maggiorato, per raffrescare meglio il motore, cosa che mancava nell’Autounion. E poi, vede? c’è anche questo apparato che aumenta il livello del minimo quando è inserita l’aria condizionata. E mentre mi diceva tutto questo non ricordava affatto il momento in cui, per lo stesso prezzo e contrariamente agli accordi, aveva cercato di rifilarmi un apparecchio di marca diversa e di qualità inferiore. Solo io sono stato tanto sfortunato, nella vita, o è che mi sono accorto di quante volte il prossimo ha cercato d’imbrogliarmi?
8 Continua




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POLITICA
3 luglio 2016
IL TERRORISMO NELLA POLITICA INTERNAZIONALE

I terroristi islamici sono degli specialisti dell’orrore. Affinché la loro azione sia imparabile, e per dimostrare che non temono alcuna possibile sanzione, sono pronti a pagare con la vita l’onore di portare a termine i loro crimini. Si organizzano dunque per uccidere quante più persone innocenti è possibile, nel modo più vile e spesso crudele, fino a provocare una reazione non soltanto di indignazione, ma di disgusto e - appunto - di terrore. Ma questo non è un risultato concreto. Per esaminare correttamente il fenomeno bisogna lasciare da parte le emozioni.
Nella “Guerra del Peloponneso”, ben prima di Machiavelli, Tucidide ha mostrato che nel corso di un conflitto il comportamento inumano va adottato o evitato non conformemente ad una regola astratta, ma tenendo conto delle conseguenze. Se, per esempio, degli assedianti promettono la vita salva agli assediati, purché si arrendano subito, e poi invece li passano tutti a fil di spada, dovranno aspettarsi di non essere creduti, se faranno la stessa promessa in occasione di un futuro assedio. Perdendo così la possibilità di diminuire le proprie perdite.
Altro esempio più vicino al problema di cui qui ci si interessa: se dopo le battaglie si fosse costantemente crudeli con i vinti, in futuro i nemici potrebbero combattere con maggiore ardore e senza risparmiare le loro vite, perché saprebbero in anticipo che, in caso di sconfitta, la vita la perderebbero comunque. E così renderebbero sempre costose le vittorie dell’avversario. Se invece la promessa della clemenza fosse ripetutamente mantenuta, il nemico, considerando scarse le proprie capacità di difesa, potrebbe rinunciare a combattere, rendendo così gratuita la vittoria.
Ma corrispondentemente va considerato che la fama di crudeltà può indurre le possibili vittime di uno sterminio ad evitare a qualunque costo guerre e battaglie, concedendo tutto il possibile. 
In sé, la guerra non ha regole. Infatti nulla impedisce che persino dopo avere acquisito la fama di popoli che mantengono le promesse di clemenza, poi queste promesse siano violate, quando veramente conviene. 
Il Padre della Storia è generosissimo di questo genere di argomentazioni. Fondamentale è l’insegnamento che non sempre l’atteggiamento “morale” è vantaggioso, ma non lo è neppure quello “immorale”. Ciò che importa – e ancora una volta in ciò Tucidide precorre Machiavelli – è il calcolo dell’efficacia. Anche se non sempre è facile capire che cosa convenga, nel caso concreto. Negli scacchi le mosse sono praticamente infinite, ma le caselle rimangono sempre sessantaquattro. Nella guerra invece anche le caselle sono infinite. Ed è stato già difficile cercare d’imporre, a partire dal XIX secolo, quelle regole che in nulla interferiscono con le possibilità di vittoria.
Affrontare l’argomento del terrorismo partendo da una condanna “morale”, non serve a nulla. Bisogna soltanto chiedersi quale possa esserne l’utilità. E in questo campo la prima cosa da notare è che col terrorismo non si è mai vinta una guerra. Gli stessi spari di Princip, a Sarajevo, una guerra l’hanno forse fatta scoppiare, certo non ne hanno determinato il vincitore. E non c’è riuscito nemmeno il proditorio attacco di Pearl Harbour, così vicino al terrorismo. Dunque lo scopo non può essere quello.
