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POLITICA
30 agosto 2014
LA SINISTRA IBERNATA. FORSE MORTA
Un grande giornalista (Arturo Diaconale, su L'Opinione) annunciava recentemente la scomparsa della "vera" sinistra, quella "dura e pura". A suo parere è inutile che i suoi rappresentanti aspettino la fine del ciclone Renzi. Quando ciò avverrà, le condizioni obiettive saranno talmente cambiate che loro rimarranno lo stesso fuori gioco.
Diaconale non fornisce però il perché del fenomeno e viceversa una spiegazione si può azzardare.
La parabola della sinistra comincia con la caduta del fascismo. Per molti anni si è ripetuto fino alla noia che tutti i mali dell'Italia erano da attribuire a Mussolini. Dunque, eliminato lui, non solo tutto avrebbe dovuto essere perfetto, ma il partito che meglio avrebbe potuto realizzare questo miracolo era quello che più si era opposto al fascismo, e cioè il Pci. E infatti l'Italia è stata più o meno apertamente di sinistra per molti decenni ed ha vissuto in una situazione vagamente paranoica.
I servi del regime precedente, cioè gli intellettuali, non si accorgevano che stimare il Pci, se questo doveva rappresentare il contraltare del fascismo, era contraddittorio: sia il Pnf, sia il Pci avevano un'ideologia statalista e totalitaria. Il contrario del fascismo, infatti, è il liberalismo. Un secondo elemento che ci ha costretti a vivere in una realtà vagamente onirica è il fatto che, se mezza Italia era comunista o paracomunista, l'altra metà era composta di cattolici che votavano contro i comunisti perché "senza Dio", ma erano anch'essi di sinistra: pauperisti, cioè a loro modo a favore del proletariato, non eccessivamente sensibili alle libertà laiche, idealisti e infine statalisti, perché lo Stato, essendo disinteressato, doveva essere hegelianamente la suprema realtà etica. Eccellente esempio: Rosy Bindi. Il risultato è stato il bipartitismo imperfetto. I comunisti mai al potere, i democristiani sempre al potere, ma d'accordo per leggi ogni giorno più rovinose e per la creazione di un immane debito pubblico.
Il Paese ha tuttavia avuto una lenta parabola, da norme economicamente ininfluenti a leggi sempre più totalitarie. La legislazione è divenuta nettamente ostile all'impresa e il fisco soffocante e punitivo della ricchezza. Un anarchismo idealistico ha completamente disastrato la scuola, la legge sull'equo canone ha assassinato la locazione delle case. Mille provvedimenti che da prima non hanno prodotto i danni prevedibili, tanto che i liberali potevano chiedersi se non si fossero sbagliati. Ma non si sbagliavano affatto. Avevano soltanto dimenticato che è l'ultima pagliuzza che spezza la schiena del cammello. L'accumulazione dei provvedimenti populisti, utopistici e in una parola sbagliati, coniugata con una crisi internazionale devastante e con l'aggravante di un debito pubblico che ogni anno pesa per settanta-ottanta miliardi di interessi, hanno messo la nazione in ginocchio. Altri si riprendono, noi non si vede come possiamo rialzarci. L'euro troppo forte penalizza le esportazioni e favorisce le importazioni (quasi ogni cosa che compriamo si rivela fatta in Cina) e lavorare in Italia è divenuto così difficile che troppe imprese o chiudono o scappano all'estero. E allora che cosa dovrebbe far ripartire l'Italia, altre leggi "progressiste"? Se il fisco si appropria dei profitti, l'iniziativa privata sparisce. La politica voleva perseguire l'evasore ed ha creduto che qualunque imprenditore lo fosse.  
Come se non bastasse, le norme europee ci vietano l'inflazione - per decenni il nostro refugium peccatorum - ed eccoci qui, a guardarci negli occhi, impotenti di fronte alla più grave crisi economica da quando esiste l'Italia unita.
Ecco perché è sparita la sinistra dura e pura. Perché è divenuto evidente perfino agli imbecilli che i provvedimenti che essa potrebbe proporre provocherebbero una catastrofe, immediatamente. Come avrebbe detto Pierluigi Bersani, "non c'è più trippa per gatti", non c'è più nulla da togliere a nessuno. Oppure, come avrebbe detto Margareth Thatcher, "The problem with socialism is that you eventually run out of other people's money": il problema del socialismo è che alla fine vi viene a mancare il denaro degli altri.
La sinistra dura e pura sparisce perché ha compiuto l'intero ciclo di creazione del disastro economico. E il danno è solo questo perché, fortunatamente, siamo in democrazia. Nei Paesi del socialismo reale, infatti, pur di continuare a creare miseria, Il governo si è appropriato di tutto, inclusa la libertà dei cittadini, ed ha mandato in galera (o peggio) chi si opponeva.
Naturalmente non tutti gli italiani sono coscienti di questa evoluzione. Molti di loro continuano ad invocare provvedimenti che sembravano giusti decenni fa, perché la nazione era ancora sana e si potevano sequestrare consistenti quote di ricchezza. Ma la pecora, oltre che tosata, forse è stata ammazzata. Oggi siamo col sedere per terra e ci potremo salvare soltanto cambiando totalmente mentalità, in direzione del liberalismo.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 agosto 2014



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POLITICA
29 agosto 2014
MATTEO RENZI È UNA FAVOLA

Quel genio di Marx (Groucho, a chi avevate pensato?) sosteneva che non si sarebbe mai iscritto ad un club che avesse accettato come socio uno come lui. E anch'io mi trovo a vivere una analoga contraddizione: sono così allergico all'idea di essere un militante che ho spesso la tentazione di iscrivermi al partito opposto al mio. Me ne astengo perché presto avrei la tentazione di tornare indietro, e allora è meglio che rimanga dove sono. Ciò però non m'impedisce di soccombere spesso alla voglia di vedere le buone ragioni del mio avversario, fino ad avere l'aria di difenderlo. E dunque d'apparire un traditore. Come diceva Nietzsche: "Non appartengo a nessun partito. Nessun partito me lo perdona".
Passano le settimane, passano i mesi, le riforme non vedono la luce. L'economia italiana non si riprende, le tasse aumentano, e un giorno o l'altro tutti daranno addosso a Matteo Renzi, con l'entusiasmo di chi sa di appartenere ad una massa e di non correre rischi. 
Non ci si potrà stupire. Le grandi simpatie della folla sono volatili, e dall'Osanna al Crucifige la strada a volte non è molto lunga. Se poi c'è di mezzo la delusione, il mutamento di stato d'animo è particolarmente comprensibile. È cosa molto gradevole prendere sonno con un'interminabile ninna nanna di promesse: ma al risveglio i messaggi di un portafogli vuoto contano più delle battute - indubbiamente brillanti - del più scoppiettante Presidente del Consiglio che abbiamo mai avuto.
Quel giorno bisognerà difendere l'innocente giovanotto fiorentino: chi crede a promesse assurde non è meno colpevole di chi le fa. Se arriva un Principe Azzurro e ci dice che farà una riforma epocale al mese - non in un vago futuro, ma nei prossimi centoventi giorni - chi lo prende sul serio è una vittima predestinata della Catena di S.Antonio, dei venditori di terreni sulla Luna e, se non è più in galera, di Wanna Marchi. 
Fra l'altro l'intraprendente ammaliatore sa, o almeno dovrebbe sapere, che si muove in un contesto da film horror. Avanzando cade nel baratro del default finanziario; indietreggiando è divorato dal coccodrillo della recessione; aggrappandosi al ramo del fisco lo vedrebbe spezzarsi perché già sopporta un carico eccessivo. Forse potrebbe salvarlo la corda della spending review, ma purtroppo, se ne accorgerà, ogni volta che tenderà la mano per afferrarla, essa si ritirerà di scatto, magicamente. L'unica alternativa che gli è concessa (come del resto a tutti i suoi predecessori) è in che modo fallire: se provandoci o rimanendo fermo, ed essendo accusato - come gli altri - di non aver fatto nulla. 
Finché l'Italia non cambia sul serio (e non si vede come) questa difesa del Primo Ministro va conservata accuratamente, perché potrebbe servire parecchie volte, per chiunque commetta l'imprudenza di formare un governo. L'attuale situazione economica si pone rispetto al nostro governo, e in fondo rispetto a tutta l'Europa, come il Pacifico in tempesta rispetto ad un peschereccio. O non c'è nulla da fare, di fronte alla forza della Natura, o nessuno ha capito ciò che potrebbe fare. Da anni un economista come Paul Krugman raccomanda una ricetta opposta a quella sin qui adottata, ma se negli Stati che più contano non gli ha dato ascolto nessuno, si può far torto ai nostri ministri di non averla adottata da noi? 
È vero che Renzi, diversamente dal mite Enrico Letta, ha avuto la tracotanza di parlare dell'Italia come di un Paese che sfida l'Europa, che la guiderà e la tirerà fuori dalla recessione. Ma via, era una battuta tanto per ridere, fra le altre. Diversamente bisognerebbe prendere Münchhausen per un personaggio storico.
Il nostro futuro non è incoraggiante. Gettando una moneta, l'alternativa realistica è una. O testa, e continueremo a peggiorare lentamente, come abbiamo fatto fino ad ora, o croce, e il peggioramento sarà brusco, magari non solo per noi ma per tutta l'Europa. Ma esiste anche l'alternativa irrealistica: nessuno ignora che, cadendo, una moneta può rimanere in piedi sul suo bordo. E se questo accadesse, l'Italia improvvisamente ripartirebbe a razzo, Renzi farebbe tutte le riforme promesse, i magistrati e i sindacati non si metterebbero di traverso, la Pubblica Amministrazione diventerebbe snella e veloce come una mezzofondista e soprattutto - miracolo degno della resurrezione di Lazzaro - il fisco si dimezzerebbe.
Sarebbe un finale favoloso. Del resto, chi può negare che il nostro Presidente del Consiglio sia "una favola"?
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 agosto 2014


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POLITICA
28 agosto 2014
IL DOPO-TREGUA A GAZA
Finalmente abbiamo una tregua a tempo indeterminato a Gaza. Ma una tregua non è una pace. Bisogna dunque capire che cosa ci ha guadagnato Israele e che cosa ci ha guadagnato Hamas, prescindendo totalmente dalla propaganda di quest'ultima, che a Gaza comanda anche sulla verità. I capi hanno deciso che hanno ottenuto una vittoria e i cittadini devono sfilare esultanti per le strade. Se necessario scansando le macerie. La scena ricorda l'atteggiamento di Yasser Arafat che, scacciato dal Libano insieme con tutti i suoi, salendo sulla nave faceva il segno della vittoria. 
Badiamo dunque soltanto ai fatti e prescindiamo anche dalla stampa occidentale, ingenua come un bambino di quattro anni, o che fa finta di esserlo. Incontestabile è che Israele, con precisi scopi di dissuasione riguardo ai razzi palestinesi, ha voluto far soffrire gli abitanti di Gaza. Naturalmente non poteva ottenere ciò uccidendo bambini, sia perché ne avrebbe ricavato soltanto una pessima pubblicità senza per questo commuovere Hamas (che i bambini li userebbe volentieri come scudi umani) sia perché è impossibile mirare ai bambini risparmiando gli adulti. A meno che non si vada a fare una strage in un asilo, ma la cosa è piuttosto nello stile dei musulmani fanatici (qualcuno ricorda Beslan?). 
Lo scopo di Israele è stato quello di colpire, quanto più duramente era possibile, i militanti islamici, o uccidendoli, o distruggendo le loro case. Inoltre si volevano distruggere le basi di partenza dei razzi, i depositi di armi e i tunnel con cui i terroristi progettavano di entrare in Israele per commettere attentati. Ovviamente i soldati non si sono privati di rispondere con violenza ad ogni tentativo di ucciderli o di resistere alla loro azione. Posto che la lezione di Cast Lead (Piombo Fuso) non è bastata, i militari con la Stella di Davide stavolta avranno avuto la mano ancor più pesante. I danni e i dolori devono essere stati proprio ingenti. 
Il monito per il futuro doveva essere chiarissimo. I media occidentali hanno inghiottito come vangelo le notizie e i numeri riguardanti i bambini palestinesi morti e non hanno pensato che se il più forte esercito della regione si è mosso con l'intenzione di dare una severa lezione, è a questa lezione che bisogna badare. È dunque inutile che i palestinesi fingano di esultare. Anche se i miliziani hanno violato più di una tregua, col gesto d' orgoglio di riprendere il lancio dei razzi, non sappiamo quanto la popolazione sia interessata a tali gesti: soprattutto se il prezzo è la vita di un congiunto o la perdita della casa. 
Ora Hamas accetta una tregua a tempo indeterminato, evidentemente per leccarsi le ferite. Mentre Israele invece è sempre stata pronta a firmarla, questa tregua, perché il messaggio che voleva recapitare è stato abbastanza tonante per essere udito anche dai sordi.
Miope è pure l'idea - naturalmente corrente nei nostri media - che le eventuali concessioni di Israele (apertura di valichi, porti o aeroporti, allargamento della zona di pesca) siano altrettante prove della sua sconfitta. È più ragionevole pensare che si tratti da un lato di aperture che non costano nulla, se Hamas accetta la pace, dall'altro di concessioni che è facilissimo revocare, se Hamas riprenderà i lanci di razzi. Dunque di un'arma in più, senza bambini di mezzo, nelle mani di Gerusalemme. 
Lasciando da parte il bla bla, il problema è ora il seguente: Hamas vuole veramente la pace? Il prezzo infatti lo paga il popolo, e il popolo non conta. E che avverrà, se l'organizzazione riprenderà il lancio di razzi? 
Per puro esercizio intellettuale si può immaginare una linea di condotta. Se i palestinesi riprenderanno i lanci di razzi e Gerusalemme sopporterà la provocazione, i razzi saranno sempre più numerosi, senza che i giornali si strapazzino a dare la notizia. Se infine Israele penserà di nuovo a rispondere per le rime sembrerà che stia attaccando i poveri palestinesi. Dovrebbe invece reagire già ai primi due razzi con un'immediata revoca delle concessioni e un  pesante raid aereo. La notizia sarebbe allora unica: due razzi da un lato, una rappresaglia dall'altro. 
Se la risposta fosse costante e non discontinua, alla minima provocazione i palestinesi ci penserebbero due volte ad attaccare un leone che morde sul serio. Per un razzo caduto nel deserto, un intero palazzo demolito - se pure avvertendo prima gli abitanti - è un prezzo troppo caro. 
Le autorità israeliane pensano a questo problema giorno e notte e non è il caso di dar loro dei consigli. Ma sarebbe interessante fare l'esperimento. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
27 agosto 2014 



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POLITICA
27 agosto 2014
IN DIFESA DEI DESPOTI
Ogni tanto, per non perdere l'abitudine, bisogna raccogliere la sfida di Nietzsche ("Fin dove osi pensare?") e sostenere una tesi eterodossa. Nati in un Paese democratico, dove la libertà e gli altri diritti del cittadino sono ritenuti i massimi valori sociali, siamo abituati da sempre a condannare nel modo più risoluto l'autocrate. Fino all'ottusità di non riconoscerne gli eventuali meriti. In Italia, pur di dire male di Mussolini, si sono a lungo negati persino i fatti. Soltanto un grande storico come Renzo De Felice è riuscito a rimettere a posto alcune verità: ma soltanto perché erano passati vent'anni dalla caduta del fascismo ed era difficile dargli torto senza passare per analfabeti.
Pur conoscendone i difetti fino all'indignazione, sono un fervente della democrazia. Nel tempo ho però scoperto con imbarazzo che, ogni volta che si parlava di abbattere un tiranno, mi scoprivo perplesso. "E se il futuro fosse ancora peggiore?" Un caso classico fu quello dello Scià di Persia. In Occidente era estremamente di moda dirne male e non si può dimenticare l'intervista che egli concesse ad una iattante e provocatoria Oriana Fallaci. Il sovrano esponeva in che modo cercava di fare il bene del suo Paese, la giornalista cercava di dargli lezioni di politica e di democrazia. Finché egli le spiegò pazientemente che era inutile attendersi da un Paese come l'Iran una democrazia come quella inglese. Non convinse la Fallaci ma convinse me. Ed infatti la caduta dello Scià ha peggiorato, non migliorato le cose. 
I casi in cui l'eliminazione del dittatore ha comportato disastri ancora maggiori sono numerosi: la Jugoslavia ha sofferto orribili guerre civili e infine è andata in pezzi. Saddam Hussein fu certamente più un criminale che un dittatore ma sotto il suo bastone l'Iraq non ha sofferto per anni degli infiniti, vicendevoli massacri delle diverse fazioni. Né migliore è la situazione della Libia, dopo che Francia e Inghilterra hanno avuto la bella pensata di andare ad ammazzare Gheddafi. 
Il consiglio della prudenza riguardo alla rimozione dei dittatori non può comunque funzionare in tutti i casi. Se il piano di von Stauffenberg contro Hitler avesse funzionato, l'umanità gliene sarebbe stata infinitamente grata. Si impone dunque un discrimine fra le varie dittature e questo non è forse dato dagli stessi tiranni, quanto dai popoli ad essi sottomessi. Gli inglesi, senza smettere di essere monarchici, hanno decapitato un re per semplici motivi fiscali e di principi costituzionali: ci sono ben poche probabilità che quel popolo acclami un dittatore. Viceversa, non soltanto in molti Stati dell'ex Terzo Mondo al potere ci sono sempre autocrati (anche pessimi, si pensi a Bokassa o a Mugabe) ma troppo spesso, quando ne cade uno, se ne mette un altro al suo posto. 
Per fortuna il mondo non è immobile. La Russia è un Paese sconfinato che, per stare insieme, ha bisogno di un forte governo centrale. Tuttavia, agli inizi del Novecento, gli zar cominciarono ad aprire alle riforme, fino a far albeggiare una democrazia. Purtroppo con la Rivoluzione quell'immensa nazione ricadde nella più bieca delle tirannidi, dimostrando la sua vocazione naturale per la sottomissione. Infatti, morto Stalin, non per questo si ebbe la democrazia. Pur senza i deliranti e criminali eccessi del georgiano, il Soviet Supremo rimase al potere ancora per quasi quarant'anni, e se infine si è arrivati alla democrazia, è per la crisi economica e perché il Paese ha finalmente raggiunto la maturità.
Queste idee non sono nuove come potrebbe sembrare. Atatürk trasse a forza la Turchia dal Medio Evo, le impose delle istituzioni laiche e democratiche, ma non se ne fidò. Un popolo "orientale" poteva sempre voler tornare alle istituzioni d'un tempo. E infatti il Padre dei Turchi affidò ai militari il compito di far funzionare la democrazia, intervenendo con la forza per ristabilirla se il Paese avesse imboccato una strada sbagliata. Cosa che quei militari - aspramente criticati dalle anime belle occidentali - fecero più volte. Oggi invece, sotto la guida del pio Erdogan, i militari sono impotenti e quel grande Paese procede a marcia indietro nella storia.
Ecco perché non bisognerebbe cercare di abbattere personaggi come Mubarak o al-Sisi, al Cairo, mentre sarebbe stato giusto collaborare con von Stauffenberg. I primi sono gli unici capaci di assicurare un Egitto decente, tollerante e passabilmente laico, Hitler al contrario era un'intollerabile e criminale anomalia per un grande e civile Paese come la Germania. E infatti non c'è stato un dittatore tedesco né prima né dopo di lui.
Non bisogna essere contro le autocrazie per principio. Molto dipende dai popoli di cui si sta parlando. Per alcuni, il meglio che si possa sperare è un'autocrazia illuminata, il cui modello ideale è rappresentato nell'antichità da Ottaviano Augusto, e nell'epoca contemporanea da Lee Kuan Yew, a Singapore.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
26 agosto 2014

