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politica interna
30 luglio 2014
SI PUO' PIANGERE SULL' "UNITA'" ?
Il bon ton vuole che, ogni volta che chiude un giornale, ci si improvvisi prefiche. Anche se di quel giornale si è sempre detto peste e corna. Il principio è che tutte le voci sono utili per la completezza dell'informazione. E comunque, anche ad essere inaccettabili, dimostrano quella libertà di stampa che è presidio centrale della democrazia. 
Tutto ciò dovrebbe valere anche per l' "Unità",  che oltre tutto ha una lunga storia. È stato fondato da Antonio Gramsci nel 1924, ed è stato il giornale ufficiale del Pci. Il più grande partito comunista del mondo libero che era stanco di essere tale. E tuttavia sulla morte di questo foglio sarà pure lecito non versare neanche una lacrima.
Molti attribuiscono a Voltaire d'avere sostenuto questa regola di tolleranza: "Non sono d'accordo con te, ma sono disposto a battermi fino alla morte per sostenere il tuo diritto di esprimerla". Può darsi che sia una citazione di fantasia - come quell' "Elementare, Watson", che non si trova in nessun libro di Arthur Conan Doyle - ma, che l'abbia formulato o no Voltaire, è un eccellente principio democratico. E tuttavia anche i principi hanno dei limiti. In particolare non ci si può spingere fino ai applaudire chi ha lottato contro la democrazia ed ha tentato di togliercela.
L' "Unità" non è stata l'organo di un partito qualunque. È stato un giornale che ha scientemente ingannato i suoi lettori con menzogne colossali. Ha cercato di farci rifiutare quel piano Marshall che tanto ci aiutò nella ricostruzione. Ha parlato di Stalin come di un benefattore, uno dei più grandi dell'umanità. Ha trattato il "sospetto" dei gulag come di una calunnia, e le "purghe" degli Anni Trenta come di un meritorio fenomeno giudiziario. Ha per anni descritto la vita nell'Unione Sovietica come il paradiso dei lavoratori, in piena libertà e in piena prosperità, mentre la realtà, che i dirigenti non potevano non conoscere era che la Russia intera era una prigione a cielo aperto in cui, salvo ad essere membri importanti del partito, si faceva la fame. E tutto questo è continuato anche dopo la Seconda Guerra Mondiale. Alla morte di Stalin, e poco prima che perfino il Segretario del P.c.u.s. ne rivelasse la natura orrendamente criminale, l' "Unità" lo ha glorificato in modo tale che ancora tutti ce lo ricordiamo. E non contenta, tre anni dopo, mentre i carri armati sovietici soffocavano nel sangue la rivoluzione ungherese, l' "Unità" (e Giorgio Napolitano con essa) sostenevano che quella non era una rivoluzione di popolo, era un movimento di terroristi controrivoluzionari sovvenzionati dall'Occidente per abbattere un governo voluto dal popolo.
L' "Unità" ha per molti decenni sostenuto le tesi più sballate, dannose, calunniose e a volte persino criminali che si potessero immaginare. E ciò malgrado è stata seguita come un vangelo da chi era disposto a chiudere gli occhi sulla realtà. Come scriveva ironicamente Giovannino Guareschi, per negare un fatto bastava dire: "Compagno, l' "Unità" non lo dice". E quel quotidiano ha a lungo vagheggiato che anche in Italia si instaurasse, come a Bucarest o a Varsavia, un governo fantoccio agli ordini di Mosca.
Non si può rimpiangere la morte dell' "Unità", che fra l'altro, a giudicare dai precedenti, non è nemmeno detto che sia definitiva: quel giornale è già resuscitato due o tre volte. Se oggi muore ancora una volta è perché annientato dal disinteresse dei lettori e dai debiti non pagati. Inutile titolare "Hanno ucciso l' "Unità"". Innanzi tutto perché, se vogliamo parlare di delitti, è più grave il crimine da esso commesso per decenni,  assassinando la verità al seguito di quell'altro spudorato giornale che si chiamava appunto "Verità" (Pravda, in russo). E poi non è stato affatto "assassinato": è soltanto divenuto irrilevante. Si è rivelato un alfiere di idee valide quanto la teoria del flogisto. Se avesse continuato a vendere centinaia di migliaia di copie, come negli anni Ottanta del secolo scorso, non avrebbe certo chiuso. 
È una sorta di ironia del destino che lo faccia chiudere quel mercato che Marx aborriva, dimostrando ancora una volta che la realtà economica può essere comunista soltanto se sostenuta dalla forza. In quel caso, riesce anche ad imporre il giornale del partito.
I nipoti di Togliatti, che oggi lo piangono, dovrebbero rendersi conto che l' "Unità" è l'eco sopravvissuta di una storia e di una mentalità che hanno fatto troppo male ai poveri  e ai lavoratori per essere perdonate.
Solo chi è molto giovane, e comunque soltanto chi non ha conosciuto l' "Unità" degli anni d'oro, può considerarla un giornale qualunque. Chi ha vissuto quegli anni oggi sarebbe piuttosto disposto a piangere sulla chiusura di un giornale pornografico che sul giornale fondato da Antonio Gramsci. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 luglio 2014


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politica estera
30 luglio 2014
LE REGOLE DELLA VERA GUERRA


Nel numero del 29 luglio di "Stratfor", George Friedman comincia il suo articolo con le parole: "We have long argued that the Arab-Israeli conflict is inherently insoluble", abbiamo a lungo sostenuto che il conflitto arabo-israeliano è intrinsecamente insolubile. Anche se la tesi è attenuata dal fatto che, giustamente, il grande politologo non reputa eterna nessuna situazione. La Francia e l'Inghilterra si sono a lungo affrontate ma quello scontro è finito da molto tempo. Friedman dunque attualmente constata uno stallo, ma accredita il futuro di soluzioni inattese e più probabilmente favorevoli ai palestinesi che agli israeliani. Infatti costoro ben difficilmente potranno essere più forti e più in sicurezza di quanto siano oggi. 
La tesi è ragionevole ma forse non tiene conto di un importante fattore. Il modo di considerare la guerra è profondamente cambiato con la Seconda Guerra Mondiale. Fino ad allora, non solo si è combattuto come si era sempre fatto, cioè accettando la morte di molti dei propri soldati e soprattutto lo sterminio dei soldati nemici, ma si è inaugurato un nuovo tipo di conflitto: la guerra totale, quella che coinvolge la popolazione civile. Allora nessuno si fece scrupolo di usarla. Anche se Hitler, oltre agli impressionanti bombardamenti aerei su Londra, Coventry ed altre città, usò le V1 e le V2, il massimo delle vittime lo fecero gli Alleati, radendo al suolo buona parte delle principali città tedesche.
Prima la guerra si svolgeva in campagna - e campagna è perfino sinonimo di guerra - poi si è svolta in città; prima si tendeva a piegare la volontà del nemico, poi ad eliminarlo dalla faccia della terra (i tedeschi riguardo agli ebrei) oppure a renderlo schiavo (il programma per i russi). Nel caso che il nemico resistesse troppo, per fiaccarne la volontà si sterminavano civili innocenti a decine di migliaia, come  fecero gli Alleati in Germania. Infine le bombe di Hiroshima e Nagasaki dissero chiaramente: "O vi arrendete o vi uccideremo tutti. A centomila alla volta".
Naturalmente tutto questo è stato orribile. Al punto che, finita la Seconda Guerra Mondiale, si è riproposto ed esagerato lo scenario pacifista del primo dopoguerra. Mai più guerra, mai più massacri di civili. Gli Stati, invece di combattersi, devono riunirsi nell'Onu. E se proprio c'è da fare una guerra, che sia la meno cruenta, anzi, la più gentile possibile. 
Ciò ha fatto sì che le grandi potenze, quando hanno ritenuto di non poterne fare a meno, abbiano combattuto "con un braccio legato dietro la schiena". Cercando cioè di non fare troppe vittime fra i nemici, militari o civili, e cercando anche di non perdere uno solo dei propri soldati: ciò si è visto in particolare durante l'invasione dell'Iraq. Le guerre sono state combattute tanto di malavoglia che ci si è sostanzialmente impegnati a non versare sangue. Se gli americani avessero bombardato Hanoi come hanno bombardato Berlino, oggi quella città sarebbe moderna, anonima e insapora come Hannover o Dresda.
Oggi si dà per scontato che chi entra in guerra, condizionato dal proprio stesso livello di civiltà, lo fa imponendo a sé stesso molte limitazioni. Anche se alcuni musulmani non si sono fatti scrupolo di usare scudi umani sperando che siano massacrati, di sequestrare aerei civili, di uccidere atleti innocenti a Monaco di Baviera, di sterminare civili ignari con attentati terroristici, arrivando fino all'orrore dell'Undici Settembre, le potenze occidentali sentono il dovere di non commettere quelle che oggi sono considerate atrocità. Ed anche gli israeliani seguono queste regole. A smentire le calunnie degli antisemiti basterebbe dire che se essi bombardassero Gaza City come gli inglesi hanno bombardato Dresda, in quella città i morti si avvicinerebbero al milione.
Oggi Friedman ha ragione, ma forse ha torto per il futuro. Se la situazione degli israeliani peggiorasse - o per una loro perdita di potenza, o per un aumento di potenza dei palestinesi e soci - non è detto che l'esito sarebbe la loro sconfitta e la loro cacciata dalla Palestina. Innanzi tutto perché non avrebbero dove andare. Poi perché Hamas e gli altri non desiderano che se ne vadano, li vogliono sterminare. E dal momento che la loro alternativa, nel caso di una vera guerra, è tra vittoria e morte, c'è da temere che al bisogno si ricorderanno che sono stati loro stessi a legarsi un braccio dietro la schiena. Quel giorno - vista la tecnologia di cui dispongono - gli arabi che li circondano potrebbero accorgersi che fino ad oggi Gerusalemme ha soltanto scherzato. 
È questo il particolare di cui Friedman sembra non aver tenuto conto. 
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
29 luglio 2014 (1)George Friedman, Stratfor Gaming Israel and Palestine, Geopolitical Weekly, TUESDAY, JULY 29, 2014


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ECONOMIA
27 luglio 2014
LA TIRANNIA DELL'ARITMETICA
Avevo un amico che si chiamava Amico di cognome. Era una persona molto gradevole che purtroppo soffriva di calcoli renali. Quando aveva degli attacchi soffriva orribilmente (una volta ho dovuto fare dieci chilometri in automobile per andare ad iniettargli un antidolorifico) ma aveva troppa paura dei chirurghi per farsi operare. E così avvenne che ebbe una crisi più grave delle altre e ci lasciò le penne. Ciò posto, sarebbe stato crudele chi, prima, si fosse augurato che avesse una crisi dolorosissima, in modo che si rassegnasse a farsi operare quando ancora avrebbe sopportato benissimo l’intervento? Se così fosse andata, oggi ci ritroveremmo ancora per delle belle cenette in famiglia.
A tutto questo ho pensato quando ho scoperto che desidero ardentemente che Etihad si ritiri dalle trattative e che l’Alitalia fallisca. Qualcuno sarà scandalizzato: come si può desiderare il fallimento della compagnia di bandiera? Come si può desiderare che quindicimila persone perdano improvvisamente il lavoro? Ma forse, avrebbe detto Polonio, c’è un metodo nella mia follia.
Il problema dell’Alitalia dura da molto tempo e la sua dirigenza non l’ha mai risolto semplicemente perché da ogni parte si è sempre reputato che lasciar fallire quella compagnia sarebbe stato inconcepibile. Tanto i suoi dipendenti quanto i suoi sindacati hanno sempre discusso tutto - stipendi, livelli occupazionali, condizioni di lavoro - partendo dal presupposto che comunque fosse andata, anche ad obbligare la società a lavorare in perdita, l’impresa non avrebbe chiuso. È questo che ci ha condotti ad avere, da anni, una compagnia di bandiera che produce deficit. Per ripianare le perdite si sono avute ripetute iniezioni di liquidità, pudicamente chiamate aumenti di capitale, e in questo campo gravemente colpevole è stato anche Silvio Berlusconi che anni fa si è intestardito a salvare quel carrozzone. Dimenticando che non si possono raddrizzare le gambe ai cani.
Oggi l’Alitalia è come sempre gravemente in rosso e c’è un ricco emirato, forse fin troppo ottimista, disposto a metterci dei soldi se cambiano alcune cose, in particolare se si riduce il personale. Ma i sindacati e i lavoratori non accettano queste condizioni. Il posto di lavoro è sacro. Anche se non serve a niente, anche se non ci sono i soldi per pagarlo, il lavoratore non può essere mandato a spasso o in cassa integrazione, né lui né le altre migliaia di colleghi in esubero: i soldi si devono trovare. E se non si trovano, ce li deve mettere lo Stato. I trattati dell’Unione Europea lo vietano? E che importa? Di dove trovare i soldi si può discutere, del fatto che comunque vanno trovati no. 
Ecco perché si può desiderare ardentemente che l’Alitalia fallisca. Naturalmente nessuno si nasconde il dramma di migliaia di famiglie, improvvisamente private del reddito cui erano abituate. Ma non è un dramma diverso da quello vissuto dalle centinaia di migliaia di lavoratori che in questi anni hanno perso il lavoro. Non è che la famiglia del commesso di negozio licenziato – cui nessuno neanche immagina di fornire un sussidio – soffra di un tipo di fame diverso da quello di chi prima guadagnava parecchie migliaia di euro al mese. In un’Italia in cui il mercato del lavoro è anchilosato, riciclarsi dopo che si è perduto un impiego è impresa pressoché impossibile, anche perché l’intera retorica nazionale è concentrata a proteggere chi un lavoro l’ha già, non chi non l’ha o non l’ha più.
E tuttavia il fallimento di una grande impresa insegnerebbe forse all’Italia, una volta per tutte, che nessuno può operare stabilmente in perdita. E ciò vale tanto per l’artigiano dell’angolo quanto per le grandi compagnie. È già triste che debba necessariamente operare in perdita lo Stato, ed è infatti una delle cause della nostra crisi. Ma perché deve operare in perdita la nostra compagnia aerea, che può essere facilmente sostituita da un’altra, da un giorno all’altro? 
L’Italia sembra in crisi irreversibile perché per decenni si sono accumulati i pregiudizi. L’aritmetica funziona soltanto se i sindacati sono d’accordo. Diversamente la collettività deve ripianare il deficit. E si ricordi che i contribuenti sono coloro che operano economicamente. Insomma i produttivi, che non ricevono un soldo da nessuno, sono costretti a far vivere gli improduttivi, che producono diseconomie. 
Oggi l’Italia ha bisogno della crisi di una grande impresa per capire che “troppo grande per fallire” è una regola che vale finché chi può impedire quel fallimento è lui stesso in buona salute. Ma attualmente l’intera nazione italiana ha le pezze sul sedere ed è bene che ci si convinca che la pacchia è finita. È tornato l’impero dell’aritmetica, anche contro il parere della Triplice.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
26 luglio 2014


