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30 maggio 2015
IL SUPERTELEFONINO

Se un ingenuo incontra un grande competente di automobili – uno di quelli che scrivono sui giornali per giudicare i nuovi modelli, che capiscono i dati più astrusi, insomma mostruosi specialisti come il mitico Enrico Benzing – non è raro che gli chieda: “Secondo lei, qual è la migliore automobile?”
La domanda è tanto ovvia quanto stupida, e vale quanto quest’altra: “Qual è la migliore posata?” Perché ovviamente la risposta dipende dall’uso che si vuole farne. Se serve per il brodo, un coltello affilatissimo non è molto utile. Non più di quanto sia utile il cucchiaio per infilzare una polpettina.
Ora si annuncia, per l’anno prossimo, l’arrivo sul mercato di un telefonino straordinario, spesso pochi millimetri e capace di stare dentro il portafogli. La sua caratteristica più particolare è tuttavia un’altra: quell’apparecchietto telefona soltanto e non registra neanche gli sms. Invia chiamate, riceve chiamate, ma per il resto bisogna provvedere diversamente. È il peggior telefonino possibile? È il miglior telefonino possibile? Dipende.
Ci sono telefoni portatili che equivalgono a un computer. Sono collegati ad internet, possono inviare e ricevere posta e comprendono un archivio completo. Insomma corrispondono ad un ufficio moderno. Spesso possono anche dirvi dove siete, che strada dovete fare per andare in un certo luogo, e sono capaci di tante inverosimili prodezze che veramente si ha voglia di levarsi il cappello (avendolo) dinanzi alla tecnologia contemporanea.
E tuttavia tale ricchezza di prestazioni è spesso inutile. Non soltanto è importante che si sia imparato a sfruttare tutti quei marchingegni, ma è essenziale che se ne abbia necessità, in modo da usarli spesso. Diversamente si disimpara come si fa, e si è al punto di partenza.
Chi sa usare un telefonino moderno è realmente favorito dalla tecnologia contemporanea. Il promotore finanziario che va a visitare i propri clienti può rispondere alle loro domande, può consultare il loro “fascicolo”, può collegarsi con la banca, può andare a leggere le quotazioni di borsa, può fare insomma tutto ciò che avrebbe potuto fare alla sua scrivania, in banca. È come se si portasse dietro l’ufficio. Al contrario, regalato a un pensionato del catasto, quello stesso telefonino sarebbe soltanto uno spreco. Usarlo solo per telefonare sarebbe come usare un costosissimo “Suv” per andare a fare la spesa tre isolati più in là.
Se tutto ciò è vero, per certi utenti il nuovo minitelefonino è il miglior cellulare possibile. Non per misoneismo o nostalgie passatiste: semplicemente perché tutto ciò che un telefonino “normale” offre in più (a parte gli sms) è inutile. Se eccezionalmente servono le quotazioni di borsa, l’orario dei treni o le farmacie aperte, ammesso che si sia capaci di ricavare questi dati da internet, la cosa si può fare col computer di casa.
A volte la modernità fa riscoprire che, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista funzionale, nelle soluzioni del passato c’era del buono. Se si abita in una città pianeggiante si scopre che, andando al lavoro in bicicletta, si risparmia la spesa dell’automobile, se non necessaria per altri scopi, e soprattutto si aggirano tutti gli ingorghi. Il professore che arriva in bicicletta è quello che arriva sempre puntuale. E forse ha meno pancia di altri.
E tuttavia, una sommessa domanda: non si potrebbero almeno inserire gli sms? Forse devo ancora fare strada, sulla via della frugalità.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
30 maggio 2015



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POLITICA
29 maggio 2015
L'ECONOMIA CON LE BRIGLIE SUL COLLO


Leggere un articolo d’economia di buon livello è un’impresa faticosa e frustrante. Anche quando il testo è stato scritto per il grande pubblico, il risultato pressoché invariabile è che si capisce la metà di ciò che si legge e non si è neppure sicuri che ciò che s’è capito sia vero.
La ragione di questa difficoltà risiede nella complessità della materia. Infatti entrano in gioco moltissimi fattori: i governi, le banche, le imprese, i tassi d’interesse, i consumatori, il fisco, le aspettative, le spese dello Stato, la congiuntura internazionale, il prezzo delle commodities (in primo luogo il petrolio). Alla fine l’equazione ha troppe incognite per avere una soluzione univoca. Ogni economista fa del suo meglio per orientarsi in questa selva ma, pressoché invariabilmente, le sue conclusioni sono soltanto le sue conclusioni: il primo collega che si incontra è di parere diverso.
Tutto ciò ha provocato molte irrisioni nei confronti degli economisti. Di loro si dice che “fanno sempre previsioni, queste si rivelano regolarmente sbagliate e loro poi vi spiegano dottamente perché le cose sono andate diversamente”.
Questa severità è eccessiva. L’insufficienza dei risultati dei competenti non prova affatto che essi siano degli incapaci: prova soltanto che in materia è praticamente impossibile capire che cosa avverrà in futuro. Questi studiosi meritano la nostra stima come teorici, certo non come profeti e ancor meno come guide dell’economia. Lo dice l’esperienza. Dando un’occhiata alla storia economica dei vari Paesi, si vede che spesso il governo, quando ha cercato di correggere gli errori del passato, ne ha commessi di nuovi e quando ha cercato d’indirizzare per il meglio l’economia nazionale, non raramente ha prodotto più guasti che benefici. Dunque, pur disponendo dei migliori consiglieri, di tutti i dati e dei massimi strumenti economici, si sbaglia anche ai più alti livelli. Naturalmente, neanche i governanti sono tutti degli ignoranti o degli imbecilli: la verità è che forse affrontano un compito impossibile.
Il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, ad esempio, ha tentato una manovra per far ripartire il Giappone. In un blog specializzato(1) leggiamo infatti che egli ha attuato una “politica monetaria e fiscale espansiva di tipo keynesiano”. E “Dal secondo trimestre 2013 al secondo trimestre 2014 le cose sembrarono funzionare”. “Il Giappone conosceva una crescita superiore all’1,50%, i prezzi riprendevano a salire, dopo anni di stagnazione, con un incremento annuo dell’1,70% e la domanda interna nel primo trimestre 2014 cresceva oltre il 2%, mentre gli investimenti arrivavano nello stesso periodo a crescere fino al 4,5%. Dal secondo trimestre del 2014 avvenne però il crollo: il PIL su base annua si contrasse del 7,1% e nel terzo trimestre di un ulteriore 1,6%, i consumi nel secondo trimestre crollarono del 5% e gli investimenti del 4,5%”. L’articolo fornisce la spiegazione del fenomeno ma c’è da temere che un altro editorialista darebbe una spiegazione diversa. Sicuramente il governo giapponese fruisce di ottimi cervelli e infatti non è questo il punto. Il dubbio è che guidare l’economia forse è un’impresa disperata o – peggio – sbagliata in ogni caso.
Un secondo esempio è l’eurozona. La situazione attuale è il risultato di un’ambiziosa e gigantesca manovra, programmata dalle migliori menti europee, per ristrutturare economicamente e politicamente l’intero continente. Il risultato? Non soltanto siamo in piena crisi economica, ma sono rinati vecchi rancori e i peggiori sospetti fra le nazioni europee. Proprio per ragioni economiche.
Siamo sicuri, come si diceva, che tentare di guidare l’economia, più che essere difficile, non sia sbagliato?
Immaginiamo un’economia simile a quella della Cina dopo Mao in cui non ci fosse neppure la moneta. L’inflazione sarebbe impossibile. Sarebbe pure impossibile un eccesso di risparmio avulso dalla produzione, e non ci potrebbe essere debito pubblico. Sostanzialmente rimarrebbero in campo soltanto le variazioni dovute all’economia concreta, quel complesso di fattori che i competenti chiamano “i fondamentali”, con totale esclusione di manovre finanziarie, di speculazioni e di tutte le diavolerie che inventano le Borse e i governi. Se poi il fisco fosse leggero, una crisi come quella attuale sarebbe impensabile.
Naturalmente – dirà qualcuno – ipotizzare il ritorno al baratto è un assurdo economico. Ed è vero. L’ipotesi estrema prospettata serve a confermare che, se lo Stato mantenesse la moneta in condizioni tali da servire come facilitatore dello scambio; se il risparmio fosse soltanto un fattore della produzione; se lo Stato limitasse le sue spese e si astenesse dal contrarre debiti; pur in presenza della moneta si avrebbe lo schema di una società in cui tutte le operazioni sarebbero “vere”. E non si avrebbero le crisi dovute a costruzioni fantastiche, come quella del ’29, o quella dei subprime americani. Bisognerebbe smetterla di pensare di saperla più lunga del mercato. È una presuntuosa illusione tanto diffusa quanto perniciosa, e troppe volte ne abbiamo visto i risultati.
Ma, naturalmente, dopo queste belle considerazioni, non rimane che svegliarsi e cominciare la giornata come al solito.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
28 maggio 2015
(1)http://scenarieconomici.it/lerrore-delleuropa-che-il-qe-della-bce-non-puo-sanare/




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POLITICA
28 maggio 2015
IL DELIRIO GIUDIZIARIO


Premessa
Ci sono articoli così importanti, che bisogna leggerli anche se sono lunghi e noiosi, ma per fortuna ci sono anche articoli così divertenti, che bisogna leggerli quand’anche in sé non fossero importanti. E quello di Michele Brambilla, sulla Stampa(1) appartiene a questa seconda categoria. Lo si può dunque consigliare agli amici, e aggiungerci una nota che risponde ai problemi da esso sollevati.

CRONACA DI UN DELIRIO ITALIANO

Quella che segue è la cronaca di un delirio, di cui il lettore - lo avvertiamo per tempo - non capirà nulla. Ma la colpa non è nostra. Se non si capisce nulla, è perché la notizia è proprio questa: l’Italia è un Paese dove non si capisce nulla. La questione è quella dei cosiddetti «impresentabili». Cioè i candidati che, per vari motivi, primi fra tutti i guai giudiziari, sarebbe stato opportuno non mettere in lista. Diciamo così: se i segretari di partito avessero avuto il buon gusto di non candidarli, il problema non si sarebbe posto. Ma siccome non hanno avuto il buon gusto, non resta che chiedere lumi alla legge. E qui comincia il delirio. Dunque. Che cosa dice la legge? Un politico condannato può candidarsi alle elezioni oppure no? In qualunque altro Paese la risposta sarebbe un «sì» o un «no»: probabilmente più «no» che «sì», ma in ogni caso una risposta chiara. In Italia è un po’ più complesso. C’è una legge approvata dal Parlamento, la Severino, che dice che no, non ci si può candidare. Così, ad esempio, era stato dichiarato ineleggibile Silvio Berlusconi. Poi erano stati fatti decadere i sindaci di Salerno, Vincenzo De Luca, e Napoli, Luigi de Magistris. Ma che cos’è in fondo una legge di fronte ai Tar, questi giudici onniscienti che pare abbiano il potere di decidere su tutto, dalle bocciature a scuola ai campionati di calcio? Così, De Luca e De Magistris avevano fatto ricorso a un Tar, avevano vinto ed erano stati reintegrati. Non solo: De Luca si è candidato alle regionali di domenica prossima alla presidenza della Campania, diventando a furor di popolo il primo, appunto, degli «impresentabili». Ieri, però, le sezioni unite civili della Cassazione hanno stabilito che sulla legge Severino non può esprimersi il Tar, ma un giudice ordinario. Così De Luca torna ineleggibile: e se domenica vince le elezioni, un attimo dopo essere diventato presidente verrà fatto decadere. Da chi? Pare dal presidente del Consiglio, anche se questa è la tesi di alcuni avvocati ma non di tutti. Comunque la Campania resterebbe senza presidente. Fino a quando? Ah beh, non si può pretendere di saperlo con precisione. Ci sarebbe un giudizio in tribunale, poi un secondo e un terzo grado, e a quel punto la Campania avrebbe forse un presidente. Magari ottuagenario, ma un presidente. Attenzione, però. Un Tar ha posto la questione di incostituzionalità della legge Severino, e in ottobre la Consulta dovrà esprimersi. Dovesse bocciarla, e dichiararla anticostituzionale, De Luca tornerebbe immediatamente eleggibile e si riprenderebbe la poltrona di governatore della Campania. Ma ri-attenzione: il giudizio fissato per ottobre davanti alla Corte Costituzionale potrebbe saltare, perché la questione di incostituzionalità della legge Severino era stata sollevata, appunto, da un Tar, e siccome ieri la Cassazione ha detto che il Tar non è competente sulla Severino, il ricorso dovrebbe essere invalidato. A quel punto De Luca decadrebbe di nuovo. È chiaro perché dicevamo che non è chiaro? Aggiungete che la commissione Antimafia, a sua volta, avrebbe individuato altri tredici candidati «impresentabili» e si apprestava a farne i nomi. Ma ieri c’è stata una fuga di notizie su quattro candidati pugliesi, e le prefetture della Campania pare abbiano smarrito alcuni documenti che avrebbero dovuto inviare a Roma. E così, niente lista. Tutto rinviato a venerdì, a campagna elettorale chiusa. Capite, cari lettori, in quali condizioni si andrà a votare, domenica prossima, in sette regioni italiane? Resta un dubbio: che questa confusione, in fondo, non dispiaccia poi tanto a chi compila le liste elettorali.
Michele Brambilla

(1) http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=

COMMENTO

L’articolo di Michele Brambilla pone un problema che somiglia al seguente: “Le ali del Deinonychus erano piumate o no?” La risposta a un simile quesito è ovviamente che esso è mal posto. Il Deinonychus era un dinosauro predatore che inseguiva le proprie prede correndo sulla terra e non aveva ali.
Nello stesso modo il quesito sugli impresentabili – e cioè se devono essere esclusi dalla competizione elettorale e dalle cariche, se questa esclusione debba dipendere dalla legge Severino o no, se su questa, come sulle altre leggi che regolano la carriera politica, abbiano diritto di sentenziare i giudici ordinari, fino alla Cassazione o i giudici dei Tribunali Amministrativi Regionali, fino al Consiglio di Stato - è futile. La risposta è che devono fare politica coloro che il popolo elegge. E se il popolo elegge Barabba, è inutile stare a sfogliare codici.
Fra l’altro, la “questione morale” è anche contraddittoria. Pur ammettendo che il popolo si scandalizzi per gli episodi di corruzione, pur ammettendo che il popolo desideri avere politici assolutamente senza macchia, chi gli vieta di non votare i candidati “condannabili” e di votarne altri lodevoli sotto ogni aspetto? E se i moralisti temono che invece altri optino per quei candidati che loro mai voterebbero, con quale diritto pensano di vietarglielo? Il voto non è forse libero? La Costituzione non dice forse che “la sovranità appartiene al popolo”?
Tanto per ricordare quanto diversa possa essere la politica dal diritto, chi non troverebbe indegno di qualunque carica un condannato a morte? Ebbene, la storia ci fornisce l’esempio di un condannato morte con sentenza definitiva che, sfuggito all’esecuzione, fece carriera in politica. Si chiamava Charles De Gaulle.
L’idea che la morale o il diritto debbano interferire nella vita politica è frutto di ignoranza e bigottismo. Per la morale, si ignora la lezione di Machiavelli, per il diritto si ignora la lezione di Montesquieu. In democrazia, il metro di tutto è la volontà popolare. E di fatto nulla impedisce che un uomo pessimo, a titolo personale o perfino morale, possa essere un ottimo governante e come tale essere giudicato dal popolo. Luigi XIV e Luigi XV furono tutt’altro che modelli di moralità, soprattutto in campo sessuale. Ma proprio il secondo era chiamato il “Bien-aimé”, potremmo tradurre “l’amatissimo”. Mentre Luigi XVI – veramente un brav’uomo – il popolo lo ghigliottinò.
Naturalmente con tutto questo non si vuol dire che il politico sia autorizzato a commettere, prima o durante la sua attività, tutti i reati che vuole. Si intende soltanto che il perseguimento dei suoi reati – salvo autorizzazione dello stesso Parlamento – debba essere rinviato al momento in cui si concluderà quell’attività. E dicendo questo si scopre l’acqua calda. Cioè esattamente la Costituzione Italiana come è entrata in vigore nel 1948.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
27 maggio 2015



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POLITICA
27 maggio 2015
NOTERELLA GUERRESCA

Un articolo di Angelo Panebianco, sul Corriere(1), ci fa sapere che l’Italia onora più o meno a pari merito i caduti della Prima Guerra Mondiale, e i soldati che, in quella stessa guerra, furono fucilati dai nostri plotoni d’esecuzione in quanto disertori o codardi. Panebianco spiega ripetutamente l’assurdità della cosa, ed ha perfettamente ragione. Su un punto soltanto ha torto: nel preoccuparsi per il futuro.
Se, Dio non volesse, l’Italia si trovasse coinvolta in una guerra - fra cent’anni o fra uno - la fucilazione per i disertori sarà ripristinata nel giro di qualche ora. E sarà la paura di essere ammazzati dai commilitoni, non altro, che spingerà tutti a “fare il proprio dovere nei confronti della Patria”, come si esprimerà la retorica del momento.
Il voto attuale è pura demagogia ininfluente sul futuro. La legge della necessità è più forte di quella degli dei.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
27 maggio 2015
(1)http://www.corriere.it/opinioni/15_maggio_27/lezione-rimossa-guerre-a944d674-0431-11e5-8b0b-0cc2990e0043.shtml



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POLITICA
27 maggio 2015
LA FORMICA IMPREVIDENTE


