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31 luglio 2015
LA DOMANDA COME MOTORE DELL'ECONOMIA


Secondo l’economia classica, l’offerta è il motore dell’economia. Qualcuno produce qualcosa e qualcun altro, che ha i soldi per comprare, l’acquista. Se invece si reputa che il motore dell’economia sia la domanda, si ha questo schema: qualcuno ha voglia di qualcosa e la va a comprare, inducendo così la produzione della cosa desiderata e dunque il lavoro per produrla. Di questo secondo schema è stato alfiere John Maynard Keynes.
La teoria di Keynes è stata ritenuta vangelo dagli Anni Trenta del secolo scorso, e tuttavia le si possono muovere delle elementari obiezioni.
In primo luogo, il denaro è un titolo che dimostra che si è prodotto un bene o un servizio, e dunque si è creditori nei confronti della collettività di un bene o d’un servizio di analogo valore. Nello schema di Keynes, invece, si ha acquisto da parte di qualcuno anche se non ha nessun credito, e questo è difficile da capire. Uno spostamento di ricchezza senza giustificazione economica si ha nel caso del potere impositivo dello Stato e, fra privati, in caso di furto, appropriazione indebita, rapina, truffa, estorsione, peculato e via dicendo. Ma Keynes giustifica il fenomeno con una superiore utilità sociale, e dunque è il caso di procedere oltre.
Una seconda perplessità sorge dall’asserita intenzione di stimolare la domanda per far funzionare il motore dell’economia. Questa si occupa di beni e servizi partendo dal dogma della loro scarsità, perché i desideri sono pressoché infiniti, mentre i beni sono finiti e non tutti possono avere tutto ciò che desiderano. Proprio per questo l’aria che respiriamo non è un bene economico: perché indefinitamente e gratuitamente disponibile. Dunque può sembrare sorprendente che in economia si debba promuovere la domanda, dal momento che essa, per sua natura, si promuove da sé. E infatti Keynes non dice questo. Egli vuole promuovere non il consumo per il consumo, ma il consumo come motore della produzione permettendo al primo attore – che per lui è il compratore – di far girare il meccanismo.
Partiamo da un esempio concreto. Ammettiamo che un tizio amerebbe avere un paio di scarpe nuove, ma al momento non se le possa permettere. Ciò provoca una minore produzione di scarpe e una minore richiesta di operai che fabbricano scarpe. Se dunque forniamo a quel signore il denaro per comprare le scarpe, ciò favorirà la produzione di scarpe e, in definitiva, l’economia nazionale. Fra l’altro, i disoccupati che sono stati assunti nella fabbrica di scarpe a causa del maggiore consumo, avranno più denaro a disposizione, spenderanno di più, e a loro volta favoriranno la produzione di altri beni e servizi. Questo, all’ingrosso, lo schema di Keynes.
Ma sorge qualche interrogativo. Se qualcuno riceve il denaro per comprare un paio di scarpe e a sua volta (per qualunque ragione) non produce nessuna forma di ricchezza, economicamente è come se quelle scarpe gli fossero state regalate, a spese dei contribuenti. Se invece lo Stato ha creato apposta il denaro per darglielo, il regalo è a spese di tutti indistintamente i cittadini e soprattutto i percettori di reddito fisso. Infatti quel denaro non a fronte di una ricchezza di cui sarebbe il corrispettivo provoca un aumento dei prezzi, dal momento che la quantità di beni sul mercato non è cambiata.
Viceversa, questo fenomeno non si verifica con l’economia dell’offerta. In questo caso le scarpe sono sul mercato, il singolo si attiva per guadagnare denaro e poi va a comprarle, contribuendo così al rilancio dell’economia. Ma, appunto, ha comprato con denaro precedentemente guadagnato. E mentre nel caso di Keynes può avvenire che non non saldi mai il debito, nel caso dell’economia classica il sistema è comunque in equilibrio.
Il sistema di Keynes comunque funzionerà se colui che ha ricevuto un incentivo al consumo poi vorrà, e soprattutto potrà, guadagnare per restituire quanto ricevuto. Se invece ciò non avverrà, come nel caso dei sussidi a persone improduttive, si avrà un assistenzialismo parassitario che, alla lunga, potrebbe divenire un peso insostenibile per lo Stato.
Un altro fondamentale dogma di Keynes (parecchio impressionato dalla crisi del ’29, in America) fu che l’economia classica, con la teoria dell’offerta, non conduce affatto al pieno impiego e al contrario può anche produrre lunghi periodi di disoccupazione. Dunque non bisogna lasciare che l’economia della nazione operi da sé: lo Stato deve intervenire (macroeconomia) per esempio sfavorendo il risparmio (moneta sterile) e favorendo gli investimenti. Al limite, per creare posti di lavoro, deve lanciare grandi lavori pubblici anche non strettamente necessari, a costo di pagarli con denaro semplicemente stampato allo scopo.
Al riguardo si può avere qualche perplessità. Che l’economia classica non sia stata capace di evitare una disoccupazione di lungo periodo è vero. Ma neanche l’economia keynesiana, in cui siamo immersi da molti decenni, riesce ad evitarla. L’Europa ha adottato politiche keynesiane per sessant’anni e oggi abbiamo un’enorme disoccupazione.
Forse bisognerebbe guardare al problema da un diverso punto di vista. In Europa abbiamo una grande immigrazione. Ciò significa che, in nero, sottopagati, sfruttarti, tutto ciò che si vuole, gli immigrati il lavoro lo trovano. Mentre disoccupati sono i lavoratori che non accettano né lavori troppo umili né paghe troppo basse. E nessuno dice che debbano farlo. Ma rimane che li accetterebbero se avessero veramente bisogno. Tutto ciò sarà lontano dall’etica e dal sindacalismo, ma non per questo è meno vero. L’economia classica, non soccorrendo nessuno, obbliga tutti a lavorare, se vogliono sopravvivere. Un’economia moderna e assistenziale cambia invece i parametri, e può anche darsi che sia un bene: ma non bisogna dare la colpa della disoccupazione all’economia classica.
I ferventi di Keynes reputano che la moneta sia manovrabile ad libitum e alle obiezioni che precedono risponderebbero che i guai attuali dipendono dall’euro e dal conseguente impegno ad evitare l’inflazione. Se il Paese fosse libero di emettere moneta a volontà, potrebbe operare grandi investimenti, concedere grandi aumenti di salario ai lavoratori, favorire la domanda e rilanciare l’economia. Anche qui, la teoria potrebbe essere esatta se, trattandosi di una crisi congiunturale, bastasse una spintarella per far ripartire una macchina ferma ma è ancora in eccellenti condizioni. Cosa di cui non siamo sicuri. Ma vediamo come si comporta lo Stato, quando vuole spendere il denaro che non ha.
Il primo modo in cui lo Stato può erogare somme di cui non dispone è quello di stampare denaro, distribuirlo o investirlo. Naturalmente lo fa sperando che si produca un tale rilancio dell’economia da riassorbire il circolante in più, ma mentre questa è soltanto una speranza, è sicuro che si provoca inflazione. E questa è crudele innanzitutto con i percettori di reddito fisso, lavoratori dipendenti e pensionati.
Un secondo modo di procurarsi denaro è l’emissione di titoli di Stato. Questo è un caso che ci interessa molto, perché è ciò che si è verificato dovunque. Mentre gli investitori cominciano a lucrare gli interessi (questa è quella “moneta sterile” che Keynes aveva in gran disprezzo) lo Stato ottiene il liquido nel modo più indolore: non provoca inflazione, non tassa i cittadini e il ricavato lo può immettere in circolo per consumi e per rilanciare la domanda. Purtroppo nella realtà questo rilancio non si è avuto, le spese dello Stato sono aumentate in modo esponenziale e i titoli sono diventati una valanga. Oggi il debito pubblico ha raggiunto in Europa la media del 92% del pil e si possono pagare gli interessi soltanto contraendo ulteriori debiti. Gli Stati, anche per i regolamenti dell’Unione Europea, fanno di tutto per lottare contro il debito sovrano, ma dovunque esso rimane in continuo aumento.
L’Italia è in preda ad un’invincibile stagnazione, ed è minacciata da un’astronomica massa di “denaro sterile” (il debito pubblico) che in occasione di una crisi di fiducia potrebbe riversarsi nell’economia. Sarebbe come una diga che si rompe e provoca tutta in una volta l’inflazione che, col semplice metodo del denaro inflativo, si sarebbe prodotta a poco a poco.
L’economia della domanda si fonda sul presupposto mitico che, dando del denaro a qualcuno perché lo spenda, costui poi vorrà e potrà attivarsi – come nella parabola evangelica dei talenti – per moltiplicare quanto ha ricevuto. Purtroppo, ciò non sempre è possibile e comunque non sempre si verifica7.
Fra l’altro, i vantaggi non meritati sono pericolosi. Si è visto anche in campo internazionale: gli aiuti al Terzo Mondo in qualche caso hanno piuttosto danneggiato che aiutato i Paesi beneficiari. In Italia in particolare il denaro dello Stato induce i cittadini poco corretti ad approfittarne illecitamente. La Regione Siciliana offriva incentivi per creare industrie e così i maneggioni facevano finta di crearle, incassavano i contributi e sparivano. Lo Stato avrebbe fatto meglio a detassare le imprese esistenti, piuttosto che a cercare di farne nascere artificialmente delle nuove, con l’intervento attivo predicato da Keynes.
Un’ultima nota riguarda il modo come la teoria di Keynes è stata letta dai politici. Credendo che lo Stato, quando investe e regala soldi ai consumatori, fa qualcosa di meritorio per l’economia, i politici ne hanno dedotto che potevano spendere senza nessuna preoccupazione. Il risultato è stato la corruzione, il debito pubblico, una tassazione soffocante e, come esito finale, una crisi che dura da molti anni.
Un vecchio detto così suona: “Se questi sono gli amici, meglio avere dei nemici”. Analogamente, se Keynes voleva renderci tutti occupati ed economicamente prosperi, dobbiamo forse cercare qualcuno che ci voglia rendere disoccupati ed affamati. Chissà che non vada meglio.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
31 luglio 2015



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POLITICA
30 luglio 2015
IL FIGLIO DI GHEDDAFI, CONDANNATO A MORTE


Il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, è stato condannato a morte, per fortuna in contumacia: nel senso che il gruppo libico che lo tiene in galera da circa quattro anni non è lo stesso che l’ha condannato. Dunque può anche darsi che quella condanna sia servita solo a far scrivere qualche distratto titolo di giornale. Ma va lo stesso spiegato perché è stata usata l’espressione “per fortuna”.
La condanna a morte del nemico è pratica antichissima e dunque non ci si stupisce. Malauguratamente l’epoca contemporanea da un lato è feroce come tutte le altre, dall’altro vuole anche “avere ragione”: dunque non si limita ad uccidere, vuole anche condannare. E con questo crea un problema. Infatti è un errore pretendere di applicare alla politica e alla guerra le regole previste per il tempo di pace, fra privati.
Prendiamo un esempio classico. Una “diversione”, in guerra, è un’azione militare tendente ad ingannare il nemico. Il generale ordina ad un reparto di attaccare il nemico nel punto A, in modo che la reazione si concentri su quel punto (massacrando totalmente il reparto) mentre il grosso dell’esercito attacca il punto B, che il nemico ha lasciato relativamente sguarnito. Se l’operazione riesce, il generale è considerato un bravo tattico e probabilmente gli saranno affidate altre iniziative, nella speranza che abbia lo stesso successo. Ma come stanno le cose dal punto di vista penale?
Secondo il codice, si può uccidere per difendersi da un pericolo più o meno mortale, e si può anche uccidere per salvare un’altra persona, ma il pericolo deve essere attuale e non altrimenti evitabile. Il caso del generale è del tutto diverso. Personalmente non era in pericolo e non era in pericolo nemmeno il suo esercito, quanto meno sul momento. Dunque l’alto ufficiale ha ordinato ad un reparto di andare incontro a morte pressoché sicura, e per il diritto penale questo è omicidio volontario. Va dunque condannato?
Nient’affatto. Va soltanto riconosciuto che la guerra non ha le stesse regole della vita normale. E non le ha neppure la politica. Questa trasgredisce correntemente i dettami della morale, della correttezza, della lealtà e persino dell’onore. La sua stella polare – e stiamo parlando dei migliori politici - è l’interesse dello Stato. Dinanzi ad esso ogni altra considerazione deve cedere il passo. Proprio per questo, nel caso di una sommossa, la decisione di tollerarla, incoraggiarla o reprimerla nel sangue non è una decisione giuridica, è una decisione politica. Chi decide deve rispondere soltanto a questa domanda: quale comportamento è più conveniente per lo Stato?
E in seguito, se la sommossa si trasforma in rivoluzione vincente, chi ne aveva ordinato la repressione sanguinosa (è il caso di Saif al-Islam) non va condannato. I vincitori infatti non hanno il diritto morale di ergersi a giudici semplicemente perché, al posto del precedente governo, si sarebbero comportati nello stesso modo. La storia russa ci ha raccontato cento volte la nequizia dello zar che ordinò di sparare sui rivoltosi inermi, ma il regime che seguì - quello di Lenin e Stalin - fu forse più tollerante e meno sanguinario?
Si può uccidere il nemico vinto, ma perché avere la pretesa di farlo in nome della legge e della giustizia? L’unico atto per il quale è concepibile che intervenga il codice penale è quello non giustificato né dal punto di vista politico né da quello militare. Perché in questo caso, il soggetto agisce in quanto privato cittadino. Saddam Hussein andava condannato a morte parecchie volte, per le cose che ha fatto, ma non per la ragione per la quale è stato impiccato. La repressione col gas, uccidendo migliaia di persone, fu un atto politico: eccessivo, crudele, inumano, ma pur sempre politico. Né si può dire ai governi degli Stati sovrani in che modo devono governare.
Una inevitabile nota, in questo campo, riguarda il processo di Norimberga. Una ferita che non si rimarginerà mai. Qui il giudizio è complesso e per così dire sfrangiato, a causa delle molte perplessità da esso sollevato. Comunque fra le imputazioni ve n’è una ridicola e antigiuridica: l’inedito “reato” d’avere scatenato una guerra d’aggressione. A parte il fatto che è difficile distinguere una guerra d’aggressione da una guerra difensiva (quella “Dei Sei Giorni”, in cui Israele sferrò il primo colpo, fu forse una guerra d’aggressione?) a parte il fatto che bisognerebbe condannare come criminali personaggi del calibro di Alessandro Magno o Giulio Cesare, non si può condannare nessuno per un reato che non era previsto come tale al momento della commissione.
Viceversa non si può definire “azione di guerra” lo sterminio degli ebrei: questo costituì esclusivamente il più grande crimine doloso della storia, come dimensioni. Le stesse morti per fame (provocate da Mao Tse Tung) potrebbero ancora essere giudicate in grande misura “reati colposi”, ma per la Shoah non esistono esimenti. E tuttavia, anche qui, chi fu colpevole? Hitler, certamente, ma era morto. Anche Himmler, probabilmente. Ma chi aveva obbedito ai loro ordini? Brutto problema.
Per tutti questi motivi si guarda agli eventi libici con una certa mestizia. Non perché il figlio di quel dittatore sia simpatico, ma perché si osserva un ulteriore esempio della pretesa contemporanea di fare ciò che si ha voglia di fare, con in più la pretesa che corrisponda alla legge e alla giustizia. Questo ameremmo ci fosse risparmiato.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 luglio 2015



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POLITICA
30 luglio 2015
PIOTR ILJICH CHAIKOVSKIJ