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POLITICA
26 agosto 2014
LA MOSCA COCCHIERA INCOMPETENTE
Malgrado la stima che si può avere di Franco Venturini, è difficile sfuggire alla sensazione di pressappochismo e d'incompetenza storico-politica che promana dal suo ultimo articolo(1). Dopo avere accennato ai massacri che hanno luogo in Siria e nel nord dell'Iraq, e dopo averne enumerati molti altri, fino a parlare del Mar cinese meridionale, chiede: "E noi, l’Occidente civile e potente, cosa abbiamo fatto per mettere fine allo scempio?" Venturini intanto non spiega perché avremmo avuto il dovere di farlo e soprattutto dimentica quante volte questo stesso Occidente è stato accusato di ingerenza, neocolonialismo, imperialismo. Noi europei "civili e potenti" forse non siamo molto intelligenti, se passiamo il tempo un giorno a batterci il petto per non aver messo rimedio ai mali del mondo, e un giorno a batterci il petto per averci provato.
Venturini critica poi Obama, senza tener conto che è come sparare sulla Croce Rossa, e l'unico che salva è papa Francesco: perché ha denunciato la "Terza Guerra mondiale spezzettata". Perché denunciarla è come risolverla.
In questo disastro globale la soluzione tuttavia ci sarebbe. Scrive il giornalista: "l’Onu va cambiata ben oltre la riforma del Consiglio di sicurezza; "deve esistere un esercito vero alle dipendenze di un Segretario generale vero": "l’Europa deve fare la sua parte non alimentando la retorica su una politica estera comune" ma mediante "una forte avanzata integrazionista". C'è da prendersi la testa fra le mani.
L'"avanzata integrazionista" di cui parla è l'unione politica dell'Ue. Che sarebbe certo una buona cosa: come mai a Bruxelles non ci hanno pensato? In realtà le difficoltà sono tali che non val nemmeno la pena di enumerarle. Ché anzi, a suo tempo, disperando di ottenerla, i ferventi dell'Unione istituirono l'euro con l'idea che esso, provocando qualche problema non diversamente risolvibile, avrebbe obbligato gli Stati ad attuarla. Ed effettivamente quei governanti avevano visto giusto. La moneta ha provocato enormi problemi. Purtroppo l'unione politica ha continuato a presentare problemi ancor più grandi e non si è fatta. Oggi addirittura rischiamo una deflagrazione economica senza che nessuno osi proporla. Al massimo, come fa anche Venturini, la si "promuove". Del resto, chi pensava di bocciarla?
Il peggio tuttavia è il vagheggiamento dell'esercito dell'Onu. Se il buon Dio ce ne inviasse uno composto di Walkirie, e ne affidasse il comando al re Salomone, avremmo l'Onu che Venturini auspica. Ma finché Dio non si scomoderà personalmente, in tanto l'Onu potrebbe avere un "vero" esercito, in quanto ogni Paese inviasse un contingente in uomini e mezzi e poi rinunciasse non solo a comandarlo (e ci rinuncerebbero gli Stati Uniti? Ci rinuncerebbero la Russia o l'Inghilterra?) ma perfino a riprenderselo quand'anche quell'esercito marciasse contro di esso. 
Non basta. Dal momento che il contributo in uomini e mezzi sarebbe proporzionale, poniamo,  alla popolazione, il giorno in cui bisognasse sculacciare la Cina, e la Cina ritirasse il proprio contingente, quanto varrebbe quell'esercito? Chi avanza simili infantili proposte parte dal presupposto che l'Onu combatterebbe solo guerre giuste su cui tutti sarebbero d'accordo. Ma a parte il fatto che certamente non sarebbe dello stesso parere il Paese contro cui muove l'Onu, l'accordo di tutti non c'è mai, perché il giusto e l'ingiusto sono opinabili. 
In realtà non si va in guerra per motivi morali ma perché sono in gioco i massimi interessi di un Paese. E dunque, nel momento in cui l'esercito comune dovesse agire, i suoi contingenti si dividerebbero in tre parti: alcuni Paesi, non avendo interesse nella contesa, ritirerebbero le loro forze; altri combatterebbero per l'Onu, perché così gli conviene, e altri combatterebbero contro, perché così gli conviene. Qualcuno crede che Londra, per obbedire ad un "vero Segretario dell'Onu", manderebbero i suoi uomini a morire combattendo contro gli interessi dell'Inghilterra?
Venturini potrebbe obiettare che, di fatto, l'Onu è già intervenuta fattivamente. Per esempio in Corea. Ed è vero. Ma era l'esercito dell'Onu, quello? Il novanta e più per cento del peso della guerra fu sopportato dagli Stati Uniti, semplicemente perché questi pensavano di avervi interesse.
Un'armata è sempre composta da chi è disposto ad andare in guerra in quell'occasione e per quello scopo. Il Segretario Generale dell'Onu non ha mai comandato agli eserciti, e non comanderà mai agli eserciti più di quanto comandi al sole e alle nuvole. Il sogno di una polizia internazionale onnipotente e super partes va lasciato ai sognatori. E certo non dovrebbe trovar posto in un giornale serio come il "Corriere della Sera". Se serio è.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
25 agosto 2014
 (1)http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_25/grande-caos-l-onu-assente-c59a4fc2-2c17-11e4-9952-cb46fab97a50.shtml


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politica estera
25 agosto 2014
SE L'ISLAM VINCESSE
Mi scuso con i gentili lettori. Il sito è stato inaccessibile per tutta la giornata di ieri. Inaccessibile anche a me. G.P.

Maurizio Molinari, sulla Stampa(1), sostiene che il fanatismo islamico cominciò ad essere attivo avendo soprattutto un'organizzazione centrale (al Qaeda) e una testa (quella di Osama bin Laden). Oggi invece questo fanatismo si è diffuso, è diventato policentrico ed ha la sua base nelle sparse tribù del vasto mondo islamico. Ciò rende molto difficile proseguire una battaglia che potremmo anche non vincere.
Può darsi che questa tesi sia esatta da un capo all'altro. Essa sembra tuttavia non tenere conto di un dato storico: il successo a volte è più facile ottenerlo che amministrarlo. I grandi imperi - si pensi a quello d'Alessandro Magno - sono stati resi fragili dalle loro stesse dimensioni. L'Impero Romano si è sempre dovuto affannare per proteggere le sue frontiere, finché non ne è più stato capace. L'Impero di Mosca è imploso quando aveva raggiunto le sue massime dimensioni. Dopo qualche rovescio non grave ma umiliante, la stessa America di Obama ha deciso  di tirare i remi in barca e di leccarsi le ferite economiche piuttosto che dominare il mondo. E se questo vale per alcune delle più grandi potenze della storia, figurarsi se ci sia da contare su un successo stabile delle tribù islamiche.
Nessuno si nasconde che i terroristi, soprattutto se sostenuti da Stati canaglia, possono fare grandi danni. L'abbiamo imparato l'undici settembre del 2001. Ma essi non possono vincere una guerra. Possono indurre un occupante a "tornarsene a casa sua", come è avvenuto con i francesi in Algeria, ma se è già a casa sua, e non ha dove andare, il terrorismo può soltanto innescare una risposta forte e dura. L'esempio giusto qui è Israele la quale infatti, a forza di barricarsi, è stata capace di far cessare gli attentati sul suo suolo. Per un Paese comparativamente sconfinato come la Francia, o per un Paese circondato da un mare caldo come l'Italia, le difficoltà di controllare le frontiere sarebbero molto più difficili e forse impossibili: ma rimane vero che i terroristi non riuscirebbero mai ad impadronirsene.
Una conquista dell'Europa è assurda sin dal 732 d.C. In realtà gli integralisti islamici avrebbero già enormi difficoltà sullo stesso territorio della Ummah. Chi vince ha diritto al trionfo ma il difficile viene dopo, ed è governare. Ammettendo che questo fantomatico Stato Islamico della Siria e del Levante sunnita  conquistasse una grande parte del Medio Oriente, fatalmente si scontrerebbe con la parte maggioritaria dell'Iraq, che è sciita; contro un agguerrito Iran, patria della Shia, che da sempre tende a pesare molto nella politica dell'Iraq; contro l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che sono, sì, sunniti, ma non per questo disposti a condividere con degli straccioni le ricchezze che ricavano dal loro petrolio. Come se non bastasse,  avendo usato il terrore per ottenere il potere, i conquistatori dovrebbero aspettarsi che la stessa arma sia poi usata contro di loro. Se infine lo Stato Islamico si intestardisse a dichiarare corrotti e traditori i governanti di molti Stati arabi (a cominciare dall'Arabia), ai resistenti non mancherebbero né i finanziamenti né i "santuari". Farsi temere ed odiare non è poi quel grande affare che alcuni pensano. I barbari difesero a lungo le frontiere romane, gli europei dell'Est non vedevano l'ora di rimandare i russi a casa, a calci, dimenticandone per quanto possibile l'esistenza.
L'impotenza internazionale degli arabi nasce tradizionalmente dalle loro eterne divisioni, ma un ulteriore fattore di debolezza è dato dallo stesso integralismo islamico. Quanto più esso è estremista, tanto meno è capace di essere ricco e forte. Può darsi che l'unica cultura necessaria, come diceva il califfo Omar, sia la conoscenza del Corano, ma presto si scopre che Allah ha fatto agli arabi soltanto il dono del petrolio, non quello delle raffinerie o di un esercito efficiente. 
I propositi di molti musulmani fanatici sembrano nascere da sentimenti simili a quelli della volpe che non arrivava all'uva. Sentendosi del tutto incapaci di rincorrere la cultura e la prosperità dell'Occidente, prendono la direzione opposta: non lo studio ma la preghiera; non la ricchezza ma la purezza dei costumi; non la potenza militare ma la mera capacità di rendere la vita difficile al vincitore; non il progresso ma il ritorno all'Islàm delle origini, incluse le conversioni forzate e le stragi; non il riscatto, insomma, ma una fuga nell'ascesi religiosa.
L'Italia non ha una frontiera in comune con questa gente e sembra non comprendere la propria fortuna. La stupidità dei nostri governanti permette a migliaia e migliaia di musulmani - a motivo di una pietà che essi non avrebbero mai per noi - di entrare in Europa. Fino al giorno in cui alcuni di costoro - incolpevolmente, come lo scorpione che punse la rana - morderanno la mano che li ha nutriti. L'abbiamo già visto in Inghilterra e soprattutto in Francia. I nostri figli pagheranno il conto. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 agosto 2014
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1


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POLITICA
25 agosto 2014
I SINDACATI IRRILEVANTI
I sindacati in Italia sono oggetto di sentimenti tanto forti quanto contrastanti. C'è chi li reputa all'origine del miglioramento delle condizioni salariali dei lavoratori dipendenti e c'è chi li reputa la causa prima del declino economico dell'Italia. Ogni discussione sul sindacato somiglia ad una guerra di religione, perché nessuno è disposto a fare marcia indietro. Non si tratta di fanatismo irragionevole: ognuno crede sinceramente di difendere l'interesse del Paese e questo induce atteggiamenti appassionati e a volte addirittura aggressivi. 
Attualmente tuttavia è come se il problema fosse un po' passato di moda. In questo crepuscolo economico che dura da troppi anni, i sindacati sono diventati meno visibili: non organizzano scioperi epocali, non combattono battaglie epiche. Perfino quando si tratta di temi scottanti come l'Alitalia o la Luxottica, e si prospettano tagli di migliaia di posti di lavoro, prima sembra che debba scoppiare la Terza Guerra Mondiale, poi tutto si acqueta. Perché la forza dei fatti è irresistibile. Ciò prova quanto sia sbagliata la discussione di cui si parlava all'inizio: fondamentalmente i sindacati non sono né all'origine del benessere dei lavoratori né all'origine dell'attuale crisi.
Da quando è nato, a partire dalla prima metà dell'Ottocento, il sindacato è stato visto come uno strumento per lottare contro l'avidità del datore di lavoro. Il dipendente, in quanto contraente debole rispetto all'imprenditore (o allo Stato in quanto datore di lavoro) da solo avrebbe avuto ben poco potere contrattuale rischiando di essere pesantemente sfruttato. In realtà non è il caso di sottoscrivere le tesi estremiste. Non tutti i datori di lavoro sono delle sanguisughe, non tutti i lavoratori sono battifiacca esosi. C'è ogni genere di datori di lavoro e ogni genere di lavoratori. È altro, ciò che interessa. 
Con la rivoluzione industriale si è avuta una concentrazione dei lavoratori - mentre prima i contadini era sparpagliati - e un aumento della ricchezza prodotta. La concentrazione ha condotto all'associazione, l'aumento della ricchezza ha posto il problema della sua suddivisione. E dal momento che ognuno tende naturalmente ad ottenere il massimo, la spartizione ha sempre avuto luogo a muso duro: il lavoratore ha minacciato lo sciopero, il datore di lavoro il licenziamento o la serrata. Ma tutto ciò ha riguardato la facciata. Non è la discussione fra le parti, è la tecnologia industriale che ha fatto sì che i lavoratori abbiano guadagnato sempre di più: sia perché producevano più ricchezza di prima, sia perché, se non accontentati, potevano andare a lavorare altrove. Infatti il miglioramento del livello di vita si è avuto sia nei Paesi che hanno inventato i sindacati (Gran Bretagna, fino ad arrivare al closed shop) sia in quelli che gli hanno concesso meno spazio (Svizzera). Se i prestatori d'opera hanno avuto fette di torta sempre più grandi non è perché ne lasciavano sempre meno agli imprenditori, ma perché le stesse torte erano più grandi.
Ma un'illusione prospettica ha prevalso sulla realtà. Si sono create delle leggende: si è creduto che i miglioramenti ottenuti fossero merito delle "lotte" dei lavoratori, invece che della loro produttività, e che si potesse chiedere indefinitamente di più, visto che insistendo si era sempre ottenuto qualcosa. A questi pregiudizi ha posto un termine brutale l'attuale crisi, ricordando che in tanto si può ottenere qualcosa di più, in quanto ci sia qualcosa di più da spartire. Nemo dat quod non habet, nessuno può dare quello che non ha. Oggi, se i lavoratori e i loro sindacati, abbarbicati ad abitudini e norme sul lavoro forse valide in un altro contesto economico, insistono nelle loro richieste, l'impresa o chiude la fabbrica oppure va ad aprirla altrove. 
Ecco perché i sindacati sembrano ogni giorno più irrilevanti. Non perché siano divenuti più ragionevoli, non perché abbiano imparato qualche regola economica, semplicemente urtano contro il fatto che la controparte non ha più nulla da dare. Si pensi all'Alitalia: oggi l'alternativa evidente, anche per una grande impresa (di quelle che lo Stato salvava con i soldi dei contribuenti) è la chiusura.
A chi dice che il vino rosso fa male bisogna segnalare che l'affermazione, così formulata, è insostenibile. Infatti bisogna chiedere: quanto vino? Un bicchiere a pasto - dicono i medici - migliora la nostra digestione. Nello stesso modo i sindacati, nella giusta dose, sono una cosa buona. Soprattutto quando si tratta di difendere il singolo lavoratore maltrattato, anche se di ciò si occupano pochissimo. Se invece si è ancora convinti che essi possano spremere soldi dalle pietre, potrebbero dimostrarsi nocivi. C'è mancato poco che, per motivi ideologici, la Cgil provocasse il licenziamento di tutti i dipendenti dell'Alitalia, col fallimento della compagnia. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 agosto 2014

