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POLITICA
29 settembre 2014
PARALLELISMI FRA RENZI E BERLUSCONI

Osservando la storia, si ha spesso una perplessità: in che misura, a volte, un uomo può determinare gli eventi, in che misura, a volte, gli eventi fanno sorgere l'uomo che li guiderà? 
Il problema si pone a proposito di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Ambedue sono inimitabili, eccezionali nella fulmineità dell'azione che li ha portati al potere. Li accumuna soprattutto l'aver compreso il presente nel momento stesso in cui gli altri rimanevano impigliati nel passato. Berlusconi ha capito che, se era morta la Democrazia Cristiana, non era morto il suo elettorato: e bisognava soltanto offrirgli qualcuno che lo capeggiasse. Renzi ha capito che la politica di sinistra, fino al suo arrivo, è stata un'accumulazione di errori da cui era necessario uscire. E soprattutto da cui, finalmente, era possibile uscire.
Queste grandi intuizioni li fanno giganteggiare ma rimane vero che essi non avrebbero potuto inserirsi nella storia se le circostanze fossero state diverse. Se il più grande partito italiano non si fosse praticamente sciolto al sole, nel 1993, Berlusconi non avrebbe avuto la minima possibilità di smuovere il roccioso establishment democristiano. Un establishment tenuto insieme da un legame ben più forte di quello ideologico: l'interesse.
Analogamente, Renzi è arrivato quando il Pd sembrava aver perso la sua spinta propulsiva, con un Pierluigi Bersani implorante ai piedi di un M5S non disposto a sostenerlo, ed ha avuto il fiuto di comprendere che le grandi mura della cittadella della sinistra erano di cartone. Se bisognava difenderla, bisognava farlo  con armi nuove. Angelo Panebianco, in un suo pregevole articolo(1), gli attribuisce questi meriti: ha spazzato via l'antiberlusconismo, per vent'anni vero collante della sinistra; "ha aggredito il tabù della Costituzione più bella del mondo"; "ha detto la verità sul conservatorismo della Cgil e sugli interessi che essa difende a scapito di quali altri interessi". E già solo per questo, ammettiamolo, bisognerebbe togliersi il cappello dinanzi a lui. Ma, si ripete, ha potuto dire tutte queste cose (di "fare" ancora non si parla) perché la temperie storica è cambiata. 
Può darsi che l'antiberlusconismo sia stato un grave errore, in sé: ma sarebbe stato molto più difficile attaccarlo quando Berlusconi aveva un grande potere e il Pd si sentiva Orazio Coclite sull'ultimo ponte. Ora che è all'opposizione potrebbe invece essere un utile compagno di strada per realizzare quelle utili riforme che la sinistra non ha sino ad ora permesso a nessuno . E la sinistra potrebbe intestarsene il merito. L'antiberlusconismo, se prima è stato un errore, ora sarebbe un anacronismo.
Più interessante è l'attacco ai sindacati. Anche qui Renzi dimostra coraggio e fiuto per la sensibilità popolare. Prima, quando le cose andavano relativamente bene, i sindacati facevano la voce grossa e condizionavano il governo, ora che l'Italia è veramente nei guai, ora che ci sarebbe bisogno di un Mosè che ci aiutasse a traversare il Mar Rosso, sono muti e impotenti, certificando così la loro irrilevanza. Essi sono bravi a "strappare qualcosa a chi ha di più", ma se si tratta di produrla, la ricchezza, e non di toglierla a qualcuno, non sono capaci di nulla. Dunque il benessere di un tempo non l'avevano certo creato loro. E Renzi è capace di irriderli.
È vero, ci sono dei sindacati - come la Fiom - che neanche a Pomigliano d'Arco hanno accettato la realtà. Gli altri sindacati ci mettono la faccia, loro si comportano come quei mariti che, "per coerenza", dicono risoluti no, e infine, "per far piacere alle mogli", dicono quel sì che sapevano ragionevole sin dal principio. 
Anche per quanto riguarda la magistratura, Renzi ha capito che il vento è cambiato. Non è impossibile ottenere qualche successo cavalcando la stanchezza della gente nei confronti di una casta ferocemente attaccata ai propri privilegi e intenzionata a condizionare la politica. La mossa di renderla indifendibile per le ferie e gli altissimi stipendi è stata poi geniale. Sono cose secondarie ma facili da capire. Mentre adottando altri argomenti, magari più seri, la discussione sarebbe rimasta fra i competenti.
E c'è un altro elemento da sottolineare, per quanto riguarda il parallelo fra Berlusconi e Renzi. Il primo è al centro della politica da vent'anni, Renzi è arrivato alla notorietà da meno di un anno. Non sappiamo dunque se sarà per parecchio tempo una figura importante, nella storia nazionale, come il Cavaliere di Arcore, o se sarà un fenomeno passeggero. Fino ad ora i risultati sono scarsi, e può darsi che  prevalga la confraternita dei frenatori, come altre volte. E tuttavia, contro un ragionevole pessimismo, bisogna sperare che si riesca a fare qualcosa per questo sfortunato Paese.  
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 settembre 2014
(1)http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_28/veleni-interni-barriere-infrante-f234b634-46d5-11e4-b58c-ffda43e614fc.shtml



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POLITICA
28 settembre 2014
DE MAGISTRIS E L'ERRORE GIUDIZIARIO
La vicenda di Luigi De Magistris è significativa per motivi che trascendono largamente la sua persona. Secondo Socrate, tutti vogliamo il bene, e se a volte di fatto vogliamo il male è perché, sbagliandoci, lo scambiamo per bene. Il che, se ci si pensa, corrisponde a dire che il vero male è l'ignoranza. Ma "l'ignoranza del bene" ha un particolare risvolto quando si tratta di punire chi, secondo noi, ha fatto del male.
In questo campo i più severi sono di solito quelli che non hanno (ancora) "peccato". Se si parla di adulterio, si può star certi che i più severi saranno coloro che sono rimasti fedeli al coniuge dal giorno del matrimonio fino alle nozze d'oro. Mentre chi una volta ha trasgredito quanto meno tenderà a prendere in considerazione delle attenuanti. "A volte, quando una donna è troppo trascurata dal marito…"; "A volte, quando una donna apprende che il marito l'ha ripetutamente tradita…"; "A volte, se si ha la disgrazia di innamorarsi perdutamente, si perde la testa…"; e perfino: "A volte si può fare un Seitensprung, come dicono i tedeschi (un salto di lato), soltanto per curiosità sessuale, senza che i sentimenti entrino in gioco. Del resto, non è proprio quello che a volte fanno tanti, senza per questo cambiare di un et l'affetto per la moglie e per la famiglia?"
Normalmente la severità nasce - oltre che dalla gravità che si attribuisce al fatto - dalla doppia convinzione che personalmente non si commetterà mai quell'illecito e che nessuno mai ce ne accuserà. Due convinzioni azzardate. Innanzi tutto nessuno conosce il futuro e quali circostanze potrebbero indurci a comportarci diversamente da come pensiamo: e qui soccorre una frase di Terenzio che bisognerebbe scolpirsi nella memoria: "Homo sum. Nihil humanum a me alienum puto", sono un uomo e non reputo a me estraneo nulla che sia umano. In secondo luogo - e anche qui si può far riferimento ad un grande nome, quello di Shakespeare: "Sii casta e pura, non sfuggirai alla calunnia". La possibilità di essere accusati, in mala fede o anche in buona fede, a seguito di una serie di sfortunate circostanze, non può mai essere esclusa. Per tutte queste ragioni la severità, la voglia di ghigliottina e il giustizialismo sono pressoché sempre sbagliati. E lo stesso garantismo non deve essere invocato soltanto quando l'accusato è simpatico o lo crediamo innocente: va invocato per tutti e sempre, perché un giorno potremmo averne bisogno noi stessi.
In questo campo De Magistris ha dimostrato i suoi limiti. Ha accusato decine di persone del peggio del peggio, perché personalmente convinto di dover usare la massima severità nei confronti di individui moralmente negativi. E fin troppo spesso ha fatto dei buchi nell'acqua, perché i suoi colleghi giudicanti gli hanno dato torto, assolvendo gli accusati. Ma ciò non ha impedito che la sua azione abbia stroncato carriere che pure erano giunte a livelli ministeriali: si pensi a Clemente Mastella. 
L'esperienza avrebbe dovuto insegnargli che un magistrato, De Magistris, magari in buona fede, può accusare un ministro, Mastella, e di fatto, secondo la verità processuale, calunniarlo. Dunque non era impossibile che altri magistrati accusassero e condannassero un De Magistris (eventualmente) innocente. 
Oggi il sindaco di Napoli ha il diritto di invocare il garantismo, di protestare la sua innocenza e di dichiarare un errore la sentenza che lo condanna. Viceversa non ha il diritto di insultare i magistrati che l'hanno  resa possibile, e per giunta il suo atteggiamento è ammorbato dal suo passato di giustizialismo confinante con la caccia alle streghe.
Al Cristianesimo bisogna rendere la giustizia d'aver stabilito un doppio dogma: da un lato siamo tutti peccatori, dall'altro dobbiamo perdonare tutti. Inclusi i magistrati d'assalto, anche se questa è una delle imprese più difficili. È infatti difficile resistere all'umanissima voglia d'infliggere loro, per contrappasso, le stesse sofferenze che essi hanno imposto agli altri. Ma, come detto, il vero garantista difende anche il colpevole antipatico. 
 La sinistra italiana ha sbagliato molto a lungo e molto gravemente. Il suo garantismo si è svegliato raramente e sempre a favore di un compagno di partito. In questo campo non bisognerebbe mai seguire gli umori della massa o dei giornali: la voglia di forca di tanti italiani è uno dei più imperdonabili difetti della nostra nazione e non bisognerebbe cavalcarlo. Invece  questa pulsione plebea ha spesso abbassato al livello di teppa la nostra classe dirigente. 
I magistrati non sono infallibili e non lo è neppure il giudice che ha condannato De Magistris: ma in passato a questa fallibilità avrebbe dovuto pensare più spesso lo stesso De Magistris, guardandosi allo specchio.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 settembre 2014




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POLITICA
27 settembre 2014
IL VIRUS DELL'AUTORITA'
Le autorità si credono spesso figure genitoriali e si comportano come tali. Hanno una certa idea del bene e tengono ad inculcarla ai loro sottoposti, che siano d'accordo o no. Pur considerando gli agenti della Polizia Stradale benemeriti per il lavoro duro e pericoloso che svolgono, accade che, in perfetta buona fede, a volte essi possano strafare. L'agente che ferma un automobilista indisciplinato e gli fa un lungo predicozzo vuole atteggiarsi a padre severo e giusto. Purtroppo il suo comportamento significa: "In primo luogo io mai farei quello che hai fatto tu. In secondo luogo quello che hai fatto è una fonte di pericolo per te stesso e per gli altri. In terzo luogo, se ti faccio pagare una contravvenzione, è per il tuo bene". Tutta una serie di insopportabili sciocchezze. 
Il cittadino infatti potrebbe rispondere: "In primo luogo può darsi che tu guidi meglio di me, ma io guadagno quattro o cinque volte più di te. Non facciamo confronti. In secondo luogo, non è il caso che mi spieghi che il mio comportamento è biasimevole; se non lo fosse, non sarebbe sanzionato dallo Stato. E soprattutto nessuno ti ha nominato mio tutore: hai il potere di elevarmi contravvenzione, non di educarmi. Fra l'altro è anche possibile che io non abbia commesso nessun illecito, diversamente non avrei il diritto di far ricorso". Quale poliziotto non andrebbe fuori dalla grazia di Dio, sentendosi fare questo più che ragionevole discorsetto?
Il comportamento dell'agente che si comporta così ha molte scusanti. Fra l'altro i suoi stessi superiori l'invitano ad educare gli utenti della strada. Il fenomeno infatti ha una spiegazione di più vasto ambito: la tendenza umana ad identificarsi con l'autorità che si rappresenta.
I magistrati, in questo campo, sono un caso esemplare. Alcuni non comprendono che le sentenze non le emettono in base ad un loro personale potere, come Salomone, ma quali strumento dello Stato. Spesso hanno la pretesa di "fare giustizia", mentre il loro dovere è soltanto quello di applicare le leggi, quand'anche a loro personalmente sembrassero ingiuste. Credono di essere l'autorità, mentre sono soltanto i rappresentanti dell'autorità, di cui devono umilmente applicare i dettati. I peggiori di loro arrivano addirittura a pensare che il non poter essere contraddetti corrisponda all'avere sempre ragione. Come se non ci fossero migliaia di sentenze di Cassazione che li bocciano severissimamente.
Il magistrato non è il depositario di un "Bene" che deve inculcare ai semplici cittadini come se lui personalmente fosse qualcosa di più. È un impiegato di Stato e moralmente, per usare una terminologia religiosa, un peccatore come gli altri. Ha una sedia più alta di quella dell'imputato, ma può avvenire che l'imputato, come Socrate, abbia una testa più alta dei suoi giudici.
Questa tendenza a identificarsi col Potere Benefico è eterna. Ancora tre secoli fa, in Europa abbiamo avuto l'Inquisizione. In molti Paesi musulmani si punisce l'apostasia con la pena capitale: dal momento che l'abbandono dell'Islàm è per il fedele un'enorme disgrazia, lo Stato fa di tutto per evitargliela. Anche con la minaccia, anche con la morte.
Le democrazie moderne hanno superato questo stadio. Lo Stato laico si accontenta dell'obbedienza dei cittadini sugli argomenti più importanti: è la cosiddetta "esteriorità del diritto". I giuristi intelligenti del resto sanno quanto discusse e discutibili siano le leggi. E tuttavia la vecchia mentalità sopravvive sotterraneamente. I docenti, i carabinieri, i magistrati e le autorità di ogni genere tendono a venerare l'establishment, tanto che ne parlano agli utenti come di qualcosa che anch'essi dovrebbero venerare. Non si accorgono che così si trasformano in ingranaggi del sistema, in sacerdoti del Leviatano, in servitori che vorrebbero trasformare gli altri in servitori dei servitori. 
Il rispetto del cittadino, conquista della civiltà, è tendenzialmente contrario alla natura umana. E infatti il totalitarismo si afferma nei Paesi meno sviluppati. Dunque, per un uomo libero, chiunque sia fornito di un minimo d'autorità è spesso insopportabile: perché costui non considera il suo mestiere semplicemente la fonte del suo reddito, come fanno un dentista o un idraulico, lo considera un'occasione per educare il prossimo e indurlo a conformarsi al suo superiore modello.
Nella nostra amministrazione della giustizia, questa mentalità, da nessuno frenata, ha dato risultati disastrosi. Infatti, sul generale concetto di "Bene" da imporre a chi sgarra, si innestò decenni fa un analogo meccanismo riguardante il "Bene" politico. I "pretori d'assalto" vollero purgare la società senza guardare in faccia a nessuno e per farlo stravolsero le leggi con interpretazioni tendenziose, applicarono una "giurisprudenza progressista" e in una parola sperarono di attuare una rivoluzione dall'alto. Dimostrarono così la loro mancanza di scrupoli. Le loro sentenze non servivano ad applicare la legge ma a far progredire la società nella direzione del "Bene secondo la versione della sinistra". E si servirono di un potere che apparteneva allo Stato, non a loro, per fini che appartenevano a loro e non allo Stato. 
Ciò portò in seguito al delirio di "Mani Pulite". Improvvisamente i magistrati si misero a perseguire reati che prima, per decenni, avevano finto di non vedere. Spesso ottennero la confessione degli accusati con la tortura di una strumentale carcerazione preventiva. Spesso disumanizzarono gli imputati  - che magari, fino al giorno prima, erano stati riveriti da tutti - ostentando per loro un incommensurabile disprezzo. Li riducevano - secondo le parole di Gabriele Cagliari, che si suicidò dopo quattro mesi di carcere - al rango di cani da tirare fuori dalle gabbie quando ne avevano voglia. 
La rivoluzione per via giudiziaria, come tutte le rivoluzioni, fu spesso crudele. A parte i suicidi, furono innumerevoli le carriere politiche spezzate. Il più grande partito d'Italia, centro del potere per quasi mezzo secolo, fu delegittimato e fatto sparire. E quando il previsto trionfo del riverniciato partito comunista fu impedito da Silvio Berlusconi, la furia dei pubblici ministeri si riversò su di lui. Non riuscirono a distruggerlo, ma distrussero, agli occhi di molti, la stima dell'onestà e dell'imparzialità della magistratura.
L'Italia infatti lesse questi fenomeni secondo le convinzioni politiche di ciascuno. La destra - attaccata a testa bassa - si convinse più o meno che "il partito dei giudici" era una sezione staccata del partito comunista. Dunque tutti gli uomini di destra, accusati o condannati, erano innocenti. La sinistra, per lungo tempo risparmiata dalla magistratura, ne dedusse al contrario che i suoi uomini erano persone per bene, mentre tutti gli uomini di destra erano corrotti e delinquenti. Infine, quando recentemente i magistrati, scontenti delle posizioni del grande partito di sinistra, hanno cominciato ad attaccarlo, e Matteo Renzi non li ha trattati da autorità incontestabili (brrr… che paura!), anche gli italiani di sinistra hanno cominciato a capire l'inganno di cui sono stati vittime. Ma di questo inganno, per il fervore con cui hanno applaudito la ghigliottina, sono stati largamente responsabili.
Il risultato è drammatico. Pur non avendo magistrati meno numerosi di altri Paesi, abbiamo una giustizia classificata agli ultimi posti del mondo sviluppato. Pur non avendo magistrati peggiori di quelli di altri Paesi, la loro fama è macchiata da alcune primedonne che cercano d'acquisire visibilità per poi spenderla in politica, sicché l'intera magistratura soffre di un deficit di credibilità. La sacralità altruistica della funzione, cui tanti oscuri magistrati sono devoti, è appannata dal comportamento di alcuni: ma purtroppo tutti insieme i magistrati sono colpevoli di avere impedito ogni provvedimento mirante a distinguere i buoni dai cattivi. Le loro associazioni hanno difeso anche i colleghi incompetenti o negligenti ed una carriera che va avanti per anzianità e non per merito. 
La nostra amministrazione della giustizia non avrebbe bisogno di qualche ritocco, avrebbe bisogno di una severissima rivoluzione meritocratica. Forse bisognerebbe arrivare ad imporre il divieto di pubblicare il nome dei magistrati. Il Pm non è il signor tale, è il Pm e basta. Infine il giudice non dovrebbe essere esentato dal rischio di essere a sua volta giudicato e dovrebbe anzi correrlo più di altri, proprio perché questo rischio egli lo fa correre quotidianamente ai cittadini di cui si occupa. 
Naturalmente non c'è nessuna speranza realistica, in questo senso. Da noi perfino gli uscieri o i bidelli hanno l'alterigia dell'autorità. Anche i gradi di caporale dànno alla testa. E figurarsi l'effetto su quei funzionari che, senza correre nessun rischio, hanno diritto di vita e di morte sui loro concittadini. Infatti il Consiglio Superiore della Magistratura, che dovrebbe punirli, attualmente si occupa soltanto di promozioni e assegnazioni. Per il resto, ego te absolvo. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 settembre 2014