Nell’ambito della musica, c’è un solco incolmabile fra i competenti e non competenti. Quando si affacciano sul panorama della musicologia i non competenti si rendono conto di essere degli analfabeti che non sanno che cosa hanno ascoltato, per anni ed anni. Anche se per caso hanno imparato a suonare uno strumento. Da ciò bisognerebbe dedurre che in materia di musica nessuno deve aprire il becco, se non è adeguatamente attrezzato, teoricamente, e se non è capace di seguire l’esecuzione tenendo sotto gli occhi lo spartito.
Ma è possibile un diverso punto di vista. È vero che dietro la musica vi è una sapienza tecnica enorme, ma è anche vero che il compositore non parla tanto ai suoi colleghi, quanto agli ascoltatori normali. Quelli che non sanno niente di contrappunto e dello “schema sonata”. Ascoltatori che proprio per questo sono felici quando possono chiamare una sinfonia di Beethoven “Eroica” o una sinfonia di Schumann “Romantica”.
Un paragone irriverente si può fare con i ristoranti. Il grande gourmet può apprezzare al di sopra di tutti i piatti cucinati da un piccolo cuoco in un ristorante medio, ma il ristorante di grande successo è quello che incanta il maggior numero di consumatori danarosi. La gastronomia infatti si rivolge piuttosto a questi ultimi che al solitario intenditore. Ed è appunto con tutta l’umiltà del semplice consumatore che mi permetto di dire la mia su un autore, Piotr Iljich Chaikovskij, che pure, fra i compositori, pongo ai livelli più alti.
La grande musica – quella che riempie i teatri e manda in visibilio il pubblico – non è astrusa. I capolavori dispongono invariabilmente di grandi melodie. Ecco perché fra i più grandi autori ci sono i più fortunati inventori di melodie: Bach (per esempio il Bach dei Brandeburghesi), Beethoven, Brahms, per non parlare dell’inesauribile Mozart o del fanciullo prodigio Schubert. Altri autori, magari maestri di composizione, non sono stati amati dalla Musa della melodia. La loro musica, pure gradevole, quella melodia sembra cercarla disperatamente, a volte senza trovarla, a volte trovandone un mozzicone su cui costruire l’intera opera. Si pensa a Bruckner, a Wagner, a molta parte di Mahler e a tanti altri. Il principio è confermato dal fatto che esistono compositori che hanno scritto, come tutti, un grande numero di ore di musica, e tuttavia fanno parte del pantheon musicale per un’opera o due. Rimksij Korsakov non ha composto nulla che sia all’altezza di Scheherazade, ma quell’opera è così bella e melodiosa che basta, da sola, a fargli un grande posto nella storia della musica. E la stessa cosa può dirsi di César Franck, che merita un proprio altare per la Sinfonia in Re Minore e per la celebre sonata per violino e pianoforte o di Berlioz e della sua “Sinfonia Fantastica”.
Così si viene a Chaikovskij, indubbiamente un genio che in materia di melodia può rivaleggiare con Schubert. Inoltre, le sue orchestrazioni fastose e “flamboyantes” lasciano un’impressione indelebile. Trascinano l’ascoltatore fino a rapirlo in un universo diverso fatto di note e di suoni che turbinano nell’etere come un tornado. Da giovane, uscivo dall’ascolto della “Patetica” spossato, come avessi scalato una montagna, fatto l’amore per un’ora, bevuto una bottiglia di cognac. E non faccio paragoni con l’eroina soltanto perché non l’ho mai provata. Chaikovskij nella musica non è soltanto ascolto, è un’invasione sonora, è un’emozione violenta, è un piacere carnale.
E tuttavia. Tuttavia c’è un problema di misura che non si riesce ad eliminare. Se una donna è bella, molto bella, anzi, bellissima, a che scopo vestire in maniera provocante, eccedere nel trucco, assumere pose lascive per sottolineare quanto è attraente? Perché non accettare il semplice fatto che gli altri hanno occhi per vedere e cervello per capire? Chaikovskij disturba la sua stessa musica perché ciò che ha da dire non lo dice, lo grida. Il coinvolgimento che Bach realizza con una bellezza e purezza di livello divino (si pensi alla cantata “Die Himmel erzälen die Ehre Gottes”) Piotr ce l’impone con i timpani, i piatti, la piena orchestra, un frastuono che a volte fa quasi dire, mentalmente: “Guarda che non sono ancora sordo”.
Una volta, avendo io definito “retorica” la sua musica, fui acutamente corretto dal mio interlocutore che la definì piuttosto “enfatica”. Ed è l’enfasi, che disturba. La Guerra del Peloponneso di Tucidide è piena di discorsi di ambasciatori e di uomini politici, e tutti cercano di convincere gli ascoltatori. E tuttavia nelle loro parole la retorica è praticamente assente. Usano i loro argomenti, non semplici suggestioni, lasciando agli ascoltatori il compito di soppesarli. Come fa Mozart, che anche per questo sarà costantemente più in alto di Chaikovskij. Il suo livello è il massimo senza che lui alzi mai la voce, senza che – come Wagner – abbia bisogno di molte decine di esecutori per dire ciò che ha da dire. La bellezza della sua musica non ha bisogno di sottolineature, di accentuazioni, di suggestioni. In una parola di enfasi.
Chaikovskij mi incanta, ma nello stesso tempo, mentre l’ascolto, vorrei tanto potergli fare, con la mano, il gesto di abbassare il tono. Ma lui non mi ascolta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 luglio 2015



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POLITICA
29 luglio 2015
GLI ITALIANI E IL NO

GLI ITALIANI E IL NO
Per fatto personale.
Antefatto inevitabile. Avevo scritto un mordace articoletto sulla “Libidine del no”(1), cioè del piacere che, nel dubbio, tanta gente ha di dire no piuttosto che sì, di rifiutare le novità e a volte perfino il progresso, e un amico mi ha chiesto se la conclusione (il piacere di dire di no dipende dal fatto che “la gente è stupida, ignorante e complessata”), si riferisse particolarmente agli italiani. “Gli stupidi e gli ignoranti ci sono in qualsiasi altro Paese, spesso più che in Italia. E allora perché?” Qui si abbozza una risposta.

Il nazionalismo, oltre a falsare il giudizio, rende ridicoli. Ma è anche necessario astenersi da un compiaciuto disprezzo del proprio Paese, perché anch’esso falsa il giudizio. Parlare della propria patria con obiettività è dunque estremamente difficile. Forse impossibile. Né ci si può fidare del giudizio degli stranieri, perché anch’essi hanno i loro pregiudizi. Noi italiani abbiamo i nostri difetti, ma siamo spesso giudicati peggio di quanto meritiamo da francesi, inglesi, tedeschi e persino svizzeri. Dunque ciò che dirò non pretende patenti di verità obiettiva. Dirò soltanto, onestamente, come la penso.
A mio parere l’Italia soffre di alcuni handicap: non è stata a lungo unita come lo sono state la Francia, la Spagna e l’Inghilterra, e dunque ha un complesso riguardante la potenza militare. Prima dell’unità siamo stati ovviamente incapaci di pensare in termini nazionali, dopo l’unità siamo stati incapaci di pensare in termini di lealtà internazionale: almeno quel minimo che potesse impedire la nascita del detto: “gli italiani non finiscono mai una guerra con gli stessi alleati con cui l’hanno cominciata”. Non m’interessa se sia vero o no, so soltanto che nessuno lo dice degli spagnoli.
I nostri complessi sono accentuati dalla coscienza della grandezza del nostro passato culturale e artistico. Il contrasto fra la grandezza intellettuale della Penisola, e la sua pochezza nell’ambito internazionale, è da sempre stridente.
Il secondo handicap è il non avere beneficiato della rivoluzione morale del Protestantesimo. La Germania che pure aveva – come noi – un passato militare ben poco glorioso (almeno fino a Sadowa) è divenuta una ragguardevole potenza militare per la coesione e l’affidabilità del suo popolo. Noi italiani invece siamo rimasti una nazione caotica, scucita, che non ha nessuna fiducia nei suoi governanti. E con qualche ragione Basta pensare a come l’ultima guerra ci disonorò: da sciacalli opportunisti dichiarammo guerra alla Francia agonizzante nel 1940, e proseguimmo poi con la dichiarazione di guerra alla Germania agonizzante nel 1943.
A titolo personale gli italiani sentono di valere quello che valgono, e lo dimostrano ogni volta che vanno all’estero. A titolo di collettività hanno invece dei complessi. Pur disponendo della lingua che per prima ha avuto una grande letteratura in Europa, scimmiottano l’inglese, usandolo ad ogni piè sospinto ed anche a sproposito, ma riescono tuttavia a non impararlo. Nel loro intimo sono convinti che ciò che avviene all’estero, e in particolare negli Stati Uniti, sia per ciò stesso migliore di ciò che avviene in Italia, e dunque da imitare. E che cosa imitiamo più volentieri? Il peggio.
In questo campo c’è un esempio indimenticabile. Nel 1967 leggevo allibito ciò che avveniva all’università di Berkeley e mi sembravano follie che rischiavano di danneggiare l’insegnamento universitario e la cultura. E tuttavia il movimento fu imitato alla grande da un altro grande Paese, la Francia, che cominciava a perdere fiducia in sé, tanto da bere whisky pur avendo il cognac. Lì il ’68 divenne una rivoluzione che non vinse semplicemente perché – a parte gli slogan e le mode – non aveva idee. Il famoso Soixante-huit fu presto dimenticato.
Ma quando, imitazione di un’imitazione, il movimento giunse in Italia, fu vissuto con un entusiasmo sconosciuto altrove. Negli Stati Uniti e in Francia presto non se ne parlò più, in Italia durò anni ed anni. Ancora decenni dopo c’era gente – e forse c’è ancora – che diceva: “Io ho fatto il Sessantotto”. Più o meno come un soldato della Grande Armée poteva dire: “Io ho fatto la campagna di Russia”.
È per questa tendenza all’imitazione e all’esagerazione delle mode che gli italiani hanno tendenza a dire di no. Dire di no è caratteristico di chi è progredito e sazio. Anni fa i più sazi erano gli americani: infatti inventarono una parola sprezzante, il “consumerism”, il consumismo. Dimenticando che questo malanno è infinitamente più piacevole della miseria e della fame. Ma noi ci allineammo, e ci schierammo contro il consumismo anche prima di averlo.
La nostra ansia di stare con i vincitori si vide anche dopo la guerra. Dopo avere applaudito per vent’anni Mussolini, da un giorno all’altro, essendo cambiato il vento, gli italiani stramaledirono tutto, di quei vent’anni, e finsero di credere di avere vinto quella guerra che avevano disastrosamente perduto. Fino a festeggiare, il 25 aprile, il completamento dell’invasione straniera. Quando dico che, leggendo un libro di storia non scritto in italiano, della nostra Resistenza praticamente nessuno parla (a differenza di quella jugoslava o francese) tutti mi guardano stupiti. Ma, non conoscendo lingue straniere, non possono controllare.
Ecco perché ho poca stima degli entusiasmi dei nostri connazionali. La loro voglia di dire di no a tutto fa parte delle mode.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 luglio 2015
(1) http://pardo.ilcannocchiale.it/2015/07/27/la_libidine_del_no.html



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POLITICA
27 luglio 2015
LA LIBIDINE DEL NO




Un lettore (39aghi, su www.lsblog.it) constata che: "Siamo comunque il Paese dei No global, No Tav, No Nucleare, No Ponte sullo stretto, No Ogm..." e amerebbe avere una spiegazione del fenomeno. Impresa ardua. Si può provare a fornirne una, senza avere la pretesa di raggiungere una verità incontestabile.
La differenza fra il sì e il no non è soltanto la dichiarazione di essere d’accordo o in disaccordo. “Sì” significa anche: “hai ragione”, mentre “no” significa: “hai torto”. E allargando l’ambito, “sì” significa: “sei forse più bravo, più intelligente, più informato di me”, mentre “no” corrisponde ad attribuire a sé stessi quelle qualità.
Inoltre “sì” significa: “quello che dici, quello che mi offri, quello che mi proponi” è degno di me, mentre “no” significa che meritavamo di meglio, che ciò che ci viene proposto non è alla nostra altezza. “Posso offrirti una buona grappa?” è una frase allettante. E chi dice di sì è una persona normale. Chi dice “no, grazie”, invece, può anche voler dare ad intendere: “Non ho bisogno che nessuno me la offra”. O, addirittura: “Io bevo soltanto cognac. E di grande marca”.
Sì corrisponde anche ad accettare un rischio, no corrisponde alla speranza di non modificare la situazione presente. “Sì” è un’apertura sul prossimo, “no” una chiusura, forse altezzosa. “Si” è una mano tesa, “no” può perfino preludere a una minaccia. Insomma quei due monosillabi corrispondono a due diversi atteggiamenti mentali i quali, soprattutto nelle “menti piccole”, possono provocare una grave interferenza rispetto agli elementi obiettivi di giudizio. In teoria infatti rispondere sì o no dovrebbe dipendere esclusivamente dall’opinione che si ha rispetto alla questione: un uomo equilibrato ed intelligente risponde a qualunque domanda onestamente, senza tener conto dell’effetto che farà la sua risposta e senza preoccuparsi dell’opinione che il prossimo si farà di lui. Un vecchio detto latino suonava: “Amicus Plato, magis amica veritas”, posso stimare Platone, ma stimo di più la verità. Viceversa i minus habentes hanno un altro parametro. Per queste persone il detto diviene: “Amica veritas, magis amica species”, stimo la verità, ma stimo di più l’apparenza, la figura che faccio, affermando l’una cosa o l’altra.
Il “no” inoltre, in un’epoca di pace quasi secolare come la nostra, è anche incoraggiato dalla perdita di valore del coraggio. Cristoforo Colombo rischiava la vita sulla base dei pochi dati (erronei) di cui disponeva, e senza sapere che avrebbe potuto contare fino a destinazione sul favore dell’aliseo; oggi si accetta come qualcosa di saggio e positivo il “principio di precauzione”: “Non so se fa male, non so se sia pericoloso, ma nel dubbio che potrebbe far male, nel dubbio che potrebbe essere pericoloso, dico di no”. E dunque bisogna vietare gli ogm, prevalendo persino sul parere degli scienziati, sul fatto che dovunque siano consumati non fanno male e persino sulla semplice constatazione che anche un bassotto e un alano sono organismi geneticamente modificati.
Il misoneismo è uno dei principali effetti della libidine del no. In questo caso “no” significa che chi lo propone forse lo fa per un motivo deteriore e comunque che di quella cosa non si ha bisogno. Alcuni, per dire di no, si dichiarano contro la novità in quanto tale. Classica la frase di chi ha paura dell’aeroplano: “Se Dio avesse voluto che volassimo, ci avrebbe fatto le ali”. Ma poi gli stessi comprano medicinali che Dio non ha creato, e usano l’automobile che certo non fece parte di ciò che Noè imbarcò su un’arca roll on, roll off.
In passato, per motivi altrettanto discutibili, si è stati contro il parto indolore. Semplicemente perché nella Bibbia Dio aveva detto alla donna “Tu partorirai nel dolore”. Certo, aveva anche detto all’uomo: “Tu ti guadagnerai il pane col sudore della fronte”, eppure l’umanità non ha mai protestato contro il trattore o contro la ruspa. Ma già, a chi importa del dolore delle donne?
Il colmo si raggiunge nei giovani sbandati, quelli che non lavorano e non studiano, tanto paga tutto papà. Quelli che non sono nemmeno informati e men che meno competenti riguardo a ciò contro cui protestano, e intanto gridano: “No TAV!”, “No nucleare!”, “No ogm!”. Citrulli semplicemente incantati dalla magia del “no”. E magari dall’occasione di menare le mani, come fanno tutti i figli viziati che non temono una reazione veramente dura dei genitori e dell’autorità. Infatti non ci furono mai proteste di piazza, contro Stalin.
La risposta all’amico lettore è dunque semplice: perché tanta gente ama dire di no? Perché è stupida, ignorante e complessata.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
26 luglio 2015



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POLITICA
26 luglio 2015
LA TURCHIA - DICONO - ENTRA IN GUERRA


L’enfasi può essere nemica della comprensione. Quando i giornalisti dicono che la Turchia “ha dichiarato guerra” allo Stato Islamico dimostrano la loro insufficiente professionalità.
In primo luogo, almeno dal giorno di Pearl Harbour, la formale dichiarazione di guerra non è più, come un tempo, di stretta osservanza. In secondo luogo, Ankara non dichiarerebbe mai guerra a quello “Stato”, perché con ciò stesso ne riconoscerebbe l’esistenza e la natura di Stato. Scendendo poi al livello dei fatti che si sono verificati, pare che la prima incursione turca abbia fatto trentacinque morti fra i jihadisti del preteso califfato. Se così fosse, staremmo parlando più d’una rissa che d’una battaglia.
Ciò non significa che il fatto sia privo d’importanza. Innanzi tutto la Turchia, decidendo quell’azione, sapeva perfettamente in che modo l’avrebbero interpretata i giornali. E dunque questa interpretazione - nel senso di un preciso schieramento - l’ha voluta. In secondo luogo, ha concordato l’azione con gli Stati Uniti e questa è una novità notevole: significa che, dopo il gelo del passato, la collaborazione fra i due Paesi ha fatto molti passi avanti. In occasione della seconda guerra contro l’Iraq, Washington chiese ad Ankara il permesso di usare la base aerea di Incirlik, e la Turchia disse no, mentre proprio in questa occasione ha permesso – o permetterà – agli statunitensi di usare esattamente quella base. Ed anche l’effetto mediatico di questo particolare non poteva essere ignoto al governo turco.
Una piccola nota riguarda Washington. La politica estera di Obama, da applaudire dal punto di vista statunitense, ne esce ancora una volta confermata: non bisogna rischiare una goccia di sangue americano. Bisogna lasciare che i diversi Stati coinvolti risolvano fra loro i conflitti, mentre gli Stati Uniti si limitano ad appoggiare l’uno o l’altro, secondo i propri interessi nella zona. Il risultato sperato è quello di diminuire i costi dell’azione, ricavandone lo stesso il massimo.
Quanto al prevedibile comportamento di Ankara nei confronti dello Stato Islamico e degli altri protagonisti della zona, è possibile che i turchi, dopo l’attentato di Suruc, abbiano voluto avvertire al Baghdadi che non era il caso di strappare penne al Turkey. Come potrebbe anche darsi che, dopo essere stati a lungo alla finestra, abbiano finalmente deciso di schierarsi. Forse attendevano il casus belli e i fanatici del “califfato” gliel’hanno offerto con quell’attentato. Hanno avuto la scusa “morale” per intervenire ed hanno anche approfittato del clamore dell’iniziativa per mettere in ombra la repressione contro i curdi, lanciata in contemporanea.
Comunque è molto difficile credere che lo scopo sia quello di sconfiggere lo Stato Islamico. Militarmente la Turchia potrebbe farlo senza difficoltà, ma non vi ha sufficiente interesse. Attualmente, a quanto s’è letto, lo scopo sarebbe quello di creare lungo la frontiera turco-siriana una fascia larga circa quaranta chilometri e lunga circa cento, partendo dal mare ed andando verso est. Questa zona andrebbe liberata dallo Stato Islamico e affidata ai ribelli anti-Assad, perché se ne servano contro il regime di Damasco. Ankara ha sempre vivamente desiderato veder eliminato l’autocrate siriano anche perché protetto dall’Iran shiita, l’unico Stato che potrebbe contendere alla Turchia l’egemonia regionale.
In che senso e in che direzione si evolverà la situazione è difficile dire. Fra l’altro l’ambiguità turca si estende anche all’interno del Paese. Con le ultime elezioni il partito del Presidente Erdogan, che fino ad ora era passato da un successo all’altro, ha subito una grave battuta d’arresto, tanto che oggi non si sa in che misura sarà frenata la tendenza islamista del Paese e in che misura si faranno sentire i laici e i militari.
Almeno sulla carta e non contando Israele, la Turchia ha l’esercito più po-tente della regione, ma non sembra miri all’occupazione e alla conquista di altri Paesi. Il suo interesse è fondamentalmente egemonico ed essa tende soprattutto a porsi come campione della “turchità”, se così possiamo dire, stabilendo speciali rapporti con i Paesi cui l’apparentano la lingua e le tradizioni.
Probabilmente Ankara negli scorsi mesi ha voluto vedere dove si sarebbe fermato lo slancio dello Stato Islamico, e al riguardo già oggi può dirsi che la spinta propulsiva di quei fanatici sembra essersi fermata. Dunque difficilmente lo Stato Islamico potrà proporsi come potenza egemone regionale: e ciò fa anche declinare l’interesse ad eliminarlo. Inoltre può darsi che questo “lavoro sporco” lo facciano l’Iran shiita, che certo non gradisce un vicino sunnita e fanatico per giunta, gli Stati Uniti, con la loro potenza aerea, e l’Arabia Saudita e forse gli Emirati con la loro potenza economica.
Dai recenti avvenimenti non si può dedurre nulla di definitivo e il quadro è ancora confuso. Può darsi si tratti di fatti senza importanza. Può darsi che si annuncino notevoli cambiamenti nella regione. Allo stato, non rimane che attendere gli ulteriori sviluppi.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 luglio 2015