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POLITICA
23 agosto 2014
I CONTRO-CROCIATI
Anche se non si è particolari estimatori di Ernesto Galli Della Loggia - a cominciare dal fastidio di dover indicare qualcuno con quattro parole invece che con due - bisogna riconoscere che il suo articolo "Noi in fuga dalla realtà"(1) è pregevole e largamente condivisibile. Fra le forse troppe domande che pone c'è questa: "Perché si possa parlare di guerra di religione [è necessario] che entrambi gli avversari la proclamino tale, o non basta invece che lo faccia uno solo?" L'editorialista sembra propendere per quest'ultima ipotesi, ma l'affermazione è discutibile. Può darsi addirittura che sia soltanto un avvitamento verbale, come quando certi credenti, discutendo con un ateo, dicono: "Ma in Dio credi anche tu, visto che ne parli". 
Se - per ipotesi - i Paesi occidentali andassero ad attaccare i fanatici dello Stato Islamico della Siria e del Levante (SISL) per convertirli al Cristianesimo, e se quelli si difendessero in nome dell'Islàm, sarebbe sicuramente una guerra di religione. La quale, come dice giustamente Galli Della Loggia, non è affatto una cosa assurda: è soltanto fuori moda in Europa. Se invece gli aggrediti reagissero non per difendere la loro fede ma esclusivamente per non essere invasi, o se gli aggressori cristiani li attaccassero soltanto per motivi politici, non per convertirli, questa non sarebbe una guerra di religione. Quand'anche gli aggrediti si difendessero in nome dell'Islàm. Una guerra di religione richiede che ambedue le parti combattano per la loro fede. È inutile perdere tempo a contestare la ministra Mogherini quando afferma che: "non c’è nessuno scontro di civiltà o guerra di religione". Se qualcuno si sente attaccato è normale che si difenda, senza scomodare la civiltà o la religione.
Galli Della Loggia si chiede poi come mai persone nate e vissute in Paesi occidentali un giorno decidono che la civiltà di questi stessi Paesi è intollerabile e per combatterla vanno ad intrupparsi nel movimento del sedicente Califfo al-Baghdadi. Egli ne discute per riaffermare il valore della parola "civiltà", per ammettere che fra di esse possono esserci scontri e per smentire il relativismo che pareggia tutte le "culture", ma non dà nessuna risposta alla sua stessa domanda. 
La civiltà occidentale è largamente irreligiosa. Sotto l'influenza dell'Illuminismo prima, della scienza poi, e infine dello straordinario sviluppo della tecnologia, ha finito con l'avere una mentalità pragmatica e perfino materialista. La maggior parte degli europei non si strapazza a negare l'anima immortale o la Provvidenza Divina, come faceva Voltaire: si limita ad ignorarle. Sono idee belle ma stravaganti. Nessuno più crede alla metafisica religiosa come si crede all'efficacia degli antibiotici. La stragrande maggioranza delle persone è materialista de facto: cerca di avere delle soddisfazioni, di affermarsi, di guadagnare, di farsi una famiglia, di divertirsi, e in realtà la sua vita - che si conclude fatalmente con una morte che azzera assolutamente tutto - metafisicamente non ha senso. 
Ma tutto ciò, soprattutto in alcuni, non ha eliminato (e come avrebbe potuto?) la molla che ha fatto nascere le religioni e che ancora spinge alcuni a farsi preti o monaci. Mentre dunque la gran massa riesce a non porsi domande, ci sono coloro che a questa mentalità non si rassegnano. "Non può essere che la vita non abbia senso". "Non può essere che tutto sia dominato soltanto dalla legge di causalità ". "Non può essere che io sia così infelice e nessuno mi aiuti".  Ne nasce un'irrefrenabile spinta verso il mistero ("Gli Ufo esistono, sono gli alieni che vengono a farci visita"), verso le verità alternative (l'omeopatia al posto della medicina), verso gli sport pericolosi (il bungee jumping, per sentirsi degli eroi), e infine l'estremismo morale (andare a curare i malati di Ebola o i figli dei terroristi islamici) e la spinta verso la religione. Questa riassume in sé il mistero, la visione alternativa della realtà, il martirio (o almeno l'emarginazione sociale) e soprattutto dà un senso alla vita, che vale più della vita stessa. 
Tutto questo spiega dal lato mediorientale i kamikaze islamici e dal lato europeo la partenza per queste contro-crociate. Fenomeni che non si verificavano nell'Ottocento, quando gli islamici non pensavano minimamente ad allontanarsi dal loro mondo e l'Europa era più cristiana.
Oggi i musulmani poveri che vivono in Occidente sono particolarmente frustrati perché il mondo della loro famiglia è ancora largamente religioso ed essi percepiscono dunque più di altri il contrasto tra loro stessi e un Occidente prospero e sostanzialmente ateo. Si aggrappano dunque a quella Fede che costituisce la loro unica ancora di salvezza, sia come visione della vita, sia come dignità personale, e nel frattempo forniscono un esempio di metafisica ed eroica passione ai filistei disadattati che fabbrica la nostra società, e li trasforma in disponibili martiri e volenterosi  boia.
Per quella Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
22 agosto 2014


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POLITICA
22 agosto 2014
LA GUERRA AL CALIFFATO
La guerra fa parte della specie umana, e non di quella degli sciacalli o dei delfini, che pure sono mammiferi come noi. Ma della specie umana fa parte anche la tendenza a porsi problemi morali e dunque, da sempre, ci chiediamo quale sia la " guerra giusta".
Un po' scherzando e molto sul serio si potrebbe dire che la guerra giusta "è la nostra". Purtroppo, per il nostro avversario la guerra giusta è la sua, e questo dissenso non può essere superato. Un altro criterio - sulla base del fatto che sono sempre i vincitori che scrivono la storia - potrebbe essere il seguente: è giusta la guerra che si vince ed è sbagliata la guerra che si perde. Questo principio - astrattamente assurdo - è tuttavia quello più correntemente applicato. 
La Chiesa Cattolica, salvo errori, giudica giusta la guerra difensiva e altamente ingiusta e dunque immorale la guerra d'aggressione. Purtroppo nella pratica il criterio è labile. Infatti chi ha interesse ad aggredire dichiara spesso di essere stato aggredito. Hitler attaccò la Polonia osando affermare che essa aveva attaccato la Germania. Ma già prima aveva adottato la stessa tecnica il lupo di Fedro nei confronti dell'agnello. 
Il diritto internazionale somiglia ad un vecchietto macilento che discetta in modo erudito dei torti e delle ragioni di alcuni colossi che si affrontano con estrema violenza, senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Esso tuttavia ha elaborato un concetto interessante, quello di casus belli. Per definizione questi episodi sono, se non la ragione vera dei conflitti, almeno la scintilla che fa scoppiare l'incendio e che fa distinguere l'aggressore dall'aggredito. Purtroppo, chi quel casus ha creato, se poi perde la guerra si lamenta del fatto che è stato aggredito. Il suo non era un vero casus belli. La guerra è stata ingiusta. Nel 1967 l'Egitto dichiarò unilateralmente la chiusura dello Stretto di Tiran, vietando alle navi israeliane l'accesso al Mar Rosso, e creò un classico casus belli. Israele reagì distruggendo a terra l'intera aviazione egiziana e vincendo poi la Guerra dei Sei Giorni e naturalmente tutti gli arabi, avendola persa, sostennero che gli israeliani erano stati gli aggressori.
La valutazione morale dell'aggressione si presta a interpretazioni anche quando la cosa ci riguarda. Nel corso del Risorgimento e ancora nel 1915, l'Austria non ci ha certo attaccati. Ma l'Italia voleva alcune regioni e dunque non aggrediva, voleva soltanto "recuperare il suo". Se il giudizio morale sull'aggressione è lasciato all'aggressore, ogni guerra diviene giusta.
Gli integralisti "senza se e senza ma" superano d'un sol balzo tutte le obiezioni. Per loro "ogni guerra è ingiusta". E l'hanno pure scritto nella Costituzione. Purtroppo, anche se è banale ripeterlo, per sposarsi bisogna essere d'accordo, per la guerra basta che la voglia uno. Dunque, volendo essere coerenti essi dovrebbero dire che, in caso di minaccia di invasione da parte del "Califfo" al-Baghdadi, bisognerebbe mettere i cartelli stradali in arabo, per non creargli problemi. Se non la si pensa così, si è per la guerra. 
Secondo l'ambasciatore Sergio Romano, sul "Corriere della Sera" di ieri, bisognerebbe coalizzarsi e andare a fare la guerra allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Sarebbe una guerra giusta? Il nodo di Gordio si scioglie col solito colpo di spada: è giusta la guerra che ci è utile e che contiamo di vincere (questo è essenziale), ingiusta soprattutto quella che potremmo perdere. Naturalmente questo è tutt'altro che un criterio morale, ma dopo tutto l'etica è talmente influenzata dall'interesse che tanto vale darla in ogni caso per acquisita a nostro vantaggio. È la "nostra" guerra e dunque è giusta. Ma bisogna vincerla, altrimenti la distanza fra Piazza Venezia e Piazzale Loreto potrebbe rivelarsi più breve del previsto.
Nel caso dell'intervento contro il "Califfato" si può ragionevolmente pensare che una sua eliminazione sarebbe nell'interesse di tutti. Della Siria, dei curdi, dell'Iraq, dell'Iran, degli occidentali, dei cristiani e, per così dire, della decenza. Inoltre, se i coalizzati fossero molti, e disposti a combattere, come avvenne in occasione dell'invasione del Kuwait, la vittoria sarebbe facilissima. Il problema non è tecnico, si tratta soltanto di volontà politica. Stabilito questo, ci si può dispensare da ogni discussione morale. 
Se la guerra si farà, tutti vorranno essere lodati per avere eliminato una delle brutture più intollerabili dell'era contemporanea. Se non si farà, e se per fortuna da questa decisione non dovessero derivare gravi conseguenze, molti diranno che hanno giustamente evitato una cosa orrenda. 
Purtroppo nessuno conosce il futuro. Soppesando le alternative, mentre da un lato bisognerà sempre ricordare che la guerra è effettivamente una cosa orrenda, dall'altro non bisogna neppure dimenticare che darla vinta all'avversario può avere conseguenze anche peggiori.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
21 agosto 2014


PER GLI EVENTUALI COMPETENTI IN LINUX
Provo ad installare Ubuntu, non scelgo "Installa Ubuntu" nella versione che cancellerebbe Windows 7, scelgo "altro". Ci sono le varie opzioni: Dimensione , utilizzo ecc. Ma soprattutto: "punto di mount": qual è? /boot? /home/? Un altro?
Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
Cliccando su Nuova Tabella Partizioni per alcune delle soluzioni sopraddette, (in particolare spazio libero), a sinistra si attivano il + e il - (Change). Si ottiene la finestra "Crea partizione". Quale scegliere? Dimensione 105, per esempio? Partizione primaria o partizione logica? Inizio? Fine? Punto di mount? Formattare sì o no?
Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it


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POLITICA
20 agosto 2014
SPIEGARE GAZA
Qualcuno ha detto che "tutti hanno diritto al loro quarto d'ora di celebrità". Personalmente aspetto ancora il mio, ma l'ha certo avuto il deputato Di Battista, del M5S, quando ha affermato che con i terroristi si può/si deve dialogare. Sempre che non interrompano la vostra prima frase tagliandovi la gola. In realtà, tentare di dialogare con i fanatici (al massimo, per telefono) è azzardato, ma tentare di capirli - non di giustificarli - può essere utile. E analogo sforzo si può tentare riguardo al comportamento dei palestinesi che, dal 1948, sono soltanto riusciti a rendere ogni giorno più penosa la loro situazione. 
Allora gli abitanti della Cisgiordania (la Palestina è un'espressione geografica) avrebbero potuto avere uno Stato e l'hanno rifiutato pur di non "concederlo" anche agli ebrei. Avrebbero potuto lavorare come frontalieri  nelle loro imprese, con notevole sollievo per la propria economia, ma hanno finito col farsi identificare più come terroristi che come possibili operai. Avrebbero almeno potuto non attaccare Israele, ma hanno tentato in ogni modo di farlo, fino ad esserne separati da una recinzione impenetrabile e - nel caso di Gaza - fino a vivere in un territorio chiuso da ogni lato come una prigione. Eppure, invece di rassegnarsi ad un'evidente sconfitta, da Gaza hanno sparato tanti razzi, contro Israele, da innescare due devastanti reazioni (nel 2008-2009 e oggi). Non hanno seriamente danneggiato gli israeliani, ma hanno gravissimamente danneggiato sé stessi. Ogni aggravamento delle iniziative ostili si è infatti risolto in una loro maggiore sofferenza. Ciò tuttavia non li ha indotti a cambiare linea. Ecco il mistero che sarebbe bello chiarire.
Mi scrive una gentile amica: "Ho vissuto per un anno in Cisgiordania lavorando per i palestinesi, ho molto apprezzato le loro grandi qualità (onestà e solerzia) ma mi ha sempre stupito la loro straordinaria capacità di farsi del male. Ero là quando l'Iraq ha invaso il Kuweit e loro, che ricevevano da quel paese degli aiuti straordinari, hanno tifato per Saddam che aveva sparato dei razzi su Israele. Dall'oggi all'indomani i kuweitiani hanno smesso di sostenerli".
Secondo l'insegnamento di Socrate, nessuno sbaglia volendo sbagliare. Dunque bisognerà cercare una spiegazione che, soggettivamente, ponga i palestinesi dal lato della ragione. I soldati della Prima Guerra Mondiale, che si tagliavano un dito per dire che non potevano più sparare, volevano soltanto non morire in battaglia. Dunque, anche ad ammettere che i palestinesi si comportino in modo oggettivamente autolesionistico, bisogna cercare una spiegazione corrispondente alla ricerca di una utilità.
I palestinesi - soprattutto quelli di Gaza - sopravvivono grazie ai generosi finanziamenti di Stati come il Qatar e, in passato, del Kuwait. Se hanno potuto applaudire Saddam Hussein e manifestare la più totale indifferenza nei confronti del loro benefattore Kuwait aggredito e invaso, è perché reputavano che Israele li danneggiasse più di quanto il Kuwait non li aiutasse. A fronte di questa "verità" fondamentale, che ciò non fosse vero, che avessero bisogno della carità dei kuwaitiani, non contava.
I palestinesi sono poveri, incolti, e oggetto di una martellante propaganda che finisce con l'ingenerare una sorta di paranoia collettiva. Gli si ripete da mane a sera che tutti i loro guai sono causati dagli ebrei. Che questi siano assenti, che se ne stiano volentieri a casa loro, che chiedano soltanto di essere lasciati in pace, che siano militarmente infinitamente più forti, pur essendo un'evidente realtà, non conta. Il massimo bisogno è quello d'avere una spiegazione per il proprio disagio. La possibilità di dare a qualcuno la colpa di tutto. La speranza di risolvere un giorno, d'un sol colpo, tutte le proprie difficoltà, eliminando fisicamente l'odiato nemico. Il Kuwait forniva soldi, l'odio degli ebrei una speranza di riscatto.
Per chiudere a questo punto gli occhi sulla realtà, è necessaria una sconfinata ignoranza accoppiata alla risoluta intenzione di credere non ciò che è evidente ma ciò che è consolante. L'antico meccanismo del capro espiatorio, cioè il rigetto delle proprie colpe su altri, accoppiato con un antisemitismo divenuto il loro stesso sangue, fa sì che i palestinesi si rifiutino di ragionare. Anche quando, a causa di queste idee, si procurano dei guai, di essi dànno la colpa ad Israele: coloro che hanno provocato l'attuale tragedia di Gaza non sono i criminali che hanno sparato centinaia di razzi sperando di fare dei morti nella popolazione civile di Israele, sono gli israeliani che, cercando di farli smettere, hanno attuato una violenta rappresaglia. Come se si potesse sostenere che il torto della violenza è di chi si difende e non di chi della violenza ha preso l'iniziativa. Israele serve egregiamente a spiegare tutti i mali del mondo e tanto basta. Le parole e i fatti urtano contro qualcosa che è più forte di loro: la Fede.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
20 agosto 2014

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politica estera
19 agosto 2014
GAZA, STRATEGIA SUICIDA


Poco prima delle sedici di oggi il "Corriere della Sera" ha pubblicato questo titolo: "A poche ore dalla fine della tregua Hamas lancia tre razzi. Immediata la reazione di Tel Aviv che richiama in patria i negoziatori al Cairo e bombarda '10 obbiettivi terroristici' ". La notizia, in sé non stupefacente, merita commento per il contesto. 
Fra le infinite notizie sentite in questi giorni una è stata interessante, anche se di difficile valutazione e di impossibile conferma. Qualcuno ha sostenuto che la recente operazione israeliana ha provocato il triplo dei danni dell'Operazione Piombo Fuso, lanciata tra la fine del 2088 e l'inizio del 2009. E poiché già allora Israele non si sarà limitata ad accarezzare Gaza, ciò significherebbe che stavolta i danni richiederanno anni ed anni per essere riparati, con altissimi costi. Si tratta infatti di un piccolissimo territorio talmente povero che vive quasi di sussidi e i cui dirigenti non soltanto sono indifferenti alla vita e alla morte dei loro amministrati, ma hanno dedicato una buona parte del denaro ricevuto agli armamenti e alla costruzione dei costosissimi tunnel. Al riguardo, - sia detto en passant - c'è il sospetto che Gerusalemme abbia permesso ai palestinesi di scavarli per farli dissanguare economicamente e poi distruggerglieli, prima che potessero usarli. Ma questa è soltanto un'ipotesi.
Comunque la lezione stavolta deve essere stata durissima. Gerusalemme, contrariamente a quanto vorrebbero far credere i membri di Hamas, non ha nessun interesse ad uccidere i civili, che non contano nulla (nemmeno per Hamas). Men che meno potrebbe prendersela con i bambini: del resto, come farebbe dagli aerei a indirizzare le bombe contro di loro? Dunque molto probabilmente, distruggendo le loro case, ha voluto infliggere gravissimi dispiaceri a un grandissimo numero di persone. E infatti - anche se le fotografie dei fotoreporter sono interessate alla drammatizzazione, per meglio condannare Israele - le immagini di immobili sventrati e di cumuli di macerie non sono certo rare. Allora come mai i palestinesi hanno sparato tre razzi prima che spirasse la tregua, in modo così plateale che perfino i media italiani - mediamente anti-israeliani - non negano che l'iniziativa di interrompere la tregua è stata palestinese? 
Una prima ipotesi è che chi dispone di quei razzi non sempre obbedisce ai capi. Può sempre darsi che degli incoscienti, senza chiedere permesso a nessuno, tirino la coda del leone per dimostrare che loro non ne hanno paura. Una seconda, più seria ipotesi è che Hamas faccia il calcolo catastrofico "tanto peggio tanto meglio". Se gli israeliani sono indotti a colpire ancora e ancora, quando Gaza sarà un mucchio di rovine il mondo sarà talmente indignato da non potere non intervenire contro Israele. Questo calcolo - oltre che criminale, in quanto a spese della popolazione civile - è miope.
In primo luogo, non è detto che non ci si abitui alla notizia, "Bombardata Gaza"; poi la pazienza della popolazione potrebbe non essere infinita; infine non è ragionevole pensare che Israele possa essere impressionata dalla reazione della stampa internazionale o dai biasimi dell'Onu. Non soltanto da anni ed anni sopporta una stampa ostile fino alla stupidità, non soltanto ha sempre visto schierata contro di sé la "maggioranza automatica" dell'Onu (per quanto possa avere ragione) ma dispone di un esercito col quale nessuno vuole scontrarsi. Men che meno le potenze occidentali. Dunque se continuassero gli attacchi aerei israeliani i lamenti dei terzi non cambierebbero un "et" a ciò che deciderà Gerusalemme.
L'episodio di oggi è ancora significativo per un altro verso. I palestinesi hanno sparato tre razzi, diconsi tre, e gli israeliani hanno colpito dieci, diconsi dieci, "obiettivi terroristici". Ciò potrebbe significare che Tsahal ha raccolto la sfida nei termini proposti dai dirigenti di Hamas. Loro giocano sul "tanto peggio tanto meglio"? E allora che assaggino il "tanto peggio". 
I prossimi giorni ci diranno come proseguirà questa partita a scacchi sulla pelle dei cittadini palestinesi. O Hamas griderà che quei tre razzi sono stati un'iniziativa di alcuni sconsiderati, e invocherà la ripresa della tregua e dei negoziati, oppure ci sarà ogni ragione di compiangere gli abitanti di Gaza. Forse saranno chiamati a pagare l'errore di avere voluto come dirigenti persone che spendono la loro vita come moneta vile, per non ottenere nulla.
Ecco la difficoltà di ragionare sulla bruciante attualità. Si prendono i dati di cui si dispone e si traggono delle conclusioni ragionevoli, ma la realtà non sempre è ragionevole e non sempre si sa tutto. E infatti oggi questo periglioso esercizio viene proposto agli amici solo come modello di come ragiona un commentatore, per poi magari fare cattiva figura.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 agosto 2014, ore 18