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26 settembre 2014
FINITA LA RENDITA DELL'OPPOSIZIONE
La posizione di comando è indubbiamente la migliore, ma anche chi è all'opposizione fruisce di qualche vantaggio. E infatti si parla di "rendita dell'opposizione". Chi governa è chiamato a rispondere dei risultati, anche quando è incolpevole; chi è in minoranza può sempre affermare che al governo avrebbe fatto di più e di meglio. 
Di questa rendita ha beneficiato a lungo il Partito Comunista Italiano, durante il regime di "bipartitismo imperfetto": la Democrazia Cristiana era sempre al governo, il Pci sempre all'opposizione. E anche se di fatto condizionava la condotta del Paese, per anni questo secondo partito ha potuto promettere la Luna senza rischiare nulla. Ma del resto la stessa Dc ha potuto governare male perché tanto, per timore di Mosca, non la si poteva mandare a casa.
Questo stato di cose  è venuto meno con l'implosione dell'Unione Sovietica e dopo avvenimento epocale abbiamo potuto avere perfino un governo presieduto da un comunista doc come Massimo D'Alema. E con ciò la sinistra non ha più potuto promettere l'Eden in terra ed è stata giudicata sui risultati ottenuti. 
Negli Anni Ottanta un governo di sinistra avrebbe lasciato ottima memoria di sé se appena avesse frenato lo sperpero di denaro pubblico e l'aumento del debito. Invece per sua sfortuna si trova a comandare proprio oggi. Stretto nella morsa della stagnazione, deve attuare una politica di austerità, come il peggiore governo di destra. Deve aumentare le tasse, e non per punire "i ricchi", come è nel suo Dna, ma per rimanere a galla: infatti strangola anche le piccole imprese e i poveri. Dovrebbe spendere per rilanciare l'economia, ma non ha i soldi per farlo. Ironia della sorte, deve rispettare quei parametri che incautamente furono sottoscritti dalla sua stessa parte politica. Fu infatti Romano Prodi che compì l'impresa epica di "portarci in Europa" (dall'Africa in cui eravamo) facendoci entrare nell'euro.
La Nemesi non soltanto è spietata, è sarcastica. Irride quel Pci che, quando gli italiani erano sereni e l'economia andava benissimo, criticava aspramente chi era al governo e prometteva miracoli, mentre ora che al governo ci sono i suoi eredi, i cittadini sono disperati e l'economia è alla canna del gas. 
Per giunta da ogni parte - anche da sinistra - si ingiunge a questa maggioranza di fare "le grandi riforme strutturali", dimenticando che esse sono una sorta di ordalia senza scampo. Se non si fanno, e se l'Italia va a ramengo, a questo governo si darà la colpa di non averle fatte. Se si fanno, dal momento che nessuna riforma è indolore, anche i sostenitori della sinistra, inferociti, chiederanno la testa dei loro rappresentanti.
Esemplare, in questo senso, la diatriba sull'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Si deve premettere che, per parlarne, non è necessario esprimere un giudizio su di esso. Potrebbe essere una benedizione, per i lavoratori e per l'occupazione, e potrebbe essere una iattura; potrebbe essere ininfluente e potrebbe essere esiziale, una cosa è sicura: sia la sinistra, sia la sua appendice sindacale lo hanno proclamato da decenni la linea del Piave. E se ora lo aboliscono, rischiano di sentirsi dire che proprio loro, gli eredi del Pci, sono dei traditori e hanno trasformato il più glorioso partito di sinistra in un partito di destra. E, supremo obbrobrio, per andare contro i proletari si sono alleati col miliardario Berlusconi. 
Se invece non lo aboliscono, l'Europa intera dirà che Renzi è uno che parla molto e non fa niente; che l'Italia, come sempre, promette e non mantiene; che l'economia non si riprende perché i suoi governanti non hanno il coraggio di fare le "necessarie riforme". Insomma il problema è simile a quello, famoso, del lupo, della capra e dei cavoli, con l'unica differenza che stavolta la soluzione non c'è. 
Tanti anni fa l'osservatore esterno avrebbe molto amato veder bacchettare duramente un partito che faceva un'opposizione demagogica e a volte demenziale. Ora, se è onesto, quello stesso osservatore non può evitare di esprimere comprensione per il gruppo al potere. 
Per uno scherzo malvagio della Nemesi, le "necessarie riforme", a parte quella della giustizia, sono fondamentalmente due, ambedue contrarie ai principi fondamentali della sinistra. Bisogna diminuire la pressione fiscale, cosa che corrisponde quasi a demolire il Welfare, cioè i vantaggi che lo Stato offre a molti cittadini, e cambiare la legislazione riguardante l'economia, e in particolare le norme sul lavoro, cosa che contraddire le viscere sindacali  del Pd. 
Attualmente il dubbio non è: "Il Pd riuscirà a salvare l'Italia?" Infatti l'impresa sembra impossibile. Il dubbio è: "Almeno, ci proverà?"
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 settembre 2014 



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POLITICA
24 settembre 2014
LA DISCRIMINAZIONE DEL LAVORATORE EBREO
Un buon principio: mai arretrare dinanzi ad un'ipotesi. Infatti, se è negativa, e persino tremenda, ma poi si dimostra infondata, non sarà successo niente. Se invece si dimostra fondata, che importa che sia positiva o negativa?  Bisogna sempre avere il coraggio della verità. 
In questi giorni si discute molto dell'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. C'è chi vorrebbe eliminarlo, c'è chi vorrebbe conservarlo per i lavoratori già assunti a tempo indeterminato, e c'è infine chi sarebbe disposto ad abolirlo in alcuni casi. Su un punto quasi tutti sono d'accordo: sul diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento per discriminazione. Cioè se un lavoratore è mandato via perché nero di pelle, omosessuale, musulmano od ebreo. Insomma non per una caratteristica personale ma per riferimento ad una categoria di appartenenza.
Una prima perplessità nasce dall'identificazione della categoria. Chi ricevesse la lettera di licenziamento perché "inefficiente", potrebbe sempre obiettare che il ritmo di lavoro non è soltanto una caratteristica personale, corrisponde ad un'intera categoria di persone.  C'è gente che cammina velocemente e gente che cammina lentamente, gente che divora il cibo e gente che rumina come un bovino. Insomma c'è una categoria di persone che nell'unità di tempo produce molto, e una categoria che produce poco. "Lei non può licenziarmi soltanto perché appartengo alla categoria degli inefficienti. Così lei mi discrimina". L'argomento può apparire capzioso, ma come confutarlo?
Quanto al nero, non può mai essere licenziato perché discriminato. Infatti è stato assunto benché nero. Parliamo allora del caso più semplice: il licenziamento per motivi indubbiamente "discriminatori" di cui non si poteva avere notizia al momento dell'assunzione. Premesso che l'antisemitismo è una forma di stupidità, quando non di malattia mentale, si farà l'esempio di un imprenditore che licenzia un ebreo perché ebreo. 
Il giudice - che ha dalla sua, oltre alla legge, il consenso dell'intera nazione - sta per imporgli la reintegrazione nel posto di lavoro del dipendente israelita e tuttavia il datore di lavoro, reputando d'avere qualche buona freccia al suo arco, chiede di parlare:
"Signor giudice, lei ha i capelli corti. Ciò significa che è andato a farsi tagliare i capelli, ed immagino abbia scelto il barbiere che la soddisfa come competenza, come prezzo e come vicinanza a casa sua. Comunque liberamente. Ora ammettiamo che lei sia antisemita come me, e scopra che quel barbiere è ebreo. Forse che non sarà libero di farsi tagliare i capelli da un altro? Certamente sì. Nello stesso modo, mi pare ovvio che si sia liberi di scegliere un medico o un avvocato secondo i propri parametri, e nessuno ci può impedire di evitare il medico o l'avvocato ebreo. Ora chiedo: in quanto cittadino, ho il diritto di non sposare un'ebrea; di non vedere un film con attori ebrei; di non avere né un avvocato né un barbiere ebreo; ho persino il diritto di non assumere un ebreo, purché non gridi ai quattro venti il motivo per cui non lo voglio. Ora vorrei sapere come mai, dopo tutta questa serie di libertà, inciampo sull'ultima, quella di licenziare l'ebreo assunto per errore. Non è logico.
Né vale dire che, mandandolo via, gli provoco un danno patrimoniale. Perché provoco un danno patrimoniale anche al mio barbiere, se vado da un altro barbiere, dopo che ho scoperto che lui è ebreo.
Insomma, questa legge non ha senso. A me pare razionale che un ebreo, soprattutto in un Paese in cui gli israeliti sono discriminati, dia lavoro ai suoi correligionari a preferenza dei gentili, ma corrispondentemente mi pare razionale che io mi tenga il lavoratore finché mi va, e lui stia con me finché gli va. Signor giudice, mia moglie ed io stiamo insieme da ventidue anni, abbiamo tre figli e non siamo sposati. Sa perché? Perché all'inizio ci siamo detti: se avremo voglia di stare insieme, non sarà necessario essere sposati; e se vorremo separarci è bene che non siamo obbligati a dar conto della nostra decisione ad avvocati e magistrati. Ora vedo che sono libero di lasciare una donna cui tengo moltissimo, e devo tenermi un ebreo che mi ha nascosto di essere tale, quando l'ho assunto? Se lei mi dice che devo riassumerlo perché questo vuole la legge, non potrò che obbedire: ma le assicuro che sono perfettamente capace di rendergli la vita impossibile. E questo la legge non lo vieta".
La vera soluzione del problema dell'art.18 non è questa o quella norma: è che sia facile assumere e facile licenziare in un mercato del lavoro così fiorente che chi perde l'occupazione ne trovi facilmente un'altra. 
Il resto è ideologia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 settembre 2014

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ECONOMIA
22 settembre 2014
IL PIL DELLE PROSTITUTE

Premetto che sono un ignorante, in statistica. Conosco malissimo che cos'è il prodotto interno lordo e come si calcola. E non so molto neppure del recente provvedimento in base al quale si includeranno in esso i ricavi del nero e perfino - se fosse misurabile - della prostituzione. Ragionerò dunque in base ai dati più scarni.
Come definizione di pil si può dare quella corrente: "la produzione di ricchezza nazionale in un anno". E già qui ci sono le prime perplessità. Perché se nel pil si include tutto ciò che spende lo Stato (come attualmente si fa) vi si include fatalmente anche lo spreco: e lo spreco non è creazione, è distruzione di ricchezza. Cosa che va dimostrata.
Lo Stato paga i carabinieri e i carabinieri contribuiscono potentemente ad assicurare l'ordine pubblico. Questo non è uno spreco. Ammettiamo invece che in un dato ufficio ci sia un impiegato in più del giusto (se ne trovano parecchi nell'Amministrazione della Regione Siciliana) in quanto assunto per far piacere ad un onorevole. L'impiegato riceverà uno stipendio (che entrerà nel pil) ma non produrrà nessuna ricchezza in più rispetto a quella che avrebbe prodotto l'ufficio in sua assenza. Qualcuno dirà che il suo stipendio, dal momento che sarà speso, contribuirà a far "girare" l'economia nazionale, ed è vero: ma ciò non toglie che, in cambio di quello stipendio, l'impiegato non dà niente. Dunque è come se lo Stato quella ricchezza (non sua) gliela regalasse. La ricchezza è un bene o un servizio per il quale qualcuno è disposto a dare qualcosa, di solito pagando. Ed è perché nessuno vorrebbe pagare un altro affinché non faccia nulla che il suo "prodotto" non si può chiamare ricchezza. L'impiegato in più è soltanto un consumatore, non un produttore di beni o servizi.
Tuttavia il suo caso può anche servire per dimostrare a contrario la tesi riguardante il nero e in generale l'illecito. 
Se qualcuno offre al mercato un bene per il quale il mercato stesso è disposto a pagare qualcosa, si rientra in pieno nel concetto di prodotto interno lordo. Pensiamo alla droga. Da un lato ci sono dei contadini che producono la materia prima, imprese che la raffinano, contrabbandieri che la trasportano e spacciatori che la vendono. Dall'altro ci sono persone che, per avere quella droga, sono disposte a pagare. E infatti l'acquistano, ricavandone un piacere. Il fatto che tutto ciò sia illegale è indubbio, ma lo schema è quello della creazione di ricchezza. Si è prodotta una merce desiderabile, qualcuno l'ha acquistata e l'ha pagata, permettendo allo spacciatore e a tutta la sua filiera di ricavarne un guadagno. L'economia prescinde dalla moralità o dalla legalità. 
Tra i "servizi" ci sono gli spettacoli artistici. Il principio rimane quello già indicato: il danzatore classico offre lo spettacolo del suo corpo in movimento e ciò dà al pubblico - pagante - un'emozione artistica. E proprio per questo, moralità e legalità a parte, lo schema non è diverso da quello della prostituta. Qui non si tratta di mostrarlo soltanto, il proprio corpo, ma il paradigma è identico: c'è qualcuno che paga per il piacere che qualcun altro offre. Dunque l'inclusione del "nero" e dell'illegale nel prodotto interno lordo è perfettamente logica.
Naturalmente non ogni attività illegale costituisce produzione di ricchezza. Il furto, per esempio, non la crea: si limita a spostarla arbitrariamente da chi la possiede legittimamente a chi gliel'ha tolta senza giustificazione giuridica od economica. E infatti nessuno pagherebbe per subire un furto. Né conta la soddisfazione soggettiva del ladro: manca - come nel caso dell'impiegato inutile - la produzione di ricchezza.
Più sottile e incerto è il caso della corruzione. Qui c'è uno spostamento di ricchezza cui sono interessate ambedue le parti: il corruttore compra infatti il comportamento che il corrotto terrà nel suo interesse. Purtroppo, c'è da temere che si verifichi non produzione, ma distruzione di ricchezza. Se un appaltatore corrompe un funzionario per avere l'incarico di pavimentare una strada, paga una tangente e si rifà eseguendo male il lavoro, corrotto e corruttore ci avranno guadagnato, ma ci avrà perduto lo Stato. L'erario avrà pagato per buono un lavoro fatto male, e la collettività, che di quella strada deve servirsi, avrà presto dei disagi.
I singoli casi in cui l'attività illegale dovrebbe rientrare o no nel prodotto interno lordo possono essere discussi, ma una cosa è certa: la loro inclusione o la loro esclusione dovrà dipendere soltanto dall'essersi o no creata ricchezza, a prescindere dalle considerazioni morali o giuridiche.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 settembre 2014

