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POLITICA
29 giugno 2016
LA SOCIETA' CON LA MARCIA INDIETRO


Grattacieli che sembrano pigne, come a Londra. Grattacieli che si avvolgono su sé stessi come punte di trapano. Altri che si trasformano in boschi verticali. Veramente, non si sa più che cosa inventare, pur di fare qualcosa di diverso, di originale, di nuovo. Aggettivi da voltastomaco. 
Ecco i sintomi del male di un secolo - quello finito tre lustri fa - che si è disperato nella ricerca di qualche risultato memorabile, di qualche opera d’arte che i posteri possano appuntargli sul petto come una medaglia, non riuscendo ad altro che a sottolineare la propria afasia. Molti non hanno capito che, se per molti millenni l’umanità ha potuto fare a meno della forchetta, non ha mai potuto fare a meno del cucchiaio, per consumare il brodo, e non inventerà mai nulla di meglio. Il grattacielo è essenzialmente un alto parallelepipedo. Punto.
Chi non ha lo spirito della sua età, della sua età ha tutti gli inconvenienti, ammonisce un proverbio francese. Il giovane che vuole sembrare solenne, il vecchio che vuole sembrare giovane, accentuano il primo la sua immaturità, il secondo la sua decadenza. Nell’accettazione dei propri limiti c’è una certa grandezza. Ci guadagnerebbe qualcosa, lo sconfitto, se invece di congratularsi col vincitore, l’insultasse o incolpasse il destino della propria disfatta?
È dalla fine dell’Ottocento che l’Occidente non produce grande musica. Non sarebbe più semplice levarsi il cappello di fronte al passato, e riconoscere l’inferiorità della nostra stagione? Dove sta scritto che ogni secolo è obbligato ad avere il suo Mozart?
Con l’eccezione della scienza e della tecnologia, questo panorama sconsolato riguarda tutti i campi. Le arti figurative, la letteratura, la politica, la filosofia, l’economia. A questo punto, di solito, si erge la schiera dei difensori del presente. Di coloro che si indignano all’idea che il tempo che ha avuto la fortuna di vederli vivi possa essere inferiore ad altri. Ma la scalata degli specchi non conduce molto in alto.
Forse invece è partendo dall’umiltà che potremmo riuscire a risalire la china. Non nel campo dell’arte, certo: nessuno mai saprà dire perché per qualche secolo la Grecia ha prodotto capolavori immortali e poi, per i millenni successivi, più nulla. O perché la grande pittura si sia concentrata soprattutto in Italia. L’arte è un imperscrutabile regalo delle Muse. Ma noi potremmo – secondo l’invito del vecchio detto - mettere rimedio alle cose cui possiamo mettere rimedio. Se i campi dell’arte e del pensiero sono costretti al maggese, ci rimane lo stesso il dovere di provvedere al nostro quotidiano. E allora mettiamo da parte una religione ormai agonizzante. Riponiamo nel cassetto le grandi teorie economiche, che si sono incatenate ai loro stessi pregiudizi, fino alla paralisi. Dimentichiamo i grandi ideali politici, e vediamo come possiamo, volterrianamente, coltivare meglio il nostro giardino.
L’ascesa dei partiti cosiddetti populisti nasce dalla contestazione dell’establishment. Seppure confusamente, ci si rende conto che il nostro mondo è arrivato al capolinea. È incapace di fornire l’essenziale, il benessere e la sicurezza dei cittadini. Ecco perché bisognerebbe dimenticare ideali come l’accoglienza ai migranti, la difesa dei più deboli, la sicurezza e la salute degli anziani ed ogni altra grande preoccupazione. Lo Stato non è la Divina Provvidenza. Naturalmente non si desidera che i più deboli muoiano – anche se questa è la regola, in natura – ma bisogna evitare che il loro peso schiacci la società. I più sfortunati devono imparare a provvedere meglio a sé stessi, e tutti devono essere più previgenti. 
Lo Stato italiano è paralizzato dal peso di previdenza e assistenza: due macigni che nessuno l’obbligava a mettersi sulle spalle. Soprattutto dal momento che quel peso a sua volta lo scarica sulle spalle dei cittadini, col fisco. Forse tutto ciò è stato realizzato con le migliori intenzioni, ma il passato c’insegna che quando lo Stato faceva di meno l’umanità progrediva, e da quando fa sempre di più la società arretra. Bisogna avere il coraggio di riconoscere la vittoria del più forte, che è la realtà. Se andando avanti ci mettiamo sempre più nei guai, non ci rimane che andare a marcia indietro.
Siamo così fieri delle nostre conquiste che non ci rendiamo conto del limite. Re Mida amava talmente la ricchezza che chiese a Dioniso il potere di trasformare in oro qualunque cosa toccasse e così rischiò di morire di fame. Perché l’oro non è molto nutriente. La società opulenta che volevamo ottenere, quella in cui tutti consumano e nessun lavora, è impossibile. E forse è anche venuto il momento di ricordare che l’eccesso di cacciagione provoca la gotta. Mentre il pane integrale, non fa male ed è il migliore per digerire.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 giugno 2016

SALUTO AL PRESIDE

Quando ho cominciato ad insegnare ho avuto la sfortuna di avere, come primo preside, il prof.Canneti. Un ometto piccolo e grasso che sembrava il perfetto esempio, da trattato di psichiatria, di come un handicap fisico possa contribuire all’handicap mentale. Soprattutto in qualcuno che già mentalmente è poco dotato. 
Come ci sono gli “amori a prima vista”, fra noi fu animosità a prima vista. Ottenuto il posto di professore, per il mio primo giorno di lavoro come insegnante, mi presentai da lui per prendere servizio nell’Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri. Una scuola enorme, con tremila alunni e un’ottantina di professori. Il Preside non m’invitò a sedermi e rimase seduto dietro la sua scrivania. “Costui è un cafone”, pensai. Senza sapere che era anche peggio.
“Lei non può prendere servizio, oggi”, mi disse.
Io, che fino al giorno prima avevo tentato di fare l’avvocato, risposti pronto: 
“No. Io prenderò servizio oggi, perché se non prendo servizio entro cinque giorni decado dall’incarico”.
“Io intendevo dire che lei non insegnerà da oggi. Va bene, prende servizio oggi. Ma tolga la borsa dal bordo della mia scrivania”.
Infatti, stando in piedi, ne avevo appoggiato appena il fondo. La tolsi. Ma, essendo arcisicuro della mia competenza, sia nella materia che avrei insegnato, sia per quanto riguardava i miei diritti, mi ripromisi di fargliela pagare. 
Intanto per parte sua lui mi odiava perché aveva letto che ero laureato in giurisprudenza, mentre lui aveva insegnato a suo tempo diritto, pur essendo laureato in economia e commercio. Così ci tenne a spiegarmi che a volte quelli che sono laureati in economia e commercio sono ottimi insegnanti di diritto. Chissà, forse di legge ne sanno anche più di chi è laureato in legge. Contrariamente a quanto forse pensava lui, a me, della laura che aveva, e di che cosa avesse insegnato, non importava nulla. Ma da quel giorno fu la pace armata. 
Io partivo svantaggiato perché i colleghi, da bravi ovini, sopportavano qualunque cosa. Per esempio, durante scrutini in cui tutti eravamo stanchissimi, quell’imbecille si permetteva di farci perdere dieci minuti aggiuntivi raccontandoci le sue prodezze di Preside a Bolzano. Io ero al mio primo anno d’insegnamento, ero fra i più giovani, e non osavo parlare. Avessi avuto più pratica di scuola, non so come sarebbe finita. Anche perché quell’uomo era semplicemente bête et méchant, come dicono i francesi, stupido e malvagio. Una volta che una professoressa lo pregò di lasciare da parte i suoi ricordi e tornare al lavoro, perché era tardi e lei abitava ad Acireale, lui le rispose che lei sarebbe dovuta rimanere lì anche fino a mezzanotte, perché risiedeva fuori città per concessione della presidenza. Io reprimevo a stento istinti omicidi. 
L’esperienza di Bolzano l’aveva segnato. Era convinto che tutto ciò che si faceva in Tirolo fosse una regola per l’umanità. Senza conoscere una parola di tedesco, ci spiegava che i tedeschi sono persone più serie di noi, perché non dicono “faccio l’avvocato”, ma “sono avvocato”. In quel “faccio”, diceva, è insita una minore adesione alla professione, quasi che non si facesse veramente un mestiere per il quale si è qualificati. Stupidaggini. Se avessi detto che lui “faceva pena” non avrei affatto inteso che in fondo non faceva pena.
Altra fisima: voleva essere chiamato “Signor Preside” e non soltanto Preside. Probabilmente perché chi è abituato al tedesco, come a Bolzano, premette sempre “Signore” al titolo: dunque, da “Herr Direktor”, Signor Preside. Ma dato che esiste “Herr Professor”, come mai lui ci chiamava “Professore” e non “Signor Professore”? Mai discutere con un cretino, i terzi potrebbero non vedere la differenza. 
Comunque la guerra divenne aperta per la questione del saluto.
Il saluto è una cosa inutile che ha probabilmente il senso di comunicare semplicemente questo messaggio: “Ti ho riconosciuto e non ti odio”. E infatti, in caso di lite, si parla di “togliere il saluto”. Dunque personalmente saluto tutti. Anche i Presidi. Ma in quel caso mi accorsi che spesso Canneti o si limitava a un leggerissimo cambio d’espressione agli angoli della bocca (a volte accoppiato con un millimetrico spostamento della fronte in avanti) o, ancora più spesso, non rispondeva affatto. “Come, non risponde al saluto?”, mi sono detto. “Ed io sopporto una cosa del genere?” 
Mentre ancora esitavo avvenne che, dal momento che una delle tante fisime di questo insulso rappresentante della specie dei presidi era l’ordine (in tedesco “Ordnung”), un giorno stabilì che, al suono della campana, non si abbandonassero le aule alla spicciolata, come si è sempre fatto, ma gli alunni uscissero inquadrati per due, con in testa il professore dell’ultima ora. Così poi camminavamo lungo i lunghissimi corridoi, lentamente, come ergastolani. O come processionarie. Per fortuna fummo dispensati dal marciare al passo. Il Preside ci aspettava vicino al portone d’uscita e assisteva alla parata, con occhio vagamente critico. 
Io trovavo la pratica irritante, ma pensai che comunque era la buona occasione per risolvere la questione del saluto. Da quel momento, arrivato alla sua altezza, lo guardavo fisso negli occhi, senza accennare il minimo saluto.
Fu uno scandalo. Anche perché volutamente perpetravo l’oltraggio dinanzi a infiniti testimoni, per così dire dinanzi ai Comizi Curiati schierati in battaglia. Immagino che Canneti si sia sentito per qualche giorno più o meno come Bonifacio VIII dopo il fattaccio di Anagni. Infatti se ne lagnò con la sua piccola corte e i colleghi vennero in processione da me. “Ma come, non saluti il Preside?” “Non saluto chi non risponde al saluto”, spiegai asciutto. “Ma lo sai com’è! Ma lo sai che l’hanno visto tutti! Ma non può essere, ne parlano tutti! Bisogna per forza risolvere questa questione…” Mille pressioni.
Io sogghignavo felice. Se anche fosse venuta un’ispezione ministeriale, non avevo niente da temere. L’ispettore avrebbe soltanto saputo che un Preside non rispondeva al saluto. Finì comunque che mi pregarono di acconsentire ad un incontro e, dopo qualche esitazione, accettai. L’incontro, non a Teano ma in presidenza, fu indimenticabile. 
Il Preside si contorse in tutti i modi, soprattutto – immagino – fremendo nel vedere che non ero né intimidito né spaventato. Forse a volte era sovrappensiero, spiegava, forse a volte era distratto. Ed io gli rispondevo che non era affatto distratto, il suo atteggiamento era sistematico. Lui mi disse che io avevo comunque il dovere di salutarlo, perché lui era il Preside, ed io gli dissi che appartenevo ad un’altra parrocchia. Nella mia non si saluta chi non risponde al saluto. Inoltre, gli feci notare che personalmente non avevo nessuna difficoltà a salutare. Ne era prova il fatto che spesso salutavo per primo i miei studenti. “Lei non ha il dovere di salutare per primo gli alunni, lei deve salutare me, che potrei danneggiarla”, mi disse quel nobile uomo. Ed io gli risi in faccia. 
Da quel momento rispose al mio saluto, ma con l’aria di chi riesce finalmente a defecare. Né venne meno l’animosità, da ambedue le parti. Una sera ci insegnò che la casella dei registri di ragioneria non si chiama casella, si chiama “finca”. Allo scrutinio seguente gli feci notare che finca si poteva dire, ma si poteva dire anche casella, e casella non era un errore. Ma lui era risoluto a rimettermi al mio posto, e col suo tono altezzoso cominciò ad infliggermi una serie di frasi introdotte da un “Sappi”. “Sappi che io ho insegnato per anni…”, “Sappi che, anche se lei mi considera un ignorante…”, “Sappi che, anche se lei forse non ci crede…”, Finché gli dissi, asciutto. “La prego, usi ‘sappia’. Non mi risulta che ci diamo del tu”.
Penso di avere anticipato di qualche settimana la sua dipartita.
Gianni Pardo
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POLITICA
28 giugno 2016
LA TESTA DURA DELLA REALTA'
Narra Svetonio (salvo errori) che Caligola, dovendo imbarcarsi, si stancò di aspettare i venti favorevoli, e da quel pazzo che era, ordinò di frustare il mare. L’episodio ribadisce un principio ineludibile: chi va contro la realtà inevitabilmente perde. Soltanto un demente può dimenticarlo. Saint-Exupéry ribadisce il concetto con le parole del re che il Piccolo Principe incontra su un pianeta. Il sovrano prima gli ordina di sedersi, poi, visto che il piccolo dichiara che sta meglio in piedi, gli ordina di stare in piedi. E spiega che un re saggio non dà mai un ordine cui i sudditi non siano disposti ad obbedire.
La geopolitica spiega che i dati obiettivi, e in primo luogo la geografia, determinano la politica dei popoli più di quanto non facciano i loro capi. Un brillante esempio di questi principi è fornito in questi giorni dalla Turchia. Questo grande Paese è stato sottoposto per quasi un secolo ad un esperimento politico-sociale di straordinarie proporzioni. Un genio dalla volontà di ferro, Mustafà Kemal, comprese che la mentalità dell’impero ottomano era in contrasto con la realtà del tempo, e impose al suo Paese una conversione dalla tradizione alla modernità, dal bigottismo al laicismo, dalla dittatura alla democrazia, fino a far uscire una nazione stremata dal tempo e dall’arretratezza dalla sua decadenza, e a proiettarla verso il futuro. Non a caso fu pressoché venerato e poi soprannominato Atatürk, padre dei turchi.
Ma il tempo passa, e quasi ottant’anni di laicismo non sono riusciti a sradicare l’Islàm dall’anima dei turchi. Soprattutto di quelli meno “cittadini”. Così ad un certo momento Recep Tayyip Erdogan comprende che c’è lì uno strumento per impadronirsi del potere, e si trasforma così nel “dittatore” di uno Stato confessionale. Poi, vittima della normale hybris di questo genere di personaggi, dimentica la realtà, e mentre Israele, per semplici ragioni di sicurezza e sopravvivenza, sigilla le frontiere di Hamas, Erdogan pretende di violare il blocco con una nave. Ne nasce uno scontro in mare in cui muoiono quasi una decina di turchi. Erdogan è furente, non accetta scuse, rompe i rapporti con Israele (fino a quel momento fruttuosi per ambedue le parti) e contribuisce così a destabilizzare il Vicino Oriente.
Passano gli anni ed Erdogan continua a commettere errori. Nella crisi siriana si schiera con i ribelli, perché sunniti (mentre El Assad è alawita, in pratica shiita) e per far ciò non bada alla qualità di quei ribelli. Sostiene anzi sottobanco, per ragioni religiose, il cosiddetto Stato Islamico; di contrabbando ne compra il petrolio, per finanziarlo, e non esita a trasformare la Turchia nel valico attraverso il quale i foreign fighters raggiungono le milizie del sedicente califfo. Infine, ubriaco della sua onnipotenza, ordina l’abbattimento di un aereo russo, cui consegue la morte di uno dei due membri dell’equipaggio. E così colma la misura. 
Da quel momento, il vento cambia e la realtà gli mostra i suoi limiti. La Russia di Putin reagisce di brutto. Digrigna pericolosamente i denti, impone sanzioni, fa capire che sta aspettando un altro passo falso di Ankara per dimostrare chi dispone di una forza adeguata per fare la voce grossa ed Erdogan ha di che preoccuparsi. Nel frattempo viene svelato alla pubblica opinione il sostegno di Ankara al “califfo”, e indirettamente ai suoi orrendi crimini, e il dittatore di Ankara Erdogan si rende conto che rischia di pagare fin troppo caro la sua politica filoislamista. Fra l’altro vede che, mentre per un certo momento sembrava inarrestabile la serie dei trionfi militari degli islamisti, ora comincia a sembrare inarrestabile la serie delle loro sconfitte. E così si arriva ad un completo cambio di atteggiamento. La Turchia impedisce il transito dei foreign fighters; non compra più il petrolio di al Baghdadi; non interferisce con le azioni militari russe o americane; abbandona lo “Stato Islamico” al suo destino e corre ai ripari con Israele. 
È notizia di ieri, proprio mentre Netanyhau era a Roma, che la Turchia ristabilisce le relazioni diplomatiche con Gerusalemme, accetta le scuse per l’infelice episodio della nave che doveva forzare il blocco e il risarcimento delle famiglie degli uccisi (compensazione assolutamente insignificante, a livello statuale) e soprattutto si accontenta di sostenere Hamas eventualmente inviando materiale civile attraverso il porto israeliano di Ashdod. Il che corrisponde ad accettare l’ispezione del carico, che era il motivo del contendere dell’episodio precedente. Cioè tutto il contrario di ciò che aveva tentato di fare anni fa. Ankara semplicemente inghiotte il rospo: Israele ha il diritto alla sua sicurezza e continua a vietare gli aiuti militari ad un’organizzazione terroristica come quella di Hamas. 
La morale è semplice: la Turchia, malgrado gli sforzi di Atatürk e le speranze europee, è ancora oggi un Paese prevalentemente islamico. Viceversa, come aveva capito Atatürk e forse non Erdogan, è bene che limiti le sue ambizioni alle sue reali possibilità. L’impero ottomano è crollato un secolo fa.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
28 giugno 2016

