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POLITICA
30 aprile 2015
NICCOLO' RENZI
I commenti sul comportamento di Matteo Renzi – sulla sua arroganza, sulla violenza della sua guida  e sul suo insufficiente rispetto del Parlamento - sono innumerevoli. Le vicende dell'Italicum fanno scorrere fiumi di saliva e d'inchiostro e molti si stracciano le vesti:  la legge elettorale fa parte di quelle regole che riguardano tutti e vanno votate, se non da tutti, da una larghissima maggioranza. In conclusione il Parlamento sembra minacciare la rivoluzione.  Ma in Italia chiunque si interessi minimamente di politica queste cose le sa benissimo, tanto che il problema diviene: “Perché Renzi si comporta così?”
La domanda dimostra quanto sia difficile comprendere le cose facili quando queste sono ricoperte di miti, di retorica e di demagogia. Nessuno si porrebbe quell'interrogativo se fosse capace di sfrondare la realtà di tutte le sue sovrastrutture. I moventi di ogni uomo politico sono in primo luogo l'interesse personale e poi, se c'è spazio, la voglia di realizzare un programma. 
Renzi fa un calcolo elementare: se impongo brutalmente la mia volontà, provocherò delle critiche e delle proteste, ma i miei avversari sono disposti a rinunciare al seggio parlamentare? No. E allora che protestino quanto vogliono. Io pongo la fiducia e loro chinano la testa. E se alcuni non lo fanno, per avere visibilità, buon divertimento. Che poi gridino come vergini violentate e promettano sfracelli, non ha nessuna importanza. A me basta che mi obbediscano tutti gli altri. E se poi, oltre ad obbedirmi, mi odieranno e mi temeranno, sarà un vantaggio in più, come diceva un altro fiorentino di nome Niccolò. 
La grande fortuna di Renzi è che i fatti sono a suo favore, e lui è capace di percepirli esattamente quali sono. Alle parole non bada molto, sono cose che svaniscono nell'aria. Lui stesso le utilizza per i suoi scopi - ed infatti è un eccellente comunicatore – ma è una persona intelligente, e avviene solo occasionalmente che creda ciò che dice. Infatti è prodigo di promesse e di solito la sua “narrazione” è puramente fantastica e suggestiva. Secondo quel tale Niccolò, bisogna dare l'impressione di avere tutte le virtù – disinteresse, coraggio, moralità - senza averne alcuna, a meno che non sia anch'essa utile. E quanto alla verità, è soltanto un optional, di solito nocivo.
Rimane da vedere se, oltre a tutto ciò, Renzi abbia anche un progetto politico. La cosa non è impossibile. In Italia, seguendo le buone regole, non si combina nulla. Se dunque qualcuno beneficia di una congiuntura positiva ed ha il coraggio di approfittarne, si può finalmente fare qualcosa. Magari le famose riforme di cui si parla da un'eternità. Ma bisogna porre le condizioni giuste. 
Per agire, bisogna avere il potere. Un potere quanto più è possibile personale. Soltanto questo consente alla necessaria risolutezza di operare. Ed ecco il piano. Si abolisce il Senato, in modo che ogni legge sia votata da una sola Camera. Giusta o sbagliata che sia questa legge, per ottenerla ci vorrà comunque la metà o anche un quarto del tempo di prima. Infatti col bicameralismo perfetto si è vittime del ping pong fra le due Camere, fino all'approvazione dell'identico testo da parte di ambedue. In secondo luogo, il partito che vince le elezioni deve essere al riparo dagli agguati: per questo deve avere un bel premio di maggioranza, mentre le opposizioni avranno soltanto un diritto di tribuna. Il Segretario del Partito – Niccolò Renzi, vedi caso – avrà il diritto di nominare parecchi deputati, e questo gli darà un enorme potere personale. E anche quelli che non avrà nominati saranno sotto il ricatto di essere mandati a casa e di non essere reinseriti nelle liste in occasione delle eventuali elezioni anticipate. Dunque faranno finta di protestare, ma alla fine faranno quello che vuole il Principe. Esattamente come oggi.
Se tutto andrà secondo i progetti di questo duca Valentino, presto ci dovrebbe essere un'unica Camera in cui comanda un solo partito, il Pd, nel quale comanderà un solo uomo, e si sa chi sarà. Questo signore (forse) effettuerà i famosi tagli alla spesa pubblica che sembravano impossibili, riformerà effettivamente il lavoro, taglierà le unghie ai sindacati, metterà in riga i dipendenti dello Stato, eliminerà i rami secchi delle ferrovie, accorperà i piccoli comuni e i piccoli ospedali, abolirà le province, razionalizzerà la distribuzione degli uffici giudiziari, in una parola farà tutto ciò che non si è mai riusciti a fare, in Italia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Potrebbe perfino abbassare la pressione fiscale e rimettere in moto l'economia, se l'Europa non scoppia prima. Se così fosse, la democrazia forse zoppicherebbe, ma l'Italia potrebbe rimettersi a correre.
Una cosa è certa: non c'è niente di misterioso, nel comportamento di Renzi. Sta soltanto approfittando, con ammirevole senso del reale e senza il minimo scrupolo, della situazione attuale. Come si conviene ad un vero politico. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
30 aprile 2015



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POLITICA
29 aprile 2015
IL BUONISMO E L'EXPO

 

ILBUONISMO

 

Unprofessore è detto “buono” se dà facilmente buoni voti e promuove. Ma a scuolasi va per imparare, non per essere promossi. Se chi insegna lo fa così bene chetutti i ragazzi imparano molto, e dunque meritano bei voti, non è buono, comedocente, è eccellente. Se invece insegna poco e male, e non boccia nessuno,sarà pessimo. Gli alunni avranno sprecato il tempo passato con lui. Dunquebisogna esaminare attentamente il concetto di bontà.

Secondola definizione del Devoto-Oli, essa è “sensibilità e comprensione nei confrontidei mali altrui”. Anche se questa sembra piuttosto la definizione della moderna“empatia” che della bontà. Comunque, con lo sviluppo della civiltà si è semprepiù diffusa la nozione che anche gli altri esseri senzienti hanno,all'occasione, le stesse sofferenze che avremmo noi al loro posto. Sembraqualcosa di banale e non è. Non soltanto per millenni - e ancora oggi in vasteparti del mondo – gli uomini sono capaci di far soffrire orribilmente e con lamassima indifferenza mammiferi superiori (nostri parenti stretti) ma per untempo pressoché altrettanto lungo sono stati indifferenti alla sorte delledonne. Perché, appunto, sono donne e non uomini. Gli indiani d'Americaarrivavano all'indifferenza nei confronti delle sofferenze del vinto chetorturavano.

Perquanto strano possa sembrare, la bontà è in primo luogo una conquistaintellettuale e una dimostrazione di equilibrio mentale. Non per caso icriminologi ci avvertono che un bambino che ama far soffrire piccoli animali èun caso allarmante. Non raramente i peggiori delitti sono commessi da adultiche da bambini erano crudeli. E dunque squilibrati.

Peril Devoto-Oli la bontà è anche: “sentimento e dimostrazione di benevolenza”. Equi bisogna intendersi. Fra le “dimostrazioni” bisogna distinguere nettamentela semplice “espressione del sentimento” dall' “attivazione in favore di chisoffre”. La differenza è fondamentale. Chi vede un barbone intirizzito per ilfreddo e dice: “Oh, poverino!”, offre un esempio di bontà-espressione, chi gliregala una coperta offre un esempio di bontà-attivazione. La prima è gratuita,la seconda è costosa. Chi dice “poverino!” e, pur potendo farlo, non aiuta losfortunato, può essere ragionevolmente sospettato di volere l'aureola dellabontà senza pagarne il prezzo. Non è “bontà” mettere sei su tutte le pagelle,perché costa soltanto non avere una coscienza professionale.

Purtroppo,non sempre si ha la possibilità di fare qualcosa per chi soffre. Si è impotentidinanzi ad un fatto appartenente al passato, dinanzi ad un male contro il qualenon ci sia rimedio o infine dinanzi ad un male che riguardi migliaia dipersone, come avviene in occasione di un terremoto. Anche chi è veramente buonopuò soltanto manifestare la sua compassione. Ma in queste occasioni si fannonotare dei ferventi della bontà-espressione che, dinanzi ai mali più grandi,non rinunciano all'atteggiamento eroico. Essendo estremamente buoni, richiedonoa gran voce che altri “facciano qualcosa”. Se si parla di bambini che muoionodi fame in contrade lontane, costoro dicono: “È inammissibile. Bisogna farequalcosa. Non importa quali possano essere i costi, vanno soccorsi. Lo Statodeve attivarsi. Se l'intero mondo si mobilitasse, non riusciremmo forse a salvarli?”Ma è soltanto un caso di buonismo commosso; poco dopo si cambia discorso e sipensa ad altro.

Ilbuonismo è in generale una dimostrazione di insufficiente buon senso. Moltianni fa – ma l'episodio è indimenticabile – scoppiò in Italia la moda di parlaredella fame in India. Il risultato fu un'autentica crociata, con conseguenteraccolta di fondi da inviare a quello sfortunato Paese. Le persone che avevanoqualche nozione di geografia facevano notare la differenza fra il numero diabitanti dell'Italia e il numero di abitanti dell'India, e dunque la totalesproporzione fra il male denunciato e i soggetti che avrebbero dovuto porvirimedio. Ma la gente non sentiva ragioni. La colletta fu portata a termine, isoldi furono spediti in India e il primo ministro indiano – allora la signoraGandhi – a momenti si offese. E infatti neanche ci ringraziò.

Lagente povera e di buon cuore contribuì col suo obolo alla nobile causa perchénon era intellettualmente attrezzata per comprenderne la stupidità, ma non cifurono scuse per gli intellettuali, i giornalisti, i politici. Tutti coloroche, pur essendo inevitabilmente coscienti dell'assurdità dell'iniziativa, lacavalcarono per essere in prima fila e inchinarsi al momento dell'applauso.

Ilbuonismo lascia soltanto l'alternativa tra l'ignoranza e la disonestàintellettuale.

GianniPardo, pardonuovo.myblog.it

 

 

IL BUONISMO COSMICO DELL'EXPO

Perchi fosse interessato, ecco un magnifico esempio di “buonismo”. I dati sonotratti dall'articolo di Maurizio Martina sulla “Stampa” del 28 aprile.

 

LaCarta dell'Expo di Milano potrà essere sottoscritta per tutto il tempodell'apertura e infine, con tutte le firme, sarà consegnata al SegretarioGenerale dell'Onu. Essa contiene in particolare i seguenti punti.

“Ildiritto al cibo deve essere considerato diritto umano fondamentale”. Il dirittoè quello strumento mediante il quale un individuo può chiedere allo Stato diattivarsi nel suo interesse. “Quell'uomo mi ha danneggiato, chiedo al giudicedi imporgli di risarcirmi”. Si amerebbe sapere a quale giudice può rivolgersiun africano del Sahel per vedersi fornire del cibo.

 La Carta prosegue affermando che bisogna “garantirel’equo accesso al cibo per tutti”. Questo si potrebbe anche ottenere. Si trattain fondo di fare in modo che  le vivandesiano alla portata di tutti i commensali. Questione di tavoli e di sedie. 

Bisognafavorire la “lotta allo spreco e alle perdite alimentari”. Per la verità pareimprobabile che, dove si soffre la fame, si sprechi il cibo. A meno che non si parlidegli sprechi dei Paesi ricchi: ma esiste anche qui il problema di raccattarele molliche o i resti rimasti nel piatto e farli poi avere agli affamati, amigliaia di chilometri di distanza.

Ènecessaria la “difesa del suolo agricolo e della biodiversità”. Lodevoliintenti che di solito appartengono a chi ha già mangiato. Gli affamati, dellabiodiversità si interessano quanto delle tradizioni incaiche. Riguardo alsuolo, di solito  i poveri sono pronti afarne scempio e infatti l'avanzata del deserto dipende in buona misura dalla“necessità” di far legna. Ma possiamo veramente fornire a tutti gli africanicucine a gas, stufe e relative bombole, a domicilio, per sempre?

Altropunto: “Tutela del reddito di contadini, allevatori e pescatori”. Giusto. Ma checosa si può fare, in concreto, per tutelarlo? In sussidi ci sveniamo già per inostri cittadini, e non sappiamo neppure se potremo continuare ad erogarli.

“Investimentoin educazione alimentare e ambientale a partire dall’infanzia”, checché ciòsignifichi. Ma la parola investimento è preoccupante: bisognerebbe sapere chipaga.

“Contributoessenziale delle donne nella produzione agricola e nella nutrizione”. A noipareva che facessero già abbastanza, ma forse ci sbagliamo.

“Investirenella ricerca e in tecnologie”. Ma i Paesi poveri non possono farlo. I Paesiricchi lo fanno, ma soltanto per vendere i loro prodotti. Le ricadute dellascienza per gli affamati sono scarse. L'unica cosa veramente utile, per loro,sono gli ogm, quando riescono a procurarseli.

  “Favorirel’accesso all’energia pulita”. Questa è puramente e semplicemente una follia.Le energie “pulite” sono antieconomiche nei Paesi sviluppati (che infatti lesovvenzionano con contributi statali). Figurarsi quanto senso avrebbe proporlea chi non può nemmeno procurarsi il carbone.

 “Corretta gestione delle cruciali risorseidriche”. Sarebbe opportuno, certo, ma ricordiamoci che non sappiamo ancoragovernare le alluvioni.

“Promuovereil riciclo e il riutilizzo”. I poveri in questo non hanno bisogno di consigli,lo fanno da sempre. E l'abbiamo fatto anche noi, durante la Seconda GuerraMondiale. La necessità aguzza l'ingegno.

“Salvaguardiadell’ecosistema marino”. Anche qui, non è detto che siamo qualificati adare lezioni. Il Mediterraneo è il nostro mare e ormai non fornisce quasi piùpesce. E dire che abbiamo meno fame di tanti Paesi dell'ex Terzo Mondo.

“Proteggerecon legislazioni adeguate il cibo da contraffazioni e frodi”. Quando si hafame, il problema non è il cibo contraffatto, è il cibo e basta.