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POLITICA
21 settembre 2014
MATTEO E IL 21 SETTEMBRE
Matteo Renzi è simpatico. È un bell'uomo, ha una faccia che ispira tenerezza, tra il fanciullesco e il birichino, si esprime come se fosse circondato soltanto da vecchi amici, e se non è fisicamente in maniche di camicia, lo è sempre intellettualmente. Manca totalmente d'affettazione e per questo ciò che dice suona vero. Se qualcuno gorgheggia: "Che delizioso profumino, ho già l'acquolina in bocca", forse vuol fare un complimento alla padrona di casa. Ma chi esclama: "Accidenti, sembra buono, quello che cucinate: quando si mangia?", è difficile che stia mentendo. O, quanto meno, è un po' più difficile pensarlo.
Tutti abbiamo trovato simpatico l'ex sindaco di Firenze. Dapprima. Ma poi è venuto a galla il sempiterno problema delle dosi.
Prendiamo la recitazione. Un viso immobile, praticamente sempre con la stessa espressione come quello di Harrison Ford, non è la caratteristica di un grande attore. Sergio Leone addirittura disse del primo Clint Eastwood che aveva soltanto due espressioni: col cappello o senza. Ma ciò non significa che si dovesse poi apprezzare Franco Franchi, che di smorfie ai limiti del fisiologico ne faceva dieci al minuto e divertiva un pubblico di bocca buona, più sensibile alla farsa di Plauto che alla commedia di Molière.
Renzi sembra non avere mai saputo ciò che nel campo del buon gusto si chiama "misura". Se persino ad un genio straordinario come Cajkovskij si è potuto rimproverare un eccesso di enfasi, figurarsi quanto debba stare attento chi un genio non è. Invece l'ex sindaco, pensando di dover incoraggiare un popolo sconsolato, lo ha riempito di promesse ossessivamente ripetute, anche quando erano del tutto inverosimili, anche quando erano già smentite dalla realtà, anche quando erano grandiose e contraddittorie. Volendo essere "alla mano", come uno che non si è montata la testa perché lo chiamano "Primo Ministro", si comporta come un presentatore di provincia,  come un animatore di feste di bambini che dà il cinque a tutti e sollecita continuamente l'applauso.
Renzi si è trasformato nell'eterna replica dello stesso spettacolo, secondo un modulo stanco e ripetitivo. Le sue promesse sono divenute il ritornello di una commedia alla cinquantesima replica. Il suo ottimismo una posa che non tiene conto della realtà, il suo sforzo di piacere il trasparente artificio di un ambizioso.
Così ha cessato di essere simpatico. Al vederlo apparire si può togliere l'audio, sicuri di non perdere niente. Non che il suo sforzo di migliorare l'Italia non sia lodevole, ma la distanza fra i libri dei sogni e la realtà si è fatta troppo grande. Prima ha promesso quattro riforme epocali in quattro mesi, poi, per le stesse riforme, ha chiesto mille giorni, come se prima avesse scherzato. Non si è reso conto che, con una simile disinvoltura, autorizza il prossimo a chiedersi: "Se ha potuto perdonarsi così facilmente di non aver mantenuto la parola per i quattro mesi, che difficoltà avrà a perdonarsi di non aver concluso nulla in mille giorni?"
Un altro piccolo esempio. La primavera scorsa, da Bruno Vespa, aveva promesso, entro il 21 settembre, festa di San Matteo, che avrebbe saldato i debiti della Pubblica Amministrazione. Totale, oltre 66 miliardi. Siamo al 21 settembre, di quei miliardi ne sono stati pagati 31-32 e ne rimangono ben trentacinque. E dire che il giovane fiorentino aveva detto: "Se perdo la scommessa, potete immaginare dove mi manderanno gli italiani". Da nessuna parte, caro Renzi. Per arrabbiarsi sul serio sarebbe prima stato necessario prenderla sul serio.
Tutti gli utili che poteva produrre la simpatia, quest'uomo li ha già ottenuti e consumati. Ora il novello Münchhausen può fare a pezzi qualche drago immaginario o vincere da solo contro gli ologrammi di cento nemici: coloro che non sono sedotti né da Harrison Ford né da Franco Franchi lo guardano con indifferenza. Molta gente aspetta ormai soltanto di vedere i fatti. È pronta ad essergli grata di qualcosa e a perdonargli di non essere riuscito a realizzare tutto quanto ha promesso. Ma per far questo, per l'appunto, non bisogna ascoltarlo: perché la sua tracotanza potrebbe indurre alla spietatezza. 
L'overdose delle sua apparizioni, dei suoi proclami, della sua invadenza ha provocato in alcuni una crisi di rigetto. In altri non ancora - non tutti hanno la stessa finezza d'udito - ma è comunque questione di tempo. C'è soltanto da sperare che, quando il fastidio sarà generale, si abbia ancora la lucidità di non occuparsi della persona di Renzi, ma di quello che riuscirà a fare. Del resto, la pizzeria si giudica dalla pizza, non dal cameriere che ce la porta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 settembre 2014



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POLITICA
20 settembre 2014
LA MONETA A FRONTE DI NIENTE
Finché la cartamoneta è stata convertibile, il denaro è stato una merce universalmente accettata. Infatti la cartamoneta era "pagabile a vista al portatore",  cioè trasformabile nel suo equivalente in oro. Quando poi è divenuta inconvertibile (per il dollaro nel 1971, per gli altri Paesi molto prima) ha circolato all'interno perché imposta dallo Stato (corso forzoso) e all'estero, quando accettata, perché garantita dalla ricchezza del Paese emittente. 
Ciò ha avuto notevoli conseguenze. Quando la moneta è convertibile, lo Stato non ne può emettere più di quanta ne garantiscano le riserve auree. Se ciò malgrado ne emette di più, il primo detentore che si presenta otterrà la conversione, ma gli ultimi rimarranno certamente scoperti proprio perché - come detto - si è emessa più moneta di quanto ne coprisse la garanzia dell'oro. Proprio questa fu la ragione per la quale, nel 1971, non fu tanto Nixon che decise di abolire la convertibilità del dollaro quanto il fatto che De Gaulle chiese la conversione in oro dei dollari detenuti dalla Francia. Washington capì che, se altri l'avessero fatto, gli Stati Uniti avrebbero dovuto dichiarare fallimento. La svalutazione rispetto all'oro fu immediata.
Da allora, il dollaro ha continuato a costituire la valuta internazionale di riferimento ma la sua situazione è peggiorata: non soltanto ci sono nel mondo molti più dollari di quanti ce ne fossero un tempo; non soltanto non sono garantiti dall'oro nemmeno per una percentuale, ma ce ne sono molti di più di quante merci potrebbero comprare negli Stati Uniti. Ciò che mantiene il sistema in equilibrio è il fatto che non tutti i detentori di dollari si precipitano contemporaneamente a comprare beni negli Stati Uniti. Quel denaro, almeno per il momento, sembra ancora "buono" e quelli che non lo usano si contentano del fatto che potrebbero farlo. Lo stesso schema vale per tutti gli altri grandi Paesi, dal Giappone all'eurozona.
Il sistema è in equilibrio, ma un equilibrio che non è né morale né stabile. In Italia, pagando gli interessi sul debito con denaro estorto ai contribuenti (circa settanta miliardi l'anno) si ingrassano i detentori stranieri (30%) e italiani (70%), dando a chi ha a spese di chi non ha.
E c'è di peggio: dal momento che il debito pubblico aumenta costantemente e si allontana sempre più da ciò che il Paese può offrire ai detentori dei suoi titoli, il giorno in cui volessero trasformarli in beni, si realizza una gigantesca catena di S.Antonio internazionale. Finché nessuno si allarma, si va avanti con soddisfazione di tutti. Quando il primo si chiederà se per caso non abbia in mano carta straccia, tutti si precipiteranno a comprare beni, sarà la catastrofe. E ci sarà anche l'effetto domino, perché quello che è vero per il primo Paese è vero per gli altri; inclusi gli Stati Uniti che, pur essendo grandi e potenti, sono già tecnicamente, come tutti, in stato d'insolvenza. L'inflazione, troppo a lungo rimandata, sarà mostruosa.
Attualmente la situazione è la seguente. Non essendo limitati dall'obbligo della copertura in oro, gli Stati hanno emesso molta più moneta di quanta ricchezza abbiano prodotto, e questa moneta in eccedenza è "a fronte di niente". Se improvvisamente essa fosse immessa nella circolazione, produrrebbe inflazione, cioè riporterebbe la moneta al suo vero valore rispetto alla ricchezza del Paese, con enormi perdite per i detentori di circolante e per i creditori. Ma di fatto, almeno attualmente, la "moneta a fronte di niente" non è messa in circolazione e l'inflazione - che c'è - non è operante. I detentori si accontentano della possibilità di spendere in futuro. Poiché però la quantità di denaro "a fronte di niente" continua ad aumentare, arriverà fatalmente il momento in cui la gente si accorgerà che in cassa ha carta straccia e cercherà di trasformarla in beni: allora l'inflazione cesserà di essere virtuale e diverrà attuale. 
È probabilmente per ritardare questo giorno del giudizio che la Germania punta i piedi tanto recisamente, ogni volta che si parla di immettere liquidità nel mercato. Per quanto necessario possa apparire questo provvedimento, esso infatti farebbe avvicinare il momento dell'inevitabile crisi finale.  E poiché per la Germania, almeno per ora, non va poi così male, ecco che frena. Nel frattempo, se il denaro è divenuto una finzione, la Bce può offrirlo al tasso dello 0,15% perché deve coprire soltanto le spese di stampa.
Avere creato tanto denaro "a fronte di niente" è come aver venduto l'anima al diavolo. Non si sa quando, ma il giorno dello show down l'economia si farà avanti a reclamare un molto doloroso ritorno alla realtà.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 settembre 2014

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POLITICA
19 settembre 2014
LA SECESSIONE DELLA SCOZIA NON CI SARA'
La secessione della Scozia non si farà. A questo punto ogni commento è inutile. È come quando si sfugge per un pelo ad un brutto incidente stradale: non esistono ferite e danni da incidenti non avvenuti. E tuttavia l'episodio induce a riflessioni. 
Vivendo lontani da quella nordica regione, magari non si hanno tutti gli elementi di cui dispongono gli specialisti, in particolare in un campo, quello finanziario, che sembra tuttavia cruciale. Ma i commentatori in coro hanno detto che ci aspettava il "sì" soprattutto dalle persone emotive e dai sedicenni, a cui è stato concesso di votare proprio per incrementare il favore all'indipendenza. Infine l'affluenza alle urne è stata altissima, l'85%. Mettendo insieme questi dati ne risulta che gli stessi organizzatori del referendum sapevano che la secessione non era - o non appariva - ragionevole. E infatti contavano sulla suggestione della parola "indipendenza" e sull'idealismo dei giovanissimi, disinformati per età. E la constatazione è triste. 
Ancora una volta in democrazia lo scopo da raggiungere prevale sui mezzi impiegati per raggiungerlo. Anche se i promotori della secessione diranno che propugnavano una secessione "ragionevole e utile", è chiaro che erano disposti ad ottenerla con mezzi "emotivi e scorretti". E in Occidente questa è cosa di cui ci si dovrebbe vergognare. I comunisti hanno imposto dovunque la dittatura "per il bene del popolo che non capisce", invece la democrazia vuole che si faccia quel che il popolo desidera, senza che lo si inganni. Se poi "non capisce" e sbaglia, la pagherà. In democrazia il popolo è considerato adulto. 
Tutto questo meccanismo dimostra comunque quanto sbagliata fosse la proposta che non ha vinto. Presumendo che, come si dice, abbiano votato per il "sì" soprattutto gli emotivi, si spiega l'altissima affluenza alle urne. Mentre di solito i vecchi tendono a non scomodarsi per andare a votare - perché disillusi di tutto, perché stanchi e malandati - stavolta si direbbe che abbiano ritrovato il vigore della giovinezza, pur di contrastare una decisione dannosa per la loro piccola patria. In questo senso si rivelerà un boomerang anche il voto ai sedicenni perché questi, crescendo, diranno ai figli: "Anch'io, a suo tempo, ho votato per l'indipendenza, ma poi ho capito che era un errore".
Più interessante sarebbe sapere se questa apertura ai sedicenni sarà mantenuta per altre occasioni elettorali. Normalmente, se si considerano i giovanissimi come "prevalentemente emotivi", ci sarebbe da aspettarsi un voto per il Labour Party, ma ciò proprio in Scozia, dove quel partito vince da sempre, potrebbe rivelarsi ininfluente. Col sistema del seggio uninominale, che il candidato prevalga con una percentuale più o meno forte non ha importanza. 
Naturalmente si sarebbe lieti di sapere se, al di là di ciò che ne dicono i commentatori e gli interessati, quell'indipendenza sarebbe stata o no un affare. Purtroppo, è un problema troppo complesso per trattarlo brevemente o per giungere ad una conclusione incontestabile. 
Malgrado un nome pieno di fascino romantico, e malgrado la bellezza di una città come Edinburgo, la Scozia è una regione senza importanza. È povera (salvo il dono del petrolio di un Allah geograficamente distratto) ed ha gli stessi abitanti della Sicilia. Ma una Sicilia dal clima infame
Il vagamente astioso nazionalismo scozzese sembra più una ipercompensazione nei confronti degli inglesi, tanto più numerosi ed importanti, che l'affermazione di una convinta superiorità. Se ci sono tante barzellette sulla tirchieria degli scozzesi è perché un tempo erano talmente poveri che, quando scendevano in Inghilterra, gli inglesi pensavano che non volessero spendere perché avari. 
In generale si direbbe che la Scozia abbia vagheggiato la sua indipendenza come quei ragazzi che, a vent'anni, spasimano dal desiderio di "andare a vivere da soli". È soltanto dopo che scoprono che chi vive da solo riceve le bollette della luce, del gas, del telefono,  e che tutto ciò che serve in casa va comprato. 
Un altro motivo per l'indipendenza, si può immaginare, è la stanchezza, anzi l'indignazione, di vedersi chiamare "inglesi" all'estero. Per gli scozzesi è come sentir negata la propria identità. 
Ma questi ultimi sono argomenti di conversazione da trattare dopo avere fatto molto onore ad uno degli articoli di più meritato successo per le esportazioni scozzesi: il whiskey.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 settembre 2014


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CULTURA
17 settembre 2014
L'ORIGINE DELLA DECADENZA DELLA FRANCIA
(Segue traduzione)


L'ORIGINE DE LA DÉCADENCE DE LA FRANCE

Il y a des événements qui, sur le moment, ressemblent à un épisode, alors que par la suite on s'aperçoit que, de fait, ils représentent un tournant dans l'histoire. La décapitation de Charles Ier, en Angleterre, peut être vue comme la conclusion du contraste implacable de deux caractères opiniâtres, ou, si l'on veut, de deux fanatismes. Au contraire, ce jour de janvier de 1649 Charles accepta de mourir pour ne pas renier le principe d'être roi "par la grâce de Dieu", et si Cromwell ne s'arrêta pas devant le régicide ce fut pour démontrer une fois pour toutes que le véritable souverain de l'Angleterre est le peuple. 
Cela établit la démocratie en Angleterre de manière bien plus ferme que n'aurait pu le faire une Constitution écrite. En effet ce même peuple qui assista impassible à la mort de son souverain put bientôt revenir sans peur à la monarchie et rester monarchique jusqu'à nos jours, sans que l'Angleterre cesse de représenter le modèle universellement reconnu de la démocratie moderne.
D'une manière semblable la Guerre de Six Jours ne fut pas l'un des nombreux conflits qui opposèrent les Israéliens aux Arabes. Ce fut la guerre qui démontra que l'élimination d'Israël n'était pas faisable. On le vit en 1973, quand la nouvelle tentative, longuement préparée, ne changea rien à l'affaire: malgré la surprise réussie, malgré quelques succès au commencement, il fut bientôt clair que la continuation du conflit se serait soldée par une aggravation du désastre égyptien. C'est pourquoi on signa finalement une paix qui dure encore de nos jours, quarante ans après.
Dans ce cadre historique on peut hasarder que le déclin de la France a une date précise:1940. Et une cause précise: l'esprit de la société française pendant l'entre-deux-guerres. On se dispensera de démontrer une décadence qu'on doit tristement constater dans tous les domaines, des plus importants, comme la place dans le monde ou la situation économique, aux plus futiles, comme le rayonnement artistique. Celui qui la nie - libre à lui - peut se dispenser de continuer la lecture.
La raison du phénomène est au contraire plus sujette à caution. Il est fort possible que celle qu'on présente ici soit fausse: les raisons pour lesquelles un pays vit une sorte di miracle - la Grèce de Périclès - ou une sorte de sommeil éternel - la Grèce depuis l'Hellénisme - sont souvent mystérieuses. N'empêche, une thèse historique est utile même si elle constitue seulement l'impulsion pour la réfuter et en démontrer une autre, mieux fondée.
La France gagna la Première Guerre Mondiale mais elle en sortit éreintée comme si cela lui avait coûté son dernier effort de survie. Malgré les monuments aux morts dans les moindres villages, les Français n'étaient pas fiers de leur victoire: ils étaient surtout dégoûtés du prix qu'ils avaient dû payer et les monuments semblaient être là pour ne pas leur permettre de l'oublier. Les Allemands, qui cette guerre l'avaient perdue, se gargarisaient déjà avec des rêves de revanche, les Français ne faisaient que répéter: "Plus jamais ça!" Il n'était pas important que cette guerre se soit soldée par une victoire, il était important qu'elle fût "la Der des Der", la dernière des dernière.
Pendant les "années folles", et encore pendant les Années Trente, la France avouait qu'elle avait perdu son élan vital et peut-être même la volonté de lutter pour survivre. C'est ce qui explique sa décision de ne pas se  réarmer, au moment où De Gaulle l'implorait de le faire. Et quand la nouvelle guerre fut déclarée, l'armée se tapit derrière la Ligne Maginot, en oubliant qu'aucune guerre ne se gagne en se défendant seulement. Mais la France ne voulait pas se battre et sa défaite fut méritée.
La suite confirma les prémisses. Quand un pays n'a plus confiance en soi, quand il est "en perte de vitesse", cela se manifeste un peu dans tous les domaines. Du prestige de sa langue dans le monde au succès de ses auteurs et de ses films, de son poids dans la politique internationale aux résultats de son économie. Autant de domaines où la France n'est plus ce qu'elle fut. 
Naturellement on dit tout cela la mort dans l'âme. On regretterait la décadence culturelle et sociale de n'importe quel pays, qu'on imagine donc ce qu'on peut ressentir, quand il s'agit d'une nation qui, somme toute, a été la plus importante de l'Europe après la chute de l'Empire Romain. Malheureusement, se cacher la vérité ne change rien à la réalité. Il ne reste, aux amoureux de la France, que de se la rappeler telle qu'ils l'ont connue et de la garder dans leur cœur.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 settembre 2014

