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POLITICA
30 giugno 2015
IL FATO DELLA GRECIA


I greci amavano darsi una spiegazione della realtà e, in mancanza di una scienza sviluppata, si contentavano di favole, in greco miti. Ma un buon senso di fondo gli impediva di attribuire l’onnipotenza agli dei. Nettuno poteva scatenare una tempesta, ma lui stesso incontrava un limite: non avrebbe potuto provocarla se avesse avuto contro il Fato. Questo non aveva volto, non rendeva conto a nessuno dei suoi dettati e probabilmente corrispondeva, se pur confusamente, al principio di causalità. Gli uomini in piccola misura, gli dei in grande misura possono tentare di deviare il corso degli eventi, ma la Necessità, il Fato, sono più forti di loro.
La mitologia è ormai fuori moda e il sommo potere è per noi la Realtà Obiettiva. E tuttavia, resi arditi dai successi della scienza e della tecnologia, siamo tutti copie in miniatura di Prometeo: quando la realtà non ci piace, tendiamo a negarla e a credere di poterla dominare. Ma finiamo, prima o poi, con l’accorgerci che è impossibile.
Il caso della Grecia è un eccellente esempio. In questi giorni si discute molto di democrazia, di sovranità, di egoismo dei più ricchi e di vittime dello strapotere altrui e si dimentica il nocciolo del problema, che è economico o forse, ancor più semplicemente, aritmetico.
Il principio fondamentale è che nessuno può sperare di vivere a tempo indeterminato a spese altrui. Può riuscirci, occasionalmente, qualche individuo, ma non possono riuscirci tutti (perché mancherebbe chi paga) e non possono riuscirci interi Paesi, perché prima o poi il conto viene presentato.
Quando un Paese contrae debiti, è per spendere oggi il denaro che conta di guadagnare domani. E se ci riesce, quel debito è stato un investimento produttivo, del tutto lodevole. Se invece non ci riesce, e addirittura, per rimborsare le cambiali che vanno scadendo, contrae nuovi debiti, il gioco può continuare finché i creditori sono più contenti di incassare gli interessi di quanto non siano spaventati di perdere il capitale. Ma ciò non potrà andare avanti all’infinito. Arriverà fatalmente il momento in cui questo equilibrio si romperà e il debito sarà pagato con un’enorme inflazione, con una guerra, con un fallimento, con qualche terribile crisi epocale. Infatti il Pianeta continua comunque a girare e quel Paese, come espressione geografica, sarà ancora lì fra un secolo o due.
Per l’Italia, a quanto si dice, il momento in cui i creditori non si fideranno più di rientrare nel loro capitale è ancora posto in un tempo incerto e lontano; per la Grecia viceversa è divenuto attuale e ciò permette di porre il problema di Atene in termini di estrema semplicità.
La Grecia ha vissuto a lungo al di sopra dei propri mezzi. Lo certifica anche il grande aumento del potere d’acquisto dei greci negli ultimi anni, non giustificato da un corrispondente aumento della produzione di ricchezza. Ora i creditori hanno perso la fiducia e, piuttosto che lucrare interessi, amerebbero vedersi rimborsare il capitale. Ma la Grecia non ha i soldi per farlo, ed ecco la crisi. Quale la possibile soluzione?
Se i greci dichiarano fallimento, dovranno poi stringere la cintura per anni e contentarsi di un reddito parecchio minore di quello cui sono abituati: quello esattamente corrispondente alla ricchezza che attualmente producono. Se invece vorranno rimanere nell’euro, dovranno stringere la cintura per anni e contentarsi di un reddito parecchio minore di quello cui sono abituati, perfino inferiore a quello conseguente al fallimento, dal momento che, appunto, dovranno anche rimborsare i debiti. È questa la ragione per la quale, fossimo greci, voteremmo per il no.
Il problema non è quello dell’euro o quello della dracma, il problema è che Tsipras e coloro che lo seguono vorrebbero contraddire la realtà della loro economia sostanziale, e questa non si lascia piegare da nessun escamotage. Ecco perché l’esito del referendum del 5 luglio può suscitare meno curiosità del prevedibile. Potrà prevalere il sì, potrà prevalere il no, ma non c’è nessun esito che permetta alla Grecia di continuare sullo stesso livello economico di prima. A meno che qualcuno non reputi probabile che tutti gli Stati europei, inclusa la nostra povera Italia, non solo rinuncino a molti miliardi di crediti (noi circa trentasei miliardi, per cominciare) ma si tassino per permettere ai greci di continuare a vivere al di sopra dei loro mezzi.
La situazione non è più complicata di così. Proprio per questo è sperabile che i greci optino per il no, al referendum. Bisogna uscire dall’ambiguità e da una situazione che comunque si concluderà, presto o tardi, con la Grecia che torna a vivere al livello della ricchezza che produce.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 giugno 2015



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POLITICA
29 giugno 2015
LA CHIAREZZA DELL'OSCURITA'

Una notizia è una notizia. Se invece ci si aspetta una notizia, ed essa non arriva, la notizia sarà proprio la non-notizia. Non è un gioco di parole. Per esempio un uomo va dal medico per sapere di che soffre, e la non-notizia può appunto essere che, malgrado visite ed esami, i medici non sono riusciti a capire quale sia la sua malattia.
Qualcosa del genere sta avvenendo in questi giorni. Si direbbe che tutti stiano facendo a gara per non farci capire che cosa avverrà nel prossimo futuro riguardo alla Grecia. Sembrava che essa avesse rotto con l’Europa, ma Varoufakis dice che i negoziati non sono del tutto cessati e potrebbero ancora concludersi positivamente. Del resto, non si sa quale sarà il risultato del referendum. Altri – forse la stessa Angela Merkel – hanno detto che la Grecia potrebbe uscire dall’euro, ma non per questo cesserebbe di far parte dell’Unione Europea.
Alcuni dicono che la Grecia ha rifiutato ponti d’oro, ed ha lasciato i negoziati benché la differenze ormai vertessero su particolari insignificanti: insomma avrebbe fatto finta di negoziare, mentre aveva già l’intenzione di lasciare il tavolo delle trattative, qualunque offerta le avessero fatto. E proprio per questo Juncker ha deciso di pubblicare integralmente il testo delle offerte fatte ad Atene. Altri hanno descritto l’interruzione dei negoziati come l’atto eroico e pieno di dignità di un piccolo popolo ricattato da una dirigenza europea arrogante e spietata. I creditori si sarebbero intestarditi a non venire incontro al governo Tsipras, per costringere la Grecia ad andarsene.
Come se non bastasse, non s’è nemmeno capito se, dopo l’abbandono dei negoziati da parte della Grecia, la Banca Centrale Europea continuerà o no a finanziare le banche elleniche, e in che misura, e in particolare se continuerà a farlo fino a giorno trenta incluso, come pattuito, oppure anche dopo, fino al referendum, o chissà fino a quando. Nel frattempo però le banche greche stamani, lunedì, non hanno aperto i battenti e non permettono alcuna operazione. Segnale non positivo, indubbiamente.
La Grecia deve pagare una pesante rata di debito domani 30 giugno (e anche qui le cifre vanno, per quel che ricordiamo, da 1,4 a 1,9 miliardi di euro) e si sa che non ha il denaro per farlo. Quale la conseguenza? Ci hanno insegnato che chi non paga dichiara fallimento, ma qui ci si limiterà a mandare una lettera: “Gentile Atene, ha forse dimenticato la scadenza?” E poi un’altra lettera, insomma tutti dicono che si ha tempo fino alla fine di luglio. Ma nel frattempo le Borse non si accorgeranno di quel mancato pagamento?
Del resto la situazione era paradossale anche prima. Tutti i precedenti negoziati, se non s’è capito male, vertevano sulla richiesta della Grecia d’avere soldi in prestito con cui pagare le rate dei precedenti prestiti e per far fronte alle proprie spese. Senza che mai si capisse quando e con quali magiche riforme quel Paese avrebbe prodotto tanta ricchezza da ripagare questa montagna di debiti. Soprattutto se si pensa che gli anni di austerity fin qui imposti non hanno fatto che aggravare i problemi.
I dubbi sono innumerevoli. Può darsi che tutti – protagonisti inclusi – non sappiano che pesci prendere. Può darsi che neppure sappiano quali saranno le conseguenze delle loro azioni, come può darsi che almeno qualcuno sappia benissimo che cosa sta facendo e che cosa vuole ottenere: ma, come nel poker, non mostra le sue carte e si ammanta, come le seppie, di una nuvola d’inchiostro.
E infine ecco c’è la grande incertezza epocale: che ne sarà della Grecia, che ne sarà dell’euro, che ne sarà dell’Unione Europea? E più precisamente: chi la pagherà cara, il piccolo Paese che s’è giocato il tutto per tutto, o il Gigante Fragile, che sta in piedi per miracolo, solo perché la gente chiude gli occhi sulle sue infinite magagne? Viviamo un momento drammatico e riusciamo nell’impresa mitologica di non sapere chi sta rischiando l’osso del collo.
Forse in questo bailamme di voci e di pareri qualcuno sta facendo la diagnosi giusta e la giusta previsione riguardo al futuro, ma come distinguerlo dagli altri?
Ciò che domina è l’assordante rumore di fondo della demagogia quando si parla del dovere di salvare l’idea d’Europa e della nobiltà del ricorso alle urne, su una materia già troppo difficile per i competenti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 giugno 2015




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POLITICA
27 giugno 2015
GRECIA: SIAMO ALLO SHOW DOWN
 
Per anni abbiamo cercato di capire la Grecia e i suoi rapporti con i creditori. Per anni abbiamo assistito agli infiniti tentativi di mantenere la Grecia nell’eurozona, a costo di finanziarla a suon di miliardi. Tempo fa addirittura i creditori hanno rinunciato al 50% di quanto loro dovuto, se abbiamo capito bene. Per anni si sono imposte alla Grecia condizioni draconiane per ottenere un impossibile risanamento, e si è invece provocato uno scontento che, alle ultime elezioni, ha condotto il popolo a votare per un partito che prometteva di uscire dall’euro.
Ciò malgrado, fra innumerevoli rinvii, si è andati avanti con interminabili negoziati, ma, come si sa, alla fine Achille raggiunge la tartaruga. Da un lato si è esaurita la disponibilità dei creditori a perdere ulteriori miliardi di euro, dall’altro si è esaurita la capacità di Atene di accettare nuovi sacrifici. E siamo allo show down: si mettono le carte sul tavolo e si vede chi ha il gioco migliore. Purtroppo attualmente le carte sono state posate a faccia in giù.
Qualche giorno fa si diceva che Tsipras voleva che l’Europa buttasse fuori la Grecia per potersene lamentare, e l’Europa voleva che la Grecia se ne andasse di sua spontanea volontà, per non essere incolpata del suo abbandono. Per questo tutti “negoziavano” senza fine, esattamente come i ciclisti fermi sulle biciclette, in “surplace”, nelle gare d’inseguimento. Purtroppo, il calendario ha continuato a correre e la situazione di stallo significa comunque il default della Grecia, il trenta giugno. Infatti, per quanto se ne sa, Atene non ha il denaro per pagare i debiti in scadenza. A questo punto l’erede di Ulisse ha tirato fuori un coniglio dal cappello: “Voi non volete buttarci fuori, noi non vogliamo dichiarare che ce ne andiamo, lasciamo decidere al popolo greco”.
Sembra una bella mossa ma è una vigliaccata. La Costituzione Italiana non ammette i referendum in materia di trattati internazionali perché questo genere di materie è troppo complesso per essere giudicato dai semplici cittadini. Dunque il governo greco si sta comportando come un padre che, richiesto dal chirurgo di dare o no l’assenso per l’operazione del figlio di cinque anni, chiedesse al piccolo: “Tu che ne pensi?”
In realtà, il risultato dell’eventuale abbandono della Grecia è estremamente incerto. Perfino il governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha detto che l’uscita della Grecia dall’euro avrebbe conseguenze imprevedibili. Non ha detto che sarebbe negativa per quel Paese, non ha detto che sarebbe negativa per l’Unione Europea, ha semplicemente confessato di non essere in grado di valutarla. E se non è in grado di valutarla lui, come potrebbe farlo il votante greco che di mestiere fa il pescatore, il ragioniere o il tappezziere?
Con questo referendum, Tsipras e il suo governo hanno mancato al loro dovere. Se reputavano che per la Grecia fosse un bene uscire dall’euro, avrebbero dovuto dichiararlo e spiegarlo ai loro concittadini. Se reputavano che fosse un male, avrebbero dovuto evitarlo a qualunque costo, accettando le condizioni di chi ha il coltello dalla parte del manico. In questo modo, non si sono evitati il biasimo per le eventuali conseguenze negative, perché il dovere dei governanti è quello di prevederle. Per giunta, dal momento che faranno campagna per uscire dall’euro, avranno una responsabilità in più.
In realtà, se reputavano che l’uscita della Grecia dall’euro fosse inevitabile, avrebbero dovuto richiedere subito un’operazione concordata per quella manovra. È vero, come si dice, che l’“uscita” non è prevista dai trattati. Ma nulla impedisce che la si preveda ora. È sicuramente meglio arrivarci stabilendo prima le regole, piuttosto che quando la catastrofe economica e borsistica si sarà verificata.
Questo è un giorno nero, per la Grecia, ma non è detto che lo sia per il resto dell’Europa. Innanzi tutto, se l’Italia perderà quaranta miliardi di euro, quanto meno non ne perderà ancora di più. In secondo luogo, dal momento che una volta o l’altra l’euro e l’Unione Europea scoppieranno, è bene sapere a quali conseguenze va incontro un Paese che lascia l’euro. I pareri al riguardo sono infatti molto diversi - si va dal peggio al meglio – e nulla vale quanto l’esperimento. Soprattutto se non è fatto sulla nostra pelle. Il trapianto di cuore è stata una fortuna, dal punto di vista della chirurgia, ma il primo che l’ha subito, un certo Sharansky, se non ricordiamo male, sopravvisse soltanto una quindicina di giorni.
In questo frangente la Storia sta bocciando l’Unione Europea, la Grecia, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea, la Commissione Europea e chiunque abbia messo mano a questa baracca. È il fallimento epocale di quei Titani che volevano scalare l’Olimpo governando l’economia, e non sono riusciti a farlo neppure con la minuscola Grecia.
Tutto questo a meno che, tra stasera e domani, Tsipras non tiri fuori un secondo coniglio dal cilindro. Non sappiamo quanti ne contiene.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 giugno 2015



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POLITICA
27 giugno 2015
CHE COSA FARE CONTRO IL TERRORISMO
  

P.Battista, sul Corriere(1), lancia un grido d’allarme che certamente sarà condiviso da molti, anche se non ha il pregio della novità. I terroristi colpiscono dovunque vogliano, in Francia, in Tunisia, in Kuwait, a un passo dall’Italia, e noi: “Facciamo finta di niente”. Registriamo l’orrore ma continuiamo a pensare che è lontano, non ci minaccia direttamente, non ci riguarda.
Ammettiamo che Battista abbia ragione. Poniamo che gli attentati che hanno avuto luogo altrove siano avvenuti tutti in Italia, perché effettivamente ciò che è accaduto a Grenoble poteva accadere a Cuneo, e ciò che è accaduto a Sousse poteva accadere a Porto Empedocle. Quali dovrebbero essere le nostre risposte?
Battista, nel porre queste domande, non tiene sufficientemente conto della natura umana. Il fatto che questi attentati non si siano verificati in Italia conta più di quanto lui non creda. Le persone normali non sono molto razionali. Finché non hanno un incidente, reputano la cintura di sicurezza un fastidio e l’assicurazione soldi buttati. Dunque, finché non saremo sommersi dall’orrore, noi italiani continueremo a pensare che la cosa non ci riguardi. E infatti se Battista, invece di limitarsi a lanciare l’allarme, avesse proposto un qualunque rimedio, si sarebbe visto dare addosso da tutti.
Il terrorismo è di due tipi. C’è quello organizzato, che tende a costituirsi se possibile in Stato e a dominare un territorio: Al Qaeda, Boko Aram e ora lo Stato Islamico, e contro queste entità la risposta è la guerra. Ma essa è ormai inverosimile. Da un lato per anni si sono condannati gli Stati Uniti per aver portato la guerra in Afghanistan, dall’altra l’Europa e l’Italia sono troppo pacifiste per roteare una fionda.
Il secondo tipo di terrorismo è quello individuale. Quello realizzato da un fanatico non collegato a nessuna organizzazione, praticamente impossibile da scoprire. Anche se, a posteriori, le organizzazioni terroristiche ne rivendicano l’azione. Contro questo tipo di terrorismo non c’è difesa. O, più esattamente, qualunque mossa si immagini, risulta “politicamente scorretta”. Si ricordi con quali toni di virtù oltraggiata l’Europa ha considerato quel “Patriot Act” di George W.Bush, che dopo l’Undici Settembre ha impedito ogni serio attentato negli immensi Stati Uniti.
E tuttavia, se in Italia ci fosse una serie di attentati terribili e sanguinosi, si potrebbe star sicuri che i nostri connazionali passerebbero da un giorno all’altro dal buonismo alla rabbia furiosa, dal perdonismo alla richiesta di una tremenda vendetta , e dimenticherebbero in un solo giorno il garantismo di molti decenni. È la natura umana.
Facciamo l’ipotesi che, a Milano, un giovane originario della Puglia e rosso di capelli, provochi una strage. Poi, un cinquantenne disoccupato dai capelli rossi provoca una strage a Palermo, e infine una donna dai capelli rossi, a Roma, si metta a gettare acido sulla folla che aspetta la metropolitana. Ecco la conclusione: non tutti i “rossi” sono terroristi, ma tutti i terroristi sono “rossi”. Dunque bisogna guardarsene. Ciò sarebbe contrario all’uguaglianza di tutti i cittadini, al principio della responsabilità personale e, per così dire, all’intera civiltà occidentale: ma ci sarebbe modo di impedirlo?
Se gli attentati fossero tutti di matrice islamica, vedremmo di colpo ribaltarsi la temperie nazionale. Improvvisamente ci sarebbe uno stato d’animo da pogrom per cui tutti i musulmani sono terroristi e tutti i musulmani devono essere buttati in galera. Si ripete, sarebbe stupido, perché contro il terrorismo individuale si può fare ben poco. Ma probabilmente, spinto dalla pressione popolare, lo Stato sarebbe costretto ad adottare misure contro la presenza sul territorio di alcuni stranieri. Potrebbe negare il permesso di soggiorno a tutti i musulmani; potrebbe chiudere tutte le moschee, come stanno facendo in Tunisia, o comunque disporre che vi si parli in italiano; potrebbe vietare alle donne (magari uomini imbottiti di tritolo) di andare in giro velate, e via dicendo. I demagoghi direbbero: “Quelli che hanno la cittadinanza italiana rimangono, tutti gli altri via”.
Una distinzione su base religiosa è ripugnante, ma i francesi hanno visto che gli attentati che hanno subito era stati provocati da musulmani, se pure con la cittadinanza francese, e lo stesso è avvenuto in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e altrove. Dunque una reazione è prevedibile. Fra l’altro, fra i musulmani, se pochi agiscono, molti commettono l’errore d’applaudire.
Naturalmente sarebbe un’ingiustizia che il sospetto e l’accresciuto controllo colpiscano anche i musulmani perbene e civili. Ma anche noi siamo perbene e civili, e tuttavia negli aeroporti siamo sottoposti a una serie di controlli umilianti e a noiose restrizioni.
Tutti questi sono discorsi molto politically incorrect ed è perfino triste farli. Si vuole soltanto sottolineare che, finché non si è colpiti, si è buonisti e garantisti; quando invece si è feriti nella carne viva, si esagera nell’altro senso. Oggi – ha ragione Battista - siamo troppo miti, ma non vorremmo un giorno doverci lamentare di una reazione feroce.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
26 giugno 2015
ww.corriere.it/esteri/15_giugno_26/attentato-francia-lione-noi-continuiamo-far-finta-niente-5f5473e6-1bf4-11e5-a24d-298f280523ad.shtml




