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POLITICA
31 marzo 2015
LE RAGIONI DEL PESSIMISMO
Se uno ti accusa di qualcosa, può darsi che si sbagli. Se invece della stessa cosa ti accusano tutti, è più probabile che ti sbagli tu.  E nel caso improbabile che tu abbia indiscutibilmente ragione, rimane lo stesso da capire il perché delle accuse di tutti. È la mia situazione. L'accusa è quella di pessimismo e, coerentemente con quanto detto prima, mi difenderò non per ottenere l'assoluzione – se ci sperassi sarei ottimista – ma in omaggio a una sorta di mentalità d'avvocato: il cliente va difeso al meglio, anche quando le speranze sono scarse.
Riguardo a ciò che è incerto, il pessimismo è ingiustificato quanto l'ottimismo. Molti reputano che il “pensare positivo” aiuti a far andare meglio le cose ma oggettivamente è una sciocchezza.  Solo soggettivamente in questa idea ci può essere del vero, perché chi prevede il meglio almeno non si fa cattivo sangue prima che sia inevitabile.
Al di sopra del pensiero magico – positivo o negativo che sia – c'è l'atteggiamento scientifico. Prescindendo dalle emozioni, esistono soltanto la certezza del futuro negativo, la certezza del futuro positivo e la percentuale di probabilità dell'uno o dell'altro. E qui si nota una stranezza: la maggior parte delle persone reputa una percentuale positiva del 90% una certezza che tutto andrà bene, e non è, mentre di fronte ad una percentuale negativa del 90% l'atteggiamento di molti rimane, se non positivo, certo quasi speranzoso: c'è ancora qualche possibilità. E anche questo è irragionevole. La percentuale è in tutti i casi di nove su dieci.
Per quanto riguarda il pessimismo economico, oggi non raro, non si può dire che sia soltanto il frutto di una naturale tendenza a vedere nero. Non soltanto abbiamo sotto gli occhi una crisi profonda e interminabile, ma questa crisi è inarrestabilmente progressiva. La concorrenza di alcuni Paesi anche extraeuropei sta mettendo in difficoltà il nostro livello produttivo, forse non sufficientemente concorrenziale. La massa monetaria che incombe sul mondo intero aumenta costantemente. Il debito pubblico smisurato, che prima era il triste fardello di alcune nazioni scervellate, è divenuto una caratteristica comune. Persino antichi e gloriosi Paesi come la Francia si avviano ad averne uno vicino al cento per cento del prodotto interno lordo. Ed è proprio questo il punto: una situazione può indefinitamente peggiorare senza giungere ad un punto di rottura? Una goccia d'acqua è una quantità di liquido insignificante, ma nessuno si sentirebbe di dire che sia incapace di far traboccare il vaso, se continua a cadere senza fermarsi mai.
Ecco dove si radica il pessimismo. Accumulando costantemente le ragioni di un collasso, il collasso si verificherà, è solo questione di tempo: qualunque ingegnere ve lo confermerà. Molti invece fondano il loro ottimismo sull'idea che, quando la previsione è troppo negativa, semplicemente non si verificherà. E questa è una sciocchezza. A lungo molti ebrei non hanno creduto che veramente i nazisti volessero sterminarli in massa. Magari li deportavano, ma come si sarebbe potuto credere che il programma fosse veramente l'Olocausto? E non parliamo dei civili tedeschi. Molti di loro, anche a guerra conclusa, negavano che lo sterminio fosse veramente avvenuto. Tanto che gli alleati, per esempio a Dachau, vicino Monaco, hanno organizzato delle visite guidate al campo di sterminio, perché i locali vedessero con i loro occhi ciò che si era perpetrato a pochi metri da casa loro. E in qualche caso essi vomitarono o si sentirono male, per il dolore e il disgusto. Era qualcosa di più di una sorpresa.
Il detto “troppo brutto per essere vero” è una stupidaggine, una volta che si è saputo che muoiono di cancro anche i bambini. La bellezza non è necessariamente una qualità della verità. E non è neppure vero che “una soluzione si troverà”. Infatti, sull'aereo ai cui comandi c'era quel tale Lubitz, una soluzione non s'è trovata. E se un meteorite lungo un chilometro o due cadesse sulla Terra forse l'umanità si estinguerebbe nel giro di qualche giorno. Troppo brutto per essere vero? E chi sarebbe capace di fermare l'assassino venuto dallo spazio?
Il pessimismo non deve essere un vezzo, ma per negare una ragionevole previsione bisogna addurre ragioni concrete, non proverbi come “il diavolo non è poi brutto come lo si dipinge” o “finché c'è vita c'è speranza”. Anche perché la tragedia del malato terminale di cancro è proprio questa: che c'è la vita, ma non la speranza.
Gianni Pardo,
29 marzo 2015




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POLITICA
30 marzo 2015
LA STRUTTURA COLLOIDALE DELL'ITALIA
La struttura cristallina è ben rappresentata da quei soprammobili in cristallo di rocca che somigliano ad una Manhattan piena di grattacieli di vetro impazziti e bellissimi. Anche la neve, vista al microscopio, è composta da una serie infinita di variazioni su un tema esagonale. A quanto pare, le molecole d'acqua, potendo, si organizzano in modo coerente ed elegante, tenendosi per mano. La struttura colloidale invece è qualcosa di informe. Tutte le sue parti non hanno tendenza ad organizzarsi secondo uno schema. Sono lì, le une accanto alle altre, soltanto per caso, come i passeggeri della metropolitana. 
Se si guarda l'Italia, è evidente che la sua struttura è colloidale. Sin dai tempi di Dante siamo i soldati di una guerra di tutti contro tutti, delle regioni contro le regioni, delle città contro le città, delle corporazioni contro le corporazioni. Più che somigliare ad un popolo, somigliamo ad una riunione di condominio, quando gli animi si sono riscaldati e si comincia ad alzare la voce. La nostra passione non è applaudire, come fanno disciplinatamente le scimmiette ammaestrate degli spettacoli televisivi; la nostra passione è gridare “a morte!” E chi sente gridare “a morte!” lo grida anche lui, poi s'informa su chi dovrebbe morire.
L'ideale per noi è che sia disponibile una testa di turco, qualcuno da odiare e cui attribuire ogni sorta di malefatta e l'origine di tutti i mali. In mancanza d'altro si usano i morti, per esempio Mussolini, ma l'ideale è poter infierire sui vivi, come è avvenuto con Craxi o Berlusconi, soprattutto nel momento in cui, per qualche motivo, sono stati in difficoltà. Quello è il momento per gridare “a morte!” Di Craxi che si dichiarava malato, Di Pietro disse che aveva un “foruncolone”. Purtroppo di quel foruncolone Craxi presto morì. A Berlusconi l'uveite serviva per schivare la giustizia, chissà, magari se l'era procurata da solo? Per non dire che tentava di usare l'insulsa scusa di un Consiglio dei Ministri, per evitare di andare dai magistrati. Forse il “legittimo impedimento” sarebbe stata una seduta con la manicure, ma il Cavaliere non ci pensò.
Finché ci sono state le teste di turco, la struttura dell'Italia è stata cristallina, se non nel civismo, almeno nell'odio. Da un lato i buoni (tutti di sinistra) dall'altro i cattivi. È stata la stagione dell'indignazione virtuosa, della difesa eroica – a rischio della vita – della democrazia e della Costituzione. Ma questa bella stagione è finita. La struttura cristallina si è trasformata in una sorta di fanghiglia informe. Non c'è più il nemico. Berlusconi, che sia vero o no, non conta più niente. Salvini e Landini sono personaggi folcloristici. L'opposizione del Pd abbaia ma non morde, anche perché non vuole andare a casa. Le vecchie cariatidi del Pci sono addirittura irrise. Il Presidente del Consiglio sfida la collera degli dei, infilando ogni giorno un altro paio di grani nel rosario dei suoi nemici. Presto, per ricordarne i nomi, dovrà tenere un registro come quelli dell'anagrafe. E ciò malgrado non è la testa di turco di nessuno, perché non ci sono alternative. Oggi, si può far finta di governare l'Italia, non molto di più: e in questo campo non si poteva trovare un migliore attor giovane. Matteo Renzi ci assorda con le sue rodomontate, spaccia per riforme epocali piccoli ritocchi a questa o a quella legge, e in mancanza di una ripresa se ne inventa ogni giorno le avvisaglie.
Il presente è colloidale. Non c'è nulla di coerente, intorno a noi. Come insegnava quel titolo di film, “Situation Hopeless... But Not Serious”, situazione disperata ma non seria. L'economia va a rotoli e nessuno sa metterci rimedio. Ci sono segni che fanno ipotizzare una catastrofe ma nessuno sa come prevenirla. In tutte le direzioni si aprono soltanto brevi vicoli ciechi. Non si può abbandonare l'euro, perché la situazione peggiorerebbe, ma poi temiamo che esso crolli da solo. Non siamo concorrenziali con la Cina e nemmeno con la Germania, ma non sappiamo come cambiare il nostro sistema produttivo. Abbiamo una pressione fiscale assassina, ma non sappiamo come tagliare le spese. E dinanzi a tutti questi dead end non sappiamo che cambiare discorso. Rimaniamo in attesa che qualcosa si verifichi, di un deus ex machina che venga a salvarci, ma a quanto pare anche gli dei hanno esaurito la loro inventiva.  
Ecco perché si può essere stanchi della realtà che ci circonda. Non possiamo seriamente discutere di ciò che ha detto Landini e di come l'ha presa Renzi, mentre i nostri disoccupati rimangono disperati e il governo non può che amministrare una sorta d'immobilismo cadaverico.
Gianni Pardo
30 marzo 3025