“Contrastareil lavoro minorile e irregolare”. Sarebbe bello, ma in realtà è molto difficileintervenire in lontani Paesi. E poi non bisogna dimenticare che spesso questadiscutibile pratica dipende dalla fame. Agli albori della rivoluzioneindustriale, in Inghilterra (non nello Zimbabwe) lavoravano ancora bambini dimeno di dieci anni. Come dare lezioni a popolazioni con problemi disopravvivenza?

Aconti fatti di realistico in questa Carta c'è soltanto l'accessibilità del ciboa tavola, una volta che si abbia già la fortuna di averlo.

GianniPardo, grifpardo@gmail.com

29 aprile 2015




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POLITICA
27 aprile 2015
PUNIRE I RICCHI, PESSIMA POLITICA


La cartamoneta non è un valore in sé. Chi fabbrica e vende una sedia, guadagna denaro ma, finché non compra qualcosa, ha soltanto un titolo di credito: “Con questo documento ho diritto d'avere dalla comunità un bene o un servizio di valore corrispondente a quello della sedia da me prodotta”. Mentre nel momento in cui passa di mano, il denaro è uno strumento facilitatore degli scambi, nel momento in cui, avendolo ottenuto, lo si detiene senza spenderlo, si ha il risparmio. Questo corrisponde ad una ricchezza prodotta e ceduta, sul momento in cambio di niente. O più esattamente della possibilità di una spesa futura.
Se il risparmio fosse un fenomeno eccezionale, non si creerebbero problemi. Se invece diviene un fenomeno di grandi dimensioni, il valore della moneta ne risente. Dire che molti cittadini “risparmiano” corrisponde a dire che molti cittadini “producono più ricchezza di quanta ne consumino”. Essi ottengono in cambio una promessa ed è ragionevole chiedersi in quale misura quella promessa sarà mantenuta. In particolare se, nel momento in cui spenderanno quel denaro, otterranno una ricchezza di pari valore di quella da essi prima prodotta.
Il modo più semplice, per chiarire il problema, è immaginare che il denaro costituisca esso stesso un valore, come nel caso delle monete d'oro. Con l'oro infatti l'inflazione diviene impossibile. Essendo una merce, l'oro, anche se monetizzato, non potrà mai dare grandi sorprese, a parte quelle dipendenti dalla domanda e dall'offerta. Ma non più di quante ne diano case e terreni. Con la circolazione aurea, coloro che producono più ricchezza di quanta ne consumino finiranno col concentrare nelle loro mani più oro della media. Dal momento che questo oro lo “congeleranno”, nel senso che lo deterranno senza spenderlo, la conseguenza sarà una rarefazione del metallo sul mercato, e per conseguenza – secondo la legge della domanda e dell'offerta – un suo apprezzamento. In altri termini, i prezzi scenderanno, perché si dovranno offrire più beni di prima per ottenere la stessa quantità di oro. Nell'ipotesi della circolazione aurea è come se il denaro non esistesse e si fosse nella situazione del baratto.
Tutto ciò cessa d'essere vero se il denaro è costituito dalla cartamoneta. Se c'è molto risparmio, lo Stato può facilmente introdurre nel mercato una maggiore quantità di banconote aumentandone così l'offerta e abbassandone per conseguenza il valore, fino a mantenere invariato il potere d'acquisto della moneta Inoltre l'Erario trae dall'operazione il vantaggio di spendere questo “denaro fresco” per i propri scopi, con soddisfazione di tutti. Purtroppo lo Stato – per motivi politici, per motivi elettorali, per demagogia o per supposta necessità – ha tendenza a immettere in circolo molto più denaro di quello che corrisponderebbe all'(eventuale) aumento della ricchezza prodotta. Così arriva a creare un debito pubblico astronomico - in Italia oltre 2.130.000.000.000€ - su cui l'Erario riesce a stento a pagare gli interessi. Ché anzi, per pagarli, contrae ancora debiti.
Purtroppo, l'operazione non presenta nessuna difficoltà: si tratta soltanto di stampare fogli di carta. Così l'Erario aumenta la massa monetaria (a fronte di niente), e crea inflazione. O, più esattamente, la creerebbe, se quel denaro entrasse realmente in circolazione. Nella realtà invece i risparmiatori il denaro rappresentato dai titoli di Stato lo detengono e basta, contentandosi degli interessi (un tempo lauti) ed è come se dei giocatori, dopo aver scambiato del denaro al botteghino, si contentassero per sempre delle fiches di plastica. Di fatto i detentori di titoli pubblici congelano un'enorme massa di denaro, rendendo invisibile l'inflazione.
Se la situazione fosse stabile, potremmo dire che i “non risparmiatori” hanno fatto un affare. Quel denaro lo Stato l'ha speso per loro, sottraendolo ai risparmiatori, e quegli ingenui si sono contentati dell'illusione che un giorno potrebbero ricuperarlo. Purtroppo in quel momento nessuno avrà da gioire.
Col tempo, l'illusione che un giorno si possano spendere i soldi rappresentati dai titoli di Stato comincerà a svanire. Arriverà il momento in cui un grosso risparmiatore comincerà a temere una crisi di fiducia e penserà che, se incassa subito i suoi crediti, otterrà una quantità di denaro corrispondente al valore di ciò che ha risparmiato; mentre, se perde tempo, potrebbe subire grosse perdite. Altri capitalisti, assaliti dai suoi stessi dubbi, potrebbero cominciare a spendere e naturalmente quel denaro, riversandosi sul mercato, farebbe salire i prezzi. Sarebbe l'inflazione. Per evitarlo, il primo risparmiatore comincerà a liquidare i titoli, ma ciò allarmerà anche gli altri, e sarà una gara di velocità verso la catastrofe. Quando la crisi di fiducia si generalizza, tutti si precipitano ad incassare i titoli di Stato in scadenza e a vendere quelli non in scadenza, con la conseguenza di un autentico tsunami finanziario. I prezzi hanno una spaventosa impennata e ad essi potranno far fronte – se pure imprecando contro la propria dabbenaggine – i risparmiatori, che magari otterranno la metà di ciò che credevano di avere ma di cui dopo tutto potevano fare a meno. La sorte peggiore sarà invece quella di coloro che non hanno risparmi e vivono di reddito fisso. Essi infatti non avranno riserve e sarà come se di botto gli avessero tolto metà del loro reddito mensile.
La circolazione aurea non permetterebbe questi disastri, ma molti sostengono che essa non sia possibile in un'economia moderna. E sia. Ma lo Stato dovrebbe manovrare la cartamoneta più o meno come se fosse oro. Se si illude che sia soltanto carta e ne stampa enormi quantitativi con spensierata voluttà, pone le premesse di un disastro. E si sbaglia anche se pensa che il debito pubblico sia uno strumento per depredare gli ingenui risparmiatori (i “ricchi” della propaganda di sinistra) a favore dei poveri, perché le conseguenze potrebbero essere opposte. La massima quantità di lacrime e sangue sarà versata dai cittadini più deboli.
De te fabula narratur, dicevano i latini. Non stiamo parlando di cose teoriche, stiamo parlando del futuro dell'Italia.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 aprile 2015  



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POLITICA
26 aprile 2015
LE CONTROINDICAZIONI DEL POTERE
Matteo Renzi a molti è simpatico perché “fa le cose”, è decisionista. Dopo decenni di politici felpati, un po' vigliacchi e in una parola democristiani, finalmente un uomo che non si lascia frenare e che ogni giorno, per andare a lavorare, attraversa il Rubicone.
Che sia simpatico ai moderati si comprende. Proprio i loro capi – eredi spirituali dei democristiani – sono stati i campioni di quella palude di ingannevole melassa che è stata a lungo la nostra vita pubblica. Si comprende meno, invece, la simpatia della sinistra. Non si può dimenticare che per molto meno  condannò al rogo Craxi. L'aggettivo “decisionista” fu coniato per lui e fu usato come un insulto, mentre oggi la sinistra di base l'appunta sul petto del giovane Matteo come una decorazione. Misteri gaudiosi.
Il Rubicone è soltanto un fiumiciattolo, ma il suo attraversamento è più pericoloso di quello del Po. Ci deve essere qualche ragione, se lo stesso Cesare esitò. Né gioca a favore di Renzi il fatto che l'abbia attraversato già tante volte: il mestiere dell'acrobata non diviene meno pericoloso se lo si esercita per vent'anni.
Proviamo tuttavia ad essere ottimisti. In politica non si può essere sicuri di nulla, e dal momento che, almeno fino ad oggi, tutte le ciambelle del Primo Ministro si sono rivelate col buco, facciamo l'ipotesi che gli vada bene sia l'imminente vicenda dell'Italicum sia le altre che seguiranno. Si deve passare ai festeggiamenti? Non è detto.
Silvio Berlusconi probabilmente aveva in animo di fare molto di più di quello che ha fatto. Sperava di guidare l'Italia con il piglio e la risolutezza con cui aveva guidato le sue imprese, fino alla prosperità, ma le cose sono andate diversamente. Gli amici si sono rivelati spesso oppositori, la sfortuna, i magistrati e le congiure lo hanno perseguitato, e la vicenda non è certo finita con un'apoteosi. Oggi molti possono dire: “Non ha concluso niente”. È certamente una critica ma è anche un'assoluzione. L'Italia che il Cavaliere ha consegnato a Monti non era peggiore di quella che aveva ricevuto nel 1994, e l'interessato può sempre dire di essere stato costantemente contrastato da tutti. Per giunta, dopo di lui, le cose sono andate anche peggio di prima, e questo lo ha ulteriormente giustificato. Una ruota che non gira ha delle giustificazioni, se qualcuno mette dei bastoni fra i raggi. 
Con Renzi la musica è cambiata. Non soltanto la congiuntura politica lo rende insostituibile, ma l'ex sindaco riscuote addirittura simpatie bipartisan e sembra che nessuno lo possa fermare. E tuttavia è proprio questa la ragione per la quale è stato chiesto l'alt ai festeggiamenti. Chi non riesce ad agire può dare il torto ai frenatori, e comunque lascia inalterata la situazione. Chi invece travolge gli ostacoli e porta a termine il suo programma, è incontestabilmente responsabile dei risultati. È questa la minaccia che pesa sulla testa di Renzi.
Il Porcellum è stato molto criticato e cassato dalla Corte Costituzionale per quel premio di maggioranza che oggi rende comoda la vita di Renzi alla Camera. A quella legge è stata assurdamente attribuita la colpa di un'instabilità politica che invece dipendeva dalla sua inapplicabilità al Senato. Lo stesso governo Prodi è sopravvissuto a stento appoggiandosi al voto dei decrepiti senatori a vita. Perfino il governo attuale è sempre in bilico, al Senato. Se invece andranno in porto i progetti di Renzi, il Senato sarà abolito e alla Camera il partito vincente (presumibilmente il Pd)  avrà una maggioranza infrangibile. Così, per un'intera legislatura, potrà fare con un solo voto e senza incontrare ostacoli tutte le leggi che vorrà. Ma poi dovrà risponderne al Paese.
Il bicameralismo perfetto ha certo rallentato l'attività legislativa. Ma da un lato l'Italia ha di già troppe (cattive) leggi, dall'altro esso ha permesso molte volte di correggere nella seconda Camera gli errori commessi nella prima. Inoltre l'inesistenza di una maggioranza precostituita e incrollabile ha reso il potere più prudente: perché anche l'opposizione aveva un suo potere. Passando l'Italicum, sarà come se il sistema di “check and balance”, pesi e contrappesi, sia saltato: in cinque anni, di leggi provvidenziali, ma anche di leggi balorde, se ne possono fare un bel po'. 
Proviamo ancora una volta ad essere ottimisti. Se il Cielo ci manderà un De Gaulle, l'Italia potrebbe uscirne rinnovata. Se invece il Cielo si distrarrà, potremmo pentirci amaramente di questa inossidabile governabilità. Renzi si è fatta una legge su misura, dicono, ma se il governo eletto col nuovo sistema dovesse provocare disastri, la legislatura successiva vedrebbe una maggioranza di segno opposto, e la legge che doveva favorire la sinistra potrebbe favorire la fazione avversaria. Magari per più di una legislatura. 
Né si può dimenticare che quella stessa Corte Costituzionale che ha affossato il Porcellum, potrebbe riutilizzare le identiche ragioni per affossare l'Italicum, che di quella legge è il fratello gemello. Certo fa differenza se il padre dell'identica legge si chiama Berlusconi o Renzi, ma la Corte Costituzionale potrebbe anche stancarsi di tenere bordone alla sinistra. 
I pieni poteri sono una voluttuosa soddisfazione, come dicono a Napoli in modo anche più colorito, ma costituiscono anche una piena responsabilità. Un peso non piccolo, anche sulle spalle di Ercole.
Gianni Pardo, pardonuvo.myblog.it