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POLITICA
26 giugno 2015
NON TEMETE, UN ACCORDO SI TROVERA'



C’è una frase che abbiamo sentito tante volte, a proposito della Grecia, da poterla considerare un’ovvietà: “Non temete, un accordo si troverà”. Su che cosa si fonda questo ottimismo? Semplice, sul fatto che il mancato accordo non conviene alla Grecia (che spera ancora di ottenere crediti e sovvenzioni) e non conviene all’Unione Europea (perché un’uscita dalla Grecia dall’euro potrebbe provocare nelle Borse una crisi di sfiducia dalle conseguenze imprevedibili). Ma, se si è certi che un accordo si troverà, come mai non lo si è ancora ottenuto pur negoziando da mesi e da anni?
Al riguardo soccorre una vecchia favola. Il gatto, col suo fare felpato e i suoi agguati, faceva strage di topi. Questi si riunirono in assemblea e all’unanimità votarono che la soluzione era attaccare un sonaglio al collo del gatto, in modo che lo si sentisse arrivare. Purtroppo, non si trovò chi fosse capace di attaccarglielo. Anche riguardo alla Grecia, sull’opportunità dell’accordo i governanti sono unanimi, il fatto è che il costo non lo pagano loro, lo pagano i creditori della Grecia. E costoro - cioè quelli che realmente hanno il potere di dire di sì o di no - non dicono affatto che “un accordo si troverà”. Non: “a qualunque costo”.
Quando un debitore non paga si mette nei guai ma mette nei guai anche il suo creditore, perché è costui che subisce la perdita economica. Questi ha dunque tutto l’interesse a non far fallire il debitore, con un limite: se per caso prevede che, salvandolo, domani si troverà a pagare un conto ancor più salato, è chiaro che preferirà perdere subito ciò che c’è da perdere, piuttosto che concedere ancora crediti.
Il negoziato è tutto qui. I creditori cercano disperatamente di non far dichiarare il fallimento della Grecia pubblicamente (sostanzialmente è fallita da tempo) perché perderebbero i loro crediti. Ma per non perderci ancor di più in futuro, vorrebbero che la Grecia attuasse riforme economiche tali da far sì che a poco a poco possa pagare i suoi debiti. Personalmente lo reputo un sogno, ma loro sembrano crederci. La Grecia, dal canto suo, da un lato sa che ben difficilmente potrà rimborsare i debiti e sopravvivere, dall’altra è convinta che l’Europa non avrà il coraggio di buttarla fuori.
Nel caso che i creditori dicano di no, i greci sperano nell’intervento dei Paesi dell’eurozona che, nel loro proprio interesse, dovrebbero aprire il borsellino pur di salvare Atene. Ma non è detto che sia un buon calcolo. Innanzi tutto, i popoli europei, a partire dai tedeschi, protesterebbero a gran voce, se gli si chiedesse di pagare per i greci. Si può dire anzi che protesterebbero tanto, da rendere forse l’operazione politicamente impraticabile. In secondo luogo, un Paese come l’Italia, fermo da sette anni e con l’acqua alla gola, o un Paese come la Spagna, che ha fatto grandissimi sforzi, avrebbero gravi difficoltà a spiegare ai propri cittadini che devono pagare per la Grecia, mentre l’Unione Europea non fa per loro, che sono stati “virtuosi”, quello che fa per la Grecia spensierata e spregiudicata. La Grecia pesa in tutto per un 2% del pil dell’Europa, ma l’Europa non dispone certo di fondi tali da poter aiutare in misura analoga giganti come l’Italia o la Spagna.
In sintesi: la Grecia è convinta d’avere un potere di ricatto; i governi europei sono nell’impossibilità politica d’intervenire e i creditori non vogliono perdere altri soldi. L’infinito prolungarsi dei negoziati si spiega col fatto che la Grecia spera di “essere buttata fuori”, per poi poter dare all’Europa la colpa dei guai in cui si troverà; l’Europa spera che la Grecia lasci l’euro (o anche l’Unione Europea, se lo desidera), purché lo faccia di sua volontà, e nessuno possa accusarla di avere dato inizio alla disgregazione dell’unione monetaria europea; i creditori si chiedono soltanto in che modo possono ridurre i danni al minimo.
Poiché gli avvenimenti storici sono figli della necessità, si potrebbe pensare che l’esito finale ci spiegherà qual era l’elemento più forte. In realtà non è così. Perché la necessità è giudicata dagli uomini di Stato e questi possono benissimo sbagliarsi. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale tutti i capi dei governi europei erano convinti di due cose: che la guerra sarebbe durata pochissimo e che loro l’avrebbero vinta. In realtà la guerra durò moltissimo e la persero tutti.
Nel caso della Grecia può darsi che l’esito sia obbligato, dati gli elementi di fatto - che forse oggi non siamo in grado di valutare correttamente - ma può anche darsi che la conclusione sia soprattutto influenzata da un fattore storico di portata immensa: l’umana follia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 giugno 2015



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POLITICA
25 giugno 2015
UN CONCETTO IN CRISI: L' "IMPOSSIBILE"


C’è un concetto malato, che continua a perdere forza e credibilità: “l’impossibile”.
Un tempo, forse perché quotidianamente sopraffatti dalle forze della natura e da una realtà elementare, le cose impossibili erano molte. Non se ne era stupiti e si smetteva di cercare una soluzione, se qualcosa era stato dichiarato impossibile.
Tutto ciò è cambiato e c’è da esserne fieri. La scienza ha reso possibili tante di quelle cose che si credevano impossibili, che perfino dinanzi ad affermazioni assolutamente perentorie – “non si può andare più veloci della luce”, un imbecille che ha difficoltà con le quattro operazioni, può sempre chiedere: “Sì, ma in futuro?” E per giunta l’esperienza ci insegna ad essere prudenti. Perché in campi simili a volte gli imbecilli hanno avuto ragione.
Lo scadimento del concetto di impossibilità ha tuttavia effetti negativi sul comportamento delle persone. Ci sono ragazzi che non hanno mai studiato e tuttavia sperano di essere promossi; concorrenti stonati come campane che si presentano come candidati cantanti; semianalfabeti che in loro vita non hanno letto un solo libro e scrivono romanzi; ragazze dalle gambe storte che vorrebbero essere elette reginette di bellezza. La lista è infinita, forse perché, nutrite da infinite variazioni cinematografiche di quella favola immorale che è Cenerentola, legioni di poveri illusi continuano a sperare in un happy end che il buon senso ha escluso in partenza.
La scienza e l’arte non sono le uniche fonti di speranze azzardate. Un tempo si aveva l’idea ingenua che per comprare bisognasse avere denaro, ora basta impegnarsi a raccogliere e versare in futuro i soldi che non si è riusciti a raccogliere in passato. Ma intanto – cosa impossibile nell’antichità - si ha già in mano l’oggetto del desiderio.
Allo svuotamento del concetto di impossibile ha contribuito potentemente anche la politica. Da circa mezzo secolo i governi promettono miracoli e a volte addirittura li fanno. In questo campo l’Italia ha all’attivo inconsuete prodezze. Da sempre si era pensato che se un’impresa andava stabilmente in rosso sarebbe stato impossibile che non fallisse. E invece in Italia il principio divenne: “Se una grande impresa è tecnicamente fallita, la si nazionalizza”. Si pensava che per avere la pensione bisognasse prima versare adeguati contributi, e il governo inventò invece le baby pensioni. Luciano Lama, il famoso sindacalista, arrivò alla teorizzazione del superamento del concetto di impossibilità quando disse che il salario era una “variabile indipendente” dal bilancio dell’impresa. Un tempo i francesi dicevano: “impossible n’est pas français”, forse è più vero che “impossibile” non sia italiano.
Ma non siamo comunque stati gli unici a trascurare e trascendere i limiti del possibile. L’Unione Europea aveva stabilito che per essere ammessi nell’eurozona bisognava non superare il rapporto debito/pil del 60%, e i gonzi come il sottoscritto pensarono che accettare l’Italia sarebbe stato comunque impossibile. Lo era, certo, ma “soltanto un po’”. Pur di ammetterci accettarono la promessa che saremmo rientrati nei parametri, come se una ragazza avesse sposato Don Giovanni Tenorio credendo alle sue promesse di fedeltà.
L’Unione Europea non si è limitata a questo, ché anzi questo era il meno. Poiché le avevano detto che l’unione politica degli Stati era impossibile, ha introdotto un’impossibile moneta comune europea, in modo da passare da un’impossibile unione economica ad un’ancor più impossibile unione politica. È così che è riuscita a realizzare un completo disastro sia sul piano economico sia sul piano politico. Oggi le animosità fra i vari Paesi sono ben più marcate di dieci anni fa.
L’esperienza e il buon senso hanno smesso di avere corso legale. All’Europa era stato detto che la Grecia era inadatta ad entrare nell’euro, ma i nostri eroi dell’ideale si sono chiesti: “Perché fermarsi dinanzi all’impossibile dei timidi? Forza, il cuore oltre l’ostacolo!” E quando la Grecia ha cominciato ad affondare non s’è voluto affrontare coraggiosamente il problema: ci si è limitati a negarlo e a rinviarlo, ancora e ancora, fino a renderlo sempre più grande, fino a mettere in pericolo l’intera Unione Europea. Le nozioni più semplici non valgono più, se contrastano con le belle intenzioni. L’idea che un intero Paese, se pure piccolo, non può vivere costantemente al di sopra dei propri mezzi è stata considerata parte del bagaglio culturale delle idee delle persone di basso livello, di quelle che hanno un’indecente mentalità “ragionieristica”. Con i risultati che vediamo.
Inutile preoccuparsi, tuttavia. La situazione greca presenta delle difficoltà, ma “una soluzione si troverà”. È soltanto una questione di fantasia finanziaria. “Impossibile” è un aggettivo obsoleto. Comunque, come insegna il detto inglese: “the impossible we do straight away, miracles take a little longer”, l’impossibile lo facciamo subito, per i miracoli ci vuol soltanto un po’ più di tempo. Che volete che sia, un miracolo in più o in meno?
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
24 giugno 2015



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POLITICA
23 giugno 2015
LO SCOLLAMENTO TRA POPOLO E UFFICIALITA'


“Come si risolve il problema dell’immigrazione clandestina?”
“Basta affondare i barconi a cannonate con tutti gli immigranti dentro e l’immigrazione finirà”.
Questo ideale dialogo è quanto di più “politically incorrect” si possa immaginare. È contro il codice penale, contro la legge del mare, contro la morale e contro il buon senso. Non si vede contro che cos’altro debba essere, per dire che non è plausibile: ma ciò non è sufficiente per dire che non bisogna tenerne conto.
I principi che i singoli dicono di seguire dipendono spesso dallo strato della società cui appartengono. Più la società è ricca, più è cortese e, non raramente, generosa. Un cane affamato troverà molto più facilmente chi gli dia da mangiare se il benefattore a sua volta ha già mangiato; se viceversa il possibile donatore ha fame ed ha soltanto un pezzo di pane, il cane non avrà speranze. Ciò si estende all’intera mentalità. Il ricco predicherà la piccola generosità (non la grande) perché può permettersela senza sforzo, mentre il povero ascolterà con fastidio le nobili esortazioni, perché per lui significano o privarsi di qualcosa di cui ha bisogno o essere giudicato egoista.
Un esempio analogo si ha in materia di razzismo. Negli anni in cui i “cafoni” meridionali andavano a lavorare alla Fiat di Torino, era ovvio che cercassero alloggi a basso prezzo. E poiché si comportavano male (a quei tempi c’era un maggiore divario di civiltà, fra Nord e Sud) finivano col rendersi odiosi ai torinesi, i quali dunque reagivano da “razzisti”. Ma quali torinesi? Naturalmente i loro vicini di casa, anche loro poveri. Ecco perché ancora oggi, quando qualcuno predica il massimo di apertura agli immigranti, vien fatto da chiedergli: “Scusi, lei dove vive? Ai Parioli? Quanti vicini immigrati ha?”
In quello specchio del mondo che è Internet, si scopre che la Francia ufficiale è egalitaria e antirazzista, la Francia profonda è esasperata. Si lamenta da un lato delle tasse che è costretta a pagare, dall’altro dei vantaggi che sono concessi a volte agli immigrati a preferenza degli stessi francesi poveri.
In materia di sociologia, come di politica, il moralismo non serve a capire. Per sapere in che misura un Paese sia antisemita, non bisogna guardare le sue istituzioni o le dichiarazioni ufficiali dei suoi rappresentanti, bisogna guardare a quelle oceaniche sedute psicoanalitiche che sono i commenti nei blog. Si scopre così che anche in un Paese come l’Italia, che pure non ha le peggiori tradizioni in materia, l’antisemitismo è ben più diffuso di quanto non risulti ufficialmente.
Per capire qual è la realtà, bisogna innanzi tutto essere disposti a vederla com’è, e non come si vorrebbe che fosse; ed è proprio in questo campo che mentre l’Italia ufficiale parla del dovere di concedere asilo politico, del dovere di accoglienza, del dovere di solidarietà umana, e di altri bei doveri ancora, la base ha tutt’altri sentimenti. Questi doveri non li sente molto.
Ha ragione? Ha torto? Non è questo il punto. Il punto è che i governanti e i politici devono tenere conto del popolo. Sia perché esso è il nuovo sovrano, come stabilisce anche la Costituzione, sia perché il popolo vota: e se si insiste in una politica nobile e alta che non tiene conto dei sentimenti della gente, il risultato è che qualche demagogo si appropria dei peggiori argomenti per farsene una piattaforma programmatica ed elettorale. In Italia il successo della Lega di Matteo Salvini non ha altra spiegazione.
La Francia, dopo molti decenni di porte aperte al Maghreb, ha chiuso la frontiera di Mentone; l’Ungheria progetta un muro alla frontiera con la Serbia; la Gran Bretagna è disposta a salvare qualche emigrante ma non ad accoglierlo in Inghilterra. Tutti gli altri fatti di questo genere dimostrano che l’Occidente - innanzi tutto al livello popolare e poi al livello politico - sta prendendo coscienza di un pericolo. Dunque è inutile, come fanno alcuni, parlare dell’ineluttabilità dello spostamento delle grandi masse umane, delle migrazioni che da sempre fanno parte della storia, e soprattutto del dovere dell’Occidente di porre rimedio ai mali dei Paesi più sfortunati. La base su cui si regge tutto l’edificio, il popolo, ha il sentimento d’avere già dato, e chiede maggiore protezione. Ché se poi ci sono risorse per i più deboli, che si cominci dai deboli nostrani.
Non bisogna lasciare spazio a chi predica di affondare i barconi con tutti gli emigranti, ma è necessaria una politica di asilo politico serio, per gli aventi diritto, e di respingimento di tutti gli altri.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
22 giugno 2015



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CULTURA
22 giugno 2015
SALUTO A MICHELE SANTORO


Pare che Santoro smetterà di condurre talk show politici. Di lui scrive Aldo Grasso: “Santoro sta vivendo un momento di crisi: la sua tv ha sempre bisogno di un nemico contro cui accanirsi (e Berlusconi gli ha assicurato anni e anni di prosperità)(1)” e ora un nemico all’altezza gli manca. Personalmente devo dire che è proprio questo “accanirsi” la ragione per la quale non ricordo quand’è stata l’ultima volta in cui ho assistito ad uno dei suoi spettacoli. Sempre ammesso che una volta vi abbia assistito. Grasso scrive che recentemente ha cercato di colpire Matteo Renzi, ma neanche in questo caso io ho assistito – o assisterei – ad uno dei suoi spettacoli: perché non m’importa chi sia il bersaglio, m’importa che nessuno sia preso a bersaglio.
Naturalmente ciò non significa che sia vietato combattere qualcuno, in politica o in qualunque altro campo: significa soltanto che l’odio cieco e maniacale produce in me il ribrezzo della cancrena. Ne sento quasi il puzzo.
Quando è giustificato, l’odio è un possente sentimento che ha i suoi quarti di nobiltà. Non so se l’odio di Annibale per Roma fosse giustificato, ma possente era tanto, da incutere il rispetto dei grandi fenomeni naturali. Quando invece diviene passione maniacale, e scade al livello del risentimento, della reazione da impotenza, si trasforma involontariamente nella certificazione della grandezza – seppure criminale – dell’altro.
Nietzsche, che come pensatore ha certo i suoi limiti, ha colpito nel segno quando ha parlato del “ressentiment” come di una delle caratteristiche degli inferiori.
L’odio fanatico è una forma di mitizzazione dell’altro, mentre in realtà, per rispondere adeguatamente ad un colpevole che merita la più severa sanzione, non è necessario chiudersi alla comprensione e perfino al riconoscimento dei pochi meriti. Un esempio emblematico: Adolf Hitler. Ecco un uomo che ha meritato di morire fra i tormenti più sadici inventati nel Medio Evo, e su ciò molti sarebbero d’accordo. Ma se poi uno dicesse che, nella sua mentalità paranoide, egli voleva veramente il trionfo del popolo tedesco, e la sua felicità; che amava veramente l’arte, in particolare l’architettura; che disponeva di un carisma eccezionale, capace di impressionare praticamente chiunque venisse in contatto con lui (ma non Francisco Franco, naturalmente); che era in anticipo sui tempi, quanto a retorica tribunizia e all’uso dei media, ecco dipingersi sulla faccia degli ascoltatori un sentimento di disagio: “Come, dici qualcosa di positivo del Führer?” Si badi, non: “Era proprio così, quell’uomo?”, ma: “Anche ad essere la verità, come osi dirla?”.
Quando si odia, bisogna reprimere le manifestazioni più colorite di quel sentimento. Non c’è ragione di mettere in dubbio il sincero amore iniziale di Hitler per il popolo tedesco, non c’è ragione di negare il suo comportamento onorevole di soldato durante la Prima Guerra Mondiale, caso mai bisogna servirsi di queste cose per invitare tutti a diffidare di chi viene a proporre follie in seguito alle quali saremo tutti felici, un Herrenvolk.
La gente non comprende che si possa condannare a morte qualcuno pur vedendone i piccoli meriti – come io farei, senza esitazione, nel caso di Hitler – o i grandi meriti, come nel caso del Caravaggio o di Althusser, colpevoli di omicidio. Fra l’altro, spesso i grandi crimini si accompagnano ad una insufficiente sanità mentale. Lo stesso Hitler per esempio – da sempre un frustrato a causa del suo fallimento come pittore, e del suo rapporto malsano con le donne, alla fine era anche totalmente paranoico. Se fosse stato sano di mente avrebbe certo limitato le proporzioni della sconfitta tedesca, come aveva fatto il Kaiser poco meno di trent’anni prima.
Ecco perché non mi piacerebbe chi. Immancabilmente, ogni settimana attaccasse a testa bassa Hitler. Al riguardo non si ha bisogno di un Santoro, ma di un von Stauffenberg. E soprattutto attaccare Berlusconi dalla televisione di Stato, fruendo della libertà di parola e di tutte le garanzie repubblicane, sembrava miserabile. O Berlusconi era Hitler, e allora bisognava complottare per ucciderlo, o era soltanto un Primo Ministro, e andava criticata la sua azione politica, senza scadere a chiedersi se portasse le scarpe col rialzo interno. Questo è un comportamento da menti volgari.
L’impegno è quello di non giudicare tanto negativamente qualcuno da scadere nel ressentiment. Dunque bisognerà dire qualcosa di positivo anche riguardo a Michele Santoro, ma l’impresa è difficile, per me, perché non ho mai assistito a uno dei suoi spettacoli. Dicono in molti – e non c’è ragione di dubitarne - sia stato un grande professionista e un grande demagogo, fino ad essere l’eponimo di un certo tipo di trasmissione televisiva. Tanto di cappello, dunque. Chi arriva primo in qualunque corsa, inclusa quella nei sacchi, merita l’applauso. Ma se i sacchi sono quelli della spazzatura, ci si permetta di applaudire da lontano.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 giugno 2015
(1)http://www.corriere.it/spettacoli/15_giugno_20/momenti-epici-santoro-fine-suo-talk-show-politico-1466a9e2-170a-11e5-86ef-d7e3d30aa75b.shtml