I casinò sono creati per sfruttare le persone di poco buon senso e sono diretti da persone di grande buon senso. Queste sanno che il giocatore considera il denaro “ricchezza” e non vorrebbe certo perderlo: ne vorrebbe di più. Se dunque si rendesse conto di quanto si sta assottigliando il pacchetto di euro con cui è entrato, forse smetterebbe di puntare. Ed ecco la trovata: si deve depositare il denaro all'ingresso e si hanno in cambio dei gettoni, cioè il controvalore di un controvalore. Trasformando la “ricchezza” in “pezzi di plastica” (come se già prima essa non fosse costituita da “pezzi di carta”) si fa credere agli imbecilli che stanno “giocando”. Non per niente l’istituzione si chiama “casa da gioco”. In realtà l’impresa è costituita per profittare dell’incultura di persone che credono di poter vincere contro la statistica. E con le “fiches” la perdita si percepisce quando si imbocca l’uscita senza passare dallo sportellino del cambio.
Chi perde il patrimonio al casinò non meritava di averlo. L’Italia, proibendo le case da gioco, fa male. Dovrebbe accettare la saggezza del detto inglese per cui the fool and his money are soon parted, lo sciocco e il suo denaro si trovano ben presto separati.
In materia di rispetto del denaro si crede che il massimo sia l’avaro e non è così. Può sembrare paradossale, ma chi usa il denaro come si deve è il buon padre di famiglia. L’avaro che non lo spende è come se non l’avesse. Almeno, il giocatore che ha perduto il suo denaro un po’ s’è divertito.
Il denaro non è ricchezza, è soltanto una possibilità di acquisire ricchezza. Di un uomo che ha molto denaro si dice che è “ricco” ma in realtà ricco non è. La ricchezza, se la possiede, è costituita dai beni che si è già procurati, non da quelli che potrebbe procurarsi. Oltre tutto il denaro potrebbe essergli sottratto (con un furto, una truffa, un’operazione di Borsa sbagliata) mentre i beni immobili, i quadri, i gioielli che si trovasse ad avere, manterrebbero in ogni caso il loro valore. La ricchezza è una grande quantità di beni, non una grande possibilità di avere beni.
E tuttavia questo equivoco non è privo di conseguenze. Chi è “avido di denaro” è considerato pratico, cinico, materialista, mentre in realtà è un sognatore che invece di godere dei frutti del suo successo si accontenta dei simboli del successo. Il denaro finisce con l’essere una passione che si avvita su di sé. Ci sono workaholic capaci di lavorare quattordici ore al giorno per ottenere dei vantaggi di cui approfittano soltanto gli altri. E questi schiavi sono talmente contenti della loro sorte, che non invidiano neppure i gaudenti.
In condizioni normali il risparmio è uno dei fattori della produzione, e la sua quantità è limitata dalla saturazione del mercato. Se c’è troppa disponibilità di contante, gli interessi scendono al punto che anche gli innamorati del denaro vedono che non conviene tenerlo da parte. Viceversa, l’amore per “la possibilità di ricchezza”, coniugato con la possibilità di un risparmio infinito che produce interessi, ha condotto ad un problema di dimensioni mondiali. Se lo Stato può offrire buoni interessi, anche se il denaro già preso in prestito non lo ha investito, e anche se non potrà mai restituire il capitale, si ha l’accumulazione di un risparmio mostruoso accanto a un debito pubblico mostruoso. Una massa di denaro completamente avulsa dalla realtà.
Ciò comporta due gravissimi inconvenienti. Da un lato lo Stato deve pagare somme enormi a titolo d’interessi (per l’Italia, settanta/ottanta miliardi l’anno) dall’altro questa bolla del debito pubblico, gonfiandosi indefinitamente, non potrà che scoppiare. Allora tutti si accorgeranno di quanto vera sia, in un mondo come il nostro, l’affermazione che chi risparmia si accontenta di un sogno di ricchezza.
Quando la bolla scoppierà, si avrà un brusco ritorno alla realtà. Molti capiranno qualcosa che oggi sembra una battuta: e cioè che quei fogli di carta tanto accuratamente stampati dalla Zecca non sono altro che fogli di carta accuratamente stampati dalla Zecca. Dietro lo sportellino del casinò il denaro non c'è più. È rimasto soltanto qualcosa in fondo al cassetto. I risparmi, ad andar bene, hanno un potere d’acquisto dimezzato e i percettori di reddito fisso versano anche le lacrime che non credevano di avere. Il mondo è costretto a ripartire dalla semplice constatazione che la ricchezza è costituita dai beni, non dalla possibilità di averli. Purtroppo ancora oggi la fama di munifico dispensatore di ogni bene che ha lo Stato, nascosto dietro la monumentalità dei suoi palazzi ufficiali, prevale sulla sua natura di sprecone incosciente del denaro altrui. Per crederci, la gente deve sbatterci il muso. Ce lo sbatterà.
In un mondo demente come il nostro, la cicala che s’è goduta la vita contraendo debiti avrà avuto ragione. Alla fine, pure soffrendo la fame e il freddo, potrà ancora ridere della formica, intirizzita e disperata, che scopre con raccapriccio di essere nella sua stessa condizione: perché tutto ciò che aveva messo da parte è sparito.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
26 maggio 2015



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POLITICA
25 maggio 2015
L'INTERMINABILE AGONIA DELLA GRECIA


Se il malato ha novant’anni, e i medici lo davano per spacciato sei mesi fa, non si può dire che le notizie sulla sua salute siano attese con trepidazione. L’unica novità che si aspetta, senza neppure molte incertezze, è quella della sua morte. Non si tratta di mancanza di rispetto o di mancanza d’affetto: è semplice realismo, di fronte a dati incontrovertibili.
La notizia che la Grecia non rimborserà il Fondo Monetario Internazionale, in giugno, anche se ha provocato un piccolo ribasso in alcune borse (altre, più importanti, erano chiuse per festività) non si può dire che sia stata sconvolgente. Che quel Paese non abbia i soldi per rimborsare i suoi debiti è ovvio. Del resto, non li ha neanche l’Italia. Ma mentre noi, anche in seguito a manovre vagamente truffaldine come il quantitative easing, all’ottimismo di facciata dell’Unione Europea e ad altri marchingegni, siamo in grado di rinnovare i nostri titoli pubblici in scadenza con tassi d’interesse irrisori, i titoli di debito sovrano della Grecia, ammesso che trovino compratori, devono offrire interessi stratosferici. La Borsa li considera spazzatura.
Che cosa concludere, da tutto questo? Che forse siamo in vista del sospirato chiarimento. Sono mesi – forse anni – che gli equivoci si ammucchiano e si accavallano. Che la Grecia sia tecnicamente fallita lo si sa da tanto tempo che è banale ripeterlo. E se il fallimento non è stato dichiarato è perché da un lato i Paesi che le hanno prestato denaro (l’Italia circa quaranta miliardi) non sarebbero lieti di perderlo anche formalmente (sostanzialmente si sa già che è perduto), dall’altro l’uscita della Grecia dalla zona euro farebbe mettere in dubbio a molti la vitalità di questo progetto.
Quest’ultimo è un rischio che non ci si può permettere. Il dubbio riguardante quella solidità è talmente giustificato, che in fondo si tratta soltanto di impedire, in qualunque modo, che qualcuno gridi che l’imperatore è nudo. Tutta la costruzione è un castello di carte in cui ognuna si appoggia all’altra, col rischio di un inarrestabile effetto domino. Se la Grecia fino ad ora non è fallita e non è uscita dall’euro non è perché ne siano mancate le condizioni, ma perché l’Unione Europea l’ha sostenuta, in modo che non allarmasse i mercati.
Il guaio di questo genere di situazioni è che non si può procedere all’infinito. La Grecia non può restituire il denaro che ha preso a prestito fino ad ora, e si sa anche che è inesorabilmente costretta a spendere più di ciò che incassa. Dunque, non è che si risolva il problema, prestandole altro denaro. Le si dà l’ossigeno per tirare avanti ancora un po’, ma il problema si riproporrà tale e quale fra qualche tempo. E intanto il debito della Grecia aumenterà. E allora che si farà, al prossimo giro? Le si farà ancora credito, regalandole somme sempre maggiori, fino all’inevitabile esito finale, quel fallimento che si cerca di evitare oggi?
È questa la ragione per la quale si sarebbe felici di vedere qualcosa di risolutivo, per quanto riguarda la Grecia. Semplicemente perché ci sono serie ragioni di temere che il rinvio, non che eliminare il problema, lo renda ogni giorno più grande.
Purtroppo, la politica ha un suo orizzonte temporale. Quando, negli Anni Ottanta del secolo scorso, i nostri politici tenevano un comportamento tra il demagogico e il criminale, in materia di finanze pubbliche, ragionavano così: “Col boom demografico ed economico, i debiti che stiamo contraendo saranno riassorbiti”. Ma avrebbero fatto lo stesso ragionamento se avessero previsto di essere ancora al governo, nel caso si fossero sbagliati? In realtà pensavano che, male che andasse, sarebbero stati altri i governanti, e altri gli stessi italiani, salvo i vecchi. Effettivamente è andata così. I nonni hanno beneficiato dell’Italia folle e scialacquatrice, i nipoti si vedono presentare un conto spropositato.
Per la Grecia il problema è stato rinviato per anni, forse sperando nell’intervento dell’arcangelo Gabriele, certo “comprando tempo”, come si dice in inglese. La speranza è stata che il bubbone scoppiasse in un futuro così lontano che dovessero occuparsene altri. Ad ogni giro il problema si è fatto più impellente ma la voglia di trovare un escamotage per non affrontarlo è pressante quanto il bisogno di droga per un eroinomane all’ultimo stadio. Ecco perché non c’è da essere sicuri che, almeno stavolta, perfino dopo che la Grecia ha già annunciato che non pagherà il primo debito che scade, l’Europa reagisca. Se è vero, come dicevano i romani, che “necessitas legem non habet”, forse non ce l’ha neanche “timor”. La paura fa novanta e, nel caso dell’Europa, fa cento: i cento centesimi dell’euro.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
25 maggio 2015




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POLITICA
23 maggio 2015
LO STATO TOTALITARIO PER CONSENSO
La famosa teoria della “mano invisibile” di Adam Smith, anche se non va esente da critiche, ha parecchio di ragionevole in sé. Tuttavia, non che rico-noscere i guasti che si possono provocare intervenendo nell’economia, l’epoca contemporanea sembra credere che tutto possa andar meglio se guidato dall’alto. E, per conseguenza, pensa anche che debba esserlo.
Lo Stato, essendo un’astrazione, è certamente disinteressato: dunque è il migliore operatore possibile quando si tratta di campi che interessano tutti e che non si possono affidare ai privati. Il conflitto d’interessi potrebbe infatti avere esiti fatali. Se si affida a un professionista la direzione dell’esercito si corre il rischio che costui si impadronisca del potere con la forza. La cosa è avvenuta tante volte che ormai ha addirittura un nome: putsch militare. Né si possono affidare ai privati l’amministrazione della giustizia, la repressione della criminalità, la lotta all’evasione fiscale, e molte altre branche d’attività.
Purtroppo, partendo da questo nucleo centrale di compiti naturalmente statali, nel corso del tempo l’intervento pubblico si è dilatato fino a coprire un ambito sempre più vasto, sempre più capillare, sempre più invadente. Non c’è molto che il cittadino possa fare senza sentirsi controllato e guidato dallo Stato. Le leggi si occupano di come i genitori devono educare i figli – è vietato persino dare loro uno scappellotto! – di come i cittadini devono costruire le case, di come devono curarsi, di come devono retribuire la donna di servizio. Se stipulano un contratto con un’impresa per la riparazione di un balcone, devono persino accertarsi che siano rispettati i regolamenti per la prevenzione degli infortuni. In caso di inosservanza di quei regolamenti, se si ha un incidente, lo Stato punisce anche loro. E dire che la stragrande maggioranza degli italiani questo non lo sa neppure.
Nessuno mette in dubbio che questa selva di prescrizioni sia a fin di bene, anche se esse si accavallano in maniera tanto caotica che ci si sperdono perfino i competenti. Il risultato è comunque una “devolution” dall’autonomia individuale al potere dello Stato.
Dalla Repubblica di Platone in poi, per secoli si è sperato potesse esistere un potere statale che ottenesse risultati migliori di quelli dell’iniziativa individuale. E tuttavia, malgrado i sogni dei filosofi, da Platone a Tommaso Campanella e a Thomas Moore, non ci si è mai provato seriamente. L’esperimento – tutt’altro che in corpore vili – si è infine tentato a partire dal colpo di Stato del 1917, a San Pietroburgo. Da quel momento, per circa settant’anni, si sono visti i risultati che ottiene uno Stato che ha tutti i poteri in tutti i campi e che proprio per questo si chiama “totalitario”. La reazione è stata presto del tutto negativa, ma il governo – sempre per il bene del popolo, ovviamente - si è mantenuto al potere con la dittatura, col regime poliziesco e con i campi di concentramento per i dissenzienti. Quando finalmente l’incubo è finito, l’esito finale è stato che tutti i Paesi che avevano assaggiato il “socialismo reale” si sono giurati di tenersene accuratamente lontani.
A questo punto si sarebbe potuto lecitamente pensare che il collettivismo fosse definitivamente morto. Ma non è andata così. Anche perché, mentre le persone colte sapevano tutto dell’Unione Sovietica, i popoli dei Paesi più svi-luppati e prosperi non avevano provato sulla propria pelle i guasti di quel mondo, e conservavano molte delle vecchie illusioni. E così, ciò che si è rifiutato in teoria, soprattutto perché collegato alla dittatura, in grande misura lo si è accettato in pratica.
Gli intellettuali si illudono spesso che le loro evidenze siano quelle della massa. L’Illuminismo era appassionato di scienza e credeva, con le sue di-mostrazioni razionali, di aver distrutto la religione. Si illudeva: il Cristianesimo dell’Ottocento fu certo melenso e sentimentale, ma anche generale e in-contrastato. A questo punto si poteva pensare che la scienza avesse perso e che la religione fosse invincibile: ma ancora una volta ci si sarebbe sbagliati. Quando la scienza, sposandosi con la tecnologia, cominciò a trionfare in ogni aspetto della vita, indusse a poco a poco una miscredenza generalizzata. Dove non è riuscito Voltaire, sono riusciti il frigorifero, la lavatrice e il televisore. È rimasto soltanto un Cristianesimo di facciata, un buonismo condito con qualche rito folcloristico. La gente si sposa dinanzi al sacerdote perché l’ambientazione dell’evento è più bella in Chiesa che in Comune, ma se sta male non prega il suo santo protettore, chiama il medico. Quando si fa sul serio, la scienza trionfa.
Anche il collettivismo ha seguito vie diverse da quelle prevedibili. Se ne ri-fiuta la teoria, perché lo si è visto associato con la dittatura e la miseria, ma si pensa sia un bene che lo Stato regoli le dimensioni e perfino la curvatura delle banane. E così si rischia d’avere uno Stato “totalitario per consenso”. Ognuno si lamenta dei vincoli che si trova a sperimentare personalmente, ma in generale, soprattutto quando riguardano gli altri, li reputa giustificati. L’impressione complessiva, almeno in Italia, è che i cittadini siano una massa di bambini incoscienti che lo Stato deve accudire e guidare, in modo che non si facciano male e non facciano male agli altri. E poiché tutto questo avviene senza Ghestapo e senza NKVD, la gente non si accorge che, dopo avere rinunziato alla propria responsabilità, ha anche svenduto la propria libertà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 maggio 2015




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POLITICA
23 maggio 2015
OBAMA E LO STATO ISLAMICO

Lo Stato Islamico è una tigre. Non quella vera, col mantello giallo e nero, che uccide solo per sopravvivere. È una tigre nel senso della leggenda, perché pericoloso, aggressivo e crudele. Ma Mao Tse Tung, tanti anni fa, introdusse l’immagine di “tigre di carta”. E parlava degli Stati Uniti, nientemeno. Dunque bisogna chiedersi: lo stato islamico è una tigre della Malesia o una tigre di carta?
Fino ad oggi ha avuto successo in due direzioni: una militare, nel senso che ha sottratto territori alla Siria e all’Iraq, e una d’immagine, a forza di atrocità. Ciò lo ha fatto apparire più forte di quello che è. Per quel che se ne sa, l’esercito di questo famoso “Stato” assetato di conquista è composto soprattutto di fanti armati di armi leggere e di esplosivi. Niente carri armati, per esempio. Poca artiglieria, se c’è. Di aviazione, neanche parlarne. Prova ne sia che – è notizia di ieri – l’attacco vincente alla città di Palmira, in Siria, è stato portato con trenta auto-bomba guidate da kamikaze. Come disse un generale francese, osservando da lontano la carica della Light Brigade (che si faceva massacrare) a Balaclava: “C’est très joli, mais ce n’est pas la guerre” “Tutto ciò è carino, ma non è la guerra”. E sarebbe stato d’accordo con lui il generale Patton, che avvertiva i suoi soldati: “Voi non siete qui per morire per la vostra Patria, voi siete qui per far sì che i figli di puttana dell’altra parte muoiano, loro, per la loro Patria!” Insomma la guerra non si fa con gli atti di eroismo o con le auto-bomba, che a momenti si possono fermare con un cartello di divieto d’accesso: si fa avendo i mezzi per farla.
E tuttavia, lo Stato Islamico suscita tanto orrore e fa tanta paura, che un’amica, di solito realista e intelligente, si indignava: “Ma che fa Obama? Che politica è la sua? Perché non schiaccia questi straccioni assassini?”
Bella domanda, come dicono coloro che intanto non sanno che cosa rispondere. Infatti qualunque risposta sensata richiede una conoscenza approfondita di quel tormentato scacchiere. Qui, praticamente al primo esame, si scopre quanto intricate siano le indicazioni e le controindicazioni di qualunque azione e di qualunque alleanza. Si è al punto che non si possono identificare facilmente i buoni e i cattivi. E gli Stati Uniti si sono addirittura, alleati – se non politicamente, certo nell’azione – con l’Iran contro lo Stato Islamico in Iraq, e con l’Arabia Saudita contro l’Iran, nello Yemen. Ma il tutto senza troppo apparire e senza impegnarsi seriamente. E allora torna valida la domanda di quella signora: “Che fa Obama?”
La risposta non è difficilissima: trae le conclusioni dagli impegni che gli States hanno assunto nel Vietnam del Sud, in Afghanistan e in Iraq. Dopo tante spese e tanti morti, i risultati non sono stati esaltanti. Dunque gli americani ne hanno abbastanza di bare coperte dalla bandiera a stelle e strisce, e di pagare le tasse per gli impegni militari. Così si è passati da una politica imperiale di interventismo a una politica - naturalmente sempre imperiale - ma di isolazionismo. Niente più “boots” (stivali) americani su territori lontani, al massimo una politica fatta di alleanze, di diplomazia, e soprattutto del tentativo di far sì che siano gli interessati locali a risolvere i loro problemi. Washington, sempre senza pagare prezzi troppo alti, può favorire, se non il migliore fra i contendenti, dal punto di vista morale, quello il cui successo è nel suo interesse geopolitico. E così, da anni in cui gli Stati Uniti sono stati criticati per la loro invadenza, siamo passati agli anni in cui gli Stati Uniti sono criticati per la loro inerzia.
C’è ancora da citare un particolare sapido. È vero, l’esercito americano spazzerebbe via questo tonitruante Stato Islamico in qualche giorno, forse in qualche ora, se ne bastarono cento per Saddam Hussein. Ma – mancando un loro preciso interesse – gli Stati Uniti dovrebbero farlo per motivi ideali. Ne vale la pena? Non si può dimenticare che quando (e se) lo hanno fatto in passato, a questi motivi ideali non ha mai creduto nessuno. E nessuno ha mai detto grazie per l’impegno in dollari e sangue di Washington. Dunque, con quale coraggio gli europei potrebbero chiedere ancora questi sacrifici? E poi, secondo l’attuale dottrina di Obama, i primi che devono attivarsi, in ogni teatro di scontri politico-militari, sono i Paesi che dal problema possono trarre grandi vantaggi o subire grandi svantaggi. Dunque, se lo Stato Islamico rappresenta un pericolo per gli Stati del Medio Oriente, che siano in primo luogo loro, ad attivarsi. Se poi quello Stato di fanatici rappresenta un pericolo per l’Europa, che sia l’Europa ad attivarsi, ben prima degli Stati Uniti. E se non si attiva, è segno che o lo Stato Islamico non rappresenta un serio pericolo – se non per la sensibilità delle persone per bene - oppure che il Vecchio Continente, questa gloriosa propaggine occidentale dell’Eurasia che tanto ha battagliato in passato, ha oggi paura di veder tornare in Patria anche una sola bara coperta dalla bandiera.
Dunque, non: “Che fa Obama?” Ma: “Che facciamo, noi?”
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
23 maggio 2015



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POLITICA
19 maggio 2015
ETICA, ECONOMIA E DIRITTO SI SCONTRANO SULLE PENSIONI