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POLITICA
25 luglio 2015
IL RINVIO E LA SOLUZIONE


Il salvataggio della Grecia – un Paese tecnicamente fallito da anni - ha una sola spiegazione: si è voluto evitare che si creasse un problema di credibilità per l’intera eurozona. Ed effettivamente la paura di quell’allarme era tanto diffusa che, secondo lo stesso Mario Draghi, in caso di uscita della Grecia dall’euro “si sarebbe navigato in acque ignote”. Una possibile interpretazione del comportamento di Alexis Tsipras è che sia stato proprio contando su questa paura che, alla fine di giugno, egli ha tirato la corda fino a romperla. È stato quando l’Europa si è rassegnata alla Grexit, e i mercati hanno detto che non temevano poi troppo l’evento, che le autorità europee hanno ritrovato il coraggio di dire di no, ed anzi ne hanno approfittato per imporre alle Grecia condizioni ancor più gravose.
Ma questa è cronaca. Più interessante è chiedersi: con il salvataggio della Grecia il problema è stato risolto o rinviato? Non soltanto la Grecia non è l’unico Paese pesantemente indebitato, ma neanche gli altri saranno mai in grado di rimborsare il denaro pubblico contratto. Come se non bastasse esso continua ad aumentare e dunque la conclusione è che o si trova una soluzione per tutti, o quel debito una soluzione la troverà da sé: con una mostruosa crisi di borsa mondiale.
Qui si propone un gioco. Ciascuno si attribuisca ipoteticamente i poteri di un dittatore mondiale e cerchi di risolvere in un sol colpo il problema di tutti i Paesi. Inclusi gli Stati Uniti e incluso il Giappone. E sarà pure lecito concludere: “Forse ho capito perché in Europa tendono tanto a rinviare il problema. Neanche loro sanno come risolverlo”. Chi invece riesce ad immaginare una soluzione deve tenere conto almeno delle seguenti obiezioni.
Con la soluzione:“Nessuno paga nessuno”, la perdita dei crediti ricadrebbe in modo ineguale sulla gente, e punirebbe in modo pesantissimo soprattutto coloro che hanno avuto fiducia nello Stato. Inoltre si violerebbe il principio di uguaglianza di tutti i cittadini, penalizzando il risparmio, in violazione della Costituzione (art.47). Altro effetto: poiché molti crediti sono detenuti dalle banche, la perdita di quei cespiti, aggravata dalla piramide dei Credit Default Swaps, potrebbe destabilizzarne tante, facendole fallire. E anche per questa via i clienti sarebbero derubati dei loro averi.
Problemi internazionali: tutti gli Stati perderebbero la possibilità di ulteriori crediti; si danneggerebbe gravemente il commercio mondiale; nel caso di Stati vicendevolmente indebitati, alcuni debiti sarebbero compensati, e il massimo beneficio l'avrebbero gli Stati Uniti, che hanno in termini assoluti il massimo debito pubblico, e la cui moneta è tenuta come moneta di riserva anche da Paesi poveri. Dunque i Poveri sarebbero derubati dal ricco. Questo scenario è così poco inverosimile che, prudentemente, la Cina pare abbia cominciato da tempo a liberarsi dei Treasury Bonds. Essa compra quanti più beni può all’estero, perché vuole possedere beni e non carte. Gli Stati Uniti viceversa non perderebbero praticamente nulla, perché non risulta posseggano molti titoli del debito sovrano degli altri Paesi.
La soluzione: “Intanto noi non paghiamo nessuno e torniamo alla valuta nazionale” è certamente possibile, ma non si può sperare di essere gli unici ad adottare questo comportamento. Dunque si innescherebbe la reazione di cui al paragrafo precedente, cui rimane il dovere di rispondere.
Altra soluzione: “Non dico che non pagherò, pagherò a poco a poco”. Nel caso dell’Italia, volendo rimborsare il capitale in dieci anni, il primo anno dovremmo pagare circa 215 mld. E in più i circa 70 mld d’interessi che già paghiamo. Alzi la mano chi crede che sia possibile. Anche spalmando i pagamenti su vent’anni, bisognerebbe mettere in conto 107 mld più la somma per gli interessi. Rimaniamo nel campo dell’impossibile.
Un’altra soluzione sarebbe quella di riuscire ad incrementare il nostro avanzo primario fino al 10% del prodotto interno lordo (aumento netto della ricchezza prodotta rispetto alle spese, esclusa quella per gli interessi del debito pubblico) per poi rimborsare il debito con quell’avanzo primario. Quante persone pensano che l’Italia possa avere nei prossimi dieci anni un costante avanzo primario del 10%, che la Cina non ha più da tempo e non conta di riconquistare?
Ulteriore ipotesi. Lo Stato, tornato alla valuta nazionale, comincia a rimborsare il capitale del debito semplicemente stampando moneta. Sempre considerando vent'anni, ciò significherebbe immettere in circolo 107 mld l'anno: non soltanto si provocherebbe una notevole inflazione, con i conseguenti danni sociali a carico dei più deboli, ma anche un discredito dei nostri titoli. Infatti si si saprebbe che nel tempo il loro valore (in termini di potere d’acquisto) diminuirà e per conseguenza tutti cercherebbero di disfarsene. Ciò potrebbe portare ad una crisi borsistica devastante, per l’Italia, accelerando quell’inflazione che si intendeva dosare.
Naturalmente si possono contestare queste ipotesi e farne parecchie altre ma, appunto, la discussione è appena cominciata.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 luglio 2015



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POLITICA
24 luglio 2015
L'AZZERAMENTO DELLA STORIA


Ne quid nimis. Nulla di troppo. Se c’è qualcosa di utile, di corroborante, ed anche di piacevole, è un bel riposo a letto. Ma stando sempre a letto si rischiano le piaghe da decubito, la decalcificazione delle ossa e una perdita di tono muscolare che arriva all’incapacità di stare in piedi. Nello stesso modo, se c’è qualcosa di orribile è la guerra, e se c’è qualcosa di prezioso è la pace. Ma ciò non significa che la pace non abbia controindicazioni.
In tempo di guerra è come se la storia si mettesse a correre. I conflitti comportano estese distruzioni e tremendi massacri ma anche impressionanti progressi in campo scientifico e militare. Per non dire di altri possibili, epocali effetti: il portato della Rivoluzione Francese non si sarebbe tanto velocemente diffuso in tutta l’Europa, e in particolare in Italia, senza le guerre napoleoniche.
In condizioni normali, invece, una nazione amministra l’esistente e le sue modificazioni sono lente e progressive. Inoltre è come se la gente a poco a poco perdesse i parametri fondamentali. Dimentica che la violenza è iscritta nella natura umana e la considera come qualcosa di superato per sempre. Dimentica il valore del cibo, perché la fame è un’esperienza d’altri tempi. Trova l’egoismo quasi un atto di cattiva educazione, mentre esso è il fondamento ineliminabile, anche se camuffabile, della conservazione del singolo. E soprattutto, come si diceva, la pace è un notevole fattore di inerzia, e può avvenire che, mentre la storia ha già fatto un tratto di strada, un dato Paese, essendo in pace, non se ne accorga. Un buon esempio l’offre la Francia. Le forze nuove che conducevano verso la democrazia erano la nascente rivoluzione industriale, la diffusione dei libri, l’urbanesimo, insomma il formarsi di una società nuova, più o meno come la conosciamo oggi. Invece la Francia aveva le stesse istituzioni del XVIII secolo e ne era stanca: si vide già nel 1715, quando morì Luigi XIV e nel Paese per così dire si sentì un enorme sospiro di sollievo. Luigi XV fu molto meno opprimente del bisnonno, dal punto di vista morale, ma il Paese era pronto per un cambiamento più radicale. E questo cambiamento si ebbe poi, in modo brusco e perfino sanguinoso, con la Rivoluzione.
Che il Paese fosse in ritardo sulla storia - almeno, rispetto alla punta più avanzata di essa - fu dimostrato anche dal fatto che i principi elaborati a Parigi furono applicati, prima che in Francia, negli Stati Uniti. Mentre, nello stesso tempo, non c’era bisogno di nessuna rivoluzione in Inghilterra, perché in quel Paese le istituzioni democratiche erano già funzionanti da tempo.
Tutto ciò illumina la recenti vicende dell’Europa. Dal 1945 il Continente ha vissuto e vive il più lungo periodo di pace che si ricordi ma ciò ha anche provocato una serie di ritardi rispetto alla storia. Ecco un esempio: l’istituzione dell’euro (non la zona di libero scambio) è stato un clamoroso errore. E quando ci si accorge di aver commesso un errore, normalmente lo si corregge. In Europa invece la moneta unica è stata concepita come eterna e immodificabile, ed è stato come se si fosse stabilito che, anche a constatare che faceva più danni che altro, non si dovesse porre rimedio all’inconveniente. La presunzione e l’idealismo dei nostri venerati padri fondatori sono stati inverosimili. È la situazione in cui viviamo e la pace l’ha resa incrollabile.
Altro enorme errore è stato la creazione di un immenso debito pubblico, oggi oltre il 90% del pil, come media europea. Questo debito ha potuto ingigantirsi, nel tempo, perché la sua progressione non è stata interrotta da nessun evento traumatico.
Insomma, dopo gli spettacolari successi del dopoguerra, l’Europa si è cristallizzata, ha accumulato nel frattempo tutti i problemi irrisolti, ed ha lasciato che si gonfiassero e si incancrenissero. Fra i primi, una società pressoché collettivista e poco produttiva. Il Continente è rimasto inerte, in attesa di un deus ex machina, di una soluzione esterna che non si è avuta e non s’intravvede.
La guerra provoca immensi problemi ma spesso risolve brutalmente quelli esistenti. Per esempio, nel caso del debito pubblico, lascia con un palmo di naso i creditori nazionali e internazionali. In Europa solo un pazzo potrebbe augurarsi una guerra, ma sarebbe il caso che ci si rendesse conto che siamo inseriti in un modello superato dalla storia. Un modello che non funziona. Un modello che dobbiamo azzerare. Purtroppo questo azzeramento fa paura e si continua a rinviarlo, senza capire che ciò corrisponde a lasciargli la libertà di manifestarsi quando e come vuole. Ci vorrebbe un colpo d’ala (l’inverosimile unione politica dell’Europa, ad esempio), o almeno una sorta di conferenza internazionale per prevenire il disastro che si profila, invece di subirlo. Di una catastrofe borsistica esistono già tutte le premesse.
Il Continente deve essere rifondato e abbiamo soltanto la scelta se essere protagonisti o vittime dell’aggiornamento della storia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 luglio 2015



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POLITICA
22 luglio 2015
OTHER PEOPLE'S MONEY


The problem with socialism is that eventually you run out of other people's money", ha detto Margaret Thatcher. “Il problema del socialismo è che alla lunga il denaro degli altri finisce”. Questa celebre battuta è in realtà una seria teoria politica.
Per la mentalità di sinistra è inammissibile che ci siano i ricchi e i poveri. E forse saremmo tutti ricchi, se questi egoisti non si fossero appropriati i beni dei poveri. Dunque la prima funzione di un governo giusto e compassionevole sarebbe quella di dirigere implacabilmente l’economia e rimediare a questo furto “ridistribuendo” la ricchezza: bisogna togliere ai ricchi e dare ai poveri.
Purtroppo nessuno, nemmeno con la più sanguinaria delle dittature, è mai riuscito di rendere tutti ricchi. Dunque la teoria è divenuta un’altra: se non possiamo essere tutti ricchi, saremo tutti poveri. Non avremo realizzato la prosperità ma la giustizia sì. Nei Paesi del “socialismo reale” - quelli che hanno adottato questa soluzione - erano effettivamente tutti poveri, ad eccezione dei membri del partito.
Gli uomini di sinistra credono veramente in ciò che s'è detto. Reputano che la prima funzione del governo non sia quella di favorire la creazione di ricchezza – dal momento che essa ha la deplorevole tendenza a non andare alle persone giuste – ma la sua “ridistribuzione”. Bisogna tassare pesantemente chi la produce, in modo da darne una gran parte a chi non l'ha prodotta. Lo stesso Papa Francesco ha intrepidamente affermato che la ricchezza deve avere un valore sociale, e non importa chi l'ha creata. È other people’s money.
Malgrado l’epocale crollo del comunismo, l’Italia è ancora socialista. Infatti ha così ben disincentivato la produzione di ricchezza da condurre il Paese prima alla recessione, poi alla stagnazione e, oggi, ad un vicolo cieco. Il denaro degli altri è proprio finito.
Qui s’inserisce il nostro Primo Ministro, il quale ha finalmente capito una verità che i liberali conoscono “da quando avevano i calzoni alla zuava”, per citare un socialista: è più importante produrre la ricchezza che distribuirla. In primo luogo perché non si può distribuire ciò che non esiste. In secondo luogo perché, anche a non volerla distribuire, il povero beneficia comunque della ricchezza del ricco in termini di posti di lavoro, per cominciare, e poi per le ricadute indirette. Spesso si trovava più merce utilizzabile nella spazzatura dei ricchi di quanta se ne trovasse nei negozi del socialismo reale.
Molti in Italia hanno la sensazione che, se producono ricchezza onestamente, la maggior parte gli sarà sequestrata dallo Stato: l’erario si appropria tra il 50% e il 70% dei profitti. E allora non intraprendono. Per invertire questa tendenza, Matteo Renzi ha pensato che bisogna lasciare una percentuale maggiore di ricchezza a chi la crea: e poiché ciò si realizza diminuendo il carico fiscale ha promesso: “Abbatterò in tre anni questo prelievo da rapina”.
Applausi. Non perché sia una gran trovata, ma perché è l'unico programma che funziona. Gli applausi tuttavia si spengono quando ci si chiede se sia possibile realizzarlo.
Per diminuire in modo consistente la pressione fiscale, lo Stato deve per prima cosa diminuire il suo fabbisogno. Escludendo che tutta l’operazione sia condotta a debito, per farlo ci sono tre sistemi: l’eliminazione delle spese inutili; la lotta all’evasione fiscale; il taglio dei servizi. I primi due sono mitologici. Non teoricamente, beninteso: praticamente. Decenni e decenni di esperienze stanno lì a dimostrare che nessuno è riuscito a metterli in pratica.
Quanto all’economia sommersa in particolare, che corrisponde all'incirca a un quarto o un terzo della produzione nazionale, non si deve sognare che tassandola le imprese divengano legali e ci sia un corrispondente aumento del gettito. In realtà la maggior parte di quelle attività scomparirebbe, perché prima sopravviveva beneficiando d’un regime (illegale) di evasione. Eliminare il “nero” sarebbe moralmente e giuridicamente giusto, ma diminuirebbe la ricchezza prodotta.
L'unica via che porterebbe ad un risultato apprezzabile sarebbe la riduzione massiccia dei servizi. La pressione fiscale non serve infatti a rendere infelici i cittadini, serve ad alimentare lo Stato, affinché possa adempiere le sue infinite funzioni. Una riduzione delle tasse come quella prospettata da Renzi in tanto potrebbe funzionare, in quanto la sinistra fosse disposta a negare ai cittadini molto di ciò che è stato loro concesso nell’ultimo mezzo secolo. Se sarà così, Renzi manterrà il suo impegno e realizzerà una rivoluzione copernicana. Se invece ha promesso la botte piena e la moglie ubriaca, come è suo costume, allora si possono accogliere i suoi proclami con un sorriso.
Chi vi promette la Luna o è un imbecille o è un truffatore. Renzi naturalmente non è né l'uno né l'altro e dunque ha una ricetta che non siamo riusciti ad immaginare.
Gianni Pardo
22 giugno 2015




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POLITICA
20 luglio 2015
LA POLITICA INCOMPRENSIBILE