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Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
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Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it




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POLITICA
19 agosto 2014
RUBARE AI PROPRI FIGLI
Gli "incentivi" dello Stato sono un incoraggiamento concreto e positivo all'attività economica. Se lo Stato regalasse mille euro a chiunque compri una casa che valga almeno ventimila euro, l'incoraggiamento sarebbe concreto, perché i mille euro non sono parole, e sarebbe positivo perché il cittadino riceve qualcosa. Se invece lo Stato promettesse uno sgravio d'imposte, l'incoraggiamento - se pure equivalente dal punto di vista economico - sarebbe negativo: il cittadino non paga una somma che diversamente avrebbe dovuto pagare. Purtroppo gli incentivi costano. Si pensi agli anni in cui si incoraggiavano i dipendenti statali a mettersi in pensione da giovani in modo da "creare occupazione", nel senso che nei posti che loro lasciavano dovevano essere sostituiti da nuovi assunti. Il costo fu talmente alto che in seguito si è fatta una spettacolosa marcia indietro.
Il primo difetto degli attuali incentivi statali è che essi si risolvono in un trasferimento di ricchezza da chi non ne beneficia (ma paga tasse e imposte) a chi ne beneficia. Lo Stato è generoso a spese altrui, ma la manovra è comunque benedetta da chi ha una mentalità di sinistra. Il pregiudizio pretende infatti che la ricchezza (quasi cadesse a caso dal cielo) sia ripartita in modo ineguale in seguito ad un'ingiustizia. Per conseguenza, togliere a chi ha per dare a chi non ha, per qualsivoglia ragione, sarebbe una forma di raddrizzamento dei torti. Il ragionamento fa pensare all'entropia: forse per alcuni l'ideale è che nessuno sia più ricco di un altro, anche se la storia dimostra che il risultato è quello di rendere tutti poveri.
Il secondo difetto è che attualmente gli incentivi si rischiano di favorire i più abbienti a spese dei meno abbienti. È noto che in caso di necessità si provvede alla spesa anche in assenza di qualunque contributo. Dunque gli incentivi riguardano soprattutto le spese per le quali si è indecisi. Ma una ristrutturazione edilizia, anche se lo Stato promette di pagarne la metà, in tanto può essere affrontata, in quanto si disponga del denaro per anticipare l'intero e poi ci si possa permettere di aspettare il rimborso lungo dieci anni. L'aiuto va dunque a persone non bisognose, a spese di tutti, anche dei bisognosi.
Il terzo difetto è che si crea uno squilibrio economico artificiale. I contributi per le energie alternative falsano il mercato rispetto alle energie non alternative e addirittura lo falsano fra le varie fonti. Per esempio favorendo l'eolico e non il fotovoltaico, o viceversa. Gli aggiustamenti naturali sono sempre "economici", quelli artificiali possono esserlo o no. Con possibile distruzione di ricchezza. 
Il quarto difetto è il più grande. Quando lo Stato promette il rimborso in dieci anni della metà dell'importo (ma in certi casi è arrivato ai due terzi) con ciò stesso pone questa spesa a carico dei futuri contribuenti. Dunque tiene un comportamento doppiamente scorretto: non soltanto è generoso a spese dei contribuenti, ma addirittura dei contribuenti futuri che non possono punirlo col voto.
Non è comunque una novità. È esattamente ciò che hanno fatto i nostri governanti italiani negli anni della spesa folle. Dc e Pci hanno creato un enorme debito pubblico con la spensieratezza di chi pensava che, tanto, il conto l'avrebbero pagato le generazioni future. E così è stato. Il conto è stato ereditato dalle "generazioni future", cioè le attuali,  ed è così pesante che non siamo in grado di pagarlo. Con possibili conseguenze disastrose.
Questa favola ha una vecchia morale: "Primum non nocere". Lo Stato non deve curare tutti i mali. Non deve fare regali e concedere incentivi a spese degli altri. E per evitare di fare danni deve diffidare delle buone intenzioni. Purtroppo la nostra nazione, forse per una concezione medieval-cristiana di pauperismo e assistenzialismo che si è poi trasfusa in principi vagamente sovietici, ha sempre sperato in regalie del Sovrano. Immaginandole costantemente a proprio favore e a spese altrui. E in generale l'idea che chi vuole qualcosa se la debba procurare da sé è vista come brutale e contraria ai doveri di solidarietà e giustizia sociale. Coi risultati che sappiamo. 
Questa mentalità è tanto profondamente radicata nel nostro Paese che non c'è niente da sperare. Neanche coloro che non possono permettersi di approfittare degli incentivi alzano la voce: l'idea che si favorisca qualcuno è sempre vista positivamente. Se poi la cosa è in linea con la retorica corrente, chi oserebbe protestare? Non si può essere contro il vento o contro il Sole.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
19 agosto 2014
P.S. Non si intendono invitare i cittadini a non approfittare degli incentivi. Se un Comune decide di far passare una strada su un sito archeologico è normale che ci si opponga con tutte le proprie forze. Ma se malgrado tutto quella strada fosse realizzata, sarebbe stupido non servirsene.


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mondo Linux
19 agosto 2014
PER COMPETENTI UBUNTU (LINUX)
Provo ad installare Ubuntu, non scelgo "Installa Ubuntu" nella versione che cancellerebbe Windows 7, scelgo "altro". Ci sono le varie opzioni: Dimensione , utilizzo ecc. Ma soprattutto: "punto di mount": qual è? /boot? /home/? Un altro?
Quando mi SI chiede se formattare, devo dire sì o no?
Cliccando su Nuova Tabella Partizioni per alcune delle soluzioni sopraddette, (in particolare spazio libero), a sinistra si attivano il + e il - (Change). Si ottiene la finestra "Crea partizione". Quale scegliere? Dimensione 105, per esempio? Partizione primaria o partizione logica? Inizio? Fine? Punto di mount? Formattare sì o no?
Fino ad ora tutti i tentativi, con le varie combinazioni, dànno sempre il risultato della scritta: “Non è stato definito alcun file system di root. Correggere questo problema dal menù di partizionamento”. 
Qualcuno può aiutarmi indicandomi il percorso da seguire, fra tutte queste opzioni?
Ringrazio anticipatamente. 
Gradirei mi si rispondesse al mio indirizzo privato giannipardo@libero.it




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POLITICA
18 agosto 2014
LOSE-LOSE
I pessimisti - forse poco informati - sostengono che per l'Italia non ci sono speranze. Si tratta soltanto di sapere quando ci sarà il crac. Gli ottimisti - forse poco informati - pensano che ne usciremo ma non sanno dire con quale rimedio né ad opera di chi. Facendo parte dei primi, ci affrettiamo a studiare le idee di Alesina e Giavazzi(1), perché non sono disinformati e non appartengono né ai pessimisti né agli ottimisti, né ai governativi  né agli antigovernativi. Nell'articolo infatti aprono grandi crediti al Primo Ministro ma cominciano dandogli torto quando sostiene che "non esiste un caso Italia": fatto 100 il Pil del 2008, quello italiano è oggi al 91%, mentre quello della Francia è salito a 101% e quello della Germania addirittura al 104%. 
Reso omaggio al loro sforzo di obiettività, rimane lecito discutere le loro proposte per uscire dal pantano. La prima sarebbe "un taglio simultaneo delle tasse in tutti i Paesi", e corrispondenti graduali  riduzioni di spesa, ma loro stessi ammettono che il progetto è di difficile attuazione. Non foss'altro, aggiungiamo, perché richiederebbe l'accordo di tutti. 
La strategia alternativa è un taglio delle tasse sul lavoro e una liberalizzazione del suo mercato (costo 33 miliardi l'anno), naturalmente con riduzioni delle uscite della medesima entità. Le idee su dove reperire i risparmi sulla spesa abbondano e basta seguire i suggerimenti di Carlo Cottarelli o, prima di lui, dello stesso Giavazzi. Ma qui casca l'asino: innanzi tutto si sono allineate due riforme di cui fino ad oggi nessun governo si è mostrato capace. È come dire che si batterebbe il campionato del mondo di salto, superando l'asticella a due metri e mezzo. Ma siamo sicuri che rientri nelle capacità umane? Inoltre una liberalizzazione del mercato del lavoro trova ostili moltissimi italiani e soprattutto il partito del Primo Ministro. Infine trentatré miliardi sono una somma sbalorditiva: ricordiamo che il Governo non ne ha trovati quattro e mezzo per abolire la tassa sulla casa e non sa dove sbattere la testa per coprire il regalo degli ottanta euro. 
Tagli di spesa? Non scherziamo. Se fossero stati facili, tutti i governi li avrebbero già attuati. Avrebbero fatto felici gli italiani e avrebbero acquisito imperitura gloria. In realtà non siamo ancora riusciti a far sì che per gli ospedali le siringhe abbiano lo stesso costo in tutta l'Italia, altro che risparmiare decine di miliardi. Poi, per dimostrare all'Europa che siamo finalmente cambiati (ma lo siamo?) a questi miracoli bisognerebbe aggiungere le grandi riforme. Soprattutto quella dello Statuto dei lavoratori, quella della giustizia civile e quella della P.A. E che ci vuole.
Nelle previsioni, le spese sarebbero immediate e i benefici futuri. Dunque a breve l'Italia sforerebbe i parametri e tornerebbe ad essere "sorvegliata". Ma, ci consolano gli editorialisti, "più riforme variamo prima di violare le regole, più tenue, o addirittura irrilevante, sarà la sorveglianza". Ora, della sorveglianza uno potrebbe anche disinteressarsi: il punto è che se l'Italia fosse in grado di riformarsi non si troverebbe nella situazione attuale. E invece c'è fino al collo. 
Naturalmente ciò che non è mai avvenuto potrebbe avvenire domani ma noi italiani siamo purtroppo noti per essere prodighi di promesse. Ormai tutti, per credere alle nostre grandi riforme, vorrebbero prima vederle. È dunque difficile pensare che l'Europa allenti i lacci dei trattati sulla fiducia. Col fiscal compact abbiamo avuto la faccia tosta di impegnarci a rimborsare ogni anno il 5% della parte del debito pubblico eccedente il 60% del Pil (secondo Wikipedia). Ora il debito è di oltre 2100 mdl  e corrisponde a oltre il 130% del Pil;  130-60 fa 70 e il 70% di 2.100 mld fa 1.533 mld. Divisi per venti (5%), oltre settanta miliardi l'anno. Potremmo mai pagarli, rimborsando nel contempo i titoli in scadenza?
Gli editorialisti si rendono conto dell'inverosimiglianza di ciò che hanno proposto e ipotizzano una terza soluzione: rimanere al di sotto del 3% del rapporto deficit-Pil, "con tagli marginali e qualche aumento nascosto della pressione fiscale". Purtroppo ciò ci manterrebbe nell'attuale stagnazione e le previsioni degli osservatori continuerebbero a peggiorare. Essi arrivano dunque ad una conclusione non win-win (positiva in ogni caso), ma lose-lose: è molto difficile che riusciamo a muoverci, ma  rimanendo immobili avremo un altro anno di "crescita negativa", con possibili effetti devastanti sullo spread, sulle tasse e sul rapporto debito-Pil. E questo potrebbe salire al 150%, "sollevando dubbi sulla sostenibilità del nostro debito", per chi ne avesse. I pessimisti non ne hanno. 
I rischi maggiori, dicono,  sono comunque quelli legati all'inerzia. Purtroppo i nostri connazionali, lo abbiamo scritto tante volte, sono dei ferventi dell'immobilismo. La speranza è sempre che il Futuro risolva da solo tutti i problemi. E in fondo è vero, li risolverà. Tutto sta a vedere come.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
18 agosto 2014
(1) http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_17/terapia-coraggiosa-b52dfb04-25d5-11e4-9b50-a2d822bcfb19.shtml



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POLITICA
17 agosto 2014
PERCHÉ NON SI MODIFICA L'EUROZONA
     Prima, nell'eurozona c'erano i sani e i malati. I sani - Germania in primo luogo - non solo stavano bene, ma erano anche convinti che la loro salute dipendesse dalla loro virtù. Tanto da avere la tendenza a dire a quelli che soffrivano: "Ben vi sta". Quelli che stavano peggio - fra loro l'Italia - pur riconoscendo le loro colpe, sostenevano invece che i sani avrebbero dovuto aiutarli. Se non altro nell'interesse della comunità. Ma la cosa, ammesso che fosse possibile, era molto difficile da spiegare ai popoli "ricchi". I loro contribuenti infatti avrebbero così tradotto gli eventuali programmi di salvataggio: "Pagare per chi ha scialacquato? Noi che magari all'occasione abbiamo stretto la cinghia? Non se ne parla". La formica di La Fontaine ha sempre la comprensibile tentazione di rispondere alla cicala: "Ah, mentre io lavoravo lei cantava? E dunque balli, ora".
È andata così per molto tempo. Ma ora il rallentamento colpisce tutti e i segnali d'allarme sono seri. La Francia va veramente male, anche se per decenza non bisogna dirlo a voce alta; la Germania vede diminuire le proprie esportazioni e non ha più una accettabile crescita del suo pil, e insomma non sono più i "piigs", i cattivi, a preoccupare, è l'intera fabbrica della moneta comune. Ecco perché da più parti si invocano una modificazione dei patti, un rinnovamento che coinvolga le autorità comunitarie, la Banca Centrale Europea e tutti i governi, in modo da far ripartire l'economia. Ma è un vano chicchiericcio. Finché si parla di "un piano di azione che coordini politiche monetarie e fiscali", di "un’azione atipica di rilancio dell’economia", come fa il Corriere della Sera, ci si esprime con ovvietà vagamente papali. E non si può certo dire che gli strumenti dell'azione concreta non sono indicati perché noti a tutti e condivisi. La realtà è che essi sono diversi, opinabili e proprio per questo molto difficili da adottare.
C'è inoltre un'importante componente psicologica. Fino ad oggi, i Paesi in difficoltà hanno riconosciuto che pagano il fio dei loro debiti, delle loro diseconomie e al limite della loro corruzione. Anche se giudicano le regole comunitarie una causa della loro interminabile crisi, non possono negare che sono loro che hanno commesso l'errore di sottoscriverle. Possono gridare "è tutta colpa dell'euro!", ma l'euro non gliel'ha imposto a nessuno. Ché anzi - si pensi al viso compiaciuto di Romano Prodi - sul momento quella moneta è stato vista come una promozione in serie A.
Ciò rende pericoloso toccare l'attuale equilibrio. Se tutti i Paesi concordassero grandi riforme della struttura comunitaria, da un lato ci sarebbero sicuramente alti prezzi da pagare (anche da parte delle nazioni "sane"), dall'altro non è neanche sicuro che quei provvedimenti funzionerebbero, e tutti i popoli protesterebbero fieramente contro l'"Europa". Mentre fino ad oggi hanno dato a sé stessi la colpa dei loro mali, una volta che si fosse intervenuti per guarirli, la colpa si darebbe proprio a quell'intervento. "Le nuove regole hanno favorito gli altri e hanno danneggiato noi", "i nostri governanti si sono fatti imbrogliare", "bisogna assolutamente buttare tutto all'aria ": sarebbe una gara a chi si lamenta di più.
Fra l'altro, il punto dirimente è il mantenimento dell'euro, che oggi sembra fuori discussione. Ma se l'errore è stato istituirlo in assenza di un'unione politica, l'errore malgrado i nuovi trattati persisterà. Perché certo non si realizzerà durante la tempesta una unione che non si è realizzata durante la bonaccia. Se al contrario la moneta comune fosse stata un'operazione azzeccata che necessita soltanto di qualche piccolo aggiustamento, come mai nessuno sa dire qual è, questo aggiustamento, e come mai non c'è unanimità, su di esso?
Se, per pura ipotesi, la soluzione fosse "la creazione di un monte di debito pubblico comune, di cui è garante la comunità", tutti lo chiederebbero. Oggi invece una tale proposta solleverebbe più proteste che applausi. E con qualche ragione. Se ad esempio l'Italia, non correndo più il rischio del default, si mettesse a far galoppare di nuovo il debito (attualmente corre soltanto) "per rilanciare la propria economia con investimenti pubblici", e poi non ci riuscisse, l'Olanda e la Finlandia sarebbero costrette a togliere la loro garanzia. E allora perché darla, oggi, dal momento che le conseguenze potrebbero essere disastrose? Lo stesso vale per ogni altra proposta. E infatti non c'è nessuna idea comune su come risolvere la crisi continentale. 
Se navighiamo a vista da anni è perché nessuno si azzarda a dare un colpo di timone. Né l'Unione Europea né i singoli Stati. È un po' come se tutti aspettassero che il malato guarisca da sé. Oppure che muoia, senza che però se ne possa dare la colpa ai medici.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
17 agosto 2014


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ECONOMIA
16 agosto 2014
LA SALVEZZA DAGLI INVESTIMENTI INFRASTRUTTURALI