L'argomento che domina nei media è la decisione della Corte Costituzionale in materia di rivalutazione delle pensioni. Né si può dire che la grande stampa e la pubblica opinione si interessino di un problema privo d'importanza: gli effetti di qualunque decisione sono infatti notevoli sul bilancio dello Stato e sui bilanci delle famiglie interessate. Naturalmente ogni linea di condotta ha i suoi sostenitori. Alcuni (Salvini, Berlusconi ed altri) approfittano demagogicamente della situazione per chiedere che si rimborsino integralmente tutti, quali che siano le conseguenze sul bilancio dello Stato. Perché “lo ordina la Consulta”. Altri trovano naturale graduare i rimborsi (ad alcuni tutto, ad altri poco, ad altri infine niente). E infine ci sono quelli che, anche in base all'art.81 della Costituzione (Heautontimoroumenos!), sostengono che è anticostituzionale rimborsare checchessia. Perché si sfora il vincolo di bilancio. Chi ha ragione?
La risposta dipende dalla partita che si sta giocando. Per chi ha toccato la palla con le mani vicino al portiere, il calcio di rigore è sacrosanto, ma soltanto se stiamo giocando al calcio. Se invece stessimo giocando a rugby, non solo toccare la palla con le mani sarebbe lecito, ma sarebbe invalida la meta segnata lanciando la palla con i piedi. Nel problema delle pensioni dovremmo innanzi tutto stabilire quali regole intendiamo seguire. Per quelle economiche, non bisogna dare niente a nessuno. Per quelle giuridiche, bisogna dare tutto a tutti. Seguendo le regole etiche, bisogna dare il massimo che si può ai bisognosi, e soltanto a loro.
Come è evidente, ogni scelta non è priva di controindicazioni. Chi applica la regola giuridica provoca disastri economici; chi applica la regola economica provoca disastri giuridici; chi applica la regola etica provoca disastri sia giuridici (perché viola l'art.3 della Costituzione, i diritti acquisiti, ecc.) sia economici (perché lo Stato non soltanto non dispone dei sedici miliardi totali che sarebbero necessari, ma neppure dei tre o quattro che bisognerebbe spendere per i più poveri).
Questo chiarimento spiega perché le discussioni siano tanto accese: nella soluzione che propone, ognuno segue il proprio metro di valutazione, e reputa che anche gli altri dovrebbero adottarlo. Ma è quello che pensano anche gli oppositori. La tentazione è quella di allargare le braccia e dire che non se ne esce. Ma ciò è permesso agli studiosi, non a chi ha la responsabilità di una situazione.
Bisogna partire dal concetto di impossibile, che è suscettibile di interpretazioni diverse. Per la politica, impossibile è “ciò che non è possibile fare”, in concreto; per il diritto è “impossibile” ciò che il diritto stesso non permette. La legge vieta l'omicidio, salvo che nei casi espressamente previsti dalla stessa legge penale alla voce “esimenti” (ad es. legittima difesa o stato di necessità) e dunque esso non può mai essere giustificato, non lo si può mai adottare come una soluzione. Altro esempio: se il giudice è assolutamente convinto della colpevolezza dell'imputato, ma non ha le prove per condannarlo, deve assolverlo e rimettere coscientemente in circolazione un assassino seriale. È giuridicamente impossibile fare diversamente. Analogamente il giudice deve mettere in galera – quali che siano i suoi personali dubbi – colui che le prove indicano chiaramente come il colpevole.
Per il potere politico, come detto, l'impossibile giuridico non esiste. Il sovrano può, per evitare una rivoluzione, non eseguire una condanna a morte o non mandare libero un innocente che invece la pubblica opinione reputa colpevole. Nel racconto del Vangelo, che pure non è una fonte storica, si ha un esempio di questo comportamento. La folla rumoreggiava, chiedendo la condanna di Gesù, e infine Ponzio Pilato l'accontentò, precisando che lui se ne lavava le mani: “Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!”. In altri termini adottò una decisione contraria al diritto e all'etica ma conforme alla politica. Si può trovare un simile comportamento orribile, ma chi non sarebbe stato lieto se l'attentato di von Stauffenberg – tecnicamente un omicidio premeditato – fosse andato a buon fine? Eliminando Hitler nel luglio del 1944, quante migliaia di vite umane sarebbero state salvate? Dunque, nei due episodi richiamati alla memoria, la differenza non è nell'omicidio, ma nella persona dell'ucciso. La politica conosce valutazioni e necessità sconosciute al diritto.
Dalla discussione sulle pensioni si possono ricavare soltanto alcune conclusioni: la Consulta non ha semplicemente applicato il diritto, ha coscientemente creato un problema politico. E ciò non dovrebbe esserle consentito, se è vero che quell'organo fa parte dell'ordine giudiziario. Tuttavia, una volta che è stato creato, il problema non può essere risolto che dalla politica, la quale segue leggi sue proprie. Invocare il diritto come fosse Dio in terra è fuor di luogo. Lo Stato vieta la rapina, ma poi in concreto la pratica col fisco, richiamandosi ad un auto-concesso “potere impositivo”. I sovrani del passato facevano bollire vivi i falsari, ma poi falsificavano loro stessi le monete, coniandole con una quantità d'oro inferiore a quella dichiarata. Del resto, lo Stato moderno non fa niente di diverso, quando provoca inflazione.
Il diritto è una disciplina meravigliosa, forse l'unica luce di ragionevolezza nei rapporti fra gli uomini, ma può dirigere i singoli, non la collettività.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 maggio 2015



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POLITICA
18 maggio 2015
MATTEO RENZI IL CORAGGIOSO


Un articolo di Francesco Manacorda, sulla Stampa(1), prezioso per la sua brevità, sostiene la tesi che Matteo Renzi è stato coraggioso, in periodo elettorale, a dichiarare che il governo rimborserà ai pensionati - la cui rivalutazione del trattamento di quiescenza è stata bloccata dal governo Monti - soltanto due miliardi. Infatti è noto che, se si fosse dovuta dare applicazione integrale alla sentenza della Corte Costituzionale, ne sarebbero sta necessari sedici. Questa riduzione è stata inevitabile dall'obbligo di tenere conto della “sostenibilità dei conti pubblici”. E Manacorda chiede che “i soldi risparmiati a spese dei pensionati siano il più possibile indirizzati per aumentare l’occupazione”.
Senza offesa per l'editorialista, raramente si è vista una tale serie di affermazioni discutibili. In primo luogo, se il governo tiene conto della sostenibilità dei conti pubblici, non dovrebbe dare nemmeno i due miliardi. Semplicemente perché non li ha. Il famoso “tesoretto”, di cui tanto s'è parlato, è costituito da una differenza “stimata” fra il disavanzo che si prevedeva e quello che (forse) si avrà. Dunque, se abbiamo capito bene, si tratterebbe soltanto della possibilità di fare una spesa in deficit all'interno di quel tre per cento di disavanzo che ci consente la Comunità Europea. E se poi a novembre una disastrosa alluvione imponesse al governo un esborso straordinario, che si farebbeper rimanere entro il 3%, si chiederebbero indietro i rimborsi ai pensionati beneficiati?
Inoltre la preoccupazione del governo per la sostenibilità dei conti pubblici convince fino ad un certo punto. Se esso tenesse conto dell'uguaglianza di tutti dinanzi allo Stato e si preoccupasse seriamente dei conti, non avrebbe concesso a una parte dei cittadini ottanta euro al mesein più, e niente a tanti altri, inclusi i pensionati al minimo. Questa regalia politica non qualifica Renzi ad aprir bocca in materia di conti pubblici. Quella manovra elettorale non soltanto è costata dieci miliardi, ma continuerà a costarli anche in futuro.
E tuttavia l'argomento principe è un altro. C'è una sentenza della Corte Costituzionale che impone il rimborso a tutti i pensionati delle somme indebitamente sottratte. Ora i casi sono due: se il governo non ha i soldi per obbedire alla sentenza, che non rimborsi nessuno. Ad impossibilia nemo tenetur, dicevano i romani: nessuno è tenuto a fare l'impossibile. Necessitas legem non habet, la necessità non ha legge. I giuristi dell'antichità ci hanno cantato su tutti i toni che una sentenza ineseguibile non si esegue. E basta. E se invece il governo voleva a tutti i costi obbedire alla Corte Costituzionale, bastava che stampasse tutti e sedici i miliardi in questione. Ché tanto, dello sforamento del limite del 3%, dinanzi all'Italia e dinanzi al mondo, avrebbero risposto i giudici togati della Corte Costituzionale. O almeno quella metà di essi che ha votato a favore di questa sentenza. E ancora una volta, perché dieci miliardi per gli ottanta euro sì, senza stretta necessità, e sedici miliardi no, quando lo impone il giudice?
Come se non bastasse, la decisione di rimborsare solo una parte dei pensionati – sia pure i più poveri – va contro la Costituzione. Questa all'art.3 dice che tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge. Non dice che sì, sono tutti uguali, ma i più ricchi, o – se si vuole – i meno poveri, possono essere taglieggiati e fatti oggetto di odiose discriminazioni.
A questo punto è facile profezia prevedere una valanga di ricorsi, che immaginiamo facilmente vittoriosi. Probabilmente il coraggioso Renzi e i suoi ministri li hanno messi in conto, reagendo con un'alzata di spalle: “Al futuro pensa Dio”. Magari, quando il nodo verrà al pettine, al governo ci sarà un altro.
La brevissima nota si conclude con l'invito a usare i soldi risparmiati per aumentare l'occupazione. Decenni di esperienze, di Cassa del Mezzogiorno, di incentivi alle industrie, e di assunzioni clientelari (ricordiamolo, i forestali calabresi sono più numerosi di quelli canadesi) “a favore dell'occupazione” non sono stati sufficienti a convincere i Manacorda italiani che al governo si deve chiedere di abbassare le tasse, non di spendere i nostri soldi per nobili cause. Il meglio che può fare è risparmiare e portare una corona di fiori sulla tomba di John Maynard Keynes. Forse fino ad ora non l'ha fatto perché non sa che è morto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1,



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POLITICA
18 maggio 2015
RENZI COME CASSIUS CLAY

La gloria, nello sport, dura poco. La memoria dei suoi fasti diviene presto materia per quiz e bagaglio culturale di fanatici del ramo. Dunque, anche parlando di Cassius Clay, è d'obbligo spiegare chi sia. Per quel che importa qui, basterà dire che questo straordinario pugile fu capace di schiacciare gli avversari con la sua superiorità, ma rovinava tutto con le sue pose, la sua arroganza, le sue vanterie. Al punto che una buona parte del pubblico parteggiava per il suo avversario, chiunque fosse. Molti desideravano che Muhammad Alì, come nel frattempo aveva voluto farsi chiamare, fosse umiliato, perché si ridimensionasse al livello di essere umano.
Poi il tempo passò, e quel supercampione, divenuto appena uomo maturo, si ammalò di Parkinson, fino a suscitare la pietà anche di chi prima avrebbe tvoluto vederlo andare al tappeto. Se avevano voluto punire la sua hybris, gli dei l'avevano fatto con troppo impegno.
Anche Matteo Renzi è un campione. Ha una straordinaria capacità di comunicazione. Sa trovare espressioni icastiche e chiare con cui, come pochi, vince duelli dialettici e attacchi di stampa. Sa “vendersi” in modo geniale e riesce a volgere a suo vantaggio le situazioni più difficili. Non stupisce dunque, che pure a fronte di ben magri risultati sostanziali, ottenga un consenso popolare straordinario. Anche persone che non appartengono alla sua corrente ideologica gli concedono abbastanza credito per “provarci”. Infine – da eccellente politico – sembra totalmente scevro di scrupoli: dimostra sempre di non averne né nei confronti della verità, né nei confronti della semplice verosimiglianza. Non raramente fa pensare a Muenchhausen, e quando il popolo s'accorge che l'ha sparata grossa, che veramente è lungi dal mantenere la metà delle sue formidabili promesse, gli perdona ancora gli atteggiamenti guasconi di D'Artagnan.
Il personaggio è simpatico, ma forse sempre meno, soprattutto alle persone di gusto. Naturalmente c'è da pensare che giustamente la cosa non lo disturbi affatto. In democrazia contano le folle, non le élite. Purtroppo, anche il consenso sui giornali va lentamente affievolendosi. Aumenta ogni giorno il numero di coloro che gli dànno dei consigli, e un po' tutti si chiedono dove si andrà a parare. Non vorremmo che un bel mattino ci trovassimo tutti ad essere comandati da un solo uomo, Renzi.
I grandi condottieri non hanno il dovere di essere simpatici. Per essere grande, tutto ciò che doveva fare Cassius Clay era mandare gli avversari al tappeto. Nello stesso modo un politico che voglia rimanere nella storia deve battere gli avversari e ottenere il massimo potere. E tuttavia, quando la polvere della battaglia si è posata, si pesano anche altri valori. Cesare fu magnanimo, nei confronti dei suoi avversari battuti. Gli inglesi onorarono il coraggio di Durand de la Penne, anche se quell'uomo era costato loro una grande nave da guerra. De Gaulle, che pure era stato condannato a morte dal governo di Laval, dopo aver vinto non ricambiò la cortesia ed evitò di far mettere a morte il vecchio Maréchal Pétain. Di quanto sarebbe aumentata la sua statura, già imponente, se l'avesse fatto? Meglio lasciar vivere quel vegliardo che tanto aveva fatto per il suo Paese, nella guerra precedente, anche se poi aveva macchiato l'onore proprio e quello della Francia.
Il paradigma del vincitore è Achille: imbattibile, orgoglioso, l'immagine stessa del preferito dal Destino cui nulla è negato, forza, bellezza, carattere. E tuttavia da oltre duemila anni l'umanità non gli ha perdona il modo come trattò il cadavere di Ettore. Lui è stato sempre ammirato, Ettore è stato sempre amato. “E tu onor di pianti, Ettore, avrai...”, cantava Foscolo.
Ciò che manca a Renzi è il tocco umano. Somiglia ad un violinista capace di virtuosismi che lasciano a bocca aperta, ma il suo violino non ha cassa di risonanza, è di metallo, è senz'anima. Il suo errore imperdonabile, il suo Ettore trascinato per terra e irriso, è il modo con cui si è comportato con Enrico Letta. Le fortune della vita sono alterne, e se un giorno qualcuno gli renderà la pariglia (“Renzi chi?”) non è nemmeno detto che si abbia per lui la pietà sentita per il rozzo ma dopo tutto ingenuo Cassius Clay.
È triste, sentirsi così pronti alla Schadenfreude, ad un piacere per i mali altrui che sa di rivincita. E proprio per evitarlo Machiavelli consigliava di convincere il popolo di essere in possesso di tutte le virtù, anche senza averne alcuna. L'irrisione del vinto – magari vinto con l'astuzia di Ulisse – non è consigliabile. È vero che gli dei dell'antichità, secondo Dante, erano “falsi e bugiardi”: ma Clay avrebbe potuto dire che ancora oggi sono capaci di vendette.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 maggio 2015



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17 maggio 2015
CHAGNON
SCRIVE IL PROF.LOUIS CHAGNON, STORICO
(testo integrale in calce).
Riassunto della mia vicenda.


Ho insegnato storia e geografia nel Collège Georges Pompidou di Courbevoie nel settembre 2003, poi il primo ottobre ho lasciato la Pubblica Istruzione per passare al Ministero della Difesa, a mia richiesta.
Alcuni giorni prima avevo dato una lezione sulla storia del mondo musulmano, nella quale avevo rivelato ai miei allievi che Maometto era stato un ladro, per aver depredato le carovane della Mecca, e un assassino, che aveva fatto sgozzare da 600 a 900 ebrei in un giorno, riferendomi al massacro della tribù ebrea dei Qurayzah, nel maggio dell’anno 627.
Dopo il mio abbandono della Pubblica Istruzione ho saputo che un collettivo di genitori di alunni si era costituito contro di me per richiedere la mia sospensione dalla Pubblica Istruzione, in ragione della mia lezione sul mondo musulmano in una classe di quinta (ragazzini di Scuola Media, NdT).
Era stata presentata una petizione al preside del collège in cui mi si accusava di razzismo antimusulmano e d’aver detto che “Maometto si trasformerà in un ladro e un assassino (…), imporrà la sua religione col terrore, (,,,) fa mettere a morte da 600 a 900 ebrei al giorno”.
Parecchi articoli erano già stati pubblicati sulla vicenda, che erano apparsi nei giornali “le Parisien”, “Métro” e su Internet, senza che io ne sapessi nulla!
Di fatto, la petizione in questione era firmata da sette persone, di cui due soltanto erano genitori dei miei alunni di quinta.
Questo collettivo di musulmani era diretto dal sig.Kamel Zmit, medico anestesista e da sua moglie, la signora Nora Zmit, responsabile del servizio dei permessi di costruire nel municipio di Courbevoie, che erano i genitori di un'alunna della sesta, Yasmin Zmit, di cui non ero mai stato professore.
Quando ho potuto avere accesso ai compiti relativi alla lezione, parecchi mesi più tardi, nel rettorato di Versailles, ho visto che qualcuno aveva aggiunto a mano le parole « al giorno » sul compito dell'alunno Ramy El-Hos, il cui padre aveva firmato la petizione. Il falso – attestato più tardi da un'analisi grafologica scientifica, aveva lo scopo di screditarmi in quanto professore di storia.
l ministero, lungi dal sostenermi, mi ha « processato » ed ha imposto la censura musulmana sulla scuola laica della Repubblica francese.
Il 5 novembre 2003, il rettorato di Versaille, sotto la pressione del collettivo dei genitori musulmani, ha ordinato la soppressione delle pagine riguardanti la lezione, che sono dunque state strappate dai quaderni dagli stessi alunni.
La mia lezione, rigorosamente esatta dal punto di vista storico, ha dunque subito una censura musulmana e questa censura è stata posta in atto dai dipendenti pubblici della Repubblica !
Infine, il 17 novembre, una lettera di Daniel Bancel, rettore dell'Accademia (Provveditorato agli Studi) di Versailles, vicino all'ex ministro socialista Lionel Jospin, mi informava che era stata posta in essere una procedura disciplinare contro di me, in seguito al rapporto di un ispettore pedagogico che non m'aveva mai né visto né parlato. L'ispettore Paul Stouder stimava in questo rapporto che come tutti i nomadi, le tribù arabe praticavano la razzia e che non si poteva qualificare questa pratica di furto.
Peggio ancora, affermava che nell'Islam, la lotta contro i mercanti della Mecca era stata la prima forma della guerra santa, ciò che la rendeva legittima.
Così, per questo ispettore, funzionario dello Stato francese, i crimini musulmani sono legittimi quando sono commessi nel quadro della Jihad. Taceva il massacro della terza tribù ebrea di Medina e mi accusava anche di « razzismo antimusulmano ».
Sono dunque dovuto comparire dinanzi al consiglio di disciplina e con miogaffe stupore il rettorato ha tratto conclusioni partendo dalla frase troncata e falsificata del collettivo di attivisti musulmani, senza presentare nessun documento originale, ciò che m'avrebbe permesso di mettere in evidenza questa truffa.
Sono stato costretto ad ammettere che il rettorato era complice di questi individui. Così me ne è venuto un biasimo per « formulazioni sempliciste » e « atteggiamento di provocazione o gaffe ». Per conseguenza, il consiglio di disciplina non ha accolto l'accusa di razzismo dell'ispettore pedagogico ed ha riconosciuto la verità storica dei fatti insegnati.
La conclusione s'impone da sé : il fatto di affermare che qualcuno che ha sgozzato parecchie centinaia di ebrei è un assassino, è dunque per il rettorato di Versailles « una provocazione o una gaffe ».
Anche se questa sanzione è minima, io non l'ho mai accettata. Ho dunque dato inizio ad un procedimento nel 2004 presso il Tribunale amministrativo, per contestare il biasimo. L'amministrazione del Ministero non è stata la sola a citarmi in giudizio, perché il collettivo musulmano aveva anche interessato il MRAP e la Lega dei Diritti dell'Uomo. Ciò ha dato luogo ad una campagna sui media che mi presentava come un « islamofobo » e un « razzista antimusulmano ».
La querela della Lega è stata respina dalla Procura di Nanterre e il MRAP, dinanzi al Tribunale di Nanterre, in cui era riuscito a trascinarmi nel marzo del 2004, ha finalmente rinunciato a processarmi, sostenendo che il biasmo del consiglio di disciplina mi aveva sanzionato « all'altezza della gravità dei fatti », suggerendo così che ero stato sanzionato per « razzismo » dal consiglio di disciplina e Kamel Zmit aggiungeva che il biasimo era stato votato all'unanimità.
Tutto ciò era perfettamente falso ed ho dunque querelato per diffamazione tutti quelli che mi avevano attaccato, in particolare Kamel Zmit, Jean-Claude Dulieu, responsabile delle comunicazioni esterne del MRAPl e Mouloud Aounit, segretario generale del MRAP.
Costui ha dichiarato in seguito alla televisione, il 13 gennaio 2005, che il delitto di blasfemia doveva essere reintrodotto nel diritto francese! Ogni insegnamento critico dell'Islam sarebbe così legalmente interdetto e passibile di procedimenti penali.
In primo grado, all'inizio del 2005, la diffamazione è stata riconosciuta ma gli imputati Mouloud Alounit, Jean-Claude Dulieu e Kamel Zmnit sono stati prosciolti “in considerazione della loro buona fede”, mentre il Tribunale aveva in mano la perizia grafologica del quaderno dell'alunno falsificato!). Dovevo inoltre versare a Kamel Zmit 500€ a titolo di danni col pretesto che era stato stigmatizzato nella stampa come islamista, ciò che è un'aberrazione giuridica (la legge non autorizza il versamento di danni e interessi al diffamatore da parte del diffamato).
In appello, nel settembre del 2005, il tribunale non ha voluto ritenere la sussistenza della diffamazione ma ha soppresso i danni e gli interessi che dovevo a Kamel Zmit. In cassazione il giudizio è stato confermato. Non ho dunque potuto farli condannare.
Ho pure querelato per falso e uso di falso, sulla base della copia del compito falsificata ma il tribunale non ha dato seguito alla denuncia.
Al contrario, nel 2008, il Tribunale amministrativo ha annullato il biasimo sulla base del fatto che ciò che avevo detto era storicamente esatto, non vi era colpa professionale, ciò che del resto era d'assoluta evidenza.
Questa decisione è per me un atto che conferma la libertà pedagogica del professore di cui possono valersi tutti i colleghi. Non è tuttavia meno vero che in Francia, qualificare assassino qualcuno che ha fatto sgozzare da 600 a 900 ebrei è divenuto « razzista ».
Considero dunque la Francia divenuta uno Stato ufficialmente antisemita, poiché un impiegato dello Stato francese può essere sanzionato se qualifica assassino qualcuno che ha fatto sgozzare centinaia di ebrei. Ora si pone sempre questo interrogativo, per i professori di storia : è possibile trasmettere la verità storica sul mondo musulmano, oggi, in Francia ?
Louis CHAGNON
(Traduzione dal francese di Gianni Pardo)