La politica ha molti motivi per suscitare l’interesse: è intrecciata strettamente con la storia ed inoltre, intellettualmente, è una materia su cui l’umanità si è arrovellata per millenni. Soprattutto, come suona il detto: “Ricordati che, se tu non ti occupi di politica, la politica si occupa comunque di te”. Da essa dipende la qualità della nostra vita: tanto che, quando è in gioco la libertà, bisognerebbe essere disposti a fare la rivoluzione.
E sarà proprio per questa ragione che, mentre non molti si imbarcherebbero a discutere di chimica o di matematica, se appena si parla di politica tutti hanno un’opinione e tutti hanno qualcosa da dire. Voltaire era contro la democrazia perché, a suo parere, il popolo era troppo ignorante per votare razionalmente. E forse ai suoi tempi aveva ragione. Ma oggi anche gli analfabeti hanno in casa una televisione e si sentono competenti.
La nostra polis vive nell’epoca dell’informazione, e tuttavia, curiosamente, la maggior parte dei cittadini, inclusi i più colti, mostrano spesso una naturale incapacità di comprendere la politica. Se ne occupano costantemente, con estremo interesse, e riescono lo stesso a non capirla. Classico il caso dei professori.
Normalmente gli esseri umani non partono dai dati obiettivi per affrontare un problema, cercano di applicargli uno schema mentale preordinato. Un medico al quale sia stata richiesta una diagnosi cercherà la causa fisica di quel malessere e mai gli verrebbe in mente di pensare: “In quest’uomo è entrato un demonio”. E tuttavia questa è la prima risposta che verrebbe in mente allo stregone. Né si può attribuire questo “errore” al fatto che sia un primitivo: anche nella società progredita i superstiziosi dànno spesso della realtà spiegazioni mitologiche.
Qualcosa del genere avviene in politica. L’errore fondamentale che commettono molti è quello di applicare ad essa gli schemi che usano nella vita quotidiana: “Bisogna pagare i debiti”. “Bisogna mantenere la parola data”. “Non bisogna tradire gli amici”. “Bisogna dire la verità”. Con il corollario che chiunque violi questi imperativi dovrà essere considerato un mascalzone. Mentre in politica valgono regole del tutto simili a quelle della savana.
Gli uomini considerano il leone il simbolo della nobiltà, mentre le iene sanno che è un ladro vigliacco: è capace di rubare loro la preda se sono poche, ed è pronto a ritirarsi alla prima minaccia se sono sufficientemente numerose e decise. Il leopardo, che non fruisce del vantaggio del numero perché caccia da solo, sa che non avrebbe speranza nel caso che il regale ladro si avvicinasse per sottrargli il pranzo. E per questo la sua preda ha imparato a portarsela sugli alberi. Il leone è il re degli animali per gli ingenui, ma chi lo conosce lo valuta per quello che è.
Nello stesso modo, a tutti gli imperativi morali il politico risponde chiedendosi: mi conviene obbedire o disobbedire? Quante probabilità ho di essere scoperto? E ammesso che tutto si metta male, quanti modi ho di imbrogliare le carte, negare l’evidenza, calunniare qualcun altro, e insomma cavarmela lo stesso? Addirittura, in campo internazionale, gli scrupoli morali sono considerati costantemente un errore e vige il più sfrontato “égoïsme sacré”: l’unica bussola è l’interesse della nazione.
Il politico, come il leone, ha una mentalità “naturale”. Tiene conto soltanto dell’efficacia della propria azione e per questo prescinde totalmente da ogni altro imperativo. Se all’occasione si comporta moralmente, è segno che ha interesse a comportarsi moralmente. È insomma il massimo competente della realtà com’è e non come si vorrebbe che fosse.
Ecco un classico di ciò che si rimprovera ai politici: fanno promesse elettorali che poi non mantengono. Il rimprovero è certamente giustificato. Ma si sono mai visti cittadini che eleggono qualcuno che non suscita nessuna grande speranza? Il politico dunque si adatta: prima fa promesse che sa irrealizzabili, poi - mentendo a tutto spiano - dice che le condizioni di fatto sono cambiate, che i nemici politici gli hanno impedito di realizzare il suo programma; o addirittura sostiene di averlo realizzato: aveva promesso di abolire una tassa statale, ed effettivamente l’ha abolita. Omettendo di aggiungere che ha invitato gli enti locali a sostituirla con una tassa comunale equivalente.
Machiavelli ha cercato d’insegnare ai cittadini in che modo ragionano i politici ma ha sbattuto contro un muro. Se proprio non possono negare la realtà, non per questo si discostano dalla loro mentalità e snocciolano una serie di utopie: “Chiunque guidi lo Stato deve farlo nell’esclusivo interesse dei cittadini”; “La prima qualità di un politico deve essere l’onestà”; “È tempo che le cose cambino”. Precludendosi così la possibilità di capire la politica.
Alla politica non si può applicare la mentalità corrente fra galantuomini più di quanto si possa applicare la stregoneria alla moderna medicina.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 luglio 2015




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POLITICA
19 luglio 2015
RENZI ANNUNCIA L'ETA' DELL'0RO


Nell’assemblea del Partito Democratico è comparso l’arcangelo Gabriele. Era da qualche tempo che non si vedeva, ma stavolta valeva la pena di ritornare sulla Terra. Bisognava infatti annunciare all’Italia che ciò che non era riuscito per molti decenni sarebbe finalmente riuscito, che ciò che si era lungamente desiderato, senza ottenerlo, era finalmente a portata di mano; “Nuntio vobis gaudium magnum!”.
L’arcangelo Gabriele – che stavolta ha il faccino del nostro Matteo Renzi, in rara versione con cravatta - prevede, già per il 2016, «l’eliminazione della tassa sulla prima casa, l’Imu agricola e sugli imbullonati»(1). In seguito, nel 2017, il bambino prodigio si occuperà di Ires e Irap, sicché, nel 2018, se abbiamo capito bene, nei fiumi scorreranno latte e miele. Entro l’agosto di quest’anno (e sarà un altro miracolo) avremo la riforma della Pubblica Amministrazione di solito considerata una tale impresa che ha scoraggiato tutti. Tanto che ci chiediamo se ora il provvedimento più importante non sia l’avere unificato, sotto il numero “112”, il 113, il 115 e il 118.
Gli “imbullonati” di cui Renzi ha parlato sono i macchinari ancorati al suolo con bulloni, su cui lo Stato ha pensato bene di mettere una tassa. E al riguardo ci si può legittimamente chiedere se un Primo Ministro possa permettersi di usare termini incomprensibili ad un italiano largamente alfabetizzato, perfino a suo agio con qualche lingua straniera. Ma forse le massaie e i sagrestani usano questo termine tutti i giorni.
Torniamo al libro dei sogni. Il discorso di Renzi suscita un sarcastico scetticismo perché in questi casi non è il programma, che interessa: chi non amerebbe promettere l’abolizione della tassa sulla prima casa, chi non amerebbe potersi vantare di averla eliminata? La notizia dunque non è che il Segretario del Pd la metta nel suo programma, la notizia sarebbe che il suo programma sia realistico. E a questo scopo non basterebbe certo che egli si dichiari capace di compiere il miracolo: vorremmo sapere come conta di farlo e vorremmo anche vederglielo fare.
Sempre che sia lecito fare i conti con le dita, il problema si può porre in questi termini: per funzionare, lo Stato ha bisogno di soldi. Oggi questi soldi li ricava dalla casa, dall’Imu agricola e perfino dagli “imbullonati”, oltre che da Ires, Irap e Iradiddio di tasse e imposte. Nel momento in cui si parla di abolirle, le possibilità sono soltanto due: o Renzi conta di eliminare la maggior parte dei servizi dello Stato - chiudendo scuole, caserme, ministeri, comuni, ferrovie, tribunali - sicché lo Stato potrebbe sostenersi con la tassa sugli alcoolici o poco più. Oppure il taumaturgo conta di mantenere tutti quei servizi, attingendo il denaro necessario dal pozzo di San Patrizio, ad Orvieto. Sempre che, come le banche greche, non sia a secco di contanti.
E pensare che davano dello sbruffone a Berlusconi. Il Cavaliere indubbiamente ha mantenuto molto meno di quanto ha promesso, ma Renzi batte tutti: ha l’aria di promettere la Luna, dandone un quarto a ciascuno dei sessanta milioni di italiani.
L’esagerazione è uno degli strumenti classici della comicità, ma qui nella sostanza non c’è assolutamente nulla da ridere. Non è normale che un Primo Ministro prenda per i fondelli l’intera popolazione del suo Paese. Per mesi si è parlato di “spending review” e l’unico effetto concreto che s’è visto è stata la fuga all’estero dello scoraggiato esperto incaricato di progettarla, Carlo Cottarelli.
Ma non bisogna essere avari di aperture di credito. Naturalmente Renzi può fare ciò che ha promesso. Naturalmente forse sarà capace di realizzare il miracolo sopra descritto. E naturalmente in molti saremmo pronti a fargli parecchi monumenti a cavallo, nelle maggiori piazze cittadine, perfino mediante colletta pubblica. Ma in realtà saremmo piuttosto disposti a scommettere mille dei pochi euro che abbiamo che non ci riuscirà. A meno che, per abolizione, non intenda che l’Imu si chiamerà Umi, l’Ires Sier e via dicendo.
Chiunque usa un computer sa che deve guardarsi dalle truffe, atte ad abbindolare coloro che sono contemporaneamente avidi ed ingenui. Esemplare quella che annuncia la vincita ad una lotteria cui non si è partecipato. In questi casi chi ha buon senso butta via la mail e passa ad altro. Ora forse bisognerà imparare a fare la stessa mossa quando parla il Primo Ministro.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
18 luglio 2015
(1)http://www.corriere.it/politica/15_luglio_18/renzi-berlusconi-non-ha-inciso-sull-elezione-mattarella-eafbc07c-2d2c-11e5-ab2f-03a10057a764.shtml



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POLITICA
18 luglio 2015
DE NOBIS FABULA NARRATUR


Gli innumerevoli articoli sulla Grecia hanno una caratteristica in comune: sono noiosi. E tuttavia continuano ad imperversare. La spiegazione l’ha data Orazio: “De te fabula narratur”. Si parla della Grecia e ognuno pensa che la cosa lo riguardi personalmente. Infatti i Paesi che hanno una situazione economica pericolante (come l’Italia) si chiedono se un giorno o l’altro non potrebbero trovarsi nelle stesse condizioni, e quelli che non corrono nessun pericolo pensano che potrebbero trovarsi a pagare per gli altri. La stessa Germania (che tutti considerano in una botte di ferro) si chiede se l’uscita della Grecia dall’euro non potrebbe provocare la fine della moneta unica, facendo poi risorgere quella concorrenza che oggi le è risparmiata e la cui assenza è causa della sua prosperità.
Attualmente lo scenario della fine dell’euro non è di moda e dunque bisogna porsi un diverso interrogativo: un Paese come la Grecia ha la semplice possibilità di ritrovare l’equilibrio economico e di avere un surplus per cominciare a pagare i debiti?
La risposta è vitale anche per noi. Con la Grecia infatti non abbiamo in comune soltanto uno strabiliante debito pubblico, ma anche alcune pessime abitudini. Anche noi soffriamo di corruzione, di sperpero del denaro pubblico, di inefficienza e in una parola di sinistrismo. Un sinistrismo che non si traduce nell’utopia marxista di un mondo in cui tutti lavorano di buona lena per la collettività, ma nella realtà sovietica, dove ognuno cerca di ottenere il massimo dallo Stato e poi cerca di restituire a questo stesso Stato il minimo che può. E infatti si dà malato solo per non lavorare, timbra il cartellino e va a spasso, si fa magari pagare dagli utenti per fare il proprio dovere o, peggio, per violare la legge.
Il grande problema della Grecia e dell’Italia non è da ricercare nelle leggi, che potrebbero anche essere ottime: è da ricercare nel livello morale dei cittadini. Soltanto da noi ci sono migliaia di titolari di una pensione di invalidità cui non avrebbero diritto. Soltanto da noi si trovano decine di autisti per guidare un paio di automobili blu. Soltanto qui abbiamo più forestali nella sola Calabria di quanti ne abbia l’intero Canada. Per simili Paesi non è sufficiente un rimedio legislativo.
Ecco perché il caso della Grecia è interessante. Il Parlamento greco ha approvato le leggi che gli hanno imposto le autorità europee, ma quelle leggi cambieranno qualcosa? Secondo il detto attribuito ai Borboni di Napoli, e che invece va applicato all’intero Paese: “Agli amici tutto, ai nemici la legge”. E in Italia siamo quasi sessanta milioni di amici.
Non c’è da confidare nei provvedimenti votati ad Atene. L’aumento dell’Iva, ad esempio, dovrebbe far aumentare il gettito fiscale. Ma questa è una misura recessiva. Se un poveraccio è disoccupato, non è rendendo più care le merci che deve comprare (inclusi gli alimentari) che si risolve il problema. In secondo luogo, è vero che i greci devono rassegnarsi ad un livello di vita inferiore a quello cui si erano abituati, ma con le riforme volute dall’Europa il reddito diminuirà in pari misura per chi già si rompeva la schiena per guadagnarsi da vivere e per chi beneficiava di qualche comodo reddito “statale”. Questo sistema non contribuisce certo alla prosperità del Paese. Non bisogna far sì che lo Stato guadagni di più, bisogna far sì che lo Stato spenda di meno. È da quel lato che si risolve il problema, non da quello delle entrate. Soprattutto quando la nazione è allo stremo.
E c’è anche un dubbio tremendo. Non vorremo che, aumentando la pressione fiscale con la scusa di “moralizzare il Paese” e rastrellare risorse per cominciare a pagare i debiti, in realtà il governo, quando si trovasse in mano più denaro di prima, lo spendesse per sé o per i propri amici. Come tutti i governi hanno tendenza a fare.
Per cambiare veramente le cose, in Grecia, bisognerebbe che quel Paese non fosse abitato dai greci attuali. E quel ch’è peggio, lo stesso può dirsi dell’Italia. Infatti condividiamo con Atene una situazione in costante degrado. Basti vedere la curva del nostro debito pubblico. Il peggioramento è catastrofico per la Grecia, è più lento per noi, ma se il cedimento del terreno fa inclinare due torri - una velocemente, l’altra lentamente - in fin dei conti rovineranno tutt’e due.
A meno che tutto ciò non sia smentito dai fatti: ed è per questo che – pieni di speranza – seguiamo le vicende greche. Se ci fosse il happy end, ci sarebbe da stappare qualche buona bottiglia. Soprattutto perché l’Europa ha potuto salvare la piccola Grecia ma non potrebbe salvare l’Italia, in un caso analogo. Dunque è un bene, per noi, che le Borse credano solidi l’euro e la stessa Unione Europea.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
17 luglio 2015



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POLITICA
16 luglio 2015
UCCIDERE I PRIGIONIERI, VESTITI DI NERO


Un movimento contrario allo Stato Islamico (IS), denominato Jaysh al Islam, ha diffuso qualche settimana fa un video che mostra la fucilazione, nel nord della Siria, di un gruppo di 18 soldati del sedicente califfato. Ciò che ha richiamato l’attenzione dei giornali è che i boia si sono vestiti d’arancione (come le vittime dell’IS) ed hanno vestito di nero dalla testa ai piedi i prigionieri, rendendoli identici ai boia dell’IS, nei famosi video degli sgozzamenti. Insomma hanno inscenato una macabra rappresentazione che visivamente ribaltava, replicandola, la barbarie islamista.
Soltanto chi si sia limitato alla storia insegnata nelle scuole può rimanere scosso da queste immagini. Chi ha letto Erodoto, Tucidide, Cesare, Tacito e tanti altri storici, ha un diverso punto di vista. Nell’antichità l’uccisione dei prigionieri (anche a migliaia, anche in modo barbaro) fu una prassi tutt’altro che rara. Dunque lo sgozzamento di un uomo inginocchiato, se si considera un arco di tempo sufficientemente lungo, è del tutto banale. Viceversa è del tutto discutibile che sia una pratica raccomandabile, e non in termini morali o di civiltà, ma semplicemente in termini di efficienza.
Nelle guerre la possibilità di fare prigionieri o di essere fatti prigionieri (come pure di essere colpevoli o vittime di atrocità) va sempre messa in conto. Dunque nessuno può escludere, se commette atrocità, che il nemico ne farà altrettante e di peggiori. Bisogna dunque sperare che non si inneschi il meccanismo delle vendette e delle controvendette. Perfino l’idea ingenua che, pubblicizzando le proprie atrocità, si intimorisca il nemico, è sbagliata. Infatti il combattente, avvertito che se cade in mani nemiche sarà ucciso, magari in modo barbaro, combatterà fino alla morte. Al limite, preferirà suicidarsi che arrendersi. Con ciò rendendo più costosa l’eventuale vittoria. Se invece sa che, fatto prigioniero, con ciò stesso avrà salva la vita e sarà trattato accettabilmente, potrebbe accogliere il momento della cattura come una fortuna: “Male che vada, per me la guerra è finita”.
La Grecia antica era ovviamente molto meno civile delle nazioni progredite attuali ed inoltre i greci, per temperamento, non soffrivano di eccessivi scrupoli. Dunque all’occasione si rendevano colpevoli di indicibili atrocità. Tucidide, come si sa, è forse il massimo genio della storia, e oltre tutto fu un professionista della guerra: infatti fu un generale in quella “Guerra del Peloponneso” che lo ha reso immortale. E tuttavia proprio lui ha esposto più volte concetti del genere. Egli insegna che se la scorrettezza o la crudeltà offrono occasionalmente dei vantaggi, è anche vero che offrono degli svantaggi. Chi manca alla parola data diviene poco credibile: nessuno si fiderà di lui e preferirà sempre lo scontro all’accordo. Perché chiunque temerà che l’altro non vi terrà fede. Analogamente la crudeltà, oltre ad indurre ad una risposta dello stesso segno, aumenta il numero di nemici: sia per l’indignazione, sia per la paura di cadere nelle mani di simili, spietati avversari.
Ciò che vale per il lontano passato vale per il presente e anche per noi occidentali, che abbiamo buone ragioni per essere umili, in questo campo. Infatti bisogna arrivare al Diciannovesimo Secolo e a Florence Nightingale perché sia accettata l’idea di eliminare dalla guerra gli orrori che non sono utili per la vittoria. Viceversa per un tempo lunghissimo non siamo stati migliori dei barbari dello Stato Islamico. Annibale aspettava il soccorso del fratello Asdrubale, ma questi fu intercettato dai romani i quali lo decapitarono e poi catapultarono la testa nel campo di Annibale: intendevano, con quella macabra messa in scena, essere ironici: Asdrubale era arrivato a destinazione. Né si può lodare il comportamento dei crociati, quando invasero Gerusalemme: essi trucidarono infatti la popolazione locale in tutti i modi possibili, anche precipitando i malcapitati dall’alto delle mura, fino a fare da cinquantamila a settantamila vittime. Come si vede, se si prescinde dalla pubblicità mediatica, lo Stato Islamico non ha inventato nulla. Non ha inventato nulla e non ha capito nulla.
Se gli Stati più potenti hanno rinunciato a questi metodi è perché non sono utili alla vittoria: contribuiscono soltanto alla cattiva fama di un esercito. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutti gli italiani, da Capo Passero in poi, non desideravano che di veder arrivare gli anglo-americani, che avevano la fama (giustificata) di distribuire cibo, non di ammazzare la gente. E certo non ci fu nessuna Resistenza, contro di loro. Viceversa, noi parliamo continuamente dell’infelice sorte di coloro che cadono nelle mani dello Stato Islamico, ma nessuno parla della sorte dei combattenti dell’IS che cadono in mani nemiche. Il fatto che non si abbiano di frequente filmati, in materia, non è affatto una rassicurazione. Soprattutto se fra i vincitori ci sono persone che hanno ragione e voglia di vendicarsi. In questo senso, la feroce ironia dello scambio di colori è l’assoluto minimo che si riesca ad immaginare.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 luglio 2015
http://www.ilgiornale.it/news/mondo/vendetta-degli-anti-isis-uomini-nero-sono-fucilati-dalle-tut-1146998.html