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politica estera
26 luglio 2014
IL SENSO DEL CESSATE IL FUOCO A GAZA
È difficile dare una precisa denominazione all’azione di Israele a Gaza. Poiché però da molte parti si invoca un cessate il fuoco, e il cessate il fuoco si applica alle guerre, usiamo per questa azione le categorie valide per i conflitti armati. 
La guerra ha lo scopo di convincere l’avversario a dare, fare, permettere qualcosa. Insomma piegare la sua volontà. Naturalmente, se l’aggredito è tanto forte da battere l’aggressore, non soltanto non si piegherà, ma potrà richiedere a sua volta qualcosa, a cominciare dal risarcimento dei danni. 
Il cessate il fuoco si ha quando i contendenti reputano di non potere ottenere di più dalla prosecuzione del conflitto. E infatti le condizioni dell’accordo - preludio della pace - sono determinate dalla situazione del momento. Se colui che è sul punto di perdere è ancora in grado di infliggere danni e lutti al futuro vincitore, ambedue i belligeranti possono riconoscere la convenienza di raggiungere un accordo: il vincitore si risparmia qualche perdita ed ottiene ciò cui teneva di più. Il vinto non vede il proprio territorio devastato o il proprio popolo massacrato, ed è meglio di niente. Se invece il vinto non è più assolutamente in grado di arrecare danni, il vincitore può pretendere la resa incondizionata: come gli Alleati con l’Italia e la Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale. 
Per quanto riguarda il dato morale, cioè la determinazione di chi sia l’aggressore e di chi sia l’aggredito, è questione senza importanza. Sia perché gli interessati sostengono sempre la tesi che loro conviene, sia perché, in guerra, ha sempre ragione il vincitore.
Da terzi disinteressati possiamo dire che, anche se le operazioni militari di terra sono state cominciate da Israele, è Gaza che, col lancio di razzi verso la popolazione civile, aveva già ripetutamente compiuto atti di guerra. Gerusalemme agisce in condizioni di legittima difesa e tuttavia si è disturbati vedendo un esercito muovere contro un Paese che sin dal principio è nelle condizioni di una resa incondizionata. Gaza è totalmente incapace di combattere ed è razionalmente inconcepibile che osi provocare chi potrebbe radere al suolo tutte le sue città. 
Se qualcuno reputa che l’idea di bombardare le città, fino a raderle al suolo, sia “barbaro e assurdo”, è bene che si ricordi che è ciò che hanno fatto Inglesi e Americani  in città come Dresda, Hannover, Amburgo. Israele avrebbe potuto far cadere migliaia di missili e di bombe su Gaza City, senza mostrarsi più barbara del governo di Sua Maestà Britannica. Sarebbe stato un modo piuttosto convincente di chiedere di smetterla con i razzi. Israele ha invece optato per un’azione di terra per quanto possibile selettiva e mirata e le vengono rimproverate le sbavature, da chi non nota quanto più civile essa sia rispetto agli Alleati.
Gaza è costretta in  qualunque momento alla resa incondizionata e dunque il cessate il fuoco non può essere frutto di un negoziato. Hamas non ha nulla da offrire. Può soltanto promettere di non attaccare più Israele ma è difficile che Gerusalemme creda alla sua parola. Il cessate il fuoco Israele lo negozierà soltanto con sé stessa, ed esso dipenderà dunque dal riconoscimento di avere raggiunto i propri scopi, oppure dalla constatazione dell’impossibilità di raggiungerli. 
Appare dunque fantastico che Hamas avanzi delle richieste come la liberazione dei prigionieri, l’ampliamento della zona di pesca nel Mediterraneo, o perfino il risarcimento dei danni: queste sono le condizioni di un vincitore, non di un vinto. 
La vicenda fa toccare con mano l’assurdità dell’epoca contemporanea. Hamas fino ad ora ha dimostrato di non avere nessuna considerazione della vita del suo popolo, e valuta i quasi mille morti avuti fino ad ora il prezzo da pagare per una pubblicità positiva. E tuttavia rimarrebbe ancora indifferente se quel numero salisse a diecimila, centomila, un milione di persone? Israele ha la possibilità di provocarlo, quel massacro: che poi è lo stesso massacro di cui Gaza la minaccia. Con quale coraggio Hamas conta tanto sull’opinione pubblica buonista e antisemita, quando si è sempre visto che tutti aiutano i palestinesi a parole, al massimo col denaro, ma non possono farlo militarmente? Se essi potessero vincere posando a vittime, avrebbero vinto da mezzo secolo.
Gli innumerevoli incontri, i fiumi di parole e le frenetiche proposte di negoziati non sono da prendere in considerazione. Israele sta distruggendo ciò che può distruggere dei mezzi per aggredirla, sta dando una sonora batosta a Gaza, a futura memoria, e sta spiegando alla popolazione civile quanto costa sostenere Hamas e cercare di ammazzare degli israeliani innocenti. 
Il resto è bla bla dei giornali.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
25 luglio 2014 


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POLITICA
25 luglio 2014
MATTEO RENZI ED ORAZIO COCLITE
Salvo errori, uno dei motivi di contrasto che portarono alla separazione della Chiesa Cattolica dalla Chiesa Greco-Ortodossa fu la questione della barba. I sacerdoti dovevano portare la barba o essere rasati? La questione fu talmente vitale che le due sette non riuscirono a mettersi d’accordo. E infatti ancora oggi i nostri preti secolari sono sbarbati, mentre tutti i popi sono barbuti. Personalmente sarei stato a favore della barba perché toglie il fastidio di doversi radere ogni giorno: ma il motivo della preferenza dimostra che forse soffro di una tanto grave ignoranza, in materia religiosa, da non capire l’importanza dei peli.
Qualcosa di analogo – sempre a causa dell’ignoranza, stavolta politico-economica – si verifica a proposito della battaglia in corso al Senato. Senato sì, Senato no? Senato elettivo, senato non elettivo? Senatori retribuiti o non retribuiti? E qualcosa del genere si ha a proposito della legge elettorale: preferenze sì o no? A che livello scatta il premio di maggioranza? Qual è la soglia per i partiti non coalizzati? Non che le materie non siano importanti: anche doversi sbarbare ogni mattina potrebbe essere una bella seccatura, soprattutto se non si dispone di un rasoio elettrico. Ma di preferenze o di Senato eletto invece che nominato non è ancora riuscito a nutrirsi nessuno. Ecco perché le posizioni gladiatorie e vagamente eroiche (“Qua l’armi!”) di Matteo Renzi ci lasciano interdetti. Il giovane Primo Ministro sembra dire che se passano queste riforme l’Italia è salva, e se non passano o si va ad elezioni, o lui si ritira prima a Caprera e poi all’Escorial.
Non si vuole infierire su un governo che ha già gravissimi problemi soltanto per far votare questi provvedimenti: ma lo sforzo di farli passare per epocali appare eccessivo. Le riforme importanti sono quelle sul lavoro, sulla giustizia, sulla pubblica amministrazione, sul fisco. E se già siamo in guerra sul bicameralismo perfetto -  che molti non sanno nemmeno che cosa sia - figurarsi quando riusciremo a liberalizzare il lavoro, a rimettere in riga i magistrati, a snellire la pubblica amministrazione e a diminuire la pressione fiscale. Non basta dire “campa cavallo”, qua bisognerebbe dire: “è sperabile, caro equino, che tu sia immortale”.
Per giunta, per quanto riguarda il Senato, non è neanche detto che il gioco valga la candela. È vero, il bicameralismo perfetto - cioè la norma per cui per essere vigente una legge deve essere stata approvata nell’identico testo da ambedue le Camere - rallenta di molto la produzione legislativa. Ma è anche vero che noi abbiamo avuto ed abbiamo una strabiliante quantità di leggi, spesso non applicate, che si accavallano, si contraddicono e confondono le idee. Dunque rendere ancor più facile la frenesia legislativa non sembra una buona idea. In secondo luogo, se oggi all’opposizione l’agguato riesce, c’è sempre la possibilità di correggere il testo nell’altro ramo del Parlamento. Domani, senza il Senato, ci sarebbe soltanto la possibilità che il Presidente della Repubblica non firmi la legge e la rinvii per una nuova votazione. Ma la toppa sarebbe peggiore del buco. Infatti, quando il Presidente si avvale di questa facoltà per difendere la coerenza con la Costituzione, siamo nell’ambito della legalità sostanziale. Se invece rinviasse una legge perché la norma introdotta dalla minoranza non gli piace, o per fare un favore alla maggioranza, e comunque per “motivi politici”, e non costituzionali, ciò costituirebbe una prevaricazione. Ma non val la pena di proseguire anche qui la discussione attuale.
Ciò che importa è la constatazione che, sotto l’ombrello che ci ha aperto sulla testa Mario Draghi, l’Italia sembra finanziariamente tranquilla, ma di fatto stiamo peggio di un anno fa. E un anno fa stavamo peggio dell’anno prima. E in quell’anno le cose erano peggiorate rispetto all’anno precedente. In altri termini, o si inverte la direzione di marcia, o l’esito finale è il tracollo. Ecco ciò cui sarebbe bello veder mettere rimedio. Ma non se ne parla. Essenziale è sapere se i nuovi senatori saranno retribuiti o no, e quali competenze avranno in materia di orari di apertura e chiusura dei negozi, sempre che questa sia materia riguardante le regioni.
Intendiamoci, non è che Renzi sia colpevole di non far nulla per salvare realmente l’Italia. Probabilmente non ha – come tutti, del resto – la più pallida idea di ciò che bisognerebbe fare. E soprattutto, se lo sapesse e provasse a metterlo in atto, si scontrerebbe con resistenze rispetto alle quali quelle che vediamo attualmente in Senato sembrano messe cantate. 
Se questa è la realtà, non ci si vengano a spacciare la rissa senatoria, la zuffa sulla legge elettorale o la logomachia sulla barba dei senatori come la battaglia in cui si parrà la nostra nobilitate, e in cui, come sul ponte Sublicio, salveremo la patria.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
25 luglio 2014

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CULTURA
24 luglio 2014
UN SECOLO RICCO, UN SECOLO POVERO - 2 -


Ogni volta che sostengo la decadenza artistica del Ventesimo Secolo, ricevo un paio di amichevoli contestazioni di amici che mi segnalano qualche titolo di merito di quel tempo. E molto più numerosi saranno coloro che l’articolo lo hanno disapprovato in silenzio. 
È naturale: il Ventesimo è il nostro secolo. Un amico citava Pirandello, e certamente si tratta di un drammaturgo intelligente: ma è anche uno che scrive incontestabilmente male. È quasi l’antitesi dello scrittore elegante e fluido. E comunque, sarebbe bastato, essere un grande stilista? La Francia, anche nel Ventesimo Secolo, ne ha avuti molti: ma a chi verrebbe in mente di contrapporre Gide - magari ormai ignoto ai più - a Maupassant? Un tempo ci sono stati scrittori di gran moda e non si poteva non averli letti, oggi molti vi chiederebbero chi siano. 
Ma l’esempio migliore di una innegabile decadenza, anche perché mondiale, si ha in musica, dove tanto la competizione quanto la fruizione non conoscono frontiere. Dopo la straordinaria fioritura dei secoli XVIII e XIX, il nostro secolo ci ha offerto composizioni brevi e tendenzialmente monodiche. Le ultime opere liriche, le “arie” delle operette e dei musical, le infinite canzoni. E dunque per prima cosa bisogna dimostrare perché la grande musica sinfonica è incomparabilmente superiore a tutto ciò che ha prodotto il Ventesimo Secolo, cioè alla monodia.
La musica nasce come ritmo e come canto di un singolo. Solo in tempi relativamente recenti è nato il canto a più “voci”, ciascuna capace di seguire una linea musicale diversa, con un risultato totale “colto” e gradevole. Naturalmente comporre un’opera per tre o quattro voci è più difficile che comporre una semplice monodia: bisogna avere la sapienza degli accordi risultanti, dell’intreccio, del contrappunto. Ma questa complessità è cosa insignificante se si pensa alla composizione per orchestra. Qui abbiamo una enorme quantità di strumenti - dunque di timbri - che per giunta, accoppiandosi, presentano infinite possibilità. Se soltanto si ha un’idea di quanto sia difficile la composizione per orchestra (da fare a tavolino, in silenzio, ed ecco perché non stupisce che Beethoven componesse essendo sordo) si arriva a dubitare che sia un’impresa alla portata delle possibilità umane. E tuttavia è proprio questa incredibile arte che riesce a riempire il tempo di una sinfonia di Haydn  - che ha aperto la strada - e dei grandi che lo hanno seguito. Mentre una canzone come “Polvere di Stelle”, di Hoagy Carmichael, vive soltanto della bellezza della sua linea melodica. Prova ne sia che può essere eseguita da tutti i grandi cantanti, arrangiata da tutte le grandi orchestre e rimane bella perfino cantata sotto la doccia. 
Se Haydn ha potuto comporre più di cento sinfonie è perché, al suo livello, la linea sonora fondamentale (il “motivo”, per intenderci) non è la cosa essenziale. La bellezza delle sue sinfonie, per non parlare del divino Mozart, è il modo come egli riesce a rielaborare in modo sempre bello quel tema, a proporlo con i vari strumenti, a intrecciarlo con altre linee melodiche, fino a giungere ad una raffinatezza e ad una ricchezza che a volte, per i profani, costituiscono un ostacolo insormontabile. 
Pochi giorni fa il regista televisivo del “Titano” sottolineava di volta in volta gli strumenti protagonisti e ciò faceva ancor meglio apprezzare quanto Mahler abbia saputo ricavare da quelle sue stesse canzoni (i “Lieder eines Fahrenden Gesellen”). Prima erano un’operetta cantabile, poi sono divenute opera sapiente, adulta, ricca, sorprendente, monumentale, incantevole. Una grandissima sinfonia.
La grande musica sta alla monodia – inclusa quella operistica, inclusa quella jazzistica - come l’Odissea sta alla Vispa Teresa. Le più grandi canzoni sfigurano già dinanzi alla raffinatezza adulta di un quintetto di Schubert. Ma purtroppo quella vena si è inaridita. Non che i musicisti del Ventesimo Secolo non abbiano più saputo comporre, ma, a parte un paio di poemi sinfonici di Richard Strauss, dopo il geniale stridore di Strawinsky o il menar il can per l’aia di Debussy, ci si è arrampicati sugli specchi dell’astrazione musicale fino ad allontanare definitivamente il pubblico, così disorientato da andare ai concerti per sentirsi intellettuale e lasciarsi infliggere Shostakowitch mentre aspetta di riascoltare, e applaudire sinceramente, l’Incompiuta di Schubert. 
Non dobbiamo essere laudatores temporis acti, ma non possiamo neppure dichiarare capace d’arte un tempo che non lo è stato. In tutto il Settecento la grandissima letteratura francese non ha prodotto vera poesia, e certo non possiamo dichiarare poeta il Voltaire tragediografo, pur di salvarla.
L’intero Ventesimo Secolo non ci ha dato niente di comparabile alla Quarta Sinfonia di Brahms ed anzi, al riguardo, è curioso e significativo l’esperimento della sinfonia “Classica” di Serghiei Prokofiev. Scritta quasi per scommessa nello stile di Haydn, è da sempre fra le opere più eseguite del compositore russo. Dimostrando così quanto quella formula fosse riuscita, e quanto poco riusciti siano i tentativi successivi.
Dire male del nostro tempo ci procura degli scrupoli. È un po’ come dire male della nostra patria. Ma non mi sembra che ci priviamo di esprimere critiche, quando parliamo dell’Italia.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
22 luglio 2014