Ipotizziamo allora che il terrorismo voglia avere esclusivamente una valenza psicologica: quella di dare la sensazione di una grande potenza degli attentatori. Essa però potrà riguardare il grande pubblico, non certo i governanti. I competenti infatti sanno che anche la più grande organizzazione terroristica che si sia vista, il cosiddetto Stato Islamico, perderebbe qualunque battaglia che osasse ingaggiare contro l’esercito israeliano. È soltanto nella sensibilità comune che il terrorismo sembra temibile e capace di rappresentare una minaccia per l’intero mondo. Militarmente invece rimane un’entità trascurabile. Può impressionare i giornalisti, felici di parlare di “cose importanti” ma, anche se si gonfia come la rana della favola, lascerà sempre freddi gli Stati Maggiori.
E allora si rende necessaria un’altra ipotesi. L’effetto ricercato è quello psicologico, non potendo essere altro, ma i destinatari non sono i connazionali o i correligionari delle vittime, sono i simpatizzanti degli stessi attentatori. I musulmani sono coscienti della loro sostanziale debolezza. Non possono dimenticare che nel 1967 il vastissimo mondo maomettano è stato battuto da una pulce chiamata Israele e che Saddam Hussein, con poco più di un’azione di polizia, ha perso il regno e la vita. Ma forse proprio per questa ragione può suonare per loro come musica l’idea che degli occidentali siano terrorizzati a sentir gridare Allahu akbar. È come se così pareggiassero i conti. Militarmente le due cose sono incomparabili, ma la mentalità infantile si accontenta del fragore di una bomba.
Il terrorismo potrebbe essere la più sanguinosa e la più inutile campagna pubblicitaria. Una vittoria immaginaria a fronte di sconfitte concrete. Una tragedia del nostro tempo, ma anche una delle più convincenti dimostrazioni della criminale stupidità umana. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 luglio 2016

LA TRAGEDIA DELLA SUPPLENTE

Avevo cambiato scuola e ora il preside del liceo era una persona gentilissima, anche se di insufficiente spessore umano. Sembrava un tipico democristiano.
Appena arrivato, scoprii che, il giorno del suo onomastico, i colleghi gli facevano un regalo, e poi partecipavano ad un piccolo rinfresco offerto dalla presidenza, a base di vermut in bicchierini di plastica e forse qualche dolcetto. Purtroppo i miei principi mi impediscono di partecipare a pagliacciate del genere. Innanzi tutto perché fare dei regali a un superiore mi sembra una piaggeria, e poi perché sono un misantropo. Così, in vista di quell’onomastico, comprai un libro e lo regalai al preside, dicendogli che non avevo nulla contro di lui, ma non avrei mai partecipato agli auguri degli anni successivi. Il libro serviva a dimostrargli che non avevo avveniva alcuna animosità nei suoi confronti. 
I nostri rapporti furono corretti – anzi formalmente molto cordiali – ma credo di essere stato per lui una spina nel fianco. Già mi ero segnalato il giorno del suo compleanno, ma risultava anche che non accettavo raccomandazioni (la mia fama era tale che lui stesso non ci provò mai) ed ero sostanzialmente un ribelle. Ma contrariamente al famoso Preside Canneti, il Preside Riccioli era abbastanza intelligente per non incrociare la lama con me. La convivenza fu accettabile.
Per quanto riguardava gli alunni, mi trovai benissimo con tutti, salvo quelli di quinta. Abituati a fare il comodo loro e sicuri di non avere nulla da temere da me, perché l’anno si sarebbe concluso con gli esami di Stato, mi trattavano con sufficienza. Pessima situazione. Anche perché cercavo d’impedirgli di uscire per andare a fumare o a passeggiare, sempre con la scusa infantile del “bagno” (“gabinetto, gli dicevo io, persino latrine, ma non c’è nessun bagno. E comunque non è lì che andate”). Era l’inizio degli Anni Settanta, quelli della follia comunista, ed io ero naturalmente un fascista. 