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politica estera
14 luglio 2015
L'ACCORDO SUL NUCLEARE CON L'IRAN


Se le trattative per un accordo durano mesi e mesi, è segno o che i negoziatori non vogliono giungere ad un’intesa, oppure che una seria intesa, se pure basata su un compromesso, è impossibile. È il caso degli infiniti negoziati israelo-palestinesi. Invece i 5+1 (Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito + Germania) l’accordo con l’Iran l’hanno raggiunto, anche se ancora esso deve essere ratificato dal Congresso degli Stati Uniti (in cui il Presidente Barack Obama non ha la maggioranza). Come si sa, riguardo a questo accordo, Israele ha protestato con quanto fiato aveva in corpo, e senza lesinare le parole forti: l’Iran è stato addirittura definito uno Stato terrorista. Ma, in concreto, per giudicare un simile trattato non soltanto bisognerebbe avere la copia originale, ma bisognerebbe anche essere esperti della materia. Figurarsi dunque se lo si può giudicare leggendo gli scarsi comunicati d’agenzia.
È tuttavia certo che mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica può chiedere di controllare anche i siti militari, l’Iran ha il potere di negare tale controllo. Dunque l’Iran non ha assunto nessun serio impegno e le proteste di Israele sono giustificate. Per riportare le parole del Corriere della Sera, “l’accesso [ai siti militari] non sarà automatico: non verrà necessariamente garantito oppure potrebbe essere consentito ma con ritardo”. Cioè gli iraniani hanno la possibilità di negare l’accesso, oppure, quanto meno, il tempo di rimuovere le prove della violazione degli accordi.
. L’Iran non ha assunto nessun impegno e rimane dunque da capire perché la controparte abbia accettato di firmare un simile pezzo di carta, in cambio del quale l’Iran ottiene il vantaggio concreto della fine delle sanzioni e della possibilità di riprendere ad esportare petrolio. Una buona regola, quando si cerca di capire, è partire dall’idea che il prossimo non sia del tutto cretino. Dunque l’unica spiegazione che si può ipotizzare, per gli Stati Uniti, è che si siano rassegnati.
1. Le sanzioni fanno male all’Iran, economicamente, ma dopo tanto tempo non sono servite ad evitare la prosecuzione dei piani atomici militari
2. L’azione militare – cioè un blitz come quello con cui gli Israeliani, nel 1981, distrussero il reattore “Osirak” di Saddam Hussein – è impossibile, perché molti dei più importanti siti sono posti all’interno di montagne, e dunque al riparo da qualunque tipo di bombe.
3. L’unica soluzione sarebbe un attacco via terra, che sarebbe costosissimo, in termini economici e in termini di vite umane, perché il Paese è molto esteso. Inoltre esso sarebbe pericoloso per le eventuali difficoltà di transito attraverso lo stretto di Ormuz, vitale per il petrolio. Infine bisognerebbe prevedere un’occupazione militare di durata indeterminata. Come si vede, l’ipotesi è irrealistica. La stessa Israele, che è lo Stato che ha più da temere da questo programma, non è in grado di proporre nessuna azione risolutiva. Se non c’è modo di impedire all’Iran di proseguire il suo programma nucleare, perché non trarre il massimo da questo vicolo cieco?
Si concede all’Iran la possibilità di continuare a fare ciò che sta già facendo e nel frattempo si aboliscono quelle sanzioni che danneggiano l’Iran ma, ovviamente, anche tutte le imprese che avrebbero potuto commerciare con quel Paese. Inoltre, una nuova fonte di petrolio può servire ad abbassarne il prezzo. Infine e soprattutto, dal momento che l’Iran è sciita, e il sedicente Stato Islamico è sunnita, perché non usare l’uno contro l’altro? Dopo avere ristabilito normali relazioni diplomatiche, dopo essere riusciti ad avere l’aria di quasi alleati, perché non approfittare della coincidenza di interessi fra Iran e Stati Uniti, almeno in quello scacchiere?
Rimane un ultimo problema. Come comportarsi, col pericolo rappresentato da un’arma atomica iraniana? Gli Stati Uniti a questa domanda hanno due risposte: in primo luogo, dovrebbero preoccuparsene più gli Stati vicini che chi abita oltre oceano; in secondo luogo, molto semplicemente, se l’Iran tentasse di usare l’arma contro Israele dovrebbe mettere in conto una reazione che potrebbe andare fino allo sterminio dell’intera popolazione iraniana o quasi. Soprattutto dal momento che Israele non soltanto dispone dell’arma atomica, ma ha anche una capacità militare e dispone di un progresso nel campo degli strumenti informatici ad un livello inimmaginabile per Tehran. Ci sarebbe persino il rischio che la bomba iraniana sia distrutta in volo e quella israeliana (la prima) cada al centro di Tehran. In Iran saranno fanatici, ma non sono stupidi.
Rimane certo il problema della protezione di tutti gli altri Stati della regione, a cominciare dall’Arabia Saudita, che non hanno armi nucleari. Ma di ciò non si parla.
In conclusione si può essere lieti dell’accordo raggiunto a Vienna, purché si dica chiaramente che è nient’altro che un cambiamento di clima.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 luglio 2015



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POLITICA
14 luglio 2015
MIOPIA SULLA GRECIA


Il rumore di fondo alla fine non è più percepito ma rimane fastidioso. Infatti, quando poi il fastidio riesce a risvegliare la coscienza, la reazione può essere di grande irritazione.
In tutta la vicenda della crisi greca il rumore di fondo è stato il punto di vista morale che affiorava continuamente nelle infinite discussioni e negli interminabili dibattiti. La Germania era cattiva, spietata, egoista, e ce l’aveva con un governo di sinistra. La Grecia era scialacquatrice, corrotta, imbrogliona. I Paesi europei si dimostravano insufficientemente solidali. Così si metteva in pericolo il grande ideale europeo. E via di seguito.
Si è sempre dimenticato che non si trattava di una discussione fra amici: qui agivano Stati sovrani. Animali a sangue freddo del tutto incapaci di sentimenti e di scrupoli, sensibili ad un’unica pulsione: l’interesse. Nel caso specifico il rappresentante più puro ed astratto dell’interesse: il denaro. Con quale coraggio andare a disturbare concetti come europeismo, valori culturali (“L’Europa senza la Grecia è inconcepibile!”), sensibilità per i problemi altrui e via dicendo? Gli Stati di tutto ciò sono incapaci. Ed anche se i governanti fanno scorrere quotidianamente fiumi di retorica, al riguardo, quei concetti sono destinati a far contenti gli ingenui che in quei termini ragionano e si aspettano che i politici facciano altrettanto.
Gli Stati badano soltanto al sodo e – nel caso della Grecia – soltanto al denaro. Forse, in occasione del primo salvataggio, si è anche pensato a salvare il grande progetto dell’unificazione europea, allora più attuale, ma oggi si tratta soltanto di sapere se costa di più aiutare la Grecia o lasciarla andare al suo destino. Se le grandi nazioni e le grandi istituzioni la salveranno, non sarà il caso di ringraziarle, perché l’avranno fatto nel loro interesse. E sarà stupido chiamarle ipocrite e spietate se invece si dimostrerà che con le promesse di queste giorni l’hanno illusa, perché l’avranno fatto per lo stesso motivo. O anche soltanto per dimostrare che non loro hanno espulso la Grecia.
Qualcuno potrebbe chiedere perché negare alla Germania, alla Francia, all’Italia la qualifica di generose, se già in passato hanno versato ad Atene rispettivamente circa ottanta, cinquanta e quaranta miliardi. La risposta è che già allora l’hanno fatto per interesse – anche se l’interesse di realizzare una comunità europea – ed ora sono arrivate alla conclusione che quello è un pozzo senza fondo.
E tuttavia è vero che a volte la storia sia determinata dai sentimenti, dagli ideali o perfino dalla follia di chi ha il potere. Se così non fosse, ricadremmo in quella visione puramente economica della storia che costituisce uno dei massimi errori di Karl Marx. Napoleone III sbagliò, intervenendo nel Risorgimento italiano, perché il costo del sangue versato dai francesi a S.Martino e Solferino fu troppo alto a paragone dei vantaggi conseguiti. Mussolini volle l’Impero senza capire che l’epoca degli imperi era già finita, prova ne sia che presto li liquidarono anche le nazioni che li avevano da tempo. Il motivo del Lebensraum, allegato da Hitler, fu inconcepibilmente insufficiente a motivare il massacro dell’intera Europa, e la totale distruzione della Germania. Ma – appunto – ciò costituisce la riprova che quasi sempre, quando ci si allontana dalla sana bussola dell’interesse nel senso più concreto della parola, le cose poi vanno male.
Il più recente esempio di un errore grandioso, commesso per motivi ideali, è stato l’istituzione dell’euro. L’intenzione – quella di giungere agli Stati Uniti d’Europa – era lodevole, e saremmo stati felici di vederne la realizzazione. Ma bisognava avere il coraggio di partire da questa epocale riunificazione. Viceversa, partire dalla moneta unica, mentre tutto il resto rimaneva come prima, è stata una balordaggine inconcepibile. Le nazioni che avrebbero dovuto riunificarsi non fanno che scambiarsi accuse, e siamo immersi in un disastro dal quale non sappiamo più come uscire. Se si finanzia la Grecia (pur di non denunciare che il progetto dell’euro è fallito) si rischia di doverlo fare all’infinito, senza mai recuperare il denaro. Se la si lascia uscire dall’euro, le conseguenze potrebbero essere drammatiche per l’intera Europa e non per motivi ideali. Innanzi tutto, le poste a credito (inesigibile) della Grecia passerebbero dall’attivo (per quanto fittizio) al passivo. Poi scatterebbero le credit default swaps (cds, assicurazioni contro il caso in cui il debito non sia pagato) il cui ammontare, contando le riassicurazioni, forse sale al triplo di quegli stessi debiti, col bel risultato di destabilizzare molte banche europee. Si avrebbe il fallimento di un Paese inserito nell’eurozona e la smentita dell’irreversibilità dell’euro. Si potrebbe insomma innescare una crisi di credibilità dell’intero sistema.
Oggi gli Stati, abbandonata ogni velleità europeistica, si sono messi semplicemente a far di conto, ognuno badando al proprio interesse. Tsipras ha bluffato, facendo credere che la Grecia era disposta ad uscire dall’eurozona, e l’Europa ha visto (con la tranquillità delle borse) che questo sarebbe stato meno destabilizzante della perdita dei suoi crediti. Tsipras è allora tornato con le pive nel sacco, accettando tutto, e il calcolo è divenuto: come possiamo dargli il minimo col massimo di garanzie? E come possiamo mandarlo al diavolo, se appena quelle garanzie si rivelano fasulle?
Ecco perché i discorsi sull’egoismo della Germania, sulle contraddizioni di Tsipras, sulla durezza di Schäuble e sul desiderio di Berlino di rovesciare un governo di sinistra (come sostiene sempre Norma Rangieri sul “manifesto”), e in generale il côté morale, sono divenuti un fastidioso rumore di fondo: alla Germania e ai contribuenti tedeschi di tutto ciò non potrebbe importargliene di meno. Si chiedono sempre e soltanto quanto gli costerà. E anch’io mi dispiaccio pensando che solo quest’ultimo salvataggio della Grecia a me personalmente, come ad ogni altro italiano, costerà quattrocento euro.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 luglio 2015



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POLITICA
13 luglio 2015
NEBBIA SU BRUXELLES


Questo è stato un brutto periodo per i giornalisti. Se hanno scritto un articolo sulla crisi greca durante la mattinata di un dato giorno, la sera dello stesso giorno hanno dovuto buttarlo, perché le cose nel frattempo erano troppo cambiate. È andata appena un po’ meglio ai blogger, perché quello stesso articolo lo hanno scritto senza sperare di essere pagati sicché, buttandolo, almeno non hanno perso soldi.
Dopo tre o quattro articoli finiti al macero, ora ci viene detto che fra Eurozona e Grecia è stato raggiunto un accordo. Le cui condizioni fino a ieri mattina – ufficialmente dichiarate irremovibili – dimostravano senza ombra di dubbio che, o la Grecia non poteva accettarle o, se le avesse accettate, poi non avrebbe potuto mantenerle. Ora l’accordo è raggiungo – all’unanimità, nientemeno – e non sappiamo se era mobile ciò che era irremovibile, se era possibile ciò che sembrava impossibile, o se, chissà, si è fatta la mossa dell’accordo per poi constatare che un accordo non era possibile, e così avviarsi a quella Grexit che ora si dichiara scongiurata.
In questi giorni ci hanno riempito le orecchie con dichiarazioni di sfiducia riguardo alla Grecia. Paese volatile, inaffidabile e poco serio. Ma che dovremmo pensare ora, dell’intera Europa, se dovessimo constatare che decine di governi – ché di questo si tratta – hanno mentito a tutto spiano, per mercanteggiare poi in modo levantino? Per giunta ci hanno informati che questo accordo deve ora essere ratificato da tutti i parlamenti di tutti i Paesi che hanno partecipato alla discussione.
Per quanto riguarda la Grecia in particolare, viene confermato che in due giorni il suo Parlamento dovrebbe porre in cantiere e varare una serie di leggi, per realizzare a tempo di record (mondiale) riforme che non ha saputo realizzare in anni ed anni. È possibile? O è che l’Europa, dopo averle richieste formalmente, si accontenterà in fin dei conti di una promessa: “Le faremo appena possibile”?
Poi risulta che l’accordo è stato raggiungo non sui termini dell’aiuto alla Grecia, ma sulla ripresa dei negoziati. Negoziati per cosa, per confermare i termini dell’attuale accordo (che ancora non è stato specificato quali siano) o su nuovi patti da raggiungere? E poi si dice che viviamo nell’epoca della trasparenza e della comunicazione.
È proprio vero che a Bruxelles coloro che hanno discusso per ore erano dei politici. Persone cui si applica bene il detto secondo cui Dio ha dato all’uomo la parola per nascondere il pensiero. Probabilmente, un corrispondente dei Sioux o degli Apache, dopo averli ascoltati, avrebbe detto freddamente: “Tu parli con lingua biforcuta”.
Chi, avendo il suo bravo da fare, non ne ha capito niente, può consolarsi. Anche a sentire decine di dibattiti e altrettanti telegiornali, il risultato non sarebbe stato diverso. Non è lui che è scemo, è che i nostri occhi non sono capaci di vedere attraverso la nebbia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 luglio 2015



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POLITICA
11 luglio 2015
IL DUELLO TSIPRAS-EUROPA