L’ALLUVIONE

Catania è una città in cui piove, secondo le effemeridi, solo ventitré giorni l'anno. Ma, a volte, capita che piova di brutto. Nel senso che dall'Etna scendono valanghe d'acqua che imboccano le strade fino a renderle intransitabili, che creano laghi non guadabili nelle zone basse, e insomma si vivono ore di catastrofe. Ma a questo siamo abituati. 
È avvenuto invece qualcosa d'eccezionale molti anni fa. Ho notato, uscendo di casa, che pioveva in modo anormale, nel senso che cadevano goccioloni così consistenti da essere capaci d'inzupparvi i vestiti in quindici secondi. Ma nel frattempo ero già entrato nella mia automobile e non mi preoccupavo certo. L'acqua scivola via. Sicché mi sono avviato verso il liceo.
Pioveva a dirotto, ma mi seccava di più quel semaforo rosso. E poi l'acqua stava aumentando di livello. Toh. E s'è anche formato un ingorgo, mentre aspetto. E quest'acqua che aumenta. Ma guarda, comincia a spostare la macchina. Istintivamente pigio sul freno, ma ovviamente non ottengo nulla. Poco dopo l'auto comincia a muoversi, con la corrente, e con me le altre automobili. Ci guardiamo smarriti, attraverso i finestrini, ma siamo tutti impotenti. Le auto cominciano ad urtarsi, e proseguono lentamente, a caso, verso la parte bassa della città. Toh, ho già percorso almeno cinquanta metri. Sessanta. Settanta. La corrente gira anche la mia automobile ed ora mi trovo col muso da dove venivo. L'acqua intanto, alta una quarantina di centimetri, è penetrata dagli sportelli, dalla base del freno a mano e infine, dopo essersi arrampicata sul cofano, mi zampilla anche dalle prese d'aria interne. Ho un po' freddo (è novembre e sono in camiciola) ma mi diverte pensare che la scena ha qualcosa di surreale. Somiglia ad un film catastrofico. Comunque non scenderò dall'auto, sia perché non ho dove andare, sia perché l'acqua che scorre potrebbe farmi cadere (c'è stato un morto, quel giorno, a cento metri da dov'ero io). 
Poi, non appena l'acqua è diminuita di quel poco che le ha impedito di entrarmi in auto dalle prese d'aria, mi sono messo a leggere, pur avendo il sedere a mollo, aspettando il seguito. Io tengo sempre, in auto, qualcosa da leggere. Per il caso di tempi morti.
Il seguito è stato che una mezz'ora dopo, dopo un'altra giravolta, mi sono trovato parcheggiato accanto ad una bottega di barbiere. E l'acqua era divenuta quella, normale, dei giorni di pioggia. Ho chiuso l'automobile (per non rovinare il motore cercando di metterlo in moto) e me ne sono tornato a casa a piedi.
3 Continua




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POLITICA
26 giugno 2016
IL PROGRAMMA CHE I POPULISTI NON SANNO DI AVERE
Il successo dei partiti cosiddetti populisti è spesso liquidato come semplice manifestazione d’irrazionalità. Gli ignoranti – si dice - non che darsi la pena di distinguere chi fra i politici ha ragione e chi ha torto, sputano su tutto il mazzo e sognano di ricominciare da zero. Perché non c’è niente da salvare. Sono talmente arrabbiati che sposano tutte le cause che l’establishment aveva dichiarato improponibili, in America a partire dal rifiuto della political correctness, in Europa a partire dal rifiuto degli emigranti e di quell’europeismo che per decenni si era dato per acquisito ed intoccabile. Questo rifiuto ha preso corpo – e voti – in moltissimi Paesi, dall’Ungheria alla Polonia, dall’Olanda all’Italia e recentemente, con gran fragore, alla Gran Bretagna.
È uno stato d’animo rivoluzionario, ma non tutte le rivoluzioni sono uguali. Ce ne sono state, come l’Illuminismo, con ideologie tanto valide da affermarsi prima ancora di scoppiare, negli Stati Uniti, e da sopravvivere a Waterloo. E ce ne sono state che sono nate dalla noia, dalla voglia di cambiare tanto per cambiare, e magari al passaggio spaccare qualcosa. Tanto per sentirsi vivi. La massima manifestazione del genere fu il Maggio Francese del ’68: i giovani arrivarono quasi a conquistare il potere, per poi accorgersi che non avrebbero saputo che farne. 
Tutto ciò ci pone il problema della categoria alla quale iscrivere i fautori dell’antipolitica. Infatti i partiti di questo movimento ormai europeo sono bravi ad andare contro tutto e tutti, ma poi sono pressoché afasici, in materia di programmi. Non contestano il capitalismo, perché l’unica alternativa era il comunismo, buonanima. Non sono contro la democrazia, perché nessuno propone di meglio. Non sono contro l’assistenzialismo, perché la gente ci tiene. Insomma gli unici punti comuni sembrano il rifiuto dei migranti e il rifiuto del dirigismo di Bruxelles. È possibile che si sia talmente arrabbiati, che si sia disposti a fare una rivoluzione per così poco? 
Indubbiamente più serio è il malessere economico, ma anche qui, l’eventuale rivoluzione non sa che cosa proporre di nuovo. Da noi il M5S pone al primo punto “il reddito di cittadinanza”: una totale baggianata economica, soprattutto in un Paese che già muore di fisco e certo non sarebbe felice di vedere quel beneficio esteso agli immigranti. Se questo è il quadro, bisognerebbe allargare le braccia e dire che i partiti “populisti” sono del tutto incomprensibili. 
Ma esiste una diversa ipotesi. L’ignoranza non sempre corrisponde al disorientamento. Immaginiamo un malato grave che peggiora benché il medico si affanni a curarlo. Il poveretto ad un certo momento si chiede se per caso quel professionista non si stia sbagliando. E chiama un altro medico: “Io non so quale sia la cura giusta, ma forse un altro medico lo sa”. Lo schema dei partiti populisti è analogo: “Io non so dove i partiti tradizionali sbagliano, so che sto troppo male per affidarmi ancora a loro”. Sarà pur vero che Bruxelles fa miracoli per guarirci da questa crisi economica che dura quasi da dieci anni, ma qualcuno nota segni di guarigione?
L’errore da cui non si riesce ad uscire potrebbe essere semplicemente che si è spinto troppo lontano un modello giusto, arrivando alla “statalizzazione della vita sociale”. Il popolo è oppresso da troppe tasse, troppe leggi e troppi regolamenti. La sua vita personale e lavorativa e in una parola la sua libertà, ne sono gravemente intaccate. I partiti tanto tradizionali quanto nuovi non sanno che cosa proporre, perché non è il modello sociale, che è sbagliato, è il quantum del modello. L’ex ministro Tremonti diceva l’altra sera, in televisione, che l’Europa si è preoccupata di stabilire il livello di altezza massimo dei tacchi delle parrucchiere, visto che lavorano in piedi. È così strano che alla fine si abbia voglia di mandare al diavolo non solo questi regolamenti, ma l’intera baracca? Se protestiamo contro nostra madre, quando ci raccomanda la maglia di lana, come non reagire violentemente, quando dell’intrusione è colpevole qualcuno che certamente non ci ama, quando lo fa un’organizzazione lontana, acefala, anonima, e altezzosa?
L’Europa uscirà dalla crisi quando capirà di avere esagerato. Quando farà marcia indietro rispetto ad un interventismo statale che in Italia arriva ad ingoiare metà della ricchezza prodotta, ne risputa soltanto una parte e spesso se ne serve per dare fastidio ai cittadini con un’infinità di lacci, raccomandazioni, prescrizioni, regolamenti con relative sanzioni. Devi controllare lo stato della tua caldaia per il riscaldamento, devi seguire la forsennata frenesia legislativa in materia fiscale, devi addirittura preoccuparti di sapere se gli operai che ti mandano in casa per una riparazione sono sì o no in regola con i contributi e tutto il resto. A questo punto anche Giobbe diverrebbe anarchico.
I partiti populisti non sanno che cosa vogliono, ma forse hanno capito, prima di altri, che il popolo è esasperato, e sogna di cambiare medico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
26 giugno 2016

Spesso da oggi, in calce agli articoli, ci sarà un aneddoto tratto dal mio passato. Niente di veramente notevole, dunque, se non interessa, basterà fermarsi alla firma.

                                                                   LA NUOVA AUTOMOBILE
 
Presentandosi per prendere in affitto la mia casa di via Firenze l’uomo si mostrò molto disponibile - avrebbe rimontato lui stesso le maniglie di cui io avevo comprato i rimpiazzi - ma faceva proprio una cattiva impressione. Sembrava un operaio del più basso livello o, ancora peggio, uno zingaro. Ancora piuttosto giovane, io mi dissi che non dovevo avere pregiudizi di casta, non dovevo giudicare la gente sul suo aspetto e gli dovevo locare l’appartamento. Il risultato fu che quell’uomo e tutta la sua famiglia si installarono ma, sin dal primo mese, non pagarono l’affitto. Superato il primo momento di incredulità mi attivai dal punto di vista legale e dopo parecchi mesi (molti) riuscii a farlo andar via. Ovviamente la battaglia era perduta: quell’uomo era povero in canna e non c’era nulla da sequestrargli per rifarsi del denaro perduto. Neppure la sua automobile rappresentava una possibilità: era un tale catorcio che le spese di sequestro sarebbero state superiori a quanto se ne poteva ricavare. Quando l’avvocato gli aveva detto, al passaggio, che rimaneva in debito con me per tutte le pigioni non pagate, l’uomo aveva riso: “Ora il professor Pardo mi può inseguire, se vuole!”
Da quel momento stabilii che non avrei mai più locato la casa se non a chi avesse avuto beni al sole da potergli sequestrare in caso di insoluti. Richiesta che in seguito ha sbalordito molti di coloro che venivano a vedere un mio appartamento da prendere a pigione ma cui non ho mai più rinunciato, a costo di perdere l’occasione.
-Se avessi una casa non cercherei la sua.
-Facciamo firmare il contratto anche a suo padre, se è proprietario di casa. 
-E perché mio padre dovrebbe garantire per me? 
-E perché dovrei garantire io, che non sono nemmeno suo padre? 
Comunque, riguardo al mio zingaro, pur non avendo egli nulla che gli potessi sequestrare, io non mi arresi. Aspettai mesi e mesi che cambiasse automobile, visto che quella che aveva non poteva durare. Anche se non ricordo più come sapessi dove era andato ad abitare. Comunque, quando la cambiò andai ad informarmi per sapere se l’avesse interamente pagata. Perché se la stava pagando a rate, e se ne aveva ancora pagate poche, poteva lasciarsela sequestrare senza danno suo. Il danno sarebbe ricaduto sul precedente proprietario, perché certo quel delinquente certo non avrebbe pagato le successive rate. 
La risposta fu quella temuta. Se pure di seconda mano, l’automobile era stata comprata a rate e ne rimanevano ancora parecchie da pagare. 
A questo punto mi misi a fare dei calcoli. Dovevo individuare il momento in cui avesse pagato abbastan
za rate da perdere di più, se gli avessi sequestrato l’automobile, di quanto avrebbe perso pagando quanto dovuto a me. Aspettati dunque tutti i mesi che furono necessari e alla fine gli mandai l’avvocato per il sequestro.
È difficile dare un’idea dello sbalordimento di quell’uomo quando vide arrivare l’ufficiale giudiziario. Disperato, si offrì di pagare a rate e il mio avvocato, che era di sinistra, glielo concesse. E da quel momento l’uomo cominciò a pagare mese per mese, prima (interamente) le spese e l’onorario del mio legale, poi me, fino all’ultima rata o le due ultime rate, che il mio avvocato, a spese mie, gli abbuonò per pietà. Era di sinistra, l’ho già detto.
2 Continua



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POLITICA
24 giugno 2016
LA BREXIT E LA LEZIONE DEL 1971
Fino al 1971 ci si poteva presentare agli Stati Uniti con ventotto dollari in mano e pretendere in cambio un’oncia d’oro. Era il residuo della convertibilità delle banconote in oro, che tuttavia non poteva durare. Infatti, mentre l’oro è un bene il cui valore deriva dai costi di produzione e poi dalla domanda e dall’offerta, la cartamoneta può essere stampata ad libitum, ed è fatale che il rapporto fra le due cose si alteri, nel tempo. Infatti se qualcuno oggi chiede quanto costa un’oncia d’oro, la risposta non è “ventotto dollari”, ma “milletrecento”. Oltre quarantasei volte ventotto. Così, proprio nell’estate del 1971, Richard Nixon decise all’improvviso l’abolizione di quella convertibilità.
La lezione di quell’evento finanziario serve per orientarsi nella crisi successiva all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. In primo luogo, quando si tratta di denaro, non è vero che la fine del mondo è vicina. Se succede un terremoto finanziario, qualcuno ci perderà (anche moltissimo), qualcun altro magari ci guadagnerà, ma dopo tutto sarà soltanto necessario adattarsi alla nuova situazione. Si tratta di aggiustamenti, e dopo qualche tempo nessuno ci penserà più. Oggi probabilmente molti nemmeno sanno che, fino al 1971, il dollaro era “convertibile in oro”. 
Dunque, per quanto riguarda l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, bisogna cominciare con l’invitare alla calma. Ci saranno contraccolpi, anche gravi, ma le cose, col tempo, si sistemeranno. Peggio sarebbe se scoppiasse l’euro, per una crisi globale di fiducia delle Borse. Ma anche in questo caso, senza essere stupidamente ottimisti, bisogna ricordare che l’episodio del 1971 ci fornisce una seconda lezione.
Se Nixon dovette rinunciare alla convertibilità, permettendo all’oro di cambiare drammaticamente la sua quotazione in borsa, fino ad essere pagato quanto realmente valeva, non fu per una sua libera decisione, ma perché gli Stati Uniti non avrebbero potuto far fronte alle richieste, se esse si fossero moltiplicate. Il divario fra le due grandezze – oro e dollaro - era divenuto tale, che era prevedibile una corsa alla speculazione. Chi comprava oro a 28 dollari l’oncia, poteva promettersi un bel guadagno, da lì a poco, quando la Federal Reserve avrebbe chiuso i forzieri. E infatti, su consiglio del finanziare Jacques Rueff, la Francia di De Gaulle, si liberò delle sue riserve in dollari (che a breve sarebbero state svalutate) e fece incetta di oro statunitense. A prezzo di favore, finché durò,
Ciò che forzò la mano di Nixon non fu qualche alata teoria economica, fu quella realtà che può essere stravolta per qualche tempo, ma non indefinitamente. Soprattutto pensando che il divario fra ciò che si pretende che sia e ciò che è, col tempo si accentua, invece di diminuire. Fino al collasso.
La stessa lezione del 1971 si applica all’Unione Europea e in particolare all’eurozona. Anche in questo caso si sono violate le regole della realtà. È normale che uno Stato imponga le sue leggi alla nazione che governa, mentre nel caso dell’Unione Europea abbiamo un’organizzazione che, senza essere uno Stato, dà leggi – anche stupide, anche minuziosissime - alle nazioni associate. Inoltre qualunque governo che impone le sue leggi è nel frattempo responsabile di ciò che avviene in qualunque parte del territorio, mentre nel caso dell’Unione Europea le leggi sono valide dovunque, ma poi, se uno Stato come la Grecia dichiara fallimento, l’Unione dice che la cosa non la riguarda. I debiti vanno pagati. 
Soprattutto bisogna notare, per l’ennesima volta che uno Stato sovrano ha il potere di battere moneta e di imporla in tutte le parti del suo territorio, mentre è assurdo che un’unica moneta sia imposta in territori sotto la sovranità di Stati diversi. Una situazione del genere non potrà che portare a un crollo. Nel 1971 l’oro e il dollaro andavano ciascuno per conto proprio, oggi, nello stesso modo, i vari Stati dell’eurozona vanno ciascuno per conto proprio: e come potrebbero essere diversi i risultati?
Ecco perché l’uscita del Regno Unito dall’Ue non ci turba poi tanto. Non perché non sia grave, ma perché è inevitabile che scoppi anche l’euro e l’Unione Europea, un giorno o l’altro. O si giunge immediatamente all’unione politica di almeno una decina di Stati (ma quanto è probabile?) o quell’Unione non ha un futuro. E quando si giungerà al collasso, cioè alla crisi dell’euro, “si salvi chi può”.
Meglio sarebbe stato, tanti anni fa, parlare di unione doganale e non di euro. Nell’ambito di un semplice buon vicinato. O gli Stati Uniti d’Europa erano possibili allora, e bisognava fondarli, o erano impossibili allora come oggi, e bisognava mettersi l’animo in pace, invece di parlarne instancabilmente per decenni e poi arrivare alla situazione attuale. La retorica degli ideali non ha mai influenzato la realtà. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 giugno 2016. 