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POLITICA
21 giugno 2015
IL "PRODOTTO" DELLA SCUOLA


Della riforma della scuola si è parlato molto, fino ad arrivare ad insoliti scontri fra l’intera classe docente (progressista) e un governo di sinistra. La materia del contendere riguarda l’assunzione - non per esami, Dio guardi! - di migliaia di docenti, il potere dei presidi, ed altro ancora, ma non si parla affatto del “prodotto” dell’impresa, cioè del livello culturale dei discenti. Anche se, da anni ed anni, in tutte le valutazioni internazionali otteniamo punteggi da retrocessione. Ancora nel 2013 abbiamo letto che, secondo i risultati del Programme for the International Assessment of Adult Competencies, sette italiani su dieci “non sanno né leggere né far di conto” e che “su ventiquattro Paesi siamo ultimi nelle competenze linguistiche e al penultimo posto in quelle matematiche”. “Non sanno leggere”, precisiamo, nel senso che non capiscono appieno il significato di ciò che leggono. Naturalmente non siamo geneticamente inferiori agli altri europei, ma la nostra scuola riflette i peggiori difetti nazionali e i risultati si vedono.
Questo è il massimo male cui bisognerebbe mettere rimedio, e invece ci si occupa dell’assunzione di migliaia di docenti invecchiati in cattedra senza titolo, di presidi che o sono dei Re Travicello o rischiano di diventare dei dittatori, di stipendi e di mille cose che non sono la ragione per cui esiste la scuola. La scuola è più uno stipendificio che un’istituzione culturale: non importa chi insegna e che cosa insegna, importa quanto prende al mese e se il suo impiego è stabile.
La scuola è un’istituzione strutturalmente in perdita. Essa forma i lavoratori e i cittadini: e questa funzione è talmente necessaria, che guardare ai suoi costi sembra blasfemo. Ad una condizione, tuttavia, che quella istruzione sia impartita. Noi invece abbiamo una macchina gigantesca che ha un rendimento pietoso, e dunque il denaro che spendiamo per l’educazione è quasi uno spreco. La nostra scuola è un disastro economico e culturale.
La riforma di cui si parla non è una cosa seria, perché non si occupa dell’essenziale. L’insegnamento fornito ai discenti è troppo carente. Seguendo la nostra mentalità, più retorica che scientifica, ci convinciamo che non ci sia modo di valutare seriamente né i docenti né i discenti. Due cose false ma molto utili a chi rischia di essere giudicato severamente. In Italia nessuno vuol essere valutato perché praticamente tutti abbiamo paura. I docenti sono longanimi con gli alunni perché sanno che loro stessi, se valutati seriamente, sarebbero bocciati. E non parliamo di ciò che avverrebbe se si comparassero i loro risultati di insegnanti con i mitologici programmi ministeriali per le varie classi.
I nostri professori da ragazzi hanno copiato ed hanno un occhio di comprensione per ragazzi che copiano. Da ragazzi non capivano la matematica ed erano lo stesso promossi, e ora vanno coralmente contro il collega di matematica che vuole bocciare qualche somaro. Perché si riconoscono in esso. Infine, quando ci sono prove mandate da altri – esami di maturità, prove Invalsi – suggeriscono le soluzioni agli alunni, come chiedevano loro di fare ai loro docenti, quando erano ragazzi. Insomma, a scuola abbiamo una sorridente tradizione di disonestà e complicità. Per questo, se c’è il rischio di una valutazione, ci rifugiamo in perorazioni astratte sul valore della formazione rispetto all’informazione, della valutazione critica rispetto alla nozione, come se non si sapesse che ai ragazzi mancano le une e le altre. E comunque, a che scopo affrontare la collera dei genitori dei ragazzi bocciati, se del “prodotto” della scuola non importa niente a nessuno?
Siamo così giunti al totale abbandono di ogni sforzo e di ogni regola. L’analfabetismo è diffuso. Ne abbiamo conferma ogni giorno, sentendo parlare i giornalisti in televisione.
Ecco la riforma della scuola di cui si dovrebbe discutere, ricordando che un professore bravissimo, che promuove invariabilmente tutti, avrà in media tre alunni su trenta che studiano. Un professore mediocre, che nemmeno spiega, ma boccia chi non sa, avrà ventisette alunni che studiano e imparano. Per paura, ma imparano. Dunque, fra il professore buono e il professore cattivo, a scuola il più pericoloso è il primo, se guardiamo al “prodotto”.
Per una riforma veloce, bisogna partire dall’idea che esistono eccellenti sistemi scientifici di valutazione sia dei professori sia degli alunni. A questi ultimi bisogna dire: per essere promossi dovete sapere questo, questo e questo. Se non sapete il necessario, sarete bocciati con valutazione tecnologica, quand’anche il professore non vi avesse insegnato ciò che vi viene chiesto. Controllate i programmi ministeriali (da rendere realistici) e se non vi si attiene, denunciatelo. Poco importa che vi metta bei voti. Infatti il sistema dovrebbe anche licenziare senza esitazione il professore che non ha insegnato ciò che doveva insegnare. La fila dei postulanti è lunghissima e non si rischia di rimanere senza.
La nostra scuola è sbracata, buonista e ignorante, e abbiamo bisogno di un periodo in cui sia severa, spietata e culturalmente migliore. Ormai chiedere che tempo, che modo e che persona è il verbo “sarebbero” è divenuto materia di quiz televisivi. Stiamo esagerando.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 giugno 2015






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POLITICA
19 giugno 2015
PERCHE' ESSERE CONTRO L'IMMIGRAZIONE


Una notizia sentita di passaggio in televisione: dalla Siria sono fuggiti circa quattro milioni di persone e il minuscolo Libano ne ha accolte un milione. Tutto ciò posto, conclude qualcuno, noi italiani – che già siamo sessanta milioni e passa – dovremmo vergognarci, per la crisi attuale. In proporzione dovremmo ospitare molti più profughi.
Ragionamento elementare e tuttavia erroneo. Se noi importassimo cinque milioni di rumeni, dopo cinquant’anni quei rumeni o se ne sarebbero tornati in Romania, o sarebbero italiani indistinguibili dagli altri. Se invece accogliessimo qualche milione di musulmani e di africani, avremmo posto le basi per un problema insolubile.
Se non si integra velocemente, ogni gruppo allogeno per mentalità, per colore della pelle, per religione, per usi e costumi, costituisce un problema. Un eccellente esempio si ebbe a New York, tanti anni fa. Allora la percentuale di negri dal comportamento discutibile, in un condominio, era di gran lunga superiore all’attuale, tanto che, se una famiglia di afroamericani veniva a vivere in un immobile, molti di quelli che ci abitavano cominciavano a pensare di andarsene, e molti di quelli che avrebbero potuto venire a viverci ci rinunziavano. Traduzione: la presenza di un gruppo sentito come allogeno faceva cadere drammaticamente il valore dell’immobile, tanto che, per la fuga dei bianchi e il calo del prezzo degli appartamenti, l’immobile diveniva “per neri”. E non solo un immobile: il fenomeno si è esteso ad interi quartieri.
Qui non si tratta di giudicare nessuno moralmente, e può anche darsi che i nuovayorkesi di quel tempo fossero ingiusti, con i “coloured”. Ma era un fatto che per molti il contatto con loro era così sgradevole, che erano disposti a traslocare, piuttosto che sopportare la loro vicinanza, malgrado le spese e i fastidi che comporta un trasloco. Inoltre, ovviamente, quando il fenomeno faceva valanga, i neri si lamentavano di essere ghettizzati. Avevano ragione? No, avevano torto. E infatti, quando essi sono divenuti più simili agli americani bianchi, questa ghettizzazione non si è più avuta. In altri termini, l’accettazione e l’integrazione si ottengono meritandosele, cioè divenendo indistinguibili, per comportamento, da coloro con cui ci si vuole integrare.
Naturalmente questo processo di integrazione comporta l’accettazione della perdita di una parte della propria identità e ciò è tanto più facile quanto più si è simili in partenza, e tanto più difficile quanto più si è dissimili. Per questo si parlava dei rumeni, che sono europei, cristiani e bianchi.
Viceversa, il caso dei musulmani è fra i più difficili. Essi sono lontani da noi per costumi, mentalità, cultura, religione e livello di fedeltà ai suoi dettami. E non sarebbe il peggio. Malgrado la loro inferiorità economica e culturale, essi sono capaci di inconcepibili atti di arroganza, fino a non avere paura di chiedere che il Paese ospitante si adatti a loro, piuttosto che loro al Paese. Dunque che nelle scuole italiane non ci sia il crocifisso, che nella merenda dei bambini non ci sia mai carne di maiale, e addirittura – in Gran Bretagna – che essi abbiano il diritto di applicare al loro gruppo la sharia, amministrata da loro rappresentanti, e non da funzionari dello Stato.
I musulmani non si integrano. Lo sanno benissimo i francesi e gli inglesi che da prima, alla caduta dei loro imperi, hanno aperto le braccia all’immigrazione dalle ex colonie, per poi aver modo di pentirsene amaramente, quando era ormai troppo tardi.
Un gruppo che non si integra cova un rancore inestinguibile verso il Paese ospitante, dimostra di odiare gli indigeni, e dopo qualche tempo ne è ricambiato cordialmente. Quando il francese dice d’avere un buon amico “arabe”, ricorda l’atteggiamento di tanti antisemiti: io non ce l’ho con gli ebrei, ho anche un amico ebreo.
I profughi del Vicino Oriente o dell’Africa vivono spesso grandi tragedie e non sentire pena per loro significherebbe non avere cuore. Ma questa pietà deve spingere all’aiuto, non all’ospitalità. Esattamente come, se vediamo un barbone dormire all’addiaccio, cerchiamo di trovargli una sistemazione, ma non l’invitiamo a casa nostra.
Tutto ciò può suonare sgradevole, ma la verità non ha mai preso l’impegno di conformarsi alla political correctness.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
16 giugno 2015



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POLITICA
18 giugno 2015
IL SIGNIFICATO DELLE ELEZIONI
Le recenti elezioni locali sono state viste da molti come una sconfitta di Matteo Renzi, di cui sono state anche cercate le eventuali colpe, come sempre avviene in questi casi. Non tanto, si direbbe, perché tali colpe siano sicure, quanto perché bisogna comunque trovare qualcuno cui addossare la responsabilità.
L’accusato potrebbe difendersi dicendo d’essere innocente, ma sarebbe inutile: il meccanismo del capro espiatorio rifiuta di girare a vuoto. Dunque ci si può salvare girando la colpa a qualcun altro. Renzi ha pensato all’uso delle “primarie” nella scelta dei candidati, ed ha detto che avrebbe fatto meglio a mettere uomini suo, nei posti chiave. In altri termini, preferisce l’accusa di dittatore a quella di perdente. Poi ha anche detto che l’errore è stato il Renzi 2, e dunque lui dovrà tornare al Renzi 1: il riformatore, quello che travolge tutti, il Cid Campeador. A tutto ciò s’è accompagnata l’esultanza del centro-destra (“uniti si vince!”), l’entusiasmo dei Cinque Stelle per avere ottenuto un paio di sindaci a Vattelappesca e Chissadovestà, e il mare di commenti di chi vive di parole.
Fuffa. I meteorologi ci predicono il clima del giorno dopo studiando gli spostamenti delle masse d’aria: cicloni, anticicloni, fronti freddi e perturbazioni. Ma tutto considerato il risultato finale è sempre che c’è un’alternanza fra stagione fredda e stagione calda. Per l’eccellente ragione che il clima dipende in primo luogo dall’inclinazione dell’asse terrestre.
Analogamente la storia di un Paese è meno influenzata dagli uomini politici di quanto non si creda. Napoleone divenne “imperatore” di una Francia che era stata capace di ghigliottinare il suo re, ma rappresentò soltanto un intermezzo. La forza trainante del momento era talmente l’Illuminismo che, pure se le coalizioni sconfissero l’imperatore, poi a loro volta furono sconfitte dalle istituzioni create dalla Rivoluzione che finirono col prevalere dappertutto.
Il dato fondamentale dell’Italia contemporanea non è una grave crisi congiunturale; è una crisi strutturale, dovuta all’accumularsi degli effetti perversi dei suoi errori. Per mettervi rimedio, bisognerebbe cambiare “i fondamentali”, cose contro le quali Renzi o chi per lui non hanno nessun potere. E infatti vegetiamo aspettando da un lato il miracolo (operato da chi?) e temendo dall’altro il disastro.
L’Italia è una democrazia, e le elezioni si vincono in base al programma che si propone ai cittadini. E ancora oggi, per vincere bisogna proporre di commettere gli stessi errori di prima. I candidati ad esempio si sentono obbligati a promettere la creazione di posti di lavoro (e creazione significa che siamo nel campo del miracolo) o il rilancio dell’economia, quando si sa che è proprio l’intervento eccessivo dello Stato, con conseguente eccessivo prelievo fiscale, la principale palla al piede del Paese. Ma sarebbe eletto un candidato il quale proclamasse di non poter far nulla, al riguardo? O parlasse di tagliare sussidi e provvidenze?
Renzi, in questo campo, ha pesantemente esagerato la dose degli argomenti – rinnovamento, creazione di posti di lavoro, lotta alla corruzione, e riforme, riforme, riforme – usati da tutti per vincere le elezioni. Come se gli altri, per incapacità, avessero promesso senza mantenere, mentre lui avrebbe mantenuto. Insomma, avrebbe raddrizzato l’asse terrestre. Gli italiani, tanto arrabbiati da votare per il M5S e tanto bisognosi d’un miracolo da credere al primo venuto, gli hanno concesso fiducia. Come qualcuno che, andato da un guaritore che promette “una probabile guarigione”, pensa che, se intanto otterrà di non avere mal di schiena per una settimana, avrà ancora speso bene i suoi soldi.
Renzi ha battuto anche il guaritore. La sua guarigione non era probabile, era certa. E non chissà quando, subito. Una epocale riforma strutturale al mese, nei successivi quattro mesi, nientemeno. Le persone di buon senso si sono rassegnate: “È uno sbruffone”. Ma la grande massa ha lo stesso sperato nel sollievo dal mal di schiena.
Anche questa piccola apertura di credito da parte dei più benevoli non poteva non soffrire dell’erosione del tempo. Sono passati i mesi e l’insistenza sull’ottimismo, sulle promesse, sulle autocelebrazioni, si è scontrata con la dura realtà. La gente ha cominciato a non credergli più. La base del Pd ha continuato pervicacemente a credere che, se avesse applicato ricette “più di sinistra”, sarebbe andato meglio, dimostrando così da un lato di non aver capito niente, dall’altro d’essere insoddisfatta di Renzi. Se l’Italia avesse avuto un’imponente ripresa economica non ci sarebbe stato spazio per nessuna critica marxista e Renzi sarebbe stato sugli altari. Ma la ripresa non c’è stata e la popolazione che era sempre stata scettica, lo è stata ancora di più.
Non è Renzi che ha perso, è la realtà che ha vinto. Si perde sempre, prima o poi, contro la realtà.
Soltanto se e quando ci convinceremo a cambiare modello economico-sociale, avremo veramente una speranza. Ma attualmente non se ne parla. Aspettiamo ancora che qualcuno o qualcosa – lo Spirito Santo, lo Stellone, un deus ex machina – vengano a salvarci. Noi – aspettando - la nostra parte l’abbiamo fatta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
18 giugno 2015



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POLITICA
15 giugno 2015
UNA FEROCE TIGRE DI CARTA


Domenico Quirico è un giornalista da prendere sul serio, non soltanto per la sua bravura e la sua competenza, ma anche perché, prima di scrivere sul Vicino Oriente, c’è andato di persona ed è stato tenuto prigioniero dai fanatici musulmani per molti mesi. Cionondimeno, come si diceva ai tempi della Scolastica, “Amicus Plato, magis amica veritas”: malgrado tutta la stima che si può avere per lui, se il quadro che ci presenta appare discutibile, non possiamo dichiararci d’accordo.
In un lungo articolo sulla Stampa(1) Quirico sostiene che è cominciata “la guerra di quarta generazione”, che “capovolge i nostri luoghi comuni strategici”. “Ora sono loro [quelli dello Stato Islamico] a imporre lo scontro nei termini tradizionali, l’avanzata, l’invasione, l’occupazione di città, presidiarle e difenderle”. Alla “guerra delle cantine e delle finestre” si è sostituito “un esercito”. “Il Debole ha sostituito [alla guerriglia, al terrorismo] il linguaggio delle offensive, degli attacchi frontali”. “Che strategia opponiamo noi, Occidente, il Forte?” “Ci è rimasta la guerra asimmetrica, sì, quella delle guerriglie”; “i raid di piccole unità;” “i bombardamenti aerei e i droni: il terrorismo dei ricchi. Il Forte e il Debole si sono scambiati i ruoli”. “I jihadisti di Abu Bakr non praticano più la guerriglia globale, sono diventati soldati, invadono il mondo. Ci hanno rubato la guerra” e “l’Occidente non sa più combattere”, “è debole e vile, preda di sibili di dubbio, ondate segrete di sfiducia, malinconiche stanchezze”.
Lo stile è vivido e fiammeggiante, il contenuto è discutibile. Quirico sostiene che le potenze occidentali sono perdenti perché non si possono permettere di veder tornare indietro molte bare coperte dalla bandiera. Siamo sconfitti perché “Un esercito di combattenti che vogliono morire, i jihadisti, è molto più forte di una armata di professionisti ben addestrati, ma che vogliono vivere e tornare a casa”. “Il califfato… sta dimostrando che la potenza occidentale può girare a vuoto”. Tutto ciò suona apocalittico e disfattista, e ci si può chiedere in quale misura corrisponda alla realtà.
Il giornalista parla di un esercito dello Stato Islamico ma, a giudicare da ciò che si vede, si tratta soprattutto d’una moltitudine di fanatici, senza aviazione e senza reparti corazzati, che imbracciano armi leggere e all’occasione tagliano gole. Dunque, altro che guerra di quarta generazione, forse è una guerra medievale.
Quirico, in così tante righe, non fa un’ipotesi assolutamente elementare, e cioè che all’Occidente non importi molto di chi comanda a Mosul. L’Iraq ha avuto l’occasione d’essere indipendente e democratico, e l’ha sprecata. L’Occidente non è disposto a difendere Bashar el Assad pagando un prezzo di sangue. Il Paese che più ha la necessità di contenere la nascita di una potenza sunnita è l’Iran shiita e chi ha più interesse a contrastare l’imperialismo religioso di al Baghdadi non è Washington, è Riyad.