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POLITICA
25 aprile 2015
LE PRODEZZE DI PRODI
Chiunque abbia raggiunto l'età adulta e sia vissuto in Italia sa benissimo chi è Romano Prodi. Il suo curriculum riempirebbe pagine intere. Oltre che ministro e Primo Ministro in Italia, è stato Presidente della Commissione Europea e candidato alla Presidenza della Repubblica, una carica che ha mancato per un soffio. Ma non si può dar ragione a una persona importante qualunque cosa dica. Nessuno ha autorità sufficiente per dire, ad esempio, che cinque per cinque fa ventisei.
Nel corso di un'intervista rilasciata alla “Stampa” del 24 aprile, egli ha innanzi tutto affermato, nel quadro dei problemi degli immigranti clandestini e della situazione  libica, che l'origine di tutto è una “grave carenza di impegno” dell’Italia e dell’Ue. “Se l’Africa ci preoccupa è perché da troppo tempo non ce ne occupiamo”. L'Italia e l'Ue dovrebbero rimediare a questa “grave carenza di impegno” incominciando da tre priorità: ricostruire un interlocutore credibile in Libia, sostenere la crescita economica sub-sahariana, dare all’Ue una seria politica per il Mediterraneo. Il terzo punto è vago, e dunque lo si può dare per possibile: ma gli altri due lasciano a bocca aperta. 
Bisognerebbe dunque “Ricostruire un interlocutore credibile in Libia”. Gli Stati europei, agendo come un sol uomo, dovrebbero imporre ai libici la propria visione politica. Ma di fatto non sembra che ne abbiano né i mezzi né l’autorità. Dovrebbero invadere la Libia, instaurare un diverso governo (anche se non è detto che ci sarebbe unanimità, in Europa, al riguardo) e infine mantenere un corpo d'occupazione a tempo indeterminato. Prodi dimentica che alla luce delle esperienze degli ultimi decenni tutto ciò appare ben poco razionale. In Iraq dieci anni non sono bastati. L'iniziativa francese di rovesciare il Colonnello Gheddafi è stata disastrosa. L'impegno americano nel Medio Oriente è stato fallimentare e presto l'Afghanistan ricadrà sotto il potere dei Taliban. È da superficiali parlare di determinare la politica di altri Paesi, nel momento in cui persino gli Stati Uniti tirano i remi in barca, checché accada nel mondo.  Ed è ben difficile che, ciò che non si sente di fare l'unica superpotenza rimasta, possa farlo un'Europa frammentata, litigiosa e imbelle fino all'autolesionismo.
I ferventi di Prodi potrebbero obiettare che il professore non ha detto nessuna di queste sciocchezze ed ha cominciato con un'analisi. La Libia ha attualmente due governi, uno a Tobruk e uno a Tripoli. Quello dell'est è sostenuto da Egitto e Francia, oltre che dagli Emirati e dall'Arabia Saudita; quello dell'ovest è sostenuto dalla Turchia e dal Qatar. L'Italia e l'Europa dovrebbero esercitare una “forte pressione” (“attraverso il Consiglio di Sicurezza”!) su questi protettori per far sì che in Libia si arrivi ad un'intesa, in modo da avere l'interlocutore credibile di cui si diceva. Ma se uno Stato sostiene un governo, è perché vuole vederlo prevalere. Turchia e Qatar vogliono che ci sia soltanto il governo di Tripoli; la Francia e l'Egitto soltanto quello di Tobruk. E quanto alle “forti pressioni”, nessuno che abbia studiato storia pensa di fare facilmente paura alla Turchia.
Tutti i Paesi perseguono unicamente il loro interesse, e dell'opinione dell'Italia, anzi dell'Europa intera, non si curano affatto. Ascoltando le parole di Prodi, si ha l'impressione di sentir parlare la Regina Vittoria, al tempo del White Man's Burden. Ma allora l'Inghilterra era la nazione più progredita del mondo ed era padrona di uno sterminato impero che colorava di rosa le carte geografiche. Attribuire gli stessi compiti all'Italia e all'Europa attuale, è come chiedere alla Macedonia di riconquistare l'impero di Alessandro Magno. 
Il progetto di Prodi va oltre. Non basta bonificare la Libia, da cui ci vengono tanti disperati. Bisogna agire in Africa, “perché non ce ne occupiamo da troppo tempo”. L'Africa è il più povero dei continenti e un terzo del suo miliardo d'abitanti vive sotto il livello di povertà, con un dollaro e venticinque centesimi al giorno. Bisogna intervenire nelle regioni sub sahariane, anche a lungo termine, con consistenti aiuti, con politiche di sostegno e con investimenti.  Anche qui si rimane sbalorditi. Indubbiamente l'Italia è maestra, in materia di politiche di questo genere, e infatti dopo centocinquant'anni d'unità ha reso ricco, prospero e industrializzato il nostro Meridione. E tuttavia, anche ad avere queste straordinarie capacità di organizzazione, non si vede dove oggi prenderebbe il denaro per investimenti all’estero. 
La parola “investimento” include inoltre il concetto di profitto. Anche qui, l’esperienza non è incoraggiante. Se l'Italia ottenesse in Africa gli stessi profitti che ha ricavato dalla Sicilia, non rischierebbe certo di arricchirsi. Oppure bisognerebbe spiegare perché gli investimenti sarebbero più produttivi nel Burkina Faso o nella Repubblica Centrafricana che in Calabria o in Basilicata.
Che molti africani siano poveri ci dispiace. Ma, al di là di molte belle parole, non possiamo offrire nulla. Noi che non sappiamo salvare la Grecia, siamo già impegnati allo spasimo ad assicurare la nostra sopravvivenza, utilizzando quel buon senso che a qualcuno sembra mancare. E non è neanche detto che ci riusciremo. 
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
25 aprile 2015



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POLITICA
24 aprile 2015
IL DIVORZIO BREVE
Il divorzio breve – dopo una separazione di sei mesi – è divenuto legge, e molti parlano di crisi del matrimonio, forse anche di crisi della famiglia. Non senza qualche ragione. Ma non è detto che il lamento sia giustificato.
Il matrimonio indissolubile è nato in un momento in cui la vita media era molto più breve di oggi. Se la durata fosse ancora quella, i divorzi sarebbero rari per ovvie ragioni: quanta gente divorzia prima dei quarant'anni?
In un momento in cui l'esistenza era molto più precaria, a favore dell'indissolubilità militavano anche le necessità della specie. Ammettendo che allora si avessero figli a diciott'anni, come in tutte le società primitive e come è conforme alla fisiologia, dovendo portare i figli alla maggiore età, bisognava che i coniugi rimanessero insieme almeno per una ventina d'anni, soprattutto considerando che quelli nati quando il padre aveva trent'anni rischiavano di rimanere orfani prima della pubertà. Inoltre, in quella società, pur lavorando come una schiava per accudire i figli e occuparsi delle faccende casalinghe, la donna non poteva disporre di un reddito proprio. Sarebbe dunque stato impensabile, e pressoché immorale, che il marito le lasciasse il compito impossibile di sobbarcarsi da sola le cure parentali. Dunque il divorzio, se si traduceva nell'abbandono da parte dell'uomo di moglie e figli, era assolutamente contrario agli interessi della specie. A lungo l'amore eterno, la famiglia infrangibile e l'assurdità del divorzio sono stati iscritti, più che nelle leggi, nelle condizioni di fatto dell'esistenza. In quel momento il matrimonio non era soltanto un impegno d'amore dei coniugi: era anche un impegno nei confronti della società. Fra l'altro la mortalità infantile era alta, e la specie umana manteneva a fatica l'equilibrio fra i nati e i morti. Dire “ti amerò sempre” era meno azzardato di oggi. “Sempre” indicava un tempo che era la metà o un terzo di quello di oggi.
Il fasto corale della cerimonia nuziale, previsto praticamente in tutte le società, corrisponde alla necessità di avvertire l'intera comunità che, da quel momento, per quei due esseri umani il sesso acquisiva caratteri di esclusiva. L'uomo non doveva disperdere le sue capacità di procurare cibo e protezione su più famiglie, mentre la donna era tenuta ad un obbligo di fedeltà pressoché selvaggio, che di fatto faceva ruotare tutta la sua vita intorno al suo utero. L'uomo infatti collaborava alle cure parentali esclusivamente per tramandare i propri geni, e mai avrebbe voluto allevare i figli di un altro. Questa mentalità è ancora vigente nel mondo islamico.
Sono passati secoli e millenni e tutto ciò è cambiato. La durata della vita umana è enormemente aumentata. Le pratiche anticoncezionali normalmente rendono la procreazione un atto volontario e il numero dei figli è di solito limitato ad uno o due. Le donne spesso hanno un lavoro fuori casa, e dispongono di un reddito proprio. Loro stesse rimangono sessualmente attive e attraenti fino ad un'età un tempo impensabile, e l'avere già avuto rapporti con un uomo non le rende, come in passato, prodotti di scarto. Dunque sono venute meno molte delle ragioni che davano al matrimonio le caratteristiche d'un tempo. L'unione può ancora durare tutta la vita, ma nessuna persona sana di mente può dire “ti amerò per sempre”, ricordando che questo “per sempre” oggi può estendersi su un arco di tempo di sessant'anni o poco meno.
Il matrimonio non è più ciò che fu: è la libera partnership di due adulti che dura finché dura quella che i romani chiamavano “maritalis affectio”. Ancora oggi, per l'eventuale separazione, costituisce una notevole remora l'esistenza di figli piccoli: ma quando questi sono grandicelli, se non c'è più la concordia e l'affetto, il matrimonio, la coabitazione e l'impegno alla fedeltà appaiono come un'assurdità. E probabilmente lo sono.
Il divorzio breve non è tanto la testimonianza di un decadimento morale dei giovani o della stessa famiglia, è piuttosto il portato di una diversa demografia e di una diversa condizione economica delle coppie. Infine e fortunatamente, è il risultato di una diversa considerazione della donna, divenuta anche lei un essere umano a cui va riconosciuta la libertà di disporre di sé. Il risultato è naturalmente che si sono aperte le porte della prigione sociale. Un uomo voleva evidentemente un gran bene alla sua compagna, con cui viveva da molti anni, ma stupiva gli amici affermando che non aveva alcuna intenzione di sposarla: “Perché dovrei dire al sindaco con chi vado a letto?” Ecco il punto: il matrimonio è divenuto un fatto privato e il divorzio breve, più che uno scandalo, costituisce la riprova di un cambiamento sociologico che sarebbe poco realistico negare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 aprile 2015



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POLITICA
23 aprile 2015
IMMIGRAZIONE, LE NON-SOLUZIONI


Quando si cerca la soluzione di un problema, l'ideale è trovarla subito. Ma se non è possibile, può ancora essere utile sapere che cosa NON costituisce una soluzione. Almeno si saprà che in quella direzione è inutile cercare.
Per il problema dell'immigrazione clandestina, si ha spesso la sensazione che vengano presi in considerazione dei dati erronei, e questo allontana la possibilità di vederci chiaro. Molti ad esempio non si occupano del problema dell'immigrazione, ma esclusivamente del modo di evitare le tragedie del mare, e ciò non è corretto. Se il problema fosse soltanto quello, basterebbe stabilire una linea di traghetto gratuito Tripoli-Siracusa e accogliere chiunque si presenti. Ma dal momento che molto pochi si dichiarano disposti a una simile soluzione, è evidente – anche a quelli che vorrebbero quel traghetto – che il problema non è soltanto quello dei naufragi.
Tutti ci ricordano da mane a sera che la nostra Costituzione prevede che lo “straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica”. Se ne deduce che questo dovere l'abbiamo praticamente nei confronti di tutti gli africani e di tutti gli abitanti dei Paesi del Vicino Oriente. Infatti in questi territori, con l'unica eccezione di Israele, non c'è nessuna vera democrazia comparabile alla nostra.
Il diritto d'asilo è un bellissimo principio al quale si contrappone un'obiezione che già i romani esprimevano con questo brocardo: ad impossibilia nemo tenetur. Non basta citare la Costituzione come fosse la legge di gravitazione universale. La norma giuridica non è un Sein (essere), ma un Sollen (dover essere). È un dovere, e in tanto esiste, in quanto si abbia la possibilità di adempierlo. In altre parole: checché dica la Carta fondamentale, ci dobbiamo chiedere se possiamo permetterci un'indefinita accoglienza di chiunque si presenti. È un problema innanzi tutto economico, nel momento in cui l'Italia traversa una così grave crisi. Poi è anche un problema socio-politico, perché la maggioranza di quegli immigranti è di religione musulmana e di solito i maomettani rifiutano risolutamente di integrarsi con la società occidentale. Alla lunga, i gruppi allogeni creano gravi problemi che fanno spesso pentire coloro che avevano cominciato predicando il dovere delle porte aperte. Un buon esempio è l'Inghilterra, per non parlare della Francia.
Infine c'è il problema della sicurezza pubblica. Se in Francia la polizia non è stata in grado di fermare in tempo gli assassini di Charlie Hebdo, che pure risiedevano lì da decenni, quante probabilità abbiamo di capire chi, fra le decine di migliaia di immigranti, è un terrorista venuto per ucciderci?
Visto che parliamo di diritto penale, possiamo anche citare un'altra delle false soluzioni proposte, da ultimo, con piglio catoniano, anche da Michele Ainis sul Corriere della Sera: rendiamo draconiane le pene per gli scafisti. La solita illusione italiana che i problemi si risolvano con nuove leggi. La solita illusione italiana che i problemi si risolvano con le pene draconiane. Come se gli scafisti, a casa loro, prima di partire, studiassero il nostro Codice Penale. O ancora come se gente che si gioca la vita ai dadi insieme con gli emigranti, su un barcone che ha soltanto qualche possibilità di arrivare a destinazione, dovesse poi sul serio essere frenata dalla minaccia di essere condannata da un Tribunale.
Ma non è tutto. Fra le soluzioni che abbiamo sentito ventilare c'è anche il “blocco navale”: impraticabile, secondo i competenti. Qualcuno ha parlato di bombardare i barconi degli scafisti, come se ce l'avessero scritto sulla fiancata, che dovranno servire per gli emigranti clandestini. E come sfuggire alla condanna internazionale, per avere compiuto un atto evidentemente illegale? E soprattutto, come essere sicuri che non c'è nessuno a bordo? Si direbbe che troppa gente parli prima di riflettere.
Infine ci sono quelli che la sanno più lunga di tutti: non si può far nulla se non si è autorizzati dall'Europa e – nientemeno – dall'Onu. Come se non si sapesse che l'Onu è un carrozzone inqualificabile in cui ogni iniziativa seria si arena, in cui la maggioranza è composta di Stati non democratici, in cui fin troppo spesso si dà ragione a chi ha torto. Nessuna persona risoluta aspetterebbe mai d'avere l'avallo di una simile organizzazione. E se l'aspetta, è segno che non è risoluta.
Ma questo lo sapevamo già.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it