Lucrezia Reichlin, sul Corriere della Sera(1), ha scritto un articolo dal titolo "Come attrarre gli investimenti". Lo scritto è indubbiamente colto e serio, ma ha un difetto: propone soluzioni fondate su un periodo ipotetico di terzo tipo. Se tutti gli uomini portassero il cappello, come si usava intorno agli Anni Quaranta, ciò rilancerebbe un'industria e creerebbe posti di lavoro. Ma è inutile sognarlo, perché come allora senza cappello tutti si sarebbero sentiti quasi nudi, oggi chiunque, col famoso Borsalino, si sentirebbe ridicolo. Contro certe tendenze non si può vincere.
A proposito degli investimenti, l'errore della Reichlin è ancor più sorprendente perché lei stessa propone l'obiezione che distrugge la teoria. "Gli studi sugli effetti economici degli investimenti infrastrutturali, scrive, mostrano come il loro effetto sul Pil è maggiore della spesa iniziale e in qualche modo si ripaga da solo"; ma, aggiunge, questa verità media "nasconde una grande eterogeneità tra Paesi". E alludendo all'Italia afferma: "In Paesi con istituzioni deboli, proni all’accaparramento delle risorse pubbliche e all’inefficienza, l’effetto è nullo o anche negativo. Gli scandali che ci opprimono da sempre raccontano che in Italia…" E allora è inutile concludere che "Una riforma profonda della cosa pubblica e del funzionamento delle istituzioni è dunque la chiave per la crescita in Italia". Perché in questo caso non si tratterebbe di modificare un po' il codice o il regolamento interno di qualche ministero: si tratterebbe di convincere gli uomini ad andare in giro col cappello. 
Dopo aver ceduto una fetta di sovranità, gli italiani non diverrebbero onesti e scrupolosi. Neanche se molto sorvegliati. Già oggi mancano forse le leggi, da noi? Il problema non sono i controlli (potremmo esportarne) ma come sono applicati. E nessun trattato potrebbe modificare ciò dall'oggi al domani.
Gli investimenti infrastrutturali sono grandi opere finanziate dallo Stato, come nuove tratte ferroviarie, costruzione di aeroporti, apertura di autostrade e in generale progetti che richiedono grandi capitali. L'utile può non essere immediato, ma immediata è l'utilità in termini di incentivazione dell'attività economica: gli operai hanno un salario, gli ingegneri un onorario, i fabbricanti di materie prime hanno un'occasione di vendita e tutte le persone coinvolte potranno spendere di più, incentivando l'attività altrui. 
Ottime iniziative. Se la spesa, sia pure a deficit, è una tantum, può darsi che quell'impulso faccia valanga e rimetta in moto il Paese. Ma ci sono delle obiezioni. In un Paese come l'Italia - lo dice anche la Reichlin - la grande opera è appesantita da sprechi, corruzione, lentezze burocratiche o giudiziarie. Che si rientri nelle spese è un sogno. Anche ad ammettere che altrove gli investimenti producano un beneficio, da noi non lo producono; e l'investimento in deficit - se ce lo consentissero - farebbe ulteriormente aumentare il deficit. 
Che questa strada - almeno per noi - sia sbagliata, lo prova il fatto che l'Italia, seguendo una deriva socialistoide e collettivista, ha a lungo cercato soluzioni in questa direzione. E ciò ci ha condotti alla situazione attuale. Come si dice, "Abbiamo già dato". Inoltre i trattati internazionali che abbiamo sottoscritto non ci permettono neppure di creare inflazione. Dunque è inutile continuare ad occuparsi di periodi ipotetici di terzo tipo.
Dal momento che lo Stato, non importa per quale ragione, non è in grado di operare economicamente, e dal momento che comunque il nostro Paese ha bisogno di investimenti, la soluzione è evidentemente quella di ribaltare il pregiudizio secondo cui l'imprenditore è un nemico del popolo e il suo profitto una cosa immorale. Diversamente, finché conserveremo intatti i principi di questa demonologia, gli imprenditori italiani avranno la tentazione di andare ad operare altrove e gli investitori stranieri si guarderanno bene dal venire a farsi odiare da noi.
Purtroppo, questo ragionamento soffre di una petitio principii. L'obiezione mossa alla Reichlin vale anche contro chi scrive. Perché gli italiani stendano tappeti rossi dinanzi agli imprenditori, e non stramaledicano i loro profitti, bisognerebbe cambiare le loro teste. E questo è impossibile.
La conclusione ultima è che sono inutili le discussioni sugli investimenti, infrastrutturali o no; sul rilancio dell'economia; sulla riduzione della disoccupazione; sul cambiamento del rapporto fra pil e debito pubblico e su altro ancora. Soltanto qualche grande evento traumatico scuoterà l'Italia dal suo torpore e la convincerà a cambiare rotta. Ma forse anche questa possibilità è un sogno. Marco Pannella continua a fumare come un turco, anche ora che ha il cancro a un polmone, e i suoi concittadini continuano a sperare di essere salvati da uno Stato onnipresente. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 agosto 2014
(1)http://www.corriere.it/opinioni/14_luglio_12/come-attrarre-investimenti-37067f22-0982-11e4-bfee-4a37bea40287.shtml

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CULTURA
14 agosto 2014
UN UOMO DEGENERE
"Le moi est haïssable", ha detto Pascal, "l'io è odioso". Ragione per la quale non bisogna parlare di sé. La regola è stata poi elevata a canone artistico da un Flaubert che, stanco dei personalismi del romanticismo, ha voluto l'autore assente dai propri libri. Qualche anno fa abbiamo visto la regola esemplificata in modo molto brillante da Dino Risi, quando ha reagito ai film di Nanni Moretti incentrati su Nanni Moretti col famoso invito: "Nanni, spostati, ché non vedo il film".
La regola presenta delle eccezioni. Sarebbe stupido andare dal dottore e non descrivere ciò di cui si soffre, per non parlare di sé. Ci si comporterebbe come un cane dal veterinario. Poi, scrivendo un'autobiografia, non si può certo parlare in terza persona. Anche se Charlie Chaplin fece sorridere quando intitolò il suo libro: "La mia autobiografia". Come se si potesse scrivere l'autobiografia di un altro.
Oddio, oggi avviene anche questo. Se un tizio è abbastanza famoso per pensare che la storia della sua vita possa interessare gli altri, non essendo capace di scrivere un libro, se lo fa scrivere da un ghost writer. Ma anche in questo caso, falsamente, in prima persona.
Ulteriore eccezione si ha se ci si assume la responsabilità di una testimonianza. Quando non è una vanteria (come nel caso di Rousseau) la confessione è un atto d'umiltà, o almeno un'occasione di riflessione.
Parto dal pretesto. Dopo la morte di Robin Williams ho letto un titolo di giornale in cui qualcuno diceva che la visione del film "L'attimo fuggente" l'aveva indotto a divenire professore. La mia reazione è stata di indignazione. Come ci si può entusiasmare per una professione che è sostanzialmente servile? 
Intendiamoci, se il docente è Uto Ughi, non esercita certo una professione servile. Il discente lo stima, vuole imparare da lui e lo considera un modello di concertista. Ma se lo stesso grande violinista andasse ad insegnare in una Scuola Media, sarebbe forse la stessa cosa? I ragazzi non capiscono un'acca di musica e spesso neanche del resto. Non hanno voglia di imparare, non sono sensibili all'arte e, se studiano, è soltanto per essere promossi. Anche al liceo, quanti alunni, su trenta, sono veramente interessati alla letteratura, alla storia, alla filosofia? E se lo fossero, si interesseranno con uguale passione alla chimica, alla fisica, al latino?
Di norma il docente di scuola secondaria si trova a fronteggiare persone che preferirebbero non essere lì. La loro è l'età dello sport, del sesso, del gioco, dell'amore, non dello studio. Il professore, quando le possiede, si trova a distribuire perle di cultura a gente che non desidera riceverle. Una situazione peggiore di quella del cameriere che almeno vede facce contente, quando porta le pizze.
Un uomo normale ed equilibrato fa lezione perché è pagato per farla. La fa al meglio che può, perché ha stima di sé, ma non si aspetta né grandi risultati, né grandi soddisfazioni. Se invece si impegna allo spasimo per coinvolgere e per entusiasmare i ragazzi (e quante probabilità di riuscirci ha il professore di matematica?) il suo è l'atteggiamento volenteroso di chi svende la sua dignità pur di fare il bene degli altri. La sua gloria, se ci riesce, è quella di essere pervenuto a far sì che gli altri accettassero i suoi regali. È francamente troppo. La cultura, come una bella signora, non può abbassarsi a sculettare.
Ho pensato a tutto questo, nell'attimo fuggente della lettura di quel titolo. Poi mi sono detto che forse l'incomprensione nasce dal mio essere degenere. Non un degenerato ("un pervertito, psichicamente e moralmente") ma, secondo lo stesso Devoto-Oli, qualcuno che "presenta una profonda alterazione, totale o parziale, rispetto alle prerogative consuete della specie, della stirpe, dell'ambiente, della tradizione".
La specie umana è caratterizzata da lunghe cure parentali ed è sociale. Per istinto, siamo pazienti e generosi con i piccoli, anche se non sono figli nostri, e tendiamo alla solidarietà. Inoltre, riguardo ai più giovani, sentiamo il dovere di prepararli alla vita. Saremmo felici di vederli raccogliere l'eredità della nostra esperienza. Ciò spiega la devozione di tanti docenti alla loro professione, anche se normalmente pagata con l'incomprensione e a volte, quando sono deboli, con l'umiliazione. Costoro dimostrano un forte istinto di socialità e fanno cose che un gatto - che non appartiene a una specie sociale - non farebbe mai.
A questo punto ho capito che non dovevo criticare chi ha firmato quell'articolo. Uno che s'innamora di un film come "L'attimo fuggente" appartiene più di me alla specie umana. Io non sento una speciale tenerezza per i bambini, li trovo soprattutto rumorosi; non sono felice di insegnare a chi non vuole imparare; non tengo particolarmente ad essere utile alla società e non provo alcun interesse per ciò che sarà del pianeta Terra dopo la mia morte. Sono un individuo, non un membro della mia specie. Dunque sono degenere. Dante era un poeta ma era iscritto alla corporazione dei medici e speziali; io proverò a farmi accogliere in quella dei gatti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 agosto 2014 


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POLITICA
13 agosto 2014
NEANCHE I GATTI VEDONO AL BUIO
"Il debito delle Amministrazioni pubbliche è salito a giugno di 2 miliardi di euro, raggiungendo un nuovo massimo storico a 2.168,4 miliardi. Nei primi sei mesi del 2014, comunica Bankitalia, il debito pubblico è aumentato di 99,1 miliardi, riflettendo il fabbisogno della P.a (36,2 mld) e l'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (67,6 mld)", (ANSA) - ROMA, 13 AGO. 
Il comunicato è asciutto, "matter of fact", si direbbe in inglese. Ma è un po' come se Noè, dopo trentotto giorni di diluvio, guardando il cielo dicesse con aria meditativa: "Piove".
Ma noi non siamo nelle condizioni di questo flemmatico Noè, la cui arca dopo tutto galleggiava. Come ci si sgola a ripetere da mesi o forse da anni, siamo su uno scoglio mentre l'acqua del debito pubblico continua a salire. E chi lo dice passa per inguaribile pessimista. Oppure - come ci si esprime in alto loco - per gufo. E allora pur di essere ottimisti bisogna immaginare che abbiamo le branchie, siamo a sangue freddo e una dieta di pesce ci farà vivere fino a cent'anni.
Onestamente, che cosa ci si deve dire, di più, per capire che siamo avviati verso il disastro? L'Imu non si è riusciti ad abolirla, perché costava circa quattro o cinque miliardi. Qualcuno ha denunciato Renzi alla Corte Costituzionale per la storia degli ottanta euro ai preferiti del governo, e tuttavia la regalia non va oltre i dieci miliardi, come costo. Che dire di un disavanzo della Pubblica Amministrazione che è di 35,2 miliardi? E se il Tesoro ha avuto bisogno d'aumentare il debito pubblico di altri 67,6 miliardi, è segno che gli interessi sul debito li ha pagati contraendo nuovi debiti. E c'è ancora andata bene, dal momento che una congiuntura favorevole ha " contenuto l’aumento del debito per 4,8 miliardi di euro". Senza dire che nessuno ci assicura che quella congiuntura favorevole continuerà. Se le Borse si spaventassero, per qualsivoglia ragione (e dovrebbe bastare la previsione che l'Italia non sarà mai in grado di ripagare il suo debito), sarebbero dolori.
Non va meglio dal lato delle entrate. Mentre siamo schiacciati dalla pressione fiscale, registriamo nel primo semestre una diminuzione del gettito del 7,7% (3,5 miliardi), rispetto allo stesso semestre del 2013. Lo Stato, mentre strizzava ulteriormente i contribuenti, ha incassato 188,1 miliardi in meno. Non si sta più tosando la pecora, la si sta uccidendo.
L'Italia affonda. Che cos'altro debba succedere perché gli italiani si allarmino non si riesce ad immaginare. Forse dovrebbero imparare a leggere. Draghi ha ammonito solennemente l'Italia che deve fare le riforme strutturali promesse, e Renzi ha orgogliosamente risposto che - come disse la Buonanima - "L'Italia farà da sé". E infatti si è occupata del Senato. Poi, quando riprenderà fiato, si occuperà della legge elettorale. E quando il mare sommergerà lo scoglio su cui siamo, ci salveremo salendo sulle barchette di carta fatte con le nuove schede elettorali.
Molti, se non riusciamo a realizzare le necessarie riforme,  discutono della proposta di Draghi di cedere parti della propria sovranità all'Europa, e Renzi, come i suoi predecessori, rifiuta orgogliosamente. Ma nel frattempo non fa niente, perché niente l'attuale maggioranza gli consente di fare. E forse neanche un'altra maggioranza potrebbe fare qualcosa, perché gli italiani si ribellerebbero.
E allora la sintesi è questa: non solo le riforme probabilmente non salverebbero l'Italia dal disastro, ma non è in grado di farle né il Parlamento italiano né un'autorità comunitaria. In democrazia non si governa contro un intero, grande Paese. E allora, nel momento in cui non si può far nulla, la reazione giusta è quella dell'orchestrina del Titanic: continuiamo a suonare, e voi a ballare, ché tanto, che piangiamo o ridiamo, poi moriamo lo stesso.
Forse l'intera Europa vive questo momento con l'atteggiamento mentale di colui che, cadendo dal ventesimo piano, al decimo diceva: "Fino ad ora tutto bene". Da un lato la frase è demenziale, dall'altro è saggia. Come rispondeva una signora inglese a chi l'ammirava per il fatto che non si lamentava mai dei suoi malanni: "Would it help?", "A che servirebbe?".
Qualcuno potrebbe anche chiedere a che serva questo articolo. Agli altri non so. A me - oltre che a confermarmi che non sono pazzo - serve per metterlo sotto il naso di coloro che mi accusano di veder nero. Dimenticando che neanche i gatti vedono niente, quando l'oscurità è completa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
13 agosto 2014 

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POLITICA
13 agosto 2014
IL MEDIO EVO CONTINUA
L'orrore per i fatti che avvengono nel nord dell'Iraq induce ad amare riflessioni. Mentre i Romani, soprattutto per buon senso politico, si fecero notare per la loro tolleranza riguardo ad usi e costumi dei popoli sottomessi, nell'antichità l'intolleranza fu quasi routine. Probabilmente tutto è sempre dipeso dal fatto che - allora come oggi - credendo che la propria religione sia l'unica giusta e vera, la si vuole imporre agli altri, "per il loro bene". E infatti neanche noi siamo esenti dalla barbarie che oggi pensiamo di rimproverare agli altri. Le esecuzioni di massa per il rifiuto di convertirsi non sono estranee al Cristianesimo. Ne fu protagonista anche quel Carlo Magno che rimane figura eponima dell'Unione Europea. 
Le cose non sono molto cambiate in epoche a noi molto più vicine. I governanti comunisti, non appena credevano di correre il pericolo di essere detronizzati dalla volontà popolare, ricorrevano alla dittatura "per continuare a fare il bene del popolo", e uccidevano gli oppositori. 
Pur essendo convinto delle proprie idee, lo scettico concepisce che il prossimo ne abbia altre; il credente invece non si capacita del dissenso e lo attribuisce a un difetto morale: stupidità e pregiudizio, ignoranza e corruzione. Dal 1994 in poi, coloro che votavano per Berlusconi consideravano i loro avversari dei poveri illusi dell'utopia comunista, mentre questi ultimi reputavano coloro che votavano per il Cavaliere degli imbecilli, degli idioti ipnotizzati dalla televisione, dei corrotti comprati, dei delinquenti comuni. La loro Fede era nettamente più forte. Infatti non sognavano di battere Berlusconi politicamente, volevano che fosse chiuso in galera, applaudivano chi gli lanciava in faccia pezzi di marmo e tifavano per il cancro, sperando che l'uccidesse. 
E tuttavia qualche progresso c'è stato. Salvo occasionali ricadute all'indietro - pensiamo agli orrori della Guerra Civile spagnola, o alla Germania nazista - i popoli civili, grazie ad una diffusa alfabetizzazione ed a costumi resi più miti dalla prosperità, hanno sterilizzato e ritualizzato i loro contrasti. Il campanilismo si traduce in rumorosi incontri di calcio, anche se quelli che hanno la fede più forte poi vengono alle mani, e in campo politico al massimo si rende il nemico irrilevante, si pensi a Gianfranco Fini. Fra gli Stati si litiga, ma si continua a considerare "impensabile" una guerra. 
Purtroppo, il tempo non è passato nello stesso modo per tutti. A partire dall'Umanesimo, l'Europa e le sue propaggini americane hanno a poco a poco ritrovato la cultura e l'arte, e infine inventato la scienza e il progresso. Nel mondo islamico tutto ciò non si è verificato. O per l'avarizia dei luoghi, poco adatti a creare grande ricchezza, o per la tendenza ad abbandonare interamente a Dio il governo della realtà, trascurando anche la scuola, certo è che in maggioranza gli islamici sono rimasti fermi, intellettualmente, a ciò che erano secoli fa. E mentre ancora nell'Ottocento, di fronte ad un'Europa appena un po' più prospera di loro, i musulmani sono stati tranquilli e tolleranti (con gli ebrei, in particolare, più di quanto lo fossero los Reyes Católicos) dopo la Seconda Guerra Mondiale, in coincidenza col vertiginoso progresso economico occidentale, la loro situazione è divenuta innegabilmente umiliante. L'Occidente Cristiano era forte mentre loro erano deboli, l'Occidente era ricco mentre loro erano poveri, l'Occidente era vincente mentre loro erano perdenti. Ciò ha provocato un'insopportabile frustrazione. Un acido e violento risentimento, molto vicino all'odio, che sarebbe stato lieto di tradursi in vittoria militare al seguito di un nuovo Maometto II. Ma questo era chiaramente impossibile, e allora  gli islamici, invece di capire che per secoli erano stati bloccati dalla loro Fede, per ritrovare la loro superiore identità morale si sono aggrappati alla sua purezza del Settimo o dell'Ottavo secolo dopo Cristo. L'Islàm, da sinonimo di tolleranza, è divenuto sinonimo di fanatismo, di terrorismo, di quella strage degli infedeli che vediamo nel cosiddetto Stato Islamico dell'Iraq e del Levante.
Né diverso è ciò che vediamo a Gaza. Gli integralisti di Hamas non assegnano nessun peso alla vita degli infedeli, ché anzi, se sono civili ebrei, è titolo di merito ucciderli. E sempre  in nome della Fede non assegnano nessun valore neanche alla vita dei musulmani. Se, per tentare soltanto di uccidere degli ebrei con dei missili, si provoca la reazione di Israele, e dei musulmani muoiono realmente, il prezzo può benissimo essere pagato. Nel loro Medio Evo, il valore della Fede conta molto più della vita dei fedeli. 
Questi fanatici ci appaiono incomprensibili perché apparteniamo ad epoche storiche diverse: loro sono fermi a mille anni fa. Ecco perché Obama non ha capito niente del mondo islamico. Insieme a molte anime belle dell'Occidente, crede che per dialogare con tutti basti un interprete. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 agosto 2014