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POLITICA
23 luglio 2014
IL TEMPO NEMICO DEL M5S
Il Movimento 5 Stelle, che lo si apprezzi o che lo si deprechi, ha parecchi seggi in Parlamento. Dunque conta. E contano anche le sue vicende interne. Ma non tutti hanno la buona volontà di occuparsi, giorno per giorno, della cronaca minuta che lo riguarda. E del resto, per diagnosticarne l’evoluzione, è forse più importante annusare l’aria che seguire i battibecchi e le giravolte dei protagonisti.
Il Movimento non è nato, come il comunismo, da un’ideologia. I marxisti avevano un’idea precisa, anche se sbagliata, del modello economico e sociale che intendevano instaurare e dunque erano identificabili. Grillo invece è partito da un’opposizione netta e violenta contro i partiti e contro tutto, senza proporre un modello diverso. Il suo messaggio è stato un semplice “no”, e un invito - “andatevene” - espresso in modo volgare. Poi è stato come se il successo elettorale dicesse al M5S: “Ora avete la forza per agire in concreto e vi aspettiamo alla prova”. E qui si è vista la tara fondamentale del Movimento: non aveva la più pallida idea di ciò che avrebbe dovuto fare. 
Come se non bastasse, la realtà si è incaricata di porre subito il problema. Pierluigi Bersani è andato col cappello in mano a proporre a Grillo di partecipare al governo ma era passato troppo poco tempo dalle elezioni e il Movimento non se l’è sentita di smentirsi così nettamente. Aveva detto urbi et orbi che tutti i partiti erano squalificati e infrequentabili, aveva promesso agli elettori che esso sarebbe stato “diverso” e “fuori”, e non poteva dire di sì. Ma ora è passato un anno, e un po’ tutti siamo indotti a ripensare a quel bel detto (di Talleyrand?) secondo il quale si può fare di tutto, con le baionette, salvo sedercisi sopra. Nel senso che certi atteggiamenti possono essere momentaneamente utili, ma non possono rappresentare una posizione definitiva.
Il problema di chi dice soltanto “no” è che rischia, se non riesce a togliere il potere a chi ce l’ha, di divenire insignificante; e se ci riesce, di dover poi dire dei “sì” ed agire concretamente, perdendo la rendita dell’opposizione. È l’attuale problema dei “grillini”. Dopo che all’inizio si sono fatti inseguire per mesi dal Pd, un anno dopo sono loro ad inseguire il partito di Bersani. Forse perché comincia a serpeggiare la percezione della delusione degli elettori. A che scopo avere tanti deputati e tanti senatori, in Parlamento, se non si cava un ragno dal buco e non si influenza neppure il governo del Paese? Perfino il minuscolo Nuovo Centro Destra può dire “se è così non ci stiamo”, perché è essenziale per il Pd. Mentre finché regge la maggioranza di governo, finché regge l’alleanza con Forza Italia per le riforme, il M5S può pure abbaiare alla luna. Tutto questo è conseguenza dell’audacia, anzi, del colpo di genio di Renzi: alleandosi con Berlusconi per le riforme ha con ciò stesso resi irrilevanti i “grillini”. Oggi possono dire di sì, possono dire di no, possono creare qualche problema e qualche rallentamento, ma non sono affatto determinanti. Come se non bastasse, hanno dato all’opinione pubblica l’impressione che implorassero il Pd di concedergli udienza - loro che prima apparivano come quelli che avrebbero potuto concederla - e il Pd di Renzi, prima ha fatto fare loro anticamera, poi gli ha detto sul muso che tirerà comunque avanti per la propria strada.
Si comprende dunque il malumore di tanti, nel Movimento. Da un lato ci sono coloro che si chiedono, essendo contro l’intero sistema nazionale, a che serva battersi – a costo di qualche umiliazione – per ottenere una piccola modifica nella nuova legge elettorale. Dall’altro ci sono coloro che temono, se il tempo continua a passare, che gli elettori si accorgano della totale inutilità del Movimento, cui potrebbe conseguire una disastrosa batosta elettorale. E per questo vorrebbero entrare in gioco.
Non sta ai terzi dire chi ha ragione e chi ha torto. Forse si potrebbe sostenere, generosamente, che hanno tutti ragione e che il torto sta a monte. La realtà è piena di tante negatività, che dicendo no difficilmente si sbaglia. E sarà magari vero che, come ha detto qualcuno, “decidere corrisponde a ridurre tutti gli errori possibili ad uno”: ma chi decide di non decidere può pagarla ancor più caro. Chi dicesse di no a tutti i cibi morirebbe di fame. 
Col tempo Beppe Grillo e alcuni suoi amici si accorgeranno che senza dire dei sì e senza sporcarsi le mani non si costruisce nulla.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
22 luglio 2014

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CULTURA
22 luglio 2014
UN SECOLO RICCO, UN SECOLO POVERO
Anch’io ho avuto quindici anni. L’età in cui, se si è pensosi, si pongono domande vaste e ingenue. Anche se ingenue non sono affatto. Ingenuo è illudersi d’avere la risposta. Ricordo che chiesi ad un sacerdote scrittore: “Dicono che Dio abbia tutte le qualità positive al massimo grado e fra le qualità positive c’è sicuramente il senso dell’umorismo. Come mai non ne trovo traccia, nel nostro Dio?” Quell’uomo, pace all’anima sua, aveva più di una freccia avvelenata, al suo arco. Infatti mi sorrise: “L’umorismo in Dio? La Trinità”.
Un’altra domanda posi ad un famoso pittore della mia città: “Che cos’è l’arte?” Ma lui non aveva l’acutezza di Padre Corsaro: “L’arte è creazione”, sparò. Ora, a parte il fatto che di creazione ex nihilo è capace solo Dio (almeno, per chi crede) in senso corrente creazione è anche lo scarabocchio di uno scolaro. E tuttavia se avesse detto: “Creazione di cose belle” gli avrei chiesto che cosa intendeva per belle. Ero un pessimo cliente e le grandi frasi non m’impressionavano affatto.
In questo ero figlio della mia famiglia, che non comprendeva grandi intellettuali ma era dominata dall’indipendenza di pensiero e dal buon senso contadino di mia madre. Fu lei che mi fornì, per così dire, la chiave cartesiana della verità: o essa è chiara, distinta e ragionevole, o è meglio non accettarla. Se mi dicevano che i quadri di Picasso erano grande arte, ed io li trovavo brutti, non avrei mai dovuto dire che li trovavo belli. Mia madre avrebbe riso di me.
Proprio questo atteggiamento franco e non conformista sottolinea il valore di alcune significative esperienze. La prima fu l’immensa emozione che mi provocò la “Pastorale” di Beethoven, ascoltata per caso, in una sera d’estate, senza neanche sapere chi fosse l’autore. Di colpo, a quindici anni, passai dalle canzonette alla grande musica, contraendo una passione che non è mai venuta meno. Alla stessa età o poco dopo, nei musei Vaticani, fui definitivamente sedotto dalla bellezza dell’arte greca: ricordo ancora lo splendore divino dell’Apollo del Belvedere. Infine, intorno ai vent’anni, la visione dell’ “Amleto” di Lawrence Olivier - cioè l’improvviso ed inatteso contatto con quel testo immortale - mi fece misurare la distanza fra un’arte imbalsamata, di cui bisogna dir bene per essere promossi, e un’opera che parla a tutti i livelli, che provoca emozioni indimenticabili anche in chi non è in nessun modo preparato ad apprezzarla. Del resto una volta, al Teatro Greco di Siracusa, vidi un contadino, seduto dietro di me, che assisteva alla tragedia antica col volto rigato di lacrime. Difficilmente gli sarebbe potuto capitare con un’opera dell’Alfieri.
Poi, con lo stillicidio degli anni e dei decenni, ho assistito al degradarsi lento ed inesorabile della produzione artistica. Il Ventesimo Secolo, arido  e incapace di trovare una via, ha svicolato verso il sorprendente, l’incomprensibile, lo sgradevole o perfino il truffaldino, se si sono potute prendere per capolavori di Modigliani delle pietre rozzamente sgrossate, per beffa. 
Un’arte afasica ha cercato di far credere che fosse il pubblico colpevole di non capire le parole che essa non diceva. Dimenticando che, al contrario, per secoli e per millenni - da Omero a Molière - l’artista ha cercato di raggiungere la bellezza polivalente, quella evidente a tutti e capace di parlare a ciascuno col suo linguaggio. L’Iliade o l’Odissea appassionano i dodicenni e i filologi ottantenni. La Venere di Milo, paradigma di eterna bellezza, si rivela una donna con la sua tenera umanità, e si avrebbe voglia di innamorarsene. Il David di Michelangelo non è bello perché se ne parla nella Bibbia o perché ha vinto Golia, è bello perché è un essere umano evidentemente bello, in senso corrente, tanto da poter essere apprezzato anche dal turista che viene dall’Estremo Oriente. E nel frattempo è un’opera che suscita l’ammirazione degli specialisti e degli eruditi. 
Il Ventesimo Secolo ha prodotto pochissimo e non ha nemmeno avuto il coraggio di riconoscerlo. E dire che non ci sarebbe stato nulla di scandaloso. Ci sono stati  musicisti – come Rimsky Korsakov con Sheherazade – che hanno creato un immenso capolavoro ma nient’altro a quell’altezza. Non sempre la continuità è possibile. Non tutti sono Mozart. Nello stesso modo, un intero secolo può non avere la capacità di rimanere all’altezza dei precedenti e non per questo bisogna strafare. Se Berlioz fosse vissuto duecento anni, forse si sarebbe doluto vedendo che di lui si apprezzava soltanto la geniale “Sinfonia Fantastica”. Ma ciò non l’avrebbe giustificato, se si fosse intestardito a comporre musica sempre più strampalata ed incomprensibile, per infine accusare gli ascoltatori di “non capirlo”. Eppure è ciò che è accaduto all’intera musica.
A corto d’ispirazione, il Ventesimo Secolo non si è rassegnato alla propria afasia. Musica, pittura, scultura, si sono talmente allontanate dalla bellezza da pugno nello stomaco degli artisti del passato, da avere divorziato dal pubblico. Si è preteso che chi non apprezzava la bellezza dei tagli su una tela di Lucio Fontana fisse cieco, rischiando di far confinare l’arte con la truffa. 
La grande arte è quella che inchioda anche un ragazzino di quindici anni ad un imperituro innamoramento. Se non ne siamo capaci, non ci resta che riconoscerlo. L’epoca contemporanea, la più prospera di tutti i tempi, quanto ad arte è ridotta alla più desolata indigenza.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
21 luglio 2014