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POLITICA
27 marzo 2015
CHI È IL COLPEVOLE PER ANDREAS LUBITZ
Se muore qualcuno, è naturale che si cerchi un colpevole.  La spinta è tanto forte che, quando proprio non si trova nessuno, si parla del destino, della fatalità, perfino del malocchio (biblicamente: “maledizione”). Fino a fare dei discorsi assurdi: “Se soltanto mi avesse ascoltato, e avesse deciso di non andarci…!” Poi ci sono quei rappresentanti della sensibilità sociale che sono i magistrati i quali i colpevoli li cercano sul serio. Si chiedono se per caso, conoscendo a memoria l’intero scibile della medicina, e senza essere turbato dalla ressa, il medico del pronto soccorso non avrebbe potuto salvare il ragazzo; se il direttore dei lavori poteva assaggiare il cemento, per vedere se c’era troppa sabbia. Infatti nessun professionista, magistrati a parte, ha il diritto di sbagliare.
E se ciò si verifica quando la vittima è soltanto una, figurarsi quando sono 149, e tutte perfettamente innocenti, come è avvenuto nel caso del copilota che ha fatto schiantare sulle Alpi l’aereo della Germanwings. In assenza di un guasto meccanico, l’opinione pubblica ha immediatamente trovato un colpevole in chi non ha capito che quel giovane Andreas Lubitz era pericoloso e bisognava tenerlo lontano dalla cabina del jet. Domani, c'è da starne certi, qualche magistrato incolperà gli psicologi e gli psichiatri.
In questi casi viene in mente il modo in cui Montaigne difese Raymond de Sebonde, il quale sosteneva che fede, filosofia e natura non erano inconciliabili. Il poverino rischiò di essere irriso e il grande Michel non sostenne che i suoi argomenti erano validi, dimostrò soltanto che quelli degli oppositori non valevano molto di più. Analogamente qui non si tratta di dimostrare che il giovane era malato di mente e che gli psichiatri se ne sarebbero dovuti accorgere; e neppure che era sano di mente, dichiarando del tutto imprevedibile ciò che ha fatto. Più semplicemente si deve riconoscere che l’errore sta a monte.
Chiunque abbia mai visitato una istituzione in cui sono ricoverati dei veri malati di mente ne esce sconvolto. Lì si misura la distanza di questi sfortunati dall’amico che poco prima avevamo incautamente definito “un cretino”: il pover’uomo è più vicino al genio che a quei rottami umani. Ma nella realtà quotidiana la maggior parte degli psichiatri non si occupa di conclamati malati di mente ma di persone che, in confronto, soffrono di mali minori e opinabili. Manie, complessi, ossessioni, depressioni, comunque si voglia chiamare il male di vivere. In questa fascia della popolazione la diagnosi confina spesso con la statistica e la prognosi con la divinazione. Né più tranquillizzanti sono le perizie giudiziarie. A volte sono dichiarati incapaci di intendere e di volere degli assassini che prima e dopo il delitto tutti considerano “normali”, e che considerano normali sé stessi. Erano veramente incapaci di intendere e di volere, al momento del fatto? I magistrati si scaricano di ogni rimorso affidando la responsabilità agli psichiatri, ma è più volte avvenuto che un colpevole, dichiarato “non pericoloso” dai competenti, sia poi uscito di galera e abbia di nuovo ammazzato qualcuno. 
Gli psichiatri sono colpevoli? No, non lo sono. Ne sanno più dell’uomo della strada, indubbiamente, ma aspettarsi da loro una vera certezza è stupido. La loro scienza non è ancora a questo punto. Se un Andreas Lubitz, che anni fa aveva avuto una depressione, oggi uccide, è inutile dire che gli psichiatri hanno sbagliato. Sbaglia chi dice che tre per tre fa dieci, perché questo è facile: ma chi può entrare nella testa di uno che era depresso, sei anni fa? Diversamente bisognerebbe escludere dal consorzio civile e da ogni lavoro, anche quello di conducente di un autobus, chi anni fa ha commesso l’imprudenza di dire ad uno psichiatra di non avere più voglia di vivere. Un'imprudenza che molti non commetterebbero più.
La conclusione non è un semplice “volemose ben”. È naturale che ci si chieda che cosa si può fare per tutelarsi contro le immani tragedie che può provocare la follia.  Ma non si può pretendere che da una visita psichiatrica discenda una verità intangibile e sicura, tanto da poter condannare come incompetente un professionista. Egli ha soltanto fatto il possibile, in buona fede, esattamente come il magistrato che si convincesse, anche lui in buon fede, della colpevolezza di un innocente. Ma già, ciò non è mai avvenuto. È anche per questo che è stata considerata scandalosa la proposta di qualcuno di sottoporre a visite psichiatriche periodiche anche i magistrati. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 marzo 2015



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POLITICA
26 marzo 2015
MONTESQUIEU A GAMBA TESA


I giornalisti di medio livello sono spesso presi nella morsa di un dilemma: o scrivono in modo popolare per il grande pubblico, e passano per ignoranti e superficiali, oppure non rinunciano a qualche piccola velleità culturale, e corrono il rischio di qualche magra figura. Loro non sono specialisti in nulla, mentre fra i lettori ci sono specialisti in tutte le materie, felici di ributtargli sul muso le loro imprecisioni e le loro cantonate. Per queste ragioni, bisogna partire dall’idea che bisogna pur perdonare ai giornalisti che sbagliano. Anche se a volte esagerano e sono recidivi, come il povero Enzo Biagi che non azzeccava una citazione su due. 
Oggi il massimo della benevolenza deve essere usato nei confronti di un giornalista del “Fatto Quotidiano” (citato da Massimo Bordin nella rassegna stampa quotidiana di Radioradicale) il quale, a pag.22, stigmatizza i progetti di coloro che vorrebbero imporre dei limiti alla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, anche quando riguardano innocenti cittadini non coinvolti nell’indagine. Egli si indigna perché ciò porrebbe un freno all’indipendenza della magistratura: e qui non c’è da stupirsi. In fondo anche la pioggia e il freddo pongono un freno all’indipendenza della magistratura, dando fastidio in particolare agli anziani magistrati della Suprema Corte. Ma pare sia in preparazione un avviso di garanzia. 
Fin qui si tratta di normale fanatismo giudiziario. Ma lo sventurato si perita di chiamare in campo Charles de Secondat, baron de la Brède et de Montesquieu, più brevemente conosciuto come Montesquieu, facendogli dire cose che probabilmente quel segaligno pensatore non si sarebbe mai sognate, in quanto assolutamente contrarie al cuore della sua teoria. Il giornalista afferma infatti che il tentativo di imporre dei limiti all’interferenza della magistratura nella politica è contrario al principio della separazione dei poteri. E qui, anche senza essere degli specialisti, si ha l’obbligo morale di difendere l’onorabilità concettuale del “philosophe”.
Non deve affatto esistere, come lui osa affermare, il diritto a un “controllo della magistratura sulla politica”. È proprio per impedire ciò che si parla di “separazione” dei poteri. Per essere semplici e sintetici, come si fa con i ragazzi a scuola, la dottrina potrebbe così riassumersi: 1) il Parlamento fa le leggi ma non può né applicarle direttamente né amministrare la giustizia. E infatti questo potere si chiama “legislativo”. 2. Il Governo dispone della forza per applicare le leggi, ma non ha né il diritto di formularle, né il diritto di amministrare giustizia. 3. Infine c’è la Magistratura che non ha né il potere (politico) di creare le leggi, né il potere concreto di applicarle (per esempio arrestando un delinquente). Ha soltanto il diritto/dovere di chiarire quale sia la norma da applicare nel caso concreto, lasciando poi ad altri (per esempio ai Carabinieri) l’attività pratica dell’esecuzione. Se se ne occupasse direttamente, violerebbe il campo del potere esecutivo; e se si occupasse di stabilire se le leggi siano giuste o sbagliate - se cioè facesse politica - deborderebbe dal suo ruolo e invaderebbe la riserva esclusiva del Parlamento. Concetti elementari.
Quel giornalista dimentica fra l’altro che è proprio questa la ragione per la quale è stata prevista, sin dal tempo della Rivoluzione Francese, l’immunità parlamentare. Con essa si vuole impedire che, approfittando del delitto commesso da un rappresentante del popolo, o, peggio, accusandolo falsamente di un delitto che non ha commesso, la magistratura possa interferire con la libertà politica del potere legislativo e del potere esecutivo. E in Italia è stato così fino al 1993.
Ma l’Italia è indottrinata dai pensatori annidati nel “Fatto Quotidiano”. Costoro reputano che la magistratura sia, sempre e senza eccezioni, obiettiva, disinteressata e semplicemente infallibile. Tanto che il potere politico è soltanto un impedimento sulla via del Bene. Un Bene che raggiungeremmo facilmente se soltanto abolissimo tutte le altre istituzioni dello Stato e dessimo il potere supremo ed unico alla magistratura. Teoria brillante che, dall’antichità ai nostri giorni, non è venuta in mente ai tanti filosofi, e che si aspettava di veder comparire sul “Fatto Quotidiano”. Ora è fatta, Deo gratias. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
26 marzo 2015