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POLITICA
12 agosto 2014
RENZI E ANDERSEN
Una delle favole più giustamente famose di Hans Christian Andersen è quella degli abiti nuovi dell'imperatore. A volte, quando la suggestione collettiva sembra incontestabile, è necessaria la mancanza di pregiudizi di un bimbo per affermare che "Il re è nudo". Gli adulti infatti si chiedono se per caso non siano incapaci di vederli, quegli abiti. E pensano anche che sia pericoloso trattare da dementi tutti quelli che sono d'accordo con le "verità ufficiali". Chi, pur vedendolo chiaramente, avrebbe osato dire in Russia che Stalin era un bieco tiranno sanguinario?
In Italia siamo da decenni in democrazia, e non che avere paura di chi è al potere, abbiamo preso la buona abitudine di dirne peste e corna. Ciò non impedisce che nelle convinzioni correnti prosperino degli "idola", spesso alimentati dal "credunt quod cupiunt", divenuto in questa epoca che si crede anglofona, "wishful thinking". Su questa base prospera Matteo Renzi, semplicemente perché è giovane, simpatico e parla in modo comprensibile. L'Italia intera lo vede come il protagonista del film: Davide è minuscolo rispetto a Golia, ma chi ci dice che non riuscirà a compiere l'impresa che non è riuscita a nessuno? E poi, se ci priviamo della speranza, che cosa ci rimane, il suicidio? L'Italia dovrà pure uscire da questa dannata crisi, perché non avere fiducia in uno che almeno ci sta provando, a salvarci? Un'eterna litania.
Ed è allora che uno si ricorda di Andersen. Non val la pena di gridare sui tetti la propria diffidenza, ma  per mantenere la propria salute mentale è utile ripetersi ogni tanto: "Dicano quello che vogliono, il re è nudo".
Renzi è politicamente ed economicamente incredibile. È colui che ha cominciato col promettere una riforma epocale al mese, nei primi quattro mesi del suo regno. È quello che, senza avere la copertura finanziaria, ha voluto dare ottanta euro ad una parte degli italiani, dimenticando i pensionati e quelli più poveri degli stessi beneficiari. Poi ha cercato di coprire questa spesa - finché Cottarelli e le autorità finanziarie non lo hanno platealmente sconfessato - con i "futuri" e "sperati" fondi derivanti dall'applicazione della spending review, che non soltanto sono aleatori come sussistenza e data di disponibilità, ma sono già destinati istituzionalmente alla diminuzione della pressione fiscale. E questa famosa regalia degli ottanta euro l'ha anche coperta con "clausola di salvaguardia": traduzione, se non si realizzano tagli di spesa, si sopperirà con aumenti delle imposte. E dopo tutto questo Renzi si vanta di "avere abbassato le tasse". 
Il governo ha proclamato che quella regalia sarebbe servita a rilanciare l'economia e le statistiche finanziarie - come era ovvio che avvenisse - lo hanno platealmente smentito. Un secchio d'acqua non rende fertile il Sahara. Le stesse riforme di cui tanto ci si vanta sono ininfluenti sulla realtà nazionale: influenti sarebbero state le riforme sul lavoro, sulla giustizia e sulla Pubblica Amministrazione. Quanto a quella del Senato, di cui si parla come di cosa fatta, abbisogna di almeno quattro passaggi (due per ogni ramo del Parlamento) che possono divenire molti di più se una Camera riesce a modificare una virgola del testo. In quel caso, in uno qualunque dei quattro passaggi (anche l'ultimo)  si rimette il contatore a zero e si riparte da capo. 
Ulteriore elemento di fastidio, la costante vanteria sul 42% di voti ottenuti alle ultime europee. In primo luogo, per quelle elezioni gli italiani è come giocassero a poker con i fagioli piuttosto che con soldi veri. In secondo luogo, essendo Berlusconi in perdita di velocità, in quei giorni, tutti hanno avuto la sensazione di dover scegliere fra Grillo e Renzi. Dunque, per quanto riguarda il consenso, bisognerà vedere che cosa ne rimarrà quando si tratterà di elezioni importanti e quando anche i più suggestionabili saranno stanchi di essere rintronati da promesse non realizzate.
Non si butta la croce su Renzi. L'abbiamo ripetuto decine di volte, molto prima che della cosa s'accorgesse anche Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera: non soltanto le riforme importanti, in un Paese rissoso come il nostro, sono difficilissime, ma al dunque gli italiani neanche le vogliono. Tutti protestano ma, non appena di parla di una modificazione in concreto, si alzano muri da tutte le parti. Dunque non si imputa a Renzi la colpa di non aver fatto nulla di concreto, è probabile che nessuno avrebbe potuto far di più o di meglio. Ma questo insistito bagno di ottimismo, questi peana di immaginarie vittorie, questo diluvio di promesse sono francamente stucchevoli come le lodi dell'abito nuovo dell'imperatore. Somigliano alla realtà parallela dei paranoici.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
12 agosto 2014


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POLITICA
11 agosto 2014
LA LEZIONE DEL MASSACRO
Quando avvengono fatti orrendi, come quelli che si verificano attualmente nel nord dell'Iraq, il lettore di giornali misura la propria impotenza, e quella della Grande Europa, con tutta la sua storia, il suo progresso e i suoi principi morali. Gli stessi Stati Uniti fanno la mossa di inviare alcuni aerei a bombardare i massacratori ma si guardano bene dall'impegnare il loro esercito. Come criticarli? Non soltanto da questo genere di iniziative essi hanno ricavato soltanto morti e rimproveri, ma noi europei non abbiamo neppure mandato un ricognitore. 
La realtà è che non si può far molto, in questi casi. O si occupa il territorio militarmente e a tempo indeterminato - e si è visto con quali risultati in Afghanistan e nello stesso Iraq - oppure si aspetta che si esaurisca il numero delle possibili vittime. A meno che i massacratori non si stanchino prima.
Questi fatti impartiscono testardamente sempre la stessa lezione. Bisogna assolutamente evitare, per quanto possibile, la mescolanza sullo stesso territorio di etnie diverse per religione, per razza o per qualunque elemento che possa costituire possente elemento di identificazione. Già soltanto se non si parla la stessa lingua, come in Belgio, si passa il tempo ad odiarsi dalla mattina alla sera. E se va male, tra "loro" e "noi" è sempre possibile che scoppi una guerra civile. L'abbiamo imparato, nell'epoca contemporanea, a spese della Jugoslavia. Se i serbi si sentono diversi dagli sloveni e questi - ci mancherebbe - dai macedoni, o c'è un potere forte e spietato che li tiene insieme, oppure si arriva allo scontro. L'impero sovietico è stato sconfinato, ai tempi di Stalin, perché nessuno osava fiatare, temendo che diversamente avrebbe fiatato per l'ultima volta. Ma non appena c'è stato un venticello di libertà, ognuno è andato per i fatti suoi. E quando la separazione è incruenta, come nella minuscola Cecoslovacchia, è il massimo della fortuna.
In Iraq sono costretti a convivere sunniti e sciiti, cristiani e musulmani, "arabi" e curdi. Con Saddam Hussein regnava la pace, a volte quella dei cimiteri, con la libertà abbiamo la guerra di tutti contro tutti. Non tutti i popoli sono uguali. Non tutti i popoli sono mescolati e pacifici come gli svizzeri. I quali però spesso sono saggiamente tenuti separati dalle montagne.
Comunque, quando ci si trova in una situazione di etnie miste, bisogna tenere conto della storia. Il fatto che in passato non si siano mai verificati dei massacri, o il fatto di essere "molto civili", non è una garanzia. La notte di San Bartolomeo (una carneficina fra cristiani, val la pena di ricordarlo) ebbe luogo nella civilissima Francia, e il massimo della barbarie lo ha raggiunto la Germania di Kant, di Geothe e di Beethoven, con lo sterminio degli ebrei. Se si è diversi e minoritari, bisogna essere pronti a scappare quando il cielo s'annuvola: molti ebrei tedeschi non si salvarono perché pensavano che non potesse capitargli niente di veramente grave. Oppure bisogna essere pronti a prendere le armi e difendersi. I tedeschi disprezzavano gli ebrei anche perché si lasciavano maltrattare senza reagire. Dopo quei tempi orribili, e dopo la prova generale del Ghetto di Varsavia, il popolo d'Israele ha dichiarato che la caccia all'ebreo non era più gratuita. Gli ebrei hanno imparato sulla loro pelle che anche se non si è fatto del male a nessuno si rischia di essere sterminati soltanto perché diversi. Per questo da un lato oggi Gerusalemme ha il più forte esercito della regione, dall'altro sa di poter contare soltanto su sé stessa. Contro l'odio irragionevole la risposta non è la mano tesa: è riuscire ad uccidere chi vuole ucciderti.
Naturalmente, se il problema è tanto serio che a volte non si riesce ad immaginare una soluzione che non sia una tragedia, si immagini quanto assurdo sarebbe crearselo, se non lo si ha. Eppure è ciò che avviene. Continuando ad importare musulmani, l'Europa sta ponendo le premesse di un futuro, insanabile  contrasto. E dire che abbiamo già visto le prime, serie avvisaglie nelle banlieue parigine. Ma se non è la nostra stessa casa, che brucia, non sentiamo la puzza di bruciato. Il buon senso consiglierebbe di permettere di stabilirsi sul proprio territorio soltanto ad etnie facilmente assimilabili, spagnoli in Italia, olandesi in Germania. Solo questo assicura l'armonia.
In caso di incompatibilità di carattere, meglio la separazione. Dio benedica le frontiere.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
10 agosto 2014


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POLITICA
10 agosto 2014
IL PRODOTTO INTERNO LORDO
Una delle cose di cui si sente parlare quasi tutti i giorni è il pil, il prodotto interno lordo. E se si chiede che cos'è ci si sente rispondere: " è l'insieme della ricchezza prodotta in un anno da un dato Paese". Purtroppo con questo non se ne sa molto più di prima. Infatti in primo luogo ci si chiede come si possa misurare. Se Bertoldo coltiva qualche metro di terreno dietro casa sua e ogni anno mangia le lattughe che ha prodotto, quelle lattughe costituiscono certo una ricchezza, ma chi la misura? A parte Bertoldo che le mangia, nessuno sa che esistono.
Se ci si interessa più da vicino del problema, con l'onesto sforzo di saperne di più, si scopre che è materia tanto specialistica che non ci si capisce molto. E sicuramente si ha un moto di sorpresa scoprendo che fa parte del pil la spesa dello Stato. Dunque per i calcoli ufficiali la Regione Sicilia, invece di essere un buco nero per le finanze della nazione, è un posto in cui si crea ricchezza. Anche a costo di commettere qualche errore, di una tesi tanto aberrante si avrà pure il diritto di occuparsi.
Immaginiamo una famiglia in cui soltanto il padre lavora e gli altri vivono del denaro che egli spende per tutti. Il quantum di queste spese, addizionato degli eventuali accantonamenti (risparmio), potrebbe essere il prodotto interno lordo della famiglia. Purtroppo, secondo la dottrina ufficiale, il pil della famiglia sarebbe economicamente lo stesso se invece quel padre spendesse la metà del suo reddito nelle bische o con le prostitute. Infatti egli incasserebbe e spenderebbe sempre la stessa quantità di denaro. Ma come negare che nel secondo caso la famiglia starebbe infinitamente peggio? Per essa sarebbe come se il prodotto interno lordo fosse la metà. 
È questo l'ostacolo che bisogna superare. Chi mangia un panino effettua un consumo ma effettua un consumo anche chi lo compra e lo getta nel fiume per vedere se galleggia. Il consumo infatti non è qualificato dalla sua ragionevolezza ma dalla soddisfazione che ne ricava chi lo effettua. Bisogna tuttavia distinguere chi guadagna e spende per sé - ed è libero di decidere il tipo di soddisfazione che vuol ricavare dal proprio denaro - e chi ha il dovere di spendere per gli altri e deve poi rispondere delle sue scelte. Il padre dell'esempio rischierebbe infatti di essere perseguito ai sensi dell'art.570 C.p.
Il caso dello Stato, in questo senso, è esemplare. Non soltanto esso ha il dovere di spendere per gli altri e non per sé, ma per giunta non spende denaro che ha guadagnato, spende un denaro che gli è stato affidato dai cittadini sotto forma di tributi, perché lo usi nel loro interesse. Se dunque esso si dà a spese pazze o tollera la corruzione, difficilmente si potrebbero serenamente ascrivere le spese effettuate alla ricchezza nazionale. 
In attesa di meglio comprendere le ragioni tecniche dell'inclusione di tutte le spese dello Stato nel prodotto interno lordo, può certo dirsi che questa inclusione è condizionata, moralmente ed economicamente, dal risultato ottenuto. Se l'erario spende per una scuola efficiente, si tratta di un investimento a lungo termine e si produce ricchezza: perché non si può avere una società sviluppata e prospera composta di analfabeti. Analogamente sono benedetti i soldi spesi per i Carabinieri, per illuminare le strade e per le Forze Armate. Ma se i vertici militari comprassero aerei da caccia costosi ed obsoleti soltanto perché i produttori hanno offerto loro, sottobanco, delle enormi regalie, non si potrebbe certo applaudire quella spesa. Giuridicamente essa farebbe parte della ricchezza prodotta, sostanzialmente sarebbe un cospicuo danno inflitto alla comunità nazionale. 
È giusto che l'uso delle risorse economiche da parte dello Stato faccia parte del pil nella misura in cui esso è onesto e ragionevole. Gli sprechi e la corruzione invece non dovrebbero farne parte. Certo, è difficile distinguerli, e forse soltanto i tecnici ad alto livello potrebbero suggerire qualche buon sistema, al riguardo, ma il principio è intangibile. E se uno Stato come il nostro ha un'eccessiva tendenza agli sprechi e alla corruzione, bisognerebbe per cominciare limitare le occasioni di mal fare, limitando la spesa pubblica all'assolutamente indispensabile. Se così fosse, i cittadini sarebbero poi felici di includere la spesa dello Stato nel prodotto interno lordo. 
Purtroppo molti impenitenti statalisti rimangono convinti che se lo Stato assume dei disoccupati per far fare loro qualcosa di inutile, e li paga, con ciò stesso ha creato ricchezza: perché poi quei disoccupati spendono. Senza pensare che lo schema non sarebbe diverso se quei soldi gli venissero regalati. Ma non c'è modo di convincere chi ha quella religione. Dunque rassegniamoci a tenerci la recessione, la stagnazione, o comunque si chiami oggi la miseria.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
7 agosto 2014


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politica estera
9 agosto 2014
OBAMA È UN INCOMPETENTE O UN FUORILEGGE?
del giudice Andrew Napolitano
 