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politica estera
20 luglio 2014
GAZA NELLA STORIA E NELLA GEOGRAFIA
La Striscia di Gaza è al centro dell’attenzione e delle cronache, ma non molti studiano la carta geografica per avere un’idea di che cosa si stia in concreto parlando.
Si parla di Striscia perché questo territorio  ha una forma molto vagamente rettangolare, dall’andamento sud-ovest nord-est, con i due lati lunghi costituiti ad ovest dal Mediterraneo e ad est dal territorio desertico di Israele. Siamo infatti nei pressi del Negev. La frontiera nord con Israele (uno dei due lati corti del rettangolo) è lunga appena dieci chilometri, quella sud, con l’Egitto, circa tredici. Insomma si tratta di un territorio che nel punto più stretto non arriva a sette chilometri e la cui massima lunghezza corrisponde a quella tra Messina e Taormina. Un’entità geograficamente trascurabile.
La popolazione è di 1.650.000 abitanti, 4.600 per chilometro quadrato. Si tenga presente che la densità di Gaza è ventitré volte più grande di quella dell’Italia (circa duecento abitanti per chilometro quadrato) che certo non è un Paese desertico. E purtroppo le risorse naturali di Gaza sono lungi dall’essere migliori di quelle di cui disponiamo noi. Si comprende dunque la necessità, per sopravvivere, di finanziamenti esteri, per esempio del Qatar.
Politicamente il territorio è stato a lungo sottoposto all’autorità ottomana. Poi, dopo la Prima Guerra Mondiale, agli inglesi, e dal 1948 al 1967 all’Egitto, il quale tuttavia non ha mai concesso la nazionalità egiziana agli abitanti. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, il Cairo ha addirittura rifiutato di riprendere l’amministrazione di Gaza, che è così entrata a far parte dei Territori Occupati da Israele. Ma anche Gerusalemme, nel 1994, ha sgombrato la Striscia, forse come gesto di buona volontà, più probabilmente per non farsi carico della difficile amministrazione di quel formicaio, cui tuttavia ancora fornisce – salvo errori – acqua ed elettricità.
Va tuttavia riconosciuto che, pur concedendo alla Striscia di amministrarsi da sola, Israele ha mantenuto alcuni presidi a sua difesa. Controlla strettamente l’accesso al mare, lo spazio aereo e, naturalmente, i valichi terrestri. Anche il valico di Rafah, con l’Egitto, è strettamente sorvegliato ed è stato spesso addirittura chiuso. La Striscia è stata infatti occasionalmente il punto di partenza di fanatici islamisti, collegati fra l’altro con la “Fratellanza Musulmana” egiziana. Il risultato è stato che commercianti e terroristi si sono specializzati nello scavo di tunnel per comunicare con l’esterno, gli uni per far passare le merci, gli altri per ricevere armi leggere. 
Fra i problemi di Gaza c’è anche quello militare. Nel 1967 Israele batté militarmente, in sei giorni, una coalizione che comprendeva quasi tutti gli Stati musulmani della zona, dall’Egitto a Sud alla Siria a nord, alla confinante Giordania. I non combattenti, per esempio l’Arabia Saudita, sostenevano la guerra economicamente. Nel Settantatré la guerra riprese, durò un po’ più a lungo, ma mentre da prima Israele, sorpresa, vacillò, dopo poco tempo una sua task force (comandata da Arien Sharon) era a pochi chilometri dal Cairo e un intero corpo d’armata egiziano era tagliato fuori dal resto dell’Egitto, nel Sinai, e rischiava di morire di fame e di sete. L’Egitto di Anwar el Sadat, dopo una serie di costose batoste (nel 1948, nel 1956, nel 1967 e nel 1973) si decise a fare la pace con Gerusalemme. E la posizione non è mai più stata cambiata, né con Mubarak e neppure con Morsi, perché imposta dai fatti.
Tutto ciò significa che Israele, benché su un territorio minuscolo (ma grande in rapporto a Gaza), è un gigante militare. Non solo tutti i suoi cittadini - donne incluse - sono bene addestrati durante tre anni di servizio militare, ma la sua tecnologia è di alto livello (basti vedere l’efficacia del suo Iron Dome, che ha tagliato le unghie ai missili di Gaza) e, anche se ufficialmente lo nega, possiede l’arma nucleare.
Tutto ciò posto, che senso ha che Hamas pretenda il diritto di far piovere su Israele dei razzi, nella speranza di fare vittime civili? Basterebbe che Israele facesse piovere su Gaza lo stesso genere di missili che Iron Dome distrugge per fare centinaia e centinaia di vittime civili. Anche perché, date le dimensioni dell’obiettivo, e data la densità di popolazione della Striscia, sarebbe come sparare agli uccelli in una voliera.
Naturalmente né la storia, né la geografia, né il bilancio militare, né i motivi di umanità convinceranno chi deve per forza dare torto ad Israele dell’assurdità militare e civile del comportamento di Hamas. I critici dunque si accomodino. L’antisemitismo è eterno come la stupidità.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
20 luglio 2014

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ECONOMIA
18 luglio 2014
LE TEORIE PER USCIRE DALLA CRISI
Si fa un gran parlare di ripresa economica e ci si chiede quale sarebbe lo strumento per ottenere questo bel risultato. Le proposte sono diverse. Alcuni sono partigiani  di un intervento più risoluto dello Stato il quale, anche contraendo debiti, potrebbe rilanciare la produzione ed abbattere la disoccupazione con massicci investimenti. Altri invocano tagli di spesa ed una forte riduzione della tassazione. Una cosa è certa: se ci fosse una ricetta sicura, la discussione cesserebbe. E dal momento che si è nel campo delle ipotesi anche il profano può dire la sua.
Il semplice fatto che gli economisti si pongano il problema del “che fare” implica che esista qualcuno che può “fare”. E naturalmente si parla dello Stato. Nessun altro organismo possiede gli strumenti coercitivi e le risorse per influire significativamente sull’economia di una nazione. L’Amministrazione tuttavia non ha una grande capacità imprenditoriale. Non sa produrre ricchezza con risultati economici apprezzabili, e lo si è visto dovunque si sia tentato di applicare il capitalismo di Stato. Tanto che nessuno oggi osa proporre questa soluzione. 
Lo Stato non opera positivamente ma per sottrazione. Non può far concorrenza alle imprese, può soltanto favorire una produzione in confronto ad un’altra, in quanto imponga alla prima tasse e pesi minori che alla seconda. Gli strumenti dello Stato sono le leggi e il fisco, e questi non “producono”, si limitano ad indirizzare, usando la “forza coercitiva”.
Uno Stato può tassare molto e intervenire molto, o tassare poco e intervenire poco. Il vero discrimine, al di là delle sapienti teorie, è il quantum dell’azione statale, e per conseguenza il quantum di pressione fiscale. In questo campo è questione di fede. Chi pensa che lo Stato compia interventi benefici non sarà mai convinto da chi afferma che lo Stato è una sanguisuga, e chi pensa che lo Stato sia una sanguisuga non sarà mai convinto da chi afferma che esso sia benefico. È tanto inutile discutere con un nostalgico del comunismo quanto discutere con un nostalgico del capitalismo ottocentesco.
E tuttavia si può porre un problema a monte: il prelievo fiscale crea ricchezza o ne distrugge? Va innanzi tutto scartata l’ipotesi che lo Stato prelevi cento e distribuisca cento: infatti ci sono i costi del prelievo e della distribuzione. Anche se lo Stato prelevasse poco, e i suoi funzionari fossero altissimamente produttivi, il saldo sarebbe comunque aritmeticamente negativo. Inoltre è stupido sognare che lo Stato non prelevi nulla: si ha pure bisogno dell’esercito, della polizia, della scuola, delle strade, delle mille cose che i privati esigono ma non possono procurarsi da sé. Dunque la scelta è fra il prelievo “assolutamente necessario” (bassa pressione fiscale), e il prelievo “per attività non assolutamente necessarie” (alta pressione fiscale). Col limite finale dello Stato (sovietico) che, salvo eccezioni, si riserva tutte le attività.
La distinzione non è costante nel tempo. Quando non esistevano le automobili, le ferrovie facevano parte delle spese necessarie: i cittadini infatti non avevano altro modo per spostarsi sul territorio. Ma oggi sono ancora necessarie? Un Paese che continua a gestire ferrovie tenendo basse le tariffe opera antieconomicamente. Lo Stato è notoriamente un pessimo imprenditore - anche perché servito da impiegati e salariati che, mancando l’interesse personale e il controllo del “padrone”, battono fiacca - e dunque la ricchezza che distribuisce è solo una frazione di quella prelevata per produrla. Nel bilancio generale provoca dunque una distruzione di ricchezza. Si invochino pure le soluzioni stataliste, purché si confessi che le si vogliono per motivi morali e non economici. Un biglietto del treno che copre per metà o meno il costo del servizio (il quale servizio a sua volta è inefficiente) è un assurdo economico. Potrebbe essere un sussidio in favore dei più poveri, ma alla comunità costerebbe di meno versare la metà del costo di quel biglietto ad una compagnia di trasporti privata, che almeno opererebbe in modo economico ed in regime di concorrenza.
Il discrimine macroeconomico, nell’attuale crisi come nella normale vita del Continente, è l’alto o basso intervento dello Stato. E poiché da questo intervento dipende l’alta o bassa pressione fiscale, le grandi teorie non importano. Si tratta soltanto di decidere se si vuole che i cittadini siano liberi e responsabili di sé o se devono essere sotto la tutela di uno Stato che si occupa di tutto, sprecando involontariamente, ma inevitabilmente, ricchezza.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
18 luglio 2014

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POLITICA
17 luglio 2014
FARE LA GUERRA GIUSTA

 Robert Kagan ha scritto sul Washington Post(1) un pregevole articolo nel quale sostiene che gli Stati Uniti sono stati impegnati in moltissimi conflitti armati, dal 1898 in poi, e perfino con maggiore frequenza di prima negli ultimi lustri. E si chiede se abbiano usato troppo spesso la forza o se non l’abbiano usata abbastanza. O anche se non l’abbiano usata troppo poco (primi anni della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio) per poi usarla perfino troppo generosamente dopo. Insomma ci sarebbe un effetto “pendolo” tra l’inazione e l’attivismo. Né si può dire che il pacifismo assicuri la pace, ché anzi, a volte, il non aver agito prima, quando la minaccia era piccola, ha costretto gli Stati Uniti ad agire poi con molto maggiore sforzo e maggiore spesa. Oggi tutti giudicano la guerra in Iraq un errore, ma a suo tempo, ricorda Kagan, essa fu votata da settantasette senatori su cento, anche democratici. Non si può affermare a priori che l’uso della forza sia un errore. Come disse George Schultz quando era Segretario di Stato, “La forza e la diplomazia vanno sempre insieme… La dura realtà è che la diplomazia non sostenuta dalla forza è inefficace”.
Anche la conclusione di Kagan è da segnalare: “La questione oggi è di trovare il giusto equilibrio fra quando usare la forza e quando non usarla. Possiamo senza rischi assumere che la risposta sta da qualche parte fra sempre e mai”.  
L’articolo è certo interessante ma lascia l’insoddisfazione di un banchetto in cui, da un piatto all’altro, ci saremmo aspettati sempre qualcosa di migliore. Tutte le incertezze di cui parla il grande editorialista, tutti gli errori di giudizio degli uomini di Stato, tutti i riferimenti storici non forniscono infatti indicazioni per il futuro. Inutile dire a qualcuno: “Fai la cosa giusta”, perché in questo modo gli si lascia soltanto l’intera responsabilità dell’eventuale errore. Chi agisce - o non agisce - pensa sempre di fare la cosa giusta. Il problema fa tornare alla mente il vecchio detto: “Allah, dammi la forza di sopportare i mali contro cui non posso lottare, Allah, dammi la forza di lottare contro i mali contro cui posso vincere, Allah, dammi la saggezza di distinguerli”. Ed è proprio questo il punto.
Il passato non fornisce indicazioni univoche rispetto al futuro. La stessa riuscita azione audace dell’uno, se non ha successo può divenire la prova dell’avventatezza di un altro: e tutti sapranno spiegare perché già da prima si sarebbe dovuto capire che i due casi erano differenti. La misura della difficoltà di identificare “la cosa giusta” per il futuro è data già dalla difficoltà di identificare “la cosa giusta” per il passato. In campo storico le discussioni a volte sono vivaci come se si trattasse di avvenimenti recenti: quale fu la principale causa della caduta dell’impero Romano? Che cosa avrebbe potuto salvarlo, qual era “la cosa giusta” da fare? Il Terrore fu una necessità o una crudele follia?
La valutazione del passato è opinabile. Di una guerra andata male si può sempre dire che la situazione sarebbe ancora peggiore se non la si fosse combattuta, come si può dichiarare inammissibile inerzia un non intervento, se le conseguenze sono tragiche. Benché il trattato di pace glielo consentisse, la Francia, ancora piena di orrore per la Prima Guerra Mondiale, non intervenne nella Ruhr per frenare il riarmo tedesco: e ciò, invece di assicurarle la pace, le procurò l’invasione tedesca e quattro anni di servaggio. Il pacifismo generò la guerra. E tuttavia, parlandone al futuro, non sarebbe stato chiamato warmonger, guerrafondaio, e coralmente stramaledetto, chi allora avesse insistito per vedere l’esercito francese varcare la frontiera con la Germania?
Siamo abituati a giudicare i fatti del passato dalle loro conseguenze evidenti, ma dimentichiamo troppo spesso che, sul momento, chi agiva le conseguenze non le immaginava neppure. Ironizziamo sull’Invencible Armada, ma chi può dire se l’hanno battuta gli inglesi o la tempesta? E quale sarebbe stato il risultato dello scontro, senza la tempesta? Nutriti da migliaia di film americani in cui il solo parlare spagnolo rendeva ridicoli, siamo tutti pronti a ironizzare su quell’impresa. Invece i contemporanei, prima che il maltempo della Manica ci mettesse lo zampino, non l’avranno certo pensata così. Anche i giapponesi non hanno mai dimenticato di essere stati salvati da un forte vento, che ha dato il nome ai kamikaze.
L’articolo di Kagan è inutile, a meno che non ne traiamo una lezione di tolleranza nei confronti di chi deve decidere. Non è detto che altri avrebbero fatto meglio. E molto – come diceva Machiavelli – dipende dalla fortuna.
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
17 luglio 2014

________________
(1)http://www.washingtonpost.com/opinions/robert-kagan-us-needs-a-discussion-on-when-not-whether-to-use-force/2014/07/15/f8bcf116-0b65-11e4-8341-b8072b1e7348_story.html


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16 luglio 2014
IL SILENZIO SU GAZA