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POLITICA
22 aprile 2015
IL PRESIDENTE CHE VOLLE FARSI RE
Oversize, si dice in inglese. Di formato eccezionale, superiore alla media, quasi allarmante. Tutte qualificazioni che stanno benissimo a Matteo Renzi, tanto che viene naturale interrogarsi sul suo futuro. Soprattutto se, in partenza, non si fa parte né dei suoi estimatori né dei suoi critici. Il soggetto è infatti interessante al di là della sua posizione politica e perfino del suo valore come essere umano. È, già oggi, uno di quei personaggi storici che spiccano sullo sfondo come se fossero vestiti di bianco in una folla vestita di scuro o come se fossero gli unici a colori in una pellicola in bianco e nero.
Tutto ciò non significa che se ne stia dicendo bene. Della schiera di questi personaggi speciali fanno parte sia Napoleone sia Masaniello, sia Hitler sia Alessandro, ma non De Gaulle: perché il Generale era serio e rassicurante come un monumento. Il suo stesso humour era soltanto una gioia per l'intelligenza. Mentre al contrario Renzi è colorato come Arlecchino, rumoroso e appariscente come un fuoco d'artificio, insolente e popolaresco come Masaniello, coraggioso fino alla guasconeria e all'imprudenza.
Ecco perché non se può dire né bene né male, per il momento. Perché per divenire un personaggio indimenticabile non basta che Cyrano abbia un gran naso, che sia poeta, che sia capace di comporre e di recitare versi irridenti mentre si batte a duello: è necessario che, quando proclama: “Alla fin della licenza io tocco”, tocchi davvero. Nello stesso modo Renzi sta accumulando da mesi premesse su premesse, una più azzardata dell'altra; sta sfidando tutti; continuando a ridere come Cassius Clay, si sta procurando quanti più nemici può; sta promettendo la Luna e poi, quando non gli sembra sufficiente, anche qualche pianeta e, chissà, lo stesso sole.
È come quando a teatro, un atto dopo l'altro, si accumulano i problemi in vista di un epilogo che suonerà come una lezione morale di cui il protagonista, oggetto di condanna o di ammirazione, sarà il paradigma. Certo, nella realtà, dinanzi al successo le fronti si inchinano sempre, le critiche scolorano, i plauditores divengono moltitudine, e se il trionfatore porta un cappello blu, domani moltissimi porteranno un cappello blu. Se invece il successo manca, subentra il disprezzo e – peggio di tutto – l'irrisione.
La vicenda di Renzi somiglia all'azzardo del gladiatore, do or die, vincere o morire. Il giovane avventuriero non beneficerà, come Cyrano, della grandezza anche nel momento in cui non ha l'amore e perde la vita ignominiosamente, perché a lui manca il lato umano. Come Achille, è un violento condannato a vincere. In conclusione sarà dunque il più grande politico della prima metà del Ventunesimo Secolo o il più grande e infantile bluff nel quale gli italiani si siano lasciati invischiare. In totale, un gigantesco punto interrogativo.
Solo il tempo e le realizzazioni concrete daranno la misura del suo valore. Queste realizzazioni dipenderanno da lui soltanto in parte, naturalmente, ma lui se ne è fatto carico e ne risponderà, perché s'è presentato come un novello Ercole capace per un momento di tenere il Globo Terracqueo sulle sue spalle o come Mosè, capace di comandare al mare di farsi da parte.
Esemplare la vicenda attuale. Pur di avere la nuova legge elettorale nella formulazione uscita dal Senato, buona o cattiva che sia, il Primo Ministro ha fatto dimettere dalla Commissione Affari Costituzionali tutti i membri del suo partito contrari a quella legge, provocando l'indignazione di molti, e vaste condanne, persino degli imprevedibili “grillini”. Ma il Capo impugna il suo destino e tira diritto anche se ha tutti contro. Se sfuggirà agli agguati, non sfuggirà alle peggiori accuse e certo avrà aggiunto un'altra tessera al mosaico dei molti che gli augurano non di inciampare, ma di rompersi l'osso del collo.
L'accumulazione dei nemici, dei problemi, delle promesse somiglia alla martingala semplice degli ingenui che vanno a giocarsi il patrimonio a Montecarlo. Anche la martingala semplice può funzionare, se il giocatore è fortunato e sa fermarsi in tempo. Ma ciò è contro la natura passionale e travolgente dei grandi condottieri e, a forza di insistere, dopo Jena, Auerstaedt, Lipsia e Austerlitz, può sempre esserci Waterloo.
Gianni Pardo, 21 aprile 2015



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CULTURA
21 aprile 2015
HOMO INSIPIENS

Che l'uomo sia sapiens è vero. Lo è perfino qualche persona di mia conoscenza, per la quale in linea di principio avrei avuto delle difficoltà. Ma poi penso che sa telefonare, sa prendere un ascensore e magari guida l'automobile: bisogna ammetterlo, è qualcosa di meglio di un babbuino.

Ma la superiorità dell'uomo sugli altri animali non deve troppo ingannare. Per cominciare, siamo tutti seduti sugli sforzi dell'umanità che ci ha preceduti. Molti di noi, che in quanto esseri umani si sentono colleghi di Albert Einstein, non sarebbero nemmeno riusciti ad inventare la tabellina del tre. Non dobbiamo dimenticare che tutto ciò che sappiamo, salvo pochissime eccezioni, ci è stato insegnato. Dalla rotondità della terra alla causa delle stagioni, dalla metallurgia all'uso della ruota. La scrittura – che ha consentito l'accumulazione delle esperienze positive precedenti – è una delle grandi invenzioni dell'umanità, ma nessun contemporaneo può attribuirsene il merito. E ci vollero secoli, per giungere all'alfabeto fenicio. Se sembriamo tanto più intelligenti dei primitivi della Papuasia non è merito di ciascuno di noi, ma del posto in cui siamo nati. Noi beneficiamo dell'intelligenza dei nostri antenati.

Questo limite intellettuale di ciascuno è del tutto incolpevole, e non è nemmeno il più grande. Ciò che impedisce all'uomo di meritare sul serio la qualificazione di sapiens è la frequente mancanza d'intelligenza ogni volta che la realtà o la scienza non gli si impongono in modo ineludibile. Non è strano. La scienza è contraria alla natura umana. Una cieca catena di cause ed effetti non è conforme alla nostra mentalità. Il nostro modo di pensare è antropomorfico, non meccanicistico. Come noi agiamo per uno scopo, ci viene naturale pensare che anche le cose agiscano per uno scopo. Ecco perché è tanto più naturale pensare al fulmine scagliato da Giove che alla differenza di potenziale elettrico fra le nubi e la terra.

Se, soprattutto a partire dal Diciassettesimo Secolo, la scienza ha cominciato ad affermarsi, non è perché gli uomini abbiano spontaneamente riconosciuto la sua validità intellettuale, ma perché ha cominciato a fornire dei vantaggi cui nessuno voleva rinunciare. Finché il travaglio ha riguardato le donne, molti se la sono cavata immaginando che Dio le avesse condannate a “partorire nel dolore”. Quando poi è stata inventata l'anestesia, gli stessi uomini che si rassegnavano al dolore delle donne, e magari condannavano qualunque pratica che tendesse ad evitarlo, si sono precipitati a chiedere al dentista di praticargli quella piccola iniezione, prima dell'estrazione.

Nei Paesi progrediti la scienza ha conquistato larghi spazi della vita quotidiana, ma non per questo gli uomini sono diventati più intelligenti. In tutti i campi in cui la scienza non può entrare, continuano ad essere stupidi come quell'homo sapiens che è certo più intelligente del babbuino, ma non fino a far dimenticare la parentela.

L'individuo normale non è molto razionale. Anche quando la razionalità fa parte del suo lavoro – come avviene per gli ingegneri, i medici, i chimici – la usa per la professione ma la dimentica per la sua vita personale. L'affettività domina allo stesso modo la vita privata dello scienziato e della commessa di negozio. Non è raro che tutto il comportamento dell'essere umano sia dominato da un'emotività infantile, in cui non c'è molto posto per la riflessione. Molte persone sono guidate soltanto dall'ambizione, dalla vanità, dall'amore dei piaceri, da tutta una serie di pulsioni che non mettono mai in discussione. Quanti si chiedono intorno a quale principio è organizzata la loro vita? Eppure ciò corrisponde ad intraprendere un viaggio senza sapere dove si va.

Gli uomini razionali, parlando col prossimo, sono spesso assaliti da una sorta di disperazione. Sono preparati a discutere idee e si trovano di fronte a pregiudizi. La giustificazione delle idee può essere demolita, il pregiudizio vive di evidenza: dunque contestarlo corrisponde soltanto ad offendere l'interlocutore. L'imbecille che è riuscito a concepire un'idea, è troppo felice di avere compiuto questa prodezza per rendersi conto che nel mondo c'è dell'altro. Per lui tutto si deve riportare al petrolio, oppure agli ebrei o agli americani, comunque al principio generale che ha deciso di porre al centro dell'universo. La complessità è irritante.

La misantropia ha veramente ampie ragioni, dalla sua. Se si commette l'imprudenza di assistere a un dibattito televisivo, si scopre che tutti i protagonisti sono alla ricerca non dell'argomento “vero”, ma di quello che convincerà gli ascoltatori. Col rischio di confondere logica e demagogia. Uno quasi invidia i babbuini, che tutte quelle parole non le capiscono e non possono rendersi conto che, dopo quattromila anni di astronomia, l'homo sapiens legge ancora gli oroscopi.

Gianni Pardo, 21 aprile 2015.

Potrete continuare a indirizzare la posta a giannipardo@libero.it, ma il mio indirizzo principale è ora grifpardo@gmail.com




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POLITICA
20 aprile 2015
IDEE CHIARE SULL'IMMIGRAZIONE

Quando un detto è veramente brillante, viene attribuito a tante di quelle celebrità, che alla fine non si sa chi l'abbia veramente inventato. Di certe massime – “Giove rende pazzi coloro che vuol perdere”, “il diavolo si nascone nei particolari” – non si riesce nemmeno a conoscere l'origine. E questa è comunque la sorte di tutti i proverbi.
Uno di questi detti così suona: “Allah, dammi la forza di sopportare i mali contro cui non ho difesa; Allah, dammi la forza di lottare contro i mali non invincibili; Allah, dammi la saggezza di distinguere gli uni dagli altri”. Che corrisponde poi alla leggenda di Giufà – personaggio mitico di apologhi siciliani – il quale, seduto su un muro, gemeva come se lo stessero torturando. Gli chiesero di che cosa soffrisse e lui, fra un lamento e l'altro, rispose: “Sono seduto su un chiodo”. “E perché non ti alzi?” “Troppa fatica”.
A tutto ciò si pensa a proposito delle incessanti tragedie del Mediterraneo, e di fronte all'immigrazione clandestina in Europa. È qualcosa di negativo, sia perché questi immigranti vanno a costituire gruppi allogeni spesso inassimilabili che un giorno potrebbero creare dei problemi - dicono qualcosa i fatti delle “banlieue” parigine? - sia perché le condizioni della traversata provocano migliaia di vittime, incluse donne e bambini. Si tratta di mali contro i quali possiamo lottare o no? Nell'opinione pubblica italiana sembra che la risposta sia no, ma la cosa è discutibile.
Il concetto di impossibilità è più elastico di quanto non si pensi. Esiste l'impossibilità fisica (volare agitando le mani), esiste l'impossibilità morale (dare del cretino al proprio padre, almeno ai tempi di chi scrive), esiste l'impossibilità giuridica (uccidere il cane del vicino che abbaia; naturalmente il cane, non il vicino). Per fermare l'immigrazione clandestina, l'impossibilità non è certo fisica. Basterebbe accogliere i mancati naufraghi con le mitragliatrici o rimorchiare di nuovo al largo i loro barconi. Ma questo è certo peggio che sparare al cane del vicino.
Dunque le impossibilità di cui si parla o sono di ordine morale o sono di ordine giuridico. Il problema giuridico apparirebbe particolarmente spinoso, perché di livello internazionale: come trattare con un Paese come la Libia in pieno caos, con due governi che nemmeno messi insieme comandano sull'intero territorio? Giusta domanda. Ma essa contiene in sé la sua risposta: se le autorità locali non sono in grado di controllare il proprio territorio, ai sensi delle convenzioni internazionali non possono essere legalmente considerati “governi” di quel territorio. Uno Stato consiste della triade popolo-territorio-governo, e mancando quest'ultimo rimane un territorio, ma non uno Stato. Dunque gli italiani - o ancor meglio i militari europei - potrebbero benissimo, per ipotesi, andare ad installarsi nei porti e porticcioli della Libia e impedire ai barconi di partire. Sparando a chi si avvicini per contrastare la loro azione. Naturalmente gli immigranti clandestini e i loro sfruttatori si sposterebbero altrove, ma da un lato sarebbero sempre più lontani, dall'altro nulla impedirebbe agli italiani di dire alle autorità locali: o li sorvegliate e impedite che partano o ci pensiamo direttamente noi. Il rifiuto di una simile soluzione non è un'impossibilità giuridica: è soltanto mancanza di risolutezza.
Per quanto riguarda l'impossibilità morale, le obiezioni sono ancora più flebili. È vero che non soccorrendo i migranti una volta che sono in mare essi rischiano di morire, ma è anche vero che sono in mare perché contano di essere soccorsi, e se ciò non avviene – per qualunque motivo – spesso muoiono come mosche. Basterà togliere loro la speranza del soccorso e saranno costretti a prendere il mare con mezzi adeguati. Di nuovo, questione di risolutezza. Loro non naufragheranno più, e il problema si sposterà sul comportamento da tenere al loro arrivo sul continente europeo.
Anche qui, l'impossibilità di arginare il fenomeno è soltanto morale. Basterebbe considerare l'immigrazione clandestina non un reato, ma una insanabile irregolarità amministrativa per risolvere la questione. Chi arriva non avendo varcato una frontiere autorizzata è un immigrante clandestino e viene condotto su un'isola, da cui andrà via appena otterrà l'asilo politico o richiederà di essere rimandato al Paese da cui proviene. Non è carcerazione, infatti l'interessato può andar via in qualunque momento: è divieto di circolazione sul resto del territorio nazionale. I barconi con cui gli immigranti sono arrivati sarebbero tenuti da parte per essere forniti a coloro che, in numero sufficiente, non hanno (o dicono di non avere) un Paese in cui tornare. Andrebbero via così come sono arrivati.
Naturalmente queste soluzioni potranno non piacere a tutti. Ma in questo caso se ne suggeriscano altre, ugualmente efficaci. Allah comunque ci ha detto che possiamo mettere questi mali fra quelli contro cui possiamo lottare.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
20 aprile 2015