L'ORIGINE DELLA DECADENZA FRANCESE
Ci sono avvenimenti che, sul momento, assomigliano ad un episodio, mentre in seguito ci si accorge che, di fatto, essi rappresentano una svolta nella storia. La decapitazione di Carlo I, in Inghilterra, può essere vista come la conclusione del contrasto implacabile di due caratteri testardi o, volendo, di due fanatismi. Al contrario, quel giorno di gennaio del 1649 Carlo accettò di morire per non rinnegare il principio di essere re “per grazia di Dio”, e se Cromwell non si fermò davanti al regicidio fu per dimostrare una volta per tutte che il vero sovrano dell’Inghilterra è il popolo.
 Ciò stabilì la democrazia in Inghilterra in maniera ben più salda di quanto non avrebbe potuto fare una Costituzione scritta. In effetti quello stesso popolo che assistette impassibile alla morte del suo sovrano poté ben presto ritornare senza paura alla monarchia e restare monarchico fino ai nostri giorni, senza che l’Inghilterra cessasse di rappresentare il modello universalmente riconosciuto della democrazia moderna.
Similmente la Guerra dei Sei Giorni non fu uno dei tanti conflitti che opposero gli Israeliani agli Arabi. Fu la guerra che dimostrò che l’eliminazione d’Israele non era fattibile. Lo si vide nel 1973, quando il nuovo tentativo, lungamente preparato, non cambiò per niente la situazione: malgrado la sorpresa riuscita, malgrado qualche successo all’inizio, fu presto chiaro che la continuazione del conflitto si sarebbe conclusa con un aggravamento del disastro egiziano. Motivo per cui si firmò finalmente una pace che dura ancora ai nostri giorni, quarant’anni dopo. 
In questo quadro storico si può azzardare l’ipotesi che il declino della Francia abbia una data precisa: il 1940. E una causa precisa: l’atteggiamento mentale della società francese nel periodo tra le due guerre. Si potrà evitare di dimostrare una decadenza che si deve tristemente constatare il tutti i campi, dai più importanti, come il posto nel mondo o la situazione economica, ai più futili, come l’irraggiamento artistico. Chi la nega - libero di farlo - può esimersi dal continuare la lettura.
La ragione del fenomeno, invece, è discutibile. È molto probabile che quella esposta qui sia falsa: le ragioni per cui un paese vive una sorta di miracolo - la Grecia di Pericle - o una sorta di sonno eterno - la Grecia dopo l’Ellenismo - sono spesso misteriose. Ciò malgrado una tesi storica è utile anche se costituisce solo lo stimolo per confutarla e dimostrarne un’altra, più fondata.
La Francia vinse la Prima Guerra Mondiale, ma ne uscì stremata come se le fosse costata l‘ultimo sforzo per sopravvivere. Malgrado i monumenti ai morti nei più piccoli villaggi, i Francesi non erano fieri della vittoria: erano soprattutto disgustati dal prezzo che avevano dovuto pagare e i monumenti sembravano essere là per non permettergli di dimenticarlo. I Tedeschi, che quella guerra l’avevano perduta, si gargarizzavano già con sogni di rivincita, i Francesi non facevano che ripetere: “Mai più!”. Non era importante che quella guerra si fosse conclusa con una vittoria, era importante che essa fosse “la Der des Der”, l’ultima delle ultime.
 Durante le "années folles", e ancora durante gli Anni Trenta, la Francia confessava di avere perso il suo slancio vitale e forse perfino la volontà di lottare per sopravvivere. Ciò spiega la sua decisione di non riarmarsi, nel momento in cui De Gaulle la implorava di farlo. E quando la nuova guerra fu dichiarata, l'esercito si rannicchiò dietro la Linea Maginot, dimenticando che nessuna guerra si vince difendendosi soltanto. Ma la Francia non voleva combattere e la sua sconfitta fu meritata.
II seguito confermò le premesse. Quando un Paese non ha più fiducia in sé, quando è "in perdita di velocità", ciò si manifesta un po' in tutti i campi. Dal prestigio della sua lingua nel mondo al successo dei suoi autori e dei suoi film, dal suo peso nella politica internazionale ai risultati della sua economia. Altrettanti campi in cui la Francia non è più ciò che fu un tempo.
Naturalmente si dice tutto questo con la morte nel cuore. Si sarebbe dispiaciuti per la decadenza culturale di qualunque Paese, figurarsi che cosa si può sentire, quando si tratta di una nazione che, a conti fatti, è stata la più importante d'Europa dopo la caduta dell'Impero Romano. Purtroppo, nascondersi la verità non cambia in nulla la realtà. Non resta, agli innamorati della Francia, che ricordarsela come l'hanno conosciuta, e conservarla nel loro cuore.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
17 settembre 2014
 (Trad.di A.M.Murabito)




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ECONOMIA
16 settembre 2014
DIE WELT(1): L'ITALIA NON SI SALVERA'
Per l'Italia non c'è nessuna solida ragione per rimanere nell'unione monetaria. E non c'è mai stata. L'impero di Carlo Magno era sussidiario e decentrato. Oggi si proseguirà,  passando attraverso il deserto economico dell'unità monetaria, per creare con brutale violenza politica gli "Stati Uniti d'Europa". In fin dei conti è l'unica sottostante logica per l'unione monetaria, che nessun politico potrebbe esprimere nella sua mostruosa radicalità.
L'economia italiana si trova da sei anni in una durevole depressione. La produttività economia è crollata drammaticamente, dal suo massimo del 2007 al livello di quattordici anni fa. La produzione industriale è nelle condizioni degli Anni '80. L'industria concorrenziale e le imprese produttrici muoiono: la disoccupazione giovanile si situa all'incirca al 42%. Prima di aver legato la lira al marco, nel 1996, il Nord-Italia produttivo aveva un sano surplus commerciale con la Germania, benché il marco si rivalutasse regolarmente.
In molte regioni  oggi il mercato immobiliare è in caduta libera. Più del 90% degli italiani sono scontenti del proprio Paese, fino ad occupare la quartultima posizione nel mondo, peggio perfino dei territori palestinesi o dell'Ucraina. Il livello del debito, in rapporto al prodotto interno lordo, si trova attualmente all'incirca al 135%. La meta da raggiungere, al momento dei negoziati sull'unione monetaria degli anni 1996-1999, era (ed è) per tutti gli Stati dell'euro il 60%/pil. Nessuno Stato si è attenuto a ciò e certamente non il nuovo commissario francese alla Moneta Pierre Moscovici, di recente nominato, che ora rischia di essere considerato il lupo cui si affida la pecora.
Con un'inflazione zero l'Italia deve raggiungere un avanzo primario, senza contare il servizio del debito, del 7,8%, per rimanere capace di sopravvivere, in modo che siano assicurati il pagamento degli interessi, l'ammortamento e le prestazioni necessarie dello Stato. E questa è una pura illusione. L'Italia è una delle ragioni per cui la Banca Centrale Europea ha già perso la partita e si trova nel panico, come mostrano chiaramente le misure dell'ultimo consiglio della Bce.
Sicché l'Italia uscirà dall'unione monetaria, anzi dovrà farlo. La democrazia e i politici italiani dovranno affrontare una epocale "prova di resistenza". Sarà radicale più o meno come l'inizio (1861) e la fine (1946) della monarchia italiana, incluso l'intermezzo fascista.
Ciò che tiene (ancora) insieme l'Italia sono pochi fattori: tassi d'interesse storicamente bassi, l'assegno in bianco irrazionale di Berlino per proteggere e garantire fiscalmente (Contratto ESM), l'Italia e tutti gli euro-Stati e lo spericolato tentativo della Bce, attraverso l'acquisto di titoli, in contraddizione col sistema, di comprare  principalmente e inconfessatamente la carta straccia delle banche italiane (ABS, RMBS) attraverso usufruttuari privati ('BlackRock') e di distribuire i rischi ai contribuenti europei e tedeschi (2). Secondo calcoli della banca d'affari italiana Mediobanca la crescita dell'economia italiana dipende per circa il 67% dal valore esterno dell'euro (per la Germania si tratta del 40%). Non fa meraviglia che ora la Bce e Wall Street tentino il miracolo di una svalutazione della moneta per comprimere l'euro fino a portarlo alla parità rispetto al dollaro americano, per stabilizzare l'Italia. Il sistema vacilla e la politica rimane senza parole.
Tutto ciò non salverà l'Italia. Già si preparano nuovi shock esogeni. Per come stanno le cose oggi, Marine Le Pen, la presidente del Front National, dovrebbe vincere in scioltezza le prossime elezioni presidenziali e come primo provvedimento della sua amministrazione annuncerebbe l'uscita dal patto monetario europeo.
Il voto popolare potrebbe strappar via la Scozia da un'Inghilterra molto poco amata. Ciò corrisponderebbe alla logica della ri-regionalizzazione politica attraverso il sorgere del Superstato di Bruxelles, il contromodello di quello di Carlo Magno. I catalani copierebbero immediatamente questo trucco di liberazione dalle catene senza versamento di sangue degno di Houdini e spingerebbero ancora più in alto il rischio politico in Europa in modo che anche l'ultima delle persone partecipanti al mercato se ne accorga, che si rompa l'impero sognato dell'euro e che Berlino non lo protegga e non lo paghi. L'Italia, col suo tesoro di territorio, le sue 2.451 tonnellate d'oro (corrispondenti a circa il 67% delle attuali riserve di valuta di Roma), e altri beni geostrategici può ben sostenere la sua nuova valuta. E per tutti i nostalgici: no, la nuova moneta sicuramente non si chiamerà Lira.
Erwin Grandinger, Analista politico-finanziario presso il Gruppo EPM di Berlino.  
(Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo)
(1)http://www.welt.de/print/die_welt/finanzen/article132206352/Italien-wird-Euro-Zone-den-Ruecken-kehren.html
(2) Non tutto è chiaro in questa frase.  NdT).


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POLITICA
16 settembre 2014
L'IRAN PER UNA VOLTA HA RAGIONE
Se c'è una cosa difficile da fare, è dare ragione a chi ci è antipatico, per esempio l'Iran. E figurarsi quando l'antipatia è giustificata da mille motivi: l'Italia è democratica, l'Iran no (infatti discrimina alcune opposizioni prima ancora che si possano presentare alle elezioni). L'Italia è laica, l'Iran è una teocrazia. L'Italia è tollerante, l'Iran non è semplicemente misogino e sessuofobico, arriva ad impiccare i gay perché tali. E tuttavia, se l'Italia dicesse che sei per sei fa trentasette, e l'Iran dicesse che fa trentasei, non potremmo spingere l'antipatia fino a dare torto a Tehran.
L'occasione per esercitare la virtù dell'imparzialità - per quanto umanamente possibile - l'ha fornita l'attuale Conferenza sulla Sicurezza in Iraq. A Parigi "si sono riunite le delegazioni di 25 Paesi più quelle di Onu, Ue e Lega Araba per definire la strategia contro l’offensiva jihadista" dello Stato Islamico, ma non sono stati invitati né l'Iran né la Siria.
 Probabilmente tutto è dipeso dal fatto che l'Iran è anch'esso un Paese musulmano integralista, se pure in versione shiita invece che sunnita, capace di innumerevoli atti di barbarie. Soprattutto di foraggiare ed armare gruppi terroristici, in primo luogo Hamas a Gaza. Quanto alla Siria, dopo che i governi occidentali, con gli Stati Uniti in prima fila, si sono schierati contro Bashar al-Assad perché "dittatore" e leader di una minoranza (quella alawita), è sembrato assurdo schierarsi con lui e sostenerlo contro i ribelli. Fra l'altro, per molti mesi e contro ogni evidenza, si è insistito nel descriverli come freedom fighters contro l'oppressione, senza prestare attenzione al fatto - su cui insistevano i bene informati - che essi erano in larga misura dei jihadisti fanatici e pericolosi. Il seguito della vicenda l'ha ampiamente dimostrato: il famoso Stato Islamico ha cominciato la propria espansione proprio partendo dal nord della Siria. Ma contro il pregiudizio la ragione non vale. 
La realtà è che tanto la Siria quanto l'Iran sono difficilmente difendibili: ma rimarrebbero difficilmente difendibili anche con un altro regime.  Dunque, escluderli è stato evidentemente sbagliato. Per la politica internazionale la guida non è il Catechismo. All'alleato non si richiede un certificato penale immacolato, o la condivisione degli ideali consacrati nella nostra Costituzione: è sufficiente che abbia interessi convergenti con i nostri. Gli Stati Uniti non avevano molti ideali o istituzioni comuni con la Russia di Stalin, e tuttavia ne sostennero con enormi forniture militari lo sforzo contro Hitler. Del capitalismo e del comunismo, della libertà e della dittatura si sarebbe parlato dopo. Se il nemico è comune, bisogna accettare anche l'aiuto del diavolo.
Ecco perché bisogna dare interamente ragione al vice ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdolahian quando ha detto: "Il modo migliore per combattere l’Is e il terrorismo nella regione è quello di aiutare e rafforzare i governi iracheno e siriano, che sono coinvolti in una lotta seria contro il terrorismo". Ed ha aggiunto: "La Repubblica islamica dell’Iran non ha aspettato la formazione di una coalizione internazionale, ha [già] fatto il suo dovere". Privarsi del loro aiuto sarebbe una stupidaggine. Ambedue i Paesi hanno confini in comune col cosiddetto Stato Islamico, e ambedue i Paesi hanno un forte interesse a battere i tagliagole di al-Baghdadi: la Siria per sopravvivere, l'Iran per contrastare l'estremismo sunnita e per sostenere gli sciiti dell'Irak. 
È vero che alla Conferenza sono presenti parecchi Stati arabi che hanno interesse a difendersi contro la pretesa del "califfato universale" di al-Baghdadi: ma fondamentalmente essi sono in grado di fornire un sostegno economico, non militare. E pesano l'assenza e la posizione ambigua di Turchia ed Egitto. Forse la prima vuole conquistarsi la posizione di patria e santuario degli integralisti, e forse il secondo ha avuto troppo recentemente dei gravi problemi con la Fratellanza Musulmana. Ma il tempo chiarirà la loro posizione. Comunque, privarsi di due degli Stati più risoluti a combattere la minaccia comune è geopoliticamente un'assoluta, imperdonabile stupidaggine. Ché se poi questa stupidaggine fosse stata richiesta da Obama, questa sarebbe un'altra argomentazione a favore della sua candidatura a peggiore Presidente della storia degli Stati Uniti. Clemenceau ha detto che la guerra è un affare troppo grave per affidarlo ai generali: figurarsi se lo si può affidare ai chierichetti. 
Rimane solo la speranza che quell'esclusione sia soltanto di facciata. Le grandi potenze potrebbero aver pensato che, proprio perché sia la Siria sia l'Iran hanno interesse a combattere lo Stato Islamico, era inutile invitarli, ché tanto sarebbero stati della partita e l'azione comune si sarebbe potuta concordare sottobanco, salvando la faccia. Ma di una simile ipotesi non sappiamo nulla, e affermarla sarebbe temerario.
C'è solo da sperare che da tante parole e da tanti proclami nasca qualcosa di efficace sul terreno.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 settembre 2014


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POLITICA
15 settembre 2014
LA SECESSIONE DELLA SCOZIA
Riguardo alla minacciata secessione della Scozia, c'è una considerazione che sovrasta le possibili conseguenze per la Gran Bretagna e perfino per gli altri movimenti indipendentisti: il problema delle dimensioni degli Stati.
In natura, grosso significa forte. La gente parla dell'inimicizia fra cani e gatti: di fatto i cani possono vedere i gatti come prede mentre i gatti non se lo sognano nemmeno, di vedere come prede i cani. Perché sono più grossi. Del resto, i cani che sono aggressivi con i gatti lo sarebbero anche con le tigri? 
Per quanto riguarda gli Stati, il problema si configura in modo diverso in tempo di pace e in tempo di guerra. In tempo di pace le grandi dimensioni hanno importanza per le economie di scala, per l'ampiezza del mercato interno e per il sostegno alle zone più povere da parte delle più ricche. Ché anzi, è proprio quest'ultima la ragione per la quale la Catalogna o la "Padania" sognano l'indipendenza: pensano con qualche ragione che, separate dal resto del Paese, sarebbero più ricche e pagherebbero meno tasse. E corrispondentemente sarebbe veramente sciocca una Calabria che sognasse l'indipendenza. L'idea di una secessione è spesso comprensibile dal punto di vista economico ma lo è molto meno dal punto di vista della sicurezza. 
Parlare di questo argomento in un'Europa che vive in pace da quasi settant'anni appare a molti sorprendente. La guerra, si pensa, è una cosa che appartiene ai libri di storia. Una cosa da selvaggi. Anche chi reputa la Germania all'origine dei nostri guai economici non sogna per questo di dichiararle guerra, neanche con degli alleati. Siamo persone civili. A massimo alziamo la voce, non le mani.
Questo punto di vista è del tutto erroneo. Attualmente non è imminente o probabile nessuna guerra ma, essendo essa una delle caratteristiche della specie umana (come lo è delle formiche) non la si esorcizza con l'ottimismo. È fatale che prima o poi ricompaia  e allora, dal punto di vista militare, le dimensioni contano. Se l'Iraq invade il Kuwait, gli Stati Uniti possono concepire il piano di bacchettare Saddam Hussein e fargli sputare l'osso. Ma se oggi la Russia invadesse l'Ucraina, chi prenderebbe le armi per difendere Kiev? Diremmo tutti che l'azione di Mosca è immorale, inqualificabile, criminale, ma non andremmo oltre le parole. L'orso russo è molto grosso. 
Chi parla di secessione o d'indipendenza, lo fa considerando che non ci saranno più guerre. In realtà, quando il cielo si annuvola, un Paese grande si chiede che cosa gli convenga fare, mentre un Paese piccolo, se attaccato, può soltanto arrendersi o sperare che un alleato potente lo difenda. Ma a sua volta questo alleato interverrà militarmente soltanto se gli conviene.
Nel caso della Scozia, il pericolo di un'invasione è remoto, perché quella regione non è ricca, non ha vicini (a parte l'Inghilterra) e comunque può contare sul fatto che Londra, gelosa della sua insularità, interverrebbe nel proprio interesse. Ma se la Sicilia fosse indipendente - condizione che vagheggiava dopo la Seconda Guerra Mondiale - in caso di attacco, l'Italia si mobiliterebbe per difenderla? C'è da dubitarne. Essa costa più di quanto non renda e non è strategica per la difesa della penisola.
La storia fornisce conferme. Secondo le alleanze, nel 1939, quando la Germania invase la Cecoslovacchia, le potenze occidentali sarebbero dovute intervenire in difesa di Praga. Ma non lo fecero. Non erano in ballo loro interessi vitali e, sperando che il dittatore di Berlino si sarebbe contentato di quella preda, preferirono mancare di parola. Perfino quando Hitler invase la Polonia la Francia non lo attaccò, si limitò alla "drôle de guerre" (la strana guerra) rintanandosi dietro la Linea Maginot. Tutti speravano che il temporale si scatenasse su altri.
Da qualunque punto si parta, si arriva sempre alla stessa conclusione: quando si tratta di difesa, cioè di guerra, cioè di morire, ognuno pensa a sé stesso e i piccoli non hanno speranza. In altri termini, è per amore di Edinburgo e di Milano che si deve essere per l'integrità della Gran Bretagna o dell'Italia. La piccola Svizzera, pur avendo dei vicini civili, è armata fino ai denti. Israele non ha questa fortuna e infatti, oltre ad avere un fortissimo esercito, si è anche dotata della bomba atomica: a chi ti minaccia di sterminio è necessario rispondere con una minaccia parimenti credibile.
Ma siamo in tempo di pace, e nessuno, mentre si rosola sotto il sole d'estate, crede alla tormenta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
14 settembre 2014