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POLITICA
25 marzo 2015
LA GIUSTIZIA DI PIAZZA
L’omicidio stradale è una figura di reato invocata con i toni più accorati ed apocalittici. Ora è arrivato alla Commissione Giustizia del Senato e tuttavia rimane fuor di luogo per molti versi. 
La configurazione dell’omicidio colposo è un portato della civiltà – per non mettere sullo stesso piano l’omicidio volontario e l’omicidio involontario – e un portato del Cristianesimo, più attento alle intenzioni che ai risultati delle intenzioni. Per l’omicidio volontario la reclusione prevista è “non inferiore ad anni ventuno”, mentre per l’omicidio involontario, salvo errori, molti decenni fa la pena andava da sei mesi a tre anni e l’articolo finiva lì. 
Si veda invece l’attuale art.589 del Codice Penale, badando alle parole messe in evidenza: “Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena è della reclusione da due a sette anni. Si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale da: 1) soggetto in stato di ebbrezza alcolica...[oppure] … sotto l'effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope. Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più persone e di lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni quindici”. Che è poi, a quanto dicono, la ragione per la quale la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza che condannava a ventun anni di reclusione quel tale che correndo contromano in autostrada ha ucciso quattro ragazzi francesi.
Dunque, attualmente, si arriva a quindici anni, dai tre che ricordavo io: che cosa si vuole di più? Ma la piazza non legge il codice e invoca un omicidio stradale che già esiste e che arriva a quindici anni. Quindici, quando per l’omicidio volontario con un’attenuante, si arriva a quattordici anni. 
Il testo ora proposto al Senato recita: “Chiunque ponendosi alla guida di un autoveicolo o di un motoveicolo o di altro mezzo meccanico in stato di ebbrezza alcoolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope cagiona per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da 8 a 12 anni». Si passa da 2-7 a 8-12 anni. E dal momento che i magistrati tendono a partire dal minimo, questo significa quadruplicare la pena. Tutto a causa di un’illusione che nessuno è capace di sradicare, a partire da Cesare Beccaria. Gli italiani sono convinti che le leggi creino la realtà. Vogliono eliminare i delitti aumentando le pene e rendendo eterni i processi, soprattutto per la corruzione, senza pensare che chi delinque raramente pensa alla possibile sanzione. Diversamente nel Medio Evo, quando si infliggeva la pena di morte per reati minori, nessuno ne avrebbe commessi. 
La corruzione si elimina con un lento miglioramento morale dell’intera nazione. A questo bisognerebbe lavorare, cominciando dall’educazione e convincendo per esempio i professori a non accettare raccomandazioni. E non si eliminano gli incidenti esercitando feroci vendette su coloro che li hanno provocati. Fra l’altro senza pensare che sono “ubriachi, per legge,” anche i più onesti borghesi, dopo una cena in cui hanno bevuto due bicchieri di vino. E comunque, chi di noi non ha mai provocato un incidente? Non c’è scappato il morto, d’accordo, ma bastava un pizzico di sfortuna in più. La totale sicurezza non esiste. Un terremoto può ucciderci mentre siamo a letto.
Per giunta le persone in vista corrono in più il rischio di incontrare dei magistrati fanatici moralisti, che devono dare l’esempio, o magari ottenere i titoli dei giornali. Siamo sicuri che Fabrizio Corona meriti tutti quegli anni di carcere? Le morti a causa di incidenti stradali negli ultimi anni sono diminuite: che si vuole di più?
La giustizia non dovrebbe infierire sui singoli, cosa che non conduce da nessuna parte in materia di politica criminale. Dovrebbe piuttosto attuare, in questo campo come nel campo della corruzione, procedimenti più rapidi, in modo che ci sia un legame fra la colpa e l’espiazione. Si sa che anni dopo le due cose non sono più emotivamente collegate. Ma forse faranno qualche legge per modificare le emozioni.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 marzo 2015




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POLITICA
23 marzo 2015
LA VIOLENZA E LA GUERRA


La forza fisica è stata per millenni uno dei grandi miti. Già la Bibbia ha creato Sansone, e malgrado lo scorrere dei secoli questo ideale non è cambiato. I greci hanno creato il mito più famoso – Ercole, capace di strozzare dei serpenti mentre era ancora nella culla – e nello stesso tempo hanno suggerito i pericoli di questa forza: Eracle, impazzito, stermina la propria famiglia, anche se poi sconta a lungo il suo crimine con le dodici famose fatiche.
La violenza è ambivalente: è positiva o negativa secondo lo scopo per cui viene esercitata. È biasimevole quando è aggressiva e criminale, è benedetta quando esercitata in nome del Bene. Purtroppo – complice il più lungo periodo di pace che si ricordi – queste giuste condizioni si sono alla fine avvitate su sé stesse, facendo giungere l'opinione pubblica alla conclusione che la violenza è comunque da aborrire. Naturalmente questa convinzione - tanto estremista quanto stupida - riguarda sempre avvenimenti ipotetici, lontani, e che riguardano altri. È un atteggiamento apprezzato nei pacifici salotti borghesi, nei talk show e dovunque si faccia a gara per essere moralmente eroici più degli altri.
Naturalmente le stesse persone, se fossero aggredite da rapinatori o se sentissero che i ladri gli stanno entrano in casa, sarebbero felici di vedere arrivare i Carabinieri armati fino ai denti e risoluti ad usare la forza. La violenza per autodifesa è scritta nel dna di tutti gli animali, esclusi gli intellettuali di sinistra.
La moda comunque è al rifiuto categorico della violenza. Se il rapinatore ammazza il tabaccaio, il cattivo è il rapinatore; ma se il tabaccaio si difende ed ammazza il rapinatore, il cattivo diviene lui. “Era proprio necessaria tanta violenza?” E non se lo chiede soltanto la gente, se lo chiede anche il magistrato. Questa mentalità è invincibile, anche perché - nel nostro piccolo mondo ben protetto - per una persona che si è realmente trovata in una situazione di pericolo ce ne sono mille che non hanno mai avuto bisogno della violenza per difendersi. E dunque pontificano dall'alto della loro fortuna.
La società internazionale è quanto di più lontano si possa immaginare da questo Eden irenico e sognato. Per cominciare, gli Stati non sono soci, sono piuttosto come i pesci del mare che pensano soltanto a sopravvivere e all'occasione – senza nessuno scrupolo – a mangiare i pesci più piccoli.
Non esiste nessun “diritto internazionale”. Infatti manca - e mancherà sempre - un'autorità superiore e disinteressata che abbia la volontà e la forza di applicare delle regole. In concreto quel diritto è soltanto il complesso delle norme liberamente applicate dagli Stati finché avranno un sufficiente interesse, o una sufficiente paura, per farlo. E non bisogna lasciarsi illudere dalle pompe diplomatiche. Quando si incontrano, i governanti sembrano tutti disposti agli accordi più ragionevoli: ma ciò, direbbero i francesi, è “pour la galerie”, per gli spettatori più ingenui. A porte chiuse, l'argomento più forte, in ogni discussione, è il possibile uso del bastone: “O fate così o io...”.
Ognuno fa pesare la propria forza militare, i propri alleati, la propria potenza economica, e ogni conclusione è la risultante degli interessi e delle forze contrapposte: con totale esclusione di ogni argomento morale o giuridico. Il Vietnam del Nord può annettersi quello del sud, la Russia può annettersi la Crimea, poi la gente dimentica. Come dicevano i romani “factum infectum fieri nequit”, il fatto non può essere disfatto. Ogni discussione che intenda prescindere dalla forza, ogni convinzione che tutto si possa risolvere con la diplomazia, nella politica internazionale è tanto inverosimile quanto l'idea di discutere con un coccodrillo affamato della legittimità della sua aggressione.
Ciò non vuol dire che la pace non abbia avvocati”. Ma ciò che tempera gli atteggiamenti bellicosi non è l'aprioristica stramaledizione della guerra, quasi a volerla escludere dalla storia: è la realistica considerazione dei suoi enormi costi. Prima del conflitto, molte situazioni sembrano richiedere un coraggioso ricorso alle armi; durante il conflitto si tende a pensare che forse sarebbe stato meglio lasciar correre. Lasciarsi sopraffare, come la Cecoslovacchia nel 1968, piuttosto che subire disastri e massacri, per arrivare alla stessa conclusione.
I problemi internazionali non si risolvono con i pregiudizi a favore o contro la violenza. La guerra non è né “l'igiene del mondo”, né qualcosa che si possa escludere dalla realtà, come ha preteso di fare la Costituzione italiana. È, a volte, la più triste delle necessità.
Ciò ci riporta all'attualità. È un fatto, il mondo occidentale è attaccato da una parte del mondo islamico. Naturalmente non si fa di tutta l'erba un fascio, non si vuole né esagerare, né sottovalutare la minaccia, ma una cosa è certa: il problema va esaminato, assolutamente senza pregiudizi di nessun genere. Lo studio non deve condurre a conclusioni predeterminate. E si ricordi soprattutto che la totale e dichiarata esclusione del ricorso alle armi rende più probabile l'attacco del nemico; mentre se si è in grado di minacciare una risposta devastante, è più probabile che non si sia costretti a realizzare la minaccia. Dicendo questo non si scopre nulla di nuovo. Già i romani dicevano: “si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace, prepara la guerra.
A volte la situazione somiglia ad un caso di gangrena. Se si è disposti a tagliare via due dita, forse si salva il piede. Se per orrore del bisturi si esita troppo, può darsi che infine il taglio sia inevitabile al livello della coscia. L'unico, grande problema è quello della valutazione della realtà. Sapere che cosa convenga fare. Comunque la soluzione deve essere quella suggerita dalla realtà, non dalla morale o dagli ideali di pace. “Elegantiae” che non fanno parte della politica internazionale.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
23/03/15



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POLITICA
22 marzo 2015
L'ARROGANZA AL POTERE