I compiti in classe costituirono un problema. I ragazzi era molto ignoranti e i voti per la maggior parte furono piuttosto bassi. Forse i colleghi precedenti non avevano mai messo meno di quattro, e i miei voti che – come per legge – andavano da uno a dieci, sorpresero sgradevolmente. Così, una ragazza che aveva avuto un tre (e non era nemmeno il voto più basso), essendo più aggressiva della media, andò a protestare dal preside. Questi si presentò in classe, cioè dinanzi a circa trentacinque energumeni fra i diciotto e i vent’anni, col foglio del compito in mano e mi chiese come mai avessi messi un voto così basso. Gli risposi che bastava dare un’occhiata alla quantità d’errori. Meritava quel voto. 
-Sì, ma lei non lo potrebbe aumentarlo un po’, questo voto?
-Preside, sono dolente, ma in classe, dal punto di vista del profitto, dopo Dio comando io.
Mi chiedevo come avrebbe reagito, ma Riccioli mi stupì. Cambiato improvvisamente atteggiamento, si mise ad arringare gli alunni. Dovevano studiare di più, non dovevano commettere tanti errori, il professore era severo per il loro bene, si ricordassero che avevano gli esami di Stato! Insomma era improvvisamente diventato un mio sostenitore.

In ogni modo, credo che se la legò al dito. Quei ragazzi erano di sinistra ed io probabilmente ero fascista. Che se la cavassi da me. Io mi resi conto che non potevo certo contare sul suo sostegno, ma non avevo mai avuto bisogno dell’autorità superiore, per la disciplina. Dunque ero sereno. E tuttavia un giorno avvenne una cosa che non potevo in nessun caso lasciare passare. Sorpresi due ragazzi che, nell’ultima fila lungo la parete di fondo, giocavano a carte durante la lezione, e scrissi uno dei miei rarissimi rapporti. E attesi il seguito.
Ma non ci fu nessun seguito. E allora mi trovai in uno dei più gravi imbarazzi della mia vita. Non potevo punire i ragazzi dal punto di vista disciplinare, perché la cosa era di competenza del Preside. Non potevo punirli con un brutto voto, perché tanto avevano gli esami di Stato. Insomma ero disarmato. Ma non per questo mi arresi. 
Non dissi nulla. Soltanto, appena arrivavo in quella Quinta, firmavo il registro e mi mettevo a leggere un libro. Ogni tanto pregavo i ragazzi di non fare troppo baccano, per non provocare l’intervento di qualcuno, e mi rimettevo a leggere. E quando suonava la campana me ne andavo. Alla lezione seguente, stessa scena. E così di seguito non so più per quanti giorni o settimane. Dapprima i ragazzi accolsero la procedura con giubilo: un’ora di vacanza! Poi capirono che io non intendevo più fare lezione fino alla fine dell’anno e andarono dal Preside. 
Riccioli non venne da me in modo aggressivo. Sapeva benissimo che gli avrei risposto che, o lui faceva il suo dovere o io non avrei più fatto il mio. In questo era furbo. Così mi dette ragione per la disciplina, rimproverò severamente gli alunni, e mi pregò, anche a nome loro, di riprendere lo svolgimento del programma. Devo ammetterlo, il clima da quel momento fu parecchio migliore. 

Ma con questo Preside l’episodio più éclatant fu un altro, “la tragedia della supplente”. 
Un pomeriggio si era riunito il collegio dei professori per il rinnovo delle cariche – Vice Preside e Consiglio di Presidenza, essenzialmente – e si procedeva come al solito. Per esempio, con ironica galanteria, si nominò segretaria la collega più giovane. Poi si ebbero le solite discussioni e presto si votò, con la speranza di tornarcene a casa presto. Tutto normale finché, non so come, appresi che una giovane donna, seduta non lontano da me, non aveva votato. “Come mai?”, chiesi. E così mi spiegarono che non era stata chiamata, era “soltanto” una supplente. Considerai la cosa offensiva e reagii: “Soltanto una supplente? E dove sta scritto che i supplenti non fanno parte del collegio dei docenti? E se non ne fanno parte, perché l’avete disturbata facendola venire qui? Con quale diritto la escludete dal voto?”