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POLITICA
14 settembre 2014
LA VALIDITA' DELLE RIFORME STRUTTURALI
Su Scenarieconomici.it si legge: "Il Nobel Paul Krugman ridicolizza per l’ennesima  volta la presunta cura di tutti i mali: le riforme strutturali". La stessa ripresa della Spagna, ammesso che realmente ci sia, non dipende da esse.
Paul Krugman non è soltanto un economista e un Premio Nobel, è anche un pubblicista dalle idee chiare, che esprime con grande semplicità. Sul New York Times è stato spesso un piacere condividere le sue critiche alla conduzione della crisi europea, francamente disastrosa. E tuttavia - per ragioni non economiche ma semantiche - appare lecito porre in dubbio la validità dell'affermazione iniziale.
Nei seminari - seguendo una tradizione che risaliva alla Scolastica - un tempo si insegnava che, prima di discutere, bisogna mettersi d'accordo sul significato dei termini usati. Diversamente si rischia di accapigliarsi senza che ci si renda conto che si sta parlando di argomenti diversi. Nel nostro caso, per l'appunto, bisogna intendersi sul significato delle "riforme strutturali". Naturalmente chiunque - Krugman incluso - ne ha un'idea: ma siamo sicuri che sia la stessa che ne hanno gli altri?
Per prima cosa bisogna stabilire che cosa sia una riforma. È certamente una modificazione, ma di quali proporzioni? Si va dal cambio della denominazione - dal Ministero dell'Educazione Nazionale al  Ministero della Pubblica Istruzione - al totale stravolgimento dell'istituzione, e perfino alla sua abolizione. Anche l'aggettivo "strutturale" può dar luogo a perplessità. Qualunque significato  gli si attribuisca - per esempio "fondamentale" - lascia irrisolta la perplessità su che cosa sia fondamentale e che cosa non lo sia. Dunque l'affermazione di Krugman, tanto risoluta quanto generica, secondo la quale le "riforme strutturali" non risolveranno niente, in tanto sarà valida in quanto si sia chiaramente precisato che cosa si intende con quell'espressione. 
Ammettiamo per ipotesi che qualcuno, rifiutando le famose "riforme strutturali", affermi che la salvezza del Paese si otterrà soltanto rendendo molto più competitiva la sua produzione industriale. Questo risultato si può ottenere svalutando massicciamente la moneta nazionale, liberalizzando totalmente i salari, abbassando brutalmente la pressione fiscale e in altri modi ancora. Ebbene, che cosa impedisce di chiamare ognuno di questi provvedimenti "riforma strutturale"?
Krugman, secondo la breve recensione di "Scenarieconomici", contesta la validità delle riforme spagnole e scrive che "la depressione ha portato ad una graduale, dolorosa svalutazione interna che ha abbassato il costo del lavoro, rendendo la Spagna più competitiva all’interno dell’Europa", anche se i lavoratori spagnoli ne sono stati massacrati, ed anche se la ripresa è debole e lenta. "Chi considera quanto sopra come un trionfo delle riforme strutturali, ha dei preconcetti così forti che non si prende la briga di dare un’occhiata a quel che dicono i dati".
Le affermazioni sembrano contraddittorie. Se si ammette che, pur con tutti i suoi limiti, il provvedimento sta avendo effetti positivi, e se si ammette che la svalutazione interna ne sia la causa, un provvedimento del governo che la attua non opera forse una "riforma strutturale"?
Facciamo invece l'ipotesi che il provvedimento da adottare per salvare la Spagna, l'Italia, o qualunque altro Paese in gravissima difficoltà, debba essere un altro, e poco importa quale. Una volta che lo si sarà indicato, che cosa vieterà di chiamarlo "riforma strutturale"?
Krugman critica un alto funzionario dell’eurozona per avere invitato gli Stati a prendere esempio dalla Spagna. E certo, visto dove hanno condotto il continente, non si ha nessun interesse a difendere gli alti funzionari europei. Tuttavia è lecito chiedere: sarebbe cambiato qualcosa se invece di affermare che "sono fondamentali le riforme strutturali" quel signore avesse detto che "sono fondamentali i provvedimenti capaci di rilanciare l'economia"? Sia le "riforme strutturali" sia "i provvedimenti capaci di rilanciare l'economia" sono scatole semantiche vuote, in cui ciascuno può mettere ciò che vuole. E nessuno può negare che quei "provvedimenti", se realmente avessero la capacità di operare il miracolo, sarebbero benedetti e da adottare immediatamente.
Allo stato della discussione il problema delle "riforme strutturali" è un non problema. Ciò che importa è sapere che cosa è necessario per fare uscire dalla stagnazione un gigante paralitico come l'Italia. Soltanto quando avremo trovato questo rimedio miracoloso,  e quando avremo visto che effettivamente funziona, ci preoccuperemo di battezzarlo in pompa magna, magari in cattedrale: ma la cosa più importante non è il nome che gli daremo.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 settembre 2014

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POLITICA
13 settembre 2014
I NODI VENGONO AL PETTINE
Quand'ero ragazzo, a casa mia, come in tutte le case, si raccontavano storie di fantasmi. Mia madre era certo troppo realista per prenderle perfettamente sul serio ma un sano principio di saggezza vagamente contadina l'induceva alla prudenza. Non credeva ai fantasmi, ma non sarebbe mai andata a dormire da sola in una di "quelle" case. 
Io invece avevo tendenza ad essere estremista: o i fantasmi esistevano o erano tutte balle. Se esistevano bisognava fornirne prove inconfutabili, non limitarsi a racconti intorno al braciere (a quei tempi, del riscaldamento centrale si parlava nel Sud come di una leggenda del Nord). Se viceversa non esistevano, proprio io avrei dovuto avere il coraggio di andare a dormire, da solo, nella più "infestata" delle case. Cosa che del resto poi feci un paio di volte, quand'ero all'università, andando a dormire in case d'amici disabitate da decenni. E naturalmente nessuno venne a visitarmi, a parte i millepiedi. 
Comunque, giocando con la fantasia, mi ponevo il problema di come avrei dovuto reagire nel caso i fantasmi si fossero effettivamente manifestati. Paura a parte, come avrei sistemato l'esperienza nella mia mentalità materialistica? E come mi sarei organizzato per dimostrare che non avevo le traveggole?
In realtà, sempre in via d'ipotesi, il problema vero era un altro. Era possibile che qualcuno, conoscendo il mio scetticismo, organizzasse una beffa. Avrebbe ottenuto una seconda chiave dal padrone di casa e si sarebbe trasformato in fantasma, per terrorizzarmi. Ed io come mi sarei comportato, avendo il dubbio d'avere davanti un vero fantasma o un burlone che pregustava il divertimento di vedere che me la facevo sotto?
Mi venne in mente la soluzione. Se l'occasione si fosse presentata avrei detto a tutti di stare attenti. Essendo io convinto che il fantasmicidio non esiste, se mi fosse apparso un fantasma gli avrei sparato. A casa avevamo un vecchio revolver e, anche se la mia mira si limitava a distinguere i quattro punti cardinali, usandolo il baccano era infernale e con le armi da fuoco non si sa mai. Aggiungendoci la mia fama di mezzo pazzo, credo che nessuno si sarebbe azzardato a provarci. Ma non ebbi mai l'occasione di mettere in pratica un così bel programma.
L'inesistenza dei fantasmi rimase una mia convinzione personale, inclusa in quella serie di punti fermi che da sempre considero "realtà". Questa per me non è soltanto l'esistenza di ciò che è scientificamente dimostrato, ma anche l'inesistenza - estremamente probabile, tanto da poter trascurare le residue  possibilità - di ciò che non è provato. Se mi dicono che un uomo ha saltato tre metri, semplicemente come altri saltano due metri, io intanto non ci credo. Non mi strapazzo neppure a dire: "Ma guarda!". Figurarsi dunque quanto credito abbia sempre accordato alle profezie, ai maghi, alle cartomanti, alle premonizioni, alla telepatia e perfino alla religione. Nel corso di una vita che ormai posso definire "lunga", non soltanto tutte queste "inesistenze" sono rimaste tali, ma la realtà si è dimostrata prosaica, priva di fantasia, priva di sorprese, in una parola piattamente meccanicistica. Mai che un ranocchio si sia trasformato in principe. Questo non è riuscito neppure a me, che pure partivo da una distanza minore.
La realtà è implacabile anche per quanto riguarda l'umanità. Inutile sognare una società in cui tutti sono altruisti. Se si costituisse un gruppo con questo programma, dopo qualche tempo si scoprirebbe che l'egoismo non è affatto morto. Ecco perché ho sempre sorriso di coloro che sostenevano che il comunismo avrebbe potuto funzionare, se si fosse adeguatamente educata l'umanità. Non sarebbe bastato. Sarebbe stato necessario fornirle le ali, l'arpa e un'aureola lucente.
In questo panorama sconsolatamente prevedibile, ho tuttavia assistito a lungo ad un'eccezione: l'Italia. Ho visto per decenni un intero Paese che credeva a cose che a me parevano assurde. E dal momento che ero praticamente il solo a trovarle tali, avrei dovuto chiedermi seriamente se non fossi pazzo. Per fortuna, una monumentale presunzione mi ha sempre fatto preferire di dare del pazzo all'intero mondo piuttosto che a me stesso. E stavolta m'è andata anche bene. Nel senso che è andata male all'Italia.
Per decenni ho visto un Paese che considerava pratica altamente morale comportarsi in maniera assurda, andando contro le leggi dell'economia e del buon senso, quasi facendo proprio il detto di Luigi XV: "Après moi le déluge". Anche se ormai la conoscenza del latino e del francese era stata sostituita dalla non conoscenza dell'inglese. 
Io continuavo a dare del demente al mio Paese e il mio Paese continuava a ridermi sul muso. Ma il tempo è passato e alla fine la realtà - quella che prima sembrava assente e distratta - si è ripresentata col foglietto del conto in mano, una cifra dopo l'altra, senza dimenticare nulla e senza il minimo sconto. E l'Italia si è accorta che non poteva pagarlo. Tutti i guai spensieratamente accumulati ora si manifestavano con la faccia professionale dell'ufficiale giudiziario. E il povero testimone che un tempo avrebbe magari amato avere una piccola rivincita, vedendo la propria patria incapace di reagire sotto la gragnola di colpi che le si abbatteva addosso fino a lasciarla esangue e stremata, avrebbe volentieri implorato misericordia. 
Sono lieto di non essere morto giovane, così ho visto riconfermati i principi della realtà. Anzi, ne sono tanto lieto che di morire farei a meno anche in futuro. Ma è triste essere costretti a vedere che questa riconferma si spinge fino alla crudeltà. La realtà ripete ad un'intera nazione che per decenni ha creduto alle favole che chi dimentica il buon senso va incontro al disastro. E purtroppo è più facile cadere nei pozzi che risalirne. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 settembre 2014 


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politica estera
12 settembre 2014
LA CONCORRENZA DEI CALIFFATI
(Da Stratfor 0910, September 7. L'articolo ""As Caliphates Compete, Radical Islam Will Eventually Weaken" is republished with permission of Stratfor.").

In un video di 52 minuti apparso alla fine di agosto, Abubakar Shekau, il capo dei jihadisti nigeriani del gruppo Boko Haram, ha parlato di uno Stato Islamico nel nord-est della Nigeria. La dichiarazione è venuta due mesi dopo che Aby Bakr al-Baghdadi, il capo del movimento jihadista transnazionale in Siria e in Iraq, ha affermato il ristabilimento del califfato, dando al gruppo il nuovo nome di Stato Islamico. Benché inspirati nello stesso modo dallo Stato Islamico, Boko Haram non sta semplicemente scimmiottando la sua più possente controparte siriano-irakena;  sta prendendo le mosse dal Califfato Sokoto basato in Nigeria, che fu stabilito all'inizio del 1800 ed è esistito per quasi un secolo finché gli inglesi non hanno ottenuto il controllo della regione.
Secondo i teorici politici classici musulmani, vi può essere soltanto un califfato per l'intera comunità musulmana, o ummah. In pratica, tuttavia, vi sono stati Stati rivali che pretendevano quell'autorità ed anche califfati in competizione lungo tutta la storia dell'Islàm. Nella nostra analisi del primo luglio su questo argomento Stratfor spiegava non soltanto come parecchi emirati e sultanati siano emersi indipendentemente dal califfato, ma anche che vi erano califfati rivali, per esempio gli Abbasidi a Baghdad (749-1258), gli Umayyad nella penisola iberica (929-1031) e i Fatimid al Cairo (909-1171).
Questi califfati dell'era medievale non erano soltanto i sottoprodotti di necessità geopolitiche rispetto all'originale califfato ma corrispondevano anche a pesanti rivalità religiose e a una [diversa] evoluzione politica. Per questa ragione, essi sono durati per secoli, fino alla forte pressione geopolitica dell'Europa nel mondo musulmano, nel XVIII secolo.
Negli ultimi due secoli, i califfati, gli emirati e i sultanati medievali sono stati sostituiti da Stati nazionali. Benché create artificialmente e deboli, queste moderne entità statuali islamiche è difficile che siano spazzate via da islamisti radicali che cercano di ristabilire califfati ed emirati. Benché il nazionalismo sia stato da prima un'importazione europea nel mondo arabo-musulmani e continui a fronteggiare la concorrenza delle identità religiose e tribali, è tuttavia ben stabilito nella psiche pubblica.
Ciò può essere visto nelle organizzazioni della maggior parte degli islamisti secondo linee nazionali. La maggior parte degli islamisti, che sono allineati con la Fratellanza Musulmana o una qualche sua variante, abbracciano lo Stato nazione e non dovrebbero essere confusi con la minoranza di islamisti radicali e di jihadisti che cercano di eliminare le frontiere nazionali e di ritornare ad una nozione più o meno romanzata del passato. E tuttavia, i califfati e gli emirati sono emersi a causa dell'incapacità dei moderni Stati nazionali musulmani di creare sistemi democratici e, in senso più generale, di fornire una economia politicamente vitale per i loro cittadini: un'incapacità che le forze islamiste hanno abilmente sfruttato.
Gli islamisti radicali sono abili nel colpire l'immaginazione dei giovani economicamente svantaggiati che non capiscono niente né di politica né di Islàm. L'entità jihadista di maggior successo, per quanto riguarda la conquista di un territorio, lo Stato Islamico, è sorto in parte a causa di circostanze insolite che si riportano alla lotta geopolitica regionale fra i campi sciiti e sunniti nel Medio Oriente. Comunque, come è evidente dall'allineamento internazionale di forze contro lo Stato Islamico, il movimento transnazionale jihadista dovrà affrontare grandi sfide, per andare avanti.
Per giunta, la sua politica e il suo comportamento ultra-estremisti stanno ulteriormente alienando lo Stato dal mondo Islamico. La denuncia dello Stato Islamico da parte di Al Qaeda come una forza deviante sottolinea la concorrenza che esso deve affrontare dall'interno del movimento jihadista. Inoltre, vi è un'intera costellazione di islamisti radicali al di là di al Qaeda che non accetta la pretesa dello Stato Islamico al califfato. Questi islamisti cercheranno di formare i loro propri califfati o emirati negli stessi spazi di battaglia. Nel frattempo, altri gruppi che operano in diverse parti del mondo musulmano cercano di formare i loro propri califfati.
Un importante concetto in questo contesto è quello di capo dei fedeli, o emir al-momineen, che fu il titolo dato al secondo califfo dell'Islàm Omar bin al-Khattab (579-644). Da allora, questo titolo è divenuto sinonimo di quello di califfo. Nell'età contemporanea, il fondatore dei Taliban afghani, il Mullah Mohammad Omar, assunse il titolo negli anni '90, quando il movimento governava la maggior parte dell'Afghanistan. Decenni prima, la costituzione del Marocco ha conferito questo titolo al monarca del Paese. 
Il re del Marocco pretende soltanto la leadership della maggioranza musulmana del Paese. Analogamente, lo status dei Taliban afghani come una forza jihadista nazionale significava che il Mullah Omar pretendeva soltanto la leadership dei musulmani in Afghanistan. La mossa di al-Baghdadi di dichiarare sé stesso califfo di tutti i musulmani del mondo costituisce dunque una sfida all'autorità degli emirati e dei regimi dinastici o repubblicani nel mondo islamico.
Nel lontano futuro, l'islamismo radicale perderà probabilmente la sua attrattiva a causa di due grandi fattori. Il primo, il tentativo di creare califfati e le conseguenti difficoltà di governance obbligheranno molti islamisti radicali ad optare per il pragmatismo e a divenire relativamente moderati. In secondo luogo, l'opposizione dei confratelli musulmani che imparano qualcosa di politica e di governance darà loro meno spazio per operare.
E tuttavia, mentre il moderno fenomeno della concorrenza fra califfati, emirati e Stati islamici indebolirà ulteriormente i gruppi jihadisti, l'idea del califfato rimane qualcosa di irrisolto. I musulmani hanno a lungo accettato che la nozione non connota un singolo Stato per la ummah; al contrario esso simbolizza la cooperazione pan-musulmana nella forma di un regime soprannazionale come l'Unione Europea. Questo rimane uno scopo desiderabile, come è evidente vedendo l'Organizzazione della Conferenza Islamica che, benché anemica, rimane intatta.
E tuttavia, questi sviluppo saranno il risultato una lotta di molte generazioni. Fino ad allora, i problemi sociali, politici ed economici del mondo arabo-musulmano, insieme con la sua conflittualità settaria, con le rivalità geopolitiche e con gli interessi delle potenze esterne (specialmente gli Stati Uniti e l'Occidente), manterranno le condizioni nelle quali gli estremisti violenti prosperano. Così, l'islamismo radicale rimarrà una minaccia globale per decenni, specialmente per gli stessi musulmani.
(Traduzione di Gianni Pardo)