Parlare di silenzio su Gaza, nel momento in cui in quel minuscolo territorio si è assordati dalle bombe, dai missili e dalle cannonate, sembra grottesco. Eppure, se ci si riferisce al silenzio di chi assiste a questa tragedia, si tratta dell’unico atteggiamento possibile. 
Tutto ciò che si poteva commentare è stato già commentato. L’atteggiamento eccessivamente longanime di chi, dal momento che i razzi palestinesi non rischiano di cadere sulla sua casa, vorrebbe che Israele subisse senza reagire. L’esortazione alla preghiera, anche se non siamo sicuri che tutti pregherebbero lo stesso Dio, chiedendo le stesse cose. I famosi, eterni negoziati, come se si fosse fatto altro dal 1948 ad oggi. Né è stato taciuto l’assurdo di un debole che provoca ed attacca un forte, del tutto incurante dei danni, delle sofferenze e delle morti che ciò può provocare alla propria popolazione.
Si ha voglia di prendersi la testa fra le mani e piangere, dinanzi a tanta stupida e autolesionistica criminalità. Si tratta di criminalità, perché la fervida speranza è che i razzi facciano delle vittime civili. Questa tecnica di guerriglia è comunque stupida perché gli israeliani non sono come i francesi in Algeria: non se ne possono andare, semplicemente perché non hanno dove andare. Il progetto di ucciderli tutti – perché è l’unico modo di far sì che spariscano – è anch’esso stupido perché irrealizzabile in tempi prevedibili. Ecco perché in fin dei conti l’operazione è autolesionistica. Pur se è vero che Gerusalemme mira ai siti da dove partono i razzi, e in generale ad obiettivi “militari”, i danni per la popolazione civile di Gaza sono immensi e i lutti infinitamente superiori a quelli degli israeliani.
Qualcuno di quelli che sono disposti ad arrampicarsi sugli specchi per schierarsi con i terroristi, dirà che questo attacco, per quanto assurdo e autolesionistico, è l’unico che i palestinesi di Gaza possono permettersi: solo così possono attirare gli occhi del mondo sulla loro infelice condizione e sullo scandalo di Israele (la sua stessa esistenza). Ma nemmeno questo ha il minimo valore: perché della situazione sono informati tutti, da molti decenni. Anzi, da mezzo secolo. Hamas non può ottenere nulla che già non abbia, neanche una “nuova” pubblicità, e non può ottenere nulla di ciò che vorrebbe ottenere, perché l’avversario non è disposto a suicidarsi.
Questa vicenda ne ricorda un’altra in cui hanno brillato odio, ferocia e massacri: la crisi dell’ex Jugoslavia. Anche in quel caso si trattava di gruppi etnici diversi, spesso anche per religione, che si contendevano lo stesso territorio. Tutti erano poco disposti a tollerare la presenza dell’altro e fu in quel momento che il noto Edward Luttwak espresse un agghiacciante e innegabile principio: in questi casi, scrisse, la pace è al prezzo che uno dei due gruppi se ne vada o sia sterminato. Diversamente, il problema è soltanto rinviato. Poco importa quando “immorale” sia il principio, bisogna soltanto chiedersi se sia fondato sui fatti. E purtroppo sembra di sì.
In Palestina un atteggiamento di tolleranza dalla parte degli arabi non dovrebbe nascere da un principio di umanità, da un alto livello di civiltà o da una qualche eroica virtù, ma da una semplice domanda: e se fosse il mio, il gruppo che viene mandato via? e se fosse il mio, il gruppo che viene sterminato? E queste domande dovrebbe porsele in primo luogo il più debole, colui che rischia la sorte peggiore. Nessuno può dimenticare che Gerusalemme ha abbastanza forza per scacciare dai loro territori tutti i palestinesi, oppure per ucciderli tutti come Hamas sogna di uccidere tutti gli israeliani. Discorsi orrendi, ma mentre stamani Israele era disposta ad accettare la tregua – lei, di gran lunga la più forte e la meno ferita dai recenti avvenimenti – Hamas l’ha rifiutata, dicendo “che corrisponderebbe ad una resa”. Mentre da un lato Gaza è quella che soffre di più per lo scontro, dall’altro non ha nessuna possibilità di vittoria.
Una volta Golda Meir disse che la guerra fra palestinesi ed israeliani sarebbe finita quando le madri palestinesi avrebbero amato i loro figli quanto li amavano le madri israeliane. Quel momento non è ancora arrivato. Hamas tratta i palestinesi come carne da macello, li invita a non abbandonare le loro case e “morire da martiri” quando Israele preannuncia gentilmente un bombardamento, e spera effettivamente che lo facciano, per poi indignarsi per la morte di donne e bambini.  Alcuni europei piangono sui palestinesi, ma proprio Hamas è lungi dal farlo. Per questa organizzazione terroristica essi sono semplice spazzatura da esibire per ottenere pubblicità.
E così si giustifica il silenzio. Perché tutte queste cose le abbiamo viste troppe volte. Possiamo dirne qualcosa di nuovo soltanto a chi ha cominciato ad interessarsi del problema appena da qualche mese.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
15 luglio 2014




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politica estera
14 luglio 2014
GAZA SITUATION REPORT
An article of George Friedman, the founder of Stratfor,  with some quick commentaries of the translator, Gianni Pardo.
The current confrontation in Gaza began July 12 after three Israeli teenagers disappeared in the West Bank the month before. Israel announced the disappearance June 13, shortly thereafter placing blame on Hamas for the kidnappings. On June 14, Hamas fired three rockets into the Hof Ashkelon region. This was followed by Israeli attacks on Palestinians in the Jerusalem region. On July 8, the Israelis announced Operation Protective Edge and began calling up reservists. Hamas launched a longer-range rocket at Tel Aviv. Israel then increased its airstrikes against targets in Gaza.
At this point, it would appear that Israel has deployed sufficient force to be ready to conduct an incursion into Gaza. However, Israel has not done so yet. The conflict has consisted of airstrikes and some special operations forces raids by Israel and rocket launches by Hamas against targets in Israel.
From a purely military standpoint, the issue has been Hamas's search for a deterrent to Israeli operations against Gaza. Operation Cast Lead in late 2008 and early 2009 disrupted Gaza deeply, and Hamas found itself without any options beyond attempts to impose high casualties on Israeli forces. But the size of the casualties in Cast Lead did not prove a deterrent. 
Hamas augmented its short-range rocket arsenal with much longer-range rockets. The latest generation of rockets it has acquired can reach the population center of Israel: the triangle of Jerusalem, Tel Aviv and Haifa. However, these are rockets, not missiles. That means they have no guidance system, and their point of impact once launched is a matter of chance. Given these limits, Hamas hoped having a large number of rockets of different ranges would create the risk of substantial Israeli civilian casualties, and that that risk would deter Israel from action against Gaza.
The threat posed by the rockets was in fact substantial. According to senior Israeli Air Force officers quoted on the subject, Israel lacked intelligence on precisely where the rockets were stored and all the sites from which they might be launched. Gaza is honeycombed with a complex of tunnels, many quite deep. This limits intelligence. It also limits the ability of Israeli airborne munitions from penetrating to their storage area and destroying them. 
The Israeli objective is to destroy Hamas' rocket capacity. Israel ideally would like to do this from the air, but while some can be destroyed from the air, and from special operations, it appears the Israelis lack the ability to eliminate the threat. The only solution would be a large-scale assault on Gaza designed to occupy it such that a full-scale search for the weapons and their destruction on the ground would be possible. 
Hamas has been firing rockets to convince the Israelis that they have enough to increase casualties in the triangle if they choose to. The Israelis must in fact assume that an assault on Gaza would in its earliest stages result in a massive barrage, especially since Hamas would be in a "use-it-or-lose-it" position. Hamas hopes this will deter an Israeli attack.
Thus far, Israel has restrained its attack beyond airstrikes. The extent to which the fear of massed rocketry was the constraining factor is not clear. Certainly, the Israelis are concerned that Hamas is better prepared for an attack than it was during Cast Lead, and that its ability to use anti-tank missiles against Israel's Merkava tanks and improvised explosive devices against infantry has evolved. Moreover, the occupation of Gaza would be costly and complex. It would take perhaps weeks to search for rockets and in that time, Israeli casualties would mount. When the political consequences, particularly in Europe, of such an attack were added to this calculus, the ground component of Protective Edge was put off.
Just at this stage some conclusions may be drawn. It is impossible to destroy all the rockets, or most of them, via air attacks. A ground attack would involve soldiers casualties and maybe also some tank loss, if meanwhile the Palestinians have got enough powerful rockets to destroy the Merkava. Besides, once that the Israelis had done all this, with its high price to pay, in the end they should withdraw, and the story could restart for another round.
From the purely military point of view, in my eyes air attacks or a massive ground attack are no adequate response. What would solve the problem would simply be to adopt the Palestinian method. Tit for tat. As we say in Italy, to a bandit, a bandit and half. They fire rockets? The Israelis should fire three times as much rockets towards the center of Gaza. Not missiles, just rockets, thinking that, while the Israelis have Iron Dome to protects themselves, Hamas could just open an umbrella. So the casualties would be impressive on the Palestinian side, and they would in fact taste how pleasant it is to live constantly under the risk of being killed by a blind rocket. And this time it would be the population that would suffer most. Either in the end it would rebel against Hamas, or Hamas would understand that it is losing the population support. In fact, as long as the Palestinians don’t dispose of anything similar to Iron Dome, they would not be capable of opposing any convincing answer to this kind of retaliation.
Of course the world would proclaim its indignation, but it proclaims its indignation anyway. And in fact in this matter the mistake that created this problem was that Jerusalem did not respond with rockets the very first time. The attackers would have stopped then, and the world would have realized that the answer was exactly in line with the question.  On the contrary with its moderation, and attention for the Palestinian population, Jerusalem has bought a problem she cannot solve. Maybe.
As mentioned, a major issue for the Israelis is the intelligence factor. It is said that Iran provided Hamas with these rockets via smuggling routes through Sudan. It is hard to imagine the route these weapons would take such that Israeli (and American) intelligence would not detect them on their thousand-plus mile transit, and that they would move into Gaza in spite of Israeli and Egyptian hostile watchfulness. Even if Iran didn't provide the weapons, and someone else did, the same question would arise.
The failure of the Israelis to detect and interdict the movement of rockets or rocket parts has an immediate effect on the confidence with which senior Israeli commanders and political leaders calculate their course. Therefore, to this point, there has been a stalemate, with what we assume is a small fraction of Hamas' rockets being fired, and limited operations against Gaza. The ground operation is being held in check for now. One should not forget that not long ago Egypt was dominated by the Muslim Brotherhood, and there can be little hope that the Brothers were “watchful”. It could simply be that there was tolerance during a while, and that now Hamas is taking advantage of its stock. But the fact that in the last days the terrorists have largely diminished the number of rockets fired, proves that they have no further supply and that they are trying to make them last for some more time. Anyhow, this argument supports the idea that the irresistible response is tit for tat, rockets for rockets. Adding: “Hopefully you don’t expect that we lend you our Iron Dome to defend your population. You have not restrained from having recourse to terrorism, there is no reason why we should not take advantage of our technology”. 
It is interesting that there have been few public attempts to mediate between Hamas and Israel, and that the condemnation of violence and calls for peace have been more perfunctory than usual. Last week, reports emerged of Turkish and Qatari attempts to negotiate a solution. U.S. Secretary of State John Kerry also reportedly contacted Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu on Sunday, offering assistance in mediating a truce. Meanwhile, high-ranking diplomats from the United States, the United Kingdom, France and Germany discussed truce efforts on the sidelines of talks on Iran. These efforts may explain Israeli reluctance to attack, or provide a justification for not carrying out an attack that Israel might see as too risky. It is more likely that the Israelis need a justification for not carrying a ground attack than they wait for a “negotiated solution”. Hamas and the Palestinians don’t wish to live in peace, they dream of the international community being able of putting such a pressure on Israel, and it stops defending itself, while they go on firing rockets on its towns. This can please them but it can hardly please Jerusalem. Negotiations with the Palestinians are useless. This is a statement based more on history, than on common sense.
The problem for Israel in any cease-fire is that it would keep the current status quo in place. Hamas would retain its rockets, and might be able to attain more advanced models. Israel was not able to stop the influx of this load, so Israel can't be confident that it can stop the next. A cease-fire is a victory for Hamas because they have retained their rocket force and have the potential to increase it. Exactly what I said.  But for Israel, if it assumes that it cannot absorb the cost of rooting out all of the rockets (assuming that is possible) then a cease-fire brings it some political benefits without having to take too many risks.
At this moment, we know for certain that Israel is bombing Gaza and has amassed a force sufficient to initiate ground operations but has not done so. Hamas has not fired a saturation attack, assuming it could, but has forced Israel to assume that such an attack is possible, and that its Iron Dome defensive system would be overwhelmed by the numbers. The next move is Israel's. We can assume there are those in the Israeli command authority arguing that the Gaza rockets will be fired at some point, and must be eliminated now, and others arguing that without better intelligence the likelihood of casualties and of triggering a saturation launch is too high. 
We have no idea who will win the argument, if there is one, but right now, Israel is holding. Well, a person like George Friedman, that I deem among the most intelligent commentators in the world, says “if there is one”. Maybe mine is a pretty daring proposal, and a tough one, but no one can deny that it would not work. And in addition I wonder if one day, if the worst hypotheses came true, the Israelis will not be obliged to follow my line. Unless   they accept to be the target for the artillery and rocketry course of the Hamas military.
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"Gaza Situation Report is republished with permission of Stratfor".



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ECONOMIA
12 luglio 2014
L'EURO, LA BUNDESBANK E IL MATERASSO
Federico Fubini, su “Repubblica”(1), parla della situazione economica europea e comincia ponendo questo interrogativo: “Quando i risparmiatori sono pronti a prestare alla Repubblica federale tedesca per due anni, senza chiedere interessi. Si separano dai propri soldi, li prestano a uno Stato (sia pure solido e affidabile), sono disposti a recuperarli solo due anni dopo, e senza averci guadagnato proprio nulla. Com’è possibile? Cosa c’è dietro?”
Il testo - scucito nel paragrafo riportato - prosegue con molte acute osservazioni, ma non risponde alla sua stessa domanda, forse troppo banale per dei competenti, e tuttavia gravida di conseguenze. 
Chi non deposita il proprio denaro in banca o non lo investe, secondo l’immagine abusata “lo mette sotto il materasso”. L’espressione è irridente. Il nascondiglio è arcinoto, anche ai ladri, e la certezza di averlo sotto sorveglianza è illusoria.
Ogni persona di buon senso, dunque, il denaro lo tiene in banca. La banca ha gratis il denaro con cui lavorare, il cliente ha la garanzia di ritrovarlo, quando vorrà usarlo. Naturalmente lo schema vale soltanto per le somme che, per così dire, si terrebbero nel portafogli. Chi invece dispone di un piccolo capitale, per esempio centomila euro, si chiede anche come possa farlo fruttare. Oggi giustamente Fubini si meraviglia che questo schema non funzioni per alcuni grandi capitali - quelli investiti in Bund tedeschi infruttiferi - ma tutto dipende dal fatto che alcune banche, anche Centrali, cominciano a somigliare al materasso. 
Qualunque stratega ama elaborare piani di avanzate, cosa che in Borsa corrisponde a riscuotere grandi interessi. Se invece il generale è spaventato dalla forza del nemico, prenderà in considerazione la sconfitta e dunque i suoi piani saranno ossessivamente difensivi. In Borsa ciò corrisponde a tentare di mettersi in condizioni tali che, qualunque cosa accada, alla fine dell’investimento si possa almeno riavere il proprio denaro col potere d’acquisto originario. La banca offre al piccolo correntista una collocazione più sicura del materasso, la Bundesbank fa esattamente la stessa cosa con i milioni dei grandi investitori.
Naturalmente non dimentichiamo che molti altri detentori di capitali investono in titoli di Paesi molto meno “sicuri”, ad esempio la Spagna o l’Italia, perché ottengono sostanziosi interessi. Tutto si riduce all’apprezzamento del rischio. Nella sostanza l’euro italiano è talmente sopravvalutato che, se il sistema scoppiasse entro i due anni di cui parla Fubini, la divisa italiana sarebbe tradotta in una moneta nazionale largamente svalutata. Mentre l’euro tedesco - attualmente forse sottovalutato - manterrebbe  sicuramente integro il suo valore e potrebbe addirittura apprezzarsi. Chi avrebbe un milione di euro “tedeschi” avrebbe ancora un milione di euro, mentre chi avrebbe un milione di euro “italiani” si ritroverebbe ad averne parecchi di meno. Ottocento milioni? Settecento?
Ecco che cosa vanno a “comprare” gli investitori in titoli che non rendono niente. Vanno ad assicurarsi che il loro denaro non si squagli.
E qui bisogna fermarsi a riflettere. Capita spesso che qualcuno inviti gli altri ad essere generosi, a sacrificarsi, a comportarsi da eroi. Non costa nulla. Molto più difficile è che qualcuno sia generoso a spese proprie, si sacrifichi, si comporti da eroe. Dunque i discorsi dei moralisti, degli editorialisti, dei politici, valgono pochissimo, perché il sugo è sempre lo stesso: “Armiamoci e partite”. Viceversa i comportamenti economici in cui si rischia il proprio denaro vanno presi sul serio: perché si può contare sulla loro assoluta sincerità. E nel caso di chi compra Bund infruttiferi significano che parecchi temono tanto seriamente che l’eurozona possa avere meno di due anni di vita, da scommetterci e da perdere ad occhi aperti ciò che i propri soldi avrebbero potuto rendere in due anni. Per un milione, almeno centomila euro.
Non è che quelli che comprano titoli spagnoli o italiani siano pazzi. Sono al corrente del rischio che corrono. Il vero discrimine, fra le due categorie di investitori, è dato dalla diversa opinione che essi hanno del futuro dell’euro. Chi compra BTP italiani è convinto che non succederà nulla e che comunque, avvicinandosi una tempesta, riuscirà a disfarsene in tempo. Chi compra Bund crede invece che una crisi improvvisa e disastrosa sarebbe del tutto imparabile, tanto che la certezza di non subirla vale la perdita del fruttato del proprio capitale.
Anche i cittadini che non hanno nulla da investire possono utilmente ragionare su questi dati. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
11 luglio 2014
http://www.repubblica.it/economia/2014/07/11/news/i_mercati_in_allarme_paura_di_uneurocrisi_la_terapia_demergenza_non_sta_funzionando-91259668/?ref=HREC1-17