Il problema dello Stato Islamico riguarda soprattutto i Paesi musulmani. Il califfato infatti tende per definizione al dominio di tutti i Paesi islamici. Dunque sono questi Paesi che si devono attivare per primi, anche se tutti sperano che sia Washington a cavare la castagne dal fuoco per loro. Dimenticano che un grande campione non accetta di salire sul ring se la borsa non è consistente. E se rifiuta di battersi contro un dilettante, non significa che ne abbia paura.
Gli Stati Uniti forse hanno mandato l’aviazione e i droni per far contenta l’opinione pubblica americana, indignata per le efferatezze di quei selvaggi, ma non sono disposti a rischiare nulla.
Discutibile è anche il fatto che Quirico parli del “califfato” come di una realtà. Il califfo sarebbe tale se imperasse da Istanbul a Kabul e Khartum. Ed è lungi dall’essere così.
Quanto al coraggio dei combattenti musulmani che “non temono la morte”, Quirico si fa delle illusioni. È una tecnica non solo arcaica, ma poco efficace. I galli si lanciavano coraggiosamente contro i romani, ma i romani erano bene organizzati e li massacravano. Neanche gli indiani dell’America del Nord temevano la morte, ma non per questo hanno battuto gli uomini in blu. Durante la Prima Guerra Mondiale, per una balorda tattica di guerra, centinaia di migliaia di uomini furono mandati a morire falciati dalle mitragliatrici, senza che il loro sacrificio servisse a niente. Infine, se i nobilissimi kamikaze entrarono nell’Olimpo della gloria, la guerra la vinsero lo stesso gli americani. Proprio quelli che, secondo Quirico, in guerra sperano di non morire e di tornarsene a casa.
Tutto l’articolo è fondato su un presupposto discutibile, che dalla riluttanza alla guerra si possa dedurre l’incapacità di combatterla. È vero che l’Europa rifiuta assolutamente l’idea di battersi sul serio, infliggendo la morte e rischiando di subirla, ma da un lato non siamo seriamente interessati alle sorti di Iraq, Siria e Stato Islamico, dall’altro non si può dimenticare che l’Inghilterra imbelle degli Anni Trenta divenne nel giro di pochi anni il leone che salvò l’Europa da Hitler.
È vero, abbiamo paura, ma non siamo ancora stati feriti. Siamo un popolo emotivo e potremmo passare da un atteggiamento quasi vile a una incontenibile sete di sangue e massacro. Speriamo soltanto che la storia non si incarichi di dimostrare a Quirico quanto vera sia questa affermazione.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 giugno 2015
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1




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POLITICA
14 giugno 2015
L'IDEALE COME PROBLEMA


Chi non ha mai votato per il partito comunista e successivi ha un vantaggio: non parteggia per nessuna delle correnti e può parlare delle vicende interne di quella formazione con una certa oggettività.
Il problema dell’attuale governo a guida Pd è che, nel momento in cui la sua tradizionale opposizione è divisa e sfilacciata, i principali ostacoli gli vengono dall’interno e cioè dalla sua ala sinistra. Al riguardo ce la si potrebbe cavare sbrigativamente – come vorrebbe lo stesso Matteo Renzi – dichiarando che, in un partito democratico, le differenze d’opinione sono rispettabili e fisiologiche, ma a partire dal momento in cui si è votato, i gruppi dissenzienti si devono adeguare alle decisioni della maggioranza. Per essere efficace, la struttura politica si deve muovere come un esercito compatto: l’unità d’azione è nell’interesse del partito.
Purtroppo, così enunciato, il principio giustifica esso stesso chi lo viola. Chi fa parte di un un’associazione che non sia soltanto di mutuo soccorso e di comune vantaggio, cioè chi si iscrive ad un movimento “ideologico”, non lo fa né per il proprio interesse né per l’interesse del partito. Lo fa in nome di un ideale che quel movimento s’è impegnato a perseguire. Se dunque, se pure con una votazione a maggioranza, esso se ne allontana o addirittura lo danneggia, il singolo può sentirsi sciolto da ogni obbligo. La sua lealtà va infatti all’ideale, non al partito.
Purtroppo, anche questa seconda posizione è vulnerabile. Chi autorizza il singolo a decidere se il gruppo maggioritario si stia allontanando dalla sua missione storica? Fra l’altro è anche possibile che la dirigenza, seguita dalla maggioranza, abbia parzialmente cambiato linea politica soltanto per rispondere ad un mutamento della realtà. E ancora una volta: il singolo non ha visto questo mutamento o semplicemente non ne ha tenuto conto? E se infine giudicasse che quel cambiamento non c’è neppure stato? È impossibile dare risposte sicure a queste domande. Ed è dunque impossibile sapere se ha ragione la maggioranza o la minoranza del Pd.
Nel caso dei “democratici”, ai problemi ideologici si sono aggiunti i problemi umani. I grandi partiti italiani sono stati prevalentemente guidati da leader di belle maniere. Figure che tentavano di farsi amici tutti, arrivando fino alle supreme ipocrisie democristiane. Indimenticabili, al riguardo, il sense of humour e le sottili ironie di Giulio Andreotti. Invece, nell’attuale Pd, il problema della leadership è complicato dall’ingarbugliarsi dei rapporti personali. L’ultimo segretario del Pd, conforme alla storia e alla tradizione del Pci e successori, è stato il compito gentiluomo Enrico Letta.
Matteo Renzi al riguardo è una totale novità. In questo mondo ovattato ha fatto irruzione con la iattanza popolaresca di un Masaniello che non la manda a dire a nessuno; che all’occasione usa termini poco protocollari; che va in giro in jeans e senza cravatta non perché faccia finta d’appartenere al popolo medio basso, ma perché probabilmente vi appartiene. Sono la giacca e la cravatta l’abbigliamento inverosimile e, se le porta con disinvoltura, è perché non bada al vestiario.
Fin qui, gli si sarebbe potuto perdonare. Ma egli ha certamente esagerato quando ha parlato apertis verbis di gettare nell’immondizia la vecchia guardia. Ha usato il verbo “rottamare”, ma la differenza è soltanto fra le pattumiere, la discarica e lo sfasciacarrozze. Ha irriso i giovani del partito che lo hanno contestato, provocandoli e sfidandoli. Ha dichiarato su tutto il setticlavio che lui intende comandare e che chi si pone sulla sua strada sarà travolto. In tutto ciò ha ignorato una vecchia regola che vige per certe pratiche sessuali: certe cose si fanno, ma non si dicono. Infatti ha irritato senza necessità una buona parte della società e del suo partito, e con ciò ha – per così dire – autorizzato il dissenso. E oggi la rissa raggiunge livelli di osteria.
Naturalmente Renzi potrebbe dire che tutto il suo comportamento è stato ed è funzionale alla sua azione. Con la delicatezza non s’è fatto niente, per decenni: proviamo con la brutalità. Ma, anche qui, come sapere se ha ragione o torto? L’interrogativo ricorda quello sulla Terreur rivoluzionaria francese. È stata utile a far sopravvivere la Révolution o è stata un’inutile barbarie che ha macchiato la sua storia ed ha contribuito a creare nemici esterni alla Francia?
Forse bisogna rassegnarsi. Qualcuno diceva che il bello del viaggio non è il raggiungimento della meta ma il percorso per arrivarci. Nello stesso modo, parlando di politica e di storia, a volte è sufficiente soddisfazione l’essersi posti le domande giuste, piuttosto che pretendere di avere trovato le risposte giuste.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 giugno 2015



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POLITICA
13 giugno 2015
L'IMMIGRAZIONE, PROBLEMA INSOLUBILE


Attualmente l’immigrazione è un problema drammatico. La Germania e la Francia lo hanno risolto chiudendo le frontiere, e anche se ciò è inaccettabile e contrario al dovere di solidarietà, quei due Paesi meritano qualche comprensione: infatti hanno già, in casa, molti milioni di immigrati. L’Italia invece continua a lamentarsi, a dividersi in fazioni, a dare il consueto spettacolo di guerra civile a bassa intensità, ma in totale non sa che cosa fare.
A volte i problemi sono difficili da risolvere. Immaginiamo un uomo che ha tutto per essere felice – un buon lavoro, una bella famiglia, una grande cerchia d’amici – e si avvia a perdere tutto perché si droga. Ma se, pur dichiarandosi pronto a qualunque sacrificio per disintossicarsi, egli ponesse comunque la condizione di non rinunziare all’eroina, è ovvio che non avrebbe speranze. Perché è proprio quella, l’origine del suo male.
Per l’immigrazione, la difficoltà di arginarla dipende da due principi che nessuno propone di rinnegare: la solidarietà umana e l’asilo politico. Il punto è un altro: questi principi sono talmente indiscutibili che non si debba tenere conto della realtà?
Immaginiamo un uomo che ami i gatti e abiti al settimo piano. La sua gatta è un amore, ma diviene un vero problema – e sta veramente male - quando ha bisogno del maschio. Il veterinario suggerisce di sterilizzarla, ma è una proposta orrenda. Allora prenda un gatto, suggerisce il veterinario. C’è il problema dei figli che farebbero, obietta l’uomo. Allora, conclude il veterinario, sopprima la sua gatta. “Ho dunque l’aria di un assassino?”, si scandalizza il cliente. E alla fine si rassegna a prendere un gatto. La micia è presto madre felice di quattro gattini, e il padrone si chiede che farne. Il veterinario l’avverte che i gatti si riproducono in progressione geometrica, e presto, se in casa ci sarà posto per loro, non ci sarà posto per lui.
Ci sono problemi che richiedono comunque una soluzione coraggiosa. Riguardo all’immigrazione, per cominciare, va detto che il principio per cui bisogna concedere l’asilo politico a tutti i richiedenti o quasi è una stupidaggine. L’asilo politico al quale pensavano i padri costituenti era quello di Nenni e Pertini in Francia, durante il fascismo. Dunque va concesso a chi, nel suo Paese, fa attività politica contro un governo dittatoriale e per quell’attività si trova ad essere in pericolo. Ma non è che la cosa sia tanto frequente. Durante il fascismo, la massaia di Calascibetta o di Pordenone, il falegname di Bitonto o di Avigliana, che rischio avrebbero corso, se solo avessero pensato agli affari loro? Già per rischiare il confino bisognava essere esponenti di spicco. Dunque l’asilo politico andrebbe concesso non a qualcuno soltanto perché è siriano o eritreo, ma perché ha svolto una “rilevante attività politica antigovernativa”. E non è il caso dei migranti. Per la maggior parte sono appena alfabetizzati e vorrebbero soprattutto trovare un lavoro, per mandare qualche soldo a casa. Nobile intento, certamente, ma non giustifica l’asilo politico. Al massimo, fa appello alla solidarietà dei Paesi più prosperi.
Ma anche per la solidarietà, come per i gatti, c’è il limite della realtà. Possiamo accogliere in Italia tutti gli africani e gli asiatici che vorrebbero venire a vivere da noi, perché poveri o perché nel loro Paese c’è una guerra, quand’anche fossero dieci milioni? Se la risposta è no, è chiaro che bisogna abbandonare l’idea di applicare un principio di solidarietà indiscriminata ed illimitata, semplicemente perché non possiamo permettercela. Dobbiamo soltanto vedere ciò che possiamo fare contemperando il dovere d’umanità col dovere della nostra protezione.
Sicuro è che non possiamo accogliere tutti. Di una simile, ecumenica generosità può parlare il Papa, perché non è chiamato ad applicarla. Per quanto lo riguarda - e con ciò ha fatto più dei suoi predecessori - ha accolto in Vaticano trenta, diconsi trenta, sfortunati. Lo possiamo ringraziare per l’esempio, ma per l’Italia non si tratta di trenta persone. I politici hanno da fare con cifre a cinque zeri, e Dio non voglia che divengano sei: dunque devono purtroppo trovare soluzioni che sicuramente entreranno in conflitto col principio della solidarietà indiscriminata ed illimitata.
Se non si è disposti a tener conto della realtà, smettendola di guardare soltanto agli ideali, il problema è insolubile e sarebbe opportuno smettere di parlarne, quanto meno per evitare un frastuono tanto fastidioso quanto inutile.
Le soluzioni concrete, se si ha il coraggio di adottarle, ci sono. Basti pensare a come l’Australia ha limitato l’afflusso di asiatici e il Giappone di Coreani. Come dice un noto proverbio inglese, quando c’è una volontà c’è anche un modo.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 giugno 2015




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POLITICA
12 giugno 2015
ANGELA MERKEL FA PIANI PER GREXIT


Berlino/Bruxelles – Per mesi lei ha lottato per la Grecia. E tuttavia, da due notti fa, Angela Merkel sa che forse è stato tutto inutile.
Per buone due ore la Cancelliera ha negoziato a Bruxelles con il Presidente François Hollande e col Primo Ministro greco Alexis Tsipras. Quando ieri il terzetto, intorno alle due del mattino, si è separato, è stato chiaro ciò che fino ad ora la leader del governo non voleva ammettere: è possibile che il fallimento dello Stato greco non si possa più evitare.
Al riguardo, nei circoli confidenziali di Berlino, se ne parla apertamente.
Come mai Angela Merkel improvvisamente non esclude più un fallimento della Grecia?
• Nella conversazione che è durata due ore Tsipras si è mostrato testardo, ed ha di nuovo rifiutato i compiti che gli assegnava l’Unione Europea.
• Un team del Fondo Monetario Internazionale ha posto fine anticipatamente, ieri, ai negoziati con i rappresentanti del governo Tsipras a Bruxelles, a causa di “grandi differenze d’opinione”.
• Inoltre, v’è la crescente pressione del suo proprio partito: sempre più deputati della CDU/CSU rifiutano di dare ulteriori miliardi per Atene, e intendono votare contro questi aiuti nel Bundestag.
Anche da Atene non sono arrivati ieri segnali di compromesso. Al contrario il Tribunale Amministrativo greco ha dichiarato illegali i tagli alle pensioni effettuati fino ad ora.
Durante una dimostrazione di massa contro i tagli imposti dall’Unione Europea, i sindacati comunisti hanno occupato il Ministero delle Finanze, ad Atene, ed hanno tolto dal tetto la bandiera blu dell’Europa. Il Ministero è stato temporaneamente chiuso.
A Berlino sono in corso piani intensivi per il “Fall der Fälle”, la caduta delle cadute.
Ora nelle riunioni si discute concretamente di ciò che bisogna fare nel caso di un fallimento di Atene. Sono in discussione riduzioni di pagamenti per i clienti di banche greche (“controlli sul traffico di capitali”) come anche un taglio dei debiti per quel Paese.
Il Presidente della Banca Centrale tedesca Jens Wiedman ha ammonito: “Il rischio della bancarotta cresce ogni giorno”.
Atene ha un ultimo termine: il prossimo giovedì a Bruxelles si incontrato i ministri delle finanze dell’eurozona per una seduta decisiva. In quell’occasione vogliono vedere un piano di comportamento che è già stato escluso dal Parlamento greco.
Le conversazioni fra i creditori e la Grecia – secondo le parole del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker – devono essere immediatamente ripresi. “Un accordo, nei prossimi giorni, è necessario. La palla è però nella metà campo greca”, ha sottolineato Juncker venerdì mattina.
Nei circoli del governo federale la mettono così: “Nessuno ci potrà accusare di non avere tentato di tutto”.
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
(1)dalla Bild Zeitung del 12 giugno 2015.
http://www.bild.de/politik/ausland/griechenland-krise/jetzt-plant-auch-angela-merkel-mit-dem-grexit-41323286.bild.html



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POLITICA
11 giugno 2015
Due generi di ricchezza
Che cos’è la ricchezza? Indubbiamente un avvocato "produce ricchezza", dal momento che offre un servizio a qualcuno che deve andare in giudizio. Ma ovviamente, se quel signore non dovesse andare in giudizio, dell'avvocato non ci sarebbe bisogno. Nello stesso modo, per così dire, se non ci fossero i ladri potremmo fare a meno dei Carabinieri. Dunque ci sono beni (per esempio i medicinali) e servizi (per esempio gli antifurto) che acquistiamo per necessità, e saremmo lieti di non esservi obbligati, mentre il prodotto del pasticciere lo acquistiamo perché ci piace e non perché vi siamo obbligati. E naturalmente sarebbe bene fare in modo che sia diminuita la quantità di beni e servizi (b&s) cui si è obbligati a ricorrere, e sia incrementata la quantità di beni e servizi (b&s) di cui siamo lieti di avvalerci.
Tecnicamente potrebbe dirsi che ci sono b&s che acquistiamo per sottrarci ad un male maggiore di quello rappresentato dalla spesa (la chiameremo ricchezza negativa), e b&s che acquistiamo perché ci offrono una soddisfazione superiore a quella rappresentata dalla perdita del denaro speso per acquistarli  (ricchezza positiva).
La distinzione non è priva di riflessi politico-sociali. L’attività del ladro, prima ancora di essere immorale o illecita, è antieconomica. Se il ladro si limitasse ad utilizzasse il bene rubato esattamente come lo usava il legittimo proprietario, si avrebbe uno spostamento di ricchezza moralmente e giuridicamente ingiustificato, ma senza perdita per la società. I ladro che ha rubato cento euro spende poi cento euro che valgono cento euro. Ma se è un borseggiatore, e mentre da un lato spende i cento euro, dall’altro butta il portafogli in cui era contenuto, si ha la distruzione di ricchezza rappresentata dal portafogli stesso. E non è l’unico “danno collaterale”. Il proprietario è costretto ai fastidi e alle spese rappresentati dalla ricostituzione dei documenti contenuti in quel portafogli, la società si è attrezzata con i Carabinieri che, se ci riescono, arrestano quel ladro, che poi la società deve mantenere in carcere, oltre a pagare la complessa macchina della giustizia per mandarcelo. Insomma, i cento euro del borseggiatore alla società finiscono col costare molto, molto di più. Ed è questa la ragione per la quale la repressione dei reati economici dovrebbe essere spinta al massimo: perché essi rappresentano un grande costo per la società.
La distinzione fra ricchezza positiva e ricchezza negativa prescinde dal lato morale e giuridico. E infatti si può fornire un esempio di illecito che produce guasti insignificanti rispetto al borseggio: il contrabbando dei tabacchi. Chi fornisce sigarette “illegali” innanzi tutto le vende a dei cittadini i quali le acquistano volontariamente, proprio perché le trovano più convenienti, economicamente, di quelle vendute in tabaccheria. Mentre il derubato dal borseggiatore non gli ha certo chiesto di derubarlo. L’unico danno è il mancato incasso dell’erario sulle accise imposte sui tabacchi. Ma questo danno, se comparato con quello del furto, è molto minore proprio perché non si ha distruzione di ricchezza. Si ha soltanto un commercio illegale (con vantaggio per i consumatori) e un mancato gettito fiscale. Se ne deduce che il borseggio è infinitamente più grave del contrabbando delle sigarette. Anche se lo Stato tende a pensarla in maniera opposta, perché si vede danneggiato in prima persona.
La distinzione fra ricchezza positiva e ricchezza negativa può anche servire per orientare la politica economica dei governi.  Il costo delle lungaggini della giustizia, per esempio, è immenso. Un processo lungo comporta alti onorari per gli avvocati, incertezza della situazione fra le parti, particolarmente importante per le imprese, per non parlare della stessa incertezza della soluzione finale. All’estero, al momento d’investire nel nostro Paese, si informano su quanto tempo dura, in media, una vertenza commerciale, e si scoraggiano. I costi della corruzione e dell’inefficienza sono altissimi.
Un Paese in cui la maggior parte dei cittadini produce molta più ricchezza positiva che ricchezza negativa, sarà un Paese più ricco e prospero della media. Dunque la buona politica, la buona amministrazione, la buona giustizia sono esigenze primarie per la prosperità.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 giugno 2015
Se l’articolo contiene errori economici, si prega di segnalarli. Così ne sapremo tutti di più.