                                                               Commento di Gianni Pardo
La lettura di questo testo ha di che lasciare turbati. Tanto che se si giunge subito alla conclusione che se gli episodi storici attribuiti a Maometto sono falsi, la cosa è gravissima. E se invece sono veri, è gravissimo che possa essere tanto pericoloso dire la verità, in Francia. E immaginate in Italia.
Il controllo era dunque necessario. Interrogando Wikipedia inglese su Qurayzah (http://en.wikipedia.org/wiki/Banu_Qurayza) si legge : durante il conflitto che oppose questa “Jewish tribe which lived in northern Arabia” a Maometto, si giunse ad un assedio guidato dal Profeta, e infine gli ebrei si arresero. « There is much debate about the number executed with some estimating that between 400-900 males were beheaded,[2] while the Sunni hadith simply state that all male members were killed, without specifying a figure, and one woman”. L'episodio dunque è indiscutibilmente vero, tanto che è ammesso anche dai musulmani. La terminologia brutale del professore può essere contestata, il fatto no. Si può essere incerti soltanto il numero degli uccisi, comunque molto grande.
I molti che sono profondamente urtati da queste notizie storiche, invece di difendere il Profeta con atteggiamenti fanatici e negando l'evidenza storica, potrebbero più ragionevolmente chiedere che si “contestualizzi” l'avvenimento. Siamo nel 627 d.C., in una regione piuttosto “selvaggia”. e del resto il massacro dei vinti, nell’antichità, non fu certo rarissimo. Dunque Maometto, conducendo una battaglia, un assedio, e infine vincendo, si è comportato da condottiero spietato: e per questa ragione il termine di “assassino” è esatto se riferito all’uccisione di esseri umani inermi, è sbagliato se riportato a certi barbari comportamenti dell’antichità.
Tuttavia l’argomento della “contestualizzazione” è a doppio taglio. Se, per difendere il Profeta, dobbiamo ricordare continuamente che stiamo parlando degli inizi del Settimo Secolo, e in base a questa considerazione possiamo forse assolverlo, con ciò stesso avremo riconosciuto che ciò che poteva essere considerato normale allora, non sarebbe affatto considerato normale (e perdonabile) se fosse realizzato oggi. Ma con quale coraggio gli integralisti islamici pretendono ancora oggi di lapidare le adultere? Questa pratica fa orrore ad un uomo civile del nostro tempo e dunque o è da assassini far decapitare tutti i maschi di una tribù e da sadici lapidare le adultere, oppure un tempo era normale decapitare i vinti e lapidare le adultere, oggi tutto ciò è da criminali. Non si possono usare due metri diversi per due fenomeni identici.
Gianni Pardo
P.S. A tutte le argomentazioni del prof.Chagnon, come alle mie, si prega di rispondere argomentando. Gli insulti non avranno risposta.

 DRAMATIQUE SITUATION D'UN PROFESSEUR D'HISTOIRE
Publié le 28 janvier 2015 par Louis Chagnon - historien
Résumé de mon affaire
J’ai enseigné l’histoire et la géographie au collège Georges Pompidou de Courbevoie en septembre 2003, puis le 1er octobre j’ai quitté l’Éducation nationale pour intégrer le ministère de la Défense à ma demande.
 Quelques jours auparavant, j’avais donné des cours sur l’histoire du monde musulman, dans lesquels j’avais révélé à mes élèves que Mahomet avait été un voleur, pour avoir pillé les caravanes de la Mecque, et un assassin, en faisant égorger 600 à 900 juifs en un jour, en référence au massacre de la tribu juive des Qurayzah en mai 627.
 Après mon départ de l’Éducation nationale, j’ai appris qu’un collectif de parents d’élèves s’était constitué contre moi pour demander ma suspension de l’Éducation Nationale, en raison de mon cours sur le monde musulman en classe de 5ème.
 Une pétition avait été remise au principal du collège où on m’accusait de racisme anti-musulman et d’avoir dit que « Mahomet va se transformer en voleur et en assassin (…) il va imposer sa religion par la terreur, (…) il fait exécuter 600 à 900 juifspar jour ».
 Plusieurs articles avaient déjà paru sur l’affaire dans les journaux le Parisien, Métro et sur Internet, sans que je sois au courant !
En fait, la pétition en question était signée par sept personnes dont deux seulement étaient des parents de mes élèves de 5ème.
 Ce collectif de musulmans était dirigé par Monsieur Kamel Zmit, médecin anesthésiste et sa femme Madame Nora Zmit responsable du service des permis de construire à la mairie de Courbevoie qui étaient les parents d’une élève de 6ème Yasmine Zmit dont je n’avais jamais été le professeur.
 Lorsque j’ai pu avoir accès aux feuilles de cours, plusieurs mois plus tard, au rectorat de Versailles, j’ai vu que quelqu’un avait ajouté à la main les mots « par jour » sur la feuille de l’élève Ramy El-Hoss dont le parent avait signé la pétition, la falsification (attestée plus tard par une analyse graphologique et scientifique) avait pour but de me discréditer en tant que professeur d’histoire.
L’Éducation nationale loin de me soutenir m’a poursuivi et a imposé la censure musulmane sur l’école laïque de la République française
Le 5 novembre 2003, le rectorat de Versailles, sur la pression du collectif de parents musulmans, a ordonné la suppression des pages concernant le cours, qui ont donc été arrachées des cahiers par les élèves eux-mêmes.
  Mon cours, rigoureusement exact du point de vue historique, a donc subi une censure religieuse musulmane et cette censure a été exécutée par les fonctionnaires de la République ! I
Enfin, le 17 novembre, une lettre de Daniel Bancel, recteur de l’Académie de Versailles, proche de l’ancien ministre socialiste Lionel Jospin, m’informait qu’une procédure disciplinaire était engagée contre moi, à la suite d’un rapport fait par un Inspecteur pédagogique qui ne m’avait jamais vu ni parlé.
 L’inspecteur pédagogique Paul Stouder estimait dans ce rapport que comme tous les nomades, les tribus arabes pratiquaient la razzia et qu’on ne pouvait pas qualifier cette pratique de vol.
 Pire encore, il affirmait que dans l’Islam, la lutte contre les marchands de la Mecque avait été la première forme de la guerre sainte, ce qui la rendait légitime.
 Ainsi, pour cet inspecteur, fonctionnaire de l’État français, les meurtres musulmans sont légitimes quand ils sont exécutés dans le cadre du Djihad Il passait sous silence le massacre de la troisième tribu juive de Médine et m’accusait aussi de «racisme antimusulman ».
 Je suis donc passé devant un conseil de discipline et à ma stupéfaction le rectorat a argué de la phrase tronquée et falsifiée du collectif d’activistes musulmans, sans apporter aucun document original qui m’aurait permis de mettre en évidence cette escroquerie.
   J’ai bien été obligé de constater que le rectorat était complice de ces individus. J’ai écopé d’un blâme pour « formulation simpliste » et « attitude de provocation ou maladresse ».
 Pour autant, le conseil de discipline n’a pas retenu l’accusation de racisme de l’inspecteur pédagogique et a reconnu la véracité historique des faits enseignés.
 La conclusion s’impose d’elle-même : le fait d'affirmer que quelqu'un qui a égorgé plusieurs centaines de juifs est un assassin, est donc pour le rectorat de Versailles, une « provocation ou une maladresse ».
 Même si cette sanction est minime, je ne l’ai jamais acceptée.
 J’ai donc entamé une procédure en 2004 auprès du Tribunal administratif pour contester le blâme.
 L’administration de l’Éducation nationale n’a pas été la seule à me poursuivre car le collectif musulman avait également saisi le MRAP et la Ligue des Droits de l’Homme.
 Ceci a donné lieu à une campagne médiatique qui me présentait comme un « islamophobe, un « raciste antimusulman ».
 La plainte de la LDH a finalement été rejetée par le Parquet de Nanterre et le MRAP, devant le Tribunal Correctionnel de Nanterre où il avait réussi à me faire traîner en mars 2004, a finalement renoncé à me poursuivre, en arguant que le blâme du conseil de discipline m’avait sanctionné « à la hauteur de la gravité des faits », induisant ainsi que j’avais été sanctionné pour « racisme » par le conseil de discipline et Kamel Zmit ajoutant que le blâme avait été voté à l’unanimité.
 Tout ceci était parfaitement faux et j’ai donc poursuivi pour diffamation tous ceux qui m’avaient attaqué, à savoir Kamel Zmit, Jean-Claude Dulieu, responsable de la communication externe du MRAP et Mouloud Aounit, secrétaire général du MRAP.
 Celui-ci déclarera à la télévision le 13janvier 2005 que le délit de blasphème devait être réintroduit en droit français !
 Tout enseignement critique de l’islam serait ainsi légalement interdit et passible de poursuites pénales.
 En première instance début 2005, la diffamation a bien été reconnue mais les prévenus, Mouloud Aounit, Jean-Claude Dulieu et Kamel Zmit ont été relaxés « au bénéfice de la bonne foi » (alors que le Tribunal avait entre les mains l'expertise graphologique du cahier d'élève falsifié!)
 Je devais également verser à Kamel Zmit 500€ de dommages et intérêts sous prétexte qu’il avait été stigmatisé dans la presse comme islamiste, ce qui est une aberration juridique (la loi n’autorise pas le versement de dommages et intérêts au diffamateur par le diffamé).
 En appel, en septembre 2005, le tribunal n’a pas voulu retenir la diffamation mais a supprimé les dommages et intérêts que je devais à Kamel Zmit.
 En cassation, le jugement a été confirmé. Je n’ai donc pas pu les faire condamner.
J'ai également porté plainte pour faux et usage de faux, sur la base de la feuille de cours falsifiée mais le tribunal n'a pas donné suite.
Par contre, en 2008, le Tribunal administratif a cassé le blâme au motif que mes propos étant historiquement exacts, il n’y avait pas de faute professionnelle ce qui est la logique même.
 Cette décision est pour moi un acte qui confirme la liberté pédagogique du professeur dont tous les collègues peuvent arguer.
 Il n’en reste pas moins qu’en France, qualifier d’assassin quelqu’un qui a fait égorger 600 à 900 juifs est devenu « raciste »
 Je considère donc la France comme étant devenu un État officiellement antisémite puisqu’un fonctionnaire français peut être sanctionné s’il qualifie d’assassin quelqu’un qui a fait égorger des centaines de juifs.
 Maintenant la question reste toujours posée aux professeurs d’histoire : Est-il possible de transmettre la vérité historique sur le monde musulman aujourd’hui en France ?
Louis CHAGNON



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POLITICA
16 maggio 2015
SIAMO ANCORA NEL VENTESIMO SECOLO
Da tempo si parla di superamento delle ideologie ed ora un editorialista della Stampa afferma(1) che non soltanto esse sono morte, ma la loro assenza è la chiave per spiegare la politica di Matteo Renzi. Infatti alcuni la giudicano sconcertante. I provvedimenti per i quali si batte, e che di fatto impone, a volte sembrano di destra, a volte di sinistra. A parere dell'editorialista, il nostro giovane Primo Ministro in effetti non è né di destra né di sinistra: si limita a fare ciò che gli può procurare consenso e reputa utile per la nazione, pragmaticamente. Nulla di più. 
La diagnosi è interessante ma la prima perplessità è di ordine generale: per cominciare, è possibile che esista un politico che non ha un'ideologia? La domanda può essere forse la sottoclasse di un interrogativo più generale: si può fare a meno della filosofia? Sappiamo tutti che per molti la risposta è un fiero sì: la filosofia è per i perdigiorno, per gli acchiappanuvole o, per dirla con i francesi, per i “sodomizzatori di mosche”. La gente pratica dice: “Macché filosofia! Io penso a guadagnare soldi e ad essere felice”. Ma questo atteggiamento, come qualunque altro, ha un nome in filosofia: si chiama edonismo. Anche in campo etico non si sfugge all’ideologia. Sui concetti di bene e male si è tutti d'accordo, ma poi, quando si scende sul concreto, una data cosa, un dato comportamento, per l'uno possono essere bene e per l'altro male. Basti pensare alla scala mentale di un fondamentalista islamico. 
La filosofia non lascia scampo: anche la posizione di “default”, per parlare in termini informatici, è una posizione filosofica. In questo campo ci si trova nella comica situazione di Monsieur Jourdain, il Bourgeois Gentilhomme di Molière, quando apprende che, esprimendosi, si fa inevitabilmente o prosa o poesia. E lui scopre che, da quando ha imparato a parlare, “a fait de la prose”!
Lo stesso vale per le ideologie. Quelle che nell'epoca moderna abbiamo chiamato destra e sinistra sono esistite in tutti i tempi, anche se hanno avuto nomi diversi. Senza disturbare Giorgio Gaber, si potrebbero scrivere tutta una serie di dicotomie: la sinistra è idealista, la destra è realista; la sinistra è solidale, la destra è meritocratica; la sinistra è progressista, la destra è conservatrice; la sinistra è romantica, la destra è classica... Forse è stato Bertrand Russell che ha identificato due eterne linee di pensiero: da un lato, fra gli altri, Platone, Rousseau e Hitler,  dall’altro Aristotele, Voltaire e Churchill.
Se questo è vero, Renzi non potrà non avere una visione del mondo, e dunque un'ideologia. La sua condotta non potrà essere veramente pragmatica ed obiettiva, semplicemente perché ognuno vede l’obiettività in modo diverso.
Nell’articolo della Stampa si legge che lo Stato “ha dismesso totalmente – o quasi – le improprie vesti di 'imprenditore'”. Ma siamo sicuri che non si stia aspettando la fine della crisi per riprendere come prima? Per quanto assurda - a parere di molti – sia l'idea che lo Stato faccia meglio dei privati, essa è ancora prevalente. Susanna Camusso ha affermato che i professori scioperano anche contro “le privatizzazioni”. In realtà è difficile vedere le privatizzazioni, nel mondo della scuola: ma ciò che importa è che ancora oggi, stramaledicendo le “privatizzazioni”, si sia sicuri di ottenere l’applauso. 
Agli occhi di un vecchio liberale, l'invadenza dello Stato è divenuta intollerabile, ma ci sono milioni di persone che questa invadenza non la vedono affatto e invocano maggiori interventi. La tendenza a chiedere tutto allo Stato, e infine condannare lo Stato per qualunque ragione, sembra irresistibile. Non è un'ideologia, questa? 
Un altro esempio. Viviamo da anni una crisi in cui si intrecciano insufficiente competitività di fronte alle economie emergenti, debiti sovrani insostenibili, contrasti fra le economie incatenate ad una moneta comune, e tuttavia le autorità comunitarie non trovano una via d'uscita. Sono bloccate dalle vecchie ideologie e nell’incertezza fanno di tutto per perpetuare la situazione presente, malgrado il rischio di vederla crollare tutta in una volta. E tuttavia, come potrebbero  intervenire chirurgicamente contro i mali dell'Europa, se non è nata un'ideologia nuova e sufficientemente sostenuta dall'opinione pubblica internazionale? È possibile che ci si sia finalmente accorti dell’insufficienza delle vecchie ideologie, ma non si sa ancora che cosa opporre loro. I più “coraggiosi” - quelli pronti ad intervenire pagando qualunque prezzo - sanno soltanto estremizzare vecchie ricette. Altri sono per lo sfascio totale, sperando che dalle rovine risorga l'ordine e la prosperità, anche se è poco probabile che un simile miracolo possa avverarsi da solo e senza alcun programma.
Dopo la fine del XIX Secolo, la letteratura, la musica, la pittura non hanno saputo trovare una nuova strada. Anche la politica e l'economia non sono andate oltre ciò che si era ereditato. Si sono spremute le ideologie fino all'ultima goccia e s'è arrivati a vederne i limiti, senza tuttavia essere stati capaci di proporre qualcosa di nuovo e di valido. Purtroppo forse il Ventesimo Secolo non era quel “Secolo Breve” di cui si diceva. Infatti non è ancora finito. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
16 maggio 2015