Per quanto riguarda la crisi greca, ci troviamo nella condizione di sapere i fatti, ma non il perché dei fatti. Solo per citare gli ultimi, Alexis Tsipras, dopo avere ottenuto il forte mandato a rompere con l’Europa, ha fatto tutto il contrario. Anzi, prima ha rifiutato un accordo in cui la Grecia si impegnava per nove miliardi, e ora ne offre uno in cui si impegna per dodici. Chapeau.
Inoltre, secondo quanto riferisce il Corriere della Sera(1), lo scherzetto ha avuto un costo enorme. All’incirca il 4% del prodotto interno lordo greco. Si prevedeva, per quest’anno, un incremento del pil del 2,9%, ora si prevedono tre punti di calo, ed è una differenza di quasi il 6%. L’economia, che prima sembrava riprendersi, ora è disastrata. Le banche, ammesso che siano rifinanziate, ci metteranno tempo per riprendere a funzionare. Infine il governo greco, così imprevedibile e spregiudicato, ha fatto aumentare la già grande diffidenza. La Germania nemmeno lo nasconde.
Qual è la spiegazione di tutto ciò? Dal lato dell’Ue, il mistero è meno fitto. Tutti i grandi Paesi europei sanno che non bisogna allarmare i mercati, visto che la pace borsistica, pagata a caro prezzo, rimane fragile. E dunque per mesi, malgrado l’opposizione della Germania profonda, sono stati disposti a fare l’impossibile, per la Grecia. Ma Tsipras ha interrotto i negoziati, e da un lato l’Unione Europea ha capito che la Grecia voleva abbandonare l’euro, dall’altro si è accorta che la cosa non turbava poi tanto i mercati.
Ora Tsipras si presenta con proposte più gravose, per la Grecia, di quelle che aveva rigettato a fine giugno, e certo potrebbe essere più difficile per l’Europa dire di no. Le contraddizioni sono dunque fondamentalmente greche, ed è ad Atene che va cercata la spiegazione, non a Bruxelles o a Strasburgo. Purtroppo non sappiamo niente di ciò che è avvenuto dietro le porte chiuse. Non ne sa niente nessuno. Si possono soltanto fare ipotesi che domani magari potrebbero essere tutte smentite.
1. Ipotesi del bluff greco. Tsipras e Syriza volevano ottenere di più, in particolare un consistente taglio dei debiti, e si dichiaravano pronti a lasciare l’eurozona se ciò non fosse stato concesso. Per dimostrare che facevano sul serio, hanno indetto un referendum, in modo da essere legittimati dal popolo, per questa epocale decisione. La consultazione gli ha offerto un sostegno entusiastico e ciò avrebbe dovuto spaventare a morte l’Unione Europea. Ma purtroppo per Tsipras ciò non è avvenuto, e lui è stato costretto a tornare sui suoi passi, facendo esattamente l’opposto di ciò che aveva promesso al popolo. Per ottenere l’autorizzazione del Parlamento, ha persino accettato i voti dell’opposizione, e per essere sicuro che l’Europa avrebbe aperto la porta al penitente, ha proposto ai creditori condizioni migliori di quelle che lui stesso aveva prima rifiutato. Fenomenale.
2. Ipotesi dell’ignoranza. Tsipras, come tutti i veri uomini di sinistra, preferisce seguire l’ideale che far di conto. L’Europa non ha certo aiutato la Grecia con l’austerità, l’ha umiliata, l’ha trattata come un Paese di imbroglioni, di scialacquatori, di mendicanti, e a tutto questo non si poteva rispondere che con una sola parola: “Basta!” Meglio non pagare i debiti, meglio uscire dall’euro, tanto peggio non poteva andare. Ma forse, a questo punto, i consiglieri gli hanno dimostrato che andare peggio poteva eccome. E gli hanno anche fatto presente che le sue minacce - “Indico un referendum!”, “Me ne vado immediatamente!”, “Farò ciò che vuole il popolo!” - non facevano paura a nessuno. Bisognava che si rimangiasse tutto, che tradisse il mandato del referendum a meno d’una settimana dal voto e chinasse la testa. È ciò che ha fatto.
3. Ipotesi delle conseguenze prevedibili. Prevedibile è che, se si giungerà ad accettare le proposte di Tsipras, fra qualche anno ci si troverà dinanzi alla stessa crisi. Naturalmente aggravata dai nuovi debiti. Perché il pacchetto proposto da Tsipras non elenca riforme che favoriscano il rilancio produttivo, e l’aumento delle tasse non è una soluzione. Inoltre in Europa non si ha più la minima fiducia in Tsipras, e a questo punto molti chiedono: perché dare ancora denaro ad Atene?
4. Ipotesi delle conseguenze imprevedibili. Forse, mentre la Grecia si chiedeva se dovesse o no abbandonare l’euro, la Germania dal suo lato si convinceva sempre più che era nel suo interesse espellere la Grecia dall’eurozona e abbandonarla al suo destino. Dunque lo stop ai negoziati da parte dei greci, a fine giugno, è stato vissuto dalla Germania come una manna dal cielo. Quegli sciocchi le facevano il favore di evitarle l’accusa di averli scacciati. Dunque nel momento in cui ritornano, dopo avere dimostrato la loro totale inaffidabilità e mancanza di vergogna (gli stessi greci parlano di “capriola” di Tsipras), può darsi che i tedeschi abbiano meno remore a dire di no. Basterebbe richiedere condizioni effettivamente inaccettabili. Aggiungendo che, se il resto dell’Europa vuole fare credito alla Grecia, può farlo senza la partecipazione di Berlino.
Naturalmente si preferirebbe di molto sapere come sono andate effettivamente le cose. Anche perché le ipotesi hanno la brutta abitudine di sbugiardare chi ha osato formularle. Ma per questo bisogna aspettare la storia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
11 luglio 2015
(1)http://www.corriere.it/editoriali/15_luglio_11/grecia-lezione-che-non-va-sprecata-cb0d50ce-278b-11e5-ab65-6757d01b480d.shtml




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POLITICA
9 luglio 2015
LA BILD SULLA GREXIT


Un articolo sulla Bild(1), di Anne Merholz e Ralf Schuler, in forma di domande e risposte, dal titolo “Come andrebbe con la Grexit”, potrebbe essere piuttosto utile a chiarire alcune cose.

La Grecia deve uscire dall’eurozona, se fallisce?
Nei trattati dell’Unione Europea non è prevista l’uscita di un Paese dallo spazio monetario comune con i suoi 19 (allora) Stati membri. L’unione monetaria europea è propriamente progettata per l’eternità.
Tuttavia le casse dello Stato greco sono completamente vuote. Senza un nuovo aiuto di miliardi, il Paese – secondo una unanime valutazione degli economisti – non potrà rimettersi in piedi. I possibili datori di denaro danno tempo a Tsipras fino al summit dell’Unione Europea di domenica, per presentare proposte di riforma capaci di ottenere l’assenso, come presupposto per nuovi aiuti. Se non si avrà nessun accordo, bisognerà trovare una soluzione d’emergenza.
In che modo potrebbe svolgersi?
In primo luogo la Grecia, anche nel caso di un fallimento dello Stato ufficialmente dichiarato, potrebbe rimanere un Paese europeo. Quanto a lungo, al riguardo non ci sono regole. Del resto il Paese sarebbe costretto ad emettere una propria moneta. Quando ad Atene finiscono gli euro, il governo potrebbe finanziare una parte delle spese dello Stato con una moneta parallela. Lo Stato greco potrebbe pagare i suoi impiegati e i suoi pensionati con pagherò. Se simili documenti saranno accettati come mezzo di pagamento nel Paese, la cosa potrebbe funzionare, almeno per il momento.
Una moneta parallela è una soluzione durevole?
L’economia del Paese non potrebbe resistere a lungo: infatti la Banca Centrale Europea (BCE) sarebbe costretta – al più tardi, nel caso di una dichiarazione ufficiale del fallimento di quello Stato – a sospendere il suo aiuto speciale (Ela) alle banche greche. Così il sistema bancario greco fallirebbe e il Paese sarebbe escluso dal traffico internazionale dei pagamenti.
I nuovi pagherò greci perderebbero immediatamente valore e Atene di tali documenti dovrebbe stamparne sempre di più. La rovina economica della Grecia si aggraverebbe.
E allora non è meglio se la Grecia introduce la dracma o una nuova moneta?
Se la Grecia reintroducesse, al posto del “duro” euro, una “soffice” dracma, l’economia locale potrebbe, con una propria moneta di valore inferiore, offrire i suoi prodotti a un prezzo più conveniente. I prodotti nazionali sarebbero più richiesti, e le importazioni diverrebbero più care. Dal momento che la nuova dracma sarebbe immediatamente svalutata, reputa il Presidente dell’Ifo Hans-Werner Sinn, si può ritenere che già dopo uno/due anni si potrebbe avere una forte ripresa economica, perché si comprerebbero meno merci importate e il turismo sarebbe ravvivato.
Come potrebbe andare in concreto la Grexit?
Per una Grexit non esistono regole. Affinché essa possa andare in scena in qualche modo ordinatamente, sarebbe necessaria un’intesa fra Atene e i partner europei. Cosa che del resto sarebbe nello stesso tempo l’ammissione che il progetto politico dell’integrazione europea ha fallito riguardo al suo membro più debole. Perfino nel caso di un’uscita dall’euro, la Grecia, molto probabilmente, rimarrebbe nell’Unione Europea. Sarebbero necessari generosi aiuti dagli altri 27 Paesi membri, per ammortizzare gli oneri sociali e rimarrebbe comunque un problema fondamentale per la Grecia: una grande parte dei debiti esteri il Paese dovrebbe – esattamente come prima – rimborsarli in euro.
Quanto velocemente si potrebbe introdurre di nuovo la dracma o un’altra moneta?
Per la “prima fornitura” di un Paese come la Grecia, con dieci milioni di abitanti, le banche di emissione dovrebbero partire da un fabbisogno di 300 milioni di biglietti. Per permettere un ordinato sistema di pagamenti, gli esperti suggeriscono i seguenti passaggi:
?100 milioni, in pezzi da 5/10/20 dracme, G-euro o comunque potrebbe chiamarsi la nuova moneta. Poi bisognerebbe introdurne con continuità altri, finché non si copre tutta la circolazione ed essa funziona.
L’altezza totale del denaro (quotazione? NdT) può essere stabilita politicamente, ma di regola dopo un certo periodo di assestamento del cambio essa si stabilirebbe con riguardo alle monete leader, il dollaro e l’euro. Volendo essere realisti, la nuova moneta greca dovrebbe essere svalutata d’una percentuale dal 30 al 50%.
? La stampa della prima fornitura di trecento milioni di biglietti di banca dovrebbe durare da tre a quattro mesi, dice Andrea Nitsche, portavoce della rinomata stamperia monacense Giesecke e Devrient. L’indispensabile premessa è che sia già disponibile il materiale necessario, e ancora più importante, deve esserci il “substrato”.
Viene così chiamata la “carta” sulla quale vanno stampati i biglietti. Diversamente dalla carta corrente, essa è di regola una mescolanza di cotone antistrappo prodotta specificamente per la stampa di banconote. Importante è inoltre quanto sia costoso produrre le caratteristiche di sicurezza (per esempio strisce di metallo, filigrana, ologrammi ecc.).
? Alla produzione delle banconote segue un procedimento in parecchi passaggi. La ripartizione e distribuzione delle banconote è compito delle banche d’emissione rispettive, che devono anche rifornire i distributori automatici, le filiali delle banche e le aziende. Normalmente, l’introduzione di una moneta del tutto nuova dura da un anno a un anno e mezzo.
Quanto costerebbe la Grexit?
Jörg Krämer, capo dell’economia politica della Commerzbank, calcola: nel caso di un’uscita della Grecia dall’euro, sarebbero in pericolo circa 350 miliardi di euro, anche se non in un colpo solo. “È vero che la Grecia deve agli altri Paesi europei, direttamente o indirettamente, molto denaro”.
Il più grande creditore è il Fondo di salvataggio euro (EFSF), con 130,9 miliardi di euro. I crediti bilaterali diretti degli altri Paesi europei assommano a 52,9 miliardi di euro. A questi si aggiungono gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale e ciò che è dovuto alla Banca Centrale Europea. Quanto alte le perdite per i Paesi europei sarebbero effettivamente, scrive Krämer, dipende dal fatto che Atene, nel corso del tempo, sia o no, malgrado tutto, disposta a rimborsare almeno una parte dei suoi debiti. Al riguardo, dopo una “Grexit” ci potrebbero essere negoziati, e forse si arriverà allora a quella “Conferenza sui debiti” che il governo greco ha sempre e ripetutamente richiesto.
Di quanto denaro stiamo parlando, per quanto riguarda i contribuenti tedeschi?
Il rischio per la Germania va approssimativamente da 80 a 90 miliardi di euro. La cassa della Germania del resto non sarebbe aggravata di questo peso immediatamente: la maggior parte dei crediti scadono infatti a partire dal 2020.
Le banche tedesche sarebbero colpite dal fallimento dello Stato greco e dalla Grexit?
I pericoli diretti sarebbero insignificanti. Alla fine del 2014, secondo valutazioni della Bundesbank, alla Grecia gli istituti hanno prestato ancora 2,4 miliardi di euro. Dopo il taglio dei debiti della primavera del 2012, essi non hanno quasi più titoli di Stato del Paese. In quell’occasione le banche hanno dovuto rinunciare all’incirca alla metà delle loro pretese e da quel momento ritirano sistematicamente i loro investimenti in titoli di Stato greci.
(Traduzione di Gianni Pardo)
(1) http://www.bild.de/politik/ausland/griechenland-krise/so-kann-ein-grexit-aussehen-41694440.bild.html



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POLITICA
8 luglio 2015
PERCHE' L'UNIONE EUROPEA HA PAURA DELLA GRECIA


George Friedman ha scritto un articolo(1) interessante perché, ancora una volta, mostra di seguire l’aureo principio secondo cui, per capire una situazione, non bisogna partire dall’idea che il prossimo sia folle o sciocco. Bisogna innanzi tutto cercare di comprendere le sue motivazioni. E mentre molti si chiedono che cosa si aspetti per rimandare a casa Tsipras con un incoraggiamento nel fondo schiena, l’analista americano offre una spiegazione del fenomeno che nella pubblicistica corrente manca del tutto. L’articolo è sesquipedale, e dunque se ne riassumono per sommi capi i punti fondamentali.
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Che i greci non sarebbero mai stati in grado di rimborsare i debiti è stato sempre noto. E l’austerity non poteva che peggiorare le cose. Naturalmente lo hanno sempre saputo anche I greci. Analogamente è sempre stato noto che, senza un “radical restructuring”, o si sarebbero dovuti condonare i debiti della Grecia o essa sarebbe fatalmente arrivata al default. Tutte cose che naturalmente sapeva anche l’Unione Europea. Ma ciò che l’ha sempre frenata è stata la coscienza che la situazione, nella sostanza, non era diversa per altri Paesi dell’eurozona, anche se la Grecia costituiva l’esempio peggiore. Se dunque si fossero fatte grandi concessioni ad Atene, gli altri Paesi indebitati avrebbero chiesto anche loro di rinegoziare i debiti. Al riguardo si pensava soprattutto a Italia e Spagna, e malauguratamente questi Paesi sono economicamente molto, molto più “pesanti” della Grecia. La cosa era dunque da evitare ad ogni costo.
Ma la Grecia si è data un governo ostile all’Europa, ha avuto un comportamento sfacciato e arrogante, e l’Ue ha infine pensato che questo fosse il caso migliore per prendere posizione e punire chi osava discutere l’ordine stabilito. Sempre con l’intenzione di rimandare il problema, eccola dunque inflessibile, severa e irremovibile sull’austerity. Non si è resa conto che, con Syriza, il gioco era finito. I leader europei si aspettavano che il governo greco si sarebbe piegato, ma esso non poteva farlo. Non soltanto per ragioni politiche. Ma semplicemente perché I greci non ne potevano più. La loro economia era in macerie e sembrava assurdo che l’Europa insistesse nell’austerità piuttosto che passare allo stimolo. A questo punto i greci hanno pensato che il default poteva essere conveniente.
Secondo Friedman, è in ciò che i leader europei hanno sbagliato i calcoli: concetto che costituisce addirittura il titolo del suo articolo. Volevano dimostrare che nessuno poteva permettersi di pagare questo prezzo e il risultato è che si sono messi nell’angolo da soli.
Già il sistema dei prestiti e dei rimborsi era tutto un imbroglio, perché, se i greci erano degli irresponsabili nel contrarre i debiti, l’Europa era irresponsabile nel concederli. Secondo Friedman, è assurdo ritenere che le banche europee siano state ingannate. Esse sapevano perfettamente quello che facevano. Volevano concedere i prestiti perché “facevano soldi con le transazioni”; in un turbinio di trasferimenti tra le banche. Così, l’Unione europea è sembrata “protettiva per le banche e predatoria nei confronti di coloro che non hanno contratto debiti”.
I votanti di domenica hanno scoperto il bluff dell’Europa. Questa riteneva che i greci non si rendevano conto di che cosa avrebbe significato per loro il default, ma essi pensavano che non era mendicando che avrebbero ottenuto di più. Dovevano convincere gli europei che erano realmente disposti ad abbandonare l’eurozona. Ed effettivamente erano pronti a farlo. La posta in gioco era troppo alta, per bluffare soltanto.
Ad Atene si è pensato che il default avrebbe avuto un costo altissimo, ma ci sarebbe stato modo di superare la crisi. E proprio questa era la massima paura dell’Europa: la dimostrazione che si potesse lasciare l’euro e sopravvivere, se non addirittura fiorire. Per questa ragione oggi l’Ue potrebbe cedere ed offrire alla Grecia accordi che quest’ultima potrebbe essere disposta ad accettare. Anche perché la Germania ha la preoccupazione di mantenere la zona di libero scambio per le sue esportazioni. E tutto ciò senza parlare delle opzioni offerte da Russia, Cina e Stati Uniti, su cui Friedman si dilunga.
______________________

L’articolo di Friedman, forse discutibile in alcune parti, dimostra tuttavia che il problema greco è soltanto l’indice di un problema più grande: l’intera Europa è costruita su un assunto erroneo. Se l’assioma fondamentale è che 3x3 fa 10, è ovvio che da quel momento i conti non torneranno mai.
Gli errori dell’Europa sono soprattutto due: 1. Che si possano contrarre debiti in modo esponenziale e all’infinito; 2. Che si possa avere una moneta unica per Paesi sovrani e diversi.
In realtà, per quanto riguarda i debiti, tutto ciò che si può fare – se riesce – è rinviare il momento della scadenza, che tuttavia fatalmente arriverà. Per quanto riguarda la moneta, la sua unicità e la sua rigidità porteranno prima o poi a squilibri che diverranno insostenibili. Per alcuni Paesi essa sarà troppo forte, per la realtà economica sottostante, per altri Paesi sarà troppo debole per la realtà economica sottostante. Ad alcuni essa darà vantaggi eccessivi, ad altri svantaggi insopportabili. La Grecia è la miccia che fa scoppiare questa bomba, ma è una bomba che altri, non la Grecia, hanno costruito. L’hanno costruita gli sciocchi idealisti europei. Quelli convinti che sostenere che tre per tre fa nove sia banale e contrario alle speranze degli uomini migliori.
Il default, per la Grecia, è la soluzione migliore. Quel piccolo Paese deve camminare con le proprie gambe, e cavarsela da sé. Se necessario si ridimensionerà fino ad assumere una configurazione sostenibile, al livello che risulterà dall’operazione.
L’Unione Europea potrebbe continuare a sovvenzionare la Grecia soltanto perché sotto ricatto. Perché vorrebbe nascondere ad ogni costo che i propri fondamentali sono fasulli. E se non lo fa, corre dei rischi.
Fino ad oggi la Grecia è stata un bluff, ma purtroppo anche l’intera Europa lo è. Dunque, dopo tutto, se scoprisse che in mano ha un paio di scartine, un ritorno alla realtà - se pure al prezzo di notevoli sofferenze - a lungo termine sarebbe qualcosa di positivo.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 luglio 2015
(1)July 7, 2015. "The Greek Vote and the EU Miscalculation is republished – in this case resumed - with permission of Stratfor."