Ci sono tesi che si sostengono con piacere: sono quelle che si possono difendere senza essere minimamente sospettati di partigianeria, dal momento che, al contrario, di solito si sta sulla barricata opposta.
Massimo D'Alema è da sempre una persona irritante. Scambia costantemente il sarcasmo per umorismo. Non riesce a non far trasparire la sconfinata ammirazione per la propria intelligenza e il disprezzo per la stupidità altrui. È così dichiaratamente “antipatico”, da essere riuscito – malgrado gli universali riconoscimenti – a fare meno carriera di altri. Egli è insomma la migliore dimostrazione delle teorie di Machiavelli: ha le qualità giuste per andare lontano in politica, ma gli manca il buon senso di obbedire al Segretario Fiorentino quando consigliava di avere almeno l'apparenza, se non la sostanza della virtù. Lui riesce invece ad avere una sostanza cattiva e un'apparenza pessima.
Ma tutto ciò non limita la validità di un principio universale: un'affermazione non è vera secondo chi la formula, ma secondo la sua corrispondenza alla realtà. Dunque, se D'Alema afferma che il Pd è “un partito a forte componente personale e anche con un certo carico di arroganza”, dice una sacrosanta verità. E proprio “sacrosante” sono state definite le sue parole da Pierluigi Bersani. Non importa che anche D'Alema sia arrogante. Non importa che, come insinuano i renziani, il suo atteggiamento possa anche essere dettato dalla frustrazione di contare tanto meno di un tempo: la verità rimane la verità. Il Pd è effettivamente un partito dominato in modo brusco e irrispettoso da un giovanotto di nome Renzi che, malgrado il suo frequente sorriso e il suo atteggiamento di ragazzo che non invecchierà mai, alla Gianni Morandi, è nella sostanza più arrogante dello stesso D'Alema. E ce ne vuole.
Naturalmente nessuno pretenderà di moraleggiare, riguardo all'attuale Primo Ministro: ma rimane lecita la critica riguardante l'efficacia di un simile comportamento. Già uno degli ambasciatori della guerra del Peloponneso, per come riferisce Tucidide, insegnava che anche se la benevolenza nei confronti dei vinti non è priva di controindicazioni, la crudeltà nei loro confronti renderà in futuro ancor più determinata la resistenza dei possibili sconfitti. Perché i combattenti sanno di non avere nulla da sperare dalla resa. Che Renzi comandi passi, che infierisca no. Che sostegno può aspettarsi, al bisogno, da un Bersani che già oggi, e pubblicamente, approva le critiche più acerbe? Che lealtà può aspettarsi da un Enrico Letta non soltanto pugnalato alle spalle, ma perfino irriso? Chi si lascia dietro una scia di feriti, deve anche prendere in considerazione l'idea che i feriti, appena si riprenderanno un po', si coalizzeranno contro di lui.
Fra l'altro, il trionfalismo dei renziani sembra del tutto infondato. Innanzi tutto quel famoso “superamento del 40%” dei consensi, tanto sbandierato, riguardava elezioni europee che gli italiani sentono ininfluenti, rispetto alla loro realtà quotidiana; poi in quel momento la consultazione suonò come un ballottaggio fra il Pd e Grillo e dunque, ridimensionato definitivamente Grillo, questa alternativa non si porrà più.
In secondo luogo, la luna di miele del governo dura finché il popolo pensa che non ha “ancora” realizzato le proprie promesse. Col passare del tempo invece subentra la delusione, e non c'è sorriso, battuta o sarcasmo che riesca a vincerla. Nel nostro caso la delusione è fatale non tanto perché il governo sia pessimo o non abbia buona volontà, ma perché il problema, per l'Italia come per il resto d'Europa, è insolubile finché non si cambia mentalità. È il modello dello statalismo, del sindacalismo, del fiscalismo che è in crisi. Le enormi difficoltà economiche ne sono soltanto la conseguenza. E finché statalismo, sindacalismo e fiscalismo non saranno rigettati dal popolo, nulla di serio cambierà, se non in peggio.
Dunque il futuro non è roseo. Ci si può chiedere quando la gente arriverà alla fatale esasperazione di fronte all'ottimismo sfacciato e provocatorio di Renzi, propinato quotidianamente in dosi da cavallo. Ma quand'anche l'ex sindaco riuscisse a durare – e in politica la cosa è più difficile di quanto lui stesso sembri pensare – probabilmente si troverebbe a capeggiare l'Italia nel momento peggiore. In fondo, tutti gli sforzi che si stanno facendo per salvare la Grecia non riguardano la Grecia: si vuole soltanto coprire il disastro di una unione economica insostenibile, rinviando la resa dei conti. E nel momento in cui questa resa dei conti diverrà attuale, il tonfo più rumoroso sarà proprio quello dell'Italia, perché è il più grande, il più ricco e contemporaneamente il più insalvabile dei grandi Paesi in crisi.
Da chiunque provenga l'arroganza, oggi come oggi è veramente inammissibile.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
22/03/15



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POLITICA
21 marzo 2015
L'ORRORE, ARMA SPUNTATA
Le efferatezze pubblicitarie degli aderenti allo Stato Islamico (Is) non si contano più. Quei fanatici imperversano nella regione in cui si sono impadroniti del potere e compiono attentati sanguinosi dovunque possano. L'ultima è di ieri mattina, in Yemen. Cinque attentatori suicidi, approfittando della folla riunita per pregare, hanno provocato delle esplosioni in alcune moschee, arrivando ad uccidere, a quanto si sa sino ad ora, centotrenta persone. Inoltre ne hanno anche ferito circa trecento. Lo Yemen è tutto musulmano, e il fanatismo religioso ne ha fatto una sede di estremisti. Ma alcuni musulmani non sono quelli giusti: sono sciiti e non sunniti, e tanto basta per condannarli a morte in massa.
Non val la pena di commentare questo ennesimo massacro. In fondo è come se non ci fosse nulla di nuovo. Dall'undici settembre del 2001 sappiamo che l'animale uomo è spesso fra i più stupidi e crudeli del mondo. Se ci fosse un'Onu dei mammiferi, scimmie e cavalli ci guarderebbero come criminali. Dopo lo scoramento e quasi l'umiliazione, nel sentirci umani come queste belve, non bastando né il dolore né le esecrazioni, rimane da riflettere sul senso che potrebbe avere tutto questo orrore. E sul suo possibile effetto finale. 
Lo Stato Islamico tenta di farsi quanti più nemici è possibile. Uccide in modo spettacolare degli occidentali, sapendo quanto le folle dei Paesi civili siano sensibili alla crudeltà e all'orrore. Affronta militarmente, se appena può, anche Stati di antica tradizione, come la Siria. Si mostra spietato con le popolazioni dei territori conquistati. È capace di far morire centinaia di musulmani, solo perché sciiti invece che sunniti e fra l'altro si inimica così la seconda potenza regionale dopo la Turchia: l'Iran sciita. La lista è infinita. Perfino quando un attentato è commesso lontano dal Medio Oriente, e forse per un'iniziativa locale, l'Is si affretta a rivendicare il fatto, perché spera d'intitolarsi qualunque disastro, qualunque crudeltà, qualunque massacro. Vorrebbe divenire lo spettro del mondo e vorrebbe che ogni male suoni a gloria della sua potenza.
È un piano spaventoso e demenziale ma non immune da errori. Non è mai convenuto a nessuno farsi troppi nemici. Come dice un bel proverbio tedesco, troppe lepri sono la morte del cane. Alla lunga, se i molti si sentono provocati, se veramente le folle di tanti Paesi cominciano ad essere esasperate, si può innescare una reazione inevitabilmente vincente. Napoleone non si rese autore di particolari orrori, ed anzi le armate francesi cercarono di convincere tutti i popoli che venivano a portare il verbo della Rivoluzione; e tuttavia, alla lunga, le coalizioni, pure comandate da generali tanti nobili quanto incompetenti, alla fine lo sconfissero definitivamente. Napoleone sarà stato il più grande condottiero dei tempi moderni, ma le lepri erano troppe.
Il secondo errore che commette lo Stato Islamico è quello di scambiare per potenza il clamore mediatico dell'indignazione universale. Nei primi tempi della pubblicità si usava dire “parlate male di me purché parliate di me”; oggi nessun competente direbbe una cosa del genere. Il principio universalmente accettato è che se una buona pubblicità fa vendere bene anche un prodotto di qualità media, affossa presto e definitivamente un prodotto cattivo. La pubblicità induce colui che l’ha provato a raccomandare agli amici di guardarsene: e la sua parola vale molto più di quella gorgheggiata in televisione.
Molti anni fa si fece notare a Stalin la disapprovazione del pontefice e lui chiese quanti carri armati avesse il papa. Applicando questo schema allo Stato Islamico, gli si potrebbe chiedere a che sarà servito avere ottenuto tanti titoli di giornale il giorno in cui comparissero all'orizzonte dei veri eserciti. Per spazzare via questo set di film horror non è necessario che il mondo intero insorga in armi: ammesso che nessun altro intervenisse, dello Stato islamico Israele farebbe un solo boccone. La guerra non si combatte più con le fionde e i Paesi musulmani non sono famosi per il livello della loro tecnologia. E neanche per il loro valore guerriero, se si eccettua la Turchia. 
A conti fatti, non si vede dove voglia andare a parare, questo Stato Islamico. Già la sua spinta propulsiva sembra essersi fermata. Dunque forse già da questo momento sta sulla difensiva, sperando che la sua esistenza dia fastidio soltanto alla Siria e all'Iraq, e che riesca a conservare quanto già ha. Ma se continua a tirare la corda, un giorno potrebbe accorgersi che quella corda era la coda di un leone, e imparare quanto conta la vera forza. La forza militare, non quella dei coltelli di coloro che sgozzano degli inermi.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 marzo 2015.




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POLITICA
20 marzo 2015
PERCHE' IL PROBLEMA DELLA PALESTINA E' INSOLUBILE



diGeorge Friedman

IlPrimo Ministro Benjamin Netanyhau ha fatto marcia indietro rispettoalla sua dichiarazione del giorno delle elezioni che rigettava lasoluzione dei due Stati, o almeno sembrava che ne rigettasse l'idea.Netanyhau ha detto alla MSNBC che non aveva cambiato questa politica.Ciò che era cambiata era la realtà, ha proseguito. “Non desiderola soluzione di un unico Stato. Desidero una soluzione sostenibile epacifica con due Stati, ma per far ciò le circostanze devonocambiare”. Le elezioni non sono il momento per dire le piùsplendenti verità, ma in questo caso non è chiaro se il suo realepunto di vista fosse ilsuo precedente impegno per la soluzione dei due Stati o ladichiarazione del giorno delle elezioni. Sicché non si sa quale siail peso reale della nuova dichiarazione.