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POLITICA
15 maggio 2015
L'ECONOMIA COME FEDE
Da sola la parola “scienza” induce in errore. Infatti viene usata antonomasticamente nel senso galileiano del termine e questo finisce col far credere che siano “scienze” anche molti tipi di studi, come la psicologia, la sociologia, la pedagogia e tanti altri, che non lo sono affatto. Degnissimi campi di indagine, certo, ma tutt'altro che sperimentali. Perfino una rilevazione demoscopica, che appartiene alla “scienza statistica”, dà risultati diversi a seconda di come si formulano le domande. 
La scienza, nel senso di conoscenza, è molto più antica di Galileo. Prova ne sia che scienza era anche la teologia. La scienza in senso galileiano è invece quella sperimentale. O quella d'osservazione, come la botanica. Si tratta di uno studio che tende a raggiungere risultati da considerare “certi” (fino a prova della loro falsità o incompletezza) in particolare attraverso la replicazione dell'esperimento (o dell'osservazione) da parte di terzi. Naturalmente non sempre ciò è interamente possibile, e tuttavia si concede la denominazione di scienza a branche del sapere come la medicina. Essa merita quella qualifica nell'anatomia (che deriva dall'osservazione) ma diviene probabilistica e incerta in campo diagnostico e terapeutico. 
Comunque non meritano certo il nome di scienza, in senso galileiano, materie come la psicologia o la storiografia. Mentre la chimica si compone di un mare di certezze sperimentali, in psicologia, per esempio, le teorie combattono un'interminabile guerra dei Trent'Anni, quando non dei Cent'Anni, senza che una riesca a prevalere definitivamente su tutte le altre. E lo stesso deve dirsi dell'economia che, partita da una base elementare ed evidente (i cosiddetti “conti della serva”), diviene sempre più teoria opinabile quanto più ci si inerpica verso una visione generale del fenomeno. 
L'economia interseca necessariamente problemi morali, religiosi e soprattutto politici. Non è un caso che si parli di “economia politica”, e che Adam Smith si sia interessato innanzi tutto della ricchezza delle nazioni. Dall'una o dall'altra preferenza in materia di dirigismo o di laissez faire, per esempio, derivano diversi tipi di produzione, diversi tipi di tassazione, e insomma diversi tipi di società. 
Non solo dunque esistono tante teorie economiche quante teorie politiche, ma gli adepti di ogni chiesa se ne appassionano fino all'aggressività. La cosa non stupisce. Ognuno difende la propria visione della realtà prima ancora che i propri interessi e non c'è modo di mettere d'accordo chi vorrebbe, con Marx, che a ciascuno fosse dato secondo i suoi bisogni, e chi vorrebbe che ciascuno avesse secondo le sue capacità. L'economia interagisce con la geografia, con la tecnologia, con la socialità e con la maggior parte dei fenomeni umani. Ogni teoria economica rappresenta una Weltanschauung, una visione del mondo, e spesso una fede laica. Proprio per questo i più ingenui si scontrano in accese risse verbali, con la massima violenza. Dal momento che, si dice, l'economia è una scienza (ecco l'equivoco da cui si è partiti) chi non è d'accordo con loro “nega l'evidenza”, è un disonesto e un cretino. 
Solo persone intellettualmente razionali e serene sanno fermarsi quando si giunge all'indimostrabile. Ecco un esempio: quando ancora era vitale il marxismo - che include una grande teoria economica - l'anticomunista diceva: “Il comunismo non funziona perché i cittadini dovrebbero lavorare per la comunità con la stessa onestà e alacrità di quando lavorano per sé stessi. Poiché così non è, il comunismo non funzionerà mai”. Rispondeva il comunista: “Nient'affatto. È soltanto perché il comunismo è stato applicato male, per esempio nei Paesi del socialismo reale. Basterebbe educare meglio i cittadini”. L'anticomunista: “Non basterebbe. Perché, dai falansteri a Pol Pot, si è già provato in passato ad educare diversamente i cittadini, e non s'è concluso nulla. Guardi alla differenza fra la Cina di Mao e quella attuale”. Il comunista: “Sarà pur vero. Ma chi dice che ciò che non è riuscito in passato non debba riuscire in futuro?”  Dinanzi a questo interrogativo fra persone ragionevoli la discussione si arena: si è raggiunto il campo dell'indimostrabile. 
Quando si discute di economia, come quando si discute di politica o di religione, ciascuno sente che sono toccate le radici della propria vita e l'emotività prevale. Soprattutto se, come avviene, ciascuno è convinto d'avere la scienza – quella galileiana, nientemeno – dalla sua. E dire che basterebbe un'osservazione elementare. La scienza, prima di essere consolidata, è semplicemente una teoria: prima si ha l'idea di una costante, poi la si verifica e, se i risultati sono confortanti, si pensa d'avere raggiunto una certezza scientifica. Il crisma finale si ha quando dei terzi replicano l'esperimento. Quando invece su tutta una serie di fenomeni si hanno nel tempo molte teorie, tanto contrastanti quanto immortali (nel senso che non ce n'è una capace di di sconfiggere le altre) è chiaro che si è nel campo intellettuale ma non in quello scientifico. Con buona pace di coloro che si ubriacano di diagrammi economici e di astruse formule matematiche.
Gianni Pardo, grifpardo@gmail.com
15 maggio 2015



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POLITICA
13 maggio 2015
LE IDEE DI MOSLER

L'articolo suWarren Mosler, su altro blog, ha suscitato un vespaio, con decine di commenti einsulti al sottoscritto. Soprattutto mi si è rimproverato di avere falsato leidee di quell'economista. Poi lo stesso blog ha pubblicato un'antica intervistada lui concessa(1), e così mi son potuto abbeverare alla fonte

 

LE IDEEDI MOSLER

 

Afferma Mosler(punto due) che non c'è “disoccupazione nei contesti in cui non esiste la valuta dello Stato e nonc’è tassazione da parte dello Stato, e che la disoccupazione è il risultato diprecise scelte politiche, e non una volontà divina”. La prima parte della fraseè vera. La disoccupazione  è un fenomenoche può aversi soltanto in una società sviluppata. Nel mondo primitivo chi nonpuò lavorare  o muore di fame o è nutritodai suoi cari. Insomma, sono affari suoi. Del resto, anche oggi chi ha lavecchia nonna immobilizzata a letto la chiama “inferma”, non “disoccupata”. Almassimo, burocraticamente, “persona a carico”.

La disoccupazione è un fenomeno politico a partire dal momento in cui si hauno Stato sviluppato, dotato di un'accurata burocrazia capace di raccoglieredati statistici, ecc. E un simile Stato, ovviamente non può non avere unavaluta, imporre tasse, ecc. Fra l'altro, della disoccupazione ci si occupa daquando essa è considerata un problema politico: e questa qualificazione implicache sia compito dello Stato occuparsene. Ma non è sempre stato così. Permillenni, il fatto di perdere il lavoro è stato un fatto assolutamente privato.Più o meno come la malattia della nonna.

Scrivere poi che “ la disoccupazione è il risultato di precise sceltepolitiche, e non una volontà divina” è un modo tendenzioso di esprimersi.Infatti sembra che lo Stato decida coscientemente e volontariamente di crearela disoccupazione. Ma è ovvio che Mosler voleva al contrario dire che ladisoccupazione si ha perché lo Stato è tanto sciocco da non intervenire comesostiene la sua teoria.

Egli comunque prosegue: “l'azione politica del governo è in grado diridurre i livelli occupazionali e le attività che creano ricchezza, e larimozione di tali restrizioni può ripristinare tale creazione di ricchezza”.Anche questa frase è tendenziosa. Dire che lo Stato è in grado di far male(“ridurre i livelli occupazionali”) corrisponde quasi a dire che lo facciavolontariamente. Il che sarebbe stato difficile attribuire perfino a undittatore demente.

L'assunto di Mosler è naturalmente l'opposto: lo Stato è in grado di faraumentare facilmente i livelli occupazionali. Purtroppo, che lo sappia veramentefare va ancora dimostrato. Soprattutto va dimostrato in che senso, se lo Statofa scavare e ricoprire le famose buche di Keynes, i lavoratori che avrannosudato poi mangeranno col frutto della loro fatica, e non piuttosto con glialimenti prodotti da coloro che, durante quel tempo, lavoravano nei campi, nona scavar buche. Fuor di metafora: se gli investimenti dello Stato per crearelavoro (utilizzati direttamente o dati a privati ritenuti affidabili, secondola teoria di Mosler) sono produttivi, siano benedetti. Se non lo sono, siincrementa il numero delle persone che consumano senza produrre ricchezza. Enel frattempo, con Keynes, si incrementa anche la quantità di circolante.

Questo è un concetto fondamentale. Gli investimenti dello Stato  persino con denaro stampato e basta,potrebbero essere utili se fosse certo – ma certo assolutamente non è – chesaranno produttivi. Infatti contribuirebbero a creare una ricchezza che percosì dire “coprirebbe” la moneta introdotta in circolo. Purtroppo, da un lato assolutamentenon è certo che gli investimenti dello Stato saranno produttivi – ché anzil'esperienza va in direzione esattamente contraria – dall'altro è assolutamentecerto che si è introdotto in circolazione denaro in più, spesso con sprechi ecorruzione.

Warren Mosler sarebbe un genio se trovasse il modo di far sì che gliinvestimenti dello Stato siano produttivi. Ma questo non può farlo nessuno. O,comunque, fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Mosler si è limitato adichiararli produttivi per rescriptum principis.

Per quanto affermato al punto cinque (per esempio permettere un deficit nondel 3 ,a dell'8%) basterà dire che la proposta di questi provvedimenti è statacostantemente rigettata dalle autorità europee. Avranno torto loro, avrà tortoMosler, non sta a chi scrive dirlo. Ma di nessuno si può dire che abbiaindubitabilmente ragione.

La garanzia ufficiale, prestata dall'Europa, sul debito sovrano dei variStati al massimo sarebbe soltanto la garanzia che, in caso di crisi di fiducia,i titolo saranno rimborsati al valore facciale, senza nessuna garanzia neiconfronti dell'inflazione. Che è quello che tiene in piedi il Giappone, percosì dire. Ma, in caso di crisi, tra rimborsare cento con potere d'acquistocento, e rimborsare cento con potere d'acquisto sessanta, c'è una belladifferenza. Inoltre: finanziare “un posto di lavoro di transizione per tutti” ètutt'altro che una novità; è il vecchio deficit spending keynesiano.

All'ottavo punto l'economista sostiene che, in presenza di un debitopubblico immane, e aumentato da una generosa politica di deficit spending, ildebito sarebbe eventualmente “onorato”. Nessuno ne dubita. Ma in monetasvalutata. Infatti i beni cui la moneta corrisponde non aumenterebbero certosoltanto perché si è aumentato il deficit. E quell'inflazione – a parte glienormi problemi economici che provocherebbe – sarebbe pagata innanzi tutto daipercettori di reddito fisso, operai, impiegati, pensionati, cioè dalle classipiù deboli.

Gianni Pardo

(1)http://scenarieconomici.it/esclusiva-intervista-a-warren-mosler-leconomista-statunitense-fondatore-della-modern-money-theory-2/

 




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POLITICA
13 maggio 2015
FORZA ITALIA AL 4% E L'ITALIA SOCIALISTA
Il “Corriere” riferisce che alle comunali di Trento e Bolzano, Forza Italia è crollata al 4%. Ad ammettere che la tendenza si confermi sul piano nazionale, bisogna fare i conti con l'ipotesi della sparizione di questo partito.
Fino alla fine degli anni '80 del secolo scorso, l'Italia ha avuto il famoso bipartitismo imperfetto: la Democrazia Cristiana sempre al governo, il Partito Comunista sempre all'opposizione, quanto meno formalmente. Caduto il muro di Berlino, il Pci si trovò senza il suo tradizionale avversario, e nelle elezioni del 1994 il suo Segretario Achille Occhetto, che allora guidava il Partito (con un nuovo nome) era ragionevolmente sicuro di vincere. Non aveva fatto i conti con l'elettorato. La Democrazia Cristiana si era effettivamente liquefatta ma gli anticomunisti erano ancora lì e aspettavano soltanto che qualcuno raccogliesse la bandiera che Martinazzoli aveva lasciato cadere. Fu così che Silvio Berlusconi ebbe l'intuizione di creare un partito “anticomunista”, in ciò favorito dal fatto che Occhetto e compagni non avevano avuto il coraggio di una completa e sincera abiura. Lo stesso cambio di nome del partito appariva in sostanza un'operazione cosmetica. Nacquero così le due fazioni che si sono accontentate di una vaga denominazione come centro-sinistra e centro-destra, con o senza trattino: anche di questo si discusse a Bisanzio. E la situazione non è mutata per oltre un ventennio. 
La novità è ora che il massimo partito del centro-destra rischia di sparire. Berlusconi non riesce più ad operare uno dei suoi tanti miracoli di recupero e le percentuali continuano a calare. Bisogna disperarsi? Nient'affatto. La sparizione di un simbolo non è una tragedia. Morto un papa se ne fa un altro. Ma si tratta appunto di sapere se lo spazio che occupava quel partito c'è ancora o se non c'è più. Perché se c'è ancora, sarà occupato da un'altra formazione: se invece non c'è più, è segno che è scomparso il suo elettorato.
La forza di Berlusconi è nata dalla paura del comunismo e oggi i “comunisti all'italiana” non fanno paura a nessuno. Di rivoluzione e di capitalismo di Stato non si parla più e dell'argine non c'è più bisogno perché non c'è più l'acqua. Ecco perché la decadenza di Forza Italia sembra irreversibile: gli italiani non sentono più di averne bisogno. Hanno un governo di sinistra moderata, forte e incontrastato, e aspettano di vedere quei risultati che fino ad ora sono stati resi impossibili dagli opposti schieramenti. Se saranno positivi, saranno disposti a sostenerlo col voto anche di coloro che un tempo votavano per Alleanza Nazionale. Se invece saranno delusi, si creerà immediatamente lo spazio per un partito di segno opposto. 
È questo è il problema. Stiamo vivendo con molto ritardo un periodo di transizione determinato dalla fine dell'ipoteca comunista. Un fenomeno che altrove si verificò praticamente insieme al collasso del comunismo sovietico, mentre da noi non cambiò quasi nulla. Gli adepti del Pci non avevano più speranze millenaristiche, ma lo stesso non avevano il coraggio di rinunciare veramente alle pose, al linguaggio e ai miti cui avevano aderito per tutta la vita. La gente lo sentiva chiaramente, e si diceva: quelli cambiano il pelo ma non il vizio.
Col tempo i trinariciuti o sono scomparsi dalla scena per età o si sono rifugiati in partiti di nicchia e testimonianza, come Sinistra e Libertà. Così un giovanotto come Matteo Renzi – più democristiano che comunista e più fervente di Machiavelli che di Marx -  ha visto nella denuncia delle vecchie cariatidi e nella loro successiva esautorazione la via del proprio successo. Nanni Moretti l'aveva capito con tanti anni d'anticipo (“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”) lui è riuscito a farlo capire alla nazione. Così ha finalmente creato un partito socialdemocratico e l'Italia ne è stata felice; perché essa è sempre stata di sinistra moderata. Non si dimentichi che persino il fascismo aveva consistenti radici socialiste. Il Pci questo non volle mai ammetterlo e persino dopo l'implosione dell'Unione Sovietica, invece di iscriversi al Psi, cercò in ogni modo di distruggerlo. Segando per anni il ramo su cui avrebbe potuto sedersi. 
Oggi l'Italia si sente finalmente affidata ad un grande partito “socialista” ed è naturalmente filogovernativa. L'opposizione è spersa, afasica, populista e demenziale. Berlusconi pesa poco perché non è più necessario, gli altri partiti non vogliono tanto fare da contraltare al partito socialdemocratico, quanto tirare giù tutto. Ma questo non è un progetto di politica, è il programma della battaglia a colpi d'arance di Aosta. Il futuro va in un'altra direzione.
Che un governo faccia bene o faccia male, alla lunga la gente fatalmente se ne stanca, e manda a casa perfino quel Churchill che aveva salvato la nazione nel momento più drammatico della sua storia. Sicché può dirsi che Renzi, sbaragliando tutti i suoi nemici interni ed esterni, abbia posto le premesse per un partito conservatore, tory, repubblicano, o comunque si vorrà chiamare la fazione cui la gente si rivolgerà quando sarà delusa di questo nuovo partito socialdemocratico. Allora nascerà naturalmente il programma del cambiamento, della rivincita, della “Reconquista”, e intorno a quel programma si coagulerà il nuovo partito.
In altri termini, il quesito fondamentale è sapere quanto tempo ci metterà l'elettorato ad essere deluso dal partito di Renzi. E ciò naturalmente dipenderà innanzi tutto da ciò che esso realizzerà, al di là del bombardamento di parole dell'ex sindaco, e poi dagli imprevisti nazionali ed internazionali. Lo spettacolo si annuncia interessante.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 maggio 2015