Spesso da oggi, in calce agli articoli, ci sarà un aneddoto tratto dal mio passato. Niente di veramente notevole, dunque. Se non interessa, basterà fermarsi alla firma.

L’ALTRA METÀ

Negli ultimi due o tre anni d’insegnamento fui trasferito per soppressione di posto e mi ritrovai in un istituto tecnico dove l’ignoranza si tagliava col coltello. Tanto a che a fine giugno, almeno nella mia materia, in una certa classe avevo bocciato più o meno la metà degli alunni. Nel corso degli scrutini fui chiamato in segreteria e, in mia assenza, come mi fu riferito, una collega cominciò a criticarmi. Come osava costui bocciare tanti alunni? Se lo meritavano o non era piuttosto lui che era severo? Insomma, la professoressa era di sinistra e più o meno dell’idea che tutti gli alunni vadano sempre promossi. Immagino che gli altri l’abbiano più o meno approvata sicché, quando, ignaro e sorridente, sono tornato, lei ha preso il coraggio a due mani e mi ha chiesto:
-Collega, come lo spiega il fatto che lei ha bocciato metà della classe? 
-Semplice. Non ho avuto il coraggio di bocciare anche l’altra metà.




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POLITICA
24 giugno 2016
LA POLITICA, AFFARE DI PANCIA
Come tutti, nei giorni scorsi è stato inevitabile avere la tentazione di scrivere qualcosa riguardo al referendum che si doveva svolgere nel Regno Unito. Ma la tentazione è stata respinta.
Che cosa si poteva infatti scrivere, di ragionevole? Praticamente nulla. Il sentimento della vigilia non serve a niente. Speranze, presentimenti, auguri, timori, previsioni, tutto ciò che riguarda il futuro è pressoché una perdita di tempo. Vale la pena di occuparsi soltanto di quel futuro sul quale si può ragionevolmente influire. Il rapporto fra fumo e cancro delle vie respiratorie è abbastanza solidamente stabilito perché valga la pena di non toccare più le sigarette. Ma che volevate che importasse, al pianeta Terra, o anche soltanto alle isole britanniche, di ciò che un singolo pensava, si augurava, o prevedeva, per il referendum nel Regno Unito, quand’anche tutte quelle belle cose le avesse scritte sul Corriere della Sera o un altro foglio illustre?
Oggi siamo in possesso del risultato e certamente si scriveranno commenti illuminati sulle conseguenze del voto e – un po’ più azzardatamente – sulle sue cause. Per esempio si diceva che un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe stata, se non un disastro, un’operazione economica in grave perdita. E ogni volta si faceva questo discorso con l’aria di dire ai britannici: “State attenti a come votate! Rischiate di mettervi nei guai voi, di mettere nei guai noi, non siate irragionevoli!” E ogni volta mi dicevo che un simile appello era a doppio taglio. Mentre dal punto di vista dei favorevoli al “Remain” ogni altra ipotesi poteva sembrare illogica e persino stupida, in realtà molti inglesi avranno pensato: “Se si affannano tanto a raccomandarci di restare nell’Unione, è segno che conviene a loro e non a noi”. 
Pensavo così che il voto finale poteva essere il risultato non dei calcoli che facevano i coltissimi commentatori, ma dei sentimenti prevalenti nel Paese e soprattutto nei pub di provincia. Sentimenti, non calcoli. Impressioni, non dati certi. Più l’effetto delle fotografie delle barche stracolme di migranti prevalentemente musulmani che delle linee e delle curve imprigionate fra ascisse e ordinate. E anche chi credeva di seguire soltanto la voce della ragione si sarebbe trovato in grave imbarazzo dovendo incrociare la lama dialettica con un agguerrito sostenitore della tesi opposta. E così, in fin dei conti, si è votato per un’indipendenza che si aveva già o per interessi che dopo tutto non erano tali quali sono stati descritti.
Questa sconsolata considerazione sul valore della ragionevolezza in politica vale anche per l’Italia, dove vince un partito senza idee, senza programma, senza cultura e perfino senza esperienza politica come il M5S, che tuttavia sulla bandiera si proclama “Nuovo”, “Incorrotto”, “Isolato”, forse anche “Rivoluzionario”, anche se non si conosce il colore di quella rivoluzione. E poi, contro ogni ragionevolezza, propone il reddito di cittadinanza. Ma se si guarda a chi lo fronteggia non c’è da stare più allegri. Matteo Renzi è una continua fonte di sfrontate bugie sui propri successi, un incessante peana di ottimismo oltraggioso per i tanti che hanno perso il lavoro e per le migliaia di imprese piccole o piccolissime (come i negozi) che hanno dovuto chiudere. 
Anche questo giovanotto è capace di andare in giro con una bandiera piena di parole vacue come “Rottamazione”, “Riforme” e soprattutto “Pubblicità o morte”. Tutto uno spettacolo destinato alla pancia della gente più che al suo cervello. Il cervello! Quell’organo ingrato che lo spettacolo lo rifiuta e preferisce la realtà. Ma in passato, con slancio sentimentale, quel giovanotto la gente l’ha portato al governo e gli ha concesso fiducia. Tanto forte era l’anelito di salvezza. Purtroppo, alla lunga sul sogno vince sempre la realtà.
Ecco perché i commenti sulla Brexit si inaridiscono sulle labbra delle persone ragionevoli. Se in un Paese di antica civiltà come la Gran Bretagna, pragmatico quanto pochi altri, vota “con la pancia”, se l’Italia soltanto ora, dopo due anni, comincia a stancarsi dello show di Renzi, tanto insulso quanto quotidiano, non abbiamo molte speranze. Per giunta i nostri concittadini non manifestano la loro stanchezza abbandonando il Pd per un partito ragionevole (che fra l’altro non c’è), ma lo fanno passando da uno show all’altro. Dal dilettante di Rignano al comico professionista di Genova. E a chi passeranno, domani, quando i boy scout di Grillo avranno assaggiato quanto è arrugginita la ruota del timone degli organismi che vorrebbero guidare? Chi sarà il nuovo più “nuovo”, l’incorruttibile più incorruttibile, insomma l’ultimo pifferaio magico di Hamelin?
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23 giugno 2016




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POLITICA
20 giugno 2016
NON HA VINTO NESSUNO, HA PERSO RENZI
Quando si sbaglia, non c’è modo di evitare la brutta figura. Si possono soltanto contenerne le dimensioni affrettandosi a riconoscerla. Dunque personalmente dovrei precipitarmi ad affermare: sul Movimento 5 Stelle ho sbagliato. Pensavo non avrebbe combinato niente e sarebbe sparito al più presto, e invece è ancora lì, ha ottenuto che divenisse sindaco di Roma la sua candidata ed ha vinto diciannove ballottaggi sui venti ai quali ha partecipato. Non si direbbe che sia in cattiva salute. Tanto di cappello, dunque, e tanta cenere sulla mia testa.
Ma la mia è una testa dura. Mentre riconosco gli errori, non riesco a far notare come ci siano dei dati incontrovertibili. Un partito politico può benissimo nascere per protesta e prosperare protestando. Ma poi ha soltanto due possibilità: o diviene insignificante, o si propone come forza di governo. 
E qui cambia tutto. Dal cielo si scende sulla terra. Dall’ipotesi si passa alla realtà. Dal sogno si passa all’azione e così, come ha detto un pessimista che era anche un umorista, decidere significa passare da molte scelte ad un solo errore. 
È a partire da questo momento che una forza politica diviene importante: perché se governerà bene sarà forte, e non perché prima protestava, ma perché ha ottenuto risultati positivi. Se invece si dimostrerà incapace di fare meglio dei predecessori, si sgonfierà. Nessun prodotto commerciale sopravvive alla delusione.
Naturalmente tutto ciò non è stato costantemente valido, nella storia. Infatti può avvenire che una teoria sia sbagliata economicamente e politicamente, e tuttavia duri nel tempo, come il marxismo, ma soltanto mantenendosi al potere con la forza della dittatura. Diversamente l’utopia si mantiene soltanto se, come fa il Cristianesimo, da un lato rende responsabile di tutto il potere laico, dall’altro sposta le più grandi delle sue promesse nell’aldilà.
In questo senso il caso del M5S è senza speranza. Esso non è portatore di un nuovo modello di teoria politica od economica, ché anzi i suoi slogan fanno cadere le braccia: “Onestà, onestà, onestà!” Quasi dovessero lanciare un supermercato e promettere di non rubare sul peso.
Il Movimento non ha una seria utopia da vendere. Non intende nemmeno instaurare una dittatura, di cui del resto non saprebbe che farsi. Quel movimento nato all’insegna del “vaffa” si appresta a governare nel quadro esistente, con gli strumenti esistenti e sulla base delle leggi esistenti. Insiste dunque sulla società qual è, e si può scientificamente affermare: se tutte le condizioni dell’esperimento sono le stesse di prima, il risultato non potrà essere che quello di prima. La Natura non cambia opinione. 
La vittoria del M5S, in una città come Roma, suona come una campana a morto. Non per demerito del Movimento, non per demerito di Virginia Raggi, semplicemente perché i termini del protocollo non sono cambiati e non possono cambiare i risultati dell’esperimento. Soprattutto, non possono cambiare nel modo drammatico che i “grillini” hanno promesso.
Quando un problema è insolubile nelle condizioni date, come lo era il famoso nodo di Gordio, è inutile vantarsi di poterlo sciogliere. O si dispone della spada di Alessandro, che in campo politico si chiama rivoluzione, o si è costretti, una volta all’opera, a fare – se ci si riesce – soltanto un po’ meno male dei predecessori. Fine del sogno.
In questo campo aveva più senso il Pci quando si opponeva alla Democrazia Cristiana. Esso non propugnava qualche aggiustamento della società, che designava sprezzantemente come “riformismo”, ma un completo cambiamento, con l’adozione del modello sovietico. Se l’utopia marxista avesse funzionato, quella era la soluzione. E se non lo era, ma la gente era abbastanza ignorante e stupida per continuare a crederci, il Partito disponeva comunque di una rendita inesauribile: quella costituita dal sogno non ancora verificato.
Noi non abbiamo assistito ad una vera vittoria di un nuovo partito con nuove idee, abbiamo assistito alla sconfitta di un partito vecchio e del suo nuovo leader di cartapesta. Gli italiani sono talmente stufi di promesse non mantenute (e forse attualmente irrealizzabili) che, come ha detto D’Alema, voterebbero per Lucifero. Il ballottaggio è stato percepito tra governo e protesta ed ha vinto la protesta. E se la protesta poi diviene governo, ci sarà una protesta 2.0, che avrà un altro nome, ma la stessa inutilità, se non sarà portatrice di soluzioni nuove.
L’Italia ha bisogno di un nuovo modello di società. E finché non lo troveremo, finché gli italiani non l’accetteranno, non ci resterà che vivacchiare fra queste battaglie navali in una pozzanghera.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 giugno 2016




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POLITICA
20 giugno 2016
XIV - CONCLUSIONE
Dovendo dare dei consigli per vivere bene, è normale sentirsi imbarazzati. I rischi sono di ogni genere. Si rischia di apparire presuntuosi: “Chi sei tu per dirmi come devo vivere?”. Si rischia di non dire niente: “Se saprai scegliere il comportamento giusto sarai felice”. Di essere retorici: “La vita è una battaglia senza fine che forse non vincerai, ma in cui potrai dimostrarti un vero uomo”. O perfino di essere inutilmente cinici: “Vivi come ti pare, tanto alla fine moriamo tutti”. 
Sicura è invece la pericolosità del consiglio che si rischia di sentire più spesso: “Comportati come ti hanno insegnato e sarai utile a te stesso e alla società”. Perché si rischia soltanto di divenire un servo della specie e di essere poco utili a sé stessi. Al giovane bisognerebbe comunque consigliare di diffidare di tutti, ed anche di sé stesso. Perché in tutti, ed anche in lui stesso, ci sono spinte che non sono a suo favore, ma a favore della specie umana, della società così com’è strutturata, e perfino a favore dei pregiudizi correnti. Forse nessuno intende ingannarlo, forse nessuno vuole coscientemente il suo male, ma tutti lo ingannano, e si inganna da sé, quando crede di essere il protagonista delle sue pulsioni.
Il secondo consiglio è di ordine pressoché filosofico: deve stabilire qual è lo scopo della sua vita, perché soltanto così avrà una Stella Polare, un Tribunale di Ultima Istanza al quale rivolgersi nel momento dei massimi dubbi. Potrà anche seguire la linea che gli indicherà la società, ma che almeno la esamini accuratamente, e la scelga in piena coscienza. L’essenziale è che abbia chiaro lo scopo della vita, altrimenti rischierà di sbagliarla, di accorgersi, da anziano, che si è battuto a lungo per un programma sbagliato. 
Chi stabilisce che nella vita la cosa migliore è avere molto denaro, in modo da potersi permettere i più grandi piaceri, dovrebbe poi stare attento a non lavorare troppo, per procurarsi il denaro. Infatti, dopo essersi arricchito, rischierebbe di non avere il tempo di goderselo, andando contro lo stesso scopo della vita che si era prefissato. A meno che non finisca col credere che lo scopo della sua vita sia quello di lavorare, solo per vantarsi del suo successo. Ma anche in questo caso è bene che lo faccia ad occhi aperti. Se il suo divertimento consiste nel trasformarsi in un apprendista stregone, in una macchina impazzita e inarrestabile che lavora a pieno ritmo per produrre quel denaro che altri poi spendono, lo faccia pure. Moglie e figli saranno felici di avere come capofamiglia questo pazzo.
Dal momento che infine morirà – è bene che ci pensi anche se non ha ancora vent’anni - deve proporsi uno scopo della vita che si inquadri nell’arco massimo di ottant’anni. E stabilito che l’abbia, in seguito non sprechi neanche un secondo, perché in conclusione quei secondi saranno in numero finito, e non servirà a nulla rimpiangerli. Non bisogna fare progetti grandiosi, per cui forse non si avrà il tempo, e comunque non ci si deve organizzare un’esistenza nella quale non c’è spazio per il sonno, per il riposo, per i divertimenti, per l’amore. Perché molto probabilmente qualunque altra cosa cui si sacrifichi tutto vale meno del sonno, del riposo, dei divertimenti e dell’amore.
La cura della salute è essenziale, perché per partecipare all’esistenza disponiamo di un solo gettone, e non possiamo averne un secondo. Ciò conduce al divieto assoluto della droga, dell’etilismo, delle sigarette, dei rischi di malattie veneree e degli sport pericolosi. Forse nessuno è prezioso, ma ognuno è l’unico sé, ed è giustamente prezioso almeno per sé stesso. 
Dalla vita non bisogna tuttavia aspettarsi troppo. Anche a sfuggire alle tragedie che a volte colpiscono altri, incolpevoli quanto noi, il successo e l’insuccesso - “Questi due impostori”, li chiamava Kipling - hanno un’importanza relativa, e soprattutto dipendono in buona misura dal caso. La vita, diceva Shakespeare, è una vicenda assurda, raccontata da un pazzo, piena di rumore e furore, che non significa nulla. Bisogna ricavarne il meglio, ma senza prenderla troppo sul serio. E – romanamente - preparandosi ad abbandonarla senza eccessivi rimpianti. 
Essenziale è soltanto avere il minimo, e per questo minimo bisogna impegnarsi. L’indipendenza economica è assolutamente indispensabile. Per il resto invece bisogna imparare a godere al massimo dei beni facilmente disponibili anche se non si è ricchi: la bellezza della natura, la grande musica, le buone letture, la conversazione con gli amici, la serenità e se possibile l’amore, questa rara luce senza la quale la vita non sarebbe che ciò che è.
Purtroppo, neanche a proposito d’amore, d’amicizia e di ogni genere d’impegno è lecito prescindere dal buon senso. È giusto prestarsi, ma non bisogna mai darsi. Per divenire prudenti, non bisogna aspettare la cocente delusione dei rapporti che si credevano inossidabili. Muoiono anche le civiltà, diceva Paul Valéry, figurarsi se non sono mortali le amicizie e perfino l’amore. Anche qui, la grandezza romana vuole che ci si prepari per tempo a questi lutti, in modo da viverli senza troppa amarezza e senza troppi rancori. 
Quando si è genitori, nessuna esagerazione. Bisogna amare i figli, ma bisogna amare anche sé stessi. Anche perché si rischia da un lato di accentuare la falsità della realtà in cui si fanno vivere i piccoli, dall’altro di essere ancor più delusi dalla loro normale ingratitudine. Educare non vuol dire odiare, vuole dire preparare alla vita. E “no” non è sempre la voce della crudeltà, può anche essere quella dell’amore previgente.
Sono lunghi discorsi, e forse il ragazzo cui si indirizzano potrebbe cominciare ad annoiarsi. Eppure ha ancora bisogno di un consiglio: dia più importanza all’amore, visto che la specie non glielo raccomanda abbastanza. Gli predica l’eroismo in guerra, la vittoria sugli altri, il comando dovunque, perfino il libertinaggio, ma per il resto lo lascia solo. Non gli spiega quanto ha bisogno d’amore, e che non serve a niente che di questo bisogno si renda conto quando sarà troppo tardi. Non gli spiega che, se ha la fortuna che l’amore gli sia offerto, ha il preciso dovere di rispondere con lo stesso livello d’amore. E soprattutto che un uomo non si deve vergognare di piangere, si deve vergognare di non saper piangere. In particolare sulla sua vergogna di uomo indegno d’amore.
L’amore femminile invece va ridimensionato. Le ragazze sono troppo spesso vittime volenterose di una specie che tenta di farne soltanto delle macchine da riproduzione. Devono dunque imparare innanzi tutto che sono esseri umani come gli uomini, con pari diritti, inclusi quelli della libertà e dell’amore. Imparino che hanno il diritto di non sposarsi e anche di non avere figli, se lo desiderano, senza che per questo siano “fallite” come donne. Imparino ad amare di meno, perché la loro generosità può essere fraintesa, e in parte disprezzata come lo scodinzolare del cane. Imparino a far di conto, essendo disposte a dare più che a ricevere, ma senza che lo sbilancio sia eccessivo. Devono anche evitare di dedicare la loro vita ai figli, se ne hanno, sia perché con ciò mancherebbero di rispetto a sé stesse, quasi valessero meno di loro, sia perché, quando i figli crescono e si allontanano, poi non saprebbero più che fare della loro vita. Non devono divenire le vedove di un marito distratto, e le inutili nutrici di figli scomparsi. Che studino bene il problema dello scopo della loro vita, e si preparino a viverla bene anche quando avranno ottant’anni. E saranno vedove in senso proprio.
Va la pena di essere alla guida, non a rimorchio della propria vita.
Fine
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
3 - 9 giugno 2016