L'intentodella dichiarazione era chiaramente quello di porre un termine allatempesta sia in Israele che negli Stati Uniti. In Israele la suadichiarazione del giorno delle elezioni ha fatto piacere alla destra,che ha convogliato i suoi voti verso di lui all'ultimo momento, magli ha alienato il centro. Ciò ha ridotto il suo spazio di manovraper formare un nuovo governo. Netanyhau ha porto la mano al centro,in passato, e questa opzione ha reso la destra molto piùmalleabile. Egli ha avuto delle alternative, rispetto ad essa. InIsraele la dichiarazione ha minato il nocciolo centrale di unapolitica alla quale il centro e la sinistra sono profondamenteattaccati. Così la sua marcia indietro è stata utile, e sospettiamoche funzionerà. I partiti centristi non desiderano essere esclusidai negoziati.

Èsoprattutto negli Stati Uniti che l'effetto è interessante.Netanyhau, ovviamente, si è alienato il governo degli Stati Uniti,accettando l'invito a parlare nel Congresso. La risposta della CasaBianca alla dichiarazione di rigetto della soluzione dei Due Stati èstata che il Presidente Barack Obama non si è immediatamentecongratulato con Netanyhau per la sua vittoria. Similicongratulazioni fra stretti alleati di solito arrivano presto. Inquesto caso non sono arrivate affatto. Prima di questo rovesciamento,gli Stati Uniti hanno reso chiaro che stavano riconsiderando la loropolitica di automatico sostegno diplomatico per Israele negli entiinternazionali. Cose come le condanne di Israele per le sue azioninella West Bank o l'opposizione al riconoscimento della qualità diStato della Palestina all'Onu. Il segnale era che Israele non avrebbepiù potuto contare su ciò. Sarebbe stato soltanto simbolico, maavrebbe simboleggiato l'isolamento.

Ilproblema che Netanyhau aveva con questa dichiarazione era che lasoluzione dei due Stati non è soltanto la posizione di Obama. Èstata la posizione di George W. Bush, e di Bill Clinton. Risale acirca vent'anni fa. Nella misura in cui oggi vi è una posizionebipartisan, la soluzione dei due Stati lo è. È una posizionecritica, perché l'alternativa è o l'annessione e la pienacittadinanza di Gaza e della West Bank – cosa che non è certo ciòche vorrebbe Netanyhau – o la continuazione dello status quo, cioèciò che Netanyhau ha realizzato.

Ilproblema naturalmente è che mentre la soluzione dei due Stati èattraente, è difficile vedere in che modo potrebbe funzionare. Gazae la West Bank non sono connesse, e la soluzione non èeconomicamente sostenibile. Demilitarizzate, ambedue diverrebberopresto dipendenti da Israele sia per il lavoro sia per il commercio.Sarebbero formalmente sovrane ma praticamente dipendenti.

Dalpunto di vista di Israele, la creazione di una Palestina pone dueproblemi. Il primo è che essa metterebbe la maggior parte del cuoredi Israele – il triangolo Tel Aviv-Haifa-Gerusalemme – nel raggiod'azione potenziale dell'artiglieria e dei missili nemici. Dietroquesto c'è un secondo problema, ed è che i Palestinesi sonoprofondamente disuniti, e non c'è nessuno che parli per tutti lorocon autorità. Ogni accordo lascerebbe da parte qualche sostanziosaminoranza non soltanto all'opposizione ma capace di lanciareattacchi.

Ipalestinesi hanno sempre detto che essi desiderano la soluzione deidue Stati, ma essi non l'hanno mai realmente abbracciata perché loStato palestinese sarebbe economicamente e militarmente paralizzato,anche senza la demilitarizzazione. Gli israeliani non hanno mairealmente abbracciato la soluzione dei due Stati perché il loroprimo scopo – porre termine al terrorismo e alla resistenza – nonpotrebbe essere garantito da questo accordo. Essi potrebberoritrovarsi con uno Stato palestinese incapace di applicare gliaccordi che accompagnerebbero la pace.

Questisono argomenti di cui non si parla nella buona società, perché ciòsignificherebbe che c'è un problema insolubile: e un principio delmondo moderno è che nessun problema è insolubile. C'è sempre unmodo per risolverlo, e se non c'è, è perché c'è qualcuno chedeliberatamente lo sta bloccando. Il mandato palestinese, a partiredal quale tutto si è formato, è semplicemente troppo piccolo perospitare due nazioni che hanno condiviso un così sordido passato.

Avolte si dice che la soluzione reale è inviare tutti i palestinesiin Giordania e lasciare che questa divenga lo Stato palestinese. Aparte la questione della moralità di una simile deportazione, gliisraeliani che l'invocano non ci hanno riflettuto bene. Se centinaiadi migliaia di palestinesi fossero trasferiti al di là del fiumeGiordano, il regno hashemita probabilmente crollerebbe. Lo Statopalestinese cadrebbe presto sotto l'influenza di qualche potereregionale, probabilmente ostile ad Israele. È a causa dellarelazione con la Giordania che Israele non ha mai dovuto difendere lalunga linea che corre dal Golan ad Eilat. Uno Stato palestinesealleato con un potere islamico regionale potrebbe cambiare tutto ciò.

Levarie dichiarazioni di Netanyhau probabilmente sono soltantomanifestazioni di opportunismo politico, a beneficio del mondopolitico e diplomatico. Ma dietro di esse si nasconde una duraverità: se negli ultimi vent'anni fosse stato possibile realizzareuna soluzione di due Stati, la si sarebbe già avuta. Larealizzazione richiede che sia gli israeliani sia i palestinesi siassumano rischi che nessuno di loro può accettare.

GeorgeFriedman (Stratfor 0320)

(Traduzionedi Gianni Pardo)




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POLITICA
18 marzo 2015
LA CORRUZIONE COME MENTALITA'
Ieri, come sempre, andava in onda la tempesta in un bicchier d'acqua della politica italiana. Salvini e Tosi si scontravano, la sinistra del Pd minacciava ogni sorta d'apocalisse, salvo la scissione, e soprattutto l'Italia intera si indignava sulla (presunta) corruzione di Ercole Incalza, un signore che è stato per lunghi anni l'uomo forte del ministero che si occupa di lavori pubblici, forse più del relativo Segretario di Stato. Nessuna meraviglia. È lì che circolano i miliardi e ci si può arricchire anche con le piccole percentuali. Del resto uno scandalo del genere ci fu già in occasione della costruzione del Partenone. Forse il Ministero delle Infrastrutture, come lo si chiama oggi,  bisognerebbe designarlo come il Ministero delle Migliori Occasioni per Rubare.  E tuttavia su tutto ciò prevaleva la noia. 
La corruzione, in Italia, non è una notizia. Fa pensare a “The Mousetrap”, la commedia gialla di Agatha Christie, rappresentata a Londra per tanti decenni, che alla fine non cambiavano il testo e le battute, cambiavano soltanto gli attori. Oggi il protagonista si chiama Incalza, ieri si chiamava in un altro modo, domani cambierà ancora, ma la commedia resterà la stessa.
Tutto ciò può indurre a delle conclusioni. La prima è che il denaro dello Stato, essendo denaro “di nessuno”, è una tentazione troppo forte. Dunque nessuno dovrebbe dire: “Io non mi lascerei corrompere”, perché probabilmente è ciò che dicevano i corrotti prima di avere l'occasione di arricchirsi.
Questo discorso è troppo pessimistico? Sì e no. La quantità di norme che opprime noi italiani è tale che tutti, con la massima buona coscienza, ne osserviamo alcune – quelle che rischiano di essere effettivamente applicate e sanzionate – e ne trascuriamo un mare. Fra l'altro, come reazione a tutto ciò, il Parlamento, invece di provare a fare applicare la metà delle leggi esistenti, ne vota di nuove, sempre più morali, sempre più perfette, sempre più severe. E sempre più inapplicate. Il risultato è che noi italiani non paghiamo certo l'Iva sulla riparazione dell'artigiano, e che il professore di sinistra – quello stesso che vorrebbe impiccare gli evasori fiscali – non penserebbe mai di includere nella dichiarazione dei redditi i proventi delle lezioni private. Fra l'altro, se qualcuno gliene parlasse, otterrebbe come risposta: “Ma scherzate? Se lo facessi sarei l'unico in Italia. Non risolverei i problemi finanziari dello Stato e passerei per un fesso patentato”. E il peggio è che non avrebbe tutti i torti. Se soltanto non desse addosso agli evasori fiscali.
Ma qui, inaspettatamente, il ragionamento si è animato di vita propria e mi ha messo con le spalle al muro: “Ma tu, sii sincero, approfitteresti del denaro dello Stato, potendo? Ti conosco e so già che la risposta è no. Dunque mitiga il tuo pessimismo. Non sarai certo l'unica persona onesta della penisola”.
Giusto. Assolutamente innegabile. Ma anche questo merita una spiegazione. Il denaro non mi attira, perché non saprei che farmene. Ho già quel che mi serve e il mio lusso orientale, il mio piacere più orgastico va nella direzione del tempo libero e della solitudine. Due cose che non costano niente, se si è in pensione. Dunque non potrei essere un corrotto perché me ne manca la tentazione, perché sono una nullità vocazionale. Uno che, oggetto di trionfali auspici, a suo tempo, non ha combinato nulla, nella vita.
Dunque sì, esistono gli incorruttibili, ma quelli che conosco non hanno avuto l'occasione di farsi corrompere, e soprattutto non sono né avidi di denaro né ambiziosi. Sono correligionari che non andranno mai da nessuna parte. Dei disadattati.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
18/03/15



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POLITICA
15 marzo 2015
IL TROLLEY DI BECCARIA


 

L'esperienzaè stata, per dirla in inglese, delle più “trivial”. Non volgari, dunque, mabanali, normali, insignificanti. In uno dei tanti supermercati della mia cittài carrelli per la spesa sono utilizzabili senza inserire la moneta perprelevarli. E tuttavia ho notato che non ero l'unico che dopo l’uso andava areinserirli nella loro fila, anche senza l’interesse di recuperare la moneta.Ed ho visto che anche gli altri lo facevano. Ciò mi ha indotto a chiedermi:quanta gente sarebbe andata a rimettere a posto il trolley se sin dal principioci fosse stato soltanto questo cartello: “Si prega la gentile clientela diriporre il carrello dove è stato prelevato”? Due su dieci? Già tre mi avrebberomeravigliato. E invece qui sembrava che i miei concittadini avessero finalmenteimparato un civismo di cui di solito non si vedono tracce.