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POLITICA
12 maggio 2015
MOSLER ECONOMICS
Warren Mosler è un economista di una certa notorietà, ma non tale che Wikipedia gli abbia dedicato una pagina. Per questo sono pronto a riconoscere di avere mal inteso le sue teorie. È un epigono di John Maynard Keynes e già questa non è una buona raccomandazione. Keynes è stato a lungo considerato vangelo ma, dopo qualche successo iniziale, i Paesi che ne hanno seguito le idee si sono trovati nei guai. Una riprova del suo discredito è data dall'attuale politica economica dell'Unione Europea: l'eurozona sopporta da anni austerità e recessione pur di non adottare di nuovo le sue politiche.
Per Mosler invece gli Stati possono spendere tutto il denaro che vogliono, all'infinito, semplicemente perché possono stampare cartamoneta. In una situazione come quella attuale, l'Unione Europea, avendo avocato a sé la sovranità monetaria, dovrebbe dunque inondare il mercato di denaro fresco, e ciò ci farebbe uscire vittoriosi e prosperi dalla stagnazione attuale. Se ciò fosse vero, tutti gli Stati del mondo, che soffrono inseguendo il pareggio di bilancio, sarebbero guidati da imbecilli. 
Qualcuno potrebbe però obiettare che proprio io ho appena detto che in passato tutti i governi sono stati guidati da imbecilli, quando hanno seguito le teorie di Keynes. L'ipotesi non è dunque inverosimile e normalmente dovrei rispondere “touché”. Ma c'è una differenza. Le teorie dell'economista inglese le abbiamo sperimentate per molti decenni e il debito sovrano di tanti Paesi sta lì a mostrare quali siano i risultati. Per Keynes abbiamo già dato. E se, pur allontanandoci da lui, non usciamo dalla recessione, è anche per l'esplosione dello statalismo e per il peso del “servizio del debito”. Chi può negare che l'Italia starebbe molto meglio se non dovesse pagare settanta-ottanta miliardi di interessi l'anno?
Per difendere le teorie di Mosler si potrebbe però citare la situazione del Giappone.  Pur avendo un debito pubblico pressoché doppio del nostro, Tokyo non rischia il default, perché può stampare yen a volontà. Ma la situazione non è lo stesso rosea. Se gli investitori cominciassero ad allarmarsi e a non rinnovare i titoli del debito pubblico, il Giappone rischierebbe un'inflazione mostruosa. Non fallirebbe ma, se rimborsasse i debiti con moneta inflazionata, sarebbe come se attuasse d'autorità un concordato preventivo al 50%. E infatti, sia per diminuire l'ammontare totale del suo debito pubblico, sia per creare già un po' d'inflazione, il governo sta ricomprando una buona parte dei titoli in scadenza. Una cosa è certa: checché pensi Mosler, Tokyo non ha affatto l'intenzione di aumentare all'infinito il proprio debito. 
Il Pozzo di San Patrizio è asciutto. Contrariamente a ciò che pensavano i governi dei decenni passati, non sempre l'espansione economica riassorbe il surplus di circolante. Se c'è in giro più denaro di quanto ce ne dovrebbe essere, si crea inevitabilmente inflazione. È vero che se questo surplus di circolante è assorbito dal debito sovrano l'inflazione rimane “congelata”, dal momento che il denaro in più non viene speso. L'inflazione risulta invisibile e si vede soltanto il “servizio del debito”. Quando invece la gente cerca di realizzare i propri crediti, l'inflazione diviene operante e si hanno le conseguenze che resero famosa la Repubblica di Weimar. I tedeschi non l'hanno affatto dimenticata: di notte hanno ancora degli incubi e di giorno li fanno pagare al resto dell'Europa.
Anche secondo Mosler, che in questo segue Keynes, l'inflazione dovrebbe risolvere il problema della piena occupazione. In realtà la piena occupazione è il portato di un'economia sana e competitiva, non di una determinata politica del denaro. La ricchezza non si crea con manovre di borsa  o con i marchingegni degli istituti di emissione: si crea producendo materialmente beni e servizi. O più esattamente permettendo che si producano, Basta non opprimere le imprese con troppe tasse e troppi vincoli, e soprattutto smettere di odiare il profitto. Dice qualcosa, l'esperienza cinese?
Altra idea di Mosler è che i cittadini paghino tasse e imposte col denaro che gli dà lo Stato (semplicemente stampandolo). Non è uno scherzo. Come mi scriveva qualcuno:  “le tasse non servono mai a pagare i servizi pubblici, perché la raccolta per mezzo della tassazione è sempre successiva alla spesa pubblica”. Se lo Stato non spende, i cittadini non hanno soldi; e in tanto possono pagare tasse e imposte, in quanto prima lo Stato abbia speso inondando le loro tasche di denaro. Chiedo scusa in anticipo se dovesse risultare che Mosler non si è mai sognato di dire cose del genere. Ma così formulata la teoria è insostenibile. 
Innanzi tutto è difficile dire che cosa è cominciato prima: siamo all'uovo e alla gallina. Dunque l'affermazione secondo cui la tassazione sia sempre successiva alla spesa puzza di mitologia lontano un miglio. Ma c'è un'obiezione di sostanza: in regime di golden standard, come potrebbe lo Stato spendere l'oro che non ha ancora ottenuto dai contribuenti? Non lo può mica “stampare”.
La teoria dimentica poi che il denaro è un controvalore, tanto che se ne può fare a meno. Non solo c'è stato il momento del baratto, ma è stato anche possibile imporre tasse in natura. Per esempio la decima della Chiesa. O forse prima la Chiesa dava i fagioli ai contadini e poi ne chiedeva indietro un decimo? 
Se questi sono i pilastri delle teorie di Mosler, non saremmo contenti di essere nel suo edificio economico, se ci fosse un terremoto.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
12 maggio 2015




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POLITICA
11 maggio 2015
GEOPOLITICA DELLA BOLDRINI

Il principio generale è che un'affermazione non vale di più o di meno se a formularla è un genio o un imbecille. Per questo, malgrado ogni simpatia o antipatia che si potrebbe avere per la signora Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati, il suo articolo pubblicato sulla “Stampa”(1) sarà esaminato per ciò che vale in sé.

La signora tratta del problema degli emigranti che arrivano in Italia e dall'Italia sciamano poi negli altri Paesi europei. Nel testo di qualcuno che si occupa di politica ci saremmo aspettati che fossero innanzi tutto esaminati i problemi che da questa immigrazione nascono per gli italiani. Invece, riga dopo riga, la Presidente non si occupa né delle difficoltà concrete del fenomeno, né dei suoi costi, ma esclusivamente degli ideali che dovrebbero guidare il nostro e gli altri Paesi nell'affrontare la questione. “Nel Mediterraneo si susseguono tragedie sempre più gravi”. “Nessuno può permettersi di rimanere a guardare”. “Per essere realmente efficace [il nostro aiuto] deve agire ben oltre le frontiere europee, spingendosi al di là del limite delle trenta miglia nautiche. Se ciò non avverrà, molte altre vite umane andranno perse”. Traduzione, bisogna pattugliare l'intero Mediterraneo alla ricerca di chi potrebbe avere bisogno di noi, e salvare tutti, o più semplicemente imbarcare chi si allontana un po' dalla costa africana.

Come si capisce da queste parole, e dalle altre, la signora Boldrini deduce dai mali del mondo l'imprescindibile dovere di porvi rimedio, a qualunque costo. Letteralmente. Progetto che sarebbe bellissimo se fosse realizzabile. Purtroppo, questo dovere non sta scritto da nessuna parte, se non negli ideali di chi non fa i conti con la realtà. Per cominciare, dovremmo realizzarlo in pura perdita, essendo certi che poi, quando fossimo in bisogno noi, nessuno muoverebbe un dito. Come è sempre avvenuto. Ma in realtà, anche a voler mettere rimedio ai mali del mondo, non ne abbiamo i mezzi. Gli stessi Stati Uniti, che per tanti anni si sono impicciati – anche militarmente – degli affari altrui, sono stanchi di queste belle imprese ed hanno tirato i remi in barca. Vogliamo rimpiazzarli noi, come superpotenza mondiale?

Eppure è ciò che vuole la signora Boldrini: “Vanno moltiplicati dunque gli sforzi per giungere ad un governo di unità nazionale in Libia, per porre fine alla guerra civile in Siria e per contrastare il sedicente Stato islamico in Iraq, nonché per coniugare aiuti allo sviluppo e diplomazia nelle complesse crisi in atto nell’Africa subsahariana”. La signora Boldrini ha mai pensato di chiedere conto alla Francia e all'Inghilterra del loro deleterio (e in parte criminale) intervento in Libia? Caso mai starebbe a loro mettere insieme i cocci del vaso che hanno rotto. Invece, proprio loro non ci pensano neppure.

Il problema, di fatto, è più generale. Nessun intervento è facile, in un Paese straniero. Gli americani ormai tremano all'idea di mandare soldati all'estero, al punto da lasciare mano libera ai tagliagole dello Stato Islamico, e noi dovremmo sbarcare in Libia, e farci carico del “fardello dell'uomo bianco”? La signora non si è accorta che il XIX Secolo è finito da parecchio tempo. Forse per questo parla di porre fine alla guerra in Siria. Magari fischiando tre volte, come un arbitro di calcio.

Infine con quale coraggio parlare di “aiuti allo sviluppo”, come se avessimo soldi da regalare, mentre in questo momento non sappiamo dove trovare quelli che ci servono per obbedire ad una sentenza della Corte Costituzionale? Dio ci guardi dal pericolo che la signora Boldrini possa governare l'Italia, perché, nel suo nobile slancio, e nella sua Crociata del Bene, ignora gli ostacoli e le spese che poi fatalmente ricadrebbero su tutti noi. Con gli occhi fissi all'ideale, predica che per gli immigrati “Occorre inoltre fornire alternative concrete alla traversata in mare. In questa prospettiva si tratta di concedere un maggior numero di visti umanitari, così come facilitare i ricongiungimenti familiari per i rifugiati”. E, come si sa, l'alternativa alla traversata in mare su fragili gusci di noce è un buon traghetto gratuito, della Siremar o della Grimaldi Lines, a spese dello Stato italiano. Ma è anche vero che la signora ha altre frecce, al suo arco: “sarebbe opportuno valutare l’ipotesi di permettere ai richiedenti asilo di presentare la domanda nelle ambasciate dei Paesi terzi, in modo da evitare pericolosi viaggi nel deserto o per mare”. Accolta la domanda, poi gli pagheremmo il biglietto aereo. Inutile tediare il lettore. Chi ne ha voglia, può andare a leggere l'articolo originale, tutto in linea con ciò che viene qui riportato.

Si era cominciato dicendo che le affermazioni non si giudicano secondo chi sia l'autore; si può però concludere che, è vero, un imbecille può dire occasionalmente cose giuste, ma se a un genio capita di dire cose sbagliate, è lui che si fa giudicare un imbecille.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=2




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POLITICA
10 maggio 2015
IL MESTIERE DI SOCRATE
Il lavoro è una necessità o un valore? La domanda è giustificata perché dall'una o dall'altra risposta derivano importanti conseguenze.
Che cosa sia una necessità è facile dire. Esiste quella obiettiva: la caduta dei gravi. Esiste quella “economica”: se non accetti questo male ora, poi sarai costretto ad accettarne uno più grande. Infine esiste la necessità morale: se non ti comporti così, dovrai portare il peso dell'altrui e della tua stessa disistima.
Il valore invece è problematico. E le difficoltà permangono anche chiedendo aiuto ai dizionari. Per lo Zingarelli esso è: “Ciò che è vero, bello, buono, secondo un giudizio personale più o meno in accordo con quello della società dell'epoca e il giudizio stesso”. Il Devoto-Oli non fa sconti: “Nel linguaggio filosofico, il termine è generalmente contrapposto al 'fatto', in quanto questo è indifferente mentre quello 'importa' allo spirito umano (il 'fatto' è l' 'essere', il 'valore' è il 'dover essere'). La misura di tale importanza oscilla fra la sfera oggettiva (fino a costruirsi come principio assoluto e universale, specialmente nel campo morale (i supremi valori dello spirito; valori umani, civili, ecc.) e quella soggettiva e pratica, specie nella filosofia moderna, dove si tende a concepire tale soggettività non come arbitrio, ma come impegno assoluto, che è insieme affermazione di esistenza, contro l'accettazione passiva delle norme (il rovesciamento o capovolgimento dei valori, nella filosofia nitzschiana)”.
Il Devoto-Oli ci lascia tramortiti, fino a indurci a concludere che, finché c'è la salute, va tutto bene. Lo Zingarelli,  che ha cercato di essere più semplice, rischia invece di indurci in errore. Infatti il “vero” è anche l'obiettivo della scienza; bello è un aggettivo che riporta all'estetica; buono è un dato morale, quando non gastronomico. Tanto che si potrebbe riassumere dicendo che, per lo Zingarelli, è un “valore” ciò che si giudica positivamente. Ma positivo è anche ciò che è utile: e dunque la definizione di quel dizionario è insoddisfacente.
Tuttavia, proprio questo collegamento con l'utile può aiutare a risolvere il problema. Una truffa riuscita procura una notevole utilità al suo autore, ma da un lato essa è considerata addirittura un reato, dalla società, dall'altro lo stesso autore deve riconoscere che, se tutti tentassero di procurarsi i beni sottraendoli agli altri, nessuno li produrrebbe e non ci sarebbero neanche per i truffatori. Ecco il discrimine fra la positività dell'utile e la positività del valore: l'utile può essere tale anche se lo si giudica negativamente, il valore è giudicato positivamente anche se in concreto non è utile ma addirittura costoso.
Questa distinzione permette di orientarsi senza difficoltà. Secondo la Genesi, l'uomo che Dio ha creato nell'Eden è un nullafacente. E infatti per lui il lavoro è stato una punizione, non un valore.  Per conseguenza chi per qualsivoglia ragione non ne avesse bisogno, sarebbe stupido se insistesse a lavorare. E se al contrario affermasse che lo fa perché ama la sua attività o perché non saprebbe che cos'altro fare, dovrebbe poi confessare che non lavora per ragioni morali, ma perché quell'attività lo diverte. Essa dunque non sarebbe un valore più di quanto lo siano il calcio o il tressette.
L'unico modo per dimostrare che si considera il lavoro un valore sarebbe quello di esercitarlo senza farsi pagare. Ma ciò è rarissimo, anche perché la stragrande maggioranza della gente vive della propria attività professionale. Inoltre, anche ad ipotizzare un'attività non retribuita, insorge sempre il sospetto che essa offra al soggetto ricompense di altro genere, in termini di autostima, di affermazione sociale o di semplice divertimento.
Non è infine impossibile contrapporre all'attività produttiva un punto di vista aristocratico, che, pur riconoscendo l'utilità del lavoro (altrui), gli assegna un valore sostanzialmente negativo: alludiamo agli “otia” di cui parlava Quinto Orazio Flacco. Attività capaci di occupare quasi tutta la giornata, senza dare alcun reddito. Nessuno è pagato se pensa, legge, scrive, dipinge, compone musica o perfino conversa con amici colti. E tuttavia gran parte del progresso intellettuale dell'umanità è il frutto di queste attività “inutili”. Molti grandi, in passato, sono stati ricchi. E anche quando non lo erano, non è che fossero innamorati del lavoro: La Fontaine passò la vita ospite di famiglie nobili. Lo stesso Socrate, scalpellino di mestiere, non soltanto sembra lavorasse poco, non soltanto, pur essendo stimatissimo, non dava nemmeno lezioni come gli altri sofisti, ma spesso mangiava a sbafo. E tuttavia, chi chiamerebbe scioperato o sfruttatore del prossimo quel grandissimo ateniese? Lui stesso era tanto cosciente del proprio valore che, quando i giudici gli chiesero quale pena reputasse adeguata per i suoi “crimini”, rispose che pensava di meritare di essere mantenuto dallo Stato, più o meno come un senatore a vita.
Queste argomentazioni hanno un imprevisto riflesso nel giudizio che si può dare dei “baby pensionati”. Possiamo definire costoro persone che prima hanno lavorato e poi, non avendone più bisogno per qualunque ragione (ottenimento prematuro del trattamento di quiescenza, improvvisa eredità, rendita per un brevetto di successo) hanno incrociato le braccia e si godono la vita. Cosa in linea col lavoro come attività utile: continuare ad esercitarlo, quando non se ne ha più bisogno, sarebbe come continuare a farsi vento quando non c'è più caldo o continuare ad ingozzarsi quando si è del tutto sazi. Se viceversa il “baby pensionato”, mentre sfrutta l'occasione di una rendita, si dà da fare per cercarsi un secondo lavoro in nero, si ha l'unico caso che merita condanna. Infatti, se gli dispiaceva tanto lavorare, al punto che ha abbandonato il suo posto, come mai dopo se ne cerca un altro? Ciò rivela un'avidità di denaro  che è difficile perdonare. Anche se, per alcuni, questa avidità è la grande molla dell'economia. Forse è più semplice lasciare che ciascuno viva a suo modo.
Comunque, il lavoro è utile; può perfino essere un valore, ma gli “otia” degli uomini di talento stanno più in alto di tutto.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 maggio 2015