È stato chiaramente stabilito, lungo tutta la nostra storia e ai sensi della Costituzione, che il compito del Presidente in quanto funzionario capo preposto all'applicazione della legge federale gli permette di imporre il suo marchio ideologico sulla natura del lavoro fatto dal ramo esecutivo. Le Corti hanno caratterizzato questo marchio come "discrezionalità".
Così, quando esercitano questa discrezionalità, alcuni presidenti virano verso l'autorità, altri verso la libertà. John Adam perseguì un deputato le cui critiche gli avevano provocato una cattiva fama, un atto protetto dal Primo Emendamento e tuttavia punibile ai sensi delle Alien and Sedition Acts, e Thomas Jefferson rinunziò ad applicare le Acts perché esse punivano la parola e graziò tutti i condannati. Jimmy Carter affermò una vasta autorità regolamentare  federale sulle industrie delle aviolinee e del trasporto su gomma, e Ronald Regan disfece pressoché interamente tutto ciò.
Il Presidente dispone di una discrezionalità nell'adattare l'applicazione della legge ai bisogni del tempo e al suo modo di leggere ciò che desidera il popolo americano. E tuttavia questa discrezionalità ha una luce-guida seria ed obbligatoria, esattamente il fatto che il Presidente la userà fedelmente.
La parola "fedelmente" appare nel giuramento prestato da ogni Presidente all'atto dell'insediamento. La ragione per il suo uso è quella di assicurare gli americani che i loro desiderata per il comportamento del governo, così come sono manifestati nella legge scritta, saranno applicati perfino se il Presidente personalmente non è d'accordo con le leggi che ha giurato di applicare.
Ciò non ha sempre funzionato come preventivato. Il Presidente George W.Bush una volta, cosa famosa, convalidò una norma per la quale una legge proibiva agli agenti federali di leggere, senza un mandato di perquisizione, posta indirizzata a persone che non fossero loro stessi. E lui, senza neppure aver posato la penna, dichiarò che egli non aveva intenzione di applicare quella disposizione. Ciò costituì un rigetto dei suoi doveri presidenziali ed una violazione del suo giuramento.
Ma oggi il Presidente Obama ha così distorto il concetto di discrezionalità, ha così rigettato l'obbligo di una fedele applicazione della legge, che il suo lavoro come capo di coloro che applicano la legge è divenuto quello di una follia da incompetenti o del capo dei violatori della legge. Una volta dopo l'altra, in ambiti tanto diversi quanto le libertà civili, l'immigrazione, gli affari esteri e la politica sanitaria, il Presidente ha dimostrato una propensione al rigetto del proprio giuramento e al danneggiamento alla nostra fabbrica della libertà che non può essere facilmente riparato da un successore.
Esempio: Egli ha permesso l'incostituzionale e illimitato spionaggio di tutti gli americani, tutto il tempo, ed ha inviato i suoi agenti a mentire e a fuorviare gli americani e i loro rappresentanti in Congresso al riguardo. Ciò ha condotto ad una cultura federale nella quale i supposti servitori del popolo sono divenuti i nostri permanenti ed intimi sorveglianti, che poi fanno la spia su ciò che osservano.
Esempio: Egli ha permesso ad immigranti illegali di rimanere qui e di continuare ad infrangere la legge, e li ha istruiti sul modo di non subirne conseguenze. I suoi incoraggiamenti hanno condotto al flusso di decine di migliaia di bambini non accompagnati che sono stati fatti entrare passando al di sopra delle nostre frontiere. Ciò ha dato luogo ad uno shock culturale per i bambini ora usati come pegni politici, il deterioramento delle loro vite e l'imposizione d gravosi fardelli finanziari sui governi degli Stati e sulle autorità locali.
Esempio: I suoi agenti hanno fomentato una rivoluzione in Libia che ha condotto all'assassinio del leader del Paese, all'uccisione dell'ambasciatore statunitense e all'evacuazione dell'ambasciata americana. I suoi agenti hanno fomentato una rivoluzione in Ucraina che ha condotto all'invasione russa, a un'attiva ribellione, a vergognose elezioni e all'uccisione di centinaia di innocenti passeggeri che volavano su un aeroplano commerciale.
Esempio: Egli ha inviato agenti della CIA a combattere guerre non dichiarate e segrete in Yemen e in Pakistan, ed ha inviato droni senza pilota ad uccidere lì degli innocenti. Egli si è vantato che una qualche segreta interpretazione di leggi pubbliche positive gli permette di uccidere chiunque egli voglia, anche degli americani e i loro figli.
Esempio: Il suo Dipartimento di Stato ha trattato Hamas - una gang di assassini senza scrupoli il cui scopo dichiarato è la distruzione di Israele - come se le sue affermazioni fossero legittime finezze diplomatiche meritevoli di uno Stato, e ciò ha incoraggiato Hamas a persistere nell'attaccare il nostro serio alleato nel Medio oriente.
Esempio: Il suo Dipartimento degli Affari riguardanti i Veterani ha talmente negletto i pazienti negli ospedali governativi che molti di loro sono morti, ed esso ha perfino distrutto le documentazioni per nascondere i suoi misfatti. Il suo Internal Revenue Service ha applicato la legge più pesantemente nei confronti dei suoi oppositori politici che contro i suoi amici, ed ha distrutto la documentazione nei computer allo scopo di nascondere i suoi misfatti.
Esempio: Egli ha sollevato i suoi amici dal fardello di una tempestiva obbedienza  all'Obamacare, ed ha posto il fardello sui suoi nemici, con stravaganti interpretazioni di quella legge, perfino interpretazioni che sono state rigettate dallo stesso Congresso che ha votato la legge e interpretazioni che sono state invalidate dalla Corte Suprema.
Ha fatto tutte queste cose con fredda indifferenza, ed ha minacciato di continuare a far così finché la pressione non si accumuli sui suoi oppositori politici fino a che vedano le cose alla sua maniera.
I Padri Fondatori non potevano immaginare un presidente così privo di fedeltà alla regola della legge che fosse quasi impossibile distinguere fra l'incompetenza e la totale illegalità, ed io non saprei dire che cosa sia peggiore. L'arcivescovo Fulton Sheen spesso diceva che avrebbe preferito avere a che fare con un diavolo intelligente che con uno stupido.
Ma i Padri Fondatori ci diedero un rimedio, e quel rimedio non è una frivola procedura giudiziaria che le corti federali senza dubbio rigetterebbero come un'acrobazia politica. Il rimedio è la rimozione dalla carica. Ciò non è qualcosa che si debba intraprendere alla leggera, come è stato l'ultima volta che questo rimedio è stato usato. Ma è il mezzo costituzionale che ci rimane per salvare le libertà che la Costituzione intendeva garantire.
La scelta fra altri due anni di governo per decreto o due anni di procedimento. È una scelta che il Presidente ha imposto a tutti noi.
giudice Andrew Napolitano, The Washington Times, 31 luglio 2014
(Trad. di Gianni Pardo)

Questo testo è notevole per la sua firma: un giudice sa benissimo che può essere chiamato a rispondere delle proprie affermazioni. È notevole anche per la bellicosa passione civile che lo anima. Ma una cosa è sicura: anche a fare la tara di tutto ciò che si è letto, ne rimane sempre abbastanza per non avere la tentazione di beatificare Obama (NdT).

Is the President Incompetent or Lawless?
Judge Andrew Napolitano | Jul 31, 2014
It has been well established under the Constitution and throughout our history that the president's job as the chief federal law enforcement officer permits him to put his ideological stamp on the nature of the work done by the executive branch. The courts have characterized this stamp as "discretion."

Thus when exercising their discretion, some presidents veer toward authority, others toward freedom. John Adams prosecuted a congressman whose criticism brought him into disrepute, an act protected by the First Amendment yet punishable under the Alien and Sedition Acts, and Thomas Jefferson declined to enforce the Acts because they punished speech, and pardoned all those convicted. Jimmy Carter asserted vast federal regulatory authority over the trucking and airline industries, and Ronald Reagan undid nearly all of it.
The president has discretion to adapt law enforcement to the needs of the times and to his reading of the wishes of the American people. Yet that discretion has a serious and mandatory guiding light -- namely, that the president will do so faithfully.
The word "faithfully" appears in the oath of office that is administered to every president. The reason for its use is to assure Americans that their wishes for government behavior, as manifested in written law, would be carried out even if the president personally disagrees with the laws he swore to enforce.
This has not always worked as planned. President George W. Bush once famously signed into law a statute prohibiting federal agents without a search warrant from reading mail sent to persons other than themselves -- and as he was literally holding his pen, he stated he had no intention of enforcing it. That was a rejection of his presidential duties and a violation of his oath.
But today, President Obama has taken the concept of discretion and so distorted it, and has taken the obligation of faithful enforcement and so rejected it, that his job as chief law enforcer has become one of incompetent madness or chief lawbreaker. Time after time, in areas as disparate as civil liberties, immigration, foreign affairs and health care, the president has demonstrated a propensity for rejecting his oath and doing damage to our fabric of liberty that cannot easily be undone by a successor.
Item: He has permitted unconstitutional and unbridled spying on all Americans all the time, and he has dispatched his agents to lie and mislead the American people and their elected representatives in Congress about it. This has resulted in a federal culture in which the supposed servants of the people have become our permanent and intimate monitors and squealers on what they observe.
Item: He has permitted illegal immigrants to remain here and continue to break the law, and he has instructed them on how to get away with it. His encouragement has resulted in the flood of tens of thousands of foreign unaccompanied children being pushed across our borders. This has resulted in culture shock to children now used as political pawns, the impairment of their lives and the imposition of grievous financial burdens upon local and state governments.
Item: His agents fomented a revolution in Libya that resulted in the murder of that country's leader, the killing of the U.S. ambassador and the evacuation of the U.S. embassy. His agents fomented a revolution in Ukraine that resulted in a Russian invasion, an active insurgency, sham elections and the killing of hundreds of innocent passengers flying on a commercial airliner.
Item: He has dispatched CIA agents to fight undeclared and secret wars in Yemen and in Pakistan, and he has dispatched unmanned drones to kill innocents there. He has boasted that some secret reading of public positive law permits him to kill whomever he wishes, even Americans and their children.
Item: His State Department has treated Hamas -- a gang of ruthless murderers whose stated purpose is the destruction of Israel -- as if it were a legitimate state deserving of diplomatic niceties, and this has encouraged Hamas to persist in attacking our only serious ally in the Middle East.
Item: His Department of Veterans Affairs has so neglected patients in government hospitals that many of them died, and it even destroyed records to hide its misdeeds. His Internal Revenue Service has enforced the law more heavily against his political opponents than against his friends, and it has destroyed government computer records in order to hide its misdeeds.
Item: He has relieved his friends of the burdens of timely compliance with Obamacare, and he has burdened his enemies with tortured interpretations of that law -- even interpretations that were rejected by the very Congress that enacted the law and interpretations that were invalidated by the Supreme Court.
He has done all these things with a cool indifference, and he has threatened to continue to do so until the pressure builds on his political opponents to see things his way.
The Framers could not have intended a president so devoid of fidelity to the rule of law that it is nearly impossible to distinguish between incompetence and lawlessness -- and I am not sure which is worse. Archbishop Fulton Sheen often said he'd prefer to deal with a smart devil than a stupid one.
But the Framers did give us a remedy, and the remedy is not a frivolous lawsuit that the federal courts will no doubt reject as a political stunt. The remedy is removal from office. This is not to be undertaken lightly, as was the case when this remedy was last used. But it is the remaining constitutional means to save the freedoms the Constitution was intended to guarantee.
The choice is between two more years of government by decree or two years of prosecution. It is a choice the president has imposed upon us all



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POLITICA
8 agosto 2014
REPETITA NON IUVANT
Uno può anche giustamente vergognarsi di scrivere per l'ennesima volta la stessa cosa: ma che cosa fare, se in tanti continuano a dire le stesse cose prive di senso?
In questi giorni abbiamo saputo che il nostro pil, invece di avere lo sperato aumento dello 0,8%, ha avuto una diminuzione dello 0,2%, prolungando una stagnazione che sembra durare da tempo immemorabile. E a questo punto tutti - da Mario Draghi in giù, incluso un giornalista straniero come Alan Friedman - si sono messi a ripetere che nessuno vive un'epoca d'oro ma i Paesi che hanno fatto le necessarie riforme - persino la sfortunata Grecia - sono in via di più o meno pronunciata ripresa, mentre l'Italia è il fanalino di coda. Ci hanno ricordato che la soluzione non è la flessibilità della spesa (traduzione, permesso di fare ulteriori debiti) e che questo Paese ha piuttosto bisogno di una giustizia certa e veloce, di un mercato del lavoro meno ingessato, di una burocrazia meno paralizzante, di un fisco meno opprimente. Insomma la solita lista della spesa, come se non la conoscessimo a memoria. E perché queste dichiarazioni possono essere considerate insensate? Non certo per il loro contenuto: per il loro destinatario. Se un uomo, oltre ad essere diabetico e cardiopatico, si ubriaca tutti i giorni, è obeso, fuma come un comignolo e non fa moto, è inutile chiedersi di che cosa avrebbe bisogno. L'unica domanda da porsi è: è disposto ad ascoltare i consigli? E li applicherà, in concreto? Perché se la risposta è no, meglio risparmiare i soldi del medico. Meglio non ripetere cose prive di efficacia reale. Meglio chiedersi che cosa fare non appena a quel tale verrà il coccolone che s'è cercato.
Tutti ripetono al Primo Ministro Renzi che il Paese, prima che delle riforme istituzionali, ha bisogno delle riforme "strutturali". E dovrebbe farle, a costo di giocarsi il consenso, a costo di farsi dei nemici, a costo di sbattere contro un muro. Bella retorica guerresca. Ma il realismo impone un'altra domanda: quale che sia l'impegno di Renzi, c'è modo di ottenerle, quelle riforme? Infatti non è che se le possa votare da sé. Non solo per farle non basta il suo partito, ma questo stesso partito è diviso, al riguardo. E non lo sosterrebbe. Figurarsi gli altri. L'amore del contrasto fazioso che si è visto in occasione della riforma del Senato diverrebbe passione divorante nel momento in cui si volessero liberalizzare i licenziamenti, imbrigliare il complesso di onnipotenza dei magistrati, ridurre i finanziamenti statali per abbassare la pressione fiscale e il resto. A quel punto i parlamentari insorgerebbero come un sol uomo, sapendo perfettamente che più alto fosse il loro grido, più loro sarebbero apprezzati dagli elettori. E poi potrebbero passare all'incasso se si andasse a nuove elezioni. L'ingenuo potrebbe chiedere: ma quei parlamentari non si rendono conto che così facendo danneggiano la Patria? Sono talmente sciocchi, talmente egoisti, talmente immorali? Risposta: sì. 
Quello che qui si scrive ha, agli occhi di molti, qualcosa di indecente. "Ma a sentire te non abbiamo speranza! Ma a sentire te dovremmo suicidarci! Ma a sentire te tutti gli altri sono imbecilli e soltanto tu hai ragione!" Come se il problema fosse questo, se qualcuno ha ragione o torto. La domanda è invece: "È la verità?"
Matteo Renzi è uno straordinario comunicatore. È capace di vendere frigoriferi al polo e termosifoni nel Congo. È capace di promettere la Luna e d'indurre tutti a sperare. Dà per fatte ( "Abbiamo ridotto la pressione fiscale!") cose che non soltanto non ha fatte, ma non potrà nemmeno fare. Ma ciò non significa che la realtà cambierà per fargli piacere. O per far piacere a noi.
Mario Draghi ha in qualche modo accennato al fatto che, se l'Italia non è capace di attuare le grandi riforme strutturali di cui ha bisogno, l'Unione Europea dovrebbe imporgliele. È un modo di riconoscere che il cardiopatico diabetico potrà essere indotto a più miti consigli soltanto se lo si ricovera in Trattamento Sanitario Obbligatorio, se cioè lo si tratta come un pazzo. Se gli si impedisce di mangiare, di ubriacarsi, e nel frattempo gli si inietta insulina e magari lo si opera al cuore. Purtroppo nella realtà l'obeso è uno Stato sovrano che ha anche il diritto di suicidarsi. Ecco perché, partendo dall'alto, Mario Draghi, il presidente Napolitano, Matteo Renzi, i giornalisti italiani e stranieri, e gli stessi italiani è bene che si rassegnino. O l'Italia continuerà a vivacchiare, o sarà posta in TSO o infine le verrà il coccolone e smetterà di rimpinzarsi e di ubriacarsi perché non avrà la forza di alzarsi dal letto.
L'Italia uscirà dalla crisi, una volta o l'altra, come no. Ma non per sua volontà.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
8 agosto 2014

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ECONOMIA
7 agosto 2014
DEDICATO AGLI ECONOMISTI
Mi capita di inserire qualche articolo in un noto blog che si occupa di economia e di ricevere lì più giudizi taglienti e perfino insulti di quanti ne riceva altrove. La cosa non mi turba, naturalmente. Siamo in democrazia. Mi fa piuttosto uno speciale rimprovero, formulato più volte: i miei articoli non contengono né grafici né numeri. Mi si dice insomma che faccio letteratura. Illuminante al riguardo la nota finale di un signore che, dopo aver dato del cretino ignoto a Mark Twain, a me personalmente ha scritto: "Guardi, io degli scrittori, i filosofi e i poeti non ho nessuna stima, valgono tutti quanto il peggiore tra loro, dato che quel che scrivono è solo un puro passatempo senza alcun risvolto pratico e tangibile. … Morale, ideologia, valori... sono tutte componenti relative, per quanto osannate. E sicuro non mi faccio spiegare da uno che scrive pezzetti goliardici come cavolo si risolve un integrale".
Lo stile è l'uomo, diceva Buffon (non il portiere, il grande naturalista francese): e per buon gusto non lo commenteremo. Infatti più interessante è l'idea secondo la quale ciò che scrivono i filosofi è "senza alcun risvolto pratico e tangibile". La tesi dimostra come si possa arrivare ad un alto livello di competenza nell'ambito degli integrali per poi dimostrare limiti prossimi all'incultura in altri campi. 
Chi ha studiato, sa che la filosofia in origine comprendeva praticamente tutte le forme di conoscenza. Quando Empedocle diceva che gli elementi essenziali sono la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco, si poneva come un precursore di Mendeleev. Aristotele poi era un super-competente in tutti i campi, e in particolare nelle scienze naturali. È solo col tempo che dalla filosofia si sono staccate branche del sapere che oggi sembrano l'opposto di essa. E se ciò è avvenuto molto tardi, è proprio perché è stato necessario attendere che finisse l'ipnosi dell'autorità di Aristotele (ipse dixit), e si avesse il coraggio di volgersi, con Galileo, a un'altra teoria filosofica, quella che preferisce l'esperimento ripetibile alla teoria astratta. E infatti il cardinale Bellarmino non opponeva all'astronomo un diverso esperimento, ma la Bibbia. Troppa gente ignora che il metodo scientifico galileiano è nato come teoria ben prima che la scienza sua figlia cominciasse a raccogliere successi pratici. "Il risvolto più pratico e tangibile" del nostro progresso è dunque figlio della filosofia, non della pratica.
Anche nel campo più precisamente economico l'influenza della "filosofia" è sempre stata molto forte. Le varie teorie - per esempio quella di Colbert - non sono figlie di un calcolo numerico. Si pensi alle interpretazioni - anche devianti - delle teorie di Keynes, che hanno influenzato la guida di intere nazioni. E che dire di quel filosofo di Treviri che aveva la pretesa di aver formulato una teoria scientifica, e che ha fatto più danni al mondo di una decina di carestie? Comunque rimane che le fondamenta stesse dell'economia sono opera di pensatori come Adam Smith, Ricardo, Stuart Mill. 
A proposito di numeri, ha scritto a suo tempo Sergio Ricossa (ora daranno del cretino anche a lui) che è ridicolo che gli economisti scrivano: "fra un anno il pil aumenterà del 2,1%". Con la presunzione del decimale. Nella realtà i fatti si incaricano troppo spesso di smentire le previsioni dei luminari. Il numero sembra prova indiscutibile e in effetti lo è, date le premesse: ma sono le premesse ad essere discutibili.
Se l'economia fosse quella scienza che alcuni credono, fatta di numeri, numeri, numeri, i risultati dovrebbero essere comprovati dai fatti e purtroppo non lo sono. Oggi lo dimostra la crisi di un intero continente. Questi cattedratici, questi consiglieri del principe, questi governanti illuminati ci hanno condotto ad una stagnazione da cui non si sa come uscire. Ciò dimostra quanto opinabili, e in fin dei conti "privi di risvolti pratici e tangibili", siano i loro metodi. Anche se vestiti di grafici e diagrammi. Per una scienza che si vuole "pratica", la mancanza di riscontri "pratici" è esiziale. E infatti si usa dire che, se gli investimenti in Borsa fossero decisi a caso da una scimmia, i risultati non sarebbero molto diversi da quelli ottenuti dai pagatissimi analisti economici. Sergio Ricossa - che diffidava dei numeri, soprattutto di quelli con la virgola - ha scritto che l'inaffidabilità della scienza economica è provata dal fatto che i professori universitari si accontentato del misero stipendio, mentre se fossero in grado di fare serie previsioni sul futuro investirebbero in Borsa e sarebbero miliardari.
I competenti d'economia farebbero bene a rispettare un po' di più gli scrittori, i filosofi e, chissà, quelli che scrivono oroscopi: siamo nell'ambito delle opinioni.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
6 agosto 2014