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POLITICA
18 aprile 2015
LA BALENA DIPINTA DI ROSSO
È di moda cantare il de profundis della destra. Alcuni lo fanno con l'acre e miserabile soddisfazione di veder morire di morte naturale il nemico che non sono riusciti ad uccidere, altri con l'aria saputa di chi alza il dito: “Ve lo dicevo, che sarebbe finita così”. Altri ancora – magari fra gli ex alti dirigenti di Forza Italia – con l'animosità e il veleno dei coniugi che divorziano. 
L'osservatore che invece non ha mai aderito a nessun partito in particolare è più prudente. Già, trattandosi di futuro, non si può mai dare nulla per certo. E poi bisogna prescindere dalle persone: di solito i grandi movimenti della storia i loro attori li suscitano, più che esserne determinati. Poco importa dunque se assistiamo alla decadenza di Berlusconi, del suo partito, o del concetto di centro-destra. Gli eventi da interpretare sono di ambito più vasto.
Per lungo tempo in Italia abbiamo avuto il bipolarismo imperfetto: la Dc sempre al potere, il Pci sempre all'opposizione. Ciò ha bloccato il sistema ma nel frattempo ha dato sostanza oppositiva ai partiti.  Il Pci era portatore di una dottrina, il comunismo, che rappresentava una speranza di rivoluzione, se pure al prezzo della libertà. La Dc era (o, più precisamente, avrebbe dovuto essere) la difesa contro tutto ciò: sullo scudo c'era scritto “Libertas”. In economia, la teoria comunista era il collettivismo puro e il capitalismo di Stato, mentre la Dc difendeva l'economia classica e la libertà d'impresa. Ogni partito era identificabile per sé e in opposizione all'altro. Morto ufficialmente il comunismo, e morta la Democrazia Cristiana che avrebbe dovuto arginarlo, sono rimasti i dirigenti del Pci, che, pur avendo cambiato il nome della ditta, il potere lo volevano lo stesso, senza cambiare mentalità, anche se non più in nome del comunismo. Al loro progetto si è opposto il partito dichiaratamente “anticomunista” fondato da Berlusconi, il quale per questo semplice fatto si è attirato l'odio mortale di mezza Italia.
Ora invece il Pci-Pds-Ps-Pd ha la faccia di Matteo Renzi, un personaggio incompatibile anche con la qualifica di ex comunista, e ciò fa sì che non senta più il bisogno di nessuna diga anticomunista. Berlusconi può andare in pensione e il comunismo è veramente morto. 
A questo punto starebbe affiorando una verità pressoché incredibile, e cioè che quella stessa Italia che per decenni non ha mai dato la maggioranza alla sinistra, finché ha puzzato di comunismo o di ex comunismo, è essa stessa non di centro o di destra, ma socialdemocratica. Che fosse statalista lo sapevamo in molti, non è una sorpresa. Ma ora finalmente non ha più paura del Pci e si sente libera di affidarsi al Partito Unico della Sinistra, rappresentato da un Giamburrasca che non rottama soltanto i mammasantissima dell'ex Pci, ma l'intero passato dell'Italia. O almeno, questo proclama.  Dal 1922 ad oggi, l'ideale unico del Paese è stato il socialismo, se possibile massimalista.
È soltanto una teoria, naturalmente, ma conduce a chiedersi quali potrebbero essere le conseguenze su un Pd rimasto vincitore per mancanza di avversari. Esso potrebbe divenire il grande partito di centro dell'Italia, e somigliare alla Dc (partito di sinistra) senza nessun Pci a contenderle il potere. Una balena bianca dipinta di rosso. Esso potrebbe avere la maggioranza assoluta alla Camera, grazie l'Italicum, o non averla, e in questo caso ci si dovrebbe chiedere con chi si alleerebbe. Inoltre, anche a non avere bisogno di allearsi con nessuno, quando alle successive elezioni la gente gli attribuisse la colpa di tutto ciò che non va (cosa del tutto normale, è la molla del bipolarismo) ci si può chiedere quale partito potrebbe succedergli. Forse non è un gran vantaggio, non avere concorrenti. Alla Dc non giovò. Il ricordo di quel partito non è di buon augurio. Se il Pd divenisse una melassa indistinta di profittatori sotto costante sospetto di peculato, quale sarebbe il suo contraltare? E questo contraltare starebbe alla sua destra o alla sua sinistra? 
In questo gioco si inserisce quel M5s che è riuscito fino ad oggi a mantenere una caratteristica di ectoplasmatica indefinitezza. Alle prossime elezioni potrebbe sparire, rivelarsi di destra, rivelarsi di sinistra, associarsi con il contraltare di destra del Pd o associarsi con il contraltare di sinistra del Pd. Non ne sappiamo nulla. Fino ad oggi è servito soltanto ad aumentare la confusione.
Insomma, non rischia di morire soltanto Forza Italia. Rischia di morire il Pd come crediamo di conoscerlo, e il nostro attuale sistema politico. Se a questa incertezza aggiungiamo la possibilità di una mostruosa crisi economica mondiale – per la quale non mancano le premesse – possiamo misurare quanto oscuro sia il futuro. Nessun gallo è autorizzato a lanciare ottimistici chicchirichì.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 aprile 2015




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POLITICA
18 aprile 2015
IL PRIVILEGIO DI BERLUSCONI
Il privilegio, per i romani, era una “lex in privos lata”, una legge riguardante alcuni singoli cittadini. In origine con ciò si intendeva danneggiare qualcuno, ma prestissimo la cosa sembrò talmente contraria al senso di giustizia e al principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini, che il privilegio fu vietato dalle quasi mitiche Leges Duodecim Tabularum, all'inizio del diritto romano. 
Il privilegio negativo scomparve e a poco a poco l'espressione assunse il significato positivo attuale. Per esempio, di Berlusconi si è spesso detto che avrebbe amato godere di norme votate per favorirlo (privilegi), di disposizioni di legge applicate soltanto a lui. E in effetti alla fine c'è riuscito. Purtroppo, il privilegio a lui applicato è stato quello vietato dalle Leggi delle Dodici Tavole.
Come è noto, la Sezione Feriale della Cassazione, che si riunì per evitare che scattasse la prescrizione, condannò Berlusconi Silvio, ritenendolo colpevole del reato a lui ascritto di avere evaso il fisco perché, in epoca tanto lontana da essere sicuramente prescritta, avrebbe escogitato un sistema di elusione fiscale, in seguito applicato pedissequamente dagli amministratori di Mediaset. Ora è vero – hanno argomentato i magistrati di Cassazione, con la presidenza del famoso giudice Esposito  – che Berlusconi da tempo immemorabile non dirige Mediaset, non firma né bilanci né dichiarazioni dei redditi, ma è rimasto azionista della società. E dal momento che tali bilanci, con lo stratagemma che avrebbe inventato Berlusconi, hanno un gettito maggiorato – non importa di quanto – il gaglioffo ha continuato ad ottenere vantaggi dal suo reato, (come tutti gli altri azionisti, ma lui rimane quello che ha escogitato il marchingegno) e dunque il reato stesso non si è prescritto. Pertanto, anche se questo ragionamento è contrario alla costante giurisprudenza della Cassazione, da tempo immemorabile, si infligge al nominato Berlusconi Silvio, nato a Milano il, la pena di anni quattro di reclusione o quello che è stato.
Il ragionamento va contro il buon senso, e questo spiega la costante giurisprudenza di segno opposto. Se si è commesso il reato di circonvenzione di incapace, ottenendo in regalo un prezioso anello, il reato si prescriverà dopo un certo decorso del tempo dal momento della circonvenzione. E a nulla rileverà che il colpevole si goda ancora l'anello. Diversamente non si prescriverebbe mai il reato d'omicidio, per la buona ragione che non si può ragionevolmente attendere la resurrezione dell'ucciso, per far decorrere il tempo della prescrizione. Ma chi siamo, noi, per contestare la Cassazione? E infatti fino ad ora non ce lo eravamo permesso.
Tuttavia, ciò che non può fare un quisque de populo può farlo la Cassazione stessa. Infatti - leggiamo sul “Giornale” - in una sentenza del 20 maggio 2014, cioè emessa dieci mesi dopo quella pronunciata contro Berlusconi, la Suprema Corte si rimangia tutto, sostenendo che non si può condannare un contribuente solo in base alla presunzione di colpevolezza. Per stabilire che ha frodato il fisco è necessario “che l'accusato abbia materialmente partecipato alla frode compiendo l'atto finale: la dichiarazione dei redditi”. “I reati di dichiarazione fraudolenta hanno natura istantanea e si consumano soltanto con la presentazione della dichiarazione annuale”. Ed è notorio che Berlusconi da tempo immemorabile ha lasciato la direzione di Mediaset e non firma nemmeno gli auguri di fine anno. Infatti, nell'assolvere un imputato di reato analogo in condizioni analoghe, la Terza Sezione della Cassazione ha dichiarato che la condanna inflitta a Berlusconi dalla Sezione Feriale, presieduta dal giudice Esposito, costituisce un unicum, contrario alla costante giurisprudenza, e un errore da non prendere ad esempio. E tuttavia questa condanna ha permesso per anni a nugoli di avvoltoi di chiamare compiaciutamente “il condannato” un cittadino condannato per errore. E si parla di “errore” per ipotizzare il caso migliore e non rischiare di offendere l'onore della Magistratura (art.290 C.p.). 
Quella condanna, di fatto, invece di costituire giurisprudenza per i casi futuri, costituirà una macchia sull'onore della Suprema Corte. Questa è l'Italia. Non siamo tutti uguali. C'è chi ha dei privilegi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18 aprile 2015



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POLITICA
17 aprile 2015
NAUFRAGHI NEL MEDITERRANEO
I genitori che hanno figli dediti alla droga sono costretti a vivere un dilemma ineludibile. Sia dare loro il denaro per comprarsela, sia negarglielo, può condurre a tragedie. I rimedi hanno quasi sempre delle controindicazioni e a volte le scelte sono drammatiche. Ciò spiega come certi problemi si prolunghino nel tempo e sembrino irresolubili. Soprattutto perché, di ogni soluzione seria, le anime buone vedono soltanto le controindicazioni immediate, e preferiscono  rendere il problema eterno piuttosto che affrontarlo. C'è gente che è morta per non aver voluto subire in tempo un'operazione chirurgica di routine.
Ciò si verifica con l'immigrazione irregolare dall'Africa: un problema che ci tormenta da anni e contro il quale non si è mai voluto reagire in modo razionale. L'opinione pubblica e i politici si sono soltanto chiesti: “Si possono lasciare morire in mare dei [possibili] naufraghi? Certo che no. E allora intanto li salviamo e li portiamo in Italia. Poi si vedrà”. E infatti s'è visto e si vede.
In realtà si poteva fare qualcosa di diverso. Se i genitori dànno o non dànno il denaro al figlio, questi si drogherà comunque. Per quanto riguarda gli emigranti, invece, ci si può chiedere: se gli italiani smettessero di salvarli, ne morirebbero di più o di meno? Non bisogna partire dal momento in cui, mentre il mare diviene grosso, c'è un barcone fatiscente stracolmo di poveracci. In quelle condizioni, se non si fa il possibile per salvarli, nulla e nessuno potrà farli sfuggire all'atroce destino di morire tutti annegati. Bisogna piuttosto chiedersi se si possa evitare che si trovino lì. 
La prima domanda che bisogna porsi è come mai essi abbiano accettato il rischio di andare incontro alla morte. Se sono saliti in centinaia su un vecchio peschereccio è perché erano certi che sarebbero stati raccolti da navi sicure non appena avessero perso di vista la costa. Se è così, siamo sicuri che non ci sia una responsabilità italiana, nel fatto che si siano ammassati su quel guscio di noce? Gli emigranti contano talmente sul nostro aiuto che, se ritardassimo, ci accuserebbero di essere noi i responsabili della tragedia che ne è nata. 
È effettivamente come se noi ci fossimo impegnati a questo servizio. E infatti qualcuno – paradossalmente ma non tanto – ha affermato che risparmieremmo istituendo un regolare servizio di traghetto. Quegli emigranti non sono né richiedenti asilo politico, che magari non sanno che cos'è, né normali naviganti che si trovano a rischio di naufragio a causa di un imprevisto: sono persone alle quale è stato detto: “Salite su questa barca e gli italiani verranno a prenderci. Per così dire ci stanno aspettando”. Non è né incoscienza e nemmeno coraggio, è un sistema consolidato in cui l'Italia spende molti milioni, gli scafisti guadagno soldi a palate, alcune persone magari muoiono, ma la maggior parte - inclusi forse dei terroristi - arriva in Italia dove, almeno all'inizio, è alloggiata e nutrita. Anche se non sempre all'altezza di un buon ristorante, e infatti si sono avute proteste, per questo.
Se tutto ciò è vero, il primo rimedio sarebbe togliere a questa gente l'illusione che il Mediterraneo sia un placido laghetto da traversare su un pedalò. Già oggi, con questo nostro sistema che cerca disperatamente di non fargli rischiare la vita, muoiono a centinaia, tanto varrebbe far loro misurare il vero pericolo, costringendo i proprietari dei natanti da buttar via a far loro un discorso molto diverso da quello attuale: “È inteso che il viaggio è estremamente rischioso, perché con questa barcaccia dovrete arrivare fino alle acque territoriali italiane. Il rischio di naufragio è altissimo e molti di voi moriranno, prima di vedere l'Italia”. Un messaggio opposto a quello attuale. Gli stessi scafisti saprebbero di giocarsi la vita ai dadi.
Oggi le anime buone si chiedono come si potrebbero salvare più disgraziati in pericolo in mezzo al mare, e gli immigrati muoiono lo stesso, a centinaia, inclusi tanti poveri bambini. Domani potrebbero finalmente cominciare a chiedersi come evitare che si trovino dove non dovrebbero mai trovarsi, con un natante inadeguato. E se lasciargli l'intera responsabilità di un rischio assurdo non sia l'unico che possa salvare le loro vite . 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
17 aprile 2015




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POLITICA
15 aprile 2015
CONTRADA, LA CASSAZIONE E STRASBURGO: UN DISASTRO