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politica estera
10 giugno 2015
UN BILANCIO SUL MEDIO ORIENTE


Ecco il riassunto – prevalentemente composto dalla traduzione delle frasi più significative - di un pregevole articolo di George Friedman (Stratfor, 9 giugno).
Gianni Pardo

Le linee di frattura del Medio Oriente erano due: da un lato il secolarismo europeo, dall’altro l’Islàm. In altri termini, una parte della regione era secolare, socialista e costruita intorno al potere militare; un’altra parte, particolarmente sul modello dell’Arabia Saudita, era islamista, tradizionalista e monarchica.
La seconda linea di frattura era fra gli Stati che erano stati creati dopo la Prima Guerra Mondiale, e la sottostante realtà della regione. Gli Stati del Medio Oriente non somigliavano alle nazioni europee. Al livello più basso, invece di avere un solo popolo, avevano tribù, clan e gruppi etnici; al più alto, vi era la lealtà all’Islàm, e ambedue i maggiori movimenti, quello Sciita e quello Sunnita, pretendevano d’avere un ambito transnazionale.
Un altro elemento di unificazione era Israele, il nemico di tutti. Ma questa ostilità era prevalentemente di facciata. Soltanto l’Egitto e la Siria si sono seriamente opposti ad Israele.
In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, e il conseguente collasso del supporto per gli stati socialisti, è aumentato il potere delle monarchie tradizionali. L’unica ideologia rimasta in campo, dopo la fine del socialismo, è stata l’Islàm.
Il collasso dell’Unione Sovietica ha dato energia all’Islàm, sia perché i mujaheddin hanno sconfitto i sovietici in Afghanistan, sia perché era venuta meno l’alternativa all’Islàm. La perdita di legittimazione dei regimi secolari ha aperto la porta a due processi. I gruppo subnazionali hanno visto i regimi esistenti come potenti ma illegittimi. E poi gli eventi in Afghanistan hanno creato l’idea che ritornasse sul proscenio la resurrezione pan-islamica.
Ma vi erano tre problemi. I radicali avevano innanzi tutto bisogno di un contesto, e l’hanno trovato nel califfato transnazionale: un’entità politica unica che avrebbe abolito gli Stati esistenti e che avrebbe allineato all’Islàm la realtà politica. Quanto al contesto storico, ci si rifaceva alle crociate. Gli Stati Uniti erano visti come la maggiore potenza cristiana e divennero dunque un obiettivo. Ma gli islamisti dovevano dimostrare che gli Stati Uniti erano nello stesso tempo vulnerabili e nemici dell’Islàm. E in conclusione dovevano rovesciare i regimi musulmani corrotti, sia quelli secolari sia quelli tradizionalisti.
Il risultato è stato al Qaeda, con la sua campagna per costringere gli Stati Uniti a lanciare una crociata contro il mondo islamico. Se gli Stati Uniti non si fossero mossi, con questo avrebbero accentuato l’immagine della loro debolezza; se si fossero mossi, avrebbero dimostrato che la loro era una potenza crociata ostile all’Islàm. La speranza era che ci fosse una sollevazione che avrebbe spazzato via le frontiere imposte dagli europei e rovesciato gli stati musulmani corrotti ed ipocriti, oltre che complici dell’America.
Ciò condusse all’Undici Settembre. Nell’immediato, l’operazione fallì. Gli Stati Uniti reagirono in modo massiccio agli attacchi, ma non si ebbe alcuna sollevazione, nessun regime fu rovesciato e molti collaborarono con gli americani. Al Qaeda e i suoi amici Talebani furono distrutti. Ma quando gli Stati Uniti cercarono di dare una nuova forma all’Iraq e all’Afghanistan, si trovarono invischiati nelle rivalità regionali.
Distruggendo al Qaeda, gli americani crearono un più grande problema in tre parti: in primo luogo, scatenarono i gruppi subnazionali. In secondo luogo, dove combatterono crearono un vuoto che non potevano riempire. Infine, indebolendo i governi e dando potere ai gruppi subnazionali, resero più evidente la necessità di un califfato come l’unica istituzione che poteva governare efficacemente il mondo musulmano.
La primavera araba fu erroneamente presa per una sollevazione democratica come quella del 1989 in Europa. Invece, più che altro, fu una sollevazione ispirata da un movimento pan-islamico che però non riuscì a rovesciare i regimi. Essa fu tuttavia capace di offrire un secondo slancio all’idea di un califfato. Non soltanto i pan-islamisti lottavano contro i crociati americani, ma stavano combattendo contro gli eretici sciiti, a favore del califfato sunnita. Lo Stato Islamico (SI) mise in atto ciò che al Qaeda desiderava quindici anni prima.
Il Medio Oriente si era trasformato in un gorgo nel quale volteggiavano in competizione quelle forze subnazionali che rappresentavano la realtà della regione. Inoltre, cancellando la frontiera tra la Siria e l’Iraq, lo SI ha creato il nocciolo centrale del califfato, un potere transnazionale o, più esattamente, un potere che trascende le frontiere.
La regione è comunque circondata da quattro potenze principali: l’Iran, l’Arabia Saudita, Israele e la Turchia.
Per l’Iran, il pericolo è che lo SI potrebbe ricreare un efficace governo a Baghdad, che potrebbe di nuovo minacciare l’Iran. Per l’Arabia Saudita, lo SI rappresenta una minaccia esistenziale. E infatti l’Arabia ha necessità di contenerlo, senza concedere terreno agli Sciiti. Gli Israeliani possono essere contenti di vedere i loro nemici scontrarsi fra loro, ma esiste la possibilità che in futuro si trovino a doversi confrontare con un nemico unico e più forte. Assad è meno pericoloso dello SI.
I turchi sono invece i più difficili da capire. Essi non sono ostili allo SI quanto lo sono al governo di Assad. Forse considerano lo SI un pericolo minore. Può darsi anche che si aspettino che lo Si sia sconfitto dagli Stati Uniti; oppure potrebbero essere meno ostili di altri alla vittoria dello SI. Il governo turco ha vigorosamente negato di avere aiutato lo SI, ma le dicerie e i sospetti al riguardo non sono cessati. Tutto ciò è incomprensibile, a meno che i turchi non vedano lo SI come un movimento che essi possono controllare, in fin dei conti, e che esso stia spianando il terreno per un potere turco nella regione.
Lo SI rappresenta la logica continuazione di al Qaeda, che ha lanciato sia l’idea di un potere islamico, sia l’idea degli Stati Uniti come una minaccia per l’Islàm. Inoltre meraviglia la capacità dei combattenti dello SI sul campo di battaglia, cosa che fa porre domande riguardo all’origine sia delle loro risorse, sia della loro istruzione militare. E per giunta lo SI ha cominciato a diffondersi anche in altre aree, per esempio in Libia. Anche se probabilmente le forze locali sono, per così dire, in franchising.
La differenza fra al Qaeda e lo SI è che quest’ultimo desidera esplicitamente creare un califfato. E intanto, come minimo, sta operando con un comando centralizzato, al livello strategico, che lo rende molto più efficiente delle altre forze non statali viste sino ad ora.
Il secolarismo, nel mondo musulmano, sembra essere alla fine della sua ritirata. Lo scontro è soltanto fra Sunniti e Sciiti, e fra le fazioni regionali. La principale potenza occidentale manca della capacità di pacificare il mondo islamico. Pacificare un miliardo di persone va del resto al di là delle capacità di chiunque.
È interessante notare che la caduta dell’Unione Sovietica ha messo in moto gli eventi che ora qui vediamo. È anche interessante notare che l’apparente sconfitta di al Qaeda ha aperto la porta al suo logico successore, lo SI. Rimane da vedere se le quattro potenze regionali possano o vogliano “controllare” lo SI. E al cuore del problema sta il mistero di ciò che la Turchia ha in mente, particolarmente nel momento in cui il potere del presidente turco. Recep Tayyp Erdogan, sembra essere declinante.
George Friedman
A Net Assessment of the Middle East
Geopolitical Weekly
JUNE 9, 2015 | 08:00 GMT

By George Friedman
The term "Middle East" has become enormously elastic. The name originated with the British Foreign Office in the 19th century. The British divided the region into the Near East, the area closest to the United Kingdom and most of North Africa; the Far East, which was east of British India; and the Middle East, which was between British India and the Near East. It was a useful model for organizing the British Foreign Office and important for the region as well, since the British — and to a lesser extent the French — defined not only the names of the region but also the states that emerged in the Near and Far East.
Today, the term Middle East, to the extent that it means anything, refers to the Muslim-dominated countries west of Afghanistan and along the North African shore. With the exception of Turkey and Iran, the region is predominantly Arab and predominantly Muslim. Within this region, the British created political entities that were modeled on European nation-states. The British shaped the Arabian Peninsula, which had been inhabited by tribes forming complex coalitions, into Saudi Arabia, a state based on one of these tribes, the Sauds. The British also created Iraq and crafted Egypt into a united monarchy. Quite independent of the British, Turkey and Iran shaped themselves into secular nation-states.
This defined the two fault lines of the Middle East. The first was between European secularism and Islam. The Cold War, when the Soviets involved themselves deeply in the region, accelerated the formation of this fault line. One part of the region was secular, socialist and built around the military. Another part, particularly focused on the Arabian Peninsula, was Islamist, traditionalist and royalist. The latter was pro-Western in general, and the former — particularly the Arab parts — was pro-Soviet. It was more complex than this, of course, but this distinction gives us a reasonable framework.
The second fault line was between the states that had been created and the underlying reality of the region. The states in Europe generally conformed to the definition of nations in the 20th century. The states created by the Europeans in the Middle East did not. There was something at a lower level and at a higher level. At the lower level were the tribes, clans and ethnic groups that not only made up the invented states but also were divided by the borders. The higher level was broad religious loyalties to Islam and to the major movements of Islam, Shiism and Suniism that laid a transnational claim on loyalty. Add to this the pan-Arab movement initiated by former Egyptian President Gamal Abdel Nasser, who argued that the Arab states should be united into a single Arab nation.
Any understanding of the Middle East must therefore begin with the creation of a new political geography after World War I that was superimposed on very different social and political realities and was an attempt to limit the authority of broader regional and ethnic groups. The solution that many states followed was to embrace secularism or traditionalism and use them as tools to manage both the subnational groupings and the claims of the broader religiosity. One unifying point was Israel, which all opposed. But even here it was more illusion than reality. The secular socialist states, such as Egypt and Syria, actively opposed Israel. The traditional royalist states, which were threatened by the secular socialists, saw an ally in Israel.
Aftershocks From the Soviet Collapse
Following the fall of the Soviet Union and the resulting collapse of support for the secular socialist states, the power of the traditional royalties surged. This was not simply a question of money, although these states did have money. It was also a question of values. The socialist secularist movement lost its backing and its credibility. Movements such as Fatah, based on socialist secularism — and Soviet support — lost power relative to emerging groups that embraced the only ideology left: Islam. There were tremendous cross currents in this process, but one of the things to remember was that many of the socialist secular states that had begun with great promise continued to survive, albeit without the power of a promise of a new world. Rulers like Egypt's Hosni Mubarak, Syria's Bashar al Assad and Iraq's Saddam Hussein remained in place. Where the movement had once held promise even if its leaders were corrupt, after the Soviet Union fell, the movement was simply corrupt.
The collapse of the Soviet Union energized Islam, both because the mujahideen defeated the Soviets in Afghanistan and because the alternative to Islam was left in tatters. Moreover, the Iraqi invasion of Kuwait took place in parallel with the last days of the Soviet Union. Both countries are remnants of British diplomacy. The United States, having inherited the British role in the region, intervened to protect another British invention — Saudi Arabia — and to liberate Kuwait from Iraq. From the Western standpoint, this was necessary to stabilize the region. If a regional hegemon emerged and went unchallenged, the consequences could pyramid. Desert Storm appeared to be a simple and logical operation combining the anti-Soviet coalition with Arab countries.
The experience of defeating the Soviets in Afghanistan and the secular regimes' loss of legitimacy opened the door to two processes. In one, the subnational groupings in the region came to see the existing regimes as powerful but illegitimate. In the other, the events in Afghanistan brought the idea of a pan-Islamic resurrection back to the fore. And in the Sunni world, which won the war in Afghanistan, the dynamism of Shiite Iran — which had usurped the position of politico-military spokesman for radical Islam — made the impetus for action clear.
There were three problems. First, the radicals needed to cast pan-Islamism in a historical context. The context was the transnational caliphate, a single political entity that would abolish existing states and align political reality with Islam. The radicals reached back to the Christian Crusades for historical context, and the United States — seen as the major Christian power after its crusade in Kuwait — became the target. Second, the pan-Islamists needed to demonstrate that the United States was both vulnerable and the enemy of Islam. Third, they had to use the subnational groups in various countries to build coalitions to overthrow what were seen as corrupt Muslim regimes, in both the secular and the traditionalist worlds.
The result was al Qaeda and its campaign to force the United States to launch a crusade in the Islamic world. Al Qaeda wanted to do this by carrying out actions that demonstrated American vulnerability and compelled U.S. action. If the United States did not act, it would enhance the image of American weakness; if it did act, it would demonstrate it was a crusader hostile to Islam. U.S. action would, in turn, spark uprisings against corrupt and hypocritical Muslim states, sweep aside European-imposed borders and set the stage for uprisings. The key was to demonstrate the weakness of the regimes and their complicity with the Americans.
This led to 9/11. In the short run, it appeared that the operation had failed. The United States reacted massively to the attacks, but no uprising occurred in the region, no regimes were toppled, and many Muslim regimes collaborated with the Americans. During this time, the Americans were able to wage an aggressive war against al Qaeda and its Taliban allies. In this first phase, the United States succeeded. But in the second phase, the United States, in its desire to reshape Iraq and Afghanistan — and other countries — internally, became caught up in the subnational conflicts. The Americans got involved in creating tactical solutions rather than confronting the strategic problem, which was that waging the war was causing national institutions in the region to collapse.
In destroying al Qaeda, the Americans created a bigger problem in three parts: First, they unleashed the subnational groups. Second, where they fought they created a vacuum that they couldn't fill. Finally, in weakening the governments and empowering the subnational groups, they made a compelling argument for the caliphate as the only institution that could govern the Muslim world effectively and the only basis for resisting the United States and its allies. In other words, where al Qaeda failed to trigger a rising against corrupt governments, the United States managed to destroy or compromise a range of the same governments, opening the door to transnational Islam.
The Arab Spring was mistaken for a liberal democratic rising like 1989 in Eastern Europe. More than anything else, it was a rising by a pan-Islamic movement that largely failed to topple regimes and embroiled one, Syria, in a prolonged civil war. That conflict has a subnational component — various factions divided against each other that give the al Qaeda-derived Islamic State room to maneuver. It also provided a second impetus to the ideal of a caliphate. Not only were the pan-Islamists struggling against the American crusader, but they were fighting Shiite heretics — in service of the Sunni caliphate — as well. The Islamic State put into place the outcome that al Qaeda wanted in 2001, nearly 15 years later and, in addition to Syria and Iraq, with movements capable of sustained combat in other Islamic countries.
A New U.S. Strategy and Its Repercussions
Around this time, the United States was forced to change strategy. The Americans were capable of disrupting al Qaeda and destroying the Iraqi army. But the U.S. ability to occupy and pacify Iraq or Afghanistan was limited. The very factionalism that made it possible to achieve the first two goals made pacification impossible. Working with one group alienated another in an ongoing balancing act that left U.S. forces vulnerable to some faction motivated to wage war because of U.S. support for another. In Syria, where the secular government was confronting a range of secular and religious but not extremist forces, along with an emerging Islamic State, the Americans were unable to meld the factionalized non-Islamic State forces into a strategically effective force. Moreover, the United States could not make its peace with the al Assad government because of its repressive policies, and it was unable to confront the Islamic State with the forces available.
In a way, the center of the Middle East had been hollowed out and turned into a whirlpool of competing forces. Between the Lebanese and Iranian borders, the region had uncovered two things: First, it showed that the subnational forces were the actual reality of the region. Second, in obliterating the Syria-Iraq border, these forces and particularly the Islamic State had created a core element of the caliphate — a transnational power or, more precisely, one that transcended borders.
The American strategy became an infinitely more complex variation of President Ronald Reagan's policy in the 1980s: Allow the warring forces to war. The Islamic State turned the fight into a war on Shiite heresy and on established nation states. The region is surrounded by four major powers: Iran, Saudi Arabia, Israel and Turkey. Each has approached the situation differently. Each of these nations has internal factions, but each state has been able to act in spite of that. Put differently, three of them are non-Arab powers, and the one Arab power, Saudi Arabia, is perhaps the most concerned about internal threats.
For Iran, the danger of the Islamic State is that it would recreate an effective government in Baghdad that could threaten Iran again. Thus, Tehran has maintained support for the Iraqi Shiites and for the al Assad government, while trying to limit al Assad's power.
For Saudi Arabia, which has aligned with Sunni radical forces in the past, the Islamic State represents an existential threat. Its call for a transnational Islamic movement has the potential to resonate with Saudis from the Wahhabi tradition. The Saudis, along with some other Gulf Cooperation Council members and Jordan, are afraid of Islamic State transnationalism but also of Shiite power in Iraq and Syria. Riyadh needs to contain the Islamic State without conceding the ground to the Shiites.
For the Israelis, the situation has been simultaneously outstanding and terrifying. It has been outstanding because it has pitted Israel's enemies against each other. Al Assad's government has in the past supported Hezbollah against Israel. The Islamic State represents a long-term threat to Israel. So long as they fought, Israel's security would be enhanced. The problem is that in the end someone will win in Syria, and that force might be more dangerous than anything before it, particularly if the Islamic State ideology spreads to Palestine. Ultimately, al Assad is less dangerous than the Islamic State, which shows how bad the Israeli choice is in the long run.
It is the Turks — or at least the Turkish government that suffered a setback in the recently concluded parliamentary elections — who are the most difficult to understand. They are hostile to the al Assad government — so much so that they see the Islamic State as less of a threat. There are two ways to explain their view: One is that they expect the Islamic State to be defeated by the United States in the end and that involvement in Syria would stress the Turkish political system. The other is that they might be less averse than others in the region to the Islamic State's winning. While the Turkish government has vigorously denied such charges, rumors of support to at least some factions of the Islamic State have persisted, suspicions in Western capitals linger, and alleged shipments of weaponry to unknown parties in Syria by the Turkish intelligence organization were a dominant theme in Turkey's elections. This is incomprehensible, unless the Turks see the Islamic State as a movement that they can control in the end and that is paving the way for Turkish power in the region — or unless the Turks believe that a direct confrontation would lead to a backlash from the Islamic State in Turkey itself.
The Islamic State's Role in the Region
The Islamic State represents a logical continuation of al Qaeda, which triggered both a sense of Islamic power and shaped the United States into a threat to Islam. The Islamic State created a military and political framework to exploit the situation al Qaeda created. Its military operations have been impressive, ranging from the seizure of Mosul to the taking of Ramadi and Palmyra. Islamic State fighters' flexibility on the battlefield and ability to supply large numbers of forces in combat raises the question of where they got the resources and the training.
However, the bulk of Islamic State fighters are still trapped within their cauldron, surrounded by three hostile powers and an enigma. The hostile powers collaborate, but they also compete. The Israelis and the Saudis are talking. This is not new, but for both sides there is an urgency that wasn't there in the past. The Iranian nuclear program is less important to the Americans than collaboration with Iran against the Islamic State. And the Saudis and other Gulf countries have forged an air capability used in Yemen that might be used elsewhere if needed.
It is likely that the cauldron will hold, so long as the Saudis are able to sustain their internal political stability. But the Islamic State has already spread beyond the cauldron — operating in Libya, for example. Many assume that these forces are Islamic State in name only — franchises, if you will. But the Islamic State does not behave like al Qaeda. It explicitly wants to create a caliphate, and that wish should not be dismissed. At the very least, it is operating with the kind of centralized command and control, on the strategic level, that makes it far more effective than other non-state forces we have seen.
Secularism in the Muslim world appears to be in terminal retreat. The two levels of struggle within that world are, at the top, Sunni versus Shiite, and at the base, complex and interacting factions. The Western world accepted domination of the region from the Ottomans and exercised it for almost a century. Now, the leading Western power lacks the force to pacify the Islamic world. Pacifying a billion people is beyond anyone's capability. The Islamic State has taken al Qaeda's ideology and is attempting to institutionalize it. The surrounding nations have limited options and a limited desire to collaborate. The global power lacks the resources to both defeat the Islamic State and control the insurgency that would follow. Other nations, such as Russia, are alarmed by the Islamic State's spread among their own Muslim populations.
It is interesting to note that the fall of the Soviet Union set in motion the events we are seeing here. It is also interesting to note that the apparent defeat of al Qaeda opened the door for its logical successor, the Islamic State. The question at hand, then, is whether the four regional powers can and want to control the Islamic State. And at the heart of that question is the mystery of what Turkey has in mind, particularly as Turkish President Recep Tayyip Erdogan's power appears to be declining.