I maggiorenti considerarono la mia protesta un’inutile perdita di tempo – e poi, per una supplente che nemmeno conoscevamo! – e la discussione s’infiammò talmente che cominciò ad andare per le lunghe. Giuridicamente cercavano di arrampicarsi sugli specchi, ma la ragione fondamentale, penso, era che non si voleva perdere il tempo di votare di nuovo. Così ognuno voleva dire la sua, molti gridavano, e si rischiava la rissa. Se una supplente avesse sì o no il diritto di voto fu l’occasione di una sorta di guerra di Troia.
Il Preside, per indurre i professori a più miti consigli, si mise come altre volte a gridare: “La seduta è sciolta! La seduta è sciolta!” e scappò in presidenza. 
Il rito, mi dissero, era che alcuni colleghi – facendosi interpreti del sentimento di tutti, e cioè del desiderio di non dover tornare per una nuova assemblea – gli corressero dietro, promettessero di comportarsi bene e lo pregassero di riprendere i lavori. Ma quella volta andò diversamente.
Non appena Riccioli andò via, io mi alzai, salutai ostensibilmente alcuni colleghi e scappai via. Il giorno dopo seppi che il preside era effettivamente tornato, la seduta era stata ripresa (fino alle dieci di sera), ed era stato eletto il vice Preside, il Consiglio di Presidenza e tutto il resto. Era proprio quello che aspettavo.
Scrissi una bella denuncia e andai a farla leggere senza commenti al Segretario, il principale alleato del Preside, ma persona di buon senso. La mia tesi era semplice. Il verbale della seduta, a pena di falso ideologico in atto pubblico, doveva riportare che il Preside aveva sciolto l’assemblea e poi l’aveva ripresa. Ma il verbale avrebbe anche dovuto riportare che nel frattempo si era legittimamente assentato un professore (il prof.Pardo, vedi caso); e dal momento che la seduta era stata sciolta, e quello stesso professore non era stato convocato per la nuova seduta, il Collegio non era legittimamente costituito. Cosa che importava l’irregolarità insanabile di tutte le decisioni adottate. 
La seconda ipotesi era che il verbale non riportasse il fatto che il Preside aveva sciolto la seduta, ed in questo caso io avrei denunciato per falso ideologico in atto pubblico la segretaria dell’assemblea.
Il Segretario mi guardava serio e perplesso. Riconvocare un’assemblea di una novantina di professori, per decidere ciò che si era già deciso? Ma era una persona intelligente, come ho detto, e capì che ero il tipo che faceva sul serio. Così mi pregò di non avere premura. Nessuno sarebbe stato denunciato. Se ne occupava lui. 
Qualche giorno dopo, con sorpresa di tutti, fu convocato un nuovo Collegio dei Professori, con all’ordine del giorno l’elezione del Vice Preside, l’elezione del Consiglio di Presidenza e tutto ex novo. E i colleghi si resero conto che erano stati a scuola fino alle dieci di sera per niente.
Ma la mia malvagità non si fermò qui. Visto che con arroganza avevano voluto violare la legge due volte, con la supplente e con me, decisi di dar loro una lezione di diritto. Mi procurai un libro di legislazione scolastica e presi nota di ciò che m’interessava.
All’inizio della nuova seduta, quando si disse, col solito tono di professorale galanteria, che segretaria era nominata la collega più giovane, io mi alzai e, forte del mio libro, presentai una strisciolina di carta con una mia dichiarazione da inserire a verbale. C’era scritto che, secondo quanto disposto dalla tale e tal’altra norma, la segretaria doveva essere eletta dal Collegio stesso. Dunque bisognava votare. Stavano per procedere per alzata di mano, quando io tirai fuori una seconda strisciolina. In questo caso non si poteva votare né per alzata di mano né per acclamazione. Secondo un’altra norma di legge, quando si deve votare il nome di una persona, la votazione deve essere segreta. Eletta con voto segreto la segretaria, spendendo un’infinità di tempo più del solito, non appena si tentò di passare al punto seguente, io cominciai a fare altre obiezioni, ogni volta tirando fuori una strisciolina di carta e di fatto costringendo tutti a cambiare abitudini. 