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POLITICA
11 luglio 2014
L'INDIFFERENZA
Ci sono cose che si capiscono dopo molto tempo. Non perché siano difficili ma al contrario perché sembrano facili e sul momento non se ne colgono le implicazioni. Per esempio si dice che l’indifferenza è peggiore dell’odio e da principio si crede d’aver capito: è una battuta per sembrare profondi e intelligenti. È solo col tempo che ci si accorge che in quel detto c’è effettivamente una buona dose di verità. L’odio implica forti sentimenti: collera, sdegno, desiderio di vendetta; chi odia ha un legame molto forte con la persona odiata. L’indifferenza invece nasce quando il turbine delle emozioni si placa ma il giudizio negativo raggiunge tali vette che non si desidera tanto “farla pagare” al colpevole, quanto non averci a che fare. In lui non c’è nulla da salvare. L’unica cosa positiva che si riesce ad ipotizzare, pensando a lui, è dimenticare che al mondo possano esserci persone come lui. L’odio è un sentimento negativo ma vivo e sanguigno. L’indifferenza è gelida e irrevocabile. 
In questo difficile momento della vita nazionale capita di pensare a questi due atteggiamenti. Per anni, molti bravi cittadini si sono interessati della cosa pubblica e hanno cercato di distinguere i buoni dai cattivi. Hanno cercato di sostenere, per quanto possibile, chi pensavano potesse fare il bene del Paese contro chi rischiava di danneggiarlo. Se proprio non c’era amore per “i nostri”, c’era almeno preoccupazione e perfino animosità nei confronti degli avversari. Ma tutto ciò è forse finito con la caduta del Muro di Berlino. Gli italiani si sono convinti che non ci sono più i comunisti - o comunque che non hanno più appetito per i bambini - ed hanno visto che l’alternanza al potere non fa andare al comando una volta i buoni e una volta i cattivi, ma una volta i cattivi e una volta i pessimi. Hanno quasi perso il nemico. O, peggio, si sono accorti che l’amico gli somiglia fin troppo. E gli ultimi anni sono stati al riguardo una catastrofe. Al governo si sono avvicendati uomini di centrodestra, uomini di centrosinistra ed anche i famosi “tecnici”, su cui tanti si erano illusi da decenni, e l’Italia ha continuato ad affondare, inesorabilmente. 
La conclusione è stata ovvia: “Non importa chi vince, sicuro è che perdiamo noi”. Prima erano solo i semi-analfabeti a non seguire neppure il telegiornale, ora può capitare che siano gli specialisti della politica. Siamo all’indifferenza. Nelle orecchie le parole si fermano prima di raggiungere il nervo acustico. I politici ci promettono la ripresa, ce ne mostrano le avvisaglie, ci abbagliano con luci in fondo al tunnel che vedono soltanto loro, e tutto ciò non ci fa nemmeno andare il boccone di traverso. Anche alle bugie si può fare il callo. 
Il successo di Beppe Grillo o di Matteo Renzi non contraddice questa diagnosi. Il primo non rappresenta una diversa linea politica ma soltanto la protesta gridata e radicale, a volte al livello più ingenuo. L’ex comico s’è procurata una patente di autenticità sposando il turpiloquio come prova d’identificazione con la piazza; una piazza esasperata e irrazionale, che vorrebbe soltanto buttare tutto giù. E questa non è politica. Il secondo, proponendosi anche lui come segno di contraddizione con l’establishment, ha fatto tante promesse che la gente ha pensato che forse aveva un asso nella manica. “Magari qualcosa farà. Diamogli una possibilità”. Ma l’irrealtà non è una soluzione per la realtà. La protesta del M5S si è dimostrata sterile e inconcludente, e col tempo si vedrà che l’enormità delle promesse non è sintomo di grandi capacità ma soltanto di grande imprudenza.
L’Italia sta veramente male e nessuno sa o può metterci rimedio. Gli stessi politici non sono tanto colpevoli di non avere creato la ripresa o di non aver creato infiniti posti di lavoro, quanto di aver dato a bere che fossero in grado di farlo. Forse non capiscono che tutto ciò che può fare la nostra politica è mettere i bastoni fra le ruote a coloro che producono benessere. Ed è questo l’errore fondamentale dei “grillini”. Loro reputano sognano di mandare a casa l’intera classe politica senza capire che la nuova non sarebbe diversa dalla vecchia. Perché le mele sarebbero prese dalla stessa cesta. Non capiscono che non si dovrebbe chiedere che lo Stato faccia meglio, si dovrebbe chiedere che faccia meno e ci lasci vivere. È lo statalismo, che ci uccide. E gli italiani cominciano ad accorgersene. Per questo rischiano di lasciare il telegiornale per un documentario sui pesci tropicali.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 luglio 2014




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CULTURA
10 luglio 2014
LA POLITICA COME DROGA
Anche se giubilati, trombati, esclusi dal grande gioco, i politici non si rassegnano. Vorrebbero comunque tornare a contare qualcosa nel campo che fu il loro. A costo di divenire sindaci di una cittadina dopo essere prima stati Presidenti del Consiglio dei Ministri (De Mita), a costo di presentarsi come allenatori di una squadra politica che non c’è (Fini). 
Tutto ciò provoca una sorta di imbarazzo. Quasi ci si vergogna per loro e gli si vorrebbe ricordare il detto francese per il quale a volte “non si può essere ed essere stati”. L’ultimo dei calciatori sa che ha diritto a una stagione della vita e che già a quarant’anni farà un altro mestiere. Come mai i politici non lo capiscono?
Tutto dipende dal significato che può avere la propria attività lavorativa. Se si tratta soltanto della necessità di procurarsi di che vivere, si benedicono  con passione le domeniche e le feste comandate e si sogna addirittura il momento in cui si andrà in pensione. Allora si avrà tutto il tempo che si vuole per le cose che si amano: dai viaggi allo sport, dal bridge all’arte. Molti invece, o perché non hanno altri interessi, o perché fanno di necessità virtù, finiscono col legarsi visceralmente al loro mestiere che cessa di essere un modo di guadagnarsi da vivere e diviene la loro funzione nella società e quasi lo scopo della loro esistenza. Spinti dalla necessità dell’autostima, quando non dal narcisismo, desiderano far carriera e addirittura, il giorno in cui sono costrette ad andare in pensione, vivono questo momento come una diminutio: “E ora che farò?” 
Non si vuol dire male di questi utili membri della comunità. La loro passione li rende altamente produttivi. Hanno magari una Werkzeugnatur, come direbbe Nietzsche, una natura di utensile, ma dopo tutto, se  danneggiano qualcuno, è soprattutto sé stessi. Sono così dediti alla missione di trainare il carro che, quando ne sono orfani, invece di mettersi a correre si siedono disperati.
Naturalmente bisogna distinguere dalla massa coloro che realmente primeggiano. E non sono moltissimi. Parliamo degli uomini di successo, di quelli che hanno un lavoro difficile da ottenere, che si raggiunge dopo aver superato mille ostacoli e vincendo una concorrenza spietata. Pensiamo ai concertisti, ai ballerini classici, ai luminari della scienza, ai principi del foro, a tutte quelle attività in cui si è inseriti in una sorta di eterno campionato del mondo. Foss’anche quello (australiano) di velocità nella tosatura delle pecore. In queste competizioni si ha successo soltanto se si ha una spinta irrefrenabile, con la quale ci si identifica fin nelle fibre più profonde. Fino a divenire workaholic, il corrispondente lavorativo degli alcolisti. 
A questa categoria appartengono anche i politici di successo. La loro attività, altissimamente concorrenziale, offre una ricompensa fra le più ambite: il comando. Non mancano il rispetto, l’agiatezza, l’adulazione e a volte la ricchezza: ma tutto questo, contrariamente a ciò che pensa la gente, è secondario. L’ex ministro che nessuno cerca e a cui nessuno telefona rinuncerebbe volentieri alla sua vita comoda e tranquilla se soltanto potesse tornare in gioco. Anche guadagnando di meno. Anche essendo soltanto un sottosegretario. Un consulente. Un portaborse. Fra l’altro, accetterebbe queste posizioni subalterne perché le vedrebbe inevitabilmente come trampolini di partenza per una “rentrée”, una nuova carriera e un nuovo successo.
Come non si accorgono, coloro che sono stati in cima, che ora inducono al compatimento? La Ferrari è sempre ai primi posti ma da anni non vince un campionato e molti la guardano con malcelato disprezzo. Il terzo gradino del podio, che per altri sarebbe una grande notizia, per il Cavallino Rampante è la conferma che non è più quella d’un tempo. Ecco perché l’idea di Giancarlo Fini suscita ironia, ad andar bene. Se si è stati bambini prodigio, se si è stati i numeri due della formazione politica che comandava il Paese, come accontentarsi di uno strapuntino? Eppure la passione è irrefrenabile. Se pregato adeguatamente, il vecchio contralto, divenuto nonna, canterà con voce tremolante qualche vecchia romanza. 
Ci sono mestieri in cui non si è mai disposti a scendere dal palcoscenico. Molti uomini hanno delle passioni che ravvivano la loro vita, altri hanno delle passioni che la loro vita l’occupano come un esercito invasore. 
Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it
9 luglio 2014




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POLITICA
6 luglio 2014
I PROVVEDIMENTI "CONSIDERATI DI DESTRA"
    Luca Ricolfi (1) è un editorialista fra i più preparati, fra i più ragionevoli e fra i meno faziosi che abbiamo in Italia, capace di criticare, con la medesima assenza di remore, il proprio partito, se tale è, e il partito avverso. Un uomo capace di ragionare esclusivamente con la sua testa.
    Oggi sostiene una tesi indiscutibile: che il problema centrale e risolutivo dell’Italia, di cui per una ragione o per l’altra non si interessano né la destra né la sinistra, è la disoccupazione. Noi avremmo bisogno di sei milioni di posti di lavoro. Ma “creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro è un’impresa politicamente contraddittoria. La piena occupazione, infatti, è un obiettivo di sinistra … tuttavia, oggi che non possiamo più spendere in deficit può essere raggiunto solo con mezzi considerati di destra: il taglio della spesa pubblica, la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione delle tasse sui produttori, a partire dall’imposta societaria”.
    Parole d’oro, ma Ricolfi si ferma prima dei corollari. Innanzi tutto non dice perché la soluzione di “spendere in deficit”, adottata in passato, non può più essere utilizzata oggi: non si può vivere di debiti. Se c’è un momento in cui li si contrae, ci deve poi essere necessariamente un momento in cui li si rimborsa. Naturalmente qualcuno può obiettare che bisogna distinguere i debiti per gli investimenti dai debiti per i consumi. Se uno Stato chiede denaro per dotarsi delle infrastrutture che lo trasformeranno in un esportatore di successo, quei debiti (sempre da rimborsare) saranno benedetti. Il Paese, con le nuove industrie, incasserà di che rimborsare i creditori ed avere un utile. Se viceversa “la spesa in deficit” di cui parla Ricolfi è, più o meno, quella di cui parlava qualcuno - pagare un gruppo di lavoratori perché scavi delle fosse e un altro gruppo perché le riempia - l’operazione non è produttiva e a lungo termine è disastrosa. E a giudicare dall’enorme debito pubblico da cui siamo oppressi, si direbbe che l’Italia fino ad oggi è stata capace soltanto di questo secondo tipo di intervento. Un tipo d’intervento che per giunta l’Unione Europea oggi ci vieta severamente.
    Non rimane che la seconda soluzione: “il taglio della spesa pubblica, la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione delle tasse sui produttori”. Ma se queste sono le cose da fare, con quale coraggio chiamarle “di destra”? Se un’automobile si ferma perché è finita la benzina, immettere carburante nel serbatoio è una soluzione di destra o di sinistra? E se è semplicemente “razionale e realistica”, definirla di destra corrisponde a dire che la sinistra è “irrazionale e irrealistica”. E non è che arrivare a questa conclusione abbia chissà che di sconvolgente: abbiamo visto cento volte la Cgil - non parliamo della Fiom - comportarsi in un modo assurdo. Dal coraggio di Ricolfi ci saremmo aspettati l’esplicitazione di questo concetto. 
    Ma forse egli non l’ha fatto perché è stato cosciente che dicendo cose del genere avrebbe superato i limiti di sopportazione del Pd. Inoltre - e questo è ancora più grave - se è vero che quei provvedimenti sono gli unici che potrebbero salvare l’Italia (e dunque non sono “di destra”, sono necessari) è anche vero che contro di essi sono non soltanto gli italiani di sinistra ma anche quelli di destra, e comunque coloro che da essi si sentirebbero personalmente danneggiati. E che coalizzandosi hanno sempre avuto la forza di bloccarli.
    Nessun governo, nessuna maggioranza possono adottare i provvedimenti di cui l’Italia ha bisogno. La riprova dell’incancrenirsi dei nostri mali è il progredire del debito pubblico. Mentre gemiamo sotto il peso degli interessi da pagare, il totale di ciò che dobbiamo continua ad aumentare. Ciò significa che non soltanto non siamo in grado di ribaltare la tendenza economica, ma non siamo nemmeno capaci di bloccarla in modo che non peggiori. E non c’è modo di spiegare che bisognerebbe cambiare mentalità. Immaginiamo che qualcuno dica in piazza: “Perché si creino posti di lavoro gli imprenditori devono avere interesse ad assumere dei lavoratori. Perché ciò avvenga, è necessario che essi ci guadagnino, nel senso che, pagando cento al dipendente, ne ricavino centodieci. Dunque dobbiamo fare ponti d’oro a chi vuol intraprendere in Italia, promettendogli che si arricchirà. Dobbiamo fare in modo che, almeno nel breve termine, i lavoratori diminuiscano le loro pretese e gli imprenditori si arricchiscano”. Quante persone applaudirebbero?
    E allora teniamoci la rivelazione che l’Italia non avrebbe bisogno di provvedimenti “considerati di destra”, ma di provvedimenti razionali. E che gli italiani vi si oppongono. La situazione è senza uscita.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
6 luglio 2014
(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1