Reprinting or republication of this report on websites is authorized by prominently displaying the following sentence, including the hyperlink to Stratfor, at the beginning or end of the report.
"A Net Assessment of the Middle East is republished with permission of Stratfor."

Arabian Peninsula, which had been inhabited by tribes forming complex coalitions, into Saudi Arabia, a state based on one of these tribes, the Sauds. The British also created Iraq and crafted Egypt into a united monarchy. Quite independent of the British, Turkey and Iran shaped themselves into secular nation-states.
This defined the two fault lines of the Middle East. The first was between European secularism and Islam. The Cold War, when the Soviets involved themselves deeply in the region, accelerated the formation of this fault line. One part of the region was secular, socialist and built around the military. Another part, particularly focused on the Arabian Peninsula, was Islamist, traditionalist and royalist. The latter was pro-Western in general, and the former — particularly the Arab parts — was pro-Soviet. It was more complex than this, of course, but this distinction gives us a reasonable framework.
The second fault line was between the states that had been created and the underlying reality of the region. The states in Europe generally conformed to the definition of nations in the 20th century. The states created by the Europeans in the Middle East did not. There was something at a lower level and at a higher level. At the lower level were the tribes, clans and ethnic groups that not only made up the invented states but also were divided by the borders. The higher level was broad religious loyalties to Islam and to the major movements of Islam, Shiism and Suniism that laid a transnational claim on loyalty. Add to this the pan-Arab movement initiated by former Egyptian President Gamal Abdel Nasser, who argued that the Arab states should be united into a single Arab nation.
Any understanding of the Middle East must therefore begin with the creation of a new political geography after World War I that was superimposed on very different social and political realities and was an attempt to limit the authority of broader regional and ethnic groups. The solution that many states followed was to embrace secularism or traditionalism and use them as tools to manage both the subnational groupings and the claims of the broader religiosity. One unifying point was Israel, which all opposed. But even here it was more illusion than reality. The secular socialist states, such as Egypt and Syria, actively opposed Israel. The traditional royalist states, which were threatened by the secular socialists, saw an ally in Israel.
Aftershocks From the Soviet Collapse
Following the fall of the Soviet Union and the resulting collapse of support for the secular socialist states, the power of the traditional royalties surged. This was not simply a question of money, although these states did have money. It was also a question of values. The socialist secularist movement lost its backing and its credibility. Movements such as Fatah, based on socialist secularism — and Soviet support — lost power relative to emerging groups that embraced the only ideology left: Islam. There were tremendous cross currents in this process, but one of the things to remember was that many of the socialist secular states that had begun with great promise continued to survive, albeit without the power of a promise of a new world. Rulers like Egypt's Hosni Mubarak, Syria's Bashar al Assad and Iraq's Saddam Hussein remained in place. Where the movement had once held promise even if its leaders were corrupt, after the Soviet Union fell, the movement was simply corrupt.
The collapse of the Soviet Union energized Islam, both because the mujahideen defeated the Soviets in Afghanistan and because the alternative to Islam was left in tatters. Moreover, the Iraqi invasion of Kuwait took place in parallel with the last days of the Soviet Union. Both countries are remnants of British diplomacy. The United States, having inherited the British role in the region, intervened to protect another British invention — Saudi Arabia — and to liberate Kuwait from Iraq. From the Western standpoint, this was necessary to stabilize the region. If a regional hegemon emerged and went unchallenged, the consequences could pyramid. Desert Storm appeared to be a simple and logical operation combining the anti-Soviet coalition with Arab countries.
The experience of defeating the Soviets in Afghanistan and the secular regimes' loss of legitimacy opened the door to two processes. In one, the subnational groupings in the region came to see the existing regimes as powerful but illegitimate. In the other, the events in Afghanistan brought the idea of a pan-Islamic resurrection back to the fore. And in the Sunni world, which won the war in Afghanistan, the dynamism of Shiite Iran — which had usurped the position of politico-military spokesman for radical Islam — made the impetus for action clear.
There were three problems. First, the radicals needed to cast pan-Islamism in a historical context. The context was the transnational caliphate, a single political entity that would abolish existing states and align political reality with Islam. The radicals reached back to the Christian Crusades for historical context, and the United States — seen as the major Christian power after its crusade in Kuwait — became the target. Second, the pan-Islamists needed to demonstrate that the United States was both vulnerable and the enemy of Islam. Third, they had to use the subnational groups in various countries to build coalitions to overthrow what were seen as corrupt Muslim regimes, in both the secular and the traditionalist worlds.
The result was al Qaeda and its campaign to force the United States to launch a crusade in the Islamic world. Al Qaeda wanted to do this by carrying out actions that demonstrated American vulnerability and compelled U.S. action. If the United States did not act, it would enhance the image of American weakness; if it did act, it would demonstrate it was a crusader hostile to Islam. U.S. action would, in turn, spark uprisings against corrupt and hypocritical Muslim states, sweep aside European-imposed borders and set the stage for uprisings. The key was to demonstrate the weakness of the regimes and their complicity with the Americans.
This led to 9/11. In the short run, it appeared that the operation had failed. The United States reacted massively to the attacks, but no uprising occurred in the region, no regimes were toppled, and many Muslim regimes collaborated with the Americans. During this time, the Americans were able to wage an aggressive war against al Qaeda and its Taliban allies. In this first phase, the United States succeeded. But in the second phase, the United States, in its desire to reshape Iraq and Afghanistan — and other countries — internally, became caught up in the subnational conflicts. The Americans got involved in creating tactical solutions rather than confronting the strategic problem, which was that waging the war was causing national institutions in the region to collapse.
In destroying al Qaeda, the Americans created a bigger problem in three parts: First, they unleashed the subnational groups. Second, where they fought they created a vacuum that they couldn't fill. Finally, in weakening the governments and empowering the subnational groups, they made a compelling argument for the caliphate as the only institution that could govern the Muslim world effectively and the only basis for resisting the United States and its allies. In other words, where al Qaeda failed to trigger a rising against corrupt governments, the United States managed to destroy or compromise a range of the same governments, opening the door to transnational Islam.
The Arab Spring was mistaken for a liberal democratic rising like 1989 in Eastern Europe. More than anything else, it was a rising by a pan-Islamic movement that largely failed to topple regimes and embroiled one, Syria, in a prolonged civil war. That conflict has a subnational component — various factions divided against each other that give the al Qaeda-derived Islamic State room to maneuver. It also provided a second impetus to the ideal of a caliphate. Not only were the pan-Islamists struggling against the American crusader, but they were fighting Shiite heretics — in service of the Sunni caliphate — as well. The Islamic State put into place the outcome that al Qaeda wanted in 2001, nearly 15 years later and, in addition to Syria and Iraq, with movements capable of sustained combat in other Islamic countries.
A New U.S. Strategy and Its Repercussions
Around this time, the United States was forced to change strategy. The Americans were capable of disrupting al Qaeda and destroying the Iraqi army. But the U.S. ability to occupy and pacify Iraq or Afghanistan was limited. The very factionalism that made it possible to achieve the first two goals made pacification impossible. Working with one group alienated another in an ongoing balancing act that left U.S. forces vulnerable to some faction motivated to wage war because of U.S. support for another. In Syria, where the secular government was confronting a range of secular and religious but not extremist forces, along with an emerging Islamic State, the Americans were unable to meld the factionalized non-Islamic State forces into a strategically effective force. Moreover, the United States could not make its peace with the al Assad government because of its repressive policies, and it was unable to confront the Islamic State with the forces available.
In a way, the center of the Middle East had been hollowed out and turned into a whirlpool of competing forces. Between the Lebanese and Iranian borders, the region had uncovered two things: First, it showed that the subnational forces were the actual reality of the region. Second, in obliterating the Syria-Iraq border, these forces and particularly the Islamic State had created a core element of the caliphate — a transnational power or, more precisely, one that transcended borders.
The American strategy became an infinitely more complex variation of President Ronald Reagan's policy in the 1980s: Allow the warring forces to war. The Islamic State turned the fight into a war on Shiite heresy and on established nation states. The region is surrounded by four major powers: Iran, Saudi Arabia, Israel and Turkey. Each has approached the situation differently. Each of these nations has internal factions, but each state has been able to act in spite of that. Put differently, three of them are non-Arab powers, and the one Arab power, Saudi Arabia, is perhaps the most concerned about internal threats.
For Iran, the danger of the Islamic State is that it would recreate an effective government in Baghdad that could threaten Iran again. Thus, Tehran has maintained support for the Iraqi Shiites and for the al Assad government, while trying to limit al Assad's power.
For Saudi Arabia, which has aligned with Sunni radical forces in the past, the Islamic State represents an existential threat. Its call for a transnational Islamic movement has the potential to resonate with Saudis from the Wahhabi tradition. The Saudis, along with some other Gulf Cooperation Council members and Jordan, are afraid of Islamic State transnationalism but also of Shiite power in Iraq and Syria. Riyadh needs to contain the Islamic State without conceding the ground to the Shiites.
For the Israelis, the situation has been simultaneously outstanding and terrifying. It has been outstanding because it has pitted Israel's enemies against each other. Al Assad's government has in the past supported Hezbollah against Israel. The Islamic State represents a long-term threat to Israel. So long as they fought, Israel's security would be enhanced. The problem is that in the end someone will win in Syria, and that force might be more dangerous than anything before it, particularly if the Islamic State ideology spreads to Palestine. Ultimately, al Assad is less dangerous than the Islamic State, which shows how bad the Israeli choice is in the long run.
It is the Turks — or at least the Turkish government that suffered a setback in the recently concluded parliamentary elections — who are the most difficult to understand. They are hostile to the al Assad government — so much so that they see the Islamic State as less of a threat. There are two ways to explain their view: One is that they expect the Islamic State to be defeated by the United States in the end and that involvement in Syria would stress the Turkish political system. The other is that they might be less averse than others in the region to the Islamic State's winning. While the Turkish government has vigorously denied such charges, rumors of support to at least some factions of the Islamic State have persisted, suspicions in Western capitals linger, and alleged shipments of weaponry to unknown parties in Syria by the Turkish intelligence organization were a dominant theme in Turkey's elections. This is incomprehensible, unless the Turks see the Islamic State as a movement that they can control in the end and that is paving the way for Turkish power in the region — or unless the Turks believe that a direct confrontation would lead to a backlash from the Islamic State in Turkey itself.
The Islamic State's Role in the Region
The Islamic State represents a logical continuation of al Qaeda, which triggered both a sense of Islamic power and shaped the United States into a threat to Islam. The Islamic State created a military and political framework to exploit the situation al Qaeda created. Its military operations have been impressive, ranging from the seizure of Mosul to the taking of Ramadi and Palmyra. Islamic State fighters' flexibility on the battlefield and ability to supply large numbers of forces in combat raises the question of where they got the resources and the training.
However, the bulk of Islamic State fighters are still trapped within their cauldron, surrounded by three hostile powers and an enigma. The hostile powers collaborate, but they also compete. The Israelis and the Saudis are talking. This is not new, but for both sides there is an urgency that wasn't there in the past. The Iranian nuclear program is less important to the Americans than collaboration with Iran against the Islamic State. And the Saudis and other Gulf countries have forged an air capability used in Yemen that might be used elsewhere if needed.
It is likely that the cauldron will hold, so long as the Saudis are able to sustain their internal political stability. But the Islamic State has already spread beyond the cauldron — operating in Libya, for example. Many assume that these forces are Islamic State in name only — franchises, if you will. But the Islamic State does not behave like al Qaeda. It explicitly wants to create a caliphate, and that wish should not be dismissed. At the very least, it is operating with the kind of centralized command and control, on the strategic level, that makes it far more effective than other non-state forces we have seen.
Secularism in the Muslim world appears to be in terminal retreat. The two levels of struggle within that world are, at the top, Sunni versus Shiite, and at the base, complex and interacting factions. The Western world accepted domination of the region from the Ottomans and exercised it for almost a century. Now, the leading Western power lacks the force to pacify the Islamic world. Pacifying a billion people is beyond anyone's capability. The Islamic State has taken al Qaeda's ideology and is attempting to institutionalize it. The surrounding nations have limited options and a limited desire to collaborate. The global power lacks the resources to both defeat the Islamic State and control the insurgency that would follow. Other nations, such as Russia, are alarmed by the Islamic State's spread among their own Muslim populations.
It is interesting to note that the fall of the Soviet Union set in motion the events we are seeing here. It is also interesting to note that the apparent defeat of al Qaeda opened the door for its logical successor, the Islamic State. The question at hand, then, is whether the four regional powers can and want to control the Islamic State. And at the heart of that question is the mystery of what Turkey has in mind, particularly as Turkish President Recep Tayyip Erdogan's power appears to be declining.

Reprinting or republication of this report on websites is authorized by prominently displaying the following sentence, including the hyperlink to Stratfor, at the beginning or end of the report.
"A Net Assessment of the Middle East is republished with permission of Stratfor."




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POLITICA
9 giugno 2015
IL PARTITO A PERDERE


Un tempo si era più razionali o forse soltanto più poveri. Bevuto il latte o la birra, si riportavano le bottiglie vuote ai negozianti che ne rimborsavano il costo. “Vuoto a rendere”. Poi, col consumismo, col “Tetrapak” o a causa dei costi di gestione del servizio, i negozianti non hanno più ripreso le bottiglie. L’espressione è divenuta: “Vuoto a perdere”. Non sappiamo quanto italiane siano le due espressioni (“da” sarebbe stato meglio di “a”) ma il concetto è interessante. Se qualcosa è “a perdere” non significa che è inutilizzabile. Una bottiglia di vetro, opportunamente lavata, può essere utilizzata infinite volte. Significa soltanto che non serve a nessuno, che la sua utilità è inferiore al fastidio di occuparsene. Sicché ciò che è “a perdere” è come se avesse la scadenza incorporata: non appena non serve, finisce nella pattumiera.
È questo il triste destino di chi ha un valore solo a determinate condizioni. Dice un proverbio inglese: a friend in need is a friend indeed, un vero amico si vede nel bisogno. Se invece qualcuno ha amici soltanto perché è ricco, se perde il suo patrimonio perde anche gli amici.
A queste riflessioni si è indotti pensando al Nuovo Centro-Destra. È un partito “a perdere” perché è soltanto utile al Pd e al governo. Se il governo cadesse, il Ncd sparirebbe con esso. Infatti come offerta di governo è battuto sia dal Pd, sia dalla stessa Forza Italia, e come partito di opposizione da destra è battuto da una formazione come la Lega e da sinistra da tutte le altre formazioni (Sel, M5S, con cui non può certo allearsi, a partire dal suo nome). Nessuno sente il bisogno di Angelino Alfano e dei suoi amici.
Non si dice questo per essere sprezzanti nei confronti di costoro, perché sono persone serie. Semplicemente hanno commesso un suicidio politico e da qualche tempo le resurrezioni sono difficili. Quando Berlusconi ha tolto il sostegno al governo Letta, anche ad ammettere che quella decisione sia stata balorda, gli uomini del Ncd, disertando, hanno commesso un errore. Va dato loro atto che la decisione del leader gli è stata comunicata con una inammissibile malagrazia: senza consultarli e con un ordine secco, quasi fossero dei semplici impiegati, ma ciò non toglie che disobbedire non è stato nel loro interesse.
La situazione ricorda una vecchia barzelletta. Un signore si avvicina allo sportello e dice al giovane cassiere: “Forza, pezzo d’imbecille, mi chiamo Condelli, fammi l’estratto conto”. Il cassiere protesta per quei modi e Condelli lo ricopre di altri insulti, finché il giovane lo pianta e va a parlarne col direttore della banca. Questi gli risponde: “Condelli? Ma lo sai chi è? È il principale azionista della nostra banca. Forza, pezzo d’imbecille, corri a fargli l’estratto conto”.
Anche a volere farla pagare a Berlusconi, bisognava aspettare la buona occasione. Così come è andata, quelli del Ncd hanno mantenuto la poltrona di ministri, ma non hanno futuro. Perché non hanno un elettorato. Quando la Dc scomparve dai radar, Berlusconi capì che non poteva essere scomparso il suo elettorato anticomunista, e infatti lo ereditò. Il Ncd forse ha uno sparuto elettorato finché è al potere e può concedere qualcosa. Ma quando i voti dovrà chiederli solo offrendo un programma politico, le sue difficoltà aumenteranno in modo esponenziale.
È lecito dire “meglio l’uovo oggi che la gallina domani”, purché dopo non ci si aspetti di avere la gallina.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
9 giugno 2015