Successe un parapiglia. L’ambiente si surriscaldò talmente che le urla si saranno sentite dalla strada. Un collega parecchio collerico arrivò a minacciarmi di buttarmi giù dalla finestra. Qualcuno, implorante, mi chiedeva: “Ma collega, ne hai ancora molte, di quelle striscioline?” Per farla breve, passò tanto tempo che si decise di rinviare le decisioni ad una terza seduta. Che il preside, per evitare il linciaggio, convocò in orario di lezioni, di mattina.
Nel frattempo erano cambiati parecchi rapporti umani, forse si erano incrinate amicizie, certo parecchie intenzioni di voto erano cambiate, tanto che infine non si elesse né lo stesso Vice Preside né lo stesso Consiglio di Presidenza della prima seduta. E una collega che mi sedeva accanto mi chiese: 
-Ma scusa, tu per quale carica ti presentavi? 
-Io, carica? Ma neanche se me la offrissero su un piatto d’argento, una carica. Io non voglio stare a scuola un minuto di più delle diciotto ore regolamentari.
E infatti, quando ho saputo che potevo mettermi in pensione, ho eliminato anche quelle diciotto ore.
7 Continua




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POLITICA
2 luglio 2016
L'EUROPA IN STALLO MOMENTANEO

Si parla di Europa unita da tempo immemorabile. Si partì dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, si passò alla piccola Europa dei sei (Francia, Germania, Italia e Benelux) e poi, sulla scia dei successi e della prosperità, il club conseguì due risultati che fecero intravedere anche l’unione politica: da un lato la libera circolazione di merci e persone in una vastissima area dell’Unione, ormai addirittura a 28, dall’altro, nel 2002, l’introduzione dell’euro.
Purtroppo ci si era illusi. I Paesi europei hanno troppa storia, troppi ricordi e troppe diversità per fondersi con la facilità delle Tredici Colonie che hanno costituito i primi Stati Uniti. I nazionalismi si sono rivelati persistenti e ineliminabili. E se per anni non hanno creato reali animosità è perché si trattava appunto di identità, gelosie, vecchie ruggini. Robetta, rispetto a ciò che è veramente importante: il portafogli.
E infatti le cose infatti sono andate come vanno sempre. Finché il tempo è bello, pur senza essere il mitico centro degli affetti, la famiglia è la sede di una stoica, reciproca sopportazione. Quando poi si giunge al contrasto patrimoniale, e caratteristicamente all’eredità, si va dagli avvocati e ci si fa la guerra dinanzi al giudice. Finché in Europa la prosperità economica coprì le falle, i problemi non vennero a galla. Quando invece si è entrati nella spirale della crisi, l’armonia si è rotta. Oggi si fa finta di andare d’accordo soltanto per impedire che la barca sbandi e si finisca tutti in acqua.
Tutto ruota intorno al denaro. Prima c’erano alcuni Paesi molto indebitati, per esempio l’Italia e Belgio, ma erano padroni della loro moneta. Era chiaro che non avrebbero mai potuto rimborsare il loro debito e la speranza delle Borse era che rimanessero in grado di pagare gli interessi. Poi con l’euro si è unificata la moneta e ciò malgrado si è visto che non soltanto i grandi Paesi debitori non risanavano le loro finanze, ma divenivano grandi debitori quelli che prima non lo erano. Per esempio la Francia. Oggi tutti i Paesi sono molto indebitati e l’unica differenza è che di alcuni, come la Germania, le Borse ritengono di potersi fidare, di altri non si fidano affatto. Ma non agitano la barca per paura di perdere anche il capitale.