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POLITICA
10 settembre 2014
CHI HA VINTO A GAZA
Alla fine di alcuni conflitti, non ci sono dubbi su chi abbia vinto e chi abbia perso: dopo la Terza Guerra Punica, di Cartagine non rimase pietra su pietra. Viceversa già Tucidide annotava, durante la guerra del Peloponneso, che dopo molte battaglie ambedue gli eserciti innalzavano il trofeo, cioè celebravano la vittoria. Nell'epoca moderna, soprattutto per la mitezza del vincitore, qualche dubbio è stato consentito per l'esito dell'intera guerra: da ciò nacque il revanscismo tedesco negli Anni Trenta, la Germania essendo rimasta intatta. L'Italia, addirittura, ha arditamente proclamato d'avere vinto la Seconda Guerra Mondiale. Agli anglo-americani si è arresa, all'evidenza no.
Nel caso dei vari conflitti arabo-israeliani, il problema è costituito dal fatto che i palestinesi reputano di avere vinto se sono morti cento dei loro e due israeliani. I capi di Hamas sono arrivati a sentirsi degli eroi vincenti perché disposti a far morire la popolazione civile pur di continuare a sparare razzi contro Israele. Con una simile bilancia nessuna pesata è affidabile e bisogna basarsi soltanto sui fatti. 
Il primo dato importante è che, da molti giorni a questa parte, i giornali non parlano mai di Gaza. Significa che da essa non è partito neppure un razzo verso Israele. È molto importante che la tregua sia rispettata, soprattutto se si pensa che un'altra tregua è stata prima accettata e poi violata da Hamas. Dunque Hamas non aveva molta voglia di deporre le armi: per settimane ha voluto dimostrare l'assurdo orgoglio di attaccare Israele nel momento stesso in cui faceva subire il peso di una severa punizione alla popolazione inerme ed innocente. Bisogna dunque capire che cosa è cambiato.
Israele si è resa conto che la precedente rappresaglia (Piombo Fuso, 2008-2009), determinata anch'essa dall'insistenza con cui da Gaza partivano razzi contro Israele, non ha impedito la ripresa di quei lanci. Dunque probabilmente stavolta non ha voluto una semplice replica: ha avuto l'intenzione d'impartire una lezione indimenticabile. I media occidentali, proni alla propaganda palestinese, hanno continuato a parlare di bambini morti (dimenticando le rampe dei razzi montate sui condomini) ed hanno ignorato che le estese distruzioni operate dagli israeliani devono essere state veramente impressionanti. Per quanto la popolazione non sia libera di esprimere la propria opinione, la stessa Hamas deve essersi resa conto che la misura era colma. Infatti alle celebrazioni per la "vittoria", se veramente Gaza fosse stata lieta dell'esito del conflitto, la folla sarebbe stata oceanica, mentre alla sfilata sono stati quattro gatti in servizio comandato.
Il secondo dato evidente è che, se Hamas ha accettato la tregua anche senza aver ottenuto nulla di ciò che aveva posto come condizione, è stato perché costretta. La sua sconfitta, evidente, è stata determinata dall'aver perso per strada molti amici. L'Egitto - che con Morsi  sembrava il suo protettore ed il suo entroterra naturale - con al-Sisi è divenuto nettamente ostile. Hamas infatti è un pericolo per ogni stato laico e minacciato dal terrorismo. Per trovare finanziatori, Gaza deve rivolgersi ad amici lontani (il Qatar, in particolare) e per armi all'Iran. Col problema, se l'Egitto non chiude un occhio, di come farle arrivare a Gaza. Tutto è divenuto più difficile.
È stata pure sfavorevole a Gaza la pessima pubblicità che gli integralisti musulmani fanatici le hanno fatto nel nord della Siria e in Iraq. Quello stesso Iran che, pur essendo sciita, era disposto ad aiutare i fanatici sunniti di Gaza quando "lottavano" contro Israele, nel momento in cui essi sono naturalmente alleati o simpatizzanti dell'Isis, sente che il suo primo dovere è quello di fermare l'estremismo sunnita. 
Spingendo Israele alla reazione, Gaza ha ottenuto soltanto migliaia di morti ed ingenti distruzioni che chissà quando potrà riparare. Ha dovuto rinunciare alle condizioni che poneva per accettare la tregua, perché ciò le ha imposto l'Egitto. Ha infine perduto il "diritto" di sparare razzi contro Israele, e dunque attualmente si può stabilire, con ragionevole certezza, che questo round è andato a Gerusalemme.
Del futuro non si può dir nulla. Se il prosieguo dei negoziati sotterranei condurrà ad una sostanziale smilitarizzazione della Striscia ed anche ad una sua apertura al resto del mondo, si sarà raggiunta la pace. Con grande vantaggio dei palestinesi. Se invece, fra qualche tempo, riprenderà il lancio di razzi verso Israele, tutto dipenderà dalla reazione di Gerusalemme. Se sopporterà pazientemente, come ha fatto in passato, potremmo esser ripartiti per un altro giro. Se invece rispondesse pesantemente e subito, il gioco passerebbe in mano ad Hamas, che dovrebbe scegliere se continuare, malgrado le morti e le distruzioni, o tenere al guinzaglio gli innamorati dei razzi che sognano di assassinare civili.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
9 settembre 2014


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POLITICA
9 settembre 2014
WORDS, WORDS, WORDS
C'è un serio motivo per non parlare di Matteo Renzi: evitare l'effetto che in francese si designa "mise en abîme", letteralmente "porre nell'abisso". Si tratta di un'immagine che contiene una piccola copia di se stessa, e questa a sua volta una copia più piccola, magari all'infinito. Ognuno può fare l'esperienza di questo fenomeno mettendosi fra due specchi, l'uno di fronte all'altro: l'effetto è quello di una replica dell'identico, quasi fino alla scomparsa nell'abisso, appunto.
Si parla pure di questa tecnica quando l'argomento di un film è un altro film, o addirittura lo stesso film che si sta proiettando. In totale la mise en abîme corrisponde al serpente che si morde la coda (simbolo di eternità) ad un vano girare intorno e, nel caso di Renzi, a un turbine di parole a proposito di un vortice di parole, senza uscire dalla vertigine verbale. Words, words, words, come diceva Amleto.
Per la verità, il Primo Ministro non è il principale colpevole di questo malvezzo. In ciò è il figlio di un'irrefrenabile passione nazionale, il risultato del diffuso convincimento secondo il quale le parole sono sostanza. E infatti, dovendo innovare qualcosa, da noi si comincia col cambiarle il nome, pensando che così il più sia fatto: la sostanza è cambiata. Nessuno nega che magari sarebbe utile cambiare qualcosa in concreto - siamo realisti, noi - ma queste volgari techinicalities possono essere lasciate ad altri. Ai regolamenti. Al governo successivo. Insomma possono aspettare. 
Se questa è la nostra mentalità, come dare torto a chi sazia la nazione di ciò che essa più brama, parole e illusioni? Basta guardare i sondaggi: gli italiani, al 64%, apprezzano Matteo Renzi e nel frattempo non credono all'efficacia della sua azione per quanto attiene l'economia e il salvataggio della nazione. Traduzione: "Il nostro capitano è bellissimo, peccato che non riesca a salvare la nave dal naufragio". Siamo un popolo di esteti.
Su questo punto bisogna intendersi: non è che Renzi sia colpevole di non aver salvato l'Italia. Infatti era impresa impossibile. Ma è colpevole di averlo promesso, e dal momento che la sua popolarità rimane alta, è chiaro che quella "culpa felix" gli è stata di grande vantaggio. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur, il volgo vuol essere ingannato, e dunque che lo sia. 
Purtroppo, il gioco limita i suoi effetti all'ingannatore abile e all'ingannato che domanda di esserlo. Riguarda anche chi, pure innamorato delle parole (per esempio quelle di Baudelaire) con loro alla fine ha una tale familiarità che è come se le avesse sposate: le ama e tuttavia ne vede limiti e difetti. Gli perdona sorridendo il vezzo femminile di tentare di raggirarlo, ogni tanto, per farlo felice, ma non se ne lascia ingannare. Quando si tratta delle cose più serie, per esempio il denaro o la salute, non ci si salva né con l'armonia verbale di Baudelaire, né con la "musique" di Verlaine. Nessun creditore ha mai accettato un sonetto per saldare un debito di un milione.
La storia suscita brutti ricordi, in questo campo. Risuona nelle orecchie il tronfio "Vincere, e vinceremo" di un demagogo che conduceva la propria patria al disastro, mentre avrebbe fatto meglio a non entrare in guerra oppure ad entrarci avendo un esercito. È per lui un peccato che sia vissuto tanto tempo fa. Allora ci parlava ogni tanto dalle facciate delle case, oggi avrebbe fatto quotidianamente faville con i centoquaranta caratteri di Twitter. Purtroppo la sua parabola dimostrò che i fondali di teatro somigliano alle mura, ma poi non resistono nemmeno alle schioppettate. 
In questa Italia a scartamento ridotto e a responsabilità limitata, neanche un Giamburrasca come Renzi rischia di fare seriamente danno. Non più di quanto ne farebbero il Re Travicello, o il capitano del Titanic dopo lo scontro con l'iceberg. Provoca guasti pressoché irreparabili soltanto nel livello intellettuale dei commentatori italiani che costringe ad entrare in questa quotidiana giostra di parole. E loro si sentono obbligati a discuterne instancabilmente, a soppesare i sogni come fossero programmi, le promesse come fossero previsioni, le parole come fossero cose. 
Forse l'uomo di buon senso dovrebbe sottrarsi a questo ingranaggio. Se siamo andati al cinema con una sola automobile, e il film è veramente cretino, non rimane che uscire e dire agli amici: "Sono al bar dell'angolo. Passatemi a prendere, quando finisce". Nello stesso modo dovremmo seguire il consiglio di Amleto e ritirarci in convento finché l'Italia non fallisce, oppure finché non compare San Giorgio personalmente per uccidere il drago della stagnazione. Comunque finché non si arriverà a ridere o a piangere sul serio, naso a naso con la realtà, senza essere inondati di parole.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 settembre 2014

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POLITICA
8 settembre 2014
IL MULTICULTURALISMO COME SUICIDIO

Il multiculturalismo militante non si limita ad osservare che alcune "culture" convivono pacificamente sullo stesso territorio, vuole che ci si adoperi affinché queste "culture" diverse dalla dominante locale possano mantenersi quanto più è possibile integre, come fossero ancora nella loro regione di provenienza. In Gran Bretagna si è arrivati a permettere ai musulmani di avere dei tribunali islamici che applicano la "sharia". Di primo acchito il multiculturalismo sembra da approvare, esattamente come, in regime di democrazia, qualunque partito deve avere la libertà di esistere e di affermarsi: e tuttavia, proprio partendo da questo paragone, si può dimostrare che si tratta di un errore.
Il sincero democratico considera ovvio il principio della libertà politica. Qualunque altro cittadino ha il diritto di pensarla diversamente, fino a costituire un partito per prendere il potere, magari per attuare una politica che si giudica dannosa per la nazione. Ma il democratico fa ciò nel presupposto - tanto naturale da non doverlo neppure esplicitare - che l'altro gli conceda la stessa libertà. Che cioè gli permetta di fare opposizione e di cercare di cambiare governo. Ma è proprio questo il nocciolo del problema. 
Immaginiamo che in un Paese democratico nasca un partito il cui programma sia: Luigi Rossi deve divenire Dittatore, con pieni poteri e a vita. Si deve consentire, in democrazia, un partito che ha il programma di abolire la stessa democrazia?
Chi è per il sì dirà che il principio basilare è la prevalenza del volere della maggioranza e dunque non c'è ragione di vietare quel partito. Starà all'elettorato, se tiene a un sistema libero, non mandarlo al potere. E se invece ciò farà, vorrà dire che vuole Rossi capo supremo con quei poteri. Anche questo ragionamento sembra giusto, ma non lo è. 
Nelle dittature l'uomo al potere non è rovesciabile se non con la forza. In democrazia, al contrario, anche un governo che è stato eletto col novanta per cento dei suffragi, a scadenza regolare deve sottoporsi al giudizio degli elettori e questi possono rimandarlo a casa. Il governo non è legittimato una volta per tutte, deve esserlo periodicamente, e se non lo è deve lasciare il potere. La caratteristica della democrazia non è la prevalenza del volere della maggioranza in un dato momento, ma il potere della maggioranza per un tempo limitato, detto legislatura. Ciò posto, un Paese che mette fuorilegge il partito che vuole Rossi dittatore non è antidemocratico, esercita soltanto un elementare diritto di legittima difesa.
Il multiculturalismo senza limiti si trova dinanzi ad un problema analogo. Esso presuppone che coloro a favore dei quali si esercita la tolleranza abbiano anch'essi come principio fondamentale quello della tolleranza nei confronti degli altri: e a volte nulla è meno vero. Il laico ha come regola suprema la propria libertà e una sorta di disinteresse riguardo agli altri. Se essi lo lasciano in pace possono fare ciò che vogliono. Un tempo, in Inghilterra, si usava dire che la libertà era assicurata a tutti, "purché non dicessero male della regina e non spaventassero i cavalli". Viceversa il "moralista", se reputa che la pornografia sia un male, non si limiterà ad astenersene, vorrà vietarla agli altri. Userà il pretesto dello sconcio di certe copertine in edicola, ma mentirà: infatti in moltissime "culture" si perseguitano i gay anche se la loro vita sessuale ha luogo in privato e non disturba nessuno. 
La morale, soprattutto quando è consacrata in una religione, è caratteristicamente intollerante. Il laico si accontenta di fare il proprio bene, il moralista vuole imporre a tutti ciò che è bene per la sua ideologia. Ecco perché, quando il beneficiario del multiculturalismo è molto religioso, si commette certamente un errore. Uno Stato che permette la poligamia islamica - proprio perché, di ciò che avviene nelle stanze da letto dopo tutto poco gli importa - corre il rischio che il gruppo islamico pretenda poi il diritto di lapidare le proprie adultere, in seguito le adultere dei matrimoni misti, infine tutte le adultere. Per il bene comune.
Il multiculturalismo senza condizioni è un errore gravissimo. I comportamenti diversi devono essere tollerati in quanto divergano su punti marginali, per esempio l'abbigliamento, non sui principi fondamentali del Paese ospitante: in Italia, in particolare, sui principi consacrati nella prima parte della nostra Costituzione. In mancanza, l'esclusione di queste "culture" devianti rispetto ai nostri principi, o la repressione delle loro usanze, costituirebbe semplice legittima difesa. Dal punto di vista evolutivo, chi non è disposto a difendersi è destinato ad estinguersi.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 settembre 2014