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politica estera
6 luglio 2014
IL NUCLEARE IRANIANO
Un articolo del Segretario di Stato John Kerry
Il 20 luglio, il termine ultimo per negoziare un accordo generale sul programma nucleare iraniano, si sta avvicinando rapidamente.  Durante tutto il tempo, questi negoziati hanno riguardato una scelta dei leader dell’Iran. Essi possono essere d’accordo sui passi necessari per assicurare al mondo che il programma nucleare del loro Paese sarà esclusivamente pacifico e non sarà usato per costruire un’arma, oppure possono sprecare una storica occasione di por termine all’isolamento economico e diplomatico dell’Iran e di migliorare le vite del loro popolo. La diplomazia e la responsabilità del potere sono caratterizzate da passi difficili, ma questo non dovrebbe essere uno di loro. I funzionari iraniani hanno affermato  ripetutamente e senza ambiguità che essi non hanno intenzione di costruire un’arma atomica e che le loro attività nucleari tendono esclusivamente a rispondere a bisogni civili. Assumendo che ciò sia vero, non è un’affermazione difficile da provare. 
Gli Stati Uniti e i loro partner hanno dimostrato all’Iran quanto siano seri. Durante i negoziati per raggiungere il Piano Congiunto d’Azione noi abbiamo teso la mano agli iraniani e li abbiamo incontrati direttamente per capire che cosa gli iraniani desiderano dal loro programma nucleare. Insieme con i nostri partner internazionali, abbiamo contribuito a creare una soluzione che permetterebbe all’Iran di avere un programma nazionale esclusivamente per scopi pacifici. Ed abbiamo dimostrato che eravamo flessibili, offrendo uno sgravio finanziario. Lungo tutti questi negoziati, i negoziatori iraniani sono stati seri. L’Iran ha anche smentito le aspettative di alcuni tenendo fede agli obblighi assunti col Piano Congiunto d’Azione, la qual cosa ci ha concesso tempo e spazio perché dei negoziati di ambito generale potessero procedere. Specificamente, l’Iran ha eliminato le sue scorte di uranio arricchito ad alti livelli, ha limitato la sua capacità di arricchimento non installando o non facendo partire ulteriori centrifughe, si è astenuto dall’effettuare ulteriori passi nelle sue capacità di arricchimento di reattori di acqua pesante, e ha permesso nuove e più frequenti ispezioni. In cambio di ciò, l’Unione Europea e le grandi potenze più una (5+1) hanno fornito un limitato sgravio finanziario all’Iran, anche se l’architettura delle sanzioni internazionali e la grande maggioranza delle stesse sanzioni sono rimaste fermamente al loro posto. 
Ora l’Iran deve scegliere. Durante i negoziati di ambito generale, il mondo non ha chiesto all’Iran nulla di più che sostenere le proprie parole con azioni concrete e verificabili. Lungo molti dei recenti mesi, abbiamo proposto una serie di misure ragionevoli, verificabili e facilmente realizzabili, che da un lato avrebbero assicurato che l’Iran non può ottenere un’arma nucleare e che il suo programma è limitato a scopi pacifici; dall’altro, che in cambio all’Iran sarebbe stato concesso un graduale sollievo dalle sanzioni collegate al nucleare. Che cosa sceglierà l’Iran? Malgrado molti mesi di discussioni, ancora non lo sappiamo. Certo sappiamo che esistono sostanziali discrepanze fra ciò che i negoziatori iraniani dicono di essere disposti a fare, e ciò che essi fanno per raggiungere l’accordo di ambito generale.  Sappiamo che al loro ottimismo ufficiale, riguardo al possibile risultato finale di questi negoziati, non hanno corrisposto, fino ad oggi, le posizioni che hanno chiaramente espresso dietro le porte chiuse.
Queste discrepanze non sono provocate da richieste eccessive da parte nostra. Al contrario, i negoziatori degli Stati Uniti e dei 5+1 hanno ascoltato con molta attenzione le domande e le preoccupazioni dell’Iran ed hanno mostrato fin dove possibile la flessibilità compatibile con i nostri scopi fondamentali in questi negoziati. Abbiamo lavorato molto da vicino con l’Iran per stabilire un percorso  per un programma che corrisponde a tutti i requisiti per scopi pacifici e civili.
Rimane una discrepanza, comunque, fra l’intento professato dall’Iran, riguardo al suo programma nucleare e,  ad oggi, il contenuto attuale di quel programma. Il dislivello fra ciò che l’Iran dice e ciò che ha fatto rende evidente perché questi negoziati sono necessari e perché, per cominciare, la comunità internazionale si è trovata d’accordo nell’imporre sanzioni.
La pretesa dell’Iran che il mondo dovrebbe semplicemente fidarsi delle sue parole ignora il fatto che l’Agenzia per l’Energia Atomica ha riferito che dal 2002 ci sono state dozzine di sue violazioni degli obblighi internazionali di non- proliferazione, a cominciare dall’inizio degli anni Ottanta. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha risposto adottando quattro risoluzioni ai sensi del Capitolo VII. Esigendo che l’Iran compisse i passi necessari per mettere rimedio a tali violazioni. Questi argomenti non possono essere messi da parte; ad essi gli iraniani devono porre rimedio  se è vero che si deve raggiungere una soluzione di ambito generale. Queste non sono le attese di nessun Paese in particolare ma della comunità delle nazioni. Per concedere che le sanzioni siano tolte il mondo sta semplicemente chiedendo all’Iran di dimostrare che le sue attività nucleari sono ciò che esso dichiara che esse sono.
Nove mesi fa, il Presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, ha scritto nel Post che “La politica internazionale non è più un gioco a somma zero ma un’arena multidimensionale dove la cooperazione e la competizione spesso si verificano simultaneamente… ci si aspetta che i leader del mondo siano le guide nel trasformare le minacce in occasioni”. È stato in questo spirito che il Presidente Obama ha impegnato gli Stati Uniti  nell’esplorazione della possibilità di una soluzione negoziata dello stallo nucleare iraniano. Ci siamo impegnati in questo processo negoziale perché pensavamo che avesse una reale possibilità di successo. E ancora ce l’ha, ma il tempo sta per finire.
Se l’Iran è capace di adottare queste scelte, vi saranno esiti positivi per il popolo iraniano e per la sua economia. L’Iran  potrà usare il suo notevole know-how scientifico per la cooperazione internazionale nel campo del nucleare civile. Le imprese potrebbero tornare in Iran, portando posti di lavoro, i capitali di cui c’è tanto bisogno e molti altri beni e servizi. L’Iran potrebbe avere un maggiore accesso al sistema finanziario internazionale. Il risultato sarebbe un’economia iraniana che comincia a crescere ad un ritmo significativo e sostenibile, facendo largamente progredire il livello di vita della popolazione iraniana. Se l’Iran non è disposto a far ciò, le sanzioni internazionali si aggraveranno e si approfondirà l’isolamento dell’Iran.
I nostri negoziatori lavoreranno costantemente, a Vienna, da ora al 20 luglio. Bisognerà forse fare una maggiore pressione sui tempi. Ma nessun prolungamento è possibile a meno che non ci sia l’accordo di tutte le parti, e gli Stati Uniti e i loro partner non consentiranno un prolungamento solo per permettere ai negoziati di trascinarsi ulteriormente. L’Iran deve mostrare un’autentica disponibilità a rispondere alle legittime preoccupazioni della comunità internazionale, nel tempo che rimane.
In questo mondo turbato non si ha spesso la fortuna che emerga la possibilità di raggiungere pacificamente un accordo che risponda alle necessità essenziali e pubblicamente proclamate da tutte le parti, di far sì che il mondo sia più sicuro, che si allentino le tensioni regionali e si permetta una maggiore prosperità. Abbiamo una simile occasione e uno storico successo è possibile. È una questione non di possibilità ma di volontà politica e di provare le proprie intenzioni. È una questione di scelte. Speriamo che tutti scelgano con saggezza.
(Traduzione di Gianni Pardo)
 (1)http://www.washingtonpost.com/opinions/iranian-nuclear-deal-still-is-possible-but-time-is-running-out/2014/06/30/8510fbe2-0091-11e4-8fd0-3a663dfa68ac_story.html?wpisrc=nl_headlines

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ECONOMIA
5 luglio 2014
O SI CAMBIA O SI MUORE: MA COME?
Prima di scrivere di una determinata situazione politica bisognerebbe conoscere i particolari, indagare a fondo, esaminare perfino i retroscena. Ma questo principio vale per le situazioni dubbie e complesse: e non tutte lo sono. Che la Germania avesse perso la guerra era chiaro sin dal 1943, e addirittura evidente nel 1944. Il fatto che Hitler abbia voluto proseguire la lotta è stato soltanto un’ulteriore prova della sua follia criminale e del suo straripante egoismo. Sapendo che infine si sarebbe suicidato, si è procurato a spese dell’umanità, e soprattutto della Germania, qualche settimana in più di miserabile vita.
Anche l’attuale situazione dell’Europa – pur se infinitamente meno drammatica – è molto chiara. Per comprenderne l’essenziale non si richiede nessuno studio particolare. Allora la Germania si avviava verso una immane catastrofe, oggi l’Ue percorre rassegnata la via crucis di una inarrestabile crisi esistenziale di cui non si conoscono gli esiti. Ma non sta bene parlarne. In ambito comunitario si affetta la serenità di chi intravede ogni giorno positivi sviluppi ed è disposto a scambiare per aurora il riflesso di un incendio. 
Matteo Renzi però non si è adagiato su questo schema assurdamente consolatorio. Con piglio da condottiero ha detto ai colleghi di Strasburgo che l’Europa o cambia o muore. Naturalmente - dal momento che il continente non può morire - parlava delle istituzioni comunitarie. Intendeva che la stagnazione è interminabile, che il debito pubblico continua a crescere, che non si intravede uno sbocco, che la situazione potrebbe portare ad una crisi mortale: e così ha sfondato una porta aperta. Il problema infatti non è se l’Europa possa continuare così (cosa che il buon senso esclude) ma sapere se ci si possa mettere rimedio. E, se sì, quale.
Se le autorità europee pensano che si possa scendere indefinitamente la china, sono ubriache di ottimismo. Se pensano che l’Europa, senza nessuna ragione, possa improvvisamente risorgere dalle sue ceneri e mettersi a correre verso la prosperità, vispa e priva di debiti, credono ai miracoli. Molto più probabilmente usano un double standard, una verità per sé stessi, una verità per i popoli. Sanno benissimo che quasi tutto va male; che le prospettive non sono rosee, neanche per la Germania; che la bonanza borsistica potrebbe scoppiare da un istante all’altro, ma non sanno che cosa bisognerebbe fare, per salvare capra e cavoli. Forse reputano il problema insolubile. Oppure ognuno ha la sua ricetta e nel dubbio non si muove nessuno. Anche perché il primo che si muove la paga cara.
È inutile dire che l’Europa “o cambia o muore”. Quando non si conosce un rimedio ufficiale per salvare il malato, il medico prudente si astiene da ogni tentativo azzardato. Infatti, se il paziente muore dopo il suo tentativo, nessuno si ricorderà che il poveraccio era destinato a morire e tutti accuseranno il medico di averlo ucciso. Probabilmente una volta o l’altra i fatti decideranno da soli in che modo deve cambiare l’Eurozona. E si tratterà di un momento doloroso. Ma se i governanti tentassero di attuare loro stessi quel cambiamento, quanto meno per governarlo invece di subirlo, tutti gli darebbero la colpa delle sofferenze e nessuno gli sarebbe grato di avergliene forse evitato di peggiori.
La crisi europea potrebbe improvvisamente aggravarsi nel modo più drammatico, anche a causa di un episodio di isterismo borsistico, ma da un lato i governanti non sono d’accordo su che cosa fare, dall’altro, anche a saperlo, non oserebbero farlo. Neppure la “flessibilità” di cui parla il governo italiano - e cui ognuno dà un significato diverso - è con certezza una buona ricetta. Come ha detto seccamente Jens Weidmann, della Bundesbank, allentare i cordoni della borsa non è una soluzione: i debiti non sono la soluzione della crisi, sono quelli che l’hanno provocata. 
Se si fosse tentato di riprendere la via della ragionevolezza anni fa, quando il debito pubblico era ancora piccolo, l’Italia forse avrebbe potuto salvarsi. Invece attualmente di quel fardello non riusciamo neanche a bloccare l’incremento. La stessa Francia, che prima appariva in condizioni tanto migliori, sta aumentando il suo debito in modo allarmante, e ormai nessun tipo di politica economica potrà risanare questi due giganti. Soprattutto dal momento che essi sono statalisti e tendenzialmente collettivisti. 
Ed eccoci tutti inerti ad aspettare il seguito. Si dice che Renzi sia andato a sbattere contro il rigore tedesco ma forse più semplicemente è andato a sbattere contro un taciuto muro di paura. La paura tedesca, francese, italiana, la paura di tutti di compromettersi con l’azione.  E così il continente continua ad andare avanti, senza nessuno al timone.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
4 luglio 2014