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POLITICA
8 giugno 2015
CHE SIGNIFICA IL NO DEI TURCHI


Da sempre estimatore di Atatürk, molti anni fa mi innamorai di Istànbul. Tanto da tornarci più volte. Poi però vidi la Turchia cambiare tanto, da ripensare ad essa come a un bel sogno perduto.
Negli ultimi anni essa è divenuta un qualunque Paese musulmano - forse meno laico della Tunisia - dove le donne vanno in giro velate, dove l’Islàm, invece di essere una religione indifferente allo Stato quanto il Cristianesimo o l’Ebraismo (secondo il dettato di Atatürk), è divenuto opprimente per il presente e addirittura minaccioso per il futuro. Un Paese che non si vergogna di favorire, neanche troppo copertamente, lo Stato Islamico che si è creato lungo il suo confine meridionale.
E tuttavia, pur rimanendo lecito non avere alcuna simpatia per Recep Tayyip Erdogan, un fatto è certo: un partito che vince tante elezioni di seguito, come l’Akp, non è il risultato dell’azione di un uomo. Caso mai è il segno che quell’uomo ha saputo intercettare il sentimento di gran parte del popolo turco. Soprattutto dell’entroterra.
Negli anni recenti la Turchia ha voluto abbandonare il kemalismo e ha cominciato a volgersi ad un islamismo ortodosso. Dunque il tentativo di Erdogan di chiedere un più ampio mandato per modificare la costituzione in senso presidenzialista - ed evidentemente per condurre il Paese più vicino ad una sorta di teocrazia - non era irrazionale. Si trattava di compiere un ultimo e definitivo passo, cui il leader pensava il Paese fosse ormai disposto.
Si sbagliava. La Turchia ha detto di no, e ciò è certamente un buon segno per i laici, per gli occidentali, e per coloro che amano quel Paese. Ma non è chiaro a che cosa i turchi abbiano detto “no”. Certo non è significativo il calo della Borsa: dal momento che per un mese e mezzo probabilmente non si riuscirà a formare un nuovo governo, e forse bisognerà tornare alle urne, non è strano che il mondo economico reagisca negativamente. Se c’è una cosa che i produttori temono, è l’instabilità. Ma al riguardo si avranno migliori indicazioni nei giorni avvenire. Più interessanti sono dunque le ragioni del recente voto. Aspettando di saperne di più, si possono fare alcune ipotesi.
La Turchia potrebbe avere avuto una reazione “democratica” nei confronti di un leader già accentratore e che, se fosse stata approvata la riforma della costituzione, si sarebbe probabilmente attribuito un potere quasi dittatoriale. Prospettiva tutt’altro che gradevole, per alcuni, soprattutto se si considera che Erdogan si è già dimostrato intollerante alle critiche, fino a reagire con la mano pesante nei confronti delle pubblicazioni a lui ostili. A questo punto il “no” potrebbe essere anche un riflesso di paura. Ottant’anni di kemalismo potrebbero aver lasciato una traccia e i turchi potrebbero aver temuto di perdere le loro libertà democratiche. La dura repressione di Gezi Park, per esempio, non sarà stata dimenticata dagli abitanti di Istànbul.
Un secondo motivo di irritazione dell’elettorato potrebbe essere stato il conclamato e sempre più invadente islamismo di Erdogan e del suo partito. Le ragazze che qualche lustro fa passeggiavano in minigonna, a Istànbul, non accoglierebbero volentieri l’obbligo di andare in giro velate. Anche se la quasi totalità dei turchi è musulmana, anche se è stata disposta, negli ultimi tempi, a tollerare una deriva passatista, esiste ancora tutta una classe, prevalentemente cittadina, che non è anti-islamica, ma a cui la tolleranza è stata insegnata per troppi anni, per accettare senza proteste il bigottismo insorgente e una sorta di moderno califfato. Probabilmente le campagne e l’interno dell’Anatolia non avranno considerato questa tendenza all’intervento della religione nella vita sociale particolarmente fastidiosa, ma forse le grandi città si sono avviate verso una reazione di rigetto.
Un’ultima ipotesi – strettamente legata al successo del partito di ispirazione curda – è la recente politica di Erdogan nei confronti del Vicino Oriente. Probabilmente alcuni saranno stati contenti del fatto che Ankara guadagnava prestigio e importanza nell’area, ma molti saranno stati infastiditi dal vedere come tendevano ad essere cordiali i rapporti con i selvaggi dello Stato Islamico. Un conto è presentarsi come campioni dei musulmani sunniti, un altro allearsi, anche se copertamente, con figuri impresentabili come l’autoproclamato califfo al Baghdadi.
Soprattutto il fatto che il Paese abbia chiuso un occhio sull’afflusso di foreign fighters attraverso il territorio turco, non ha certo fatto piacere a quei curdi che hanno visto dopo quante esitazioni Ankara ha permesso l’afflusso di rinforzi curdi a Kobane assediata. Inoltre il partito dei curdi ha avuto il buon senso di abbandonare le azioni violente di un tempo, e di presentarsi come nazionale, moderno, tollerante, laico, e perfino aperto ai “diversi” in campo sessuale. Il suo successo, in questo senso, è la prima luce che si vede sul Bosforo da parecchi anni a questa parte.
Ma non si sbaglia mai tanto facilmente come quando si parla di ciò che avviene in Paesi in cui non si vive. Speriamo dunque di ottenere lumi dall’interno della Turchia, e di vedere questi lumi confermati dai fatti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 giugno 2015



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CULTURA
7 giugno 2015
NON GIOCHIAMO CON LE PAROLE


In mancanza di altri riferimenti, il principio d’autorità non è poi tanto male. Non possiamo essere competenti in tutti i campi e non sempre abbiamo i mezzi per procedere personalmente a degli accertamenti. Dunque, di fronte allo specialista, ognuno di noi è costretto a concludere: “Non posso verificare personalmente come stanno le cose, ma visto che lui è colto e intelligente, probabilmente ha ragione”.
Quel principio tuttavia va adottato soltanto quando la verifica personale è impossibile. E infatti la scienza nacque quando Galileo, sull’inerzia e sulla caduta dei gravi, non si fermò all’ipse dixit, cioè ad Aristotele, ma si fidò piuttosto dei suoi esperimenti scientifici. Se l’umanità avesse avuto più senso critico e meno timore reverenziale nei confronti delle persone importanti, la scienza sarebbe nata prima.
Purtroppo, ragionare con la propria testa è faticoso. La gente è intellettualmente pigra e di solito fonda le proprie convinzioni sul principio: “lo dicono tutti”. Non solo dunque non ha un’opinione personale, ma non applica neppure il principio d’autorità, visto che “tutti” sono tutt’altro che un’autorità. Il punto di vista critico, invece di essere la regola, è l’eccezione, e ciò dà luogo ad una enorme quantità di luoghi comuni che, non fosse morto, Socrate si divertirebbe a smontare.
Prendiamo una frase banale: “Abbiamo tutti il dovere della solidarietà”. Chi sostiene che sia vera, potrà addurre come prova il fatto che lo pensa lui e molti altri insieme con lui. Ma ciò non dimostra affatto che: “Abbiamo tutti il dovere della solidarietà”; dimostra che: “La maggior parte degli uomini pensa che abbiamo il dovere della solidarietà”. Cioè fornisce un dato statistico che nulla ci dice riguardo alla sussistenza di quel dovere. L’umanità ha pensato per millenni che fosse il Sole che girava intorno alla Terra. Dunque chi pensasse di non avere quel dovere non andrebbe contro un’ovvia verità: andrebbe soltanto contro l’opinione della maggioranza.
Qualche persona più avvertita potrebbe obiettare che, appartenendo ad una specie sociale, l’uomo ha il dovere della solidarietà. Le termiti guerriere sono pronte a morire per difendere il termitaio, cioè a sacrificarsi per le altre termiti, perché sono una specie sociale, e anche noi abbiamo maggiori possibilità di sopravvivenza se cacciamo in gruppo e ci sosteniamo gli uni gli altri. Il fatto è vero, ma non dimostra ancora il dovere della solidarietà, perché bisognerebbe prima dimostrare la necessità, o almeno l’utilità, della sopravvivenza della specie umana. E ciò è impossibile. Noi in questo campo non abbiamo più titoli di quanti ne avrebbero i pidocchi, se si ponesse loro lo stesso quesito.
Bisogna guardarsi dalle facili evidenze, soprattutto quando sono coperte di retorica, come nel caso dei discorsi delle massime autorità della nazione. Neanche i grandi competenti (quelli che un tempo hanno creduto senza eccezioni di rilievo nell’esistenza delle streghe) ci devono troppo intimidire, e soprattutto non dobbiamo lasciarci impressionare dai paroloni, che a volte non hanno una consistenza maggiore di quella degli abiti nuovi dell’imperatore.
Per fare un esempio, prendiamo una parola riguardo alla quale, al solo sentirla, un po’ tutti ci sentiamo in dovere di toglierci il cappello: “trascendenza”. E tuttavia saremmo molto imbarazzati, se ci si chiedesse di spiegarne il significato. Siamo dunque così ignoranti?
Vediamo innanzi tutto che cosa ne dice un dizionario pensoso e intellettuale come il Devoto-Oli: la trascendenza è la “Nozione in cui si identifica una forma di esistenza non riconducibile alle determinazioni dell’esperienza”. La definizione è allarmante. Se la trascendenza non è riconducibile alle determinazioni dell’esperienza, chi ci dice che si tratti di un’esistenza e non di una inesistenza? A meno che questa trascendenza non sia qualcosa cui si può credere o non credere, senza bisogno di nessuna prova seria, come si può credere o non credere alla fortuna e alla malasorte.
Chissà, forse la soluzione risiede nel significato di quella parola, “esperienza” cui non è riconducibile la trascendenza. Sempre per quel dizionario, essa è una “Conoscenza acquisita mediante il contatto con un determinato settore della realtà”. Contatto, realtà. Sono parole pesanti, molto in contrasto con ciò che non è “riconducibile alle determinazioni dell’esperienza”.
Dunque meglio uscire dall’ambiguità e chiedersi quali siano i contenuti della trascendenza. Presto si giunge a concetti come “Dio”, “spirito”, “anima”, cui crede chi vuole credere, e non crede chi non vuole credere, al di fuori di ogni seria prova. Alla possibilità di dimostrare l’esistenza di Dio e dell’anima rinunciò infatti un credente del calibro di Immanuel Kant.
In materia di trascendenza non si ha il diritto di intimidire chicchessia. Si tratta di convinzioni personali, in cui nessuno può dimostrare all’altro di avere torto. Naturalmente non si nega che concetti come “Dio”, “anima” e “spirito” sono carichi di secoli di riflessioni teologiche e filosofiche, mentre la malasorte non è andata molto più lontano di qualche corno rosso. E tuttavia, paradossi a parte, si tratta di nulla di più di convinzioni personali. Il fatto che Hegel abbia potuto affliggere per decenni l’umanità intera parlando dello Spirito non ne ha per questo dimostrato l’esistenza.
Lo scetticismo è una pratica saggia. Non insegna la verità, ma almeno non spaccia per verità ciò che forse è una menzogna.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
7 giugno 2015




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POLITICA
6 giugno 2015
NOIA CAPITALE

Ci sono mestieri che mettono quotidianamente in contatto con il dolore. Per esempio quello dell’oncologo. Altri che mettono quotidianamente in contatto con le conseguenze dell’imprudenza: quello del traumatologo. Altri ancora mettono quotidianamente in contatto con la morte, come il mestiere dell’impresario di pompe funebri. In tutti questi casi si verifica quel fenomeno di “mitridatizzazione” che il vocabolario Treccani definisce: “Processo o stato di relativa refrattarietà, progressivamente acquisita, verso una determinata sostanza tossica o medicamentosa; anche in senso figurato”. Il termine risale al re del Ponto, Mitridate il quale, temendo di essere avvelenato, assumeva ogni giorno una piccola dose di veleno, in modo da rendersi immune ad esso. Un precursore di Pasteur, si potrebbe dire sorridendo.
Se quella dell’antico re è probabilmente una leggenda, la mitridatizzazione di cui parla il dizionario è un fatto ben reale. La ripetizione di uno stimolo, per il nostro corpo, cessa di essere notizia. Un capo macchinista che passava tutta la sua vita sulla nave, a chi glielo chiedeva rispondeva di essere in servizio “ventiquattr’ore al giorno”. Come? Semplicemente essendo talmente abituato al rumore normale della macchina, da non sentirla più. E al contrario si accorgeva subito se qualcosa non andava. Il rumore del guasto era notizia, l’eterno tonf-tonf no.
La mitridatizzazione protegge l’oncologo, il medico e il becchino dal vivere continuamente afflitti, per semplici ragioni di umanità ed empatia, dalle vicende con cui vengono in contatto. Per la medesima ragione, mentre alcuni giovani (o qualche giornalista interessato a vendere il giornale) si interesseranno appassionatamente agli scandali del Comune di Roma, i vecchi seguiranno queste vicende con un orecchio piuttosto distratto. Cane che morde uomo non è notizia. E non è neppure notizia che il denaro dello Stato sia rubato, dal momento che è il meno sorvegliato. E chi lo ruba è spesso proprio colui che dovrebbe sorvegliarlo.
Dagli scandali, talmente monotoni da rendere stucchevoli le loro notizie, si possono ricavare ancora e sempre le stesse lezioni. Il tasso di corruzione non dipende dalla severità delle leggi (che è inutile inasprire) ma dalla frequenza della repressione. È più efficace e più dissuasiva un’ammenda di cento euro assolutamente sicura che una molto improbabile pena di morte. Era il principio della “finestra rotta” del sindaco di New York Rudolph Giuliani.
Il quantum di corruzione di una nazione non dipende dalle sue istituzioni ma dal suo popolo. Se esso ha un’alta moralità, la corruzione sarà bassa, anche in presenza di sanzioni molto miti. Se il popolo ha una bassa moralità, e dunque una tendenziale assenza di scrupoli, la corruzione sarà alta. In Italia si considera normale “copiare il compito”, quando si hanno quindici anni: perché in seguito si dovrebbero avere scrupoli ad accettare una bustarella?
L’ultima lezione è che, dal momento che è difficile sia proteggere il denaro dello Stato dai ladri sia limitare la corruzione, la cosa migliore è far sì che lo Stato maneggi poco denaro ed eviti di occuparsi di tutto ciò di cui può evitare di occuparsi. Il solito concetto di “Stato minimo”. Ma anche questa idea soffre, per così dire, di una petitio principii. Mentre il cittadino razionale sogna di uno Stato minimo, che gli costerebbe di meno in termini di tasse, sono interessati ad uno Stato che si occupa di tutto in primo luogo i politici, perché per loro significa più potere e più possibilità di concedere favori. Inoltre, per molti cittadini, esso rappresenta la possibilità di un impiego stabile e ben poco faticoso. Insomma, la stessa società che si scandalizza per quanto avviene nel Comune di Roma, poi, all’occasione, chiede: “Ci sarebbe un posticino per mio cognato? Sa, è un bravo ragazzo ed è senza lavoro”.
Ecco perché chi ha sentito parlare di scandali da decenni li trova di una noia mortale. Perché sa che i politici sono interessati a non diminuire affatto l’area d’intervento dello Stato, e i cittadini non perdono mai l’illusione che i servizi dello Stato siano gratuiti e che un giorno o l’altro potrebbero approfittarne anche loro.
Lo scandalo non è la corruzione. Lo scandalo, in Italia, è uno Stato elefantiaco incapace di agire in modo economico e tenendo una mano ferma sul portafogli.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
6 giugno 2015





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POLITICA
5 giugno 2015
LA PULCE E L'ELEFANTE, PARDO E FRIEDMAN


La perniciosa tendenza

(Il problema greco)

 

Gli osservatori economici, per esempio Stefano Lepri sulla“Stampa”, ci dicono che la situazione della Grecia sta ancora peggiorando. Inparticolare, i rimedi di cui si parla oggi sarebbero stati risolutivi qualchetempo fa, all’inizio del problema, ma ora non lo sono più. Naturalmente siprospettano altre soluzioni, ma da un lato c’è il rischio che esse non siano accettateda Atene, dall’altro che, pur accettate, invece di condurre alla soluzione delproblema, esse conducano ad un ennesimo rinvio dell’esito finale.

Quando un male è progressivo e letale, se c’è un rimedio, èquello che va adottato. Anche se si tratta di un’operazione, di unacastrazione, di un’amputazione. Cose che nessuno affronta volentieri,certamente: ma, se di fronte ad un male inarrestabile ci si ostina con rimedinon risolutivi, si può al massimo procrastinare la morte, non certo evitarla.

Purtroppo questo discorso convince soltanto gli individui, enon sempre. Il singolo almeno sa che sarà ancora lui a subire le conseguenzedella sua decisione, quale che sia. Ciò invece non vale nella vita pubblica. Daun lato i governanti sanno che, molto probabilmente, se calmeranno il malatocon gli analgesici, costui gliene sarà grato; mentre se, poniamo, gliamputassero una gamba, sarebbero quelli che l’hanno reso invalido. Soprattuttosanno che, nel momento in cui il male finisse con l’essere irrimediabile, loronon saranno più al potere e il biasimo ricadrà sull’incauto che quel potereavrà raccolto.

Questa perniciosa tendenza a mettere rimedio al sintomopresente e a rinviare la rogna è qualcosa di cui abbiamo fatto esperienza inItalia, accumulando un enorme debito pubblico, caricando cittadini e imprese ditasse e balzelli, concedendo troppi benefici a destra e a manca, e insommacreando i presupposti per la drammatica crisi in cui ci dibattiamo da anni.

Tuttavia il caso italiano non è il peggiore. Pur non essendoal riparo dalle conseguenze di problemi imprevisti (per esempio una crisiborsistica) siamo almeno al riparo dalle conseguenze dei problemi previsti.Viceversa la Grecia è all’ultimo stadio, essendo già tecnicamente fallita. Laparticolarità del problema è visibile dal lato di Bruxelles. È qui che si tienecosì appassionatamente a che il fallimento della Grecia non sia pubblicamente dichiarato.Per motivi d’immagine, e per non correre rischi borsistici, assolutamente nonsi vuole la sua uscita dall’euro e la cessazione dei pagamenti ai creditori(quasi quattrocento miliardi di euro).

Questo punto deve essere assolutamente chiaro. Se il fallimentodella Grecia non disturbasse nessuno, a quel fallimento si sarebbe già arrivatianni fa. Invece, dal momento che esso può essere dannoso per l’eurozona, finoad ora si è rinviato il problema. Si sono concessi altri prestiti, aumentandoil totale e rendendo ancora più difficile il suo rimborso: il tutto solo perguadagnare ancora tempo.

Ed ecco il paragone col male progressivo e letale. Invece diadottare il provvedimento risolutivo sin dal primo momento in cui il problemasi è manifestato, si è fatto ricorso a palliativi. Si è permesso alla malattiadi progredire e di divenire sempre più difficile da contrastare. E oggi ilproblema è insolubile. Perché la soluzione non sta nel presente, sta nelpassato. Quando il coccodrillo somigliava ancora ad una grossa lucertola, lo sipoteva uccidere. Ora che è lungo cinque metri chi può affrontarlo?