Lacosa ha una spiegazione. Per anni, la necessità di inserire la moneta è statacostante in tutti i supermercati. Ancora oggi, il mercato con i trolley liberiè un'eccezione. E proprio perché è un’eccezione non induce i clienti a cambiareabitudini.

Iromani definivano la consuetudine: “opinio iuris et necessitatis”, opinione chela cosa sia necessaria e imposta dalla legge. E in realtà la distinzione franorma giuridica e consuetudine è più labile di quanto non si pensi. Nonsoltanto il Parlamento può rendere cogente una consuetudine; non soltanto la consuetudineè già legge, quando questa espressamente la richiama, ma si potrebbe anchesostenere che la legge stessa, prima di essere consacrata nei testi, è sentitacome “consuetudine opportuna” da parte degli onesti. Se i loro rappresentantiin Parlamento la trasformano in norma consacrata nella Gazzetta Ufficiale, èper far sì che anche i meno scrupolosi siano obbligati a conformarsi. Ma labase dell’obbligo, come si vede, è più sociologica che deontologica.

Eccoun esempio. Viaggiando sul métro di Parigi si vedono spesso dei cafoni che, perstare più comodi, appoggiano le suole delle scarpe sulla poltroncina di fronte,incuranti del fatto che altri passeggeri dovranno poi sedersi lì. Si può invecestar sicuri che le persone che abitano in case pulite ed eleganti non lo farebberomai. Non perché la legge lo vieti (ammesso che si occupi di cose del genere) maperché un simile comportamento avrebbe scandalizzato i loro genitori e lorostessi hanno poltrone che non vorrebbero veder sporcate da nessuno.

Laconclusione è semplice: è efficace non una legge che ha una sanzione draconiana,ma una legge capace di divenire consuetudine. Ecco perché Beccaria eracontrario alle pene selvagge, e insisteva sulla certezza della sanzione, anchese mite. Si può fornire un esempio adatto ai nostri tempi. Immaginiamo che sull'Autostradadel Sole ogni 5 km ci sia un autovelox e che le ammende per eccesso di velocitàsiano molto miti. Per chi supera di non più di 20 km i 130 km/h, 10€, e 50€ perchi supera i 150 km/h. Se qualcuno volesse cavarsi lo sfizio di percorreretrecento chilometri a 140 km/h, si troverebbe a pagare sessanta ammende didieci euro, seicento euro. Se poi volesse andare a 160 km/h si vedrebbepresentare un conto di tremila euro. Quanta gente, in simili condizioni, correrebbein autostrada? Eppure si è parlato di un'insignificante ammenda di dieci euro,per chi è sbadato.

Gliitaliani hanno fama di disordinati, mentre gli svizzeri sono considerati stupidie pignoli nell'osservanza di qualunque norma. Ciò non dimostra che noi siamogeneticamente dei bricconi e loro geneticamente delle pecore o dei santi. Larealtà è che in passato loro hanno sperimentato la severità della legge, mentrenoi siamo stati abbandonati a noi stessi. Nei secoli scorsi siamo stati indottia tollerare la corruzione anche in Vaticano, in Svizzera hanno avuto Calvino eZwingli, e non c’è stato molto da ridere. La rivoluzione protestante è stata ancheuna rivolta morale, che a noi è mancata. Il risultato è quel detto, attribuito falsamentesoltanto ai Borboni, che suona: “Agli amici tutto, ai nemici la legge”.

Ipopoli civili sono tali perché in passato sono stati adeguatamente - e soprattuttocostantemente - sanzionati se sgarravano. Anche se non ferocemente. Alcontrario, finché la sanzione sarà rara ed eventuale, non servirà a nullaaumentare le pene. Soprattutto se, come avviene in Italia, la corruzione siimpara sui banchi di scuola, con la “legalità” del copiare i compiti in classe.

Ciòche migliora un Paese non è quanto grave sia la sanzione dell’illecito, maquanto rapida e quanto frequente. Finché non si comprende questo, si continuerannoa cacciare le streghe, punendo troppo le poche che si riusciranno ad acchiappare.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

15 marzo 2015

 




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POLITICA
14 marzo 2015
DIRITTO, MORALE, STORIA, POLITICA

Ogni volta che un celebre caso giudiziario giunge a conclusione, i commenti si sprecano, e non è che sia un male. Ciò che può infastidire è invece l’incrociarsi confuso di diritto, morale, storia e politica. Sono campi che vanno accuratamente distinti.

Il diritto è costituito da norme che hanno la caratteristica di essere cogenti. Anche la morale è per qualche verso cogente, ma l’adesione ad essa – intesa come “mores”, come principi comuni alla maggioranza di una data nazione – è volontaria e le sue sanzioni sono “sociali”, nel senso che non sono codificate in un corpus ufficiale, ma risultano dalla disapprovazione del gruppo. In  conclusione, da un lato la morale è un dovere, ma non un obbligo, dall’altro l’efficacia delle sue sanzioni dipende dalla sensibilità ad esse del soggetto che ne è colpito. Il suo più grande difetto è che troppo spesso le persone “morali” si sentono in diritto di imporre i loro principi a tutti, cosa che, se non è contro la morale, certo è contro la tolleranza.

La legge invece la tolleranza non sa nemmeno che cosa sia. Il suo unico modo d’espressione è il comando e il cittadino non è chiamato ad approvarla o a disapprovarla, ma semplicemente a rispettarla. Anche se reputa che sia sbagliata, nociva o immorale. I martiri cristiani disobbedivano alle leggi per motivi che la posterità ha reputato nobilissimi, nondimeno, se rifiutavano di sacrificare all’imperatore (mettendo un po’ d’incenso in un braciere, niente di drammatico) la loro condanna era tecnicamente giustificata.

Proprio per queste ragioni la legge non è né un idolo né la personificazione della giustizia: è soltanto l’espressione della volontà del sovrano, anche quando il sovrano è il popolo. Questa concezione ha delle conseguenze. Se qualcuno ha coscientemente e volontariamente violato la legge, è normale che gli si applichino le sanzioni previste, ma non è lecito biasimarlo soltanto perché ha violato la legge. I giudici romani potevano condannare a morte i cristiani, non dirgli che la loro era una falsa religione. La pena è quella edittale, e nessuno ha il diritto di moraleggiare. Un principio che, in Italia, bisognerebbe insegnare in particolare ai  magistrati e ai giornalisti. Non si può dimenticare che fra i condannati ci sono stati Socrate, Gesù Cristo, Giovanna d’Arco e tanti altri innocenti.

La legge non è una norma dettata da Dio e non è una regola di vita. È soltanto un limite alla libertà del singolo, non una deontologia, Dunque lo Stato dovrebbe limitare al massimo la sua tendenza ad atteggiarsi a maestro di morale. Non è quella la sua funzione. Allo Stato liberale non interessa ciò che pensano i cittadini, ma ciò che fanno: si chiama “esteriorità del diritto”.

Il processo, soprattutto quello penale, è il momento in cui il diritto si incarna ed opera nella realtà. Ma non ha, e non può avere, la pretesa di stabilire la verità. Mentre la storia cerca di accertare come sono veramente andate le cose, anche secoli dopo i fatti, e se non ci riesce, lascia la questione impregiudicata, il processo in ogni caso decide qualcosa, e non sempre in linea con la verità. Per giunta, non può aspettare secoli: il giudice deve condannare o assolvere. E quando assolve perché non è riuscito a capire se l’accusato sia colpevole o innocente (in dubio pro reo), la gente pensa stupidamente che egli abbia stabilito la verità storica e inconfutabile dell’innocenza. Un totale fraintendimento.

Il processo stabilisce quella che si chiama “verità processuale”, non la verità storica. La sentenza non ha e non deve avere questa pretesa. Ecco perché è scandaloso che, nel processo Andreotti, mentre lo si assolveva dalle accuse, lo si dichiarava “mafioso” per il periodo coperto dalla prescrizione. Quella è stata una patente violazione dell’etica giuridica e un’indebita e presuntuosa invasione del campo della storia. Anche perché degli ingenui che si credono giuristi, come Marco Travaglio, sulle sentenze si appoggiano – per proclamare le loro “verità” - come se fossero una rivelazione divina.

La politica infine è un campo diverso sia dal diritto, sia dalla morale, sia dalla storia, di cui totalmente si disinteressa. Essa tiene conto delle regole soltanto per le conseguenze che possono derivarne. Poiché l’apparenza della virtù è utile per ottenere l’approvazione e il voto dei cittadini, di questa apparenza si fa grande spreco, fino all’ipocrisia e fino alla crudeltà nei confronti degli avversari: ma nella sostanza, perfino quando – occasionalmente – gli scopi sono morali, i mezzi rimangono troppo spesso immorali. Chi per prevalere si servisse soltanto di mezzi morali finirebbe col perdere, come ha insegnato Machiavelli.