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POLITICA
7 luglio 2015
LA GRECIA E IL FASCINO PERVERSO DEI PREGIUDIZI


Le recenti vicende della Grecia dimostrano che l’incremento della quantità e della qualità delle informazioni non modifica il livello d’intelligenza delle folle. Per dimostrarlo, basta rileggere la storia delle Crociate. Lo slogan era semplice, bisognava “liberare il sepolcro di Cristo”. E la ragione per la quale questa impresa era da compiere era anch’essa semplice: “Dio lo vuole”.
Come se non bastasse, l’Oriente era ricco e favoloso, e la voglia d’avventura e bottino non mancava certo. Naturalmente il clero collaborava alla campagna di reclutamento. Insomma - si direbbe oggi - le crociate avevano “buona stampa”. Nella realtà, quelle spedizioni furono soprattutto una serie di fallimenti, un’occasione per massacri insensati e in totale imprese di cui francamente non c’è ragione di gloriarsi. Ma come resistere, ancora oggi, al fascino di parole come “liberare il sepolcro di Cristo” e “Dio lo vuole!”? Pierre l’Ermite dovrebbe essere il santo patrono dei pubblicitari.
Ma almeno allora c’era qualche scusa, perché la maggioranza degli europei era analfabeta: oggi invece chi non è informato è uno che non vuole informarsi. E, grazie a Dio, di questi volontari dell’ignoranza non c’è penuria. Dunque l’iconografia più ingenua prevale sulla realtà. La società è ferma alla rappresentazione del debitore insolvente come di un uomo onesto e sfortunato, che meriterebbe ogni aiuto (e in primo luogo la remissione del debito, naturalmente) mentre il creditore è uno che s’è arricchito con mezzi illeciti e che non ha alcun bisogno di vedersi restituire il denaro che chiede – per giunta con gli interessi pattuiti, l’infame! – per puro sadismo. Una persona perbene deve stare per forza coi debitori.
Non è l’unico pregiudizio infrangibile. Ogni volta che c’è una rivoluzione, è immancabilmente “una sollevazione che condurrà alla più pura democrazia”. E si è visto con la rivolta contro lo Scià di Persia, nel 1979. Si è visto anche, più recentemente, con la famosa “Primavera araba”, i cui risultati hanno lasciato indenni soltanto coloro che non l’hanno avuta, come il Marocco.
Oggi è di moda il pregiudizio a favore di Atene. A parte la sua storia e la sua bellezza, la Grecia ha a suo favore anche molte delle caratteristiche positive hollywoodiane. È piccola, ed è inserita in un mondo di colossi. È povera, ed è inserita in un mondo di ricchi. È imbrogliona, come può esserlo una zingarella, ma, appunto, è carina, e se rubacchia è per sopravvivere. Fa debiti, come ogni persona dall’animo poetico e incapace di far di conto, ma questo la rende ancor più simpatica. E comunque, essendo del tutto incapace di restituire il denaro che ha preso a prestito, merita tutto il nostro sostegno. Beninteso, purché siano altri a pagare per essa, e non noi. Del resto, alla Grecia non si può rimproverare nemmeno di averli contratti, quei debiti: l’errore l’hanno commesso coloro che le hanno fatto credito. Lo sapevano che non avrebbe mai rimborsato quel denaro. E del resto, forse che non hanno chiesto gli interessi, per quei prestiti? Se rimangono con un palmo di naso, ben gli sta.
La classica pulsione idiota di dare ragione a chi ha torto, per dimostrare la propria inesauribile magnanimità, è irresistibile.
Purtroppo, la Grecia è arrivata al capolinea. Non ha più denaro ed è sull’orlo del fallimento. Per circa cinque mesi ha negoziato con le autorità europee per ottenere ulteriori prestiti. Ha offerto le contropartite che credeva di poter offrire e alla fine, con mossa eroica e nobile – “Voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane!” – ha indetto un referendum che ha coraggiosamente gridato alle autorità monetarie: “Andate al diavolo”. “La Grecia farà da sé”, si vorrebbe aggiungere, ricordando un signore dalla mascella surdimensionata. Auguri.
Il guaio è che il copione non è stato scritto a Hollywood. Dopo che la Troika sarà andata dove l’hanno mandata, chi rifornirà i bancomat di euro? Chi pagherà le pensioni? Che avverrà, se Atene, tornando alla dracma, avrà una tragica svalutazione e dovrà ridimensionare brutalmente il suo livello di vita? Quel giorno, con quale stato d’animo si ripenserà alla festa popolare della piazza Syntagma? Come si giudicheranno le promesse di Tsipras e Varoufakis?
C’è da sperare che, sia pure per le ragioni più egoistiche e sbagliate che si possano immaginare, l’Europa riesca a salvare la Grecia. Se però ciò non riuscisse, oltre al compianto per quel piccolo popolo, rimarrebbe la voglia incompressibile di prendere a randellate tutti coloro che hanno tripudiato per il risultato del “no” nel referendum. Cyrano, per un gesto, si giocò la paga d’un mese. Ma Cyrano aveva degli amici, la Grecia non ne ha. Se non a parole.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
7 luglio 2015




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POLITICA
6 luglio 2015
GRECIA, UN TOTALE FRAINTENDIMENTO


A giudicare dal fatto che la sera del cinque luglio tutte le televisioni all’unisono hanno parlato per ore della Grecia, c’è da pensare che milioni di italiani si siano occupati di questo problema; e l’impressione generale è che abbiano perso il loro tempo. I commenti per la maggior parte sono stati sfocati e, in un certo modo, assurdi. Come se, assistendo ad una battaglia, si discutesse dell’eleganza delle divise dei rispettivi eserciti.
Molto si è detto del valore democratico del referendum, anche se era confuso, e su una proposta di accordo che dal lato europeo non era più valida. Qualcuno infatti l’ha visto come un referendum “sostanziale” per scegliere tra euro e dracma. Ma poi Tsipras - spaventato all’idea di essere buttato fuori dall’euro, perché svaniva ogni speranza di finanziamento - ha detto che Syriza vuole in ogni caso rimanere nell’eurozona.
Molta saliva è stata consumata per applaudire lo scatto di dignità di Atene, che infatti ha festeggiato a lungo questa vittoria. La retorica miope ha creduto che “ora la Grecia può affrontare il negoziato da una posizione di forza”, mentre è esattamente il contrario. La forza rimasta ad Atene è quella di tendere la mano. Insomma, si è avuto un tale festival di idiozie da far rinunciare subito all’idea di enumerarle. Siamo longevi, ma non arriviamo ancora a cent’anni.
Tutto quello che poteva dire e fare la Grecia l’ha detto e l’ha fatto e parlare di essa è una perdita di tempo. Chi deve risolvere il problema sta a migliaia di chilometri da Atene. Sono la Merkel e Hollande, che stasera si incontreranno a Parigi. Poi domani si riuniranno in parecchi di più, e nel frattempo la Bce dovrà decidere se finanziare ancora la banche greche, almeno per qualche giorno. E se non lo fa sono guai. Ecco perché, vedendo i venditori di salsicce in piazza Syntagma, qualcuno commentava: “Per stasera hanno da mangiare, fa piacere. Ma domani?”
È un fatto: la soluzione verrà da Berlino, da Bruxelles, da Strasburgo e da Francoforte. È a queste piazze che bisogna fare riferimento. E i dati di cui si si dispone attualmente sono scarni.
In primo luogo, nessuno ha invitato il governo greco a tornare al tavolo del negoziato, e il segnale è chiaro: non è detto che un nuovo negoziato ci sarà. Comunque non è detto che sarà a brevissima scadenza. Dalla Germania il vice cancelliere Sigmar Gabriel (SPD) e la signora Merkel (CDU) hanno fatto dichiarazioni secche e poco incoraggianti. Il semplice fatto di perdere qualche giorno in discussioni e consultazioni potrebbe condurre al venti luglio, quando Atene dovrebbe pagare Dio sa quanti miliardi di euro, che semplicemente non ha. In più non ha pagato 1,7 miliardi a fine giugno, e insomma entro il mese si potrebbe arrivare al momento del default ufficiale della Grecia (quello sostanziale si è verificato già anni fa). E in questo caso, ci sarà spazio per ulteriori negoziati?
Naturalmente questo non è l’unico scenario. La signora Merkel (ammesso che il Bundestag poi le dica di sì), Hollande e gli altri potrebbero decidere che il fallimento della Grecia e la sua uscita dall’euro potrebbero costare loro più di quanto costerebbe sostenerla ancora. E in questo caso – esclusivamente nel loro interesse, non certo perché minacciati dalla Grecia – potrebbero decidere di riesumare il negoziato e buttare ancora soldi nel pozzo senza fondo dell’insolvenza greca.
Viceversa potrebbero decidere che il problema greco è insolubile, che concedere ulteriori prestiti corrisponde a svenarsi, per ritrovarsi fra non molto tempo nella stessa situazione di oggi, e decidere dunque di prendere una volta per tutte il toro per le corna. Fra l’altro approfitterebbero del fatto che il referendum greco ha dato al mondo l’impressione che non l’Unione Europea scaccia la Grecia, ma è la Grecia che se ne va, orgogliosa e a testa alta. Visto che gli allocchi ci credono, perché non usare questo argomento?
Nel caso di un debito inesigibile, il debitore non ha potere negoziale. Ecco perché l’enorme attenzione dedicata ai proclami di Tsipras e Varoufakis hanno avuto qualcosa di delirante. Loro non possono decidere niente. Già se la Bce non dà soldi alle banche per tirare avanti per qualche giorno, la tragedia della Grecia potrebbe annunciarsi non chissà quando ma entro meno di una settimana dai festeggiamenti di piazza Syntagma.
Si è detto che il destino della Grecia sarà deciso dai suoi “creditori”, ma non bisogna dimenticare che anche questi “creditori” rispondono delle loro azioni in primo luogo ai loro governati. E, per cominciare, il popolo tedesco è assolutamente contrario a pagare per i greci. Inoltre, i popoli che hanno già fatto grandi sacrifici (l’esempio classico in questo campo è la Spagna), non sono affatto pronti ad esentarne qualcun altro, pagando al suo posto. Anzi, se la Grecia ottenesse grandi concessioni, le reclamerebbero per sé, essendone più meritevoli. E l’Ue non potrebbe permettersele.
Il riassunto è un totale ribaltamento della situazione come ieri veniva mostrata dalle televisioni. Atene era illuminata e in festa, il resto dell’Europa era al buio. In realtà la Grecia non conta niente, e il suo destino sarà deciso altrove.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
6 luglio 2015



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POLITICA
5 luglio 2015
IN ATTESA DEI RISULTATI DEL REFERENDUM GRECO


Narra Rabelais che una volta un convento fu attaccato dai briganti, i quali volevano appropriarsi di tutta l’uva che era pronta per la vendemmia. La cosa allarmava molto i religiosi, che su quella vigna contavano per avere il vino da bere tutto l’anno, e per questo si erano riuniti in un Servizio Divino, cioè avevano deciso di pregare per ottenere la protezione del Signore. Il progetto non trovò d’accordo Frère Jean, un Fra’ Giovanni che sembrava un antenato di Don Camillo, il quale, benché trattato da avvinazzato, insistette perché ci si dedicasse non al servizio di-vino, ma al servizio del-vino. Cosa che lui stesso s’incaricò di fare. Presa una grande stanga di legno, andò infatti a fare letteralmente strage dei ladri. E Rabelais, da bravo medico, non si priva neppure della descrizione - da libro degli orrori più che di medicina legale - delle ferite mortali inferte agli incauti manigoldi.
Rabelais era particolarmente sensibile alle ragioni del buon senso e l’episodio torna in mente ogni volta che, riguardo ad un problema, ci si occupa con troppa attenzione di ciò che è secondario, e si propongono soluzioni che sarebbero efficaci se la realtà non fosse quella che è. Come accade in questi giorni a proposito di Atene.
Che la Grecia abbia diritto, nel cuore di ogni persona che abbia una formazione classica, ad una sorta di altare maggiore, non c’è alcun dubbio. Che un’Europa senza la Grecia sarebbe come un grande albero senza radici, anche questo è vero. Ma, lasciando da parte queste immagini, che la Grecia sia o non sia nell’eurozona, poco influisce sull’arte di Sofocle, sulla cultura di Aristotele o sull’intelligenza di Eratostene. Per secoli quella propaggine dei Balcani è stata sotto il dominio turco e non per questo gli eruditi europei non si sono abbeverati ancora e sempre a quella cultura. Perché - come ha scritto lapidariamente lo storico H.A.L. Fisher - “L’Europa è figlia dell’Ellade”.
Parlare di tutto ciò è assolutamente fuor di luogo. Il problema della Grecia non è culturale, è esclusivamente economico e finanziario. È economico, nel senso che la Grecia non sembra essere in grado di produrre sufficiente ricchezza per il livello di vita cui i greci sono ormai abituati. È finanziario nel senso che quel Paese ha contratto tanti debiti da non essere in grado di rimborsarli e da rendere difficile l’ottenimento di ulteriori crediti. Già in passato ha beneficiato di consistenti sconti (fino al 50%), di rinvii di pagamento (pudicamente denominati “ristrutturazioni delle scadenze”), ed è arrivato a non pagare i debiti non rinviabili, il recente trenta giugno. Che altro deve fare, per allarmare i possibili finanziatori?
Ciò posto, la soluzione non è né una serie di inchini dinanzi alla statua di Minerva, né la famosa “austerity”, di cui tanto si discute. Non perché ha provocato sofferenze ai greci – questo sarebbe il meno – ma perché non è servita a modificare la situazione economica del Paese.
Qualunque seria soluzione dovrebbe innanzi tutto avere la caratteristica di essere sostenibile. La concessione di ulteriori crediti, come ha scritto qualcuno, sarebbe come voler risolvere il problema versando altra acqua in un secchio che ha un buco sul fondo. Questa non è una soluzione. L’austerity, come detto, non ha funzionato in passato e non si vede perché dovrebbe funzionare in futuro. Rimangono le famose “riforme”, incluse quelle suggerite da Bruxelles. Ma esse sono - e devono essere - il risultato di una volontà politica. Per un Paese che vuole essere e sentirsi sovrano, vedersele imporre dall’esterno è molto fastidioso. E se poi non avessero gli effetti sperati, chi dovrebbe metterci una pezza? Perché, se le decide Atene, poi ne risponde Atene. Se invece Atene domani potrà dire di avere fatto ciò che le è stato consigliato, senza ottenere i risultati sperati, potrebbe anche, con ragione, chiedere i danni: cioè il ripianamento del deficit. Anche questa è una strada sbagliata.
I Paesi sono maggiorenni e i consigli sono fuor di luogo. Sono gli stessi greci che devono trovare una soluzione drastica per il loro Paese. Anche ridimensionando il loro stile di vita. A meno che l’Europa non abbia l’intenzione di sovvenzionare la Grecia a tempo indeterminato. Ma la cosa è improbabile, perché se non si stancano a Berlino e Bruxelles, si stancheranno comunque i cittadini dei Paesi che si dissanguano.
Ecco perché si pensava a Frère Jean des Entommeures: comunque la si metta, la realtà è che nessuno può sperare di vivere indefinitamente a spese altrui. Il problema non riguarda l’ideale dell’Europa, non riguarda la cultura, non riguarda la solidarietà, riguarda puramente e semplicemente i soldi e chi ce li mette. Il resto è “idle talk”, chiacchiere perse.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 luglio 2015




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POLITICA
3 luglio 2015
INTERVISTA CON ME STESSO


Questo titolo fa vagamente ribrezzo. Come quando Eugenio Scalfari intitolò un suo libro: “Incontro con io”. La parola intervista sembra infatti alludere alla conversazione con una persona importante, di cui si vuol conoscere l’illuminato parere. Nel presente caso si tratta invece della volontà di prendermi per il bavero, per farmi confessare come la penso, visto che non l’ho ancora capito. Ed ho usato la parola “intervista” soltanto perché “interrogatorio di me stesso” non suonava bene.
La curiosità riguarda ciò che penso dell’eventuale uscita dell’Italia dall’euro e mi accorgo che, preso alla sprovvista, non saprei che cosa rispondere. Forse comincerei col dire, scioccamente, che sarebbe stato meglio non entrare nell’eurozona. E quando mi si facesse notare che il passato è immodificabile, potrei ancora dire che sarei per il ritorno alla lira, se non avessimo l’immane debito pubblico che abbiamo. Ma, anche stavolta, rischierei di fare una magra figura: quel debito pubblico l’abbiamo, ed è inutile sognare che il sole sia quadrato.
Dunque la domanda cui debbo rispondere è: all’Italia, nelle condizioni reali in cui si trova, converrebbe uscire dall’euro?
La prima difficoltà di questo progetto è che nel trattato istitutivo dell’euro non è previsto il suo abbandono. Dunque, quando accenniamo ad “uscire dall’euro”, non sappiamo esattamente di che cosa stiamo parlando. In particolare, non sappiamo come i mercati interpreterebbero la nostra mossa, per quanto riguarda il debito pubblico. Se infatti la fiducia nell’Italia si mantenesse, il ritorno alla lira sarebbe una benedizione. Di fatto invece sarebbe inevitabile una svalutazione della nuova moneta rispetto all’euro, e di questa svalutazione è attualmente difficile stabilire il quantum.
Qualcuno sostiene che i debiti denominati in euro vanno ripagati in euro, anche se un Paese cambia moneta. Se così fosse, noi ci troveremmo obbligati a pagare interessi maggiorati dalla svalutazione della nuova lira rispetto all’euro, per non parlare del rimborso del capitale. E l’operazione potrebbe rivelarsi talmente onerosa, da non sapere se ce la potremmo permettere.
Ma si può anche fare l’ipotesi che si prescinda dagli obblighi giuridici e che l’Italia dica ai creditori, dall’oggi al domani: “Paghiamo i nostri debiti in lire, e se la lira è svalutata rispetto all’euro, tanto peggio per i creditori”. Questa mossa risoluta ci metterebbe al riparo dal rincaro degli interessi da pagare, ma non ci metterebbe al riparo dalle vendite dei titoli italiani (con notevole aumento dello spread rispetto alle valute forti), e addirittura potremmo non riuscire a piazzare i titoli di nuova emissione: con rischio di default.
Insomma, prima di pensare ad uscire dall’euro, bisognerebbe vedere quale copertura ci offre la Banca Centrale Europea. Ma, appunto, avremmo quella copertura?
Comincio ad avere le idee più chiare. Se l’Italia non avesse il debito pubblico che ha, sarei per un’immediata uscita dall’euro. Questa mossa non sarebbe indolore, perché la nostra moneta si svaluterebbe, con conseguente ribasso dei prezzi all’esportazione e rincaro dei prezzi all’importazione. E ci vorrebbe qualche tempo per adattarsi alla nuova condizione. Ma queste difficoltà servirebbero ad un riequilibrio della situazione monetaria rispetto alla realtà economica effettiva. Dopo qualche anno, staremmo meglio.
Ma dal momento che il debito pubblico esiste, e non sappiamo se e come l’Unione Europea ci aiuterebbe ad uscire dall’euro, forse ci conviene non tentarle l’impresa. La situazione presente non è gradevole, ma almeno ne conosciamo i limiti e gli inconvenienti. Precipitandoci in una situazione nuova e imprevedibile, potremmo avere l’occasione di pentircene amaramente.
Tutto ciò spiega l’inammissibile insipienza del governo greco. Accettando ulteriori finanziamenti al prezzo di ulteriore austerity, Alexis Tsipras non conclude nulla. Rinvia il momento in cui saranno necessari ulteriori prestiti, ritrovandosi nella situazione attuale. Dunque sarebbe giusta l’idea di sciogliere il nodo assolutamente subito, concordando con l’Unione Europea un’uscita dall’euro. L’Unione infatti sa bene che la Grecia è su una china tale, che un ulteriore “salvataggio” servirebbe soltanto a guadagnare tempo.
La Grecia potrebbe promettere un rimborso parziale dei prestiti, in dracme (concordato preventivo), e l’Ue potrebbe pilotare la svalutazione dall’euro alla nuova dracma, in modo da attutire, se possibile, i contraccolpi di questa virata epocale.
Tsipras non avrebbe dovuto chiedere grandi regali in cambio di niente: a queste condizioni, persino i conigli spaventati di Bruxelles hanno dovuto dire di no. Avrebbe dovuto proclamare ad alta voce che la situazione era insanabile e che la Grecia era felice di rimanere nel’Unione ma non nella moneta unica.
Uscire dall’euro sarebbe una buona cosa per qualunque nazione, dal momento che la moneta unica è un errore. Ma non se ne può uscire se non concordando la manovra con la stessa Unione Europea. E questa dovrebbe capire che è nel suo interesse favorirla.
Ma il futuro potrebbe smentire totalmente tutto ciò che qui è stato scritto. Forse avrei dovuto avvalermi della facoltà di non rispondere.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
3 luglio 2015