Qualcuno noterà l’assenza di bibliografia. Essa non esiste in primo luogo perché tutte queste idee non risultato da consultazioni ma da ricordi; in secondo luogo, perché la bibliografia non serve a niente, in questo contesto. Chi troverà convincenti le argomentazioni qui esposte sarà d’accordo con l’autore, chi non ne sarà convinto rimarrà della propria opinione, e tutti continueremo a vivere felici e contenti.
Chi avesse perduto qualche capitolo mi scriva, giannipardo@libero.it e gli invierò quel capitolo o l'intero "Manuale".




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POLITICA
19 giugno 2016
XIII - LE DECODIFICAZIONI: L'INNAMORAMENTO
Confondere l’innamoramento con l’amore è un grave errore. L’amore fra adulti ha normalmente un fondamento razionale e deriva dal rapporto che le due persone hanno stabilito, mentre per l’innamoramento non si richiedono qualità notevoli e condizioni adeguate: il fenomeno può essere del tutto irrazionale e improvviso. Infatti si arriva a parlare d’“amore a prima vista”, con l’aria di considerarlo una sorta di miracolo, mentre in realtà è una grande critica. Come si può preferire una persona ad ogni altra, e desiderarla fino allo spasimo, soltanto a partire dal suo aspetto? 
Un uomo bellissimo può essere soltanto un bambino stupido e viziato e una donna bruttina può anche essere un tesoro di dolcezza e d’intelligenza. Così la donna che s’innamora della persona sbagliata si mette in guai inverosimili, mentre la donna che sceglie a ragion veduta un uomo solido, stimabile e affettuoso, anche se poco attraente, ha forse trovato il compagno della sua vita. 
L’innamoramento ha una chiarissima base istintuale ed è il corrispettivo umano della stagione degli amori negli animali. Ma in questo campo ci sono notevoli differenze. Mentre gli animali con l’estro hanno soltanto uno scopo sessuale, e si accoppiano solo quando ci sono molte probabilità di procreare (è per questo che i cani annusano il posteriore delle cagne: per informarsi con l’olfatto se sono fecondabili) con l’innamoramento la sessualità umana si ammanta di travolgenti sentimenti e poi, anche cessata quella tempesta emotiva, o in sua assenza, le relazioni sessuali rimangono costantemente operative. Può darsi che la natura non ci abbia permesso di avere le informazioni che i cani si procurano con l’olfatto per indurci a rimanere a lungo con la donna che abbiamo fecondato. Come sempre, lo scopo ultimo è quello di tenere unita la coppia umana per favorire le cure parentali.
Notevole è comunque il fatto che, nella stagione degli amori, anche gli animali per così dire “impazziscano” e divengano imprudenti. È la ragione per la quale i veri sportivi reputano sleale andare a cacciarli quando hanno l’estro. Sarebbe una mancanza di fair play, come profittare di uno stato d’inferiorità dell’avversario. Senza dire che si interferisce con la riproduzione della specie che si vuole cacciare e dunque si va anche contro i propri interessi. Interessante è che la definizione dell’innamoramento come “nevrosi temporanea” valga anche per gli animali superiori.
L’innamoramento umano riproduce molti dei fenomeni dell’estro negli animali. Si perde il buon senso. Si stravede per una persona. Ci si comporta in modo imprudente e all’occasione ci si rende ridicoli. Soprattutto si è sottoposti ad una spinta così forte, da perdere anche la timidezza. Ed è facile vedere i vantaggi del fenomeno, se non per l’individuo, certo per la specie. Se nella ricerca del partner si agisse soltanto normalmente, per avere successo si richiederebbero qualità superiori alla media, e dietro la porta delle donne belle o degli uomini ricchi (le prime perché le meglio adatte alla riproduzione, i secondi perché i più adatti a fornire notevoli cure parentali) ci sarebbe la fila. E nel frattempo le donne bruttine e gli uomini medi sarebbero trascurati. Invece l’innamoramento offre buone possibilità anche ai soggetti meno dotati. Si dice che l’amore è “cieco”, ma è un errore: è l’innamoramento che è “cieco”. E, dal punto di vista della specie, è uno dei suoi vantaggi.
Notevole è pure che il primo amore – ma bisognerebbe dire il primo innamoramento - si verifichi soprattutto nel momento migliore per la riproduzione, cioè poco dopo la pubertà, nel momento in cui il maschio è molto potente e la femmina nell’età migliore per partorire. Nella sua saggezza Shakespeare attribuisce a Giulietta, l’amata per antonomasia, tredici anni. Dunque quando gli adulti stupidi ironizzano sul ragazzino innamorato si dimostrano disinformati. Ridicolo caso mai è il cinquantenne che s’innamora, non l’adolescente. La natura non segue le mode degli ultimi millenni.
Malgrado il caleidoscopio di emozioni, sentimenti e comportamenti che l’innamoramento può suggerire, bisogna considerarlo con molto scetticismo. Perché è fondato su un fenomeno più o meno fisico, che svanisce dopo qualche mese o al massimo qualche anno, e dunque è tutt’altro che una garanzia, per quanto riguarda la buona scelta. Quando si accorge di essere innamorato, l’uomo razionale deve essere particolarmente prudente. Non dovrebbe dimenticare che, almeno per il momento, ha diminuite capacità di giudizio.
Ma non bisogna dire soltanto male, dell’innamoramento. Tutto sta al modo come lo si vive e a ciò che se ne ricava. Da un lato non bisogna perdere la testa fino a non tenere conto della razionalità, dall’altro si può anche vincere il primo premio della lotteria e innamorarsi della persona che poi si rivela degna d’amore. 
Un vantaggio intellettuale è che si può approfittare dell’occasione per comprendere, per via d’esperienza, di che cosa si parla in letteratura, nell’arte, nelle canzoni e nelle portinerie, quando si parla d’amore. Ma, se possibile, pur nella tempesta, bisogna conservare il distacco dello scienziato che sa di studiare qualcosa di bello e di molto pericoloso. Come la tigre.
Gianni Pardo
XIII di XIV




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POLITICA
18 giugno 2016
XII - LE DECODIFICAZIONI: L'AMORE
In materia d’amore bisogna distinguere due forme fondamentalmente diverse: una è contingente, l’altra è strutturale. L’innamoramento è contingente, l’amore è strutturale. L’innamoramento è l’affare di una stagione, magari di qualche anno, l’amore è stabile, e quello dei genitori per i figli normalmente dura tutta la vita. Questo legame affettivo deriva da uno dei più forti istinti, da mettere quasi al livello dell’istinto di autodifesa personale. E infatti una gattina è disposta a correre il rischio di morire, affrontando un cane due volte più grosso di lei, se pensa così di difendere i suoi cuccioli. E non molto diverso è il comportamento degli esseri umani quando si tratta di difendere i figli. 
La straordinaria forza di questo istinto è dimostrata dal fatto che esso è pressoché irresistibile, pure se gravemente in contrasto con gli interessi dell’individuo. Il singolo non ci guadagna niente, ad avere dei figli: ma la procreazione è nel supremo interesse della specie, e infatti l’evoluzione ha fatto sì che gli esseri umani sentano l’idea di avere figli come qualcosa di normale, di bello, di dovuto, di desiderabile. In conclusione di inevitabile.
Poi, una volta che i figli siano nati, quand’anche questi siano brutti, i genitori li vedono belli; quand’anche siano fastidiosi, li troveranno adorabili; quand’anche siano stupidi, li trovano intelligenti. Perché se li vedessero come realmente sono, potrebbero avere la tentazione di trascurarli, e ciò andrebbe contro l’istinto di conservazione della specie. 
Il fenomeno fa valanga e diviene generale. Infatti la società insegna che tutti i bambini sono bellissimi. Anche quelli bruttini. Anche quelli altrui. Perché anche i figli altrui servono alla conservazione della specie. E chi fa male a un bambino è un mostro. Naturalmente, è vero che chi fa sul serio male a un bambino (non stiamo dunque parlando di uno scappellotto) sia un mostro. Ma a chi non ha un forte istinto di conservazione della specie sembra un mostro anche chi percuote una donna più debole, chi scippa una vecchietta facendola cadere per terra, o chi è crudele con gli animali.  E tuttavia chi mette tutte queste azioni più o meno sullo stesso piano è facilmente considerato anche lui un mostro: perché non ama a sufficienza i bambini.  Per la specie è meglio che muoia la vecchietta scippata.
A parte quello dei genitori (costantemente più grande di quello che i figli sentono per loro) si può dire che l’amore è la conseguenza della natura sociale dell’uomo. Dal momento che siamo destinati a vivere insieme, è ovvio che col tempo finiamo con lo stabilire uno speciale e gradevole rapporto con almeno alcuni di coloro che frequentiamo. Questo sentimento si traduce in interazione affettiva, collaborazione, mutuo sostegno, comprensione, stima, amicizia, tutte cose che sono utili e fonti di piacere. 
Mentre l’amore dei genitori è incondizionato - e in parte è incondizionato anche l’innamoramento - il rapporto affettivo fra adulti può essere stabile perché fondato su basi solide e positive. Ci sono amicizie e matrimoni in cui l’amore dura per tutta la vita. Ma è una fortuna. Non tutti coloro che meritano l’amore l’ottengono nella vita. Basta non incontrare la persona giusta, o incontrarla nel momento sbagliato, e si perde l’occasione d’oro. Ma se a volte non ottengono l’amore quelli che lo meritano, figurarsi quante possibilità hanno quelli che non ne sono degni. 
Chi è stupidamente egoista, per esempio, può essere temporaneamente oggetto dell’innamoramento di qualcun altro, ma non otterrà mai l’amore stabile, perché (salvo i genitori) chiunque si stanca di dare molto e non ricevere nulla. Il grande amore è il risultato dell’incontro di due grandi personalità.
Gianni Pardo XII di XIV



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POLITICA
17 giugno 2016
XI - LE DECODIFICAZIONI: IL SESSO
Il sesso ha la strana caratteristica di essere sentito dagli individui come un fenomeno del tutto personale. Il libertino crede di avere un desiderio sessuale notevolmente superiore alla media, cosa che gli fa onore, così come è prova del suo successo il fatto di essere riuscito a portarsi a letto un gran numero di donne. In altri termini, il libertino non pensa di essere qualcuno che obbedisce a qualcosa – in particolare il suo istinto di maschio – ma pensa di costringere la realtà ad obbedire a lui e a dargli piacere. 
La donna normale, al contrario, non cambia continuamente partner sessuale. Cerca di stabilire con l’uomo un rapporto personale e se possibile sentimentale, e per questo crede di essere più seria, morale e prudente del libertino. In realtà non ha la tendenza a diffondere i suoi geni, perché produce soltanto un uovo al mese, e se partorisce la sopravvivenza dei suoi geni è assicurata. Dunque cerca un partner per le cure parentali (oggi chiamato marito) e soltanto recentemente, da quando le è stato permesso di avere una sessualità cosciente ed esigente, un uomo che sia capace di farla godere. Ma anche con quest’uomo, se è possibile, è contenta di accoppiare al piacere sessuale il rapporto “umano” e “parentale”. Qualcosa che al libertino interessa molto meno. 
In tutti questi casi va sottolineato che nessuno ha “pensato” niente: il “pensiero” è servito a dare esecuzione all’istinto. Il maschio, soprattutto quando è giovane, ha soprattutto la pulsione di ottenere l’accoppiamento, perché così, almeno in origine e se ci riusciva, poteva mettere incinte quante più donne era possibile; oggi, usando qualche metodo anticoncezionale, cercherà di vanificare lo scopo della natura, ma la pulsione è rimasta invariata. La massima diffusione dei geni - sia detto di passaggio - è la ragione della poligamia di chi poteva permettersela. I sovrani orientali di un tempo (ma ancora oggi in Arabia Saudita) avevano molte mogli e concubine proprio per avere molti figli e diffondere i loro geni ad libitum. 
Dopo il periodo di massima pressione dell’istinto sessuale, si manifesta nell’uomo una nuova pulsione: quella di formarsi una famiglia, stabilendo un rapporto stabile con la donna preferita. La società approva ambedue le tendenze. Dapprima sorride benevola del giovanotto che “corre la cavallina”, ma poi lo biasimerebbe se, a partire da una certa età, “non mettesse la testa a posto” e non si sposasse. Perché correre la cavallina, con un preservativo in tasca, non aiuta la sopravvivenza della specie.
 In tutta questa parabola la volontà dell’individuo conta poco. Essa si appaleserebbe se si opponesse all’istinto, poco importa se ragionevolmente o irragionevolmente. Per esempio se, arrivato a quarant’anni, pur avendone voglia, un adulto rifiutasse di sposarsi e di avere una famiglia. Mentre il libertino prima e il marito poi seguono l’istinto. Non c’è niente di male, naturalmente, e forse si tratta di qualcosa di utile: all’unica condizione che gli interessati non credano di fare qualcosa solo per loro libera decisione.
In sintesi, mentre l’uomo produce milioni di spermatozoi, e ciò che desidera è soltanto il piacere del coito, la sessualità della donna dipende pressoché interamente dal fatto che è naturalmente più legata alla riproduzione. 
La situazione spiega pure il fenomeno della gelosia, tanto corrente che la gente sarebbe sorpresa se le si chiedesse di darne ragione. Che c’è da spiegare, chiederebbe? In realtà l’uomo è geloso perché, se la sua donna a sua insaputa fosse messa incinta da un altro, lui faticherebbe per assicurare il successo dei geni di quell’altro. Ed è per questo che il “cornuto” è oggetto di infinite irrisioni. 
La donna invece è gelosa perché le cure parentali sono tanto gravose che assorbono tutte le energie di un uomo normale. Se dunque questi avesse un’altra donna, non potrebbe aiutare a sufficienza la sua prima famiglia. 
Di questi problemi – accudimento della prole, procacciamento del sostentamento della famiglia ed altri ancora – oggi non si parla molto. Il livello economico raggiunto, e i sistemi anticoncezionali di cui disponiamo, hanno profondamente modificato il quadro nel quale ci muoviamo. Ma ciò non cambia nulla in un istinto che si è formato in centinaia e centinaia di migliaia di anni. La nostra natura non può essere modificata dagli ultimi cinquemila anni scarsi di vita della specie.
Tutti questi dati vanno tenuti presenti per avere, nei confronti del sesso e dei rapporti uomo-donna, un punto di vista più distaccato di quello corrente. Il senso dei comportamenti innati della specie umana può essere capito soltanto se si dimentica di essere uomini e donne del XXI Secolo. Che è poi l’unico modo di avvicinarsi alla verità.
Gianni Pardo
XI . Continua