Lasciando che la Grecia cessi i pagamenti, i creditoriavranno una enorme perdita (l’Italia circa trentanove miliardi, e non è ilprincipale creditore), e finanziando ancora la Grecia, con ulteriori prestiti,si rischia d’avere in futuro una perdita ancora maggiore. Ecco perché letrattative sono interminabili e si va avanti a via di rinvii. Il governo greconon ha nessun’arma, contro l’Europa, per obbligarla a cedere, se non la stessapaura che l’Europa ha della crisi greca. Ma si possono obbligare i cittadinidell’eurozona a tassarsi per permettere alla Grecia di vivere al di sopra deipropri mezzi, a tempo indeterminato? Quanto tempo potrebbe andare avanti un’anomaliadi questo genere? E quale sarebbe l’esito finale, quando la situazione fosseassolutamente insostenibile e non si potesse più rinviare la catastrofe?

Il buon senso ha da tempo indicato la soluzione. Se l’esitofinale è inevitabile, e se, venuto il momento, si dovrà fare questo, questo, equest’altro ancora, ebbene, facciamo subito questo, questo e quest’altroancora. Rinviare l’ineluttabile è stupido.

Ma la storia è piena di fenomeni di stupidità. La Franciache non si riarma, e rimane con la struttura militare della Prima GuerraMondiale, mentre la Germania, in violazione dei trattati, si dota di unesercito moderno, motorizzato e corazzato, è stata forse più intelligentedell’Europa attuale?

La verità l’ha scritta Shakespeare: la vita è “una favolaraccontata da un idiota piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it

5 giugno 2015

 

IL PRINCIPIO DI ANNA KARENINA

(Il problema europeo)

 

Il romanzo “Anna Karenina” di Leone Tolstoi comincia conalcune delle righe più famose della letteratura: “Le famiglie felici sisomigliano tutte; ogni famiglia infelice è infelice in un modo diverso”.Secondo questa idea, per essere felice, una famiglia deve risolvere un grandenumero di problemi complessi e interconnessi, che vanno dall’amministrare deldenaro all’affrontare l’adulterio, e non fallire in nessuno di loro. Ilconcetto ha dato luogo al “principio di Anna Karenina”, che insegna chel’insufficienza in uno qualunque di un certo numero di fattori condanna alfallimento o, semplicemente, all’infelicità.

L’Unione Europea può aver scelto l’”Ode alla gioia” delpoeta Friedrich Schiller, usato da Beethoven nella sua Nona Sinfonia come suoinno, ma non è più una famiglia felice da molto tempo. Il blocco aumentò ilnumero dei suoi membri e delle sue prerogative negli anni a partire dal 1990 efino ai primi del Duemila, perché tutti sembravano averne dei benefici. Finchégli Stati membri hanno avuto una crescita e la disoccupazione è stata bassa, igoverni e i votanti hanno sostenuto il procedimento dell’integrazionecontinentale. La crisi economica ha cambiato tutto questo in modo drammatico,per l’Europa, e l’unione è divenuta “infelice” da parecchi punti di vista.

Al momento, l’attenzione del Continente è concentrata sullaGrecia, e con ragione. La profonda crisi economica di quel Paese è una minacciaper il progetto europeo, se non dal punto di vista finanziario, almeno dallaprospettiva politica. Un “Grexit” potrebbe aprire la porta perché altri Paesilascino l‘unione in una progressiva frammentazione che potrebbe avereconseguenze imprevedibili. Come avrebbe potuto dire Mark Twain(1), ciò che sidice della morte dei conservatori inglesi è largamente esagerato.Contraddicendo tutte le indagini demoscopiche, David Cameron è stato facilmenterieletto in maggio ed ora ha più fiducia che mai nella possibilità di spingeread una rinegoziazione dei trattati fondativi dell’Unione Europea. Considerandola mancanza di appetito che c’è nell’Europa continentale riguardo al cambiare itrattati, il governo britannico dovrà presto decidere se desidera fare campagnaper ciò che alcune persone ormai chiamano “Brexit”.

Mentre la maggior parte degli occhi europei sono fissi sullaGrecia indebitata e povera, una nazione insulare orgogliosa e ricca si stamuovendo lentamente ma continuamente verso il momento in cui terrà unreferendum sull’associazione all’UE.

Nel frattempo, più sottili processi hanno luogo altrove inEuropa. In Spagna, il sistema bipartitico che ha garantito la stabilitàpolitica per quasi quattro decenni sta crollando. Potrebbe essere sostituito daun sistema multipartitico in cui i partiti di protesta potrebbero avere unanotevole voce in capitolo nella determinazione della politica da seguire. InItalia, il governo di centro sinistra al potere sta perdendo terreno di frontealle forze di destra e antisistema le quali, pure se mancano di unità,rappresentano l’insoddisfazione di una nazione che fronteggia una stagnazioneeconomica secolare. Perfino in Polonia, l’unico membro dell’UE che abbiaevitato la recessione durante la crisi, i cittadini recentemente hanno punitol’establishment votando per la protesta e per i partiti nazionalisti nelleelezioni presidenziali dello scorso mese. In modi molto diversi, anni di crisieconomica e di frammentazione politica inducono la gente a dubitare del progettoeuropeo e delle élite che sono percepite come il suo sostegno.

Mentre l’Unione Europea si sta sbriciolando ai suoi margini,il nocciolo sta provando a trovare risposte e soluzioni. I ministri economicidi Francia e Germania hanno scritto insieme un articolo, il 3 giugno, in cuiformulavano un appello per riforme istituzioni che dovrebbe assicurare una piùgrande convergenza economica in Europa. Secondo i rappresentanti francesi etedeschi, il nocciolo di questa nuova fase di integrazione sarebbe la creazionedi un comune bilancio per l’eurozona.

L’idea sembra promettente, in superficie, ma non risolverealmente i problemi-chiave fondamentali dell’Unione Europea: la Germania saràdisposta a condividere la sua ricchezza nazionale con i Paesi piùeconomicamente deboli del sud? La Francia perderà la speranza di avere la capacitàdi raccogliere e spendere il reddito dello Stato (l’ultima espressione dellasovranità nazionale)?

Gli ultimi sei mesi sono stati ottimi per la Francia dallaprospettiva europea. Alla fine del 2014 la Commissione dell’UE ha concesso aParigi un tempo supplementare per raggiungere i suoi obiettivi di bilancio.All’inizio del 2015, la BCE ha introdotto un programma di acquisto di titoli diStato che ha condotto ad un euro più debole, una delle massime richieste dellaFrancia. Il problema per il Presidente francese François Hollande è che latimida ripresa francese non è seguita da una riduzione della disoccupazione eche, anche se ciò si verificasse, la maggior parte dei votanti francesi haperso fiducia in lui. In Germania, i bassi livelli di disoccupazione e lamodesta crescita economica hanno attutito l’impatto di queste misure impopolari,ma i conservatori tedeschi divengono ogni giorno più inquieti.  Gli stessi sostenitori della CancellieraAngela Merkel la stanno criticando per il fatto che si muova pericolosamentevicino al centro, in modo preoccupante vicino ai piani francesi per l’UnioneEuropea.

Senza tener conto di ciò che ne sarà della Grecia, quest’anno,il futuro dell’Unione Europea è legato direttamente all’evoluzionedell’alleanza franco-tedesca. Anche se Parigi e Berlino fanno in modo da tenerele loro differenze d’opinione sotto controllo riguardo ai prossimi due anni, il2017 sarà il momento della svolta, per il Continente. Quell’anno la Franciaterrà le sue elezioni presidenziali, e i principali contendenti potrebberoessere un partito di destra e un partito di estrema destra, in competizione pervedere quale dei due è più euroscettico. Ciò sarà particolarmente vero se l’expresidente Nicolas Sarkozy vincerà l’attuale lotta per il potere all’internodel suo partito. Anche la Germania terrà elezioni generali nel 2017, e se laMerkel decide di non presentarsi per un quarto mandato, le forze ribelliall’interno del suo partito potrebbero in fin dei conti decidere che laGermania non farà ulteriori concessioni ai Paesi europei più deboli. Infine, ivotanti del Regno Unito potrebbero scegliere di non rimanere in un blocco cheLondra non è riuscita a riformare a suo gusto.

Per decenni, la prosperità è stata la colla che ha tenutoinsieme l’Unione Europea. Ora, in una certa misura, la paura dell’ignoto èdivenuta il principio unificatore dell’Europa. La Grecia probabilmente nonlascerà l’eurozona quest’anno. E non ha importanza. La famiglia europea èinfelice in un numero sufficiente di campi per rompere i legami familiari.

George Friedman, Stratfor 0604

(Traduzione di GianniPardo)

(1) Lo studiosoallude ad un episodio noto alla maggior parte degli americani. Un giornalepubblicò la notizia della morte di Mark Twain, e il famoso umorista gli scrisse una lettera, segnalandoche quella notizia era "largamente esagerata".

 

Il testooriginale.

Leo Tolstoy's Anna Karenina begins with one ofthe most famous lines in literature: "Happy families are all alike; everyunhappy family is unhappy in its own way." According to this idea, to behappy, a family has to solve a large number of complex and interconnectedproblems — ranging from the management of money to coping with adultery — andnot fail to deal with any of them. This concept gave birth to the "Anna Kareninaprinciple," which dictates that a deficiency in any one of a number offactors dooms an endeavor to failure, or simply; "unhappiness."

The European Union may have chosen the poetFriedrich Schiller's "Ode to Joy," used by Beethoven in his Ninth Symphony,as its anthem, but it has not been a happy family for a long time. The blocgrew in membership and prerogatives in the 1990s and early 2000s becauseeverybody seemed to benefit. As long as member states were growing andunemployment was low, governments and voters supported the process ofcontinental integration. The economic crisis changed things dramatically forEurope, and the union became "unhappy" in various ways.

At the moment, the Continent's focus is onGreece, and rightly so. The country's deep economic crisis is a threat to theEuropean project, if not from a financial point of view, at least from apolitical perspective. A "Grexit" could open the door for othercountries to leave the union in a progressive fragmentation that could haveunforeseeable consequences.

While most European eyes are on poor andindebted Greece, a proud and wealthy island nation is slowly but steadilymoving closer to holding a referendum on EU membership. As Mark Twain might putit, reports of the death of British Conservatives were greatly exaggerated.Contradicting all opinion polls, David Cameron was easily re-elected in May andnow feels more confident than ever in his push to renegotiate the EuropeanUnion's founding treaties. Considering the lack of appetite for treaty changein continental Europe, the British government will soon have to decide whetherit wants to campaign for what some people are calling a "Brexit."

In the meantime, more subtle processes aretaking place elsewhere in Europe. In Spain, the two-party system thatguaranteed political stability for almost four decades is in the process ofcollapsing. It could be replaced by a multi-party system where protest partieshave a larger say in policymaking. In Italy, the ruling center-left governmentis losing ground to right-wing and anti-establishment forces that, whilelacking in unity, represent the dissatisfaction of a nation facing seculareconomic stagnation. Even in Poland, the only EU member that avoided recessionduring the crisis, citizens recently punished the establishment by voting forprotest and nationalist parties in last month's presidential election. In verydifferent ways, years of economic crisis and political fragmentation are makingpeople question the European project and the perceived elites that back it.

While the European Union is breaking apart atits edges, the core is trying to come up with answers and solutions. Theeconomy ministers of France and Germany wrote a joint article on June 3,calling for institutional reforms to ensure greater economic convergence inEurope. According to the French and German officials, the core of this newphase of integration would be the creation of a common budget for the eurozone.

The idea seems promising on the surface, but itdoesn't really address some of the European Union's key questions: Will Germanyagree to share its national wealth with economically weaker countries in thesouth? Will France give up on its ability to collect and spend state revenue(the ultimate expression of national sovereignty)?

The past six months have been quite good forFrance from a European perspective. In late 2014, the EU Commission grantedParis extra time to meet its budget targets. In early 2015, the EuropeanCentral Bank introduced a bond-purchasing program that led to a weaker euro —one of France's main demands. The problem for French President FrancoisHollande is that France's timid recovery is not being followed by a decrease inunemployment and, even if that were the case, most French voters have alreadylost confidence in him. In Germany, low unemployment levels and modest economicgrowth have softened the impact of these unpopular measures, but Germanconservatives are growing increasingly restless. Chancellor Angela Merkel's ownsupporters are criticizing her for moving dangerously close to the center —worryingly close to France's plans for the European Union.

Regardless of what happens to Greece this year,the future of the European Union is linked directly to the evolution of theFranco-German alliance. Even if Paris and Berlin manage to keep theirdifferences under control over the next two years, 2017 will be a turning pointfor the Continent. That is the year France holds presidential elections, andthe main contenders could be a right-wing party and a far-right party competingto see which one is more Euroeskeptic. This is especially true if formerPresident Nicolas Sarkozy wins the current power struggle within his party.Germany will also hold general elections in 2017, and if Merkel decides not torun for a fourth time, the rebel forces inside her party could ultimatelydecide that Germany will no longer make concessions for weaker Europeancountries. Finally, voters in the United Kingdom may choose not to remain in abloc that London failed to reform to its liking.

For decades, prosperity was the glue holdingthe European Union together. Now, to a certain extent, fear of the unknown hasbecome the unifying principle in Europe. Greece will probably not leave theeurozone this year. It doesn't matter. The European family is unhappy in enoughways to break the familial bonds apart.

George Friedman

 




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POLITICA
3 giugno 2015
L'INERZIA ITALIANA


Il numero del 2 giugno di Stratfor, la notissima rivista americana, pubblica un articolo di Rodger Baker che tratta dell’ “inerzia” nelle previsioni geopolitiche. L’inerzia qui non è intesa nel senso di inattività, ma nel senso fisico di tendenza a conservare lo stato di quiete o di moto. Scrive infatti, fra l’altro, l’editorialista: “Sappiamo che una grande nave non può essere fatta virare velocemente e continua a muoversi in avanti a lungo”, dopo che si è dato un colpo di timone. E uno Stato è qualcosa di molto più grande anche di una grande nave. A nome della rivista, Baker ammette che in passato essa qualche volta ha sbagliato non tanto le previsioni, quanto il momento del loro verificarsi. Fino a far temere di non averle azzeccate. Probabilmente perché non aveva adeguatamente tenuto conto del fattore inerzia, appunto. E conclude che, per fare previsioni fondate, accanto ai dati fondamentali che riguardano ogni Paese, in particolare i loro interessi, i loro limiti e le circostanze del momento, bisogna considerare, appunto, l’ “inerzia”.
Ineccepibile. Anche se, naturalmente, come calcolare tutti questi fattori, e il loro relativo peso, è fin troppo difficile. Come insegna il famoso detto inglese, “fare profezie è arduo, particolarmente riguardo al futuro”. Il principio dell’inerzia tuttavia può essere molto utile per comprendere il passato. In particolare, riguardo all’Italia, per comprendere come si siano potute sbagliare le previsioni a partire dagli Anni Settanta del Novecento. È passato quasi mezzo secolo e bisogna riassumere i fatti, perché in quegli anni molti degli adulti contemporanei non erano neppure nati.
Fino al 1963, l’Italia ha avuto al governo una Democrazia Cristiana prevalentemente anticomunista, e perfino risoluta a tenere fuori dal governo i socialisti, allora stretti alleati dei comunisti. Anche se, va ricordato, De Gasperi l’aveva definita “un partito di centro che guarda a sinistra”. Nel 1963 si ebbe comunque il primo centro-sinistra, e i voti della sinistra continuarono ad aumentare fino a far temere che il Pci avrebbe finito col prendere il potere. Famose le elezioni del 1976, quelle in cui Montanelli consigliò: “Turatevi il naso e votate Dc”. Questa tendenza tuttavia non indusse la Dc ad un più risoluto anticomunismo. Al contrario essa ricercò un appeasement col partito di Togliatti e da quel momento le leggi furono sostanzialmente concordate, fra Dc e Pci. La guida del Paese si ispirò dunque ad un populismo che oggi chiameremmo “cattocomunista” e qui si arriva al problema dell’inerzia.
L’Italia cominciò a spendere e spandere senza preoccuparsi dei bilanci. Favorita dalla balorda teoria del deficit spending, sicura di un eterno boom demografico ed economico, cominciò ad assumere personale a spese dello Stato anche quando non ce n’era necessità, soltanto per fini elettorali; a concedere pensioni anche a chi non aveva versato un soldo di contributi o quasi; ad accumulare debiti senza freni, adottando insomma tutta una politica demenziale che atterriva le persone di buon senso. Il Partito Comunista, in questo comportamento, era forse razionale. Infatti non intendeva governare l’Italia o migliorarne il sistema sociale, questo sistema intendeva rovesciarlo per sostituirlo con quello sovietico. La crisi finale del capitalismo era del resto scritta nei sacri testi di Karl Marx e accelerarla sarebbe stato utile.
In quegli anni i sindacati, ipnotizzati dalla Cgil, a sua volta agli ordini del Pci, esageravano nelle loro richieste, perché sognavano la rivoluzione. E comunque, se le imprese andavano in rosso fino a rischiare il fallimento, interveniva lo Stato a ripianare i deficit, a metterci comunque una pezza a spese dei contribuenti. Ma non dei contribuenti contemporanei, di quelli futuri.
Si ebbe certo qualche battuta d’arresto, come quando Bettino Craxi riuscì a far abolire la scala mobile (e per questo fu visceralmente odiato dai comunisti) ma la tendenza fu sempre quella, “après moi le déluge”. Le persone di buon senso pronosticavano che presto il sistema sarebbe arrivato al collasso e invece sembrava che tutte le loro previsioni si infrangessero contro la realtà. L’Italia non falliva. La gente continuava a comprare fiduciosa titoli del debito pubblico che lo Stato non sarebbe mai riuscito a rimborsare. Il pil aumentava, anche se meno d’un tempo, la vita scorreva serena e i profeti di sventure continuavano a chiedersi dove avessero sbagliato.
Non avevano sbagliato. Semplicemente, non avevano tenuto conto dell’inerzia. L’Italietta distrutta e con le pezze sul sedere che era uscita dal fascismo e dalla Seconda Guerra Mondiale aveva creato una democrazia prospera e moderna, e ci voleva parecchio tempo, per distruggere questo edificio. Dunque per anni si è vissuto divorando non soltanto ciò che si guadagnava, ma anche il po’ di grasso che si era messo su. Ma danneggiando il sistema, caricando lo Stato di troppe incombenze e di troppe spese improduttive, vivendo in parte a credito, era fatale che il sistema arrivasse, se non al collasso, ad un’inversione economica. Prima si consumava più di quanto si produceva, poi, con l’attuale crisi, sono venuti a galla tutti i guai che si erano accumulati, e in tale quantità, che non si è più stati capaci di metterci rimedio.
Ecco perché non si riesce ad uscire dalla crisi. Prima, un’Italia che si comportava male ha continuato a vivere bene perché prima si era comportata bene; oggi un’Italia che si comporta bene continua a vivere male perché prima si è comportata male. Prima l’inerzia del bene, oggi l’inerzia del male.
La cosa triste è vedere che pagano il fio di quelle follie non coloro che le hanno commesse, ma i loro figli. E non è neanche detto che quel prezzo sia già stato interamente pagato.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
3 giugno 2015



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