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POLITICA
6 agosto 2014
IL DENARO VIVE DI VITA PROPRIA
La moneta è fondamentalmente un mezzo di pagamento nato dall'esigenza di superare i difetti del baratto. Infatti i beni non sono indefinitamente conservabili e non sempre permettono la tesaurizzazione (risparmio); non sono frazionabili (non si può dare mezza pecora se non ammazzandola); infine non hanno una qualità standard. E tuttavia il baratto non va dimenticato perché ci ricorda che lo scambio è "cosa contro cosa", non "cosa contro niente", o "cosa contro una speranza". 
Con la cartamoneta, i titoli di credito, le azioni, le banche e il resto, tutto si è  molto complicato. Ma la Stella Polare non ha cambiato posto. Abbiamo superato il baratto, "cosa contro cosa", per passare a "cosa/cartamoneta/cosa". Ma alle due estremità dovrebbe sempre rimanere una cosa. Non è osservazione senza importanza. Se infatti la moneta si gonfia fino a non corrispondere interamente alle cose, se per così dire diviene essa stessa una cosa e la si considera una sostanza, tanto i singoli quanto le nazioni possono trovarsi in guai seri. 
Il risparmio - propensione naturale dettata dalla prudenza - è una possibilità di consumo rinviata in attesa di goderne "un giorno".  Ma mentre un sacco di fagioli messo da parte è un bene reale, nel caso del risparmio monetario si viene ad avere una massa di denaro che non entra in circolazione, e ciò crea il problema di una virtuale inflazione. Infatti, proprio perché c'è una massa di denaro ferma, la moneta effettivamente circolante è notevolmente minore rispetto a quella esistente, con la conseguenza che quella circolante finisce con l'avere, sul mercato, un valore superiore a quello effettivo. La cosa è evidente: se tutti coloro che hanno dei risparmi riversassero improvvisamente quel denaro sul mercato, si avrebbe inflazione. A fronte della massa monetaria totale non esistono sufficienti beni e servizi da comprare al prezzo precedente. 
A causa del risparmio, anche quando non c'è inflazione, c'è un'inflazione potenziale. Un "potere d'acquisto astratto" che si rivelerebbe in buona misura illusorio, se improvvisamente tutti volessero azionarlo.
Nessuno di fatto si accorge di ciò perché la possibilità che i risparmiatori riversino tutti insieme sul mercato il denaro che posseggono è un'ipotesi di scuola. Dunque il loro denaro vive di vita propria. Non serve agli scambi, costituisce soltanto la soddisfazione astratta di chi dice: "Potrei ma attualmente non lo desidero". Ciò permette un aumento abnorme della massa monetaria di cui approfittano soprattutto gli Stati che contraggono debiti. Gli Stati spendono più di quanto incassano, le tesorerie emettono un'enorme quantità di titoli e la gente li tiene da parte come risparmio produttivo di interessi. Scoperto il pozzo di S.Patrizio, lo Stato continua ad incrementare il suo debito, ma nel frattempo deve rimborsare i titoli in scadenza, e lo fa emettendone dei nuovi, in una sorta di ciclo infernale. 
Il gioco può andare avanti piuttosto a lungo, ma il problema è: la catena di S.Antonio può durare indefinitamente? La risposta è no. Già lo dimostrano i ricorrenti fatti di cronaca. I truffatori da prima prosperano, poi invariabilmente finiscono in galera. Il denaro che produce denaro, quasi con una progressione geometrica, è assurdo. Ad esso deve corrispondere una cosa reale, i beni e i servizi, e questi non possono essere artificialmente moltiplicati. Il denaro in sé non esiste, è un sogno che fatalmente verrà presentato all'incasso, e allora si realizzerà o svanirà. 
Attualmente ci si può chiedere: quand'è che i risparmiatori - temendo di vedere il proprio risparmio liquefarsi, dal momento che il debitore non è in grado di onorare i debiti - si precipiteranno tutti insieme a salvare il salvabile? Ognuno può dire la sua, ma una cosa è certa: quel momento arriverà. E se, come avviene attualmente, si ricorre ad un'assurda austerity, non per evitarlo, quel momento, ma soltanto per rinviarlo, c'è da chiedersi se il rimedio non sia peggiore del male.
Il problema non si sarebbe mai posto se la moneta non fosse mai andata oltre i beni e i servizi esistenti o, al massimo, se si fosse concessa soltanto la massa addizionale costituita da quel benefico risparmio dei privati che finanzia la produzione attraverso le banche. Col debito pubblico invece, finché la situazione non scoppia, il risparmio fornisce una rendita parassitaria ai più abbienti, anche stranieri, pagata dai produttori di ricchezza del Paese (imprese e lavoratori). 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
5 agosto 2014

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POLITICA
5 agosto 2014
LA SPESA PUBBLICA NELL'ECONOMIA
C'è chi vede la spesa pubblica come il motore con cui lo Stato può indirizzare l'economia verso la prosperità e chi la vede come una sanguisuga che dissangua il Paese. E infatti, quando si discute di come si potrebbe uscire dalla crisi - rilanciando l'economia e l'occupazione, come suona la giaculatoria - i partecipanti alla discussione si dividono. C'è chi invoca maggiori investimenti dello Stato, anche se non si sa con quali soldi, e chi sogna che lo Stato si faccia una buona volta da parte, lasciando respirare chi lavora e produce ricchezza. Ma bisogna tenersi lontani dalle posizioni troppo nette. Il Capitalismo di Stato e il Capitalismo Selvaggio sono ambedue soluzioni nocive. 
La prima domanda da porsi, in materia di spesa, è se si spenda denaro proprio o altrui. Qualcuno ha infatti formulato un'eccellente teoria, al riguardo. Chi spende denaro proprio nell'interesse proprio cerca di avere il meglio al minor prezzo. Chi spende denaro proprio nell'interesse altrui cerca di fare la migliore figura al minor prezzo: è lo schema del regalo. Chi spende denaro altrui nell'interesse proprio cerca di avere il meglio a qualunque prezzo. Infine chi spende denaro altrui nell'interesse altrui - ed è il caso di chi opera a nome dello Stato - cerca di fare non importa che cosa a non importa quale prezzo, purché gliene venga un'utilità: che sia semplice visibilità, successo elettorale, qualche regalo o perfino vantaggi monetari (corruzione). 
Chi agisce per lo Stato - i cui soldi non hanno un vero sorvegliante - dovrebbe avere infinitamente più scrupoli di chi spende per sé: e invece la tendenza è quella di non badare al conto che infine viene mandato ai contribuenti. Si tratta infatti di denaro altrui nell'interesse altrui. Proprio per questo, soprattutto se il livello morale medio della nazione non è altissimo, bisognerebbe limitare al minimo l'esborso dello Stato. 
La distinzione essenziale è tuttavia un'altra: quella fra spese buone e spese cattive. Immaginiamo un ricco signore che, impietosito dalle condizioni dei disoccupati, ne assuma dieci, assegnando loro il compito di riempire dei secchi d'acqua di mare, per andarli a riversare, sempre in mare, cento metri più lontano. Indubbiamente gli uomini lavorano, indubbiamente non sono più disoccupati e indubbiamente alla fine della giornata sono retribuiti: ma è una buona spesa? Francamente no. Se quel signore voleva fare beneficenza, non c'era ragione che facesse affaticare quei padri di famiglia. Bastava desse loro quel denaro come sussidio di disoccupazione: perché la loro fatica non ha prodotto alcuna ricchezza.
Molto peggiore è il caso in cui lo stesso lavoro sia organizzato dallo Stato. Il ricco signore infatti usa, seppure in modo stupido, denaro proprio, mentre se i lavori denominati pomposamente "socialmente utili" sono organizzati dallo Stato, di fatto sono pagati col denaro dei contribuenti. Cioè con denaro sottratto a chi ha prodotto ricchezza. Se un "consulente" non serve niente, nella Regione Siciliana, siamo vicini al peculato.
Il discorso naturalmente cambia del tutto se, invece di spostare acqua dal mare al mare, i dieci lavoratori costruiscono un asilo nido. In questo caso in linea di principio la spesa non è cattiva. Ecco il discrimine: è buona la spesa che produce un bene o un servizio per avere il quale qualcuno sarebbe disposto a pagare, mentre è cattiva quella per la quale nessuno pagherebbe nulla e che si risolve in un beneficio per qualcuno. 
 Tuttavia l'iniziativa dello Stato dovrebbe essere limitata anche quando si propone di produrre beni o servizi per i quali i cittadini sono disposti a pagare. Infatti la Pubblica Amministrazione ha una bassa produttività e spesso i suoi costi sono superiori ai ricavi. Si pensi alle ferrovie. Ogni volta che qualcosa può essere fatta dallo Stato o dai privati, i privati possono farla a miglior prezzo: non è un principio, è una constatazione. 
Ecco perché è follia sperare che lo Stato rilanci l'economia. Il meglio che esso possa fare è pesare di meno e lasciare agire gli altri.  Una pressione fiscale del cinquanta e passa per cento non è soltanto una palla al piede dell'economia: è un attentato alla democrazia e alla libertà dei cittadini.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 agosto 2014




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POLITICA
3 agosto 2014
RENZI E IL POTERE DELLA PAROLA
Se qualcuno dice: "Guarda, su quel palo c'è un uccello", noi lo cerchiamo e soltanto infine diciamo: "Ma io non lo vedo ". Ciò prova la potenza della parola. Se ci lasciassimo guidare in primo luogo dalla nostra evidenza, non lo cercheremmo e diremmo immediatamente che quell'affermazione è falsa. Non sospetteremmo di non averlo visto. Invece ci rimane sempre il dubbio di qualche nostra incapacità, di qualche sorpresa in agguato: se qualcuno dice che c'è un uccello, un uccello ci dovrebbe essere.
Il meccanismo funziona anche per cose più complesse. È nozione comune che tutti fanno i propri interessi, che nessuno regala niente e che i soldi non crescono sugli alberi. E tuttavia i truffatori fanno fortuna perché la parola ha un potere tanto grande che spesso, sostenuta dall'avidità, la vince sull'evidenza. Il truffato - che pure ha qualche sospetto - si dice: "Mi promette cento, ma può darsi che mi dia cinquanta. E sarebbe ancora un affare". Mentre, se seguisse il buon senso, non spererebbe né cento né cinquanta. Chi promette cento, non solo non darà cinquanta, ma spesso cercherà di ottenere quei cinquanta dall'allocco che gli dà retta.
La parola manifesta tutta la sua potenza nella politica. Non a caso il suo motore centrale si chiama "Parlamento". Dunque non bisogna trattare da affabulatore o, peggio, da truffatore, il grande incantatore di folle: perché è così che funziona la democrazia. Matteo Renzi, ad esempio, è più che probabile che sia in buona fede. Forse crede veramente che, per molti problemi, si tratti soltanto di proporli in modo seducente e di essere abbastanza risoluti. Insomma di travolgere gli ostacoli, anche a costo di qualche sbavatura. Purtroppo, osservata con cinica obiettività, la nostra realtà è ben peggiore di questo quadro ottimistico e non può essere esorcizzata da qualche slogan ben riuscito. Abbiamo un modello sociale, economico e sindacale che impedisce la ripresa: per giunta, benché ci abbia condotti dove siamo, questo modello ha ancora il consenso degli italiani. Abbiamo un erario con le casse vuote. Abbiamo una paralizzante pressione fiscale che esclude ulteriori incrementi. Abbiamo un debito pubblico, titanico e ineliminabile, che continua a crescere. L'Unione Europea ci tiene nel mirino, siamo nell'impossibilità di contrarre nuovi debiti e in più siamo sotto la costante minaccia di un possibile allarme delle Borse che potrebbe far saltare il banco. In queste condizioni, tenendo conto dell'immobilismo della stessa società italiana e non disponendo di nessuna leva azionabile per quadrare il circolo, con quale coraggio promettere la Luna? 
E tuttavia il potere della parola ha fatto sì che la gente si sia detta: Renzi promette quattro riforme in quattro mesi, ma se ne facesse tre, non sarebbe grasso che cola? E se anche ne facesse due, non sarebbe sempre meglio di niente?
C'è in giro una disperata volontà di credere alle promesse e alle buone notizie ma i messaggi della realtà sono lo stesso chiaramente negativi. E infatti dopo sette mesi l'imprudente fiorentino sta soltanto faticosamente tentando di far arrivare in porto le due uniche riformette - quella del Senato e quella della legge elettorale - che non costano un euro e non vanno contro gli interessi di qualche categoria con diritto di veto. La delusione comincia a serpeggiare. Già la manifestano, fra gli altri, alcuni opinionisti di grande peso. Vittorio Feltri segnala che forse il giovane Primo Ministro comincia ad essere scaricato dai "poteri forti", Luca Ricolfi che il ritorno della politica è da salutare con piacere, a meno che essa non creda di risolvere problemi complessi prescindendo dai competenti e gettando il cuore oltre l'ostacolo. Qualche giorno fa Angelo Panebianco ci ricordava che "per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice e sbagliata". Insomma, non serve descriverci l'uccello sul palo, se proprio non lo vediamo.
E tuttavia la delusione è ingiustificata. I giuristi romani dicevano che nessuno è tenuto a realizzare cose impossibili e qui si potrebbe aggiungere che comunque nessuno, anche se ci provasse, può realizzarle. Chi ci vuol credere ad ogni costo, poi non può incolpare gli altri se non si verificano. 
Matteo Renzi è probabilmente colpevole di avere in primo luogo ingannato sé stesso. E se molti italiani gli hanno in parte creduto è perché sono presi alla gola dal bisogno di non vedere tutto nero, di intravedere una novità, di avere una speranza. Foss'anche quella di un generoso tentativo di scuotere il Paese dalla catalessi. Purtroppo, l'unica cosa di cui disponiamo in abbondanza sono le parole, ed esse sono flatus vocis, soltanto aria. Non pesano nulla.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
3 agosto 2014




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politica interna
2 agosto 2014
CHE SUCCEDE AL SENATO?
"Che cos'è questa faccenda del Senato?" Chi pone questa domanda appare poco informato. Forse guarda i parlamentari che si accapigliano a Palazzo Madama come si guardano i pesci nell'acquario, uno spettacolo più per gli occhi che per le orecchie. Ma sarebbe un giudizio sbagliato. Infatti il disinteresse ha una sua giustificazione. 
In qualunque Paese le istituzioni valgono quanto le persone in cui si incarnano. Il sistema giuridico e giudiziario italiano è fatto in modo da prevedere i singoli casi con le loro più sottili sfumature e per vietare che il potere del singolo possa trasformarsi in prevaricazione. Nel sistema della common law, invece, il magistrato è molto più libero e tuttavia la giustizia britannica è migliore della nostra. Ed anche il magistrato inglese è molto più rispettato del magistrato italiano. Tutto ciò conferma che è inutile avere leggi particolareggiate, e magari rinnovarle ad ogni stormir di fronde, se poi quelle stesse leggi non sono applicate o sono applicate male.
Tutto ciò vale anche per il Senato. Noi abbiamo il sistema del bicameralismo perfetto: le due Camere hanno esattamente gli stessi poteri e una legge, per essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, deve essere approvata nell'identico testo da ambedue i rami del Parlamento. Se uno dei due riceve la legge votata dall'altro e la modifica, poi la legge deve tornare al mittente e questi deve approvarla di nuovo. Sempreché non la rimodifichi a sua volta, nel qual caso… È evidente che in queste condizioni passano i mesi e a volte gli anni. Dunque si dice: aboliamo il Senato e si potrà finalmente governare l'Italia. Magari fosse così.
Innanzi tutto l'Italia produce già troppe leggi. Anche con questo sistema tardigrado. Dunque dovrebbe produrne di meno e applicarle sul serio, invece di modificarle continuamente. Poi è vero che il bicameralismo può essere usato per stupide affermazioni "di principio", per ritardare l'iter di una legge e perfino per infinite logomachie: ma se ambedue i rami del Parlamento avessero una maggioranza stabile e disciplinata, già oggi una legge potrebbe essere votata in breve tempo. Invece da un lato gli stessi parlamentari della maggioranza a volte disobbediscono al loro partito, dall'altro le minoranze sono sempre felici se possono tendere un agguato per votare qualcosa di assurdo e mettere in imbarazzo il governo. Non è il sistema, che è sbagliato, è l'uso che se ne fa. Il Parlamento è il teatro in cui va in scena la faziosità nazionale.
Il Senato rallenta la produzione legislativa ma può ancora essere utile contro la malafede parlamentare. Nel caso per qualsivoglia ragione si voti qualcosa di patentemente sbagliato, o contrario alla volontà della maggioranza legittimata dalla volontà popolare, la legge può tornare all'altro ramo del parlamento e c'è modo di correggerla. Paradossalmente - quando in questi giorni la minoranza è riuscita a far passare un suo emendamento - l'ha riconosciuto quel Matteo Renzi che dell'abolizione del bicameralismo perfetto si è fatto l'alfiere. Qualcuno avrebbe dovuto chiedergli se per caso lei non fosse colui che vuole abolire questa possibilità di correzione: ma il giovanotto è troppo simpatico perche gli si facciano domande scomode.
L'attuale battaglia del Senato non è tanto tragica perché si rischia di veder approvata la riforma di Renzi-Berlusconi, o di non vederla approvata: infatti si rischia molto di non riuscire a distinguere i buoni dai cattivi. È tragica perché si discute tanto su questo argomento mentre l'Italia va a rotoli e c'è da prevedere che con l'uno o l'altro sistema saremo lo stesso mal governati. 
Questo governo, mentre promette mari e monti, si impegna nelle riforme del Senato e della legge elettorale per darsi l'aria di essere decisionista. In realtà si occupa di iniziative a costo zero che non influiscono sulla vita degli italiani. E infatti non vediamo traccia di veri tagli della spesa, della liberalizzazione del lavoro, della riforma della giustizia o della Pubblica Amministrazione, niente di ciò che potrebbe salvarci. 
Noi affondiamo nella melma ogni giorno di più. Quando l'incaricato Cottarelli minaccia di dimettersi, denunciando che invece di ridurre la pressione fiscale si finanziano nuove spese con la semplice previsione dei futuri risparmi, Renzi dice che si potrà continuare senza di lui. Certo, per non tagliare non si ha bisogno di nessuno. 
Al Senato gridano e si scalmanano, e i più distratti potrebbero pensare che tutti costoro stiano agendo. Di fatto i più appassionati - come sempre - sono i frenatori. E se si scatenano così quando non si modifica niente d'importante, figurarsi quando veramente si proporrà di cambiare il Paese. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 agosto 2014

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