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POLITICA
16 giugno 2016
X . LE DECODIFICAZIONI: LA MORALE
Alla luce di tutto ciò che è stato detto si può riprendere il discorso sulla morale, soltanto per chiarire e ribadire il principio che la regge. 
Il concetto di morale che qui si utilizza è fondato sull’etimologia: mores, costumi. Dunque non un principio filosofico o metafisico, ma semplicemente sociologico. E ciò significa che l’“alterità” è fondamentale. La masturbazione, per fare un esempio, non potrebbe mai essere immorale, perché non riguarda in nessun modo gli altri. Potrebbe essere (e non lo è) una pratica nociva dal punto di vista fisiologico ma mai qualcosa di immorale. Lo stesso uso di eroina non è immorale, è nocivo: perché crea dipendenza e rovina il cervello. Per quanto riguarda gli altri possiamo occuparci del bene e del male (nella misura in cui valgono questi concetti), ma per quanto riguarda noi stessi dobbiamo distinguere soltanto piacevole e spiacevole, utile o nocivo. 
In sintesi, la morale è l’insieme delle regole che una data società reputa imperative. È ben vero che spesso queste regole sono poi adottate anche dalla religione, al punto che la gente spesso le considera “religiose”, ma questa è soltanto un’illusione prospettica. Religiose sono soltanto le regole che riguardano precisamente la religione, per esempio quella per cui gli uomini devono entrare in chiesa a capo coperto o tutti, in moschea, a piedi scalzi. Mentre non è certo una regola religiosa “non uccidere”. E infatti questa norma si ritrova in tutte le società. 
L’errore è dovuto al fatto che spesso le religioni, avendo reputato valide alcune regole sociali, le adottano, dando loro un crisma sacrale, e insomma per rafforzarle fanno credere che sia Dio che le ha dettate. Ma il crisma non crea la regola, la conferma soltanto. Non si è dovuto attendere il quarto punto del Decalogo per sapere che bisogna onorare e rispettare i genitori.
Le principali regole (sull’omicidio, sulla violenza, sull’incesto e poche altre) si ritrovano un po’ dovunque. Per altre ci sono variazioni. La specie non vede di buon occhio l’omosessualità (perché essa non contribuisce certo alla sopravvivenza della specie) ma la riprovazione sociale ha delle gradazioni. Pressoché tutte le società, nei secoli dei secoli, le società sono state ostili al terzo sesso, ma i greci la ritenevano normale nell’adolescenza e sconveniente nell’età adulta. I cristiani l’hanno ritenuta peccato mortale, parecchi Stati islamici l’hanno considerata reato, e alcuni di essi – ancora oggi – la puniscono con la pena di morte. Se fosse Dio che ha condannato l’omosessualità, non l’avrebbe condannata in modi tanto diversi nel tempo e nello spazio. 
La morale corrisponde all’esigenza di una pacifica convivenza degli esseri umani e della sopravvivenza della specie, e la società fa di tutto per ottenerle. Visto che l’omicidio può innescare un’interminabile catena di vendetta, attribuisce alla comunità (lo Stato) il diritto di infliggere la punizione e non si limita, come nel Medio Evo, a regolarmentare quella vendetta (fàida). Qui convergono la morale e il codice penale. Poi la religione che ci aggiunge il suo tabù.
Tuttavia, poiché le regole di comportamento che la società dà a sé stessa hanno tendenza a proliferare fino a divenire invadenti, sorge il problema della misura in cui bisogna seguirle. Per fortuna, anche qui esiste una risposta razionale. 
Vanno ovviamente seguite le norme che noi reputiamo ragionevoli e che condividiamo. Per quelle che non condividiamo gli atteggiamenti possibili sono tre: il primo è non osservarle, pagando il prezzo che ciò comporta. Il secondo è osservarle, se il prezzo per la loro trasgressione è troppo alto. Se infine le norme sono insopportabili (per esempio se ci si trovasse a vivere in un Paese in cui ci volessero imporre l’infibulazione della nostra figlioletta) rimane la soluzione che Socrate dice avrebbe dovuto adottare, se non gli fossero piaciute le leggi di Atene: andare a vivere altrove.
Una cosa è essenziale in materia di morale: le regole non vanno divinizzate, come tanti credono doveroso fare, così come non vanno condannate soltanto perché correnti. L’anticonformismo programmatico è tanto stupido quanto il conformismo programmatico. Gli imperativi sociali sono da prendere in considerazione soltanto perché approvati dalla maggior parte delle persone, o perché la loro inosservanza potrebbe crearci dei fastidi: ma per il resto dobbiamo mantenere la nostra indipendenza. Se ho voglia d’andare in giro con dei calzoni rosso fiamma, cosa che il codice penale non vieta, non c’è ragione per cui non debba farlo. Ma non debbo meravigliarmi se scopro che quei pantaloni mi faranno guardare da tutti come uno squilibrato, se indovinerò qualche sorrisetto divertito e qualche bambino mi mostrerà al dito. Anche la libertà ha i suoi prezzi. E se non costa troppo, meglio non mettersi contro le abitudini del prossimo.




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POLITICA
16 giugno 2016
BREXIT DALLA CARTOMANTE
Quando si aspetta un avvenimento futuro e incerto si ha la tentazione pressoché irresistibile di fare delle previsioni. E in una certa misura è anche qualcosa di utile. Se gli eventi possibili sono due, per esempio bianco o nero, tanto vale fare dei piani per il caso che si realizzi il bianco e per il caso che si realizzi il nero. Si sarà preparati a reagire correttamente in qualunque caso. Ma noi umani abbiamo purtroppo la tendenza ad andare oltre: se così non fosse la Bibbia non sarebbe stata piena di profeti e le cartomanti rimarrebbero disoccupate. Cioè vorremmo fare delle previsioni anche quando esse sono impossibili. Ma se prepararsi all’evento bianco o a quello nero è razionale, andare dalla cartomante non lo è. Qual è la differenza?
Le previsioni sono ragionevoli quando dei due o tre eventi possibili si conoscono tutti i dati. Quando invece di un evento futuro sappiamo poco, per l’eccessiva presenza di variabili e perché le sue conseguenze dipendono da troppi fattori, la previsione è una stupidaggine. Al cliente che le chiede se il suo matrimonio sarà felice la cartomante, se fosse onesta, dovrebbe rispondere: “Se non lo sa lei, che conosce la persona con cui si sposa, come vuole che lo sappia io?” Ma così poi non potrebbe chiedere il proprio compenso. Ed ecco perché l’indovina proclama: “Dopo un primo periodo difficile, il suo matrimonio sarà felice per tutta la vita”. Oh che bellezza.
Fra una settimana gli inglesi voteranno in un importante referendum. A quale categoria appartengono le conseguenze della Brexit o della B-remain, a quelle prevedibili o a quelle imprevedibili?
A tendere l’orecchio si percepiscono i lamenti di coloro che sono convinti che se l’Inghilterra lasciasse l’Unione sarebbe la catastrofe. E le parole di costoro sono talmente accorate da far pensare che considerino la decisione una sorta di peccato mortale. Qualcosa di inconcepibile. L’offesa massima che si potrebbe fare al santo progetto dell’Europa Unita politicamente. Quell’unione politica che è in agenda per il 2101, o forse per il 2130 o chissà per il 2247. 
No, non ci possiamo fidare di chi mette tanto colore e tanto sentimento in materia di previsioni tanto incerte. Come non ci si può fidare di coloro che sperano vivamente che il Regno Unito lasci Bruxelles per dimostrare a tutti che l’impensabile si può fare benissimo e sopravvivere. Costoro sono forse in grado di valutare l’entità dei prezzi da pagare? Certamente no. In realtà si va dalla catastrofe inglese con sollievo europeo, alla catastrofe dell’Unione con sollievo inglese. 
E ancora, dopo quanto tempo si potrà giudicare se l’operazione è convenuta o è stata un pessimo affare? Un giorno? Un anno? Dieci anni?
In questo mare di incertezze molta parte dei futuri avvenimenti dipenderà dalla reazione emotiva, e non tecnica, di milioni di persone. E in particolare delle Borse. Se la reazione generale sarà positiva, le Borse potrebbero salire, se la reazione fosse di preoccupazione generalizzata, potrebbe perfino saltare il banco. Insomma, non soltanto non sappiamo se l’Inghilterra uscirà o no dall’Unione – per il semplice fatto che i sondaggi non sono affidabili – ma non sappiamo quasi nulla di ciò che seguirà. Da come vanno le cose nella stessa Gran Bretagna, c’è da pensare che neanche gli inglesi reputino di avere avuto informazioni chiare ed affidabili. La maggior parte delle fonti dell’establishment ha consigliato di non uscire dall’Unione, ma proprio la diffidenza nei confronti dell’establishment inglese, e ancor più nei confronti dell’establishment di Bruxelles,  sarà per molti un buon motivo per non credere a ciò che gli viene minacciato. Qualcuno magari si dirà: “Se a Bruxelles si preoccupano tanto, è segno che la nostra partenza a loro non conviene. Ma se non conviene a loro è segno che conviene a noi”. Anche se è un ragionamento invalido. 
Ma chi dice che si stia veramente ragionando? Probabilmente in molti pub ci saranno degli anziani inglesi che, alzando il boccale di birra diranno. con la bocca impastata ma petto in fuori: “Britain se l’è cavata sempre da sola, e potrà farlo anche in futuro. Non abbiamo bisogno di nessuno!”
Molte parole per non dire nulla, in questa pagina, dirà qualcuno. E magari avrà ragione. Ma sono parole di conforto: chi non ha le idee chiare, rispetto a ciò che seguirà questo voto, sappia che così si comporta saggiamente. Certo meglio di chi afferma, con temeraria sicurezza, il voto darà questo risultato e le conseguenze saranno queste. Parole che nell’orecchio sollevano l’eco di queste altre: “Il suo matrimonio sarà felice e durerà tutta la vita”.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
15 giugno 2016




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POLITICA
15 giugno 2016
IX - I LIMITI DELLA VIRTU'
Naturalmente non bisogna esagerare. Non bisogna dimenticare che comportarci bene è nel nostro interesse. E poiché anche la moralità è nel nostro interesse, ne consegue che quando questo interesse non esiste, svanisce anche il dovere morale. Se siamo stati generosi con l’egoista, una volta che l’avremo identificato, saremo giustificati se, in seguito, non muoveremo un dito per aiutarlo. O al massimo lo faremo per la bella immagine che vogliamo avere di noi stessi, non per adempiere un dovere.
Proprio tenendo conto della psicologia del prossimo, bisogna stare attenti alle controindicazioni. Per esempio, agli occhi del beneficiario, un favore ottenuto facilmente e ripetuto nel tempo, diviene un diritto. Non soltanto non dirà mai più grazie, ma si offenderà se sospenderete la prestazione. Viziare il prossimo è un pessimo affare. 
Un secondo motivo per non spenderci con troppa prodigalità è che poi potremmo stancarci e non essere all’altezza di ciò che avevamo promesso. È il solito principio per il quale non bisogna fare il passo più lungo della gamba. È notoriamente più facile l’eroismo di un’ora che un piccolo atto di bontà ogni giorno, per anni.
Il principio generale è comunque che si sta costruendo un sistema razionale prima che etico. La nostra “virtù” non obbedisce ad un imperativo metafisico, e deve rimanere funzionale al nostro interesse, anche quando è indiretto, come nel caso dell’autostima. Per esempio c’è da essere fieri della propria capacità di empatia, sintomo di equilibrio e di maturità. Anche se ci costerà qualche gesto di pietà o di solidarietà, a fondo perduto.
Ma il principio dell’interesse finale serve egregiamente a creare un discrimine fra buone azioni razionali e buone azioni irrazionali. Anche se, in questo campo, bisogna tarare opportunamente la bilancia. Meglio sbagliare essendo un pizzico troppo generosi che essendo un pizzico troppo egoisti, perché la nostra valutazione del positivo e del negativo è influenzata dal nostro punto di vista. Una favola greca insegnava che l’uomo ha ricevuto da Giove due bisacce: in una, quella che gli pende davanti al petto, ci sono i difetti del prossimo, che vede benissimo; nell’altra, che gli pende dietro le spalle, ci sono i suoi propri. Dunque fra due vantaggi che pensiamo valgano ambedue cinquanta, meglio considerare quaranta quello che abbiamo offerto e sessanta quello che abbiamo ricevuto. Per essere più probabilmente nel giusto.
Altro dato da tenere presente, nel rapporto col prossimo, è un dogma che ha poche eccezioni: nessuno viene a cercarci per farci regali. Ciò non sarebbe conforme alla natura umana. Coloro che si lamentano di avere subito una truffa hanno certo diritto al risarcimento, ma non è sicuro che abbiano diritto alla commiserazione. Se non fossero stati avidi, non sarebbero stati truffati. Se qualcuno mi propone di raddoppiare il mio capitale in due mesi, nel 99,9% dei casi vuole appropriarsi del mio capitale e basta. Oppure, 0,1% dei casi, è un minorato mentale, accettando la cui proposta rischierei l’imputazione di circonvenzione d’incapace.
Questo insieme di principi sa di ferro e di ruggine, e adeguarci in questo modo al basso livello dell’umanità corrente può essere frustrante e vagamente umiliante. Ma nulla ci impedisce di comportarci nobilmente “perché è bello”. Se ci si ferma sull’autostrada per dare aiuto ad uno sconosciuto automobilista che magari non si rivedrà mai più, se ne ricaverà una soddisfazione di autostima e dunque si sarà adeguatamente ripagati. Ché se poi lo stesso automobilista, un attimo dopo, dovesse dimostrarsi incapace di dire grazie, la coscienza di avere agito nel nostro interesse, e non nel suo, ci corazzerà contro l’ingratitudine. Una corazza della quale avremo bisogno per tutta la vita. 
In questo bilanciamento fra egoismo ed altruismo, e per così dire fra bene e male, la nozione fondamentale è che noi agiamo nel nostro proprio interesse, e la regola fondamentale è quella greca: la moderazione. Essere generosi senza lasciarsi depredare da nessuno, essere tolleranti senza divenire vittime, non cercare la zuffa ma restituire i colpi raddoppiati, fare il bene proprio ed anche il bene altrui, in modo da vivere serenamente. Non da santi, magari, ma certo da galantuomini. 
Gianni Pardo
Continua. 9




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POLITICA
14 giugno 2016
IL DOPO BERLUSCONI E IL REFERENDUM
Salvo sgraditi imprevisti, fra qualche settimana Silvio Berlusconi sarà più vivo e ruspante di prima. Ma ciò non impedisce che di fatto ha ottant’anni e nessuno è eterno. Al riguardo c’è un saporito aneddoto. Adenauer ebbe una carriera politica così lunga, che i tedeschi lo chiamavano antonomasticamente “der Alte”, il Vecchio. Una volta che – avrà avuto ottantacinque anni – gli chiesero se intendesse presentarsi non so più per quale carica, rispose di no. Aggiungendo, ironico: “Eh, non ho più ottant’anni!” Ma non tutti hanno la fibra di Adenauer.
Dunque bisogna considerare la vita italiana anche senza Berlusconi. Naturalmente c’è chi dice che, senza di lui, il centrodestra si squaglierà. E c’è chi dice che potrebbe emergere un nuovo capo. La prima condizione perché ciò si verifichi è infatti che il vecchio capo sia tolto di mezzo. La realtà è che nessuno conosce il futuro e, soprattutto, il problema non è il capo dell’esercito, ma la consistenza dell’esercito. Se nel 1994 Berlusconi ha potuto battere Occhetto è stato perché ha avuto una migliore percezione della realtà, rispetto a Mino Martinazzoli. Questi guidava una Democrazia Cristiana rassegnata alla sconfitta, mentre Berlusconi capì che, se era morta la Dc, non era morto il popolo che l’aveva sostenuta. E infatti, mettendosi alla sua testa, ricevette tutti i voti degli anticomunisti italiani, tanto da arrivare immediatamente al governo. 
Allora abbiamo avuto il caso di un esercito privo di capo, ora la domanda è: nel caso non ci sia più Berlusconi, il centrodestra avrà ancora un elettorato, o è che quell’elettorato non c’è più? Perché se c’è, un capo si troverà. Lo vediamo col grande partito della sinistra, che da Togliatti in poi ha avuto una miriade di leader ed è ancora lì, pure passando da leader inconsistenti come Veltroni a personaggi ancor più inconsistenti come Franceschini, da personaggi colorati come Bersani a finti condottieri sanguigni come Renzi. 
Se viceversa fossimo in presenza di uno squagliamento dell’elettorato, avremmo un altro genere di fenomeno. In un sistema tendenzialmente bipartito – se non bipartitico – se uno dei due centri di aggregazione viene meno, un’altra aggregazione ne prende il posto. Esattamente come Forza Italia prese il posto della Dc nell’opposizione al Pci e seguenti. Se dunque il centrodestra non si sfalda, e il M5S, denunciando tutta la sua inconsistenza, a poco a poco svanisce, tutto rientrerà nell’ordine precedente. Se viceversa “l’elettorato di Berlusconi” dovesse sparire, tutto ciò che si può attualmente ipotizzare è che il suo posto sia preso dal Movimento di Grillo. E quali sarebbero le conseguenze?
Una delle caratteristiche differenziali tra governo e opposizione è che il primo, dovendo agire in concreto, è stretto dai condizionamenti della realtà; mentre l’opposizione, non avendo influenza sulla condizione dello Stato, può permettersi le parole e i progetti più inverosimili. Fino ad oggi, questo comodo ruolo è stato quello del Movimento, ma se rimanesse solo in campo contro il Pd, fatalmente una volta o l’altra dovrebbe affrontare le responsabilità governative. E con quali uomini, con quali leader, con quali programmi lo farebbe?
Certo è che dovrebbe scegliere se porsi a destra o a sinistra del Pd, assegnandogli così d’autorità un posto di destra o di sinistra. E non sarebbe problema da poco, considerando che in Europa la realtà attuale lascia ben poco spazio alla sinistra. Lo stesso governo Renzi che cosa ha fatto, che cosa può fare che sia veramente di sinistra? In Francia il Presidente Hollande, socialista, sta combattendo a morte una battaglia per introdurre riforme che un tempo si sarebbero dette di destra: e infatti così le definiscono gli oppositori di sinistra e i sindacati. Ma quelle riforme hanno lo scopo di ridare competitività ad una Francia esausta e sull’orlo della decadenza finale. Hollande sarà di sinistra, ma in questo momento la realtà è di destra.
Senza dire che tutti i piani di tutti i leader europei potrebbero essere spazzati via da una tempesta economica senza precedenti, conseguente alla crisi finanziaria mondiale che ci minaccia da anni, e che nessuno ha scongiurato. Men che meno le misure del povero Mario Draghi.
Comunque, se arriveremo ad ottobre senza particolari drammi – a cominciare da quello conseguente alla possibile uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna – già vedremo quali schieramenti si costituiranno, in occasione del referendum costituzionale. In particolare vedremo se l’abilità di Matteo Renzi nel procurarsi nemici sarà riuscita a coagulare contro di lui tutte le forze politiche, a parte il Pd. O almeno, la maggioranza del Pd. Soprattutto visto che in questo caso gli si potrà votare contro senza perdere il seggio parlamentare. Ma se siamo confusi con i pochi dati già allineati, figurarsi se ce ne aggiungiamo altri. 
 “Il campionato è apertissimo”. Le squadre più blasonate potrebbero essere spazzate via, perfino le più improbabili potrebbero risultare vincenti. Non ci rimane che incrociare le dita.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
14 giugno 2016




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POLITICA
14 giugno 2016
VII QUAL È LO SCOPO DELLA VITA?