Purtroppo i Paesi in difficoltà sono incapaci di abbassare la pressione fiscale e seguono ancora principi economici keynesiani. Dunque vorrebbero spendere di più, per rilanciare le loro economie languenti, mentre i Paesi più economicamente solidi temono che l’aumento dell’indebitamento scateni la diffidenza delle borse, facendo fallire uno dei debitori, e a catena gli altri. Col corollario del crollo dell’euro. E qui sta il nocciolo del problema. 
Le grandi nazioni a rischio di fallimento, per potere spendere di più, vorrebbero essere garantite presso le Borse dai Paesi più solidi, ma questi non possono farlo perché i loro cittadini traducono la richiesta nell’impegno di pagare i debiti dei “falliti”, quando la crisi scoppierà. Dunque non se ne parla.
 E così siamo allo stallo. Le Borse si fidano così poco dei Grandi Debitori, che gli investitori più prudenti preferiscono comprare titoli tedeschi a tasso negativo (cioè pagando soldi alla Germania per convincerla ad accettare i loro prestiti) che comprare titoli, per dire, italiani o spagnoli. Gli altri investitori continuano a comprare titoli italiani o spagnoli o perché sostanzialmente obbligati dai governi (le banche, per esempio) o perché la Bce a mantiene artificialmente alta la quotazione di questi titoli, comprandoli essa stessa con denaro fresco di stampa, o infine perché il risparmio è penalizzato e quei titoli sono meglio di niente. Ma in prospettiva…
Tutti sarebbero più tranquilli se la Germania si dichiarasse disposta a garantire per i debitori, senza nemmeno sapere se quel Paese è abbastanza forte per far fronte a un simile impegno. Di fatto la cosa è impossibile perché iI cittadini tedeschi sono assolutamente ostili ad una simile soluzione, e tuttavia Berlino si rende conto che il rischio è che salti l’euro o la stessa Unione Europea. Dunque mentre da un lato fa la faccia feroce, dall’altro – per paura – ogni tanto apre la valvola e fa un po’ diminuire la pressione. Ognuno spera che la crisi non scoppi né oggi né domani, ma sul dopodomani nessuno ha garanzie. 
La grande incertezza riguarda la data dell’inevitabile show down. Ognuno spera che la bomba scoppi mentre su di essa è seduto qualcun altro ma – attenzione – si tratta di qualcun altro fra i governanti. Per quanto riguarda i cittadini, quelli siamo e quelli rimarremo.
Ecco perché l’Europa è così noiosa, così insulsa, così inconcludente. Gli incontri al vertice, con le loro dichiarazioni benedicenti, non portano a nulla e non possono portare a nulla. In realtà nessuno governa il futuro e un giorno nessuno potrà difenderci.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
2 luglio 2016

UN’ODISSEA METROPOLITANA

L'Enel, qualche giorno dopo il mio rientro dalle vacanze del 1992, in una Catania in quel momento allietata dallo sciopero degli spazzini, taglia la luce nel monovano che possiedo a Battiati (per l'insolvenza del prece­dente locatario) ed io, stanco delle passate traversie, decido di fare il contratto a mio nome, anche se nell'interesse del nuovo inquilino. 
(a) Vado all'Enel a fare il contratto e trovo che bisogna prendere un numero ed aspettare il proprio turno. Visto che si tratta di aspettare ore, per il momento rinvio tutto.
(b) Ci torno un altro giorno e faccio mezz'ora di fila per vedere quanti numeri vengono chiamati in mezz'ora. Il risultato è "circa undici". 
(c) Ci torno una terza volta, un giovedì, prendo il numero e vado a sbrigare altre faccende, in modo da tornare in tempo utile per essere chiamato. I miei calcoli si rivelano esatti (anzi ne avevano sbrigati un po' di più, venticinque invece di ventidue in un'ora), aspetto mezz'oretta e alla fine vengo ammesso all'augusta presenza di uno dei cinque impiegati. 