Dal punto di vista giuridico, la vicenda di Bruno Contrada si presta ad alcuni rilievi capaci di far vedere come, a forza di voler essere sempre più sottili e acuti, si finisca col rischiare omeriche cattive figure.
Al termine di annose e alterne vicende giudiziarie, cominciate nel 1992, il super poliziotto fu condannato a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che difficilmente troverete nel codice penale. Esso rappresenta infatti un'interpretazione giurisprudenziale dell'art.416 bis del Codice Penale (a sua volta già una precisazione dell'art.416 C.p., “Associazione per delinquere”), in base alla quale qualcuno può essere condannato come un mafioso anche se sostanzialmente non lo è, nel senso che non partecipa all'associazione ma in qualche modo (e Dio sa quanto siano pericolosi, in diritto, gli “in qualche modo”) la favorisce.
Sulla base di una interpretazione estensiva di una norma di diritto penale (notoriamente ritenuta inapplicabile in dottrina) dell'art.416bis, già oltre vent'anni fa cominciarono a fioccare le prime pesanti condanne. Queste a volte furono irrogate sulla base di semplici accuse di pentiti, usando il principio dei riscontri incrociati: lo dice Tizio, e lo conferma anche Caio, come se ambedue non potessero essere dei bugiardi. Comunque, dato che il “concorso esterno” risultava difficilmente identificabile e dava dunque adito a decisioni contrastanti e a incertezze giurisprudenziali, già un paio d'anni dopo l'inizio della vicenda di Contrada, intervennero in materia le Sezioni Unite (2003), confermando la validità della forma di reato e indicandone gli elementi costitutivi.
In diritto, per il reato, ci si pone infatti il problema di quali debbano essere i necessari “elementi costituenti il fatto”: il “Tatbestand”, come si dice più chiaramente in tedesco. Nel furto, ad esempio, la sottrazione della cosa mobile altrui. Nel caso del “concorso esterno”, nel 2003 questi elementi sono stati così riassunti dalla Cassazione (secondo Wikipedia): “occasionalità e autonomia del contributo prestato; funzionalità del contributo al perseguimento degli scopi associativi; efficienza causale del contributo al rafforzamento e al consolidamento dell'associazione; sussistenza, in capo al soggetto agente, del dolo generico, consistente nella consapevolezza di favorire il conseguimento degli scopi illeciti”. Non è chi non veda quanto elastiche siano queste pretese determinazioni, e non stupisce che la Cassazione, ancora a Sezioni Unite ci sia tornata sopra altre due volte, confermando così indirettamente quanto fumoso rimanesse il quadro.
Ora la Corte di Strasburgo è intervenuta per affermare che Contrada, in base a quel reato, non poteva essere condannato. Infatti esso non era previsto dalla legge al momento della commissione del reato: di questo “concorso” si cominciò a parlare dopo. E secondo un principio nato nel Settecento (in latino “nullum crimen sine lege”) ma oggi presente in tutte le legislazioni dei Paesi civili (nel nostro Codice Penale, è l'art.1, nientemeno): “Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite”. Né i magistrati avrebbero potuto dire che essi condannavano in base ad una norma esistente, il 416bis: l'interpretazione estensiva delle norme penali è vietata, come si vede nello stesso l'art.1 che usa l'avverbio “espressamente” e non certo l'avverbio “implicitamente”.
Per tutti questi motivi, la Corte Europea ha stabilito che Contrada, al momento della eventuale commissione del fatto, non potendo sapere se quell'atto poteva costituire reato, non poteva neppure essere condannato. Fin qui, pare tutto logico. Ma c'è una conseguenza ulteriore.
Se per la precisazione del Tatbestand del reato di “concorso esterno” in associazione mafiosa, si stabilisce un prima e un dopo (per Strasburgo, il 2003), e se dunque prima di quella data non esisteva, anche qui si applica l'art.1, il quale parla di reato preveduto dalla legge, e non dalla giurisprudenza, come reato. E questo è un punto fondamentale, perché le implicazioni sono impressionanti.
Se c'è un prima e un dopo il 2003, e se il dopo prevede un nuovo reato che prima non c'era, ne risulta che questo nuovo reato non è stato posto in essere dal Potere Legislativo, l'unico autorizzato a crearlo, ma dalla Giurisprudenza. E questa, per una separazione dei poteri che era già chiara a Locke ed altri, fino al più famoso Montesquieu, è chiamata ad applicare le leggi, non a crearle.
La Corte Europea dunque non ha dichiarato illegittima la condanna di Bruno Contrada, ma tutte le condanne per concorso esterno in associazione mafiosa. E illegittime sono anche le tre statuizioni della nostra Corte Suprema a Sezioni Unite, su una materia che non le competeva. Il che corrisponde ad una medaglia d'oro al demerito giuridico per il Paese che si autodefinisce “culla del diritto”. Una culla vuota.
Gianni Pardo, pardonuovo@libero.it
15 aprile 2015



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POLITICA
13 aprile 2015
UN'OCCASIONE PER SALVARE L'ITALIA
Sulla “Stampa” del 12 aprile, Stefano Lepri scrive un garbato articolo in cui afferma che siamo in un momento in cui potremmo fare qualcosa di utile per il nostro Paese. La congiuntura è positiva (tassi d'interesse quasi a zero, euro debole, petrolio a buon mercato) e questa situazione è purtroppo transitoria. La ripresa non è energica in nessun posto, “la Cina dovrà fare i conti con gli investimenti in eccesso dei suoi anni di crescita al galoppo”, e la finestra positiva non rimarrà a lungo aperta. Bisognerebbe saper approfittare dell'occasione.
Le ricette di Lepri tuttavia sorprendono. Si deve innanzi tutto prescindere da affermazioni quasi comiche come la seguente: “L’Europa dovrà trovare soprattutto dentro di sé le energie per muoversi con un ritmo più spedito”. Più spedito? Lepri insomma non vede che l'Europa è ferma.
Purtroppo, i provvedimenti concreti in cui egli ripone la sua fiducia non sembrano molto più efficaci. Sarebbe bello - sostiene - veder realizzata la promessa di “mettere on-line le performance delle amministrazioni locali”. E mentre l'Italia rischia ancora di crollare, ci si va ad interessare della pubblicità dei bilanci comunali, quando si sa che sono sempre in deficit e sempre ripianati dallo Stato? Se fino ad oggi quella pubblicità non si è avuta, è probabilmente perché si è spazzata la polvere sotto il tappeto. Comunque, stiamo parlando di briciole.
Altro rimedio: “Legare a parametri precisi i bilanci degli enti locali”. Sì, ma se poi le strade rimangono al buio, la sera, o i comuni non pagano gli stipendi? Economicamente sarebbe giusto, ma politicamente? “Rivedere uno per uno i capitoli della spesa pubblica”. Ma non s'è accorto Lepri che fino ad ora non c'è riuscito nessuno? Per contarli potremmo anche contarli, ma cambiarli? Cottarelli se n'è andato dall'Italia per non perdere il suo tempo. Una cosa è parlare, un'altra è fare. Ed ecco la conclusione dell'editorialista: “Si discuta con serietà su che cosa conviene puntare”. Ed è proprio ciò che si tenterà di fare qui.
Il discorso di Lepri somiglia ad una compita discussione sul raffreddore del malato di cancro. Siamo – ancora e sempre – a rischio fallimento (ché anzi, tecnicamente, siamo già falliti, ma come tanti altri Paesi) e lui scrive queste consolanti parole: “L’ansia per il nostro gran debito accumulato si attenua”. Può anche darsi che la velocità della massa di terra e roccia della frana che pesa sul villaggio abbia rallentato il suo corso, ma è ancora lì. E non soltanto potrebbe riprendere a muoversi più velocemente, ma potrebbe anche rovinare a valle d'un colpo solo, per esempio con un terremoto finanziario. L'ansia si attenua, certo: ma non per i geologi.
Gli Stati si sono convinti che il denaro potesse circolare a fronte di niente, e dunque potesse essere immesso nel mercato in quantità illimitate, e così si sono poste le premesse per una tragedia. L'economista Gerardo Coco scrive che il debito pubblico ha galoppato nel mondo, dal 2007 ad oggi, da 33 trilioni di dollari a 58. E intelligentemente spiega che cosa sia un trilione, oltre che un vago concetto aritmetico. Trasformiamo i dollari in secondi. Un milione di quegli attimi corrisponde a undici giorni e mezzo; un miliardo a trentadue anni. E un trilione? Andiamo nella preistoria: a 32.000 anni fa. E se i trilioni sono 58, si va a 1.856.000 anni fa. Non è necessario spiegare che gli Stati non saranno mai in grado di ripagare questo debito. E non è neppure necessario spiegare che ci sarà un momento in cui la cambiale andrà in pagamento. È fatale come la frana sospesa sul villaggio di montagna. Dunque Lepri gira intorno al problema ignorandone i capisaldi. Una crisi di fiducia della Borsa potrebbe innescare la più grave catastrofe economica mondiale dall'epoca del baratto; per giunta, il nostro modello sociale e produttivo è sbagliato e non c'è modo di cambiarlo. L'Italia non si separerà mai dall'illusione, così a lungo coltivata dai governi, che, dando poco, la gente possa avere molto dallo Stato. Oggi in realtà la gente dà troppo (enorme pressione fiscale) e ottiene poco. Era ovvio, per chi ha un'idea chiara di come funziona lo statalismo, ma non esiste nessuna possibilità che il popolo cambi opinione. Il Welfare State, questo socialismo sostanziale di cui è impregnata la società da almeno ottant'anni, è per tutti un'evidenza ancor più chiara della rotazione terrestre. Soltanto una catastrofica bancarotta – più o meno fatale – ne dimostrerà l'insostenibilità.
Forse ha ragione Matteo Renzi, nel suo bugiardo, provocatorio e offensivo ottimismo. Dal momento che il governo non può far nulla per cambiare il nostro destino, l'unica è tirare a campare e far finta di governare godendosi l'auto blu e l'aereo di Stato.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 aprile 2015



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POLITICA
12 aprile 2015
I VECCHI E IL TEMPO ANDATO
I vecchi, si sa, rimpiangono il tempo andato. Quello che li ha visti giovani, affamati di sesso, di piacere, di successo, di sogni. Naturalmente questo vagheggiamento si spiega con la scrematura che la memoria fa, quando si occupa del passato. Omette le cose negative e ricorda quelle positive.
Personalmente, o perché non sono stato molto felice, da giovane, o perché non sono molto proclive a farmi delle illusioni, non rimpiango affatto il passato. Fu un'epoca dura, problematica, in cui non mi era permesso vivere come desideravo e come faccio ora. Ho conosciuto anche il freddo e la fame. E tuttavia qualcosa da rimpiangere ce l'ho anch'io.
La rivelazione l'ebbi in Francia. Fresco di laurea, andai a conoscere un Paese allora molto più sviluppato dell'Italia, e presto fui sorpreso dall'infinità di leggi, regolamenti, permessi, tasse, controlli, obblighi che rendevano difficili le attività che mi sarebbero sembrate più semplici: assumere un apprendista, andare a caccia, avere una barchetta e tenerla in un porticciolo, e mille altre cose di questo genere. Conobbi insomma quello Stato moderno che si comporta con noi come una madre cautelosa che non si fida del senso di responsabilità dei suoi figli. Ci dice tutto quello che dobbiamo fare e a momenti la polizia può fermarci per vedere se abbiamo indossato la maglia di lana.
Oggi rimpiango un mondo in cui si era liberi di vivere e perfino di pagare per i propri errori. Non che io fossi una scavezzacollo, ché anzi, ben prima che tutto ciò fosse obbligatorio, ero assicurato per la responsabilità civile automobilistica e indossavo la cintura di sicurezza. L'avevo addirittura installata io stesso nell'auto, dal momento che il fabbricante non la forniva. E tuttavia rimpiango un mondo in cui, per dirla coi francesi, ci si coricava nel letto che ci si era preparato. Nella mentalità contemporanea, invece, nessuno è responsabile di niente: non soltanto non è obbligatorio pensare alla propria vecchiaia – ci deve pensare l'Inps – e neanche alla propria salute – ci deve pensare il Servizio Sanitario Nazionale – ma non è neanche obbligatorio guardare dove si mettono i piedi. Non appena si ha un incidente, l'opinione pubblica e i magistrati si mettono a cercare il colpevole, essendo escluso che sia la vittima stessa. Qualcuno deve pagare, e non si può perdonare nulla a chi quel brutto episodio avrebbe potuto impedirlo. Magari facendo sforzi di fantasia per arrivare a capire a che livello di stupidità può arrivare il prossimo per mettersi nei guai. Da questo è nato il concetto e l'obbligo del fool proof.
Naturalmente a volte è difficile trovare il capro espiatorio. Anche perché, in base al principio settecentesco “nullum crimen sine praevia lege”, non si può punire nessuno in base a una legge che non esisteva al momento del fatto. Dunque tutti vogliono che sia immediatamente istituita almeno per il futuro. E così i regolamenti si complicano fino a divenire inapplicabili. Un ottimo esempio è la legge riguardante la sicurezza dei cantieri edili, che ha portato gli imprenditori o a rinunciare a costruire oppure ad osservare soltanto le norme più importanti, e pagare le multe – una per ogni dieci violazioni - che gli ispettori del lavoro, spesso abbastanza comprensivi perché sanno come stanno le cose, infliggono loro.
Rimpiango un mondo in cui, a proposito di un drogato che è divenuto un rottame, nessuno mi chieda, come mi è avvenuto: “E tu che cosa hai fatto per aiutarlo?” Come spiegare a un idealista scervellato che non si ha nessun dovere di salvare chi vuole rovinarsi? Come spiegare che, se il drogato ha così poca considerazione di sé, io ne ho ancora meno per lui? La democrazia assicura fra le altre anche la libertà di gettarsi nella spazzatura.
Si può rimpiangere il lato un po' selvaggio della realtà d'un tempo. Ogni momento della giornata era una lezione di vita. Oggi invece troppa gente ha perso completamente il contatto con i fatti e riesce a pensare e dire cose completamente assurde. Recentemente qualcuno, forse a proposito della futura “Expo” di Milano, parlava di “diritto al cibo” per tutta l'umanità. Battendo così Gesù Cristo, che con i pani e i pesci riuscì a sfamare soltanto qualche decina di persone.
Ma già, quell'ubriaco di demagogia avrebbe potuto rispondermi parlando di diritto alla casa, diritto al lavoro, diritto allo studio, e tanti altri fantomatici diritti che esistono soltanto sulla bocca delle anime belle.
Chissà, forse la mia anima è brutta. Tanti anni fa nessuno l'avrebbe notata, perché le altre anime erano brutte quanto la mia ed anche di più: ma oggi farei bene a star zitto.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
12 aprile 2015



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POLITICA
10 aprile 2015
EQUIPARAZIONE DI NAZISMO E COMUNISMO