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CULTURA
3 luglio 2014
PERCHÉ NON C'INTENDIAMO CON GLI ISLAMICI
L’orizzonte di ogni essere vivente è costituito dalla sua personale esperienza. I pesci abissali non possono che immaginare un mondo liquido, i leoni credono che l’unico cibo sia la carne e gli esseri umani interpretano tutto in chiave umana: dal momento che, a causa della loro superiore intelligenza, sono in grado di concepire i concetti di scopo, di prima, di dopo, di bene, di male, attribuiscono queste categorie all’intera realtà. Lo gnu, mentre sfugge alla leonessa, non le chiede perché l’insegua e voglia ucciderlo. Se invece un uomo si sente maltrattato da un altro uomo, gliene chiede conto. E a forza di concepire ogni attività come tendente ad uno scopo, vorrebbe sapere perché piova o perché non piova, perché ci sia una pestilenza o perché il raccolto un anno sia buono e un anno cattivo. E dal momento che la realtà è troppo complessa per le sue capacità, di tutto dà a sé stesso un’interpretazione antropomorfica e immaginaria.
Per i più primitivi, la spiegazione è pluralistica ma intellettualmente sterile. L’animismo, prestando una personalità vagamente divina ad ogni fenomeno, tralascia di chiedersi il “perché” del tutto. Viceversa i popoli tendenti alla riflessione logica sono in generale arrivati ad unificare il mondo delle divinità, organizzandolo in modo piramidale - ci sono molti dei ma uno di loro è il più importante e domina tutti gli altri (Giove) - oppure, più radicalmente, affermando che c’è un solo Dio (ebraismo, islamismo). Questo Dio unico – forma metafisica e onnipotente di un’individualità umana, come ha mostrato Feuerbach – ha creato il mondo e poi l’amministra con paterno interesse, premiando i buoni e punendo i cattivi. Anche se è incapace di contrastare tutto il male, tanto che, per molte religioni, accanto al più forte dio buono v’è un meno forte ma ineliminabile dio cattivo. Noi stessi abbiamo Satana.
Questa  spiegazione, essendo perfettamente in linea con la nostra mentalità, ci soddisfa pienamente. Purtroppo però l’interpretazione teologica del mondo non soltanto non ci aiuta a meglio orientarci in esso ma costituisce un ostacolo per la sua effettiva conoscenza. Se si reputa che la peste sia stata inviata o almeno permessa da Dio – visto che nulla può sfuggire alla sua volontà – l’unica difesa è la preghiera e l’espiazione. Se invece si reputa che essa sia il risultato di cause fisiche e biologiche, è con  rimedi fisici e biologici che può essere contrastata. E di fatto si è visto che finché si prega non si guarisce, mentre se la scienza fa dei progressi si possono opporre ad un male fisico risposte altrettanto fisiche e soprattutto efficaci.
Ciò spiega il muro d’incomprensione che separa l’Occidente dall’universo islamico. Da noi si è avuta una rivoluzione scientifica che tende a dare del mondo una spiegazione fondata sull’osservazione e sull’esperimento, mentre da loro si è accettata in modo così rigoroso l’interpretazione teologica della realtà che non si reputa utile indagare ulteriormente. Come disse il califfo Omar, distruggendo la biblioteca di Alessandria, se tutti quei libri erano in contrasto col Corano erano nocivi, e se erano in accordo erano inutili. Se tutto dipende dalla volontà di Dio - che l’uomo non può contrastare - è inutile cercare di usare la scienza per modificare la realtà. Se ciò fosse utile, lo farebbe Dio stesso. E se non lo fa, forse non è utile ed è bene che le cose vadano come vanno. Tesi che, dal punto di vista della coerenza, è perfetta e incontestabile. 
Probabilmente – ma qui siamo alle ipotesi – la causa ultima è una diversa mentalità. Mentre l’islamismo, religione orientale, tende a riportare tutto ad un unico potere (il tiranno in Terra, Dio in cielo), il mondo occidentale è tendente alla pluralità. I greci sentivano il bisogno della libertà in politica e di una spiegazione dei singoli fenomeni, avendo così un dio per il mare, uno per il sole, uno per la guerra. Spiegavano tutti i fenomeni naturali con la mitologia ma quell’insieme di favole è anche un’interpretazione della realtà. La scienza ha poi dato risposte diverse e migliori, ma le domande le avevano già poste i greci. E queste domande gli islamici forse non se le pongono nemmeno oggi.
Non si vogliono esprimere giudizi di valore. Anzi, ammettendo che Dio abbia creato il mondo e continui ad occuparsene, come sostengono la religione ebraica e quella cristiana, la posizione islamica è la più logica e la più coerente. Ma l’Occidente, con un atteggiamento religioso molto più “tiepido”, e perfino con la sua miscredenza, s’è in concreto procurato una vita molto più prospera e godibile.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
2 luglio 2014


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SOCIETA'
2 luglio 2014
VIETATO IL BURKA. COL MAL DI PANCIA
La Corte europea dei diritti umani ha dato il via libera al provvedimento francese che vieta di indossare il burka. La legge "non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata". Essa "persegue lo scopo legittimo di proteggere i diritti e le libertà altrui e di assicurare il rispetto dei minimi requisiti del vivere insieme", checché significhi questa aulica asserzione. E giù notevoli sanzioni.
La norma francese è del tutto ragionevole e corrisponde agli standard sociali occidentali. In Italia per esempio la legge di Pubblica Sicurezza, salvo che a carnevale, vieta  di andare in giro con maschere o di coprirsi comunque il viso in modo da essere “travisati”, cioè irriconoscibili. Da noi, per vietare il burka, non sarebbe neppure necessaria una nuova legge.
Purtroppo, come diceva Nietzsche, il miglior modo di danneggiare una tesi è quello di difenderla con cattivi argomenti: ed è ciò che fa la Corte di Strasburgo. Ecco le motivazioni: la nuova disposizione "non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata"; inoltre in Occidente siamo abituati a guardare in faccia il nostro interlocutore e "il volto gioca un ruolo importante nelle interazioni sociali". Il burka dunque può “mettere in questione in modo sostanziale la possibilità di avere delle interazioni sociali aperte". E infatti la Corte si guarda bene dall’invocare le più ovvie ragioni di pubblica sicurezza, cioè la riconoscibilità di chi circola per le strade, perché questo scopo, a suo dire, si poteva ottenere permettendo il burka ed imponendo nel contempo l’obbligo di mostrare il viso in caso di controllo di identità. 
Raramente si sono messe insieme tante sciocchezze. 
1. È inutile dire che il divieto del burka non violi la libertà di religione. Tale tipo d’abbigliamento non è previsto dal Corano, ma se i credenti di una determinata fede reputano che quel mantello sia un obbligo religioso imprescindibile per la donna onesta, e una legge vieta di adempierlo, è inutile girarci attorno: si viola la libertà di religione. È come se in un’isola del pacifico si imponesse alle turiste cristiane di ogni età d’andare in giro nude perché tale è la costumanza locale. Il punto in realtà è un altro: non è scritto da nessuna parte che non si possa violare la libertà di religione altrui. Se avessimo come immigranti degli Aztechi, gli permetteremmo forse i sacrifici umani? E del resto, perché preoccuparsi tanto? I musulmani, nei loro Paesi, non si fanno scrupoli, se devono imporci le regole della loro religione. Basti pensare all’Arabia Saudita.
2. In secondo luogo, checché scrivano i giudici di Strasburgo, la legge non rispetta la vita privata. Ma le leggi lo fanno continuamente. Non si può vivere della prostituzione della moglie; non si possono dare false generalità agli agenti di polizia; è vietato non denunziare all’anagrafe il figlio appena nato (sanzioni pesantissime); non si può guidare contromano; non si può dare del cretino ad un magistrato in udienza, anche se è effettivamente cretino. La lista non finisce mai. Ovvio che le leggi interferiscano con le nostre vite private, sono fatte apposta per quello. E le norme sull’abbigliamento sono assolutamente il meno. Del resto a tutti, da sempre, è vietato circolare nudi.
3. La teoria secondo cui il volto scoperto fa parte delle nostre costumanze sociali e un viso coperto “metterebbe in questione in modo sostanziale la possibilità di avere delle interazioni sociali aperte" è una pura balordaggine. Se l’esigenza di guardare in faccia l’interlocutore fosse veramente imprescindibile, bisognerebbe vietare anche il telefono. In realtà la ragione più semplice per vietare il burka è proprio quella che viene negata: quel velo non dà certezza dell’identità. Mentre al telefono dopo tutto posso buttar giù la cornetta, di presenza è ben diverso. Dentro quel sacco non si può sapere nemmeno se ci sia un uomo o una donna. Né vale dire che si potrebbe imporre il dovere di rivelarsi a richiesta degli agenti di polizia. Il cittadino non può dire al rapinatore: “Si tolga il burka, voglio vederla in faccia”, perché l’altro potrebbe rispondere: “Prima mi dimostri lei che è un ufficiale di polizia giudiziaria, e comunque intanto favorisca il portafogli”.
Era tanto difficile dire: “Questo tipo di abbigliamento, come qualunque altro che non consenta l’identificazione di una persona, è vietato”? E che bisogno c’era di giustificarsi, di chiedere scusa, e quasi di dimostrare che, pur prendendo un provvedimento giusto, si ha schlechtes Gewissen, mala coscienza? È proprio vero che quando una civiltà non crede più in sé stessa ha evidentemente imboccato la via della sua fine.
È il caso dell’Europa.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
1 luglio 2014


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POLITICA
1 luglio 2014
LO STREAMING IN POLITICA
 Con una sorta di gioco demoscopico “Affaritaliani” chiede: “Rendiamo obbligatorio lo streaming per tutti gli incontri politici?” e la risposta è sì al 68,2%. Più di due italiani su tre sono a favore di questa totale trasparenza. Evidentemente si reputa che la politica sia poco onesta e che sia necessario controllare personalmente negoziati, incontri, accordi. Ma si tratta di un errore.
Non si nasconde soltanto ciò che è poco onesto, si nasconde anche ciò che, pur essendo perfettamente normale, sembra poco dignitoso o addirittura indecente. Diversamente non si chiuderebbe la porta del bagno. Non c’è niente di male nel liberarsi d’un po’ d’orina, ma è di cattivo gusto anche solo accennarvi. Per non dire che sembrerebbe oltraggioso chiedere: “Ma come se la cava il Papa, durante le sue uscite pubbliche, se deve fare pipì?” Eppure sicuramente i suoi accompagnatori si preoccupano del problema.
Un’altra cosa che tutti nascondono o almeno edulcorano è la morte. Essa non ha nulla d’immorale e tuttavia in alcuni posti alle salme mettono il rosso per guance perché deve sembrare che il defunto dorma, non che sia morto. E infatti la preghiera latina diceva: “requiescat in pace”, riposi in pace. In realtà i cadaveri presto puzzano e vanno incontro a orrende trasformazioni. E infatti bisogna sotterrarli molto presto. Ma ciò non impedisce che siamo obbligati a strizzare gli occhi per non vedere una realtà che chi studia tanatologia conosce benissimo. Se qualcuno, sentendosi chiedere notizie del padre, rispondesse: “Sta facendo i vermi da un paio di mesi”, sarebbe considerato un figlio indegno. I nostri morti non fanno vermi, volano in Paradiso.
Non tutto ciò che è onesto e perfino necessario può essere esposto al pubblico. E infatti da un lato facciamo finta che alcune cose non esistano, dall’altro permettiamo che il realismo imponga ben altri comportamenti. È vietato descrivere ciò che avviene in un cadavere dopo uno o due mesi ma, se si tratta di un sospetto di veneficio, si pretende che il medico legale con quel cadavere abbia da fare molto da vicino, che lo maneggi, lo sezioni e lo analizzi. 
Nella politica - attività essenzialmente aliena dalla morale - imperano gli interessi, che a volte sono personali e miserelli (l’ambizione dell’assessore di un microscopico comune), a volte sono grandiosi, come fare il bene del Paese dal punto di vista economico o salvarlo da una guerra rovinosa, ma tutti sono portati avanti con gli stessi sistemi. Cioè senza tener conto della morale, degli impegni assunti, della parola data. Se la gente non lo sa, o non lo vuole sapere, ciò non cambia la politica. Lo stesso De Gaulle – persona assolutamente per bene – andò al potere nel nome dell’ “Algérie Française” e poi le concesse l’indipendenza.
Quale che sia il loro livello, tutti i politici hanno da fare con colleghi senza scrupoli. Dunque anche quelli che hanno scopi nobili, se vogliono farli prevalere, devono all’occasione essere anche loro senza scrupoli. Diversamente lascerebbero ai peggiori un indebito vantaggio e perderebbero. In politica devono essere nobili gli scopi: i mezzi non sempre sarebbe utile confessarli in streaming.
Per non entrare nel gioco della faziosità, ecco un esempio tratto dalla politica internazionale. La vicenda dei nostri marò detenuti in India è indubbiamente scandalosa. Probabilmente i politici locali si servono dell’episodio per scopi di sconcia demagogia nazionale. Dunque non si può dire che meritino rispetto. Per conseguenza, conoscendoli, ammesso che al momento del fatto la Enrica Lexie si trovasse in acque di competenza dell’India, sarebbe stato opportuno che le autorità italiane ordinassero al capitano di tornare in Italia, senza obbedire all’ingiunzione indiana di far rotta verso il porto. Al limite contrastando l’eventuale reazione indiana con le armi. Poi avremmo noi stessi potuto processare i nostri militari. È stato un errore lasciarli nelle mani di una magistratura e di un Paese in cui si tiene la gente in galera a tempo indeterminato e senza processo. 
Ma chiunque sia d’accordo con questa tesi deve notare quanto segue: 1° se la nave italiana era in acque di competenza indiana, non aveva il diritto di andarsene e basta; 2° se l’Italia le avesse ordinato di non obbedire agli indiani, avrebbe violato la legge internazionale; 3° se avesse minacciato di affondare i guardacoste indiani che avessero inteso costringerla a tornare, si sarebbe trattato di un comportamento da bulli. E se rimangono d’accordo con la linea di comportamento ipotizzata, coloro che invocano la legalità e la trasparenza devono ammettere che certe cose non sta bene dirle ad alta voce ma si fanno. Anche in politica, prima di fare pipì, è meglio chiudere la porta.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
30 giugno 2014

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