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POLITICA
6 settembre 2014
IL REGALO INUTILE DELLA BCE
I giornali ci informano che Mario Draghi, capo della Banca Centrale Europea, ha portato i tassi d'interesse allo 0,05%: dunque "il costo del denaro" (per le banche) è quasi inesistente. Inoltre la Bce si prepara a rilevare dei "pacchetti" in cui le singole banche avranno raccolto i crediti per il denaro concesso alle imprese e alle famiglie. Tutto bellissimo. Ma a chi non è un economista professionale rimane la libertà di fare i conti con le dita.
Il denaro è una gran cosa, meglio averlo che non averlo. Senza di esso non si fa quasi niente. E tuttavia è necessaria una distinzione. Se si va al ristorante, e si paga il conto, è un po' come se uno quel denaro lo "mangiasse" e dunque è un bene di consumo. Se invece si comprano le uova dal produttore e si vanno a vendere al mercato, il denaro non serve ad essere "consumato" ma ad attuare un'operazione lucrativa: in questo caso si chiama "capitale". Il denaro speso per consumi è essenziale perché diversamente nessuna impresa produce e fa profitti, il denaro capitale invece serve soltanto se si intende intraprendere. Ed proprio questo che rende dubbiosi rispetto ai provvedimenti della Banca Centrale.
Innanzi tutto c'è il dubbio che le banche ritirino denaro non per prestarlo alle imprese o alle famiglie ma per comprare esse stesse titoli di Stato. Con un rendimento del 3% (tutte le cifre hanno soltanto valore d'esempio), sottratto lo 0,05% da pagare alla Bce, si ha un ricavato del 2,95% per la semplice fatica di girarsi i pollici. 
Ma fingiamo di essere ingenui. Facciamo che il tasso d'interesse della Bce sia zero e che le banche se ne servano per concedere mutui a tassi bassissimi, dato che già un 4% sarebbe per loro un 4% netto. Mentre se il tasso della Bce fosse del 5%, per ottenere lo stesso 4% le banche dovrebbero praticare un tasso del 9%. Dunque, abbassando il tasso d'interesse della Bce, il denaro dovrebbe costare meno, a imprese e famiglie. In realtà i prestiti saranno concessi soltanto a coloro che dànno garanzie di rimborso, e Dio sa quanto siano divenute prudenti le banche. Che pratichino un interesse del 4, del 9 o del 20%, se il mutuo non è rimborsato è una catastrofe del 100% più le spese. 
Ed inoltre, se le banche, incoraggiate dalla Bce, divenissero generose e i prestiti inclusi nei "pacchetti" poi non fossero rimborsati, chi si accollerebbe la perdita? Qua si amerebbe saperne di più.
Ma c'è una perplessità ben più importante. Chi crea un'impresa mira al profitto. Ammettiamo che questo profitto sia del 10%, che per lanciare l'impresa sia necessario un capitale e che questo capitale lo si possa ottenere al 6%: l'imprenditore fonderà l'impresa se il 4% di profitto gli è sufficiente. Ovviamente, se ottenesse il denaro al 16%, l'imprenditore aprirebbe lo stesso l'impresa, se il profitto sperato fosse al 20%. Ciò significa che il costo del denaro, da solo, significa poco: è un parametro che va collegato ai ricavi. Se il costo del denaro fosse zero, ma anche il profitto sperato fosse zero, l'imprenditore non fonderebbe l'impresa; perché poi il capitale dovrebbe restituirlo senza averci guadagnato niente. Invece l'impresa non soltanto deve guadagnare, ma guadagnare abbastanza per rimediare anche a qualche imprevisto negativo.
Un basso costo del denaro rivitalizza le imprese marginali. Quelle che prima rischiavano di chiudere e ora, con quel piccolo guadagno in più, possono sperare di sopravvivere. Ma l'economia di un Paese non si regge sulle imprese marginali. Se la sensazione è che, chiunque apra una merceria in provincia di Matera, finirà con l'essere sommerso di spese e tasse, nessuno si muoverà. È quello che avviene in Italia. Il problema non è finanziario, è produttivo. Un'impresa non vive del suo capitale, vive dei suoi profitti. E se non li ha, o non apre o chiude o va all'estero. Se non c'è la prospettiva del guadagno, le sirene delle banche con le banconote in mano non incantano nessuno. 
Non si è capito e non si vuole capire che l'Italia si salverà quando sarà lecito fare profitti e al limite arricchirsi. Se l'impresa è considerata dal fisco il pozzo di San Patrizio, si provocherà una crisi senza soluzione. La pecora bisogna tosarla, non ucciderla. L'Italia invece ha la bava alla bocca contro i capitalisti affamatori del popolo e il risultato è quello che vediamo. Matteo Renzi, con i suoi ottanta euro, ha parlato spudoratamente di "operazione di ridistribuzione della ricchezza". Ora prepariamoci a ridistribuire la miseria.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 settembre 2014

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POLITICA
5 settembre 2014
L'AVVOLTOIO DEL DISINCANTO
Sulla testa di Matteo Renzi volteggia da tempo, ad ali ferme, l'avvoltoio del disincanto. I gufi sono animali da preda, che il pranzo e la cena se li procurano da sé, uccidendo; gli avvoltoi invece, che pure hanno così cattiva fama, si limitano a tenere d'occhio il territorio: il dramma, nella savana, è sempre all'ordine del giorno e basta aspettare. Se un animale è malato o morente, difficilmente arriverà vivo alla fine della giornata.
Il paragone, parlando di Renzi, è da scongiuri napoletani. E tuttavia questo avvoltoio non augura il male di nessuno, si limita a prevedere e al massimo a far pulizia. In particolare nessuno augura a Renzi di fallire: perché se fallisce lui con lui fallisce la nazione intera. Tanti auguri dunque. Purtroppo, se alziamo gli occhi al cielo, quelle due ali ferme ed eleganti è come se un po' ridessero dei nostri auguri.
La vicenda di questo governo ricorda la fine ingloriosa delle illusioni eroiche e sovrumane. L'agiologia è piena delle storie di santi che hanno digiunato totalmente, per tempi lunghissimi, ma un qualunque medico osserverebbe che o mangiavano di nascosto o sono morti dopo appena qualche settimana. Né miglior fortuna aspetta chi, al Casino, si crede furbo con la "martingala semplice" (raddoppiare sempre la posta, se si è perduto). Questo è il miglior modo per dissipare in poco tempo anche il patrimonio di Creso. Molta gente, più istruita, si limita a dire: "Oggi è la mia giornata fortunata", reinveste la piccola vincita sul tappeto verde, e infine esce dal casinò con meno soldi di quanto ci è entrata. C.v.d. Ognuno dovrebbe parafrasare gli scettici e dirsi realisticamente: "La fortuna non esiste, e se esistesse giocherebbe contro di me".
La realtà, testarda e paziente, aspetta tutti alla fine del percorso, che è sempre in chiave di fine delle grandi illusioni. Le parole più belle del mondo, per un paralitico, sono: "Alzati e cammina!". Ma anche a pronunciarle con entusiasmo l'effetto non è quello che hanno descritto Matteo, Marco o Luca. 
Ma siamo umani. Il bisogno di sentire annunciare miracoli, soprattutto quando non vediamo altre soluzioni, ci rende creduloni. E non molti hanno riso, quando il nostro Matteo ha programmato una grande riforma al mese. Ora la promessa è stata spostata sull'arco dei mille giorni (otto volte tanto) senza neanche chiedere scusa. Ma la gente comincia a credergli meno di prima. Fra l'altro il giovanotto ha l'impudenza di chiedere: "Giudicatemi alla fine di questi giorni". Chiede cioè la licenza di fare eventualmente sciocchezze per quasi tre anni, mentre noi stiamo tutti zitti, per poi magari dirci: "Scusatemi, se la nave è affondata", come se avesse rotto un bicchiere?
Il disincanto è palpabile. Il numero dei perplessi, degli scettici, dei critici e infine dei sarcastici aumenta di giorno in giorno. L'accumulazione delle difficoltà comincia a prevalere sull'ottimismo di un leader che affermava di disinteressarsi sovranamente di cifre e di previsioni, perché la sua volontà avrebbe prevalso su tutto. Tutti avremmo voluto che fosse vero, ma poteva esserlo? È attuale la notizia che gli stipendi dei dipendenti pubblici rimangono bloccati ancora per un anno, contrariamente a quanto dichiarato prima dal governo e dalla ministra Madia. Mancano i soldi, dicono, e le parole non riescono a farli sbocciare dal nulla. Ma tu guarda. Ecco il classico caso della realtà che aspetta alla fine del percorso. Il risultato comunque è la promessa di una quasi-sollevazione di esercito e polizia. Come diceva Massimo Troisi ad un oggetto: "Perché non vieni da me, perché non ti muovi? Che ti costa? Se lo facessi, tutta la mia vita si aggiusterebbe. Forza, muoviti, vieni". Ma la telecinesi è una bufala. Come è una bufala che si possano fare le nozze coi fichi secchi.
La situazione dell'Italia è drammatica. Come scrive Ricolfi, o il governo agisce sul serio, e cade, oppure dura, ma non fa niente. E in ambedue i casi, c'è da chiedersi che ne sarà di noi. Tanta gente sciocca si sta svegliando dall'ipnosi dell'ottimismo a tutti i costi, ma ciò non corrisponde a dire che ora sarà facile imboccare la via della salvezza. Il navigatore di bordo non la indica. E comunque chi ama questo sfortunato Paese non ha come desiderio quello di  veder punito chi ha illuso il prossimo, o di vedere irrisi gli ingenui che gli sono andati dietro: desidera piuttosto che per una volta la realtà sia più ottimista della Tavola Pitagorica, che la statuetta vada verso Troisi, che Matteo Renzi riesca a dire all'economia italiana: "Alzati e cammina!". Anche se i paragoni, a volte, sono veramente devastanti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 settembre 2014


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politica estera
4 settembre 2014
L'UCRAINA, LA RUSSIA E L'OCCIDENTE
La Russia, soprattutto ad ovest, non ha difese naturali. Dunque una costante della sua politica è la preoccupazione dei confini. Quello Stato si è ingrandito fino al Pacifico per spostare sempre più lontano la possibile minaccia degli invasori e così si spiega anche l'annessione degli Stati baltici: erano piccoli e deboli, certo, ma attraverso il loro territorio sarebbe potuto venire un nemico ben più forte. 
L'espansionismo russo ha avuto, ai tempi di Stalin, connotazioni banditesche. Se Hitler avesse tenuto fede al patto Ribbentrop-Molotov, la Russia si sarebbe annessa metà di una pacifica Polonia. Finita la guerra, l'intera Polonia, pur non avendo attaccato la Russia, e pur essendo stata vittima di quei nazisti con cui Stalin si era alleato, è stata spostata in blocco verso ovest a spese della Germania, fino alla linea Oder-Neisse.
La spregiudicatezza e la violenza con cui la Russia ha dimostrato di poter interferire ancora oggi nella vita degli Stati confinanti dimostra quanto indomabile rimanga questa ansia unita ad una totale mancanza di scrupoli. Non c'è cattiva stampa internazionale che possa frenare Mosca, non ci sono sanzioni che possano intimidirla, se scatta la molla della sicurezza dei confini.
Con l'implosione dell'Unione Sovietica il quadro è brutalmente mutato. Le frontiere si sono molto ristrette e gli Stati europei che sono risorti dopo la fine del colonialismo militare russo sono animati da sentimenti di paura e rancore, nei confronti dell'antico oppressore. Ad ovest, immediatamente dopo i confini, la Russia sa di non avere amici. Può avere partner commerciali importanti, come la Germania, ma perfino questo grande Paese è felice di confinare con la pacifica Polonia.
L'Ucraìna rappresenta un caso speciale. Anche durante il periodo di appartenenza all'U.r.s.s. ha avuto un autonomo seggio all'Onu, ma in Occidente Kiev è stata considerata una città russa. Né, certo - nell'Europa dell'Est - qualcuno si è mai preoccupato di chiedere se i carristi russi che ne schiacciavano la libertà venissero dall'Ucraìna o dalla Siberia. Gli ucraìni che, per motivi storici, non si sentono inferiori ai russi (ché anzi per qualche tempo è stata Kiev la città dominante) hanno avuto uno stato d'animo diviso fra il far parte dei dominatori, agli occhi di tutti, e l'essere essi stessi dominati dai russi, dunque fra fierezza e rancore. Per questo, quando hanno potuto riconquistare la loro indipendenza, l'hanno fatto senza esitare.
Malauguratamente, la geografia gioca contro di loro. Il Paese è aperto verso la Russia, mentre la frontiera naturale (i Carpazi) è ad Occidente. Per la Russia ciò significa che un eventuale invasore proveniente dall'Ucraìna non incontrerebbe ostacoli naturali, mentre ne incontrerebbe la Russia, in caso di contrattacco. Inoltre l'Ucraìna è il più grande Stato d'Europa (dopo la Russia) e un attacco proveniente dal suo territorio aprirebbe un fronte estesissimo. La Russia considera dunque vitale, per la sua sicurezza, il tipo di governo che c'è a Kiev. Un'Ucraìna ostile è per Mosca un incubo: e purtroppo, se essa era antirussa prima dei recenti avvenimenti, oggi lo sarà anche di più. Ecco perché Putin ha voluto segnalare senza equivoci che, se dovesse considerare l'Ucraìna un pericolo, la Russia non esiterebbe ad invaderla.
Purtroppo, se lo facesse oggi, allarmerebbe a tal punto l'Europa che non sarebbe esclusa neppure una Terza Guerra Mondiale. Ma d'altra parte, resecando dall'Ucraìna la Crimea e una striscia ad est, la situazione russa non cambia molto. Il porto di Odessa era già a sua disposizione, e l'Ucraìna è talmente grande che anche togliendole qualcosa la sua minaccia potenziale rimane integra. Dunque l'ideale per Mosca è ottenere il massimo facendo la mossa della guerra ma non la guerra: e forse si può formulare una possibile soluzione.
Se alla Russia non conviene invadere l'Ucraìna e all'Occidente non conviene scontrarsi militarmente con la Russia, la migliore soluzione sarebbe discutere chiaramente le esigenze di ciascuno. A Mosca bisognerebbe garantire un'Ucraìna non aggressiva, non legata alla Nato, non legata all'Unione Europea e strategicamente isolata. Mosca da parte sua, sia pure ottenendo qualche forma di autonomia per le zone russofone, dovrebbe garantire la non ingerenza negli affari ucraìni. Infine tutti gli Stati interessati dovrebbero impegnarsi a intervenire militarmente per vietare l'ingresso in Ucraìna di truppe straniere, a qualunque titolo. Gli Occidentali penserebbero ai russi, i russi agli eserciti invasori, ma ciò che uno pensa non ha importanza.
Il risultato sarebbe un'Ucraìna indipendente, visceralmente antirussa, con ad est una sorta di quinta colonna filorussa, ma in sostanza in condizioni migliori di quelle in cui si è trovata per i decenni dell'U.r.s.s. E di quelle in cui si troverebbe domani, se fosse invasa da una Russia che in Occidente nessuno si sente di affrontare militarmente.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
3 settembre 2014




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POLITICA
3 settembre 2014
L'UCRAINA E IL DIRITTO
Il problema dell'Ucraìna non è un problema: è una soluzione. Naturalmente, sempre che la domanda sia quella giusta: "Qual è il criterio per por fine agli scontri internazionali?" Ed ecco la risposta: "Chi è più forte ha ragione".
L'affermazione, in astratto, è assurda. Il concetto di "ragione" riporta infatti ad un criterio superiore al singolo caso o alle singole persone coinvolte. Ma dal momento che ognuno ha una propria idea della ragione e del torto, nella società civile alla fine interviene il giudice. Nella società degli Stati, invece, non essendoci nessun giudice, la discussione diviene sterile. 
Per ben comprendere il fenomeno è innanzi tutto necessario avere chiaro come opera il diritto. Codesta scienza della ragione e del torto nasce quando lo Stato, più forte dei litiganti, si attiva per far prevalere l'interesse di colui che ha agito secondo i principi che lo Stato stesso ha incarnato nelle proprie leggi contro colui che le ha violate. E incarica di far ciò un giudice che parla in suo nome. Questi ha la caratteristica di essere "terzo" rispetto alla lite, competente nelle leggi, e infine autorizzato a servirsi della forza dello Stato per far applicare la decisione.
Questo schema mostra i limiti del sistema. Se si richiede che il magistrato sia "terzo" rispetto alla lite, cioè non sia personalmente interessato (nemo iudex in re sua), con ciò stesso si ammette che neanche chi è più qualificato, intellettualmente e culturalmente, a distinguere la ragione dal torto, poi si atterrà al diritto se esso contrasta con i suoi interessi. Ché anzi, in questo caso, si pensa che egli approfitterebbe del potere a proprio favore, usando la forza dello Stato come un suo personale randello. 
Ma fra gli Stati non si frappone nessun giudice, sono tutti iudex in re sua. E dunque è inutile parlare di diritto. Non si può certo pretendere che le singole cancellerie, animate dall'"égoïsme sacré", inteso a difendere gli interessi nazionali, siano più preoccupate di astratta giustizia di quanto lo siano i professionisti togati. Se attaccato, uno Stato debole non ha difese contro uno Stato forte e non ha nessuno cui ricorrere. L'unica possibile speranza è che un alleato, più forte dell'aggressore, abbia interesse a difenderlo. Violenza contro violenza.
Molti ingenui immaginano il diritto internazionale come un codice che stabilisce chi ha ragione e che poi impone la giustizia fra i litiganti. Niente di più falso. Un simile codice non esiste e se esistesse mancherebbero i carabinieri per applicarlo. È vero, la materia si studia all'università, ma dopo tutto rimane un complesso di norme di buona creanza, liberamente accettate, cui ci si attiene finché l'ambiente non si riscalda e finché non si viene alle mani.
Per l'opinione pubblica è giuridicamente orrendo il fatto che la Russia penetri nel territorio dell'Ucraina per sostenere un'insurrezione contro il governo (altro che semplice "ingerenza negli affari interni di un altro Paese"!); che spari su un esercito che non l'ha in nessun modo provocata e che pretenda di stabilire l'assetto politico e territoriale di una nazione sovrana. Al punto che qualcuno, fra i più ingenui, si chiede come reagirà l'Onu. In realtà, il "giuridicamente orrendo" è pane quotidiano, in campo internazionale. Da un lato la Russia ha la forza per fare questo e peggio di questo, dall'altro la grande Europa parla ancora di sanzioni, escludendo - per pacifismo, s'intende, non per paura! - un proprio intervento militare. Quanto all'Onu, conferma ancora una volta la sua sostanziale inutilità. Non soltanto, se tentasse di agire, sarebbe bloccata dal veto russo, non soltanto non troverebbe comunque militari disposti a morire per Kiev, ma oggi, nel suo inutile palazzo, non apre bocca. Trattiene il respiro ma non per l'ansia, per evitare qualunque rumore che potrebbe ricordare la sua esistenza.
Tucidide ha detto che nessuno ricorre alla giustizia potendo ricorrere alla forza. La giustizia è l'arma del debole: e spesso non è tagliente. Per le flaccide e disinformate folle europee questo episodio dovrebbe essere una grande lezione di diritto internazionale. Se Machiavelli avesse scritto soltanto per il Principe, ora che il Principe non c'è più il suo libro potrebbe sparire dagli scaffali. Invece l'ha scritto per l'eternità, e le folle di cui sopra hanno soltanto la scelta fra capirlo o non capirlo. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
2 settembre 2014