Espongo il mio caso ed ottengo immediata­mente la risposta che m’aspettavo: "Per fare un nuovo contratto è da prima neces­sario pagare l'insoluto precedente". Sorrido e faccio notare che, se l'ordinamento giuridico civile e penale italiano non è stato cambiato, nessuno risponde per fatto altrui e nessuno è tenuto a pagare obbligazioni altrui. "Ma noi abbiamo ricevuto questa disposizione dall'Enel", dice l'ineffabile interlocutore. “Infatti lei è impie­gato dell'Enel, dico io: però io non lo sono e delle disposizioni dell'Enel non m'importa assolutamente nulla. Mi faccia parlare col dirigente di questo ufficio”, concludo. 
Il caporeparto, mi spiega il mio interlocutore, è assente. Tuttavia una scappatoia c'è. "Lei dovrebbe: a) comunicare il nuovo indirizzo del precedente utente moroso, b) produrre un certificato di residenza storico, c) uno stato di famiglia e d) una fotocopia del certificato d’acquisto dell’appartamento, che per fortuna avevo lì in mano. Nientemeno, dico io. Perciò, se io non avessi il nuovo indirizzo del mio ex-inqui­lino mi neghereste il contratto? Ho forse l'obbligo di fare delle ricerche per voi, io? Comunque, non cerco la lite e visto che l'indirizzo l'ho, ve lo do. Guardi: è sull'elenco telefonico, si chiama Beffumo, ed è l'unico con quel nome e cognome (il vantaggio di non chia­marsi Bianchi o Russo!).
Vado via e corro a fare i certificati all'ufficio anagrafe del quartiere. Bisogna a questo punto sapere che a Catania, viste le dimensioni della città, esiste l'anagrafe decentrata, per certi servizi. Col bel risultato che per ottenere un certificato di residenza storico - che dica cioè da quanto tempo si abita in città - bisogna prima richiedere un certificato di residenza normale nel proprio quartiere e poi quello storico in centro, vicino al Castello Ursino.
(d) Arrivo all'ufficio alle 11,35 e un solerte vigile urbano non mi lascia passare. L'ufficio chiude alle 11,30, dice. Faccio notare che per cinque minuti anche la chiesa era tollerante (permetteva di fare la comunione a chi aveva bevuto a mezzanotte e cinque, sulla base della "differenza degli orologi"): e tutta­via il vigile è irremovibile. "Ma proprio in Italia, in questa Italia, per cinque minuti, lei va a fare il severo?" gli chiedo. "Ma caro signore, è pure giusto che la cambiamo, questa Italia!", dice virtuosamente il tutore dell'ordine. "E vuole cominciare a cambiarla proprio da me?", sospiro sconsolato. "Gli uffici sono aperti domani dalle otto alle undici e trenta", conclude lui.
(e) La mattina dopo, un venerdì, svegliatomi per caso prestissimo, corro alle otto meno dieci all'anagrafe. Gente che aspetta di già dietro la porta, anche perché c'è chi deve presentare la denunzia dei redditi. Alle otto e dieci non aprono ancora e comincio ad accigliarmi quando inopinatamente vengo informato che gli uffici aprono alle 8,30, non alle 8. Ah beh, dico io. E aspetto. Ma gli uffici non aprono nemmeno alle 8,30, e neppure alle 8,35 e neppu­re alle 8,45. Io continuo a pensare a quello che doveva cambiare l'Italia. Alle 8,47 si presenta il dirigente il quale dice: Per quanto riguarda il rilascio dei certificati, gli impiegati sono due, sono malati tutti e due e non è venuto nessuno dei due. Certificati niente. Telefonerò in centrale per vedere se, in mattinata…
(f)Sempre col pensiero fisso al miglioramento dell'Italia, vado via e torno in ufficio il lunedì successivo, alle otto e trenta. Solita attesa fin verso le 8,45 e poi la stessa risposta. Gli impiegati sono malati…
(g) Ci torno il mercoledì e in capo ad un'attesa di 35-40 minuti ottengo lo stato di famiglia e due certificati di residenza. 