Chi conosce il moralismo peloso e interessato dei politici, chi ha misurato il loro cinismo, la loro capacità di dissimulazione e di tradimento, non può che rimanere disgustato, quando li sente atteggiarsi a Catoni. E alla fine, tra diritto, morale e politica, non gli rimane che aggrapparsi alla storia, sperando che, alla fine, sia essa a dire una parola di verità.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

13 marzo 2015




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POLITICA
12 marzo 2015
IL GIOCO DELLA FELICITA'

 


Immaginiamo una gran festa di giovani, di quelle che sonoattese e celebrate come un momento in cui è lecito dimenticare tutte le preoccupazioni.I ragazzi ridono, ballano, si baciano, bevono, Ogni tanto qualche coppiasparisce nelle stanze superiori, per poi tornare giù, con l'aria languida esoddisfatta. E magari uno dei due, dopo qualche tempo, sparisce con un nuovopartner, senza la minima scenata da parte di nessuno. Il sesso è undivertimento innocente e non impegna a nulla. Chi non vedrebbe la scena come larappresentazione della libertà e della felicità, di ciò che di meglio puòoffrire la vita?

L'universale consenso è confermato per via indirettadall'arte. L'eroe di infinite saghe incontra l'amore nella vicenda narrata,come se prima, pur avendo trent'anni, non avesse avuto un'occasione. Il fatto èche il protagonista, per vivere spensieratamente un’appassionante vicenda, nondeve essere sposato: diversamente non sarebbe disponibile. Né deve avere avuto deifigli, perché avrebbe troppi legami e impegni. L'amore di James Bond non sideve concretizzare in un rapporto stabile, perché ciò rappresenterebbe ilrientro nella mediocrità e annullerebbe la possibilità di ricominciare il giocoinfinite volte.

Naturalmente stiamo parlando di miti. Per bene che vada, il"wild party" è momentaneo. L'eroe del West, venuto da chissà dove - eche alla fine riprenderà il suo cammino per chissà dove - è inverosimile. Nellarealtà l'alcool fa male. Se qualcuno arriva all'ubriachezza, poi, nelle stanzeal primo piano, farà cattiva figura. Le ragazze che vanno con questo e conquello rischiano di rimanere incinte e perfino di non sposarsi. Gli stessibaldi giovanotti, che magari non pongono un freno alla qualità del loropiacere, potrebbero trovarsi ad avere l'Aids o ad essere i padri del figlio diuna di quelle disprezzabili "sciacquette", rimanendo per questolegati a lei, in un modo o nell’altro, per il resto della vita. Come se nonbastasse, l’etica corrente parla di comportamenti riprovevoli e pericolosi. Aquell'età, insegnano i benpensanti, le persone di buon senso dovrebbero pensarea metter su famiglia, a non correre rischi e a fare la loro parte nellasocietà. E per colmo d’ironia fra i censori ci sono anche coloro che, decenniprima, fecero parte dei giovani scapestrati.

E tuttavia, malgrado questo diluvio di controindicazioni,confessatamente o inconfessatamente, quel quadro è il sogno di tutti i giovanimaschi fino ai sessant'anni. Come mai?

La spinta alla promiscuità sessuale, cioè alla massimadiffusione dei gameti dei maschi, è una tendenza che condividiamo con gli altriprimati, e tuttavia essa è contraria all'istinto di conservazione della nostraspecie in particolare. Perché la specie si perpetui l'uomo deve aiutare ladonna nelle costose e interminabili cure parentali: dunque è necessario che sicostituiscano le famiglie. Inoltre - affinché l'uomo non debba temere distrapazzarsi per perpetuare i geni altrui - bisogna che la donna gli siafedele. Dunque matrimonio, monogamia, fedeltà, procreazione, vita regolare elontana dai pericoli, tutta la panoplia del mondo borghese che è il contrariodel "party" scatenato.

Ma, anche per chi volesse disinteressarsi dell'istinto dellaspecie, c'è una seconda ragione, in favore della scelta "morale": ilcontraltare dell'imborghesimento è la solitudine. Concludendosi, il film vede l'imbattibileSean Connery trionfatore, ma nessuno dice come starà venti o trent'anni dopo. Ipersonaggi sono eternamente giovani, gli esseri umani invecchiano. È ciò cherende infelici attori e attrici. Gli uomini inventati possono passare daun'avventura all'altra, perché le belle donne gliele forniscono i copioni egliele trovano i produttori; nella realtà, i dongiovanni corrono seriamente ilrischio di ritrovarsi ingrigiti, soli e abbandonati, fino ad invidiare iborghesi rassegnati. Questi forse si sentono dei frustrati ma hanno delle mogliche si preoccupano di ricordargli di indossare la sciarpa, mentre del vecchiodonnaiolo non si preoccupa nessuno.

Sembra un gioco in cui comunque si perde. E forse è propriocosì. Se si sceglie l'anticonformismo si deve mettere in conto la solitudine;se si sceglie il conformismo, si devono mettere in conto tutti i guai e lepreoccupazioni che provocano i figli, le feste comandate con il parentado e lavita di una società al rosolio.

Qualcuno dice che potrebbe esserci la soluzione dellasaggezza, il giusto mezzo. Magari l'incontro con un partner che offra ivantaggi di tutte le soluzioni. Perché no? La monetina che abbiamo lanciato inaria può anche rimanere in piedi sul bordo.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

17 febbraio 2015




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CULTURA
10 marzo 2015
Lagerfeld esagera, ma non troppo


 

Karl Lagerfeld, lo stilista, si confessa innamorato della sua gatta bianca Choupette. Ha bisogno di avere sue notizie, comprovate da fotografie, se per caso è in viaggio, l'ha nominata erede e rimpiange di non poterla sposare. Questa notizia farà sorridere molti e interesserà anche qualche psichiatra. E tuttavia, fra quelli meno autorizzati a sorridere di Lagerfeld, ci sono io. Che non mi sarei reso ridicolo per amore della mia Grif, e non l'avrei nemmeno nominata erede, ma ho sofferto quando, in occasione della separazione, la mia prima moglie decise d'autorità che la micia le toccava per diritto felino, immagino, e se la portò in Francia. E poi non potrei neanche dirmi innamorato di quella bestiolina perché è morta da ben oltre vent'anni. Ma qualche dovere di solidarietà con Lagerfeld mi rimane.

Qualcuno può trovare incomprensibile l'enorme stima che parecchi hanno per i gatti. E non c'è da stupirsene. Basta non averne avuto e non avere mai tentato di comprenderli. Se non si conosce il tedesco non si può ridere di una barzelletta raccontata in quella lingua. E il paragone con un "linguaggio" che non si conosce è proprio quello che qui serve. Per comprendere a fondo la grande musica, bisogna avere tendenza per quest’arte (ci sono persone sorde a Bach come gli erbivori sono insensibili al fascino della carne) e avere dedicato un infinito numero di ore al piacere di ascoltarla devotamente. Il profano si stupisce vedendo che l'appassionato è capace di commuoversi fino alle lacrime ascoltando per la centesima volta la stessa sinfonia, lo stesso quintetto, perfino soltanto una sonata per violino e pianoforte come quella di César Franck. L'appassionato di musica non inventa nessuna delle delizie di cui gode: sono i sordi che non hanno orecchie per percepirle.

Nello stesso modo, quando si tratta di comprendere i gatti, il primo ostacolo è che per la maggior parte delle persone essi sono animali utili ad acchiappare topi o a servire da silenzioso soprammobile in casa. Per ragioni culturali li si mette fra i mammiferi più intelligenti, come i cani, ma di malavoglia. Il cane fa di tutto per parlare la nostra lingua e dunque è come uno straniero cordiale che si esprima a gesti. Il gatto è uno straniero aristocratico che non tiene affatto a mettersi in contatto con gli indigeni. Da noi accetterebbe regali, per risparmiarsi la fatica di procurarsi ciò che desidera, ma ciò non autorizza nessuna confidenza, da parte nostra. A meno che…

A meno che, appunto, non siamo noi che ci diamo la pena di studiare la sua mentalità e la sua lingua, nel modo più rispettoso e discreto. In questo caso, può anche darsi che ci conceda la suaamicizia. E non è onore da poco.

Se le condizioni sono quelle giuste, il gatto ha l'occasione di dimostrare la superiorità della sua natura sulla nostra. Nella sua mente non c'è spazio per molte cose che noi reputiamo "naturali" e che rendono la nostra vita più difficile. Innanzi tutto non ha bisogno degli altri. In natura è un essere autonomo e la solitudine gli sembra la condizione più ovvia. La psicodipendenza non sa che cosa sia. Ecco perché la sua amicizia non è invadente e conserva sempre un certo distacco. Quel piccolo gentiluomo da un lato non si impone mai, dall'altro non permette a nessuno di imporgli qualcosa. Se ha deciso di andarsene, non sopporta che lo si tenga.  La libertà per lui non è né un dovere né una conquista: è un istinto. Se desidera qualcosa, al massimo la propone, ma se gli si dice di no non insiste. Naturalmente a meno che non sia affamato, ma allora la sua insistenza dipende dall'istinto di conservazione.

Il gatto è caratterizzato dall'assenza di violenza. È un cacciatore ed un carnivoro, dunque mangia topi, uccelli, tutto ciò che gli serve per sopravvivere, ma la sua è una violenza tecnica e giustificata. Senza motivazione e senza senso (come i cani che corrono abbaiando dietro le automobili) non si strapazzerebbe mai. Per lui è anche inconcepibile quella violenza intraspecifica di cui noi umani siano dei campioni, con la guerra. Salvo le zuffe per ragioni territoriali o in caso di concorrenza per una femmina, non arriva mai alle vie di fatto, che comunque non conducono alla soppressione dell'altro. In natura - se gli spazi sono sufficienti - gli scontri sono del tutto infrequenti; in città - se c'è cibo per tutti - si mangia placidamente dalla stessa scodella.