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POLITICA
8 maggio 2015
IL LEVIATANO SORRIDENTE
Tutti gli uomini vorrebbero star bene, ma in questo desiderio di benessere il tempo ha portato qualcosa di nuovo. Per molti millenni si è cercato di sopravvivere e il vagheggiamento della felicità sarebbe stato visto come una stranezza da abbienti. Ora invece, con la moderna prosperità, quell'esigenza è divenuta corrente. Nessuno considera una conquista il cibo necessario per sopravvivere e al contrario una vita grigia e banale è vista molto di frequente come valida causa di insoddisfazione. Qualcosa di analogo è avvenuto per l'amore, un tempo semplice malattia esantematica dell'adolescenza, ora aspettativa di tutti, normalmente delusa.
Sulla nuova esigenza della felicità si è innestato uno sviluppo politico. Un tempo i ricchi, i potenti, i governanti pensavano alla loro bella vita, essendo inteso che la plebe era lì per permettere agli ottimati di godere degli agi o addirittura del lusso. Si pensi alla Russia dell'Ottocento. Ciò è durato fino alla Rivoluzione Francese. In quel momento è nato il concetto che lo Stato ha il dovere di realizzare, se non la felicità di tutti i cittadini, almeno le  condizioni di essa. Così, da semplice percettore di tasse per assicurare la vita del re, dell'esercito e dei magistrati, lo Stato è divenuto il supremo organizzatore della vita di tutti.
Da mostro hobbesiano, il Leviatano è divenuto a poco a poco una madre premurosa, ma forse non meno opprimente.  Un amico fa notare che sarebbe meglio non traversare la strada, se c'è molto traffico; la madre non molla la mano del figlio neanche se quello si divincola. L'amico consiglia il bene, la madre lo impone. 
In origine, lo Stato “patrimoniale” aveva come funzione principale quella di servire il suo proprietario, non i cittadini. Viceversa uno Stato che sia emanazione del sovrano moderno, il popolo, dovrebbe dare più di quanto chiede, o almeno l'equivalente: ma ciò non è possibile. Tra ciò che il cittadino dà allo Stato per averne i servizi, e i servizi che lo Stato dà al cittadino, c'è il costo della Pubblica Amministrazione. Dunque i costi supereranno sempre i ricavi. Ma qui intervengono due fattori.
In primo luogo, per quante delusioni possano avere in questo senso, i cittadini per la maggior parte sono convinti che, se una cosa gliela dà lo Stato, hanno risparmiato. È inutile cercare di convincerli che non è vero, e che anzi, se quella cosa se la fossero procurata da sé, avrebbero risparmiato. E quando effettivamente riescono ad approfittare dello Stato, non è di esso che approfittano, ma di altri cittadini. Secondo il noto detto: “Quando qualcuno ottiene qualcosa che non ha meritato, c'è qualcun altro (un contribuente) che non ottiene qualcosa che ha meritato”.
In secondo luogo – ed è ancora peggio – quando diviene madre, lo Stato non si contenta di dare ciò che gli chiedono e si preoccupa di imporre il bene. Una madre obbliga il figlio a mettere la maglia di lana anche se quello dice di non avere freddo. Lo Stato obbliga il cittadino ad assicurarsi contro le malattie, contro l'invalidità, contro la vecchiaia, contro la responsabilità civile automobilistica. Se poi lo sconsiderato vuole guidare, gli impone la cintura di sicurezza, tre specchietti retrovisori, due sistemi di frenatura autonomi, un triangolo per segnalare la sua auto ferma, un giubbotto fosforescente se per caso deve cambiare una ruota di notte, ed altro ancora. Cose giustissime, ma gli obblighi corrispondono a dichiarare il cittadino irresponsabile come un bambino.
Lo Stato-mamma inoltre è talmente preoccupato e premuroso che non si fida di nessuno  e delle cose si occupa personalmente. Non obbliga i figli ad assicurarsi contro la vecchiaia, li assicura esso stesso, dandogli a suo capriccio pensioni superiori o inferiori a quelle per cui hanno pagato. Non soltanto obbliga i genitori a mandare i figli a scuola, ma scoraggia la scuola privata, anche se, ogni volta che un ragazzo non frequenta quella pubblica, l'erario risparmia; e risparmierebbe anche se girasse agli istituti privati la metà di quello che l'alunno costerebbe in una scuola pubblica. Ma la mamma si preoccupa che al figlio insegnino le cose che essa reputa giuste e in primo luogo a rispettarla. Lei agisce per il meglio e bisogna sempre ringraziarla checché faccia.
Col passare del tempo, lo Stato democratico ha allargato enormemente l'ambito del proprio intervento attivo e normativo. Pur di rendere felici i cittadini, da un lato è divenuto costosissimo (in Italia assorbe praticamente la metà della ricchezza prodotta, cosa che mai sarebbe venuta in mente a Luigi XIV) dall'altro è divenuto tanto invadente che la libertà del singolo ne è risultata incredibilmente ridotta. La teoria marxista era per lo statalismo in economia e la libertà in politica, ma in concreto è arrivata alla dittatura totale. La teoria liberale era per la libertà in economia e in politica, ma a forza di intervenire – per il bene dei cittadini! – lo Stato ha finito con l'occupare tanto spazio da divenire una sorta di potere totalitario, e da dare l'impressione che siano i cittadini al servizio dello Stato e non lo Stato al servizio dei cittadini. Il governo liberale somiglia al tiranno d'un tempo, con la differenza che - invece di essere arrogante - ha la bocca piena di belle parole.   
Si è così accentuato ogni giorno di più lo statalismo, per decenni, finché il tempo ha messo in evidenza le crepe del sistema. Lo Stato si appropria all'incirca metà della ricchezza prodotta, ma – inevitabilmente – ne restituisce parecchio di meno. Chi lo serve è poco àlacre quando va bene, poco efficiente quando va normalmente, corrotto quando va male, e si ha il fenomeno dei vecchi acquedotti: nella canalizzazione viene immessa molta più acqua di quanta non ne arrivi a destinazione.
Tutti prima o poi hanno constatato i guasti provocati dagli interventi dello Stato, ma nessuno ha messo in dubbio il suo dovere di dirigere l'economia. Così si puniscono i colpevoli, si istituiscono nuovi corpi di sorveglianti, si creano nuove leggi e nuovi regolamenti, fino ad avviluppare il cittadino in una inestricabile ragnatela di regole. Non si risolve il problema, ma in compenso aumentano i costi pubblici. La gente non comprende che non bisogna tanto punire la corruzione e il malaffare quando toglierne l'occasione, diminuendo l'intervento dello Stato.
Purtroppo si è andati nella direzione opposta. Avvedendosi di essere il padrone della moneta,  lo Stato si è creduto onnipotente ed ha pensato di creare ricchezza semplicemente immettendo banconote in circolazione. Per anni, i cittadini hanno avuto l'impressione che lo Stato disponesse del Pozzo di San Patrizio e loro potessero stare sempre meglio strapazzandosi sempre meno. Il risultato è stato un immane debito pubblico, e stiamo rischiando il fallimento. Finalmente l'erario ha cessato di contrarre debiti ma, come un inveterato vizioso, è stato inseguito dal suo passato, sotto forma di interessi da pagare sul debito pregresso. Attualmente sono qualcosa come ottanta miliardi l'anno, naturalmente senza alcuna possibilità di restituire il capitale. E ormai sono indebitati così molti Paesi, dalla Grecia alla Spagna, dalla Francia alla stessa Germania. 
A questo punto gli Stati hanno capito che l'economia non è il loro mestiere? Per niente. Continuano ad intervenire, approfittando delle loro dimensioni, per giocare con le monete, con i titoli, con i debiti, in un turbinio di miliardi di cui la gente non capisce niente. I cittadini, sempre meno liberi, si vedono togliere perfino il diritto di spendere il denaro contante lecitamente guadagnato senza dover temere i sospetti della Guardia di Finanza. Le Borse fanno finta di non capire che viviamo in un'economia artificiale, perché attualmente ci guadagnano, e in totale si permette che da tutti i lati le nuvole si addensino ancora di più. 
I governanti non sono ciechi: sperano soltanto che il temporale si scateni quando loro non ci saranno più. Ma chi ci sarà sicuramente sono i cittadini. Quelli che lo Stato-mamma amava fino a cercare di viziarli, e che ora non sarà in grado di salvare quando rischieranno di annegare.
E non ci sono speranze. Malgrado l'implosione dell'Unione Sovietica e malgrado il nostro attuale malessere, per la stragrande maggioranza i cittadini europei sono convinti che la salvezza e la prosperità non possano che venire dallo Stato-mamma. Da un Leviatano che di nuovo ha soltanto il fatto di essere sorridente e benevolo. Contenti loro.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
8 maggio 2015




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POLITICA
7 maggio 2015
ABBIAMO SUPERATO MACHIAVELLI

Daun redazionale di economia del Corriere della Sera apprendiamo che,secondo la nota Cgia di Mestre, il “buco” della mancatarivalutazione delle pensioni, a seguito della sentenza della CorteCostituzionale, ci potrebbe costare non i 4,9 miliardi di cui si èletto, ma ben 16,6 miliardi. Una voragine finanziaria. E infatti eccoche il Sottosegretarioall’Economia e segretario di Scelta Civica, Enrico Zanetti.interviene al riguardo per dire, se pure “a titolo personale” (manon tanto), le seguenti ispirate parole: “Escludoche sia possibile restituire a tutti l’indicizzazione dellepensioni: per quelle più alte sarebbe immorale e il Governo devedirlo forte”. Queste opinioni non gli sono scappate in un momentodi distrazione. Infatti ha aggiunto: “Per quanto riguarda SceltaCivica dico che è impensabile pensare di andare a restituirel’indicizzazione anche per le pensioni di molte volte superiorialla minima”. Queste affermazioni inducono a sapide considerazioni.

Innanzitutto, se il Sottosegretario Zanetti sostiene l'effettiva e per cosìdire “materiale” impossibilità di restituire tutto quel denaro,dice cosa non vera. Uno Stato, come quello italiano, che ha contrattodebiti per circa 2.100 miliardi, non si spaventerebbe certo dinanzialla necessità di contrarre debiti per altri dieci o venti miliardi.Insomma questa è stata semplicemente un'affermazione azzardata cheil Sottosegretario si sarebbe potuta risparmiare. E tuttavia, comeipotesidiscuola, facciamo che quella restituzione sia seriamente impossibile.Che cosa ne conseguirebbe?

Sela restituzione di quel denaro indebitamente sottratto a milioni dipensionati fosse effettivamente impossibile, se ne dovrebbe dedurreche la sentenza della Consulta non potrebbe essere applicata. Dunquenon avrebbe valore giuridico: e sarebbe uno straordinario risultato,per una Corte così prestigiosa.

Dicendoche quella sentenza non avrebbe valore giuridico, non s'è volutoesagerare o fare una battuta. Basta chiedersi: una sentenza puòordinare ad un cittadino di svuotare il Lago di Garda? Oppure diportare in Tribunale, come testimonio, Giordano Bruno? O anche dicostruire un motore che vada ad acqua? Certamente no. Un ordineimpossibile non soltanto non va eseguito ma delegittima l'autoritàche lo ha emesso: sia perché rende lecite le perplessità sulla suasalute mentale, sia perché, in futuro, rimarrà il dubbio su chiavrà il potere di decidere se un ordine sia possibile o impossibile.

Lasciamodunque da parte l'ipotesi-limite dell'impossibilità totale efacciamone una seconda, più moderata. Forse Zanetti intendevasemplicemente dire che, per le finanze dello Stato, l'applicazionepedissequa di quella sentenza sarebbe una decisione tanto rovinosa daessere impraticabile. Dunque non un'operazione materialmenteimpossibile, ma economicamente e politicamente impossibile.Purtroppo, questa seconda versione ha esiti ancor più problematici.

Innanzitutto rimarrebbe provato che l'applicazione della decisione dellaCorte dipende dalla volontà politica. E – chiaramente - la volontàpolitica della Corte sarebbe per l'attuazione ad ogni costo. E ciòmentre la sua competenza dovrebbe essere esclusivamente giuridica. Mac'è di più. In caso di contrasto, la volontà politica della CorteCostituzionale deve prevalere sulla volontà politica del governo, ola volontà politica del governo deve prevalere sulla volontàpolitica della Corte?

Ilproblema è spinosissimo. Se in questa occasione il governo dichiara“politicamente inattuabile” la decisione “politica” dellaConsulta, con ciò stesso dichiara che anche in futuro si riserva ildiritto di considerare politica e inattuabile qualche altradecisione. E a quel punto, chi dirà chi ha ragione e chi ha torto?

Finoad oggi, a parere di chi scrive, molte sentenze della Corte hannoavuto valenza politica, ma la nazione ha continuato a ritenere chel'obbedienza a quelle decisioni fosse inevitabile. Il governo hadovuto subire che fossero cassati perfino provvedimenti a tuteladella libertà personale dei membri dell'esecutivo (lodo Alfano).Stavolta invece la Corte è andata oltre il limite ed il bubbone èscoppiato.

Qualchecommento merita pure l'affermazione di Zanetti secondo la quale farvalere la decisione della Corte anche per le pensioni più alte,corrispondenti a molte volte l'importo delle pensioni minime,“sarebbe immorale e il Governo deve dirlo forte”. Da un latodunque le sentenze della Corte sono applicabili o non applicabilisecondo ciò che decide la politica, dall'altro sono applicabili onon applicabili in base alle idee morali del governo. Machiavelli ciinsegnò che la politica va spesso oltre la morale, Zanetti ciinsegna ora che la politica, quando si ammanta di morale, può ancheandare contro il diritto. Che progresso, dal Cinquecento a oggi.

GianniPardo, pardonuovo.myblog.it




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POLITICA
6 maggio 2015
LA REAZIONE ALLE VIOLENZE DI MILANO



La reazione al comportamento negativo del prossimo varia nel tempo e nello spazio. Ci sono Paesi più severi e Paesi più tolleranti, e lo stesso Paese può avere avuto comportamenti diversi nel corso del tempo. Comunque tutte le comunità considerano giusto che il bilanciamento tra il bene aggredito e il bene del malfattore su cui la società si rivale non possono essere del tutto equilibrati: la sanzione deve superare l'offesa, anche per fini di politica criminale. Nessuno reputerebbe giusto che la punizione per il borseggiatore che abbia rubato cinquanta euro sia la semplice restituzione della somma, con un'ammenda di venti euro. Sarebbe un incoraggiamento al furto con destrezza. In realtà, soprattutto in passato, la voglia di rivincita è arrivata ad inammissibili esagerazioni. La legge islamica per esempio prevede per il ladro il taglio della mano (e a volte anche del piede dall'altro lato del corpo) o la lapidazione per l'adultera. Ecco perché il famoso principio “dente per dente, occhio per occhio”, da molti considerato “selvaggio”, è in realtà una limitazione alla voglia di vendetta della vittima. Ragionando invece come ragiona la sharia, per una lesione gravissima bisognerebbe prevedere la pena di morte.

Da molto tempo nel mondo occidentale sono considerate inammissibili le punizioni corporali e ogni forma di crudeltà. Ma questa tendenza alla mitezza è divenuta spesso un'esagerazione. L'opinione pubblica giudica gli adulti con la condiscendenza e la tolleranza che un tempo si aveva soltanto per i bambini. Sarà pur vero che oggi, a causa della facilità della vita moderna, molti adulti sono meno responsabili dei ragazzini di un tempo: ma passare sopra le loro malefatte può anche suonare come un incoraggiamento. Ci sono dei maggiorenni che, dopo aver violentato in gruppo una donna, sono capaci di dire: “Dopo tutto volevamo soltanto scherzare”. E altri dicono di avere commesso il reato “perché si annoiavano”. Questi personaggi non sono ragazzoni spensierati, sono pericolosi pazzi morali.

Naturalmente, per comportarsi così, avranno un loro background, come si dice oggi. E infatti tutti sentono il dovere di interrogarsi sull'ambiente di provenienza, sul passato personale del colpevole, ed anche sulla sua salute mentale. Cosa lodevole. Ma tutto comprendere non deve corrispondere a tutto perdonare.

Siamo passati da un eccesso all'altro. Le legislazioni primitive spesso non distinguevano l'atto doloso dall'atto colposo ma è anche eccessivo porsi troppe domande. Indagando a fondo si giungerebbe sempre ed inevitabilmente alla conclusione che l'imputato, almeno soggettivamente, non è colpevole. Del resto è la conclusione cui si giunge con il determinismo psichico, l'unico criterio in linea con l'interminabile catena di cause ed effetti che domina la scienza e tutta la realtà. Ma la società si deve difendere.

Il contemporaneo “perdonismo” si nutre anche di due fattori caratteristici della nostra epoca: le comunicazioni di massa e la democrazia. Un fatto di cronaca nera, se eclatante, non interessa soltanto i Carabinieri o i vicini di casa, ma l'intera nazione, la quale si erge immediatamente a giudice civile, penale ed etico. E non lo dimentichiamo: la sua opinione – siamo in democrazia – finisce col pesare.

Purtroppo la sua influenza non sempre va nella direzione giusta: perché non tutti sono culturalmente attrezzati per occuparsi di queste cose. E si verifica un fenomeno che, pure piccolo in sé, moltiplicato per milioni di volte ha conseguenze impressionanti. Ognuno, quando non è toccato personalmente e quando il conto da pagare va ad altri, preferisce la parte del magnanimo, di colui che perdona. Dunque colui che è incaricato di agire sa che non sarà sostenuto, se cercherà di far applicare la legge. E qui entra in gioco la democrazia. Quando l'intero popolo vuole essere tanto “buono”, i suoi governanti non accettano certo di fare la parte dei “cattivi”. Ed ecco il perdonismo.

Recentemente è apparsa una doppia vignetta. La prima portava l'intestazione: “Un tempo”, e c'erano dei genitori che, in presenza del professore, dicevano furenti al figlio: “Ma come ti permetti di avere una simile pagella?”. Nella seconda - “Oggi” - due genitori, in presenza del figlio, gridano furenti al professore: “Ma come si è permesso di dare questa pagella a nostro figlio?”

Così si arriva alle violenze di Milano. Gli anziani (e i danneggiati) non si capacitano che la polizia assista inerte alle devastazioni ed anzi si lasci aggredire. Eppure la spiegazione è semplice: le autorità hanno paura di reagire. Il Paese in fondo è tendenzialmente tollerante. Nei black block e assimilati vede dei ragazzi piuttosto vivaci. E dopo tutto, non hanno ammazzato nessuno. Viceversa non dimostrerebbero alcuna tolleranza se i ragazzi in divisa reagissero come sono stati perfino addestrati a fare. L'Italia è la nazione in cui Carlo Giuliani è una vittima e anche un eroe.

Inutile prendersela con la polizia e i carabinieri di Milano. Inutile prendersela col nostro ministro dell'Interno. Siamo noi italiani che perdoniamo, alzando gli occhi dal piatto al teleschermo. Tutto il resto è una conseguenza.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

5 maggio 2015




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POLITICA
6 maggio 2015
LA REAZIONE ALLE VIOLENZE DI MILANO


La reazione al comportamento negativo del prossimo varia nel tempo e nello spazio. Ci sono Paesi più severi e Paesi più tolleranti, e lo stesso Paese può avere avuto comportamenti diversi nel corso del tempo. Comunque tutte le comunità considerano giusto che il bilanciamento tra il bene aggredito e il bene del malfattore su cui la società si rivale non possono essere del tutto equilibrati: la sanzione deve superare l'offesa, anche per fini di politica criminale. Nessuno reputerebbe giusto che la punizione per il borseggiatore che abbia rubato cinquanta euro sia la semplice restituzione della somma, con un'ammenda di venti euro. Sarebbe un incoraggiamento al furto con destrezza. In realtà, soprattutto in passato, la voglia di rivincita è arrivata ad inammissibili esagerazioni. La legge islamica per esempio prevede per il ladro il taglio della mano (e a volte anche del piede dall'altro lato del corpo) o la lapidazione per l'adultera. Ecco perché il famoso principio “dente per dente, occhio per occhio”, da molti considerato “selvaggio”, è in realtà una limitazione alla voglia di vendetta della vittima. Ragionando invece come ragiona la sharia, per una lesione gravissima bisognerebbe prevedere la pena di morte.
Da molto tempo nel mondo occidentale sono considerate inammissibili le punizioni corporali e ogni forma di crudeltà. Ma questa tendenza alla mitezza è divenuta spesso un'esagerazione. L'opinione pubblica giudica gli adulti con la condiscendenza e la tolleranza che un tempo si aveva soltanto per i bambini. Sarà pur vero che oggi, a causa della facilità della vita moderna, molti adulti sono meno responsabili dei ragazzini di un tempo: ma passare sopra le loro malefatte può anche suonare come un incoraggiamento. Ci sono dei maggiorenni che, dopo aver violentato in gruppo una donna, sono capaci di dire: “Dopo tutto volevamo soltanto scherzare”. E altri dicono di avere commesso il reato “perché si annoiavano”. Questi personaggi non sono ragazzoni spensierati, sono pericolosi pazzi morali.
Naturalmente, per comportarsi così, avranno un loro background, come si dice oggi. E infatti tutti sentono il dovere di interrogarsi sull'ambiente di provenienza, sul passato personale del colpevole, ed anche sulla sua salute mentale. Cosa lodevole. Ma tutto comprendere non deve corrispondere a tutto perdonare.
Siamo passati da un eccesso all'altro. Le legislazioni primitive spesso non distinguevano l'atto doloso dall'atto colposo ma è anche eccessivo porsi troppe domande. Indagando a fondo si giungerebbe sempre ed inevitabilmente alla conclusione che l'imputato, almeno soggettivamente, non è colpevole. Del resto è la conclusione cui si giunge con il determinismo psichico, l'unico criterio in linea con l'interminabile catena di cause ed effetti che domina la scienza e tutta la realtà. Ma la società si deve difendere.
Il contemporaneo “perdonismo” si nutre anche di due fattori caratteristici della nostra epoca: le comunicazioni di massa e la democrazia. Un fatto di cronaca nera, se eclatante, non interessa soltanto i Carabinieri o i vicini di casa, ma l'intera nazione, la quale si erge immediatamente a giudice civile, penale ed etico. E non lo dimentichiamo: la sua opinione – siamo in democrazia – finisce col pesare.
Purtroppo la sua influenza non sempre va nella direzione giusta: perché non tutti sono culturalmente attrezzati per occuparsi di queste cose. E si verifica un fenomeno che, pure piccolo in sé, moltiplicato per milioni di volte ha conseguenze impressionanti. Ognuno, quando non è toccato personalmente e quando il conto da pagare va ad altri, preferisce la parte del magnanimo, di colui che perdona. Dunque colui che è incaricato di agire sa che non sarà sostenuto, se cercherà di far applicare la legge. E qui entra in gioco la democrazia. Quando l'intero popolo vuole essere tanto “buono”, i suoi governanti non accettano certo di fare la parte dei “cattivi”. Ed ecco il perdonismo.
Recentemente è apparsa una doppia vignetta. La prima portava l'intestazione: “Un tempo”, e c'erano dei genitori che, in presenza del professore, dicevano furenti al figlio: “Ma come ti permetti di avere una simile pagella?”. Nella seconda - “Oggi” - due genitori, in presenza del figlio, gridano furenti al professore: “Ma come si è permesso di dare questa pagella a nostro figlio?”
Così si arriva alle violenze di Milano. Gli anziani (e i danneggiati) non si capacitano che la polizia assista inerte alle devastazioni ed anzi si lasci aggredire. Eppure la spiegazione è semplice: le autorità hanno paura di reagire. Il Paese in fondo è tendenzialmente tollerante. Nei black block e assimilati vede dei ragazzi piuttosto vivaci. E dopo tutto, non hanno ammazzato nessuno. Viceversa non dimostrerebbero alcuna tolleranza se i ragazzi in divisa reagissero come sono stati perfino addestrati a fare. L'Italia è la nazione in cui Carlo Giuliani è una vittima e anche un eroe.
Inutile prendersela con la polizia e i carabinieri di Milano. Inutile prendersela col nostro ministro dell'Interno. Siamo noi italiani che perdoniamo, alzando gli occhi dal piatto al teleschermo. Tutto il resto è una conseguenza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 maggio 2015