Una volta riconosciuto che molti dei principi correnti potrebbero essere giusti e potrebbero essere sbagliati, bisogna identificare quali regole possiamo ritenere giuste per la nostra vita. Posta la domanda, subito si vede che la risposta è simile a quella da dare a chi chiede quale sia la migliore automobile: “Dipende dall’uso che vuoi farne”. E allora ciascuno deve porsi questo quesito: “Qual è lo scopo della vita?” E più esattamente, visto che lo scopo della vita in generale è una domanda metafisica: “Qual è lo scopo della mia vita?”
Per rispondere alla domanda, bisogna prima porsene un’altra: “Sono un vero, fervente cattolico?” Infatti, se si è veri, ferventi cattolici, la risposta è preconfezionata: la vita terrena è una preparazione alla vita celeste. Non siamo qui per godere, siamo qui per guadagnarci con la preghiera e con le opere di bene, quel paradiso dal quale ci escluse il peccato di Adamo, e di cui, con la redenzione, ci offrì una seconda possibilità Gesù Cristo. Se invece a tutto ciò non si crede seriamente, o se siamo miscredenti, ne risulta che lo scopo della vita deve essere determinato razionalmente. E già questa affermazione delimita il campo di ricerca.
Diviene assurdo rispondere, come qualcuno fa: “Io vivo per i miei figli”. Infatti l’essere umano che vive per essere utile ad altri esseri umani pone in essere una petitio principii. Se la vita dei tuoi figli ha uno scopo, allora può e deve averlo anche la tua. E se la loro vita non ha scopo, non è vivendo per chi non ha scopo che la tua vita avrà uno scopo: in realtà mancate di scopo tutti e due. Così “Io vivo per i miei figli” perde la sua aureola e diviene: “Io vivo per il piacere che ho di avere figli ed occuparmi di loro”. Insomma, l’unica cosa che trovo interessante e forse divertente, fino a farne lo scopo della mia vita, è servire la specie, seguendo l’istinto di portare all’età adulta i miei cuccioli.
A colui che, credendosi contemporaneamente cinico e virtuoso, dicesse: “Io vivo per lavorare” si potrebbe fare osservare che se non guadagna denaro solo per il piacere di guardarlo sul tavolo, ma per pagarsi ciò che gli piace, in realtà non vive per lavorare, ma lavora per ottenere le cose che il denaro gli può procurare. E sono queste cose, lo scopo della sua vita, non il lavoro e neppure il denaro. 
Il principio è generale: chiunque esprima uno scopo della vita che si conclude nel particolare modo di procurarsi il proprio piacere - che sia il benessere, il divertimento, la semplice soddisfazione narcisistica del successo e perfino il piacere il dare amore ai propri cari - di riffa o di raffa avrà come scopo della vita il piacere di vivere. E ciò ha notevoli conseguenze.
Se lo scopo della vita non è metafisico, ma soltanto edonistico, rimane da vedere come questo scopo si concili con una vita ordinata. Infatti, se lo scopo della vita fosse il piacere e basta, che cosa vieterebbe ad un singolo un po’ meno scrupoloso della media di darsi agli stupri seriali? Ma così facendo, sperabilmente finirebbe arrestato e buttato in galera per decenni. E questo non è il miglior modo di godersi la vita. Analogamente, i ladri difficilmente diventano veramente ricchi. Insomma, dal momento che siamo animali sociali, dobbiamo programmare un “piacere di vivere” che sia compatibile con la società e – per usare un aggettivo di moda – sostenibile. E ciò implica il problema del bene e del male.
Gianni Pardo.
Continua.7




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POLITICA
12 giugno 2016
LE SEDI DEGLI INGANNI: LA SPECIE
Questo argomento è fra i più complessi, perché ha molte sfaccettature, anche se alla fine il riassunto è semplice: la specie umana, come ogni altra specie, ha come primo interesse la propria sopravvivenza. E ciò non è privo di conseguenze, dal punto di vista del singolo.
Ma prima di discuterne bisogna uscire dalle espressioni antropomorfiche. Quando si dice che la specie ha come primo interesse la propria sopravvivenza, piuttosto che quella dell’individuo, non bisogna concepire la specie come un ricco signore egoista, che coscientemente tira l’acqua al proprio mulino, a costo di lasciar morire gli altri di sete. Bisogna rendersi conto che, nel corso dell’evoluzione, molte specie si sono estinte. Dunque, per via di evoluzione naturale, si è avuta la sopravvivenza delle specie che meglio si preoccupano della propria sopravvivenza e di quelle più adattabili. Naturalmente, dal momento nessuna specie esiste in sé, la sua evoluzione è assicurata instillando nei singoli individui (e dunque anche negli esseri umani) gli istinti che favoriscono la sopravvivenza della specie. 
L’istinto potrebbe essere definito un innato modello di comportamento che ha la caratteristica di essere sentito come necessario. Anche se il soggetto non sa perché. L’esempio principe è l’istinto di conservazione dell’individuo. Chi è in pericolo – anche se non è un essere cui si possa attribuire una coscienza - cerca di salvarsi, e sarebbe inutile chiedergli perché lo fa. Ché anzi la stessa domanda per un uomo è offensiva. In realtà quell’istinto serve a proteggere tanto la specie quanto l’individuo. Che l’interesse della specie possa addirittura essere posto prima della sopravvivenza dell’individuo è dimostrato dal fatto che la madre, a meno che non sia certa di non avere nessuna possibilità di difesa, mette a repentaglio la propria esistenza per salvaguardare quella dei cuccioli.
Anche noi esseri umani abbiamo una bella serie di istinti. Innanzi tutto, accanto all’istinto di sopravvivenza, quello sociale. L’ha notato già Aristotele, quando ha definito l’uomo politikòn zoòn, animale politico.  Questa pulsione ci fa preferire vivere in compagnia che vivere da soli. Abbiamo l’istinto sessuale, che ci spinge all’accoppiamento, e alla procreazione, di supremo interesse per la specie. L’istinto genitoriale, soprattutto quello materno, nettamente più forte di quello paterno, almeno in origine, e forse altri ancora. Fra cui purtroppo anche l’istinto della guerra. E la cosa più divertente è che il grande Immanuel Kant ha creduto di dare alla morale una straordinaria patente di nobiltà quando ha messo a suo fondamento un “imperativo categorico”, cioè un comando ingiustificato. Lui intendeva forse che quel comando l’ha messo nell’animo dell’uomo Dio stesso, mentre lo stesso risultato si ottiene perfettamente sostenendo che l’imperativo l’ha posto lì l’istinto di sopravvivenza della specie. 
L’istinto è del tutto incosciente e incontrastabile negli animali inferiori. Una certa vespa (forse la Pelopea del Messico) ha un programma prestabilito per assicurare la sopravvivenza della specie, e lo esegue per intero anche se nel corso di esso le si sottrae l’uovo, rendendo inutile il resto della procedura. Il povero insetto è programmato come una lavabiancheria. Nella nostra specie invece l’istinto ha due caratteristiche: da un lato l’uomo è capace di opporglisi, arrivando per esempio al suicidio; dall’altro è capace di rivestirlo o di dovere morale (per esempio l’amore materno) o di volontarietà (il libertino che è felice di conquistare nuove donne), o del piacere nel fare il proprio dovere, pur di essere lodati. 
Che siano “morali” o “immorali”, gli istinti sono dominabili dall’uomo. E infatti abbiamo donne che non vogliono figli e uomini che si dànno alla castità. Ma – e qui entriamo nel nostro argomento principale – è importante notare che l’uomo “soggettivizza” i propri istinti. Egli li percepisce come propri sentimenti o propri desideri, e obbedisce loro più o meno fedelmente, sempre credendo di seguire, ciò facendo, la propria volontà. Nello stesso modo la collettività degli esseri umani trasforma l’insieme degli istinti umani in una regola di comportamento che tutti dovrebbero seguire e la chiama “morale”. 
La morale non è un insieme di regole dettate da un Dio o da un filosofo, è semplicemente l’insieme dei comportamenti raccomandati dalla società nel proprio interesse. Che è poi l’interesse della specie. Ciò naturalmente non significa che queste regole siano necessariamente qualcosa di negativo o che non bisogna seguirle. Ma il fatto che le riconosciamo per ciò che sono ha delle conseguenze concrete. Se il dovere di avere dei figli è dettato da Dio, avrò il dovere di averne, che la cosa mi piaccia o no. Se il dovere di avere figli è dettato dalla società, cioè dalla specie, posso benissimo rispondere che a me della specie non importa molto. L’umanità oggi non ha il problema della sopravvivenza della specie ma, al contrario, quello dell’eccessiva antropizzazione del pianeta. Alla sovrappopolazione provvederanno altri. Dunque, se non voglio avere figli, una società razionale dovrebbe addirittura dirmi grazie. Viceversa, se lo poniamo su base razionale, il divieto della violenza intraspecifica ne risulta rafforzato. La violenza è infatti in contraddizione col fatto che l’uomo è un animale sociale.
Naturalmente non ci si può aspettare che la società nella sua interezza divenga cosciente del meccanismo che l’ha portata ad avere una certa “morale”. Dunque non val la pena di andare a discutere queste idee con gli altri. Urteremmo la loro sensibilità e ci guadagneremmo soltanto risposte piuttosto acide. Ma, se si accettano queste idee, ce n’è a sufficienza per organizzare la propria vita senza tenere conto ciecamente delle regole sociali. 
Gianni Pardo.
Continua. 6



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POLITICA
11 giugno 2016
V. LE SEDI DEGLI INGANNI: LO STATO
Salendo ancora di livello si arriva allo Stato, che è il peggio del peggio. Infatti assomma molti dei difetti della famiglia, dei maestri e dei superiori.
Nei Paesi sviluppati e democratici, lo Stato si presenta come un benefattore. Afferma di essere simile alla famiglia, e infatti ama i suoi cittadini, li sostiene, li accudisce e li protegge. Del tutto gratuitamente. Sarebbe già nocivo così, perché somiglierebbe veramente alla famiglia, ma in realtà ciò non soltanto non è vero, ma non è neanche possibile. I genitori possono essere generosi con i figli perché lavorando producono ricchezza, e gliene dànno una parte. Lo Stato invece non può mai essere generoso a proprie spese, semplicemente perché non produce ricchezza. La sua funzione è l’organizzazione e l’amministrazione della società. Dunque, per regalare una torta ai cittadini deve prima farsi consegnare da loro il denaro per comprarla. E a questo riguardo non bisogna mai dimenticare il detto economico secondo il quale ogni volta che qualcuno ottiene qualcosa che non ha guadagnato, c’è qualcuno che non ottiene qualcosa che ha guadagnato. 
Senza parlare del problema che potremmo chiamare dello “sfrido”. Per ogni cento unità di moneta che lo Stato preleva dai cittadini, non può investirne (o regalarne) cento a favore degli stessi cittadini, perché con esse deve anche finanziare la pachidermica macchina statale che amministra anche quel denaro. Dunque, per dogma, lo Stato dà sempre meno di quanto preleva. 
Inoltre non va dimenticato che lo Stato in sé non esiste: è un’astrazione che s’incarna in coloro che agiscono in suo nome, e si occupano in primo luogo del loro personale interesse. Il re vuole mantenere il trono, i politici vogliono essere eletti e rieletti, il governo vuole essere applaudito e non vuole essere mandato a casa. E poi, a cascata, fanno i loro interessi i dipendenti dello Stato. Perfino chi non ha nessun modo per ottenere qualcosa di consistente, quanto meno batte fiacca. E questo fa sì che nella P.A. il lavoro che farebbero bene due persone nell’impresa privata, nella P.A. lo fanno male in tre. 
Ciò malgrado, soprattutto i governanti cercano insistentemente di far credere che sono buoni, giusti, benefici. Mentre ciò che sono veramente, e ciò che fanno veramente, è spesso molto diverso.
Ma gli rimane l’obbligo, per fini elettoralistici, di offrire almeno una parte di ciò che hanno promesso. E a questo punto bisogna risolvere il problema di dove trovare i soldi per distribuire le torte. Un problema che grazie al Cielo è stato risolto: si promette una torta al 40% dei cittadini, e una fetta di torta al 30%. Infine si preleva dal 30% rimanente il costo delle torte. L’uovo di Colombo. I “poveri” ottengono qualcosa “gratis”, i “ricchi” ne pagane due e mezza a testa, e non per questo vanno poi a chiedere l’elemosina. Bello, no?
Sarebbe bello se i governanti si fermassero a questa manovra. Di fatto, scoperto il sistema di comprare il consenso a spese di chi ha di più, ne approfittano talmente che alla fine la produzione di ricchezza si inceppa e i cittadini più produttivi cercano da prima di evadere il fisco, e infine o cessano l’attività o, se possono, vanno a lavorare all’estero. Contraddicendo il principio di scienza delle finanze secondo il quale la pecora si tosa e non si ammazza.
Inoltre c’è un’obiezione di livello teorico. Se è vero che, dopo l’operazione torte, sono più i contenti che gli scontenti, è anche vero che non esiste nessuna ragione giuridica o morale per legittimare una rapina a carico degli “abbienti”. Le stesse ragioni “politiche”, o perfino “umanitarie”, autorizzano la beneficenza a proprio spese, non a spese di terzi. Perché diversamente l’operazione si risolve nella sottrazione violenta di qualcosa a dei terzi incolpevoli. In diritto penale si chiama rapina. 
Nella realtà si può perfino essere d’accordo con questa manovra, e infatti sono d’accordo la stragrande maggioranza degli Stati moderni: ma se non si soggiace alle mode del tempo, e si conserva intatta la propria libertà di pensiero, si deve concludere che l’operazione è giuridicamente discutibile. Non si può non vedere che si viola il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. Insomma ci sono i figli e ci sono i figliastri. 
Stiamo toccando un tasto dolente. Più lo Stato vuol fare cose “a favore dei cittadini” (in realtà per fini elettoralistici), più si ingrandisce la macchina della Pubblica Amministrazione, e più aumenta il suo costo. Con l’aggravante che mentre in un’organizzazione privata chi la guida è il primo interessato a non subire furti, nel caso della P.A. il “padrone” è un’astrazione, pessima sorvegliante dei suoi sottoposti. Nell’impresa pubblica è normale che l’impiegato lasci la scrivania per andare a prendere il caffè al bar. E il suo capufficio non può certo rimproverarlo, perché è al caffè con lui. 
La P.A. è estremamente costosa ed estremamente inefficiente. Ci sono alcuni impiegati (pochi) come quelli allo sportello, che lavorano da matti e per il lavoro che fanno sono sottopagati, mentre dietro di loro una folla di colleghi non si strapazza certo, ed ha la stessa paga assicurata. Tutto ciò non provoca lo scandalo che dovrebbe provocare, fra l’altro perché chi ci dovrebbe mettere rimedio è lo stesso Stato: e allora, il serpente si morde la coda.
Riguardo allo Stato c’è ancora un inconveniente che dipende dalla sua stessa natura. Essendo inevitabile che esso si finanzi con tasse e imposte, cioè avendo istituzionalmente un bilancio in passivo, la mentalità corrente ne ha dedotto che la produttività non sia richiesta e che quel passivo si può aumentare ad libitum. Se tre funzionari fanno male il lavoro di due, la soluzione è l’assunzione di un quarto impiegato. Oltre tutto le assunzioni procurano amici e voti.
Così a poco a poco il peso del finanziamento dello Stato diviene insostenibile e l’economia va in crisi. Oggi la stragrande maggioranza degli Stati sviluppati soffre di questo eccesso di pressione fiscale, aggravata da un’infinità di vincoli, leggi e regolamenti. I governanti, spaventati dal rischio di una crisi economica devastante, cercano di rallentare, ma non ci riescono più, perché ogni vantaggio acquisito è acquisito per sempre. Incluso il diritto di battere fiacca nella P.A. Gli Stati agonizzano interminabilmente, e a volte (Argentina) addirittura dichiarando fallimento.
Avendo in mano tutte le briscole – la legislazione, la scuola, la Rai e mille altre cose – anche il nostro Stato mette in giro leggende sulla propria necessità etica. In realtà mentre celebra la propria bontà e il proprio scrupolo, produce uno dei più grandi inganni della nazione. 
Nel manuale di uso e manutenzione della vita bisognerebbe scrivere, sin dalle prime pagine: “Attenzione allo Stato. Nel dubbio, consideratelo un nemico”. 