Se si studia un gatto intelligente, se ne ricava l'impressione che in tre o quattro chili si condensi la migliore filosofia. Il micio non fa nulla d'irrazionale, di stupidamente violento o di rumoroso. Cerca di godersi la vita col minimo sforzo. Può sembrare stupido se corre dietro a un gomitolo, ma da un lato sa benissimo di star giocando, dall'altro quel gioco è un allenamento per la caccia. È naturalmente pulito ed elegante, e mamma gatta è assolutamente un modello nella cura e nell'educazione dei piccoli. Coniuga un amore che va fino al sacrificio personale con la giusta severità, rappresentata da consistenti scappellotti. Alla fine l'essere umano arriva a comprendere che, come temperamento, i gatti sono pari al più saggio dei filosofi. Probabilmente è lui che non è alla loro altezza: con i suoi problemi, i suoi conflitti, i suoi complessi, i suoi scrupoli e le sue reali colpe. Il micio soddisfatto, che lo guarda socchiudendo gli occhi, è come se gli dicesse: "È un peccato che tu non sia un collega. Sapessi come è bello, godersi questo sole".

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.itSA

10marzo 27 2015




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POLITICA
6 marzo 2015
IL PROGRESSO E LO SFATICATO
Montaigne, nei famosi "Essais", parla in prima persona per centinaia di pagine eppure nessuno scambierebbe la sua opera per un diario e men che meno per una celebrazione narcisistica del suo "io". Né cede alla tentazione di fingere una confessione "autofustigatoria" come Rousseau o da ultimo Sartre. Il suo "moi" è soltanto un punto d’osservazione sul mondo, per parlare del mondo. Al massimo, con quella prima persona, ammette l'opinabilità delle conclusioni cui giunge a mano a mano. Non per niente era fondamentalmente scettico.
Senza nemmeno tentare di paragonarsi a Montaigne, dev’essere lecito parlare dell'esperienza personale quando essa può servire da testimonianza. È in questo senso che amerei porre un problema che è stato mio e potrebbe essere di altri. O forse far identificare una sindrome più o meno patologica.
Come ho più volte ammesso, avendone la possibilità, ho approfittato di una legge demenziale per mettermi in pensione al più presto, sicché, se pure modestamente, vivo a spese del prossimo da decenni. Dovrei avere avuto degli scrupoli e invece in tutto questo tempo ho reputato la mia situazione assolutamente la migliore possibile. Non c'è stato un solo giorno in cui abbia rimpianto il lavoro.
La cosa non sorprende. Sin da bambino, il mio giorno preferito è stato la domenica. Pinocchio avrebbe voluto una settimana di sei giovedì e una domenica, perché allora il giovedì era vacanza. Io da professore ho realizzato il sogno di Pinocchio prima adottando come giorno libero il giovedì, poi ottenendo realmente una settimana di sei giovedì e una domenica. 
Da alunno invece reputavo le vacanze di Natale il periodo più bello dell'anno, superato soltanto dalle vacanze estive e infine dalla pensione. Durante gli anni di lavoro ho sempre cercato di fare il mio dovere (quello per intero) ma senza zelo e senza regalare un minuto.  L’atteggiamento, come si vede, è generale. Non ci sono mai stati vantaggi o riconoscimenti che mi abbiano invogliato all'azione, a strapazzarmi per ottenere qualcosa di più. Il denaro è perfettamente rientrato in questo quadro: il grande lusso non è mai stato quello di potermi concedere un oggetto tanto costoso che gli altri non potessero permetterselo, quanto il piacere di essere libero e di dedicarmi agli otia.
I miei desideri sono sempre stati minimi. E sono stato anche capace di rinunziare al piacere del cibo per non ingrassare. Le uniche cose che mi sono piaciute sono state i viaggi e le lingue. Ma ambedue queste cose, come la passione vagamente turistica per la storia e la letteratura, avevano uno scopo: conoscere il mondo, studiare l'umanità, se possibile al di fuori della scatola chiusa del proprio tempo e della propria nazionalità. Infatti, conseguito un piccolo bagaglio, mi sono chiuso nella mia stanza a titolo definitivo.
Il quadro è allarmante. Con un simile atteggiamento, forse l'umanità non sarebbe passata dall'età del bronzo a quella del ferro. Ma se non si cede all’attivismo moraleggiante, al mito e al dovere del progresso, la domanda diviene: che val la pena di fare, nella vita? Tanti padri della Chiesa, tanti filosofi, tanti maîtres à penser si sono sbracciati a parlare di vanitas vanitatum, possibile che se poi nasce uno che veramente li prende sul serio dobbiamo considerarlo pazzo? E perché non citare il poeta Jules Laforgue, che ha scritto questi due versi terribili: “Et devant ta présence épouvantable, ô mort, je pense qu’aucun but ne vaut aucun effort”, e dinanzi alla tua spaventosa presenza, o morte, penso che nessuno scopo valga nessuno sforzo.
È meglio lasciare la questione impregiudicata. Personalmente mi sono appassionato soltanto alla conoscenza eclettica, perché l’eclettismo sta alla cultura seria come il sesso fra innamorati sta a quel pilastro dell’umanità che è il matrimonio.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
6 marzo 2015



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POLITICA
5 marzo 2015
IL LIBERALE ANTIPATICO


Il liberale classico è sgradito un po' a tutti. 
Non piace ai poveri, perché crede che i ricchi non abbiano il dovere di dare loro una parte della propria ricchezza. 
Non piace agli idealisti perché costoro reputano che i ricchi - a meno che non lo siano loro stessi - dovrebbero sentire il dovere di donare ai poveri. 
Non piace ai religiosi, perché appare un amico dei ricchi, e il vecchio pregiudizio della Chiesa Cattolica - secondo il quale è più facile che una gomena passi attraverso la cruna d'un ago che un ricco entri in paradiso - è immortale. Forse per i Protestanti il denaro è un segno della benevolenza divina, in Italia rimane comunque lo sterco del diavolo, acquistato commettendo illeciti penali e morali. 
Non piace agli intellettuali (per esempio i professori e i giornalisti) perché costoro vivono di cultura, mancano totalmente di senso pratico e sono convinti che avrebbero meritato di guadagnare di più. Infatti invocano una ri-distribuzione della ricchezza (altrui) sulla base non del merito ma del bisogno, della moralità, e soprattutto della cultura. 
Non piace ai collettivisti i quali sono convinti, malgrado ogni smentita della storia, che lo Stato li favorirebbe più di quanto non possa favorirli la libertà. 
Non piace ai frustrati e agli invidiosi perché, essendo degli incapaci, confondono la meritocrazia con l'ingiustizia e ne deducono che gli altri il successo l'hanno avuto per via di corruzione o di malaffare. E sperano dunque che lo Stato li vendichi. 
Non piace ai politici di sinistra perché da un lato partecipano di molte delle categorie sopraddette e dai poveri, che sono i più numerosi, sperano di ricavare quei voti che daranno loro potere e denaro.
Ma, almeno il liberale piace agli industriali, ai ricchi, ai politici di destra? Nient'affatto. Il gaglioffo infatti, quando si tratta dell'economia, è a favore dell'intervento dello Stato quando la libertà favorisce ingiustamente i ricchi a spese del popolo, per esempio falsando o eliminando la concorrenza. Lo Stato deve intervenire per punire un eventuale "cartello", cioè l'accordo con cui le grandi imprese tengono artificialmente alti i prezzi di un bene o di un servizio, o si spartiscono le aree di attività, per guadagnare di più. E naturalmente ciò non è molto gradito agli interessati. 
L'Italia vorrebbe essere un Paese di sinistra, ma a volte lo Stato italiano permette ai produttori amici di essere avidi. Inoltre, le varie lobby difendono i loro privilegi con le unghie e con i denti: dai tanti dipendenti degli "enti inutili", tenudo ai medicinali, per esempio, non si capisce la differenza di prezzo (da uno a cinque) fra due Paesi confinanti, come l'Italia e la Francia, di prodotti "stupidi" come le lacrime artificiali. 
Ma anche categorie umili sanno farsi sentire: i tassisti sono una confraternita più unita dei templari d’un tempo e preferiscono vedere la gente senza ombrello sotto la pioggia che permettere l'esistenza di un maggior numero di licenze. Insomma, in Italia, ogni volta che dalle leggi si spera di ricavare qualche vantaggio, lo "statalismo" interessato alligna alla grande, anche fra le imprese private.
Quando lo Stato agisce nell'economia con la funzione di arbitro disinteressato, la sua azione è meritoria. Quando invece si parla della costosissima ed elefantiaca Pubblica Amministrazione, si è dinanzi ad un'istituzione talmente negativa, che persino i politici che l'hanno gonfiata con i loro raccomandati riconoscono che sarebbe il caso di riformarla. Purtroppo anche l'esercito degli impiegati di Stato - che votano - costituisce una possente lobby.
In fin dei conti, il liberale non ha amici. Il disgraziato dice a tutti che, se vogliono procurarsi qualcosa, devono farlo da soli e onestamente. Il che, in una società liberale, corrisponde a dire che chi rimane povero è povero per colpa sua, nel senso che non ha avuto la capacità o la voglia di arricchirsi. Questo sì è un fardello pesante. Meglio dare il torto a qualcuno.
Il liberale è capace di riconoscere che personalmente nella vita non ha combinato niente, e dunque è normale che non sia ricco: ma questo non lo rende simpatico. Non soltanto così toglie ogni scusa a sé stesso, e passi, ma la toglie anche agli altri: e questo è intollerabile.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 marzo 2015
ti in vita per distribuire stipendi, ai notai, all'inutile P.R.A., ai farmacisti. Riguar



permalink | inviato da giannipardo il 5/3/2015 alle 17:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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