La notizia da un lato è consolante, non siamo gli unici a votare leggi sciocche. Il Parlamento ucraino, a larghissima maggioranza, ha approvato una norma che equipara nazismo e comunismo, considerati a pari titolo regimi criminali. È vietata la propaganda a loro favore, sono vietati i loro simboli e perfino la semplice negazione della loro natura delittuosa. La pena prevista è, nientemeno, di cinque anni di reclusione.
È vero che il regime totalitario comunista esistente in Ucraina dal 1917 al 1991 ha meritato di essere “riconosciuto come criminale” (è scritto nella legge). E poco importa se, a quanto si legge sul “Corriere”, l'Ucraina è solo l'ultima delle ex repubbliche sovietiche, guidate dai Paesi Baltici, a far passare una tale legislazione. L'essere in gran numero non giustifica questa legge. L'atteggiamento dell'Ucraina è eccessivo come quello italiano per cui, dal 1943-44, la Penisola è stata popolata soltanto da alcune decine di milioni di ferventi antifascisti.
Naturalmente i parlamentari ucraini hanno ragione, dal punto di vista storico. Il giudizio sul comunismo non può essere più indulgente di quello sul nazismo. E questo va dimostrato. Il regime nazista, Shoah a parte (ed è un “a parte” che pesa) impose il terrore per meno di dieci anni, e più sui non tedeschi (in particolare sugli slavi) che sui suoi stessi cittadini. Al contrario il regime comunista, contando dal colpo di Stato del '17 alla morte di Stalin (1953), fu oppressivo, crudele e tremendo per oltre trent'anni e contro i propri cittadini. La gente non veniva sterminata a milioni, metodicamente, come fecero i nazisti per qualche anno, ma per decenni fu inviata al gulag. E anche dopo, con Khrushchev e i suoi successori, quando finì il terrore del gulag - posti orrendi come Kolima. dove non si era uccisi come ad Auschwitz, ma si moriva di fame, di freddo e di fatica - i cittadini vivevano miseramente, in mezzo agli stenti più umilianti, senza un'oncia di libertà e per giunta assistendo all'ingiustizia sociale dei privilegi dei membri del regime. Non si era liberi nemmeno di viaggiare all'interno dell'Unione Sovietica. Veramente c'è di che avere i brividi. E tuttavia le opinioni stupide di chi volesse magnificare questa tragedia della storia non vanno represse col carcere. Si rischia di trasformare gli sciocchi in martiri. Non bisogna reinventare il reato di blasfemia, e deve essere riaffermata la libertà di delirio. Fra l'altro, quante probabilità ci sono che rinascano il nazismo o il comunismo, soprattutto dopo che milioni di persone li hanno assaggiati?
Né molto vale l'indignazione del direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme il quale ha definito la decisione “oltraggiosa”, perché “trasforma i carnefici in vittime”: per lui l'Ucraina non è meno colpevole della stessa Mosca. La nuova legge riconosce un'ovvietà: in Ucraina di quel regime ci sono stati sia i carnefici sia le vittime. E chi dice che l'Ucraina, condannandolo, non reciti un mea culpa?
L'equiparazione criminale di nazismo e comunismo è una tesi giusta, ma in questa occasione tutti sono riusciti ad avere torto. E sono soprattutto inutili le possibili discussioni teoriche, riguardo alle due ideologie. Sulla carta, esse promettono la felicità a tutti. Ciò che importa è la loro applicazione concreta, e in questo senso la differenza fra le due utopie diviene insignificante. Stalin non ha fatto morire meno persone di Hitler. Il Piccolo Padre aveva sempre ragione, anche quando aveva patentemente torto; i cittadini non avevano più diritti, neanche quello alla vita; era normale che fossero costretti a vivere nel terrore di una delazione, di una stupidaggine (si ricordi “La Plaisanterie” di Kundera) che poteva spedirli al gulag, magari per non fare più ritorno.
Non si esagera. Molotov era un intimo di Stalin ma, quando il Tiranno decise di arrestare sua moglie, non cercò di difenderla. Sarebbe stato pericoloso persino chiedere spiegazioni. Dopo di lui fu ministro degli esteri Gromyko del quale si diceva che, se Stalin gli avesse ordinato di sedersi su una stufa rovente, l'avrebbe fatto e non si sarebbe mosso fino al contrordine.
È inutile andare a rivangare gli ideali di cui si sono riempiti la bocca per decenni i comunisti nostrani, mentre vivevano negli agi occidentali. Il comunismo ha creato paura, mancanza di libertà e soprattutto miseria, miseria, miseria. È stato scandaloso che i nostri intellettuali, da campioni di dabbenaggine, abbiano bevuto le peggiori menzogne del regime.
La lista infinita delle malefatte del comunismo appartiene ormai alla storia. Di fronte a un comunista che vuole rivalutare Stalin, l'unica reazione ragionevole è un sorriso di taciuta derisione.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2015




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POLITICA
8 aprile 2015
OMICIDIO STRADALE E REATO DI TORTURA
Vladimiro Zagrebelsky, sulla Stampa di oggi, scrive un articolo che reca il titolo: “Tortura, ci vuole una legge che la punisca”. Il contenuto – riguardante prevalentemente i fatti della Caserma Diaz ai tempi del G8 di Genova – non contraddice il titolo. E dunque si può affermare che l'illustre giurista è sorprendentemente a favore di questo tanto invocato reato, non diversamente da quanto avviene per il famoso “omicidio stradale”. E infatti si può partire proprio da quest'ultimo.
Quand'è che si invoca la sanzione di una nuova figura di reato? Quando la società chiede che si punisca un comportamento che non sia già punito dal codice penale. E l'idea di un “omicidio stradale” sorprende già per questo: perché come crimine un omicidio non è certo una novità. Può essere doloso o colposo, preterintenzionale o commesso con il consenso dell'ucciso, può avere aggravanti o attenuanti ma, si ripete, il fatto fondamentale rimane la morte di una persona non per cause naturali.
Nel caso dell'omicidio stradale va innanzi tutto notato che l'art.589 del Codice Penale – se qualcuno ha la pazienza di andare a rileggerlo – prevede già una forte aggravante nel caso il fatto sia commesso con violazione delle norme del Codice della Strada. Ciò significa che come crimine, con la detta aggravante,  questo tipo di omicidio esiste già. Se poi si teneva ad avere un articolo autonomo, intitolato “omicidio stradale”, si potrebbe allungare indefinitamente il codice con altri articoli dello stesso genere: “omicidio per motivi razziali”, “omicidio del coniuge”, “omicidio per compiere una rapina”, e via di seguito. Decine di articoli 575/1, 575/2, 575/3 del Codice Penale.
Se tutto ciò è chiaro, si può confermare la sorpresa per la posizione di Zagrebelski a favore del reato di tortura. Infatti la prima obiezione che sorge spontanea è che, in sé e per sé, questo reato non potrebbe esistere. Chiunque intenda torturare un altro, non può farlo che in occasione della commissione di uno dei reati che prevedono l'inflizione di una sofferenza o di un danno: rispettivamente percosse (art.581 C.p.), lesioni personali volontarie (art.582 C.p.) e, naturalmente, omicidio (art.575 C.p.). Ma allora, come sostiene il codice, i reati sono e rimangono quelli detti: percosse, lesioni, omicidio. La tortura è soltanto una loro modalità di esecuzione. Questa modalità merita certo una severa sanzione, ma non trasforma i reati in qualcosa di diverso. L’omicidio normale è previsto con una sanzione di anni ventuno di reclusione, ma con certe aggravanti (art.576) si passa all’ergastolo, che non è piccola differenza. 
Venendo al problema della tortura, il Codice, fra le circostanze dell'art.61, prevede al riguardo una specifica aggravante, che per giunta ha portata generale e non si limita a quelle tre figure di reato. Ai sensi della quarta delle previste aggravanti, si legge infatti che fa aumentare di un terzo la pena inflitta “l'avere adoperato sevizie, o l'aver agito con crudeltà verso le persone”. E nel caso ricorrano più aggravanti, la pena può aumentare anche di due terzi.  
Tutto ciò non è privo d’importanza, per coloro che si preoccupano delle violenze della polizia. Infatti il Codice, al n.9 del detto articolo 61, prevede come aggravante: “l'avere commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio”. E non è difficile vedere quali sono le conseguenze di questo intreccio di norme. Si faccia l'ipotesi di un agente di polizia che, per far soffrire un arrestato, gli torca o gli percuota il braccio fino a romperglielo. La lesione è grave e la pena prevista va da tre a sette anni (art.582 C.p.). Ma poiché ricorrono anche (almeno) due aggravanti (crudeltà e qualità del reo, in quanto pubblico ufficiale), la pena andrà da tre anni, più due terzi di tre, cinque anni, a (sette più due terzi di sette) undici anni e otto mesi come massimo. Che cosa si vuole di più, che si butti la chiave? 
Anche a volere questo assurdo, non sarebbe necessario creare il reato di tortura. Basterebbe scrivere soltanto, al posto del n.4 dell'art.61, che qualunque inflizione di una sofferenza fisica, anche un forte scappellotto del padre (abuso dei mezzi di correzione e di disciplina, art.570 C.p.) comporta l'ergastolo. Proposte che nessuna persona seria oserebbe mai avanzare. 
Sembra strano che sui giornali si debbano fare questi discorsi. Essi potrebbero essere utili soltanto ad uno studente di legge, in vista dell'esame di diritto penale. Ma per il resto, sono semplici chiacchiere. Si può avere rispetto per l'emotività degli incompetenti, ai quali si può esprimere solidarietà per le eventuali sofferenze inflitte a loro o ai loro cari: ma ciò non autorizza a scambiarli per legislatori. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
8 aprile 2015




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CULTURA
7 aprile 2015
L'ATEISMO PRAGMATICO
Discutere di Dio può essere veramente un piacere, se lo si fa fra persone civili. Queste  infatti sanno che chi non crede non sarà mai convinto neppure dai migliori argomenti di chi crede, e viceversa. Si parte dunque dal presupposto che nessuno convincerà nessuno e tutto si ridurrà ad un confronto di opinioni. Esclusivamente per il piacere della conversazione.
L'esistenza di Dio è uno dei più vecchi argomenti della filosofia e si potrebbe dire che la maggioranza dei pensatori, in tutti i tempi, è stata teista. Che non significa credente, e infatti Aristotele non lo era e non avrebbe nemmeno potuto esserlo, perché il suo Dio non era provvidenziale. Ciò malgrado, l'esistenza di Dio non è stata mai sentita tanto evidente da non abbisognare di prove. Purtroppo zoppicanti e tali che infine Kant le ha dichiarate tutte non convincenti. Lui stesso credeva, ma non per le ragioni illustrate dai suoi predecessori, da Tommaso d'Aquino a S.Anselmo.
Una delle principali ragioni per credere in Dio è la speranza che il mondo, invece d'essere un'enorme macchina che va avanti a caso, schiacciando indifferentemente buoni e cattivi, o magari premiando i malvagi piuttosto che i virtuosi, sia sorvegliato e guidato da una superiore saggezza. Purtroppo questa speranza trova un ostacolo nell'osservazione della realtà, anche se gli uomini al riguardo barano quotidianamente, fino all'illogicità più patente. Se qualcuno sopravvive a un incendio, dicono che  “grazie a Dio” si è salvato, mentre delle altre vittime nessuno dice che sono morte “per il mancato intervento di Dio”. E nel frattempo tutti sono pronti a condannare il pompiere che non ha fatto correttamente il suo lavoro. In queste condizioni, chiunque sarebbe “buono e provvidenziale”. Senza dire che l'Onnipotente avrebbe potuto salvare tutti i malcapitati, fra cui magari un bambino di cinque anni, semplicemente impedendo l'incendio?
La verità è che molti hanno bisogno di credere nella Divina Provvidenza e per farlo sono disposti ad incorrere nel più evidente dei circoli viziosi. Invece di pensare che un uomo si è salvato per fortuna (come è naturale) affermano apoditticamente che ciò è avvenuto per l'intervento di Dio, e da questa apodissi deducono la Sua esistenza.
E c'è un'ulteriore osservazione. Di Dio si parla moltissimo e ognuno ci crede perché ci credono gli altri, con un'infinita petitio principii. Ma se il Suo costante intervento fosse uno fra i più importanti fattori della vita, non dovrebbe risultare evidente all'osservazione personale, diretta o indiretta? Il generale consenso, anche se costituisce una delle tante prove fornite nella Summa Theologica, non dimostra nulla. Tutta l'umanità potrebbe sbagliarsi? chiede l'Aquinate. E la risposta è: purtroppo sì. Un'affermazione non è valida secondo quante persone la reputano valida: la verità non è un concetto statistico. 
Per il miscredente Dio potrebbe essere un'illusione collettiva, priva di dubbi proprio perché collettiva, mentre il singolo non trova nessuna traccia d'intervento divino. Nella realtà che lo circonda vede agire forze cieche e deterministiche. Ben difficilmente vi può riconoscere un disegno superiore e, men che meno, un intervento esterno. Tutto sembra dominato dalla legge di causalità: se non si volesse tenere conto dell'opinione della massa, se si prescindesse da tutte le frasi in cui c'è la parola “Dio”, ci accorgeremmo che non abbiamo nessuna prova concreta della sua esistenza. E se non ne abbiamo nessuna, questo Dio non finisce col somigliare al Godot della pièce di Ionesco?
Accanto all'ateismo per motivi filosofici, ci può essere dunque un ateismo per motivi pragmatici: di questo Dio non si vede nessuna traccia. Ai credenti basta chiedere: “Immaginate che Dio non esista. Che cosa ci sarebbe di diverso, nel mondo?” Se a questa domanda non si può rispondere in modo convincente, se la nostra vita è dominata soltanto dalla legge di causalità, la conclusione – almeno, per chi non è comunque deciso a credere - è che Dio non esiste. Una conclusione non filosofica, semplicemente pragmatica. Come rispose Laplace a Napoleone, quando questi gli fece notare che in tutta la sua teoria non aveva mai parlato di Dio: “Sire, non ho avuto bisogno di questa ipotesi”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2015



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POLITICA
6 aprile 2015
LA RISPOSTA ALL'ORRORE