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POLITICA
2 settembre 2014
IL GUFO E LA CIVETTA
Chi sa di non essere infallibile (alcuni non lo sanno) deve prendere in considerazione l'ipotesi dell'errore. E se è una persona orgogliosa deve porsi anche il problema del modo di ammetterli. La situazione presenta parecchie sfaccettature. Se abbiamo scritto "sopratutto", e sappiamo benissimo che l'ortografia è "soprattutto", basterà scusarsi per l'errore di battitura, Ma se abbiamo scritto celibe, parlando di una donna, la cosa più semplice sarà parlare di storditaggine o di imperdonabile errore, senza comunque negarlo. 
Un caso particolare è rappresentato dalle citazioni e dai riferimenti culturali. Questi rappresentano, in un testo, il richiamo ad un superiore livello di conoscenze e dunque assolutamente non devono essere inesatti. Citare "a orecchio", come faceva il povero Enzo Biagi, espone a una serie continua di cattive figure. 
Più problematico è il caso di una correzione in sé esatta: si dice succubo (succuba, succubi, succube) e non succube (succubi). Nota a cui si può rispondere che i compagni nell'errore sono così numerosi che, democraticamente, batterebbero i paladini della parola giusta. Del resto, chi ha avanzato la correzione sapeva che si dovrebbe dire Tatari e non Tartari?
Gli errori linguistici sono comunque il meno. Giorgio Napolitano, che sostenne e applaudì la repressione della rivoluzione ungherese del 1956, non è certo scusato, se dice che l'ha fatto per obbedienza di partito. Infatti ci fu chi non obbedì, fu estromesso e non rischiò certo di divenire Presidente della Repubblica Italiana.
Infine c'è un genere di errore cui sono per così dire condannati gli editorialisti. Chi compra i giornali d'opinione vuole certo conoscere il significato degli eventi politici ma soprattutto che cosa deve aspettarsi per il futuro. E qui casca l'asino. Il lettore che l'ha chiesto poi - se ha buona memoria - è pronto ad irridere chi a suo tempo fece tutt'altra profezia. Bisogna rinunciare a parlare del futuro? Non esattamente.
I latini dicevano che la storia è maestra di vita. Dal momento che gli uomini - con le loro qualità, i loro limiti, le loro passioni, e i loro errori - sono sempre gli stessi, percorrendo le vicende umane si possono rintracciare delle costanti o almeno delle tendenze sufficientemente sostenute dalla statistica. L'editorialista è nella stessa condizione del bravo medico che, preso atto dei sintomi del malato, li riconduce correttamente ad una data malattia. Se poi in realtà il malato era affetto da un'altra patologia, chi potrebbe fargliene una colpa? Era quello lo stato dell'arte.
Il problema è di grande attualità. Infatti da un lato è ineluttabile che l'attuale crisi economica attuale finisca, anche se in passato c'è stato chi non s'è mai più ripreso(1), dall'altro ci si chiede che cosa riuscirà a fare questo Primo Ministro che un giorno sì e l'altro pure ci sommerge di promesse e di proclami di vittoria. E che ora chiede assurdamente di essere giudicato fra tre anni, dimenticando che Keynes diceva che "in the long run, we are all dead", a lungo termine saremo tutti morti.
Dire che non usciremo mai dalla crisi è sicuramente un errore, ma anche il pessimismo nei confronti di Matteo Renzi potrebbe esserlo. Sia perché egli potrebbe incappare nella soluzione autonoma della crisi, e attribuirsene poi il merito, sia perché - e qui arriva il rischio per l'editorialista - ciò che non è riuscito a nessuno per molti decenni potrebbe riuscire a lui. Come escluderlo?
E tuttavia. Se, anno dopo anno, governo dopo governo, ci siamo sentiti promettere le stesse cose senza mai vederle realizzate, come potremmo crederci ora, che tutti i parametri sono negativi? Non è pessimismo, è cultura. Il fatto che i prodotti per combattere la calvizie siano sempre diversi  corrisponde a dire che non hanno funzionato mai. Se qualcuno affermasse che bagnandosi la testa con l'acqua di una fontanella di un paesino dell'isola di Samoa i capelli ricrescono, la reazione normale sarebbe una risata". Ma se poi la cosa si rivelasse vera, nel giro di poche settimane diverrebbe necessario difendere quella fontanella con l'esercito. E la medicina non negherebbe la cura. Direbbe soltanto: "Non sappiamo come opera, ma funziona".
La cura Renzi potrebbe farci ricrescere i capelli, ma i precedenti giustificano ampiamente l'attuale pessimismo. Ai risultati positivi - sempre possibili, come no? - crederemo quando li vedremo. Quando non riconosce l'omeopatia la medicina ufficiale, non è pessimista. È soltanto realistica, chiede soltanto la verifica dell'efficacia dei farmaci. 
Il pessimismo non trasforma un editorialista in un gufo. Più probabilmente è una civetta, uccello sacro ad Atena, dea della saggezza.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 agosto 2014

1) Preghiera ai lettori. Credevo di avere letto, tanti anni fa, che Firenze fu ricchissima e influente in tutta l'Europa finché la sua industria tessile non ebbe concorrenti. Poi, i fiamminghi si misero a produrre "pannilani" (così ho letto) molto meno costosi, Firenze cercò di resistere con l'alta qualità, ma alla fine fu sconfitta e perdette i benefici di quell'attività che l'aveva resa ricca e capitale della cultura e delle arti. Pur cercando su Google, non ho trovato sufficienti riferimenti e… obbedendo al consiglio dell'articolo, non ho inserito il riferimento.


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POLITICA
1 settembre 2014
LA VITA IN CHIAVE DI MORTE
Immaginiamo che un docente spieghi che la somma degli angoli interni di un triangolo equivale ad un angolo piatto, e che uno dei presenti obietti: "No, non è possibile. Sarebbe troppo brutto. Che speranze avremmo, se così fosse? Bisogna credere che si arrivi almeno a 270°. Lei è un disfattista e, mi scusi, dimostra di non tenere per nulla al bene della nazione".
La storiella sembra assurda. In effetti quel dato geometrico è considerato da sempre incontrovertibile e nessuno si è mai chiesto se bisognasse considerarlo benefico o malefico. Purtroppo, molti di coloro che riderebbero della contestazione del teorema poi sarebbero capaci di applicare ad altri problemi quel tipo di "ragionamento". C'è un esperimento che si può fare praticamente col primo venuto. Se si afferma che non abbiamo un'anima immortale, molta gente non controbatte dimostrandone l'esistenza, ma chiedendoci se dunque ci pare che non ci sia nulla, oltre quello che vediamo. Se siamo uguali agli animali. Addirittura se potremmo avere pensieri elevati se non avessimo in noi quella scintilla di spiritualità, anzi di divinità che è l'anima. Senza accorgersi che tutto questo non dimostra nulla e corrisponde soltanto a dire: "A me piace pensare di averla, l'anima immortale. Dunque ce l'ho".
Questo atteggiamento si ritrova pari pari nella considerazione dell'attuale situazione economica. Tutti i dati oggettivi sono negativi e tuttavia c'è una sorta di volontà comune di chiudere gli occhi su di essi. Dobbiamo dire che ne usciremo, che così certo non può certo continuare e qualcosa deve succedere. Come se questo qualcosa non potesse addirittura costituire un peggioramento. E poi, chiedono gli ottimisti, perché non credere, almeno un po', ai messaggi incoraggianti e rassicuranti che il nostro Primo Ministro, simile ad un instancabile muezzin,  ci grida più volte al giorno dall'alto? "Chi ti dice che, con tanta passione e tanta volontà,  non riuscirà a fare qualcosa di grandioso? Mai dire mai". Molti pensano: "Anche se razionalmente dovrei essere pessimista, se lo fossi renderei ancor più probabile l'esito catastrofico. L'ottimismo invece fornisce una speranza, incoraggia all'azione, e l'azione è il primo passo verso la salvezza".
Nobili parole. Ma che il piccolo, insignificante cittadino sia pessimista od ottimista non cambia nulla nel Paese. L'azione può compierla chi ha il potere formale - per esempio i politici - o sostanziale, cioè la burocrazia, la magistratura, e soprattutto l'opinione pubblica. Dunque l'argomentazione risulta fantastica, un po' come quella che comincia: "Se io fossi il dittatore d'Italia…" 
L'ottimismo rispetto all'incerto è lodevole: inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Ma l'ottimismo malgrado i dati obiettivi è folle. È come negare i 180° dell'angolo piatto. Il pessimista può sbagliare tanto quanto l'ottimista, ma è lecito controbattere le sue affermazioni soltanto con argomenti che smentiscano la sua tesi: diversamente si oppone un sentimento ad un dato. E sappiamo tutti che, se così fosse, nessuno morirebbe di cancro.
L'ottimismo della volontà ha tuttavia un ambito più generale e una spiegazione più profonda. Un' accurata percezione della realtà sarebbe per molti psicologicamente catastrofica. Come accettare il proprio mediocre successo professionale, sentimentale, sessuale, familiare e sociale? Come ammettere che la vita non ha senso, e che dopo esserci tanto affannati in fin dei conti non avremo concluso niente? Soprattutto, come accettare che moriremo e non esisteremo più, né per noi stessi, né per gli altri, che presto ci dimenticheranno? Da questo derivano i mille contorcimenti della nostra società quando si tratta di morte. La convenzione è che i morti sono "loro, ieri", non "noi, domani". Sono morti quelli che non sono stati abbastanza attenti ad evitare quella brutta conclusione. Mentre noi, tiè, facciamo le corna e ridiamo.
Ecco la radice dell'ottimismo. Non bisogna guardare in faccia l'intera realtà perché il risultato sarebbe paralizzante. Una precisa coscienza della nostra parabola esistenziale potrebbe pietrificarci come lo sguardo della Medusa. Da ciò gli inviti, vagamente scandalizzati, rivolti al pessimista: "Suvvia, dimentica i tuoi ragionamenti, dimentica i dati, dimentica tutto. Sorridi, spera, e anche tu sarai immortale".
E invece c'è un'altra soluzione, che personalmente ho scelto da giovane, meno che ventenne. Bisogna guardare la Medusa negli occhi senza divenire di pietra. Bisogna credere veramente, e perfino emotivamente, che moriremo, e poi organizzare tutta la vita, piaceri inclusi, intorno a questa coscienza. Non rimuovendola ma accettandola. Se ci fermiamo a piangere sulla nostra morte non la eviteremo, se cerchiamo di dimenticarla falsiamo tutti i nostri calcoli, perché non teniamo conto di un dato fondamentale.
La coscienza della vanità del tutto non ci deve paralizzare, deve servire a pesare correttamente le nostre esperienze, a corazzarci con la saggezza contro le delusioni del cuore o dell'ambizione, a sopportare perfino il dolore con l'idea che un giorno, se da morti potessimo avere dei rimpianti, rimpiangeremmo il momento in cui ancora avevamo la possibilità di soffrire.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 agosto 2014

P.S. Per chi ha tempo. Me mi si può irridere chiamandomi "filosofo", Ricolfi è un grande tecnico, di sinistra per giunta. E il fatto che siamo giunti alle stesse conclusioni, del tutto indipendentemente, è una conferma (almeno per me) della plausibilità di queste idee, per quanto riguarda l'economia. Allego l'articolo anche per poterlo ritrovare, a sostegno delle mie idee. 
30/08/2014 LUCA RICOLFI
Italia di nuovo in recessione, Italia in deflazione, fiducia dei consumatori di nuovo giù, disoccupazione ai massimi. La raffica di dati negativi che arrivano dall’Istat non è di quelle che tirano su il morale. E tuttavia, a mio parere, la notizia non c’è, o meglio c’è solo per il governo e per gli osservatori più ottimisti, che hanno passato mesi a intravedere una svolta di cui non si aveva alcun indizio concreto. Dapprima non si è voluto credere alle ripetute revisioni delle previsioni sul Pil pubblicate dagli organismi internazionali, senza accorgersi che non erano troppo pessimistiche ma semmai ancora troppo ottimistiche. Poi si è alimentata l’ingenua credenza che i 10 miliardi stanziati per il bonus avrebbero potuto rilanciare i consumi, salvo poi amaramente confessare che «ci aspettavamo di più». Infine non si è voluto dare alcuna importanza ai drammatici dati sul debito pubblico, cresciuto di 100 miliardi in appena 6 mesi, una cosa che non era mai successa dall’inizio della crisi. Nonostante tutto ciò, e nonostante i dati Istat dei giorni scorsi non mancheranno di suscitare qualche reazione, penso che torneremo presto a infischiarcene e ad ascoltare la canzoncina del paese che «cambia verso», dello sblocca-Italia, della svolta epocale, dell’Europa che deve fare la sua parte, di papà Draghi che deve proteggerci da lassù (per chi non lo sapesse, il governatore della Banca Centrale Europea abita in una torre altissima, detta appunto Eurotower). La ragione per cui penso che poche cose cambieranno è molto semplice, ed è che una cosa è la crisi, una cosa diversa è il declino; una cosa è una società povera, una cosa diversa è una società ricca. Una società povera che incappa in una crisi ha molte possibilità di rialzarsi perché non può non accorgersi della gravità di quel che le succede, e non può non sentire la spinta ad automigliorarsi. Una società ricca che è in declino da due decenni (ma secondo molti studiosi da più tempo ancora) può benissimo sottovalutare quel che le succede, e avere ormai esaurito la spinta all’automiglioramento. L’Italia, se si eccettua il segmento degli immigrati (che alla crisi hanno reagito e continuano a reagire molto bene: 91 mila posti di lavoro in più negli ultimi 12 mesi), è precisamente nella seconda condizione. Dal momento che il nostro declino è lento (perdiamo l’1-2% del nostro reddito ogni anno), e la maggior parte della popolazione ha ancora riserve di denaro e di patrimonio, è molto facile cullarsi nell’illusione che basti aspettare, che prima o poi il sole tornerà e la ripresa dell’economia rimetterà le cose a posto. Di fronte a questo deprecabile ma comprensibile stato d’animo dell’opinione pubblica, molto mi colpisce che anche la classe dirigente del paese, che pure dovrebbe avere occhi per cogliere il dramma del nostro declino, si mantenga tutto sommato piuttosto calma e compassata, limitandosi alle solite invocazioni che sentiamo da trent’anni (ci vuole un colpo di reni, dobbiamo fare le riforme), senza alcuna azione incisiva o idea davvero nuova. E qui non penso solo alla insostenibile leggerezza del premier, che un mese fa snobbava i primi dati negativi sul Pil («che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone»), e provava a tranquillizzare gli italiani con ardite metafore metereologiche (la ripresa «è un po’ come l’estate, arriva un po’ in ritardo ma arriva»). Penso anche alla mancanza di idee coraggiose da parte del sindacato, ancora impigliato nei meandri mentali del secolo scorso. O alla leggerezza con cui la Confindustria ha avallato il bonus da 80 euro, una misura che non ha rilanciato i consumi e in compenso ha bruciato qualsiasi possibilità futura di ridurre Irap e Ires, ossia una delle pochissime cose che un governo può fare per sostenere subito, e non fra 1000 giorni, la competitività e l’occupazione (per inciso: ieri Squinzi ha picchiato duro contro il bonus, scordandosi completamente delle sue dichiarazioni di giugno, quando aveva spiegato di non averlo contrastato per ragioni politiche, perché «le elezioni europee erano più importanti»). Ecco perché mi è difficile essere ottimista. Se l’opinione pubblica è incline al vittimismo ma si limita a sperare in tempi migliori, se la classe dirigente vive di annunci e piccole manovre, è del tutto illusorio pensare di «fermare il declino», per riprendere il nome di una sfortunata lista elettorale. Ma, attenzione, il declino potrebbe anche non essere lo scenario peggiore. La notizia che l’Italia è entrata in deflazione sarà probabilmente seguita da sempre più insistenti richieste di misure di «sostegno della domanda», anche a costo di aumentare ulteriormente il nostro debito pubblico. E’ possibile che tali misure vengano attuate. E che lo siano con il consenso dell’Europa, sempre più spaventata dallo spettro della stagnazione. Quello che nessuno sa, tuttavia, è come i mercati finanziari reagirebbero a un eventuale ulteriore peggioramento del nostro rapporto debito-Pil. Può darsi che stiano zitti e buoni, intimiditi dalla volontà di super-Mario di fare «qualsiasi cosa occorra» per proteggere l’eurozona. Ma può anche darsi che i mercati rialzino la testa, e qualcuno ci rimetta le piume. Anzi, in realtà qualcosa è già successo, anche se in modo invisibile, perché oscurato dalla discesa degli spread con la Germania. Dal 9 aprile di quest’anno i rendimenti dei titoli di stato decennali dei principali paesi dell’euro hanno cominciato a muoversi in modo difforme, ossia a divergere sempre più fra di loro: è lo stesso segnale che, nel 2011, precedette e annunciò la imminente crisi dell’euro. Ma quel che è più grave è che a questo segnale, che indica che i mercati stanno ricominciando a distinguere fra paesi affidabili e paesi inaffidabili, se ne accompagna un altro che riguarda specificamente l’Italia: a dispetto del miglioramento dello spread con la Germania, la nostra vulnerabilità relativa rispetto agli altri 4 Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) è in costante aumento dal 2011, e nell’ultima settimana ha toccato il massimo storico. Tradotto in parole povere: tutti i paesi stanno beneficiando di tassi di interesse via via più bassi, ma nel cammino di generale avvicinamento alla virtuosa Germania noi siamo più lenti degli altri, perché i mercati si accorgono che non stiamo facendo le riforme necessarie per aumentare la nostra competitività. La conseguenza è molto semplice, ma terrificante: se ci fosse un’altra crisi finanziaria, noi saremmo più vulnerabili di Spagna e Irlanda. Ecco perché rallegrarsi degli spread bassi può essere molto fuorviante. E continuare a rimandare le scelte difficili, come finora hanno fatto un po’ tutti i governi, potrebbe rivelarsi catastrofico. Lo so: Cassandra dixit, direte voi. Ma a differenza di Cassandra non vedo nel futuro, e continuo a pensare che il futuro che verrà sarà esattamente quello che ci saremo meritati.
http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=7




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