Ovviamente, secondo una legge del 1968, in Italia esiste l'autocertificazione, cioè una dichiarazio­ne firmata che ha valore di legge. Io stesso dichiaro dove risie­do (o come è composta la mia famiglia, o che sono cittadino italiano, ecc.) l'impiegato autentica la mia firma e la cosa ha valore di certificato. Certo, se uno dichiara il falso va in galera ma le amministrazioni di ogni tipo e colore in quegli anni vedevano questa prassi con odio e facevano di tutto per scoraggiare la gente norma­le. Io non mi considero normale ed infatti andavo in giro con la fotocopia della Gazzetta Ufficiale che riportava la legge: ho imposto decine di certificati ad impiegati riluttanti, a funzionari stizziti e a volte anche a capi ufficio che credevano d’intimidirmi parlandomi di disposizioni interne o interesse dell’ufficio. Ma l'Enel non è un ufficio statale e avrebbe potuto obbiettare che non aveva il dovere di certificare la mia firma. E, comunque, visto che avevo bisogno del certificato storico, non incluso nell’autocertificazione, avevo abbastanza rogne già così. 
(h) Col mio certificato di residenza ufficiale conquistato dopo un così lungo assedio passo da casa e telefono al Comune: so che per avere il certificato di residenza storico devo esibire il certificato di residenza normale: ma fino a che ora è aperto? È aperto fino alle 11,30, dice il funzionario: ma non è neppure necessario che lei esibisca il certificato di residenza normale. Però è aperto a giorni alterni, Lei si chiama con la P e dunque può andarci solo nei giorni dispari: ce la fa entro le 11,30?
(i) Ce la faccio, dico io, e mi precipito in bicicletta. Arrivo alle 11,24, ma un vigile mi dice che non posso far nulla: non vedo che sul muro c'è scritto che i nomi dopo la L vengono servi­ti nei giorni pari? Che torni domani. Sì, dico io: ma a quale sportello? Questo non lo sa. 
(j) Vado allo sportello informazioni, cerco di farmi largo, ma vengo fermato: anche quelli che sembrano fare la fila allo sportello accanto stanno in realtà facendo la fila all’unico sportello informazioni. Perdo quasi dieci minuti per chiedere soltanto: “A quale sportello i certificati di residenza storici?” “Tutti i giorni salvo il sabato in via Castello Ursino 28”, è la risposta. “Ma avranno già chiuso, visto che siamo oltre le 11,30”. 
(k) Giro l'angolo per arrivare in Via Castello Ursino 28, contrariamente a quanto annunciatomi trovo l’ufficio aperto, e chiedo un certificato di residenza storico. L'impiegato tende la mano: "Mi dia quello normale". Glielo passo senza batter ciglio (pen­sando "all'anima del dirigente telefonico per il quale questo certificato non era necessario!") lui ci sbatte sopra un timbro e mi dice: ora è storico.
Un momento, dico io, qui c'è scritto che ero a Catania il 13 dicembre del ‘90, giorno del terremoto, e questo serve per il rinvio della dichiarazione dei redditi. No, io ne vorrei uno normale. Le fornisco l'altra copia che ho.
-Bene, dice lui. Certificato storico normale, torni fra venti giorni. 
 -Venti giorni?
 -C'e scritto sul bigliettino, ventuno luglio. Il prossimo.
(l) Dopo la conquista di un secondo colloquio con l'impiegato dell'Enel, pur non possedendo un certificato storico regolare, o miracolo, ottengo che si contenti del certificato storico parziale, dello stato di famiglia, della fotocopia del contratto di acquisto del loca­le, dell'indirizzo del precedente locatario. Finalmente potevo concludere il contratto. Avrei riavuto la luce nel monovano fra una settimana circa.
Sono uscito da quell’ufficio barcollando, come quelli che hanno traversato la Manica a nuoto.
6 Continua




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