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POLITICA
10 giugno 2016
IV - LE SEDI DEGLI INGANNI: I SUPERIORI
I difetti della scuola permangono in parte – ma per tutta la vita – nei superiori. 
La prima cosa da tenere a mente è che i superiori non sono superiori se non in senso gerarchico. Nulla impedisce che un soldato semplice sia più colto, più intelligente e moralmente migliore del Capo di Stato Maggiore. Se è giusto che quest’ultimo comandi e il soldato obbedisca è perché, diversamente, l’esercito non potrebbe funzionare: ma il Capo non ha nessun diritto umano, ed anzi nessuna ragione, di sentirsi superiore al richiamato.
 In un mondo ideale il “superiore” - conscio dei propri limiti e della propria funzione - dovrebbe comandare, perché è ciò che deve fare, ma senza arroganza, senza atteggiamenti altezzosi, e senza uscire fuori dal seminato. Invece, nella realtà, coloro che hanno un minimo potere vorrebbero essere rispettati come modelli di virtù, di giustizia e di sapienza: dalla politica alle previsioni calcistiche. 
La funzione di comando è necessaria, la persona che la esercita è spesso deprecabile. Come scrisse lord Acton, che per questo è divenuto celebre: “Power tends to corrupt, and absolute power corrupts absolutely”, il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente. E aggiunse: “Great men are almost always bad men”, i grandi uomini sono quasi sempre uomini cattivi.
Il potere è comunque estremamente nocivo per il carattere. Basti vedere la normale arroganza di chi ne dispone. La constatazione del degrado mentale cui conduce il potere dovrebbe indurre il giovane a non rispettare l’autorità per principio, almeno nel suo intimo, ed a obbedirle soltanto per necessità. I magistrati, per esempio, non che esigere di essere riveriti, farebbero bene a ricordarsi che non sono infallibili. Se lo fossero, non esisterebbero le Corti d’Appello e la Cassazione. E l’uomo razionale non si fida nemmeno della Cassazione.
Ma tutto questo risulta difficile da capire e i “superiori” conservano sereni la loro naturale tendenza alla prevaricazione. Una volta un automobilista, fermato da un vigile urbano, vedendo che l’agente stava per fargli una predica, gli disse seccamente: “Lei è qui per elevarmi contravvenzione. Scriva il verbale e mi risparmi il resto”. Rischiò. Perché chi ha un potere sugli altri a volte è stato persino istruito ad avere una funzione educativa, con conseguente predica: ma quell’automobilista aveva ragione. Una caratteristica del diritto è la sua cosiddetta “esteriorità”: non m’importa che cosa tu pensi delle leggi, mi basta che tu le osservi. E il rapporto tra l’automobilista e l’agente è esclusivamente giuridico. 
Le autorità vanno obbedite perché in una specie sociale ciò è necessario per il funzionamento della comunità: ma bisogna farlo senza dimenticare che le norme possono essere stupide o addirittura sostanzialmente vessatorie. L’Anas a volte, per evitare di essere eventualmente chiamata a rispondere di incidenti sulle strade, invece di migliorarle in certi tratti, mette limiti di velocità assurdi: 30 Kmh, 20 Kmh. Sa perfettamente che nessuno li rispetterà, ma così è pronta a rigettare sul malcapitato la colpa dell’incidente. 
Al cittadino si può chiedere l’osservanza delle leggi, non la loro adorazione.
Credere che i superiori siano effettivamente superiori è un errore più grave d’un semplice errore linguistico. 
Gianni Pardo
Continua.




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POLITICA
9 giugno 2016
Le sedi degli inganni: i maestri
Lsblog.it chiude chiuso chiusura inaccessibile
(il titolo è formulato in quel modo per Google)

Informo gli eventuali lettori di lsblog.it che esso è stato chiuso. Forse riaprirà, forse no. È stato un bel sito e ad esso alcuni eravamo abituati. Forse perfino un po’ affezionati. Propongo dunque ai lettori di lsblog di creare una rete di corrispondenze, inviandomi il loro indirizzo e-mail, e quello di altri lettori di lsblog di cui fossero in possesso. Potremmo inviarci vicendevolmente degli articoli e dei commenti. A chi mi invierà il suo indirizzo invierò intanto una bozza sui particolari dell’iniziativa.
giannipardo@libero.it
III. Le sedi degli inganni: i maestri

La scuola è il luogo in cui l’individuo riceve l’informazione culturale e il condizionamento di base della società. Si chiama “educazione”. L’insegnamento culturale è assolutamente indispensabile ma la scuola ha da sempre un difetto ineliminabile: dal momento che il discente (salvo nelle università medievali) non è in grado di pagarsi l’insegnante, l’insegnante fa invariabilmente e necessariamente gli interessi di chi lo paga. 
Nello Stato moderno, che sostiene la maggior parte dei costi della scuola e dell’Università, gli insegnanti diranno bene della democrazia se lo Stato è democratico; diranno bene della monarchia se lo Stato è monarchico; vanteranno il dittatore se lo Stato è una dittatura; faranno indottrinamento religioso, se la scuola è sotto il potere ecclesiastico. Da ciò si deduce che non ci si deve aspettare dalla scuola la verità in politica. Ci si può interessare della cosa pubblica ed arrivare alla conclusione che, malgrado i suoi difetti, la democrazia è ancora il sistema migliore, ma bisogna arrivarci con i propri mezzi. Fidarsi della scuola è un errore. Basta pensare che, nel ventennio fascista, era impensabile concepire qualcuno che, dalla cattedra, osasse dire male di Mussolini, che pure era un autocrate estremamente mite, comparato con tanti altri. 
E non basta. Oltre che per la parte politica, la scuola si allinea alla morale corrente e insegna ai ragazzi che non soltanto essa è la giusta, ma è anche l’unica. Al di fuori c’è soltanto l’errore, la cattiveria, la barbarie, il delitto. Vengono insegnate come necessarie le virtù che sono a favore dell’autorità e non del singolo, per esempio la docilità e il conformismo: si insegna addirittura il principio che i molti hanno sempre ragione e i pochi sempre torto.  Soprattutto i docenti non fanno mai sorgere il sospetto che certe regole siano utili soprattutto a chi le stabilisce. L’esaltazione del coraggio militare serve a rendere meno prudenti i soldati, e più facile mandarli all’attacco. L’obbedienza è utile a chi desidera essere obbedito, non a chi obbedisce. La scuola invece insegna che è una virtù in sé, dimenticando che può essere una necessità nella società organizzata, ma è una virtù soltanto nello schiavo. Nel mondo si pretende che le giovani siano più remissive dei giovani per poterle dominare meglio. Come si diceva un tempo in America, la morale è organizzata per favorire i maschi, bianchi e anziani. 
Se per cultura è necessario citare punti di vista diversi da quelli correnti, lo si fa presentandoli come sbagliati o col supremo imbarazzo di chi è costretto a parlare di cose disgustose. I greci non condannavano l’omosessualità, ed anzi la consideravano normale? E allora la cosa migliore è evitare di parlarne. Achille va su tutte le furie perché gli hanno ucciso il giovane Patroclo? Mentre sarebbe giusto, pur senza dare per sicuro che i due erano amanti, sottolineare che, nel caso, per i greci sarebbe stato un particolare senza importanza, della cosa non bisogna nemmeno parlare. La scuola, in ogni tempo, si ferma alla morale del tempo. Per fortuna Ettore era felicemente sposato, e almeno da quella parte le professoresse potevano risparmiarsi il dovere di arrossire.
Ma la scuola, se è per questo, è dittatoriale anche in campi in cui si fa fatica ad immaginarlo. Per esempio, se si parla di una poesia di Giosué Carducci, e un alunno osa dire che è brutta o anche, più umilmente, che non gli piace, anathema sit. Ad una brillante studentessa universitaria, costretta a fare la tesi sulle poesie di un Pirandello la cui prosa è deplorevole, e che naturalmente avrebbe voluto scrivere che erano francamente brutte, fu imposto di moderare i termini. Come, dire tanto male del nostro primo Premio Nobel? A scuola de gustibus non est disputandum, ma nel senso che quelli del professore sono indiscutibili. 
Come non bastasse, oltre alla politica e alla morale in auge, la scuola si sente in dovere di farsi l’eco di tutte le ubbie sociali del momento. Se la moda è all’ecologia, la scuola sarà sensibile all’ecologia. Se il femminismo è agli inizi, lo si ridicolizza, se comincia a vincere, diviene obbligatorio. La scuola insegna un piatto conformismo, se necessario ricorrendo all’ipocrisia. Se nel 1950 un professore avesse sostenuto la legittimità fisiologica e giuridica dell’omosessualità sarebbe stato denunciato all’autorità giudiziaria. 
Chi vuole crescere diritto e autonomo deve guardarsi dai professori, dai libri di testo e perfino dai compagni, che al conformismo si dànno con entusiasmo. Incluso il conformismo dell’anticonformismo di facciata. I più vili (e non sono pochi) imparano presto che mettersi contro chi ha il potere è pericoloso. Ciò che importa è la promozione, al di là delle stesse cose che si apprendono. Quando si apprendono. Dunque se vi chiedono di stramaledire Catilina, perché così ha fatto Cicerone, fatelo senza esitazione, anche senza avere la più pallida idea di chi fosse, perché Cicerone ce l’avesse con lui, e soprattutto se in realtà avesse torto o ragione. 
La scuola è il tempio del conformismo e il cimitero della libertà intellettuale.
Gianni Pardo
3.Continua




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POLITICA
8 giugno 2016
RENZI E VERDINI, SANGUE E MERDA
Di lord John Emerich Edward Dalberg-Acton, per gli amici semplicemente lord Acton, che cosa sappiamo? Soltanto che ha detto: “il potere assoluto corrompe assolutamente”. Non c’è da ironizzare. Di me, per esempio, nessuno ricorderà nemmeno una sillaba. Analogamente può darsi che i posteri non abbiano idea di chi fosse Rino Formica, ma una sua definizione gli sopravvivrà, forse nei secoli: “La politica è sangue e merda”.
Il sangue che scorre è soprattutto di quelli che fanno politica, ma chi non ne fa e un po’ se ne occupa, ha modo di sperimentare quanto spesso si trovi a maneggiare l’altra sostanza.
La politica ha le sue regole, ben note a chi ha studiato Machiavelli e comunque a chi tiene gli occhi aperti sulla realtà. È un mondo in cui è naturale non tenere conto della morale, non lasciarsi limitare dalla parola data, non avere mai gratitudine per nessuno, tradire chiunque per il proprio interesse, essere animati da un’ambizione che non tiene mai conto dei propri limiti e subordinare tutta la vita, propria e altrui, al successo in politica.
No, non è un bel mondo. E a salvarlo non basta certo il fatto che Machiavelli ci aveva avvertiti. Il disgusto di quel mondo è reso ancor più cocente a volte dall’immensità dei delitti commessi, basti pensare a Hitler e al supremo maestro in questo campo, Stalin. A volte invece dalla miseria delle ragioni per cui ci si abbassa alle peggiori pratiche della politica. Infatti ci si batte con uguale ferocia, compatibilmente con le armi che si possono adottare, per un trono, per un ministero o per divenire assessore ai servizi cimiteriali del più piccolo comune.
Nel caso italiano di sangue non ne scorre molto, grazie al cielo. Anche chi è pugnalato alla schiena, come Enrico Letta, non sanguina poi molto. Ma quanto a miseria non ci facciamo mancare niente. In qualche caso coniughiamo il più alto livello nazionale col più basso livello di materia del contendere. 
Persino il “cattivo” Machiavelli raccomandava al Principe almeno di apparire virtuoso, se non poteva esserlo. E dunque, pur essendo nutriti di realismo, abbiamo il diritto di rimanere disgustati da comportamenti ineleganti e immorali. I signori che ci comandano potrebbero almeno far finta di essere persone perbene. Anche se nessuno pretende che lo siano.
Ecco le più recenti vicende. Matteo Renzi non mantiene la parola sul famoso patto del Nazareno e Berlusconi gli toglie il suo sostegno. Denis Verdini, dopo avere tentato di ricucire in ogni modo quella sottospecie di alleanza, decide di piantare Berlusconi e dunque, con altri personaggi particolarmente dediti al bene pubblico, va a sostenere Renzi al Senato, dove senza il loro apporto, c’è il rischio che non si possano votare delle leggi. 
L’operazione, produttiva di vantaggi per tutti gli interessati, risulta però indigeribile per la minoranza del Pd, la quale se ne serve per attaccare Renzi. Magari, essendo al governo, farebbe altrettanto, ma tant’è. 
Si crea dunque un asse Renzi-Verdini che, malgrado i mugugni della sinistra Pd e forse della base elettorale, funziona alla grande. Tout va très bien, Madame la Marquise. Poi arrivano le elezioni amministrative (attenzione, non il referendum repubblica-monarchia, o il campo occidentale o quello sovietico, no, semplicemente l’elezione dei sindaci) e vanno male per il Pd. Vanno addirittura malissimo per il gruppo di Verdini che commette l’errore di presentarsi alle elezioni, sicché è stato “pesato e trovato mancante”, come si esprime il profeta Daniele. Molti nel partito a questo punto pensano che la sconfitta sia da addebitare all’alleanza con Verdini, e allora Renzi non esita a gettare la croce sul suo amico. Verdini pfui.
Ma Verdini e i suoi non sono più necessari al Senato? Macchè, sono necessari quanto e più di prima. E allora avverrà che alla prima occasione il gruppo Ala di Verdini dirà: o ci date questo e quello, o vi molliamo. E Renzi, dimenticando d’avere detto pfui, riaccoglierà Verdini, il miglior amico suo, naturalmente. Magari ne loderà il sostegno e la “lealtà”, offrendo ricchi doni e cotillon.
Verdini a questo punto, in un sussulto di dignità, potrebbe essere schifato dal fatto di essere usato un giorno come alleato, un altro come qualcuno di cui vergognarsi, per poi essere richiamato in servizio, e dichiarato di nuovo amico, perché si rivela utile. E dunque dire no.
Smettetela di sognare. Verdini non avrà mai quel sussulto. A lui conviene fare il portacqua di Renzi, non meno di quanto convenga a Renzi richiamarlo in servizio. Se Verdini lascia Renzi, Renzi cade, e se Renzi cade Verdini sparisce con lui. Le parole stanno a zero. E così business as usual.
Ecco una delle ragioni per cui molti italiani voterebbero per la “Lista del Diavolo”, se ci fosse. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 giugno 2016




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8 giugno 2016
Articoli dei giorni in cui il Cannocchiale è stato chiuso, all'8 giugno
II. Le sedi degli inganni. La famiglia
 
La famiglia d’origine è la sede delle prime esperienze dell’individuo, ed anche l’unica in cui l’individuo venga in contatto con una realtà che è l’opposto di ciò che incontrerà nel resto della vita. Da adulto avrà da fare con altri esseri umani interessati soltanto a sé stessi, da bambino invece è accudito da esseri umani altruisti e interessati soltanto al suo bene. 
Il fenomeno è insieme eccezionale - perché non si ripeterà mai più - e del tutto normale: infatti, se così non fosse, la specie si estinguerebbe, dal momento che il piccolo dell’uomo, appena nato, ed anzi per alcuni anni, è del tutto incapace di sopravvivere e provvedere a sé stesso. Per l’homo sapiens l’istinto delle cure parentali è essenziale. 
Purtroppo, col tempo e con l’avvento della civiltà, il problema si è molto complicato. Le cure parentali prima si fermavano alla pubertà, momento in cui i giovani erano improvvisamente dichiarati adulti (magari con una cerimonia di iniziazione) . Oggi invece questo passaggio dalla puerizia all’età adulta si prolunga per molti anni - spesso fin oltre i vent’anni - falsando molti dei parametri esistenziali. Infatti l’adolescente è socialmente un bambino, mentre la natura lo considera adulto, fornito della forza di un adulto e degli istinti sessuali dell’adulto. Il risultato è un groviglio di pulsioni contraddittorie, un insanabile contrasto di messaggi sociali e in conclusione un disorientamento insanabile. Nel complesso, un problema privo di soluzione.
Dal momento che si è prolungata artificialmente la loro infanzia, da un lato la società tratta i giovani come bambini e li vizia (ma vietando loro il sesso) fino a fargli credere che nella vita tutto sarà facile, dall’altro comincia ad esigere da loro i comportamenti degli adulti, cui non sono abituati, cui non sono preparati e che nel complesso considerano vessatori. Quale giovane di diciotto anni, nei Paesi sviluppati, crede veramente d’avere il dovere di guadagnarsi il cibo che mangia? 
La famiglia inganna il singolo a forza di volergli bene. Ai bambini si presenta una realtà totalmente falsata e inverosimilmente edulcorata. I piccoli sono incoraggiati a sentirsi belli, adorabili e vincenti, mentre sono normali (quando non brutti), insopportabili (spesso) e in ogni caso deboli. E gli si nasconde ogni cosa negativa, a cominciare dal concetto stesso di morte. Tutto congiura poi a fare del giovane un disadattato. L’amore dei genitori, il fatto stesso che il giovane già sessuato non possa entrare nella società degli adulti, perché questi lo considerano ancora un bambino e lui stesso deve ancora “studiare” per essere in grado di essere autonomo.
I giovani divengono puberi a tredici anni, maggiorenni a diciotto, laureati a ventiquattro, e a quell’età ancora non hanno realmente imparato le regole della realtà. Fino a trovare un lavoro ed uscire dalla famiglia, non gli è mai stato possibile vivere da adulti. Non è problema da poco. 
Gianni Pardo
2.Continua,