Quando ci si chiede quale possa essere la risposta alle azioni criminali di qualcuno, il primo problema da risolvere è: se il nemico si comporta in modo sleale e inumano, noi dobbiamo seguire i suoi stessi metodi o rimanere fedeli ai nostri principi di civiltà? Molti diranno che la soluzione giusta è la seconda. Ma questo nobile atteggiamento di fatto concede al nemico un notevole vantaggio e lo incoraggia a mal fare. Durante la Prima Guerra Mondiale, i tedeschi e poi anche gli altri, usarono i gas. L'esperienza fu terribile, e infatti nella Seconda Guerra Mondiale nessuno li usò. Ma, se in questo conflitto uno degli eserciti avesse potuto sterminare a migliaia i soldati dell'altro senza subire il rischio di una simmetrica rappresaglia, siamo sicuri che ci se ne sarebbe astenuti?
In guerra, si dice, non esistono regole. L'agguato, il camouflage, lo spionaggio, magari la finta, sacrificando centinaia di propri soldati, ogni metodo è buono. Le Convenzioni di Ginevra hanno formulato delle regole (almeno, per quei Paesi che intendono rispettarle), ma esse sono tutte nel senso che bisogna evitare le atrocità che non sono utili alla vittoria. Uccidere i prigionieri, per esempio. Col rischio che anche il nemico poi uccida i suoi prigionieri, cioè i nostri connazionali. Per il resto, non si può chiedere a nessuno di astenersi dall'usare le armi che usa il nemico.
Ancora una volta i riferimenti storici non mancano: gli americani avrebbero gettato le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, se di quelle armi avessero disposto anche i giapponesi? Di fatto, quando le armi termonucleari le hanno avute sia gli Stati Uniti sia l'Unione Sovietica, nessuno dei due le ha mai usate.
Per chi non è tanto nobile da preferire la morte al venir meno ai propri nobili principi, rimane assodato che, nel momento in cui si ha da fare con un nemico che viola le regole più elementari, si è autorizzati a violarle. È la ragione che ha portato americani e tedeschi a bombardare le città fino a raderle al suolo, come Hannover, Coventry o Dresda.
Nel caso del terrorismo e dello sterminio dei cristiani la rappresaglia simmetrica comporta questa considerazione: se abbiamo da fare con un nemico che cerca di ucciderci per quello che siamo (cristiani, ad esempio), e non per quello che abbiamo fatto, dobbiamo essere disposti ad ucciderlo per quello che è, non per quello che ha fatto. È lui che ha scelto quel metodo di lotta, e deve per primo pagarne le conseguenze. Scendendo sul concreto: se il governo e l'opinione pubblica somala rivendicano e sottoscrivono il massacro degli studenti keniani, i keniani hanno il diritto di andare ad uccidere qualche migliaio di studenti somali, o comunque qualche migliaio di persone nella più grande festa musulmana del Paese. Esclusivamente perché si tratta di maomettani.
Questo principio primitivo e brutale – ma l'unico possibile – incontra un solo limite: l'atteggiamento del Paese dal quale è stato posto in essere il casus belli. Se i somali manifestano un sincero orrore per quanto avvenuto, se il governo somalo non avesse la minima responsabilità nell'attentato, e se si attivasse nel modo più risoluto per ricercare e punire tutti i responsabili, anche indiretti, sarebbe stupido ed ingiusto punire dei civili innocenti per quello che hanno fatto alcuni criminali. Se viceversa le autorità si mostrassero comprensive e sotto sotto conniventi con gli attentatori, allora la scure dovrebbe giustamente ricadere in primo luogo su di loro personalmente (è la lezione del Processo di Norimberga) e poi sui loro governati, per responsabilità oggettiva.
Questo genere di considerazioni è urticante per molte persone. A causa del lungo periodo di pace che abbiamo vissuto, la logica di guerra è stata dimenticata. Ormai essa appartiene soltanto a chi non è digiuno di storia. Ma di fatto quella logica è eterna ed inevitabile. Noi contemporanei l'abbiamo vista funzionare ancora in Palestina. Se un attentatore uccide degli innocenti, la polizia israeliana cerca di arrestarlo e di metterlo in prigione. Se invece il palestinese viene da Gaza - dove rischia di essere celebrato e riverito come un eroe, perché il governo è d'accordo con lui, la conseguenza può essere un “omicidio mirato”. Cioè l'esecuzione di una condanna a morte emessa dal Paese che è stato vittima dell'attentato, dal momento che il Paese di provenienza non punisce l'assassino nemmeno con il carcere.
La scomoda sensazione che provoca la cronaca contemporanea è quella di una sorta di impunità per chi commette i peggiori orrori. Si sarebbe lieti di vedere le vittime deporre per qualche tempo la loro aureola e mostrare che anche le gole dei tagliagole possono essere tagliate.



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POLITICA
5 aprile 2015
UNA LEZIONE DA MILLESEICENTO EURO
La notizia è che all'Ospedale “Niguarda” di Milano, per venticinque posti di infermiere - retribuzione di 1.600 euro al mese - si sono presentati in tredicimila. Tredicimila diviso venticinque fa cinquecentoventi. Cinquecentoventi concorrenti per ogni posto.  Questa non è soltanto cronaca, è l'occasione per una riflessione economica, anche se per qualcuno suonerà irritante.
Cinquecento concorrenti per un singolo posto si spiegherebbero se essere infermieri in quell'ospedale fosse uno straordinario vantaggio, come ottenere una pensione di diecimila euro al mese fino alla morte, senza far nulla. Viceversa quel lavoro non sempre è piacevole, non sempre si fa nelle ore normali e non sempre si è liberi la domenica. E con milleseicento euro al mese una famiglia non vive certo nel lusso. Dunque la spiegazione deve necessariamente essere un'altra e la prima parola che viene in mente è disoccupazione. Ma non basta. 
I disoccupati non fanno certo a gomitate per essere assunti come fornai o giardinieri. La verità è che, a parte il vantaggio del posto fisso, 1.600€ al mese sono considerati una paga veramente lauta e per così dire fuori mercato. Per dimostrarlo, basta fare un semplice ragionamento. Se l'ospedale proponesse una retribuzione di 1.500€, i concorrenti sarebbero di meno, e andrebbero a diminuire a mano a mano che quella somma dovesse scemare. Se alle fine si offrissero cento euro al mese, non si presenterebbe nessuno. Ma fra tredicimila e zero qualche numero c'è.
Facciamo l'ipotesi che, nel momento in cui si raggiungono i mille euro, i concorrenti si riducano a centocinquanta, sei per ogni posto. In quel momento, checché ne dicano i contratti nazionali, sapremmo che all'incirca quella è la retribuzione determinata dal mercato. Il valore di qualunque cosa che sia scambiata (bene o prestazione che sia) è determinato dall'incontro fra la domanda e l’offerta. Ma in Italia non sempre è così. Se alcuni sono troppo generosamente ricompensati per la loro prestazione (non in assoluto, soltanto in relazione al reale mercato del lavoro) mentre altri non trovano nessuna occupazione, c’è qualcosa che non va. La realtà economica è falsata. 
Date le nostre condizioni dell'occupazione , gli attuali infermieri del “Niguarda” beneficiano di un vantaggio economicamente ingiustificato. Non in astratto, naturalmente: sempre in relazione al mercato. Se ci fossero venticinque persone disposte a lavorare come infermieri a ottocento euro al mese, ciò significherebbe che i precedenti assunti prendono il doppio di ciò che sarebbe determinato da una libera contrattazione. Dunque la loro paga rappresenta una distorsione. Infatti, i 12.975 non assunti al “Niguarda” andranno (sperabilmente) a lavorare altrove, magari percependo la metà della paga. E questa è un'ingiustizia. Il primo diritto che bisognerebbe assicurare ai lavoratori è l'uguaglianza: a pari prestazione, pari retribuzione. Ed è inutile dire: “Invece di abbassare il salario al Niguarda imponiamo a tutti i datori di lavoro di non dare meno di 1.600€ al mese”, perché di fronte ad una simile imposizione gli imprenditori si limiterebbero a non assumere. Oppure a farlo in nero. 
A questo punto si può facilmente prevedere la classica domanda: “È giusto che qualcuno lavori come infermiere per mille euro al mese, o meno?” Ma è una domanda fuor di luogo. Forse è ingiusto non comprare le caldarroste dell'omino all'angolo della strada, perché non comprandole rendiamo più difficile la vita della sua famiglia. Ma se le caldarroste non ci piacciono, o se le troviamo troppo care, le compreremo soltanto per favorire la famiglia del venditore? Il giusto e l'ingiusto, in economia, sono invocati quando a pagare sono altri. Quando invece a pagare siamo noi, e spendiamo il nostro denaro nel nostro interesse, cerchiamo regolarmente il meglio di ciò che ci piace, al prezzo più basso. E se lo scambio non ci conviene non acquistiamo. 
Attraverso questo episodio vediamo perché il mercato del lavoro non funziona. C'è chi è avvantaggiato e c'è chi è svantaggiato. C'è chi è protetto e garantito, anche quando batte fiacca, e c'è chi non è garantito da nessuno, come l'autonomo o il lavoratore in nero. Le retribuzioni non sono determinate dal libero mercato e le condizioni di lavoro sono troppo diverse. A volte i lavoratori delle imprese private sono ignominiosamente sfruttati, sotto minaccia di licenziamento, mentre ce ne sono altri che possono andare a fare la spesa durante le ore di lavoro, perché impiegati al Comune. Infine c'è chi la spesa potrebbe andarla a fare in qualunque ora, ma non ha i soldi necessari perché è disoccupato
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it



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POLITICA
3 aprile 2015
L'ACCORDO CON TEHRAN, UN'INCOGNITA
La bomba atomica in mano ad un Paese – come l'Iran - che dichiara di volerne distruggere un altro sarebbe preoccupante in qualunque caso. Ma se la vittima designata - Israele - è a sua volta in possesso della bomba atomica, i sentimenti possono prendere direzioni opposte. Infatti, se l'aggressore tiene all'incolumità dei propri cittadini, ciò potrebbe frenarne l'audacia e rendere la situazione tranquillizzante. Se viceversa si fa l'ipotesi che l'attaccante sia demente e criminale, e cioè che non si curi dei milioni di cittadini uccisi dalla rappresaglia dell'aggredito, la preoccupazione diviene angoscia e sale alle stelle. Né vale dire che tutto ciò è inverosimile. Non soltanto ciò che è ipotizzabile è purtroppo anche possibile; non soltanto – secondo la legge di Murphy - ciò che è possibile si verifichi, una volta o l'altra si verificherà; ma in un certo senso tutto ciò si è già verificato con Hitler. L'ottimismo incondizionato è fuor di luogo. 
Una guerra a colpi di bombe atomiche è spaventosa solo a pensarci. E bisogna anche mettere in conto che Israele potrebbe forse rispondere non con bombe atomiche convenzionali, ma con bombe all'idrogeno, rispetto alle quali il modello “Hiroshima” è poco più di un petardo. Stiamo parlando di una tragedia di proporzioni inimmaginabili, ma non del tutto inverosimili. Se gli israeliani temessero realmente di essere uccisi a milioni, gli iraniani dovrebbero prepararsi a morire a decine di milioni. Sin dalla fondazione, la filosofia di quel piccolo Paese è stata che “la caccia all'ebreo non è più gratuita”. E se gli ebrei hanno saputo difendersi con le unghie e con i denti nel ghetto di Varsavia, figurarsi mentre dispongono di armi nucleari. Sono cose che a Tehran sanno benissimo.
Ora si annuncia la “quasi conclusione” di negoziati che dovrebbero avere un doppio effetto: la fine delle sanzioni imposte all'Iran, e la sua rinuncia alla bomba nucleare. E tutti esultano. Tutti, naturalmente, salvo Israele, i repubblicani americani ed altri ancora. Ma hanno ragione i contenti o gli scontenti? La risposta è: chissà. E chiunque crede di saperlo farebbe bene a ricordarsi che la maggior parte dei profeti ha fatto una brutta fine.
L'Iran è maestro di instancabili negoziati da bazar e – come ogni altro Paese – è privo di scrupoli. Se per caso scoprisse che gli conviene violare gli accordi sottoscritti non se ne priverebbe certo. Per giunta, secondo la dottrina musulmana, non ha il dovere della lealtà nei confronti degli infedeli. Il territorio non ancora divenuto maomettano è dar el Harb, la terra della guerra, e il progetto rimane ancora e sempre quello dell'Ottavo Secolo: la conquista con le armi dell'orbe terracqueo e la conversione forzata dei vinti. Si può ragionevolmente dire tutto il male che si vuole, di questo atteggiamento mentale, ma il giudizio severo e la diffidenza incontrano un limite invalicabile: anche ad essere contro il negoziato, c'è un'alternativa?
Mentre diffida e protesta, Israele sa benissimo che un'azione militare contro Tehran è peggio che pericolosa: è tecnicamente inefficace. Non si possono azzerare le sue capacità di produzione dell'atomica con un raid, come avvenne con “Osirak”, perché le sue installazioni nucleari più importanti sono nascoste all'interno di montagne. Nemmeno una bomba atomica le potrebbe distruggere. Né si può occupare il Paese a tempo indeterminato. Dunque l'alternativa non era “il negoziato o la guerra”, ma il “negoziato o niente”. Ma i risultati che saranno raggiunti a giugno, quando si firmeranno concretamente gli accordi, sono accettabili?
In questo campo regna la più totale incertezza. Per giudicare un simile trattato bisognerebbe avere una competenza tecnica - in materia di produzione di armi nucleari e di possibili controlli - che certo non appartiene al commentatore politico. Inoltre, in questo genere di negoziati è molto più importante ciò che è stato detto dietro le porte chiuse che ciò che viene detto al grande pubblico. Si annuncia la “conclusione positiva delle trattative” e tanto basta perché la gente scenda a far festa per le strade ed applaudire i governanti. Ma la realtà è spesso molto più complessa di quanto potrebbe capire l'estraneo.
La conclusione non può essere molto incoraggiante. Sappiamo poco della questione dal punto di vista tecnico; sappiamo poco di ciò su cui si sono effettivamente accordati a Ginevra; sappiamo ancor meno dell'efficacia dei futuri controlli sul rispetto degli accordi e non sappiamo nulla di ciò che conseguirebbe alla constatazione che essi sono stati violati. Forse, l'unica realistica speranza è che a Tehran siano abbastanza ragionevoli per accettare quel folle  “equilibrio del terrore” (Mad, “pazzo”, ma anche acronimo di mutual assured destruction) che ha salvato dal disastro, per decenni, Stati Uniti e Unione Sovietica. 
Gianni Pardo,
3 aprile 2015




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