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POLITICA
5 maggio 2015
IL SOGNO E IL RISVEGLIO DI RENZI
Nel famoso film “Amici Miei”, Gastone Moschin si innamora della moglie di Adolfo Celi, il grande chirurgo, e questi, non che avere una crisi di gelosia, gli passa non solo la moglie, ma anche le figlie, la bambinaia, e tutte le spese e le incombenze di cui fino ad allora s'era dovuto fare carico. Moschin accetta ma ben presto non ne può più ed è disperato.
L'episodio, comico nei suoi intenti, è tuttavia paradigmatico. Il sogno è spesso una passione e un vagheggiamento: “Oh, come sarei felice se...” Se fossi bello, se fossi ricco, se avessi quella donna e, soprattutto, se avessi il potere.
Non è vietato né sognare né realizzare i propri sogni. È soltanto obbligatorio chiedersi se coloro che quel sogno l'hanno già realizzato siano felici. E questo dovrebbe indurci ad un minore entusiasmo. Il Paradiso sarà bellissimo, ma fra le nubi per caso non si hanno i reumatismi? 
Tutto ciò viene in mente a proposito dell'approvazione della nuova legge elettorale. Se si abolirà il Senato, avremo un partito che avrà la maggioranza alla Camera  per tutta la legislatura, e gli altri partiti avranno soltanto un diritto di tribuna, cioè di dire come la pensano, non diversamente dagli amici che chiacchierano al bar, con la tazzina del caffè in mano. Ma chi avrà il potere avrà anche serie ragioni per essere felice?
La Democrazia Cristiana fu a lungo padrona dell'Italia, ma di fatto era un coacervo di partiti in lotta fra loro e i Presidenti del Consiglio cambiavano ad un ritmo vorticoso. Vittoria incontrastata non è sinonimo di pace: la guerra, quando cessa all'esterno, comincia all'interno.
Ma c'è di peggio. Finché il sistema è stato bloccato, nel corso di molti decenni tutti si sono giustamente lamentati delle mancate riforme. Ma perché è avvenuto ciò? Perché, ogni volta che s'è ventilata qualche grande modificazione dell'assetto dello Stato, si sono frapposti ostacoli, si sono alzate barriere e si sono create dighe da parte degli interessati. Da sempre tutti concordano sulla necessità di “una profonda riforma della Pubblica Amministrazione”, di “drastici tagli alla spesa”, di “un'incisiva modifica del sistema giudiziario” Ma da un lato non si specifica in quale direzione, e dall'altro, quando si comincia a scendere sul concreto, l'opposizione diviene invincibile. È questo che ha condotto all'immobilismo dell'Italia.
Con l'Italicum cambia tutto. Chi vince ha tutto il potere e chi ha tutto il potere ha anche tutta la responsabilità. Se dunque il nuovo governo non farà le grandi riforme, sarà accusato di non averle fatte. E se le farà, si sentirà rimproverare da tutti i lati di averle fatte.
In Italia – ma forse dovunque – gli esiti sono sempre negativi. Anche ad ammettere che le riforme siano perfette, dal momento che esse avranno “disturbato” influentissime lobby, le proteste sovrasteranno gli applausi. Si pensi a che cosa avverrebbe, riformando la Pubblica Amministrazione, se i dipendenti inutili fossero licenziati, se fossero mandati a casa i battifiacca e gli assenteisti, se gli impiegati fossero trasferiti dove servono e non dove chiedono di andare. Si pensi a come reagirebbero i magistrati se li si obbligasse ad un certo rendimento, se li si rendesse veramente responsabili per i casi di dolo o colpa grave, se li si costringesse a lavorare in silenzio, fino a ridare dignità alla magistratura. In tutte le direzioni in cui lo Stato può agire, si sentirebbero più le proteste di chi si sente danneggiato che le lodi di chi prima chiedeva le riforme.  
E fino ad ora si sono ipotizzate le proteste degli interessati e dei giornali in occasione delle riforme giuste: si immagini che cosa avverrebbe se il risultato delle riforme fosse un peggioramento della situazione! Né questo è assurdo. Perché il diavolo si nasconde nei particolari. I quali piccoli, maligni particolari non raramente si rivelano quando un dato progetto è messo in pratica. I fratelli Wright hanno fatto volare un aeromobile a motore nel 1903 - dimostrando che il loro progetto poteva avere un completo successo - eppure, oltre cent'anni dopo, studiamo ancora come impedire che gli aeroplani abbiano dei problemi che potrebbero farli precipitare. Si scopre che c'è sempre qualcosa cui non si era pensato.
La vita di un governo che governa, in Italia, non è da immaginare comoda. Dopo essersi lamentati per centocinquant'anni del fatto che l'Italia è stata in preda all'anarchia, tutti si precipiterebbero a dichiarare che “finalmente l'Italia è governata, ma governata male”. Si stava meglio quando si stava peggio. Un assaggio l'abbiamo avuto col governo Monti. Chiamato per breve tempo e con pieni poteri, un po' come il dittatore romano, non ha lasciato il buon ricordo di Cincinnato. Ci stiamo ancora leccando le ferite.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
5 maggio 2015.



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POLITICA
4 maggio 2015
ANALISI DELLA SITUAZIONE PALESTINESE

Forse la migliore epitome della questione palestinese ècontenuta in un'analisi pubblicata da Stratfor il 15.11.2011 (The Geopoliticsof the Palestinians). È passato del tempo, ma essa è ancora oggi interamentevalida. Dal momento che il testo va oltre le 4.400 parole, eccone un riassunto.

L'Impero Ottomano ha dominato il Medio Oriente dal 1517al 1918. In tale periodo la provincia siriana comprendeva l'attuale Siria, ilLibano, la Giordania e Israele. Dopo la Prima Guerra Mondiale la regione a norddel monte Hermon passò sotto la dominazione francese, e quella a sud sotto ladominazione britannica.

È significativo che nel 1918 non vi fosse nessunarichiesta di uno Stato palestinese. Nell'area il concetto di identità nazionaleera molto scarso. Le distinzioni chiare erano quelle fra arabi e turchi, oquelle religiose, fra musulmani, cristiani ed ebrei. Le linee di frattura eranosostanzialmente tribali e davano origine a conflitti regionali, non nazionali.

Alcuni europei di religione ebraica avevano continuatoad immigrare in questa regione sin dal 1880, al tempo dell'Impero Ottomano. Siain Palestina, sia in altre parti del mondo islamico, essi andavano ad inserirsinelle piccole comunità ebraiche colà esistenti da secoli.Gli ebrei arrivavano apiccoli gruppi e, si legge nell'articolo, “si stabilivano su terre compratemediante fondi raccolti per loro dagli ebrei in Europa. Di solito, queste terreerano comprate da 'proprietari terrieri assenteisti', al Cairo e altrove, cheavevano ottenuto la titolarità di quelle terre sotto il dominio degli Ottomani.I proprietari vendevano la terra per così dire togliendola da sotto i piedidegli 'inquilini' arabi, spossessandoli. Dal punto di vista ebraico, il contrattoera una legittima acquisizione di terra. Dal punto di vista degli 'inquilini',era un diretto attacco al loro sostentamento e un'evizione dalla terra che leloro famiglie avevano coltivato per generazioni”. Così il conflitto cominciòcome una compravendita immobiliare, divenendo poi una partizione, unospossessamento e un conflitto dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il massiccioafflusso di ebrei dopo l'Olocausto.

Se Israele cessasse di esistere, la questione di unoStato palestinese indipendente non sarebbe per questo risolta. Tutti i Paesiconfinanti con un simile Stato avrebbero su di esso serie pretese. E infatti,nel corso dell'operazione Cast Lead a Gaza, nessuno Stato arabo si è mosso persostenere quella città. E non è stato per caso: gli Stati arabi vedono nellacreazione di uno Stato palestinese qualcosa che non è nel loro interesse, edanzi - dal momento che la distruzione di Israele non è un progetto realistico -mentre limitano le pretese dei palestinesi tendono a giungere a qualche accordocon gli israeliani. In teoria dunque hanno sempre sostenuto la causapalestinese, ma in pratica la loro posizione ha sempre esitato fral'indifferenza e l'ostilità. Lo stesso attuale intervento dell'Iran, a favoredei palestinesi, è un motivo in più per diffidare di loro.

Gli Stati arabi che hanno mosso guerra a Israele, peresempio nel 1973, lo hanno fatto nel loro interesse nazionale. Hanno provato adistruggere Israele, ma non lo hanno fatto per creare uno Stato palestinese. Equando i Palestinesi si sono battuti contro gli israeliani, la risposta deiregimi arabi è andata dall'indifferenza all'ostilità.

I palestinesi sono intrappolati nella geopoliticaregionale, e sono anche intrappolati nella loro particolare geografia. Gaza èuna trappola sociale ed economica. La West Bank è meno insostenibile, ma èanch'essa intrappolata fra due nemici, Israele e la Giordania. Economicamente,può esistere soltanto dipendendo da una vicina economia più dinamica: e ciòsignifica Israele.

Gaza ha il vantaggio militare di essere densamenteurbanizzata e può essere difesa, ma è una catastrofe economica. Data la suademografia, l'unica via per uscire da questa condizione è quella di esportarelavoratori, soprattutto in Israele. Ciò vale anche, seppure in misura minore,per la West Bank. E infatti I palestinesi hanno esportato lavoratori dovunque,per generazioni. Il paradosso è che, anche se in mezzo ad una catastrofesociale, economica e militare, l'attuale situazione permette un certo grado diautonomia politica. Un accordo minerebbe drammaticamente l'autonomiapalestinese, creando una dipendenza da Israele.

Per I palestinesi, l'unica soluzione per questo dilemmaè la distruzione di Israele. Ma essi non hanno la capacità di distruggerla edunque questo è uno scenario inverosimile. Per farlo sarebbe necessariol'intervento di altre nazioni ostili ad Israele, ma anche se esse lo facessero,non c'è nulla - nella loro storia, nella loro ideologia e nella loro posizione- che faccia pensare che ciò condurrebbe alla creazione di uno Statopalestinese.

I palestinesi sono intrappolati da quattro fattori.Dagli israeliani; dai regimi arabi; dal fatto che ogni accordo sarebbe lapremessa per la dipendenza e infine dalla realtà nella quale esistono. Gaza ela West Bank sono separate fisicamente, ma non come gli Stati Uniti e l'Alaska– cioè avendo in mezzo uno Stato amico, il Canada – ma come il Pakistan e ilBangladesh, con in mezzo l'India. Inoltre Gaza e la West Bank sono estremamentediverse. Gaza è lunga circa quaranta chilometri e in nessun punto è più largadi una dozzina di chilometri. In totale è un territorio di 145 miglia quadrate,in cui abita circa un milione e mezzo di palestinesi, con una densità di 11.060abitanti per miglio quadrato, corrispondente all'incirca a quella di una città.Di fatto, Gaza va vista più come una città che come una regione. E, come unacittà, la sua attività economica primaria dovrebbe essere il commercio e lamanifattura. Purtroppo, data l'ostilità di Israele e dell'Egitto, nessuna delledue cose è possibile.

Gaza è incapace di sostenersi, e oggi è in larghissimamisura dipendente dall'aiuto che viene dall'estero. Dunque o sarà dipendentedalle relazioni economiche esterne, o dipenderà dall'aiuto estero. Non haalcuno spazio di manovra e ciò la spinge ad un atteggiamento più radicale diquello della West Bank.

Se si creasse uno Stato palestinese, le dinamiche diGaza, la città-Stato, e quelle della West Bank, che somiglia di più ad unoStato-nazione, probabilmente non sarebbero compatibili. La conseguenzaimmediata dell'indipendenza sarebbe il massiccio riversarsi degli abitanti diGaza nella West Bank e questo massiccio afflusso di centinaia di migliaia dinuovi abitanti farebbe crollare l'economia della West Bank. Questa non potrebbeassorbire I palestinesi di Gaza, ma questi non potrebbero rimanere a Gaza,salvo essere totalmente dipendenti dall'aiuto esterno. L'unica emigrazionepossibile è in Israele. Ma – per non parlare della sicurezza – mentre Israelepotrebbe essere capace di metabolizzare questa forza lavoro, in compensotrasformerebbe lo Stato indipendente palestinese in una dipendenza economicaisraeliana. La West Bank potrebbe forse sopravvivere da sola: Gaza no. Anche daquesto nasce il suo estremismo. Il suo desiderio di distruggere Israele non haorigine soltanto nell'ideologia o nella religione, ma anche in un'analisirazionale di ciò che l'indipendenza significherebbe, nell'attuale architetturageografica. Tutto ciò comporta che la propensione per la soluzione dei dueStati si osserverà molto più forte nella West Bank che a Gaza. La Palestinatutta intera non può sopravvivere se si adotta la soluzione dei due Stati.

Ciò che i palestinesi richiedono è in direttaopposizione agli interessi di Egitto e Giordania, e a quello di molti altri Statidel resto del mondo arabo. In qualunque scenario, il successo di un'entitàstatale palestinese dipenderebbe in modo molto chiaro da eventi esterni chedovrebbero agire a suo vantaggio. E proprio per questo i palestinesi sonosempre stati una minaccia per gli altri Stati arabi. I palestinesi devonosconfiggere Israele per avere uno Stato, ma di questo compito dovrebberoincaricarsi gli altri Stati arabi. Le loro aspirazioni, per quanto riguarda illoro Stato, richiedono che gli altri Stati si assumano dei rischi. E poichéquesto non è nell'interesse di questi ultimi, i palestinesi hanno costantementelavorato contro di loro, come vediamo ancora una volta nel caso dell'Egitto.Mentre il nemico finale della Palestina è Israele, il nemico immediato sono sempregli altri Stati arabi.

I palestinesi non possono convivere con la soluzionedei due Stati, non possono distruggere Israele, e non hanno spazio perritirarsi. Non possono andare né avanti né indietro, sono intrappolati, e aquanto sembra sono destinati a non avere una Palestina.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

4 maggio 2015




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POLITICA
2 maggio 2015
LA CONSULTA HA RAGIONE. DUNQUE VA ABOLITA


In questi giorni la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’art. 24 del decreto legge 201/2011 il quale ha stabilito che, sui trattamenti pensionistici di importo superiore a tre volte il minimo Inps, per il 2012 e 2013 scattasse il blocco del meccanismo che adegua le pensioni al costo della vita. L'esborso per lo Stato, che dovrà versare quanto non erogato per quei due anni, ammonta a 4,8 miliardi di euro. E quel ch'è peggio, quella differenza continuerà a pesare anche per gli anni successivi. Il governo, come sempre, manifesta ottimismo, ma non vorremmo essere nei panni di chi dovrà trovare i soldi.
Le ragioni con cui la Corte ha motivato la sentenza n.70 sono abbastanza evanescenti. Basti dire che, fra gli altri motivi, si parla anche dell'“interesse dei pensionati”: come se l'interesse non giustificasse qualunque cosa, incluso il furto. Ma le motivazioni del governo Monti, a suo tempo, non furono più serie e, tutto considerato, in diritto si deve dare ragione alla Corte Costituzionale. Ma ciò non le è di grande vantaggio.
Il diritto è rigido, astratto e logico nel senso che applica un sillogismo aristotelico. C'è la premessa maggiore, la legge punisce chi ruba; la premessa minore, Tizio ha rubato, e la conclusione: Tizio deve essere punito. Non importa chi sia, non importa che cosa abbia rubato e non importano le conseguenze sociali di quella punizione. Proprio per questo la giustizia è rappresentata come bendata: essa deve essere cieca alle considerazioni particolari.
La politica invece non ha nulla di astratto e tiene il massimo conto delle conseguenze pratiche della propria attività. La decisione che adotta non è quella astrattamente coerente con qualche precedente principio, ma quella che reputa migliore in quel momento, per il bene del popolo. E il criterio per identificare la “migliore” non è giuridico o morale, ma esclusivamente pragmatico. Se per fare gli interessi della nazione bisogna non tener fede alla parola data, il politico non esita un istante. La Francia si era impegnata a garantire l'indipendenza della Cecoslovacchia, ma nella Conferenza di Monaco del 1938 non tenne fede alla propria parola e, insieme alla Gran Bretagna , abbandonò Praga al suo destino. I protagonisti furono accolti in patria come salvatori della pace, mentre avevano abbandonato il più debole al più forte. Come disse Churchill: “Britain and France had to choose between war and dishonour. They chose dishonour. They will have war”, l'Inghilterra e la Francia dovevano scegliere fra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra”. Oggi sappiamo che fu effettivamente un errore, ma se la Conferenza avesse realmente salvato la pace, l'umanità avrebbe fatto un affare. Comunque, ciò che qui interessa è che, a Monaco, il diritto non ha avuto il minimo peso.
La politica è cosa diversa dal diritto, dalla morale, dalla giustizia. Perfino dalla decenza. È questa la ragione per la quale è necessario essere in disaccordo con la sentenza della Corte Costituzionale. Ammesso che il governo Monti abbia violato le norme più elementari del diritto, se il suo intento fu quello di salvare il Paese da un pericolo economico imminente, il suo comportamento fu giustificato ed è assurdo pesarlo sulla bilancia del diritto. Se viceversa fu sbagliato, dovevano sanzionarlo politicamente le successive elezioni. Quella della Consulta è un'invasione di campo. Perché, mentre il giudice difende i pensionati per motivi astratti, è qualcun altro che, dopo, deve trovare il denaro per applicare la sentenza. In queste condizioni è fin troppo facile seguire gli ideali.
Non si vogliono difendere i governi Monti o Renzi, le ragioni a sostegno della tesi sono generali e vanno ben oltre il caso concreto. Se il governo ha il dovere di agire in qualunque modo nell'interesse nazionale, a questo dovere deve corrispondere il diritto di adottare le decisioni che reputa opportune, quali che siano, che corrispondano o no ai grandi principi. La Costituzione indica gli ideali dello Stato ma non deve occuparsi del modo in cui sono perseguiti in concreto, perché ciò è di competenza della politica. Principi come l'uguaglianza dei cittadini, per citarne uno, sono troppo vaghi ed opinabili per non prestarsi ad abusi. Se tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge, la Corte Costituzionale potrebbe imporre al Paese la stessa paga per qualunque prestazione lavorativa, dal Presidente di Sezione della Corte di Cassazione al bidello di un liceo, dall'apprendista meccanico al Presidente della Repubblica. E se qualcuno reputa che queste affermazioni siano assurde, sappia che le trova giustamente assurde, ma per ragioni politiche.
La decisione della Corte Costituzionale è giuridicamente impeccabile. Sbagliata è la sua esistenza.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it





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