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POLITICA
2 luglio 2015
IL PUNTO DI VISTA DI STRATFOR SULLA GRECIA

di George Friedman
E le possibili conseguenze su tutti i debiti sovrani
di Gianni Pardo

Riguardo alla Grecia, la crisi, se così la si vuole chiamare, era in atto da molti mesi. “il punto terminale [ora raggiunto] è quello in cui né i greci, né i tedeschi possono fare ulteriori concessioni”, ma “nessuno ha mai realmente pensato che i greci potessero restituire quei prestiti”. Lo scopo dei tedeschi, fino ad un momento recente, è stato quello di “mantenere intatto non soltanto l’euro, ma anche la zona di libero scambio e il potere di Bruxelles sull’economia europea. La Germania fino ad ora ha evitato un livello estremo di crisi concedendo una infinita serie di accordi con la Grecia che i greci non potevano onorare e che nessuno si aspettava che essi onorassero; ma ciò ha permesso a Berlino di far credere che i greci capitolavano alle richieste tedesche di austerità”, eiò “teneva buoni gli altri paesi europei indebitati”.
“Per i tedeschi, la Grecia ha rappresentato una diga. Ciò che stava dietro di essa era sconosciuto e i tedeschi non potevano tollerare il rischio di una sua rottura. Un fallimento della Grecia avrebbe provocato” conseguenze simili a ciò che si era visto a Cipro, “sarebbero state probabilmente create barriere al commercio con lo scopo di proteggere l’economia greca, e un radicale riorientamento della Grecia in una nuova direzione strategica”. Ma c’era anche il valore d’esempio che il caso avrebbe potuto rappresentare. “Se ciò non portava ad una catastrofe economica e sociale, gli altri Paesi europei avrebbero potuto scegliere di approfittare dell’opzione greca. La prima scelta della Germania per evitare il fallimento era quella di creare l’illusione di una sottomissione greca. La seconda era quella di dimostrare le penose conseguenze di un rifiuto greco di continuare a giocare la prima partita”, quella dell’obbedienza.
Più recentemente, i tedeschi, riguardo alla Grecia, “hanno scelto di mostrare al pubblico europeo le conseguenze di un vero fallimento”. Ma le conseguenze sono dubbie. In Europa ci si potrebbe accorgere che “il rispetto dei rimborsi dei debiti potrebbe essere disastroso nel breve termine, ma soltanto se se i politici lo permettono. Esso potrebbe invece dimostrare che “la punizione per il non rispetto [degli impegni], per quanto dolorosa, sia tuttavia sostenibile e di gran lunga preferibile alle all’alternativa”.
“La premessa di base della Germania e dall’Unione Europea era che, in fin dei conti, la responsabilità di pagare i debiti incombeva su coloro che avevano contratto i debiti”. Ma Syriza la pensa diversamente. Essa oppone che, “di fatto, il mutuante e il mutuatario condividono la responsabilità morale. Il debitore poteva essere obbligato ad evitare di contrarre debiti che non avrebbe potuto restituire, ma il prestatore – essi sostengono – era anche obbligato ad essere doverosamente diligente, non prestando denaro a coloro che non sono in grado di restituirli. Cosicché, benché i greci siano stati degli irresponsabili per avere spensieratamente preso a prestito denaro, le banche europee che originariamente hanno finanziato la baldoria di debiti della Grecia sono state irresponsabili nel permettere che la loro stessa avidità prevalesse sulla loro doverosa prudenza”.
La Grecia, secondo Syriza, “deve sganciarsi da questa situazione e un ulteriore rinvio privo di significato semplicemente rinvierebbe il giorno in cui bisognerà riconoscere che questa non è una soluzione, e dunque rinvierà anche la ripresa economica”.
“Un’uscita della Grecia dall’eurozona non sarebbe follia. Creerebbe un disastro in Grecia, per qualche tempo, ma permetterebbe ai greci di negoziare con l’Europa su un piede di parità. Pagherebbero i loro debiti all’Europa con dracme secondo ciò che determinerebbe la Banca Centrale Greca, e potrebbero stabilire unilateralmente i tempi dei pagamenti. I mercati finanziari sarebbero loro chiusi, ma i greci avrebbero il potere di stabilire controlli sulla moneta come anche regolamenti di commercio, e devierebbero la loro attenzione dal vendere all’Europa, per esempio, al comprare e vendere alla Russia e al Vicino Oriente. Tutto ciò non è che sia un futuro molto promettente, ma non lo è neppure quello verso il quale la Grecia si avvia attualmente”.
“La sofferenza per un fallimento greco e un ritiro dall’eurozona sarebbe notevole. Ma questi fatti darebbero ai greci una moneta che possono finalmente guidare da sé. La paura che la Grecia possa lasciare l’euro non nasce dalla paura di un crollo istituzionale, ma dalla acuta coscienza che le monete sovrane possano essere di beneficio per la nazioni in difficoltà”.
(Riassunto e traduzioni di Gianni Pardo)
"Beyond the Greek Impasse is republished with permission of Stratfor", Stratfor 0701, 30 giugno 2015.

LE CONSEGUENZE SULL’ECONOMIA DI TUTTI I PAESI

L’articolo di George Friedman, come sempre, è prezioso perché prescinde totalmente dal punto di vista morale. Prescinde perfino dal punto di vista giuridico, secondo cui il debitore è tenuto a restituire il denaro ricevuto in prestito. Così, per la prima volta, le ragioni di Syriza sono state esposte in maniera plausibile.
Alexis Tsipras è stato presentato come uno sfacciato che dichiara senza vergogna che non pagherà i suoi debiti; Friedman invece lo presenta come un pragmatico che dice: “Sapete benissimo che la Grecia non potrà mai ripagare i suoi debiti. Ci vogliamo mettere una pietra sopra? Di fatto, o ci date ancora denaro, oppure ce ne andiamo”. Indubbiamente molto realistico. Ma la proposizione apre la porta a ben altre considerazioni.
La Grecia non è in grado di pagare i suoi debiti, è vero. Ma lo è forse l’Italia? Lo sono forse la Spagna, la Francia, e tutti gli altri Paesi, inclusa la Germania? Certamente no. Al massimo – continuando a contrarre debiti – riescono a far fronte agli interessi da pagare. Se dunque si permetterà alla Grecia di non pagare i suoi debiti, o di rimborsarli per metà, chi, fra gli altri debitori, si asterrà dal reclamare analogo vantaggio? E ciò significa uno sconvolgimento di proporzioni globali.
L’eurozona si è retta su alcune convenzioni. Per decenni si è ritenuto che i titoli di debito sovrano fossero sicuri, tanto da essere tenuti in portafoglio, al pari delle grandi monete forti. Ora il semplice riconoscimento che questa era un’illusione costituirebbe una rivoluzione. Infatti, temendo una svalutazione, i detentori potrebbero cercare di liquidarli. Soprattutto ciò avverrebbe se vedessero una realizzazione concreta del fenomeno, nel momento in cui la Grecia trasformasse i suoi debiti denominati in euro in debiti denominati in dracme. E si potrebbe avere una crisi globale.
Ma c’è di più. Friedman sostiene che la crisi della Grecia non si è verificata ora, ma è in atto da mesi. Ciò che è avvenuto ora è soltanto che le parti non sono più in grado di fare ulteriori concessioni. E allora si può chiedere: se questo tirare la corda in direzioni opposte ha portato ad una rottura per quanto riguarda la Grecia, come escludere che lo stesso meccanismo, , in atto per gli altri Paesi troppo indebitati, conduca prima o poi agli stessi esiti?
In questo caso, si devono contemplare parecchi scenari. Se già per la Grecia si ipotizza la trasformazione della divisa da euro in dracma, ed anche la trasformazione dei debiti in euro in debiti in dracme, c’è da presumere che anche i debiti degli altri Paesi non sarebbero “azzerati”, ma “scontati” nella misura della svalutazione conseguente al ritorno alla moneta nazionale. Se questa, per dire, si svalutasse di una percentuale che va dal 15 al 50% rispetto all’euro (o al marco), di altrettanto si svaluterebbero i crediti di tutte le banche e di tutti i Paesi creditori. Ciò condurrebbe ad un riallineamento economico di tutti i Paesi non soltanto dell’eurozona, ma anche dell’Unione Europea e forse del mondo.
La situazione ipotizzata include anche una notevole inflazione: infatti ci sarebbe una corsa a liberarsi, finché si è in tempo, dei titoli che, finché sono stati denominati in euro, sono stati sopravvalutati, e poi sarebbero decurtati di una buona percentuale del loro valore. Si avrebbe dunque una valanga di titoli venduti, e dunque il ritorno in circolazione di molto denaro contante. All’’inflazione interna si sommerebbe, per tutti i Paesi usciti dall’euro, il rincaro delle commodities e di tutte le importazioni, con l’unica eccezione di quelle provenienti da Paesi che hanno anche loro svalutato la loro moneta.
Il fatto che sia messa in dubbio la solvibilità degli Stati potrebbe avere conseguenze anche al di fuori dell’Europa. Ci si potrebbe infatti chiedere se sia sostenibile la quotazione del dollaro. Molti Paesi infatti lo mantengono come riserva, insieme con i titoli di Stato statunitensi, e già per questo si è rotto l’equilibrio fra l’economia sostanziale statunitense e il quantum di moneta stampata. Se, nel timore di una svalutazione, molta parte dei dollari fosse rimessa in circolo, la paura della svalutazione provocherebbe l’inflazione e dunque la svalutazione. E una ben diversa quotazione del biglietto verde.
Un dubbio finale riguarda il credito, nazionale e internazionale. Come si sa, il commercio e il credito sono fondati sulla fiducia. Quale influenza avrebbe su di essi l’esperienza del tracollo della Grecia? Gatto scottato teme l’acqua fredda, dice un proverbio. E se la Germania, quasi un secolo dopo, non s’è ancora ripresa dallo shock di Weimar, chi dice che per decenni avvenire il credito non sarebbe azzoppato dalla disastrosa esperienza dell’euro, e dalla punizione di tutti coloro che “hanno avuto fiducia” nelle rassicurazioni dei colossi?
Si potrebbe perfino ipotizzare una perdita di fiducia nel concetto stesso di “moneta di riserva”, adottando come parametro degli scambi non più il dollaro, ma soltanto l’oro o anche un paniere delle principali commodities: oro, argento, petrolio, rame, energia. Il credito sarebbe comunque ridotto al minimo, come tempi e come ammontare, e sarebbe sensibile alla minima brezza.
Forse il mondo dovrà riconoscere che ha sbagliato strada. L’idea di contrarre debiti che non si possono rimborsare, di stampare denaro ad libitum, di aggirare in tutti i modi le regole dell’economia di base (quella della massaia, per intenderci) era balorda. Alla fine la realtà presenta sempre il conto. Oggi lo sta presentando alla piccola Grecia, domani non avrà alcuna difficoltà a presentarlo a tutti gli Stati. Inclusi i giganteschi Stati Uniti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
2 luglio 2015



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POLITICA
1 luglio 2015
UN'INTERPRETAZIONE DI ALEXIS TSIPRAS


Spesso la pulsione fondamentale, nella vita di un uomo importante, è soltanto una: la nuda ambizione. Il potere per il potere. Poi, se si è usato quel potere anche per fare qualcosa (Napoleone e la sua riforma del codice civile, per fare un esempio) tanto meglio. Ma è un sottoprodotto. Annibale invece non tendeva tanto a dominare l’Italia quanto a distruggere il potere di Roma. La sua molla fondamentale non era l’ambizione, era l’odio.
Questo metodo si può usare per provare a meglio capire Alexis Tsipras. Sappiamo ben poco, di quest’uomo, dunque il tentativo sarà più un gioco che uno studio serio.
Alcuni dati riguardanti il Primo Ministro greco sono noti e ovvi: è giovane, è coraggioso, è di estrema sinistra. Già queste caratteristiche devono indurre a non cercare in lui uno statista influenzato da una grande cultura e da un progetto politico vasto e articolato. Bisogna avere il senso delle proporzioni: niente che somigli a Metternich o a Bismarck. Tsipras è lo stesso ragazzo che sbarcava ad Ancona per andare a contestare un G7, G8 o quello che era.
Data la sua mentalità, forse la sua idea fondamentale è che i vecchi complicano i problemi fino a non vederne più la soluzione. Oppure, ad ammettere che la vedano, poi non hanno il coraggio di attuarla. La sua storia politica potrebbe dunque essere la seguente: ha osservato una Grecia ogni giorno più povera, ogni giorno più infelice e tuttavia sempre più indebitata. Forse la sua idea fondamentale è stata una, semplice e chiara: bisogna porre un termine a tutto questo, a qualunque costo.
Naturalmente si sarà ritrovata intorno una folla di persone che gli spiegavano i possibili inconvenienti di questa operazione: ma avrà subito notato che nessuno gli offriva una soluzione diversa e indolore. O il tormento interminabile della austerity, o il tormento forse più breve, ma probabilmente più doloroso, del default. E qui ha prevalso il temperamento di Tsipras. Immaginiamo i suoi pensieri: “Se deve andare male comunque, battiamoci con le armi in pugno. Non c’è forse Leonida, fra i nostri antenati? Non possiamo passare la vita a tendere la mano e a vivere di elemosina. Una volta o l’altra questo gioco arriverà al capolinea. E dal momento che va già tanto male, chi dice che andrà peggio?”
Ecco la decisione: all’Europa si chiederanno finanziamenti a fondo perduto, senza concedere nulla di ciò che essa chiede; e se dice di no si esce dall’euro. Si pagherà il prezzo che sarà necessario pagare, ma dopo qualche tempo la Grecia starà come stava prima di far parte dell’eurozona. I greci non saranno più ricchi, ma almeno non saranno additati come dei mendicanti, degli imbroglioni e dei truffatori. Il piano a molti sembra azzardato ma, se è vero che la condizione di Atene è disperata, si può essere sicuri che quella di Tsipras non sia la soluzione migliore?
Nel Medio Evo questa situazione si è verificata molte volte. Quando l’assedio si prolungava tanto che venivano a mancare cibo e acqua, gli assediati uscivano dal castello, risoluti a rompere l’assedio o a morire combattendo. Niente di nuovo sotto il sole. Oggi le autorità europee hanno fatto e fanno di tutto per impedire questo esito: moltiplicano i negoziati e le offerte, spaventate dai problemi che la defezione e il default di Atene potrebbero provocare all’Unione, e forse non capiscono quanto la Grecia sia esasperata, e quanto fedelmente Tsipras si sia fatto interprete della sua disperazione.
Naturalmente ci si può chiedere se questi sentimenti siano buoni consiglieri. Ma Tsipras, col suo temperamento da giovane, risponderà certamente che chi si pone troppi interrogativi alla fine non fa niente. Come non hanno fatto niente i suoi predecessori. Eccolo dunque alla testa della parte più stanca e contemporaneamente più coraggiosa dei suoi connazionali. E ora che la battaglia è cominciata si può soltanto augurare buona fortuna a questo ardente Giasone che sfida il freddo Sigfrido.
Il grande Tucidide ci ha ripetutamente insegnato che nessuna battaglia, nessuna guerra si svolge come inizialmente pianificato. E non si può dedurre con certezza, dagli schieramenti in campo, chi sarà il vincitore. Se il risultato del referendum sarà quello sperato da Tsipras non sappiamo dunque se la Grecia ne beneficerà alla grande o se avrà modo d’insegnare, a tutti quelli che sognano di seguirla, che la sua è una strada da non imboccare in nessun caso. E di questa chiarezza il mondo intero le sarà infinitamente grato.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 luglio 2015



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