LA VITA. MANUALE D’USO
 
L’adolescente che si affaccia alla vita è come qualcuno che abbia comprato un congegno complicatissimo sprovvisto di manuale d’uso. Le domande senza risposta sono infinite: qual è lo scopo della vita? Mi conviene essere morale o essere furbo? Vivono meglio gli egoisti o gli altruisti? Mi posso fidare dei consigli che mi dànno o sono nell’interesse di chi me li dà? È vero che il denaro è la cosa più importante? E quanto conta la bellezza? Quali sono le qualità essenziali di una donna? E le qualità essenziali di un uomo? Per giunta, la maggior parte delle risposte che il giovane riceve sono sbagliate o, peggio, interessate. 
E tuttavia, per quanto strano possa sembrare, c’è modo di districarsi in questo mare di domande, magari per evitare errori che in seguito sarebbe forse difficile correggere. Per fare ciò bisogna distruggere quella montagna di bugie che ci è stata propinata per anni, e poi vedere quali sono i principi giusti da seguire. E poiché gli errori sono tanti, mentre la soluzione è spesso una soltanto, come è normale la parte distruttiva sarà di gran lunga la più importante e occuperà quasi tutto il testo. La parte costruttiva sarà molto più breve, e per così dire risulterà in buona misura automaticamente, per sottrazione dalla massa di errori esposti nella parte distruttiva. 
Il testo sarà inserito un capitoletto al giorno a partire da oggi
 
I. L’origine del problema 
 
Se la vita ci fosse fornita con una lista di sani principi, eviteremmo un sacco di fastidi. All’individuo che non appartiene ad una specie sociale la natura richiede soltanto che obbedisca al suo istinto in quanto individuo, senza il problema del rapporto con gli altri. L’unica Stella Polare di un gatto maschio (perché non ha nemmeno la preoccupazione delle cure parentali) è vivere bene, finché può. L’homo sapiens invece appartiene ad una specie sociale e dunque, oltre che al suo personale interesse, è chiamato ad obbedire alle regole della sua comunità. Infatti, accanto all’istinto di sopravvivenza personale, ha l’istinto di conservazione della sua specie.
Ad essere precisi, bisogna segnalare che tutti gli animali si comportano in modo da assicurare, per quanto possibile, la sopravvivenza della specie: ma l’impegno richiesto a questo scopo è molto variabile. Il gatto maschio contribuisce soltanto accoppiandosi con le gatte in calore, mentre la gatta poi si sobbarca da sola cure parentali notevoli. Anche se certo non lo fa con la coscienza di agire nell’interesse di una “società dei gatti”, che non esiste. 
In ogni modo, fra i maschi e le femmine, quelli che si strapazzano di meno sono i pesci, per la maggior parte.
Questo punto deve essere molto chiaro. Le specie sociali in cui la “socialità” è spinta al massimo sono anche quelle in cui l’individuo conta poco e l’insieme conta molto. Le api sono pronte a morire a migliaia per allontanare chi minaccia l’alveare e la cosa si spiega: tutta la loro organizzazione è fondata su una divisione dei compiti che da un lato si prende molta cura del singolo, dall’altro pretende che esso serva la comunità anche a prezzo della propria vita. Qualcuno ha detto che non esiste l’animale “ape”, esiste l’animale “alveare”, distinto poi in molte api. Anche nel mondo delle tèrmiti le regole sono simili. Le tèrmiti “guerriere”, per esempio, non sono in grado nemmeno di portare il cibo alla bocca e vengono nutrite dalle colleghe; ma in caso di pericolo difendono la comunità lasciandosi murare fuori dal termitaio. Esse sono dunque destinate a morte certa, mentre le altre riparano la falla.
Riportato alla scala umana, tutto ciò fa sì che anche nel nostro mondo alcune regole siano più nettamente a favore dell’individuo (per esempio il diritto alla legittima difesa), altre regole a favore della comunità (il dovere di obbedienza al superiore). Altre infine sono a favore sia della comunità sia dell’individuo: il Codice della Strada, per esempio. Il bilanciamento fra queste regole non è semplice, soprattutto tenendo presente che, dal momento che chi le formula e le impone è la stessa società, questa, naturalmente, tende a privilegiare sé stessa.
Il giovane dunque dovrebbe essere avvertito che le regole che gli vengono insegnate sono sbilanciate a favore della comunità piuttosto che a suo favore. Fino a disorientarlo e fino a farlo andare a volte contro il suo personale interesse, senza sufficiente giustificazione.
L’inganno è ovviamente incosciente, perché la società in sé non esiste, esistono gli uomini e le loro necessità della vita in comune. Dunque nessuno ha voluto ingannare nessuno, ma la storia, l’esperienza, il dettato degli istinti, i condizionamenti obiettivi, fanno sì che gli individui reputino giuste e necessarie certe norme consuetudinarie, legate ai costumi (“mores” in latino, da cui morale). E queste norme a volte assurgono al livello di norme giuridiche. 
Purtroppo la maggior parte delle persone non si dà la pena di esaminare le regole sociali, e in generale o reputa di dovere obbedire a tutte quante sono, oppure, come molti fanno, prima le ribadiscono spesso e solennemente, poi personalmente le violano. Come diceva La Rochefoucauld, tutte le virtù si perdono nell’interesse come tutti i fiumi si perdono nel mare.
Non basta dire: “Si fa così”. “È giusto così”. “Chi non fa così sbaglia”. A dimostrare che le regole morali sono tutt’altro che incontestabili, sta il fatto che esse non sono uguali in tutte le società, ma variano nel tempo e nello spazio.
Il riesame delle regole sociali è essenziale per stabilire un proprio personale codice di comportamento che conduca al massimo di positività della nostra vita, pur consentendoci di inserirci armonicamente nel contesto sociale.
Gianni Pardo
Continua.

L’IMPERO STATUNITENSE

Secondo una nota definizione, l’impero è uno Stato che presta attenzione a tutto ciò che avviene nel mondo, perché qualunque evento di una certa importanza, ovunque si verifichi, rientra nei suoi interessi, diretti o indiretti. Inoltre la sua influenza si sente, più o meno forte, dovunque. Basta pensare all’Impero Britannico.
In generale la storia si occupa molto più dei vincitori che dei vinti, e così conosciamo tutti a grandi linee le vicende delle grandi potenze, mentre conosciamo poco della reazione delle nazioni da esse dominate. 
Un caso particolarmente negativo è quello dell’Unione Sovietica che riuscì quasi ad annettersi l’Europa Orientale per mezzo secolo, e ottenne soltanto di farsi odiare. Nessun Paese lasciò la propria lingua per il russo; nessuno imitò spontaneamente la sua architettura; nessuno desiderò sentirsi più russo che polacco o ungherese. E alla fine l’unica reazione degli ex vassalli fu quella di far di tutto perché la dominazione russa fosse dimenticata e non si ripetesse. Gli Stati baltici addirittura si precipitarono ad entrare nella Nato.
Quando invece la potenza imperiale ha un livello di cultura e di civiltà tanto superiore a quello dei vinti, e per giunta ha dato loro la sensazione di essere rimasti liberi, questi non si limitano a subire senza proteste il nuovo potere, ma addirittura, nello sforzo di imitarlo, cambiano lingua, costumi, schema della città, divertimenti, insomma civiltà. Il miglior esempio è l’Impero Romano: c’è un Arco di Trionfo a Volubilis, in Marocco; un foro a Palmyra, in Siria; un teatro a Orange, in Francia e delle Terme a Bath, in Inghilterra. Cinquant’anni dopo la conquista di Giulio Cesare, la Gallia era totalmente romanizzata. E quelli che resistettero a questo cambiamento, come i Germani dell’est, non fecero un affare.
Nell’epoca contemporanea abbiamo sotto gli occhi soltanto un impero: gli Stati Uniti d’America. Washington non ha sottomesso militarmente nessun Paese, fra l’altro perché la sua dottrina nazionale è contraria al colonialismo, ma ciò non impedisce che si tratti di un impero in base alle due caratteristiche fondamentali: tutto ciò che accade nel mondo interessa gli Stati Uniti, e tutto ciò che accade negli Stati Uniti interessa il mondo. 
Per non parlare della suggestione che essi esercitano. Indubbiamente l’inglese era una lingua molto conosciuta, nel mondo, a causa dell’Impero Britannico. Ma fino alla Seconda Guerra Mondiale, per esempio in Italia e comunque nel mondo diplomatico, era ancora grandemente diffuso il francese. Non soltanto Parigi aveva un impero coloniale, ma l’irraggiamento culturale della Francia era pressoché senza confronti. Invece, dopo il 1945, il francese fu a poco a poco messo da parte e l’inglese, a causa dell’influenza americana, divenne la lingua franca del mondo. Oggi molte lingue nazionali sono ridotte al rango di dialetti, e perfino Paesi di antica e nobile civiltà, e la cui lingua non ha nulla da invidiare a nessuno, come l’italiano, impallidiscono dinanzi alla lingua imperiale. Una banale “riforma del lavoro” Matteo Renzi sente il bisogno di chiamarla “job act”, quasi che, chiamandola “riforma del lavoro”, la gente si sarebbe chiesto di che cosa si trattasse. Quando vuole proporre nuovi provvedimenti per il problema dei migranti, inventa un “migration act”. Per non parlare del linguaggio simil-tecnologico che tutti affettano, usando termini inglesi storpiati regolarmente nella pronuncia, oppure nel senso, oppure nella pronuncia e nel senso. 
Ma non se ne può fare a meno. È come se gli italiani si vergognassero di essere italiani e volessero fingersi americani che parlano italiano, con qualche difficoltà. E la difficoltà effettivamente l’hanno. Ma ne hanno anche di più per quanto riguarda l’inglese. 
Tutto ciò conferma la teoria, secondo la quale, se l’impero si interessa a tutto ciò che avviene nel mondo, il mondo si interessa a tutto ciò che avviene nell’impero. E infatti in Italia si segue la campagna elettorale americana giornalmente. Parliamo di Donald Trump o di Hillary Clinton come se alla fine dovessimo votare per l’uno o per l ‘altra, o come se ciò che diciamo e scriviamo dovesse avere qualche effetto sul loro futuro.
Resistere all’influenza dell’Impero è forse impresa vana ma sarebbe sperabile provarci con un minimo di buon senso e di buon gusto. Basterebbe - per cominciare - rispettare la lingua che si vuol imitare, non commettendo regolarmente tre errori di pronuncia soltanto in “authority”. Poi bisognerebbe ricordare che vanno imitati i modelli positivi, non quelli negativi. La cucina italiana è migliore di quella dei fast food, e poco importa che la polpetta si chiami hamburger. A proposito: “hàmbuga” è più vicino alla pronuncia giusta di ambùrgher.
Imitare troppo gli Stati Uniti corrisponde a non essere coscienti del valore della nostra gloriosa civiltà. Ma già, molti neppure la conoscono.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
4 giugno 2016 

SUI SINDACATI FINALMENTE LA VERITÀ

Con un articolo di Roberto Mania (31 maggio, pag.28) “la Repubblica” descrive i cambiamenti del sindacato dai tempi della morte di Luciano Lama. Lasciando la Cgil, nel 1986, egli così ne parlava: “Un vero grande sindacato come il nostro ha sempre assolto in tutta la sua storia una funzione nobile di educazione politica e classista, ma anche morale delle masse. Abbiamo sempre cercato di parlare ai lavoratori come a degli uomini, di parlare al loro cervello e al loro cuore, alla loro coscienza. In questo modo il sindacato è diventato scuola di giustizia, ma anche di democrazia, di libertà e ha contribuito a elevare virtù civili dei lavoratori e del popolo”. 
Non è necessario essere competenti in chissà quali materie per vedere che un sindacato così definito non ha come scopo precipuo la protezione dei lavoratori, o il sostegno alle loro rivendicazioni salariali, ma si assegna piuttosto una funzione “politica e classista”, cioè di sinistra estrema. La stessa “morale di cui Lama parla è civica, e sostanzialmente ancella della politica. Il sindacato, anche attraverso l’“educazione delle masse” (leggasi “indottrinamento”), conduce una battaglia per il trionfo della rivoluzione proletaria. Naturalmente a preferenza degli obiettivi economici dei lavoratori. 
Ciò spiega come mai, in anni lontani, il comportamento del sindacato sia potuto essere dannoso per l’Italia, in quanto favorevole non alla democrazia ma alla dittatura del proletariato; dannoso per la produzione di ricchezza, in quanto tendente non ad armonizzare il mondo del lavoro ma a distruggere il sistema produttivo borghese; e in ultima analisi dannoso per gli stessi lavoratori, in quanto non funzionale ai loro interessi, ma in primo luogo agli interessi politici del Pci. 
Per la maggior parte, allora, gli operai erano marxisti e non avevano nemmeno tutti i torti perché, seguendo i sindacalisti, vedevano aumentare i loro vantaggi. Purtroppo non capivano che quei vantaggi aumentavano malgrado, non a causa dei sindacati: e cioè soltanto grazie al progresso economico. Infatti, quando questo progresso si è fermato, si sono fermate le conquiste anche in termini di salario e di “diritti sindacali”. E con loro i sindacati.
I sindacalisti, da veri marxisti, predicavano da mane a sera che, qualunque somma i lavoratori ottenessero dai datori di lavoro, essi erano comunque sfruttati, che c’erano sempre dei “margini” da recuperare. Perché lo scopo segreto non era ottenere di più, ma distruggere il sistema. E quando il gioco mostrava la corda, nel senso che l’impresa economicamente falliva, se era abbastanza grande interveniva il governo a salvarla, con i soldi dei contribuenti. La qual cosa confermava l’idea degli scioperanti che il sistema poteva e dunque doveva accedere alle loro richieste. E il fatto che alla fine avesse ceduto dimostrava che essi erano stati effettivamente defraudati, prima.
Il tempo è passato e il sindacato non è più ciò che fu. Ha perso moltissimi iscritti, la maggior parte di quelli rimasti sono pensionati, ed esso è sostanzialmente divenuto un “sindacato azienda”, come lo chiama Repubblica: eroga servizi a pagamento. Ed è un gigante: due miliardi di fatturato e 25 mila dipendenti. Il numero degli occupati è diminuito, la crisi morde, non ci si batte per aumenti salariali ma per cercare di conservare il posto di lavoro, e tuttavia il sindacato prospera.
Lama questo limite delle rivendicazioni occasionalmente lo vide già nel gennaio del 1978: “Quando il sindacato mette al primo punto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema di avere un milione e seicentomila disoccupati è ormai angoscioso, tragico, e che ad esso vanno sacrificati tutti gli altri obiettivi”. Ma gli altri, nel sindacato, non lo capirono mai, se ancora in anni recenti, a Pomigliano d’Arco, li abbiamo visti spingere gli operai al suicidio lavorativo, fino a farsi sconfessare dalla base. La Fiom era semplicemente rimasta ferma al passato. Teneva più alla battaglia contro il padrone (lustri dopo l’implosione dell’Unione Sovietica!) che a permettere che i figli degli operai avessero da mangiare.
E così si viene al nocciolo della questione. La realtà ha dimostrato quanto fosse falsa l’idea corrente allora, e in parte ancora oggi, che i sindacati abbiano contribuito allo sviluppo della società industriale e al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Innanzi tutto – s’è visto - la loro intenzione non era questa. Gli operai erano soldati che potevano essere sacrificati alla battaglia politica. In secondo luogo, le cosiddette “conquiste sindacali” erano il risultato del miglioramento delle condizioni economiche e produttive di tutti i Paesi: e infatti quelle “conquiste” si sono avute sia dove i sindacati erano fortissimi sia dove contavano molto poco (Svizzera). Infine, quando l’alternativa della perdita del posto di lavoro è divenuta concreta, e lo Stato non ha più potuto indebitarsi per accedere alle richieste più insensate, il gioco dei ricatti si è totalmente afflosciato. Oggi i sindacati non possono né ottenere né impedire qualcosa. E non contano più nulla.
Ebbene, tutto ciò lo pensavo e lo dicevo (a mio rischio) già ai tempi di Lama. Soltanto perché tenevo gli occhi aperti.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
31 maggio 2016




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